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I parchi fra luci e ombre. Le luci: intorno al sistema delle aree protette italiane girano circa 2 miliardi di fatturato e 86 mila occupati. Quindi i parchi servono a tutelare paesaggi pregiati, generano cultura e reddito. Le ombre: i parchi sono pochi, se ne istituiscono sempre meno, i finanziamenti calano, imperversano le aggressioni edilizie. Questi dati emergono da un libro bianco di Federculture e Federparchi, il primo rapporto sul grande patrimonio culturale che i parchi custodiscono - paesaggi, centri storici, beni artistici, valori comunitari, tradizioni e anche lingue minoritarie e pratiche artigianali -, ma che talvolta viene vissuto come un inciampo allo sviluppo ed è minacciato da insediamenti residenziali e turistici, strade, cave... «I parchi sono un grande sistema per conservare la biodiversità», dice Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi, «ma anche uno strumento di coesione sociale e di promozione economica».

Il rapporto viene presentato domani a Roma (presso la Società Geografica Italiana, a Villa Celimontana). Da esso viene fuori anche l´immagine di una gestione tutt´altro che florida. «Il 70 per cento dei parchi è amministrato direttamente da Province o Regioni, mentre sarebbe necessario affidarli a enti specifici», dice Roberto Grossi, presidente di Federculture. Solo in 2 dei 24 parchi nazionali sono vigenti dei "piani regolatori", nonostante la legge del ´91, che disciplina tutta la materia, imponga che questi siano varati diciotto mesi dopo la nascita di un parco. «Quella legge ha esaurito la sua spinta», spiega Massimo Zucconi, responsabile parchi di Federculture. «Negli anni successivi al suo varo si passò da 600 mila a un milione 600 mila ettari di aree protette e nacquero 18 dei 24 parchi nazionali. Ma dal 2003 ci si è fermati, è stato istituito solo un altro parco e sono diminuiti i finanziamenti».

I parchi in Italia sono 1.144 (nazionali, regionali e d´altro genere). In essi abitano 4 milioni e mezzo di persone e sono presenti il 70 per cento dei Comuni con meno di 5 mila abitanti, segno che i parchi non sono solo natura, ma anche paesaggi urbani. Però la superficie protetta è poca, 3 milioni e mezzo di ettari, solo l´11,69 per cento del territorio nazionale: siamo indietro rispetto alla media dell´Unione europea (18,4), molto indietro rispetto alla Germania (59,4), ma anche all´Estonia (36,3), alla Polonia (29,2) e alla Repubblica ceca (25,9).

I finanziamenti pubblici sono scarsi: 241 milioni nel 2008 (lo 0,015 per cento del Pil). E nel 2009 c´è un taglio, per i parchi nazionali, del 10 per cento. Alcuni parchi incamerano risorse dalle proprie attività, ma in media solo per il 12 per cento. Con una vistosa eccezione, quella dei Parchi della Val di Cornia, in Toscana, un esempio virtuoso: qui nel 2007 si è raggiunto il pareggio, con biglietti e altre attività. Questi sei parchi (fra gli altri, quello archeologico di Populonia e quello archeominerario di San Silvestro) sono gestiti da una società per il 90 per cento controllata dai Comuni, per il 10 da privati. Molti albergatori, ristoratori, gestori di stabilimenti sono diventati azionisti e sono sorte nuove attività (circa una trentina, con un fatturato di 4 milioni di euro). Presidente della Val di Cornia è stato Zucconi, che però nel 2007 ha dovuto lasciare perché aveva alle spalle già tre mandati. Ma anche perché contrario a una serie di progetti dei Comuni che minacciavano l´integrità dell´area protetta.

E qui spunta il rischio più grande, accresciuto dai Piani casa. «I piani paesaggistici delle Regioni sono pochi», insiste Zucconi, «e quasi mai pongono dei limiti ai Comuni, incapaci di fronteggiare la spinta poderosa della speculazione immobiliare». E nei parchi, dove i paesaggi sono più pregiati, i valori fondiari sono un boccone sul quale si avventano in molti.

Foto numero 1: centro storico de L'Aquila; Palazzo Margherita, sede del comune, in piena zona rossa. L'orologio che ogni sera segnava i 99 rintocchi è fermo ormai, ma l'ingresso è di nuovo aperto e brulica di operai intenti da fine luglio a puntellare l'intero edificio. Con barre d'acciaio, legno e tiranti hanno già messo in sicurezza l'accesso, il portico e il cortile interno, le scale fino al primo piano, e una parte dei corridoi e delle stanze che prima del 6 aprile ospitavano la vita politica e amministrativa della città. Per chi in quelle stanze ha vissuto, entrarvi di nuovo, per la prima volta da allora, è un'emozione intensa. Palpabile e contagiosa, come se si varcasse la soglia di un sacrario. L'intera ala che ospitava il gabinetto del sindaco è sepolta sotto le macerie del solaio mentre la sala consiliare è congelata da una coltre di detriti. Quegli operai però non le toccheranno: a loro spetta solo il puntellamento.

Foto numero 2: Roio Piano, borgo da 600 abitanti, interamente zona rossa. Ma potrebbe essere Colle di Sassa, Santa Rufina, Camarda, Pesco Maggiore, una qualunque delle sessanta frazioni dell'Aquila. Qui, sotto le macerie rimaste esattamente dov'erano sette mesi fa sembra sia stato seppellito anche il tempo. Nessun brulicare di operai, solo qualche residente che non si dà per vinto e cerca testardamente di farsi strada fino alla propria casa, incurante del pericolo. Molte sono abitabili, altre avrebbero bisogno di piccole ristrutturazioni, ma sono irraggiungibili perché le strade sono intasate dai crolli, o magari solo da un'automobile sepolta dai detriti che nessuno ha portato via.

Colpa di una legge punitiva inventata dal governo Berlusconi che parifica le macerie a rifiuti solidi urbani, rallentandone lo smaltimento e impedendo ai cittadini perfino di spostarle. Ma il vero mistero, qui, sono i puntellamenti: malgrado siano pochi, perché il pericolo delle rovine incombe anche sugli operai addetti ai lavori, il più delle volte mettono inspiegabilmente in sicurezza muri da abbattere o case semidistrutte anche prima del terremoto che andrebbero invece solo demolite. E come se non bastasse, le impalcature dei puntellamenti invadono le strette sedi stradali, bloccando l'intero paese che già assomiglia ai tanti borghi abruzzesi abbandonati dopo il sisma del 1915. Sul muro a fianco di un portone qualcuno ha scritto col giallo: «Ok, me ne vado».

Li chiamano lavori provvisionali: dopo la rimozione delle macerie (poco è cambiato da quanto riportato sul manifesto del 23 ottobre scorso), puntellare e demolire sono opere propedeutiche alla ricostruzione, una fase peraltro ancora al di là dell'orizzonte di cui si intravede al momento solo la nomina del governatore Gianni Chiodi a commissario straordinario - con vice il sindaco aquilano Massimo Cialente - e l'istituzione di una «Struttura tecnica di missione» con a capo un alto dirigente del ministero delle Infrastrutture, Gaetano Fontana. Ma se demolire - operazione veloce e che costa poco - non è nelle corde di chi oggi decide e che ha scelto una filosofia conservatrice a tutti i costi, l'opera di puntellamento invece potrebbe risultare un ottimo business grazie ad una procedura applicata per la prima volta in Italia, e forse non solo. Gli appalti, infatti, non vengono assegnati tramite gara ma su chiamata nominale delle ditte (un centinaio) presenti in un elenco stilato dalle associazioni di imprese artigianali locali (Ance, Api, Confartigianato) e vagliato dal prefetto per il controllo moralità e antimafia.

La scelta e la distribuzione dei lavori, però, è tutta nelle mani dell'assessorato ai lavori pubblici dell'Aquila, settore emergenza sisma. Spetta all'assessore Ermanno Lisi e al dirigente tecnico, l'ingegner Mario Di Gregorio, (sui quali nessuno ha sollevato dubbi di onestà, ma non è questo il punto) decidere, per esempio, a chi assegnare il puntellamento di Palazzo Margherita, che vale sui 400-500 mila euro, e a chi invece quello da 5 mila euro di un edificio qualsiasi o di una piccola frazione. Non solo: il pagamento delle imprese per il lavoro svolto avviene a consuntivo e non a preventivo.

A sollevare per primo il problema in consiglio comunale è stato il capogruppo di Rifondazione comunista, Enrico Perilli: «Nelle frazioni stiamo assistendo ad una sorta di accanimento terapeutico sui ruderi - spiega - : si puntella tutto con grande spesa (circa il triplo, e con tempi enormemente più lunghi, ndr), inutilmente, e in più bloccando l'accesso a intere zone, abbandonate così dagli abitanti che via via si stabiliranno sempre più definitivamente altrove».

Proprio su richiesta di Perilli, qualche giorno fa l'assemblea consiliare ha chiesto lumi all'ufficio tecnico dell'assessorato competente sulla inedita modalità di appalto e di pagamento dei puntellamenti: «Quando mi sono accorto di quale responsabilità avessi con questa procedura adottata dalla protezione civile per snellire la burocrazia e procedere più rapidamente, prima che l'inverno faccia altrettanti danni che il terremoto, - spiega l'ingegnere Di Gregorio -, preoccupato e intimorito, ho chiesto l'intervento del prefetto che, nella veste di vicecommissario vicario, il 16 giugno scorso ha stipulato un'intesa con gli altri tre vice commissari, con le associazioni di categoria e il comune per controllare di volta in volta l'assegnazione dei lavori e l'equilibrio nella distribuzione degli appalti».

Certo, spiega l'ingegnere, il problema del puntellamento di un immobile è che «non può essere progettato se non in corso d'opera perché si procede man mano che si entra nell'edificio e se ne scopre la condizione di stabilità. Impossibile quindi prevederne il costo». L'Aquila e le sue frazioni sono state divise in comparti, aggiunge Di Gregorio, «ciascuno dei quali viene affidato ad una ditta adeguata, scelta a seconda della classificazione Soa» (fatturato, maestranze, curriculum). Tanto per fare un esempio, la ditta Fiordigigli di Paganica che si è aggiudicata Palazzo Margherita (per la ricostruzione del quale la Federcasse ha donato qualche giorno fa 5 milioni di euro) «è classificata al quarto di otto gradi e quindi può accedere ad appalti fino a 3 milioni di euro». Ma siccome «al momento dell'assegnazione il costo dell'opera ancora non si conosce, è possibile che la ditta prescelta debba costituire assieme ad altri un'associazione temporanea d'impresa per aumentare la classificazione e poter così portare a termine il lavoro».

Per evitare la speculazione, racconta l'ingegnere, «abbiamo adottato un metodo: man mano che si procede la ditta presenta gli stati d'avanzamento che vengono via via controllati anche in riferimento alla coerenza tecnica degli interventi realizzati, e liquidati. Il pagamento, in questo modo, non è del tutto a consuntivo». Finora, assicura Di Gregorio, «quasi tutte le ditte dell'elenco lavorano e con profitti che più o meno si equivalgono».

Eppure il grande dilemma resta: demolire o puntellare? Come ridurre le zone rosse e riportare all'agibilità totale le abitazioni non lesionate ma sotto incombente pericolo esterno? «Noi ci affidiamo alle schede Gts (Gruppi tecnici di sostegno, composti da vigili del fuoco, protezione civile, sovrintendenza e comune o, nel caso di demolizioni, allargati fino a 11 figure, ndr), ma non sempre la prima decisione adottata è quella giusta. Teniamo presente che si tratta di "danni vivi", che si trasformano di giorno in giorno». Per Di Gregorio, però, l'attenzione, anche politica, dovrebbe essere puntata ancora sulle macerie: «Qualche giorno fa un giovane operaio è rimasto ferito durante una rimozione e a volte le stesse imprese si rifiutano di lavorare ai puntellamenti in presenza di rovine pericolanti».

E può accadere che, dopo un abbattimento, arrivi la squadra Ucv (Unità di controllo veloce) della protezione civile e bocci l'operato del comune: «Demolizione eseguita, macerie sul posto, dunque pericolo ancora presente», hanno scritto. Tutto inutile, insomma. E allora, meglio puntellare nel frattempo? «Secondo il settore finanze del comune - ribatte Enrico Perilli - il costo dei puntellamenti di qui a dicembre sarà di 50 milioni di euro, di cui solo 15 in cassa». Di questo passo, L'Aquila non starà più nemmeno in piedi, figuriamoci volare.

Pgt, il gran ritorno ai "cattivi maestri"

Il Piano di governo del territorio milanese è costruito per favorire gli interessi di pochi: i soliti. Da la Repubblica, ed. Milano, 24 novembre 2009 (m.p.g.)



Giusto una settimana fa il sindaco Letizia Moratti, introducendo i lavori per la presentazione finale del Piano di governo del territorio, ne ha sintetizzato gli obiettivi in tre punti: città più vivibile, città più verde, città più densa: ossia un’ovvietà, uno slogan e un’affermazione in parte contraddittoria con la prima. Dopo aver parlato se n’è andata: l’ascolto delle parti sociali – da cui la manifestazione – la interessa poco o nulla. Eppure questo ascolto, come ha sottolineato l’assessore Carlo Masseroli, è un adempimento previsto dalla legge regionale 12/2005, quella che ha istituito i Piani di governo del territorio cancellando i vecchi piani regolatori.

Quali erano, però, le "parti sociali" presenti all’incontro? Sostanzialmente una: gli operatori immobiliari. Il resto della platea era costituito da professionisti, architetti e avvocati amministrativisti, ossia i professionisti degli operatori immobiliari: una rappresentanza molto parziale delle parti sociali. Peraltro anche nelle fasi precedenti va notato che il termine per la presentazione delle osservazioni preliminari scadeva tre settimane prima del passaggio in giunta del Pgt ed è legittimo domandarsi se in tre settimane fosse possibile rimettere mano a un documento di più di mille pagine e ricchissimo di tavole e grafici.

L’eterna finzione della partecipazione pubblica. Non è questo lo spazio per addentrarci nei dettagli tecnici ma solo per considerazioni di tipo politico.

L’operazione Piano di governo del territorio è partita al grido: il vecchio piano regolatore frena lo sviluppo della città. Però Santa Giulia, Citylife, Garibaldi Repubblica (oggi Milano Porta Nuova) e, per finire il grattacielo della Regione, più altre cosette, sono nati col vecchio piano regolatore e se non si è fatto di più lo si deve al "mercato" che non tira, quello stesso mercato che ha lasciato tanti vuoti cadaveri sul territorio milanese a cominciare dagli edifici di via Stephenson della galassia Ligresti.

Dunque la ragione è un’altra: il tentativo di questa destra di accreditarsi come innovatrice, ideologicamente più vicina al Paese e alle sue necessità. Allora se la questione è di tipo ideologico vediamola sotto quest’ottica. In questo migliaio di pagine, comunque troppe rispetto agli obiettivi e alla praticabilità di uno strumento urbanistico, si ritrovano tutti gli slogan di un certo tipo di urbanistica della passata sinistra i cui mentori furono allora indicati come "cattivi maestri" da quella stessa destra che, insieme alla progenie mutante di quelli, oggi risciacqua gli stessi panni nell’acqua di Comunione e Liberazione con un occhio alla Compagnia delle Opere. Niente di grave nell’aver ripescato vecchie cose ma non bisogna gridare alla novità, almeno non gridarlo pensando di farla franca quando c’è chi può divertirsi con operazioni di esegesi delle fonti.

Ancora un’osservazione. Il nuovo Pgt dispiegherà i suoi effetti, buoni o cattivi, a condizione che il mercato riprenda vigorosamente: senza mercato niente nuovo verde, niente generale riassetto della città, niente densificazione ma solo parole. Ma quando riprenderà il mercato, con il nuovo scenario fatto di meno regole, gli esiti saranno assai poco diversi da quelli del passato: gli interessi di pochi, gli uomini del mordi e fuggi immobiliare, determineranno il futuro di Milano.

«Io non do consigli a nessuno. Ma il Quirinale ha il potere dell’ultima firma. Se un provvedimento non va si rinvia alle Camere. Io non uso aderire ad appelli, ma condivido dalla prima all’ultima riga quello di Saviano. È una speranza che ottenga tanti consensi»

E mai come in questa occasione l’ex capo dello Stato, da vero «padre nobile» della Repubblica, lancia il suo atto d’accusa contro chi è responsabile di questo «imbarbarimento» e di questa «aggressione»: Silvio Berlusconi, il suo governo e la sua maggioranza, che stanno abbattendo a «colpi di piccone» i principi sui quali si regge la Costituzione, cioè «la nostra Bibbia civile».

«Vede - ragiona Ciampi - la mia amarezza deriva dalla constatazione ormai quotidiana di quanto sta accadendo sulla giustizia, ma non solo sulla giustizia. È in corso un vero e proprio degrado dei valori collettivi, si percepisce un senso di continua manipolazione delle regole, una perdita inesorabile di quelli che sono i punti cardinali del nostro vivere civile». Vale per tutto: non solo i rapporti tra politica e magistratura. Le relazioni tra potere esecutivo e Parlamento, tra governo e presidenza della Repubblica, tra premier e organi di garanzia, a partire dalla Corte costituzionale. L’intero sistema istituzionale, secondo Ciampi, è esposto ad un’opera di progressiva «destrutturazione». «Qui non è più una questione di battaglia politica, che può essere anche aspra, come è naturale in ogni democrazia. Qui si destabilizzano i riferimenti più solidi dell’edificio democratico, cioè le istituzioni, e si umiliano i valori che le istituzioni rappresentano. Questa è la mia amara riflessione...».

Ciampi, forse per la prima volta, parla senza mezzi termini del Cavaliere, e di ciò che ha rappresentato e rappresenta in questo «paesaggio in decomposizione». «Mi ricordo un bel libro di Marc Lazar, uscito un paio d’anni fa, nel quale io e Berlusconi venivamo raccontati come gli estremi di un pendolo: da una parte Ciampi, l’uomo che difende le istituzioni, e dall’altra parte Berlusconi, l’uomo che delegittima le istituzioni. Mai come oggi mi sento di dire che questa immagine riassume alla perfezione quello che penso. Io ho vissuto tutta la mia vita nelle istituzioni e per le istituzioni, che sono il cuore della democrazia. E non dimentico la lezioni di Vincenzo Cuoco sulla Rivoluzione napoletana del 1797: alla felicità dei popoli sono più necessari gli ordini che gli uomini, le istituzioni oltrepassano i limiti delle generazioni. Ma poi, a rendere vitali le istituzioni, occorrono gli uomini, le loro passioni civili, i loro ideali di democrazia. Ed io, oggi, è proprio questo che vedo mancare in chi ci governa...».

L’ultimo capitolo di questa nefasta «riscrittura» della nostra Costituzione formale e materiale riguarda ovviamente la giustizia, il Lodo Alfano e ora anche il disegno di legge sul processo breve con il quale il premier, per azzerare i due processi che lo riguardano, fa terra bruciata dell’intera amministrazione giudiziaria corrente. Anche su questo la condanna di Ciampi è senza appello: «Le riforme si fanno per i cittadini, non per i singoli. L’ho sempre pensato, ed oggi ne sono più che mai convinto: basta con le leggi ad personam, che non risolvono i problemi della gente e non aiutano il Paese a migliorare». Fa di più, l’ex presidente della Repubblica. E si spinge a riflettere su ciò che potrà accadere, se e quando questa nuova legge-vergogna sarà approvata: «Io non do consigli a nessuno, meno che mai a chi mi ha succeduto al Quirinale. Ma il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va non si firma. E non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura: la Costituzione prevede espressamente questa prerogativa presidenziale. La si usi: è un modo per lanciare un segnale forte, a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica». Ciampi non nomina Napolitano, ma fa un riferimento implicito a Francesco Saverio Borrelli: «Credo che per chi ha a cuore le istituzioni, oggi, l’unica regola da rispettare sia quella del "quantum potes": fai ciò che puoi. Detto altrimenti: resisti».

Lui stesso, nel suo settennato sul Colle, ha resistito più volte alle spallate del Cavaliere. Dalla legge Gasparri per le tv alla riforma dell’ordinamento giudiziario di Castelli: «È vero, ma ho fatto solo il mio dovere. C’è solo una cosa, della quale mi rammarico ancora oggi: il mio unico messaggio alle Camere, quello sul pluralismo del sistema radiotelevisivo e dell’informazione. Allora era un tema cruciale, per la qualità della nostra democrazia. Il Parlamento non lo raccolse, e da allora non si è fatto niente. Oggi, e basta guardare la televisione per rendersene conto, quel tema è ancora più grave. Una vera e propria emergenza».

Ma in tanto buio, secondo Ciampi c’è anche qualche spiraglio di luce. Per esempio l’appello lanciato su Repubblica da Roberto Saviano, che chiede al premier di ritirare la legge sull’abbreviazione dei processi, la «norma del privilegio». «Io - commenta il presidente emerito della Repubblica - per il ruolo che ho ricoperto non uso firmare appelli. Ma condivido dalla prima all’ultima riga quello di Saviano. Risponde a uno dei principi che mi hanno guidato per tutta la vita. E il fatto che abbia ottenuto così tante adesioni rappresenta una speranza, soprattutto per i giovani. È il vecchio motto dei fratelli Rosselli: non mollare. Loro pagarono con la vita la fedeltà a questo principio. Qui ed ora, in Italia, non c’è in gioco la vita delle persone. Ma ci sono i valori per i quali abbiamo combattuto e nei quali abbiamo creduto. In ballo c’è la buona democrazia: credetemi, è abbastanza per non mollare».

Il Comune di Udine ha deciso di provocare un caso politico e apre una battaglia contro la legge 11 novembre 2009, n. 19 “Codice dell'edilizia regionale”.

In un convegno tenuto il 20 novembre il sindaco Furio Honsell e l’assessore comunale alla pianificazione territoriale Mariagrazia Santoro hanno lanciato una sfida alla maggioranza di destra al comando della Regione sostenendo l’incostituzionalità della legge regionale nelle parti in cui costituisce l’interpretazione dell'intesa del 31 marzo 2009 tra Governo, Regioni e alcuni rappresentanti degli Enti locali, ormai nota come "piano casa".

Al convegno sono intervenuti anche Andrea Baldanza magistrato della Corte dei Conti Sez. Abruzzo e componente del Comitato scientifico dell’Istituto per la Finanza e l'Economia Locale; Paola Di Biagi, ordinario di Urbanistica all’Università di Trieste; Fabio Refrigeri, Vice coordinatore nazionale dell’ANCI e Sindaco di Poggio Mirteto (Ri); Roberto Tricarico, assessore all’ambiente, alle politiche per la casa e al verde del Comune di Torino.

La legge regionale è strutturata in due parti. Una è quella che dà il nome alla stessa e costituisce - nelle originarie intenzioni del legislatore regionale - la cornice ordinamentale unitaria e organica a cui fare riferimento per la disciplina dell'attività edilizia. L’altra parte è il "piano casa" del Friuli Venezia Giulia, pacchetto che si è aggiunto nel corso dell’iter della legge che ha mosso i primi passi sul finire del 2008.

Il Comune di Udine concentra il fuoco dell’attenzione su alcuni aspetti della legge regionale, in particolare verso il Capo VII, articoli 57, 58, 59 e 60, che detta “Disposizioni straordinarie per la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente”.

Le disposizioni di legge prevedono espresse deroghe agli strumenti urbanistici vincolanti per i comuni, i quali si vedono sottratti qualsivoglia valutazione di congruità urbanistica, edilizia, paesaggistica e ambientale.

Un primo rilievo sollevato sta nel fatto che la legge estromettendo il comune nella gestione del territorio, gli nega la garanzia del principio di sussidiarietà sancito dagli articoli 114 e 118 della Costituzione.

Altro appunto viene mosso partendo dalla considerazione che l’intesa sancisce che le leggi regionali devono “… c) introdurre forme semplificate e celeri per l'attuazione degli interventi edilizi di cui alla lettera a) e b) in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale”. La legge regionale, invece, non tiene pressoché conto della pianificazione comunale dato che da essa deroga, discostandosi così dall’intesa.

Ulteriore rilievo che il Comune muove in ordine all’espropriazione di competenze in capo ai comuni, sta nella stessa legge urbanistica regionale 5/2007, il cui art. 3 espressamente riconosce che “La funzione della pianificazione territoriale è del Comune che la esercita nel rispetto dei principi di adeguatezza, interesse regionale e sussidiarietà…”.

La stessa legge 19/2009, nella parte ordinamentale costituente il codice dell’edilizia, riconosce al comune l’ente preposto al governo del territorio e al rilascio dei titoli abilitativi in conformità agli strumenti urbanistici.

Secondo il Comune di Udine, dunque, esiste nel corpo legislativo regionale un nucleo consolidato di competenze in materia di edilizia e urbanistica in capo ai comuni che costituisce un limite alla discrezionalità del legislatore regionale nelle materie individuate dall’art. 4 dello Statuto Regionale (legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1).

Inoltre secondo il Comune di Udine le attribuzioni riconosciute statutariamente alla regione trovano il proprio limite nell’art. 5 della Costituzione che garantisce il principio di autonomia degli enti locali ed il cui rispetto investe anche quelle a statuto speciale.

Alla luce di queste valutazioni il Comune di Udine chiede alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di promuovere giudizio di legittimità costituzionale contro il Capo VII, articoli 57, 58, 59 e 60, della LR n. 19/2009, per violazione dell’art. 4 della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1 e degli articoli 3 e 5 della Costituzione.

Se queste sono le ragioni di natura giuridica sulle quali il Comune di Udine ha impostato la propria battaglia, ricercando alleati nel mondo delle autonomie locali della regione, ulteriori sono poi le ragioni urbanistiche che preoccupano seriamente il Comune.

Anche se il Comune di Udine non muove una critica radicale all’intesa nazionale, per quanto l’assessore comunale abbia sottolineato che il rilancio dell’economia non passa necessariamente solo ed esclusivamente attraverso l’assorbimento di risorse nel settore delle costruzioni, sono però forti le critiche che rivolge all’impostazione della legge regionale.

Innanzitutto per quanto riguarda l’enorme durata: le deroghe ai piani urbanistici trovano applicazione per gli interventi edilizi che abbiano inizio entro cinque anni dall’entrata in vigore della legge, tempo ben maggiore rispetto ai 18 mesi contenuti nell’intesa e pure nella stragrande parte delle altre leggi regionali.

Altro punto sostanziale è che la legge regionale, a differenza di molte altre (Toscana, Veneto, Lombardia, Puglia, ecc.), esclude i comuni dal determinare se e in quali situazioni, in quali parti della città e del territorio, sulla base di valutazioni di sostenibilità urbanistica, paesaggistica e ambientale, le deroghe non possono trovare applicazione applicazione.

Per il Comune questo lede alle fondamenta il principio della pianificazione, fa diventare del tutto aleatoria e velleitaria ogni qualsivoglia volontà di pianificare la città e il territorio ed è tale da depotenziare il piano regolatore. Non a caso il Comune di Udine si chiede, retoricamente, se la legge regionale non abbia come obiettivo reale quello di eliminare la pianificazione urbana e territoriale.

Secondo il Comune questa impostazione scardina la politica urbanistica dei comuni, lasciandoli in una situazione di perenne balia e indeterminatezza programmatica. L’effetto sulla città, poi, sarà quello di privarla della qualità insediativa che non si misura solamente sulle quantità degli standard urbanistici o sull’azzonamento.

Il Comune ha inoltre stigmatizzato altri aspetti negativi che caratterizzano l’impostazione politica, culturale e progettuale del “piano casa” regionale.

La legge regionale produrrà effetti dirompenti sulla qualità delle parti della città esistente al di fuori dal nucleo storico centrale, ma anche nelle realtà urbane minori dove pure i piccoli incrementi volumetrici possono determinare effetti rilevanti sulla qualità, sulla riconoscibilità dei luoghi, spesso esprimenti una propria peculiarità e singolarità.

Il taglio della legge risponde anche ad una visione della città obsoleta separata in parti divise nella zonizzazione funzionale, laddove le zone A e simili costituiscono quelle e solo quelle meritevoli di una qualche attenzione, tali da essere escluse dall’applicazione delle norme in deroga dal piano regolatore.

Al di fuori di questa parte “nobile” della città, secondo il “piano casa” regionale, c’è il resto, il “brodo primordiale urbano” dove tutto è ammissibile, senza alcuna regola e governo pubblico. E sono proprio queste parti dell’organismo urbano, dove la legge esprime la sua banale e semplicistica indifferenza alla qualità spaziale, edilizia ed insediativa, nelle quali gli spazi vuoti possono essere sempre e comunque riempiti dai metri cubi dove non esiste alcuna idea di riqualificazione urbana.

In quest’ottica lo spazio pubblico è del tutto residuale e ininfluente a determinare la qualità della città (l’art. 58, 2° comma, lett. b) della legge costituisce una perla di rara anarchia incivile, del tutto ingovernabile) ed è trattato come mero standard quantitativo con uan visione ragionieristica.

Neppure lontanamente sfiora l’idea del legislatore che la vita delle persone in una città non avviene sulla base dell’azzonamento funzionale, ma della mixitè delle attività, delle relazioni fisiche, sociali, spaziali, dei rapporti morfologici e tipologici del costruito e no, di tutto ciò che è esterno all’abitazione. Togliendo al comune la potestà di pianificare il “brodo primordiale urbano” nell’interesse pubblico e generale, gli stessi beni comuni (la città dei cittadini, degli interessi comuni) vengono disconosciuti. Il modello è quello di una città sommatoria di individui chiusi nella propria casa.

Della bellezza, dell’accoglienza e dell’attrazione dello spazio urbano non c’è proprio traccia, né poteva esserci quando una legge è centrata esclusivamente sulle quantità edificabili e non sulla qualità urbana e insediativa, determinante per elevare la qualità dell’abitare e del vivere.

E non vale, è stato sottolineato, l’ipotesi di interpretare la legge come un tentativo di densificare il tessuto urbano consolidato, per contrastare la diffusione insediativa.

L’impronta ideologica della legge è molto forte ed è tutta incentrata sull’interesse piccolo e individuale del singolo. Ogni visione complessa della società e della città è totalmente assente, ridotta a semplificazione che denota anche una grande assenza di conoscenza.

Il Comune ha sottolineato che la legge esprime una forte povertà culturale e progettuale, del tutto estranea alla cultura urbanistica.

La Broni-Mortara e il Business Park le prossime ferite all’antico tessuto di marcite e risaie della Bassa I comitati in rivolta e i municipi provano a ripensare l’espansione, ma forse è troppo tardi

Tangenziali, villette, logistica: ogni anno si perdono in media 13 metri quadrati di terreno agricolo pro capite

A Lodi e Pavia, dove l’industria sta diventando un lontano ricordo e si devono fare i conti quotidiani con i posti di lavoro persi, si sta rischiando di svendere il territorio. Autostrade, centri commerciali, lunghe file di capannoni, poli logistici. E poi case, ville, villette a schiera, se possibile condomini e uffici stanno prendendo il posto di campi, prati, coltivazioni, marcite. In cerca di un’anima, le due province sorelle non hanno ancora capito quale sia la loro strada.

Pavia ha la prospettiva, in teoria già nel 2013, di un altro, lunghissimo, nastro di asfalto che porterà tir, smog, campagne devastate. O almeno così vedono gli ambientalisti il progetto ormai approvato dell’autostrada Broni-Pavia-Mortara.

L’altro, di incubo, era quello dei 250mila metri quadrati di territorio consumato, 90mila di superficie edificata, del centro commerciale (il più grande d’Europa si diceva) che la multinazionale Sonae avrebbe voluto costruire a Borgarello, a due passi dal monumento della Certosa di Pavia. Una ferita, ma migliaia di posti di lavoro potenziali in un territorio con una cassa integrazione a quota più 400 per cento. Se Pavia piange, Lodi non ride con una cassa in salita del 350 per cento. Eppure, è solo di qualche mese fa il ricorso al Tar contro la variante urbanistica per la realizzazione del Business Park, progetto che consumerebbe quasi 400mila metri quadrati di terreno agricolo tra Lodi e San Martino in Strada.

Pavia e Lodi del resto condividono, secondo una ricerca del Politecnico di Milano, il record di consumo di territorio agricolo pro capite: 13,4 metri quadrati all’anno per abitante a Pavia, prima in Lombardia, e 10,1 a Lodi, terza e preceduta solo da Mantova (13,1), con una media regionale di 4,7 metri quadrati. E nel Lodigiano come nel Pavese (che però ha realtà diverse con Lomellina e Oltrepo) non si tratta soltanto di autostrade, centri commerciali e logistica, ma anche delle scelte fatte da molti sindaci. Scrive lo storico Giorgio Boatti: «Ogni Comune si fa puntiglio di estendere le zone urbanizzate, di consentire voraci lottizzazioni, di far nascere nel tempo più breve interi quartieri: il risultato è che vi sono settori cittadini, a Pavia, e paesi, nei dintorni del capoluogo, che nel giro del prossimo quinquennio aspirano ad avere il trenta, cinquanta per cento di popolazione in più. Con tutti i conseguenti squilibri che ne deriveranno».

E basta andare nella zona "calda" tra Pavese, sud Milano e Lodi, per scoprire che alcuni di questi paesi stanno perdendo la loro identità: case su case, villette a schiera, piccoli centri per la logistica, supermercati, e poi mini tangenziali per far arrivare residenti e clienti. Parcheggi enormi. Anche i Comuni e le Province, che pure hanno autorizzato e ancora vorrebbero autorizzare espansioni e cemento, provano a tirare il freno. Tant’è che proprio il sindaco di Lodi, Lorenzo Guerini, presentando il Piano di governo del territorio, aveva sottolineato come gli obiettivi del Pgt «si collocano all’interno di una scelta precisa, quella volta a limitare il consumo del suolo», che «sarà comunque pressoché integralmente legato a trasformazioni per gli ambiti produttivi mentre per le trasformazione residenziali verranno privilegiati ambiti relativi ad aree dismesse».

Eppure, viaggiando lungo queste due province, i cantieri ormai non si contano più, e leggendo i vecchi piani regolatori o le varianti appena approvate, si registra come la voglia di mattone, e di consumo di territorio, sia infinita. Lo si scopre in una cittadina qual è Voghera, 40mila abitanti, che si lecca le ferite della deindustrializzazione, che fa i conti con le decine di casse integrazione e che poi con il "Parco Baratta", approva una lottizzazione da un migliaio di appartamenti per circa quasi tremila nuovi abitanti. D’altro canto, dove fuggono via le industrie e dove il terziario avanzato non decolla, non resta molto per offrire lavoro. Il business dei rifiuti, per dirne una: e così a Senna Lodigiana il comitato "Per continuare a vivere" si rivolge al ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo perché blocchi l’arrivo della discarica da un 1,5 milioni di metri cubi di capienza in località Bellaguarda. Mentre a Casei Gerola, morto lo zuccherificio dell’Italia Zuccheri che occupò oltre 150 dipendenti, dopo la bonifica (altro business) si pensa a un outlet del prodotto tipico con annesso centro commerciale. A due passi dal casello autostradale della Milano-Genova. Strade e centri commerciali. Il futuro, a Pavia e Lodi, è davvero solo questo?

"Svendono i terreni per far quadrare i conti"

intervista all’urbanista Cristina Treu



Maria Cristina Treu insegna Progettazione urbanistica al Politecnico di Milano. Conosce a fondo i piani territoriali di Comuni e Province come Pavia e Lodi. E dice: «La svendita del territorio e il consumo del suolo non sono solo la reazione alla deindustrializzazione, sono una sorta di autodifesa da parte dei Comuni, di istinto di sopravvivenza contabile».

Che cosa intende dire?

«Gli oneri delle lottizzazioni di case e terziario servono ai Comuni per le spese ordinarie, per tirare avanti e far quadrare i bilanci, in particolare ora che è stata abolita l’Ici. In Lombardia ci sono 1.547 Comuni, il 94 per cento dei quali ha meno di 5mila abitanti, e proprio questi hanno fatto registrare il maggiore aumento della popolazione dal 2001 a oggi».

È una soluzione per non aumentare le tasse.

«Abbiamo fatto uno studio recentissimo. Ci dice che su una lottizzazione di circa 20mila metri quadrati, mediamente, in gettito di contributi diretti o in opere, un’amministrazione è in grado di garantirsi la sopravvivenza per 5 anni, ossia la durata del mandato di un sindaco. E sa cosa ci restano dopo i 5 anni? I costi di manutenzione. E c’è un problema in più».

Un altro?

«Gran parte delle opere a scomputo oneri sono strade e rotatorie, che non solo costano per la manutenzione ma che se non curate a dovere diventano anche un pericolo. I dati ci dicono che la maggiore incidentalità non è sulle grandi arterie, ma sulla piccola rete viaria di competenza di Province e Comuni».

C’è qualche soluzione praticabile?

«Penso che, invece di abolire le Province, che per zone come Pavia e Lodi non sono enti inutili, sarebbe il caso di unire i Comuni. In Provincia di Lodi, per dirne una, c’è Maccastorna, che ha 45 abitanti. Ha un senso?».

Lungaggini burocratiche e ipoteche dal valore esorbitante. Ecco perché, grazie a un emendamento alla Finanziaria, i beni confiscati alla Mafia ora rischiano di tornare nella disponibilità di Cosa Nostra.

C’è chi dice si estenda per 150 ettari e chi ne aggiunge altri 90 del terreno confinante. Si trova vicino a Polizzi Generosa, Palermo, Sicilia. Michele Greco, il «Papa» di Cosa nostra, lo acquistò dalla società Sat: un colpaccio perché quel feudo era il simbolo, l’ennesimo, dello strapotere del boss dei boss. C’era un’ipoteca, importante, e la questione andava risolta. Subito. La pratica fu seguita direttamente dal clan dei Croceverde che chiamarono i Salvo e detto fatto ne ottennero in quindici giorni la sospensione, con decreto del ministero delle Finanze. Poi, quando il «Papa» fu arrestato, il potere temporale sui suoi beni andò a farsi benedire e Verbuncaudo fu confiscato. E assegnato al Comune di Polizzi nel 2007, che lo accettò a patto che venisse destinato ad un’associazione impegnata nel sociale. Si individuò la Cooperativa «Placido Rizzotto Libera Terra», ma ecco che rispunta l’ipoteca. La cooperativa non può pagarla, il Comune neanche. Verbuncaudo rischia di essere venduto, malgrado sia stato assegnato perché mancano i soldi per l’ipoteca. C’è già chi è pronto ad acquistarlo, gente potente. Si tratta dei familiari di Greco. Sono cinque anni che fanno pressione con i loro avvocati.

Ma se alla Camera non viene cassato l’emendamento alla Finanziaria votato al Senato - presentato da Maurizio Saia, (ex An) quello che Gianfranco Fini definì «un imbecille», quando accusò di lesbismo Rosy Bindi ministro della Famiglia - sono 3213 i beni confiscati alla malavita e non ancora assegnati che rischiano di finire sul mercato. Le cosche sono pronte. Perché rimettere le mani su quella «robba» attraverso prestanome è facile, e perché farlo equivale a confermare che i tentacoli si spezzano ma sono pronti a ricrescere. E dove non arrivano le casse dello Stato e degli enti locali arrivano quelle di Cosa nostra.

RICORDATE ENRICO NICOLETTI?

Il «cassiere» dellaBanda della Magliana, Enrico Nicoletti, aMonte San Giovanni, nel Frusinate, possedeva un fabbricato a cui tiene ancora parecchio. È la casa natale dei genitori, legami affettivi che non si spezzano mai. Anche quello potrebbe tornare sul mercato. Idem per l’azienda bufalina con terreno, 8 ettari e oltre 2000 capi di bestiame fino al 2005, a Selvalunga, nel Grazzanise, dove Walter e Francesco Schiavone (Sandokan, boss dei Casalesi)hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Don Luigi Ciotti ha l’elenco pronto di tutti gli immobili. «a rischio»: li venderà simbolicamente martedì mattina a Roma alle ore 11 presso la Bottega della legalità «Pio La Torre» in via dei Prefetti 23. Batterà lui stesso l’asta, perché a volte devi ricorrere a questi gesti simbolici se vuoi scuotere coscienze che basta troppo poco per riaddormentarle. Saia con il suo emendamento al Senato ha fatto sì che se passano 90 giorni dalla confisca senza assegnazione tutto torna sul mercato. «Con l’approvazione di questo emendamento è tradito l’impegno assunto con il milione di cittadini che nel ’96 firmarono la proposta di legge sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia - dice Don Ciotti -. Se la Camera confermasse la decisione di vendere all’asta gli immobili sarebbe enorme il rischio di restituirli alle stesse organizzazioni criminali». Virginio Rognoni, cofirmatario della legge Rognoni-La Torre è incredulo: «Venderli è una sconfitta per lo Stato, l’emendamento è un atto molto grave che non ha giustificazioni ».

Nella sua relazione presentata al governo nel novembre 2008 il commissario straordinario, Antonio Maruccia, magistrato di Cassazione, diceva, tra l’altro: «Le proposte conclusive del Cnel si sono concentrate, avuto riguardo alla destinazione dei beni, nella indicazione della necessità di vietare la vendita dei beni, per evitare che possano essere nuovamente acquistati, tramite prestanomi, dagli stessi soggetti a cui sono stati sottratti». Inoltre, il Cnel, nelle «osservazioni e proposte » del 29 marzo 2007 ribadiva la necessità di «affidare a una nuova struttura, specializzata ed avente solo tale funzione, il compito di gestire il transito dei beni dalla confisca alla collettività, dotando la stessa di poteri, finanziamenti e personale tecnico e specialistico necessario ». Stesse conclusioni nella Relazione approvata all’unanimità dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie nel novembre 2007, relatore Giuseppe Lumia, che si occupò proprio dei beni confiscati. Si legge: «Il punto critico attiene proprio alla particolare origine dei beni, che sono divenuti demaniali per effetto dell’azione di prevenzione; tale origine determina la continua pressione della criminalità destinataria dei provvedimenti, tesa al recupero dei beni o, quantomeno, a renderli inutilizzabili, in un’ottica che suona come aperta sfida alle istituzioni incaricate di affermare la sovranità delle ragioni democratiche ». Per questo, secondo la Commissione, è necessario non far rientrare la gestione e la destinazione di quei beni alle competenze generali dell’Agenzia del Demanio. Sarebbe molto più indicata un’ Agenzia centrale, ribadisce il documento, anche sulla base di tutte le audizioni effettuate durante l’indagine. Ma l’Agenzia centrale non è mai nata. L’emendamento, invece, sta lì, in attesa di essere definitivamente licenziato alla Camera.

Le 5 cooperative modello

sui terreni della malavita

È grazie alla legge 109 del ’96, quella di iniziativa popolare che prevede l’utilizzo dei beni confiscati per fini sociali, che sono nate realtà come quella delle5 cooperative Libere Terre che oggi operano in Puglia, Sicilia e Calabria. Ci lavorano il 30% di soggetti svantaggiati, i nomi delle cooperative, in alcuni casi, ricordano le vittime della malavita. Come la «Placido Rizzotto», il sindacalista ucciso dalla mafia nel 1948, o la «Pio La Torre», massacrato nell’ 82. Le 5 cooperative sociali hanno un capitale sociale di 279.301 euro, un patrimonio netto di quasi 1milione 400 mila euro e un fatturato che supera i tre e mezzo. Ci lavorano 103 persone. Racconta Alessandro Leo, di Terre di Puglia: «Diamo lavoro a 30 persone, in maniera stabile, oltre agli stagionali durante il periodo della raccolta. L’impatto sul territorio è incisivo, facciamo regolari contratti. Sembra normale detta così, ma qui in Puglia per le persone non è normale lavorare in regola anche se per brevi periodi». La cooperativa è nata nel 2008, grazie a giovani pugliesi che hanno deciso di lavorare per il riutilizzo dei beni confiscati alla Sacra Corona Unita, la «quarta mafia», «che sembra domata ma non dorme», dicono a «Terre di Puglia». Non dorme perché restano gli affari criminali. È tutto qui il significato della restituzione alla società dei beni confiscati alle cosche assume un valore fondamentale: «Ci aiuta ad affermare un’idea di cooperazione sociale che vince nella legalità, nella qualità e nella sostenibilità ». dice Leo. Per questo dicono no all’emendamento Saia. M. Z.

Il tesoro

che fa gola alla malavita

Grazie al lavoro svolto dal Commissario Straordinario reintrodotto dal governo Prodi nel 2007 dopo che Berlusconi lo aveva eliminato nel2003,è stato fatto un enorme lavoro. Si stima che il valore dei beni confiscati e destinati si aggiri intorno ai 725 milioni di euro, 225 dei quali risalgono agli ultimi 18 mesi,contro i 500dei dodici anni precedenti. I beni immobili confiscati sono 8.933: di questi 5407 sono stati destinati allo Stato e agli enti locali per fini sociali, come prevede la legge. 313 sono usciti dalla gestione del Demanio per vari motivi, mentre 3213 sono ancora da destinare. Secondo l’emendamento alla Finanziaria se nonvengono assegnati entro 90 giorni (che possono diventare 180 in caso di operazioni molto complesse), sono destinati alla vendita. Alla vendita provvede il dirigente dell’ufficio territoriale dell’Agenzia del Demanio.

Il “papello”

In due punti Riina chiedeva

«basta sequestri di beni»

In ben due punti il «papello», cioè la lista di richiesteche Totò Riina avrebbe inviato allo Stato per proporreunatreguadopola strage di Capaci, faceva riferimento alla legge Rognoni La Torre e quindi al sequestro dei beni di mafia. Esattamente al punto 3 compare, in modo esplicito, la richiesta di operare una «revisione della legge Rognoni La Torre». Il concetto viene ribadito, in modo specifico e articolato, al punto 10. La frase di Riina è:«misureprevenzione - sequestro non familiari». La formulazione è un po’ oscura ma il concetto, a giudizio degli analisti, è sufficientemente chiaro. Quel «non familiari» che segue la parola «sequestro» sta a significare che le misure della Legge Rognoni La Torre avrebbero dovuto colpire solo i beni strettamente riconducibili al boss ma non quelli dei suoi familiari. Ecco la «riforma» che Cosa Nostra desiderava.

Caro eddyburg, so che seguite con attenzione le vicende del dopo-terremoto e quindi vorrei esporre ai vostri frequentatori una mia preoccupazione. Non mi stupisce che si respiri un clima di consenso bipartisan intorno alla nomina dell'architetto Gaetano Fontana a capo della Struttura tecnica di missione che ha l’obiettivo di sovrintendere la ricostruzione dell’Aquila. Dopotutto la deregulation urbanistica, cioè la mano libera alla speculazione, è stata bipartisan in Abruzzo come in tutta Italia.

Che Fontana entusiasmi Chiodi come ieri Del Turco e D'Alfonso è la dimostrazione di quanto poco alternativi tra di loro siano PD e PDL e di quanto siano trasversali i poteri reali in questo paese.

Mi capiterà per l'ennesima volta di essere la voce fuori dal coro, ma che venga scelto per coordinare la ricostruzione il direttore generale dell’Associazione nazionale dei costruttori mi sembra scelta assai discutibile, segno inequivocabile della subalternità della politica agli interessi non certo collettivi dei signori del mattone. Non conosco personalmente Fontana e non ne metto in dubbio le competenze tecniche che saranno sicuramente eccellenti vista la lunga carriera nel ministero dei lavori pubblici, poi ribattezzato delle infrastrutture.

Negli anni ‘90 Fontana diventa segretario della Dicoter (direzione del coordinamento territoriale). In questo periodo inventa il grimaldello che ha distrutto l’urbanistica in Italia. In primo luogo sostituisce ai piani urbanistici i "progetti di intervento". C’è un evidente cambio di scala tra le vecchie categorie di intervento e quelle da lui inventate (programmi di recupero urbano, programmi di riqualificazione, Prusst): esse sono infatti ritagliate sull’iniziativa dei proprietari e non piè sulla dimensione urbana piè´ coerente. Ma il suo capolavoro è la parte procedurale. Alla variante urbanistica che consentiva comunque di poter intervenire ai consigli comunali viene sostituito l’istituto dell’accordo di programma con cui, una volta approvato il progetto edilizio, si va automaticamente in variante di piano. L’accordo di programma è sottoscritto tra il sindaco e la proprietà immobiliare: il consiglio comunale viene chiamato soltanto a ratificarlo (senza dunque poter intervenire nel merito) soltanto dopo la sottoscrizione. La democrazia cancellata e l’urbanistica abolita, dunque. Proprio per questi meriti conseguiti sul campo, nel 2008 lascia la pubblica amministrazione per andare a ricoprire il ruolo di direttore generale dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance). Dal pubblico al privato come nelle porte girevoli degli alberghi. Ora l'inventore degli accordi di programma e della deregulation urbanistica viene chiamato a supervisionare la ricostruzione. E' surreale che venga chiamato a vigilare sulla torta della ricostruzione il direttore generale dell'associazione nazionale costruttori? Capisco che in Italia il conflitto d'interessi non sia di casa, ma non era meglio individuare un urbanista specializzato in centri storici?

Condivido in pieno le perplessità, con una sola precisazione. L’istituto dell’accordo di programma fu introdotto come norma generale da Franco Bassanini, e Fointana si è “limitato” a estenderlo ampiamente a tutta l’area dell’urbanistica. Per il resto, ciò che a me sembra la cosa più grave è che su entrambi i fronti dello schieramento politico si sia perso il senso della distinzione tra pubblico e privato, e ci si accodi così tranquillamente sugli interessi economici. E proprio su quegli interessi che hanno condotto, e conducono ancora, alla devastazione del territorio.

Poggio Imperiale, cede la collina

crollo nel cantiere delle case di lusso

di Maria Cristina Carratù

Erano le due di giovedì notte quando gli abitanti di via Benedetto Castelli, elegante strada alberata che unisce via Senese a via del Gelsomino, fra S.Gaggio e Poggio Imperiale, si sono svegliati di soprassalto. Strani schianti provenivano dal cantiere aperto da mesi dietro le loro case. E’ bastato aguzzare gli occhi per capire. La collina stava franando dentro il cantiere.Subito sono partite le chiamate a carabinieri e alla polizia: «Correte, qui sta crollando tutto». E di cosa si trattasse si è visto bene alla luce del giorno: il muro di contenimento di cemento armato che delimita l’enorme scavo del cantiere dove dovranno sorgere appartamenti e garage interrati, costruito proprio per impedire il cedimento della strada e di un pezzo di collina, era venuto giù. Piegato in due come un pezzo di Lego, mentre blocchi di sassi e terra continuavano a cadere, rendendo difficile l’intervento degli operai che tentavano di contenerlo.

In poche ore sul posto sono arrivati i vigili urbani, i tecnici comunali di Urbanistica e Edilizia, della Asl e di Publiacqua, del Genio civile e dei Vigili del Fuoco. E il verdetto è arrivato subito: immediata chiusura al traffico, anche pedonale, di un lungo tratto di via Castelli (ora senza sfondo e accessibile solo da via Senese), seguita da una intimazione dello «stato di pericolo» all’impresa, la Pinzani costruzioni di Prato, da parte della Direzione urbanistica, con obbligo di sospensione immediata dei lavori e messa in sicurezza del cantiere. L’attività, insomma, potrà riprendere solo dopo che il cedimento sarà stato arginato, e che saranno state realizzate tutte le opere necessarie per garantire la stabilità dell’area. E si sta anche valutando se impedire la prosecuzione dei lavori nel caso in cui si verificasse un rischio per la «pubblica incolumità».

Un dramma annunciato, denunciano gli abitanti della zona, che con lettere e petizioni da mesi avevano avvertito del pericolo incombente su una delle zone più pregiate della città. Da quando, dopo che nel gennaio di quest’anno (ufficialmente, in realtà già nell’agosto del 2008) era stata abbattuta in due giorni la bella villa con parco degli anni ‘50 di proprietà della famiglia Gucci (poi venduta alla Edilborg srl di Prato), ed era comparso il cartello di un cantiere. Al posto della villa, si era capito ben presto, sarebbe sorto un complesso extralusso di miniappartamenti (prima 12, poi 14, bilocali di un massimo di 35 metri quadrati l’uno), più un’enorme autorimessa sotterranea di 17 box, con microgiardinetti singoli al posto del parco.

«Una lottizzazione selvaggia» secondo gli abitanti, che hanno subito cominciato a subire gli effetti dei pesanti lavori in corso (vedi articolo qui sotto) e da mesi cercano di farsi ascoltare da qualcuno, a cominciare dl Comune, senza alcun risultato. Preoccupati del grave «pericolo ambientale» che sta correndo la loro zona, «una delle ultime dove si può ancora fare una passeggiata fra gli alberi», come hanno scritto nelle loro petizioni, mentre dall’altra parte della collina di Poggio Imperiale, su via del Gelsomino, un grande parcheggio sotterraneo di 89 box, in via di realizzazione ad opera della You Park, ha già comportato un grosso sbanco di terreno. Un’opera, in realtà, secondo il costruttore Claudio Sabatini, che «stabilizzerà una collina friabile, rendendola più sicura». Ma una friabilità, appunto, che sul fronte di via Castelli avrebbe dovuto consigliare la massima prudenza a chi ha fornito tutte le autorizzazioni. E intanto, in tarda serata, un ulteriore sopralluogo di tecnici del Comune e del Genio Civile ha portato a una serie di interrogativi: il cemento armato del muro di contenimento che ha ceduto era adatto a quella funzione? E corrisponde al campione di materiale depositato (per legge) al Genio Civile? O la colpa del cedimento , come sostiene l’impresa, è colpa delle infiltrazioni d’acqua della collina?

Nella zona un coro di proteste

"Il Comune non ha mai risposto"

«Mi è crollato il muro di cinta e i vigili del fuoco mi hanno impedito di uscire in giardino» racconta Enrico Ieri, che abita al numero 19, ora in mano a un avvocato. Aldo Grechi viene qui col cane: «Da mesi avevo notato una crepa sempre più larga sulla strada, possibile che nessuno la vedesse?». «Ho telefonato all’impresa un mese fa, lo scavo aveva portato via tutte le radici degli alberi lungo la strada, era ovvio che il terreno avrebbe ceduto» protesta Silvia Maria Prampolini. E’ un coro di proteste quello che si leva da via Benedetto Castelli il giorno del crollo «previsto, annunciato, certo» come dice Ieri. Che ha ancora qualcosa da raccontare: un pozzo, uno dei tanti di una zona piena di falde acquifere, «e dove tutti sanno da sempre che le case sono instabili perché il terreno è friabile», è stato appena tappato col cemento «e vorrei sapere dove andrà a finire, ora, quell’acqua». Vittorio Ciardi, che abita al numero 29, ha chiesto più volte un incontro in Palazzo Vecchio a nome dei residenti: «Ma non ho mai avuto risposta». I proprietari di una villa in via Magalotti hanno puntellato il fianco della collina per paura di una frana. Ed ad alto rischio è soprattutto la villa della famiglia Marovelli, a strapiombo sullo scavo, e con tre grandi cipressi mezzi secchi per mancanza di terra che potrebbero crollare sui tetti circostanti. Adesso, dicono tutti, «si spera solo che non si metta a piovere». E che l’acqua, penetrando in un terreno così disastrato, non riempia l’enorme scavo di migliaia di metri cubi di fango pronti a riversarsi sulle case. (m.c.c.)

Una strada con vincolo paesaggistico

ma la sostituzione edilizia è consentita

di Franca Selvatici

Via Benedetto Castelli, con il suo andamento sinuoso, si estende fra San Gaggio e Poggio Imperiale, ed è stata disegnata dal Poggi. La zona è magnifica e sottoposta a vincolo paesaggistico, ma nel piano regolatore è classificata come sottozona B1 ("edificato saturo") nella quale è consentita la sostituzione edilizia senza vincoli. Così è stato possibile demolire una villa costruita agli inizi degli anni Sessanta per sostituirla con tre corpi di fabbrica quadrifamiliari, per un totale di dodici bilocali di 35 mq, tutti su due piani. E’ stato possibile prevedere non soltanto un piano seminterrato per ogni corpo di fabbrica ma anche un piano totalmente interrato, fuori sagoma rispetto ai terratetto, adibito ad autorimessa per 15 veicoli. Ed è stato consentito di tagliare alberi, con l’impegno di piantarne altri.

La società Edilborg di Prato, amministrata da una signora di 71 anni e partecipata dalla Immobiliare Roll di Lorenzo Marchi, ha presentato il progetto di «sostituzione edilizia» firmato dagli architetti Alberto Ortona e Eugenio Bosi il 18 settembre 2006. L’iter del procedimento, di cui era responsabile il geometra Emanuele Crocetti (coinvolto nell’inchiesta sulla Quadra Progetti), è stato piuttosto laborioso. Il Comune fece una serie di obiezioni sui vani scale, sulle altezze e anche sugli scavi, che sembravano troppo pesanti. Ma infine, l’11 agosto 2008, gli uffici dell’edilizia privata rilasciarono il permesso di costruire. La firma sull’atto è dell’architetto Laura Achenza (anch’essa coinvolta nell’inchiesta Quadra). Sono seguite a stretto giro puntuali richieste di variante per ampliare l’intervento: la prima, assentita il 23 luglio 2009, porterebbe a 14 gli appartamenti; la seconda, presentata il 22 settembre scorso, è in istruttoria.

Fra le prescrizioni indicate nel permesso di costruire ve ne è una che alla luce di quanto è accaduto appare cruciale: «Siano rispettate tutte le prescrizioni operative indicate nella relazione geologica». Che in verità appariva abbastanza rassicurante. Niente vincolo idrogeologico. Niente pericolosità idraulica. Pericolosità moderata o media «da processi geomorfologici di versante e da frana». «I sopralluoghi effettuati non hanno evidenziato segni di instabilità in atto o quesciente né fenomeni erosivi in atto». Il geologo, peraltro, raccomandava in fase di progettazione esecutiva una campagna geognostica e tutta un’altra serie di accertamenti, in particolare per individuare «eventuale presenza di acqua a quote che potrebbero interferire con gli scavi o con i piani di fondazione». Ora bisogna capire se questi accertamenti siano stati fatti e se, nel realizzare il vasto scavo, sia stato tenuto conto del fatto che lo strato superficiale dell’intera collina è costituito dai materiali instabili risultanti dalla costruzione, oltre cento anni fa, di via Castelli, e sparsi su tutta l’area.

Podestà stoppa il Metrobosco "Progetto da ripensare"



Anche su Internet oggi non se ne sa più nulla, il sito è stato oscurato e chi volesse notizie non le trova. Metrobosco, una cintura verde attorno alla metropoli, un anello continuo di oltre 30mila ettari che coinvolgeva i Comuni dell’hinterland con l’obiettivo di piantare tre milioni di nuovi alberi in dieci anni, è stato uno dei progetti più ambiziosi della Provincia quando a governare era Penati. Iniziato nel 2006, «ha già portato alla piantumazione di 300mila alberi e 190mila erano in programma nel 2009» dicono dal laboratorio Multiplicity.lab del Politecnico, coordinato dall’architetto Stefano Boeri, che ha curato il progetto. Ma passata la gestione della Provincia al Pdl con le ultime amministrative, Metrobosco si è fermato. E ora Palazzo Isimbardi, dove il presidente Guido Podestà ha tenuto la delega sull’Ambiente, sta rivedendo la politica di forestazione. «Non intendiamo spegnere Metrobosco - chiarisce Podestà - ma integrarlo con un progetto più ampio».

Non si vuole più agire con una frammentazione di interventi e solo in alcune aree, ma è allo studio «una forestazione di più ampio respiro in modo da dare le stesse opportunità a tutto il territorio e coinvolgere i 139 comuni provinciali». «Ho chiesto un incontro con Podestà più di un mese fa - spiega Stefano Boeri - e spero che il progetto Metrobosco prosegua. Mi stupirebbe che non fosse così, ha avuto ottimi risultati in tre anni di storia. Incentiva i Comuni alla piantumazione ed è molto legato al tema dell’Expo. Il bosco pensato non solo è continuo, ma cambia natura a seconda delle aree con cui si incrocia». Il progetto, che ha coinvolto circa una sessantina di Comuni, prevede che ogni ettaro di bosco possa contenere fino a 100 alberi, per abbattere così 50 tonnellate di CO2 per anno, al costo di 50mila euro ad ettaro. Per la realizzazione di 30mila ettari di bosco in dieci anni, servivano circa 1,5 miliardi di euro «pari a un quarto della spesa prevista per la linea Tav tra Milano e Bologna» precisano da Multiplicity.lab.

«L’incontro con l’architetto Boeri avverrà nelle prossime settimane - assicura Podestà - . Metrobosco è valido, ma isolato rispetto a un progetto che vuole investire tutta la provincia. La mia idea è quella di una città espansa, dove da una parte si allungano le linee metropolitane per intercettare lo scambio gomma-ferro, e dall’altra si creano piste ciclabili contornate dal verde. Assi di riforestazione che conducano dalla città verso l’Adda e verso il Ticino. Per valorizzare anche il parco Sud, di cui difendo la natura di parco agricolo, ma che deve essere penetrabile, fruibile». Intanto Multiplicity.lab del Politecnico è stato invitato a presentare Metrobosco all’interno della mostra internazionale dedicata ai progetti di forestazione metropolitana. L’appuntamento è alla Academy Der Kunst di Berlino nel marzo 2010, quando forse si saprà già se Metrobosco è destinato a vivere o a morire.

I laghi e i prati del parco naturale il gioiello delle Cave rischia la fine



Il parco delle Cave conta quattro laghi su cui si riflettono alti alberi, specchi d’acqua attorniati da canne palustri in cui nuotano beate anatre, sottoboschi da dove è facile veder uscire fagiani, conigli selvatici o mini leprotti, mentre ogni tanto si fa sentire il toc toc del picchi che piantano il becco su piante morte per andare a pescare larve e insetti. Dicono che la colonia più numerosa della provincia abbia casa qui. E poi ampi prati sempre verdi e ben curati, antichi canali d’acqua per l’irrigazione ripristinati e pieni di pesci, sentieri in terra battuta studiati apposta per avere tutti i pregi e nessun difetto, ordinate separazioni in legno e orti. Si pota poco, lasciando che la natura faccia il suo corso, indirizzandola con interventi leggeri, ogni giorno e solo dove serve.

Si stenta a credere che fino a poco più di una decina di anni fa quello che oggi è diventato il parco delle Cave fosse la casa dell’eroina, posto pericoloso e squallido ad alto tasso di degrado, discarica per rifiuti materiali e umani. Diventato giardino di acque e di verde con Italia Nostra. Il Comune nel 1997 affidò all’associazione (dopo aver visto quello che aveva fatto nella vicina area di 120 ettari, Bosco in Città, verde e boschi dal nulla) altri 121 ettari di ex cave abbandonate, allora terra di nessuno. Trasformati in bella terra per tutti. Con criteri particolari che hanno portato questo parco ad essere diverso dagli altri. «La nostra è una gestione naturalistica - spiega il direttore del centro di forestazione urbana di Italia Nostra, Silvio Anderloni - . Ragioniamo sull’ecosistema del bosco. Molti alberi morti o caduti, per esempio, restano dove sono. Servono al rinnovamento, offrono nicchie ecologiche indispensabili. Si fa il minimo per rendere tutto fruibile, ma con interventi soft».

Gli ettari già realizzati sono 98, costo 8 milioni di euro: 23 ettari, invece, quelli della cava Ongari, sono ancora chiusi e inaccessibili, tutti da fare. Ma chissà che succederà ora che non si rinnova, per contrasti tra le parti, la convenzione per il parco tra Italia Nostra e il Comune, in scadenza il 31 dicembre. Tutti sono pronti ad andarsene e a lasciare con rammarico una creatura che hanno generato e molto amano: i sette giardinieri del centro di forestazione urbana di Italia Nostra che si occupano della manutenzione quotidiana e i tantissimi volontari che hanno contribuito a fare il parco e che adesso stanno raccogliendo in un album "le foto di famiglia". La paura è che chi verrà stravolga le Cave e il suo spirito.

«Non c’è giardino senza giardiniere, ci deve essere una quotidianità di gestione, con interventi man mano che il parco cresce - dice il paesaggista Francesco Borella, artefice del parco Nord e consigliere di Italia Nostra - . Questo è il modo di governare il verde a Parigi o a Berlino, in Olanda come in Spagna, la gestione diretta. Qui a Milano, invece, è quello della Global Service, dell’appalto per singole operazioni, potare, tagliare l’erba, senza la presenza costante del giardiniere. Gli effetti di questa operazione sono uniformare tutti gli ambienti, appiattendoli. Il problema del verde è la gestione non il progetto, posso progettare il più bel parco del mondo ma se non ho programmato come gestirlo faccio flop». Negli ultimi tre anni, quando è iniziata la querelle con l’assessore Cadeo sul contratto, Italia Nostra «non è più riuscita ad andare avanti con il suo progetto, tutto si è arenato» racconta Silvio Anderloni.

E adesso il parco chi lo gestirà? «Vogliamo affidare alla facoltà di Biologia della Statale la parte di collaborazione progettuale, per mantenere e incrementare la biodiversità - spiega l’assessore Cadeo - . Invece la manutenzione del verde, che ci preoccupa meno, sarà affidata a Global Service, come negli altri parchi». Proprio quello che Italia Nostra temeva. «A Italia Nostra - conclude - che ha dato disdetta del contratto con il Comune e noi ne abbiamo preso atto, stiamo valutando se assegnare la sistemazione della cava Ongari, legata all’Expo».

Possono le istituzioni sopravvivere in un ambiente in cui la loro delegittimazione diviene una deliberata strategia politica? Che cosa accade quando il rispetto della Costituzione è costretto a rifugiarsi in luoghi sempre più ristretti? Stiamo percorrendo una anomala e inquietante via italiana all’estinzione dello Stato?

L’Italia sta diventando un perverso laboratorio dove elementi altrove controllabili si combinano in forme tali da infettare l’intero sistema. E il contagio si diffonde dalla politica all’intera società, dove ogni giorno vengono messi in scena il degrado del linguaggio, il disprezzo delle regole, l’esercizio brutale del potere. Di fronte a pretese e interventi particolarmente devastanti, come quelli che stravolgono la legalità in nome dell’interesse di uno solo, si evoca lo "stato d’eccezione", una categoria politica costruita per giustificare l’esercizio autoritario del potere di governo e che, tuttavia, rivela una sua nobiltà intellettuale che non si ritrova nelle miserabili prassi italiane di questi tempi. Che sono ormai così diffuse e radicate da impedire che si parli dello stato d’eccezione come di qualcosa appunto eccezionale. Come si è parlato di "emergenza permanente", per imporre logiche autoritarie e manomettere i diritti, così è ragionevole definire lo stato delle cose italiane come uno "stato d’eccezione permanente".

Sono gli stessi principi costituzionali ad essere regolarmente violati, a cominciare da quello di eguaglianza. Non dimentichiamo che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il "lodo Alfano" proprio per il suo contrasto con quel principio. Dobbiamo ricordarlo ancora oggi di fronte alle proposte di approvare una legge costituzionale che riproponga i contenuti di quel testo: anche questo tipo di legge deve rispettare l’eguaglianza. Lo ha sottolineato fin dal 1988 la Corte costituzionale, affermando che i «principi supremi» dell’ordinamento italiano non possono essere «sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali». Tra questi principi spicca proprio quello dell’eguaglianza tra i cittadini.

Ma la diseguaglianza è stata codificata da molte leggi, è penetrata profondamente nella società, sta creando categorie di "sottocittadini". Nella vergogna del "processo breve" vi è la maggior vergogna dell’esclusione dai benefici degli immigrati clandestini. Questa erosione delle basi della convivenza nega l’universalità dei diritti fondamentali, legittima il rifiuto dell’altro e del diverso, e così apre le porte a quei fenomeni di razzismo e omofobia che rischiano di diventare una componente stabile del panorama italiano.

Una volta messi da parte i principi, la distorsione del sistema istituzionale diventa inevitabile e quotidiana, e non è più sufficiente a spiegarla il richiamo del conflitto d’interessi incarnato dal presidente del Consiglio. Si è manifestata una nuova forma di "Stato patrimoniale", dove si mescolano risorse pubbliche e private, l’influenza politica si sposa con la pressione economica, le aziende della galassia berlusconiana diventano snodi politici determinanti. Lo rivelano, tra l’altro, non solo il continuum Mediaset/Rai e gli annunci di normalizzazione di canali televisivi ancora un po’ fuori dal coro, ma anche le manovre che riguardano l’assetto complessivo delle telecomunicazioni, la proprietà dei giornali, il sistema finanziario.

Un potere che si è progressivamente concentrato in poche mani, con una idea proprietaria dello Stato che cancella gli altri soggetti istituzionali e azzera ogni controllo. Conosciamo la deriva che sta travolgendo il Parlamento, espropriato d’ogni funzione, e che ha portato alla clamorosa decisione di una "serrata" di dieci giorni della Camera dei deputati, decisa dal suo Presidente per denunciare l’impossibilità di lavorare. Un fatto davvero senza precedenti, che avrebbe dovuto provocare reazioni forti, che è stato piuttosto ricondotto alle schermaglie tra Fini e Berlusconi. La funzione legislativa è saldamente nelle mani del Governo attraverso i decreti legge e le leggi delega, e grazie al diffondersi delle "ordinanze di protezione civile", sottratte a qualsiasi controllo parlamentare e che contengono sempre più spesso norme di carattere generale, ben al di là delle emergenze che le giustificano. Ma è soprattutto la dimensione costituzionale ad essere evaporata. La Costituzione non appartiene più al Parlamento, tant’è che d’ogni legge in corso di discussione si discute se il presidente della Repubblica la firmerà o no, quali siano i rischi di una dichiarazione d’illegittimità da parte della Corte costituzionale. I custodi della Costituzione sono altrove, e la stessa Carta costituzionale rischia di veder mutato il suo significato se una istituzione centrale, il Parlamento, si comporta come se le fosse estranea.

Molte aree istituzionali vengono così desertificate, prendendo anche a pretesto vere o presunte inefficienze. Si documentano i ridottissimi tempi di lavoro del Parlamento e se ne trae spunto per denunciare i deputati fannulloni, non per indicare misure per rivitalizzare il Parlamento, possibili già oggi. La stessa tecnica è adoperata per attaccare la magistratura e legittimare l’ennesima legge ad personam, quella sul processo breve, giustificata con l’argomento della ingiustificata durata dei processi. Ma è del 1999 la riforma dell’articolo 111 della Costituzione che parla di una loro "ragionevole durata", sono anni che la Corte europea dei diritti dell’uomo ci condanna per le lungaggini della giustizia, sono decenni che il dissesto dell’amministrazione giudiziaria può essere definito "una catastrofe sociale". Così sensibile al problema, la maggioranza di centrodestra non ha mosso un dito nella fase di governo tra il 2001 e il 2006, assai interventista in materia di giustizia, ma non per approvare misure e attribuire risorse per tagliare i tempi processuali, bensì per andare all’assalto dell’indipendenza della magistratura. E oggi vuole profittare di questa situazione per sottrarre Berlusconi ai processi e assestare un colpo ulteriore all’efficienza e alla credibilità della magistratura.

Un "dialogo" sulle riforme costituzionali, e la stessa politica quotidiana dell’opposizione, non possono ignorare tutto questo. E bisogna ricordare che la Costituzione si conclude con un articolo che oggi esige particolare attenzione. È scritto nell’articolo 139: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». Questo non vuol dire, banalmente, che non si può tornare alla monarchia. Significa che il nostro sistema costituzionale presenta una serie di caratteristiche che definiscono la "forma repubblicana" e che non possono essere modificate senza passare ad un regime diverso. È proprio quello che non si stanca di ripetere, con sobrietà e fermezza, il Presidente della Repubblica.

La piazza del NO-B-day

di Norma Rangeri

Per come è nata (dalla comunità di Facebook), per come ha saputo contenere la voglia di alcuni partiti di metterci il cappello, per come sta crescendo, e per i contenuti della piattaforma che ne sta disegnando il volto, quella del 5 dicembre sarà una manifestazione inedita. Politicamente, culturalmente, anagraficamente. A due mesi dalla straordinaria manifestazione del 3 ottobre sulla libertà di stampa, nella stessa piazza si incontreranno i soggetti sociali che in questo momento politico, drammatico e confuso, sentono di non avere una rappresentanza e tentano di costruirla attraverso la rete.

Prendere la parola e comporre un'agenda di sinistra. E' possibile, necessario di fronte a una sinistra radicale frantumata nei mille pezzi, a un Pd incapace di offrire una cornice, ideale e morale, in grado di contrastare e sostituire il campo occupato dal marketing politico della destra berlusconiana.

Il no-B-day nasce e si sviluppa subito dopo la bocciatura del lodo Alfano, contro Berlusconi e lo sfascio della democrazia costituzionale, per ristabilire il principio della legge uguale per tutti. Cresce anche contro la privatizzazione dei beni comuni, la precarizzazione del lavoro intellettuale, la risoluzione della crisi attraverso la creazione di uno sconfinato esercito di riserva, contro il razzismo, contro il monopolio dell'informazione. I lavoratori di Eutelia con studenti, precari, giuristi, immigrati e artisti saliranno sul palco e mostreranno, insieme, legati come i nodi di una rete, forme di autorganizzazione divise e sommerse, escluse dal gioco del potere e della sua rappresentazione pubblica.

L'Italia legge meno, cresce il consumo di televisioni tematiche e aumenta il popolo di internet, lo documenta l'ultimo rapporto del Censis sulla comunicazione. Spiegando che la diminuzione del tempo dedicato alla lettura, nei giovani e nei ceti più acculturati, è occupato dai social-network. Di più: il 54 per cento degli utenti della rete fa parte di gruppi di interesse, ha sottoscritto appelli, ha partecipato a eventi sociali e manifestazioni politiche. Lo studio fotografa un cambiamento, ci piaccia oppure no, delle forme di aggregazione, dei rapporti personali, del modo stesso di sentirsi parte di una comunità. Qualcosa di nuovo e di diverso dal vecchio grillismo («se viene Napolitano gli diamo il posto d'onore», dicono gli organizzatori).

Con la manifestazione del 5 dicembre, le connessioni virtuali possono diventare reali, agire nel dibattito generale, sviluppare una dimensione politica, condizionare i partiti (le forze politiche saranno in piazza, fra la gente, nei gazebo), chiamandoli alla responsabilità di una risposta. Se ne saranno capaci.

In difesa della Costituzione

diDomenico Gallo

La manifestazione in programma per il 5 dicembre, convocata attraverso una straordinaria mobilitazione politica dal basso, è frutto della crescente consapevolezza che siamo precipitati in un tempo politico drammatico in cui è messa in gioco la sopravvivenza della Costituzione, cioè della nostra patria, in quanto la Costituzione è la patria dell'ordinamento politico.

Non possiamo non vedere che questo luogo politico, la Repubblica democratica con il suo patrimonio di beni pubblici repubblicani, è stato invaso da un esercito di occupazione che si sta impegnando con la massima solerzia a smantellare tutti (proprio tutti) i beni pubblici repubblicani. Non si tratta soltanto della seconda parte della Costituzione che viene contestata e delegittimata ogni giorno con gli attacchi ai giudici, alla corte Costituzionale ed al presidente della Repubblica (quando si mette di traverso), ma anche della prima parte, con l'attacco ai beni fondamentali della vita, come l'acqua, ed ai fondamenti della dignità umana e dell'eguaglianza, fino alla riesumazione strisciante delle leggi razziali.

Quando le truppe tedesche hanno invaso l'Italia, tutte le forze vive, tutti i patrioti, si sono opposti ed hanno unito i loro sforzi creando il Comitato di Liberazione Nazionale, nel quale sono confluite forze e culture diverse (dai comunisti ai badogliani), che hanno messo da parte le loro divergenze per perseguire l'obiettivo comune della salvezza della patria.

In questa contingenza storica, di nuovo un pericolo mortale minaccia la patria-Costituzione. Come avvenne con la Resistenza, ora come allora, occorre chiamare a raccolta tutte le energie spirituali, tutte le culture, tutte le forze politiche e tutti gli uomini di buona volontà, che riconoscono nella Costituzione la loro patria, ad agire con fermezza.

Di fronte a questa esigenza, tutte le forze politiche, che riconoscono valore ai beni pubblici repubblicani, devono mettere da parte le differenze (non cancellarle) ed impegnarsi in una fortissima unità d'azione per scacciare l'esercito di occupazione che dilaga nel territorio della patria. Non esistono alternative all'unità.

L'unità è imposta dalla legge elettorale che, attraverso lo strumento del premio di maggioranza impone che un solo esercito possa sfidare le forze di occupazione.

Anche se le radici del malessere della democrazia italiana vengono da lontano, è stato lo sciagurato scioglimento dell'Unione, nel 2008, a determinare questo disastro. Lo scioglimento dell'Unione è stato come lo sbandamento dell'esercito italiano l'8 settembre: ha tolto di mezzo il principale ostacolo all'occupazione della patria da parte dell'esercito invasore.

Se la posta in gioco è la sopravvivenza della democrazia repubblicana, cioè della patria, allora tutte le forze si devono coalizzare, tutte le energie devono essere chiamate a raccolta. Non si può dire, come irresponsabilmente si è fatto nel 2008: questo sì, questo no.

Solo una forte mobilitazione popolare dal basso può ricomporre l'unità delle forze democratiche intorno ai valori supremi della Costituzione per rovesciare la corsa verso l'abisso e riaprire il futuro alla speranza.

La fretta del “ghe pensi mi”, la gran voglia di spettacolo, la supponenza dell’immobiliarista, la megalomania di essere il più grande statista italiano stanno regalando – come nei proverbi contadini (ce ne sono almeno dieci sulla fretta “cattiva consigliera”) – pessimi risultati all’Abruzzo terremotato. Le persone sistemate, senza servizi, nelle famose “new town” berlusconiane risultano appena 4.764 più 1.217 a Coppito e altre 480 nelle casette dei Map. Contro le 13.224 sparse negli alberghi e altre ancora in case private. Mentre le comunità locali si disgregano, nello scontento crescente di sindaci e parroci, e 671 “resistono” nelle Tendopoli.

Berlusconi e Bertolaso hanno agito lungo queste linee-guida: ignorare sprezzantemente le migliori esperienze passate (Friuli e Umbria-Marche); accentrare e commissariare tutto l’accentrabile e il commissariabile (anche in loco, con l’ingegner Luciano Marchetti che non ascolta nessuno); tagliar fuori le Soprintendenze; passare sopra la testa delle istituzioni locali, deboli (i Comuni) o evanescenti (la Regione); spacciare per risposta globale ai problemi una risposta unicamente “edilizia”, per giunta insufficiente, senza curarsi dello sradicamento di migliaia di residenti. L’esatto contrario di ciò che si fece in Friuli (quasi mille morti e intere città distrutte), in Umbria-Marche (pochi morti e però migliaia di edifici religiosi colpiti, 1500 nelle sole Marche), nella stessa Campania dove Giuseppe Proietti guidò con perizia la Soprintendenza speciale e Mario De Cunzo seppe tradurre in tempestivi restauri di chiese e palazzi 300 miliardi di lire dell’80.

Qui tutto è passato, ossessivamente, per la Protezione Civile. Non si sono volute mobilitare energie culturali, competenze tecnico-scientifiche, apporti di alto profilo attorno alla stessa città storica dell’Aquila (siamo ancora al problema delle macerie), ai centri storici minori, alle chiese d’Abruzzo. Non a caso si è nominato il segretario dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE) a capo dell’autorità tecnica (tutta da avviare). Nulla di paragonabile a quanto avvenne, positivamente, a Venzone o a Gemona per il Duomo, ad Assisi per la Basilica Superiore di San Francesco, riconsegnata in meno di due anni, e in tanti centri feriti. Berlusconi ha giocato al super-premier. Bertolaso è stato il super-ministro. Nella totale acquiescenza del super- liquidatore Bondi.

Ora emerge il profondo scontento dei parroci nel constatare che per le chiese, anche per quelle meno lesionate, la Protezione Civile non sa in realtà cosa fare. Non ha strumenti tecnici né culturali. E allora si dànno un po’ di euro direttamente alle Diocesi, trasformate (idea mirabolante) in stazioni appaltanti, senza trasparenza. E si paracaduta qua, direttamente dal Vaticano, un vescovo ausiliare senza alcuna esperienza specifica, venuto a “commissariare” (anche lui) i confratelli. E’ sempre più arduo comprendere come e perché certi grandi giornali, le tv non berlusconizzate continuino a tacere o ad avallare sul dramma-Abruzzo versioni da Minculpop o da Istituto Luce anni ’30-‘40.

Erano già tutti in piedi alle cinque, ieri mattina, i rom di via Rubattino. Assieme a loro, ai cancelli dell’ex fabbrica, i volontari della comunità di Sant’Egidio, dei Padri somaschi e del Naga, che li aiutano da anni. Due ore dopo, non vedendo arrivare nessuno, cominciavano già a sperare: «Forse ci hanno ripensato». E invece no. Alle 7.30 è arrivata la colonna dei blindati che hanno scaricato davanti all’ex stabilimento Enel centinaia di agenti e carabinieri in assetto antisommossa, accanto ai vigili del Nucleo problemi del territorio, anche loro in tenuta da combattimento, con manganelli, caschi e mascherine antivirus. Gli zingari hanno chiuso il cancello dietro al quale erano accampati da mesi. Ma l’hanno subito riaperto, consapevoli che non c’era margine di trattativa. Ci sono voluti meno di trenta minuti per svuotare le baracche dei 250 romeni. Loro non hanno fatto resistenza, abituati come sono agli sgomberi. Sono già stati cacciati dal ponte Bacula, dalla Bovisasca, dalla cascina Bareggiate di Pioltello ad agosto, adesso anche da via Rubattino. Domani, chissà.

Da ieri mattina nemmeno più quest’ultimo rifugio. «Con questo sgombero, il numero 166 - è il commento del vicesindaco Riccardo De Corato - restituiamo alla città un’altra fetta di territorio degradato, l’ultima grande baraccopoli, in condizioni igieniche spaventose con tonnellate di rifiuti. Ora non rimangono che piccoli insediamenti». Ma la maggior parte delle 61 famiglie, con un centinaio di bambini, ha dovuto per ora accamparsi sotto il vicino ponte della tangenziale. Il primo a denunciare il trattamento riservato ai rom è stato il cardinale Dionigi Tettamanzi: «La miseria non sia zittita, ma piuttosto ascoltata per essere superata. A vincere deve essere sempre l’infinita dignità dell’essere umano. Chi ha alte responsabilità deve ascoltare l’invocazione che viene da tante forme di miseria, di ingiustizia e di solitudine». I funzionari del Comune hanno offerto posti in comunità solo a cinque donne con bambini sotto i 7 anni: «I minori sopra questa età - precisavano - possono essere ospitati in appositi centri ma senza i genitori».

Una frase che per le famiglie rom suona come una condanna: «Come faccio a separarmi da mia figlia? Alina ha dieci anni, fa le elementari in via Pini. Come faccio a mandarla da sola, senza madre, padre, fratelli?» ripeteva Doriana, madre di quattro bambini. Eppure l’assessore alle Politiche sociali Mariolina Moioli, proprio ieri a Palazzo Marino per la vigilia della giornata mondiale dell’infanzia, ha parole rassicuranti: «Abbiamo garantito i diritti dei bambini. Sei nuclei familiari su 61 sono stati accolti in strutture del Comune e altri sei hanno accettato l’alternativa al campo. Abbiamo dato massima attenzione a piccoli e mamme». Di parere opposto i consiglieri del Pd David Gentili (presente allo sgombero così come Patrizia Quartieri del Prc), Andrea Fanzago e Marco Granelli: «Le condizioni in Rubattino erano insostenibili - dicono - ma così è meglio? È molto grave che alla vigilia della giornata dei minori si sgomberi il campo senza preservare nemmeno i 40 bambini che frequentavano la scuola».

I temi dei compagni di classe "Dovrebbero aiutarli a restare"



«E se i rom fossero ricchi e il Comune una mattina si trovasse una ruspa che gli distrugge la sua casa? Sicuramente sarebbe deluso, ma poi il Comune che cosa ci guadagna? I rom passano da un campo all’altro e per la città sono nuovi problemi». Hanno fatto un tema, ieri mattina gli alunni delle scuole elementari di via Pini, di via Feltre e di via Cima. Un tema che in qualche caso ha preso la forma di lettera al sindaco Letizia Moratti, in qualche altro ha semplicemente raccontato lo sgombero del campo rom di via Rubattino. Pagine disperate e incredule dei compagni di classe dei piccoli rom che hanno terminato il loro anno scolastico. «In classe piangevano tutti, non solo i bimbi rom che hanno perso tutto e che da ora dormiranno in strada», diceva ieri, mentre le ruspe assaltavano le baracche dentro all’ex Enel, la maestra Barbara Bernini, responsabile del progetto stranieri nei tre plessi della primaria «Elsa Morante». C’era anche lei in via Rubattino, ieri, assieme alla dirigente Maria Cristina Rosi: «Tutto il nostro lavoro, tutta la fatica che abbiamo fatto per accoglierli, per metterli in grado di seguire le lezioni e di ottenere grandi risultati, tutto questo buttato via! È una vergogna, una cosa scandalosa». In classe intanto scrivevano: «Quello che è successo non mi piace per niente - si legge in un tema - . Le autorità dovrebbero mettersi nei panni della mia compagna Isabela, che a me all’inizio non sembrava proprio una rom. Mi sembrava africana. Aveva un grande senso dell’umorismo e era ottimista e positiva».

C’erano diversi genitori della scuola Elsa Morante, accanto agli insegnanti, davanti ai cancelli della fabbrica occupata dai rom. Ma c’erano soprattutto le maestre: Flaviana Robbiati, Silvana Salvi e Ornella Salina, che da mesi si occupano dei bambini iscritti a scuola, 36 quelli in età dell’obbligo, oltre a un altro centinaio più piccoli, in età da nido o da materna. «Nelle nostre scuole si stava costruendo concretamente quella integrazione di cui tanti parlano», racconta Veronica Vignati, una delle maestre che hanno dovuto consolare i bambini in classe, in via Pini, cercando di incanalare tutta la tristezza nel fiume di parole che ha riempito le pagine dei quaderni. «Secondo me dovrebbero aiutare questi rom a trovare un posto nuovo dove stare, invece di rendergli sempre più difficile la vita», conclude una bambina nel suo tema. «Per loro è incomprensibile, inimmaginabile che un loro compagno di scuola resti senza tetto - continua la maestra Veronica - anche se conoscevano la povertà di quelle persone. Sono disperati e noi non sappiamo come consolarli, con quali parole spiegare questo sgombero, che non ha avuto rispetto delle famiglie che volevano integrarsi». Anche l’onorevole pd Patrizia Toia si indigna: «Nel campo di via Rubattino si stava compiendo un autentico miracolo. Chiedo al sindaco Moratti, all’assessore Moioli in quale scuola andranno domani quei bambini. Chiedo se si rendono conto che hanno interrotto colpevolmente un cammino di integrazione scolastica, il primo passo di un percorso che può cambiare la vita di quei bambini».

Fondo solidarietà della diocesi altri 500mila euro dalla Cariplo



Oltre sei milioni di euro per il Fondo Famiglia e lavoro lanciato dal cardinale Dionigi Tettamanzi la notte del Natale 2008. Ieri il presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti ha annunciato di aver aggiunto altri 500mila euro alla dotazione del fondo. Guzzetti aveva già donato un milione di euro, dopo il primo milione messo dall’arcivescovo. Ieri sera oltre 500 volontari dei decanati Caritas e delle Acli sono accorsi ad ascoltare Tettamanzi nella chiesa di santo Stefano. Il Fondo ha aiutato 1.985 famiglie che vivono sul territorio della Diocesi ambrosiana. Oltre 4.100 sono state le richieste delle famiglie colpite dalla crisi. I contributi sono concessi per pagare spese non comprimibili, come l’affitto della casa, l’asilo dei figli. Nella maggior parte dei casi si tratta di famiglie con un reddito mensile inferiore a 500 euro. Il Fondo ha aiutato in uguale misura famiglie italiane e straniere, sposate (66 per cento), con figli piccoli a carico (72 per cento). Ieri sera il cardinale Tettamanzi ha ringraziato la Cariplo e tutti i volontari che dedicano tempo ed energie a raccogliere e vagliare le richieste d’aiuto: «I soldi non bastano mai perché la situazione economica è complessa. Devono svegliarsi le coscienze dei singoli se si vuole risolvere un problema che è morale, educativo e culturale».

Postilla

Forse la coincidenza toponomastica sarà sfuggita a qualcuno: la via Rubattino, scenario delle belle trovate di rinnovo urbano descritte sopra, è la stessa della INNSE, fabbrica (probabilmente) salvata l’estate scorsa grazie alla mobilitazione dei suoi operai, ma che era destinata, così come quel fazzoletto di terra occupato dai rom, alla Milano da Due Milioni di Ciellini. Se questi sono i metodi, figuriamoci i risultati finali! Sembrano proprio riemersi da qualche tombino di sventramento ottocentesco, questi neo-cattolici-liberisti, che delegano alla compassione di qualche ala minoritaria di credenti locali tutte le rogne collaterali, tenendosi stretto il timone di comando per le grandi manovre: operai, rom, …a chi toccherà, la prossima volta? Magari qualche commentatore delle strategie del PgT potrebbe anche metterli nel conto, questi minuscoli effetti collaterali (f.b.)

Con l’iniziativa che inauguriamo oggi, eddyburg riprende e rilancia uno dei temi a noi più cari: la difesa dell’Appia Antica, questo straordinario spazio in cui natura e cultura, perfettamente integrate, hanno creato, nei secoli, un ambiente dalle caratteristiche uniche per fascino e importanza archeologica e naturalistica.

Unico, certo, ma allo stesso tempo esemplare rispetto alle tante minacce che il nostro territorio subisce, con rinnovata violenza negli ultimi anni. L’Appia rappresenta infatti, una sorta di bignami dei danni inferti da fenomeni come speculazione edilizia, abusivismo e successivi condoni, spregio della legislazione di tutela, degrado in senso lato.

Destinata, dopo il decreto Mancini del 1965, al pubblico godimento come parco, area classificata nella categoria della inedificabilità assoluta, subisce da allora, come tanti altri luoghi in Italia, uno stillicidio di assalti edilizi da parte dei privati, tesi a eroderne il carattere di spazio aperto e pubblico. L’Appia costituisce quindi uno dei tanti beni comuni che, con sempre maggiore frequenza in tempi recenti, vengono sottratti alla collettività e per il cui recupero e difesa eddyburg leva la sua voce.

In questa direzione ereditiamo il testimone di una battaglia che fu lanciata oltre cinquant’anni fa da Tonino Cederna: l’Appia era la sua strada, percorsa e ripercorsa all’infinito, conosciuta in ogni centimetro, difesa con una passione mai domata dai numerosi insuccessi e premiata, però, da alcune significative vittorie.

E’ soprattutto grazie all’azione di Cederna e, dietro di lui, di Italia Nostra, che tanto splendore, pur se ridotto in quantità, ci è stato consegnato.

Come ci ha insegnato Cederna, però, in Italia soprattutto, il nostro territorio ha bisogno di un’azione di salvaguardia continua e ininterrotta: per questo noi di eddyburg riprendiamo il cammino, con le poche risorse disponibili, ma sicuri di raggruppare sotto questa bandiera molte altre voci.

Da subito ci accompagna in questa vicenda colei che può essere definita la vera erede di Cederna per quanto riguarda la tutela (nel senso più ampio e pieno del termine) della regina viarum: Rita Paris, responsabile, per la Soprintendenza Speciale Archeologica di Roma e Ostia, di questa zona, che, con l’impegno di anni e la collaborazione di un gruppo affiatatissimo, è riuscita, fra l'altro, a regalare a tutti noi due aree straordinarie come la Villa dei Quintili e Capo di Bove, dove è attualmente ospitato l’archivio Cederna donato dalla famiglia e reso liberamente accessibile on-line, primo e fondamentale nucleo informativo sulle vicende moderne dell’Appia.

In uno spazio dedicato del sito troverete, da oggi, una serie di notizie, informazioni, documentazione storica, fotografica che si arricchirà nel tempo anche, speriamo, con il contributo di chi vorrà inviarci altro materiale. E ancora i commenti, i ricordi, le analisi di chi ha partecipato, a vario titolo, a questa storia, da Vezio De Lucia ad Italo Insolera, da Adriano La Regina alla famiglia Cederna, ai tanti soci di Italia Nostra.

Ma soprattutto ci sarà la cronaca, in tempo (quasi) reale, di ciò che accade oggi sull’Appia per quanto riguarda il governo di questo territorio fragilissimo: nel bene e nel male.

In questo senso, in uno spirito di ottimismo, la prima cronaca che inaugura questo spazio, inizia con il racconto dell’ennesima, emozionante scoperta archeologica: l’ennesimo regalo dell’Appia Antica a tutti noi.

Dopo cinque trimestri col segno meno abbiamo finalmente visto un segno più. Tecnicamente siamo fuori dalla recessione. Ma è un rimbalzo flebile e fragile.

Per consolidarlo abbiamo bisogno che riparta la domanda interna. Con 3 dollari che comprano 2 euro difficilmente sarà il consumatore americano, che per giunta farebbe bene a tirare la cinghia per ridurre il proprio indebitamento, a portarci fuori dalle secche. Gli italiani hanno fortemente aumentato la propensione al risparmio dall’inizio della crisi, destinando ai risparmi circa il 15 per cento del reddito disponibile. Per rilanciare i consumi si chiede in questi giorni a più voci di abbassare le tasse. Le richieste arrivano sommesse un po’ da tutte le innumerevoli rappresentanze di interesse che pullulano sul nostro territorio. Stranamente queste chiedono di abbassare le proprie di tasse e non quelle di chi potrebbe alimentare i consumi.

Si invocano, ad esempio, tagli all’Irap e all’Ires, più che riduzioni dell’Irpef. Ma anche chi è genuinamente convinto che il problema dei bassi consumi sia legato alle tasse evita accuratamente di porsi una domanda fondamentale: le tasse non c’erano già prima del calo dei consumi? E perché gli italiani hanno risparmiato di più durante la crisi? Non sarà forse perché quelli che possono permetterselo stanno accantonando risorse a scopo precauzionale, per proteggersi di fronte ai tanti rischi che la crisi ha posto loro di fronte? Con un futuro così incerto, si può capirli. È quello che farebbe ogni bravo capofamiglia.

Chi vuole davvero sostenere i consumi, anziché cercare una scusa per abbassare le proprie di tasse, dovrebbe perciò pensare prioritariamente ad offrire risposte a queste crescenti preoccupazioni delle famiglie, chiedendo al governo per quanto possibile di farsene carico. Ci sono una serie di rischi da cui solo lo Stato può proteggerci. Nessuna assicurazione privata, infatti, offre assicurazioni contro la disoccupazione. E la previdenza privata non ci tutela dal rischio di arrivare alla fine della vita lavorativa con risorse inadeguate per il nostro sostentamento perché abbiamo subito molte interruzioni della nostra vita lavorativa o perché non siamo più autosufficienti e abbiamo bisogno di continua assistenza. Quando non ci pensa lo Stato, ci deve perciò pensare l’individuo a tutelarsi da questi rischi, risparmiando anziché comprarsi una lavatrice o un’automobile. Essendo avverso al rischio finirà per risparmiare fin troppo. La stessa copertura potrebbe essere fornita da un’assicurazione collettiva, sottraendo ai consumi molto meno risorse.

La prima cosa da fare per sostenere i consumi è perciò ampliare la copertura delle assicurazioni sociali. Gli italiani devono essere certi di poter contare su di loro nel caso ne avessero bisogno. In questa crisi non abbiamo purtroppo esteso le assicurazioni sociali a chi ne aveva maggiore necessità (i lavoratori temporanei) e abbiamo reso meno sostenibili, dunque meno credibili, le assicurazioni già esistenti. Stiamo uscendone con meno assicurazione sociale di prima. Sono stati estesi i trattamenti di Cassa Integrazione, cosiddetti "in deroga", che non richiedono alcun contributo da parte di chi li ottiene. Per queste ragioni rischiano di diventare uno dei tanti strumenti temporanei che rimangono per sempre. Vuol dire scardinare l’assicurazione contro la disoccupazione che, per funzionare, ha bisogno di tanti contribuenti, imprese e lavoratori che versano i contributi e si proteggono insieme da un rischio che può riguardare chiunque. La scelta dei beneficiari dei trattamenti in deroga è poi discrezionale, dunque non si offrono certezze a chi ha paura di perdere il lavoro. Sono infine diversi da Regione a Regione, a seconda delle disponibilità. Nessuno può essere certo di riceverli nel caso perdesse l’impiego.

Non meno grave la situazione dell’assicurazione previdenza pubblica. La spesa è ulteriormente aumentata in rapporto al reddito generato nel nostro paese. Ormai un euro ogni tre raccolti fra tasse e contributi sociali serve a pagare le pensioni già in essere. Per ripianare i conti dell’Inps occorrono crescenti trasferimenti dalla fiscalità generale: più del 35 per cento del bilancio dell’ente quest’anno verrà dalla tassazione generale, anziché dai contributi dei lavoratori, erosi non solo dalla demografia, ma dal calo dell’occupazione. Tant’è che si parla di un imminente condono contributivo che servirebbe a fare affluire soldi alle casse dell’Inps. Sarebbe devastante per il sistema contributivo. Per convincerci che non lo si farà davvero, ormai non bastano più le rassicurazioni dei ministri. Sono state troppe volte smentite. Servirebbe un impegno cogente a non varare più condoni, magari scolpito sulla nostra Costituzione. In ogni caso, un sistema per un terzo coperto dalla fiscalità generale non è un’assicurazione. È un sistema che grava anche su chi sulla carta non dovrebbe pagare ed è chiaramente insostenibile. Talmente costoso da togliere risorse che servirebbero a coprire gli anziani dal rischio di non autosufficienza. Chi può allora dare torto agli italiani che decidono di assicurarsi da soli?

Rimane un mistero: perché molti sindacalisti ed illustri esponenti di Confindustria si ostinano a elogiare pubblicamente il nostro sistema di assicurazione sociale nonostante sia pieno di buchi, squilibrato e riduca i consumi che si vorrebbe tanto sostenere per uscire dalla crisi? Una risposta forse ce l’abbiamo, ma vorremmo tanto che non fosse quella giusta: non sarà forse perché questi trattamenti selettivi e discrezionali danno loro il potere di decidere a chi dare gli aiuti e a chi no? Per favore diteci che non è così.

Agli estremi confini orientali, dove le colline friulane si preparano a diventare Slovenia, sorge Cividale del Friuli, perla medievale, antica capitale patriarcale e longobarda, cittadina con uno dei più vasti e ben conservati centri storici della Penisola, tanto da essere candidata italiana a ottenere il riconoscimento dell’Unesco di patrimonio dell’umanità. Su tanta bellezza sta per abbattersi la sciagura del nord-est, la furia edificatrice: un bel conglomerato urbano a cui hanno dato il nome di Cividale 3 (saltando, per fortuna, Cividale 2). L’ideona è della banca del posto, la Popolare di Cividale, l’unico istituto di credito locale rimasto solo, ricco e felice dopo la grande stagione delle concentrazioni bancarie.

Il suo presidente, Lorenzo Pelizzo, è da 40 anni padre padrone della banca. Il mondo è cambiato, sono caduti il Muro, la Prima Repubblica, la frontiera con l’Est, ma lui è restato saldamente alla guida del suo istituto, vera macchina del consenso locale, passando dalla vecchia Dc ai nuovi umori berlusconian-leghisti, più longevo di Fidel Castro e in gara con Kim Il-sung. Ora Pelizzo ha deciso di vincerla, la gara, preparando il mausoleo, o la piramide, che lo renderà immortale: Cividale 3, con la nuova sede della banca e tutt’attorno una città, un grande centro commerciale, uffici, abitazioni.

Un’operazione da 80 milioni di euro da realizzare sull’area della Italcementi, vecchia fabbrica chiusa da tempo, struggente monumento di archeologia industriale. Quando la banca padrona comanda, la giunta di centrodestra obbedisce. E così l’ideona di Pelizzo è diventata progetto del sindaco Attilio Vuga e della maggioranza che governa Cividale del Friuli. Pelizzo ha deciso senza consultare nessuno e l’amministrazione comunale ha ratificato. Ha scelto lui, senza alcun concorso, il progettista: non un professionista di fama internazionale, ma l’architetto Francesco Morena, che si è fatto le ossa con qualche centro commerciale in Cina e ora s’appresta a stravolgere la cittadina del Friuli con linee e volumi che s’ispirano – dice – a “Guerre stellari” e a “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, non senza una spruzzata di reminescenze celtico-longobarde (vedere per credere: http://europaconcorsi.com).

Ha scelto, senza gara, anche l’imprenditore che ha realizzato la bonifica dell’area: guarda caso il vicepresidente della banca, Adriano Luci che, con qualche conflitto d’interessi, è anche presidente dell’Associazione industriali di Udine. L’opposizione ha tentato di fermare il progetto. Agli inizi, da solo, Domenico Pinto (Rifondazione comunista). Poi un comitato di cittadini e intellettuali animato dall’avvocato di Cividale Rino Battocletti che ha raccolto le adesioni, tra gli altri, del poeta Andrea Zanzotto, dell’urbanista Leonardo Benevolo, dello scrittore Giorgio Pressburger, dell’artista Renato Calligaro, dell’ex direttore artistico del Mittelfest Moni Ovadia... E di Altan, che ha disegnato la vignetta-manifesto del comitato contro l’abbattimento della ciminiera Italcementi: un simbolico azzeramento della memoria ripreso, messo su YouTube e trasformato dalla giunta in una festa notturna di dubbio gusto, genere catastrofico. La fase uno ora è terminata: l’Italcementi è stata completamente rasa al suolo. Ma manca ancora l’operatore immobiliare che, in tempi di crisi, s’imbarchi nell’avventura di costruire.

Il bene strappato

Guglielmo Ragozzino

Come l'Idriz di un tempo - l'acqua pizzichina, dicevano le mamme ai bambini - anche l'acqua che da domani sgorgherà dal fontanone di Montecitorio conterrà una polverina magica: un pizzico di capitale. Senza tema di cadere nell'ideologia, è proprio il capitale che fa la differenza. Per il pensiero unico che guida l'economia, è insopportabile l'esistenza di un bene pubblico, comune a tutte le persone. Deve essere strappato, venduto, messo a frutto. Non è un problema di maggiore efficienza, di eliminazione degli sprechi, di lotta alla corruzione. Tutto quello che esiste deve essere messo a valore, deve rendere, non in termini di quantità prodotte, ma di ricavi e dividendi.

Così l'acqua. Il primo risultato, del resto ammesso anche dai fautori di destra del nuovo provvedimento - e dagli ambigui sostenitori della privatizzazione idrica, attualmente nella minoranza - è che l'acqua al rubinetto costerà di più. La spiegazione sarà la solita. L'acqua è vita, diranno a chi si oppone, non vorrete avere la vita gratis: non sarebbe morale. Il secondo risultato sarà la selezione tra i consumatori. E' intuitivo che tra una bidonville e un campo di golf sarà quest'ultimo ad avere la meglio. Soprattutto durante la siccità. Non si può giocare a golf con un'erba ingiallita. Invece si può fare a meno di lavarsi nelle baraccopoli; quelli del golf ne sono sicuri.

Nella lotta di classe che ogni tanto si riapre, sono i pochi, capitalisti, finanzieri, che fanno i guai, pur se si vantano di essere i portatori di ogni innovazione. E sono i tanti, gli altri, che pagano i prezzi e sono costretti a comprare l'acqua in bottiglia.

Se l'acqua diventa merce, quella in bottiglia è una merce che vale di più; e la «minerale» che sgorga da qualche buco della terra o da qualche altissimo, purissimo, freddissimo ghiacciaio ancora di più: per l'acqua c'è una prima, seconda e terza classe di consumatori. Il prezzo finale è in buona parte pubblicità.

L'acqua è di tutti. Tra 2007 e 2008 il Forum dei movimenti dell'acqua ha raccolto firme per una legge: quattrocentomila firme. Era uno straordinario coinvolgimento di milioni di persone. Così, per l'Italia quanto è lunga, è oggi convinzione diffusa che l'acqua sia un bene comune e che chi l'ha rubata, prima o poi dovrà restituirla. La cultura dei beni comuni non si limita poi a rimpiangere l'acqua perduta, a chiederla indietro e basta, ma si allarga ad altri campi, ad altri beni.

Forse quelli del pensiero unico ricorderanno domani il furto dell'acqua come una sconfitta disastrosa.

Su tariffe e profitti, e a pagare è lo Stato

Andrea Palladino

Il decreto Ronchi ha aperto la porta alla privatizzazione massiccia dei servizi idrici. Era un esito politicamente scontato, ma con conseguenze pesantissime. Mai come in questo caso l'affidamento ai privati è la peggior soluzione per la gestione di un servizio pubblico. Dietro i bilanci milionari della multiutilities - pronte ora a prendere in mano il poco rimasto allo stato - c'è un sistema che permette alti profitti, bassi investimenti e tariffe alte. Cosa che altri paesi - come la Svizzera, il Belgio, gli Usa e parte dei comuni francesi - hanno capito molto bene, tanto da difendere con forza la gestione pubblica. Occorre, prima di tutto, fare chiarezza sul punto centrale della vicenda: è la forma societaria della Spa a suggellare la privatizzazione di un servizio. Poco importa, in realtà, se si tratti di un gruppo a capitale misto pubblico-privato o interamente privato. La mission, in questi casi, è il profitto e la speculazione, spesso finanziaria, e non di certo il miglioramento della rete e del servizio idrico.

Il caso più importante è sicuramente la romana Acea, la principale società di gestione dei servizi idrici in Italia e tra le prime dodici nel mondo, che già oggi controlla i rubinetti del Lazio, della Toscana, di parte dell'Umbria e della Campania. È stata trasformata da Rutelli, alla fine degli anni '90, da azienda municipale - la sua forma storica dal momento della creazione nel 1907, quando sindaco di Roma era Nathan - in società quotata in borsa. Oggi tra i principali soci privati - che detengono il 49% del pacchetto azionario - ci sono la Suez e Caltagirone, oltre agli speculatori che scambiano giornalmente le azioni in Borsa.

Il maggior bacino idrico gestito da Acea è l'Ato 2, che comprende l'intera provincia di Roma. Un ambito territoriale composto da più di cento comuni, dove ogni sindaco - escluso quello di Roma - possiede appena lo 0,00003% delle quote societarie. Nulla, quindi. Non solo: i patti parasociali obbligano i cento e più primi cittadini della provincia di Roma ad esprimersi univocamente, bloccando sul nascere ogni possibile dissenso. Eppure all'epoca dell'affidamento del servizio idrico ad Acea il centrodestra (attraverso l'ex presidente della provincia Silvano Moffa, An) e il centrosinistra (con la voce dell'ex sindaco di Roma, Walter Veltroni) presentarono la nuova società come «a prevalente capitale pubblico locale».

La scelta della Spa ha avuto immediate conseguenze proprio sugli investimenti, sulla qualità dell'acqua e sulla tariffa. Secondo quanto era stato calcolato al momento dell'affidamento il territorio della provincia di Roma avrebbe avuto bisogno di almeno 3,6 miliardi di euro di opere idrauliche nei trentanni della concessione. Nel piano degli investimenti, però, la cifra scese drasticamente a poco più di due miliardi. Inserire, infatti, l'intero budget nel piano finanziario avrebbe comportato una tariffa talmente alta da rendere politicamente e socialmente ingestibile la situazione. Il resto? Le soluzioni sono due: o lo mette lo stato o le opere necessarie non verranno fatte.

Chi ieri in parlamento sosteneva, dunque, che la privatizzazione è necessaria per poter intervenire sulle reti idriche mentiva apertamente. Tutti gli investimenti dovranno essere fatti basandosi esclusivamente sulla tariffa: ovvero il conto lo pagano interamente i cittadini, mentre i lavori verranno gestiti dalle multinazionali. Non solo. La legge quadro sulle risorse idriche - che il decreto Ronchi non ha abolito - prevede che al gestore venga assicurato un ricavo garantito pari al 7% del capitale investito. Nel caso di Acea - primo operatore del servizio idrico in Italia - solo per la provincia di Roma la "remunerazione del capitale" supera abbondantemente i 73 milioni di euro all'anno (dati 2008 tratti dalla relazione della segreteria tecnica operativa), interamente pagati con le bollette dell'acqua. Soldi che non finiscono in opere o nel risanamento delle reti idriche, ma nelle tasche degli azionisti. Al momento dell'affidamento, infatti, Acea ha valutato il valore del suo apporto (posizionamento sul mercato, management, conoscenze accumulate) in quasi un miliardo di euro. Un "capitale investito" che va remunerato, anche ad investimento zero. Dal 2003 al 2008 questo meccanismo ha portato nelle casse di Acea - e quindi nelle tasche degli azionisti - 404 milioni di euro. Soldi che se fossero stati gestiti dai consorzi pubblici avrebbero potuto finanziare il rifacimento dell'intera rete idrica della provincia di Roma.

La mancanza degli investimenti che caratterizzano la gestione privata delle Spa ha un impatto immediato sulla qualità dell'acqua e sulla salute dei cittadini. La zona a sud di Roma avrebbe bisogno di interventi immediati sugli acquedotti. Qui, come in molte parti d'Italia, l'acqua ha tassi di arsenico oltre la norma. Per ora Acea ha chiesto la deroga ai limiti di legge - che il governo e la Regione Lazio hanno concesso - promettendo lavori nei prossimi anni. Se gli investimenti si pagano a caro prezzo - quando vengono fatti - è la tariffa a colpire subito i cittadini. Nel giro di un anno l'incremento delle bollette ha sfiorato il 5%, mentre l'amministratore delegato di Acea ha già chiesto un aumento a due cifre. Per fare cosa? «Servono tanti investimenti», ha spiegato, dimenticando che gli utili distribuiti negli ultimi anni erano più di 100 milioni. Un affare troppo ghiotto per lasciarlo nelle mani dei comuni.

Tutte le mosse per bloccare la legge

Marco Bersani*

Avevano studiato tutto per bene. La privatizzazione dell'acqua inserita in un decreto legge che nulla aveva a che fare con la stessa, il provvedimento tenuto sotto silenzio, le veline dei grandi mass media amici dei poteri forti e il consueto immobilismo delle opposizioni parlamentari. Ma improvvisamente il giocattolo si è rotto: migliaia di e-mail hanno inceppato i computer di deputati e senatori, oltre 50 mila firme raccolte in pochi giorni sono state consegnate alla Presidenza della Camera, un presidio numeroso e colorato ha inondato Montecitorio e diverse decine di iniziative sono state organizzate in tutto il Paese. La campagna "Salva l'Acqua" promossa dal Forum italiano ha fatto precipitare il castello di carte: tutti hanno dovuto prendere atto della gravità della norma che si andava approvando e hanno dovuto prendere posizione (perfino le opposizioni sono uscite dal letargo).

Ed eccoli, governo e presidente del Consiglio, costretti a chiedere la fiducia perchè consapevoli di non averla. Hanno deciso di consegnare l'acqua ai privati e alle multinazionali, hanno consapevolmente ignorato una legge d'iniziativa popolare, firmata da oltre 400.000 cittadini, che giace nei loro cassetti dal luglio 2007, hanno ascoltato le sirene di Confindustria, ignorando la forte sensibilità sociale e la diffusa consapevolezza popolare sull'acqua come bene comune e diritto umano universale. Ma la battaglia per l'acqua pubblica è appena cominciata. Chiederemo a tutte le Regioni di seguire l'esempio della Puglia e di impugnare per incostituzionalità la nuova legge.

Promuoveremo in tutti i Comuni delibere d'iniziativa popolare per inserire negli Statuti il principio dell'acqua bene comune e diritto umano universale e la definizione del servizio idrico come "privo di rilevanza economica", sottraendolo così alla legislazione nazionale. Chiederemo ai 64 Ato, oggi affidati a Spa a totale capitale pubblico e dunque a rischio di finire nelle mani dei privati, di scegliere la loro trasformazione in enti di diritto pubblico, gestiti con la partecipazione dei cittadini e delle comunità locali, così come si appresta a fare l'Acquedotto pugliese. E chiameremo tutte e tutti a una grande manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell'acqua e la difesa dei beni comuni per il 20 marzo, giornata mondiale dell'acqua, e a una settimana dalle elezioni regionali. E valuteremo l'ipotesi di indire un referendum. Perchè si scrive acqua, ma si legge democrazia.

* Forum italiano dei movimenti per l'acqua

La legge passa, le regioni pensano alla Consulta

Carlo Lania

Come annunciato la Lega ha presentato il suo ordine del giorno per chiedere al governo di valutare se siano possibili deroghe, in modo da lasciare ai comuni «virtuosi» la possibilità di continuare ad affidare la gestioni dei servizi pubblici senza effettuare gare. Una volta fatto il suo dovere, buono solo per addolcire un po' la pillola ai suoi sindaci, il Carroccio è però immediatamente rientrato nei ranghi e ha votato come tutti la fiducia al decreto Ronchi che privatizza l'acqua, decreto che passa così con 320 voti a favore e 270 contrari. «Non si muore per una legge, si muore se salta il governo», spiega ai suoi Umberto Bossi . Voto blindato a parte, anche ieri però il governo ha mostrato tutte le difficoltà del momento. Neanche il tempo di gustarsi il risultato dell'ennesimo voto di fiducia, ed ecco che l'esecutivo va sotto su una serie di ordini del giorno dell'opposizione: sei bocciature secche di fila - cinque delle quali su odg dell'Italia dei valori - rese possibili dal vuoto che domina i banchi della maggioranza. Un risultato che fa tornare di corsa in aula tre ministri - La Russa, Ronchi e Vito - e che obbliga il leghista Matteo Brigandi a parlare a lungo per dar modo ai suoi di richiamare i colleghi ormai già sulla strada di casa. Uno sforzo inutile, tanto che alla fine lo stesso Ronchi annuncia di accettare tutti gli odg. «Oggi la maggioranza parlamentare non c'è e vive un travaglio profondo», dice il deputato dell'Idv Massimo Donati, mentre per l'Udc Marco Vietti il governo «ha preso atto che non c'è più la sua maggioranza».

Ma nonostante il via libera ottenuto dalla Camera, non è detto che per la nuova legge la strada sia tutta in discesa. Il governatore della Puglia Nichi Vendola ha già annunciato di voler ricorrere alla Corte costituzionale contro la legge che apre la strada alla privatizzazione dell'acqua. Le ragioni del ricorso sarebbero nel conflitto di attribuzioni aperto dalla nuova normativa, e in particolare con l'articolo 117 della Costituzione che affida al legislatore nazionale competenze per quanto riguarda la tutela della concorrenza. «L'acqua però non è una merce, ma un bene e non è quindi assoggettata ai criteri della concorrenza», spiega l'assessore ai lavori pubblici della regione Fabiano Amati.

E la Puglia potrebbe non essere l'unica Regione a decidere per il ricorso. La settimana prossima la Conferenza delle regioni deciderà che fare, ma nel frattempo il presidente Vasco Errani non nasconde il suo malumore e parla chiaramente di «forzatura» da parte del governo : «Ancora una volta viene meno la collaborazione e il rispetto delle competenze», spiega. Ancora più esplicito Errani lo diventa quando parla come presidente della sua Regione, l'Emilia Romagna: «Per quel che mi riguarda, personalmente, penso che questo provvedimento che va oltre l'applicazione delle norme comunitarie, ponga questioni serissime sia sui rifiuti che sulla risorsa acqua, che non può che essere pubblica».

Ieri il governo ha tentato di smorzare le polemiche negando che il decreto Ronchi apra la strada alla privatizzazioni. «Si vogliono combattere i monopoli, le distorsioni e le inefficienze», ha detto il ministro per le Politiche comunitarie, mentre il collega Brunetta si è addirittura detto convinto che la riforma «aprirà alla concorrenza e abbasserà i prezzi». Rassicurazioni che però lasciano il tempo che trovano tra i consumatori, sempre più preoccupati per le conseguenze che la privatizzazione dell'acqua porterà all'economia delle famiglie. Al punto che più di un'associazione ha già fatto i conti. Per il Codacons una volta a regime, cioè tra tre anni, la riforma comporterà rispetto a oggi un aumento medio del 30% sulle tariffe dell'acqua. Previsioni ancora peggiori arrivano invece dal responsabile dei servizi a rete del Movimento difesa del cittadino (Mdc) , secondo il quale gli aumenti in bolletta saranno del 40%» visto che «si aggiungerà la necessità dei profitti delle Spa con inevitabile conseguenze sulle tariffe». Cittadinanzattiva, infine, ha annunciato l'inizio di una raccolta di forme per promuovere un referendum che cancelli la legge.

Le tavole sono consultabili nel file allegato in calce al testo.

1. Stop al consumo di suolo

Contro la dissennata cementificazione del territorio e la distruzione del paesaggio è da tempo in atto una vasta offensiva sociale e culturale. L’associazione Stop al consumo di suolo è da tempo una realtà in crescita e l’adesione all’appello conta un sempre maggiore numero di contatti[1]. All’associazione partecipano Eddyburg, AltritAsti, Gruppo P.E.A.C.E. Pace, Economie Alternative, Consumi Etici, Movimento per la Decrescita Felice, AltrItalialtroMondo, Comitato per la Bellezza, Associazione dei Comuni Virtuosi. Insieme a questa rete di amministrazioni pubbliche e comitati, anche le grandi associazioni ambientaliste e culturali sono impegnate nel contrastare la distruzione dei beni naturali e la riduzione della biodiversità. WWF, Fai, Italia Nostra e Legambiente sono concretamente impegnate nel contenere la dilagante espansione urbana.

Questo vasto movimento non ha finora potuto fare affidamento su dati certi sulla quantità di suoli agricoli che ogni anno viene urbanizzato e sottratto agli usi naturali. Gli unici indicatori di riferimento sono, come noto, la quantità di ettari sottratti all’agricoltura calcolati dall’Istat (3,5 milioni di ettari nel periodo 1990–2005) e il dato del consumo di suolo misurato dall’Agenzia Ambientale Europea tra il 1991 e il 2001 che aveva stimato in circa 8.400 ettari/anno la quantità di suolo sacrificata per l’urbanizzazione[2]. Il primo dato non rappresenta il reale consumo di suolo, poiché indica soltanto gli ettari sottratti all’agricoltura e dunque non necessariamente urbanizzati. Si tratta di aziende agricole che chiudono il ciclo produttivo o di aree coltivate che vengono abbandonate. Il secondo dato, al di là delle metodologie di interpretazione[3], si riferisce anche ad un periodo in cui l’attività edilizia è stata bassa in conseguenza dell’inchiesta Mani pulite[4].

Recentemente l’Istat ha fornito i dati sulle volumetrie realizzate in Italia nel periodo di tempo che va dal 1995 al 2006, proprio a partire da quel 1995 in cui inizia a verificarsi un attenuarsi degli effetti di Tangentopoli e l’attività edilizia -anche in relazione della congiuntura mondiale- inizia un’ascesa inizialmente lenta e successivamente sempre più impetuosa. Attraverso l’interpretazione di questi dati si è stimata con ragionevole approssimazione il valore del consumo di suolo in atto nel nostro paese, anche se si deve sottolineare preliminarmente che le informazioni Istat sono sicuramente sottostimate rispetto alla realtà. Esse, come noto, si basano sull’invio dei dati relativi al rilascio delle concessioni edilizie da parte delle amministrazioni comunali. E’ noto che questo invio non è sistematico: le informazioni fornite dall’istituto centrale sono conseguentemente sottostimate rispetto alla realtà. Inoltre, il fenomeno abusivo, quantitativamente importante in molte regioni italiane, sfugge per definizione alla rilevazione.

Pur con questi limiti i dati riescono a fornire un quadro attendibile e –soprattutto- verificabile attraverso le letture della crescita dell’urbanizzazione del territorio che iniziano ad essere prodotte alla scala locale.

2. Si è costruito per “il mercato”

Iniziamo dai dati sulle costruzioni residenziali. Sono state costruite quasi 9 milioni di stanze per abitazione (8.897.959 corrispondenti a 1.122.043.692 metri cubi realizzati) (tav.1 file pdf).

Alle stanze di nuova costruzione vanno aggiunte quelle realizzate attraverso ampliamento di edifici esistenti, pari a oltre un milione (1.043 mila, vedi tav. 5). Si arriva in totale a circa 10 milioni di stanze. Questa enorme offerta non ha alcuna relazione con l’aumento della domanda. La popolazione italiana dopo una sostanziale stasi in tutto il decennio 1990-2000 ha iniziato a crescere con tassi molto modesti soltanto per l’apporto della popolazione straniera, la cui presenza è emersa in particolare con i due provvedimenti di regolarizzazione del 2002 (tav.2 file pdf)[5].

Il milione 900 mila abitanti di incremento demografico registrato dal 1995 al 2006 è rappresentati quasi esclusivamente dagli immigrati, persone che, salvo eccezioni, non hanno la minima possibilità di accesso alle abitazioni costruite nel quindicennio. Soltanto l’1% di queste, infatti, è costituito da alloggi pubblici: tutto il resto sono abitazioni private. Tant’è vero che in tutte le più grandi città italiane esiste una diffusa emergenza abitativa: ci sono fasce sempre più ampie di popolazione che a causa del fenomeno dell’impoverimento del ceto medio, della precarizzazione del lavoro e dell’impennata dei prezzi delle abitazioni, soffre di gravi disagi abitativi. Risulta dunque evidente che l’enorme mole di costruzioni realizzate non ha alcuna corrispondenza con la domanda, ma è evidentemente legata ad altri fattori. E’, come noto, un fenomeno comune a molti altri paesi: si è costruito molto perché il fiume di denaro virtuale creato dell’economia finanziaria doveva trovare luoghi in cui materializzarsi: le città e il territorio.

3. Il consumo di suolo del segmento residenziale

Vediamo ora di calcolare il valore del consumo di suolo prodotto dal segmento abitativo. Sono stati costruiti 562.885 edifici: incrociandoli con la volumetria totale (un miliardo e 122 mila metri cubi) si vede che il volume medio dei fabbricati e di circa 2.000 metri cubi (1.993, per la precisione). La tavola seguente ci dice che dimensione media dei piani delle abitazioni realizzate è compresa tra 2 e 3 piani. In particolare risulta che le abitazioni fino a due piani rappresentano percentualmente il 52,1% dell’intera produzione edilizia, a dimostrazione del fenomeno di diffusione residenziale che caratterizza il territorio italiano (tav. 3 file pdf)[6]. L’impronta a terra dell’edificio medio di 2.000 metri cubi è pari a circa 290 metri quadrati[7].

Per calcolare la dimensione del lotto impegnato dall’edificio medio si è assunto il valore del rapporto tra superficie coperta e superficie fondiaria contenuto nel decreto ministeriale sugli Standard urbanistici che per le zone consolidate “B” stabilisce un parametro pari a 1/8 tra impronta dell’edificio e superficie fondiaria[8]. Il lotto tipo ha dunque una misura di circa 2.320 metri quadrati. Il territorio fondiario consumato dai 562.885 edifici è dunque pari a circa 130.600 ettari. Se si considera che la volumetria realizzata è pari a 1 miliardo e 122 di metri cubi, si ottiene un indice di fabbricabilità fondiaria risulta pari a circa 0,9 metro cubo per metro quadrato (0,86 mc/mq), indice del tutto congruente con le caratteristiche prevalenti dell’urbanizzazione diffusa.

Per tener conto delle urbanizzazioni primarie, dei servizi e dei parcheggi, considerando che per le zone a bassa densità il rapporto tra superficie fondiaria e quella territoriale è generalmente di 4 a 6, si devono aggiungere 196 mila ettari. Si arriva così a 326 mila ettari di territorio consumato. L’indice di fabbricabilità territoriale scende a poco meno di 0,4 mc/mq, valore anche in questo caso coerente con le caratteristiche delle trasformazioni diffuse.

Si deve infine aggiungere al dato stimato una percentuale relativa all’abusivismo. Il peso dell’abusivismo è sistematicamente stimato da Ecomafia, pubblicazione annuale curata dall’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente che stima intorno al 20% la percentuale dell’abusivismo sulla quota legale[9]. Ai precedenti 326 mila ettari vanno pertanto aggiunti ulteriori 65.000 ettari.

In conclusione, la quantità di territorio consumata nel periodo 1995 – 2006 dal comparto residenziale è pari a 390 mila ettari.

4. Il “piano casa” è già stato realizzato

L’Istat pubblica anche la quantità di volumetrie residenziali realizzate attraverso gli ampliamenti degli edifici esistenti. Si tratta di 146.267.196 metri cubi, per un totale di 287.996 abitazioni e 1.043.467 stanze (tav. 4 file pdf). E’ evidente che questo tipo di attività, a parte trascurabili eccezioni, non produce aumento di consumo di suolo.

Il motivo per cui pubblichiamo la tavola degli ampliamenti è relativo ad un'altra questione, e cioè il rapporto delle quantità realizzate con il cosiddetto piano casa annunciato dal Governo nazionale nel mese di marzo 2009 e i successivi provvedimenti regionali. Dal dato Istat di vede infatti che il mercato edilizio aveva già diffusamente utilizzato le possibilità regolamentari per gli ampliamenti degli edifici esistenti. Il primo atto di ogni buon governo dovrebbe essere quello della conoscenza sistematica delle questioni affrontate. In questo come in molti altri casi, il legislatore si è invece affidato alla sorte. Oggi dal mondo della Confindustria si levano alte grida contro “la burocrazia che blocca i piani casa”[10]. In realtà il motivo vero del fallimento è che si erano già realizzate molte costruzioni ampliando gli edifici esistenti.

Anche un’altra serie di informazioni fornite dall’Istat, pur esulando dallo specifico obiettivo della presente ricerca, è di grande utilità per comprendere gli effetti della valorizzazione immobiliare di questi anni. Le informazioni statistiche riportano la distribuzione dimensionale dell’edilizia residenziale realizzata. Il vertiginoso aumento dei valori immobiliari di questi anni ha causato una riduzione delle superfici alloggiative. Oltre al fenomeno della diffusione residenziale, siamo dunque in presenza di un evidente fenomeno di diminuzione dello standard abitativo. Il decennio del liberismo trionfante ha intaccato il diritto alla città perché ha esteso l’urbanizzato oltre ogni limite e costretto le famiglie meno abbienti a trasferirsi sempre più lontano dalle città e nello stesso tempo ha eroso il diritto ad una casa adeguata alle esigenze del nucleo familiare (tav. 5 file pdf). Si vive sempre più lontano e e in case sempre più modeste.

Ulteriore passo della restaurazione privatistica delle città, come nota Paola Bonora, sarà quello di abbassare la durevolezza delle abitazioni, costruendo alloggi da rottamare in tempi brevi (20 anni al massimo) così da alimentare un mercato drogato di demolizioni e ricostruzioni[11].

5. Il consumo di suolo del segmento produttivo

Oltre al comparto residenziale, l’Istat certifica che sono stati realizzati 246.451.984 metri quadrati di manufatti produttivi (tav. 6 file pdf). Soltanto con la realizzazione dei capannoni sono stati dunque consumati 24.645 ettari di terreno.

Assumendo un indice di occupazione medio dei lotti pari al 30% si raggiunge un valore fondiario dei lotti edificati pari a 82.150 ettari. Per tenere conto delle strade di allacciamento e di distribuzione e dei parcheggi si è raddoppiata la precedente quantità. In complesso il consumo territoriale di suolo delle nuove costruzioni è di 164.300 ettari.

L’Istat fornisce ancora i dati quantitativi sugli ampliamenti degli edifici produttivi esistenti, 45.974.441 metri quadrati (tav. 7 file pdf). A differenza del comparto residenziale, in questo caso gli ampliamenti produttivi producono aumenti del consumo di suolo. Vengono infatti utilizzati nuovi suoli non urbanizzati per aumentare le linee di produzione o per ampliare le aree di stoccaggio. Tenendo conto dell’incremento per le urbanizzazioni primarie (anche in questo caso si è utilizzato un parametro di aumento del 100%) si raggiunge il valore di 10.000 ettari (9.194).

Alla somma dei due precedenti valori (173.500 ettari) si deve ancora aggiungere una percentuale del 20% per tener conto dell’abusivismo, e cioè altri 34.700 ettari.

Il consumo di suolo per il comparto produttivo è complessivamente pari a circa 210 mila ettari.

6. Il consumo di suolo per la realizzazione delle infrastrutture

Il calcolo del consumo di suolo causato dalla realizzazione delle grandi opere infrastrutturali realizzate negli undici anni considerati non può fare affidamento su alcun dato statistico. Per stimarlo si è operato sui valori della larghezza standard degli impalcati infrastrutturali per le tipologie ferroviarie e per quelle autostradali o stradali. Il parametro lunghezza è stato calcolato sulle opere realizzate in questi anni: la tratta di alta velocità ferroviaria tra Napoli e Torino, la terze corsie autostradali (Roma-Orte, tratta Adriatica, etc); le nuove tratte (variante di valico appenninico, etc.); l‘adeguamento del grande raccordo anulare a Roma e la Salerno-Reggio Calabria.

Se si pensa che soltanto per l’alta velocità ferroviaria si può valutare il consumo di suolo in circa 25 mila ettari, una stima prudenziale ci fa arrivare al valore complessivo di 150 mila ettari di terreno consumato.

Il consumo di suolo per la realizzazione delle infrastrutture arriva a 150 mila ettari.

7. La coerenza dei dati stimati con gli studi esistenti

La somma del consumo di suolo residenziale, di quello produttivo e di quello infrastrutturale porta ad un valore di 750 mila ettari. Questo risultato è stato verificato con quelli desunti da concrete indagini di campo.

La provincia di Milano ha pubblicato nel 2009 il Quaderno n. 28 del Piano territoriale dedicato al consumo di suolo. La ricerca “Consumo di suolo. Atlante della provincia di Milano” è stata redatta in collaborazione con il Centro studi Pim e riporta il dato sintetico del consumo di suolo calcolato nel periodo 1999 – 2004 in5,5 metri quadrati di suolo per abitante/anno.

Il dato calcolato all’interno della ricerca (750 mila ettari) porta ad un dato sensibilmente più alto, e cioè 11,6 metri quadrati/abitante/anno. In realtà il dato è comparabile con quello calcolato dalla Provincia di Milano per due motivi. Il primo di natura legale: nel milanese la percentuale dell’attività abusiva è pressoché vicina allo zero e il valore dell’11,6 deve subire una decurtazione pari al 20%, diventando pari a 9,3 mq/ab/anno. Il secondo motivo è invece legato ai valori di densità edilizia che nel caso delle aree metropolitane è molto superiore al dato utilizzato per il calcolo del consumo di suolo medio.

L’Istat fornisce i dati relativi alla distribuzione del numero di piani degli edifici residenziali disaggregati rispetto alla dimensione degli organismi urbani, in particolare fornisce quelli relativi alle città italiane con oltre 500 mila abitanti[12]. Dalla tavola 8 si vede che se la percentuale delle abitazioni realizzate su tre piani è identica al dato nazionale (33,6), ben diverso è invece il peso degli edifici di 5 e 6 piani. Nei grandi centri urbani gli edifici ad alta densità assumono un peso notevolmente maggiore: gli edifici di cinque piani rappresentano l’8,8% nelle grandi città mentre il dato nazionale era del 2,4% (tav. 3 file pdf). Gli edifici con 6 e più piani di abitazione raggiungono nelle grandi città la percentuale del 17,2% rispetto alla media nazionale dell’1,5%[13].

Se si tiene conto dei due fenomeni (assenza di abusivismo e maggiori densità urbane) il valore calcolato su scala nazionale dell’11,6 scende nel caso della provincia di Milano a circa 7,0, molto vicino a quello di 5,5 mq/ab/anno misurato dagli uffici tecnici provinciali.

8. In undici anni è sparita l’Umbria. In un anno Ravenna

Come accennavamo, i tre addendi del consumo di suolo raggiungono in totale 750 mila ettari nel periodo della rilevazione 1995-2006, e cioè oltre 68.200 mila ettari/anno.

Ciò vuol dire che, se si tolgono le aree già urbanizzate, in undici anni è stata coperta dal cemento e dall’asfalto una regione grande quanto l’Umbria e che ogni anno sparisce per lo stesso motivo l’intero comune di Ravenna[14]. Un dato che può certo far piacere agli idolatri dell’urbanistica contrattata-perequativo-compensativa. Un dato spaventoso per coloro che hanno a cuore la tutela del paesaggio e delle bellezze naturali italiane.

Per la verità, passata -anche se non del tutto- l’ubriacatura neoliberista gli urbanisti che si immolano sempre e comunque all’urbanistica promozionale e ai mercatini dell’urbanpromo sono in rapido declino e senza grandi argomenti. Aumenta invece il numero delle persone che denunciano questo intollerabile stato di cose. Non soltanto i soggetti che elencavamo in premessa, ma anche grandi intellettuali come Barbara Spinelli che di recente ha scritto “Inutile dividere i mali italiani in compartimenti stagni: la morte della politica da una parte, l’informazione ammaestrata o corriva dall’altra, le speculazioni edilizie da un’altra ancora. Tutte queste cose sono ormai legate, fanno un unico grumo di misfatti e peccati d'omissione che mescola vizi antichi e nuovi. È l’illegalità che uccide l’Italia politica e anche quella fisica, la sua stima di sé, la sua speranza, con tutti i vizi che all’illegalità s’accompagnano: la menzogna che il politico dice all’elettore e quella che ciascuno dice a se stesso, il silenzio di molte classi dirigenti su abusivismo e piani regolatori rimaneggiati, il territorio che infine soccombe[15].

Non ci sono parole migliori per tentare di fermare per sempre il “grande sacco dell’Italia” e il consumo di suolo.

[1] Al 10 novembre gli iscritti all’associazione sono 13.092, di cui almeno 200 comitati e associazioni di cittadini. Il sito è www.stopalconsumoditerritorio.it

[2] I dati sono riportati nella ricerca effettuata dal WWF e dall’Università di L’Aquila. Vedi “2009, l’anno del cemento”. Dossier sul consumo di suolo in Italia, a cura del WWF Italia, 2009.

[3] E’ stato utilizzato il sistema Corinne Land Cover che non apprezza le urbanizzazioni sotto una soglia dimensionale elevata.

[4] La produzione edilizia del decennio 1991 – 2001 si attesta su una media di 200 mila alloggi /anno. Raggiunge i 300 mila alloggi negli anni 2004-2005.

[5] In numero dei permessi di soggiorno al 1 gennaio 2008 sono 2.063.127. Nel 2002 erano 1.448.392.

[6] Si veda in particolare No Sprawl, a cura di Maria Cristina Gibelli e Edoardo Salzano. Alinea editrice, 2006.

[7] Si è assunto un valore medio tra due piani (6,00 ml) e tre piani (9,00 ml), e cioè 7,0 metri.

[8] Il Decreto ministeriale 1444/68 definisce le zone B di completamento urbanistico “le parti del territorio parzialmente edificate in cui la superficie coperta dagli edifici esistenti non sia inferiore al 12, 5% (un ottavo) della superficie fondiaria della zona”.

[9] Legambiente, Osservatorio ambiente e legalità, Ecomafia 2009. Pagg. 175 e sgg.

[10] E’ il titolo d’apertura del quotidiano della Confindustria evidenziato su quattro delle cinque colonne dell’inserto dedicato a Roma e al Lazio il 28 ottobre 2009.

[11] Paola Bonora, E’ il mercato bellezza, in Eddyburg dal 29.03.09. In corso di pubblicazione. Dall’inizio del 2009 da parte dell’Ance sono ormai numerosissime le uscite mediatiche tese a “convincere” l’opinione pubblica che realizzare

case a rapido degrado sia l’unico modo per risolvere il problema abitativo delle famiglie a basso reddito. Come prassi consolidata, interessi egoistici se non bassamente speculativi vengono spacciati per interessi generali, complice un compiacente mondo dell’informazione.

[12] Come noto, le città italiane con popolazione superiore ai 500 mila abitanti sono sei. Nell’ordine Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e Genova.

[13] Il fenomeno del aumento delle densità urbane è anche causato dalle caratteristiche dell’urbanistica contrattata che ha di fatto consegnato le città alla proprietà fondiaria. Un approfondito studio del fenomeno è contenuto in un recente volume di Sergio Brenna, La strana disfatta dell’urbanistica pubblica, Maggioli editore, 2009.

[14] La superficie territoriale dell’Umbria è pari a 8.546 chilometri quadrati. Quella del comune di Ravenna 652,89 chilometri quadrati.

[15] Barbara Spinelli, Il grande sacco dell’Italia, La Stampa, 4 ottobre 2009, consultabile su eddyburg: http://www.eddyburg.it/article/articleview/13937/1/352

Chiunque può riprendere questo articolo o sue parti alla condizione di citare l'autore e la fonte come segue: tratto dal sito web http://eddyburg.it

In questi giorni, nel corso di un intervento per la bonifica di parte della tenuta di S. Maria Nova, sull’Appia Antica, recentemente acquistata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma, è tornato alla luce un lungo tratto di strada romana basolata. Si tratta, con ogni probabilità, di una strada che collegava la Via Appia con la Via Latina, lo fanno pensare l’andamento e altre parti del tracciato trovate in passato nelle vicinanze. La strada partiva dal quinto miglio dell’Appia, luogo sacro pieno di memorie, limite dell’ager romanus, con la grandi tombe a tumulo, riconosciute dalla tradizione degli Orazi e Curiazi, la struttura forse un ustrino, il grande Sepolcro a Piramide, la Villa dei Quintili.

La strada basolata si trova solo in parte nella nuova proprietà pubblica, dove sarà lasciata a vista, per il resto rimarrà obliterata sotto muri, recinzioni, villette, proprietà private che, fino a qualche tempo, fa erano solo campagna. Allora ci si ritrova disorientati con il gruppetto di esperti che lavora per l’Appia, come un unico corpo di fronte al fenomeno che ogni giorno questo territorio fa scoprire, nel bene e nel male, sempre in bilico tra i risultati raggiunti e l’abisso dei problemi.

Le scoperte a Roma non ci sorprendono, sono all’ordine del giorno ma sull’Appia il miracolo poteva ancora accadere, fino a 50 anni fa, ma anche fino a 20 anni, anche meno, ancora oggi potrebbe accadere. Perché i monumenti, la strada basolata e tutto il patrimonio che c’è sarebbero ancora recuperabili e potrebbero essere una risorsa eccezionale, unica al mondo, da mettere a disposizione di tutti.

Lascio la Villa dei Quintili al tramonto e, come sempre, mi sorprendo per la bellezza indescrivibile dei luoghi, per la luce rossa tra le grande arcate dei monumenti, per la quiete che riesce a ignorare il traffico intenso che passa accanto.

Come sempre mi domando: cosa si può fare, come si può salvare tutto questo e farlo godere a tutti. Non sono riusciti personaggi importanti, non è riuscito Antonio Cederna, non sarà possibile.

Ma almeno, mi dico, non dovrà passare sotto silenzio, almeno si deve tentare di comunicare cosa accade lì ogni giorno, quanto sia costoso un piccolo risultato, quanto sia disarmante muoversi tra ricorsi, cause perse, sentenze ingiuste, tentativi continui di aggressione del bene prezioso che è il territorio: di tutto questo non si può dare colpa ai privati che perseguono il proprio interesse individuale ma piuttosto assegnare le responsabilità alle amministrazioni pubbliche che non fanno, fanno finta di ignorare, lasciano correre, mostrando poco interesse. Tutti i problemi rimangono affastellati in un ufficietto che ha il compito della tutela e della valorizzazione archeologica di questo comprensorio, che non ha una connotazione particolare, che va avanti solo per l’impegno personale di chi vi lavora, troppo spesso incredulo di fronte agli accadimenti. Si deve lasciar correre e ratificare tutto quello che è stato fatto illecitamente, si deve ostinatamente riaffermare che si tratta dell’Appia antica, ci si deve convincere che lo stato di fatto è più forte di ogni ragione di salvarla, che forse stiamo esagerando?

Rivolgere a eddyburg queste riflessioni è un modo per comunicare con i suoi lettori, che, sicuramente, potranno comprendere, per sentirsi meno soli e dare spazio a un “osservatorio” sull’Appia che possa informare, rispondere, vigilare.

Altri, forse, avranno voglia di segnalare, di rispondere, di porre quesiti e sarebbe davvero un gran successo poter creare una piccola rete di consenso per l’Appia.

Intanto, per non dimenticare rileggiamo Cederna, quanto mai attuale, e troviamo qui la forza per andare avanti.

Chissà mai accada un miracolo!

“ Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti…Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di un’opera d’arte: la Via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene” (da I Gangsters dell’Appia, Il Mondo 8 Settembre 1953).

Sulla via Appia Antica, fuori Porta S. Sebastiano, c'è una «stazione di servizio» per automobili, mal situata, brutta, ridicola. Mal situata, perché appena cinquanta metri prima del Domine quo vadis?, cioè al bivio con la via Ardeatina, dove l'Appia si restringe e l'incrocio è pericoloso. Brutta, perché arieggia a portico di vecchia fattoria con le sue tre arcate, la tettoia coperta da tegole e qualche sparuta pianta verde in vasi di terracotta, nella pretesa di non stonare con «l'ambiente circostante». Ridicola, perché nel suo muro, a edificazione del turista, sono incastrati frammenti antichi di marmo, di iscrizioni greche e latine, sarcofagi, comici architettoniche: altri frammenti antichi di marmo e terracotta sono esposti in una vetrina tra i bidoni dell'olio, e ancora marmi, terrecotte, pezzi di stemmi medioevali, unti e macchiati, sono collocati sopra ai distributori di benzina. Tutte queste «antichità», in parte false, in parte comprate in via del Babuino, in parte rubate sulla via stessa, oltre a costituire un degno prologo per chi si accinge a visitare in macchina i resti di quella che fu la «regina delle vie», hanno un grande valore simbolico: oggi l'antico è tollerato solo se, fatto a pezzi insignificanti, può essere ridotto a ornamento, a fronzolo, a servo sciocco delle «esigenze della vita moderna», del «traffico», del «dinamismo del nostro tempo», insomma di quello che dicono «progresso». ù quello che sta succedendo a tutta la via Appia, destinata entro pochissimi anni a scomparire, per diventare un rigagnolo in mezzo alla nuova città che sta sorgendo sopra e intorno ad essa, grazie a una banda di speculatori, alla previdenza dei tecnici del Comune di Roma, all'inerzia degli organi ministeriali, teoricamente preposti alla tutela del nostro patrimonio archeologico, paesistico, monumentale.

Ammirato il distributore di benzina, voltiamo a destra per un sentiero in salita: fatta qualche decina di metri, restiamo esterrefatti. Abbiamo davanti a noi tutta la zona tra le vie Appia e Ardeatina da una parte e la via Cristoforo Colombo dall'altra, quasi un grande rettangolo di un chilometro per seicento metri: quello che l'anno scorso era ancora un pezzo di campagna romana, un dolce irregolare avvallamento a prati, alberi, orti, con qualche vecchio casale, è oggi un deserto d'inferno, ad altipiani e abissi, sconvolto dalle macchine scavatrici, che hanno distrutto alberi, prati e orti, che mangiano la terra intorno ai vecchi casali, lasciandoli sospesi in cima ad assurdi pinnacoli. Si sta sistemando il terreno, si stanno scavando le fondamenta di un nuovo quartiere di Roma extra moenia, esteso quanto Villa Borghese.

In prossimità della via Appia e dell'Ardeatina sorgerà una fascia di «villini» e di «villini signorili» a quattro piani, quindi una fascia di «palazzine» a cinque e sei piani, quindi verso la via Cristoforo Colombo un ampio agglomerato a costruzione intensiva, con edifici di almeno otto piani, per un'altezza massima di ventotto metri. A parte i consueti abusi, come l'aumento dei piani grazie ai finti seminterrati, gli attici «arretrati» ecc., il nuovo quartiere incomberà ad altezze scalate sulla via Appia, divenuta misero budello ai suoi piedi, tanto più che essa in quel tratto è a quota 16‑18, mentre il terreno del nuovo quartiere arriva a quota 30‑40. Qualche esigua e frammentaria zona di rispetto «assoluto» (un centinaio di metri sulla carta) e di rispetto «con particolari limitazioni», servirà soltanto ad attestare l'ipocrisia dei progettisti.

Il nuovo quartiere sarà naturalmente attraversato da strade. Una strada larga venti metri, partita dalla piazza dei Navigatori sulla via C. Colombo, dove sta la truce mole dell'ex‑«albergo di massa», oggi casa‑prigione popolare, attraverserà il nuovo quartiere in diagonale, scavalcherà la via Appia quasi all'altezza del Domine quo vadis? e andrà a finire al quartiere Appio‑Latino. Una seconda strada, di circonvallazione, larga cinquanta metri, partita dalla via Ostiense, scavalcherà la via Appia quasi all'altezza del Domine quo vadis? e arriverà all'Appia Nuova. Una terza strada, proveniente presumibilmente dall'E 42, scavalcherà la via Appia quasi all'altezza del Domine quo vadis? dove si unirà alle prime due. Altre strade minori taglieranno il nuovo quartiere recando nuova congestione al Domine quo vadis?: la scelta dell'illustre chiesina come centro di confluenza di tanto traffico è davvero una trovata ammirevole. Infine, un'altra strada di circonvallazione lungo la ferrovia Roma‑Pisa, di cui già esiste un tratto (via Cilicia), ma che si è dovuta arrestare di fronte alla scoperta dei ragguardevoli resti di un mausoleo, scavalcherà la via Appia a metà strada tra il Domine quo vadis? e la Porta S. Sebastiano. Chi arriverà a Roma dalla via Appia si meraviglierà di entrare in galleria.

Guardiamoci attorno: Roma col suo più bel tratto di mura è ancora, per il momento, davanti a noi. Ma già sulla via C. Colombo si alzano i sinistri scheletri di due smisurati casamenti a 10‑11 piani (cooperative Villa Madama e Montecitorio), destinati a case economiche per deputati, senatori e funzionari del Senato e del Parlamento: tutta la larghissima via, in origine destinata ad essere strada‑parco, diventerà una strada‑corridoio, costruita intensivamente con edifici colossali su entrambi i lati, anzi, un'apposita commissione ne garantirà il «carattere monumentale» (!). Più lontano, tutta la zona ai piedi del Bastione del Sangallo rigurgita di villini di freschissima data, costruiti ad opera di varie cooperative edilizie, per abitazione di funzionari delle Belle Arti, che si sono auto‑autorizzati a infischiarsi delle zone di rispetto: il «via» alle costruzioni abusive appena sotto alle Mura fu dato, poco prima della guerra, dalla villa di Eugenio Gualdi,presidente della Società Generale Immobiliare. Guardiamo infine al di là dell'Appia, al di là della valle dell'Acquataccio e della Caffarella: grotteschi edifici sono sorti in via Cilicia, la via Latina è scomparsa sotto un mucchio confuso di nuove costruzioni: tutta la zona tra la ferrovia Roma‑Pisa e la via Latina sarà costruita intensivamente, e gran parte della bella conca della Caffarella costruita a «villini» (o come altro saranno chiamati), per oltre mezzo chilometro.

Nella relazione che il 21 ottobre 1951, la Giunta romana tenne al Consiglio Comunale, intorno al nuovo piano regolatore, si diceva, in tono saggio e mellifluo, che Roma deve espandersi verso i Colli e verso il mare: tra queste due direttrici, sarebbe rimasto intatto «il grande cuneo della zona archeologica (che), a cavallo dell'Appia Antica, si spinge fino al cuore della città, al Campidoglio, come una riposante fascia di verde, dalla quale emergeranno, testimonianza perenne di storia e civiltà, i resti dei gloriosi monumenti», ecc. ecc. Farebbe un'opera buona chi volesse spiegarci perché mai, in meno di due anni, il cuneo archeologico e la riposante fascia di verde si sono trasformati in cuneo, fascia e baluardo di cemento armato.

Pochi metri oltre la basilica di S. Sebastiano, sulla nostra destra, il muro della via è abbattuto: un centinaio di metri in là, nella bella campagna, ecco il primo esempio della nuova edilizia che distruggerà per sempre l'integrità monumentale e paesistica di tutta la via Appia. Sei villini sono già pronti, arancione, gialli e rossi, strani nella pianta e nell'alzato, a mezzo tra la piccola stazione ferroviaria, la vecchia fattoria e la casina della bambola; tetti, terrazze, verande, scale esterne si accostano, si susseguono, si incastrano ad angoli retti, ottusi, acuti: vediamo finti comignoli di forma indescrivibile, torrette cilindriche, loggiati ad arcate, balconcini e tettoia sorretti da travi di legno, pensiline sorrette da pilastri di tufo, finestre lunghe e corte, alte e basse, strette e larghe, rettangolari e quadrate, barbacani ed oblò. Retrocediamo in fretta, e superiamo la Tomba di Cecilia Metella.

Comincia il tratto più splendido e più famoso della via Appia. Al quarto chilometro, di fronte alla casa in cui Pio IX nel 1853 si fermò a sperimentare il telegrafo (electrico relatori experiundo), entriamo nei campi alla nostra sinistra. Ecco, a un centinaio di metri, un altro gruppo di ville (tutto il vasto terreno è già lottizzato, tra la via Appia e la via dell'Acquasanta), giallognole, dal tetto a spioventi, con alti comignoli: nonostante che portici e finestre siano «moderni», queste ville hanno qualcosa di vecchio, di cui non sappiamo per ora renderci ragione. Ci inoltriamo ancora nella campagna, fin che arriviamo sul ciglio di una vecchia cava di selce, e per poco non vi precipitiamo dalla meraviglia: una decina di metri sotto ai nostri piedi ci appare una vasta macchia di un azzurro accecante, una grande piscina privata con fondo in mosaico di vetro, orlo ondulato di cemento come le fosse degli orsi, toboga, trampolino, ombrelloni gialli, rossi e blu.

Tornati sulla via e fatto un centinaio di passi, pieghiamo a sinistra in una nuova strada asfaltata: eccoci di fronte a un grande edificio in costruzione, arrivato al primo piano. A terra vediamo un mucchio di tegole, e comprendiamo quanto prima ci aveva sorpreso: l'aria di «antico» delle case, che a decine e a centinaia vanno sorgendo sulla via Appìa, deriva in gran parte dall'impiego di tegole usate; un muratore che sta lavandosi i piedi in una vasca dove sono a bagno i mattoni ci spiega che ciò avviene per legge. Con simili espedienti i responsabili si mettono a posto la coscienza.

Guardiamo meglio l'edificio in costruzione, un'altra grande sorpresa ci aspetta: per un paio di metri di altezza il muro esterno è rustico, fatto di pietre chiare e scure, ma tutte, di nuovo, hanno qualcosa di «antico», molte addirittura sono già coperte di muschio. C'era da aspettarselo: per tutta la sua ampiezza il muro è composto di pietre antiche, rubate alla via Appia e ai suoi monumenti. Giriamo intorno all'edificio, tra cataste di mattoni e pozzi di calce, e contiamo, sull'erba, una dozzina di grossi mucchi (carico di altrettanti camion) di pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumenti: sono blocchi di selce del pavimento antico della via, inconfondibili per la forma e l'impronta delle carreggiate, sono grossi pezzi di marmo lunense e di pietra albana tolti al rivestimento dei sepolcri, sono (chi non ci crede vada a verificare) grossi frammenti di statue.

Non basta: tutti i muretti e relativi pilastri d'ingresso, che sono stati costruiti per centinaia di metri lungo la via Appia, a delimitazione delle nuove proprietà, sono tutti fatti con pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumenti; tra le pietre antiche vediamo ancora iscrizioni, frammenti di sarcofagi, di ornati architettonici, di colonne, basi e capitelli, frantumi di selce dell'antico pavimento. Un secolo fa l'archeologo Luigi Canina eresse lungo la via delle piccole pareti in cotto e con gusto eccellente vi murò i frammenti antichi che man mano veniva scoprendo: da anni, un giorno dopo l'altro, questi frammenti vengono smurati, trafugati, venduti, usati come materiale di costruzione.

Torniamo sull'Appia: un cartello ci informa che «42.000 metri quadrati di terreno, eventualmente divisibili» sono in vendita; passiamo davanti a una nuova villa (n. 201, «Sola beatitudo»: vedremo tra un paio d'anni dove sarà andata a finire la beata solitudo), e arriviamo al n. 203: ci balza innanzi la massa informe, orrenda della Pia Casa Santa Rosa, ormai famosa per lo scandalo che suscitò un paio di anni fa. Se non ricordiamo male, l'edificio, progettato a tre piani, venne autorizzato dal Consiglio Superiore del Ministero della P.I. «per deferenza alla benefica istituzione» (bel principio urbanistico).

Nell'entusiasmo dei lavori l'architetto (Spina Alberto) pensò bene di aggiungere un quarto piano: contro il quarto piano insorsero la Commissione provinciale per le bellezze naturali, panoramiche e paesistiche, insorse la Soprintendenza ai Monumenti, insorse lo stesso Consiglio Superiore, che ne ordinò «l'immediata demolizione». L'ordine rimase naturalmente lettera morta, capitò invece che i fondi stanziati venissero anzitempo esauriti, tanto che si sperò vivamente che la Pia Casa rimanesse incompiuta: ma intervenne la Provvidenza, e oggi la Pia Casa è in funzione, con tutti i suoi quattro piani e il suo macabro intonaco violetto. E’ psicologicamente interessante ricordare che l'architetto Spina si difese dalle critiche, non solo paragonando il suo capolavoro alle badie di Farfa, Casamari e Subiaco e al Monastero di Montecassino, ma sostenendo che la via Appia, lungi dall'esseme danneggiata, ci guadagnava.

Andiamo avanti ancora, osservando i monumenti a testa bassa, per non scoprire altri scempi. Ma i monumenti stessi sono ridotti a letamai, sommersi da immondizie di ogni genere: sembra che per il bilancio del Comune di Roma (o della Sopraintendenza alle Antichità o di quella ai Monumenti?) un paio di spazzini per la via Appia siano un carico eccessivo. Giungiamo all'altezza di Tor Carbone: qui sulla destra dell'Appia dovrebbe sorgere, grazie alla Società Immobiliare, un grande quartiere di villini di lusso, collegato con una strada all'E 42. Prendiamo a sinistra la via Erode Attico che porta all'Appia Pignatelli: fatti pochi metri, riceviamo un altro tremendo colpo nello stomaco. Nel vasto angolo formato dalla via Erode Attico con la via Appia, ci feriscono la vista una dozzina di «villini signorili», di varia foggia e dimensione. Tra i colori predominano il viola e l'arancione: le case hanno forma assai complessa, con avancorpi, sporgenze e rientranze, i tetti hanno i soliti comignoli e le solite tegole; vediamo portici ad arco pieno, ad arco ribassato, ad architrave, finestre a feritoia, arcuate, quadrate, finte colombaie, lampioni di ferro battuto: ogni casa è recintata da un muro di tufo giallo, talvolta con pilastri coperti a tettuccio. Il bel quartierino ha la solita aria finto paesana da città dei balocchi, come fosse costruito da uno scenografo incerto tra Italia centrale, Tirolo e Svizzera, con qualche reminiscenza classica. Tra le curiosità principali notiamo una casa con grondaia in su anzi che in giù, e una specie di pagoda cinese a due piani, il primo ad arcate di mattoni, il secondo a vetrate continue.

Giriamo intorno gli occhi: verso Nord, dietro al bel quartierino, si innalza in tutta la sua profondità lo spettro della Pia Casa; verso Sud, cioè sempre sulla sinistra della via Appia, ci appaiono adesso altre ville e villini; verso Oriente, in basso, ecco distendersi un nuovo e maggiore quartiere, dall'aspetto meno «signorile» del primo; scendiamo nella stessa direzione e passiamo in mezzo alla vasta e miserabile nuova Borgata di Santa Maria Nuova. Quanto all'Appia Pignatelli, la bella via solitaria a valle dell'Appia Antica, sappiamo che verrà allargata per essere trasformata in grande strada di traffici (naturalmente con costruzioni ai lati, anche attomo al Circo di Massenzio), che sarà prolungata fino a Roma con un tronco parallelo all'Appia Antica, portando nuova rovina nella valle della Caffarella, fino a Porta Latina: sarà quindi la quinta grande nuova strada che cancellerà dalla faccia della terra la campagna a Sud di Roma.

Rientrati a Roma, fermatici davanti alla stupida e spropositata mole del palazzo della FAO, rovina della Passeggiata Archeologica, cioè del primo tratto della via Appia, nel riporre una vecchia guida, rileggiamo la frase di Goethe, dell'11 novembre 1786, messa a epigrafe del primo capitolo: «Questi uomini lavoravano per l'eternità; tutto essi hanno preveduto tranne la demenza dei devastatori, cui tutto ha dovuto cedere».

La demenza dei devastatori ha raggiunto oggi vette inimmaginabili: un ultimo esempio corona per il momento il nostro triste e parzialissimo elenco. Al sesto chilometro della via Appia, sulla sinistra, isolate nella campagna, sorgono le rovine famose, vaste, imponenti della Villa dei Quintili, del secondo secolo dopo Cristo, avanzi di un ninfeo, di un acquedotto, di un criptoportico, di terme, di cisterne, di sale grandiose, ecc., con una vista stupenda sui Colli e i Castelli. Ebbene, anche qui i nuovi vandali dementi stanno tramando un colpo inaudito: un «nucleo residenziale» (grazie alla Società Generale Immobiliare) sorgerà immediatamente a ridosso delle rovine, per una profondità di circa trecento metri nella campagna; la lottizzazione si estenderà in uguale misura, complessivamente per una cinquantina di lotti, anche sulla destra della via Appia: questa, chiusa in mezzo, sarà affiancata da due strade parallele, una a destra, l'altra a sinistra. Lottizzare il Foro Romano o la Villa Adriana non sarebbe misfatto peggiore.

Ingenuo chiedersi come avvenga tutto ciò. Esistono articoli di leggi (legge 1939 sulla tutela delle cose d'interesse artistico e storico, legge 1939 sulla protezione delle bellezze naturali e panoramiche, regolamento 1940 per l'applicazione della precedente), intesi a salvaguardare «l'integrità», le condizioni di «prospettiva», «luce», «ambiente», «decoro», dei monumenti, la «bellezza panoramica», la «spontanea concordanza e fusione fra la espressione della natura e quella del lavoro umano», e via dicendo. Esiste un vincolo di rispetto per un centinaio di metri da una parte e dall'altra della via Appia, esiste un altro vincolo di poco più esteso, proposto il gennaio scorso dalla Commissione provinciale per le bellezze naturali ecc., ma che non comporta l'inedificabilità delle aree, limitandosi solo a imporre generici riguardi ai costruttori. Esistono organi di tutela, statali, comunali, provinciali, cui manca spesso la cultura e l'intelligenza, cui manca sempre l'iniziativa e la forza di intervenire.

Da un paio d'anni lo scempio della via Appia è entrato nella sua fase definitiva. Le lottizzazioni da sporadiche si vanno facendo organizzate, stringendosi a soffocare tutta la via in un abbraccio mortale, la campagna assume un aspetto da stazione climatica, gli edifici cui abbiamo accennato (ipocrisia delle sottili strisce di rispetto) sono e saranno tutti visibili dalla via: il gioco degli interessi stronca in partenza qualsiasi iniziativa sensata.

Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall'altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti. Perfino per la cattiva letteratura che nel nostro secolo vi era sorta intorno. Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l'avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un'opera d'arte di una opera d'arte: la via Appia era intoccabile, come l'Acropoli di Atene. Ma che importa ai funzionari, agli architetti, agli speculatori? Il loro ideale estetico sono gli obelischi di via della Conciliazione, e i baracconi di gesso dell'E 42, nati per ospitare le «Olimpiadi della Civiltà» e scaduti, com'era giusto, a fiera campionaria e parco dei divertimenti.

Abstract

La storia della tutela della Via Appia attraverso una selezione dei documenti dell'Archivio di Stato di Roma e dell'Archivio Centrale di Stato ( 1816-1910) che contengono provvedimenti per la salvaguardia, gli scavi, i restauri e ogni altra azione e iniziativa indirizzate al recupero e alla valorizzazione del complesso archeologico.

I documenti illustrano chiaramente il destino della più celebre delle strade pubbliche romane, restaurata e destinata a passeggiata archeologica nella metà dell'800, ad opera di Luigi Canina, durante il Governo Pontificio, che richiamò visitatori e studiosi di ogni parte del mondo, e le difficoltà della Amministrazione dello Stato per preservare questo complesso archeologico, esteso per chilometri, solo nella sua prima parte di pertinenza della città. Gli interessi dei privati e la mancanza delle risorse necessarie, già dalla fine dell'800, hanno segnato le sorti dell'Appia, vanificando l'impegno di illustri personaggi dell'Amministrazione pubblica, preparandola agli scempi perpetrati nel corso del secolo successivo.

Dopo i programmi per le sistemazioni urbanistiche della città a seguito della presa di possesso dello Stato Pontificio da parte di Napoleone e il sogno per la realizzazione di un grande parco archeologico dal Campidoglio alla Via Appia, la più celebre delle strade pubbliche romane, sempre al centro dell'attenzione di studiosi e artisti di ogni epoca, attese ancora alcuni decenni per vedere realizzati i primi importanti interventi di restauro.

I documenti prodotti dal Camerlengato per gli anni dal 1816 al 1854, dal Ministero del Commercio, Belle Arti, Industria, Agricoltura e Lavori Pubblici per gli anni 1855-1870 e dalla Direzione Generale Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione per gli anni 1870-1907, descrivono la storia della Via Appia, attraverso i provvedimenti per la tutela, gli scavi, i restauri e ogni altra azione e iniziativa indirizzata al recupero e alla valorizzazione del complesso archeologico.

In questa storia i documenti sottolineano i momenti diversi che hanno accompagnato il destino dell'Appia, in una alternanza di denunce, provvedimenti, iniziative, che sempre, e ancora oggi, hanno caratterizzato il destino di questo monumento.

Una lunga lettera del 8 settembre 1816 del Commissario alle Antichità e Belle Arti Carlo Fea al Camerlengo illustra lo stato di abbandono della strada, esposta ad atti di vandalismo e ruberie.

" E' cosa ben nota anche agli ignoranti, che la osservazione alle strade pubbliche è una delle Regalie, dei diritti del Sovrano, che devono gelosamente custodirsi. In Roma e nello Stato Ecclesiastico vanno sotto la stessa regola, e come strade, e come antichità, le selciate antiche di grandi selci, che oltre la conservazione e l'uso della via, si sono sempre riguardate come monumenti, che interessano la storia delle strade antiche celebri in tanti libri, e presso tutti gli eruditi che se ne sono occupati. Fra le strade antiche di simile natura la Via Appia è sempre stata la più famosa e meritevole di gelosa conservazione: illustrata con rami e con libri da tanti scrittori più d'ogni altra. Ne esistono grandi porzioni conservate a maraviglia coi loro grandi selci, particolarmente da Capo di Bove fino a Genzano. Ma da qualche anno in qua è venuta la moda negli Appaltatori delle Strade, che devastano barbaramente tutto, senza veruna autorizzazione, per profittare dei selci, riducendoli piccoli per servirsene a loro vantaggio o in nuove selciate o ad altri usi. ... In particolare si reclama contro l'Appaltatore Vitelli, il quale da due anni in qua devasta la strada nei contorni della Valle Riccia e di Genzano.... sulla grandiosa sostruzione di grandi massi di peperino quadrati, a guisa di un grande, e lungo ponte, per raddolcire la salita, che toltane la selciata, dopo duemila , e più anni dal fondatore Appio Claudio, anderà man mano in rovina, e il Pubblico resterà senza strada. ... E' da notarsi che Pio VII, trovandosi a villeggiare in Genzano,, essendosi incontrato a vedere uno precisamente che devastava i selci di quella strada, lo sgridò severamente, e disse al Principe Colonna , padrone di Genzano, che badasse bene, che mai più alcuno la guastasse..."[1]

Nel 1824 Carlo Fea sente la necessità di chiedere di far cancellare il nome "Via Appia" dai miliari che indicano la strada che esce da Porta S. Giovanni: " ... Vengo avvisato che fuori Porta S. Giovanni sulla strada di Albano rinnovandosi le pietre milliarie, alla prima è stato scritto Via Appia. Chi ha veduta questa goffaggine ne ha riso e deriso. Per mostrare che la Commissione invigila anche alle piccole cose di antichità, sarebbe bene scrivere a Monsig. Presidente delle Strade, che faccia subito cassare quella falsità ridicola. Pur Monsignore più volte ha sentito dallo scrivente, che la via Appia da riaprirsi, passava da S. Sebastiano". [2]

L’opera di restauro della Via Appia e di parte dei suoi monumenti, nel tratto tra il mausoleo di Cecilia Metella e Frattocchie, fu realizzata da Luigi Canina in veste di Commissario alle Antichità di Roma negli anni 1853-1855 [3]. Precedentemente, tra il 1777 e il 1784, per volere del pontefice Pio VI, fu restaurato il tratto di strada nella Pianura Pontina, riportando alla luce le grandi opere antiche, tra lo stupore degli abitanti che si gloriavano di passeggiare sopra le rovine di una delle più belle opere della magnificenza romana.

Un documento di 12 pagine, del mese di settembre 1858, contiene un rapporto sui lavori svolti: " Nell'anno 1851 sotto il Ministero della Ch. M. Camillo Iacobini ebbero principio i lavori della nuova apertura dell'Appia antica. I medesimi si eseguivano sotto la direzione dei Sig. Com. Canina e Cav. Grifi e colla sorveglianza dell'Architetto Ingegnere di questo Ministero in allora Luigi Rossini, oggi Francesco Fontana. ... I lavori principali, cioè di escavazioni, macere e sistemazione della via si compiono definitivamente nel 1855; e quelli di riattamento de' Monumenti sepolcrali, che di mano in mano si scuoprirono, vennero anche essi eseguiti collo stesso e di anno in anno. Perché poi la strada fosse conservata e non guasta dal passaggio dei circonvicini possidenti, fu chiusa alle due estremità, mediante cancelli, lasciando in diversi punti della medesima alcuni passi pel sol transito e comodo dei suddetti possidenti, e a tale effetto vi si destinò un guardiano a soldo fisso, anche per vigilare non solo che tal disposizione ministeriale fosse onninamente osservata, ma anche non venissero manomessi, specialmente nell'inverno, che dagli esteri vien continuamente frequentata, tutti quei frammenti che lungo la via si trovavano depositati, o danneggiati quei monumenti riedificati con tanta cura e impegno dei due sud. Sig. Canina e Grifi. Portatosi a termine, come si è detto di sopra, lo scuoprimento totale della Via, che importa la maggior spesa, come vien dimostrato nell'unito prospetto, il Ministero non ha mai tralasciato in seguito di portarvi la sua attenzione col mantenere e proseguire la riedificazione di quelli Monumenti più rilevanti, come in questo anno si è fatto per quello della famiglia Aurelia dei Cotta celebre nell'istoria. Nell'anno 1854 in seguito di autorizzazione Sovrana, e dopo che giunsero in Roma gli strumenti acquistati a Parigi il R.do P. Secchi della Compagnia di Gesù dette incominciamento alla misura e livellazione di questa monumentale via, la quale operazione fu portata a termine nell'anno seguente 1855, e che ora mercè le cure dello stesso R. Padre e la benigna annuenza della E.V.R.ma sarà per essere pubblicata... (seguono elenchi spese per tipologie di lavori, escavazioni, costruzioni macerie, sistemazioni della strada, riedificazione dei monumenti, oltre a spese per alberi, espropri, spese per operai e di vario genere) [4]

Il lavoro fu ben eseguito e mantenuto per anni con una cura che trovava apprezzamento presso studiosi e visitatori italiani e stranieri. La via Appia è considerata un monumento unitario con i resti di pertinenza; ogni forma di alterazione e manomissione veniva repressa con sanzioni, compreso il transito di greggi non autorizzato. La relazione del segretario generale Luigi Grifi al Ministero del giugno 1869 descrive con orgoglio lo stato della strada: " ...Il piano stradale dal cancello non lontano dal sepolcro dal Cecilia Metella, fino all'altro cancello delle Frattocchie, è mantenuto benissimo e pulito in tutta la sua larghezza da una crepidine all'altra per la lunghezza di circa nove miglia. Lo stesso dicasi della maceria nei due lati della via, che è ottimamente mantenuta. ... Fra le moltissime opere che con Sovrana provvidenza sono state ordinate dalla Santità di N.S. in benefizio delle memorie antiche, vi dee stare a capo la riapertura della via Appia. Non più i suoi monumenti e le sue moli sepolcrali sono in balia dei coltivatori, non più sono inaccessibili per disagiato terreno senza via. Ma sono tutte visibili e la strada riaperta e ben tenuta vi chiama nell'inverno migliaia di stranieri, che lodano tutti la Sovrana Munificenza di Sua Santità che ha tratto fuori dalla terra e conservato ai luoghi loro tante memorie storiche e le ha rese di facilissimo accesso e custodia diligentemente. E' grato al mio dovere il dire che da diciotto anni, da che è stata aperta l'Appia Antica agli studi e alle investigazioni degli eruditi vi siano mancati né oggetti né cure, e che essendone affidata a me la immediata custodia e direzione, l'abbia sempre tenuta in modo che il Sovrano, cui si dee sì bell'opera, ne abbia riscosso continui elogi. Avendo fatto tenere un conto approssimativo delle carrozze dei forestieri, dalle quali in questo anno 1868-1869 è stata percorsa, torna una media di circa sessanta al giorno dal mese di Novembre 1868 al mese di giugno 1869....La custodia dell'Appia è tenuta da un guardiano, che non l'abbandona mai..." [5]

Solo alcuni anni dopo le cure per il monumento della via Appia, così egregiamente recuperato, sono sostituite da episodi ineluttabili, quali la costruzione dei Forti Militari e della Strada Militare che li collegava (l'attuale via di Cecilia Metella), negli anni 1877-1878. Rodolfo Lanciani fu incaricato di sorvegliare i cantieri per conto del Ministero della Pubblica Istruzione e per la parte che riguardava le antichità.

Di fronte alla necessità, considerata irrinunciabile, di difesa della città, nessuno si oppose alla realizzazione dell'opera (per questo e altri casi) e quando fu necessario, per esigenze della fortificazione, demolire parte della macera ottocentesca e un sepolcro, ciò fu fatto con la motivazione che si trattava di un rudere senza "forma" né "memoria" né "importanza" [6]. Nel frattempo gli scavi nell'area del Forte rivelavano scoperte interessanti, in particolare testimonianze epigrafiche pertinenti a una vasta necropoli di epoca romana. [7]

Le numerose iscrizioni recuperate, per la distribuzione sul terreno e le indicazioni delle misure nei cippi consentirono al Lanciani di definire l'estensione dell'area funeraria e la distribuzione dei lotti di terreno delle sepolture. Del materiale della necropoli, cippi, are, urne, sarcofagi, di un arco cronologico tra l'epoca augustea e il III sec. d. C., una parte è stata raccolta nel complesso del mausoleo di Cecilia Metella e del Palazzo Caetani.

Merita di essere ricordata la incredibile richiesta di realizzare binari per un tramway lungo la via Appia da parte della società di Tramways Roma-Milano-Bologna, inoltrata nel 1880 al Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, Giuseppe Fiorelli per " congiungere la città di Albano colla Capitale mediante un tram a vapore come già fece per Tivoli ed aspirando ad auspicare all'interesse industriale della nuova via quello caratteristico della plaga che deve attraversare...". La proposta è sostenuta dalle seguenti considerazioni: "La via Appia, nel tratto fra Capo di Bove e le Frattocchie, essendo chiusa al pubblico transito, è solo percorsa dagli studiosi di sue antichità e sufficientemente larga per accogliere il tramway, senza che questo tocchi o danneggi menomamente i sepolcri che la fiancheggiano e senza che il pavimento antico ne sia punto danneggiato e possa dar motivo a quegli inconvenienti che si verificano talvolta sulle vie frequentate. Il Tramway faciliterebbe assai la visita, lo studio e l'illustrazione degl'insigni monumenti di questa Regina Viarum. Essa sarebbe maggiormente sorvegliata e conservata affidandone la custodia ai numerosi cantonieri della Società...". Il Ministero non sarebbe stato alieno dal concedere il permesso, a determinate condizioni, se il Lanciani non avesse formulato circostanziate osservazioni sulla inattuabilità del progetto.

Lo spirito che aveva sostenuto la grande opera di recupero della strada destinandola a monumento di interesse universale e luogo di attrazione per turisti e studiosi cede il posto all'incombenza gravosa di doverla mantenere, così che quasi appare un soluzione la proposta per quella che sarebbe stata la più esclusiva infrastruttura per la mobilità, realizzata a danno della grandiosa via di comunicazione dell'antichità.

Pochi anni dopo infatti, tra il 1884 e il 1887, R. Lanciani, preposto all'Ufficio degli Scavi di Antichità di Roma, inizia a presentare relazioni e richieste alla Direzione Generale, con elenchi dettagliati di lavori e preventivi, per la conservazione della via Appia che, dopo i lavori di scavo e restauro di Canina e Iacobini, non aveva più ricevuto alcuna cura: " La via Appia Antica della quale è possessore lo Stato (a partire dal IV chilometro fuori di Porta S. Sebastiano fino al casale delle Frattocchie) trovasi in istato di assoluto abbandono.... La partita stradale dal cancello di ingresso alla traversa di Fiorano è difficilmente praticabile; massime nel tronco più vicino alla città; dalla traversa di Fiorano alle Frattocchie è assolutamente impraticabile. Le macerie di confine sono cadute in molti punti, i cancelli di legno sono andati a male; iscrizioni, monumenti di sepolcri, scolture figurate etc., sono state mosse di posto ed altrimenti danneggiate" (1884) [8]

Il 17 agosto 1886 il quotidiano L'Opinione pubblica un articolo, indirizzato al Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, Giuseppe Fiorelli, nel quale si critica lo stato di abbandono della strada riscontrato da un gruppo di ammiratori " degli avanzi dell'antica civiltà romana", nel corso di una escursione serale. La strada era completamente invasa da erbe e spine, come pure i margini dei marciapiedi; dominavano l'incuria e l'abbandono mentre " le vaccine", raggruppate in mezzo alla strada, fra i monumenti e ovunque, facevano da " padrone assolute e dispotiche dell'antica regina viarum" [9].

Alla tempestiva richiesta di chiarimenti in merito da parte del Direttore Generale Fiorelli, [10] di fronte a un simile attacco della stampa, il Lanciani ricorda di aver denunciato, un anno prima, alla Direzione lo stato vergognoso di abbandono dell'Appia, senza ricevere alcuna risposta [11].

Solo nel 1888, dopo intensa corrispondenza tra il Direttore Generale e il Lanciani, si approvarono e quindi iniziarono i primi lavori di riparazione delle macere, che delimitavano la proprietà pubblica da quella privata, mentre continuavano i guasti alla strada e alle macere causati dal transito dell'artiglieria e dei carri delle cave.

Altre lettere di denuncia sullo stato deplorevole della via Appia giungono al Direttore Generale e al Ministro della Pubblica Istruzione P. Boselli, come quella del 12 gennaio 1891: " ...Questa via, la più celebre del mondo e che gli stessi antichi chiamavano Regina Viarum, la quale dopo gli scavi del Canova nel 1808 e del Canina dal Sepolcro di M. Servilio Quarto a un miglio circa dalle rovine di Bovillae negli anni 1850, 1851, 1852, ebbe dal cessato governo pontificio una manutenzione diligentissima, fa pena a vederla abbandonata ora a tutte le vicende del tempo, degli animal e degli uomini, o di questi al ludibrio e al vandalismo dei trafugatori, in ispecie forestieri e di guastatori... Le distruzioni dei monumenti, di resti d'ogni genere e fino alle piante presso di essi, come del trafugamento di marmi, statue, di buste, e fino di staccate dai bassorilievi, come dal Sepolcro di Seneca in tre anni fa, sono cresciuti a dismisura!"[12]

Il Direttore Generale sollecita interventi dell'Ufficio speciale per le antichità e monumenti di Roma e Suburbio, nella persona del direttore Angelo Contigliozzi, ricordando il grave danno al magnifico blocco di marmo a segmento di edicola con l'iscrizione del sepolcro vicino, con nucleo di forma rotonda, "Sergio Demetrio, mercante di vino al Velabro"

Fra l'altro si ricordano alcuni crolli di mura e di una volta medievali nella Villa dei Quintili, gravi lesioni a Casal Rotondo, di proprietà del Principe Torlonia, su cui è stata costruita una casa colonica e ancora lo stato sconfortante di manutenzione dell'intera Via Appia a causa della scarsezza del personale.

Nei rapporti redatti per il Ministro allo scopo di definire il problema dell'Appia si individuano le soluzioni, ponendo in evidenza che le cause dei danni sono da ricondursi a due fatti: " non sorveglianza, non opere di conservazione" [13]

Un corposo fascicolo raccoglie documenti sui varchi e i passaggi sulla via Appia avviato dal Direttore Generale Fiorelli, con l'esame dei documenti del tempo del Canina, al fine di trovare una soluzione ai sempre più numerosi contenziosi e conoscere le relazioni giuridiche tra la proprietà ministeriale della strada e i proprietari "frontisti" dei terreni. Già il 16 ottobre 1882 R. Lanciani aveva inviato una relazione al Direttore Fiorelli: " Quando il Governo Pontificio, a partire dal 1852 intraprese le espropriazioni, lo scavo e il restauro dell'Appia, tra capo di Bove e le Frattocchie, ciascheduna delle tenute che confinavano con detta via, e che sono da essa attraversate, aveva la propria strada di accesso, a partire sia dall'Appia Nuova, sia dall'Ardeatina, sia dalla strada detta del Divino Amore. Aperta a tutte le spese del governo, la nuova linea, destinata a scopo puramente archeologico, e chiusa con macerie e cancelli da ambo i lati, i frontisti ebbero naturalmente il diritto di accedere ai propri fondi con vetture: ma il transito dei carri, delle barozze e degli armenti fu rigorosamente vietato per più ragioni. In primo luogo perché tale transito è dannoso ai monumenti e al selciato antico. In secondo luogo perchè avrebbe richiesto un spesa annua pi mantenimento della partita stradale, a tutto carico del Ministero. In terzo luogo perché la strada ha soltanto m. 3,80 di larghezza, in modo che nemmeno due carrozza di lusso vi trovano lo scambio in senso diverso. In quarto luogo perché ogni tenuta trovavasi già munita delle propria strada. Però, come suole avvenire in simili casi, sia per impegni, influenze e relazioni personali dei frontisti con le autorità, sia per altre cause urgenti e temporanee, la maggior parte di essi ottennero concessioni di passaggio, ma dentro limiti ristrettissimi e senza pericolo di danno ai monumenti o di aggravio alle spese di manutenzione. Queste limitate concessioni sono ora consacrate dall'uso, benché non mi sia riuscito di trovare in archivio documenti in proposito. Negli ultimi anni le domande di transito si sono centuplicate. In generale quando l'Ufficio ha creduto di negarle, i frontisti se le sono accordate di proprio arbitrio. Per persuadersi quanto sia urgente di regolare la questione basta percorrere l'Appia e vedere a quale stato di rovina è ridotta... Il partito più semplice per togliersi l'imbarazzo sarebbe quello di costituire un consorzio tra i frontisti, per il mantenimento della strada, delle macerie e dei cancelli. Ma tale partito non può ammettersi primieramente perché il Ministero verrebbe in tal guisa ad alienare la propria esclusiva dello stato sull'Appia antica; in secondo luogo perché appena fosse reso libero il passaggio, tutti i frammenti scritti e scolpiti sarebbero derubati, i mosaici e i sepolcri danneggiati; senza calcolare che ogni cella sepolcrale diverrebbe un nascondiglio o una latrina. Il partito che suggerisce rispettosamente alla S.V. sarebbe il seguente. I. Raccolte tutte le informazioni che è possibile raccogliere intorno i diritti di transito che competono ai frontisti, se non de iure, almeno de facto, farne soggetto di una convenzione (coi singoli interessati) con tutte le più solenni formule legali. II. Stabilite coteste convenzioni coi frontisti, adottare, come massima a legge rigorosa, che nessun'altra concessione, sia anche temporanea ed eccezionale, possa essere rilasciata sotto qualsiasi pretesto." [14]

Nel 1889 il Fiorelli chiede ad direttore dell'Ufficio Speciale per le Antichità e Monumenti di Roma e Suburbio (A. Contigliozzi) di affrontare il tema dei transiti sulla via Appia "... La questione è molto importante, perché dai continui passaggi su questa via che da monumento è divenuto luogo di pubblico transito, dipende in parte il cattivo stato di manutenzione in cui si trova e la difficile custodia della via stessa e dei monumenti che la circondano..." Si rinnovano le raccomandazioni sulla vigilanza affinché non si verifichino passaggi di carri o bestiame occasionali e si dispone che alla domande di passaggio si risponda sempre negativamente; nei casi di fondato diritto di passaggio questo comporterà l'obbligo di contribuire alle spese di manutenzione della via.

La ricerca del Direttore Fiorelli dei carteggi relativi agli scavi del Canina e agli espropri del Governo Pontificio è intensa, anche presso la Sovrintendenza agli Archivi nelle Province Romane e il Ministero dei Lavori Pubblici e viene interessato anche il senatore Pietro Rosa, Ispettore Generale dei Musei e degli Scavi d'Antichità. Le varie ricerche non danno risultati e l'unico documento che il Sovrintendente agli Archivi riesce a trovare è il rapporto del 14 settembre 1858 sui lavori della nuova apertura della via Appia, sopra in parte riportato.

Intanto su incarico del Direttore Generale si esegue il lucido delle Mappe Catastali della via Appia, fino al confine della giurisdizione dell'Agenzia delle Imposte di Roma, e si effettuano ispezioni sui passi esistenti e sulle proprietà, sempre con la grave lacuna del carteggio relativo agli espropri del Governo Pontificio e si elaborano una pianta, l'elenco dei proprietari, l'elenco dei varchi. In data 13 novembre 1889 il professionista incaricato scrive al Direttore Fiorelli una relazione e allega gli elaborati grafici. Tale documento è di fondamentale importanza in quanto per la prima volta si indica in una planimetria tutti i dati relativi alle proprietà private e demaniale, nonostante continui ad essere mancante il carteggio sugli espropri degli anni 1851 e seguenti. Sulla pianta è tinteggiata in rosso la proprietà demaniale, limitata dalle macere, inclusi appezzamenti che sporgono dalla fascia rettilinea e le sporgenze dei monumenti considerati all'epoca meritevoli di appartenere al patrimonio artistico dello Stato, quindi racchiusi entro le macere. Si specifica che alcune aree o monumenti, come ad esempio il mausoleo di Casal Rotondo, pur essendo nel recinto della macera (" via riservata"), sono occupati da privati che vi depositano attrezzi e vi tengono persone ad abitare. Nel rapporto si forniscono suggerimenti utili per la gestione della via Appia, nella condizione alquanto diversa dall'epoca del Canina, soprattutto in assenza di "convenzioni" quali furono definite in origine in pieno accordo con i proprietari: il ripristino dei cancelli ai due estremi della via con tessere agli aventi diritto; introduzione di una tassa d'ingresso, per coloro che non hanno permessi, al fine di custodire la proprietà demaniale, minima per i pedoni, elevata per le carrozze, i proventi della quale potrebbe essere utilizzati per la manutenzione della strada stessa. [15]

Fra cause giudiziali e problemi giuridici sempre connessi con il passaggio e i varchi sulla via Appia viene interpellata anche la Regia Avvocatura Erariale Generale che esprime il proprio parere in forma definitiva con la lettera del 29 gennaio 1891.

I fatti sono i seguenti: " Il Governo Pontificio verso il 1852 intraprese l'espropriazione, lo scavo e il restauro dell'Appia e prima di tale scavo le tenute confinanti erano tutte provvedute di strada d'accesso a partire dalla via Appia Nuova, sia dall'Ardeatina, sia dalla strada del Divino Amore. La nuova via fu aperta a solo scopo archeologico e i proprietari finitimi ebbero solo in via di concessione il permesso di transitare con vetture". Essendo la via Appia dello Stato e trattandosi di un monumento non si sarebbero pertanto potuti acquisire diritti di passaggio. Alcuni privati tuttavia si opposero ai provvedimenti di divieto emanati dal Ministero rendendo necessaria la definizione della questione degli espropri. Poiché gli atti di esproprio non erano più reperibili, il Direttore Fiorelli interpella l'ispettore Pietro Rosa nella speranza che la memoria di colui che aveva lavorato affianco al Canina e aveva redatto la pianta della strada con i monumenti possa chiarire i dubbi ancora esistenti in merito agli espropri e ai diritti di passaggio [16].

La risposta del Rosa fu immediata e chiarificatrice sull'intera questione: dopo i lavori e gli espropri il Governo Pontificio recintò la via Appia con due cancelli e le macere; all'epoca del raccolto del frumento e della tagliatura dei fieni venivano rilasciati permessi di transito ai proprietari dei terreni limitrofi. " Tale fatto prova evidentemente chei proprietari dei terreni laterali alla via Appia Antica non avevano alcun diritto di passaggio sulla antica via monumentale...scopo precipuo dell'espropriazione si fu di impedire il libero transito sull'antica via monumentale per conservarla, siccome ne fan fede e le macerie costruite ai lati della zona monumentale e i cancelli apposti a capo ed a piedi della zona medesima". [17]

Il parere definitivo dell'Avvocatura, sopra citato, si fonda dunque su elementi di verità che possono ricavarsi dal fatto che la strada fu recintata e chiusa, dal rapporto del Rosa e dagli scritti del Canina, sufficienti per dimostrare che l'espropriazione ebbe luogo. "... E c'è abbastanza per giustificare il divieto formale da parte del Governo a che i carri e le barozze, segnatamente se cariche di selce, continuino la loro opera di distruzione. Si faccia dunque il divieto. Avremo causa. O gli avversari riusciranno a provare il loro diritto e il Governo saprà quale via gli resta per tutelare la storia e l'arte in uno dei suoi più mirabili monumenti, o non riescono, e allora saremo noi ad avere causa vinta..." [18]

Continuando la ricerca del carteggio sui lavori dell'epoca di Canina si rintracciano alcuni documenti che vengono trasmessi, il 31 marzo 1892, dal Sovrintendente agli Archivi alla direzione generale relativi al transito sulla via Appia dal 1855 al 1866. Fra le varie istanze è una richiesta del 1856 di far pascolare alcune cavalle sull'Appia che viene respinta con la motivazione che " la via Appia è stata aperta per uso de' dotti e non per ritornarla pascolo d'animali". Il resto dei documenti riguarda multe per passaggi non autorizzati e per danni ai monumenti [19].

Il 27 maggio 1893 il Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, Carlo Fiorilli, risponde all'onorevole ing. Severino Casana in merito alla chiusura del passaggio per i carri su tutta la via Appia: " La S.V. Onor.le desidera sapere se sia vero che il Ministero della P. I. abbia interdetto il passaggio ai veicoli lungo la via Appia demaniale monumentale. Questo Ministero per salvaguardare e rivendicare i diritti demaniali e tutelare la conservazione di quella antica Via e monumenti laterali, dopo sentita reiteratamente l'Avvocatura Generale erariale che vagliò lo stato diretto e le circostanze di fatto; ha ora presi energici provvedimenti perché a datare dal 1 luglio venturo siano assolutamente proibiti i passaggi longitudinalmente alla detta via, ed anche trasversalmente,ove non esista la servitù formalmente costituita, alle barozze e ad altri carri presenti, che specialmente trasportano materiale siliceo e che in diversi tratti abusivamente transitando, hanno arrecato guasti alla via. Ma non si è mai avuto in mente di impedire il passaggio ai pedoni ed alle carrozze che trasportano visitatori e passeggeri, anzi è stato esplicitamente dato ordine che a questi sia libero l'andare per quella via.." [20].

L'impegno della Direzione Generale a far rispettare il divieto appare anche dalla corrispondenza intercorsa tra il Direttore Generale e il Direttore dell'Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti delle Province di Aquila Roma Chieti, G. Calderini, quando quest'ultimo propone di riaprire un varco abusivo e informa su lavori che si stanno eseguendo di risistemazione della strada e di lati riordinando i massi e le lapidi. E' severo il rimprovero rivolto dalla Direzione all'Ufficio territoriale sia per la riapertura del varco abusivo, sia per i lavori di spostamento dei vari elementi lapidei, che invece dovevano rimanere al loro posto [21].

Le controversie sui passaggi sulla via Appia attraverso varchi abusivi continuano per alcuni anni, in particolare per le zone di Fiorano e Frattocchie dove si svolgevano attività estrattive di selce, con la conseguente necessità di trasporto del materiale. Le cause si risolvono con esito favorevole per il Ministero, ritenendo i Tribunali abusivo il transito dei carri di selce. Una sentenza del 2 luglio 1894 sancisce che il Ministero ha il dovere di tutela della strada monumentale e la via Appia è riconosciuta a tutti gli effetti un monumento nazionale. Le denunce e le sanzioni penali e civili nei confronti dei trasgressori fanno riferimento all'articolo 56 e 57 dell'Editto del 7 aprile 1820 sopra le Antichità e Scavi del Cardinal Pacca: " Siccome ancora resta assolutamente vietato di guastare gli avanzi qualunque delle antiche celebri Strade, interessando sommamente la loro conservazione.." .(art.57) e " Le contravvenzioni agli Art. 51 e seguenti saranno punite con una multa di Scudi Cencinquanta e colla refezione dei danni" [22].

Tra la fine del 1894 e il maggio del 1896 si definiscono, attraverso una fitta corrispondenza tra la Direzione Generale Antichità e Belle Arti e l'Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti delle province di Aquila Roma Chieti, i modi e la spesa per la risanamento dei danni e della buche al fondo stradale della strada dal IV al X chilometro con pietrisco misto a terra ben ribattuto, non senza le consuete polemiche con alcuni dei privati che utilizzando la strada per il transito avrebbero dovuto concorrere alla spesa da sostenere per i lavori.

Il problema di una manutenzione periodica della strada è evidente dal carteggio anche per gli anni successivi, dal 1898 [23], sotto la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti di Felice Barnabei, Ministro Guido Baccelli.

Non si trovano riferimenti a particolari interventi e azioni di tutela sulla via Appia fino al 1910 [24] e si conclude questa scelta di note con la proposta del Direttore degli Scavi al Palatino e Foro Romano, Giacomo Boni al Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, Corrado Ricci, di piantumazione di alcune alberature: " Alcuni frequentatori della via Appia antica mi raccomandano di ottenere che si freni l'invasione delle brutte piante esotiche che danneggiano i ruderi degli antichi sepolcri e sopprimono ogni vestigio della flora più caratteristica della Regina Viarum. Le nuove piantagioni dovrebbero farsi nel prossimo novembre e sarei disposto a offrire un centinaio di pinus pinea e ad acquistare un altro centinaio di cupressus pyramidalis, perchè codesto On. Ministero volesse far estirpare le robilie e gli ailanti, risparmiando altrettanta legna per le stufe della R. Soprintendenza dei monumenti di Roma e provincia". [25]

In un momento in cui l'Appia con il suo territorio è in bilico tra noncuranza, inosservanza di regole che si davano per scontate e soluzioni solo apparentemente accattivanti, la storia della sua tutela assume un valore sostanziale. Quando si mira a cancellare la memoria, in modo che risulti più facile intervenire per trasformare, e il rischio che questo accada è quasi una dato di fatto, allora è opportuno riflettere volgendosi indietro, per conoscere e far conoscere cosa è stato, cosa si è fatto.

E non è poco.

La ricerca d'archivio sul territorio dell'Appia è stata eseguita, in modo completo, da Mauro De Filippis per la Soprintendenza Archeologica di Roma. Chi scrive e Mauro De Filippis hanno in corso la pubblicazione di tutti i documenti.

Bibliografia principale di riferimento

C. Fea, Osservazioni critiche sul ristabilimento della via Appia da Roma a Brindisi per il viaggio ad Atene, Roma 1833; A. Nibby, Analisi storico-topografico-antiquaria della Carta de’ Dintorni di Roma, 2a ed. I-III Roma 1848-49; A. Iacobini, Lo scavo della Via Appia fatto nel 1851, in “Giornale Arcadico” CXXIII (1851); P. Rosa, Monumenti inediti pubblicati dall’Istituto, V, Roma 1849-53; L. Canina, La prima parte della Via Appia dalla Porta Capena a Bovillae, Roma 1853; A. Muñoz, Restauri e nuove indagini su alcuni monumenti della Via Appia, in “Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma” XLI, (1913); G. Tomassetti, La campagna romana antica, medievale e moderna. Nuova edizione aggiornata a cura di L. Chiumenti e F. Bilancia, II: Via Appia, Via Ardeatina, Via Aurelia, Firenze 1975; F. Coarelli, Dintorni di Roma, Bari 1981; AA.VV., Piano per il Parco dell’Appia Antica, Italia Nostra – Sezione Romana, Roma 1984; L. Quilici, Via Appia da Porta Capena ai colli Albani, Roma 1989; AA.VV., Via Appia, Sulle Ruine della magnificenza antica, cat. mostra, Roma 1997; Paolo Fancelli, Antonio Canova tra archeologia e restauro: il monumento di M. Servilio Quarto sulla Via Appia, in Studi in onore di Renato Cevese, 2000; Via Appia. La Villa dei Quintili, a cura di R. Paris, Roma 2000; Via Appia. Il Mausoleo di Cecilia Metella e il Castrum Castani, a cura di R. Paris, Roma 2000; M.G. Filetici, S. Pasquali, Via Appia antica in Roma, 1850-1999: un percorso tra documenti d’archivio e monumenti attraverso la rappresentazione in 3D, in Centro di Ricerche Informatiche per i beni Culturali, quaderni 10, a cura di G.Beltramini e M.Gaiani, Scuola Normale Superiore, Pisa, 2000, pagg183-188; R.Paris, Via Appia. Nota introduttiva sui lavori., in Archeologia e Giubileo, Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000,, Vol. I, Electa, Napoli, 2000; R.Paris, Mausoleo di Cecilia Metella e Castrum Castani, in Archeologia e Giubileo, Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000,, Vol. I, Electa, Napoli, 2000; R.Paris, Villa dei Quintili, in Archeologia e Giubileo, Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000,, Vol. I, Electa, Napoli, 2000; P.Meogrossi, Supporti documentari dell’Appia Antica:il Castello Castani e la cartografiageoriferita della Villa dei Quintili, in Archeologia e Giubileo, Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000,, Vol. I, Electa, Napoli, 2000; M.G.Filetici, Conservazione di otto piccoli sepolcri e ritrovamento di un colombario, in Archeologia e Giubileo, Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000,, Vol. I, Electa, Napoli, 2000; D.Cirone, Valle della Caffarella. Scavi della Torre Valca, al Colombario Costantiniano e al Ninfeo di Egeria, in Archeologia e Giubileo, Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000,, Vol. I, Electa, Napoli, 2000; Adriano La Regina, Lexicon Topographicum Urbis Romae. Suburbium, I, Roma 2001, voce " Appia via"(S. Bruni, S. Mineo, R. Paris); AA. VV. La Via Appia. Iniziative e interventi per la conoscenza e la valorizzazione da Roma a Capua, a cura di L. Quilici e S. Quilici Gigli, Roma 2002.

[1] ASR, Camerlengato. Parte I. Titolo IV. Antichità e Belle Arti (1816-1823), B.38 f. 25

[2] ASR, Camerlengato. Parte II. Titolo IV. Antichità e Belle Arti (1824-1854), B.150 f.112

[3] I lavori sono descritti nella prefazione dell'opera di L. Canina, La prima parte della Via Appia....; R. Paris, Luigi Canina e il museo all'aperto della via Appia, in Tusculum. Luigi Canina e la riscoperta di un'antica città, Roma 2002, a cura di G. Cappelli e S. Pasquali, pp. 221-224

[4] Rapporto del capo contabile al Ministero, ASR, Ministero del Commercio, Belle Arti, Industria, Agricoltura e Lavori Pubblici. Sezione V. Titolo I, Articolo I. Monumenti (1855-1870), B349 f.59. Il lavoro di misurazione della Via Appia è stato pubblicato nell'opera di Padre Secchi, Secchi A. Misura della base trigonometrica eseguita sulla via Appia per ordine del governo Pontificio nel 1854-55, Roma, Tipografia della Camera Apostolica 1858.

In occasione dei lavori di restauro della strada eseguiti nell'ambito dei programmi del Giubileo 2000, è stato rinvenuto il caposaldo materializzato nei pressi del mausoleo di Cecilia Metella (caposaldo A), nel centro della carreggiata stradale; un secondo caposaldo era presso un monumento in località Frattocchie (caposaldo B); cfr. E. Borchi-A. Cantile, La nuova base geodetica dell'Appia antica, estratto dal volume Eventi e documenti diacrinici delle principali attività geotopocartografiche in Roma, a cura di A. Cantile, Suppl. al N. 6/2000 (a. LXXX) di "L'Universo", Istituto Geografico Militare, Firenze.

[5] ASR, Ministero del Commercio, Belle Arti, Industria, Agricoltura e Lavori Pubblici. Sezione V. Titolo I. Articolo I. Monumenti (1855-1870). B. 363 f. 6.

[6] Cfr. S. Quilici Gigli, Gli sterri per la costruzione dei forti militari, in L'archeologia in Roma Capitale tra sterro e scavo, 1983, pp. 89-98; ASR, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, I versamento(1860-1890) B. 131 (già 83) f. 215.

[7] Per gli scavi al Forte Appio: G. Fiorelli, NSc (1877), 272; R. Lanciani, NSc (1878), 67, 134-136, 164-166, 369-370; Id., NSc (1879), 15-16; Id., BCom (1878), 107-119; Id., BCom (1880), 46-48; G. Mancini, NSc (1913), 119; E. Gatti, NSc (1919), 46-47); anche Lexicon Topograficum Suburbium Urbis Romae, p. , v. Appia (S. Mineo).

[8] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 420 (già 502), f. 4651 (il fascicolo contiene numerosi documenti sugli interventi urgenti da eseguirsi per la manutenzione della via Appia tra il 1880 e il 1896).

[9] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897), B. 420 (già 502), f. 4651, il fascicolo contiene copia dell'articolo.

[10] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897), B. 420 (già 502), f. 4651, lettera del 18 agosto.

[11] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897), B. 420 (già 502), f. 4651, lettera del 24 agosto.

[12] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897), B. 420 (già 502), f. 4651

[13] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897), B. 420 (già 502), f. 4651(presumibilmente marzo 1891)

[14] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664.

[15] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, lettera del 13 novembre dell'ing. Adolfo Bergomi al Direttore Generale G. Fiorelli, con allegati (busta 13 fascicolo 619) tra cui la planimetria della Via Appia Antica e delle proprietà limitrofe in scala 1:2000.

[16]ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, lettera del 10 luglio 1890.

[17] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, lettera dell'11 luglio 1890.

[18] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, lettera del 29 gennaio 1891 dell'avvocato Generale Erariale di Roma al direttore generale delle Antichità e Belle Arti Carlo Fiorilli.

[19] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, allegato al documento interno del 31 marzo 1892 firmato direttore generale delle Antichità e Belle Arti C.Fiorilli per concertare con l'Avvocato Generale Erariale una linea politica sui varchi e i passaggi, contenente varie pratiche

[20] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, lettera del 27 maggio 1893.

[21] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, lettere del 12, 13, 21, 24, 29 aprile e del 6 , 31 maggio, 3 giugno e 1 luglio 1892.

[22] Per l'editto:A. Emiliani, Leggi, bandi e provvedimenti per la tutela dei Beni Artistici e Culturali negli antichi stati italiani (1571-1869), pp. 100-111.

[23] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, I divisione (1908-1924), B. 560, f. 2862.

[24]Continua tuttavia il carteggio sul problema dei varchi e passaggi per i quali la Direzione del Ministero esprime sempre parere contrarissimo con la motivazione che la "via cesserebbe di avere il carattere di proprietà riservata e di esclusivo uso del demanio pubblico", fra l'altro ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, I divisione (1908-1912), B. 170, fasc.2951, lettera del 30 ottobre 1907 del direttore dell'Ufficio Tecnico per la conservazione dei Monumenti di Roma, Aquila e Chieti, D. Marchetti al Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti C. Ricci.

[25] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, I divisione (1908-1912), B.138, fasc. 2643.

Il piano regolatore di Roma sta attraversando ancora una volta, nella sua lunga e tormentosa storia, una fase difficile?

Si direbbe di sì, se si considerano nel loro schematico susseguirsi una serie di date, passate e future:

1. ‑ Il 18 giugno 1962 il nuovo piano redatto dagli uffici comunali, dai comitati di consulenza tecnico e ministeriale, viene adottato in forza del noto decreto Sullo;

2. ‑ Il 18 dicembre 1962 il Consiglio Comunale adotta il piano, nel frattempo rifatto dagli uffici comunali;

3. ‑ Il 12 aprile 1963 scade il termine per la presentazione delle osservazioni;

4. ‑ Il 18 dicembre 1965 scadranno le misure di salvaguardia sul piano.

Quest'ultima data non è tanto lontana, se si pensa al lungo iter che il piano deve ancora percorrere; attualmente (febbraio 1964) è sempre fermo al Comune per l'esame delle osservazioni.

Si rischia ancora una volta che la data di scadenza della salvaguardia si trasformi in una spada di Damocle, in un ricatto?

Sarebbe l'ennesimo ricatto e l'ennesima spada di Damocle nella storia dei P.R.G. di Roma.

Non è solo la lentezza con cui il piano procede che ci autorizza ad allarmarci: ma è tutto un insieme di fatti che presi forse uno per uno non sarebbero molto importanti, ma nel loro insieme lasciano supporre una chiara volontà politica, sostenuta da alcuni ambienti romani purtroppo ancora troppo influenti.

Definiremo l'insieme di questi fatti « operazione riassorbimento » in quanto lo scopo sembra essere appunto di riassorbire tutti quei provvedimenti che la precedente «operazione Sullo» aveva promosso ed avviate, sia nella redazione del piano vero e proprio, sia nell'impostazione di nuovi strumenti di pianificazione.

L'OPERAZIONE RIASSORBIMENTO

L'«operazione riassorbimento» prende le mosse dalla mancanza di garanzie sufficienti dell'«operazione Sullo», dall'essere stata cioè essa caratterizzata essenzialmente da provvedimenti a termine, scaduti i quali una struttura sostanzialmente immutata e profondamente conservatrice e reazionaria è rimasta, di nuovo, padrona del vapore. L'«operazione riassorbimento» comprende varie fasi.

Una prima fase si è già conclusa. Era quella che aveva come obiettivo la presentazione in Consiglio Comunale per l'adozione di un P.R.G. che non fosse quello pubblicato con il decreto Sullo nel giugno 1962, ma fosse un piano un po' diverso. Evidentemente non si poteva accantonare l’elaborato predisposto dalle commissioni di consulenza tecnica e ministeriale e tornare sic et simpliciter al piano Cioccetti o addirittura al piano del '31, con le sue infinite varianti. Ma si potevano aggiungere alle indicazioni dell'elaborato del giugno tante altre decisioni, una per una magari piccole e quasi insignificanti, ma nel loro insieme capaci, soprattutto se realizzate prima delle altre, di alterare decisamente il quadro generale del piano. Questa fase dell'«operazione riassorbimento» si è conclusa vittoriosamente il 18 dicembre del '62 con l'adozione, appunto da parte del Consiglio Comunale, di questo elaborato riveduto e corretto.

La seconda fase è quella in atto ed ha come sua scadenza il 18 dicembre 1965, quando scadranno le misure di salvaguardia: suo obiettivo è precisamente l'attuazione di quei provvedimenti inseriti nell'edizione dicembre 1962 del P.R.G. e che non erano contenuti nel precedente piano di giugno, in maniera da compromettere attraverso la loro attuazione la situazione di fatto nella direzione contraria alle principali decisioni innovatrici inserite, anche se spesso troppo timidamente, nel piano di giugno.

Per svolgersi tranquillamente in questa seconda fase l’“operazione riassorbimento” ha bisogno che non siano operanti ed efficienti gli strumenti proposti invece per far avanzare l'urbanistica romana nella direzione che fu dell'«operazione Sullo».

Quali sono questi strumenti?

Essi sono indicati dagli ordini del giorno votati dal Consiglio Comunale nella seduta in cui il nuovo PRG fu adottato.

Molti di essi erano stati ispirati di­rettamente dai socialisti che rappresen­tano evidentemente il nuovo corso nel­la politica di centro sinistra al Comune di Roma: a più di un anno di distanza rimangono come un documen­to di buone intenzioni inattuate.

Possiamo elencarle telegraficamente:

1) attuazione del piano attraverso suc­cessivi programmi biennali; 2) il primo programma biennale (1963‑1964, cioè ormai quasi completamente superato) era definito giustamente come « la fase più impegnativa e delicata per l'avvenire del piano stesso »; 3) applicazione delle misure di salvaguardia sulle licenze rilasciate nei tre anni precedenti in contrasto con le nuove destinazioni di zona; 4) riorganizzazione dell'Ufficio Nuovo Piano Regolatore e della Ripartizione Urbanistica (entro il 18 aprile 1963); 5) costituzione di un Ente permanente per la pianificazione territoriale (entro il 18 aprile 1963); 6) abolizione dell'amministrazione autonoma dell'EUR. Solo gli ordini del giorno riguardanti la legge 167 e l'utilizzazione dell'esproprio nelle aree ancora libere del piano regolatore del 1931 hanno trovato seguito.

Oggi, che il primo biennio di attuazione del Piano Regolatore è già quasi interamente scontato, riconosciamo più che mai giusto l'ordine del giorno che definiva il primo programma biennale di attuazione come la fase più impegnativa e delicata per l'avvenire del Piano stesso. In realtà nella voluta mancanza di questo primo programma biennale, nella mancanza di una programmazione per i vari successivi tempi di attuazione, stiamo vivendo una lunga introduzione al nuovo P.R. in cui si cerca proprio di attuare tutto ciò che vi era rimasto dal vecchio.

Il primo tempo di attuazione, la premessa anzi del primo tempo di attuazione, potrebbe avere come titolo «esaurimento delle precedenti decisioni del piano Cioccetti, del piano del '31», e quando queste previsioni saranno esaurite, probabilmente il nuovo piano bisognerà rivederlo da capo, in quanto partirà da premesse ben più negative di quelle da cui era potuta partire l'operazione Sullo.

Rimandiamo, per una conoscenza particolareggiata delle principali osservazioni, al n. 279 di Casabella, dove sono state pubblicate le osservazioni della Sezione laziale dell'INU, e al n. 40 della rivista Urbanistica, in cui sono riportate, oltre alle osservazioni dell'INU, e di « Italia Nostra », anche osservazioni di altre Associazioni ed Enti.

E’ significativo che proprio in corrispondenza di questa gravissima assurdità della legge urbanistica fascista del 1942 si stia tentando a Roma di aprire quel dialogo continuo e costruttivo tra la cittadinanza e l'amministrazione che solo può portare ad una effettiva pubblicizzazione dei problemi cittadini, la cui mancanza è stata giustamente deplorata nel n. 279 di Casabella.

Così «Italia Nostra» ha trasformato le proprie osservazioni in un documento base, in una ipotesi di programmazione attiva e sui principali punti (centro storico, minimi standard del verde, inedificabilità delle aree rimaste libere nelle zone urbanizzate, villa Doria Pamphilj, Gianicolo, Villa Borghese, Villa Ada, Parco delle Marine, Zona archeologica di Porto, Parco dell'Acqua Vergine e dell'Aniene, ecc.) ha continuato a produrre studi e documenti.

IL PARCO DELL'APPIA ANTICA

Il problema indubbiamente più importante dei grandi parchi pubblici della zona romana è il Parco dell'Appia Antica che è stato quindi oggetto, da parte di «Italia Nostra», di un più approfondito e dettagliato studio, che illustriamo in questo articolo, e che è stato redatto con la particolare collaborazione dell'ing. Toscano.

Il Parco Appio è veramente, a nostro avviso, il banco di prova dell'urbanistica romana, è la conferma che la politica urbanistica attuata per il passato dai vari amministratori è stata negativa.

La storia moderna dell'Appia Antica ha inizio ai primi dell'800, quando il Canina ed il Canova vi effettuarono lavori di scavo e di riordino, liberando dagli interramenti le crepidini, rialzando statue e frammenti, E’ da notare, come immediatamente, questi due primi cultori contemporanei dell'Appia, ne intuirono il carattere eccezionale‑ Altrove, essi furono archeologhi, nel senso stretto della parola, interessati al valore scientifico degli scavi, alla catalogazione e ricostruzione, del tutto indifferenti alle situazioni ambientali sovrappostesi nei secoli.

Viceversa già nel 1808 il Canova affermava che sull'Appia Antica tutto andava lasciato in loco, e che l'archeologia di essa doveva diventare qui da scienza arte. Sono gli anni in cui il Canina pianta i famosi cipressi dal Belvedere a Tor Carbone, ed in cui il Prefetto napoleonico di Roma, Conte Camillo De Tournon decreta che tutta la zona dal Campidoglio, attraverso i Fori romani, il Circo Massimo, le Terme di Caracalla, fino all'Appia Antica deve diventare un grande Parco archeologico. Da allora, questa impostazione del problema dell'Appia Antica è stata costantemente ripresa e ribadita, ma ha incontrato anche grosse difficoltà.

Con il crescere della città due pericoli vengono sempre di più a minacciare il parco dell'Appia Antica: il traffico e l'espansione edilizia.

Il primo investe pesantemente la zona dopo il 1932, quando fu aperta la via dei Fori Imperiali.

Ad essa succede la via di S. Gregorio, poi il viale delle Terme di Caracalla fino alle Mura Ardeatine, dove comincia la via Cristoforo Colombo. La unità e la continuità della zona archeologica, dal Foro romano alle Frattocchie, era irrimediabilmente spezzata e l'opera del Baccelli annullata. Da allora la zona archeologica dell'Appia comincia oltre le Terme di Caracalla, all'inizio della via di Porta S. Sebastiano.

L'espansione edilizia investe la zona dell'Appia, invece, intorno agli anni '50.

Sono dapprima lussuose ville, che sorgono tra il km. 3 e il km. 6. Poi sono più massicci gruppi di palazzine, che si affacciano all'orizzonte dell'Appia, sia da nord‑est, lungo la zona della via Latina, sia da sud‑ovest dalla zona di Piazza dei Navigatori e della Cristoforo Colombo. E' chiaro, a questo punto, che l'Appia Antica stessa è in gioco, ed il problema dell'Appia diventa, la battaglia per l'Appia.

Lentamente matura, dapprima in alcuni ambienti, e poi sempre di più nell'opinione generale, il concetto che l'Appia Antica va vista ed affrontata proprio come avevano fatto Canina e Canova, nelle dimensioni e nei rapporti naturalmente della grande metropoli attuale e del suo territorio. La conservazione cioè, non è qui solo un problema archeologico e culturale, ma è un problema di paesaggio e di ambiente.

Oggi, quindi, per Parco Appio intendiamo 2.500 ettari compresi tra le Mura Aureliane in corrispondenza di Porta S. Sebastiano ed il confine del Comune di Roma; al di là ci sono ancora, nel territorio del Comune di Albano, altri 300 ettari, corrispondenti agli ultimi tre km. dell'Appia Antica, prima del suo raccordo con l'Appia Nuova alle Frattocchie. Se aggiungiamo a questi gli ettari corrispondenti alla zona archeologica del Foro romano, del Palatino, del Circo Massimo, del Celio, delle Terme di Caracalla, della via di Porta S. Sebastiano e di Porta Latina, abbiamo un enorme cuneo verde di oltre tremila ettari, che parte da piazza Venezia ed arriva ai piedi dei Castelli romani snodandosi per oltre 18 km.

Accenniamo brevemente ai problemi relativi alla zona tra Piazza Venezia e Porta S. Sebastiano, dove occorrerebbe attuare una maggiore apertura ed accessibilità delle varie zone cintate, creare dei percorsi pedonali, collegare il parco di villa Celimontana con la via delle Terme di Caracalla, collegare il parco di Montedoro con la via di Porta S. Sebastiano, ecc. Ma soprattutto occorrerebbe conservare questa zona, ed anche questo è diventato un problema, ed un problema, a quanto pare, che ammette solo la soluzione negativa.

L'APPIA ANTICA E IL TRAFFICO

Al di fuori delle Mura, il problema del traffico è oggi costituito dalla necessità di creare dei collegamenti trasversali rispetto al Parco Appio, ossia sostanzialmente perpendicolari alla via Appia Antica. I problemi, invece, dello scorrimento nella stessa direzione dell'Appia antica, sono sostanzialmente risolvibili all'esterno del Parco Appio. Gli attraversamenti hanno, come loro scopo principale, quello di collegare le enormi espansioni subite dalla città a nord e a sud del Parco Appio; cioè di creare dei collegamenti diretti tra zone residenziali e direzionali situate a nord dell'Appia Nuova e nella zona Cristoforo Colombo‑EUR. Oggi l'ultimo collegamento, più o meno diretto, tra la parte est della periferia romana e l'EUR è rappresentato dalla via di Porta Ardeatina, che scorre lungo le Mura Aureliane, all'esterno di Porta San Sebastiano. Dopo questo non c'è più alcun collegamento fino al grande raccordo anulare dell'ANAS, situato 9 km. all'esterno delle Mura Aureliane e con funzioni assolutamente extra urbane.

Il PR del 1962, prevede in questo spazio di 9 km., quattro grandi attraversamenti:

1. ‑ A 200 metri da Porta S. Sebastiano, adiacente al sovrappasso ferroviario della Roma‑Pisa in prosecuzione della via Cilicia e come congiungente del viale Marco Polo. L'opera era stata iniziata alcuni anni fa, ed è stata sospesa perché avrebbe comportato la demolizione dei ruderi dell'Arco di Vero e del Tempio di Marte. Non si capisce, perciò, come essa sia stata mantenuta nel Piano, dato che tale ostacolo è evidentemente inamovibile, e dato oltre tutto che questo primo attraversamento è funzionalmente superato dall'attraversamento illustrato al successivo n. 2.

2. ‑ A 400 metri da Porta S. Sebastiano, è previsto un altro attraversamenio in corrispondenza del Fosso Almone o Marrana della Caffarella. A diffeferenza del precedente, non sembra che questo attraversamento sia ostacolato da monumenti o da ruderi.

Il PR lo indica con un sovrappasso che ostacolerebbe l'ultima veduta ancora libera della Porta S. Sebastiano e delle mura Aureliane. Sembra però che l'indicazione di sovrapassaggio nel PR sia un errore,e che gli Uffici competenti intendano realizzare questo attraversamento con un sottopassaggio.

3. ‑ Attraversamento dell'Asse attrezzato e della Metropolitana che dovrebbe correre parallela all'Asse attrezzato al km. 3 dell'Appia Antica in corrispondenza del piazzale del Belvedere, subito dopo la Tomba di Cecilia Metella. Questo attraversamento è previsto in galleria, ma occorre che questa sia molto lunga, in modo da conservare a tutte le adiacenze del Belvedere e al Pagus Triopius l'attuale carattere.

4. ‑ Attraversamento dello scorrimento esterno al km. 8 circa, poco dopo la ferrovia Roma‑Napoli e a un chilometro e 200 metri dal grande raccordo anulare ANAS, in località Torre Selce. Anche questo attraversamento avviene in galleria, che è possibile attuare utilizzando le cave di selce delle FF.SS. a nord, mentre a sud il terreno scende rapidamente, dato, che l'Appia Antica è qui in quota.

Perciò, riassumendo, sarebbe necessario abolire il primo attraversamento e realizzare il secondo ed il terzo mediante sottopassaggi con lunghissimi tratti di galleria. In tale modo il panorama dell'Appia Antica potrebbe essere sufficientemente salvaguardato e la situazione del traffico resterebbe identica a quanto previsto nel PRG.

L'ESPANSIONE EDILIZIA SULL'APPIA

L'altro grave problema è quello dell'investimento dell'Appia da parte dell’espansione edilizia. Si presenta sotto due aspetti:

1. ‑ Presenza all'interno del comprensorio del Parco Appio di nuclei residenziali, lottizzazioni ecc.

2. ‑ Pressione dei quartieri limitrofi sui confini del Parco.

Esaminiamo anzitutto il primo punto. Fino a 20 anni fa, circa, le uniche case che fiancheggiavano l'Appia Antica e le immediate adiacenze, erano pochi isolati casolari rurali risalenti per lo più agli ultimi tre secoli. Subito dopo l'ultima guerra cominciarono le costruzioni di lussuose ville, soprattutto nella zona del Belvedere a Tor Carbone. I vincoli imposti erano insufficienti ad una reale difesa del panorama l'Appia, consistendo essenzialmente nell’obbligo di usare tegole antiche e nel distacco di 100 metri dal filo stradale dell'Appia. L'obbligo di non innalzarsi per più di un piano fuori terra era facilmente violato.

Il primo scandalo sull'Appia Antica fu appunto la Pia Casa S. Rosa che fuoriesce dal terreno di ben quattro piani.

Tutte le zone interessate da queste costruzioni sono indicate nell'attuale Piano regolatore come parco privato, vincolato con l'obbligo di conservare l’attuale consistenza edilizia con le relative sistemazioni a verde con esclusione di nuove costruzioni. A questo vincolo si sovrappone quello archeologico e paesaggistico, ossia le disposizioni leggi 1 giugno 1939 n. 1809 e 29 giugno 1939 n. 1497 ed il regolamento 3 giugno 1940 n. 1357. Il pericolo quindi di ulteriori costruzioni a ridosso dell'Appia dovrebbe essere evitato. Resta il fatto che in alcuni dei tratti più belli e facilmente raggiungibili la godibilità pubblica è limitata alla Appia Antica, chiusa dalle recinzioni di private proprietà. Il problema di un riacquisto di quanto costruito negli ultimi 20 anni, deve sere oggi necessariamente rinviato, sebbene la legge La Malfa per la via Appia, presentata durante la seconda legislatura ma non perfezionata, prevedesse una forma di ricessione allo Stato. Per consentirne però in futuro la realizzabilità è necessario che il PR indichi come parco pubblico tutte le zone classificate invece come parco privato vincolato.

Un successivo più massiccio tentativo di intrusione edilizia nella zona dell'Appia Antica si profilò nel 1959, quando il Comune compilò un piano particolareggiato per la valle della Caffarella, situata immediatamente a nord‑est del tratto della via Appia Antica tra la ferrovia Roma‑Pisa e la via Almone. Tale piano lasciava in realtà a parco solo le zone di fondo valle occupate in parte strade di scorrimento e da nodi stradali, consentendo in tutta la zona migliore una fortissima edificabilità. Rimasto sino ad oggi ineseguito. Sia per le more del nuovo Piano che per l’opposizione della pubblica opinione, il piano particolareggiato della Caffarella è però inserito nel piano regolatore. Per queste aree è istituita una apposita sottozona edilizia denominata E 3. Ad essa si applicano quelle disposizioni del decreto ministeriale 11 febbraio 1960 e 22 febbraio 1960 del Ministero della Pubblica Istruzione che approvano il piano paesaggistico dell'Appia Antica e della Caffarella laddove non contrastino con le previsioni delle destinazioni del PRG. Inoltre anche queste zone sono sottoposte a vincoli archeologici e paesistici come sopra indicato.

Le zone edilizie E 3 nella valle della Caffarella permangono come grave intrusione non solo dal punto di vista paesistico ma anche dal punto di vista sociale. Esse ostacolano infatti l'accessibilità diretta al Parco dell'Appia Antica da tutto il popolarissimo quartiere sorto intorno alla via Latina subito dopo piazza Zama.

L'intera edificabilità prevista nella valle della Caffarella e più ad est nella zona di Lucrezia Romana andrebbe abolita. Esaminando gli elaborati del nuovo piano regolatore non si può non constatare con rammarico che alcune altre minacce all'integrità del Parco Appio hanno purtroppo resistito. Si tratta di altre due zone ugualmente E 3 con caratteristiche e vincoli di cui sopra, situate, una immediatamente dietro a Cecilia Metella, l'altra immediatamente dietro la chiesa di San Sebastiano. Queste vanno completamente abolite e sostituite da zone a parco pubblico.

L'ESPANSIONE EDILIZIA INTORNO ALL'APPIA

Passiamo ora ad esaminare la pressione dei quartieri limitrofi sui confini del Parco, pressione che va esaminata sotto un duplice aspetto: paesaggistico e sociale. E’ chiaro che il grande Parco Appio svolgerà, nei confronti dei quartieri confinanti, tutte le funzioni delle zone verdi e degli spazi verdi. Questi quartieri sono popolatissimi, ma completamente privi di altre aree verdi. I bordi del grande Parco Appio dovranno svolgere perciò la funzione di parchi di quartiere, inquadrati naturalmente nelle particolari esigenze paesistiche e nelle caratteristiche del Parco.

Per rendersi conto della povertà di verde dei quartieri confinanti con il Parco Appio e della sua assoluta urgenza ed importanza, si tenga presente che in base ai raggi di azione ed ai minimi standard urbanistici l'area del Parco Appio richiesta per le esigenze di verde di quartiere dalle aree edificate a nordest e a sud‑ovest impegnerebbe ben 980 ettari, ossia un terzo di tutto il verde da piazza Venezia alle Frattocchie, e ciò senza tener conto dei nuovi insediamenti che potrebbero richiedere un aumento del 20% circa. Applicando i criteri dei raggi di azione e ricostruendo, sia pure approssimativamente, la quantità di popolazione delle varie zone, in base alle zone statistiche censite, sono circa 22 i parchi di quartiere inesistenti che verranno surrogati dal Parco Appio e si può valutare, ottimisticamente, a mezzo milione di abitanti quelli che trarranno immediato giovamento dall'esistenza del Parco.

Globalmente possiamo dire che nel nuovo PR a nord‑est dell'Appia Antica, ossia lungo la via Latina, Appia Nuova, Tuscolana, dalle Mura Aureliane fino a Cinecittà, viene mantenuta la situazione attuale con i completamenti e le urbanizzazioni già in corso. L'unica eccezione è rappresentata da alcune zone di espansione, previste dinanzi al Centro sperimentale di cinematografia ed a Cinecittà. Si tratta di due zone E 3, cioè con quei particolari vincoli sopra descritti e con il solito vincolo archeologico e paesistico, e di una più consistente zona E 1 da realizzarsi con comprensorio unitario, anch'essa vincolata archeologicamente e paesisticamente.

I primi due nuclei che insistono nella zona archeologica di Lucrezia Romana antistante a Cinecittà andrebbero aboliti, mentre il terzo andrebbe forse solo ridotto di area.

Il problema principale per questi quartieri di nord‑est è soprattutto quello di creare degli opportuni cunei verdi di penetrazione in maniera da facilitare nel modo migliore l'accessibilità al Parco.

Per quanto riguarda la pressione dei quartieri confinanti dalla parte opposta, e cioè a sud‑ovest, la situazione è nettamente diversa nel primo tratto lungo la via Ardeatina dal Quo Vadis all'allineamento di San Sebastiano e nel tratto successivo.

Nel primo ci troviamo di fronte ad una urbanizzazione già completa in molte zone, e che il Piano prevede di completare. Si tratta di palazzine di cooperative più che di grosse iniziative, e la densità complessiva è inferiore che nei quartieri edificati a nord‑est, ma i risultati paesistici raggiunti sono ugualmente negativi. Nel secondo tratto, invece, l'attuale espansione edilizia della città è ancora molto lontana dall'Appia Antica: 4 km. in linea d'aria e anche più, fino alla Cristoforo Colombo, all'EUR, alla Cecchignola.

Il nuovo Piano prevede una grossa serie di comprensori E 1 fino alla via Ardeatina e lungo il lato nord‑ovest di questa, 8 comprensori di zone E 3, cioè con i particolari vincoli già visti per la Caffarella e per Lucrezia Romana, e con il vincolo archeologico e paesistico.

C'è da chiedersi se questa espansione era assolutamente necessaria, o se non era invece possibile in questa zona, completamente verde, consentire che il Parco Appio confinasse liberamente con la campagna. L'abolizione degli 8 coniprensori E 3 oltre l'Ardeatina e il comprensorio E 1 a ridosso delle cave Ardeatine e delle Catacombe di San Callisto sarebbe comunque auspicabile.

L'urgenza e l'importanza del Parco Appio sono state del resto confermate in Consiglio Comunale il 18 dicembre 1962, quando è stato approvato tra gli altri ordini del giorno contemporanei all'adozione del nuovo PR il seguente: «Il Consiglio Comunale, udita la relazione dell'assessore Petrucci sul progetto di PR, ritenuto che il parco dell'Appia Antica è uno degli elementi di essenziale fondamentale importanza nell'assetto urbanistico della città, considerato inoltre l'incommensurabile valore storico, religioso, artistico e turistico della zona da salvaguardare da qualsiasi deturpazione, considerato peraltro che la spesa relativa può essere senz'altro affrontata, delibera di autorizzare la Giunta ad operare con tutti i mezzi opportuni e con ogni sollecitudine per l'acquisizione e la sistemazione del predetto parco Pubblico».

Il parco dell'Appia Antica sarebbe stato quindi incluso necessariamente nel primo programma biennale di attuazione del PRG se questo primo programma biennale fosse stato redatto.

LA BATTAGLIA PER L'APPIA CONTINUA

Intanto, in sua assenza, il problema dell'Appia è diventato ancora più drammatico e urgente. E’ un susseguirsi continuo di manomissioni.

Improvvisamente, poi, nello scorso autunno, nuovi lavori di sterro venivano iniziati nella zona tra l'Appia Antica e l'Ardeatina, in un'area di ben 720.960 mq., interessata da un progetto di lottizzazione, presentato in data 17 ottobre 1962 (e cioè quando il piano regolatore del giugno era già diventato operante) dalle Società Acacia Farnesiana, Acacia Rustica e Pinus Excelsa. Si direbbe, dagli strani nomi botanici di queste società, che esse intendessero realizzare dei vivai arborei. Viceversa la loro intenzione era quella di costruire 59 villette a schiera e 108 ville, oltre i servizi. Ciò che appare inaudito, è che un simile progetto abbia avuto il benestare della Sovraintendenza ai Monumenti, e che sia stato fermato dall'Amministrazione Comunale solo dopo essere stato segnalato in Consiglio Comunale dall'opposizione, ed essere diventato il centro di una campagna giornalistica ad opera di Paese‑Sera.

L'attuazione dell'ordine del giorno sopra riportato è quindi sempre più urgente e indifferibile. Essa è veramente tanto difficile o addirittura impossibile come sembrerebbe?

Effettivamente, in tutta la zona del Parco Appio, le proprietà comunali e demaniali sono purtroppo minime. Perfino la maggior parte dei monumenti che non rientrano nella stretta fettuccia costituita dall'Appla Antica e dalle sue crepidini ricadono in proprietà private.

Tipico il caso di Casal Rotondo che, pur essendo uno dei più caratteristici monumenti dell'Appia, è un'abitazione privata, nel cui interno i proprietari hanno potuto addirittura costruire, pochi anni fa, una piscina.

Il Comune possiede una particella di poche migliaia di metri quadrati a circa 200 metri dall'Appia Antica, ad est della via di Cecilia Metella. Lo Stato possiede il Forte Appio poco oltre il IV chilometro, ed un'area dinanzi all'aeroporto di Ciampino, poco prima di via Floriana, in cui sono installate attrezzature radio connesse con il funzionamento dell'aeroporto. Per il resto tutte le aree rientranti nel Parco Appio sono private.

Si era parlato al tempo del piano paesistico e del piano archeologico nel 1959 di una donazione da parte dei maggiori proprietari a nord‑ovest dell'Appia Antica di una notevole quantità di terreno, ma tale donazione, avendo come tacito ma palese controaltare l'autorizzazione ad edificare nelle restanti aree secondo il piano particolareggiato della Caffarella, non ha avuto alcun seguito. Le proprietà private possono essere distinte, per il loro carattere, in tre tipi:

1. ‑ Aree già urbanizzate ed edificate e la cui privata attuale utilizzazione è sancita dal piano: zone destinate a parco privato, a completamento, a ristrutturazione. Per esse non vi è altro da fare che prendere atto di quanto è purtroppo avvenuto nei decenni passati, e constatare che il Piano attuale vincola in modo da evitare peggioramenti, rifacimenti o cambiamenti qualsiasi.

2. ‑ Aree non urbanizzate, ma già interessate direttamente dall'espansione della città e per le quali progetti edilizi di lottizzazioni sono stati già ventilati o progettati. Si tratta sia delle zone in cui il PR ammette edificabilità all'interno dei confini del Parco Appio, sia di quelle in cui l'edificabilità non è ammessa dal Piano, ma si può prevedere che sarà richiesta in sede di osservazioni al piano dai proprietari che faranno poi sempre di tutto per ottenere facilitazioni anche in sede di piani particolareggiati o di lottizzazione.

3. ‑ Aree allo stato agricolo e non interessate finora dalle espansioni della città.

Evidentemente i proprietari delle aree del primo tipo sono attualmente fuori causa. Viceversa il discorso è estremamente complicato per quanto riguarda i proprietari del secondo tipo. A questo secondo tipo appartengono due gruppi di aree: a nord la zona compresa tra le Mura Aureliane e le ultime case costruite lungo la via Latina fino alla Tomba Latina, le ultime case verso sud dei quartieri Quadraro e Tuscolano, il Centro sperimentale di cinematografia, la via Tuscolana. le aree della Società Generale Immobiliare al Curato, lo scorrimento esterno di PR, la via Appia Nuova, la via Appia Pignatelli, le zone destinate a parco privato a nord‑ovest dell'Appia Antica di fronte alle Catacombe di San Callisto, l'Appia Antica dal Quo Vadis alle Mura. A sud, appartengono allo stesso secondo gruppo le aree situate tra le vie delle 7 Chiese. via Ardeatina. confini dei comprensori a nord‑ovest dell'Ardeatina, confini delle zone destinate a parco privato tra il Forte Appio e l'Asse attrezzato, Asse attrezzato, via Appia Antica.

Il gruppo nord di queste aree interessa circa 800 ettari che sono, nella quasi totalità, proprietà di Alessandro Gerini ed Isabella Gerini, separatamente, insieme o associati ad altri minori proprietari, tra cui l'Istituto Salesiano per le Missioni, ente morale di culto con sede in Torino, e la Società terreni e trasformazioni agricole TETA, società per azioni con sede in Roma. Tra questi due enti e Alessandro Gerini risultano a catasto rapporti di comproprietà, usufrutto, livellarietà, ecc. Queste aree hanno sempre avuto ed hanno tuttora un reddito agricolo mediamente buono e ottimo in certe zone, per cui non hanno mai rappresentato per i proprietari un passivo o anche solo un immobilizzo di capitali improduttivi. Inoltre, quasi tutte le aree di proprietà Cerini erano già sottoposte a vincoli archeologici e di PR quando i Gerini le ereditarono, e i vincoli attuali non possono costituire perciò un cambiamento di destinazione e creare dei diritti ai proprietari.

Tanto è vero che voci, naturalmente non confermate, e non contrattabili hanno insistentemente accennato al fatto che i Gerini fossero disposti a cedere la maggior parte delle loro aree in cambio della destinazione a edilizia intensiva della parte più settentrionale delle loro proprietà; all'incirca 60 ettari in zona urbanisticamente già compromessa tra la via Tuscolana e il Centro sperimentale di cinematografia. Purtroppo si deve constatare dagli elaborati del PRG che questa destinazione a quest'area è stata concessa senza che fosse perfezionata alcuna controdonazione da parte dei proprietari. Un'occasione perduta, ma se ne possono ricreare subito delle altre.

Infatti, nei circa 600 ettari dei Gerini, oltre ai 60 ettari di cui sopra, ve ne sono altri 120 di zona edíficabile con particolare vincolo: le zone E 3. Abbiamo detto sopra come l'edificabilità di queste zone deve essere abolita, ed esse devono essere trasformate a parco pubblico. Se in sede di controdeduzioni al PRG si accetterà questa necessaria trasformazione, tutte le aree di questa zona nord del Parco Appio saranno acquisibili partendo dal valore che può competere a delle zone agricole vincolate archeologicamente da sempre e vincolate dal PR. Anche in mancanza di strumenti legislativi, come quelli che si spera possano essere tra poco in atto anche in Italia, la cosa non dovrebbe atterrire neppure le deficitarie finanze del Comune di Roma.

Prima di esaminare le aree del secondo gruppo, sit ate cioè tra l'Appia e l'Ardeatina, ci conviene esaminare le aree del terzo gruppo, ossia quelle allo stato agricolo e non interessate finora dall'espansione della città.

In questo terzo gruppo rientra la metà del Parco Appio compreso nel Comune di Roma e tutti i 300 ettari circa del Comune di Albano, cioè un totale intorno ai 1.500 ettari. Si tratta di tutte le zone oltre la villa dei Quintili sul lato sinistro dell'Appia ed oltre il Forte Appio sul lato est. Queste aree possono essere acquistate a prezzo agricolo, valutato tenuta per tenuta. Salvo casi sporadici esse non hanno mai subito una differente contrattazione di mercato. Occorre considerare anche che questa parte del Parco Appio ha oggi un valore di riserva per gli anni futuri; se ne può perciò dilazionare l'acquisto in un piano progressivo, a lunga scadenza garantito dai vincoli precisi contenuti nel PR. Inoltre, l'utilizzazione agricola rimarrà possibile in un primo tempo per tutte queste aree, ed anche quando progressivamente sarà il caso di farle cessare altre fonti di utilizzazione saranno sempre possibili: da fattorie modello comunali aperte al pubblico a un campo di golf dato in gestione ad apposita società. I numerosi casali della zona potrebbero inoltre essere affittati dal Comune, diventatone proprietario, sia a privati che ad associazioni. Con un buon piano, cioè insieme di gradualità dell'acquisto e di redditività dei beni acquistati, potrebbe essere possibile ridurre annualmente l'aggravio derivante dall'acquisto o dall'attrezzatura a verde pubblico di questi 1.500 ettari più esterni del Parco Appio.

Abbiamo lasciato per ultime le zone del secondo gruppo a sud‑ovest tra il Parco Appio e l'Ardeatina, perché si tratta di zone oggi agricole, ma destinate dal PR a varie edificabilità come sopra accennato.

Si danno tre possibilità:

1 ‑ In sede di osservazione e perfezionamento legale del piano viene cambiata la destinazione di queste aree che passano da zone edificabili a parco pubblico. Allora esse rientrerebbero nel terzo gruppo: aree agricole.

2. ‑ In PR viene lasciata l'attuale destinazione, ma il Comune decide di attuare lo stesso anche in questa zona parco con la conseguenza che si dovranno acquistare le aree a prezzo a‑ aree edificabili, anche se con bassa cubatura e numerosi vincoli.

3. ‑ In PR viene lasciata l'attuale destinazione e la conseguente urbanizzazione viene realizzata. Il valore delle aree rese così edificabili è evidentemente incrementato dall'immediatamente retrostante Parco Appio. Precisamente in base ai raggi di azione si può presumere una influenza diretta di una striscia di circa 200 ettari appartenente al terzo gruppo: cioè agricolo. L'acquisto di questi 200 ettarì di parco pubblico dovrebbe rientrare, in questo caso nell'urbanizzazione di queste aree adiacenti: equivarrebbe cioè ad una specie di tassa di maggior onere di urbanizzazione.

IL FUTURO DEL VERDE A ROMA

Ormai, come risulta chiaramente sfogliando le pagine di questo numero di « Casabella », il problema del verde a Roma non è più allo stato iniziale. Associazioni e professionisti hanno studiato ed elaborato un notavole materiale che può costituire complessivamente un primo schema di quella che potremmo chiamare la dottrina del verde a Roma. Per passare da questa fase ad una fase successiva non bastano più però associazioni e individui; occorre l'intervento diretto, continuo, preciso degli uffici comunali, di quei tali organismi che sarebbero dovuti nascere cioè con il PRG come strumenti del PRG, impostati secondo principi e criteri adatti a quel nuovo corso ci cui il PRG doveva essere l'atto iniziale.

Oggi è proprio questo che vogliamo: si chiuda definitivamente l'«operazione riassorbimento», subito ed immediata mente, e si riprenda il discorso avviato l’“operazione Sullo” e proseguirà con gli ordini del giorno approvati dal Consiglio Comunale il 18 dicembre 1962; perché ci dispiacerebbe troppo dover constatare ancora che l'amministrazione di centro‑sinistra subisce passivamente certi atti che potevano essere approvati dalla politica della precedente amministrazione, ma non lo possono essere certamente da questa.

Vorremmo tra poco poter raccontare anche per Roma qualche cosa di analogo a ciò che si dice è successo a Parigi. All'inizio del '60 fu costruito un grandioso passaggio sotterraneo a più vie sovrapposte tra l'avenue de la Porte d'Asnières e il boulevard Berthier nella periferia nord della città. Richiesto a un addetto a questi lavori quanti alberi erano stati abbattuti o comunque sarebbero stati abbattuti per questi grandiosi lavori, egli rispose sdegnato ed in maniera perentoria: «Pas un arbre, messieurs!».

1881

Rodolfo Lanciani, "ingegnere per gli scavi", propone al Ministro della Pubblica istruzione l'esproprio dell'area in cui sono compresi il Ninfeo di Egeria e il Bosco Sacro, facenti parte della tenuta della Caffarella dei Torlonia.

1887

Guido Baccelli e Ruggero Bonghi propongono un "giardino parco archeologico" lungo l'Appia da Roma a Brindisi. Il 14 luglio viene approvata la legge n. 4730, proposta dagli stessi Bonghi e Baccelli, che dichiara di pubblica utilità l'isolamento dei monumenti nella zona meridionale di Roma e il loro collegamento per mezzo di passaggi e pubblici giardini". Il perimetro della zona vincolata comprende 227 ettari di cui 87 già demaniali.

1918

Dopo circa sette anni di lavori, viene consegnata al Comune la Passeggiata Archeologica, un grande parco tra il Circo Massimo e le Terme di Caracalla, chiuso in origine da una cancellata.

1931

Il nuovo Piano regolatore (tra gli autori Marcello Piacentini) definisce l'area dell'Appia "grande parco" e destina a "zona di rispetto" una fascia di territorio compresa tra Via Tuscolana e Ardeatina. Nella pratica il rispetto riguarderà due fasce di inedificabilità di 150 metri paralleli alla via, al di là delle quali possono essere costruiti edifici a due piani.

1932

Mussolini inaugura Via dell'Impero: la realizzazione della strada ha comportato la demolizione di un intero quartiere e lo sbancamento della Velia.

1934

L'Appia viene asfaltata fino al bivio per l'aeroporto di Ciampino.

1936

Con la realizzazione dell'Esposizione universale (Eur), l'Appia diviene un ostacolo ingombrante tra i quartieri ad oriente in sviluppo verso i Colli e il nuovo sviluppo a sud.

1939

Viene presentato il primo di una serie di piani particolareggiati destinati a sconvolgere l'Appia e mai attuati a causa della guerra.

1940

Il Comune espropria il complesso della Tomba di Romolo e del Circo di Massenzio.

1949

Il Piano particolareggiato n. 111 dà il via a un'alluvione di cemento che sommer­ge una vasta area compresa tra l'Appia Nuova, Via dell'Almone e via Appia Pignatelli.

1950

Al quarto chilometro inizia la costruzione della Pia Casa S. Rosa , ospizio per bambini minorati. I tre piani autorizzati dal comune e il quarto abusivo (mai demolito) dell'edificio intaccano il vincolo di rispetto con divieto "di massima" di ogni costruzione, istituito (addirittura) dal piano littorio del '31. La benefica istituzione apre la strada alla distruzione della regina viarum. Avere una casa sull'Appia Antica diventerà uno status simbol.

L'Appia Antica costituirà un "cuneo verde" tra le espansioni di Roma "verso i colli e verso il mare" (cioé tra i quartieri dell'Appio‑Latino da una parte e la Cristoforo Colombo dall'altra), "una riposante fascia di verde, dalla quale emergeranno, testimonianza perenne di storia e civiltà, i resti dei gloriosi monumenti": lo afferma una relazione di giunta del 21 ottobre. Contemporaneamente viene inaugurato il tronco di Raccordo Anulare che col­lega l'Aurelia con l'Appia, tagliando in due l'Appia Antica all'altezza del VII miglio.

1952

Marcello Piacentini presenta in un suo libro uno schema di nuovo piano regolatore, che prevede altre 9 strade che attraversano l'Appia e addirittura un "Appia novissima" da costruire a 300 metri dall'Antica.

1953

Nei primi cinque chilometri della via si contano già una settantina di ville, per lo più con regolare licenza. Ne "I Gangster sull'Appia" (8 settembre), Antonio Cederna denuncia il progetto della Società Generale Immobiliare che prevede la costruzione di un quartiere 'Ai alta classe" tra i ruderi della Villa dei Quintili. In seguito alle proteste il progetto viene bocciato e la Villa dichiarata di "interesse particolarmente importante". Del 14 dicembre è il generico decreto di "notevole interesse pubblico dell'Appia": come tutti gli altri che seguiranno, serve soltanto a sottoporre i progetti edilizi al soprintendente, il quale si accontenta di imporre il colore degli intonaci e l'uso delle tegole usate. Dodici giorni dopo il Ministero dei Lavori Pubblici autorizza la costruzione di un quartiere di palazzine subito fuori Porta S. Sebastiano.

1954

In febbraio una lettera di uomini di cultura denuncia la situazione; in marzo una proposta di legge (La Malfa) prevede la demolizione degli edifici costruiti. Il ministro della Pubblica istruzione (Martino) nomina una commissione, presieduta da Umberto Zanotti Bianco, per la stesura di un piano territoriale paesistico. Nei cinque anni della sua faticosa elaborazione, continuano a essere rilasciate licenze e l'Appia diventa un corridoio murato tra proprietà private.

1955

Il 9 ottobre il Papa benedice la prima pietra di uno stadio olimpico da costruire tra Appia e Ardeatina, sulle catacombe di S. Callisto. La sollevazione della stampa manda a monte il progetto.

1956

Una mostra organizzata a Palazzo Venezia dal Ministero della pubblica istruzione progetta la demolizione di alcuni casali, non delle ville abusive.

1957

Il mausoleo di Casal Rotondo viene trasformato in villa panoramica.

1958

Il piano paesistico, pubblicato tra l'esultanza dei proprietari, sancisce l'invasione edilizia della campagna romana: destina a verde pubblico solo una striscia di terra di pochi metri ai lati della strada e prevede la costruzione di 4,8 milioni di metri cubi. Una forte opposizione determina il ritiro del Piano.

1959

Il "piano archeologico" confezionato dall'architetto Moretti per la valle della Caffarella si rivela un basso baratto tra i proprietari (marchese Gerini) e il Comune. Il piano prevede la costruzione di circa 200 edifici nella Valle della Caffarella.

1962

Il nuovo piano regolatore adottato a strettissima maggioranza dal consiglio, comunale destina a Parco pubblico la campagna dell'Appia solo dal quarto chilometro in giù. Per la parte più vicina a Roma sono ammessi insediamenti edilizi per 2,5 milioni di metri cubi. La reazione di Italia Nostra (presidente Tito Staderini) è durissima.

1961

In seguito alle proteste di Italia Nostra, il sindaco ordina la demolizione di una villa abusiva costruita su una torre di cinta del Castello Caetani. La villa non sarà mai demolita.

1965

Il 16 dicembre il ministro dei lavori pubblici Giacomo Mancini approva con modifiche il piano regolatore e destina finalmente a parco pubblico i 2500 ettari della campagna dell'Appia Antica. E' uno degli eventi più importanti della storia dell'urbanistica romana, ma è anche uno dei più disattesi. Per anni il comune non muove un dito per arginare l'abusivismo dilagante. Le tenute vengono frazionate, i casali sono trasformati in ville. Verso l'Ardcatina sorge addirittura un villaggio abusivo.

1968

Accogliendo il ricorso di alcuni proprietari la quarta sezione del Consiglio di Stato definisce illegittima la destinazione a parco pubblico dell'intera zona dell'Appia Antica. La sentenza non ha effetto perché la "variante generale" al piano regolatore ha già recepito le prescrizioni dei Lavori Pubblici.

1969

Dal '69 al '74 si susseguono le proposte di legge (Giolitti e La Malfa, Cifarelli, Giannantoni e Trombadori) per l'esproprio a prezzo agricolo delle aree in base alla legge 865 del '71.

1972

Il Comune avvia l'esproprio di 86 ettari della Valle della Caffarella.

1973

Al bordo della Caffarella, angolo Via Latina e Via C.Mondaini, viene abbattuto il Borghetto Latino, agglomerato di baracche abusive sorto negli ultimi anni della seconda Guerra Mondiale.

1976

La Regione approva l'esproprio di 86 ettari nella Caffarella.

Si inaugura a Palazzo Braschi la grande mostra organizzata dalla sezione romana di Italia Nostra, dove viene presentato il "Piano per il parco dell'Appia Antica": è il risultato di più, di due anni di lavoro di un'equipe di specialisti, coordinata da Vittoria Calzolari.

1977

La giunta di sinistra delibera l'esproprio, subito fuori le mura, di altri 110 etta­ri della Caffarella.

1978

Il soprintendente Adriano La Regina lancia l'allarme sulla condizione dei monumenti e il Ministero per i beni culturali nomina una commissione per lo studio delle sculture all'aperto.

1979

La proposta della soprintendenza di un nuovo grande parco archeologico nel centro di Roma viene fatta propria dal sindaco Argan: prevede la graduale rimozione dell'ex via dell'Impero per riportare alla luce le antiche piazze imperiali. Il parco si collegherà con il grande parco dell'Appia Antica.

1980

Il Consiglio di Stato annulla per un cavillo formale gli atti di esproprio della Caffarella e resituisce ai proprietari una settantina di ettari già espropriati. Il comune è costretto a interrompere l'iter espropriativo in atto.

Da febbraio Via dei Fori Imperiali viene chiusa al traffico di domenica.

Un appello di Italia Nostra raccoglie le fin‑ne di 240 studiosi per l'abolizione di Via dei Fori Imperiali. In dicembre hanno inizio i lavori per l'eliminazione di via del Foro Romano: il Foro viene unificato con il Campidoglio.

1984

Viene pubblicato in due volumi il fondamentale studio promosso dalla sezione romana di Italia Nostra per il Piano dell'Appia Antica già oggetto della mostra a Palazzo Braschi del 1976.

1985

Il tempestivo intervento della Soprintendenza archeologica consente l'acquisizione di ventidue ettari tra Appia Antica e Appia Nuova, attorno ai ruderi della Villa dei Quintili.

1987

Il primo febbraio viene presentata una proposta di legge regionale da parte del PCI per la costituzione del Parco.

Legambiente costituisce il Comitato del Parco degli Acquedotti.

1988

Mentre il Comune riapre il cantiere di scavo del Foro di Nerva, il 10 novembre la Regione Lazio approva la legge n.66 "Istituzione del Parco regionale dell'Appia Antica". La legge prevede la costituzione "entro un anno" dell'a­zienda ccnsorziale, ovvero l'ente che deve realizzare e gestire il Parco pubbli­co dell'Appia Antica. 1 tempi tuttavia non vengono rispettati e l'Azienda non verrà mai messa nella condizione di operare: il consiglio di amministrazione è nominato solo nel '93, la sede viene fornita nel '95, e i soldi verranno stanziati alla fine dello stesso anno.

1989

Il 26 aprile i deputati Cederna e Bassanini presentano una proposta di legge relativa ad interventi per la riqualificazione di Roma. La proposta indica come di interesse nazionale la realizzazione del "Parco archeologico dell'area cen­trale, dei Fori e dell'Appia Antica". Per quanto riguarda l'acquisizione dei beni immobili, la proposta prevede l'applicazione del titolo Il della legge 865, determinando, in generale, l'indennità di esproprio dei terreni di base al loro valore agricolo o a quello che deriva loro dalle utilizzazioni lecite cui vengono adibiti.

1990

Il Parco dell'Appia Antica viene inserito nella legge di Roma Capitale (396/90).

Legambiente presenta un libro bianco sull'abusivismo nell'Appia.

1991

"Parco dell'Appia: chi l'ha visto?": Legambiente e Italia Nostra denunciano i ritardi nell'applicazione della Legge regionale.

Ha inizio il "restauro conservativo" di un vecchio casale agricolo nei pressi di Cecilia Metella: malgrado le denunce dei vigili urbani, nel '93 la villa viene "condonata".

1992

Il programma di intervento per Roma Capitale stanzia 26 miliardi per "utiliz­zazione e esproprio della Valle della Caffarella, e 3 miliardi per studi, proget­tazione e avvio del parco dell'Appia Antica e dell'area centrale e dei Fori".

1993

Antonio Cedema viene nominato presidente dell'Azienda consortile del parco dell'Appia Antica: malgrado ripetute richieste e numerosi articoli di denuncia, il consorzio rimane senza una sede agibile e senza fondi fino alla fine del 1995. Un convegno internazionale organizzato da Legambiente e dall'Ufficio italiano del Parlamento Europeo, col patrocinio dell'Unesco, chiede la tutela sovranazionale e la legislazione nazionale dell'Appia Antica.

Grazie all'impegno di Gianfranco Amendola, l'appello viene sottoscritto da 166 deputati al parlamento europeo.

L'attività dell'Azienda è paralizzata dalla difficoltà di raggiungere il numero legale, anche a causa della mancata sostituzione da parte della Regione di alcuni consiglieri dimissionari.

1996

Con i primi fondi disponibili, l'Azienda consortile incarica Italo Insolera di redigere gli studi preliminari al piano di assetto del Parco: gli studi vengono consegnati entro la fine dell'anno.

Una conferenza stampa di Italia Nostra e Legambiente, con la partecipazione della Soprintendenza e dei sindacati, denuncia il bilancio fallimentare dell'Azienda e chiede una legge nazionale per l'Appia.

Il 27 agosto muore Antonio Cedema. Ha scritto oltre centoquaranta articoli sulla vicenda dell'Appia.

1997

9 marzo 1997: circa centomila romani festeggiano la prima domenica a piedi sull'Appia.

Proprio l'assessore Regionale all'ambiente Hermanin commissaria l'Azienda consorziale del Parco denunciando "le gravi difficoltà di gestione in cui versa da lungo tempo". Tutti i problemi del parco dell'Appia rimangono a tutt'oggi senza risposte.

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