Già la letterina del sindaco Letizia Moratti (“Cari amici…”) che apre l’opuscolo, ridicolmente intitolato “el nost milan - la nostra milano - our milan”, rivela lo scopo grossolanamente propagandistico dell’operazione. Abbiamo ricevuto a casa, come tutte le famiglie milanesi, queste paginette, smilze eppur egualmente irritanti, che vorrebbero farci tenere chiusi gli occhi, tappate le orecchie, turato il naso. Tre motivetti, nella letterina, riassumono i risultati ottenuti. I) “Milano più vivibile”. Al contrario, il problema principale, riassunto di tutti gli altri settoriali, è proprio quello dell’invivibilità attuale della città «ottenuta» nel lungo periodo dominato dal centrodestra. È talmente grave il peggioramento di tanti aspetti relativi all’abitarci e al frequentarla, che la qualità della vita e il valore, diciamo fisico, della città sono caduti a un grado non immaginabile ai tempi della Milano famosa per funzionalità e affabilità. II) “La nostra città è oggi più efficiente”. Lo sarebbe, si legge, soprattutto grazie al servizio di un call center unico 02.02.02, sempre aperto (e sempre occupato). Evidentemente il sindaco non conosce quali erano i fattori reali della vecchia efficienza, quella che aveva assicurato alla città il primato nella gestione dell’economia, dei trasporti, delle scuole, della cultura… III) “Milano è infine più sicura”. Quando mai è stata davvero insicura? La città sarebbe più sicura, si legge, perché “il numero di reati è diminuito del 16%” e perché “ci stiamo prendendo cura dei nostri ragazzi anche attraverso l’ordinanza che vieta l’alcol ai minori di 16 anni”. Si burla di noi, la signora sindaco.
Ma guardiamo ora dentro l’articolazione dei capitoli in paragrafi.
Nel primo, colpisce subito, circa “Ambiente”, una informazione sensazionale: “abbiamo piantato 128.000 alberi”! Una bufala gigantesca. Claudio Abbado (tutti ricorderanno la notizia, tanto forte ne fu la risonanza) aveva posto come condizione del suo ritorno a Milano la piantumazione di 90.000 alberi. Il sindaco non rivendicò alcun successo già conseguito. Anzi, accennò alle difficoltà di messa a dimora in piena terra e dunque alla probabilità di ricorrere ampiamente a “grandi vasi” (e, aggiungiamo, a miserevoli pianticelle o arbusti). Infelice inammissibile soluzione. L’amministrazione comunale ha decretato il taglio di migliaia di alberi per la costruzione dei parcheggi sotterranei i cui solettoni impediscono il reimpianto di essenze ad alto fusto come quelle demolite e permettono solo alberini senza crescita e cespugli o, appunto, dimora in vasi. Quello di sparare numeri senza riferimenti seri, paragoni, fonti, calcoli è il metodo applicato nell’intero opuscolo. “Ecopass”: “il traffico è diminuito del 6,8 % nell’intera città” e sarebbero diminuite secondo certe percentuali (senza alcun altro indicatore) le “emissioni allo scarico”. Sappiamo che ogni giorno entrano nel comune di Milano 600/700.000 automobili. Per parlare di successo (ma non di svolta) la diminuzione del numero dovrebbe consistere almeno nel 20%. D’altra parte se tutte le automobili fossero del tipo Euro 4, come dovrebbe accadere fra poco tempo, tutte supererebbero le barriere di controllo.
Non pollutioncharge sarebbe occorso, bensì congestioncharge, cioè un provvedimento contro la numerosità stessa dei mezzi privati, non solo contro i loro scarichi tossici. I risultati relativi agli inquinanti sono insufficienti, soprattutto riguardo al più pericoloso, le polveri sottili. Le statistiche periodiche veritiere rivelano che in quest’ultimi anni fino a oggi le polveri hanno superato il livello di pericolo di 50 mmg/mc per gran parte di ogni anno mentre il numero massimo di giorni fuori norma ammesso dall’Unione europea è di soli 35. Inoltre, qui per “polveri sottili” si considera il materiale particolato di 10 micron (Pm10), mentre le norme europee richiedono di misurare il Pm 2,5 secondo un limite massimo di 25 anziché 50 mmg/mc. “Metropolitane”, un paragrafo scarno perché non c’è nulla di cui vantarsi, anzi ci sarebbe troppo di cui vergognarsi. Il sindaco spera di inaugurare nel 2011 una prima breve tratta della bizzarra linea M5, bizzarra nel nome giacché la M4 non esiste; ma la falsa numerazione viene conservata allo stupido scopo di ingannare sulla realtà dell’effettiva dotazione di Milano. “Parcheggi”, intesi garage sotterranei. I numeri vantati non possono nascondere cosa c’è dietro di loro: sia la pena (nostra, non del sindaco) per la distruzione di una quantità di begli spazi alberati o comunque retaggio del costituirsi della forma urbana nel tempo, sia l’assurdità di una politica del traffico che mentre da una parte cerca, benché in maniera inadeguata, di allontanare le auto, dall’altro le richiama verso il centro e dentro di esso proprio offrendo loro parcheggio e ricovero.
Decine gli esempi. Cito qualche caso di massima ignominia: il silo di Piazza Meda, cinque anni di lavori ancora in corso, nel centro del centro, a un tiro d’arco dal Duomo; quello previsto, ribadito, confermato dalla pazza soprintendenza, contestato dagli abitanti, indagato, sospeso a Sant’Ambrogio, addossato in pieno al recinto della basilica; il parcheggio programmato, avviato, bloccato e ora in orribile abbandono alla Darsena dei Navigli Grande e Pavese, uno dei luoghi più rappresentativi della città “ridotto a desolata landa fangosa, sormontata però da pubblicità” (Stefano Bartezzaghi, “la Repubblica” 24.10.09).
Nel secondo capitolo, “Milano efficiente”, il paragrafo “Casa” espone numeri privi di spiegazioni. 1.714 “nuovi appartamenti realizzati” di “edilizia sociale” è il dato fondamentale. Veramente pochi, vien subito da sbottare, in una città in cui gli immobiliaristi in amoroso accordo con gli amministratori pubblici stanno realizzando, progettando, ipotizzando, noncuranti dei salutari (secondo noi) fallimenti del tipo Santa Giulia/Zunino/Foster, decine di migliaia di alloggi di lusso (250.000 in prospettiva estesa!), mentre permangono dai 35.000 ai 50.000 alloggi vuoti, e giacciono mucchi di inascoltate sofferenti domande per accedere a un alloggio popolare. “Famiglia”: ancora numeri vanterini, questa volta riguardanti i “posti nido”. 1.725 posti “in più” in oltre due anni, per una popolazione di tre classi di età stimabile in 40/50.000 unità, enormemente maggiore in avvenire se dovessimo dar retta alla famosa previsione di 2 milioni di abitanti per la città nei propri confini comunali e al prevedibile aumento della natalità. Di questo passo la domanda reale delle coppie giovani sarà continuamente delusa e ragione d’impedimento a risiedere in Milano.
Il terzo capitolo, “Milano sicura”, chiarisce, avessimo mai avuto qualche dubbio, che Letizia Brichetto Moratti raduna saldamente a sé forzismo e leghismo. Con una punta di razzismo. “Giro di vite”, sembra gridare, per la presenza di presidi militari e per certe ordinanze (andate buche) contro diversi fenomeni, dalla droga alla prostituzione all’”imbrattamento” (detto così, senza specificare). E il paragrafo “Abusivismo”? Pensiamo, prima di leggere il testo, che si riferisca all’edilizia, invece riguarda i campi dei nomadi. Questa volta ai numeri crediamo, 143 “sgomberi” (e distruzione dei ricoveri) contro 3 prima dell’epoca morattiana. Non ci ricordiamo di rimozioni mediante l’incendio di tende e baracche abitate, come avvenne nel vicino comune di Opera. Brava.
Milano, 8 novembre 2009
L’assicurazione contro le calamità naturali per tutte le case italiane infilata nel decreto di riorganizzazione della Protezione civile in discussione oggi al Consiglio dei ministri, rischia di diventare un grande affare per pochi e l’ennesimo balzello scaricato sulle spalle di molti. Perché il governo intende rendere obbligatoria la polizza, apprestandosi a ripetere con gli immobili l’operazione fatta a suo tempo con l’Rc auto. Ma se per le automobili e le moto l’introduzione dell’obbligo era in parte giustificata dalla necessità generale e sociale di impedire che per le strade circolassero individui irresponsabili privi di copertura che una volta causato l’incidente non avrebbero saputo a chi santo votarsi per risarcire i danni, con gli immobili questa esigenza è del tutto assente. Non a caso contro la polizza obbligatoria per le case è schierato un fronte ampio, dalle associazioni dei consumatori all’Antitrust alle organizzazioni dei proprietari come la Confedilizia.
In ballo ci sono interessi corposi. Secondo la stima probabilmente al ribasso fornita dalle stesse compagnie di assicurazione il costo medio della polizza per ogni singola abitazione sarebbe di circa 180 euro all’anno. Considerando che le case in Italia sono più di 27 milioni (censimento Istat), il costo complessivo dell’assicurazione-casa sfiora i 5 miliardi, soldi che usciranno dalle tasche delle famiglie per transitare in quelle delle compagnie. Le più interessate alla faccenda sono le solite: Generali, Ina-Assitalia, Toro, Fondiaria-Sai, Mediolanum.
Sono anni che tutte quante girano intorno all’osso della polizza anticalamità non riuscendo a ottenere da governo e parlamento l’ok definitivo per una ragione o per l’altra. Questa volta, invece, le probabilità che sfondino sono molte perché l’esecutivo Berlusconi ha inserito la novità in una bozza di decreto che, secondo autorevoli indiscrezioni, quasi sicuramente andrà in porto. In primo luogo perché il provvedimento si inserisce sulla scia dell’emozione per il terremoto d’Abruzzo, e poi perché il testo ha già avuto il placet di due tra i collaboratori più ascoltati dal capo del governo in materie di questo tipo: il responsabile della Protezionecivile, Guido Bertolaso, e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta.
Favorire l’introduzione di una copertura assicurativa sugli immobili contro le calamità magari anche attraverso incentivi fiscali può essere un obiettivo condivisibile, entro certi limiti e a determinate condizioni. L’insistenza sull’obbligatorietà, però, sta rendendo l’operazione indigesta. In un pareredepositato il 20 novembre di 6 anni in occasione di una proposta simile elaborata a quel tempo, l’Antitrust aveva già espresso tutta la sua contrarietà: “L’imposizione di un obbligo assicurativo contribuisce a irrigidire la domanda dei consumatori che saranno indotti ad accettare le condizioni praticate dalle imprese anche quando le considerano particolarmente gravose”. In pratica l’obbligatorietà della polizza favorisce un patto leonino a svantaggio dei cittadini.
Ovvio che le associazioni dei consumatori siano nettamente contrarie. Per il presidente di Assoutenti, Mario Finzi, per esempio, «far pagare un premio assicurativo a chi vive in zone non a rischio diventerebbe una vera e propria tassa sulla casa». Dal momento poi che il decreto del governo prevede l’intervento dello Stato “in qualità di riassicuratore di ultima istanza per la parte di danno eccedente la capacità annua complessiva del sistema assicurativo privato” ecco che si profila anche la possibilità di una gigantesca privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione delle perdite. Su questo aspetto si incentrano le critiche di Federconsumatori ed Adusbef: “Non vorremmo che i profitti derivanti dall’obbligatorietà delle polizze vengano incassati dalle imprese, mentre i rischi siano assunti dallo Stato”.
Nettamente contrario alla polizza obbligatoria anche Corrado Sforza-Fogliani, presidente Confedilizia, la più grande associazione di proprietari di case, in genere molto benevola con le decisioni di questo esecutivo. “Il governo non trova 200 milioni per risolvere il problema degli affitti ai disagiati e nel contempo prepara un provvedimento per la polizza obbligatoria anticalamità” accusa Sforza-Fogliani. La conclusione è dura: “Il governo non fa quello che era nel programma della maggioranza e fa, invece, quel che non era nel programma. In entrambi i casi ne fanno le spese, oltre che gli inquilini, i condomini e i proprietari di casa”. Secondo il presidente Confedilizia l’introduzione della polizza in alcune zone del paese funzionerebbe, inoltre, come una doppia tassa in aggiunta a ciò che i cittadini già pagano per lo stesso scopo ai Consorzi di bonifica. Nel 2008 gli italiani hanno sborsato a questi enti più di 500 milioni, con punte di contribuzione in Emilia, Toscana, Veneto e Lombardia.
Ampliamento per circa mezzo milione di abitazioni con una media di due camere in più; demolizione e ricostruzione di 16 mila fabbricati, per lo più residenziali; investimenti complessivi di quasi 60 miliardi di euro. In attesa che il governo semplifichi le procedure (avrebbe dovuto farlo già molti mesi fa), le Regioni si sono mosse autonomamente con i loro piani-casa. Quindici di esse (più la provincia di Bolzano) hanno già approvato le relative leggi. Quattro stanno per vararle e solo la provincia di Trento ha rinunciato.
Ora l’Ance (l’Associazione nazionale costruttori edili) ha stimato l’impatto che tutti questi progetti produrranno sullo stock di case e di fabbricati non residenziali. E non è affatto poco: un milione di stanze in più. Insomma, sembra proprio che stia per ricominciare una stagione d’oro per il settore delle costruzioni abitative. Sia pure con una gran varietà di eccezioni, condizioni e paletti, le Regioni italiane hanno dato il loro via libera ad un ampliamento del 20% delle abitazioni e alla demolizione e ricostruzione di fabbricati fino al 35% in più.
Certo, ci vorrà ancora tempo: l’Ance stima che l’impatto sui livelli produttivi del settore possa avvenire solo a partire dalla seconda metà del 2010 a causa dei ritardi legislativi sia da parte del governo che delle Regioni nel concretizzare l’accordo di fine marzo. Di fronte la guazzabuglio di leggi e delibere, la Finco (la federazione industrie prodotti, impianti e servizi per le costruzioni di Confindustria) sollecita il varo del decreto legge sugli snellimenti procedurali e il varo delle normative da parte delle quattro regioni che ancora mancano all’appello. «Abbiamo assistito ad un defatigante confronto tra Stato e Regioni - commenta il direttore generale di Finco, Angelo Artale - dobbiamo riflettere se l’assetto urbanistico si presti o meno a una legislazione concorrente tra Stato e Regioni, e addirittura esclusiva per quelle a statuto speciale».
Il risultato è un grande caos di norme. Ha fatto da apripista la Toscana, limitando i premi di ampliamento ad edifici mono e bifamiliari, ma con superficie non superiore ai 350 metri quadrati. La Liguria ha invece escogitato un "bonus-spezzatino" per ingradire casa: più 60 metri cubi per edifici fino a 200 mc; più 20% per edifici fra 200 e 500 metri quadri e più 10% fra 500 e 1.000. Per poter usufruire invece del bonus volumetrico del 35%, l’intervento dovrà ridurre il rischio idrogeologico e permettere il miglioramento della qualità architettonica e l’efficienza energetica del patrimonio edilizio. Più consistenti i bonus riconosciuti dal Veneto per la ricostruzione di edifici realizzati prima del 1989 che potranno arrivare fino al 40% della volumetria esistente per il residenziale a condizione che si utilizzino fonti energetiche rinnovabili e tecniche di bioedilizia.
La regione Lombardia condiziona il bonus del 30% per la ricostruzione alla diminuzione del fabbisogno annuo di energia per la climatizzazione invernale. La regione Lazio concede un bonus volumetrico del 40% nel caso in cui l’intervento sia realizzato in base a un progetto vincitore di concorso di progettazione architettonica. La ricostruzione deve essere realizzata nel rispetto della normativa antisismica e permettere una riduzione dei consumi energetici. Anche la regione Basilicata riconosce un bonus volumetrico del 30% a condizione che siano rispettate le norme sismiche e sia migliorata la prestazione energetica dell’edificio. Il premio di cubatura può arrivare al 40% se si utilizzano tecniche costruttive di bioedilizia, impianti fotovoltaici e se la dotazione di verde privato viene aumentata.
A un anno dalla chiusura, l’ospedale San Giacomo di Roma appare come un nobile decaduto, un vetusto edificio del centro storico condannato ad un futuro di abbandono. Gli ingressi sono sbarrati e nessuno è in grado di dire se e quando là dentro rientrerà un po’ d’aria. Il portone su via Canova viene aperto ogni tanto per permettere agli operai lo smontaggio di qualche residuo pezzo sanitario pregiato e per consentire ai facchini di imballarlo, caricarlo sui camion e portarlo chissà dove. L’altro ingresso su via di Ripetta è addirittura inchiodato con le assi di legno come usa con quegli immobili che per una ragione o per un’altra finiscono nel dimenticatoio, lasciati ai topi e ai piccioni. Per i romani è un colpo al cuore vedere il vecchio San Giacomo ridotto in quelle condizioni.
Ai non romani quel nome forse dice poco o nulla perché non conoscono le vicende che hanno portato al triste abbandono, e se le conoscono probabilmente le hanno catalogate in fretta tra i cento e cento brutti episodi della sanità contestata. In effetti è così, di malasanità si tratta, ma fino ad un certo punto, perché la storia del San Giacomo è anche qualcosa di diverso e di peggio.
Più passa il tempo e più prende corpo l’idea che l’affare dell’ospedale chiuso sia legato da mille fili alla storia del caso Marrazzo, l’ex governatore del Lazio travolto dallo scandalo delle trans e prima ancora finito impigliato in una rete vischiosa di ricatti. Intorno a quella vicenda frullano interessi immobiliari giganteschi su cui si affacciano personaggi di spicco. Ci sono i soliti costruttori romani, l’onnipresente Franco Caltagirone, proprietario del Messaggero e di una catena di quotidiani, e Domenico Bonifaci, editore del Tempo, l’altro giornale romano. E poi gli Angelucci, i self made men per antonomasia della sanità, creatori dal nulla di un impero di cliniche nel Lazio, in Abruzzo e Puglia. Anche gli Angelucci sono editori di due giornali collocatiin aree assai distanti: il Riformista nel centrosinistra e dall’altra parte Libero, il quotidiano che per primo a metà luglio ha visionato i video di Marrazzo e le trans.
La carrellata di big affacciati sull’affare San Giacomo non è finita. Nella lista compare anche Alfredo Romeo, imprenditore campano già condannato a 4 anni ai tempi di Mani Pulite e un anno fa di nuovo coinvolto in una storia legale di appalti irregolari per la manutenzione delle strade a Napoli e Roma con contestazioni da lui sempre respinte. Romeo ha in gestione il patrimonio immobiliare pubblico capitolino ed è, come si usa dire, un affarista di area, ammanicato con tutti, ma in particolare confidenza con Claudio Velardi, personaggio poliedrico, manager, editore, politico, fino a qualche mese fa assessore nella giunta Bassolino in Campania e ancor prima uno dei più stretti consiglieri di Massimo D’Alema.
E poi, dulcis in fundo, ecco l’ex governatore Pd del Lazio, Piero Marrazzo. È stato Marrazzo ad esporsi più di tutti per la chiusura del San Giacomo a dispetto di qualsiasi considerazione di ragionevolezza e anche a costo di contraddire se stesso. Perché la serrata dell’ospedale romano non solo è avvenuta a passo di carica, in appena 70 giorni, un record mondiale, ma è stata attuata dalla Regione Lazio dopo che la stessa Regione si era fatta carico di una gigantesca operazione di ristrutturazione dei 32 mila metri quadrati dell’immobile, con una spesa di circa 20 milioni di euro, come se la chiusura fosse un evento impensabile. Per mesi Marrazzo ha continuato ad inaugurare in pompa magna padiglioni e laboratori modello di un ospedale che poi di punto in bianco, come se niente fosse, ha deciso di sprangare. Tanto che oggi visto da fuori quell’immobileha l’aria vecchia, ma dentro è un gioiellino tutto nuovo e lucente, con macchinari costosi ed efficienti, dalla Tac alla risonanza magnetica ad una farmacia completamente computerizzata.
C’è un momento in cui Marrazzo ha fatto l’inversione ad U sul san Giacomo ed è il 15 luglio 2008, giorno in cui è stato nominato dal governo Berlusconi commissario per la Sanità laziale, proprio con il mandato di riparare ai suoi stessi errori oltre a quelli dei predecessori, controllore di se stesso, in pratica, un caso da manuale di conflitto di interessi indotto. Diciotto giorni più tardi il governatore-commissario firma la delibera di soppressione del san Giacomo. Motivazione ufficiale: la sanità del Lazio è in braghe di tela, indebitata fino agli occhi, l’ospedale romano costa troppo, è fuori dai parametri posti letto/abitanti e deve essere venduto per fare cassa. All’apparenza è un ragionamento serio, anche se molti addetti del ramo lo contestano punto per punto, cifre alla mano. Ma è anche un ragionamento che fa a pugni con le delibere di spesa firmate dallo stesso Marrazzo fino a cinque minuti prima e soprattutto lascia interdetti alla luce di ciò che fino a quel momento per la Regione ha significato fare cassa con l’immenso patrimonio della sanità.
Dal 2004 al 2007 nel Lazio è stata perpetrata in silenzio la più grande svendita di beni pubblici posseduti dalle aziende sanitarie e in parte riconducibili allo stesso San Giacomo: 950 immobili della Asl Rm A nel centro di Roma, area del Tridente tra piazza di Spagna e piazza del Popolo, 100 mila metri quadrati ceduti ad un prezzo ridicolo, poco più di 200 milioni di euro, 2 mila euro a metro quadro in media, a fronte di un valore di mercato più che doppio, forse triplo. Una gigantesca operazione di cui sono stati protagonisti l’imprenditore Romeo, la sezione immobiliare della Banca nazionale del Lavoro e la Gepra Lazio, società che, secondo quanto scritto dal Sole 24 Ore, avrebbe un’appendice in Irlanda, paese con un regime fiscale favorevole.
Il complesso del San Giacomo con molta probabilità avrebbe dovuto essere il secondo tempo di quella gigantesca partita immobiliar-sanitaria. Ma, a differenza degli immobili di piccola taglia, finiti presumibilmente in mano a tanti fortunati Gastone, essendo l’ospedale un blocco unico, anche il pretendente all’acquisto non poteva che essere unico o al massimo pochi, i soliti immobiliaristi, i cavalieri del mattone capitolino interessati a trasformare il nosocomio in un residence. GLI STESSI che ora stanno puntando su un altro boccone dell’abbuffata immobiliar-sanitaria laziale, il patrimonio dell’ex Pio Istituto S. Spirito e degli Ospedali riuniti di Roma, 18 mila ettari di tenute in zone di pregio, comprese alcune affacciate sul mare a nord della Capitale, a Santa Severa e Palidoro. Più altri 41 stabili a Roma suddivisi in 266 appartamenti e un palazzo nella centralissima via del Governo Vecchio. E poi decine di fabbricati e palazzi a Monteromano, Tarquinia, Castelguido, ancora Palidoroe Santa Severa.
Sarà difficile che qualcuno possa fermarli. Le proteste per il San Giacomo, per esempio, non sono state neanche prese in considerazione. A nulla un anno fa valsero le 60 mila firme raccolte, le contestazioni, i sit-in di uno schieramento composito ma unito nella denuncia di quello che considerava un inspiegabile sopruso. Si mobilitarono i pazienti in primo luogo, soprattutto i 100 in dialisi, che da un giorno all’altro vedevano sparire una struttura valida su cui avevano fatto affidamento per anni. E i 1.700 malati del reparto di oncologia poi costretti a rivolgersi al Nuovo Regina Margherita dove non erano pronti per un afflusso del genere. Scesero in piazza i residenti della zona e protestarono anche i medici, i quali fecero presente quanto fosse irrazionale una scelta così drastica in assenza di un piano sanitario generale regionale che decidesse cosa, dove e come tagliaresulla base di esigenze studiate e condivise.
Marrazzo non volle sentir ragioni dimostrando una faccia di sé fino ad allora sconosciuta: quella del decisionista testardo. La macchina della chiusura e del successivo business immobiliare si mise in moto e sarebbe arrivata fino in fondo se non fosse spuntato l’imprevisto: il testamento del cardinale Antonio Maria Salviati scoperto da Oliva, una sua discendente. Quel documento risalente al lontano 1592 stabiliva in modo chiarissimo che il cardinale regalava l’immobile alla città di Roma a patto che il suo uso di ospedale fosse conservato nei secoli. A un passo dalla meta il grande affare immobiliare saltava. Dal cilindro ecco che spunta allora un piano B. Lo illustra il viceministro alla Sanità, Ferruccio Fazio, alla irremovibile Oliva Salviati consegnandole un’“ipotesi di ridestinazione/riconversione dell’ospedale San Giacomo” che sembra una proposta di mediazione.
Al punto 2 c’è scritto: “Mantenere per la struttura una finalizzazione sanitaria a carattere extraospedaliero compatibile con il vincolo di destinazione d’uso”, un modo arzigogolato per dire, in sostanza, che il San Giacomo potrebbe diventare una Rsa, residenza sanitaria per anziani. Sembra un’idea studiata apposta per gli Angelucci, specializzati proprio in cliniche di quel tipo. Il progetto bis procede sotto traccia per mesi e rispunta a pagina 203 del piano sanitario regionale 2009-2011 preparato da Marrazzo e presentato un mese e mezzo fa. Con il gergo burocratico-sanitario tipico si prevede una “riconversione del San Giacomo in ospedale del territorio a forte integrazione socio-sanitaria”. E’ una frasetta all’apparenza innocua, ma per molti è il segnale atteso, per altri, invece, è come una miccia accesa. Tre giorni dopo scoppia lo scandalo delle trans e Marrazzo salta.
Avevano tentato a luglio la via ordinaria del disegno di legge per consultare il Parlamento, poi la retromarcia improvvisa, eppure il progetto era scritto e già benedetto da Ignazio La Russa. Il passaggio della Finanziaria al Senato, superate le forche caudine della Commissione e l’opposizione del Pd, spazza via qualsiasi dubbio: si può fare, entro dicembre sarà costituita la società “servizi Difesa spa”. Nel testo ora in discussione alla Camera, prima dell’approvazione definitiva della legge di bilancio, all’articolo 2 il progetto è descritto senza velature: “Ai fini dello svolgimento dell’attività negoziale diretta all’acquisizione di beni mobili, servizi e connesse prestazioni strettamente correlate allo svolgimento dei compiti istituzionali dell’amministrazione della difesa e non direttamente correlate all’attività operativa delle forze armate, compresa l’Arma dei carabinieri, da individuare con decreto del ministro della Difesa di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze... nonché delle attività di valorizzazione e di gestione, fatta eccezione per quelle di alienazione, degli immobili militari, da realizzare anche attraverso accordi con altri soggetti e la stipula di contratti di sponsorizzazione, è costituita la società per azioni denominata “Difesa Servizi Spa”, con sede in Roma. Il capitale sociale della società di cui al presente comma è stabilito in 1 milione di euro e i successivi eventuali aumenti del capitale sono determinati con decreto del ministro della Difesa, che esercita i diritti dell’azionista”. Questa è la struttura portante, semmai dei ritocchi potrebbero cambiarne la fisionomia, ma nella sostanza siamo dinanzi a una spa con azioni interamente sottoscritte dalla Difesa, ma con un vero consiglio di amministrazione – di nomine ministeriali – con uno statuto più o meno variabile. Da quel cda passeranno contratti di sponsorizzazione, compravendita immobiliare, conversione a nuovo uso di aree militari dismesse, penitenziariabbandonati. Circa cinque miliardi di euro da amministrare. Quel che preoccupa, e che l’onorevole Rosa Villecco Calipari ha denunciato in commissione, riguarda la possibilità di gestire in aree di demanio militare – quindi sottratte al controllo di organi amministrativi e istituzioni – impianti energetici: ovvero centrali nucleari e termovalorizzatori. E in tema di privatizzazioni, almeno in senso giuridico, nel prossimo Consiglio dei ministri sarà approvato il decreto legge che istituisce la Protezione civile spa. La bozza è stata consegnata ieri a Palazzo Chigi. Tutto pronto. Nonostante il ministro Tremonti sia scettico sull’operazione.
Agro romano, sulle tutele è scontro Montino-Giro
Il Tempo, 2 dicembre 2009
Vincolo sì, vincolo no. Anche ieri è stata una giornata di annunci e smentite in tema di tutele al Piano territoriale paesistico regionale e di conseguenza al Prg capitolino. Dallo scontro tutto interno al Pdl tra Alemanno (An) e la premiata ditta Bondi-Giro (Fi) si è tornati a quello "bipolare" destra-sinistra. Da una parte il vice presidente del Lazio Esterino Montino, dall'altra il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro che proprio giorni fa, alla domanda de Il Tempo se fossero vere le indiscrezioni sulla possibilità dell'apposizione di nuovi vincoli su aree agricole nel quadrante Nordovest del Comune, aveva risposto con un «nì» che non lasciava ben sperare. Ieri Montino è tornato a fare la voce grossa confermando, ma sempre «per sentito dire», la volontà del Mibac di apporre quei vincoli su un territorio compreso tra Cassia e Aurelia, fino ai confini con il Comune di Bracciano.
Notizia smentita da Giro, questa volta, con un secco «no». Il sottosegretario, che ora non sembra gradire l'idea di passare da "uomo nero", ha aggiunto, seccato, «quelli di Montino sono solo proclami elettorali» in vista, aggiungiamo noi, delle regionali di primavera. Ieri, però, Montino, riferendosi al vincolo che riguarda l'area compresa tra Laurentina e Ardeatina, procedimento in avanzata fase di discussione in sede ministeriale - anche se al Mibac c'è stata una sola riunione durante la quale, come ricorda l'assessore all'Urbanistica capitolino Marco Corsini, «si è parlato di stadi» - Montino, dicevamo, ha ribadito l'intenzione della Regione «di presentare ricorso». Ma ricorso a che - domanda - se l'apposizione di quel vincolo da 1 milione e 540mila metri cubi non è ancora stato ufficializzato dal Mibac?
Proprio pochi giorni fa, infatti, Regione, Comune e privati hanno depositato al Ministero le osservazioni alla proposta di vincolo. Ora il Mibac dovrà controdedurre e decidere se dare il «la» o meno al decreto. La nuova alzata di voce di Montino, a soli due giorni dalla consegna delle osservazioni, suona quindi stonata. Con il prossimo cambio della guardia in Regione, inoltre, l'ipotesi ricorso - che non potrà che essere fatto alla Corte costituzionale - è destinata a perdere significato. Se vincoli saranno, saranno di certo un problema del prossimo governatore del Lazio. Per questo anche il Comune - nella persona dell'assessore Corsini - aspetta e spera criticando le posizioni del Mibac non tanto sul metodo, «il ministero è disponibile al confronto», quanto sul merito: «la concertazione non è ancora iniziata». Del resto, in caso di vincoli, il danneggiato Campidoglio avrebbe le mani legate. Al massimo potrebbe rivolgersi al Tar. È normale quindi che lo scontro - o meglio la farsa - si sposti ora tra Regione e ministero dei Beni culturali. Così, mentre loro si scannano, i costruttori accendono ceri a San Vincenzo Ferrer, protettore degli edili. E visto che da qui alle elezioni ci passano 4 mesi, viene loro anche il dubbio che le norme di salvaguardia nel frattempo decadano e con esse la possibilità di apporre vincoli. Un sospiro di sollievo per la città, certo, ma anche una beffa: un anno perso dietro alla solita politica.
Vincoli sull’Agro, scontro sull’Urbanistica
Chiara Righetti – la Repubblica, ed. Roma
Sull’urbanistica lo scontro è aperto. Il primo attacco, preventivo, lo ha sferrato ieri il governatore reggente Esterino Montino. Annunciando l’intenzione di presentare ricorso contro un vincolo paesaggistico che il ministero dei Beni culturali non ha ancora introdotto: quello fra Laurentina e Ardeatina che bloccherebbe un milione 540 mila metri cubi di nuove costruzioni. Non solo: «Ho sentore - ha aggiunto - che sia in arrivo un secondo decreto, in un’area che va dalla Cassia all’Aurelia» (dove tra l’altro dovrebbe sorgere il nuovo stadio della Roma, ndr). Per Montino sarebbe «un atto unilaterale, da evitare» avendo «un piano regolatore approvato nel 2008, non nel 1960, che ha avuto un percorso lungo e complesso».
Dichiarazioni che il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro bolla come «proclami elettorali». Peggio: «Parole in libertà per nascondere il fallimento di una Regione che non è riuscita ad approvare il Ptpr». Cioè il Piano paesaggistico territoriale regionale, adottato ma mai approvato; e ostacolato, all’inizio del suo percorso, anche per il mancato accordo dell’allora ministro Rutelli. Poi l’affondo: «È evidente che Montino si sente già in campagna elettorale, e si pone come paladino degli interessi garantiti dal Prg di Veltroni. È un vecchio gioco, ma gli imprenditori non ci cadranno ancora».
Sul vincolo tra Ardeatina e Laurentina è scaduto il 26 novembre il termine per le osservazioni di enti locali e associazioni. Ora il ministero dei Beni culturali ha due mesi per decidere e in sostanza tre opzioni. Può adottarlo integralmente, rinunciarvi del tutto o ammorbidirlo: sarebbe questo l’orientamento prevalente, e a guidare la scelta potrebbe essere la qualità architettonica dei progetti. Il più impegnativo nell’area in discussione è quello da 900mila metri cubi a Paglian Casale, tra Roma e Pomezia. Quanto all’ipotesi di un nuovo vincolo a nord, Giro la smentisce con decisione: «All’orizzonte non ci sono nuovi vincoli nella zona nord e nordest di Roma».
Dura la replica a Montino delle associazioni ambientaliste, con Lorenzo Parlati, di Legambiente Lazio, che afferma: «Basta cemento sull’Agro» e bolla come «assurdo» il ricorso annunciato. Sulla stessa linea l’assessore Sl Luigi Nieri: «L’Agro è un bene della città che va salvaguardato». Sull’urbanistica comunque lo scontro è aperto, con paradossi e inedite alleanze: contro il vincolo si è schierata da tempo anche la giunta Alemanno.
E' stato presentato alla stampa con toni trionfalistici il megaprogetto di distruzione di altri 88 ettari della Riserva di Decima-Malafede. Dove oggi pascolano i daini ed i cinghiali, dove è possibile sorprendere voli di pavoncelle e beccacce, sullo splendido altopiano che domina il mare, dove venivano girati di film wetern degli anni 60, sorgerà l'ennesimo inutile scempio.
Quattro milioni di presenze, 2.500 occupati. per un investimento che supera i 500 milioni di euro - sono queste le cifre della rovina, presentati da un'asse trasversale istituzionale tra i quali Nicola Zingaretti e Gianni Alemanno, come a dire che ormai non c'è alcuna distinzione fra i fautori del cemento selvaggio. Una classe politica ormai impegnata nel solo succedere a se stessa, ha deciso da tempo di annientare l'ultimo polmone verde e selvaggio della capitale.
da un comunicato stampa:“La prima fase si estenderà su 23 ettari e comprenderà 3 attrazioni “adrenaliniche", 16 attrazioni riservate ai più piccoli e 19 attrazioni per la famiglia, in una sorta di Family Entertainment Center. E' poi prevista nel 2012 l'apertura del Village con negozi e servizi di ristorazione per il pubblico. Nel 2013 aprirà Cinecittà World2, una nuova area con attrazioni, quindi nel 2014 sarà visitabile il grande spazio verde nel quale vengono ambientate le riprese di numerosi film, “Cinecittà Natura”. A realizzare la struttura è Cinecittà Parchi, società costituita nel 2009 e partecipata per l’80% da Cinecittà Entertainment e per il 20% da Generali Properties. Cinecittà Entertainment fa capo alla IEG – Italian Entertainment Group i cui principali azionisti sono Luigi Abete, Andrea e Diego Della Valle, Aurelio De Laurentiis e la Famiglia Haggiag.”
Ogni commento è superfluo. Verrà un giorno in cui ci si domanderà come mai la demenza abbia colpito, all’inizio del Terzo millennio, un’intera popolazione. I pochi rimasti, indenni dal morbo, a testimoniare delle epoche precedenti (nel frattempo avranno distrutto anche i musei, trasformati in parcheggi, e le biblioteche, trasformate in casini) non riusciranno a far comprendere ai visitatori di queste terre devastate perché tutto ciò sia potuto accadere.
Qui il link a google map con l’indicazione del perimetro della Riserva naturale
Data storica, oggi, per l'Unione europea: insieme con il Trattato di Lisbona entra in vigore anche la Carta europea dei diritti, siglata nove anni fa, dicembre 2000, dopo un percorso non poco accidentato, e accolta, nella sinistra italiana, con alterne valutazioni. Festeggiamo l'evento con Stefano Rodotà, che della Carta è stato fra gli estensori ed è convinto sostenitore.
Rispetto al 2000, quando la Carta fu licenziata, il contesto europeo in cui oggi entra in vigore è migliorato o peggiorato, dal punto di vista della politica dei diritti?
Fra allora e oggi c'è di mezzo l'11 settembre 2001, con le tensioni securitarie che ha scatenato in tutto il mondo, Europa compresa. D'altra parte, sulla politica dei diritti ha pesato in Europa positivamente la spinta di Zapatero. Complessivamente direi che c'è un lieve peggioramento, per questo e a maggior ragione la Carta diventa più importante. Oggi comincia una nuova partita, con una doppia sfida, politica e culturale.
In un'Europa che va visibilmente a destra, e che si è data un vertice evidentemente di basso profilo?
Dal punto di vista degli assetti politici e di governo, l'avvio della nuova stagione europea non è certo esaltante. Resta vero che l'Europa è un gigante economico e un nano politico, che l'Unione «non ha un numero di telefono» e non è una potenza militare. Ed è vero che la coppia Van Romuy - Lady Ashton è debole - la situazione non sarebbe stata migliore con Blair, che sulla Carta dei diritti ha sempre espresso pesanti riserve e come inviato in Medioriente ha dimostrato una capacità politica pari a zero, mentre sarebbe stata certamente migliore con D'Alema, che nel ruolo di Mr. Pesc sarebbe riuscito a dare un segno positivo alla politica estera dell'Unione.
Nomine a parte, pensare che nella temperie internazionale di oggi l'Europa possa ambire a un ruolo politico e militare di peso rispetto alle vere superpotenze è del tutto irrealistico. Ma se ha una chance, questa sta proprio nella cultura e nella politica dei diritti. L'Europa è la regione del mondo dove la tutela dei diritti è più alta, e questa è una risorsa da giocare e far valere sulla scena internazionale, dove infatti la Carta è già diventata un punto di riferimento. Oggi che le grandi narrazioni novecentesche sono finite, l'unica narrazione che percorre il mondo globale è quella dei diritti fondamentali. Il dissidente birmano, il ragazzo cinese, la donna africana che rivendicano diritti vecchi e nuovi sono i protagonisti di un universalismo tendenziale che si afferma a partire dalla lotte sul campo. In questo processo, un'Europa che sappia mantenere e giocare la sua cultura del diritti oltre l'impronta eurocentrica che storicamente li connota può avere sì un ruolo importante.
Nella sinistra radicale italiana molti hanno obbiettato in questi anni, anche sul 'manifesto', che la Carta europea, soprattutto in materia di diritti sociali, istituisce tutele inferiori a quelle della nostra Costituzione.
Ora che la Carta entra in vigore, spero che queste polemiche ce le lasceremo alle spalle. Certo, possiamo decidere di continuare a rimarcare che sui diritti sociali la Carta è più debole della Costituzione, o viceversa, che è più forte e più avanzata nel campo dei diritti afferenti alla biopolitica (sovranità sul corpo, sui dati sensibili etc.). Ma ci conviene continuare con questa contabilità, o c'è un'altra strada da prendere? Io dico che c'è. Il fatto stesso che la Carta esista, che siamo riusciti a vararla contro le resistenze dei paesi più conservatori e più liberisti, ha profondamente intaccato il principio di legittimazione originario della Ue, che era incardinato solo sulla logica di mercato. Con la Carta si è stabilito che tutti gli atti normativi della Ue devono essere ad essa conformi.
Lo sono stati, in questi nove anni?
Sì e no. Ma intanto, le corti l'hanno presa a riferimento, e proprio sui diritti sociali: il primo caso su cui è stata invocata riguardava la retribuzione delle ferie di un lavoratore inglese. Comunque, se fino a oggi si poteva scrivere impunemente «conforme alla Carta dei diritti» su una direttiva Ue non conforme, da oggi in poi diventa possibile invocare il controllo della corte di giustizia. Lo so anch'io che il campo dei diritti sociali è quello meno risolto nella Carta, e sono il primo a soffrire, ad esempio, della mancanza di una affermazione della funzione sociale della proprietà. Ma sia su questo, sia sulla limitazione dell'iniziativa privata, sia sulla qualità dello sviluppo, la struttura assiologica della Carta, che comprende i principi della dignità, dell'uguaglianza, della libertà e della solidarietà, consente ottimi sviluppi. E certamente apre un campo di battaglia: purché la sinistra ci creda e sia pronta a giocare la partita, senza trincerarsi dietro l'assioma che il liberismo ha vinto. Io non gliela voglio dare vinta, voglio combattere, le condizioni ci sono. Finora i giuristi sono stati i più aperti al cambiamento, ora tocca anche agli altri.
Dicevi dei nuovi diritti «biopolitici». Avranno delle conseguenze sulla legislazione italiana?Per cominciare, la tutela dei dati personali metterà dei paletti alle norme securitarie, in Italia e altrove. L'articolo che recita «il corpo e le sue parti non possono costituire oggetto di profitto» è carico di conseguenze. Altro esempio, l'articolo sul vincolo familiare, che elimina la superiorità del matrimonio rispetto alla convivenza, nonché il requisito dell'eterosessualità: l'Italia e gli altri stati nazionali potranno solo «disciplinare l'esercizio» di questa norma, non violarla. Non a caso contro questo articolo la pressione del Vaticano è stata durissima, come pure su quello che limita l'obiezione di coscienza.
L'Europa è attraversata da conflitti di ogni tipo sulla religione e il suo esercizio. Da una parte c'è la sentenza della corte di Strasburgo contro l'esposizione del crocifisso nelle scuole, dall'altra in Svizzera (che non fa parte della Ue, ma dà pur sempre un'indicazione di clima) votano contro i minareti e in Italia la Lega vuole la croce sulla bandiera ...
Per la sentenza sul crocefisso la corte non a caso ha fatto riferimento alla Carta. Che rubrica la libertà di religione e di manifestazione individuale e collettiva, pubblica e privata del culto assieme alla libertà di pensiero, senza conferire alla prima alcun piedistallo. Come pure il rispetto delle diversità religiose sta assieme a quello delle diversità culturali e linguistiche. C'è insomma un riconoscimento laico, secolarizzato, della religione. Alcuni vedono un cedimento sul terreno della laicità non nella Carta ma nel Trattato, che all'art.. 17 parla di dialogo fra le chiese e le istituzioni. Ma la Carta fornisce il quadro normativo necessario per contenerlo nei limiti di una Europa laica e secolarizzata. Purché, lo ripeto, alle norme segua la politica. Il diritto può disegnare un quadro di agibilità, ma poi sta alla cultura politica raccoglierne l'opportunità e la sfida.
Nel raccontare la paura dei grattacieli che tremano in Dubai, i guru dell’economia dimenticano qualcosa: Dubai non è un paese, ma un mercato provvisorio. Dietro le vetrine, niente. Anche la vocazione commerciale è una leggenda del teatro dell’imbroglio. Quando il petrolio finisce, la globalizzazione trasforma i suk dei mercanti indiani (oro e perle) in padiglioni mastodontici dove tutto costa la metà. Trent’anni fa anni diventa paese di servizio per accogliere capitali da risciacquare. Nell’ultimo viaggio mi sono chiesto che senso ha concentrare tecnologie sofisticate, informatica e laboratori in un deserto bollente.
Si può insabbiare il deserto in una Disneyland per adulti schiacciati dai 40 gradi? Manca l’acqua, ron ron dei desalinizzatori: un litro d’acqua costa più di un litro di whisky. Accanto ad ogni aiuola un’ombra del Bangladesh, pompa in mano, giorno e notte. Chilometri di aiuole nell’illusione della primavera di plastica. Il campo da golf più lungo del mondo – Tiger Woods Gold Course – asciuga 16 milioni di litri al giorno. Ma il mare è inquinato e i filtri non ce la fanno: erba che ingiallisce, acqua potabile sempre peggio. La follia di questo verde costosissimo non è solo il consumo astronomico dell’energia per l’irrigazione, la follia sono i battaglioni di emigranti attorno a battaglioni di piante rachitiche. Dietro ogni cespuglio, un extra arabo.
E per mantenere la tradizione che non c’è più, Dubai ed Emirati passano un sussidio a chi in giardino alleva dromedari. Importazione di vasche da bagno: mangiatoie. L’erba arriva dal Pakistan. E nuove spese per mantenere in forma delle navi del deserto grasse come maiali: somali che li fanno correre. I padroni di casa sono meno di 300 mila. Un milione e 200 mila vengono da fuori. Yemenita il tassista che mi carica in albergo. Libanese chi controlla il biglietto. Fra i banchi di scuola e negli ospedali, laureati palestinesi. Voglio sapere dalla ragazza filippina, bar aeroporto: le piace stare qui? Gira gli occhi attorno, orientale guardinga: “A lei piace?”, risponde. Non mi piace. Sospira sollevata. “Un posto terribile. Alberi falsi, contratti di lavoro falsi, isole false. Non è un paese, un’illusione”. Chi fa i raggi alla valigia è egiziano. L’hostess olandese mi accompagna alla poltrona dell’airbus Emirate Airlines. Il pilota inglese annuncia il decollo appena i sudanesi delle pulizie fermano le scope. In fondo alla pista muratori sudcoreani sistemano la torre di controllo. Nella kufia beduina c’è scritto made in Taiwan.
Ma è un islam addolcito. Se in Arabia Saudita mogli e mariti possono frequentare la piscina dell’albergo solo in giorni diversi, a Dubai è permessa la trasgressione del bagno assieme. L’aereo cammina verso la partenza. Angeli custodi, militari pachistani. Sull’Awacs-spia bandiera Usa. Paese lavanderia, specie di Las Vegas dove Berlusconi si è adagiato in visita ufficiale con un occhio agli affari di famiglia. Emiro che può diventare azionista del Milan; Cavaliere che forse prende casa in un’oasi artificiale, cascate e laghetti desalinizzati. Ecco il Dubai, spazio simbolo della finanza che nasconde i milioni nella sabbia come la spazzatura proibita nei deserti africani. Follia che deve continuare altrimenti le banche si ammalano. Il miliardo degli affamati dimenticati dalla globalizzazione non può pretendere di deprimere un paradiso così.
La speculazione minaccia i ruderi storici dell’Aquila
Non riesce a darsi pace. Armando Carideo guarda le foto del somiere dell’organo storico di Santa Maria di Collemaggio de L’Aquila ed è incredulo: «Si è imbarcato - spiega -, e così piegato non serve a niente, al massimo potranno metterlo in un museo». Il somiere è il cuore di uno strumento musicale antico e nobile come l’organo. «È rimasto sepolto per mesi sotto le macerie, spuntava dai calcinacci ma nessuno se n’era accorto. Appena mi hanno fatto entrare nella basilica l’ho subito riconosciuto, e in pochi giorni lo hanno tirato fuori». Ma oramai era agosto: «Non è possibile sapere in che condizione fosse ad aprile dopo il crollo, ma certo questo tipo di danni più che dall’urto sono dovuti all’abbandono e alle intemperie, pioggia, sole, umido, caldo... ». Dal 1990 Carideo ha diretto un progetto per il recupero degli organi storici abruzzesi, un ricchissimo patrimonio accumulato attraverso i secoli. Durato oltre15anni è statoun lavoro all’avanguardia per metodologie, precisione e risultati, preso a esempio da paesi come la Germania e gli Stati Uniti.
Subito dopo il sisma che ha colpito l’Abruzzo il 6 aprile, Carideo si è offerto volontario per salvare quegli organi, che conosce uno a uno come fossero vecchi amici: ha scritto al Ministero, al commissario straordinario Bertolaso, alle sovrintendenze. Non gli hanno neppure risposto. E lui non riesce a darsi pace, mentre unpatrimonio organario tra i più ricchi d’Italia giace nell’incuria o rischia di essere danneggiato per sempre da interventi di mani inesperte. Come per gli organi, lo stesso vale per tutto il patrimonio artistico aquilano: i palazzi storici giacciono lì e in otto mesi non si è riusciti neppure a puntellarli tutti. Una situazione paradossale, ma sempre quando s’incrociano disorganizzazione, incuria, dilettantismo, sullo sfondo si profila l’ombra di una speculazione.
SOLO MANCANZA DI FONDI?
«Se arriva la neve li squaglia quei palazzi» si è lasciato sfuggire il sindaco de L’Aquila Massimo Cialente parlando del centro storico. E ha ragione: di fronte ai ritardi dal ministero dei Beni Culturali alzano le mani. Tutto dipende dal super commissario Bertolaso e dal suo vice Luciano Marchetti che si occupa dei beni culturali e che lamenta l’assenza di fondi e dice «devo lavorare a credito... ». Al contrario delle tante promesse, il governo di soldi ne ha stanziati pochini per la messa in sicurezza dei beni culturali: appena 20 milioni, ancora non a disposizione, ma che dovrebbero, forse, arrivare fino a 50. Non a caso sette ex ministri della Cultura - Buttiglione, Fisichella, Melandri, Paolucci, Ronchey, Urbani, Veltroni - hanno proposto al governo di istituire una tassa di scopo per la salvaguardia e il restauro dei beni abruzzesi. Resta però inspiegabile come mai una parte del patrimonio mobile - quadri, sculture, mobilio e via dicendo - sia ancora all’interno di edifici inagibili, alcuni non puntellati.
La mancanza di fondi rischia di diventare una mezza verità, che nasconde unamezza bugia: «Il problema è completamente diverso – spiega Giuseppe Basile, storico dell’arte dell’Istituto nazionale del restauro oggi in pensione e tra i protagonisti del salvataggio e del restauro della Basilica di SanFrancesco ad Assisi, durato appena due anni - dopo il terremoto dell’Umbria e delle Marche, la competenza sui beni culturali delle zone colpite dal sisma venne affidata a Mario Serio, che era il direttore generale del ministero che si occupava di quei beni anche nella normalità. Per lui fu facile e immediato intervenire: sapeva chi chiamare, dove e come mandarlo. Oggi invece è tutto sotto gli auspici della protezione civile, che si comporta in modo militare e fa lavorare, anche come volontari, solo suoi affiliati o quelli di associazioni da lei riconosciute, come Legambiente e le Misericordie. Mi sono offerto come volontario, ho detto che mi sarei pagato l’assicurazione sulla vita per non essere di peso, ma alla fine ho capito che comunque non mi avrebbero chiamato».
LA DENUNCIA
I restauratori sono in agitazione a livello nazionale: per il terremoto dell’Umbria e delle Marche vennero mobilitati i migliori, stavolta il timore diffuso è che per gli organi musicali e per tutto il resto si facciano avanti, con spinte politiche, personaggi poco affidabili. Intanto ai danni del terremoto si stanno aggiungendo quelli dei volontari non specializzati e, colpevolmente, non seguiti da occhi esperti. È quanto ha denunciato Gianfranco Cerasoli, funzionario del ministero e segretario generale della Uil alla riunione del Consiglio superiore per i beni e le attività culturali del 12 ottobre. «Il ministro Bondi - ha ricordato Cerasoli - ha voluto che si attrezzasse una struttura distaccata dell’Istituto Superiore del restauro presso Celano, che dovrà urgentemente intervenire non sugli effetti del terremoto, bensì su quelli dell’incuria di quanti hanno e avevano responsabilità dei Beni culturali». Altro che solo mancanza di fondi, la questione è scottante, la disorganizzazione notevole, la sovrapposizione di enti esecutori all’ordine del giorno tra Comune e Vigili del fuoco. È il caso della Chiesa di Santa Maria di Paganica che, «mentre il quartiere è stato messo in sicurezza (...), è ancora scoperta e soggetta agli agenti atmosferici», come tutte le chiese del centro storico a eccezione di Collemaggio. E proprio le intense precipitazioni hanno procurato ulteriori danni a questi edifici storici, con i loro affreschi, mosaici e ornamentazioni. A Onna, città simbolo del sisma, l’organo della chiesa si era salvato appeso a l’unico muro restato in piedi e pericolante: smontato dai pompieri non è dato sapere dove sia finito. Gira oramai il motto: quello che non fece il terremoto, terminarono Bertolaso e compagnia. E dal primo gennaio per i Beni culturali sarà anche peggio, commissario diventerà il presidente della regione Abruzzo Giovanni Chiodi, affiancato nella ricostruzione dal Genio Civile, abituato a lavorare per viadotti e ponti con il cemento armato: una mano santa per gli antichi palazzi. Amen.
CUI PRODEST?
Tutto avviene in uno sconcertante silenzio, o meglio in un fragore di trionfanti proclami mediatici che non corrispondono a verità. La popolazione è stizzita perché ancora non è stato avviato il restauro degli edifici classificati «A», vale a dire poco danneggiati. Lecito chiedersi se dietro tanto caos non ci siano o stiano nascendo progetti diversi. E, di fronte all’immobilità dello Stato e all’inerzia della ricostruzione, molti cominciano a vendere le proprie abitazioni. A poco, naturalmente, spaventati che ai danni del terremoto si aggiunga il colpo di grazia di un ritardo che renderà gli edifici irrecuperabili. Giovedì 19 novembre, durante una puntata di Terra (Canale5), Toni Capuozzo parlò di un serio rischio di speculazione sul centro storico de L’Aquila. Il puzzle si chiarisce: parte attiva nella ricostruzione dell’Umbria dopo il terremoto, Marchetti quando lavorava al ministero autorizzò il progetto degli ascensori sul Vittoriano di Roma definito uno scempio da molti esperti, e ora punta a restare in carica dopo il primo gennaio con il nuovo commissario Chiodi; a capo della Struttura tecnica di missione per sovrintendere la ricostruzione de L’Aquila è stato nominato Gaetano Fontana, inventore dei “piani di riqualificazione urbana”, dei “Prusst” e delle varianti urbanistiche in deroga ai piani regolatori e dal 2008 direttore generale dell’Associazione nazionale costruttori edili. Così mentre interi quartieri de L’Aquila sono lasciati a marcire nell’incuria, qualcuno sente già girare le betoniere del cemento armato...
Spesa raddoppiata per il Conservatorio e l’Auditorium
All’indomani del terremoto Bruno Carioti, direttore del conservatorio «Alfredo Casella», si precipita all’ambasciata giapponese chiedendo contatti con architetti esperti in costruzioni antisismiche. La diplomazia nipponica contatta Shigeru Ban, celeberrimo architetto, che in poco tempo offre in regalo un progetto per una sede di emergenza, che oltre al Conservatorio avrebbe ospitato un Auditorium. C’è di più: per realizzare il progetto (costo totale di 5 milioni di euro) il Giappone mette a disposizione 500mila euro e Ban in prima battuta ne porta altri 500mila da sponsor, promettendo di trovare altri soldi e ditte disposte a lavorare gratis. Solidarietà ed efficienza. I lavori sarebbero dovuti iniziare i primi d’agosto e la consegna della sede per settembre: entusiasmo generale e pacche sulle spalle tra il premier nipponico Taro Aso e Berlusconi al G8 aquilano. Ai primid’agosto però il cantiere non parte. Secondo alcune voci il progetto non garba al commissario straordinario e al governo. Poi si scopre che è stata espropriata un’area e che sarà bandito un concorso: ma in realtà le specifiche dalla gara escludono a priori il progetto di Ban, che è troppo grande. A Carioti arriva una telefonata: «Che accidenti succede lì a L’Aquila?». Glielo chiede Renzo Piano, che si trova nello studio di Ban a New York, di fronte all’architetto nipponico incredulo e innervosito e che certo non vuole rimettere mano al suo progetto.
Ma il direttore del Conservatorio non ha risposte, è stato scavalcato. Si rischia l’incidente diplomatico mentre il milione dei privati e del governo giapponese svanisce. Il concorso viene vinto da una ditta con un costo di circa 6 milioni, i lavori - iniziati a ottobre - dovrebbero terminare il primo dicembre. Riassumendo: la spesa viva per Conservatorio e Auditorium del progetto di Ban era di 4 milioni di euro (in totale erano 5ma almeno un milione arrivava dal Giappone e dai privati). Ora invece si spenderanno circa 6 milioni di euro solo per il Conservatorio, cui aggiungerne almeno altri 2,5 per l’eventuale Auditorium: totale oltre 8 milioni di euro, esattamente il doppio. Il commissario per la ricostruzione in mancanza di fondi agisce con la strategia del pago due prendo uno.
Per i beni artistici di Marche e Umbria l’allora ministro Walter Veltroni, d’intesa con Prodi, nominò commissario lo stesso direttore generale del Ministero per i beni e le attività culturali, Mario Serio, che a sua volta scelse dei vice di alto profilo e si coordinò senza problemi con i due presidenti regionali, con le soprintendenze e con la Protezione civile, utilizzando anche universitari di vasta competenza specifica (Bruno Toscano per l’Umbria e Marisa Dalai per le Marche). Tutto nel modo più rapido e sicuro, e con fondi adeguati. I risultati si sono visti, a partire dalla Basilica superiore di San Francesco minacciata di crollo totale e riconsegnata in meno di due anni, restaurata e messa in sicurezza.
Anche all’interno della contestata ricostruzione irpina il lavoro svolto dalla Soprintendenza speciale guidata da Giuseppe Proietti a Napoli e da Mario De Cunzo «sul campo » fu l’unico concreto e apprezzato da tutti. Per non parlare del Friuli. In Abruzzo è successo l’esatto contrario. Hanno voluto fare tutto Berlusconi e Bertolaso - lo conferma l’inchiesta puntuale di Luca Del Frà (da pagina 4 s pagina 7) - escludendo il devoto ministro Sandro Bondi, in ginocchio, i soprintendenti e altri esperti. Sette mesi dopo il risultato è il rovescio di quelli di Assisi e delle altre città terremotate, da Foligno fino ad Urbino: chiese ancora scoperchiate, palazzi esposti alle intemperie, arredi - a cominciare dai preziosi organi musicali antichi - lasciati a lungo sotto le macerie oppure tirati via maldestramente da volontari inesperti e mal guidati.
E soprattutto il grande, complesso, disastrato centro storico dell’Aquila ancora alle prese con le macerie, con i piccoli proprietari che non vedono ripartire nulla e, disperati, vendono, anzi svendono. A chi? A Fintecna? Con quale destinazione? Un bel business immobiliare e/o turistico, sulla pelle dei residenti che lì non torneranno mai più. Aquila, addio.
In Abruzzo, diciamolo forte, c’è pure stata, presto, tanta rassegnazione di fronte alla pur aggressiva sbrigatività «militare» dell’operazione Berlusconi-Bertolaso. Lo stesso appello per il recupero di fondi adeguati per la ricostruzione da parte di tutti gli ex ministri dei Beni Culturali più recenti (Rutelli escluso) promosso da Giovanna Melandri, non ha avuto eco.
Né gli enti regionali e locali abruzzesi hanno saputo farne - che a merisulti - una loro bandiera. Bondi ha detto di sì (ma non gli duole il collo a forza di chinarlo?) anche alla attribuzione diretta dei fondi alle Diocesi per restauri e messe in sicurezza. Chi vigilerà su progetti, appalti, lavori? Il vescovo ausiliare mandato dal papa non appena i vescovi abruzzesi si sono mostrati troppo irrequieti verso un uomo pio come Silvio? E la beffa dei monumenti «adottati» dai Paesi del G8, poi dileguatisi? Giusta punizione per una sorta di «accattonaggio» di Stato promosso dal miliardario Berlusconi. Del resto, chi avrebbe approntato per loro studi, ricerche, progetti tecnici credibili? Bertolaso forse?
ORISTANO. Il Piano Casa sull’orlo del baratro. Un precipizio che potrebbe chiamarsi «incostituzionalità» e dal quale difficilmente uscirebbe. I dubbi sulla sua legittimità costituzionale li avanza, pur con tutte le cautele del caso, il procuratore Andrea Padalino Morichini. Esperto in materie urbanistiche ha formulato le sue perplessità in una missiva, che per ora è stata inviata agli organi di polizia giudiziaria che operano per la procura oristanese, ai comandi di polizia municipali, alle forze dell’ordine preposte al controllo del territorio e agli uffici tecnici.
A giorni prenderà il volo verso ben altre realtà, assai più complesse di un capoluogo di provincia con poco più di trentamila abitanti. Verrà recapitata sui tavoli che contano della magistratura nazionale e sulle scrivanie di tutte le procure, affinché ne prendano visione e considerino i dubbi che vi sono indicati.
Insomma, le cinque pagine di stampato potrebbero avere l’effetto deflagrante di una bomba, che fa saltare per aria uno dei più discussi e allo stesso tempo attesi strumenti in materia edilizia. Prova ne sia che le Regioni hanno fatto la corsa per approvarlo il più in fretta possibile.
Il nocciolo giuridico della questione starebbe nella conflittualità delle normative locali appena approvate, rispetto a quella prevalente che è la legislazione nazionale. E questo vale sia per le Regioni a statuto ordinario, sia per le Regioni a statuto speciale quale la Sardegna è, dove peraltro si è deciso di agire «In deroga alle disposizioni normative regionali».
Sono numerosi le leggi, gli articoli e le sentenze richiamati dal procuratore oristanese che dapprima ricorda quali siano le procedure che si devono adottare per ottenere il via libera all’ampliamento di edifici preesistenti e agli interventi di demolizione e ricostruzione di fabbricati, ovvero le due peculiarità del Piano Casa. Per poter avviare i lavori, infatti, ci sono procedure semplificate: basta una semplice denuncia all’Ufficio tecnico del Comune competente.
Al di là di aspetti tecnici e giuridici assai complessi, sono due i punti contestati. Andrea Padalino Morichini li chiarisce, facendo riferimento al Codice dei beni culturali e del paesaggio che regola la normativa nazionale. È questa quella prevalente «Pertanto le leggi regionali sul Piano Casa non avrebbero mai potuto derogare o modificare le disposizioni richiamate e contenute nel decreto legislativo numero 42 del 2004». La colpa per il magistrato è del Governo che «Ha largamente disatteso le indicazioni contenute nell’intesa fra Stato, Regioni ed enti locali». Entro dieci giorni infatti avrebbe dovuto provvedere ad emanare un decreto legge «Con l’obiettivo precipuo di semplificare alcune procedure di competenza esclusiva dello Stato». Ma il governo non l’ha fatto, per cui «Le leggi regionali sono state promulgate in assenza di una normativa nazionale».
C’è poi un secondo «Ed ancor più inequivocabile profilo di illegittimità costituzionale, perché nello stabilire deroghe, le leggi regionali escludono la punibilità di condotte che il legislatore ha invece previsto come fattispecie penalmente sanzionabile». Materia ostica, ma l’avvertimento appare chiaro. E il fatto che la missiva sia stata spedita anche agli uffici tecnici suona come avviso: il procedimento penale potrebbe essere dietro l’angolo, in attesa che la questione di legittimità venga sollevata davanti al giudice competente.
Puntuale come un meccanismo ad orologeria arriva l’attacco alla Einaudi: una volta alla sua pervicace, quasi massonica pretesa di egemonismo; un’altra alla sua forsennata ambizione di governare il Partito (comunista, s’intende); un’altra alla sua cedevole disponibilità a farsene governare; un’altra ancora alle scelte presuntuosamente aristocratiche dei suoi redattori ed autori (gli uni e gli altri, il più delle volte, con un’insopportabile puzza sotto il naso). Questa volta l’attacco è mosso direttamente al suo fondatore ed eroe eponimo, Giulio Einaudi, appunto, responsabile, più che di aver creato la Casa editrice che ne porta ancora il nome (come sarebbe giusto), di averla disfatta. Strano: l’autore dell’attacco è una persona che conosco come seria e posata, Gian Arturo Ferrari, che per ragioni di età lascerà la carica di direttore della divisione libri della Mondadori ed ha assunto quella di presidente del Centro per il libro e la lettura, giustamente offertagli dal Ministro Bondi. Ma tant’è. Un colpo di vento può capitare a chiunque.
Nel merito si possono fare, sinteticamente, tre ordini di considerazioni. Il primo è: l’«egemonia culturale» è come il coraggio, chi non ce l’ha, non se la può dare. Se fra gli anni ‘40 e i ‘70 questa egemonia l’ha avuta indiscutibilmente la Einaudi, invece di esorcizzare bisognerebbe capire. Per carità: questo non significa che nel campo dell’editoria culturale in Italia nel medesimo periodo (o quasi) non ci sia stato altro. Basta fare i nomi, per giunta a me cari sia in passato sia oggi (e credo di averlo dimostrato) di Laterza e Feltrinelli, per rendersene conto. Ma è un’altra cosa. Egemonia culturale vuol dire praticare sistematicamente le strade che, insieme con il prodotto librario, percorrono le tendenze di ricerca più vive e più di avanguardia nel proprio paese e nel mondo. Questo ha fatto in Italia la Einaudi: andare alla ricerca delle tendenze culturali più vive e più di avanguardia, ospitarle e a sua volta alimentarle. Evidentemente è questa la colpa non irrilevante che le si rimprovera oggi, dove è dominante la rincorsa all’appiattimento e alla mediocrità.
Secondo: quando si attacca la Einaudi per l’uno o per l’altro dei motivi sopra ricordati, e per altri ancora, io provo sempre l’impressione che, al di là di quella sigla editoriale, s’attacchi il meccanismo culturale che essa ha largamente praticato e che in generale va oggi incontro a difficoltà d’ogni genere. Bisogna invece ribadire questo punto: l’editoria che guarda al grande mercato non può, non potrà mai svolgere le funzioni che svolge l’editoria culturale. Anche in questo caso, certo, le eccezioni non mancano. Una collana come "I Meridiani" è culturalmente ammirevole, ma è un’altra cosa. La ricerca delle nuove strade si è svolta necessariamente altrove: in Einaudi, appunto, e, come dicevo, altrove.
Terzo: la figura del fondatore ed eroe eponimo, Giulio Einaudi. Non mi verrebbe mai in mente di definirlo megalomane: se mai, eccezionale, uno che ha pensato in grande dall’inizio alla fine della sua vita. Se vogliamo esser precisi fino in fondo, anche sul piano storico, dovremmo dire infatti che le due «grandi opere», che per sua scelta caratterizzano il passaggio fra gli anni ‘70 e gli ‘80, e dunque preludono alla crisi, - e cioè la Storia d’Italia e l’ Enciclopedia, - sono andate incontro a riuscite economiche molto dissimili (ottime la Storia, molto mediocri l’Enciclopedia), senza che di ambedue si possa mettere in dubbio il carattere pionieristico e fondativo (sul quale, per richiamare l’attenzione in concreto sul nesso editore-intellettuali-ricerca, ebbero un ruolo di primaria importanza due studiosi del calibro di Corrado Vivanti e Ruggiero Romano). Osserverò di sfuggita che l’anno medesimo della Grande Crisi usciva il primo volume della Letteratura italiana, cui si possono attribuire molti difetti, ma non quello di non essere andata benissimo sul mercato, anche in tempi molto difficili. Forse a spiegare la Grande Crisi servirebbe di più richiamare la folle corsa al rialzo degli interessi bancari fra i ‘70 e gli ‘80 che non la megalomania egemonistica del fondatore.
Ma veniamo brevemente al presente. Che bisogno ci sarebbe di attaccare così veementemente la Einaudi del passato se la Einaudi di oggi fosse un cane morto da seppellire, una sorta di scheletro vuoto intorno al quale danzare il rito dell’addio? La mia tesi è che non è così, e questo è forse ciò che spiega la durezza e l’insistenza degli attacchi. Nella mia esperienza la Casa editrice, - voglio esser chiaro: tutta la Casa editrice, dagli Amministratori delegati nominati dalla proprietà, e forse vittime di un rapido processo d’innamoramento, allo staff redazionale ai tecnici, - si è battuta in questi anni per continuare quella tradizione: cioè per restare, - non trovo altro modo per dirlo, - nel solco scavato un tempo da Giulio Einaudi (con il necessario rispetto, ça va sans dire, del nuovo e dell’imprevisto). Ci riesce? Ci riesce sempre? Fino a che punto ci riesce? Questo sarebbe un discorso più serio: ma è quello che si fa continuamente nella Casa editrice, e accanto a lei. Ritorna il sospetto già manifestato: forse è questa la Giulio Einaudi editore che dà fastidio, non quella di trenta-cinquant’anni fa. Se è così, lo sapremo presto.
Pochi giorni fa l’amministrazione di una località in provincia di Mantova, governata da una coalizione Lega-Pdl, ha invitato i cittadini, con manifesti eloquenti, a denunciare i clandestini che risiedono entro i confini comunali.
D’altronde, un’esortazione analoga era stata rivolta ai medici ospedalieri, in una versione preliminare del "pacchetto sicurezza" presentata dal governo. Segni di una marcia inarrestabile, che conduce - anzi: ci ha già immersi - in un mondo nuovo. La società spiona. Che tutti sono chiamati a costruire, rafforzare, estendere. In nome della sicurezza. È strano, questo orientamento, perché contrasta con il pensiero unico dell’epoca, che ha come riferimenti la libertà e l’individuo. Riassunti nella libertà individuale. Ancora oggi, reclamata come valore irrinunciabile della nostra civiltà. Liberale (appunto) e liberata da ogni totalitarismo. Tanto più dopo il passaggio dalla comunità tradizionale alla metropoli. Fino alla nascita della "società in rete", di cui parla Manuel Castells. Dove le relazioni avvengono a distanza, senza vincoli di spazio e di tempo. A dispetto di ciò, oggi il paradigma dominante si ispira alla sicurezza. Reclama il controllo sociale. Affidato non più alla comunità, ma agli individui stessi. Oppure allo stato. O ancora: al mercato.
Ciascuno è, dunque, chiamato a difendere se stesso, la famiglia: dagli altri, da ogni altro. Mentre, fra i cittadini, c’è ampia disponibilità a delegare alle istituzioni pubbliche e ad agenzie private il compito di difenderli. A costo di cedere porzioni crescenti della nostra libertà personale. D’altronde, il territorio desertificato delle nostre infinite periferie urbane è controllato dai sistemi di videosorveglianza. Telecamere dovunque, che registrano i nostri passi e i nostri passaggi. Soggetti pubblici e privati ci spiano e filmano tutti, dappertutto. Davanti agli sportelli bancari, nei supermercati, nei giardini pubblici, nei parcheggi sotterranei e all’aperto. Senza sollevare grandi timori, fra i cittadini. Al contrario. Come rileva un’indagine di Demos-Unipolis, condotta nelle scorse settimane (per l’Osservatorio su "Sicurezza, percezione e informazione"), circa nove italiani su dieci sono favorevoli ad "aumentare la sorveglianza con telecamere in strada e nei luoghi pubblici". Circa uno su due: a "consentire al governo di monitorare le transazioni bancarie". Infine, uno su tre: a "rendere più facile per le autorità leggere la posta, le e-mail o intercettare le telefonate senza il consenso delle persone". Insomma, spioni e spiati, senza troppa angoscia, senza troppi dubbi. È il clima del tempo. Favorito dai media e dalle tecnologie. Evocare Orwell è fin troppo facile. Visto che il Grande Fratello è divenuto un format televisivo di successo globale. Archetipo di tutti i reality show. Il GF, dove i concorrenti stanno rinchiusi in una casa, ciascuno da solo contro tutti gli altri, come ha osservato Bauman. Mentre il mondo fuori li spia, a (tele) comando. Una società allo specchio, fatta di spettatori che apprendono l’arte di arrangiarsi, di guardare e di guardarsi. Dagli altri. Non a caso 7 italiani su 10 dicono che occorre cautela nel rapporto con gli altri; che ti potrebbero fregare (sondaggio Demos, novembre 2009). Dunque: ciascuno per proprio conto. Sottoposto a un "controllo continuo", in un presente istantaneo e dilatato (per evocare Deleuze). D’altronde, le nuove tecnologie della comunicazione rendono possibile ogni intrusione nel privato, immediatamente (senza mediazione). E lo rendono, anzi, di pubblico dominio. Ogni cellulare è dotato di videocamera e di apparecchio fotografico. Per cui ciascuno può riprendere chiunque, in ogni luogo. Riversarne le immagini in rete. In tempo reale. E tutti possono essere spiati e ascoltati ovunque, da soggetti pubblici ma anche privati. Per motivi di sicurezza, ma anche di interesse. Visto che le informazioni private e personali hanno un valore di mercato crescente.
Così avviene il paradosso della perdita di libertà prodotta dalla conquista della libertà. Perché la comunicazione è libertà, Internet è libertà. Come è possibile ribellarsi, opporsi, semplicemente criticare: senza apparire "nemici" della libertà? Nostalgici del tempo passato? Tuttavia, lo sconfinamento fra società della comunicazione e della sorveglianza; fra società in rete e spiona: è continuo e pervasivo. Questa tendenza ha da tempo contaminato la politica. Basta pensare, per ultimi, ai grandi "affaires" degli ultimi mesi. Berlusconi, Marrazzo. Fino alle indiscrezioni sulla Mussolini. Filmati, video, telefonate, servizi fotografici. Chissà quanti altri capitoli in preparazione o già predisposti, sul punto di irrompere, in questa saga della società spiona. Che ha, da tempo, un organo ufficiale autorevole, pubblicato - ovviamente - in rete, la cui testata recita - ovviamente - DagoSpia.
Così rischiamo di scivolare, rapidamente, lungo la deriva delatoria senza accorgercene. E di subirla senza quasi combattere. Assuefatti, più che sopraffatti.
Spinti dalla "società spiona", dove i confini tra privato e pubblico, fra noi e gli altri si confondono, anche nella vita quotidiana. Dove ciascuno si rinchiude nel (e si maschera da) privato anche in pubblico; quando è con gli altri. Dove ciascuno è osservato dagli altri e sorvegliato dal pubblico, anche nel privato. Quando si illude di essere solo. Dove tutti ? o quasi ? indossano occhiali scuri. Non per difendersi dalla luce abbagliante. (Molti li portano anche di sera, perfino di notte). Ma dagli altri. Per guardare senza essere guardati. Per puntare gli occhi sugli altri senza che gli altri possano vedere i nostri occhi.
La società spiona: in nome della sicurezza rischia di trasformarci in nemici. Non solo degli Altri. Ma anche di noi stessi.
Da qualche tempo son molti i politici italiani che pretendono d’aver abbandonato ogni falsità, d’aver infine compiuto l’intrepido gesto che sfata le ipocrisie, d’aver imboccato la via stretta della verità. Dopo parecchio vagare ammettono che in questione non è più l’agire del governo ma il privato destino d’un presidente del Consiglio che non è protetto da processi pendenti, e che potrebbe essere indagato per concorso in stragi mafiose.
Sentono che la terra trema sotto Palazzo Chigi e dicono, come Casini, che è inane sfasciare la giustizia pur di sbrigare un caso singolo: meglio «eliminare le ipocrisie» e riconoscere che serve una legge, la decisiva, per «salvaguardare Berlusconi». La Corte Costituzionale gli ha negato l’immunità, ma egli ha pur sempre vinto le elezioni e deve poter governare: diamogli dunque lo scudo che cerca, visto che alternative non ci sono.
Nella sostanza è il discorso di Berlusconi che vince: la magistratura impedisce alla democrazia di funzionare, quindi è eversiva. È in atto una guerra civile, insinua: uno spettro che in Italia tacita in special modo gli ex comunisti.
Le cose potrebbero tuttavia non stare così, e ci si può chiedere se uscendo da un’ipocrisia non si entri in un nuovo gioco mascherato, che vela anziché svelare. Chi ha detto che l’unica via sia lo scudo immunitario?
L’altra via stretta è la possibilità che Berlusconi si difenda non dai processi ma nei processi, come Andreotti. O la possibilità che il ceto politico tragga le conseguenze, allontanando un leader non condannato ma debilitato da troppi processi e congetture. È accaduto per molti dirigenti in molte democrazie occidentali. Quel che sorprende in Italia è che quest’alternativa, se si esclude Di Pietro, nessuno la propone: subito è detta sovversiva. Essa non presuppone il governo dei giudici, o addirittura dei pentiti. La decisione spetta alla politica, e se questa tace o s’accuccia, c’è solo la voce dei magistrati, per quanto sommessa, a esser udita. L’altra cosa sorprendente è che la tesi sul contrasto tra voto popolare e legalità intimidisca più l’opposizione che la destra.
Su questo giornale, il 23 novembre, c’è stata una presa di posizione forte, di Fabio Granata che è vicepresidente della Commissione antimafia e fedele di Fini, contro chi scredita i processi di mafia. Intervistato da Guido Ruotolo, Granata denuncia il «berlusconismo che rischia di cancellare la nostra identità: quella di chi crede nei valori della legalità, dell’antimafia, della giustizia, del senso dello Stato». Nel Pdl, egli è «guardato come un appestato», «accusato di essere giustizialista».
Ciononostante resiste: «Ho visto la gente impazzita di rabbia e dolore ai funerali di Paolo Borsellino, che (...) faceva parte della famiglia missina. Quella enorme e disperata domanda di giustizia l’ho tenuta nel cuore e per questo non potrei non sostenere chi dal ’92 cerca irriducibilmente di affermarla. Meglio un giorno da Borsellino che cento anni da Vito Ciancimino. Liberare l’Italia dalle mafie dovrebbe rappresentare il primo punto all’ordine del giorno dell’azione di qualsiasi governo». Granata non ritiene colpevoli Berlusconi e Dell’Utri ma approva le inchieste di Palermo, Caltanissetta, Firenze (le procure che investigano sulle stragi del ’92-’93). Loda il «lavoro tenace» del giudice Antonio Ingroia (il procuratore aggiunto di Palermo che indaga sul patto Stato-mafia): «Lo ricordo perfettamente accanto a Paolo Borsellino, quel giorno alla sala mortuaria per riconoscere il corpo maciullato di Falcone».
La cosa strana non è che queste parole vengano da destra. Borsellino era vicino alla destra, e quest’ultima ha una lunga tradizione di lotta alla mafia, a causa del senso dello Stato acuto (a volte sfrenato) che la anima. Ci fu l’attività di Cesare Mori in Sicilia, fra il 1924 e il ’29: attività peraltro ostacolata da dignitari fascisti che temettero il suo assedio. Apparteneva alla destra storica il senatore Leopoldo Franchetti, il primo che perlustrò il fenomeno mafioso, scrivendo nel 1876 un rapporto sulle Condizioni politiche e amministrative della Sicilia: un classico sulla malavita. Apparteneva alla destra storica Emanuele Notarbartolo, il direttore del Banco di Sicilia che volle far pulizia e fu ucciso dalla mafia il 1° febbraio 1893. Il mandante era un senatore mafioso, processato e poi assolto.
Strano è il cedimento-fatalismo dell’opposizione, al centro e nel Pd. Ambedue vedono la legislatura divorata dai guai giudiziari d’un singolo, ma nell’essenza si dichiarano imbelli. È come se ritenessero del tutto impensabile una contromossa della politica che non sia l’accomodamento, o come diceva Gaetano Mosca nel 1900: il «lasciar andare, la fiaccona». Come se dicessero: il leader non può governare e il dilemma si risolve non ricongiungendo democrazia e legalità, ma disgiungendole. Fondando il primato della politica non su atti trasformativi, ma tutelativi.
Forse senza rendersene conto, il Pd interiorizza l’alternativa democrazia-legalità. Martedì a Ballarò Luciano Violante ne è parso prigioniero: da una parte la democrazia, dall’altra la legalità. Ha mancato di ricordare che le due cose o sono sinonimi, oppure non si ha né democrazia né legalità. Voleva probabilmente dire che non sono i giudici a far cadere un governo, tanto meno i pentiti. Ha finito col dire che non è neppure la politica (partiti, parlamento) a poterlo fare. Torna a galla l’idea leninista secondo cui la democrazia sostanziale può confliggere con quella legale. È una fortuna che Napolitano abbia detto in modo chiaro, venerdì, che spetta invece a politica e parlamento sanare i presenti squilibri.
Tutto questo avviene forse perché le indagini su politica-mafia sono a una svolta. Si accumulano verbali sempre più sinistri, che legano Berlusconi e Dell’Utri alle stragi. Ce n’è uno in particolare, quello del pentito Romeo, secondo cui nei primi ’90 «c’era un politico di Milano (il nome fattogli dal pentito Spatuzza è Berlusconi) che aveva detto a Giuseppe Graviano (un capomafia) di continuare a mettere le bombe», indicando perfino «i siti artistici dove metterle». I verbali non inducono ancora la magistratura a aprire un’indagine, ma la loro portata è oltremodo conturbante. Un sospetto malefico pesa sul presidente del Consiglio: che oltre al conflitto di interessi economici, ne esista un altro che lo espone a minacce di pentiti e carcerati mafiosi.
Il governo in realtà sostiene ben altro: la sua lotta alla mafia sarebbe dura; secondo alcuni, è sotto pressione proprio per questo. Nell’agosto scorso Berlusconi ha affermato di voler «passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia». Né mancano dati promettenti: la legge del carcere duro inasprita (legge 41 bis), i beni mafiosi sequestrati, un gran numero di capi malavitosi arrestati.
Al contempo tuttavia son favoriti i colletti bianchi che fanno affari con la mafia. C’è lo scudo fiscale, che chiede all’evasore una restituzione minima di quel che dovrebbe (il 5 per cento), e in cambio gli consente, restando anonimo, di cancellare reati come il riciclaggio di denaro sporco (lo spiega il giudice Scarpinato sul Fatto del 15-11-09). C’è la legge sulle intercettazioni, che ostacola le inchieste sulla mafia. C’è il Comune di Fondi, in mano alle destre: tuttora non sciolto, malgrado la collusione con la mafia sia certificata da oltre un anno. Contestata da don Ciotti, c’è una legge che mette in vendita parte dei beni confiscati alla mafia, col pericolo che prestanome incensurati li riacquistino. C’è infine il processo breve: un processo morto, per i colletti bianchi collusi.
La svolta secerne sospetti a raggiera. Quelli che Franchetti chiamava i facinorosi della classe media (amministratori, politici) potrebbero aver l’impressione che il cuore dello Stato sia nelle loro mani. È sospettato il presidente del Senato Schifani, per rapporti con i fratelli Graviano e assistenza giuridica al costruttore Lo Sicco, oggi in galera per mafia. È indagato Nicola Cosentino, sottosegretario al Tesoro, per concorso esterno in associazione camorristica. Ambedue restano al loro posto, sotto gli occhi non tanto dei magistrati quanto della mafia, esperta in ricatti. Che sia l’ora della politica è evidente. Le democrazie vivono e muoiono nel funzionare o non funzionare del comportamento politico, non di quello giudiziario.
L'immagine è un quadro di Mimmo Cosenza, dal titolo "Liberista ipocrita", tratta dal sito web de il Sole 24 Ore.
In America Latina sta succedendo qualcosa di strano. Le forze di destra latino-americane sono determinate a ottenere di più, durante la presidenza Usa di Barack Obama, di quanto non abbiano ottenuto durante gli otto anni di presidenza di George W. Bush. Bush guidava un governo di estrema destra che non era minimamente in sintonia con le forze popolari latino-americane. Obama, viceversa, è alla guida di un governo centrista che sta cercando di riproporre la «politica di buon vicinato» proclamata da Franklin Roosevelt per segnalare la fine dell'intervento militare diretto degli Usa in America Latina.
Durante la presidenza Bush, l'unico tentativo serio di colpo di stato sostenuto dagli Usa è stato quello del 2002 in Venezuela contro Hugo Chavez, ed è fallito. Le successive tornate elettorali, in tutta l'America Latina e nei Caraibi, sono state vinte quasi sempre da candidati di sinistra. Il culmine è stato toccato in un meeting del 2008 in Brasile, a cui gli Stati Uniti non erano stati invitati e in cui il presidente cubano, Raúl Castro, è stato trattato praticamente come un eroe.
Da quando è diventato presidente Obama c'è stato un golpe, riuscito, in Honduras. Malgrado la condanna di Obama, la politica americana è stata ambigua e gli autori del colpo di stato stanno vincendo la loro scommessa di restare al potere fino alla prossima elezione del nuovo presidente. In Paraguay il presidente Fernando Lugo, un cattolico di sinistra, ha appena sventato un golpe militare. Ma il suo vicepresidente Federico Franco, di destra, sta manovrando per ottenere da un parlamento nazionale ostile a Lugo un colpo di stato sotto forma di impeachment. E i militari stanno affilando le armi anche in una serie di altri paesi.
Per capire questa apparente anomalia, dobbiamo analizzare la politica interna americana, e il modo in cui essa influisce sulla politica estera americana. C'erano una volta, e non tantissimo tempo fa, due grandi partiti che rappresentavano coalizioni di forze sociali sovrapposte. Il loro equilibrio interno era un po' spostato a destra per il Partito repubblicano, e un po' spostato a sinistra per il Partito democratico.
Poiché i due partiti si sovrapponevano, le elezioni tendevano a costringere i candidati presidenziali di entrambi i partiti a collocarsi più o meno al centro, per conquistare la frazione relativamente piccola di elettori «indipendenti» di centro.
Le cose non stanno più così. Il Partito democratico è la stessa ampia coalizione di sempre, ma il Partito repubblicano si è spostato molto più a destra. Questo significa che i Repubblicani possono contare su una base più piccola. Sarebbe logico aspettarsi che abbiano molti problemi elettorali. Ma, come stiamo vedendo, non è così che funziona.
Le forze di estrema destra che dominano il Partito repubblicano sono fortemente motivate e alquanto aggressive. Esse cercano di purgare tutti i politici repubblicani che considerano troppo «moderati», e di imporre ai Repubblicani al Congresso un atteggiamento uniformemente negativo nei confronti di qualunque cosa il Partito democratico, e in particolare il presidente Obama, possano proporre.
I compromessi politici non sono più ritenuti politicamente desiderabili. Al contrario. I Repubblicani vengono spinti a marciare compatti. Nel frattempo, il Partito democratico sta operando come ha sempre fatto. La sua ampia coalizione va dalla sinistra fino alla destra moderata. I Democratici al Congresso dedicano la maggior parte delle loro energie politiche a negoziare gli uni con gli altri. Questo significa che è molto difficile approvare leggi significative, come stiamo vedendo attualmente nel tentativo di riformare il sistema sanitario degli Stati Uniti.
Che cosa significa dunque questo per l'America Latina (e per le altre parti del mondo)? Bush poteva ottenere dai Repubblicani al Congresso - dove per i primi sei anni del suo regime ha potuto disporre di una maggioranza netta - quasi qualunque cosa volesse. Le vere discussioni si svolgevano nei circoli esclusivi e riservati di Bush, che per i primi sei anni sono stati sostanzialmente dominati dal vicepresidente Cheney. Quando Bush, nel 2006, perse le elezioni per il Congresso, l'influenza di Cheney declinò e la politica del governo cambiò leggermente. L'era Bush è stata segnata da un'ossessione per l'Iraq e, in misura minore, per il resto del Medio Oriente. Le energie rimaste sono state utilizzate per trattare con la Cina e l'Europa occidentale. L'America Latina è sparita dalla prospettiva del governo Bush, relegata in sottofondo. Le forze di destra latino-americane - cosa per loro frustrante - non hanno ottenuto dal governo Usa il consueto impegno in loro favore, un impegno che si aspettavano e che volevano.
La situazione di Obama è completamente diversa. Ha una base diversificata e un'agenda ambiziosa. La sua immagine pubblica oscilla tra una posizione fermamente centrista e gesti moderatamente di sinistra. Questo rende la sua posizione politica sostanzialmente debole. Sta disilludendo gli elettori di sinistra che aveva motivato durante la campagna elettorale, e che in molti casi si stanno ritirando allontanandosi dalla politica. La realtà di una depressione mondiale gli sta alienando alcuni dei suoi elettori indipendenti di centro, che temono un crescente indebitamento pubblico.
Per Obama, come per Bush, l'America Latina non è in cima alle priorità. Obama però (diversamente da Bush) sta combattendo con tutte le sue forze per restare a galla nelle acque agitate della politica. È molto preoccupato per le elezioni del 2010 e 2012 e non senza ragione. La sua politica estera è notevolmente influenzata dall'impatto potenziale che potrebbe avere su queste elezioni. La destra latino-americana sta sfruttando le difficoltà politiche interne di Obama per forzargli la mano. Essa vede che Obama non ha l'energia politica per contrastarla. Inoltre la situazione economica mondiale tende a influire negativamente sui governi attualmente al potere. E oggi, in America Latina, i partiti al potere sono quelli della sinistra.
Se Obama nei prossimi due anni avesse degli importanti successi politici (una riforma sanitaria decente, un vero ritiro dall'Iraq, un calo della disoccupazione), questo in effetti offuscherebbe il ritorno della destra latino-americana. Ma Obama otterrà questi successi?
Copyright Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global, (Traduzione Marina Impallomeni)
LIVORNO. "Bancarotta a Dubai" gridano oggi gli stessi giornali che solo ieri, accompagnando negli Emirati Arabi Uniti la visita di Silvio Berlusconi, magnificavano, con la complicità estasiata dei nostri ministri di turno, il bengodi arabo, le isole cementizie che si sporgono in fogge floreali nell'instabile Golfo persico (od arabo che dir si voglia), i grattacieli record, i pomodori coltivati nel deserto per le tavole di emiri che lasciano una scia di petrodollari, lo shopping mondiale in luccicanti ed esclusivi grandi magazzini planetari che hanno trasformato la Costa dei Pirati di antica memoria, i Trucial Staes occupati dagli inglesi, nel nuovo paese dei balocchi del lusso planetario che tanto vorremmo riprodurre nelle zone franche e nei casinò a cui bramano schiere di comuni e regioni italiani.
Ancora una volta (e fino all'ultimo) il nostro governo e gran parte dei nostri media hanno peccato di provincialismo, hanno scambiato le perline per la sostanza, il luccichio per oro puro. Che Dubai e gli altri 6 emirati fratelli stessero sprofondando nella sabbia di una crescita insensata che riassumeva in sé tutte le esagerazioni dell'ipercapitalismo era cosa nota, gli articoli sulla stampa internazionale si sono sprecati, ma qualcuno pensava che pur essendo crollato il palazzo dell'economia finanziaria di rapina, potesse rimanere intatta la sua vetrina sulle rive del Golfo.
Non è così e non era già così da un pezzo (come ha scritto più volte anche questo giornale) e ben prima che scoppiasse la bolla immobiliare che sta terrorizzando le borse mondiali e che sta svelando la fragilità di una "ripresa" che deve ancora fare i conti con le mine di cui il neoconservatorismo economico ha infestato il pianeta e la sua economia, pronte ad esplodere ad ogni minimo cambio di pressione.
Gli Emirati della cuccagna erano già in crisi da un bel pezzo, nessuno voleva e poteva più comprare le case sulle isole artificiali, gli alberghi si svuotavano per la crisi (ma anche per la cacca in mare), il mondo scopriva sempre di più che quel benessere si basava su un 90% di popolazione immigrata, senza nessun diritto politico e civile, ridotta praticamente in schiavitù che costruiva per gli emiri e per i turisti dello shopping planetario un mondo artificiale, una finzione da ricchi, un tentativo maldestro quanto arrogante di addomesticare l'ambiente con i petrodollari, magari investendoli anche in futuristiche città "verdi" e in progetti di energie rinnovabili. Il greenwashing della disperazione: solo qualche giorno fa il governo indonesiano ha chiesto ai suoi immigrati negli emirati arabi di ritornare a casa per sottrarsi ad uno sfruttamento che diventava ogni giorno più inumano con il progredire di una crisi che segna la fine del sogno filo-occidentale dei monarchi arabi.
Un greenwashing della dittatura, al quale purtroppo ha partecipato anche il nostro Paese facendo passare come moderati Paesi (Arabia Saudita in testa) dove la democrazia e i diritti umani sono un sogno e dove la condizione della donna è ben peggiore di quella del tanto criticato Iran e si avvicina più a quella delle donne afghane che un tempo dicevamo di voler liberare dal burka talebano, che gli è rimasto addosso anche con l'intervento Nato.
Le borse tremano, perdono, piangono, per quel che succede al già ammirato esperimento ambientale-finanziario nel deserto costiero degli Emirati, i pasciuti regnanti rimarranno comunque straricchi e assicurano le banche occidentali rimpinzate dei loro petrodollari, le multinazionali piene di loro azioni, gli investitori traditi dal crollo del sogno immobiliare e delusi dall'incubo dell'artificializzazione dell'ambiente e della costruzione di una società fittizia, che nasconde gli schiavi ed i prezzi ambientali, ingannati dall'assicurazione che sarebbe durata in eterno la società dello scialo e dello spreco di risorse esibito come modello da raggiungere in comodi voli di Fly Emirates, come ci ricordano le maglie di notissime squadre di calcio.
Il super grattacielo da 818 metri del Dubai World rischia di diventare la torre di Babele di una globalizzazione che aveva portato il mondo a parlare lo stesso linguaggio economico, ad usare gli stessi strumenti di rapina, a proporre un unico modello, le isole artificiali rischiano di diventare le polverose arche di Noè di un'ingordigia interrotta in un Paese piccolo e già miserabile che non sembra essere riuscito a gestire una ricchezza improvvisa, un tesoro energetico che comunque finirà, che non è riuscito a non soccombere alla maledizione del petrolio.
La guerra persa dagli Emirati e da Dubai non è quella guerreggiata di Saddam Hussein, è la sconfitta della più luccicante avanguardia di uno scatolone di sabbia che la globalizzazione e l'iperconsumismo avevano trasformato in un supermarket di lusso, è la sconfitta dell'idea che dollari e volontà, artifici economici e spregiudicatezza politica, potessero realizzare un mondo nuovo ed esclusivo basato su una colossale esclusione, sullo sfruttamento di una manodopera schiavizzata che doveva far nascere dalla sabbia un Paese nuovo anche nel suo ambiente, dove si reintroduce l'orice nel deserto e si nascondono centinaia di migliaia di poveri disperati che costruiscono mega-chiese e moschee, grattacieli girevoli, isole che potrebbero diventare la nuova piccola Atlantide della peggiore globalizzazione.
Qui il giornale online Greenreport.it
Sul mercato immobiliare è in arrivo una nuova ondata di liquidità. Secondo gli esperti, infatti, circa un 20% dei soldi che rientreranno con lo scudo fiscale verrà investito nell´acquisto di case. Una somma che oscilla tra i 12 e i 18 miliardi di euro. Denaro che torna in Italia e che verrà speso soprattutto nell´acquisto di immobili di pregio. Chi ha deciso di mettersi in regola con il fisco rivolgerà la propria attenzione ai centri storici e alle migliori località turistiche. Una quota più piccola sarà destinata agli immobili commerciali e alle società di "real estate" quotate in Borsa.
Nuovi potenziali acquirenti, dunque, con una disponibilità di almeno 500mila euro. Dove andranno questi soldi? Roma, Milano, Venezia, Cortina, Forte dei Marmi. Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, prevede anche un flusso verso la Costa Smeralda per chi ha somme più alte a disposizione (fra 1 e 3 milioni di euro). Chi avrà tra i 3 e i 10 milioni di euro si concentrerà, invece, nell´acquisto di palazzine "cielo-terra" con appartamenti da affittare. Un osservatorio privilegiato per rilevare le mosse dei potenziali acquirenti "liquidi" è Milano. «Il segmento degli immobili di livello medio alto - spiega Alessandro Ghisolfi, responsabile ufficio studi Ubh - con valori compresi fra i 500 mila euro e il milione (e oltre) è oggetto oggi di maggiore interesse da parte della domanda rispetto a pochi mesi fa». Si tratta di appartamenti del valore minimo di 7-8mila euro al metro quadrato.
La potenziale domanda potrebbe contribuire al rafforzamento delle quotazioni degli immobili signorili e di pregio. «Il mancato sgonfiamento delle quotazioni delle case - spiega Luca Dondi, analista di Nomisma - che invece si è verificato in altri paesi, rappresenta per l´Italia un elemento penalizzante che impedisce di cogliere appieno i benefici derivanti dall´improvviso ritorno di capitale». Una sorta di «colpo in canna» da usare non appena il mercato si rimetterà in moto, aggiunge Briglia. Che il mercato immobiliare residenziale abbia bisogno di una forte "scossa" viene confermato dai dati resi noti ieri da Nomisma. Continua la flessione delle compravendite. Dopo il crollo del primo trimestre di quest´anno (-18,3%), il calo del secondo trimestre (-12,9%), l´emorragia nel terzo si è fermata a un -11%. E continua anche la lenta discesa dei prezzi delle case che, su base annua segnerebbe un meno -4,1%, mentre continuano ad aumentare gli sconti concessi dai venditori rispetto all´iniziale richiesta per concludere l´affare. Nomisma, inoltre, evidenzia un ulteriore peggioramento della qualità del credito nel primo semestre 2009, come testimonia l´aumento delle insolvenze nei mutui: erano l´1-1,1% fino alla primavera 2008, dopo un anno sono raddoppiate.
CAGLIARI. Il colle di Tuvixeddu potrebbe essere salvo: la sesta sezione del Consiglio di Stato ha accolto il ricorso dell’avvocatura generale e ha annullato la sentenza del Tar Sardegna del 20 aprile scorso con la quale i giudici amministrativi avevano dato il via libera agli ultimi due nullaosta concessi dal Comune di Cagliari a Nuova Iniziative Coimpresa, quelli che la sovrintendenza ai beni architettonici e ambientali aveva annullato a settembre del 2008.
I giudici di palazzo Spada hanno ascoltato nell’udienza del 24 novembre scorso le ragioni dell’avvocato dello stato Sergio Sabelli e quelle dei legali del gruppo Cualbu, gli avvocati Pietro Corda e Antonello Rossi. Si sono riservati la decisione, come sempre accade nel corso delle sessioni d’udienza a Roma. Poi però la notizia del verdetto favorevole per la sovrintendenza è trapelata attraverso i consueti canali ufficiosi ed è arrivata in Sardegna. Perché storici, ambientalisti e intellettuali cagliaritani possano gioire bisognerà però attendere il deposito della sentenza, tra due o tre settimane. Se l’esito del giudizio d’appello verrà confermato il piano di edificazione del gruppo immobiliare correrà il rischio di naufragare. Le due autorizzazioni firmate dal Comune il 25 agosto 2008 davano l’ok a un grande complesso edificato con nove unità abitative in tre corpi di fabbrica e ad altre diciotto in nove strutture più una grande residenza unifamiliare, per un totale di 14.630 metri cubi su un’area molto estesa del colle, con vista sulla necropoli punica. Coimpresa è impegnata nella costruzione di alcuni palazzi su via Is Maglias, ma quella che nel progetto viene indicata come unità insediativa E3 rappresenta il cuore del lussuoso quartiere del quale è cominciata proprio in questi giorni la commercializzazione, con una grande campagna pubblicitaria. Bloccare questa frazione del piano significa pregiudicare il progetto, già messo a rischio dalla procedura di vincolo che la sovrintendenza ai beni culturali ha avviato per le aree pubbliche di Tuvixeddu, compreso il canyon artificiale dove dovrebbe passare la strada d’accesso al nuovo quartiere.
Contro quell’iniziativa i legali del gruppo Cualbu hanno ricorso al Tar insieme a quelli del Comune, ma se le informazioni ufficiose arrivate da Roma trovassero conferma il costruttore sarebbe davanti alla più brutta delle gatte da pelare. Bocciati i due nullaosta finali, si tratterebbe di riaprire la procedura autorizzatoria ma secondo le indicazioni del Consiglio di Stato. Una su tutte, che ricalca le motivazioni con cui l’allora sovrintendente Fausto Martino aveva bocciato le autorizzazioni giudicandole affette da un “vizio esiziale”: prima di firmarle, il Comune avrebbe dovuto trasmettere la pratica alla sovrintendenza ai beni architettonici, il cui parere è indispensabile - come ha ribadito l’avvocato Sabelli - per rendere efficace il nullaosta. In questo caso, a leggere il ricorso dell’avvocatura generale dello stato, non solo sarebbe mancata la richiesta del parere, ma non risulterebbe traccia di alcuna documentazione tecnica sulla parte di progetto oggi contestata. Come dire: il sovrintendente Martino sarebbe rimasto all’oscuro di quanto Coimpresa intendeva e intende fare su Tuvixeddu, malgrado fosse proprio il suo ufficio quello demandato a esercitare il potere di controllo e di verifica. Sabelli peraltro, nel suo ricorso di ventotto pagine in cui si fa riferimento a «numerosi profili di illegittimità», punta il dito su altri aspetti della controversia e mette ancora una volta l’accento su un problema ignorato nei pronunciamenti giudiziari precedenti, quello che rappresenta il cavallo di battaglia delle associazioni ecologiste impegnate da anni nella difesa del colle punico: l’entrata in vigore del codice dei beni culturali e del paesaggio ha cambiato radicalmente la valutazione sull’impatto degli interventi edificatori in aree sensibili. Se le norme precedenti tendevano a tutelare il luogo, quelle in vigore difendono il paesaggio nella sua interezza e complessità naturale. Ora però si tratta di capire quali punti abbiano convinto i giudici di Roma a fermare i nullaosta per Tuvixeddu: forse gli errori commessi - secondo l’avvocato Sabelli - dal Tar Sardegna nella sentenza di aprile. Forse l’assenza di quel passaggio di documenti che ai comuni mortali può sembrare una formalità ma che in un giudizio amministrativo diventa decisivo.
TRIESTE - A cinquanta metri, depositi di materiali infiammabili e il sito di una centrale turbogas ad alto potenziale approvata da Roma. A cento metri il terminal di un oleodotto internazionale, con petroliere su tre pontili. Poco in là, un mega-inceneritore rifiuti (150 metri), gli altoforni di una ferriera (500 metri), depositi di formaldeide (700). Tutti potenziali inneschi a catena. Intorno, la città. Una superstrada a 120 metri, le prime case alla stessa distanza, i primi quartieri popolari a 600 metri e lo stadio a mille. Possibile che vada a incastrarsi proprio qui il rigassificatore della spagnola Gas Natural, che ha appena avuto il via libera del governo? Sì, è questo il luogo. Una baia grigia e inquinata, piena di industrie. Attorno, solo nebbia, ansia e silenzio. Ansia per l´ambiente e per il rischio di incidenti a catena. Silenzio delle istituzioni che non spiegano ed esortano a una generica fiducia. Nebbia su tutto: sui progetti, sul senso dell´operazione, sul futuro di Trieste. Nebbia sul mare più vulnerabile dell´Adriatico e sul polo energetico che nel 1972 fu colpito per primo in Europa dal terrorismo internazionale.
Tranquilli, dicono alla Gas Natural, «tutti i possibili scenari sono stati contemplati nei diversi studi di rischio». Sanno della presenza degli obiettivi sensibili attorno al loro impianto? «Ovviamente gli studi sui rischi e sul possibile effetto domino tengono conto di queste installazioni e della popolazione attorno. Studi condotti su alti standard dicono che l´impianto è sicuro. Dobbiamo operare in sicurezza per 30 anni e nessun errore sarebbe tollerabile tra noi». Uno si fida, e va a cercare conferma negli studi. Ma nell´allegato sull´effetto domino si scopre che le cartografie sono monche. Niente depositi costieri, né inceneritore e serbatoi di formaldeide. La commissione ministeriale, farcita di avvocati non specialisti di infortunistica e ambiente, ha davvero letto le carte prima di approvare il progetto? Il Governo non parla che di sicurezza, ma in materia di energia la griglia diventa un colabrodo.
Vedere per credere. Gli studi di impatto spesso riportano solo i cognomi degli estensori e quasi mai sono firmati; talvolta semplici powerpoint, relazioni semi-anonime allegate copia-incolla. C´è persino una fondamentale traduzione in italiano nettamente difforme dall´originale spagnolo, anonima e con logo alterato. Un geometra inorridirebbe, ma i ministri non hanno visto nulla. Nemmeno il sottosegretario all´ambiente Roberto Menia, che è pure triestino. «Se questa roba me l´avesse data uno studente come tesi di laurea, gli avrei detto di ripassare dopo sei mesi», ha detto ieri il professor Marino Valle, specialista europeo di energia e sicurezza. Un esempio? In un corposo documento firmato - questo sì - da José Maria Medina Villaverde, l´acqua fredda scaricata nella baia sale miracolosamente in superficie anziché stagnare sul fondo e l´effetto accumulo delle centinaia di milioni di metri cubi di mare sputati a bassa temperatura dall´impianto è ignorato. Quintali di documenti su tutto lo scibile umano (dalla meteorologia all´impiantistica) attribuiti sempre agli stessi cognomi, spesso illustri sconosciuti. Profili di temperature relativi a zone ben diverse dalla baia o prelevati da Internet; sottostima della bora (36 km orari a fronte di 100) nel calcolo della rotta d´accesso delle navi, con misurazioni prese non a Trieste ma al largo di Caorle.
È così che si valutano i progetti energetici, si studiano i piani d´intervento della Protezione civile e si applica la "legge Seveso" sui disastri a catena? Arriveranno altri dodici impianti così in Italia. Taranto è nella stessa posizione di Trieste, con un rigassificatore incollato alla città in attesa di via libera. E con gli stessi dubbi sulle procedure. «Ho la gente nel panico» lamenta Fulvia Premolin, sindaco di Dolina, comune limitrofo all´impianto. E Nerio Nesladek, sindaco di Muggia: «Nessuno si è fatto vivo per spiegare». Il fatto è che qui pochi hanno dimenticato quelle bombe piazzate 37 anni fa da Settembre Nero sotto i depositi di petrolio della Siot e quel rogo che ci mise giorni a spegnersi e fu visto a centinaia di chilometri.
Ignorata dalla politica, ieri la comunità scientifica ha cercato di rompere il muro di silenzio. Pensate, è stato detto, a un mare che gela in un istante e a una nube di gas altamente infiammabile che lo ricopre e fa tabula rasa: basta un innesco minimo, e l´onda di calore si estende alla città e agli impianti vicini. Chi è contrario all´operazione chiede che la cattedrale energetica venga realizzata altrove, possibilmente off shore. Ma la paura è soprattutto ambientale. L´impianto succhia 800 mila metri cubi d´acqua al giorno: tutta quella della baia tra Muggia e Trieste passerebbe tre volte l´anno nella sua pancia. Il mare, già rimescolato con i fanghi inquinanti per i pompaggi, verrebbe sterilizzato con 70 tonnellate di cloro attivo l´anno e si raffredderebbe di alcuni gradi. Per uno degli spazi più chiusi dell´Adriatico il rischio è il collasso.
Altra sorpresa: il progetto non è mai stato approvato dalla Regione né discusso in Provincia. «Rispetto a dieci anni fa, è scomparsa la figura di un garante indipendente e autorevole», lamenta Giacomo Costa, luminare di chimica all´università. «La collettività è stata lasciata sola di fronte a un balletto di cifre e a una cosa troppo complessa da capire» conferma Adriano Bevilacqua, del sindacato regionale Vigili del fuoco. Che qualcosa non funzioni lo dimostrano le due indagini avviate dalla magistratura penale, irregolarità accertate dalla Finanza, e 5 ricorsi al Tar di cui uno (primo caso in Italia) di un comune straniero, Capodistria, confinante con Trieste. Il caso ormai è internazionale: la Slovenia teme inquinamenti delle acque e interferenze con i traffici portuali, e ha espresso forti perplessità ai ministri Frattini e Prestigiacomo in visita giorni fa a Lubiana.
La domanda ricorrente è: cosa accade quando il metano liquido a meno 162 gradi e la pressione di 85 Bar finisce in mare? «Vaporizza all´istante - risponde Gas Natural - Il vantaggio della miscela a base di metano è che è più leggera dell´aria. Perciò tutto sale in alto senza impatti sull´ambiente marino». Ma gli scienziati dicono il contrario. Ieri esperti sloveni hanno presentato un filmato in cui si vede lo sprigionarsi di una nube fitta che ristagna a lungo, poi si espande di 600 volte. Lo scenario è da fantascienza. È una nube pesante che entra anche nei tombini e, se prende fuoco, è capace di generare un irraggiamento da 5 kilowatt per metro quadro con effetti a catena su depositi di carburante, fabbriche, abitazioni. Ma le ansie riguardano anche la navigazione. Il nuovo traffico navale pesante come convivrà con la pesca, i traghetti, le crociere, il diporto e i commerci? L´ammiraglio della Capitaneria dice che 120 gasiere l´anno non sono un problema. Ma il collega di Chioggia ha istituito attorno al "suo" rigassificatore off shore due aree di interdizione concentriche, la maggiore di due chilometri e mezzo di raggio. Precauzione che, a Trieste, significherebbe la semiparalisi del movimento navi.
Intanto si va avanti al buio, con una politica energetica sibillina, procedimenti separati e una cabina di regia in atteggiamento subalterno. Mentre Gas Natural accelera, un´altra corporation, la Endesa (ora E.On), è in corsa per la costruzione di un secondo rigassificatore in mezzo al golfo. Nel contempo la Snam progetta una conduttura di metano da Trieste a Grado, la Lucchini-Severstahl parte con un turboimpianto i cui effetti sull´atmosfera non sono stati spiegati, e si parla anche dell´arrivo di gas russo a Monfalcone dopo gli accordi Putin-Berlusconi. Quali piani di sicurezza si possono fare in un caos simile? Sembra il Terzo Mondo. La foce del Niger. E invece è Italia.
Postilla
Non si capisce perché queste malvagità debbano essere consentite alla foce del Niger. Lì non ci sono uomini?
Una Finanziaria lunare. Ci sono articoli, commi, e subemendamenti, ma manca l’Italia. In particolare, manca l’Italia in crisi. Il Paese fatto di operai che perdono il lavoro, impiegati che aspettano gli aumenti contrattuali, studiosi che puntano alla ricerca, famiglie con bimbi piccoli da accudire, scolari iscritti alla scuola dell’obbligo, poliziotti impegnati per la sicurezza, magistrati e insegnanti. Manca tutto questo nel testo arrivato alla Camera: per ora ci sono solo i tagli «lineari» (metodo pericolosissimo, perché non distingue tra la qualità della spesa) decisi un anno fa e solo in parte recuperati con accordi successivi, per esempio sulla sanità e sulla scuola. Sulla carta il deficit migliora per 7,5 miliardi: nella realtà non è affatto detto che il rigore sia rispettato.Mai costi sociali di quel taglio ci sono tutti. Dopo la riunione della consulta economica del Pdl di ieri, nel centrodestra si è arrivati a un primo accordo (oggi seguirà un nuovo vertice con la Lega), da cui il relatore della Finanziaria è uscito con una lista di misure da finanziare: welfare, sviluppo e enti locali.
Ancora slogan: nessuna cifra di dettaglio. Solo la «dotazione» di 4 miliardi, il ricavato dello scudo fiscale. Un’entrata una tantum, per interventi una tantum. Nessun disegno strutturale, nessuna politica economica: fuori dal tavolo gli sgravi fiscali (che sia Irpef o cedolare sugli affitti). Restano risposte spot, mentre l’economia frana: gli italiani affrontano da soli la crisi più drammatica di tutti i tempi.Nona caso dall’opposizione Pier Luigi Bersani invoca una reazione «corale» alla crisi.
FAMIGLIE E LAVORATORI
Anche «Famiglia Cristiana» ha lanciato il suo j’accuse: neanche un euro per le famiglie. Non si accenna nemmeno al bonus famiglia (900 milioni) per le famiglie disagiate, mentre la social card è utilizzata dallametà della platea prevista in origine. Non ci sono i 400 milioni per la non autosufficienza, che il pd ha chiesto ieri di ripristinare. mancano 8 milioni per fronteggiare l’influenza A, non ci sono aiuti per i neonati. In primo piano ildrammadei precari, che restano in gran parte fuori dal welfare. nel loro caso chi perde il lavoro va a casa senza nessun aiuto. Eppure Silvio Berlusconi aveva detto che il governo non avrebbe lasciato a casa nessuno. Il ministero del lavoro starebbe lavorando a una mini-copertura,ma ancora non si conoscono i dettagli. E intanto la crisi corre. Aumenterà di qualche punto il sussidio della disoccupazione, ma i «paletti» sono davvero troppo bassi per fermare l’emorragia di lavoro. Nel «pacchetto» di Maurizio Sacconi compare anche una sorta di sanatoria contributiva (ancorauncondono), che aiuterebbe a coprire le misure messe in campo. Probabile poi la proroga degli sgravi sui premi aziendali, sempre che le aziende continuino ad erogarli. Resteranno senza rinnovi contrattuali i tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici.
SOLIDARIETÀ, RICERCA, FUTURO
Manca ancora il 5 per mille (che pure Giulio Tremonti si vanta di aver inventato),mancano tagliati gli aiuti all’economia «verde»:non si vedono gli sgravi sulle ristrutturazioni per il risparmio energetico. Ancora pochi fondi all’Università alla scuola (da finanziare persino i libri di testo), le missioni all’estero. Insomma, è una manovra senza futuro. Tremonti aspetta solo che passi la nottata. Ma così nella Penisola resterà notte fonda. v
Glielo ha chiesto Pierluigi Bersani. Un incontro lunedì, poi lunghe e ripetute telefonate il giorno dopo. E adesso Filippo Penati non scuote più la testa. Manca ancora il sì ufficiale, ma per l’ex presidente della Provincia si profila un futuro al Pirellone, come candidato alla presidenza contro Roberto Formigoni. Quello che fino a qualche settimana suonava come un granitico diniego si sta dunque sgretolando sotto l’effetto del pressing congiunto esercitato prima dai lombardi del Pd e adesso dallo stesso Bersani, che ha appena nominato Penati capo della sua segreteria.
Proprio questo nuovo incarico sembrava costituire un ostacolo lungo la strada del Pirellone. Almeno così sosteneva Penati («Mi si chiede un grosso sacrificio»), che però alla vigilia del faccia faccia a faccia con Bersani aveva già ammorbidito la posizione: «Io vorrei evitare - confidava lunedì - ma in un partito come il nostro si deve fare quello che serve». Insomma, proprio l’impegno nazionale nella cabina di regia del Pd lo starebbe portando a un’assunzione di responsabilità che cozza contro il suo progetto originario: candidarsi, sì, alle regionali, ma solo come capolista del Pd. E prepararsi poi da votatissimo consigliere del Pirellone alla sfida del 2011, come candidato sindaco.
Quello di Penati è un profilo di politico a tutto tondo, ma con alle spalle una solidissima esperienza amministrativa, cominciata nei primi anni Ottanta come assessore nella sua Sesto. Inoltre, e questo nell’entourage penatiano sta diventando il leit motiv delle ultime ore, il centrosinistra in Lombardia ha sempre candidato figure «di certo rispettabili, ma bisognose del forte traino dei partiti». Traduzione: a fare da traino stavolta sarebbe lui. Maurizio Martina, segretario lombardo del Pd, è stato il primo a proporre la carta Penati per la gara del Pirellone, e dopo la «chiamata» di Bersani dice che per l’ex sindaco di Sesto «ci sono forti stimoli ad accettare la sfida». Un via libera è già arrivato dagli alleati certi, Italia dei valori e Sinistra e libertà, mentre continua il corteggiamento dell’Udc. Intanto la mozione Bersani candida il sindaco di Cormano, Roberto Cornelli, alla segreteria provinciale. Se, come sembra, entro domenica non verranno presentati altri candidati, non ci sarà neppure bisogno di ricorrere alle primarie.
caro Penati: ma chi glie lo fa fare? Intendo, chi glie lo fa fare di accettare un ruolo tutto sommato marginale, di “capo dell’opposizione” per il prossimo travolgente mandato del Celeste Formigoni? Perché, complice anche una sua eventuale candidatura, questo ci aspetta, implacabile, con tutti i suoi strascichi di nuovo clientelismo, autostrade inutili, spreco di territorio, tirapiedi baciapile a bizzeffe e via dicendo. Per non parlare dell’altissima probabilità di un suo ufficioso quanto inevitabile ritiro a carica nazionale (quella di alto coordinamento a cui l’ha appena chiama il segretario Bersani) dopo la sconfitta alle elezioni e qualche mese di visibilità locale.
Per dirla tutta, e con un briciolo di buon senso: perché mai la stessa persona che è stata scalzata dal governo provinciale di Milano da un signor Nessuno messo lì a fare il candidato zerbino degli interessi del centrodestra, dovrebbe spuntarla contro la corazzata talebano-affaristica di ciellini, leghisti, annessi & connessi?
Nel Pd lombardo ci sono fior di personalità e intelletti, giovani, cresciuti esattamente nel clima da nuove reti sociali e politiche che tutti auspicano da anni, che conoscono benissimo il mitico “territorio”, e lei che non avrebbe nulla da guadagnare li lascia a far la muffa in terza fila, in una logica da “paracadutato da Roma” che peggio di così non si può?
Non ascolti gli appelli di chi ormai da anni infligge piuttosto sadicamente la medesima zuppa sempre più indigeribile ai democratici e progressisti di una Regione che avrebbe molto da dire. Sempre che la si lasciasse parlare, ogni tanto (f.b.)
Oggi la pausa pranzo - siamo ideologicamente contrari all’abolizione proposta dal ministro Rotondi - è a Villa Necchi Campiglio, un gioiello incastonato nel centro di Milano, appena dietro corso Venezia, dove una volta abitavano i grandi signori come gli Invernizzi della «Mucca Carolina» che allevavano i fenicotteri in giardino e noi bambini proletari ci fermavano oltre i cancelli a guardare quanto erano fortunati i padroni. Adesso gli storici palazzi sono occupati soprattutto da grandi studi di avvocati e commercialisti o dai nuovi ricchi come Diego della Valle entrato addirittura alla Rizzoli. Un segno dei tempi.
L’invito è della signora Giulia Maria Mozzoni Crespi, erede di una dinastia di industriali cotonieri e già proprietaria del Corriere della Sera fino a metà degli anni Settanta, che annuncia le dimissioni dalla presidenza del Fai dopo 35 anni di vigorose battaglie per la tutela del patrimonio culturale e per l’ambiente italiano. Le redini passano a Ilaria Buitoni Borletti, che porta nel nome l’identità di un’altra famiglia industriale lombarda. Ma la signora Crespi rimane in pista: assume la presidenza onoraria e mantiene la delega per l’ambiente.
Il menù, così lombardo e rassicurante in questa giornata grigia: brodo in tazza e pesce persico con risotto, favorisce la conversazione con la signora Crespi che ha il privilegio di tagliare giudizi precisi con la leggerezza e la cattiveria di chi ha ormai raggiunto da tempo l’età della saggezza.
Signora Crespi, perchè si dimette?
«Bisogna dare l’esempio e passare il testimone ai più giovani. Ilaria farà bene e raggiungerà traguardi ancora più importanti di quelli già conseguiti. Io mi dedicherò soprattutto alle battaglie per l’ambiente in Italia.... a proposito: c’è ancora Soru all’Unità? ».
Certo, Renato Soru è ancora editore dell’Unità. Perchè?
«Mi dispiace che abbia perso le elezioni in Sardegna. Soru è stato l’unico che si è opposto alla speculazione e alla cementificazione delle coste della Sardegna, un patrimonio straordinario del paese che va salvato ad ogni costo. Anche Soru dovrebbe essere recuperato alla politica, non si può fare qualcosa? L’ambiente è una priorità, se non lo comprendiamo siamo finiti. Basta guardare cosa succede a Milano».
Cosa succede a Milano?
«In questi giorni non si può camminare per strada. Milano è inquinata da far spavento, ma nessuno dice niente. Quando esco mi si irrita la pelle, mi piangono gli occhi.Michiedo chissà cosa devono soffrire i bambini in questa città. Ma non è solo l’inquinamento, è tutto l’insieme di come viene governata Milano che non funziona. L’amministrazione comunale si distingue solo quando c’è da sgomberare qualche famiglia di rom».
Non le è piaciuto cosa è successo ai rom di via Rubattino?
«No, è una cosa indegna. Non si possono spedire le famiglie e i bambini sotto i ponti, sgomberati dalla polizia, senza dare un rifugio alle famiglie. Se dobbiamo sgomberare, se ci sono problemi di sicurezza, pensiamo prima a una soluzione, a uno sbocco per tutti. Milano ha una storia, una tradizione di accoglienza, di ospitalità che riguarda laici e cattolici. Possibile che dobbiamo subire l’arroganza della Lega? Il nostro comune non è mai stato così mal ridotto».
E il sindaco Letizia Moratti?
«Mi hanno detto che in un anno è stata solo tre volte in consiglio comunale. Evidentemente non considera il confronto un suo dovere di sindaco. Pare che in tv non sapesse cosa rispondere... Guardi, a volte mi viene un brutto pensiero e provo qualche nostalgia per i sindaci socialisti, penso a Pillitteri e anche a quell’altro, quello più basso...».
Tognoli?
«Ecco, anche lui. Mettiamola così: si facevano molte cose per la città, la politica era presente forse anche troppo e poi è finita come sappiamo con le tangenti e la corruzione. Ma c’erano dei progetti, la gente poteva discuterne. Adesso tutti vogliono costruire, sono lavori che spesso non vengono finiti, ma non c’è nessuno che governa questi cambiamenti, non c’è un’idea credibile di cosa sarà Milano tra dieci o vent’anni. Tutti pensano solo a costruire e a far soldi».
Lei conosce bene gli imprenditori lombardi, saprebbe dire oggi dov’è finita la leggendaria borghesia milanese?
«Non c’è più, è scomparsa da anni. È inutile farsi illusioni. Sono diventati tutti berlusconiani ».
Adesso c’è il grande affare dell’Expo 2015.
«Vedremo. Io sono scettica, non mi piace, per ora vedo solo progetti vuoti e tante polemiche. Mi dispiace che c’è dentro anche l’architetto Boeri. Vogliono solo mettere altro cemento. Basta vedere quello che stanno combinando all’Isola, il vecchio quartiere popolare lo stanno distruggendo».
Non ha mai pensato di buttarsi in politica, di fare il sindaco di Milano?
«No, non ho un padre da portare in carrozzella al corteo del 25 aprile (come fece Letizia Moratti, una sola volta, ndr). Sono i giovani che dovrebbero impegnarsi. A mio figlio che si occupa di agricoltura ho detto di candidarsi a sindaco del suo paese, mi ha risposto che non se ne parla nemmeno. Tutti vogliono star lontani dalla politica. Il figlio di Leopoldo Pirelli si occupa di pesci».
Avrebbe un candidato sindaco, qualche progetto per cambiare Milano?
«Qualche idea ce l’avrei. Ma un nome non ce l’ho. Basta. In passato avevo puntato su Aldo Fumagalli ed è andata male. Poi ho appoggiato Bruno Ferrante, ma ho scoperto che era a vicino a Ligresti. Mi batto per l’ambiente e per valorizzare la società civile che voi giornalisti trascurate».
Non le piacciono i giornali?
«No. Sono anche spaventata perchè mio figlio mi dice che libri e giornali sono destinati a morire. Ma io non ci credo. I giornali parlano solo di escort e trans per vendere qualche copia in più, mentre ci sono tante storie positive da raccontare».
Signora Crespi, lei è azionista Del gruppo Espresso-Repubblica: potrebbe parlarne con Carlo De Benedetti ed EzioMauro, sono persone così sensibili, capirebbero.
«Chissà, forse ha ragione».
Arriva il gelato. La signora fa il bis:«È buonissino, lo riferisca di là» dice al cameriere. Poi tutti via, la pausa-pranzo è finita
Dunque Berlusconi ha fatto sapere che è intenzionato a «dire tutto» in Tv, magari a reti unificate, per dimostrare che «è in corso una persecuzione giudiziaria». Si potrebbe osservare che da parecchi anni avrebbe dovuto «dire tutto», e dirlo davanti ai giudici, come sono tenuti a fare tutti i cittadini, innocenti o colpevoli quando sono coinvolti in affari di giustizia. Se volesse, ma purtroppo non nutriamo fiducia, entrare davvero nell´ampio contenzioso che lo contrappone non tanto alla magistratura ma alla Legge, farebbe bene a ripassare l´esaustivo dossier compilato in proposito da Giuseppe D´Avanzo (Repubblica del 18, 20 e 23 us). Il nostro cronista ha squadernato di fronte ai lettori, come reperti di anatomia patologica, il numero dei processi in cui è stato implicato il presidente del Consiglio: 16 e non 106, come l´interessato abitualmente affabula, il loro svolgimento preciso e la loro conclusione, laddove vi è stata. Alla fine ha suggellato l´inchiesta con una "moralità", tratta da Shakespeare, allorquando in "Misura per misura" il potente Lord vicario, rivolto alla donna che lo accusa, esclama, sicuro di sé: «La mia menzogna avrà più peso della tua verità!». Citazione che mi ha convinto solo in parte. Non vi è dubbio, infatti, che il potere abbia contato nei secoli quasi sempre più della verità, tanto che i rari casi di trionfo della giustizia sono stati portati ad esempio per i posteri, come quando Renzo e Lucia riuscirono infine a sposarsi. E pur tuttavia, nella annosa vicenda giudiziaria che inquina l´Italia, c´è qualcosa d´altro che si sovrappone alla eterna prevaricazione del forte sul debole.
La vergogna italiana è più specifica e attuale. Appartiene alla storia recente e senza di essa non si spiega. Si può definire come un generalizzato stravolgimento del senso delle cose, con un agglutinarsi degli opposti, non più distinguibili: il bene e il male, il delitto e l´innocenza, la volgarità e lo stile, e soprattutto, ciò che nella coscienza comune, non solo nel codice, fino a tempi recenti, era vietato e ciò che non lo era.
Il riscontro fattuale di questo fenomeno abbastanza unico, almeno nelle democrazie liberali, emerge nella cosiddetta persecuzione giudiziaria di Berlusconi. Quel che più colpisce è che nei dibattiti televisivi, nelle proposte di buona volontà di chi vorrebbe liberarsi del ricorrente impiccio, togliendolo in qualche modo dall´agenda, in quanti, avendo smarrito ogni logica ispirata alle costituzioni occidentali, blaterano di intangibilità dell´eletto di fronte alla chiamata in giudizio per reati di diritto penale, verificatisi nell´attività privata e non politica degli inquisiti, ebbene in tutta questa casistica ciò che ricorre non è la proclamazione dell´innocenza del reo, ma la denuncia della prevaricazione dei giudici.
Così, non solo per i sodali di stretta osservanza del Cavaliere, ma per i tanti che, pro bono pacis, cercano scappatoie parlamentari ed anche per milioni di elettori che hanno assimilato all´agire pubblico, l´ideologia del tifoso, per cui i propri campioni hanno sempre ragione e vanno sostenuti anche quando segnano un gol con le mani o rubano la partita, avendo corrotto l´arbitro, ebbene per tutti costoro che Berlusconi sia colpevole o innocente sembra non contare più nulla. Del resto Berlusconi stesso non dice mai: «Io sono innocente e lo dimostrerò davanti al giudice!». Il problema centrale non se lo pone neppure. Semplicemente esige di essere sottratto da ogni e qualsivoglia giudizio.
Ha portato in Parlamento i suoi legali perché gli cucinino provvedimenti ad hoc e, quando si è reso conto che neanche questo basta, fa escogitare altre sanatorie. Sarebbe stato più semplice votare all´inizio della Legislatura una legge di poche righe: «Tutti i reati di qualunque tipo, anche ricadenti sotto il profilo del diritto penale, eventualmente commessi prima, durante e (già che ci siamo, ndr) dopo l´esercizio del suo mandato politico dal presidente del Consiglio non sono soggetti ad azione giurisdizionale né possono essere perseguiti in alcun modo».
Cosa è giusto e cosa è ingiusto? Chi è innocente e chi colpevole? Se non siamo più capaci di rispondere a questi elementari interrogativi, tutto il resto è vaniloquio. Certo, tutto questo è cominciato prima di Berlusconi, prima ancora che scoppiasse Tangentopoli.
Quando la democrazia italiana era bloccata dalla guerra fredda e pagava il costo di una indispensabile e salvifico compromesso, perché il Paese non scivolasse verso lo scontro interno sanguinoso e neppure finisse in un regime autoritario di destra, i costi crescenti del funzionamento della macchina politica furono concordemente ripartiti. Gli uni percepivano una specie di Iva illegale su tutti gli affari, in specie quelli pubblici, tradotta in tangenti suddivise in quote di partito; gli altri si alimentavano attraverso i finanziamenti provenienti dall´Urss e con un aggio sull´attività delle cooperative. Gli uomini attraverso cui, a diversi livelli, transitavano i soldi, erano sovente disinteressati e non trattenevano un centesimo per se stessi. Altri non lo erano e lucravano anche personalmente. Cominciò lì a confondersi il concetto di onestà. Al centro e a sinistra il finanziamento illegale non si connotava come immorale. Nell´opinione pubblica prevalse l´idea che erano «tutti ladri», ma anche che il furto era una necessità insita nella politica. Quando crollò il Muro di Berlino andarono ad esaurimento i finanziamenti a sinistra mentre maturava nella stragrande maggioranza di chi sborsava quell´Iva aggiuntiva, dell´inutilità del pedaggio, una volta dissolta la minaccia comunista. I partiti crollarono su se stessi e Tangentopoli si affermò come una grande operazione di pulizia.
Riempiendo un vuoto i magistrati a volte andarono al di là del limite che avrebbero dovuto auto imporsi. Tutti, però, plaudirono, soprattutto a destra ma anche fra gli ex comunisti che si illudevano di averla scampata. Le macerie del cattolicesimo democratico lombardo veneto fecero da concime alla Lega. In tutto il resto d´Italia si affermò in breve tempo l´unico che avesse ancora i soldi, Silvio Berlusconi. Armato dell´arma assoluta delle Tv è assai più forte, convincente, pervasivo degli agit-prop comunisti di un tempo e delle «madonne pellegrine» che li fronteggiavano. Tantissimi italiani si sono convertiti al suo verbo. Così avviene che non ci sia ribellione etica nei confronti di un capo del governo gravato da un´accusa gravissima, già ampiamente provata, quella di corruzione giudiziaria. Sancita non dai cosiddetti «procuratori rossi» ma dalla Corte di Cassazione che nel luglio del 2007 ha confermato la condanna di Previti (il Cav. voleva nominarlo Guardasigilli!) e degli altri imputati nel processo Mondadori per il seguente reato: «A norma del 110, 319 ter e 321 del codice penale perché Berlusconi Silvio, Previti Cesare, Acampora Giovanni, Pacifico Attilio in concorso tra loro... promettevano e versavano somme di denaro a Metta Vittorio, magistrato della Corte d´Appello di Roma, affinché questi violasse i propri doveri di imparzialità... allo scopo di favorire la famiglia Mondadori/Formenton – e in conseguenza Silvio Berlusconi – nel giudizio che la vedeva opposta dinanzi alla Corte di Appello civile di Roma alla Cir dell´ing. Carlo De Benedetti». Nella stessa sentenza si confermava di non doversi procedere verso Silvio Berlusconi per intervenuta prescrizione, in quanto colpevole al momento dei fatti di corruzione semplice, non aggravata dalla corruzione in atti giudiziari, entrata in vigore poco dopo, nel 1992. Quale uomo politico del mondo libero, a cominciare dal Presidente degli Stati Uniti, gravato da una simile e comprovata accusa, sarebbe tollerato alla testa del governo, al di là di quanti voti abbia ottenuto?