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Sorelle e fratelli friulani che tanto vi siete dannati a ricostruire pietra su pietra Venzone e il suo Duomo dopo il terremoto, sappiate che vi siete illusi, “il Duomo di Venzone è una cartolina, una immagine virtuale”. Parola del futuro segretario generale del Ministero, arch. Roberto Cecchi, oggi direttore generale per una sfilza di beni fra cui quelli architettonici. Sorelle e fratelli che tanto vi angosciate per l’Aquila, sappiate che siete degli illusi: restaurare significa “tornare indietro, il restauro è quasi il contrario della tutela”.

Parole dello stesso Cecchi scandite come granitiche certezze davanti a persone che nel restauro e recupero dei centri storici stanno spendendo una vita: Pier Luigi Cervellati, Vezio De Lucia, lo storico dell’arte aquilano Ferdinando Bologna, lo stesso Roberto De Marco già direttore del servizio sismico, relatori al bel convegno dell’Associazione Bianchi Bandinelli.

Tesi di Cecchi: non bisogna illudersi coi restauri (cosa ci fa lo strutturista Giorgio Croci, salvatore di San Francesco ad Assisi, sulle volte di Collemaggio? Ma chi vuole illudere?), occorre fare prevenzione. Ora, che la prevenzione sia sacrosanta, non c’era bisogno di raccontarlo a quella platea. Ma, di fronte alle macerie dell’Aquila non ancora selezionate, che si deve fare? Un predicozzo sulla mancata prevenzione?

“La direzione generale – aveva esordito Cecchi - non ha avuto nessun ruolo nella vicenda dell’Aquila”. Pensavamo, ingenui: adesso polemizza con l’emarginazione secca delle Soprintendenze a favore di Bertolaso. Invece no, se l’è presa coi restauri. Se questa è l’alba della ricostruzione dell’Aquila vista dal Ministero, è notte fonda.

L'incontro di questi giorni a Milano tra il Presidente Napolitano e i familiari delle vittime di Piazza Fontana è stato un momento simbolico, ma nel 40° anniversario della strage non possono bastare le commemorazioni. La strage di Piazza Fontana è imprescrittibile non solo sul piano giudiziario ma anche sul piano storico-culturale, perché è un evento che ha condizionato la storia del nostro Paese ed ora è possibile far avanzare i confini della verità ed arretrare quelli del «mistero» che in realtà già in buona parte non è tale. Dopo il processo di Catanzaro, giunto comunque alle soglie della verità, le indagini condotte a Milano negli anni '90 dall'Ufficio Istruzione hanno fatto fare un salto di qualità.

Si conosce molto della strategia e del meccanismo operativo dell'operazione che si è conclusa il 12 dicembre e anche se non sono state affermate responsabilità di singoli imputati, nelle stesse sentenze di assoluzione è scritto che non è ormai più dubbio che la paternità dell'ideazione e dell'esecuzione degli attentati risalga ai neofascisti veneti di Ordine Nuovo aiutati da ufficiali dei Servizi Segreti di allora.

Ma oggi è possibile andare oltre, nuovi spunti di indagine emergono dal lavoro di ricerca di Paolo Cucchiarelli che nel libro Il segreto di Piazza Fontana ha riportato tra l'altro la confessione quasi completa ricevuta da un neofascista romano e altri elementi nascono spontaneamente quasi per forza propria da nuovi testimoni che accettano di raccontare. È stata trovata grazie alla Procura di Brescia l'agenda del 1969 di Giovanni Ventura con le annotazioni che sembrano confermare post-mortem il racconto del pentito Carlo Digilio, ci sono le prime confessioni sugli attentati che hanno preceduto la strage come le due bombe alla Stazione Centrale di Milano dell'8/8/1969, sembra ormai chiaro quale esplosivo sia stato utilizzato.

E l'ex-capo del Sid, generale Maletti, da molti anni latitante in Sud-Africa, sembra disposto a riferire quanto sa pur di poter tornare, molto anziano com'è, in Italia. L'Ufficio Istruzione che, nell'isolamento e tra lo scetticismo aveva sviluppato le indagini negli anni '90 è un ufficio investigativo che da molti anni non esiste più.

C'è chi potrebbe raccogliere e completare oggi questo lavoro: gli uffici inquirenti milanesi che hanno dato con successo svolte ad indagini come quelle sull'omicidio Calabresi, sulle nuove Brigate Rosse, su Abu Omar. L'impegno e l'entusiasmo dimostrati in questi e in altri casi anche per Piazza Fontana possono portare a nuovi elementi di conoscenza di quanto avvenuto. Sarebbe un risarcimento per le vittime e la città che si è sentita tradita dalle istituzioni.

Le carte arrivate sembrano ancora in attesa ma la richiesta di riprendere le indagini presentata in luglio con decisione ed argomenti dal difensore dei familiari delle vittime, deve essere ascoltata.

Non farlo sarebbe una pagina negativa. Il nostro Palazzo di Giustizia, così vicino a Piazza Fontana, scriverebbe forse l'unica pagina bianca della sua storia giudiziaria, una storia di cui la città è stata sinora giustamente orgogliosa.

L’autore è il giudice di Milano che ha riaperto l'inchiesta su Piazza Fontana

Ho voluto intitolare la mia riflessione sul post-terremoto “L’informazione intermittente” perché mi sembra che questa sia stata l’attenzione del mondo dell’informazione ai complessi e delicati problemi posti drammaticamente dal terremoto abruzzese dell’aprile scorso.

Intermittente perché soltanto pochi organi nazionali d’informazione se ne sono occupati con la dovuta continuità delegandola in sostanza agli organi regionali e locali.

Intermittente perché, mentre è stata fin dall’inizio molto forte, aggressiva e costante la linea politico-propagandistica scelta dal presidente del Consiglio, con tutti i gravi limiti di una risposta soltanto “edilizia”, incostante e intermittente è stata l’informazione e ancor di più il commento riservato dagli organi nazionali (carta stampata e televisione) alla realtà vera del post-terremoto, al di là cioè del “tutto va nel migliore dei modi” governativo.

Sul primo dato (pochi organi di informazione nazionale se ne sono occupati con continuità) mi pare che non possano esservi obiezioni rilevanti: dei giornali più venduti il solo a dedicare – passata l’ondata emotiva delle prime settimane - servizi estesi e approfonditi è stata “La Repubblica”, insieme all’”Unità” e a pochi altri fra i quali “Il Manifesto”. Anche in sede di commento, ad esempio con la rubrica – molto seguita e apprezzata – di Mario Pirani, il lunedì, nella quale uno dei commentatori più stimati ha posto subito in rilievo l’insufficienza dei finanziamenti e il loro assurdo dilazionamento all’orizzonte 2032.

Giornali importanti come “Il Messaggero” che pure si rivolge, anche nel bacino romano, a numerosi immigrati abruzzesi, hanno delegato soprattutto alle cronache quotidiane locali il compito di informare i lettori (della sola regione però, o a quanti navigano sul web). Compito svolto in modo, occorre sottolinearlo, piuttosto ricco e non poche volte coraggiosamente critico. Un compito, quest’ultimo, che ha svolto con puntualità anche il quotidiano regionale del gruppo L’Espresso, cioè “Il Centro”, la cui redazione ha seguito passo passo le vicende aquilane e abruzzesi.

Mi pare che discorsi analoghi sulla “intermittenza” si possano fare anche per i telegiornali più importanti (a parte, in una certa misura, il TG3 e l’intera RaiTre con trasmissioni quali “Ambiente Italia” e “Report”). Va aggiunto tuttavia che talune trasmissioni televisive hanno invece messo a nudo problemi e punti dolenti del post-terremoto. Mi corre l’obbligo di segnalare fra queste la trasmissione “Terra!” curata da Toni Capuozzo per Canale 5. Dove, nonostante l’appartenenza del canale al gruppo di famiglia Fininvest, in essa si sono dette, o fatte dire, critiche anche di fondo alla linea seguita dal governo nel post-terremoto, mettendo in risalto, per es., il ritardo nella partenza della ricostruzione aquilana, che ha provocato la frustrazione dei piccoli proprietari di alloggi lesionati, i quali hanno preferito – cito l’inchiesta – cominciare a vendere o a svendere a Fintecna.

Colleghi abruzzesi che so obiettivi mi dicono che i giornalisti del TGR Abruzzo hanno sposato, in particolare Daniela Senepa, la causa della ricostruzione aquilana compensando in parte la latitanza di Tg1 e Tg2 e l’intonazione essenzialmente propagandistica delle tv private, tese a spacciare per “ricostruzione” il progetto c.a.s.e.

Non ho visto molto la “Stampa” di questi mesi, dopo le prime settimane. Vedo quotidianamente il “Corriere della Sera” che, a parte alcune vicende di cronaca “nera” (primi scandali, arresti, la vicenda della Casa dello Studente), si è praticamente occupato assai poco dell’Aquila. Nulla di paragonabile comunque rispetto all’attenzione dedicata da “Repubblica” e, nonostante i mezzi molto minori, dall’”Unità”. Nulla di paragonabile all’attenzione dedicata al post-terremoto del 1997 in Umbria e Marche o ai più lontani terremoti del Friuli e dell’Irpinia.

Certo, quel sisma umbro-marchigiano di dodici anni or sono, con assai meno morti (anche perché le scosse erano avvenute a metà giornata) e però con un’area infinitamente più vasta (soltanto nelle Marche le chiese lesionate più o meno gravemente furono 1500 circa), ebbe una risonanza nazionale e internazionale assai più ampia e profonda perché aveva colpito, facendovi le sue uniche vittime, di fatto, un monumento di valore assoluto come la Basilica Superiore di Francesco in Assisi, attorno alla quale – minacciata di crollo totale – si mobilitò un’attenzione anzitutto televisiva di lunga, drammatica evidenza e durata.

Nel terremoto aquilano lo stesso risalto non si è riusciti a darlo, sul piano della comunicazione, alla Basilica di Collemaggio pur così preziosa, né si è riusciti a conferirlo al magnifico centro storico dell’Aquila ben più terribilmente colpito del centro storico di Assisi dove soprattutto talune chiese importanti erano state ferite.

Qui ha giocato probabilmente un ruolo la debolezza con la quale il tema strategico della ricostruzione del centro storico è stato posto in varie sedi risultando così decisamente perdente rispetto alla linea del governo e del suo presidente tutta giocata sull’efficienza edilizia, sul dare un tetto a tutti entro Natale, evitando i container ed eliminando le tendopoli. Tutti sappiamo che i programmi, pur “militari”, della protezione Civile hanno scontato invece seri ritardi, che decine di migliaia di persone sono state disperse negli alberghi e nelle pensioni della costa adriatica o presso case di parenti e amici.

Sappiamo quindi che le comunità locali – rispetto alle soluzioni post-terremoto adottate in Friuli o in Umbria e Marche (io ricorderei anche la bellissima medioevale Tuscania che ebbe, oltre trent’anni fa, più di 30 morti e distruzioni rilevanti, sanate tuttavia con perizia) – si sono notevolmente impoverite. Ma le proteste, gli allarmi, le denunce dei sindaci e ancor più, mi pare, dei parroci e della Caritas non hanno trovato voce nazionale di sorta, o quasi. La loro eco è rimasta insomma provinciale o regionale, al massimo. Quando hanno manifestato inquietudine i vescovi abruzzesi ai quali erano state fatte promesse di gran peso, il Vaticano li ha subito tacitati mandando in poche ore all’Aquila un vescovo ausiliare. Fatto inusitato che ha tuttavia suscitato pochi anche se accesi commenti (cito per tutti l’articolo di fuoco dedicato sull’”Unità” da Filippo Di Giacomo, un sacerdote). Come rari interventi ha provocato la decisione di un Ministero – quello dei Beni Culturali – autoeliminatosi peraltro dall’intera vicenda, di assegnare direttamente alle Diocesi i fondi per le riparazioni più urgenti delle chiese.

Pochi giornali e giornalisti si sono preoccupati di compiere inchieste serie, approfondite “sul campo” e di instaurare raffronti puntuali con le precedenti esperienze di soccorso, di assistenza, di ricostruzione. Operazione interessante e importante dal momento che governo e protezione civile hanno operato stavolta – ecco un altro elemento fondamentale, anche sul piano mediatico – come se non ci fossero mai state in passato quelle esperienze, come se partissero da zero, col fine preciso di dimostrare che si sarebbe fatto prima e meglio. Sul piano di una risposta, lo ripeto, limitata invece all’edilizia, al dare un tetto. Senza occuparsi quasi per nulla di centri storici, grandi e piccoli, di beni culturali e ambientali, e senza pianificare (parola uscita dal vocabolario politico governativo, praticamente) servizi e territorio.

Per fare tutto ciò, si è dato, come è risaputo, alla Protezione civile un potere sostanzialmente esclusivo, il monopolio degli interventi. Operazione resa possibile dalla ritirata politica totale del Ministero per i beni e le attività culturali, nel ’97 presente in forze e dotato di mezzi finanziari copiosi, e dalla debolezza politica e probabilmente anche tecnica della Regione Abruzzo. Operazione che, rovesciando completamente l’impostazione data al posto-terremoto in Friuli e in Umbria-Marche, ha escluso, non soltanto le comunità locali, ridotte sostanzialmente a spettatrici dolenti, ma anzitutto le Soprintendenze (quella regionale e le altre territoriali e settoriali), evitando l’impiego, in altre situazioni invece essenziale, di tecnici del più alto livello, evitando l’afflusso di specialisti che in passato hanno funzionato anche da formidabile cassa di risonanza mediatica, da elemento moltiplicatore e sollecitatore di altri apporti e pure di articoli, interviste, inchieste giornalistiche, ecc.

Tutto ciò perché dovevano in sostanza essere due, soprattutto, i protagonisti del post-terremoto sul piano mediatico: il presidente del Consiglio e il vice-ministro alla Protezione civile. Il fatto che in sede regionale e locale – ma pure nella maggioranza dei grandi giornali – non si siano levate subito voci critiche, in modo pacato quanto netto, per questa esclusione in partenza degli organismi tecnico-scientifici, degli esperti dei vari rami, da apporti decisionali, o comunque importanti, ha concorso a produrre quel deficit informativo che registriamo a livello nazionale e internazionale. E che sarà, temo, ben difficile colmare, dal quale sarà ben difficile risalire.

La stessa richiesta ai Paesi del G8 di “adottare” un monumento da restaurare all’Aquila – a parte la vecchiezza in sé, “ideologica”, della proposta (che a me è parsa, essendo da tempo l’Italia Paese fra i più sviluppati al mondo, una sorta di “mendicità di Stato”) - ha registrato un limitato successo probabilmente per non aver voluto in campo, ben visibili, gli alti dirigenti del Ministero, gli storici dell’arte, gli strutturisti e restauratori con solide relazioni in tutto il mondo, per non aver voluto quella mobilitazione di competenze tecnico-scientifiche e di passioni civili che si verificò invece per Assisi e che suscitò tanta impressione e quindi tanta eco nazionale e internazionale (e, alla fine, tanto consenso).

Né si è voluta, e quindi avuta, come dicevo dianzi, la intensa, decisiva partecipazione delle comunità locali, certo più forti e attrezzate laddove la civiltà e gli orgogli municipali e regionali sono storicamente più forti, in Friuli, in Umbria, nelle Marche. Nello stesso caso del post-terremoto irpino, fra Campania e Basilicata, su noi giornalisti più attenti a tali problemi la creazione a Napoli della Soprintendenza speciale creata e retta da Giuseppe Proietti e il cospicuo finanziamento affidato alle mani esperte e sagge di Mario De Cunzo avevano dato modo di fare informazione in maniera più ampia e adeguata.

In estrema sintesi: c’è stato, c’è e perdura un indubbio deficit di attenzione e di voglia di approfondire da parte dell’informazione a livello nazionale, ma ciò è avvenuto anche per l’impostazione straordinariamente accentrata, tutta politica e, alla fine, esclusivamente “edilizia” data dal presidente del Consiglio data alla gestione del post-terremoto e conseguentemente all’informazione su di essa. Grazie anche ad atteggiamenti certamente deboli, esitanti o subalterni, sul piano propagandistico, del mondo medesimo dell’informazione.

Il quale, a livello di canali televisivi (5 sui 6 complessivi di Rai e Mediaset, più ora i canali del digitale terrestre), sta come sappiamo, cioè fortemente omogeneizzato al potere del premier, e a livello di carta stampata risulta fortemente condizionato, con poche eccezioni, da proprietà saldamente in mano, o molto vicine, alla stessa famiglia del premier (Giornale, Libero, Panorama) o da proprietà le quali coincidono ormai con immobiliaristi/costruttori, in tutto, e cioè Messaggero, Mattino, Gazzettino, Corriere Adriatico (Caltagirone), o in parte, vale a dire Corriere della Sera (Ligresti) e altri giornali, per esempio il gruppo Rieffeser (Carlino, Nazione e Giorno) che pure ha corposi interessi fondiari. Una filosofia proprietaria che confligge frontalmente con una buona, seria, autonoma (soprattutto) informazione quando vi sono di mezzo questioni urbanistiche, architettoniche e territoriali.

Un ruolo molto significativo hanno così assunto i Blog e i Social Network molto tempestivi sempre nel dare voce alle varie componenti, pure a quelle minoritarie, della classe dirigente locale e alle diverse categorie di terremotati (gli abitanti delle tendopoli, poi quelli delle casette, i pendolari, gli ospiti degli alberghi, i cassaintegrati, i commercianti, i professionisti, quelli delle case b-c-e e della “zona rossa”). Un vero e proprio tam-tam che ha consentito di sventare tempestivamente alcune trappole celate nei decreti governativi (per es. sui rimborsi al 100 per cento), di sveltire varie scadenze fiscali, ecc. Da segnalare anche la vivacità dell’editoria abruzzese che sta sfornando numerose pubblicazioni (spesso di inchiesta) sul post-terremoto, fra queste i “Quaderni aquilani” con interventi importanti come quello di Giorgio Piccinato.

Una inequivocabile cartina di tornasole dell’intermittente e quindi insufficiente attenzione dedicata dai media nostrani al post-terremoto abruzzese è rappresentata dalla flebile eco incontrata da una iniziativa invece encomiabile come l’appello promosso dall’ex ministro per i Beni e le Attività culturali Giovanna Melandri per una “tassa di scopo” o comunque per un finanziamento straordinario da assegnare alla ricostruzione del centro storico aquilano. Appello sottoscritto da tutti gli ex ministri a partire da Alberto Ronchey, passando per Fisichella, Paolucci, Veltroni, la stessa Melandri, Urbani e Buttiglione. Con l’autoesclusione di Rutelli contrario a nuove tasse.

Fra i quotidiani nazionali – sto alla rassegna stampa fornitami dall’ufficio della stessa on. Melandri promotrice dell’appello - soltanto Il “Messaggero” (che ha l’Abruzzo fra le regioni di maggior diffusione) e l’”Unità” hanno dedicato un ampio servizio firmato all’iniziativa, certamente apprezzabile in tanto silenzio politico. La “Repubblica” le ha dedicato una corposa notizia e la “Stampa” una “breve”. Il “Corriere della Sera” – a quanto risulta dalla rassegna stampa citata – nemmeno una riga, un telegramma. Per rintracciare un altro ampio servizio firmato, dobbiamo infatti rifarci al quotidiano abruzzese del gruppo L’Espresso, “Il Centro”. Ed è tutto per la carta stampata. Tutto e davvero poco come eco nazionale. Intermittente e, concludo, decisamente insufficiente.

Era stata, si ricorderà, una invenzione estemporanea del presidente del consiglio che aveva annunciato il piano casa come l’iniziativa del Governo capace di rilanciare l’economia attraverso la rianimazione della stanca edilizia. Un annuncio che tenne campo in una non breve stagione politica e attrasse la generale attenzione. Berlusconi espose un progetto definito minutamente nelle ipotesi di concesso aumento quantitativo delle costruzioni esistenti e ne fece anche oggetto di uno schema di decreto legge, diffuso dal suo ufficio stampa. Un premio di cubatura a favore di chi la casa già ce l’ha, l’edilizia insomma contro l’urbanistica, perché i concessi incrementi quantitativi si impongono sulle diverse previsioni dei piani regolatori. Una libera uscita, guidata e a termine, da regole opprimenti. Un condono preventivo di minori (così considerati) abusi edilizi.

Ma la cultura urbanistica e istituzionale di Berlusconi (e dei suoi consiglieri) non aveva messo in conto che edilizia ed urbanistica, il governo del territorio secondo il lessico del rinnovato titolo V della Costituzione, fanno materia di potestà legislativa concorrente, limitata, quella dello Stato, alla determinazione dei principi fondamentali. E certo non poteva passare per principio fondamentale la previsione legislativa di specifiche ipotesi, minutamente disciplinate, di sospensione temporanea della applicazione dei piani regolatori.

Se ne accorsero con qualche ritardo, dapprima perplesse, le Regioni, che non contestarono il merito della iniziativa governativa, ma fecero quadrato a difesa dalla indebita invasione di campo. La eccezione istituzionale aveva la forza di far irrimediabilmente cadere l’annunciato piano casa. Ma le Regioni si diedero disposte a riceverlo in successione, anzi a farlo proprio, e nella intesa raggiunta nella conferenza unificata Stato – Regioni siglarono l’ impegno a metterlo entro tempi certi nelle loro leggi. Non lo fecero, si intende, senza corrispettivo, perché pretesero dal Governo che rapidamente, entro dieci giorni con decreto legge, semplificasse la disciplina dei procedimenti per il rilascio dei concorrenti titoli abilitativi degli interventi edilizi nelle materie di potestà legislativa esclusiva dello Stato, dunque innanzitutto per il rilascio di autorizzazioni paesaggistiche e le verifiche preventive sulla osservanza delle misure antisismiche. A quell’intesa seguì di pochi giorni il disastroso sisma d’Abruzzo, di quel decreto legge non si fece nulla e le Regioni si guardarono bene dal pretendere dal Governo l’osservanza del suo impegno (ad attenuare il rigore dei controlli preventivi in funzione antisismica?). Certo è che del decreto legge, con i previsti contenuti, le Regioni non avevano bisogno per far le loro leggi – piano casa.

Non dunque per questa ragione (perché manca il decreto legge) le leggi regionali già approvate e prossime ad essere approvate in adempimento dell’impegno assunto nella conferenza unificata si espongono a rilievi di legittimità costituzionale. Perché tutte non toccano la disciplina del Codice dei beni culturali e del paesaggio (i modi della autorizzazione paesaggistica) e neppure certo la disciplina antisismica.

Non interessa qui affrontare la valutazione comparativa delle leggi regionali – piano casa approvate e prossime all’approvazione. Rimandiamo alle accurate analisi critiche che più centri studio hanno compiuto, mettendo in evidenza le diverse applicazioni dei criteri definiti nell’intesa con il governo, talune perfino estensive, altre più giudiziosamente restrittive come quelle delle leggi di Toscana ed Emilia Romagna, che hanno tentato di ridurre a margini decenti gli inevitabili contrasti con le vigenti discipline di piano regolatore (e hanno per altro riconosciuto ai Comuni la facoltà di escludere l’efficacia del piano casa da speciali definiti ambiti del loro territorio). Perché è chiaro a tutti che si tratta di una misura eccezionale con efficacia a tempo determinato (diciotto o ventiquattro mesi) che esonera in previste e regolate ipotesi edilizie dalla applicazione della vigente e più restrittiva disciplina di piano. Che alla data scadenza riprenderà il suo pieno vigore e dunque vieterà per l’avvenire quegli incrementi edilizi temporaneamente legittimati. Per il principio di non contraddizione neppure le leggi più virtuose possono essere riuscite a far rientrare le nuove misure nella vigente generale pianificazione, perché sarebbe venuto meno il fine stesso dello speciale intervento legislativo, non ne sarebbe concettualmente concepibile la limitata efficacia nel tempo.

Non si è però riflettuto che simili leggi regionali che esonerano temporaneamente dalla osservanza della vigente disciplina urbanistico-edilizia contrastano per certo con i principi fondamentali che orientano la legislazione (concorrente) nella materia del governo del territorio. E se è vero che ancora il parlamento non ne ha formalizzato in un unico testo legislativo i principi fondamentali (la cui determinazione, in materia di potestà legislativa concorrente, è riservata allo Stato), quei principi ben possono e debbono essere riconosciuti operanti nella vigente legislazione statale nella stessa materia. Non sembra allora contestabile che a muovere dalla legge “ponte” del 1967 ancora in gran parte vigente, il sistema legislativo del governo delle trasformazioni urbane e territoriali si è consolidato sull’essenziale principio per cui tutte le trasformazioni anche edilizie debbono essere previste in strumenti generali di pianificazione che ne valutino la rispondenza agli interessi generali degli insediamenti. E contro questo principio, il principio fondamentale del governo del territorio (in difetto del quale il governo stesso si nega), si sono per certo poste tutte le leggi regionali - piano casa, che hanno sospeso a tempo l’applicazione dei piani regolatori, consentendo interventi di trasformazione edilizia non previsti quindi vietati nei vigenti strumenti urbanistici e nella relativa disciplina attuativa. Non sarà certo il Governo, che con l’intesa ha impegnato le Regioni a legiferare contro i principi fondamentali, a sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. E sembra difficile che l’applicazione delle leggi regionali così fatte diano motivo a contenziosi giudiziari nei quali la questione di legittimità costituzionale possa essere sollevata incidentalmente. E tuttavia non vogliamo piegarci a constatare inerti il grave caso di sofferenza istituzionale.

Dopo lo scontro sull’urbanistica con Palazzo Marino, Salvatore Ligresti benedice il Piano di governo del territorio della giunta Moratti: «Sembra un ottimo piano perché rispecchia quelle che sono le esigenze attuali di Milano: creare molto verde e spostare volumi dove c’è bisogno e quindi riordinare la città». E sulla richiesta di commissariamento del Comune presentata lo scorso settembre per sbloccare tre progetti edilizi, il costruttore dice: «Bisognava smuovere qualcosa». Da Ligresti anche la conferma della modifica per il grattacielo "storto" di Citylife: «Cercheremo di raddrizzarlo un po’».

Sono passati soltanto tre mesi dalla dichiarazione di guerra sull’urbanistica lanciata da Salvatore Ligresti a Palazzo Marino. Eppure sembrano trascorsi secoli dalla tensione che scatenò la richiesta di commissariamento ad acta del Comune presentata dal gruppo del costruttore per sbloccare tre progetti fermi da anni sulla carta. Almeno ascoltando le parole dello stesso Ligresti. Che, per la prima volta, ha parlato ufficialmente dello scontro scatenato con l’amministrazione. Difendendo così la scelta di quella richiesta, poi ritirata in extremis: «Bisognava smuovere qualcosa. Anche per tenere sveglia l’attenzione su quello che si realizza nell’incontro di oggi (il riferimento è al cantiere di Citylife, ndr)». Ma soprattutto dando un giudizio positivo sul Piano di governo del territorio, il documento che manderà in pensione il vecchio Piano regolatore e che il consiglio comunale dovrà iniziare a discutere a giorni. Ligresti in passato non avrebbe nascosto le sue perplessità. Ma adesso dice: «Sembra un ottimo piano perché rispecchia quelle che sono le esigenze attuali di Milano: creare molto verde e spostare volumi dove ce n’è bisogno, quindi riordinare la città». Parole che, però, scatenano la reazione del Pd. «Sono dichiarazioni gravissime - attacca il capogruppo in Provincia, Matteo Mauri - Ligresti non ha fatto altro che confermare il sospetto che già avevamo: le richieste di commissariamento servivano a fare pressione in vista dell’approvazione del Pgt e del Piano provinciale».

È stata una luna di miele quella consumata durante la pubblica cerimonia di inaugurazione del cantiere di Citylife. Lì, dove un tempo sorgevano i padiglioni dell’ex Fiera e dove sta prendendo forma un nuovo quartiere, l’ingegnere sedeva in prima fila ad ascoltare - tra gli altri - i ringraziamenti di Letizia Moratti per aver creduto e investito nel progetto. Un progetto da cui Ligresti, assicura, non ha intenzione di uscire cedendo la propria quota a Impregilo: «Non ci pensiamo neanche». Concreta, invece, la modifica per uno dei tre grattacieli, la torre "storta" di Daniel Libeskind che ieri ha presentato anche il nuovo palazzo residenziale da 26 piani su piazzale Arduino. «Cercheremo di raddrizzarla un po’ - ha spiegato l’immobiliarista - in fase esecutiva si cerca di risparmiare e una torre storta costa di più».

Il taglio del nastro del cantiere, tra autorità e visita agli scavi che si concluderanno entro il 2015, è sembrata l’occasione per infondere una nuova ventata di ottimismo anche in tema di crisi economica. Per Claudio Artusi, amministratore delegato di Citylife, «i lavori comporteranno un investimento di circa 1,5 miliardi di euro al netto dei 523 milioni per l’acquisto dell’area e daranno lavoro a 2mila persone. Altrettanti saranno gli occupati nell’indotto». E sulle vendite delle case: «Sono iniziate lo scorso marzo: già firmati contratti preliminari di acquisto per 100 milioni, e ci sono trattative in corso per altri 40 milioni».

Ieri è finita la lunga transizione italiana. Siamo entrati nello stato d´eccezione: ed è la prima volta, nella storia della nostra democrazia. Si apre una fase delicata e inedita, che chiude la seconda Repubblica su una prova di forza che non ha precedenti, e non riguarda i partiti ma direttamente le istituzioni.

Silvio Berlusconi ha scelto una sede internazionale, il Congresso a Bonn del Partito Popolare Europeo, per attaccare la Costituzione italiana (annunciando l´intenzione di cambiarla) e per denunciare due organi supremi di garanzia come la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale, accusandoli di essere strumenti politici di parte, al servizio del «partito dei giudici della sinistra» che avrebbe «scatenato la caccia» contro il premier.

Il Presidente della Camera Fini ha voluto e saputo rispondere immediatamente a questo sfregio del sistema istituzionale italiano, ricordando a Berlusconi che la Costituzione fissa «forme e limiti» per l´esercizio della sovranità popolare, e lo ha invitato a correggere una falsa rappresentazione di ciò che accade nel nostro Paese. Poco dopo, lo stesso Capo dello Stato ha dovuto esprimere «profondo rammarico e preoccupazione» per il «violento attacco» del Presidente del Consiglio a fondamentali istituzioni repubblicane volute dalla Costituzione. Siamo dunque giunti al punto. L´avventurismo subalterno del concerto giornalistico italiano aveva cercato per settimane di dissimulare la vera posta in gioco, nascondendo i mezzi e gli obiettivi del Cavaliere, fingendo che la repubblica fosse di fronte ad un passaggio ordinario e non straordinario, tentando addirittura di imprigionare il partito democratico nella ragnatela di una complicità gregaria a cui Bersani non ha mai nemmeno pensato.

Ora il progetto è dichiarato. Da oggi siamo un Paese in cui il Capo del governo va all´opposizione rispetto alle supreme magistrature repubblicane, nelle quali non si riconosce, dichiarandole strumento di un complotto politico ai suoi danni, concordato con la magistratura. È una denuncia di alto tradimento dei doveri costituzionali, fatta dal Capo del governo in carica contro la Consulta e contro il Presidente della Repubblica. Qualcosa che non avevamo mai visto, e a cui non pensavamo di dover assistere, pur pronti a tutto in questo sciagurato quindicennio.

Tutto ciò accade per il sentimento da abusivo con cui il Primo Ministro italiano abita le istituzioni, mentre le guida. Lo domina un senso di alterità rispetto allo Stato, che pretende di comandare ma non sa rappresentare. Lo insegue il suo passato che gli presenta il conto di troppe disinvolture, di molti abusi, di qualche oscurità. Lo travolge la coscienza dell´avvitamento continuo della sua leadership politica, della maggioranza e del governo nell´ansia di un privilegio di salvaguardia da costruire comunque, con ogni mezzo e a qualsiasi costo, trasformando il potere in abuso. La politica è cancellata: al suo posto entra in campo la forza, annunciata ieri virilmente dal palco internazionale dei popolari: «Dove si trova uno forte e duro, con le palle come Silvio Berlusconi?».

La sfida è lanciata. E si sostanzia in tre parole: stato d´eccezione. Carl Schmitt diceva che «è sovrano chi decide nello stato d´eccezione», perché invece di essere garante dell´ordinamento, lo crea proprio in quel passaggio supremo realizzando il diritto, e ottenendo obbedienza. Qui stiamo: e non si può più fingere di non vederlo. Berlusconi si chiama fuori dalla Costituzione («abbiamo una grande maggioranza, stiamo lavorando per cambiare questa situazione con la riforma costituzionale»), rende l´istituzione-governo avversaria delle istituzioni di garanzia, soprattutto crea nella materialità plateale del suo progetto un potere distinto e sovraordinato rispetto a tutti gli altri poteri repubblicani, che si bilanciano tra di loro: la persona del Capo del governo, leader del popolo che lo sceglie nel voto e lo adora nei sondaggi, mentre gli trasferisce l´unzione suprema, permanente e inviolabile della sua sovranità.

Siamo dunque alla vigilia di una forzatura annunciata in cui lo stato d´eccezione deve sanzionare il privilegio di un uomo, non più uguale agli altri cittadini perché in lui si trasfigura la ragion di Stato della volontà generale, che lo scioglie dal diritto comune. Si statuisca dunque per legge che il diritto non vale per Silvio Berlusconi, che il principio costituzionale di legalità è sospeso davanti al principio mistico di legittimità, che la giustizia si arresta davanti al suo soglio. La teoria politica dà un nome alle cose: l´assolutismo è il potere che scioglie se stesso dal bilanciamento di poteri concorrenti, l´autoritarismo è il potere che non specifica e non riconosce i suoi limiti, il bonapartismo è il potere che istituzionalizza il carisma, la dittatura è il comando esercitato fuori da un quadro normativo.

Avevamo avvertito da tempo che Berlusconi si preparava ad una soluzione definitiva del suo disordine politico-giudiziario-istituzionale. Come se dicesse al sistema: la mia anomalia è troppo grande per essere risolvibile, introiettala e costituzionalizzala; ne uscirai sfigurato ma pacificato, perché tutto a quel punto troverà una sua nuova, deforme coerenza. I grandi camaleonti sono invece corsi in soccorso del premier, spiegando che non è così. Hanno ignorato l´ipotesi che pende davanti ai tribunali, e cioè che il premier possa aver commesso gravi reati prima di entrare in politica, e l´eventualità che come ogni cittadino debba renderne conto alla legge. Hanno innalzato la governabilità a principio supremo della democrazia, nella forma moderna della sovranità popolare da rispettare. Hanno così dato per scontato che il diritto e la legalità dovessero sospendersi per una sola persona: e sono passati ai suggerimenti affettuosi. Un nuovo lodo esclusivo. E intanto, nell´attesa, il processo breve. E magari, o insieme, il legittimo impedimento, possibilmente tombale. Qualsiasi misura va bene, purché raggiunga l´unico scopo: il salvacondotto, concepito non nell´interesse generale a cui i costituenti guardavano parlando di guarentigie e immunità, ma nell´esclusivo interesse del singolo. L´eccezione, appunto.

Ma una democrazia liberale si fonda sul voto e sul diritto, insieme. E il potere è legittimo, nello Stato moderno, quando poggia certo sul consenso, ma anche su una legge fondamentale che ne fissa natura, contorni, potestà e limiti. Il principio di sovranità va rispettato quanto e insieme al principio di legalità. Perché dovrebbe prevalere, arrestando il diritto davanti al potere, e non in virtù di una norma generale ma nella furia di una legge ad personam, che deve correre per arrivare allo scopo prima di una sentenza? Come non vedere in questo caso l´abuso del potere esecutivo, che usa il legislativo come scudo dal giudiziario? È interesse dello Stato, della comunità politica e dei cittadini che il premier legittimo governi: ma gli stessi soggetti hanno un uguale interesse all´accertamento della verità davanti ad un tribunale altrettanto legittimo, che formula un´ipotesi di reato. Forse qualcuno pensa che il Presidente del Consiglio non abbia i mezzi e i modi e la capacità per potersi difendere e far valere le sue ragioni in giudizio? E allora perché non lasciare che la giustizia faccia il suo corso, anche nel caso dell´uomo più potente d´Italia, ricongiungendo sovranità e legalità?

L´eccezione a cui siamo di fronte ha una posta in gioco molto alta, ormai. Qualcuno domani, messo fuori gioco da Napolitano e Fini, condannerà le parole di Berlusconi, ma ridurrà lo sfregio costituzionale del premier a una questione di toni, come se fosse un problema di galateo. Invece è un problema di equilibrio costituzionale, di forma stessa del sistema. Siamo davanti a un´istituzione che sfida le altre, delegittimandole e additandole al popolo come eversive. Con un ricatto politico evidente, perché Berlusconi di fatto minaccia elezioni-referendum su un cambio costituzionale tagliato su misura non solo sulla sua biografia, ma della sua anomalia.

Per questo, com´è chiaro a chi ha a cuore la costituzione e la repubblica, bisogna dire no allo stato d´eccezione. E bisogna aver fiducia nella forza della democrazia. Che non si lascerà deformare, nemmeno nell´Italia di oggi.

Al cuore dello stato

di Valentino Parlato

Siamo a una crisi istituzionale, dell'equilibrio tra i poteri costituzionali della Repubblica, come non ne ricordo. A questo punto mi viene da scrivere che siamo alla vigilia di un colpo di stato o al 25 luglio di Silvio Berlusconi (per i più giovani ricordo che il 25 luglio il Gran consiglio fascista liquidò Benito Mussolini). L'aggressività smodata del presidente del consiglio è sintomo della sua insicurezza e, quindi, della volontà di fare il colpo di stato, sferrare l'attacco finale. Vorrei ricordare che il 12 ottobre di quest'anno Il Giornale (la proprietà è nota) scriveva: «Se eleggessimo noi l'uomo al Quirinale?» L'annuncio della volontà di fare dell'Italia una repubblica presidenziale, non all'americana, ma piuttosto fascista.

Silvio Berlusconi ha scelto il congresso del Partito popolare europeo, a Bonn, per sferrare un attacco durissimo, e con la volgarità che si accoppia alla violenza, alla magistratura, alla Corte costituzionale e ai presidenti della Repubblica (gli ultimi tre, tutti di sinistra e tutti responsabili dei suoi guai). In sintesi l'attacco centrale è alla Costituzione che va violata, roba di un passato da rigettare. Mai un riferimento negativo al fascismo o, positivo, alla resistenza o anche alle potenze che sconfissero Hitler e Mussolini. Di conseguenza, il suo stato maggiore chiama a una grande manifestazione a Milano dei suoi sostenitori.

A Bonn non mi risulta che abbia avuto applausi, la Merkel si è tenuta al no comment. In Italia ci sono state le reazioni non solo di Di Pietro, ma anche di Fini che ha voluto ricordare a Berlusconi gli articoli 1, 134 e 136 della Costituzione che per Fini è ancora vigente. E, sempre Fini, si augura che «il premier trovi modo di precisare meglio il suo pensiero». Ma un Berlusconi che proclama, anche a Bonn, di «avere le palle» non rettifica. Sarebbe un suicidio. Anche il Quirinale (dove c'è il terzo presidente di sinistra) ha espresso «profondo rammarico e preoccupazione» per «il violento attacco» alla Costituzione. Bene, ma questo non mi sembra tempo di «rammarichi». Eloquente il silenzio (almeno fino a ieri sera) del presidente del Senato.

Ripeto, e temo di non sbagliare, siamo alla liquidazione della Costituzione e di tutti i poteri costituenti, compreso il Parlamento. Occorre produrre, d'urgenza una risposta proporzionata al pericolo. E, francamente Bersani, il segretario del maggiore partito di opposizione, non può limitarsi a dar ragione a Napolitano e dire che i popolari europei, sentendo Berlusconi si sono resi conto dei pericoli del populismo. Lui, Bersani e il suo partito, che fanno?

Oggi a Roma c'è una grande manifestazione sindacale, di lavoratori qualificati e importanti: pubblico impiego e istruzione: lo Stato e la cultura. Non possono fermarsi alle legittime e giuste rivendicazioni sindacali. Debbono andare oltre. In queste settimane è in gioco la democrazia, l'eguaglianza (almeno formale) tra i cittadini.

Tutti dobbiamo metterci in movimento: non possiamo attendere tranquilli la grande manifestazione di Milano per l'aspirante duce Silvio Berlusconi.

Rodotà: «Errore il dialogo Adesso va isolato»

intervista di Andrea Fabozzi

«Siamo al punto: dopo aver praticamente chiuso il parlamento, dopo aver ridotto il Consiglio dei ministri a un comitato di affari del presidente del Consiglio, ecco che Berlusconi annuncia la sospensione dei diritti costituzionali. Perché è questo il significato dell'attacco alle istituzioni di garanzia». Stefano Rodotà commenta con preoccupazione le parole di ieri di Silvio Berlusconi. E aggiunge: «Qualcuno mi aveva detto che ero stato eccessivo a scrivere che in Italia c'era il rischio dell'estinzione dello stato costituzionale di diritto ma è esattamente quello che sta succedendo. Nella cultura di Berlusconi non c'è la democrazia. È un padrone delle ferriere con l'attitudine a identificare l'interesse generale con il suo interesse personale».

L'interesse e la volontà generale, spiega Berlusconi, si è manifestato al momento del voto. Bisogna lasciarlo governare.

Il voto popolare non scioglie dall'osservanza dalle leggi. È un postulato elementare dello stato di diritto. Viceversa dobbiamo parlare di stato monarchico o assoluto che evidentemente è quello che ha in testa Berlusconi quando propone le riforme istituzionali. Dunque stiamo attenti. Per il cavaliere i poteri indipendenti non esistono. Sono automaticamente opposizione. Ossessivamente comunisti. E così la corte Costituzionale diventa un partito della sinistra ma Berlusconi neanche sa qual è la provenienza dei giudici costituzionali, se lo sapesse non parlerebbe così. Il discorso di ieri è chiarissimo: o si sta con chi ha vinto le elezioni ed è in testa nei sondaggi oppure si sta fuori. Ecco perché dice che è finita l'epoca della ipocrisia: è partito all'assalto delle istituzioni d garanzia.

Lei vede un salto di qualità in questi attacchi? Siamo al punto di non ritorno?

C'è un effetto reiterazione, questo è innegabile. Gli attacchi ci sono già stati, giusto un anno fa Berlusconi lanciò il suo affondo contro il capo dello stato a proposito del decreto per Eluana Englaro. Questa da una parte è la conferma di un atteggiamento consolidato ma dall'altra è il segnale gravissimo di una escalation che non si vuole in nessun modo arrestare. E così ieri, dopo aver detto mille volte che non si deve denigrare il nostro paese, in una sede istituzionale all'estero ha denigrato le massime istituzioni di garanzia del paese, il presidente della Repubblica e la Consulta.

Ma quest'ultimo affondo lo ha travestito da difesa del parlamento. Lì si fanno le leggi - ha detto - e i giudici della Consulta si mettono di traverso.

La risposta è molto semplice. Giudicare le leggi è il mestiere della corte Costituzionale. Se non lo facesse tradirebbe la sua missione. Diciamo pure che la Consulta si muove sempre con grandissima prudenza e se stanno crescendo le sue occasioni di intervento è perché c'è un'escalation nel mettere da parte la Costituzione. Non è la Corte che va sopra le righe ma il parlamento che sta uscendo dal circuito costituzionale corretto.

Di fronte a una situazione del genere la Costituzione prevede qualche rimedio o garanzia?

No, non ce ne sono perché la Costituzione è stata scritta da persone che avevano la democrazia nel sangue. Mentre adesso assistiamo a un'estraneità totale alla dimensione costituzionale. Se Berlusconi avesse il minimo senso della legalità costituzionale non direbbe queste cose.

E dunque che fare?

In questo momento tutti coloro che hanno un qualsiasi ruolo all'interno delle istituzioni devono prendere una posizione esplicita e pubblica per misurare la distanza tra chi ritiene che le istituzioni siano questo e chi ancora crede che le istituzioni siano il cuore della democrazia. E soprattutto, lo dico senza mezzi termini, con Berlusconi che segue questa linea devastante di politica istituzionale non si può avere nessun dialogo. Serve un cordone sanitario, fino a oggi l'atteggiamento del cavaliere e dei suoi pasdaran è stato troppo sottovalutato. Pensi alla discussione che si fa ogni volta che viene presentata una nuova legge, è davvero un fatto inedito. La prima preoccupazione è: «Napolitano la firmerà?». E la seconda: «Supererà l'ostacolo della Consulta?». Non c'è prova migliore di quanto il riferimento alla Costituzione sia ormai fuori dalla logica parlamentare. La maggioranza è un gruppo politico che come il capo Berlusconi ha da tempo deciso di vivere ai margini della legalità costituzionale. Non parlo di un rischio, parlo di quello che è già avvenuto.

Come se non bastassero tutti i lutti e i disastri: l’Italia è un paese dalla memoria corta e così malgrado le frane e le alluvioni, nel79% dei Comuni che hanno partecipato all’indagine di Legambiente e Protezione civile, «Ecosistema rischio 2009», c’è ancora chi vive in aeree a forte rischio idrogeologico. Nel 28%dei casi, poi ci sono interi quartieri mentre nel 54% fabbriche e industrie. In alcune zone, concentrate nel 20% dei comuni, ci addirittura strutture ricettive turistiche o «sensibili». Stiamo parlando di 5.581 comuni che ballano sull’incognita «tenuta» di fronte a piogge forti, di questi 1700 sono a rischio frana, 1.285 a rischio alluvione e 2.596 che le rischiano entrambe. «Il nostro territorio è reso ancora più fragile dall’abusivismo, dal disboscamento dei versanti e dall’urbanizzazione irrazionale - si legge nell’indagine di Legambiente e Protezione Civile -. Sono la Calabria, l’Umbria e la Valle D’Aosta le regioni con la più alta percentuale di comuni classificati a rischio (il 100%), subito seguite dalle Marche (99%) e dalla Toscana (98%)».

ITALIA INDIETRO TUTTA

Ad oggi soltanto il7%delle amministrazioni comunali ha delocalizzato le abitazioni dai luoghi a rischio, mentre soltanto nel 3% dei casi si è provveduto a spostare aziende e fabbriche. Quindici comuni su cento non si sono dotati di piani urbanistici che mettano paletti all’edificazione, a riprova del fatto che in una situazione così drammatica e in presenza di forti ritardi nel prevenire i disastri, l’impatto dei condoni edilizi emanati dai vari governi Berlusconi, sia stato devastante. «Le frane che hanno colpito inmaniera drammatica Ischia e Messina - dice Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente - sono l’ultima tragica testimonianza di quanto sia urgente invertire la tendenza nella gestione del territorio. La continua e intensa urbanizzazione lungo i corsi d’acqua e in prossimità di versanti fragili e instabili, fa si che il nostro Paese sia fortemente esposto ai rischi del dissesto idrogeologico». Desolante anche lo stato di manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua. il 36% dei Comuni non se ne preoccupa. A questo si sommano intubazioni lungo torrenti e fiumare, discariche abusive e costruzioni negli alvei, «È necessario iniziare ad abbattere le costruzioni abusive e puntare decisamente sulla delocalizzazione delle strutture a rischio», ha sottolineato Cogliati Dezza. In questo senso il Piano casa approvato dal governo di certo non aiuta, «in molti casi peggiora la situazione accrescendo i rischi, perché può consentire nuove deroghe senza alcun rispetto per le regole della prevenzione del rischio idrogeologico».

VIRUS E CONDONI

L'abusivismo per Guido Bertolaso, capo della protezione civile. è «il virus che ha interessato il nostro Paese » e va bloccato. Come funziona è chiaro: «Oggi è una capanna, tra sei mesi un insediamento più permanente, tra 12mesi ci saranno i mattoni, tra 36 mesi sarà condonato, e dopo 10 anni ci ritroviamo con quello che è successo a Giampilieri». Ma, aggiunge, «alla natura non gliene frega niente della sanatoria. Se non si imposta una cultura della prevenzione potremmo anche stanziare grandi somme di denaro ma non otterremmo alcun risultato». Cita i due fiumi, il Tevere e l’Aniene, dove «ci sono circoli sportivi frequentati da politici, magistrati, e alti funzionari che non sembrano accorgersi di niente». Resta da chiedersi se le stesse osservazioni il sottosegretario Bertolaso le abbia fatte anche a Berlusconi, di fronte a condoni e Piano casa. L’unica buona notizia è che l’82% dei comuni possiede un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana e alluvione che nel 54% dei casi è stato aggiornato negli ultimi due anni.

Le città perdono forma. E diventa più difficile distinguerle dalla non-città. Al tempo stesso si costruisce a ritmi che, così vorticosi, in Italia non si vedevano dal dopoguerra. I due fenomeni sono connessi. Ma il problema è: come si comportano di fronte a queste vicende gli urbanisti, coloro i quali, per statuto culturale, sono addetti a capire quel che sta accadendo e semmai sarebbero tenuti anche a intervenire perché le trasformazioni non siano proprio tremende?

La parola crisi è la più frequente che si senta pronunciare quando due o più urbanisti si siedono al tavolo di un convegno. Qualcun altro, come Leonardo Benevolo, parla apertamente di "tracollo". Benevolo, classe 1923, è uno dei padri della disciplina, in Italia e non solo. Da più di trent’anni vive sopra Brescia, a Cellatica. Qui si rifugiò dopo aver abbandonato Roma e l´università e per seguire uno degli esperimenti più riusciti dell’urbanistica italiana fra anni Sessanta e Settanta, appunto, la pianificazione di Brescia. «Oggi in Italia l’urbanistica è un’attività screditata», spiega arrotando bene la erre, «considerata con fastidio, e preferibilmente accantonata. Nei programmi elettorali e nel comportamento delle istituzioni centrali questo capitolo è scomparso da tempo. Nelle amministrazioni periferiche, Regioni, Comuni e Province, ha un posto secondario, con uffici ridotti al minimo e disponibilità economiche precarie; nella vita privata dei cittadini italiani compare quasi solo come un ostacolo sgradito, da eludere o eliminare. Dovunque se ne parla malvolentieri, e il meno possibile».

Non è stato sempre così. «L’urbanistica era uno degli argomenti più popolari nel dibattito politico e culturale del dopoguerra e per alcuni decenni almeno. Basti rammentare le discussioni sul piano regolatore di Roma, negli anni Cinquanta». E oggi, invece? «Oggi gli atti urbanistici sono diventati enormi pacchi di carte, inconsultabili ed ermetici. La corrispondenza fra gli atti e le trasformazioni reali è difficile o impossibile da accertare. Governanti e governati, per motivi diversi, condividono il desiderio di trascurare, o far semplicemente a meno di questa disciplina. In questa vicenda io vedo un elemento paradossale». Quale? «Tutto questo avviene mentre per il paesaggio, per le modificazioni portate in esso dall´uomo, l´interesse è cresciuto e cresce anche nel nostro paese».

L’urbanistica arretra proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di essa. Grandi trasformazioni investono i paesaggi, sia quelli non costruiti che quelli urbani: ma quante di queste sono culturalmente sorvegliate, per non dire regolate, da chi per mestiere dovrebbe farlo? «Si costruisce per il mercato», è la risposta che dà Paolo Berdini, altra generazione rispetto a Benevolo, che insegna alla Facoltà di Ingegneria di Tor Vergata, a Roma. Berdini ha provato a mettere ordine fra i numeri che indicano, spesso in conflitto fra loro (da una parte cifre allarmistiche, da un’altra molto accomodanti), quanto suolo è stato consumato in Italia. Circa 10 milioni di stanze, fra il 1995 e il 2006, dice l’Istat. Che vuol dire, sommate ai capannoni industriali, ad altre iniziative produttive e alle infrastrutture, 750 mila ettari in un decennio, cioè quanto tutta l´Umbria e, ogni anno, quanto una città come Ravenna. Il problema è, sottolinea Berdini, che la popolazione italiana è cresciuta nello stesso periodo di 1 milione 900 mila abitanti, «quasi esclusivamente emigranti, persone cioè che, salvo eccezioni, non hanno la minima possibilità di accesso alle case che si costruiscono».

L’enorme quantità di palazzi non ha, insiste Berdini, alcuna corrispondenza con la domanda (nel frattempo, infatti, di edilizia popolare o comunque a prezzi contenuti se ne fa pochissima in Italia). E allora a che cosa è legata? «Evidentemente ad altri fattori, per esempio al fatto che il fiume di denaro virtuale creato dall’economia finanziaria doveva trovare luoghi in cui materializzarsi: le città e il territorio». Ma non doveva essere proprio l’urbanistica a regolare il modo in cui città e territori si davano assetti compatibili con lo spazio e con le persone che li abitano, senza lasciare che a decidere fossero solo le leggi del mercato, comprese quelle di un mercato impazzito, i cui sussulti fanno tremare quel paradiso - o inferno – dell’urbanistica globale che è Dubai?

Di fronte alla forza del mercato sembra si possa fare poco. «L’urbanistica moderna nasce in ambito liberale e anzi proprio di economia capitalista per affrontare un problema che il mercato, cioè la spontaneità dei meccanismi individuali, non riusciva ad affrontare». Edoardo Salzano parte da lontano, dal primo piano regolatore della storia, realizzato a Manhattan nel 1811, per spiegare la crisi di oggi. Ex assessore ed ex preside della Facoltà di Pianificazione a Venezia, dirige eddyburg.it, il più frequentato sito in materia di città e territorio, un pozzo di documenti, di interventi e di denunce provenienti dall’Italia e dall´estero. Dice Salzano: «L’urbanistica ha perso la sua dimensione collettiva, si adegua a una società appiattita sull´io e si piega ad aggiustare, a mitigare tecnologicamente le trasformazioni che avvengono sul territorio, senza cercare soluzioni alternative al pensiero dominante, che è poi quello sempre forte della speculazione edilizia». Ma le trasformazioni sono necessarie, ci sono sempre state... «È vero: ma di quali interventi ha bisogno oggi il nostro paese, di quartieri-dormitorio di lusso o di un piano di difesa del suolo?»

Passano sopra la testa degli urbanisti i Piani-casa - ampliamenti per mezzo milione di abitazioni (stima l’Associazione costruttori), demolizione e ricostruzione di 16 mila fabbricati - che ogni Regione ha approvato per conto proprio, spezzettando l´Italia come un vestito di Arlecchino. E poco c’entreranno gli urbanisti con la legge sugli stadi, chiamata così nonostante i campi di calcio occuperanno solo un’infinitesima parte di nuovi quartieri per migliaia di abitanti. Emblematica anche la ricostruzione dell’Aquila: venti insediamenti e un centro storico abbandonato a sé stesso senza un´idea complessiva di cosa potrebbe essere la città del futuro. «È solo attraverso la mediazione dell’urbanistica che la società costruisce il proprio spazio e gli conferisce la propria impronta», insiste Salzano.

L’urbanistica, si insegna all’università, è quella disciplina nella quale convergono saperi scientifici e umanistici, e che dopo un’indagine sulla realtà fisica e sociale di un territorio, pianifica trasformazioni e conservazioni, misurando gli effetti in tempi lunghi e in spazi vasti, e mediando fra gli interessi generali - i bisogni di chi quel territorio abita - e quelli dei privati, in particolare dei proprietari dei suoli. L’urbanistica, poi, offre soluzioni alla politica. Ed è qui un altro nodo che, secondo molti, si è aggrovigliato sempre di più fino a formare una matassa inestricabile. Se l’urbanistica è in crisi, la politica lo è di più.

I Comuni finanziano gran parte del proprio bilancio con gli oneri di urbanizzazione, i soldi incassati rilasciando concessioni edilizie. Sono deboli di fronte al proprietario di un suolo che chiede di poter costruire, anche se le case che sorgeranno servono soprattutto ad accrescere la sua rendita. E gli urbanisti sono spesso schiacciati in questo meccanismo. «In molti di loro», racconta una non urbanista, Paola Bonora, geografa dell’Università di Bologna, curatrice con Pier Luigi Cervellati di Per una nuova urbanità (Diabasis, pagg. 213, euro 21), «prevale un senso di disincanto malizioso e compiaciuto. L’espansione edilizia viene descritta con rassegnazione e disinteresse: ma raramente le mille etichette per raccontare ciò che accade si accompagnano a una seria denuncia degli effetti devastanti del consumo di suolo e a una coerente proposta politica. Nelle facoltà di Architettura c’è un ritorno alla tecnica e poca attenzione ai contesti territoriali in cui calano gli interventi. Da tempo ci si è invaghiti della crescita illimitata: e l’ubriacatura continua».

Anche la Campania ha il suo piano casa. Il consiglio regionale, dopo quasi quattro mesi di discussione, nella tarda serata di ieri ha dato il via libera alla legge, ma la maggioranza di centrosinistra è andata in frantumi, con il PD che ha votato con le destre, la Sinistra che si è divisa tra astensione e voto contrario, e il no dell’Italia dei Valori. Un brutto spettacolo in vista delle elezioni regionali di primavera.

Il testo approvato è diverso da quello adottato nella scorsa primavera dalla giunta. La Sinistra è riuscita dopo un estenuante braccio di ferro ad imporre modifiche significative, relative alle aree di esclusione (piani paesistici, aree a rischio idrogeologico,vulcanico e sismico, centri storici, aree agricole); alla possibilità per i sindaci di individuare ulteriori ambiti di non applicazione della legge; all’impegno della Regione di finanziare interventi di edilizia sociale.

Ma il risultato resta insoddisfacente. Troppo inadeguato il disegno di legge di partenza, senz’altro il peggiore nel panorama nazionale. Troppo forti gli appetiti della maggioranza trasversale PD-PDL, che ha usato l’accordo stato-regioni come pretesto per una specie di “decreto mille proroghe” in materia di governo del territorio. Dentro c’è di tutto: dal cambiamento di destinazione d’uso delle case rurali, all’abitabilità dei sottotetti, fino al recupero delle stalle abusive sui Monti Lattari, in piena area PUT. E poi ancora, la possibilità di conversione residenziale di lotti produttivi dismessi fino a 15.000 mq (due terzi di piazza del Plebiscito), in deroga ai piani vigenti, con un semplice permesso a costruire. Per il verde, gli standard e la coerenza con il disegno urbano si vedrà.

Nella foga, i promotori della legge non hanno risparmiato nemmeno le zone C dei parchi nazionali, inserendo nella legge un evidente vulnus di incostituzionalità.

Com’era da aspettarsi, gli incrementi del 20 e 35% sono consentiti anche sugli immobili abusivi condonati o in attesa di regolarizzazione, purché prima abitazione, e così la legge ripropone il triste concetto di “abuso di necessità”, in una regione che ospita il 20% del patrimonio abusivo italiano, e nella quale risultano ancora inevase più dell’80% delle domande di condono.

Il voto di ieri è l’epilogo triste di un ciclo politico durato quindici anni: i contenuti della legge, e le modalità della sua approvazione, con il PD pronto a mollare i suoi alleati per correre all’abbraccio con le destre, proiettano lunghe ombre sul panorama che si aprirà in Campania dopo le elezioni di marzo.

Tra le proposte di legge regionali sul famigerato “piano casa”, quella della Regione Campania è davvero la più strampalata e perniciosa, se stamane anche gli ordini professionali di ingegneri e architetti, di solito non pregiudizialmente ostili al “pianificar facendo”, prendono pubblicamente le distanze, denunciando sulle pagine napoletane di Repubblica che “… sulla Campania incombe il rischio di speculazioni e di deregulation nella pianificazione edilizia”, reclamando per bocca del presidente degli ingegneri di Salerno Armando Zambrano la restituzione ai comuni “del ruolo di programmazione territoriale, per mediare tra l’interesse pubblico e quello privato”, per mettere la Campania “ al sicuro da una nuova ondata di speculazioni edilizie”.

A scatenare tanta apprensione è soprattutto l’articolo 5 del disegno di legge che, al comma 4, liberalizza di fatto la riconversione abitativa di edifici non residenziali, svincolandola da ogni atto di pianificazione e programmazione.

Il risultato immediato, secondo la denuncia degli ordini, è che “il valore di mercato delle aree dismesse è immediatamente triplicato”.

In effetti, nell’attuale formulazione, il disegno di legge si presenta non già come un incentivo alla riconversione di aree dismesse, quanto piuttosto alla cessazione anticipata delle attività manifatturiere in essere. Questo perchè gli imprenditori sono perfettamente in grado di valutare i vantaggi della rendita edilizia che un simile provvedimento artificialmente crea, rispetto ad un reddito d’impresa mai come di questi tempi incerto.

Davvero un buon risultato per un provvedimento il cui impegnativo titolo è quello di “Misure urgenti per il rilancio economico e la riqualificazione del patrimonio esistente”!

Resta da capire, pensando ai nuovi carichi insediativi che in questo modo atterreranno liberamente e dovunque su un territorio già sofferente e congestionato, chi provvederà agli standard, agli spazi e attrezzature pubbliche, alle misure di inserimento ambientale dei nuovi quartieri che nasceranno, agli indispensabili interventi di riqualificazione dei contesti. Ma è vano sperare che simili preoccupazioni possano aver presa su un centrosinistra locale tutto impegnato nella difficile riconquista del consenso malamente dilapidato.

Eppure, una strada decente ci sarebbe per attuare una politica efficace di riconversione delle aree dismesse, e sarebbe quella di impiegare gli strumenti già previsti dal Piano territoriale regionale approvato con legge nel 2008, che lega questo tipo di interventi alla predisposizione di piani attuativi e di accordi di pianificazione di iniziativa pubblica, garantendone soprattutto la coerenza con i carichi insediativi programmati a scala regionale e provinciale.

Ma sembra essere una irresistibile inclinazione del centrosinistra, specie quello campano, quella di non riuscire a mettere in atto e valorizzare nemmeno la parte buona di un lavoro amministrativo che pure è stato fatto.

In calce il testo del Progetto di legge n. 3921, Azioni straordinarie per lo sviluppo e la qualificazione del patrimonio edilizio ed urbanistico della Lombardia.

Alla volontà sovranamente espressa dal Primo ministro di affrontare le difficoltà indotte dalla crisi economico-produttiva mondiale promuovendo in Italia un incremento dell’attività edificatoria minuta attraverso la sospensione in via eccezionale dei limiti posti dalle regole urbanistiche in tema di rapporto tra quantità edificatorie e dotazioni di attrezzature pubbliche normalmente vigenti, e alla conseguente minaccia di procedere autocraticamente nel determinare i contenuti e la durata di tale “periodo eccezionale”, la Conferenza unificata delle Regioni del 1 aprile scorso (ironia delle date!) ha approvato un’Intesa che propone di adeguarsi “spontaneamente” all’espressa volontà sovrana, rivendicando almeno margini di autonomia decisionale nel come farlo.

In questo, tuttavia, la Regione Lombardia avrebbe più di un argomento per sostenere, rispetto ad altre Regioni, di avere da tempo autonomamente, preventivamente e a tempo indeterminato già più che ottemperato a quell’auspicio, sia con il principio del cosiddetto “standard qualitativo” nei PII (cioè, cessione di minori aree pubbliche rispetto a quelle prescritte dagli strumenti urbanistici vigenti a fronte di oneri urbanizzativi per opere pubbliche in qualche misura superiori a quelli normalmente vigenti), sia con la possibilità di trasformare ad uso abitativo tanto i sottotetti preesistenti che quelli delle nuove edificazioni che via via si vanno realizzando ex-novo (questi ultimi, ora, solo dopo un periodo di “invecchiamento” di cinque anni dalla avvenuta realizzazione dell’immobile cui pertengono).

La Giunta regionale della Lombardia il 3 giugno scorso ha, invece, approvato un disegno di legge regionale, che dà seguito a quell’Intesa, che consentirebbe – si dice in via straordinaria e temporaneamente per diciotto mesi, ma poi si vedrà – , al di fuori dei centri storici e in deroga a ogni norma vigente, di aumentare l’edificato proporzionalmente ai volumi preesistenti (20-30-35% in più, a seconda dell’impiego di criteri di risparmio energetico e di schermature arboree) con incrementi volumetrici da 300 a600 metri cubi per gli edifici mono e bifamiliari e sino a 1000 metri cubi per quelli plurifamiliari (in pratica da uno a tre nuovi alloggi in più) e sino al 40% in più (senza limiti volumetrici complessivi e anche con la costruzione di nuovi edifici) per gli insediamenti di edilizia economica popolare.

Anche nei centri storici (e salvo il parere discrezionale di una commissione ad hoc), la demolizione e ricostruzione di edifici di più recente costruzione verrebbe premiata con un incremento volumetrico del 30%, a fronte dell’utilizzo di tecniche costruttive a risparmio energetico, che tuttavia ne aggraverebbe la dissonanza dal contesto insediativo.

Si tratta di incrementi che si concentreranno in particolare nelle zone urbane più fittamente utilizzate, soprattutto in ambito metropolitano: basti pensare alle cosiddette “coree” costituitesi nelle grandi periferie urbane del triangolo industriale negli anni Cinquanta (cioè, nel periodo coevo al logorante e interminabile conflitto Stati Uniti- Corea, che – ironia della sorte – rischia oggi di tornare d’attualità)) con la vendita di mini-lotti di 400-500 mq ai primi immigrati veneti e meridionali e da questi progressivamente edificati in autocostruzione (prima abitando la cantina, poi il primo e, infine, il secondo piano), con l’unico limite della distanza prescritta dal codice civile di 1,5 metri dal confine - per una distanza totale di 3 metri tra gli edifici - e strade di poco più di 5 metri di larghezza, senza marciapiedi.

Non sono scomparse, sono solo state inglobate nella successiva e più massiccia espansione metropolitana.

Se la loro densità edificatoria fondiaria è relativamente non elevatissima (si tratta, appunto di edifici per lo più di due piani fuori terra, pur con superficie quasi totalmente coperta), lo è invece quella territoriale, per la pressoché totale assenza di adeguata rete viaria e spazi pubblici.

Ma è proprio questo l’obiettivo dell’intervento legislativo caldeggiato dal Primo Ministro: far intendere anche ai piccoli e piccolissimi proprietari immobiliari che potranno godere anche loro (nel loro piccolo, si intende) dei benefici di quel liberismo privo di regole di cui hanno sinora usufruito le grandi e medie proprietà immobiliari con gli strumenti di deregolazione di piani attuativi e spazi condominiali.

La speranza, per limitare i danni di questa illusoria libertà individuale, è che si inneschi un meccanismo di autodifesa da parte di coloro che si vedrebbero sorgere nuove parti edificate a distanze minori dei dieci metri garantiti dal DM n. 1444/68, che – come è già accaduto nel caso della trasformazione ad uso abitativo dei sottotetti – è stato sentenziato dal TAR Lombardia essere inderogabile da parte di provvedimenti legislativi regionali e comunali, senza una sua esplicita abrogazione a livello nazionale.

Anche nelle zone di edilizia economica popolare, che tradizionalmente hanno utilizzato indici edificatori più elevati proprio in considerazione delle più ridotte capacità economiche dell’utenza, un incremento percentuale del 40% della volumetria presenterà non pochi problemi di vivibilità urbana.

In questo caso l’obiettivo è ricavare ulteriori quote di edificabilità da destinare al crescente mercato dell’housing sociale, alla cui gestione ambiscono poter accedere le tradizionali centrali cooperative, ma anche e in modo ormai preminente quelle cielline di Compagnia delle Opere, senza penalizzare le quote di edificabilità dell’immobiliarismo privato.

Infine, il DDL della Giunta lombarda consentirebbe di trasformare le parti inutilizzate di edifici esistenti in zone agricole in destinazioni ricettive non alberghiere, uffici e attività di servizio non meglio specificate e addirittura nelle aree dei parchi regionali gli edifici esistenti potrebbero avere un incremento volumetrico dal 13 al 21% (cioè lo stesso che in zone urbane, diminuito di un terzo).

Si tratta, nel complesso, di una tendenza – precocemente praticata dalla Lombardia, ma poi generalizzatasi a livello di legislazioni nazionali e regionali - che alimenta una sostanziale sfiducia negli esiti prodotti dall’applicazione delle norme sui rapporti tra densità edificatorie e spazi pubblici, faticosamente conquistate fra il 1967-’68 (Legge Ponte e DM sugli standard) e il 1977 (prime leggi regionali di Lombardia, Piemonte, Emilia, Liguria, Toscana e, infine, Legge Bucalossi sul regime dei suoli), anche se paradossalmente gli esempi che spesso vengono portati a sostegno degli insoddisfacenti risultati prodotti in termini di immagine urbana sono proprio quelli causati dal periodo delle “libere” contrattazioni senza Piano Regolatore degli Anni Cinquanta/Sessanta.

Vi è, in questo, una perversa convergenza tra tendenze neoliberiste nell’uso di città e territorio e accresciute sensibilità ambientaliste (risparmio di suolo, risparmio energetico, patrimonio arboreo) che propugna in materia urbanistica un ritorno alle sole norme ottocentesche di superficie coperta ed altezza (quest’ultima, tuttavia, spesso liberalizzata in nome di una preteso minor consumo di suolo e modernità funzionale e di immagine degli edifici in altezza) abbandonando come obsolete quelle novecentesche basate su indici di densità e dotazioni di spazi pubblici, a fronte dell’avvento dei criteri di sostenibilità nell’uso delle risorse non rinnovabili (risorse idriche, inquinamento da traffico e riscaldamento, smaltimento rifiuti).

Anche se è vero che, coi soli limiti di densità e di standard pubblici, si sarebbe potuto procedere ad un’urbanizzazione dell’intero territorio, senza alcuna valutazione di sostenibilità ambientale di lungo periodo (e il sovradimensionamento dell’estensione urbanizzativa di molti PRG ne è la testimonianza), tuttavia non è concentrando un accresciuto peso insediativo in ambiti più ristretti che si affronta correttamente il problema.

In tal modo, infatti, ad un incremento dello spazio alberato o scoperto (ma per lo più si tratta di spazi privati e non pubblici, quando non si tratta addirittura del bizzarro “verde verticale”, cioè della piantumazione – non si sa quanto durevole – di terrazze private pensili) corrisponde un incremento più che proporzionale della densità insediativa, con una riduzione dello spazio pubblico per abitante (realmente “inedificato”, cioè non pertinenziale ad un edificio), che si risolve in un’accresciuta pressione antropica.

Anche i vantaggi in termini di risparmio energetico e di miglioramento della qualità edilizia appaiono come uno scambio ineguale, se ottenuti - nel ciclo di lungo periodo – al prezzo di un peggioramento della qualità insediativa dell’assetto urbano.

Certo l’urbanistica, dopo essere stata al centro di grandi aspettative e rivendicazioni sociali negli anni Sessanta-Ottanta, negli ultimi decenni non gode ormai più di buona fama e il suo posto nell’immaginario sociale collettivo dell’aspettativa di un futuro migliore è stato preso dall’ambientalismo ecologista.

Eppure il rischio è che anche questo si riveli alla fine un obiettivo illusorio e succube del neoliberismo economico, oggi prevalente, che ritiene un lusso insostenibile mantenere le regole di un progetto pubblico di territorio e città, socialmente individuato e condiviso.

Accettarne la progressiva demolizione a fronte della promessa di edifici “intelligenti”, “verdi”, “energeticamente autosufficienti”, in uno scambio ineguale tra libertinaggio pubblico e virtù privata, credo sarebbe la resa ad un “pensiero unico” di privatismo (tanto il territorio ha “spalle grosse”, non c’è più sensibilità diffusa a volerlo proteggere, non è reato abusarne) cui è colpevole rassegnarsi.

Chiunque può pubblicare questo articolo alla condizione di citare l’autore e la fonte come segue: tratto dal sito web http://eddyburg.it

Nuovi modelli di gestione del territorio: l’”utopia concreta” del Laboratorio di progettazione ecologica del Politecnico di Milano. Da il manifesto, 10 dicembre 2009 (m.p.g.)

Alberto Ziparo

A ognuna delle sempre più frequenti catastrofi «naturali» che colpiscono il fragile territorio italiano, offeso quotidianamente nei suoi ecosistemi fondamentali, cresce la denuncia dell'insensata distruzione del Bel Paese.

Eppure quasi subito l'agenda politica e mediatica nazionale dimentica le varie Sarno, Scaletta di Messina, L'Aquila (a meno di farne set per i propri show televisivi) e continua a propinarci Grandi Opere, Megaeventi, Piani Casa - operazioni quasi sempre socialmente inutili e ecologicamente dannose, ma soprattutto insensate per i territori di riferimento, segnate cioè dalla perdita di quello che i geografi territorialisti chiamano senso del contesto, e oltre tutto spesso destinate a fallire dal punto di vista economico-finanziario, come è stato il caso, per esempio, delle Olimpiadi di Torino (o anche - uscendo dall'Italia ma restando nel tema delle Grandi Opere - dell'EuroTunnel).

Un'idea degli anni '60

Interpretare la bizzarria - o più propriamente l'assurdità - delle attuali politiche territoriali non è facile: anche le analisi legate alle ricadute del modello di sviluppo quantitativo e globalizzato non bastano più. Non si spiegherebbe infatti come mai si vogliano collegare territori le cui relazioni declinano, o perché in un paese come l'Italia, dove già esiste una ventina di milioni di stanze vuote, si discuta da quasi un anno di un Piano Casa Straordinario per realizzarne un altro milione. In realtà oggi non si costruisce né per il mercato sociale, né per il mercato libero, ma per alimentare, anche tramite la rendita edilizia e fondiaria, i meccanismi di quella finanziaria (acquisire immobili e tenerli vuoti, ma a prezzo e a valore alto, oppure prendere commesse per opere, che magari non si realizzano, ma costituiscono mezzi utili a tenere alto l'indicatore di mercato del titolo di riferimento).

Nonostante i continui ridimensionamenti e l'accattivante slogan di presentazione «Nutrire il Pianeta, produrre energia per la vita» (che sembra coniato da Al Gore per la campagna di Obama), anche l'Expo 2015 di Milano si caratterizza per la bigness delle opere legate alla manifestazione (padiglioni, alberghi, attrezzature, infrastrutture) che vanno ad alimentare - più che la Terra - le già gravi congestioni di cemento, di traffico, di rumore, di veleni, da cui è segnato e intossicato l'ambiente metropolitano milanese.

Con il volume Produrre e scambiare valore territoriale. Dalla città diffusa alla forma urbs et agri, da poco uscito per Alinea (pp. 270, euro 30), gli studiosi del Laboratorio di progettazione ecologica coordinati presso il Politecnico di Milano da Giorgio Ferraresi ricorda però come esistano - e siano praticabili - scenari alternativi all'insensato «modello Grandi Opere» e come, proprio nell'hinterland milanese, si stiano realizzando.

Gli studiosi, che fanno capo al programma territorialista di ricerca nazionale coordinato da Alberto Magnaghi, hanno realizzato il loro studio reinterpretando e arricchendo progetti e piani istituzionali, scientifici, sociali, prodotti negli anni scorsi per l'area meridionale - a prevalente vocazione agricola - del capoluogo lombardo. E lo scenario che prospettano per il Parco Agricolo Sud Milano di fatto «decostruisce e ricontestualizza» una idea che risale agli anni Sessanta, quando era in auge per le aree metropolitane «l'ideologia dei Piani Intercomunali» (i Pim) e il Parco Agricolo veniva considerato come lo strumento per bloccare «il declino del primario nella parte sud dell'area metropolitana».

Il ruolo delle fiumare

Oggi quell'idea viene riproposta con ambizioni che vanno oltre l'ambito della disciplina urbanistica e mirano a una innovata relazione tra agricoltura, territorio, ambiente e paesaggio. Lo scenario proposto dai territorialisti milanesi costituisce infatti la traduzione in termini compiuti e concreti del concetto di «sviluppo locale auto-sostenibile», proposto da Alberto Magnaghi. Non solo: quello che il Laboratorio propone è una «nuova estetica dell'abitare» nella quale dinamiche sociali e nuovi stili di vita si coniugano con regole territoriali riattualizzate - muovendo dai rapporti virtuosi che spesso nel passato si allacciavano nella comunità tra territorio ed economia, ambiente e società, allorché «ciascuna civiltà depositava sul territorio i suoi oggetti, ma sempre in coerenza, non in contrasto, con l'assetto ecologico e con il patrimonio culturale esistente». Un uso sapiente del territorio, di cui i paesaggi rurali conservano abbondanti tracce nei beni etnoantropologici dismessi appena qualche decennio fa.

Manlio Rossi Doria, antesignano di quei «pianificatori di contesto», cui appartengono i territorialisti, racconta per esempio del ruolo svolto dalle fiumare nei territori meridionali, «elementi di collegamento e cerniera tra l'osso e la polpa, i rilievi montani e le piane o le fasce costiere, su cui insistono comunità assai coese, sistemi dotati di forte organicità e coerenza interna, ad un tempo economici e ambientali, paesaggistici, sociali e territoriali». Oggi, all'uscita dalla modernità, il Parco Agricolo Sud Milano può giocare un ruolo analogo, fornendo a problemi drammaticamente attuali, nella disciplina come nella società, indicazioni utili per bloccare il consumo eccessivo di suolo, la proliferazione di costruzioni insensate, la distruzione dell'ambiente.

Ma il Laboratorio di progettazione ecologica (che oggi e domani al Politecnico di Milano organizza un seminario internazionale intitolato, come il volume, Produrre e scambiare valore territoriale) va oltre, e nello scenario del Parco agricolo «porta al governo, anzi all'autogoverno» i nuovi stili di vita, ipotizzando tra l'altro la nascita e lo sviluppo di inedite formazioni sociali attorno a valori e risorse presenti - possibili sponde solidali per «le moltitudini in dissolvenza nella società liquida». Con lo scenario di Parco Agricolo, spiega Ferraresi, «si avanza insomma una proposta di utopia concreta, e già operabile almeno su alcuni punti qualificanti e comunque radicata dentro esperienze sociali di cooperazione e su studi e progetti in corso, sebbene a Milano, non si sia ancora giunti, se non in casi isolati, a definire politiche pubbliche».

Filiere corte, ma flessibili

Nel proporre «il ruolo fondamentale del cibo, dei cicli ambientali e di una nuova agricoltura» per una pianificazione non settoriale, il lavoro del Laboratorio prova a rispondere al cruciale quesito su quale sia oggi il senso dell'uso del territorio. A differenza dei modelli immaginifici dettati da una «politica mediatica» che prevede la proliferazione di strutture quasi sempre inutili e dannose, gli studiosi del Politecnico propongono una funzione di valore territoriale, che ricomponga il paesaggio e sancisca un innovativo valore d'uso per lo spazio agricolo, non più legato (come era al tempo dei Pim) alla massimizzazione delle rese per la vendita, ma alla qualità della nuova domanda sociale - dalle richieste di consumatori ecologici, equi e collettivi (per esempio i gas, gruppi di acquisto solidale) alle esigenze di strutture particolari (negozi biologico/biodinamici o mercatini produttori/consumatori), alle «filiere corte» (cicli locali produzione-consumo).

Filiere, spiegano gli studiosi del gruppo di lavoro, che «si possono allargare, per favorire, per esempio, relazioni corto-lunghe socialmente virtuose, tra produzioni di qualità provenienti dai Sud e il consumo equo e solidale occidentale».

Se infatti il Parco è agricolo, lo scenario è ben più ampio, attraversa temi e discipline diverse e ridefinisce nell'ambito del territorio le relazioni «tra produzione, consumo, natura, cultura e società», in modo da fornire non solo un nuovo disegno, ma un senso forte del contesto per le comunità che abitano e abiteranno nell'area.

In questo modo si affronta una delle conseguenze più evidenti di una economia del territorio, qual è quella attuale, sempre più finanziaria e «virtuale», e alla produzione di bigness che la accompagna: lo stravolgimento delle intenzioni - anche le più intelligenti - delle recenti esperienze di governance urbana e territoriale, convinte di poter mediare tra grandi interessi e domanda del mercato e costrette a produrre spazi spesso piegati (e piagati) esclusivamente dai primi. Temi, questi, su cui si sofferma Pier Carlo Palermo nel recente volume I limiti del possibile. Governo del territorio e qualità dello sviluppo (Donzelli, pp. 188, euro 27 ).

Razionalità comunicativa

Più in generale, si tratta di assumere le difficoltà dei soggetti di governance e delle istituzioni politiche tout court, di fronte alle nuove questioni poste dalla crisi economica (alle quali si tende a rispondere riproponendo gli stessi meccanismi che l'hanno provocata - comprese le relazioni tra economia reale e finanziarizzazione) e ambientale (rispetto alla quale si avanzano soprattutto declaratorie). Su questo punto basta riprendere una posizione consolidata nel programma territorialista - ottimamente chiarita nel volume di Anna Marson, Archetipi di territorio (Alinea, pp. 286, euro 22) - che da tempo sottolinea come, per fruire di quei beni comuni che derivano dagli elementi fondamentali della nostra vita, sia necessario liberarsi una volta per tutte dalla «ubriacatura di mercato» che ha colpito fino a ieri anche vasti strati della sinistra.

Ma anche questo non basta, se non si coglie che, rispetto a simili problemi, l'innovazione, anche scientifica, può giungere solo da chi il territorio lo abita e lo «agisce», sia pure con la discontinuità dei «nomadi», quali oggi siamo un po' tutti. Come scrive Giorgio Ferraresi in Produrre e scambiare valore territoriale, «nascono nuove culture, un filone di pensiero e di modalità e finalità dell'azione radicalmente altro rispetto a quella ragione strumentale e alla sua potenza tecnologica che si è appropriata della modernità e che ha sottomesso o emarginato ogni altra forma di ragione e comportamento, nutrendo di sé il dominio dell'urbano e il degrado del territorio». In luogo di contesti che producono merci da vendere o spazio da privatizzare (e magari quotare in borsa), se ne propone una profonda, concreta, utilità virtuosa: «il porsi della questione ambientale nella trasformazione del territorio pone al centro i mondi di vita, la forma della razionalità comunicativa che li governa e la ricerca di senso del mondo e delle azioni. I suoi codici di azione e comportamento sono basati sulla cura dell'ambiente e nelle relazioni primarie e su esperienza, sapienza e responsabilità del vivere il presente quotidiano e il futuro, del generare».

Influenze anglosassoni

Lo scenario finale prefigurato dal lavoro del Laboratorio di progettazione ecologica oppone ai disagi e ai disastri della città diffusa una nuova figura di forma urbis et agri, che prende spunto anche dalla tradizione anglosassone del town and country planning e prospetta un paesaggio di qualità in un ambiente ricostituito. E soprattutto stili di vita legati a esperienze innovative che con le loro domande di un uso attento dei beni materiali o di cura dei luoghi, promettono una nuova qualità del vivere e dell'abitare. Nella coniugazione virtuosa e innovativa di territorio urbano e agricoltura, ambiente e cultura, paesaggio e società, ipotizzata dai territorialisti milanesi, lo slogan dell'Expo 2015, «Nutrire il Pianeta, produrre energia per la vita», svuotato di senso dalle scelte che l'operazione comporta, può ritrovare una valenza concreta.

Sandra Amurri Noi aquilani in attesa dell’abitazione promessa

C’è qualcuno che testimonia le bugie e qualcuno che raccoglie le denincie, ai margini dell’informazione. Il Fatto Quotidiano”, 9 dicembre 2009

Le persone che a L’Aquila potranno trascorrere il Natale nelle nuove case, quelle presentate all’Italia in diretta dal presidente del Consiglio a “Porta a Porta” saranno poco più di 5 mila. Ventimila sono ancora ospiti degli alberghi sulla costa e delle caserme. 18 mila hanno optato per case in affitto. All’appello, per arrivare a 70 mila cittadini, ne mancano 27 mila che non fanno parte del censimento e verosimilmente hanno trovato ospitalità da parenti e amici. Il governo non ha finora dato una sola lira agli albergatori, che giustamente reclamano di essere pagati. Non ha finanziato il comune che a sua volta, da 8 mesi non versa più ai cittadini che hanno scelto l’autonoma sistemazione, l’incentivo di 200 euro a testa per ogni persona del nucleo familiare con canoni d’affitto che sono quadruplicati.

Le scuole hanno riaperto ma nessuno dice che i bambini delle famiglie alloggiate negli alberghi sulla costa, circa 14 mila, ogni giorno si fanno dai 150 ai 200 km per andare a lezione. Il governo non ha elargito alcun incentivo alle attività produttive e commerciali, risultato: chi ha potuto affittare locali per ricominciare lo ha fatto. Gli altri, circa il 60% da nove mesi sono senza lavoro. E se la promessa arrivata in extremis da Bertolaso di un decreto per ripristinare la proroga per il pagamento delle tasse resterà vana i cittadini che giovedì manifesteranno davanti Palazzo Chigi inizieranno lo sciopero fiscale.

Mancano soldi per rimuovere le macerie dal centro storico che risulta ancora sommerso e il puntellamento degli edifici colpiti dal sisma è stato sospeso. Guido Bertolaso che, come si sa, il 31 dicembre andrà in pensione ha già fatto il passaggio delle consegne al presidente della regione Chiodi del Pdl che ricoprirà il ruolo di commissario e vicecommissario per la ricostruzione, mentre il sindaco della città, Cialente sarà commissario per il solo centro storico. Sul terreno restano molti interrogativi inquietanti. Come l’assegnazione delle case costruite prima del sisma, rimaste invendute, che i comitati dei cittadini chiedevano che venissero requisite dal comune mentre sono state acquistate a buon prezzo dalle banche che le ha poi affittate alla Protezione civile. Si tratta di villette su tre piani.

Il metodo di assegnazione è del tutto oscuro. E c’è chi è pronto a giurare che sarà un buon modo per fare dell’ottimo clientelismo affidandole ai notabili della città, ai raccomandati. “Avevo appreso che il costruttore Valentini, uno dei tanti, aveva venduto delle villette alla Cassa di Risparmio de L’Aquila che le aveva affittate alla Protezione civile. Sono andata allo sportello per i cittadini, ora sostituito da Linea Amica gestito dal call center e ho presentato domanda” racconta Anna Colasacco dell’associazione Cittadini per i Cittadini “Non ho ricevuto alcuna risposta. Sono tornata e mi sono nuovamente messa in lista chiedendo il rilascio di una ricevuta. Risposta: non diamo alcuna ricevuta. Non sono mai stata contattata e come me molte altre persone”. Lo stesso metodo è stato adottato per le case già assegnate. Nessuno sa, in assenza di una graduatoria pubblica, con quale criterio siano state scelte le famiglie. Alla domanda di spiegazione hanno risposto che non erano tenuti a farlo. In questo modo la Protezione civile ha conquistato l’approvazione di parte della città che ora risulta spaccata in due: i buoni, quelli rassegnati al volere di una ricostruzione carente di trasparenza e i cattivi quelli che rivendicano il diritto di cittadini e non sudditi. Una città che non esiste più se si escludono le 19 aree su cui hanno costruito i quartieri dormitori, due dei quali Assergi e Camarga, si trovano praticamente nel Parco Nazionale del Gran Sasso. L’emergenza ha legittimato tutto, anche l’illegalità. La legge dice che le ditte che vincono l’appalto non possono subappaltare più del 30% mentre a L’Aquila i lavori sono stati subappaltati per oltre il 50% senza alcuna approvazione dell’ente appaltante, cioè la Protezione civile, tanto che cinque ditte erano in odore di mafia. Non sarà un buon Natale per gli aquilani, al di là della propaganda a reti unificate, ma almeno Gesù nascerà anche per loro.

Una pugnalata

di Valentino Parlato

Cari lettori e cari compagni, questo governo si conferma nemico di tutte le libertà. Il 3 di ottobre in piazza del Popolo, a Roma, c'è stata una grande e animata manifestazione per la libertà di stampa. La risposta dell'attuale governo ci ha messo poco ad arrivare. Con un mirato emendamento alla finanziaria ha reso incerta l'entità dei contributi diretti che vengono assegnati in favore delle cooperative di giornalisti e dei giornali di partito. Sarà così il governo a decidere ogni anno quanto dare ai giornali politici cooperativi e non profit. Viene negata ogni idea di autonomia di una parte importante dell'informazione italiana, e cancellate le condizioni della sua sopravvivenza. Una legge di sostegno all'informazione, nata già nel 1981 e consolidata negli anni, viene messa radicalmente in discussione da un emendamento alla finanziaria di cui nessuno ha potuto discutere. Si passa dalla legge uguale per tutti all'arbitrio di chi governa.

Pensando a questa risposta alla manifestazione del 3 ottobre per la libertà di stampa, dovremmo avere qualche preoccupazione, forse anche maggiore, per che cosa si prepara a rispondere il governo all'enorme manifestazione del 5 dicembre a piazza San Giovanni. Quella di ieri, coma ha scritto sull'Unità Vincenzo Vita «è una pugnalata alla schiena».

Con questa pugnalata molti giornali indipendenti, e il manifesto in particolare, sono stati condannati a morte in attesa di esecuzione. Abbiamo le settimane contate. Se vogliamo sopravvivere e continuare la lotta a Berlusconi e al berlusconismo imperante dobbiamo reagire. Noi del collettivo del manifesto facendo un giornale migliore e più efficace. Dobbiamo lavorare di più e meglio se non vogliamo che il Cavaliere possa aggiungere la testata del manifesto ai suoi, già numerosi, trofei. Ma anche voi, lettori e sostenitori, nuovi e antichi, dovete impegnarvi in questo scontro. Scrivendoci, criticandoci, dandoci suggerimenti, ma anche dandoci munizioni per resistere e combattere.

Innanzi tutto comprate tutti i giorni il giornale, preparatevi a comprare il numero speciale a 50 euro, che sarà in edicola il 17 dicembre prossimo, abbonatevi e fate abbonare, sottoscrivete. So che, forse esagero, ma se mille di voi ci mandassero mille euro ciascuno, farebbero un milione di euro e la sicurezza di altri mesi di combattimento.

Scrivete e fate scrivere. In questa nostra deteriorata Italia è ancora possibile combattere ed evitare una sconfitta definitiva che peserebbe non solo su di noi, ma anche sui nostri figli. Il berlusconismo - sono d'accordo con Alberto Asor Rosa - non ha pennacchi e camicie nere ma è peggio del fascismo. Prospetta una dittatura morbida e torbida, che produce un'epidemia di corruzione morale e intellettuale. Con le nostre poche, ma tenaci forze, resistiamo e pensiamo, progettiamo la controffensiva. Anche Berlusconi finirà con lo scoppiare. Ricordiamoci il «non mollare» di chi ha fatto cadere il fascismo.

La notte della stampa

di Roberto Natale*

Queste righe sono dedicate a chi ancora pensa che il 3 ottobre sia stato esagerato ritrovarsi in tanti in piazza del Popolo a difendere la libertà dell'informazione, perché «guarda quanti giornali trovi in edicola». Un bell'esempio di rispetto del pluralismo il governo lo ha dato in questi ultimi giorni con la Finanziaria: venerdì notte ha presentato a sorpresa alla Commissione Bilancio della Camera un emendamento con il quale ha anticipato di un anno la soppressione del cosiddetto "diritto soggettivo" per i giornali di partito, cooperativi e no profit a percepire i contributi diretti dello Stato. Dall'inizio dell'anno prossimo, avranno difficoltà estreme ad approvare i bilanci e a contrattare con le banche, molte testate - all'incirca cento - dei più diversi orientamenti: l'Unità e Il Secolo, la Padania e Europa, Liberazione e Avvenire, il manifesto e il quotidiano in lingua slovena Primorski Dnevnik, solo per citarne alcune. Voci non solo di partiti (veri, esistenti), ma di gruppi sociali e di minoranze linguistiche. Tremonti aveva già provato il taglio nel 2008, ma il Parlamento lo aveva indotto a fare retromarcia. Ora è tornato all'attacco, ed in Commissione non c'è stata alcuna possibilità di modifica del testo, che arriverà blindato in aula, a partire da domani.

Incivile il metodo, al quale ben si addice la presentazione notturna e quasi furtiva dell'emendamento: nessuna forma di interlocuzione con le rappresentanze di un'area editoriale che coinvolge 2000 giornalisti e 2500 poligrafici, nessuna traccia di quel coinvolgimento vantato dal sottosegretario Bonaiuti quando si era trattato di far approvare il regolamento per l'editoria. E incivile il contenuto: si riducono i fondi per i contributi diretti (che negli ultimi 4 anni sono già scesi da 240 milioni di euro a meno di 180) in maniera indiscriminata, senza distinguere fra giornali veri e testate allergiche all'edicola. Non c'è nemmeno la possibile nobiltà del rigore, di quel rigore che tanta parte dell'editoria cooperativa, di partito, no profit chiede da tempo, stufa di vedersi accomunata a esperienze finte al limite della truffa e di sentir spirare un'aria ostile che considera spreco clientelare ogni intervento pubblico. Nel quadro di una editoria già pesantemente segnata dal calo della pubblicità e delle copie vendute, questo intervento rischia di assestare a tante esperienze il colpo di grazia. Nell'Italia dei conflitti di interesse, degli editori che hanno troppe altre attività, degli squilibri clamorosi tra risorse per la tv e per la carta stampata, non accetteremo che l'unica riforma sia lo strangolamento delle voci non allineate alla logica del nostro anomalo mercato. Aspettiamo da un anno gli Stati Generali dell'editoria che il governo aveva annunciato sull'esempio della Francia. Lì sono stati realizzati in pochi mesi; qui, dopo l'annuncio, stiamo vedendo soltanto i tagli. No, non si può proprio tollerare. Contiamo che, nelle prossime settimane, lo capiscano anche i parlamentari, chiamati a decidere se il pluralismo sia ancora un valore.

* Presidente Fnsi

Carta straccia di governo

di Matteo Bartocci

Tagli all'editoria, Giulio Tremonti ci riprova. Per il ministro dell'Economia e il governo la parola pressoché unanime del parlamento a difesa del pluralismo dell'informazione è carta straccia.

L'ultima versione della finanziaria approdata di soppiatto in commissione bilancio alla camera venerdì sera, infatti, cancella con un tratto di penna il «diritto soggettivo» ai fondi pubblici per l'editoria dal 2010. Tutto il faticoso compromesso raggiunto nell'ultimo anno e mezzo tra forze politiche, governo, giornali di partito, di idee e no profit è di nuovo azzerato per un atto di imperio del ministro dell'Economia. L'articolo 53bis della manovra cancella la certezza del contributo pubblico stabilito dalla legge del 1981 e mette a rischio la sopravvivenza di 92 testate (tra cui il manifesto), che impiegano circa 2mila giornalisti (il 18% del totale, fonte audizione del sottosegretario Bonaiuti del 19 marzo 2009 alla commissione cultura della camera) e quasi 2.500 dipendenti tra poligrafici, tecnici, impiegati amministrativi. Con un indotto di collaborazioni occasionali valutabile in altre 20mila persone. Un taglio pesante nonostante il finanziamento del 2007 (erogato alla fine del 2008) non sia impossibile per le casse pubbliche: 178 milioni di euro. Un dato, va ricordato, in netto e costante calo negli ultimi anni anche per un minimo di «pulizia» nell'erogazione dei contributi pubblici.

L'imboscata di via XX settembre non è piaciuta al Pd ma nemmeno alla maggioranza, che fino a ieri mattina aveva presentato due sub-emendamenti soppressivi (uno firmato da Silvana Comaroli della Lega, l'altro dall'ex An Marcello De Angelis del Pdl). Emendamenti che se messi ai voti avrebbero certamente battuto il governo come sempre è accaduto negli ultimi anni (dal governo D'Alema in poi) quando il parlamento si è potuto esprimere sull'argomento. Così non è stato. Dopo l'intera notte di domenica a discutere, come un sol uomo la maggioranza ieri mattina ha dovuto ritirare le sue proposte di modifica. Un «serrate i ranghi totale» su cui si è speso perfino Gianni Letta in prima persona. Il «primo ministro ombra» è dovuto intervenire direttamente nei corridoi della commissione per sedare i deputati furiosi con Tremonti, assicurando che ai «problemi» dell'editoria si metterà mano con un altro provvedimento successivo, forse con l'immancabile «milleproroghe» di fine anno. Un ordine al di scuderia al quale non è estraneo nemmeno Gianfranco Fini, almeno per la parte ex An.

Il presidente della camera infatti non ha battuto ciglio sull'ennesima forzatura scelta dal governo, che ha presentato un testo senza discussioni approvato poi in 35 minuti. L'opposizione ha abbandonato i lavori per protesta e giura di ripresentare le modifiche più significative su famiglia, Abruzzo ed editoria in aula domani. Certo però che se dovesse arrivare il voto di fiducia su finanziaria e fondi per l'editoria calerebbe il sipario finale, visto che è da escludere un intervento del senato nel finale.

Una mannaia finanziaria ma anche politica. Da un lato l'oscurità sulla cifra dei contributi del 2010 (che lo stato eroga effettivamente solo nel 2011) impedirebbe alle imprese di chiudere i bilanci dell'anno prossimo. Dall'altro «un contributo pubblico alla stampa indipendente finisce di fatto nell'arbitrio del principe», spiega Lelio Grassucci di Mediacoop, l'associazione che raccoglie gli editori no profit e in cooperativa. Il governo deciderebbe ogni anno come e quanto dare.

Lo schiaffo di Tremonti però è diretto non solo al parlamento e al mondo dell'informazione ma anche ad alcuni avversari interni al governo e al Pdl. Innanzitutto al ministro delle attività produttive Claudio Scajola, che a luglio aveva ottenuto l'aumento della Robin Tax ai petrolieri per l'editoria e l'anticipo dei fondi previsti a discapito delle Poste, un ente centrale nella tremontiana Banca del sud. E al sottosegretario Paolo Bonaiuti che è delegato all'informazione e che dopo una trattativa complessa durata un anno aveva licenziato un regolamento di riforma che sarebbe entrato in vigore nel 2011. Azzerare tutto significa riportare di nuovo il timone del finanziamento pubblico nelle mani di via XX settembre.

Pd, il sindacato dei giornalisti e i giornali interessati non ci stanno. Già domani ci sarà una conferenza stampa della Fnsi alla camera per denunciare i pericoli dell'ennesimo cambio in corsa delle regole per un settore, l'informazione, sotto attacco su tanti piani, dalle querele del presidente del consiglio contro articoli sgraditi al mai risolto conflitto di interessi a regole «di mercato» che premiano sempre gli stessi a discapito di pluralismo e indipendenza richiesti da una democrazia compiuta.

E' passato un anno è di quei promessi «stati generali dell'editoria» che dovevano riformare il settore e fare pulizia in modo condiviso e trasparente non c'è traccia. Quello di Berlusconi non è il primo governo insofferente verso i giornali scomodi

Cancelli agli ingressi del parco della Martesana, da chiudere ogni sera, per evitare le feste improvvisate di giovani extracomunitari. Una decisione che il Comune ha preso senza badare ai diritti dei ciclisti. Sì, perché le cancellate che stanno spuntando - in via Perticari come in via Agordat - chiudono anche la pista ciclabile che corre lungo il parco, una delle migliori in città, che arriva fino a Cassano d’Adda. Così i ciclisti che di sera si trovano a passare sulla pista accanto al Naviglio nel tratto del parco, rischiano di trovarsi imprigionati. «Ho segnalato il problema a chi sta montando il cancello - racconta Luca Martinelli, ciclista e residente della zona - ma mi è stato risposto che nel progetto di chiusura non è stato preso in considerazione il problema della pista ciclabile».

Insomma per ora l’opera di recinzione - con cartelli che indicano la chiusura serale entro le 21 del parco intitolato ai Martiri della libertà iracheni - va avanti nonostante le segnalazioni di diversi ciclisti abituati a usare la pista anche di sera, rientrando a casa dal lavoro. L’obiettivo è quello di evitare la presenza serale di giovani peruviani e ecuadoriani che ascoltano musica ad alto volume.

Attacca il consigliere Pd Maurizio Baruffi: «A nessuno verrebbe mai in mente di recintare una strada dove circolano le auto, ma evidentemente per questa amministrazione le biciclette non hanno pari dignità». I sostenitori delle due ruote, intanto, stanno mettendo a punto una manifestazione di protesta contro un altro luogo vietato alle due ruote: il nuovo tunnel in zona Garibaldi. Lì Ciclobby sta organizzando per sabato mattina un presidio di ciclisti.

Giapponesi infuriati che assaltano il Louvre in un estremo tentativo di tornare a casa dopo aver omaggiato la Gioconda. Lavoratori museali francesi in sciopero dal 2 dicembre contro i prossimi tagli occupazionali. Alcuni musei (tra cui il Louvre) che oggi per forza maggiore riaprono. Altre istituzioni irriducibili (tra cui il Beaubourg e la Sainte-Chapelle) che rimangono sprangate. Caos a Parigi nel weekend pre-Immacolata.

E una diffusa, forse non imprevista sensazione: che le opere d’arte, anche se da lungo tempo nell’era della loro riproducibilità tecnica, siano un servizio essenziale. Che la cultura sia un servizio essenziale in Paese civile; come i trasporti pubblici, per dire. Il che darebbe ragione a tutti: ai turisti che dopo un lungo viaggio vogliono vedere i quadri, agli operatori culturali che non vogliono essere decimati, a chi vive di turismo nelle città d’arte. Dove la cultura — mai scordarlo — è un motore dell’economia.

Specie in paesi come la Francia e l’Italia. E in tutta quell’Europa che ha perso peso economico ma resiste (anche) trasformandosi in un’Eurodisney per visitatori grandi e piccini. E magari dovrebbe moltiplicare le attrazioni invece di ridurre i fondi come se si trattasse di biglietti d’auguri dei ministeri. È un problema in Francia come da noi (chiedere ai sovrintendenti delle nostre strapelate Belle Arti, in caso).

Ma è un guaio/opportunità che non si risolve solo trovando sponsor per restaurare attrazioni note ai giapponesi e aprendo nei musei ristoranti e bookshop. Ci si dovrebbe (in Francia e da noi) inventare dell’altro. Non solo far vedere, fare capire. Spendere qualche euro anche per stimolare la creatività. E tentare di ridiventare un laboratorio. I musei sono un servizio essenziale ma non sufficiente. Non basta guadagnare rifocillando i turisti. Non basta produrre qualche erudito che — genere colonnello Hans Landa di Bastardi senza gloria — conosca a menadito arti e lettere e poi vada sereno a caccia di ebrei. La cultura europea ha ancora parecchio da dire e da dare, anche partendo dai suoi errori. Per questo serve.

Alghero. E’ nato ieri mattina in una sala affollatissima del chiostro di San Francesco il Comitato regionale per impedire lo stravolgimento del piano paesaggistico ed evitare ulteriori aggressioni speculative al territorio della Sardegna. Con questo obiettivo si è svolto il convegno che aveva per titolo “Non lasciamoli giocare con le costruzioni”, l’iniziativa promossa da Sinistra Ecologia e Libertà contro il piano di edilizia approvato dalla maggioranza di centrodestra in Consiglio regionale. Era presente anche l’ex governatore Renato Soru.

«Da una parte - spiega Carlo Sechi uno dei promotori - il comitato dovrà attivare tutte le iniziative per impugnare la legge di fronte agli organi giurisdizionali, alla Corte Costituzionale e alla Commissione Europea, perché in palese contrasto con norme di tutela sovraordinate rispetto alla potestà legislativa della Regione Sardegna. Dall’altra, è necessario informare correttamente i cittadini sulla portata delle legge, sugli effetti disastrosi nella fascia costiera, nei centri storici, nei quartieri delle grandi città e nei piccoli paesi, nell’agro e nelle borgate rurali. Spiegando perché questa legge renderà la Sardegna più brutta e più povera. Spiegando che la sua applicazione comporterà inevitabilmente una diffusa conflittualità tra cittadini in quanto, per ottenere gli aumenti volumetrici, sarà sufficiente presentare agli uffici tecnici comunali una semplice dichiarazione d’inizio attività, in deroga ai regolamenti e ai piani urbanistici comunali: comunque al di fuori delle più elementari regole di pianificazione e di rispetto degli standard urbanistici».

La manifestazione è stata aperta dai contributi della sociologa Antonietta Mazzette, da Stefano Deliperi per il Gruppo di intervento Giuridico e dall’urbanista Sandro Roggio. Alla tavola rotonda, coordinata dal consigliere regionale Carlo Sechi, hanno partecipato l’urbanista Arnaldo Bibo Cecchini, Luigi Cogodi, già assessore regionale all’Urbanistica, Renato Soru, il costituzionalista Piero Pinna e l’avvocato Giulio Spanu. «Il Comitato per la Difesa della pianificazione paesaggistica in Sardegna, appena costituito, dovrà essere aperto alla partecipazione e al contributo di quanti sentono di amare e intendono tutelare il paesaggio sardo, la più grande risorsa patrimoniale della comunità isolana». L’impegno operativo emerso dal convegno: «L’impegno di tutti, associazioni, partiti, movimenti, sarà determinante per sconfiggere un modello di sviluppo egoista e arretrato che ci pone fuori dal contesto dei paesi europei».

BERGAMO — Se fossero già installate, le eliche girerebbero a pieno regime. Ma non è il vento delle polemiche che dovranno sfruttare, se davvero otterranno il via libera, le pale del parco eolico che la società Centuria di Milano vuole realizzare al passo San Marco (a due mila metri), versante valtellinese.

Il progetto, il primo del genere in Lombardia, ha ottenuto l’ok della Regione per quanto riguarda l’impatto ambienta le e aspetta solo che la Conferenza dei servizi faccia scattare il definitivo semaforo verde. Ma in terra bergamasca le quattro pale da 90 metri d’altezza non sono viste di buon occhio. Anzi, il fronte del no è piuttosto ampio e variegato. E anche chi, come Legambiente, in un primo tempo si era detta in linea di principio favorevole, in virtù del valore ecologico del l’impianto, ora chiede garanzieche l’impatto non sia troppo pesante per il contesto.

Il più feroce avversario delle pale, vestito metaforicamente come un Don Chisciotte contro i mulini a vento, è Franco Grassi, presidente del Parco delle Orobie: «Questo progetto è un vero disastro. Dal punto di vista paesaggistico installare quattro pale del genere è uno scempio. Il passo San Marco è l’unica porta di accesso alla Valtellina: possibile che non ci sia una valletta nascosta in cui piazzare il parco eolico?». Il paradosso è che proprio di questi tempi era maturata l’idea di interrare tralicci e cavi dell’alta tensione. Ora le pale rischiano di aggravare la situazione. Schierato per il no è anche il sindaco di Averara: «Le abbiamo provate tutte per opporci — spiega Angelo Cassi — non sappiamo più a che santo votarci, ma pare che non serva a nulla. Siamo troppo piccoli per ché ascoltino la nostra voce».

L’impressione, in alta Valle Brembana, è che ormai la decisione sia stata presa e che non vi siano margini per opporsi. Il consigliere regionale del Pdl Carlo Saffioti si è impegnato ad affrontare la questione con gli assessori competenti al Pirellone: «Trovo inopportuno deturpare parti importanti e significative del territorio per posizionare pale eoliche che da una parte sono antiestetiche e dall’altra non garantiscono una continuità sul fronte della resa energetica. Il paesaggio naturale dei nostri monti va tu telato ».

Chi fa della montagna la propria palestra, come il Club Alpino Italiano, è sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda. «L’utilizzo delle fonti rinnovabili è fondamentale — osserva Paolo Valoti, presidente della sezione bergamasca — ma senzatroppo impatto sull’ambiente. Nel caso del passo San Marco bisogna vedere se il gioco vale la candela, cioè se il sacrificio ambientale porta un guadagno economico». Nel fronte bergamasco l’unica voce che non dice aprioristicamente no è quella di Legambiente: «Riteniamo che le pale siano uno dei progetti da tenere maggiormente in considerazione per la produzione di energia pulita — è la premessa di Paolo Locatelli—. Riteniamo però che sia necessario avviare un approfondimento sull’effettiva incidenza territoriale e sulle implicazioni reali dell’intervento, come i possibili danni per l’avi­fauna ». L’associazione ambientalista chiede infine che vi sia un confronto, con assemblee pubbliche, sia con gli organismi regionali che con la società promotrice del progetto.

Articoli di Mariagrazia Gerina, Pietro Spataro, Toni Jop, Maria Zegarelli

Rivoluzione viola, un milione per dire:

Berlusconi dimettiti

di Mariagrazia Gerina

C’è chi se l’è dipinto in faccia, chi ci scrive sopra la rabbia, chi la speranza. Chi lo sventola contro il cielo azzurro. E lo fa avanzare come una nuova bandiera, un desiderio di rivoluzione, per le vie di Roma, da piazza della Repubblica a piazza SanGiovanni. Quel colore viola, lasciato libero dai partiti in oltre sessant’anni di Repubblica. Che, nel linguaggio cromatico, sta tra cielo e terra, tra passione e intelligenza. E significa «metamorfosi, transizione, voglia di essere diversi». Nessuno l’aveva considerato fin qui. Se l’è preso il popolo del «no B. Day». E in un pomeriggio, dopo quindici anni di berlusconismo, antiberlusconismo, girotondi, lo ha fatto diventare «urlo, abbraccio, amore per questo paese », prova a prestargli le parole Roberto Vecchioni, «tutta la gamma dei sentimenti» che la politica è ancora in grado di suscitare. «Nessuna cupezza, nessuna aria di sconfitta», contempla la scena dal palco il grande vecchio del cinema italiano, Mario Monicelli. L’identikit più bello di quel popolo sceso in piazza a chiedere a Berlusconi di dimettersi, lo fa Francesca Grossi, da Massa Carrara, venuta a Roma con suo marito e con i suoi due bambini di 11 e 13 anni. «Siamo di sinistra, usiamo la democrazia con fiducia, non so ancora per quanto - dice -, ci diamo da fare persino nei consigli di classe, vogliamo far sentire la nostra voce, far sapere che siamo tanti, che c’è un’Italia che dà il benvenuto ai marocchini e tiene le porte aperte». E però, dice Francesca, sciarpa viola al collo: «Ci sentiamo poco rappresentati, il nostro essere presenti sventolando il colore viola di questa sinistra sguinzagliata cisembra l’unica forma di rappresentanza rimasta». Lo dice tutto d’un fiato, come si dicono le cose che stanno a cuore. Poi si ferma, guarda avanti. E si domanda: «Ci ascolteranno?».

L’altra Italia

Chissà. Ma mentre parla, alle sue spalle, prende corpo l’altra Italia scesa in piazza per essere «presente». L’Italia dell’antimafia e della Costituzione. «Abbassate le bandiere dei partiti», ripete almegafono unragazzo con i capelli biondi. Davanti a lui, un mare di agende rosse come quella del giudice Borsellino, portate in civile processione da ragazzi che quandoquell’agenda sparì erano appena bambini. Al posto delle bandiere, un gruppetto di signore sventola la Costituzione. «Bisogna ricominciare dalla base in questo paese». Su tutto giganteggiano le lettere cubitali di un verbo semplice, da rivolgere direttamente al premier, senza mediazioni: «Dimettiti». «Ridacci l’Ita- lia, vattene ad Hammamet». E poi: «Fuori la mafia dallo stato». «Caserta non è uguale a Cosentino». «Mangano e Dell’Utri a voi, i nostri eroi Falcone e Borsellino», scandisce il popolo «no B Day». Le stesse parole che il fratello Borsellino scandisce dal palco. Un intervento durissimo e applauditissimo. «A me delle escort non importa nulla, sono qui perché la mafia esca dallo stato, la presenza di Berlusconi e Schifani nelle istituzioni è un vilipendio».

«Dovevamo essere trecentomila, siamo più di un milione», esultano gli organizzatori. Una lezione per tutti i partiti, non solo per Berlusconi. Per l’Idv che corre a prendersi la prima fila. Per le tante bandiere rosse. E per il Pd che arriva in ordine sparso». «A cui ricorda che il Pd - dice Vecchioni - è un progetto vasto, nonsolo partitico». Il popolo del «No B Day» li ha votati un po’ tutti, con delusione e speranza. C’è persino chi incoraggia l’alternativa a destra: «Meno male che Gianfranco c’è». «Guarda se in piazza oggi ci sono io vuol dire che questo paese può cambiare davvero», dice Riccardo Fabbri, 38 anni, impiegato. «Io - spiega - ero l’italiano medio, miimportava solo del calcio, della tv e delle donne, poi però a vedere come hanno distrutto questo paese mi sono inc... anche io».

Tanti giovani, molti lavoratori

«Tiriamo l’Italia fuori dal fango»

di Pietro Spataro

Francesco ha 17 anni, Angelica 65. Davide è disoccupato, Manuela è precaria, Amedeoè piccolo imprenditore. Violetta e Ilaria sono studentesse, Valeria un’insegnante. Storie diverse che si incontrano in questo bellissimo corteo: si toccano, si mischiano, si danno forza stando insieme. Tante persone che hanno un tratto comune: vogliono un’altra Italia. Più giusta, più uguale, più libera, più democratica. Antiberlusconismo? Forse. Ma non basta a spiegare l’esplosione di gioia e di colori, i canti, gli slogan, le parole. Questa è gente che ha voglia di futuro. Di un futuro in cui nonci sia più Berlusconi. Già si definiscono il «popolo viola» e portano la freschezza e la velocità di un movimentonato sulwebche accetta la presenza, ingombrante, delle troppe bandiere di partito. Fanno pensare ai “girotondi”masono davvero un’altra cosa.

La meglio gioventù. Gioiosi ed esuberanti, inventano gli slogan migliori e sono dappertutto. Francesco Blaganò ha 17 anni, studente, è arrivato da Lamezia Terme. Tiene lo striscione che apre il corteo: “Berlusconi dimissioni”. Dice: «Il problema è questa Italia colpita al cuore dal malaffare. Non vogliamo arrenderci, ci siamo per smuovere le coscienze». Poco distante Davide, 20 anni, romano, si fa fotografare sotto la locandina di un film intitolato «L’intoccabile» il cui attore protagonista è Berlusconi. «Che faccio? Mi chiamano inoccupato. Sono qui perché mi dissocio e non solo per Berlusconimaper quello che ci sta dietro: le nubi chimiche, i veleni, la nostra vita rovinata». Arianna sventola una delle poche bandiere del Pd.Ha29 anni. E’ unpo’ arrabbiata. Spiega: «L’opposizione si fa in Parlamento ma anche in piazza. Noi siamo qui, speriamo che il Pd se ne accorga ». Fulvio e Giuseppe, studenti ventenni, vengono da Lecce. «Siamo qui per stanchezza, per sofferenza. Nonne possiamo più. Vogliamo vedere un’altra scena.Ce la faremo?». Violetta ha 18 anni e fa la ragazza sandwich: denuncia la disuguaglianza della vita. Dice: «Se sei figlio di papà vai avanti, altrimenti ti fermi. E’ il senso della riforma Gelmini. I miei genitori sono impiegati, indovina un po’ che speranze avrò?». Urlano, nessuno riuscirà ad ammutolirli.

Lavoratori d’Italia.

Pensi di trovare schiere di giustizialisti inferociti e invece raccogli decine di storie di lavoratori che sono qui soprattutto per difendere la loro dignità. Fabio Frati è uno di questi. Era impiegato Alitalia ora è in cassa integrazione con 850euro eun figlio invalido. «Noi siamola testimonianza della cura Berlusconi. Siamo 10 mila in tutta Italia, un vero massacro sociale». Ida ha 47 anni, lavora in un’azienda ceramica in crisi vicino Reggio Emilia. «Sono separata con due figli e sono in contratto di solidarietà. Ma secondo voi ce la posso fare con poco più di mille euro al mese?». Il lavoro che non c’è, quello che si rischia di perdere, quello precario. Nicola ha 27 anni e viene dalla Sardegna. Fa il ferroviere. «Ho un contratto precario, lavoro 12 ore per900 euro. Eloro pensano allo scudo fiscale e ai processi di Berlusconi». Dice uno striscione: “Sono casertano non sono Cosentino”. Manuela ha 34 anni, è precaria in aeroporto. «Ma tu ti fideresti di uno come Cosentino? Io però sono qui anche per altro: per unmio amico che la Gelmini ha cacciato via dalla scuola, per mia cugina che è senza stipendio da cinque mesi». Chi ascolterà questa Italia? Protesta civile. Ci sono anche loro, quelli che pensano che il regime sia alle porte. Roberto ha 63 anni, pensionato, faceva il dirigente in un’azienda petrolifera. Marcia con un cartello che dice “Come Veronica nun te regghe più”. Spiega: «Ho finito le parole, non ce la faccio più. Non sopporto la volgarità e l’incultura di questi signori». Davide si è sistemato sulla scalinata di una Chiesa con un cartello che recita “Berlusconi vattene, per fare politica servono mani pulite”. E’ vestito di grigio e lo scambiano tutti per il parroco. Gli urlano “grazie”. Lui sta al gioco. Poi dice: «Sono semplicemente unc ittadino incazzato contro Berlusconi che vuole fare il monarca». C’è spazio anche per la poesia. Angelica, 65 anni, viene da Milano. Innalza un cartellino sui cui sono scritti versi di Giuliano Scabia: «Svegliati Italia / scrollati dal fango che ti ammalia ». Dice: «E’ la verità: siamo immersi nel fango». Ormai è buio. Piazza San Giovanni è strapiena e il corteo è ancora in via Merulana. Si balla, si canta. Ragazzi e anziani insieme, generazioni diverse in cerca del “colore della libertà”. Una signora in unangolo tiene altoun cartello minuscolo come tanti fatti in casa. Dice: «Quando la tigre è nella tua casa non discutere come cacciarla». Il «no B day» è finito. Oggi comincia il dopo. Chi caccerà la tigre? V

Pensieri e parole sul palco

«Siamo cuore e cervello dell’ Italia che vogliamo»

di Toni Jop

«Madov’è la sinistra? Dov’è il Pd? Dov’è l’opposizione? Dov’è la Chiesa rispetto alle molte isole di schiavitù che oggi fioriscono in Italia?»: Ulderico Pesce, attore, lo chiede a una piazza sterminata di teste e bandierementre cala la sera su San Giovanni. E la piazza s’infiamma firmando un non-sense meraviglioso, poiché tra i marmi vaticani, il verde e l’asfalto c’è proprio l’anima della sinistra, l’anima dell’opposizione, moltissimi cattolici, l’anima del Pd, per non parlar dei suoi leader, in buon numero scesi in strada col popolo della rete. Così, quel palco allestisce una sorta di drammaturgia analitica, una «doccia » emozionale in cui «vuotare il sacco », i bisogni frustrati, le pulsioni troppo a lungo mediate. Pesce sa il fatto suo quando urla: «Senza il cuore la sinistra è niente, senza emozioni è niente». E racconta dei lager italiani in cui vengono rinchiusi gli emigrati, dei caporali che smistano le «risorse umane» da un campo di mele a uno di pomodori, a una strada lungo cui prostituire il corpo. Chiede aiuto; dice che, per far qualcosa di utile, basta appoggiare la sua richiesta di rendere riconoscibile, come avviene in altri paesi europei, il nome del produttore, adesempio, su ciascun barattolo di pelati. Sembrerà strano, ma questo piccolo accorgimento burocratico sarebbe in grado di sventare trucchi e truffe ai danni dello Stato, della popolazione, dell’Europa, dei lavoratori trattati come schiavi. Ovazione per lui, come, poco prima, per Salvatore Borsellino che aveva chiesto all’Italia di rivendicare il suo diritto di mandare a casa il premier, sottraendo questo potere alle cosche che ora potrebbero considerarlo un insufficiente. Niente, sul palco, accade secondo una liturgia convenzionale, tranne forse lo stile dei due giovani conduttori che fanno quel che possono per aggraziare di maniera una scena di suo così anomala. Due ragazze ventenni che raccontano della loro esperienza in una cooperativa attiva sui terreni fino a poco fa appartenuti alla mafia, a Corleone. Dario Fo che vola surreale sul mare di bandiere, giurando di non aver quasi camminato per arrivare in piazza, perché trascinato sospeso dall’onda di quel milione di persone, per lui sono la certezza che le cose cambieranno; Franca Rame che recita una stanza dedicata soprattutto alle donne, a quelle inchiodate dalla cultura del premier come a quelle offese dalla violenza maschile mentre qualche asta, nei pressi del palco, porta in alto le coppe di un reggiseno. Moni Ovadia, che tuona sul tradimento, sullo scippo, sul furto del nostro vocabolario democratico ad opera di unsolo uomoin grado oggi di controllare e decidere le nostre esistenze. Di fronte, aggiunge Moni, ad una opposizione incerta, malferma. Due messaggi video, uno con lo sdegno verso i nostri tempi di Antonio Tabucchi; un altro per Giorgio Bocca che chiede, anche lui, all’opposizione e al Pddi fare delle scelte di campo. Aveva aperto Monicelli, unresistente di lungo corso e di lunga memoria che ha avuto l’«impudenza» di salutare la classe. Operaia. «Viva l’Italia», canta Vecchioni, bello e discreto, e la piazza gli fa eco e balla, perché era festa grande. Di liberazione.v

Rosy superstar tra i viola

Il Pd c’è, sfila l’opposizione

di Maria Zegarelli

«Rosy, per fortuna ci siamo. Hai sentito quanta gente ha detto “se non foste stati qui ci saremmo sentiti orfani”? ». Dialogo fra Giovanna Melandri e Rosy Bindi, alle sei del pomeriggio. Per fortuna ci sono andati i leader del Pd, si ripetono tra di loro, perché questa rivoluzione viola che è arrivata dal mondo virtuale e si è imposta in quello reale è imponente, molto di più di quanto si aspettavano gli organizzatori, molto di più di quanto vi racconteranno i tg e il bollettini della questura e del Viminale. Per fortuna che c’erano i leader del Pd, dal suo presidente, Bindi, al vice Scalfarotto, all’ex segretario attuale capogruppo alla Camera Dario Franceschini, a Ignazio Marino, Paola Concia, e tanti altri ancora. Perché quando attraversano il corteo il popolo Pd - un sacco di gente - li riconosce e va a ringraziarli. IL POPOLO E LE BANDIERE Un popolo discreto e rispettoso della manifestazione «che non è dei partiti ma della società civile», arrivato senza le bandiere perché così era stato deciso e invece una volta qui si accorge che l’Italia dei valori ne ha portate a pacchi, come i cappellini. Idem Rifondazione comunista, Sl, i Verdi. E così capita che Silvana, del circolo Pd di Trastevere, cuore rosso di Roma, fa un cenno ai suoi ed ecco che ne spuntano una trentina, salta quel telo viola dallo striscione e campeggia la scritta Pd. Rosy Bindi fatica a farsi largo, la fermano ad ogni passo. «Rosy sei l’unica con le palle», le grida unragazzo, e lei «lo prendo come un complimento ».Duegiovani stranieri le offrono una birra, ragazzi di Bergamo vogliono le foto. «Sei grande presidente, però certo Bersani poteva pure esserci... ». «Bersani è qui», porta la mano sul cuore, «non c’è, non c’è» le risponde un gruppo di donne. Il «partito è qui, c’è n’è tanto in questo corteo », risponde una, due, cento volte. Nonle piacciono tutte queste bandiere, «non è giusto che i partiti siano arrivati con le loro bandiere, dovevano venire con il viola o fare come me, un nocciola neutro. Bisogna avere rispetto di questo popolo, di tutta questa società civile che oggi è qui». Poco più indietro Ivan Scalfarotto dice che non ci sono polemiche perché, è stato giusto così: esserci senza metterci il cappello. E però che fatica trovare la collocazione senza rischiare di finire sotto le bandiere dell’Idv o di Rifondazione. Così capita anche che la Bindi per sfuggire la falce e il martello finisca tra i «viola» - «perchè sono di sinistramanon comunista» -senza accorgersi in tempo che dietro c’èuncartello con su scritto «Berlusconi tromba meno». Atletico scatto in avanti. Applausi quando arriva Dario France- schini che si piazza affianco a Marino, «il congresso è finito», scherzano. «Ci sono tantissimi giovani, è una novità straordinaria», commenta Franceschini con Jean Leonard Tuadì. «Per fortuna che ci siete»: se lo sentono dire un’infinità di volte. Perché loro, quelli che vogliono ancora credere sia possibile mandare a casa il premier ci sono e hanno invaso la capitale per dimostrarlo. E non sono «un popolo di frustrati»,comequalcuno nel centro destra vorrebbe sostenere, «è un popolo di indignati», precisa Bindi. «Indignazione costruttiva », la definisce Debora Serracchiani. I PARTITI Parecchi striscioni più avanti, sotto il fiume di bandiere Idv, c’è Antonio Di Pietro. Dice che oggi non vuole fare polemica con il Pd e Pierluigi Bersani. Forse lo farà da domani perché le elezioni regionali sono alle porte, le alleanze ballano sul tavolo dei partiti. Idv o Udc con il Pd? Ecco, se ne riparla domani. «Oggi è la prima giornata di resistenza attiva prima di dare la spallata finale a un governo piduista e fascista», dice Tonino. Paolo Ferrero invece fa polemica con il Pd: «Hanno scelto di non aderire, mi sembra un errore grave, ormai l’opposizione la fa il paese». Oliviero Diliberto si gode la piazza «Se ci fosse tutta l’opposizione saremmo ancora più forti, forse il Pd si sarà pentito di nonaver aderito». No, Pierluigi Bersaninon si è pentito. Dice: «Questa gente dimostra che era giustononmetterci il cappello sopra. Al Pd come partito adesso spetta tradurre questa energia contro in un’alternativa a Berlusconi. Ed è quello che faremo». V Euforici i promotori «Ce l’abbiamo fatta» FRANCESCO COSTA La reteÈil giorno più felice della mia vita», dice Gianfranco Mascia ai piedi del palco. Probabilmente è stato anche uno dei più faticosi, e come per lui la stessa cosa si può dire delle tante persone che hanno lavorato all'organizzazione della manifestazione. Il loro 5 dicembre è cominciato quasi all’alba, ma probabilmente è fuorviante parlare di giornate che iniziano e finiscono: da un paio di settimane il lavoro è andato avanti in modo praticamente ininterrotto, tra riunioni, email e telefonate, senza momenti di cesura netta tra un giorno e l'altro. Il primo atto della giornata è stata la gestione degli arrivi: quasi un migliaio di pullman sono arrivati in mattinata da tutte le regioni d'Italia, e per facilitare le operazioni e gli spostamenti gli organizzatori avevano impartito nei giorni scorsi delle istruzioni precise sui luoghi di ritrovo, suddividendoli secondo la regione di provenienza. Unsuccesso anche la gestione del servizio d'ordine, che era stato costituito mettendo insieme un gruppo di volontari reclutati sul web e tra le associazioni e i partiti aderenti. Qualche riunione nei giorni scorsi, una struttura piramidale che assegnava un coordinatore per ogni venti persone e un determinato tratto del percorso per ogni squadra. Tutto tranquillo, comunque: «Non avevamo paura di disordini, ma sappiamo che potevano esserci dei provocatori». Il bilancio finale, naturalmente, è più che positivo. «Sapevamo che non avremmo potuto sbagliare nemmeno una virgola, ce l'abbiamofatta », dicono i promotori mentre scendono dal palco, euforici e senza più un filo di voce. «Quello che chiediamo adesso a tutti i politici che hanno aderito è un impegno concreto sul conflitto di interessi. Nonci fermiamo qui». Insomma, ci hanno preso gusto.

Quando gli storici arriveranno a scrivere la storia dell'opposizione al regime Berlusconi, non c'è il minimo di dubbio che riserveranno un posto di rilievo alla manifestazione di oggi. Nata da nulla, cresciuta in modo del tutto anomalo rispetto alle classiche mobilitazioni partitiche della storia repubblicana, il No Berlusconi Day impone la considerazione di una serie di temi importanti. Uno di questi è lo stato di salute della società civile e la comparazione di questa manifestazione con la sua sorella girotondina di sette anni fa, sempre in Piazza San Giovanni. Un secondo tema riguarda i ceti medi italiani (più di 60% della popolazione), la loro stratificazione e potenzialità alla fine di un decennio di neo-liberismo puro, culminato in una gravissima crisi occupazionale. L'ultimo tema è il rapporto, finora sciagurato, tra società politica e società civile nella sinistra italiana.

Sul primo, colpisce subito l'entrata in scena di una nuova componente della società italiana. I giovani che si sono mobilitati oggi condividono molti dei valori dei girotondi ma sono diversi da loro. I girotondi, cresciuti culturalmente con il '68 e occupati soprattutto nel settore pubblico godevano in gran parte di un lavoro stabile e avevano in media più di quarant'anni. Erano (è lo sono tuttora ) dei ceti medi riflessivi, nel senso che sono capaci di rivolgere uno sguardo critico nello stesso tempo all'evoluzione della modernità e alle proprie attività. Ma essi erano anche economicamente integrati. Lo stesso non si può dire dei giovani che si sono mobilitati oggi. Anche loro sono cittadini critici e attivi ma fanno parte della prima generazione, nella storia della repubblica, a subire in modo massiccio la mobilità sociale discendente. Spesso possono vantarsi anche loro di un capitale culturale alto, ma di un capitale economico pressappoco inesistente. Non hanno lavoro, né prospettive di auto-realizzazione. La loro voce, quella di San Precario per intenderci, è un grido di angoscia ma anche, straordinariamente, di rispetto della legge e della Costituzione.

Il secondo punto: che potenzialità politica hanno questi due strati dei ceti medi, diversi tra di loro per età e reddito ma che oggi si trovano nella stessa piazza (e spesso sotto lo stesso tetto)? Per quanto riguarda i movimenti sociali in generale, troppo spesso si parla di fiumi carsici che scompaiano per anni per poi tornare improvvisamente in superficie. E' una metafora troppo facile e consolatoria. I ceti medi "garantiti" hanno sempre la possibilità di "uscire" dalla sfera pubblica, di ritirarsi nel privato, di auto-congratularsi sul tentativo di cambiare le cose, finito male non per colpa loro. Si può dire la stessa cosa dell'altro ceto, più giovane e colorato di viola? E' troppo presto dirlo. Ma per loro si gioca il futuro stesso. Sono più costretti a stare in trincea da un mercato del lavoro disastroso. Certamente, in un mondo del lavoro così atomizzato ci vuole una grande dose di creatività per poter restare insieme. L'abbiamo vista nella preparazione di questa manifestazione ma non sarà facile sostenere il momentum.

L'ultimo punto riguarda il rapporto con la politica. Si riuscirà questa volta ad evitare le sciagure del 2002-2003, quando i politici di sinistra giocavano, abbastanza cinicamente, a prendere tempo, cooptare qualcuno, ed aspettare che il movimento si sgonfiasse, come puntualmente si è verificato? Allora erano stati persi decine di miglia di cittadini alla politica attiva. Nulla nel comportamento del leadership del Pd promette meglio, questa volta. E non è solo una questione di responsabilità politica. Qui bisogna ripensare le categorie stesse della politica, la connessione tra società civile e partiti, tra democrazia rappresentativa e quella partecipata. Ci vuole della teoria politica all'altezza del momento. Quella vecchia e gloriosa, propria della democrazia, va difesa a tutti i costi, ma ci vogliono anche strumenti nuovi che impediscano che la piazza rimanga piena ed impotente mentre il palazzo si lecca i baffi per l'ennesima volta.

È considerata la più grande opera pubblica italiana dal dopoguerra. Domani si inaugura la linea ferroviaria ad alta velocità che unirà Napoli e Torino in 5 ore contro le attuali 8,20. Per la prima volta - dopo gli esperimenti di collaudo - un treno passeggeri sfreccerà a 300 chilometri orari sotto la galleria che collega Firenze a Bologna, la più lunga d'Europa: una lunga serie di trafori che complessivamente copre 73 chilometri su una linea di 78. Più o meno mezz'ora di buio. Della galleria in questione si è molto detto: che è un'opera avveniristica perché ha scavato l'Appennino, catena montuosa composta da materiali particolarmente difficili e per questo croce di ogni ingegnere. Che non esiste un'infrastruttura di eguale complessità al mondo. Molto meno si sente parlare delle polemiche sulla sua sicurezza, che pure sono state roventi e continuano a far discutere. Di fatto questa eccezionale opera ingegneristica nasce già vecchia, fuori norma rispetto agli attuali standard italiani e europei. I treni, infatti, viaggeranno per 60 chilometri dentro un'unica canna, con uscite di sicurezza che non sono facili da utilizzare per i soccorritori. In tutto il mondo le gallerie almeno bi-tubo (cioè con una canna per l'andata e una per il ritorno) sono ormai un must. La Bologna-Firenze, invece, non ha neanche una galleria parallela, fatta eccezione per gli ultimi undici chilometri (nel tratto di avvicinamento a Firenze), gli unici sui quali peraltro è stato chiesto il parere dei Vigili del fuoco. I quali, era il '98, risposero non soltanto chiedendo di cambiare alcune caratteristiche del progetto della galleria di servizio, ma rimarcando che per gli altri 60 chilometri di tratta «si nutrono seri dubbi sulla rapidità ed efficacia delle azioni di soccorso».

Uscita di sicurezza

Da allora qualcosa è cambiato, ma nulla per quanto riguarda le uscite, che sono rimaste le stesse. Quelle utilizzate dal consorzio Cavet - che ha avuto in gestione dalla Fiat (general contractor per Tav) il progetto esecutivo - per scavare la galleria. Quando si costruisce un tunnel di questa grandezza, infatti, è necessario «aggredire» la montagna da più punti. Quei punti di scavo oggi sono le finestre di uscita dalla galleria. Ma la distanza tra l'una e l'altra a volte è superiore a quanto previsto dai requisiti minimi di una legge del 2005, che pur essendo stata approvata dieci anni dopo il progetto della tratta, stabilisce anche i criteri e i tempi di adeguamento per le gallerie come questa. Una legge che, secondo alcuni, sembra «ritagliata» proprio sul progetto della Tav. D'altronde chi ha firmato quel decreto, l'allora ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, la tratta Bologna-Firenze la conosce bene. La ditta Rocksoil - tra le maggiori esperte nello scavo di tunnel - ha partecipato alla progettazione dell'opera, ed è di proprietà di alcuni famigliari dell'ex ministro.

La questione è seria. Eppure, a quanto pare, non bisogna disturbare il manovratore. Domani si prevedono festeggiamenti in pompa magna. Anche il presidente del Consiglio arriverà a Milano - luogo scelto per la celebrazione - con il treno che parte da Torino. Altre autorità viaggeranno su quello in partenza da Salerno. Si tratta del battesimo ufficiale, la linea infatti apre al pubblico il 13 dicembre. Ma sulla questione della sicurezza le bocche sono cucite. Cercare informazioni ufficiali è stato difficilissimo, anzi impossibile.

Non disturbare il manovratore

Per avere riscontri su quanto raccontiamo abbiamo inviato domande scritte a Ferrovie, che però non ha risposto in alcun modo. Abbiamo contattato i vigili del fuoco. Idem. Non risponde persino il ministero dei trasporti, dove in base al decreto del 2005 è stata istituita una Commissione incaricata di verificare che la sicurezza in galleria sia a norma. Il parere della Commissione dovrebbe essere pubblico, visto che la legge è stata promulgata in nome del popolo italiano. Invece dopo un mese di richieste per poter avere delle risposte dal presidente della commissione, tutto si è bloccato. E' tempo di festa, non di lacrime.

Chi ha raccolto pazientemente i dati e continua ancora oggi a bussare a tutte le porte per avere trasparenza è un'associazione di Firenze che si chiama Idra (anche in rete): sono loro ad avere messo insieme in quindici anni di attività un archivio ricchissimo di informazioni, che spesso hanno avuto l'effetto di costringere le istituzioni a muoversi. «Domani saremo con i comitati di Bologna in piazza della Stazione per dire che in quella galleria per il momento non ce la sentiamo di entrare - dice il presidente Girolamo Dell'Olio - perché 60 chilometri di tunnel senza la galleria di servizio, con finestre di accesso dall'alto ripide e lontane, senza neppure sapere come è organizzato il sistema di soccorso sarebbero un incubo!». Lungo tutto il percorso le «finestre» sono 15. Secondo il decreto 2005 le uscite all'interno delle galleria come questa dovrebbero essere entro i quattro chilometri. Si tratta di requisiti minimi, che vengono approvati subito dopo l'ennesimo incidente nel traforo del Frejus - avvenuto nel giugno del 2005 - che convinse l'Europa a mettere mano alla normativa. Nel 2007, infatti, l'Ue ha emanato una direttiva che prevede per le gallerie a unica canna uscite di sicurezza addirittura ogni chilometro. Il decreto dell'ottobre 2005 in qualche modo «salva» la Tav: le finestre di scavo si trovano quasi sempre a circa quattromila metri di distanza l'una dall'altra. Anche se in quattro tratti, nelle gallerie di Monte Bibele, di Vaglia e di Raticosa, le distanze sono in alcuni casi superiori ai cinque. Bisogna considerare, inoltre, che una volta l'uscita di emergenza arrivare alla luce non è semplice: le «discenderie» che collegano con l'esterno sono lunghe anche più di un chilometro, e soprattutto sono in salita. Chi per sventura dovesse mettersi in salvo attraverso la finestra Osteria, che si trova nella galleria Raticosa, dovrà percorrere 1.307 metri con una pendenza del 11,4%: significa che ogni 100 metri ne sali 11,4, cioè come tre piani di un palazzo.

La variante di sicurezza

Nel 2006 la tratta Bologna-Firenze è stata oggetto di una «variante di sicurezza» che è costata circa 600 milioni di euro. Sono stati studiati sistemi molto sofisticati per prevedere possibili rischi; sono stati innovati gli impianti; è stato inserito un sistema di gestione del traffico che, in caso di emergenza, permette di fermare i treni in 17 punti prestabiliti e attrezzati per l'esodo dei passeggeri (posti di esodo), posizionati in corrispondenza delle uscite di emergenza e in prossimità degli imbocchi. Tutte cose utili. Ma la variante prevedeva anche altri interventi tesi a facilitare quello che già nel progetto sulla sicurezza del '95 viene definito «autosoccorso»: la fuga a piedi. Ad esempio le Zer, zone ad evacuazione rapida. Piccoli cunicoli paralleli ai binari, forniti di numerose finestre di ingresso, che dovevano aiutare il deflusso dei passeggeri lungo la linea. Ma sono rimaste sulla carta. Secondo fonti non ufficiali, perché i soldi non erano sufficienti. Eppure per Ferrovie la sicurezza all'interno della galleria è massima, almeno secondo il criterio della sicurezza statistica. Illuminante una frase dell'amministratore delegato di Ferrovie, Mauro Moretti, durante una trasmissione del programma Exit del 2008 che mandò in onda un servizio molto documentato sull'argomento: «In termini statistici - spiegò Moretti - questa galleria è sicura come una centrale nucleare» (sic).

Gli ultimi ritocchi

Ma non finisce qui. Perché a quanto risulta, nonostante la variante del 2006, gli «aggiustamenti» sono continuati fino a poche settimane fa: sono stati rifatti i marciapiedi di fronte le finestre per le uscite. Si sarebbe scoperto che erano troppo distanti dalle porte del treno (come detto, si ferma «a bersaglio») e i passeggeri, cercando di mettersi in salvo, avrebbero rischiato di cadere nel «buco». La modifica sarebbe stata proposta dalle Prefetture, dove proprio in queste ultime ore si stanno concludendo i lavori dei tavoli territoriali convocati per redigere i piani di emergenza. Gli enti locali, infatti sono stati convocati soltanto questa estate per discutere della sicurezza della galleria. Anche in questo caso la domanda sorge spontanea: ma bisognava aspettare l'inaugurazione per avviare queste consultazioni? Non a caso solo di recente è emerso il grido d'allarme dell'assessore alla mobilità di Bologna Simonetta Saliera: «Noi non entriamo nel merito della sicurezza interna alla galleria - spiega l'assessore - ma di quella 'esterna': ci occupiamo, cioè, di assicurare che ci siano le condizioni per i mezzi di soccorso di raggiungere le piazzole d'emergenza che si trovano fuori dalle finestre. Per raggiungere Pianoro, dove si trova una di queste piazzole, la strada più breve è talmente stretta da impedire il passaggio dei mezzi dei vigili del fuoco. Secondo Ferrovie bisognerebbe allungare di cinque chilometri e passare per il nodo di Rastagnano che, però, è una delle zone più congestionate dal traffico». In progetto c'era una variante stradale che avrebbe dovuto essere costruita con l'impegno di Ferrovie e del ministero dei lavori pubblici. Per varie vicissitudini non se n'è fatto niente: «Ma Ferrovie - prosegue Saliera - ha accantonato 7 milioni di euro che intanto potrebbero essere utili per mettere in piedi un primo stralcio». L'assessore ha anche un'altra richiesta per Ferrovie: «Siamo in zone di montagna, che non ricada sugli enti locali la spesa per rendere agibili le strade di accesso in tutte le stagioni».

Un percorso ciclabile che dal Duomo arriva a Porta Nuova, attraversando Brera, come preludio al primo Raggio verde. Un progetto che l´amministrazione aveva già accarezzato - fino a delinearlo nella sostanza - due anni fa, ma che solo ieri, dopo stop e ritardi, è arrivato in giunta per il necessario avvio burocratico. Parte così il primo dei tre progetti di piste ciclabili che dal centro città raggiungeranno corso Monforte, corso Sempione e, appunto, i Bastioni di Porta Nuova.

Ieri sono stati approvati sia il progetto preliminare del "Piano mobilità ciclistica-rete ciclabile centro storico" sia il progetto definitivo per il primo lotto (con un importo stimato di 5 milioni e 500mila euro): il primo tratto su cui verrà disegnata la pista ciclabile è quello che va da via Monte di Pietà a Porta Nuova. Considerando i tempi tecnici per la gara e le autorizzazioni esecutive, però, gli operai non saranno per strada prima di otto, dieci mesi. Di certo il percorso - ora gli uffici dell´assessore ai Lavori pubblici Bruno Simini dovranno studiarlo nei dettagli - avrà anche zone miste, in cui far convivere pedoni e due ruote: a Brera, per esempio, dove si sta disegnando una nuova isola pedonale. La filosofia resta quella di cambiare passo sulle politiche per la mobilità ciclabile: non più spezzoni di piste, ma un percorso quanto più possibile continuo, risistemando il tracciato esistente e costruendone uno ex novo, che porti i milanesi in bici dall´Ottagono fino al Raggio verde.

Un anno e mezzo fa il progetto del primo percorso ciclabile del centro sembrava pronto per l´approvazione: ma era arrivato imprevisto lo stop, perché nella stessa giunta c´era chi si preoccupava della perdita di posti auto a favore della pista per le due ruote. Ora la strada per la nuova pista sembra segnata. Ma in forse ci sono altri progetti che, nelle intenzioni, dovranno in futuro collegare il Duomo a Porta Romana e a Porta Ticinese.

postilla

Quando si parte da sottozero qualunque progresso infinitesimale è pur sempre un passo in avanti, o magari come in questo caso una pedalata, che porta un po’ più in là. Il sottoscritto non è un appassionato catastrofista, che non vede l’ora di indignarsi davanti a qualunque cosa: proprio oggi ho addirittura votato per il nuovo nome della Piramide di Formigoni I, ovvero il nuovo grattacielo della Regione (per la cronaca, ho proposto “Gioia”, forse si capisce perché).

Ma con tutto l’ottimismo possibile, qui la montagna ha addirittura bisogno di inseminazione artificiale, trattamenti nucleari e parto cesareo, per partorire quel tremante topolino. Una manciata di centinaia di metri fra le strade supercentrali terziarizzate, ed altre strade supercentrali magari lievemente meno terziarizzate: e dai! “Mobilità ciclabile” è una cosa seria, che in bocca a certe amministrazioni a quanto pare non può che diventare tragicomica. Per adesso lasciamoli lì a lavorare soprattutto con gi uffici stampa che tentano di gonfiare l’effetto annuncio, e continuiamo a pensare a cose più divertenti, utili, e puntualmente ignorate da lorsignori, come il progetto Grande Gronda presentato a Cassinetta di Lugagnano nel quasi silenzio della stampa, e che per 170 km di percorso metropolitano chiedeva cifre paragonabili a quelle della manciata di metri autopromozionali di questa Kriptonite Verde. Brr…. (f.b.)

Guardo la carta d’Europa, e sento lo sforzo di quell’appendice geografica di staccarsi dal "corpaccione" asiatico protendendosi vero l’Atlantico e il Mediterraneo.

Un corpo centrale compatto, dalla Polonia alla Francia, lancia al Nord la penisola scandinava (un’Italia malriuscita) e un’esile punta danese; al Sud, una Spagna tozza e una Grecia che va in frantumi.

Al Nordovest si è distaccata la forma piumata dell’Inghilterra, e al centro del Mediterraneo quella di un’Italia chiomata, che si distende restringendosi alla vita e articolandosi alle estremità. A quella figura elegante non si addice l’immagine sgraziata dello Stivale, ma piuttosto quella di una signora, leggiadramente fluttuante sul mare. Una penisola lunga, un po’ troppo lunga, dissero gli Arabi, che la tormentarono per tanto tempo senza riuscire a possederla tutta intera, come del resto tante altre nazioni dominatrici, tranne Roma, che però la immerse in un grande impero.

Di questa un po’ eccessiva lunghezza si tratta qui, e delle vicende che hanno reso, attraverso la storia, tanto problematica e che tuttora, a distanza di centocinquant’anni, insidiano la sua definitiva unificazione.

* * *

Il 1861, anno dell’unificazione del regno, è l’anno in cui si compie il grande moto del Risorgimento. Ma è anche quello in cui esso comincia a invischiarsi nella grande palude dell’"Antirisorgimento".

L’Antirisorgimento si sviluppa, successivamente, in tre forme storiche.

La prima è la corruzione del patriottismo risorgimentale nel nazionalismo aggressivo, che nasce dal gigantesco complesso d’inferiorità di una piccola borghesia frustrata da secoli di servitù. Cavalcando la denuncia delle fragili istituzioni democratiche create dal nuovo Stato, esso precipiterà il paese nel massacro di una guerra mondiale e nell’avventura retorica e populista del fascismo. La nazione mussoliniana è l’antitesi della patria mazziniana.

Là dove quella era concepita come parte di un generale affratellamento dei popoli europei e di un grande moto di solidarietà sociale, questa è l’espressione del primato militarmente aggressivo, e socialmente oppressivo, di un’élite violenta e dissennata.

La seconda consiste nel condizionamento dello Stato italiano da parte della Chiesa cattolica e della sua massiccia presenza a Roma. Che lo si voglia riconoscere o no, in Italia esistono due sovranità, non una: la sovranità nazionale è limitata da quella ecclesiastica. Si può fingere di non vedere. Nondimeno questa è la realtà che si esprime nei Concordati, e che tutti i discorsi sull’armonia tra le due istituzioni non riescono a dissimulare.

La terza è la questione meridionale. Il carattere antirisorgimentale di conquista del Sud da parte della monarchia sabauda si rivela immediatamente dopo che le camicie rosse sono scomparse, sostituite dalle uniformi blu dei soldati del re, nella cosiddetta «guerra del brigantaggio»: in realtà, una repressione violenta delle plebi contadine, schiacciate con la connivenza dei baroni.

È proprio nella fase più avventurosa del Risorgimento, quella rappresentata dall’unificazione con il Sud, che un’impresa nata sotto l’insegna della liberazione si corrompe in mera conquista, segnando tra le due parti del paese un solco fatale, che i tanti sforzi successivi non riusciranno a colmare.

Se, con un nuovo salto storico, approdiamo ai giorni nostri, dobbiamo domandarci quanta parte di queste tre minacce insidi ancora il nostro paese, a centocinquant’anni dal compimento della sua unità.

Certo, la minaccia fascista è scomparsa; anche se non ne è affatto scomparsa la nostalgia, che si manifesta attraverso una continua campagna di denigrazione di quel secondo Risorgimento che è stato rappresentato dalla Resistenza. Al posto del fascismo, tuttavia, si è installata nel popolo italiano un’altra forma di ripugnanza per le istituzioni della democrazia, un "anti-antifascismo" che non fa appello alla retorica nazionalista, ma a un’altra forma di populismo privatistico, non più trascendente nel sentimento patriottico, ma nel tifo calcistico.

Tutt’altro che scomparsa è la seconda insidia, quella del protettorato cattolico, che trae dal neoguelfismo una tradizione illustre.

E infine, l’insidia più grave, conseguenza del fallito compimento dell’unità, è quella costituita dalla decomposizione, presente al Nord in forme tutto sommato pacifiche, anche se bizzarramente provocatorie, e incombente al Sud nella secessione criminale delle mafie, che sequestrano zone intere della Repubblica.

Questa è la vendetta suprema dell’Antirisorgimento che il paese, a centocinquant’anni dall’unificazione, deve fronteggiare. Sarebbe triste se le sue speranze di superarla fossero tutte affidate a un’Unione Europea cui, anziché offrire l’esperienza di una ricca tradizione di diversità, si fosse costretti a chiedere di tirare la carretta di una penisola troppo lunga e sconquassata.

Ma una speranza, per quanto controversa, c’è.

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