Siti Unesco, Venezia è solo quartultima
Italia Nostra: «Segnale preoccupante, troppi progetti distruttivi»
di Alberto Vitucci
Venezia è un sito Unesco «patrimonio dell’umanità». Ma iul suo territorio è conservato malissimo. Una bocciatura senza appello quella che arriva dalla classifica sui 94 siti più importanti del mondo stilata da National Geographic.
Venezia si piazza soltanto al quartultimo posto, con una valutazione di 46 su 100. peggio hanno fatto soltanto le Galapagos, Portobello (Panama) e la valle di Kathmandu (Nepal). Ai primi posti i fiordi norvegesi, e le città di Vezelay (Borgogna) e Granada (Andalusia). «Un segnale molto preoccupante», commenta in un comunicato la sezione veneziana di Italia Nostra, «rivolto soprattutto a coloro che perseguono per questa città progetti distruttivi. Il motto delle città prime classificate è infatti quello della sostenibilità e della lentezza. A Venezia c’è chi insegue ancora il mito della velocità con i progetti di sublagunare».
419 esperti da tutto il mondo in maniera assolutamente anonima hanno contribuito a stilare la classifica dei siti meglio conservati, a quarant’anni dalla loro denominazione. Duri i giudizi scritti da coloro che hanno visitato la città. «Il problema principale», dicono, «è l’invasione del turismo, che ha ormai cacciato gli abitanti e le forme di vita originarie».
«Quasi quasi», scrivono, «c’è da pentirsi di essere venuti per aver contribuito così alla sua invasione e al deterioramento». I siti Unesco del mondo, definiti «Patrimonio dell’Umanità» sono in tutto 830. 94 quelli più famosi, tra cui appunto Venezia, oggetto dell’ultima indagine. «Un giudizio che deve preoccupare», continua Italia Nostra, «e far riflettere chi ama veramente questa città. Un modello che per secoli il mondo ha ammirato, e che ora si sta avviando verso il declino inseguendo ritmi di vita che sembrano più moderni e redditizi». (a.v.)
Cacciari: «La sublagunare fino al Lido»
Il sindaco al convegno: «Solo i privati possono recuperare i palazzi»
di Silvia Zanardi
«Un collegamento veloce dall’aeroporto di Tessera al centro storico serve e va fatto. Se si pensa alla sublagunare, però, bisogna far sì che arrivi fino al Lido. Altrimenti, è un progetto che non ha senso». Al convegno sul turismo il sindaco Cacciari è stato chiaro: «Sarà compito della prossima amministrazione comunale pensarci. Ma, se arriveranno i fondi necessari alla realizzazione di quest’opera, non è pensabile che si fermi all’Arsenale, deve proseguire anche verso il Lido».
Se Venezia si sta portando avanti in tema di logistica (con il Passante di Mestre, i nuovi terminal a Tessera e al Porto, il People Mover, la riqualificazione di Piazzale Roma), per Cacciari è il Lido ad essere ancora in forte difficoltà. Ma bisogna puntare al rilancio: «I problemi di accesso vanno risolti e sveltiti al più presto - ha detto il sindaco - con investimenti pari ad 800 milioni si interverrà sulle aree dell’ex Ospedale al Mare e sulla riqualificazione alberghiera; verrà costruito un nuovo Palazzo del Cinema che sarà probabilmente il più grande centro congressi d’Italia. Il Lido è alla vigilia di una rivoluzione e il turismo deve prendere piede anche qui». E la rivoluzione non riguarderà solo il Lido ma anche Mestre. «Mestre non è un dormitorio, la gente ci deve andare anche perché c’è qualcosa da vedere» continua Cacciari.
«Sono state inaugurate tre nuove fondazioni: Vedova, Bru e Pinault - dice ancora il sindaco - Tre nuovi luoghi ricchi di cultura d’eccellenza, recuperati grazie all’impegno dei privati. Dicendo questo, mi rivolgo agli ultraconservatori stupidi che hanno sempre delle riserve, quando si tratta di recuperare e riadattare edifici di pregio. Nei palazzi non si possono fare case popolari, se non sono le fondazioni o i privati ad occuparsene, sono destinati a sparire».
Sulla metropolitana sublagunare e i suoi effetti andate alla cartella dedicata all'argomento, , e in particolare leggete l’articolo di Alberto Vitucci dell’agosto 2005 e il nostro commento.
Al Collatino erano previste opere pubbliche e campi sportivi regolamentari, un polo espositivo e una biblioteca. Ora invece il sindaco regala ai costruttori il venti per cento in più di residenziale.
«Adesso è chiaro quale è la ricetta di Alemanno per le periferie romane». «Una colata di cemento». La voce del consigliere di opposizione Massimiliano Valeriani è indignata, se possibile sconcertata, ma i dati che snocciola sono oggettivi. Al Collatino, periferia sud-est di Roma, intorno al nuovo centro carni si era articolata una importante trasformazione urbana, che puntava sulla riqualificazione.
Ora invece nello schema di assetto preliminare elaborato dalla giunta di centro-destra si passa, per l’edilizia residenziale da 4000 abitanti a 10.000. Nel piano elaborato dalla giunta Veltroni il mix urbanistico prevedeva il 32% di residenziale, il 51% di funzioni pubblice e il cosiddetto flessibile (cioè nella disponibilità del costruttore se ci sono problemi di costi o altro) al 15%. Nella previsione attuale i rapporti sono capovolti: il 42 per cento è destinato ad appartamenti, quantità a cui va aggiunta la quota flessibile aumentata al 23%; mentre scendono al35%le opere di interesse pubblico.
NIENTE IMPIANTI SPORTIVI
Oggi alle 12 è convocata una conferenza stampa di protesta a cui parteciperanno i presidenti del V, VI, VII municipio, perché la riqualificazione urbana dell’area intorno al Centro carni aveva coinvolto tutti: cittadini, istituzioni, squadre sportive. E il piano accolto dalla giunta Veltroni proprio grazie alla condivisione delle scelte prevedeva cose ben precise: una biblioteca di livello metropolitano,un polo espositivo delle scoperte archeologiche della zona ricchissima di reperti, impianti regolamentari di pallavolo e di pallacanestro, anche perché al Collatino ci sono due squadre che si collocano ai livelli alti della classifica nazionale.
Tutto questo è sparito o trasformato in generici impegni, mentre chiarissime sono le indicazioni che vengono dalla quantità di metri cubi: una colata di cemento finalizzata al massimo della «valorizzazione».Ma c’è di più: il Campidoglio ha ceduto la proprietà dei terreni pubblici ad Ama, l’azienda di smaltimento dei rifiuti che affoga nei debiti. Anche la giunta precedente intendeva utilizzare i profitti ricavati dalla valorizzazione per ripianare una parte del debito Ama. Ma una cosa è mantenere l’interesse pubblico, «che è quello di fare asili e opere di riqualificazione del territorio, un’altra è cedere tutto a chi ha solo interesse a guadagnare il più possibile».
Il Centro carni, per di più, non è la sola realtà su cui si concentrano gli appetiti speculativi. A poche centinaia di metri di distanza, il piano particolareggiato “casilino” prevede un indice di edificabilità dell’uno e quaranta per cento, quasi triplicato rispetto alle previsioni del piano regolatore.
«La mobilitazione comincia solo ora. - dice Valeriani - Quello che succede con il Centro Carni non è inaccettabile solo per noi,ma per tutti i cittadini, tutti i comitati. È inaccettabile anche per gli elettori di Alemanno
Alessandro Bianchi è stato sempre uno dei più incalliti contestatori del Ponte di Messina. Anche quando era ministro dei Trasporti, nel passato governo Prodi, non ha mai nascosto il suo scarso feeling con un’opera dalui definita «inutile, dannosa » e per la quale, ancora, «non si conoscono bene tutti problemi legati all’impatto della struttura».
Com’è possibile che a pochi giorni dalla posa della prima pietra non si abbia ancora un quadro chiaro sui costi e benefici dell’opera?
«Semplicemente perché non è stato presentato un progetto definitivo. Le opere pubbliche hanno bisogno di tre tipi di progetti prima di poter iniziare la costruzione: quello di massima, quello definitivo, sul quale vengono rilasciate le varie autorizzazioni e fatte le verifiche ambientali, e poi un progetto esecutivo sul quale si realizza l’opera. Ecco non esiste né il progetto esecutivo né quello definitivo. Esiste solo il progetto di massima. Tutte le verifiche di impatto ambientale non si sono fatte e non si possono fare perché non c’è uno schema completo ».
I problemi strutturali sono tutti aperti.
«Certo. I geologi dell’area hanno fatto vedere che il pilone che ricadrebbe sul territorio calabrese, a Villa San Giovanni - Cannitello, va ad appoggiare su un punto di frana naturale. Questo in condizioni normali. Si immagini con un peso di quel genere. Con un piccolo sisma avremmo danni incalcolabili».
Un terremoto da quelle parti non è un fatto così inusuale.
«Tenga conto che quella è una delle tre zone a più alta pericolosità sismica del mondo dopo Giappone e California. Il terremoto di Messina del 1908 è stato uno di quelli con maggiore magnitudo. Quindi è molto probabile che avvengano sismi anche di intensità non elevata ma che metterebbero a rischio la struttura del Ponte».
Secondo lei, dunque, si parte alla cieca. Per realizzare poi cosa?
«Un’opera che non serve a nessuno. Non serve ai calabresi che non hanno strade per raggiungerla, non serve ai messinesi che ne saranno scavalcati ».
Scavalcati?
«Se parto dalla Calabria e sto sul Ponte quando arrivo dall’altra parte, dove finisce l’acqua, Messina me la ritrovo sotto, a 70 metri più in basso. E siccome per guadagnare terra serve una pendenza dello 0,01 per cento, altrimenti i treni deragliano, occorrono decine di chilometri di svincoli per poter arrivare in Sicilia. Quindi parto da Reggio ma arrivo a Milazzo o a Catania».
È stato detto che il Ponte è strategico perché ci avvicina all’Africa..
«Anche questa è una bella bufala. Ammesso che si riuscisse ad attraversarlo visto che ci sono mesi, specie quelli invernali, che dovrebbe star chiuso per i forti venti, una volta sbarcati in Sicilia si arriva a Mazara del Vallo e poi? Poi si resta lì perché c’è il mare».
Il 6 novembre scorso il ministro dei Trasporti Altero Mattioli dichiarò: «Confermo che il Ponte si realizza in gran parte con capitali privati attraverso il project financing. I capitali pubblici servono solo per le opere a terra».Maè davvero così? Il Ponte di Messina sarà finanziato dai privati? La risposta è no. Alla fine sarà solo lo Stato a farsene carico. Fu così anche con il sistema Tav. Si disse che l’opera sarebbe stata garantita dalle grandi imprese. I mille chilometri di Alta Velocità sono finiti, invece, tutti sulle spalle del cittadino. A una cifra salatissima: 32 milioni a chilometro, secondo i parametri delle Ferrovie, 60 milioni secondo le stime di comitati indipendenti. Comunque dalle tre alle cinque volte rispetto al prezzo iniziale.
LO SCHEMA
Per il Ponte non andrà diversamente. Lo schema o la catena contrattuale, come ci spiega Ivan Cicconi, direttore dell’Istituto per la Trasparenza Aggiornamento e Certificazione Appalti (Itaca) sono gli stessi. Come nell’Alta Velocità, l’architrave dell’inganno sta nell’affidamento «da parte dello Stato alla Stretto di Messina Spa della concessione per la costruzione e la gestione dell’opera». Normalmente è attraverso la gestione che si dovrebbe recuperare l’investimento che si fa. Èil rischio che un’impresa corre. Costruisce l’opera e poi ne gestisce i guadagni. Ma non in questo caso. «Il rischio nel caso del Ponte è in capo alla Stretto di Messina spa. Una società di diritto privato ma con soci e capitale tutti pubblici». Come Iritecna, che è posseduta al100%dal ministero dell’Economia, Anas spa, di proprietà del Tesoro, e quote insignificanti della Regione Calabria e della Regione Sicilia. Il costruttore, invece, è un altro. In questo caso è un consorzio di imprese guidato da Impregilo, che assume il ruolo di «general contractor ».Chevuol dire? L’affidamento a contraente generale si differenzia da un normale appalto pubblico per un elemento: «Il contraente generale - spiega Cicconi - èun concessionario. E quindi è quello che fa la progettazione esecutiva e che nomina la direzione dei lavori». In poche parole è quello che esegue i lavori e che li dovrebbe controllare. Che cosa rischia il contraente generale? Dal punto di vista finanziario nulla. «È pagato al 100% dallo Stretto di Messina spa, con la semplice differenza, rispetto a un appalto, che anticipa circa il20%del costo di costruzione». Ma è solo una partita di giro. Alla fine dei lavori il consorzio avràcomunque i suoi soldi indietro. Ne deriva che il contraente generalenon ha nessun interesse oggettivo e soggettivo a fare presto e bene. «Potrà aumentare i costi dell’opera, come è successo con la Tav, come vorrà. Nessuno potrà contestargli rialzi nei prezzi». In qualsiasi caso, sia ci metta cinque anni, come scritto nel contratto, sia venti come è plausibile avvenga, è pagato al 100% da Stretto di Messina spa.
CHI GUADAGNA E CHI PERDE
In sostanza, lo schema consente di avere due piccioni con una fava. Permette alle grandi imprese costruttrici di avere guadagni sicuri ma anche alle banche di fare affari certi. In che modo? Siccome Stretto di Messina è una spa, e quindi è fuori dai conteggi del Parametro di Stabilità europei, può richiedere qualsiasi tipo di finanziamento. Di solito i prestiti e relativi interessi sono coparto attraverso la gestione dell’opera (in questo caso i pedaggi). «Ma è stato calcolato - spiega Cicconi - che per recuperare l’investimento sul Ponte solo con gli introiti di gestione occorrano dai 150 ai 200 anni». Un lasso di tempo un po’ troppo lungo per le banche. Quindi sarà lo Stato a dover sborsare subito i soldi. «È il cosiddetto debito a babbo morto». Proprio come successo con la Tav nel 2006. Quando pagammo alle banche 13 miliardi di euro. In contanti.
Il bluff della prima pietra: costi in più per i contribuenti
Iolanda Bufalini
È stato annunciato in pompa magna e, nei piani originari, sarebbe dovuto andare Berlusconi. Ma,in realtà, cosa succederà il 23 dicembre? Il cantiere che si apre è quello della variante di Cannitello, lo spostamento di un tratto di binari ferroviari dal centro di Villa San Giovanni all’esterno della cittadina. Un investimento pubblico di 26 milioni di euro che non ha a che fare direttamente con il Ponte e che, probabilmente, sarebbe stato più utile investire in opere più urgenti sulla costa calabra (a cominciare dai problemi del dissesto idro-geologico). Tanto più che ad oggi non esiste un progetto esecutivo per la Grande opera dello Stretto e ancora non si sa se effettivamente si potrà fare. Le obiezioni degli esperti sono, infatti, molto importanti e numerose.
Il ponte chiuso dal vento.
A cominciare da quelle formulate da Remo Calzona, che è stato consulente dell’Anas e del governo ma che da convinto sostenitore è diventato fortemente critico. Per l’ingegnere la campata troppo lunga rischia di oscillare al forte vento dello stretto e il ponte di restare chiuso per 200 giorni l’anno.
L’evoluzione dei grattacieli.
Un altro ingegnere che ha sollevato forti critiche alla campata unica è Federico Mazzolari, che insegna alla Università Federico II di Napoli: «Prima di parlare di ponti - sostiene Mazzolari - può essere istruttivo esaminare l’evoluzione dei grattacieli» Dal 1931, anno di costruzione dell’Empire State Building (alto 381 metri) al 1973, anno di inaugurazione delle sfortunate Twin Towers (415 metri) , fino ai 450 metri delle Torri di Kuala Lumpur in Malesia, la crescita dei grattacieli è stata di 127 metri in 73 anni. Un’evoluzione veloce nei primi anni e poi costante ma abbastanza lenta. Passando ai ponti: i primi a superare la lunghezza dei mille metri furono il Washington Bridge di New York e il Golden Gate di San Francisco (1931). Oggi il ponte più lungo è l’Akashi-Kaikyo Bridge in Giappone (1990 metri): ci sono voluti settanta anni perché l’evoluzione delle tecniche ingegneristiche consentissero un aumento di 900 metri della luce di un ponte a campata unica. La domanda è: quali innovazioni tecnologiche consentono oggi di fare un salto di oltre mille metri per raggiungere i 3 chilometri e 300 che distanziano Scilla e Cariddi? Gli esperti non hanno notizia di innovazioni tecnologiche eccezionali che, in ogni caso, dovrebbero essere oggetto di confronto scientifico. Tanto più che il ponte sullo Stretto dovrà consentire anche il passaggio dei treni. Il ponte di Lisbona costruito sul fiume Tago nel 1973 è stato il primo tentativo di utilizzazione mista, ferroviaria e stradale. È lungo poco più di un chilometro e, per i treni, è rimasto chiuso fino al 1998, dopo 25 anni di lavori di adeguamento della struttura.
Un’unica grande via trans/europea che da Berlino arriva a Palermo, scavando il Brennero e gettando l’avveniristico ponte con tremilatrecento metri di luce sullo Stretto. Sogno ingegneristico ed economico per unire la Sicilia al continente ma, come dice uno spot sul gioco responsabile, «bisogna sognare senza illudersi». Altrimenti il risveglio potrebbe essere brusco e la scommessa foriera di cattive sorprese: «Attenti a non unire due cosche anziché due coste», mette in guardia la rete «No ponte». A scendere dal mondo dei sogni con i piedi per terra dovrebbero aiutarci gli studi preliminari (1986 e 2003) che proiettavano le loro ipotesi al 2012.
«Ma ormai ci siamo» osserva Gaetano Giunta, che è stato presidente della commissione sul Ponte del consiglio comunale di Messina. «Oggi quelle previsioni le possiamo confrontare con ciò che è successo». Le previsioni sulle magnifiche sorti e progressive dell’economia siciliana stimavano 8 milioni di passeggeri sullo Stretto nel 2000, 9 milioni 700mila nel 2012 (un aumento del 20 per cento su base annua nel caso di una crescita economica bassa) oppure 12 milioni 300mila in caso di crescita economica alta (un aumento 52%).
Queste stime si sono rivelate sbagliate per più motivi. Purtroppo la crescita economica non è stata quella prospettata: gli estensori dello Studio di impatto ambientale ipotizzavano che il Pil sarebbe cresciuto del 4,4% nell’ipotesi migliore e dell’1,7%, nell’ipotesi peggiore. «E ci marciavano - sostiene Gaetano Giunta - perché il traffico passeggeri non cresce di pari passo con il Pil». Come sono andate effettivamente le cose? Nel periodo 2001-2007 l’economia siciliana è cresciuta dello 0.9 % e quella calabrese dell’1%, l’anno migliore è stato il 2001 (2,8%), dal 2002 in poi lo sviluppo è stato sempre inferiore a quello del Centro nord.
Merci via mare
Ma, in tutti questi anni, che le cose andassero bene o male, il traffico marittimo delle merci sullo Stretto è sempre diminuito mentre è cresciuto l’export via mare da Palermo, Trapani, Catania, Messina e, ovviamente, da Gioia Tauro. È per mare che le merci arrivano da e per il Nord e, si presume, tanto più si svilupperanno negli anni in cui il gigantesco cantiere metterà sottosopra Scilla e Cariddi. Chi è che fa la spola nei traghetti dello Stretto? Oltre ai pendolari fra Messina e Reggio (poco trans/europei) ci sono i “padroncini”. I possessori di un furgone o camioncino che portano la merce da paese a paese: un traffico residuale che difficilmente giustifica la Grande Opera in Project Financing. Chi mette i soldi dovrebbe poter rientrare attraverso i pedaggi, ma se il traffico non giustifica l’opera, allora molto difficilmente si troveranno forze imprenditorialmente sane disposte a rischiare i 3.300 milioni di euro richiesti.
Tutto questo alimenta due tipi di preoccupazione. La prima: il Ponte potrebbe rivelarsi una grande occasione di riciclaggio per le mafie delle due sponde sinergicamente interessate al controllo del territorio, alla copertura del traffico di droga , alla gestione dei posti di lavoro. E ci sono attività come il movimento terre, gli espropri, il ciclo del cemento e i servizi ai cantieri che sono particolarmente a rischio perché settori tradizionalmente infiltrati da organizzazioni. La seconda: i costi sono ora ripartiti al 40% per lo Stato e al 60% per i privati. Ma se il Ponte fallisse chi si assumerebbe il passivo? Alla fine l’intero costo potrebbe finire a carico del debito pubblico e dei contribuenti.
COPENAGHEN - Doveva essere un blitz. L´intesa tra i potenti del pianeta che dettano i tempi della politica e, aprendo il portafoglio, costruiscono le basi per un accordo globale sul clima a misura di chi è arrivato per ultimo. Ma la conferenza di Copenaghen, che sembrava chiusa dopo il patto al ribasso tra Stati Uniti e Cina, si è riaperta a sorpresa in nottata. L´assemblea Onu ha deciso di non fermarsi di fronte al fatto compiuto continuando fino all´alba a macinare proteste contro la cancellazione dei target per il taglio dei gas serra. Poi, quando tutto sembrava finito e il presidente danese si era convinto di aver sedato la protesta, il dibattito si è riaperto proseguendo a oltranza fino al primo pomeriggio.
A guidare la rivolta di un fronte composto da paesi dell´America latina e dell´Africa e dalle piccole isole sono stati sette irriducibili che hanno resistito alle pressioni rinunciando ai benefici economici derivanti all´accordo: Venezuela, Nicaragua, Cuba, Bolivia, Costarica, Sudan, Tuvalu. Il dissenso è stato messo agli atti e ha bloccato l´accordo che, in base al meccanismo Onu, prevede il consenso unanime.
Alla fine l´intesa è stata trovata con un espediente tecnico. L´assemblea delle Nazioni Unite «ha preso nota» di un documento chiamato Accordo di Copenaghen. Sono due pagine e mezzo, 12 punti che contengono solo due numeri. Il primo è la soglia di crescita della temperatura da non sfondare a fine secolo: 2 gradi. Il secondo riguarda i fondi da mettere a disposizione per il trasferimento di tecnologie pulite ai paesi meno industrializzati: 10 miliardi di dollari l´anno subito, che verranno progressivamente aumentati fino a diventare 100 miliardi l´anno nel 2020.
L´Accordo di Copenaghen, proposto dagli Stati Uniti e dal Basic (Brasile, Sudafrica, India e Cina) è stato appoggiato con una certa sofferenza dall´Unione europea. «Non nascondo la mia delusione», ha detto Josè Barroso, presidente della Commissione europea, «ma questo è stato il primo di molti altri passi». «Il nostro futuro non è in vendita, non accettiamo i 30 denari», ha dichiarato invece Apisai Ielemia, il presidente di Tuvalu, riferendosi ai 30 miliardi di dollari in tre anni messi a disposizione dai paesi ricchi.
E anche sul fronte italiano si registrano malumori. Per il ministro dell´Ambiente Stefania Prestigiacomo si tratta di un «accordo al ribasso: la presenza di Obama, che doveva rappresentare la svolta di questa conferenza, non ha sbloccato la situazione». Per i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante l´accordo «non definisce alcun criterio sostanziale per verificare le azioni e i risultati dei singoli paesi: è una battuta d´arresto nella lotta al global warming».
Ma la partita non è chiusa. Il segretario generale dell´Onu Ban Ki-moon ha annunciato che si andrà avanti per cercare l´accordo vincolante e l´assemblea delle Nazioni Unite ha votato due documenti che impegnano a proseguire le trattative. Entro gennaio i paesi industrializzati dovranno stabilire i target di riduzione di gas serra. E a dicembre, alla conferenza sul clima di Città del Messico, con gli Stati Uniti che probabilmente avranno adottato una legge nazionale per il taglio della CO2, Onu ed Europa torneranno alla carica per ottenere target legalmente vincolanti. Il mini accordo di Copenaghen potrebbe crescere. Ma l´attesa non è gratis: il debito climatico aumenta giorno per giorno.
Vedi l'appello promosso da Riccardo Petrella e Carla Ravaioli.
Mercoledì 16 dicembre: parto da Bologna alle 8.47, arrivo previsto a Roma, 10.55. Tempo bello, cielo terso. L’impiegato del Club Eurostar mi consegna il biglietto con una punta di orgoglio: «Ce l’abbia mo fatta, adesso si va a Roma in due ore!». Per una pendolare fissa come me è una bella notizia.
Il treno arriva con 10 minuti di ritardo, a Firenze ne ha già accumulati altri 20. Mi siedo nel salottino vuoto perché devo fare molte telefonate e non voglio disturbare. Quando passa il controllore allungo i 10 euro di supplemento. «Da una settimana sono 20 euro» mi dice. Anche se me li rimborsa la Rai, 20 euro per un treno in ritardo non glie li do; mi alzo e torno a sedermi al mio posto sulla carrozza 3.
Arrivo a Termini con 35 minuti di ritardo. Mi infilo al Club Eurostar per chiedere il rimborso. Una signora guarda il biglietto edice: «Ripassi fra 20 giorni, perché deve essere lavorato». Lavorato?
«Si», dice «adesso c’è tutta un’altra procedura ». Imbufalita vado a prendere il taxi. Due giorni dopo sono di nuovo lì, in anticipo sulla partenza e con il tempo a disposizione per capire meglio questa storia del rimborso. Tre persone in fila e un solo sportello aperto. Dal nulla compare una mastina che sbarra la strada a quei pochi passeggeri che varcano la porta automatica del club, e gli chiede di esibire la tessera associativa. A lei domando informazioni sul bonus, ma non sa nulla, è lì solo per impedire l’ingresso agli abusivi. Quando è il mio turno l’impiegata mi dice che, dal 13 dicembre, con 35 minuti di ritardo non si ha più diritto al 50% di rimborso, «sta scritto nel regolamento europeo al quale abbiamo dovuto adeguarci» e mi allunga un malloppo di 40 pagine.
Lo sfoglio, trovo il riferimento al rimborsoin caso di ritardi, ma non ci sono indicazioni specifiche. Mi indigno, arriva un’altra impiegata, guarda anche lei, e poi scompare dentro un ufficio a consultare internet. Alla fine il mio treno parte e ne so come prima. Le carrozze sono piene, ma i salottini viaggiano vuoti.
Chiacchiero con il capotreno che mi dice «è stato fatto un gran can can per andare sui giornali e in televisione a dire che si accorciano i tempi, ma la Firenze Bologna non si riesce a fare in mezz’ora, in pratica ci vuole ancora lo stesso tempo di prima e il rimborso del 50% del biglietto te lo danno solo con 2 ore di ritardo». E in effetti quando scendo a Bologna il tempo di percorrenza è sempre di 2 ore e 40. Il capotreno mi saluta e sussurra «i 37 chilometri di tunnel, sa, sono un problema». Quel tunnel lo percorrerò tutte le settimane, penso, mentre vado verso casa con in mano un gianduiotto gentilmente offerto dal personale di bordo, è in carta argentata con scritto «frecciarossa».
Epilogo: le ferrovie spagnole rimborsano il 50% del biglietto AV per ritardi superiori ai 15 minuti e il 100% sopra i 30 minuti. Francia e Germania il 25% dai 60 ai 119 minuti, il 50% se si superano le due ore. Quindi Trenitalia si è adeguata alle condizioni dei due paesi europei noti per la puntualità dei loro treni. Poco puntuale è invece anche il sito di Trenitalia dove nell’area clienti, all’indice «bonus previsti» trovi scritto: «Se il treno AV, AV Fast, ES su cui si viaggia porta più di 25 minuti di ritardo hai diritto al 50% del prezzo pagato». Buon Natale, ingegner Moretti.
È un no con molti sì, quello contro il Ponte sullo Stretto che ha manifestato a Villa S.Giovanni.
Se la parola capitale non configgesse con il termine sociale, potremmo dire che il «capitale sociale» scende in piazza per rivendicare autonomia e salvaguardia del territorio meridionale e per un altro modello di «sviluppo». Più di 150 associazioni, dai centri sociali alla Cgil, dalle associazioni culturali, ai comitati locali alle grandi associazioni ambientaliste, hanno aderito alla manifestazione contro l'insostenibile ponte sullo Stretto di Messina e sostenuto una articolata piattaforma programmatica. Messa in sicurezza delle abitazioni e delle scuole nelle aree sismiche e idrogeologicamente instabili; bonifica dei territori inquinati e del mare; un sistema di trasporti leggero, articolato, multimodale e sostenibile (anche in attraversamento dello Stretto); infrastrutture utili e necessarie, beni comuni (ad esempio e in primo luogo l'acqua); difesa e riqualificazione dei patrimoni ambientali e culturali: questi sono alcuni dei punti che qualificano lo slogan «tanti sì, un solo no - fermiamo i cantieri del ponte, lottiamo per le vere priorità».
A questo movimento, che risponde all'iniziativa della «Rete No Ponte», si sono affiancati partiti della sinistra ed istituzioni (regione, provincia e comuni). La Giunta Regionale della Calabria ha aderito alla manifestazione e, finalmente, con coerenza esce dal consiglio di amministrazione della Società Stretto di Messina.
«Capitale sociale», ovvero intelligenza collettiva che crea coesione e network sociale, a onta di chi sostiene che il Sud è solo familismo, clientela e mafia, si schiera contro il capitale finanziario e la dispossession (sfruttamento a fini di accumulazione privata) dei territori. Il no al progetto del ponte non si basa quindi soltanto sulle critiche alla inutilità trasportistica di questa assurda infrastruttura, al devastante impatto ambientale in un'area - quella tra Scilla e Cariddi - rivendicata come patrimonio dell'umanità, allo sperpero di danaro pubblico che, secondo una logica di «keynesismo all'incontrario», passerebbe dalle mani degli abitanti e dei contribuenti a quelle di poche corporation private. Il no al ponte - che peraltro ancora non dispone di progetti definitivi e esecutivi e presenta inoltre gravi carenza tecnico-strutturali e enormi rischi dal punto di vista geologico e sismico - è un no a un obsoleto concetto di modernizzazione, che si vorrebbe imporre come modello all'intero paese. Il movimento e la rete sociale e istituzionale che sono scesi in piazza affermano la priorità dei sistemi locali sostenibili e la loro autonomia a fronte dei devastanti processi di globalizzazione, la priorità della partecipazione diretta e della iniziativa dal basso a fronte della pericolosa crisi della democrazia, l'importanza della cura dei luoghi e dei patrimoni ambientali e culturali, una appartenenza riflessiva, aperta e solidaristica, strettamente connessa alla ricchezza dei milieux meridionali.
Nel denunciare l'imbroglio del presunto avvio delle opere connesse al Ponte i manifestanti di Villa si oppongono non solo e non tanto a cantieri che probabilmente non si vedranno mai, ma alla colossale truffa che si sta perpetrando ai danni dei cittadini italiani, non solo siciliani e calabresi: si accelera la procedura di riaffido del progetto ad Impregilo proprio perché in mancanza di progetto esecutivo - come spiegano diversi amministrativisti in queste ore- così verranno pagate operazioni che l'impresa potrà non eseguire e tra l'altro si riattiveranno le penali a carico dello stato, e quindi di tutta la comunità nazionale, a suo tempo congelate dal governo Prodi.
Nemmeno il finto avvio dei lavori del «binario morto di Cannitello» può essere effettuato, almeno con procedura regolare: il progetto cui esso appartiene (che non è quello del ponte) è tuttora sotto verifica di «ottemperanza delle prescrizioni ambientali» che non si potrà concludere prima del febbraio 2010 e che blocca l'avvio, anche solo formale, dell'iter. Siamo all'imbroglio nell'imbroglio.
E allora “No Ponte! significa buttare definitivamente a mare il vecchio modello di sviluppo meridionale” - tra l'altro rivelatosi fallimentare -che ha prodotto i disastri economici e ambientali di cui sono marcati i contesti siciliani e calabresi.
Nelle prime ore della mattina di venerdì 18 dicembre qualcuno ha strappato via la targa di metallo con la scritta "Arbeit macht frei" che sovrastava l´ingresso del lager di Auschwitz. È stato un gesto deliberato, preparato accuratamente: solo questo è quel che sappiamo per ora.
Non conosciamo gli autori: ma sappiamo perché l´hanno fatto e come si chiama il loro delitto. Si tratta del furto non di un pezzo di metallo ma di un simbolo sacro alla memoria dell´umanità. È dunque un reato di lesa memoria umana quello che è stato consumato.
Qualcuno forse si chiederà perché quel simbolo non fosse sorvegliato, perché non ci fosse una polizia speciale a impedire l’azione criminale. Ebbene noi non crediamo che si debba proteggere a forza quel simbolo: è l’umanità intera che deve sapere quale soglia altissima di rispetto e di tutela debba alzarsi nella mente di tutti davanti a quel pezzo di metallo. È da lì che deve emanare una forza capace di tenere lontana ogni volontà aggressiva. Come la biblica Arca dell’Alleanza che si tutelava da sola folgorando l’incauto che allungava la mano per sostenerla, la scritta di Auschwitz deve bruciare gli infami che hanno consumato il sacrilegio. La scritta "Arbeit mach frei" significa Auschwitz, Auschwitz significa la Shoah: e queste sono le colonne d’Ercole oltre le quali l’umanità intera è entrata in una nuova storia, ha scoperto il paesaggio devastato del mondo nuovo, ha saputo che Dio era morto. A chi voleva continuare a vivere in un mondo dove si respirava un’aria densa delle ceneri di milioni di morti, si impose un solo comandamento: ricordare. Uno solo: ma non fu facile accettarlo.
Nell’opera della ricostruzione, tra le macerie della guerra, i pochi testimoni sopravvissuti alla Shoah incontrarono enormi difficoltà a farsi ascoltare. Il processo lungo e difficile attraverso il quale quella storia è stata non spiegata, non compresa – impossibile comprendere, impossibile spiegare – ma almeno raccontata per ricomposizione di indizi e dati statistici è sufficiente a mostrare la difficoltà di ricordare ma anche l’assoluta necessità della memoria. È un dovere intollerabile e inevitabile. Che sia intollerabile lo sappiamo bene. L’asportazione della scritta di Auschwitz lo dimostra. Molti sono i percorsi battuti per raggiungere lo stesso effetto: aggiustando l’arredo del campo, inserendovi simboli e presenze religiose istituzionali, mettendo via via a rischio la desolazione di uno spazio che la presenza immateriale di milioni di vite cancellate ha reso l’unico vero spazio sacro della storia umana dopo la cesura irrecuperabile tra passato e futuro che si chiama Shoah.
Perdita di memoria: è questo che si vuole ottenere. Lo tentarono gli aguzzini che cancellarono coi forni crematori l’esistenza delle vittime e si preoccuparono di nascondere le tracce di quel che avevano fatto. Lo hanno tentato poi in vario modo gli avamposti dei narratori accademici della storia con le loro faticose elaborazioni sul "passato che non passa". Erano solo le avanguardie di un’umanità che voleva inghiottire a ogni costo quel groppo intollerabile. E tuttavia da allora una legge non scritta, incisa nei cuori, ci dice che c’è un solo dovere, una sola legge obbligatoria per chi vuole continuare a vivere nel mondo che ha conosciuto la Shoah: ricordare.
È per questo che ogni anno milioni di visitatori compiono un pellegrinaggio che è l’ultima sopravvivenza del sacro nella quale l’umanità tutta, senza distinzioni di culture o di religioni, è obbligata a riconoscersi: la visita ai lager nazisti, quella minuscola città sacra che occupa uno spazio immenso, quella vasta necropoli senza tombe di cui Auschwitz è la capitale. È da lì in poi che la storia del mondo è cambiata. Se è vero che ciò che ci costituisce come esseri umani è la memoria, è un fatto indiscutibile che solo lì è nato il legame di memoria che ha unificato la nostra specie. Al di sopra delle appartenenze nazionali e delle identità culturali e religiose, tutti sono obbligati a riconoscersi in quel simbolo e a guardare a quella scritta che oggi è stata rubata.
Noi tutti sappiamo che ricordare la Shoah, ricordare Auschwitz, è l’unico modo che ci rimane per metterci in guardia da noi stessi. Perciò quella scritta deve tornare al suo posto: è un reperto sacro. Né si dovrà sopportare che gli autori di questo crimine contro l’umanità restino impuniti. Il loro atto è un’offesa a milioni di morti, un delitto contro i viventi di oggi e di domani, un attentato al legame di memoria che ci unisce al passato e che vogliamo trasmettere al futuro.
Malgrado molti dubbi scientifici e il temuto forte impatto negativo sull’ambiente, il progetto chiamato Modulo Sperimentale Eletromeccanico (MoSE) per barriere mobili contro il flusso di marea alle bocche di porto della Laguna di Venezia, per proteggere la città contro il fenomeno dell'acqua alta, è in costruzione. Tuttavia, un recente studio ha evidenziato la necessità di una revisione del progetto.
La prima pietra del Mose è stata posata il 14 maggio 2003 dal Primo Ministro Berlusconi. Il progetto fu contestato dal Comune di Venezia, dalla maggior parte delle associazioni locali per la salvaguardia della città e dell'ambiente naturale della Laguna, da parecchi esperti scientifici e da una grande parte della cittadinanza.
Nel 2005 il Comune di Venezia ha proposto al Governo italiano diversi progetti alternativi al Mose, tutti molto meno costosi e con minor impatto ambientale (http://www2.comune.venezia.it/MoSE-doc-prg/à 6). Questi non sembrano essere stati presi in seria seriamente considerazione dal Governo italiano, che ha preferito continuare i lavori per il MoSE.
Nel 2009, dopo aver speso nei lavori preliminari (la maggior parte per il dragaggio e la costruzione di dighe) circa la metà dei 6 miliardi di dollari preventivati inizialmente, non è ancora partita la costruzione degli enormi cassoni di calcestruzzo, ai quali dovrebbero essere attaccate 79 paratie. Ancora più grave, manca ancora un piano esecutivo complessivo dell’intero progetto. Secondo i progettisti del Mose, ciascuna paratia dovrebbe essere sollevata tramite l'immissione di aria compressa e lasciata oscillare in modo indipendente con le onde. Un dettaglio essenziale, è però il fatto che la struttura delle cerniere che dovranno collegare le paratie ai cassoni e controllare il flusso dell'aria compressa immessa, non è mai stata illustrata e sembra essere ancora in fase di studio. Qualcuno potrebbe chiedersi come un progetto di tale importanza, ancora non definito in alcune parti essenziali, possa aver ottenuto le necessarie autorizzazioni amministrative in Italia ed anche un importante prestito finanziario dalla Comunità Europea.
La possibilità di oscillazioni non uniformi delle paratie sotto l’azione delle onde, permetterebbe l'accesso di un flusso di acqua marina nella Laguna anche a paratie chiuse, è stata la più forte critica indirizzata ai progettisti del Mose. Secondo un rapporto di esperti internazionali [Collegio di Esperti di Livello Internazionale, 1998], l’aumento del livello d’acqua in Laguna è stato stimato in 0,27 cm/h nel caso in cui le paratie non oscillassero; 0,46 cm/h in caso di relative rotazioni di 20° (caso considerato come possibile) e di 2,09 cm/h per rotazioni di 30° (caso considerato come improbabile).
Per simulare il verificarsi di certi eventi meteorologici estremi del passato con le barriere mobili pienamente operative, è stata usata una stima molto prudente di aumento del livello della Laguna di 1 cm/h, includendo le forti piogge cadute sulla Laguna e sul suo bacino idrologico, mentre forti venti persistenti sul Mar Adriatico stavano creando onde nei passaggi della Laguna. È stato dimostrato che in parecchi casi, con una crescita del livello del mare di soli 20-30 cm, le inondazioni per molte ore consecutive delle zone più basse di Venezia, non possono essere evitate dalle barriere del Mose [Pirazzoli, 2002; Pirazzoli and Umgiesser, 2006].
Un gruppo di sostenitori del Mose [Bras et al., 2002], che ha studiato il progetto su incarico del Governo Italiano, ha contestato queste asserzioni affermando che “le paratoie sono state progettate in modo tale da prevenire ampie rotazioni oscillatorie”.
Per fare un confronto, l'aumento del livello medio del mare per l'anno 2100 è previsto variabile tra 0.5 e 1,4 m (Rahmstorf, 2007; vedi anche www.ozean-klima.de per la presentazione di M. Vermeer e S. Rahmstorf alla conferenza sul clima, Copenhagen, marzo 2009), con il valore più plausibile attorno agli 80 cm [Pfeffer et al., 2008].
Più recentemente, uno studio commissionato dal Comune di Venezia alla Compagnia francese Principia R.D. ha messo a confronto il comportamento idrodinamico delle paratie del MoSE con le paratie a gravità di un progetto che era stato proposto come alternativo al MoSE. È risultato (http://www2.comune.venezia.it/mose-doc-prg/ à 12) che con alcune condizioni di onda ripida con altezza significativa superiore ai 2 metri, non rare nell'area, le paratie del MoSE presentano un comportamento instabile. In questo caso la risposta caotica con un'alta amplificazione dinamica delle oscillazioni delle paratie del MoSE non permette una progettazione affidabile delle connessioni delle paratie stesse ai cassoni. In queste condizioni, al contrario di quanto affermato dai sostenitori del Mose [Bras et al., 2002], il flusso di acqua marina nella Laguna attraverso le paratie potrebbe aumentare fino ad un livello che non può essere definito da un modello.
Probabilmente non è troppo tardi per trovare il coraggio di proporre, invece di un rattoppo del vecchio inadeguato progetto, una drastica revisione, sia attraverso una soluzione più diffusa, come proposto dal Comune di Venezia, che permetterebbe di guadagnare provvisoriamente qualche decennio con costi ridotti; o direttamente attraverso una soluzione più drastica che prenda in considerazione l’aumento del livello medio mare nel prossimo futuro e i nuovi modelli climatici. Nel secondo caso, sarebbe necessario che il nuovo sistema di chiusure temporanee sia convertibile, quando l’alluvione diventa inevitabile, in una separazione impermeabile della Laguna dal mare.
Bibliografia
Bras, R.L, D. R. F. Harleman, A. Rinaldo, and P. Rizzoli, Obsolete? No. Necessary? Yes. The Gates will Save Venice, Eos, 83, Pages 217, 224, 2002.
Collegio di Esperti di Livello Internazionale. Report on the mobile gates project for the tidal flow regulation at the Venice lagoon inlets, Venice, June 1998, 48 p.
Pfeffer, W.T., J.T. Harper, and S. O’Neel, Kinematic Constraints on Glacier Contributions by the 21st-Century Sea-Level Rise. Science, 321, 1340-1343, 2008.
Pirazzoli, P.A., Did the Italian Government Approve an Obsolete Project to Save Venice? Eos, 83, 20, Pages 217, 223, 2002.
Pirazzoli, P.A., and G. Umgiesser, The Projected “MOSE” Barriers Against Flooding in Venice (Italy) and the Expected Global Sea-level Rise, Journal of Marine Environmental Engineering, 8, 247-261, 2006.
Rahmstorf, S., A Semi-Empirical Approach to Projecting Future Sea-Level Rise, Science, 315, 368-370, 2007
Paolo Antonio Pirazzoli è ricercatore al Centre National de la Recherche Scientifique, Meudon, France. E-mail:
pirazzol@cnrs-bellevue.fr
FOR A REVISION OF THE ITALIAN PROJECT TO SAVE VENICE
In spite of many scientific uncertainties and the strong negative impacts feared for the environment, the project called the Experimental Electromechanical Module (MoSE) for mobile flood barriers at the inlets of the lagoon of Venice, to protect the city from storm surges, is under construction. However, a recent study has shown that a revision of the project is becoming necessary.
The foundation stone of MoSE was set on 14 May 2003 by Prime Minister Berlusconi, The project was contested by the municipality of Venice, most local associations for the safeguard of the city and of the ecological environment of the lagoon, several scientific experts and a wide range of general people.
In 2005, the municipality of Venice proposed to the Italian government several projects alternative to the MoSE, all much less expensive and with lesser environmental impacts (http://www2.comune.venezia.it/MoSE-doc-prg/à 6). They do not seem to have been seriously considered by the Italian government, which preferred to continue the works for the MoSE.
In 2009, after spending in preparatory works (mostly for dredging and for the building of dykes) about one half of U.S.$ 6 billion initially scheduled, the construction of the huge concrete caissons to which 79 gates should be attached has not yet started. More seriously, a complete plan of execution for the whole project is still missing. According to the MoSE designers, each gate is expected to be raised by injecting compressed air and to oscillate independently with waves. However, an essential detail, the design of the hinges that should connect the gates to the caissons and control the flow of injected compressed air, has not been illustrated and seems to be still under study. One may wonder how such an important project, still undefined in certain essential parts, could have obtained the necessary administrative authorizations in Italy and even an important financial loan from the European Community.
The possibility of non uniform oscillations of the gates with waves, permitting a flow of sea water into the lagoon even when the gates are closed, was the main criticism addressed to the MoSE planners. According to a report by international experts [Collegio di Esperti di Livello Internazionale, 1998], the resulting increase in the lagoon water level has been estimated at 0.27 cm/hr if the gates do not oscillate, 0.46 cm/hr for relative rotations of 20° (case considered as possible), and of 2.09 cm/hr for rotations of 30°(case considered as unlikely).
By simulating the occurrence of certain storms of the past with the flood-gates fully operational, the very prudential estimate for an increase in the lagoon level of 1cm/hr was used, including heavy rainfall occurred over the lagoon and its hydrological basin, while persistent strong winds over the Adriatic Sea were creating strong waves in the lagoon passes. It was shown that in several cases, with a sea-level rise of only 20 to 30 cm, flooding for many consecutive hours of the lowest parts of Venice could not be avoided by the MoSE barriers. [Pirazzoli, 2002; Pirazzoli and Umgiesser, 2006]. A team of MoSE supporters [Bras et al., 2002], which have studied the project on behalf of the Italian government, disputed these assumptions. They stated that “the gates are engineered to prevent large oscillatory rotations”.
For comparison, the global sea-level rise by the year 2100 is expected to vary between 0.5 and 1.4 m (Rahmstorf, 2007; see also www.ozean-klima.de for the presentation by M. Vermeer and S. Rahmstorf at the climate conference, Copenhagen, March 2009), with a more plausible value of about 80 cm [Pfeffer et al., 2008].
More recently, a study commissioned by the municipality of Venice to the French Company Principia R.D. has compared the hydrodynamic behavior of MoSE gates to that of the gravity gates of a project that had been proposed as an alternative to MoSE. It appears (http://www2.comune.venezia.it/mose-doc-prg/ à 12) that for certain steep wave conditions with significant height >2 m, not rare in the area, an unstable behavior is obtained for the MoSE gate. In this case the chaotic response with high dynamic amplification of the oscillations of the MoSE gate does not permit a reliable design of the connection of the gate to its caisson. In these conditions, contrary to the statements of MoSE supporters [Bras et al., 2002], the flow of sea water into the lagoon through the gates would increase to a level that cannot be specified by modelling.
It is probably not too late to have the courage to carry out, instead of a patch up of the inadequate old project, a drastic revision, either towards a more diffuse solution, as proposed by the Municipality of Venice, that would make it possible to provisionally gain a few decades with limited costs; or directly towards a harder solution that would take more into account the near-future sea-level rise predicted by recent and new climatic models. In the latter case, it would be necessary for a new system of temporary closures to be converted, when flooding would become unavoidable, into a watertight separation of the lagoon from the sea.
References
Bras, R.L, D. R. F. Harleman, A. Rinaldo, and P. Rizzoli, Obsolete? No. Necessary? Yes. The Gates will Save Venice, Eos, 83, Pages 217, 224, 2002.
Collegio di Esperti di Livello Internazionale. Report on the mobile gates project for the tidal flow regulation at the Venice lagoon inlets, Venice, June 1998, 48 p.
Pfeffer, W.T., J.T. Harper, and S. O’Neel, Kinematic Constraints on Glacier Contributions by the 21st-Century Sea-Level Rise. Science, 321, 1340-1343, 2008.
Pirazzoli, P.A., Did the Italian Government Approve an Obsolete Project to Save Venice? Eos, 83, 20, Pages 217, 223, 2002.
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Rahmstorf, S., A Semi-Empirical Approach to Projecting Future Sea-Level Rise, Science, 315, 368-370, 2007
Paolo Antonio Pirazzoli is a researcher at Centre National de la Recherche Scientifique, Meudon, France. E-mail : pirazzol@cnrs-bellevue.fr
Natale a Beverly Hills è un film di interesse culturale. Avete capito bene, non è una battuta alla Crozza: il cinepanettone di Neri Parenti che sta invadendo le nostre sale natalizie è stato riconosciuto - dalla Commissione cinema del ministero con delibera dello scorso 4 dicembre - film di «interesse culturale». Decisione da confermare, dopo la «visione della copia campione del film». Se la commissione preposta all’erogazione dei finanziamenti pubblici al nostro cinema, confermerà tale decisione, la «gastroenterica» commedia della Filmauro di De Laurentiis potrà accedere - sia ben chiaro - non a contributi in denaro, ma a tutta una serie di agevolazioni, create per sostenere il cinema di qualità. Per esempio sgravi fiscali (tax credit), il riconoscimento di film d’essai, la possibilità per il distributore di accedere ad un fondo - questo sì in denaro - in relazione agli incassi.
«Si tratta di un precedente di una gravità estrema», dice Citto Maselli dell’Anac, la storica Associazione degli autori. «In questo modo, infatti, si permette ad un film, di legittimo e straordinario valore commerciale, di accedere a quei circuiti riservati, invece, ai film italiani ed europei di qualità che soffrono di una visibilità limitata».
PICCOLI ESERCENTI IN RIVOLTA
Lo sanno bene quegli esercenti eroici, resistenti alle lusinghe del cinema commerciale, che si battono per tenere aperte le loro piccole sale di provincia, programmando, appunto, cinema di qualità. Come Arrigo Tumelleri, per esempio, proprietario del Cinema Verdi di Candelo, paesino di 8mila anime in provincia di Biella, «sgomento» alla notizia del riconoscimento di «film culturale» per Natale a Beverly Hills. «Posso capire - dice - che un tale “bollino” sia dato, magari, ad una commedia d’esordio di Ficarra e Picone. Ma un film di Neri Parenti che incassa milioni perché dovrebbe ottenere certe agevolazioni?».
CIARPAME CULTURALE
Nell’Italia del «ciarpame culturale», insomma può capitare anche questo. Come pure che, il «bollino doc» del ministero, venga rifiutato - è accaduto nella stessa sessione del 4 dicembre - ad un film che di «culturale» avrebbe tutti i crismi: Morire di soap di Antonietta De Lillo, la regista del pluripremiato Il resto di niente che qui propone una riflessione sul contemporaneo, stravolto dal soffocante potere televisivo. Troppo «culturale», evidentemente per i nostri tempi. Meglio le Winx che, infatti, hanno ottenuto il riconoscimento del ministero.
Ma alla base di certe scelte, diciamo così, surreali, c’è soprattutto un meccanismo di legge, per accedere ai finanziamenti pubblici, che fa acqua. Stiamo parlando, infatti, del «reference system» che fu introdotto, ai tempi, dal ministro Urbani. Per ottenere l’accesso ai fondi pubblici, infatti, bisogna avere già in tasca degli ottimi «voti». Tipo: premi, cast famoso, buoni incassi. Se la «pagella» vale si è idonei per accedere al denaro pubblico, che può essere anche il riconoscimento di interesse culturale, appunto, con o senza denari. In questo modo, va da sè, che un certo cinema meno allineato sulla «medietà» italiana ha più difficoltà. Ricordiamo, anni fa quando, parlando appunto di «reference system», suscitammo le ire del ministro Urbani chiedendo: ma non si richiesca in questo modo che il denaro pubblico, invece di aiutare il cinema d’autore, vada a finanziare i cinepanettoni? Ebbene ci siamo arrivati. Il prossimo passo sarà Il Grande fratello sotto l’alto patrocinio del Capo dello Stato.
Postilla
All’amaro sorriso che accompagna questa notizia, aggiungiamo due considerazioni minime a commento della dilagante insipienza che alberga al Collegio Romano (sede Mibac). L’evidente corto circuito di cui quest’ultimo episodio è riprova, è il frutto di un sistema appiattito in partenza sui meccanismi quantitativi: se un film ha buoni incassi, ha maggiori probabilità di accedere alle agevolazioni ministeriali.
Non solo da questo episodio risulta chiaro come la logica imperante cui l’ultima gestione ministeriale si è adeguata, sia quella del numero e della quantità: i numeri delle top list e l’aumento quantitativo dei turisti sembra essere d’altronde l’unico obiettivo culturale del Direttore Generale alla Valorizzazione così come trionfalmente dichiarato nell’autocelebrativa conferenza stampa di due giorni fa.
E’ il processo di trasformazione del bene culturale in merce che, come segnala da sempre eddyburg, caratterizza questa fase politica della gestione del territorio e dei beni comuni nel loro complesso e che si accompagna, come in questo caso, inesorabilmente, all’inversa sublimazione della merce in bene culturale: il cerchio si chiude. (m.p.g.)
Un altro commissariamento (quello di Brera) e un altro incarico per Mario Resca da poco al Mi.BAC quale direttore generale “valorizzatore” dell’intero patrimonio storico-artistico. La strategia del governo è chiara: “commissariare” l’Italia, con proconsoli liberi di assumere decisioni importantissime senza dover rispettare le normali procedure, di spendere forti somme senza il controllo della Corte dei conti, di appaltare grandi lavori accorciando i normali e trasparenti percorsi.
Dopo Pompei, le aree archeologiche di Roma e Ostia (col pretesto di vari disastri ambientali...), i lavori per gli Uffizi, tocca alla “grande Brera”. I soprintendenti in carica (e quindi scaricati) obietterebbero facilmente – se non fossero colti da afasia (a parte i compattissimi e ammirevoli archeologi di Roma e Ostia Antica) – che, con quelle scorciatoie e quei fondi, loro avrebbero fatto altrettanto senza dover stipendiare un altro ben pagato Commissario straordinario. Il quale: a) di musei sente parlare solo da qualche mese; b) ha tanti altri incarichi che si tiene ben stretti.
Mario Resca – pur essendo stato oggetto di pungenti interrogazioni parlamentari (Giulietti, De Biasi, Ghizzoni, Melandri, Adamo, ecc.) – è tuttora incollato alla poltrona di consigliere della Mondadori SpA controllante in toto di Electa, la maggiore impresa di servizi museali.
Per i quali è lui ad avere la delega specifica (gare d’appalto incluse). È inoltre presidente di Confimprese, dell’American Chamber of Commerce in Italia, di Finbieticola (dismissione di zuccherifici e di maxi-aree), promotore di centrali elettriche nel Vogherese, consigliere di Arfin, ENI, UPA e Finance Leasing SpA. Ora pure vicerè a Milano per Brera.
A quando Commissario straordinario del Ministero trasformato in ipermercato?
Il prefetto Michele Lepri Gallerano è stato defenestrato senza tanti complimenti. Non è più il rappresentante del Governo in città. La nomina al suo posto della dottoressa Lamorgese, vice capo di Gabinetto del ministero dell’Interno, è avvenuta ieri mattina durante il consiglio dei Ministri. Michele Lepri Gallerano, arrivato il 10 di agosto, a Venezia è rimasto quattro mesi e sette giorni. Ieri i leghisti veneziani hanno brindato, perché chiesta la testa del Prefetto al loro ministro dell’Interno Roberto Maroni, puntuale la «cacciata» è arrivata. Lepri Gallerano, che sarebbe andato in pensione ad agosto, «paga» il fatto di non aver comunicato al ministro Maroni il trasferimento, la notte del 25 novembre, delle famiglie sinti di Mestre dal vecchio al nuovo campo. Durissimi i commenti dal centrosinistra. Il sindaco Cacciari: «Pazzesca vendetta politica».
Campo Sinti, la Lega dà lo sfratto al prefetto
Non avvisò il ministro Maroni del trasloco
di Carlo Mion
Michele Lepri Gallerano è stato defenestrato senza tanti complimenti calpestando la sua specchiata carriera prefettizia. Non è più il rappresentante del Governo in città. Al suo posto è stata nominata Luciana Lamorgese. Si tratta di una vendetta leghista.
La nomina della dottoressa Lamorgese, vice capo di Gabinetto del ministero dell’Interno, è avvenuta ieri mattina durante la riunione del consiglio dei Ministri. Michele Lepri Gallerano è stato nominato Commissario dello Stato alla Regione Sicilia. Arrivato il 10 di agosto, a Venezia è rimasto esattamente quattro mesi e sette giorni.
Ieri i leghisti veneziani hanno brindato, perchè chiesta la testa del Prefetto al loro ministro dell’Interno Roberto Maroni puntuale la «cacciata» è arrivata. Lepri Gallerano, che sarebbe andato in pensione ad agosto, «paga» il fatto di non aver comunicato al ministro Maroni il trasferimento, la notte del 25 novembre, delle famiglie sinti di Mestre dal vecchio al nuovo campo. Una dimenticanza imperdonabile nella forma, fanno sapere dagli ambienti del ministero. Di sicuro una svista che non ha consentito alla Lega locale di fare «caciara» durante il trasloco avvenuto di notte.
Francesca Zaccariotto, che con l’onorevole Corrado Callegari ha fatto di tutto per farla pagare al Prefetto colpevole di averle tolto il palcoscenico per la «caciara» attorno ai sinti, ieri ha dato una nuova spiegazione sul motivo della cacciata. «Se il Consiglio dei Ministri ha deciso il trasferimento dell’attuale prefetto Michele Lepri Gallerano, evidentemente sono state fatte tutte le valutazioni e le verifiche del caso. Mi sono fatta portavoce del ministro Maroni nella richiesta di ispezione al campo sinti di Mestre per verificare le modalità di passaggio dalla vecchia alla nuova struttura - spiega Zaccariotto - e non posso che prendere atto che la mia richiesta è rimasta inevasa». Quindi il ministro dell’Interno impartisce ordini al Prefetto attraverso il Presidente della Provincia. Un nuovo modo, «casereccio», di intendere la gestione del ministero dell’Interno. Del resto come pensano debba essere il ruolo, secondo i leghisti, del Prefetto appare chiaro anche dalle dichiarazioni di Alberto Mazzonetto: «Benvenuto alla dottoressa Lamorgese, primo Prefetto donna a Venezia. Con la sua sensibilità di sicuro saprà risolvere i problemi di ordine pubblico e di abusivismo che ci sono in centro storico e in terraferma». A pennello calzano le osservazioni del consigliere regionale dei Verdi Gianfrmco Bettin: «La rimozione del Prefetto per motivi biechi di mera vendetta politica, rappresenta un atto nello stile dei regimi autoritari», ha detto Bettin. «Come già i fascisti la nuova casta padana, vorace di poltrone, prepotente e intollerante, vuole dei podestà: al posto del federalismo vogliono i federali. Troveranno pane per i loro denti». Che la «cacciata» del prefetto sia un episodio pesante per la nostra provincia si misura anche dal fatto che sia l’Idv che l’onorevole Delia Murer presenteranno delle interrogazioni parlamentari. Di certo il nuovo Prefetto non troverà una situazione tranquilla.
Luciana Lamorgese, ha 56 anni ed è sposata con due figli. E’ nata a Potenza ed è Prefetto dal 2003. Ha svolto la sua carriera da Prefetto esclusivamente al ministero dell’Interno dove si è occupata del personale. Ma a quanto pare il ministro Maroni la ritiene all’altezza.
Cacciari durissimo:
«Pazzesca vendetta politica»
di Roberta De Rossi
Il siluramento del prefetto? Parla di «vendetta politica», di «assoluta assenza di senso dello stato» e di comportamento «da ducetti» il sindaco Massimo Cacciari, a margine della conferenza stampa sul Carnevale. «La Lega ha dato una dimostrazione pazzesca di vendetta politica»: «Un comportamento di assoluta assenza di senso dello stato e mancanza di rispetto per un leale servitore dello stato», attacca. Aggiungendo: «Non è possibile che persone che hanno responsabilità politiche si comportino come piccoli ducetti di partito, con un atteggiamento distruttivo verso le istituzioni».
Per essere ben sicuro di non essere travisato, Cacciari ha anche scritto di sua mano al computer un lungo comunicato per stigmatizzare la «rimozione» del prefetto Lepri Gallerani, al quale manifesta «tutta la mia stima e vicinanza», e «tutto il mio rammarico per non aver potuto fare più di quel che ho fatto per impedire una tale indecente decisione». Si tratta - ha scritto ancora Cacciari - di «un episodio di gravità eccezionale, sia per le modalità con cui avviene sia per i motivi che ne sono alla base».
«A Venezia da soli quattro mesi, il dottor Lepri Gallerano», ricostruisce Cacciari, «è stato rimosso per ragioni esclusivamente politiche, anzi per vendetta politica. In buona sostanza, al di là di ipocrite frasi fatte in burocratese, gli si imputa di non essere riuscito a impedire il trasloco della comunità Sinti di via Vallenari nel nuovo villaggio. Fatto doppiamente e gravemente sbagliato», trattandosi di un trasferimento che «non si poteva impedire ciò che era stato già riconosciuto atto legittimo non solo dalle sentenze del Tar, ma anche da quella del Consiglio di Stato». In secondo luogo, prosegue il sindaco, «il prefetto in nulla poteva interferire riguardo a una decisione che l’Amministrazione comunale era pienamente titolata e autorizzata ad assumere, specie dopo che l’Asl 12 aveva dichiarato del tutto inagibile il vecchio campo per gravissime carenze igienico-sanitarie e di fronte all’avanzare della stagione invernale». «Ora, non essendo riusciti a impedire tale trasloco per le vie che la legge e il diritto consentono», afferma Cacciari, «si vuole colpire, con quella che, ripeto, considero una volgare vendetta politica, un funzionario dello Stato di provata lealtà che non ha colpa alcuna»: «un pesante avvertimento a tutti coloro che non si inchinino prontamente ai voleri strumentali di una politica rozza, intollerante e, ancor prima e peggio, stupida».
Nell’ultima settimana, le conseguenze dell’avvento del regime dell’alta velocità sui molti cittadini che ne pagano il costo senza riceverne alcun beneficio, anzi subendone spesso pesanti disagi, sono state segnalate dalla stampa. C’è, però, il forte rischio che le lagnanze si esauriscano in un mugugno rassegnato e che non si capisca che. dopo averci portato via i treni, stanno per rubarci anche le stazioni e la terra sulle quali queste insistono.
Contestualmente allo smantellamento del servizio ferroviario pubblico, infatti, trenitalia e i suoi complici, incluse le amministrazioni comunali di destra e di sinistra che ne avallano e propagandano i progetti, stanno ora dando l’assalto finale alle stazioni.
La funzione della stazione - la sua mission come dicono i manager o la sua natura ontologica come direbbero i sindaci filosofi - non è più quella di luogo dove si arriva e si parte, ma di centro commerciale nel quale può succedere di prendere un treno, un po’ come avviene al supermercato dove i bambini vengono depositati sulle giostrine mentre i genitori si dedicano allo shopping.
Gli interessi fondiari e immobiliari in gioco sono noti, ma ci sono almeno altri due aspetti che meritano di essere considerati con attenzione e che riguardano il modello di organizzazione del territorio e di organizzazione della società che viene perseguito e rafforzato attraverso tali operazioni.
Innanzitutto, sta passando inosservata la prossima attribuzione delle stazioni ai soli freccia rossa e la espulsione degli altri treni, se ne rimarranno, in luoghi a parte, che fa perfino rimpiangere la “terza classe” degli anni ’50. Rispetto alla segregazione fisica fra le diverse fasce della clientela, la terza classe, simbolo evidente delle disuguaglianze sociali e di reddito, almeno imponeva ai viaggiatori la visibilità reciproca. Inoltre, ritardi e disservizi colpivano un pò tutti. In un certo, si poteva dire di essere sullo stesso treno, perché se anche i viaggiatori non erano necessariamente animati da simpatia reciproca, i vagoni erano fisicamente solidali.
Ora, invece, la terza classe è stata sganciata, ed i suoi vagoni e viaggiatori considerati un fardello che intralcia gli affari sono costretti a spostarsi su un altro binario.
Dall’altro lato, se è stato spiegato come la speculazione sulle stazioni e sulle aree circostanti, veri e propri condensatori di rendita urbana, sia parte di un generale progetto di ristrutturazione delle città, non vengono denunziati in modo sufficientemente esplicito gli esiti perversi di un modello territoriale basato sulla retorica esaltazione della rete e dei nodi.
In un paese dove ogni città viene trasformata in parco tematico, infatti, il destino delle stazioni è di diventare “tappe” di una gigantesca disneyland a livello territoriale, nella quale torme di turisti passano da un’attrazione all’altra – da un ponte di Calatrava ad un grattacielo di Piano – che spesso coincide con la stessa stazione.
Si può parlarne?
L'icona è la locandina originale del film "The Great Train Robbery", girato nel 1903 da Edwin. S. Potter. Nel film i banditi venbgono sconfitti e il bottino recuperato. Speriamo anche noi!
Se è vero che l’identità di un paese si rispecchia nelle sue biblioteche, la fotografia nazionale appena prodotta dal ministero dei Beni Culturali ci restituisce il ritratto di un’Italia smarrita, priva di memoria, che volge le spalle alla sua stessa tradizione. Nell’arco di cinque anni, le risorse finanziarie per l´attività delle biblioteche pubbliche statali - quarantasei istituti, tra cui la Braidense, la Laurenziana, la Malatestiana, l´Angelica e la Casanatense - sono state ridotte della metà (da trenta milioni a sedici milioni di euro), con un depauperamento ancora più marcato per le due Biblioteche Nazionali Centrali di Roma e Firenze, custodi delle stesse fonti dell’identità nazionale italiana. Dall’acquisizione dei libri alla valorizzazione, dalla prevenzione alla tutela, dai servizi per il pubblico all’informatizzazione, non c’è passaggio nell’attività delle biblioteche che oggi non mostri limiti e disfunzioni. Il confronto con la British Library di Londra o la Bibliothèque Nationale de France finisce per essere mortificante. E per l’istituto romano di viale Castro Pretorio, si rischia la chiusura.
Il merito di aver prodotto un quadro aggiornato del "costume bibliotecario degli italiani" è della stessa Direzione generale per le Biblioteche. «Mi auguro che sia lo strumento per ottenere maggiore attenzione politica e soprattutto un incremento di fondi», spiega il direttore Maurizio Fallace. Il rapporto redatto da una commissione di esperti non è sospettabile di ambiguità: la situazione appare molto critica, quasi disperata. Diminuisce la qualità dei servizi, decresce di conseguenza anche la domanda, ossia il numero dei prestiti e delle persone ammesse al servizio. «Se non si aggiornano le collezioni librarie e se non si ha la possibilità di catalogare tempestivamente il materiale acquisito, anche l’utenza è scoraggiata», recita il rapporto del ministero. Per inquadrare il malessere, basterà qualche cifra.
Se nel 2005 si spendeva per il patrimonio bibliografico 8.263.311 euro, la previsione per il 2010 è di 3.605.877. La spesa per il funzionamento del servizio bibliotecario informatico passa da cinque milioni a meno di quattro milioni di euro, mentre per la tutela dei libri e dei documenti la perdita è ancora più secca: da 3.525.966 a 650.000 euro (consentita appena la manutenzione degli impianti di sicurezza, antifurto o antincendio, mentre mancano le risorse per i lavori di spolveratura, rilegatura, disinfestazione). Anche la catalogazione nel Sistema Bibliotecario Nazionale mostra una vera emorragia: dagli 823.821 euro del 2005 agli 84.645 euro previsti per il prossimo anno. Cifra del tutto inadeguata: solo per il materiale del Novecento, sono almeno cinque milioni i volumi non ancora catalogati (il loro recupero costerebbe circa venti milioni di euro).
Emblema del grave declino è rappresentato dalle due Biblioteche Centrali, di Roma e Firenze. Quella romana risulta oggi la più sacrificata, con una dotazione di 1.590.423 euro (rispetto al 2001 la decurtazione è pari al 50 per cento): per un buon funzionamento occorrerebbero almeno trenta milioni di euro. Il paragone con le sorelle europee è schiacciante: la dotazione annua della Bibliothèque Nationale de France è 254 milioni di euro, quella della British Library supera i 159 milioni. Se riferiti al personale, i dati sono ancora più clamorosi. Anche in questo caso, la comparazione può essere utile: alla Bibliothèque Nationale lavorano 2.651 persone, in quella inglese 2.011, a Firenze 205, a Roma 264: complessivamente le due biblioteche nazionali italiane hanno un patrimonio librario equivalente a quello parigino - circa 14 milioni di volumi - ma vi lavora meno di un quinto del personale impiegato a Parigi.
Le conclusioni del rapporto non fanno presagire niente di buono. Per la Biblioteca Nazionale di Roma, «le risorse attualmente disponibili non bastano a garantire neppure la pura e semplice sopravvivenza dell’istituto». Come distruggere la propria carta d’identità, quella in cui siamo venuti meglio.
Il 19 dicembre si mobiliterà il popolo del «No Ponte» proprio nei giorni in cui il governo, attraverso il Cipe, ha cominciato a sperperare denaro pubblico per finanziare la progettazione del Ponte sullo Stretto di Messina, costo iniziale 6,3 miliardi di euro, ed avviare la variante ferroviaria di Cannitello a Villa San Giovanni (costo 27 milioni di euro) che è sbandierata da Matteoli come l'inaugurazione dell'opera.
La decisione del governo Berlusconi di rifinanziare il Ponte sullo Stretto, che era stato definanziato dal governo Prodi, è un insulto all'Italia che frana e alle sue vittime, ai pendolari, ai cittadini del Sud che non hanno infrastrutture ferroviarie degne di questo nome, alle centinaia di migliaia di persone che ancora oggi non hanno acqua potabile in casa a causa dell'assenza di acquedotti, alle settemila persone che ogni anno muoiono a causa dello smog provocato dal traffico nelle grandi città mentre si azzerano i fondi per il trasporto pubblico.
Il Ponte sullo stretto è il simbolo della grande contraddizione di uno sviluppo che divora risorse ambientali ed economiche non affrontando le vere priorità del paese. Le operazioni complessive attorno al Ponte e i 12 cantieri, di cui uno in pieno centro a Messina, ribalteranno l'assetto della zona interessata: solo a Ganzirri, ecosistema pregiato e protetto, si dovranno espropriare 700mila metri cubi di costruzioni, cambiare destinazione d'uso a 180mila metri quadrati di terreno.
Il Ponte è inutile e insostenibile sia sul piano economico che ambientale. La società Stretto di Messina Spa ha sottostimato i costi e i tempi di realizzazione del Ponte e sovrastimato i benefici. La società prevede sei anni e sei mesi per costruire ponte e 24 chilometri fra gallerie e raccordi. Per lo Store Baelt, in Danimarca, ci sono voluti dodici anni. Se si considera che il Ponte sullo stretto ha delle dimensioni doppie rispetto a quello danese, la stima della durata dei lavori sale almeno a 20 anni con ovvie conseguenze sui costi. Che la società (a consuntivo) valuta in sei miliardi di euro, inflazione compresa (la stima è sui prezzi 2002).
Si tratta di una valutazione che non tiene conto almeno di tre elementi: 1) l'incremento del costo dell'acciaio; 2) la credibilità dei tempi di realizzazione dell'opera; 3) l'effetto di prescrizioni e raccomandazioni che il Cipe ha fatto nell'approvare il progetto preliminare. La conseguenza è che le spese lieviteranno sicuramente almeno a nove miliardi di euro.
Anche il Capo dello Stato, dopo la tragedia di Messina, è intervenuto in modo netto: prima di realizzare opere faraoniche bisogna mettere in sicurezza il territorio. Il punto è che con quelle risorse si potrebbero realizzare infrastrutture socialmente utili dalla messa in sicurezza del territorio, ben 80 Km di metropolitana o acquistare nuovi treni per i pendolari. Il Ponte è figlio della stessa logica che ha portato il governo a reintrodurre il nucleare in Italia. Ossia quella di creare una torta di appalti pubblici, che avrà un costo per i cittadini di almeno 30 miliardi di euro, da spartire.
Ho un grande rammarico che dalle pagine del manifesto voglio ricordare. Il governo Prodi poteva chiudere definitivamente la vicenda Ponte se l'allora ministro dei Lavori pubblici, Antonio Di Pietro, non si fosse opposto allo scioglimento della Società Ponte sullo Stretto, adducendo false motivazioni di inesistenti penali da pagare. Oggi siamo a un paradosso: se Berlusconi deve ringraziare qualcuno per l'avvio dei lavori del Ponte...questi si chiama Di Pietro.
* Presidente dei Verdi
Ma perché mai nel momento della più convinta solidarietà di tutti a Berlusconi, ed anche nel momento in cui, pur sollevati dal verificare che si è trattato dell´azione di uno squilibrato, tutti ci si è fatti carico del pericolo di effetti imitativi, del riemergere in frange psicologicamente instabili e socialmente frustrate di tentazioni alla violenza, che arrecherebbe danni gravissimi alla società italiana; perché, dunque, proprio in questo momento la pulsione alla violenza polemica ha prevalso ancora una volta? Perché l´amor di patria, la solidarietà repubblicana, il senso di responsabilità non hanno frenato la virulenza dell´assalto?
Eppure conviene riflettere freddamente anche su ciò, alla stregua di un test del profondo mutamento del paradigma politico italiano, esplicitamente definito e perfezionato nel discorso di Bonn, uno spartiacque ancora non pienamente avvertito, tra un «prima» e un «dopo», di cui, però, già s´intravede il profilo. Occorre, quindi, rileggere quel testo nei suoi propositi pratici e nei presupposti ideologici. Del resto anche le affermazioni del capo del Pdl a Milano, hanno rappresentato un post scriptum al dettato di Bonn e, dopo aver ribadita una concezione esplicitamente illiberale dei rapporti tra un leader eletto e tutti gli organi istituzionali di garanzia, è stata colmata una dimenticanza e messa sotto accusa, al pari della magistratura, del Consiglio Superiore e della Presidenza della Repubblica, la Tv pubblica, in quanto nasconderebbe al popolo le incrollabili verità berlusconiane, secondo quella esigenza di obbedienza pronta e rispettosa, propria dei mass-media dei regimi assoluti.
Il proclama di Bonn resta, quindi, una specie di Tavola dei Comandamenti, già espressi altre volte ma qui elevati a contro-sistema globale e coerente per il tempo prossimo, venturo. Come ha scritto Ezio Mauro («Repubblica» 11/12) «siamo entrati nello stato di eccezione: ed è la prima volta nella storia della nostra democrazia». E Scalfari constata: «Il quadro di compatibilità… possibile per sessant´anni fino a quando le diverse posizioni politiche si confrontavano in un quadro di valori e principi condivisi… è ormai andato in pezzi».
Al centro vi è l´avanzare di una ideologia che non considera più la riforma costituzionale, perno del disegno d´assieme, come una normale riforma tendente alla efficienza e all´aggiornamento della Carta al mutare dei tempi. In questo caso ogni riforma dell´ordinamento, concordata o meno da tutto lo schieramento, tesa, poniamo, all´adeguamento al federalismo e/o alla ridefinizione dei ruoli tra magistratura inquirente e giudicante o, addirittura, alla introduzione di un presidenzialismo alla francese o all´americana, ogni riforma, dicevamo, è accettabile. A condizione che essa resti ancorata a un sistema di compatibilità con la democrazia liberale, se non mira, dunque, ad eliminare e distruggere i valori ispiratori che preesistono alla stesura stessa della Carta. Questi valori poggiano su due principi: il voto popolare non deve degenerare in dittatura della maggioranza, il leader eletto non diviene, pertanto, detentore di un potere assoluto, il suo operato si svolge nell´ambito delle leggi, la giurisdizione esercitata dalla Magistratura resta indipendente e si applica egualmente al leader eletto e a tutti i cittadini, la libertà d´informazione seguita a svolgersi senza condizionamenti da parte dell´Esecutivo, quale che sia la maggioranza di cui goda.
Il secondo principio vige almeno dal XVIII secolo nei governi moderati, durante i quali le monarchie assolute maturarono in monarchie costituzionali. È venuto vieppiù declinandosi nel XIX e XX secolo negli Statuti e nelle Carte fondative degli Stati liberal democratici, in netta contrapposizione, anche teorica, con i regimi assoluti nazi-fascisti e comunisti. Questo principio, che nessuna riforma in uno stato liberal democratico può rimettere in discussione, si chiama equilibrio, distinzione e indipendenza tra i poteri istituzionali: il Parlamento, l´Esecutivo, l´Ordine giudiziario, la Corte suprema, che garantisce e certifica il rispetto della Costituzione, il Capo dello Stato, con poteri più o meno incisivi a seconda del sistema in atto, ma, comunque, garante simbolico e rispettato dell´unità nazionale, vigile custode del bilanciamento istituzionale.
Chi si pone fuori o, peggio, contro questo paradigma imprescindibile mira ad un cambio di regime. Orbene Berlusconi delegittimando il potere giudiziario, negando validità alle sentenze della Corte costituzionale, contestando le funzioni di equilibrio e di rappresentanza degli ultimi tre Presidenti della Repubblica e, soprattutto, affermando la sua primazia assoluta e operando per distruggere l´imperio della Legge in nome dell´unzione popolare diretta, espone un programma anti liberale, tipico dei populismi. Se avesse successo il punto d´arrivo vedrebbe l´instaurarsi di un potere personale a scapito di ogni altro potere di riequilibrio, controllo, giurisdizione. Non credo che sia l´ignoranza a suggerire a Berlusconi una delegittimazione della Corte in base al fatto che i suoi membri sarebbero in parte stati designati da presidenti della Repubblica di sinistra. Egli dovrebbe conoscere che la Corte suprema degli Stati Uniti, al cui modello si sono ispirate dal dopoguerra tutte le altre, è depositaria indiscussa e da nessuno mai contestata della corrispondenza di ogni legge federale alla Costituzione, pur se tutti i suoi 9 membri sono nominati a vita esclusivamente dagli inquilini che via via si succedono alla Casa Bianca, repubblicani o democratici che siano. Poiché queste cose Berlusconi le ha viste almeno al cinema, resta inquietante la domanda: «Quale suggello di fedeltà alla sua maggioranza pretende dai membri della Consulta?».
Lo stesso vale per la delegittimazione della magistratura ordinaria, compresa quella giudicante, composta, come ha ripetuto nella serata milanese, da «funzionari pubblici che stanno lì per concorso» e, dunque sarebbero tenuti ad adeguarsi alla volontà degli eletti dal popolo e del leader che ne impersona le virtù. In altre parole la funzione giurisdizionale non discende dall´indipendenza istituzionale dei giudici e dalla loro autonoma interpretazione delle leggi, ma dall´essere strumenti tecnici esecutivi di un potere derivante dall´unzione elettorale. Non è un caso se i supporter del pensiero berlusconiano si richiamino su questi punti (Consulta e Magistratura) a Palmiro Togliatti. Il pensiero teorico del capo del Pci si collocava, infatti, coerentemente, pur con i noti «correttivi all´italiana», in una concezione totalitaria e verticale dello Stato, sia pure a bassa intensità, (la «via italiana» alla «democrazia progressiva») con alla testa un ventaglio di partiti federati e egemonizzati a lungo termine da un partito guida, depositari della volontà del popolo, e dai quali discendevano una serie di «cinghie di trasmissione» gerarchicamente ordinate, incaricate di realizzarla, in una unica armonia d´operosi intenti. Il paradosso togliattiano non appare dunque nel richiamo dei berlusconiani così gratuito, quanto una voce dal sen sfuggita.
È bene anche ricordare a quanti, soprattutto i leghisti, ripetono a gran voce che, appartenendo la sovranità al popolo, una volta essa sia sancita dal voto, ciò renderebbe alla radice impossibile ogni vulnus della democrazia, che così storicamente non è. Il consenso delle maggioranze è necessario ma non bastevole. I regimi totalitari godettero per lungo tempo di un autentico consenso popolare di massa, cui non mancava la messa cantata d´accompagno di tanti intellettuali. Ma oggi dovremmo sapere che ciò che distingue i regimi non è solo il consenso, persino quello legittimo, ma i limiti istituzionali che esso incontra in un sistema di poteri costituzionali equilibrati e indipendenti. E soprattutto nel rispetto dei valori di libertà, che non uscire stravolti da una maggioranza che può durare a lungo ma è pur sempre di passaggio.
La ricostruzione a L’Aquila sta prendendo una direzione che preoccupa il Consiglio superiore per i Beni culturali, il principale organo consultivo del ministero. E il motivo è molto semplice, come si può leggere in una mozione approvata all’unanimità: si sta abbandonando a se stesso il centro storico, che non è solo un luogo di memorie antiche, ma anche un cuore pulsante senza il quale l’organismo urbano rischierebbe il collasso. Se la città si svuotasse «diventerebbe una Pompei, o peggio». L’insediamento dell’Aquila era articolato in numerose frazioni, si legge nel documento, promosso dal presidente Andrea Carandini, ma dopo il terremoto «si sfilaccia ancor più, per la distruzione dei villaggi e del centro urbano aggregatore, e anche per la costruzione di venti insediamenti nuovi e stabili, che, comunque, creeranno alcuni problemi».
Il Consiglio esprime pareri non vincolanti. Ma appare molto forte la preoccupazione, spiega lo stesso Carandini, «che il territorio possa far sparire la città, che possa mancare un centro». La ricostruzione, invece, si fonda prevalentemente sui nuovi insediamenti, i villaggi che prendono forma nelle campagne intorno a L’Aquila. E ciò, si legge ancora nella mozione, produce pericoli seri: «In condizioni di questo genere e dopo lo svuotamento dell´Aquila il rischio della fine del centro storico è reale. Né la sua riduzione a quinta teatrale e a outlet del circondario può essere considerata una rinascita. Sono infatti i cittadini più che monumenti e mura a fare una città, per cui solo se gli aquilani torneranno nella città, L’Aquila sarà salva».
La mozione critica anche la carenza di fondi destinati al centro storico. Inoltre invita a selezionare bene le imprese che ricostruiranno. La via da intraprendere è quella del restauro, sulla base delle competenze acquisite nella ricostruzione del Friuli e dell’Umbria, insiste il Consiglio. Che si diffonde nel dettaglio anche sulle tecniche di intervento: «La progettazione della conservazione e del restauro dovrà mirare a recuperare e valorizzare tutte le strutture architettoniche rimaste, che rappresentano la memoria civile nello spazio e nel tempo della vita prima del terremoto».
Nei giorni scorsi di questi argomenti si è discusso in un convegno organizzato dall’Associazione Bianchi Bandinelli. È intervenuto anche il direttore generale dei Beni architettonici e paesaggistici, Roberto Cecchi, che aveva invece espresso molte riserve sull’efficacia dei restauri nel centro storico aquilano.
Servono due parole per rispondere all´onorevole Cicchitto, che scambiando l´aula di Montecitorio per un bivacco piduista si è permesso di accostare il nome di Repubblica a quello dell´aggressore di Berlusconi in piazza Duomo.
Il presidente Napolitano aveva appena invitato tutti, davanti alla gravità dell´episodio di Milano, a fermare la pericolosa esasperazione della polemica politica. E Berlusconi aveva ricevuto la solidarietà di amici e avversari - da Fini a Casini a Bersani, a Repubblica naturalmente - nella condanna senza riserve, da posizioni che sono e restano diverse, di un gesto folle e criminale.
Ieri Cicchitto si è incaricato di ripristinare immediatamente il clima di guerra, senza il quale l´anima più ideologica e rivoluzionaria (nel senso di Licio Gelli, non di Mussolini) della destra non riesce a sopravvivere e ad esprimersi. Per lui, la mano dell´aggressore di Berlusconi «è stata armata da una spietata campagna di odio, il cui obiettivo è il rovesciamento di un legittimo risultato elettorale». A condurre questa campagna secondo Cicchitto è il network dell´odio composto dal gruppo Repubblica-Espresso, dal Fatto, da Santoro, da Travaglio (definito in Parlamento «terrorista mediatico») dal partito di Di Pietro e dai pubblici ministeri che indagano su Berlusconi.
Poche ore dopo Cicchitto insieme con la Lega e con Tremonti è partito all´assalto del presidente della Camera Fini, che si era permesso di definire la scelta del governo di porre la fiducia sulla legge finanziaria certo legittima, ma «deprecabile» perché impedisce all´aula di esprimersi sulla manovra. Anche il ministro Bondi si è immediatamente accodato all´attacco pubblico a Fini.
Chi critica il governo, chi manifesta un´opinione non conforme, sui giornali, in Parlamento o in televisione, diventa un nemico del Paese, un avversario della sovranità popolare, un fomentatore d´odio, e arma fisicamente la mano degli aggressori.
Cicchitto invece è un uomo delle istituzioni. Non sa concepire una via repubblicana al berlusconismo, una declinazione costituzionale del potere, una fisiologia democratica del rapporto tra governo e contropoteri, che preveda un confronto anche duro con l´opposizione e con la stampa. Non conosce il concetto laico di pubblica opinione, solo la raffigurazione mistica del popolo che soppianta i cittadini, con la sacralità e il sacrilegio dei sentimenti contrapposti di amore e odio che prendono il posto del consenso e del dissenso, categorie politiche dell´Occidente, ma non dell´Italia berlusconiana.
A questo avvelenatore di pozzi, piccolo imprenditore dell´odio ideologico che attribuisce ad altri, dobbiamo soltanto ricordare quel che abbiamo scritto domenica sera, quando uno squilibrato ha colpito il presidente del Consiglio: nel discorso pubblico democratico la piena libertà di Berlusconi di dispiegare le sue politiche e le sue idee (che difendiamo senza riserve da ogni assalto violento) coincide con la nostra piena libertà di criticarlo. Lo abbiamo fatto davanti alle sue contraddizioni negli scandali estivi, davanti alle sue menzogne chiedendogliene conto ogni giorno, davanti agli attacchi al nostro giornale e ai grandi media stranieri, davanti agli insulti alla Consulta e al Quirinale, davanti al progetto di squilibrare la Costituzione sovraordinando il suo potere per liberarsi dagli istituti di garanzia. Cicchitto si rassicuri. Lo rifaremo, appena le forzature ripartiranno, com´è inevitabile visto che servono a sfuggire i giudici e la giustizia.
Chi scambia la critica per odio e il lavoro giornalistico per violenza è soltanto un irresponsabile antidemocratico, mimetizzato dietro la connivenza di chi tacendo acconsente. Chi poi vuole usare la debolezza momentanea di Berlusconi colpito al volto e la solidarietà repubblicana che è arrivata al leader per trarne un miserabile vantaggio politico, non merita nemmeno una risposta. Stringere la mano al Premier ferito è doveroso, condannare l´aggressione è obbligatorio, far passare le leggi ad personam è impossibile. Tutto qui. Le mozioni vanno distinte dalle emozioni. Il populismo non può pensare che uno choc emotivo centrifughi tutto, il diritto, la costituzionalità, i doveri dell´opposizione.
Se Cicchitto pensa che questo momento delicato della vita repubblicana possa imbavagliare Repubblica, annacquando il suo giornalismo, si sbaglia. Il Paese, soprattutto nei momenti di confusione, si serve facendo ognuno la sua parte. La nostra è quella di informare: soprattutto degli abusi del potere, nell´interesse dei cittadini.
Sono passati due giorni dall'aggressione a Silvio Berlusconi in piazza del Duomo e si può tentare di ragionare a mente fredda. Certo esprimere il dispiacere, e anche solidarietà, al presidente del Consiglio. Ma in fasi di tensione (e ci siamo per la crisi della democrazia e dell'economia) queste aggressioni sono nel conto. Quanti bravi sindacalisti sono stati presi a bullonate? Qualche critica dovrebbe, forse, farsi ai due servizi d'ordine, privato e pubblico, che avrebbero dovuto fermare in tempo l'aggressore. Scrivere che se lo è meritato o accusare «i mandanti morali» non ha senso. Ma è certo, già lo fanno, l'agglomerato che si fa chiamare «Popolo della libertà» speculerà al massimo sull'episodio e magari metterà la piccola riproduzione del Duomo di Milano sulla propria bandiera, già santificano la faccia insanguinata di Silvio.
Siamo in una difficile, pericolosa crisi politica e democratica e Berlusconi cerca di trarne il massimo profitto. Mettendo in difficoltà «certi politici del centro destra» (così titolava ieri il Giornale) e innanzitutto Fini, scatenandosi ancora di più nell'attacco all'opposizione contro la quale ha ripetuto per tre volte «vergogna, vergogna, vergogna».
Tentando sempre di ragionare a mente fredda, è chiaro che il Cavaliere (in difficoltà) ha guadagnato un punto con il colpo sferrato dal provvidenziale Tartaglia. Adesso promuovere una manifestazione di piazza contro Berlusconi è più difficile, ma non per questo si deve mollare. Bisogna costruire con pazienza una serie di iniziative in difesa della Costituzione, dei diritti dei lavoratori, dei disoccupati, dei giovani che vanno a scuola. Avendo per obiettivo immediato la fuoriuscita di Berlusconi da Palazzo Chigi per stroncare il suo tentativo non tanto di presidenzialismo (Obama deve tener conto del Congresso) ma di diventare il padrone assoluto di questo nostro paese.
Gridare e denunciare non basta (o serve a poco). Le forze che sono fuori del regno di Berlusconi (dove c'è un po' di maretta) debbono costruire una vera e positiva piattaforma di opposizione, un programma di governo. Non basta dire - ma occorre insistere nel dirlo - che Berlusconi liquida democrazia e Costituzione. Occorre produrre un programma, da discutere con i cittadini (anche con quelli che votano Berlusconi per puro disimpegno), che definisca obiettivi concreti per la ripresa della democrazia, dell'occupazione, della scuola. I partiti, che ancora ci sono, i sindacati, le cooperative, le associazioni politiche e culturali, alcune trasmissioni televisive (penso a «Report», «Anno Zero», «Ballarò») dovrebbero attivare la comunicazione tra loro. Costruire un fronte non solo di liberazione nazionale, ma di rinascita della Repubblica, finora soffocata e mortificata non solo da Berlusconi, ma anche, dalla moltiplicazione e prevalenza degli interessi di gruppo o di singoli su quello di noi tutti, della Repubblica. il manifesto, nella modestia delle sue forze, ma con la tenacia e la passione che lo anima (più o meno bene da quasi quarant'anni) si impegna a essere di questa partita.
p.s. Articolo 21 promuove una grande iniziativa nazionale unitaria a difesa della Costituzione. Siamo con Articolo 21.
Postilla
Anche noi
C’è un’anomalia al vertice istituzionale dello Stato. L’abbiamo scritto varie volte ed Ezio Mauro l’ha di nuovo precisato con chiarezza subito dopo il discorso di Silvio Berlusconi all’assemblea del Partito popolare europeo a Bonn. L’anomalia sta nel fatto che il presidente del Consiglio e capo del potere esecutivo disconosce l’autonomia del potere giudiziario; disconosce la legittimità degli organi di garanzia a cominciare dal Capo dello Stato e dalla Corte costituzionale e ritiene che il premier, votato dal popolo, detenga un potere sovraordinato rispetto a tutti gli altri.
Questa situazione – così ritiene il premier – esiste già nella Costituzione materiale, cioè nella prassi politica e nella convinzione dello spirito pubblico, ma non è stata ancora introdotta nella Costituzione scritta e ad essa si appoggiano i poteri di garanzia e la magistratura per contestare la Costituzione materiale. Bisogna dunque modificare la nostra Carta anzi, dice il premier, bisogna cambiarla adeguandola allo spirito pubblico. Lui si farà portatore di quel cambiamento, prima o poi. Quando lo giudicherà opportuno. A quel punto la situazione sarà pacificata, un nuovo equilibrio sarà stato raggiunto, il governo potrà lavorare in pace, i processi persecutori contro il presidente del Consiglio saranno celebrati solo quando il suo mandato sarà terminato e la sovranità della maggioranza sarà in questo modo tutelata.
L’anomalia ha notevoli dimensioni. Il fatto che Berlusconi l’abbia descritta e raccontata con parole sue in un congresso del Partito popolare europeo cui appartiene, denuncia di per sé la gravità di questa situazione, ma ancora di più questa gravità emerge dal fatto che non vi siano state contestazioni in quell’assemblea. L’Unione europea riconosce e fa propria una carta di diritti che vale per tutti gli Stati membri. Di questa carta i principi dello Stato di diritto e dell’indipendenza dei poteri costituzionali sono parte integrante. Sicché è molto preoccupante che uno dei principali esponenti del Partito popolare europeo, a chi gli chiedeva un commento sul discorso di Berlusconi, abbia risposto: è una questione interna alla politica italiana. Quando si tratta dei principi della costituzionalità europea non esistono questioni interne dei singoli Stati membri che possano sfuggire al vaglio degli organi dell’Unione. Credo che questo problema andrebbe formalmente sollevato dinanzi al Parlamento di Strasburgo e dinanzi al presidente del Consiglio dei ministri dell’Unione.
Per quanto riguarda il nostro "foro interno" per ora l’anomalia resta, ma verrà al pettine nei prossimi giorni sulla questione che più sta a cuore al premier, quella cioè della sua posizione giudiziaria rispetto ai tribunali della Repubblica. Lì avverrà il primo scontro. È ormai evidente che il metodo della "moral suasion", utilmente praticato dai nostri Capi di Stato nei confronti del governo fin dai tempi di Luigi Einaudi, non vale più. Esso è stato possibile per sessant’anni fino a quando le diverse posizioni politiche si confrontavano in un quadro di valori e principi condivisi; ma questo quadro di compatibilità è ormai andato in pezzi. Le varie istituzioni e i poteri dei quali ciascuna di esse ha la titolarità sono dunque l’uno in presenza degli altri senza più ammortizzatori di sorta. Gli angoli non sono più arrotondabili ma spigolosi. Il rischio è una prova di forza interamente istituzionale.
L’anomalia berlusconiana ci ha condotto a questo punto, a questo rischio, a questo pericolo. Molti pensavano che tutto si riducesse a problemi di galateo e di linguaggio. Non era così ed ora la dura sostanza è emersa in tutto il suo rilievo.
* * *
Abbiamo scritto più volte che l’anomalia populista è presente in modo particolare nello spirito pubblico del nostro paese. Ma non soltanto. La tentazione autoritaria è presente in molti altri luoghi. Autoritarismo e populismo spesso sono fusi insieme e costituiscono una miscela esplosiva, ma talvolta sono disgiunti. La vocazione al cesarismo a volte è alimentata dal conservatorismo di opinioni pubbliche sensibili agli interessi di classe e alla difesa di privilegi. Oppure dall’emergere di interessi nuovi che chiedono riconoscimento e rappresentanza.
Nella storia moderna la tentazione autoritaria è stata molto presente nell’Europa continentale, talvolta con modalità aberranti oppure con caratteristiche innovative. Ma ha innescato in ogni caso processi avventurosi, forieri di guerre e di rovine materiali e morali. I principi di libertà ne sono stati devastati.
Di solito quando ci si inoltra in questo tipo di analisi si rievoca l’esperienza del fascismo italiano. Esso avviò anche alcuni processi innovativi, ottenuti tuttavia con la perdita della libertà, con l’esasperazione demagogica del nazionalismo e con un generale impoverimento della società. Ma un altro esempio, con caratteristiche molto diverse, era già avvenuto in Europa un secolo prima e fu il bonapartismo. Andrebbe storicamente ripercorso il bonapartismo perché rappresenta una vicenda per molti aspetti eloquente di come si passa da una fase rivoluzionaria ad una fase moderata e poi ad una svolta autoritaria che aveva in grembo la fine del regime feudale, l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, pagando però queste innovazioni con milioni di morti in un quindicennio di guerre continue e con la perdita della libertà.
Il generale Bonaparte rappresentava un’anomalia rispetto al regime moderato del Direttorio, nato sulle ceneri del Terrore robespierrista. La sua vocazione autoritaria non aveva nulla di populistico ma era appoggiata da un’opinione pubblica che voleva a tutti i costi una pacificazione. Napoleone fu visto come lo strumento di questa pacificazione e fu l’appoggio di quell’opinione pubblica che gli consentì un colpo di Stato che non costò neppure una vittima. Il 18 brumaio del 1799 suo fratello Luciano Bonaparte, presidente dell’assemblea dei Cinquecento, con l’appoggio del generale Murat, sciolse quell’assemblea con la scusa che essa era piena di giacobini e consegnò il potere a suo fratello Napoleone. Il seguito è noto.
Non abbiamo nulla di simile, non c’è un generale Bonaparte, non c’è un generale Murat, non ci sono fantasmi militareschi. Ma c’è un’opinione pubblica spaccata in due e una classe dirigente anch’essa spaccata in due. C’è una tentazione autoritaria. C’è una maggioranza conservatrice formata da piccoli e piccolissimi imprenditori e lavoratori autonomi che sperano di ricevere tutela e riconoscimento. E c’è un’ampia clientela articolata in potenti clientele locali, legate al potere e ai benefici che il potere è in grado di dispensare.
Questa è l’anomalia. La quale ha deciso di non esser più anomalia ma di rimodellare la Costituzione. Non riformandone alcuni aspetti ma cambiandone la sostanza. Non più equilibrio tra poteri e organi di garanzia, ma un solo potere sovraordinato rispetto agli altri. L’Esecutivo che si è impadronito, con la legge elettorale definita "porcata" dai suoi autori, del potere legislativo e si accinge ora a mettere la briglia al potere giudiziario e agli organi di garanzia.
Sì, bisogna rivisitarla la storia del 18 brumaio del 1799 perché c’è un aspetto che ci può riguardare molto da vicino. Del resto, anche il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 va riletto e meditato. Ci sono momenti storici nei quali l’assetto di uno Stato viene sconvolto e capovolto. Dopo nulla sarà più come prima. Nessuno si era reso conto di ciò che stava per accadere. Quando accadde era ormai troppo tardi per impedirlo.
Post Scriptum. La vicenda Spatuzza-Graviano ha dato luogo a qualche fraintendimento che è bene chiarire. A me Spatuzza non piace affatto e i Graviano meno ancora, ma la cronaca ha le sue regole che vanno rispettate. E perciò ricordiamo: Spatuzza ha dichiarato in processo di aver saputo dell’accordo con Berlusconi e Dell’Utri da Giuseppe Graviano. Il quale ha rifiutato di deporre e ha detto che parlerà solo quando sarà venuto il momento di parlare. Chi invece ha detto di non aver mai conosciuto Dell’Utri e tanto meno Berlusconi è il fratello Filippo Graviano, del quale Spatuzza non ha mai parlato. Questo dice la cronaca e non altro.
A quasi otto mesi dal terremoto, a me pare che l’argomento sul quale si dovrebbe maggiormente riflettere sia quello dell’informazione. Gli approfondimenti critici, salvo rare eccezioni, sono pochissimi, prevale l’ottimismo ufficiale, dominano le immagini festose di Silvio Berlusconi che inaugura nuovi alloggi. Anche la stampa e le reti televisive non favorevoli al governo riconoscono in genere che la ricostruzione del capoluogo abruzzese è stata avviata positivamente, e la accreditano come un successo del presidente del consiglio e della protezione civile.
Invece non è così, all’Aquila la cose vanno molto male, e sarà difficile rimediare agli errori commessi. La ricostruzione è stata impostata come problema esclusivamente edilizio, accantonando la dimensione territoriale, senza un progetto di città. Non era mai successo prima. Mi riferisco soprattutto alla decisione, assunta pochi giorni dopo il terremoto, di costruire nuovi insediamenti abitativi permanenti – abusivamente definiti new town – con l’obiettivo di passare immediatamente dalla tenda alla casa, evitando le sistemazioni in alloggi provvisori, come si fece, per esempio, dopo i terremoti del Friuli e dell’Umbria, dove la ricostruzione è stata tempestiva e soddisfacente.
I dati riportati nelle pagine seguenti dimostrano che i nuovi alloggi in costruzione non bastano (ospiteranno circa 15 mila abitanti, un terzo degli sfollati che stanno negli alberghi sulla costa, in altre sistemazioni precarie, alcuni ancora in tenda) e costano più del doppio delle tradizionali casette provvisorie. Ma qui interessa soprattutto porre in evidenza che l’operazione new town determina lo stravolgimento dell’assetto tradizionale dell’Aquila. Già prima del terremoto la città contava più di 30 frazioni, ma la costellazione urbana era tenuta insieme dalla forza centripeta di un centro storico di grande qualità estetica e funzionale, che agiva come formidabile contrappeso alla dispersione. Nel centro erano concentrate tutte le funzioni pregiate, le istituzioni, circa 800 attività commerciali, lì risiedevano almeno 6 mila studenti. Il terremoto proprio nel centro storico ha prodotto i danni più gravi, determinando il suo totale svuotamento. E dal 6 aprile non si è fatto nulla per riportalo in vita. La maggioranza degli edifici, anche molti monumenti, sono senza protezione, destinati a un degrado irreparabile. Tutta l’energia organizzativa e finanziaria è stata concentrata nella realizzazione delle micro new town (una ventina), disseminate in ogni direzione.
Il modello impresso alla ricostruzione accentua la già netta propensione allo sparpagliamento e a un insensato consumo del suolo. Se prima del terremoto un terzo della popolazione dell’Aquila viveva nelle zone esterne e il resto nelle aree centrali, è inevitabile l’inversione del rapporto, e la stragrande maggioranza dei cittadini vivrà in una sterminata periferia, senza forma e senza memoria. La città non sarà più la stessa, sarà irresistibile la spinta all’esodo, e all’Aquila non si potrà dire, com’è stato in altre circostanze, che il terremoto ha fornito l’occasione per dare slancio a una nuova vitalità culturale, economica e sociale, ma si dirà che ha accelerato fenomeni di declino già manifesti.
Che fare per impedire, o almeno smorzare una tendenza così disastrosa? Intanto, subito, si dovrebbe avviare il recupero del centro storico, mettendo a punto un adeguato progetto di restauro – gli esempi non mancano –, concentrando su di esso ogni risorsa disponibile.
(14 novembre 2009)
ALCUNE BREVI CONSIDERAZIONI POLITICHE
E ALCUNE PROPOSTE
GUIDA ALLA LETTURA
(in calce il link al testo completo)
Sommario delle osservazioni:
- Dalla documentazione pubblicata rileviamo che nel piano di governo del territorio mancano i seguenti elementi fondamentali: una città e un piano di governo del territorio. Si rinuncia cioè ad un qualunque governo politico del territorio.
- Procedendo per sottrazioni, il PGT detta le condizioni del collasso liquidativo del territorio, nella misura in cui deregola il comportamento degli agenti economici.
- Il pubblico si ritira e consegna ai privati una borsa di compravendita di diritti edificatori scambiabili in una pura logica di mercato cui si sacrifica ogni bene comune non negoziabile.
- I servizi si precarizzano nel regime di sussidiarietà orizzontale.
- L'operazione Expo detta la scadenza 2015 e si sovrappone perfettamente come logo della corrispondente città vetrina.
- Occorre che i soggetti reali rivendichino un vero PGT dall'approccio sistemico. Questo PGT va fermato.
PREMESSE
Legge regionale, PTR e PTCP
La Regione Lombardia ha approvato dal '99 ad oggi una serie di provvedimenti dalla L.r9/99 sino alla legge regionale 11.3.2005 n.12 con lo scopo di ridisegnare il quadro della strumentazione legislativa in materia urbanistica.
Il PGT (Piano di Governo del Territorio) viene supportato nelle sua stesura dal PTR (Piano Territoriale Regionale) considerato dalla Regione “unausilio ai Comuni nella predisposizione dei Piani di Governo del Territorio (PGT)”. Contemporaneamente, viene sempre meno il ruolo, già debole, del PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Milano), che viene schiacciato fra una pianificazione comunale milanese sempre più proiettata verso una dimensione metropolitana “di area vasta” e una strategia territoriale regionale aggressiva, avvolgente e centralizzante.
Cos'è il PGT
L'art.23 dispone che i Comuni provvedano all’approvazione del PGT come documento che sostituisce le funzioni del "vecchio" PRG (Piano Regolatore Generale) - quale atto per la definizione dell’assetto dell’intero territorio comunale.
Il PGT è articolato in 3 atti nominati come: Documento di Piano (PdP), Piano dei Servizi (PdS) e Piano delle Regole (PdR); il PdS dovrebbe occuparsi della definizione delle strutture pubbliche o di interesse pubblico mentre il PdR dovrebbe definire propriamente la destinazione delle aree individuando quelle per l'agricoltura, quelle di interesse paesaggistico, storico o ambientale, quelle non trasformabili, nonché le modalità degli interventi sugli edifici esistenti e su quelli di nuova realizzazione.
Nell'iter, il PGT deve essere discusso in commissione consiliare, in Giunta ed in Consiglio Comunale. Al momento della stesura di questo testo la tempistica sta slittando.
Brevi note sulla presentazione del materiale
Il solo PdP - in mancanza degli altri due atti - presentato come "Proposta di Documento di Piano" di 370 pagine corredato di "Sintesi non tecnica" e Rapporto Ambientale, è stato "messo a disposizione" per la "partecipazione", anzidetta "consultazione", nel luglio 2009 (cioè poco prima delle ferie estive con scadenza delle osservazioni subito dopo le ferie), presso il Palazzo Comunale o per il download dal sito web del Comune attraverso 33 files di diverse centinaia di Mb.
La disponibilità alla "consultazione" pubblica suona vuota retorica se basata su documenti molto preliminari, generici e contraddittori. Negli incontri con i consigli di zona e con l'associazionismo non sono stati presentati i progetti principali né le schede di indirizzo dei vari ambiti di interventi con i dati quantitativi, né gli interventi per la viabilità e i trasporti. La documentazione, deficitaria e al tempo stesso pesante, appare di faticosa consultazione per il cittadino, chiamato a una "partecipazione" virtuale, non soltanto per il peso dei tecnicismi, quanto pure dal semplice punto di vista della presentazione formale, vista la distribuzione a pioggia dei contenuti in allegati ed errata corrige con lunghi giri di parole, pochi "numeri" qua e là disallineati, grafici talvolta approssimativi, locuzioni specialistiche fuori contesto e ricercate per colorire significati molto più semplici, economichese e politichese sovrabbondanti, slogan scollegati dalla realtà in esplicita contraddizione con i contenuti effettivi del documento, caratterizzato a sua volta da contraddizioni interne che segnalano tra l'altro la disomogeneità dei contributi.
ANALISI E OSSERVAZIONI SUI CONTENUTI
Visti più da vicino, scomposti e ricomposti, alcuni passaggi del cap."Un racconto inedito. La genesi del progetto" e del cap."Obiettivi e strategie" rivelano la logica politica e l'intreccio di scelte strategiche che sono sottesi al fumo progettuale del Documento di Piano.
Cit. dal Documento di Piano:
"La legge urbanistica vigente in Lombardia, pur indicando valori di riferimento di tipo quantitativo (al fine di garantire un bilancio complessivo tra abitanti insediati e i metri quadrati di servizi esistenti e previsti), non definisce i servizi da considerare all’interno del Piano, né in termini qualitativi (fatta eccezione per il sistema del verde, le infrastrutture, l’edilizia residenziale pubblica), né in termini quantitativi (ossia la quantità necessaria di verde, di servizi per l’istruzione, di servizi sociali e così via). Il PGT auspica la necessità di un riequilibrio ed una riqualificazione sul territorio dei servizi esistenti e sposta l’attenzione dalla quantità alla prestazione reale dei servizi in termini qualitativi per i servizi futuri. La sfida principale è dunque quella di inserire un universo di valori “qualitativi” (peraltro di difficile misurazione “oggettiva”) in un sistema che chiede garanzie quantitative. Per quello che riguarda il riequilibro della qualità dei servizi, il Piano abbandona la logica dello standard localizzato e dei servizi pianificati a partire dai vincoli secondo la logica del “prodotto finito” (meccanismo rigido, ulteriormente indebolito dal fatto che si ragiona su lunghi archi temporali) ed attiva un ragionamento differente da quello tradizionale dei Piani Regolatori proponendo un sistema che ruota attorno a una forte regia del Comune, soggetto portatore di obiettivi specifici e chiari, base di riferimento per il dialogo con l’operatore privato".
Sussidiarietà orizzontale e riduzione alla mera contrattazione tra privati
Cominciamo a vedere che ci troviamo di fronte allo svuotamento di un ruolo forte di governo dei processi e delle scelte: si spaccia il cosiddetto "universo di valori “qualitativi” (peraltro di difficile misurazione “oggettiva”)", tanto accattivante quanto vago, per una dimensione ideale, moderna e più flessibile, di regia comunale delle scelte di pianificazione urbanistica e di stanziamento delle risorse economiche in tema di servizi.
Ma di fatto il territorio, concepito come estensione di servizi totalmente mercificata, ridotto al calcolo della razionalità economica come parametro assoluto di "qualità", si spartisce in progetti-investimenti da contrattare - da definire e decidere - con gli operatori privati e quindi in funzione dei loro specifici interessi economici. Una regia senza vincoli e distribuita, senza controllo nei termini del pubblico, su tempi lunghi e quindi poco verificabile nella sua reale efficacia, che nei termini vaghi proposti "sposta l’attenzione dalla quantità alla prestazione reale dei servizi in termini qualitativi per i servizi futuri". Cioè, per dirla più chiaramente: meno servizi futuri, temporanei, ma con l’autocertificazione di qualità del realizzatore e del gestore privato (imprese, fondazioni e associazioni “non profit”, confessioni religiose firmatarie di patti e intese, camere di commercio, università e quant’altro), in perfetto quanto oliato regime di sussidiarietà orizzontale in salsa lombardo-ciellina (come esaurientemente spiegato al punto 2.3.5 "La sussidiarietà quale principio di relazione virtuosa pubblico-privato). Sussidiarietà che in ultima istanza produce consumo e profittabilità ma non riproducibilità.
Cit. dal Documento di Piano:
"I punti chiave sono fondamentalmente due:
1. Le infrastrutture (collettive ed individuali).
2. Il sistema degli spazi aperti incluso il verde a tutte le scale.
A questi se ne aggiunge poi un terzo caratterizzato dal tema della casa per tutti. Tutti quelli che sono gli altri “servizi costruiti” sono stabiliti di volta in volta in funzione dei fabbisogni rilevati. Affrontare il tema della qualità nella pianificazione dei servizi rappresenta oggi una sfida per le città, che si vedono costrette a riformulare le proprie politiche in modo diverso rispetto al passato, lavorando attraverso una sorta di “rivoluzione” in tema di pianificazione urbanistica. È pertanto più utile ragionare in termini di “metodo” e di “processo” a partire dal bisogno reale, sostituendo così la logica del “prodotto finito”.
Il nuovo Piano non indica il risultato finale, ma definisce un metodo di criteri che di volta in volta divengono il quadro di riferimento per la dotazione di nuovi servizi. La prassi non è più quella di cristallizzare aree per servizi e infrastrutture all’interno di uno schema ideale complessivo, ma di specificare le linee d’azione operative per arrivare a fornire servizi in maniera effettiva ed efficace; l’amministrazione pubblica si impegna a costruire e fornire un quadro di riferimento che abbia confini certi e chiaramente definiti (ad esempio sugli obiettivi di interesse pubblico).
Per quanto riguarda le nuove aree di trasformazione introdotte dal PGT, l’Amministrazione stabilisce quote della nuova edificazione da cedere per servizi indispensabili, senza indicare di quali tipologie si tratta, ma distinguendo tra aree a verde, infrastrutture e servizi costruiti.
Su questi ultimi, il Piano, costantemente aggiornato, avrà una lista da cui attingere a seconda della localizzazione del progetto, dei fabbisogni rilevati o prospettati, dell’accessibilità, della dimensione dell’intervento, ecc. Tutto ciò è possibile grazie ad una costante analisi sull’offerta e sul fabbisogno esistente/potenziale monitorata, nelle differenti aree della città, dal Settore Statistica e SIT del Comune di Milano. Il punto di partenza è costituito dalla messa in rete di tutte le più importanti risorse presenti nel territorio di Milano, da quelle economiche, creative, sociali, culturali, a quelle più di natura urbana.
Il nuovo Piano intende in questo modo attivare una strategia di sistema.
Per questo, l’Amministrazione di Milano ha dettato un “programma” connesso a 15 obiettivi che in questo capitolo verranno esplicati attraverso le strategie e le politiche del Piano ad essi connesse.
Gli obiettivi di natura politica, strutturanti per la redazione del Documento di Piano, sono articolati in 15 punti, riferiti a tre politiche principali:
1. La città attrattiva
2. La città vivibile
3. La città efficiente
da cui deriva il quadro programmatico che il Documento di Piano e il PGT in generale hanno come riferimento. Una relazione che intende, senza ambiguità, far emergere il quadro delle “politiche urbanistiche” e, quindi, la visione strategica complessiva per la città di Milano; una strategia quella del DDP che riassume anche i presupposti degli altri due documenti complementari del PGT, cioè PdS e PdR. E’ dalla visione che emerge l’idea di città del nuovo Piano".
La cancellazione dei vincoli e la sua copertura ideologica
"Strategia di Sistema" è la parola magica della neo-lingua del PGT per nominare quella che in effetti è la perdita della possibilità concreta di pianificare i servizi collettivi costituendo una metodologia tutta interna ad una vaga e indistinta razionalità “di processo” che valuterebbe, di volta in volta, ciò che è da realizzare. Si stabilisce così la morte della realizzazione delle opere e dei progetti governata da regole precise e vincoli certi in quanto principi e metodi considerati troppo rigidi e appartenenti alla pianificazione del passato (quella dei piani regolatori). Trasparirebbe nella "mente" del legislatore la volontà di lasciarsi alle spalle "l'inefficienza" dei "piani tradizionali" che "pretendono che la città si adegui forzatamente ad un disegno astratto", sostituendovi la visione di un territorio monetizzato secondo i dettami dell'economia di mercato con le parole d'ordine dell'"attrattività", dell'"efficienza", della "competitività" e della cosiddetta valorizzazione dei "poli d'eccellenza".
Risulta palese la forzatura ideologica: come se le alternative fossero dirigismo/razionalismo/statalismo dall'alto cui opporre un moderno liberismo illimitato dal basso secondo la mitica opposizione rovesciata à la Friedrich von Hayek. Così si parla il linguaggio dell'economia dell'ambiente e dello "sviluppo del territorio" (quella per cui "toh c'è un albero" è buffo romanticismo mentre va sostituito con "qual è la tua disponibilità a pagare per guardare quel vaso di piante?" etc.), si parla di "formazione della città mondiale", di "competizione tra i luoghi", di "city marketing", e così via in una pura logica di mercato deregolato.
Tornando al testo, si passa alle linee d’azione operative e ai quadri di riferimento delle “politiche urbanistiche” racchiusi in una sorta di “programma” connesso a 15 obiettivi di natura politica ed alle tre seguenti nozioni chiave:
Cit. dal Documento di Piano:
"La città attrattiva
Con città attrattiva si intende progettare un riequilibrio di funzioni tra centro e periferia favorendo progetti intercomunali, modernizzare la rete di mobilità pubblica e privata in rapporto con lo sviluppo della città, secondo una logica di rete e ottimizzando i tracciati esistenti, incrementare alloggi e soluzioni abitative anche temporanee a prezzi accessibili, incentivare presenza di lavoratori e creativi del terziario propulsivo e valorizzare le identità dei quartieri tutelando gli ambiti monumentali e paesaggistici.
La città vivibile
Con città vivibile si intende promuovere Milano città agricola, connettere i sistemi ambientali esistenti a nuovi grandi parchi urbani fruibili, ripristinare la funzione ambientale dei corsi d’acqua e dei canali, completare la riqualificazione del territorio contaminato o dismesso, supportare a livello urbanistico, edilizio e logistico la politica di efficienza energetica “20-20 by 2020” dell’Unione Europea.
La città efficiente
Con città efficiente si intende diffondere servizi alla persona di qualità alla scala del quartiere, vivere la città grazie ad una politica sulla temporaneità dei servizi e sull’accessibilità dei luoghi, rafforzare il sistema del verde alla scala locale e di mobilità lenta basata su spazi pubblici e percorsi ciclo-pedonali, garantire qualità e manutenzione degli spazi pubblici e delle strutture destinate a servizio, incentivare servizi privati di pubblico interesse attraverso il principio della sussidiarietà".
Questi tre nodi di riferimento strategici, queste “tre città nella città” sono un prisma opaco attraverso il quale leggere le trasformazioni verso cui viene pilotata la pianificazione urbanistica e sociale metropolitana. Uno stravolgimento razionale e di prospettiva lunga, all’insegna della più profonda deregulation mai progettata da un’amministrazione comunale che cede, per scelta cosciente, ampie fette di governo del territorio alla speculazione e alla gestione privata che realizza, volta per volta, le abitazioni, le infrastrutture e i servizi seguendo la vocazione che le compete ovvero la mera logica del profitto.
Verso una città aperta e sostenibile?
Tentando di rimodulare il rapporto tra la città e il suo hinterland il Documento di Piano fa alcune importanti ammissioni.
Prima ammissione:
"Il PGT legge il territorio milanese e la città di Milano come un sistema di pieni e vuoti ed esplora, nella specificità degli stessi, le opportunità intrinseche, non sempre evidenti, di diventare occasioni progettuali, a tutte le scale, per produrre innovazione e modernità e, soprattutto, qualità urbana. Occorre ricordare che la crescita della città per pura addizione non ha prodotto la necessaria qualità e funzionalità. Il PGT intende riconquistare questi aspetti attraverso la proposizione del concetto di città pubblica e attraverso una metodologia progettuale basata sulla sottrazione, introducendo strumenti di riqualificazione e di sostituzione, ponendo i cosiddetti “vuoti” in condizione di svolgere una funzione strutturante, ecologica, ambientale, sostenibile, per valorizzare al meglio i “pieni” dell’urbanizzato".
La città non è vista come un tutto vivente, con una sua progettualità e una sua storia, ma come una somma di "pieni" (da riqualificare affidando le decisioni - cioè liberalizzando, come dice il testo - la destinazione d'uso ai privati), e di "vuoti" da riutilizzare" per "produrre innovazione e modernità". La continuità della città con la sua storia, con il suo carattere, con i suoi abitanti è cancellata come tradizione e al massimo "museificata" conservando qualche monumento in un nuovo contesto ispirato alla "città attrattiva".
Seconda ammissione:
"La città, malgrado l’intensa attività edilizia degli ultimi decenni, non è cresciuta per numero di abitanti, ha di fatto mantenuto un sostanziale equilibrio demografico, ma ha cambiato il rapporto con il suo territorio".
"Milano oggi ha quindi l’opportunità di immaginare il suo futuro in modo finalmente sostenibile ma, soprattutto, ha la straordinaria occasione, nel quadro di una forte domanda di modernizzazione e riqualificazione, di stipulare un grande “patto trasversale pubblico-privato” per affrontare e risolvere concretamente le criticità peculiari dell’urbanistica milanese e della regione urbana e, soprattutto, della qualità della vita urbana nel suo complesso".
La constatazione è interessante, ma si rifiuta di assumere un atteggiamento critico verso questa trasformazione del centro (e in prospettiva dell'intero territorio urbano) in deserto abitativo riservato a uffici, sedi di rappresentanza e strutture per "grandi eventi" e dell'hinterland in dormitorio con i problemi di vivibilità, sicurezza e traffico pendolare che questo comporta. Un processo che non cesserà se le decisioni continueranno ad essere assunte dai vantati "gruppi portatori di interessi".
Arriviamo così a delineare meglio quale sarà la nuova versione della città vetrina, della città funzionale e prestazionale, della città dello sviluppo e del profitto senza limiti e senza freni.
Sussidiarietà sovracomunale: dal Comune alla Regione
Sotto queste premesse, il PdP viene riempito di progetti sulla mobilità e sul verde, di “città multicentrica”, di riequilibrio centro-periferia, di piano casa (che però non si deve appoggiare sul pubblico ma su un sistema fortemente sussidiario "dando modo così di superare il tradizionale binomio soggetto pubblico-edilizia economico-popolare”) e di efficienza (attraverso l’incentivazione dei servizi privati di pubblico interesse).
Tuttavia non si esplicita quali siano i progetti da accelerare da subito (tranne l'EXPO acceleratore ovviamente), quali gli investimenti e gli interessi in campo e quale potrà essere la qualità del vivere sociale soprattutto dei comuni vicini travolti e assoggettati da una dimensione sovracomunale che così viene descritta:
Cit. dal Documento di Piano:
"Entro questa visione il nuovo Piano ha attivato percorsi di pianificazione comune con Amministrazioni di Comuni limitrofi per favorire così importanti accordi e progetti intercomunali. Il percorso del nuovo Piano intende, in questo modo, anticipare una logica di governo alla scala metropolitana, già oggi presente nell’agenda politica per il prossimo futuro".
E' da notare l'ipocrisia del sopprimere indicazioni precise di piano in cambio di un'ipotesi di "forte regia del Comune" per altro sempre più indebolito di ruolo e di disponibilità finanziarie (una operazione che ricorda quello sul taglio della scala mobile per dare spazio alla contrattazione).
In breve: la Regione detta le linee guida, la Provincia è didascalica, il Comune delega a cabine di regia autonominate che non hanno più nulla di "civico" il compito di "dialogare" con Ligresti o magari con i Casalesi, mentre il resto dei Comuni vale come il due di picche. I cittadini invece scompaiono come lacrime nella pioggia al di là della Cerchia dei Bastioni.
Metodo NON partecipativo
Dal punto di vista del metodo (NON partecipativo), possiamo affermare che questo è il primo PGT al mondo che assume come parte integrante del capitolo sull'ascolto della cittadinanza il programma elettorale del sindaco (Moratti). Sembra paranormale ma il cosiddetto processo di ascolto delle soggettività della città si configura come una rassegna stampa e uno studio di vari blog durante la campagna elettorale della Moratti! Altro che analisi sociologiche preliminari a un governo del territorio. Il dato che emerge da questa raffinata metodologia di ascolto è la richiesta di "valorizzazione" di aree della città. Richiesta avanzata da chi? Dagli stakeholders, ovviamente! Cioè da quei soggetti che in questi ultimi due anni hanno partecipato al processo "partecipativo" nella redazione del PGT. Peccato che questo processo sia stato sotterrato anche per non dover parlare, in alcuna sede pubblica, dell'operazione EXPO in questi termini.
La desertificazione del tessuto sociale urbano
La rinuncia al governo del territorio
Perequazione, compensazione e incentivazioni
Lo "sviluppo" (di cosa?)
Arriviamo così a ricapitolare i lineamenti della nuova versione della città vetrina, della città funzionale e prestazionale, della città dello sviluppo e del profitto senza limiti e senza freni.
Cit. dal Documento di Piano:
"Per tali ragioni si è deciso di strutturare un percorso in grado di rapportarsi con tempi attuativi differenti: coordinare le trasformazioni in corso ed allineare l’interesse pubblico allo scenario del Piano (accordi di programma in corso o in via di definizione); snellire ogni procedura per un’attuazione più celere degli obiettivi urgenti (opere e trasformazioni in vista di Expo 2015). […] La flessibilità, cioè quello che si è definito mix funzionale libero costituisce l’aspetto qualificante le scelte in merito alle destinazioni d’uso degli immobili della città consolidata, la cui regolazione è affidata al Piano delle Regole [...??]. La scelta della destinazione d’uso è, infatti, liberalizzata e quindi la proprietà può scegliere quale destinazione attribuire ai beni immobili. Una scelta importante per la città di Milano quella del libero mix funzionale, in linea con molte metropoli europee. In questa maniera s’intende favorire il più possibile Milano quale laboratorio privilegiato per la creatività, incentivando tutte quelle forme di terziario propulsivo già così tanto correlate con la cultura Milanese. Basti pensare al mondo del design e della moda su tutto".
Il dato politico fondamentale è quindi l'esplicita rinuncia del PGT, cioè del piano di governo del territorio, a governare per l'appunto il territorio, ovvero l'autocastrazione della politica che attraverso i propri strumenti legislativi definitivamente svuotati delega interamente alla libera razionalità economica la determinazione dello "sviluppo" del territorio; uno "sviluppo" ben lungi dal riguardare la soddisfazione dei bisogni reali, il benessere reale, la protezione e la cura di fasce deboli e dell'ambiente, di spazi sociali e di ciò che è bene comune; la cura vicendevole tra città e cittadino; uno "sviluppo" che non potrà che essere lo sviluppo degli scambi ineguali, lo sviluppo delle remunerazioni dei privati, delle rendite fondiarie e immobiliari.
Lo scambio delle destinazioni d'uso dei territori rende di per sè non prevedibile un piano di trasporti o altri servizi sul territorio. Si tratta quindi di un documento che fa vedere i brillantini dell'immaginario della città attrattiva ridotta a logo, a city marketing, a città della moda in toto, talmente generico da non dire neppure dove verranno reperiti i soldi.
No Pianificazione = No Risorse = No Pubblico significa che viene sacrificato ciò che esce dalla logica della competitività dei privati nella corsa al cannibalismo reciproco, cioè tutto quello che è nell’interesse di chi concretamente vive sul territorio, cioè del "cittadino concreto" che ha bisogno del medico, della scuola, del verde, del tram qui, del welfare. Materialmente, il meccanismo della "perequazione" rivolto a "soggetti astratti", stando alla quale c'è meno verde qui perché ampliano il parco di là, non ci tocca come Soggetti Reali - soggetti reali cui vogliamo rivolgerci per rivendicare un'altra politica del territorio.
Quella che sembra la debolezza del PGT è in effetti la sua forza. Nel sancire l’inesistenza dichiarata di un ruolo di progetto del pubblico, nel concordare col privato tutto a partire dai servizi - neppure si dice più "pubblici" - da gestire in regime di sussidiarietà, nel distribuire in funzione dei "poli attrattivi che finalizzano", il resto rimane deserto, fatta eccezione per il centro cittadino, desertificato dal punto di vista abitativo ma mondo a parte come luogo delle funzioni di eccellenza.
La semplificazione degli urbanisti
Sul fatto che venga spazzata via la logica della pianificazione ci aspettiamo che gli stessi urbanisti abbiano tanto da dire, nella misura in cui divengono meri esecutori dei dettagli mentre viene dimezzata la loro area di competenza come progettisti, ovvero la funzione politico-sociale di creatori degli spazi del vivere urbano.
La perequazione
La stessa "perequazione" è lo strumento per la salvaguardia dei diritti (edificatori, e quindi di reddito), non certo per la pianificazione dei diritti della città pubblica. Di fatto stabilisce una norma che regola una classifica in cui hanno dignità di diritto solo i fattori che producono edificazione; un meccanismo compensatorio nel quale tutti hanno diritti edificatori che - nota bene - si possono scambiare, secondo una pura logica di mercato di compravendita su piazza pubblica di diritti edificatori.
D'altra parte, emerge la difficoltà di attuazione di questo progetto laddove dovesse dimostrarsi prevedibilmente impossibile per tanti proprietari trovare un compratore per i propri diritti di edificazione. Così di fronte alla debolezza di chi vende sarà chi compra ad essere molto più forte ed il mercato di fatto cederà, nella indeterminatezza della allocazione delle risorse sul territorio, tutto quanto al "soggetto forte", mentre il "debole" per potere contrattuale non avrà certezza del diritto. A questo proposito risalta a pagina 179 un passo eccezionale:
Cit. dal Documento di Piano:
"Il problema di maggior rilievo per l'amministrazione risiede nella possibilità, per ogni proprietario di un diritto edificatorio, di trovare un acquirente, e quindi, in altri termini, di essere indennizzato per la mancata valorizzazione del proprio terreno destinato a finzioni collettive".
Quindi, in altri termini, di essere indennizzato per la mancata valorizzazione del proprio terreno destinato a finzioni (sic!, forse funzioni, ah i lapsus rivelatori!) collettive.
Il mix funzionale libero
La definizione di "mix funzionale libero" è assolutamente fantastica, sia nel senso della bellezza artistica, quasi ossimorica della definizione, sia nel senso della irrealizzabilità, essendo chiaro a qualsiasi soggetto che pratica un'azione territoriale che la spinta alla omologazione funzionale è prevalente rispetto alla scelta del mix. Nel cosiddetto mix funzionale certe funzioni non vengono attribuite esplicitamente ma si rimanda al privato. Salta cioè qualsiasi vincolo. Non esiste programmazione per esempio sul piano sociale della tipologia abitativa che si va a costruire o del soggetto che andrà a vivere in certe zone, il che in una prospettiva di densificazione (aumenti in verticale etc) ci porta dritti a parlare chiaramente di ghetti. Abbiamo un processo di gentrificazione, cioè di espulsione radiale dei soggetti a basso reddito. Rispetto ad una analisi sociologica preliminare corrispondente a una mappa di servizi, una mera borsa di compravendita immobiliare produce come risultato "geografico" una vera e propria desertificazione.
L'orizzonte temporale
Il PGT non pensa alla città che già esiste. Non c'è rispetto dell'esistente. Non c'è nessun rispetto per il passato così come non c'è nessuna considerazione di prevedibilità di un orizzonte futuro. Non c’è riuso, non c'è manutenzione, non c'è riciclo della città, non c’è un piano finanziario che possa corrispondervi.
Il principio economico che governa il PGT è quello del puro darwinismo sociale.
Le rinunce sul sistema dei trasporti
Il sistema dei trasporti appare come la parte più evanescente perché più indeterminata. Si fanno però due esplicite rinunce: si rinuncia al ferroviario come potenziamento infrastrutturale; cioè non alle tracce, ai vettori, alle fermate, ma alle infrastrutture. La debolezza maggiore è quella relativa al secondo passante ferroviario, ciò che potrebbe far decollare propriamente il sistema ferroviario. Nell’ambito di queste non-scelte vengono dimenticati i sistemi deboli di mobilità: non si sviluppa nulla che stia sotto il livello dimensionale della automobile, il che ha conseguenze che si possono facilmente immaginare sul piano della sostenibilità ambientale.
Un piano di governo che lascia al mercato la progettazione del territorio non permette di pianificare né governare alcunché Molto significativo è ad esempio il fatto che "l'assetto di rete" non prende in considerazione lo sviluppo dei "sistemi deboli" (bici, pedoni...) in quanto gli scenari sono talmente imprevedibili che potrebbero variare radicalmente in funzione di nuove organizzazioni di spazi urbani. Ed così si è deciso di non progettarli nemmeno, tanto nessuno protesterà. Poche ma chiare parole vengono spese per i grandi progetti viabilistici onerosi, pagati con tagli e privatizzazioni. Su tutti spicca la famosa Gronda Nord e, soprattutto, il megatunnel Linate-Rho; un obbrobrio tanto economico quanto per i disagi che crea alla città, trattandosi della rinuncia a qualsiasi idea che non sia farvi passare centinaia di macchine. Un modello di mobilità ribadito alla faccia dei polmoni dei milanesi: al di là delle belle parole sulla città pubblica il PGT non difende nessun bene comune come il diritto alla salute.
Costi e tagli
Viene scritto, ad ogni modo, quanto "costano" a grandi linee certe "infrastrutture", con l'esplicita ammissione della mancanza di fondi per realizzarle. Vengono indicati 6 miliardi e 108 mila euro in totale di cui sono stati stanziati poco più di due miliardi - "accidentalmente" pari a quelli recuperati dalla legge 133 (la Tremonti dei tagli alla scuola). Si tratta quindi di un conto preventivo vincolante che viene presentato al pubblico per ricollocare risorse inutili come quelle sprecate per l'educazione. Ciò che viene stanziato da una parte è equiparabile a quanto viene tagliato altrove: potrebbe trattarsi di una sfortunatissima coincidenza o di una congiunzione astrale negativa, oppure di una scelta strategica del legislatore.
[tabella omissis]
Edilizia convenzionata (e conveniente)
L'edilizia convenzionata è prevista solo come appendice dell'edilizia normale. Viene infatti detto che il privato che decide di realizzare una parte del volume in edilizia convenzionata (che non è la casa popolare, ma diciamo si configura come "aiutino") riceve un "compenso" in termini di aumento di volumetria edificabile in più rispetto a quella già prevista dal piano! Realizzare abitazioni in edilizia convenzionata al fine di procurarsi nuova volumetria, molto più redditizia (cioè con margini molto diversi): ecco apparire un'intenzione "etica" deformata in un volto mostruoso.
Lo spazio sociale coincide con lo spazio commerciale
Esempi di ridefinizioni linguistiche
Precarizzazione del territorio
D'altra parte, nella mente perversa del regolatore lo spazio sociale è contemplato solo come arena di scambio e consumo, come spazio commerciale. C'è creatività linguistica. Ci sono le curiose ridefinizioni del verde in verde fruito, dei parchi come arredi urbani di superfici per altro già esistenti, dei "raggi verdi", delle "strade-parco"; ma ci sono anche le shopping-strips come luoghi di "aggregazione". Si veda ad esempio il "boulevard" di Buenos Aires-Padova(!) o la "rambla" di Sempione ricondotti a pura funzione commerciale. Siamo all'eterogenesi, se non dei fini, almeno delle parole? La rambla (in qualche modo anche il boulevard) sono per antonomasia luoghi dove si passeggia per passeggiare, dove si cammina per camminare, dove si perde tempo senza l'obbligo di comprare o vendere alcunché Ma la "valorizzazione" del territorio non ammette perdite di tempo; il nostro legislatore non riesce a pensare ad uno spazio pubblico dove non ci sono negozi. La razionalizzazione economica trasforma il verde in aiuola logistica, in erba di consumo: vero fumo linguistico. Prendiamo viale Certosa: ora potrebbe essere definito zona verde il tratto in cui passa il tram. Ma se lo ripavimentiamo, magari lo facciamo anche "più carino", con due vasi, et voilà: il "raggio verde". Ora nella "mappatura dei pieni e dei vuoti" questo viene chiamato "pieno". Quest'operazione geniale viene in conclusione nominata come "diminuzione dello sfruttamento dei suoli"! La "riqualificazione linguistica" non è una semplice presa in giro.
Scompaiono i bambini
Il soggetto astratto, che percorre il deserto tra casa e azienda, tra azienda e shopping-strips, il consumatore modello cui si rivolge questo PGT non contempla l'esistenza di soggetti marginali che faticano ad essere inglobati in questa logica: nel PGT non esistono i bambini. Come se a Milano non ci fossero bambini, che vanno a scuola, che giocano, che devono imparare a vivere la città e ad esplorare un territorio per diventare autonomi. Piste ciclabili intorno alle scuole? No, grazie. Zone protette intorno alle scuole d'infanzia? No, grazie. Servizi dedicati (biblioteche, etc)? No, grazie. Forse un giro panoramico a Lione, Madrid o Monaco potrebbe essere illuminante per i nostri legislatori?
Scompare l'industria
Procedendo per sottrazioni materiali, dal PGT risulta scomparsa l'industria. Sembra incredibile ma la INNSE - per dirne una a caso - diventa una tipologia non catalogata. Non ci sono operai: c'è solo un terziario avanzatissimo, talmente avanzato che è scappato in avanti e si è perso trovandosi in piena crisi. Mentre sta collassando la dimensione del lavoro, quel sistema del lavoro in cui siamo vissuti per almeno 15 anni, viene sgretolato il sistema di servizi e infrastrutture che ha sorretto quella dimensione perfino alle condizioni minime di sopravvivenza.
La precarizzazione del territorio è evidente sotto tutti gli aspetti: rispetto alla prevedibilità, al suo orizzonte temporale di riproduzione, rispetto a spazi, tempi, spostamenti, al suo percorrimento, rispetto alla sua abitabilità, rispetto allo stesso avvelenamento ambientale. Chi sta facendo dentro questo iter legislativo un ragionamento serio sulla distruzione del sistema idrogeologico dalle Alpi al pedemontano? Chi sta considerando il rapporto tra inquinamento e malattie? La precarizzazione del lavoro e quella del territorio si rispecchiano e condizionano a vicenda come parte di un medesimo fenomeno di disgregazione sociale.
Una storia distorta dal legislatore è proprio quella dell'autorganizzazione della città come sistema che si costituisce nel tempo dal continuo sovrapporsi di serie storiche agenti sulle strutture (case, vie o piazze), attraversate dalle relazioni e dalle dinamiche sociali di soggetti (soggetti, non immobiliaristi) che proprio interagendo disegnano il tessuto vivente e vissuto dell'urbe. La città si impone sulla dispersione della campagna anche perché formata da quest'incontro, perché soggetti sviluppano reti e connessioni impossibili da riprodurre artificialmente. La città del PGT è invece quella recintata da alcuni poteri contrattuali determinanti che "approfittano" di strumenti di neutralizzazione come la "perequazione" ingabbiando soggetti deboli disaggregati, controllati nell'impossibilità di creare quelle dinamiche di autorganizzazione e autodeterminazione che servono alla città per emergere come tale. La scomposizione in Ambiti di Trasformazione Urbana, Periurbana e di Interesse Pubblico Generale non sono altro che una somma di progetti (vaghi) su aree ben definite, senza un approccio di sistema che parli al sistema delle relazioni tra persone anziché tra immobiliaristi.
Quello che è successo all'Aquila è esattamente questo: non permettere l'autonomia dei soggetti, e lavorare invece su un controllo stretto e su schemi preordinati.
La scelta non è tra dirigismo e liberismo come cavallo di battaglia ideologico: si può scegliere di lasciare liberi gli immobiliaristi e ingabbiare i cittadini, oppure si può scegliere di liberare i cittadini e regolare gli immobiliaristi. Da qualche parte bisogna "sottrarre" e appare evidente la scelta del legislatore.
La città del profitto e del controllo
In questo senso, Milano sembra incarnare il laboratorio italiano che più tende ad avvicinarsi ai modelli mondiali di "città del capitale globale" e di "metropoli totale". Nel suo piccolo, una New York o una Los Angeles nostrana, che cerca di riprodurre i loro aspetti repressivi e disciplinari. Una città del profitto e del controllo, per l'appunto. Controllo e autocontrollo a monte sui corpi e sulle scelte delle persone, sui comportamenti e sui termini della comunicazione, sul tempo di lavoro, sui tempi di vita e sulle relazioni sociali. Con i ricatti economici e morali, la flessibilizzazione e la precarizzazione selvagge del lavoro e della vita, un governo ferreo delle reti produttive e comunicative, la disinformazione emergenzialista, l’invasività tecnologica e, quando serve, una repressione disciplinare classica, fatta di polizia e galera.
Dentro questa "sottrazione", non c'è da stupirsi che in questa città avanzino da più parti ondate politiche e culturali di discriminazione, di epurazione di ogni persona considerata diversa dai modelli conformi al pensiero unico del moderno ed elitario capitalismo globale. Si possono ritagliare arbitrariamente gruppi di ogni genere da escludere e tutto ciò può avere molte definizioni: Fascismo, differenzialismo, razzismo, xenofobia, ecc.; con un obiettivo ricorrente: il controllo delle classi dominanti sulle subalterne che alimenta odi, paure, avversione e rifiuto, in un conflitto permanente fra poveri e sfruttati che li mantenga tali e separati.
Quest'istituzione totale è il volto reale dell'ideologica libertà della deregolazione. Nella sottrazione dell'esistente scompare tutto il territorio come sedimentazione della storia, del lavoro, della cultura e dei cicli della natura. Rimane un arcipelago anonimo di cose, una rete di assi e poli logistici e corridoi di smistamento; un supporto inerte da occupare o edificare, una piattaforma neutrale per l'ingombro, lo stoccaggio, lo smistamento; ricettacolo di margini di profitto a monte e deposito di rifiuti a valle.
Dietro gli apparati di questo sistema, dietro le leggi e le procedure che sostengono e concretizzano la sua essenza autoritaria e produttiva, Milano "cresce" sul piano urbanistico riconsegnando territori e volumi nelle mani della speculazione finanziaria, dell'immobiliarismo e del commercio, mentre si trasforma sempre di più in una macchina sociale che stravolge definitivamente assetti sociali e vivibilità. In sinergia con le altre istituzioni locali (Regione e Provincia) il governo metropolitano rimodula, definisce e consolida privatizzazioni di sanità, servizi, infrastrutture e reti di modernizzazione, secondo criteri di mercato, di profitto e di controllo sul territorio, sulle dinamiche sociali e sui suoi stessi abitanti. La vita sempre più frenetica, caotica e irrespirabile ne fa un luogo di sfruttamento totale, dove tempo di lavoro e tempo di non lavoro si sovrappongono e si compenetrano irreversibilmente. Una ristrutturazione e una trasformazione iniziate molti anni fa, giunte ormai ad un punto avanzato e soffocante che bisogna cercare di fermare ed invertire. E per tentare di modificare il processo di mutazione, apparentemente irreversibile, di questa città, bisogna comprendere i meccanismi della macchina sociale in atto e i modi per incepparla e fermarla.
La necessità di un approccio sistemico
I fattori reali che costituiscono nel loro sistema di relazioni il territorio reale sono connessi in modo che una modifica in un punto condiziona la modifica di tutti gli altri. Favorire un polo di attrazione periferico con un centro commerciale produce congestione del traffico, quindi richiede la formazione di nuove strade, parcheggi etc; al tempo stesso, stimola l’apertura di altre valvole commerciali.
E se il territorio è un sistema, anche le azioni che lo trasformano devono essere viste in modo sistemico per mantenerne la coerenza nel tempo - come per fronteggiare i dissesti delle catastrofi "naturali". In questo senso l’uso del territorio e le sue trasformazioni devono essere governate nel loro insieme attraverso un approccio sistemico. E non c'è un metodo moderno ed efficiente da inventare per governare sistematicamente: c'è già, ed è propriamente quello della pianificazione territoriale e urbanistica.
Sovrapposizione tra PGT ed Expo 2015
Emerge una continuità logica tra Concept Masterplan della città dell'Expo e Documento di Piano del PGT. Seguendo fin dai primi stentati passi la tragica operazione Expo - che fissa a modo suo e fuor di retorica una scadenza precisa per il territorio - la Rete No Expo ha descritto questo logo, questo strumento di marketing, come motore del mercato immobiliare, come catalizzatore di certi interventi infrastrutturali, come drenaggio di ricchezza dal pubblico al privato - tolto il fumo del tema espositivo.
Alla luce delle analisi del PGT emerge come i due strumenti siano sfacciatamente sovrapponibili al punto che l'uno sembra la traduzione dell'altro nel senso che il PGT svuotato è per l'appunto ciò che spiana la via all'assalto alla diligenza per lo scoccare dell'ora fatale del 2015.
Nessuno scenario successivo al 2015 viene per altro contemplato.
Il Concept Masterplan di Expo
A settembre 2009, con la presentazione del Concept Masterplan (tipico documento evanescente di indirizzo di tre paginette), l’operazione Expo è entrata nella fase pre-esecutiva, sempre che crisi e scarsità di soldi non facciano saltare del tutto “il grande evento salvifico”. La rinuncia a padiglioni, torri e l’utilizzo parziale dei padiglioni fieristici di Rho costituiscono sicuramente una vittoria parziale per chi ha contrastato da subito Expo, ma non spostano il problema. Non è la realizzazione di un Expo "diffuso", "sostenibile", magari "bello", o "rosso", a cambiare i termini del problema. Neppure il Concept Masterplan dice nulla rispetto agli accordi con i proprietari dell’area del sito Expo (Fiera e Cabassi) ed è in tal senso complementare al PGT perché passa la palla ad altri tavoli, sicuramente non pubblici, per definire progetti e soddisfare i diversi interessi in gioco (Euromilano, Fiera, Banche, Ligresti, Compagnia delle Opere). Nel vuoto del Masterplan, che rispetto al dossier di candidatura si limita a parlare del sito Expo e delle opere “di facciata”, brillano perle di fanta-urbanistica come le vie d’acqua (20 km di canali tra la Darsena e Rho, ripresi infatti dal PGT, costosi e inutili) o reiterati progetti come quello di Boeri sullo sfruttamento delle cascine per attività ricettive - aree che vengono definite vuote mentre in realtà comprendono 70 cascine vive, attive, come Torchiera, o Monluè fino all'anno scorso, dove ci sono contadini e attività agricole, o dove vivono rom. Cascine che subiranno l’impatto delle grandi opere tangenziali e autostradali che il Masterplan ribadisce (laddove invece fa sparire una linea metropolitana, alla faccia della sostenibilità) e che non possono sicuramente convivere con l’agricoltura periurbana che i promotori di Expo vorrebbero rivalutare. Si scrive nel Masterplan che mancano i soldi, ma non si rinuncia a investire su opere "pubbliche" destinate solo a servire Fiera ed Expo, mentre il trasporto pubblico locale collassa. Si lascia intendere di volare alto con visioni di tavoli, orti, uccellini e fiori profumati per nascondere la realtà di un Expo che, come il PGT, è funzionale ai privati, ai costruttori, per definire gli interventi concreti. Come fa Euromilano, ossia Legacoop e Banca Intesa, per l’area del villaggio Expo a Cascina Merlata, con residenze, alberghi, parcheggi pullman, zone commerciali: una città nella città. E i servizi? E le connessioni sociali con il territorio circostante? Ad Aprile 2010, il Masterplan diventerà il piano definitivo di Expo 2015, ma nel frattempo, sul territorio, cantieri, alberghi e richieste edilizie su aree vanno avanti come se i proprietari sapessero già cosa Masterplan e PGT consentiranno. Alla faccia di chi crede alla svolta ambientalista del PGT e ad una Moratti buona contro un cattivo Ligresti palazzinaro.
Fermare il PGT!
Così come l'unica exit strategy per salvare la città, il territorio e quel poco di pubblico che rimane è l'uscita dall'operazione Expo, parimenti la prima conclusione che si impone come proposta urgente a partire dalle presenti analisi è: fermare il PGT!
Come si è visto dal metodo, questo PGT è scritto dai soggetti a cui si rivolge: privati, proprietari di terreni e immobili, costruttori che determineranno gli assetti futuri del territorio all'interno delle logiche di mercato. Senza vincoli, liberi di "approfittarsi" delle risorse.
E non parliamo per forza del privato delinquenziale che già spadroneggia (come da recenti inchieste) ma anche del miglior privato possibile senza soluzione di continuità, essendo racchiuso questo destino nel gioco stesso dei poteri contrattuali svincolati. Alla precarizzazione del lavoro si affianca quella del territorio e dei servizi, l'aumento delle relative tariffe e la diminuzione della loro qualità e sicurezza seguendo il contenimento dei costi, infine l'aumento di consumo di suolo e l'edificabilità selvaggia come ultima spiaggia.
E' un PGT che rispecchia il volto degli agenti economici che lo scrivono. Così tutta la partita del territorio riguarda la democrazia: chi decide? E la prima alternativa a questo modello di città desertificata è una città; e la prima alternativa a questo PGT è un PGT, una politica del territorio con un approccio sistemico alle persone, un PGT deciso da qualcun altro, cioè da tutti gli altri, dalle persone, dai Soggetti Reali. E la prima urgenza è fermare questo PGT.
PROPOSTE ALTERNATIVE PER UN’ALTRA CITTÀ POSSIBILE
In conclusione, vogliamo soltanto accennare qui a quali potrebbero essere i tratti di un'altra città possibile, una città possibile partendo proprio da ciò che viene sottratto da questo documento di non governo del territorio.
Un’altra città significa un altro modo di viverla e di trasformarla, calibrando il tutto con e per le donne e gli uomini che la vivono, la abitano e la attraversano quotidianamente.
Un’altra città è caratterizzata da una dimensione democratica intesa come partecipazione diretta e solidale nella gestione del patrimonio comune, delle risorse e della vita collettiva.
Un’altra città deve contrapporre al PGT un Progetto, collettivo e orizzontale, di Autogoverno dei Territori che la compongono.
Un progetto che veda emergere dentro la macchina del PGT, che sta scaldando i motori e sta tessendo la rete del profitto speculativo e del disciplinamento sociale, una forza sociale che possa fermarla costruendo una dimensione metropolitana alternativa di lotta e di socialità.
La città della solidarietà
- dei diritti e della libera circolazione
- dell’accoglienza e della cittadinanza
- delle culture e della loro autodeterminazione comunicante
La città del welfare metropolitano
- del diritto al reddito diretto e indiretto
- dei servizi sociali pubblici, gratuiti e di qualità
- del diritto alla casa e all’abitare dignitoso e sufficiente
La città dei saperi autogestiti
- della salvaguardia della scuola pubblica
- della libera creatività e della sua libera diffusione
- dell’autoproduzione culturale e artistica
La città della qualità ambientale
- dello stop al consumo speculativo di suolo
- del diritto alla mobilità per tutti contro traffico e inquinamento
- dell’aumento del verde pubblico e dei parchi
La città del conflitto
- del protagonismo politico e sociale dei soggetti, individuali e collettivi, che la abitano, la vivono e la attraversano quotidianamente
- dell’autodeterminazione dal basso delle scelte e dei progetti
- delle lotte autorganizzate e delle vertenze territoriali e metropolitane
La città delle reti di lotta e autogoverno territoriale
- delle reti politiche e sociali di confronto e di lotta a partire dai bisogni e dai diritti negati
- delle reti territoriali e metropolitane di solidarietà e di vertenzialità
- delle reti dell’autogestione, dell’autorganizzazione e dell’autoproduzione culturale
[Appendici omissis]
Lo avevamo lungamente anticipato e la prima censura del Piano casa della Giunta Cappellacci È arrivata puntuale a meno di un mese e mezzo dall’approvazione della legge regionale n. 4 che, a detta del centro destra avrebbe fatto respirare e rilanciare l’economia isolana. Come avviene di norma il Ministero dei Beni Culturali ha notificato alla Giunta regionale che la legge così come non può trovare legittimità costituzionale e dunque o la Regione la modifica o il Governo sarà costretto ad impugnarla. Ecco allora puntuale la delibera della Giunta regionale n.54/25 del 10 dicembre scorso che interviene ad approvare un disegno di legge recante modifiche ed integrazioni al cosiddetto Piano Casa. Di solito quando si fanno le leggi seriamente le “modifiche e le integrazioni” si introducono dopo alcuni anni di applicazione al fine di adeguare alle mutate esigenze le norme in questione. Poichè questo Governo regionale e la sua maggioranza rappresentano la sintesi dell’arroganza e dell’incompetenza ecco che neppure entrata in vigore si è costretti a correre ai ripari e a correggere gli errori che avevamo lungamente denunciato.
Tuttavia Cappellacci ed Asunis continuano con la loro consueta supponenza e il testo del nuovo disegno di legge correttivo “addolcisce” i rilievi del Ministero quasi nella spasmodica ricerca di dimostrare che si tratti solo di aspetti marginali. Così non è e ve lo dimostriamo subito.
Il testo approvato dalla Giunta nel suo primo articolo introduce un nuovo comma all’articolo 11 della l.r. 4/2009 che in sostanza dice che le revisioni e gli aggiornamenti ai piani paesaggistici avvengono in applicazione delle disposizioni del Codice Urbani sul Paesaggio. Dire questo significa ammettere che senza la preventiva intesa con il Ministero non può essere modificato il PPR. Ne consegue che gli articoli 13 e 14 nonchè ogni altra disposizione che modifica il Piano Paesaggistico e le sue norme di salvaguardia non possono essere considerati applicabili prima di una revisione legittima del PPR. Perciò niente via libera a nuove lottizzazioni, modifiche dei Piani particolareggiati dei centri storici, superamento dei vincoli di inedificabilità totale nei 300 metri, modifica delle norme di salvaguardia nell’agro e cosìvia. In poche parole la “bomba” mediatica preparata dal centrodestra non era che un innocuo petardo.
Altro punto del Disegno di legge è quello che riguarda l’integrazione dell’articolo 8 dove si inserisce un comma a dir poco “bizzarro” che da un lato ammette l’inderogabilità degli standard di parcheggi corrispondenti agli incrementi volumetrici e subito dopo autorizza, qualora gli stessi non siano reperibili di fatto, la monetizzazione degli spazi destinati a parcheggi con la quale i Comuni dovrebbero così poterli realizzare in altre aree. Della serie: costruisco nel centro storico, non posso disporre di parcheggi adeguati ai volumi introdotti, li monetizzo e te li costruisco magari nella zona industriale, magari a qualche kilometro. Ne più e ne meno un’aberrazione del concetto stesso di standard urbanistico.
Il Disegno di legge correttivo per altro non dimentica le uniche cose “serie” di cui si occupa alacremente il centro destra e cioè gli incarichi e le poltrone e perciò all’articolo 2 viene definito lo stipendio degli esperti della non meglio identificata Commissione per il paesaggio. Tali esperti saranno pagati il 30 per cento di quello che percepiscono i presidenti degli enti regionali di primo livello ( Sfirs, Arst etc.) ed inoltre, senza assumersi minimamente nessuna responsabilità , avranno diritto dalla data del loro insediamento anche del trattamento di missione e rimborso spese viaggio. Mi pare una decisione semplicemente infame di fronte alla sofferenza di migliaia di famiglie che non hanno più di che vivere, non hanno più lavoro o devono perfino ricorrere alle mense della carità per vivere. Tornando al nostro argomento principale dunque, il Piano casa di Cappellacci ed Asunis per ora è come non esistesse e rimangono impregiudicati tutti i restanti aspetti di legittimità giuridica e costituzionale sollevati con competenza e responsabilità dal Procuratore della repubblica di Oristano e dal centro sinistra in Consiglio regionale. Anche su questi aspetti attenderemo con serena pazienza che si apra il nuovo confronto in Aula sul nuovo testo approvato dalla giunta regionale e in quell’occasione ci spenderemo ancora con passione ed intransigenza per far emergere la verità dei fatti, gli inganni di questa maggioranza e la necessità di rispettare sempre e comunque le regole e le competenze legislative degli altri organi dello Stato.
Alle già numerose figuracce di questo Governo regionale, dal G8 scippato, dai fondi FAS spariti, dalle crisi industriali che ci travolgono senza che si batta un colpo, dalla strada Sassari-Olbia che vedremo chissà fra quanti anni, ora si aggiunge il fallimento di un Piano casa che per fortuna non era per i cittadini sardi ma solo per qualche privilegiato che doveva essere ricompensato per i benefici elargiti in campagna elettorale. Un Governo regionale del genere forse non si era ancora visto, un decadimento della moralità pubblica così acuto neppure, tuttavia il nostro compito di opposizione deve continuare per informare e denunciare l’uso irresponsabile delle istituzioni autonomistiche di fronte alle sofferenze dei sardi e perché si ricostruisca rapidamente in Sardegna una forte coscienza civile in grado di giudicare, quando arriverà il momento del giudizio popolare, la fedeltà di chi ci governa agli impegni assunti.
Di fronte a tutto questo sinceramente non riesco a capire cosa si aspetti chi, dalle file del PD, annuncia di voler “collaborare” con questo centro destra!
Chiarissimo Direttore, la Regione Campania ha finalmente approvato il Piano Casa. Ci sono voluti mesi per trovare un accordo che portasse alla sua approvazione. Eddyburg ha più volte lanciato l'allarme sul rischio devastazione. Ma i centri storici sono esclusi ed erano esclusi anche le aree C dei parchi e C e D dei nazionali.
Ma i vostri eroi - i consiglieri del Gruppo de La Sinistra, hanno compiuto il miracolo. Dapprima hanno dato il loro voto determinante ad un emendamento che permette l'applicazione nelle zone C dei parchi nazionali, poi, per tutelare contadini e vacche, hanno proposto assieme al capogruppo del PDL un emendamento che consente l'ampliamento delle aziende zootecniche in nome della tutela del Provolone del Monaco.
Forse i provoloni siamo noi!
Lei dice “finalmente”, io dico “purtroppo”. Quella legge è una vergogna. Tale era all’inizio, tale è rimasta. É merito (da quanto so) del consigliere regionale Gerardo Rosania se si è potuto sperare a lungo che quell’infamia non venisse approvata. Lei invece mi sembra gioire dell’approvazione. Questo mi sembra il punto. Che poi alcuni consiglieri della sinistra abbiano commesso in aula errori evidenti mi sembra marginale. L'appoggio del capogruppo Scala all'emendamento sulle stalle in area PUT è ingiustificabile. Ma senza la ferma presa di posizione della Sinistra nel suo complesso, il disegno di legge della giunta sarebbe stato approvato all'inizio di agosto, nella sua originaria formulazione, che è comunque, a nostro parere, di gran lunga peggiore di quella votata alla fine dal consiglio. Le insufficienze della Sinistra non mutano di una virgola il giudizio politico complessivo rispetto all'asse di ferro PD-PDL che ha rappresentato sin dall'inizio l'elemento portante di tutte le fasi di questa triste vicenda.
Opposizione debole - Potere senza confini - Carey, il managing editor di The Nation: il potere totalizzante di Berlusconi da noi sarebbe impossibile - Obama "ignora" perché non ha dialogo con la vostra opposizione, che è debole e non minaccia la tenuta del premier - Il sistema politico italiano è in crisi: c’è un signore che ha raccolto nelle sue mani un potere senza confini, usato per fini privati
NEW YORK - Svegliati, America. La corruzione? Le escort? «E pensare che basterebbe far parlare i fatti. Nessuna crociata: basterebbe che l’America sapesse. Basterebbe che i giornali americani dessero regolarmente notizia di tutte le accuse che gli vengono mosse e state sicuri che il Congresso e il Presidente esiterebbero a mostrarsi vicini a Berlusconi. Anzi». Anzi? «Quell’amicizia sbandierata in Italia, che l’America oggi ignora, imbarazzerebbe il Congresso. Imbarazzerebbe il Presidente. Qualcuno comincerebbe a porsi delle domande. E sarebbero bei problemi».
Roane Carey ne è convinto. «Questa storia è imbarazzante e disturbing, preoccupante, anche per noi americani». Carey è il managing editor di The Nation, il magazine di Katrina Vanden Heuvel che conta tra i suoi collaboratori Naomi Klein, Toni Morrison e Michael Moore, e che a questa "storia imbarazzante" ha dedicato, tra i primi negli Usa, inchieste e reportage. La scorsa settimana una corrispondenza di Frederika Randall sui "pillow talk" del premier (come gli anglosassoni definiscono le conversazioni intime di due partner sessuali) ha riacceso l’attenzione americana sul caso.
L’America si è dunque svegliata? Il caso Berlusconi è in prima pagina da Londra a Berlino. La vicenda-escort imbarazza l’opinone pubblica di mezzo mondo. E qui? Per Silvio ieri c’era l’amico Bush e oggi l’amico Obama.
«Distinguiamo. Chiaro che l’Italia è un alleato importante soprattutto per il supporto in Iraq e in Afghanistan. Finché non è un problema, Berlusconi è un alleato. Ma da qui a dire che è un amico...».
Raccontata da Roma è così: anche dopo il G8 il film è quello. Possibile che Obama non sappia?
«Ma non scherziamo. Obama sa: briefing giornalieri, consiglieri che lo informano. Obama sa. Ma può permettersi di ignorare per due motivi. Il primo: la pressione dell’opinione pubblica. Non c’è. L’America è distratta. La recessione si mangia tutto. Quel poco di esteri di cui si parla è sempre quello: l’Iraq, l’Iran. Per voi europei è diverso: un francese, un inglese, un tedesco sono interessati a quel che si coltiva nell’orto del vicino: potrebbe attecchire anche da lui».
E il secondo motivo?
«La mancanza di pressione e dialogo con la vostra opposizione. Non avete una sinistra forte e anche questo l’amministrazione Usa lo sa. Per Berlusconi nessuna minaccia politica vera. E per Obama, che pure è un presidente progressista, è un problema. Ma la vera questione resta la prima: la pressione dell’opinione pubblica e della stampa Usa».
Perché ne è così convinto?
«Il sistema politico italiano è in crisi. Attacchi alla libera stampa come succede solo in Iran e Nord Corea. Questa si chiama democrazia a rischio. Succede in Italia, Europa, Occidente. E non è una storia da raccontare?».
Insomma Berlusconi è un problema della democrazia e come tale non è solo una storia italiana: riguarda tutti.
«Ho provato a cercare un Berlusconi qui da noi. Non c’è. Michael Bloomberg? Sì, un imprenditore che si butta in politica. Un imprenditore dei media, pure. Ma seppure a New York siamo sempre a livello locale. E poi i casi non sono comparabili. In Italia c’è un signore che ha raccolto nelle sue mani il potere economico e il potere politico. Un potere senza confini, totalizzante. Lo usa per attaccare la stampa, per coprire le sue vicende private. No, qui sarebbe inconcepibile. Ripeto: nessuna crociata. Ma come può l’America continuare a tollerarlo lì da voi?».