Secondo il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, l’operazione scudo fiscale merita il 10 e lode. Si vede che siamo a Natale. La legge era talmente semplice che ci sono volute ben 50 circolari e note esplicative dell’Agenzia delle Entrate per chiarirne il contenuto. Le circolari fiscali normalmente servono a illustrare i contenuti della legge e ad assicurarne un’applicazione uniforme. Ma in questo caso sono andate ben al di là del testo di legge, di fatto espropriando il Parlamento delle sue funzioni e mettendo in grave imbarazzo gli uffici locali chiamati a scegliere fra rispetto di una legge vaga e applicazione di circolari che ne travalicano abbondantemente il contenuto. Hanno, inoltre, cambiato le regole in corso d’opera, quando già in molti erano ricorsi allo scudo, in barba al principio dell’uniformità di trattamento. Che questo principio fosse tenuto assai poco in conto, lo ha dimostrato il dulcis in fundo dell’operazione, la proroga del "termine improrogabile" per fruire dello scudo.
Ci sarà ora tempo fino a primavera per beneficiarne con un modico aggravio. E tutto lascia intendere che, se ai primi caldi ci fosse nuovamente bisogno di cassa, si prorogherà ulteriormente l’improrogabile. Ma forse il voto generoso del titolare della semplificazione non si deve tanto alla semplicità e certezza della normativa, quanto al respiro di sollievo tratto dal ministro nell’apprendere di poter rimandare di qualche mese scelte difficili in campagna elettorale. Sarà un caso, ma l’annuncio dei risultati del condono (95 miliardi con un gettito per lo Stato di 4 miliardi e 750 milioni) è andato di pari passo a quello del rinvio dei tagli delle poltrone degli enti locali che, imposto dall’alto, suonava assai male nella legislatura del federalismo e nei territori presidiati dalla Lega.
Un governo convertito in fine d’anno ai buoni sentimenti, all’amore e all’onestà, dovrebbe, a questo punto, limitarsi a incassare i soldi dello scudo, senza arrossire troppo, cercando magari di invocare qualche attenuante, come il ministro Brunetta, che ha parlato dello scudo come, tutto sommato, di un «male minore». Ben diverso, invece, il tono del comunicato del ministro del Tesoro sui risultati dello scudo fiscale. Narra di uno «straordinario successo», di un grande «segno di forza del Paese» e di una prova di «intelligenza», forse riferendosi alla prontezza con cui gli evasori hanno ritirato il dono loro gentilmente concesso. È, invece, l’intelligenza di milioni di italiani ad essere stata pesantemente insultata da questo comunicato. Per ottenere subito, una tantum, meno di 5 miliardi (lo 0,5 per cento della spesa pubblica corrente ogni anno) si è consentito agli evasori di mettersi definitivamente in regola, preservando l’anonimato e versando meno del 10 per cento di quanto avrebbero dovuto pagare altrimenti.
Si sono così causati danni ingenti all’erario. Se è vero, come recitato nel comunicato del Tesoro, che grazie all’azione intrapresa dai governi in questi mesi il «tempo dei Paradisi fiscali è finito», vuol dire che lo Stato ha con lo scudo rinunciato a recuperare ben 45 miliardi dalla lotta all’evasione. E anche se non fosse vero che i paradisi fiscali sono stati debellati, e che in assenza dello scudo, sarebbero rientrati solo 10 di questi 95 miliardi, lo Stato avrebbe comunque subito con questa operazione una perdita di gettito. Senza poi contare le entrate future compromesse dalla rinnovata consapevolezza che in Italia gli evasori non solo la fanno franca, ma addirittura vengono sistematicamente premiati. Ogni condono è un’istigazione a evadere in attesa del prossimo condono.
Chi potrà brindare sono, oltre agli evasori, le poche banche che amministreranno i capitali scudati. Secondo le stime di Alessandro Penati su queste colonne, hanno ottenuto da questa operazione circa 10 miliardi di ricavi puri. Cosa ne faranno di queste entrate straordinarie, per loro piovute dal cielo? Le utilizzeranno per finanziare qualche bene pubblico (istruzione, ricerca, ricostruzione dell’Aquila) o per sostenere le imprese italiane, alleggerendo la stretta creditizia in atto? Ne dubitiamo, a meno che qualcuno glielo imponga. Ben altre sono infatti le strategie di chi otterrà ricche commissioni su questi capitali. Oggi si tagliano gli impieghi con una mano mentre, con l’altra, si continuano a distribuire gli utili e si ripristinano i bonus ai manager come se niente fosse, invece di pensare a ricapitalizzare le banche per rafforzare la loro posizione patrimoniale.
Quanto ai detentori delle somme scudate, difficilmente questi investitori cambieranno le loro scelte di portafoglio ora che i capitali sono "rientrati" in Italia. Le virgolette sono d’obbligo perché nulla ci garantisce che i capitali siano davvero rientrati dopo un lungo soggiorno all’estero. Al contrario, si narra di decine di evasori che, alla notizia del nuovo condono, hanno trasferito il «nero» di tante piccole imprese lombarde armi e bagagli (nel senso di bagagliaio delle loro automobili) in Svizzera per poi rimpatriarlo, imbiancato per sempre grazie allo scudo. Bene ricordarsi che lo scudo fiscale del 2002 non ha avuto alcun impatto sulla bilancia dei pagamenti, a riprova del fatto che non c’è stato vero rientro dei capitali in Italia.
Per tutti questi motivi lo scudo non è neanche un male minore. È purtroppo e tristemente un male maggiore. Si tratta di un atto di inciviltà, che premia gli evasori e offre un’amnistia a chi ha commesso reati quali l’occultamento di documenti contabili e le false comunicazioni sociali. Come notava Massimo Bordignon su lavoce.info è stato varato mostrando al contempo la faccia feroce ai contribuenti onesti che, avendo dichiarato l’imponibile, usano il ravvedimento operoso per spostare in avanti il pagamento delle imposte, in una situazione di crisi economica e carenza di liquidità. Lo scudo è una misura che ha già causato forti perdite di gettito allo Stato italiano e che altre, ancora più ingenti ne provocherà in futuro. Per minimizzare i danni ulteriori di questo ennesimo condono ci vuole ora, subito, un segnale forte di discontinuità. Non bastano certo le promesse, sempre disattese, di non fare nuovi condoni. Ci vuole un impegno cogente, difficilmente reversibile. Che bello se il primo atto di questo clima, speriamo non solo natalizio, di conciliazione nazionale fosse un piccolo emendamento alla nostra Costituzione che vieti ulteriori condoni fiscali o edilizi, nonché «scudi fiscali» di ogni tipo, genere e denominazione!
Ritorno all'Aquila «Il cuore della città non vada perduto»
«Lassù la vede? E' un’aperutura con distacco, il segno dell'avvenuta rotazione. Potremmo assistere al ribaltamento della facciata, determinato dalla pressione delle volte, che in condizioni dinamiche viene amplificata...» Insomma, Petracca, il palazzo sta venendo giù? «Beh, sì». L'imbarazzo sfiora il dolore fisico nel funzionario dell'Istituto per le tecnologie delle costruzioni (Cnr). Aurelio Petracca vorrebbe recuperare tutto, non solo Collemaggio, invasa dai tubi Innocenti, e le Anime Sante, con quel loro «cappellone» di metallo che incapsula la cupola (crollata) del Valadier. A chi lavora al capezzale dell'Aquila non basta neppure salvare Santa Maria di Paganica, ridotta a una scatola scoperchiata, che persino lo storico dell'arte Germano Boffi, ammette: «non mi stupirei se si decidesse di abbattere quel che non è più recuperabile».
Torniamo nella zona rossa otto mesi dopo quella notte del 6 aprile. Qui, alle 3 e 32, tutto era polvere e crepitio, dolore e paura, eppure nessuno ne parla; è il pudore dei fortunati. Sono morti in 308, più di 1.500 feriti. La scossa è partita otto chilometri sotto i pascoli tra l'Aquila e Roio, Tornimparte e Lucoll. Una frustata di magnitudo 6,3, sessantamila edifici gravemente danneggiati e 48mlla sfollati, otto mesi di lavoro duro, l'afa e il gelo delle tende, le polemiche sulla militarizzazione, quelle sul piano Case (200 edifici provvisti di isolatori antisismici) e sulle casette in legno, infine l'esasperazione per le autorizzazioni-lumaca della ricostruzione leggera, quelle delle case meno danneggiate. Tuttavia, date le proporzioni del disastro, la gestione della crisi è stata da manuale. Napolitano ha parlato di «una pagina all'attivo dell'Italia».
Non si può dire lo stesso del G8. Tante, generose e solenni le promesse dei Grandi; alla fine, però, hanno adottato un monumento colpito dal sisma solo francesi, tedeschi e russi; Zapatero deve aver pensato che dopo la bolla immobiliare non fosse il caso di investire sul Forte spagnolo e persino il governo kazako è stato più generoso di Obama... Insomma, meno male che c'è la solidarietà degli italiani con le loro collette milionarie e meno male che ci sono i vigili del fuoco che si calano dalle gru nelle absidi squarciate per salvare le madonnine di terracotta, i volontari di Legambiente e i funzionari dei beni culturali e della Protezione civile, i tecnici del' Itc-Cnr dell'Aquila, terremotati pure loro ma in campo dal 6 aprile, e quelli della diocesi. Questo «118 storico-artistico» è stato collaudato in Umbria e nelle Marche: è gente capace di progettare su due piedi un puntellamento e di velinare un affresco per portarlo via prima che il muto crolli.
All'interno di santa Maria di Paganica si lavora su tre metri di detriti: «Questo Natale è stato clemente, ma ad ogni gelata i vigili del fuoco ci fanno uscire per i crolli spiegano Massimiliano Cucchiella e Laura Zanotti di Legambiente . Bisogna fare in fretta se si vuole salvare il cuore della città'». A Collemaggio non si è arrivati in tempo e l'organo è andato perduto. Facciamo qualche passo tra i muri imbrigliati in massicce travi di ferro. Palazzo San Nicandro regge grazie alle catene inserite nella muratura dopo il terremoto del 15, mentre il palazzotto a fianco si gonfia in modo sinistro; in gergo, si chiama «spanciamento».
Non è messo bene neppure palazzo Ardinghelli, e non è solo colpa del terremoto. Petracca si raggela di fronte a San Silvestro: «quelle sono crepe nuove». Ci si affida ai tiranti in policarbonato grandi fasce gialle, grigie, blu, secondo la resistenza alla trazione ma un intervento risolutivo costerà almeno mezzo milione. Avanziamo tra macerie e pozzanghere, fino alla torre ottagonale di San Pietro, che si è sbriciolata per colpa di un solaio in calcestruzzo. Ecco i campanili binari di San Marco che hanno sfiorato il collasso. Oltrepassiamo il crocevia del danno per entrare, cautamente, nella chiesa di Santa Margherita: la Madonna dipinta da Saturnino Gatti all'inizio del 500 è ancora lì, nella cappella dove l'hanno collocata dopo il sisma del 1703, sgomberando la chiesa di San Francesco.
Un centinaio tu metri, siamo in pieno struscio aquilano, nel «corridoio» aperto su Piazza Duomo per dare un assaggio di normalità: i passanti pochi e gli sguardi scettici. È aperto solo il caffè Nurzia, gremito dagli altri commercianti, visibilmente spazientiti: «Il mio locale non ha crepe e allora perché io non posso riaprire?» protesta Elio Balestrazzi, uno dei 5 maggiorenti della città. Ai confini della zona rossa, è affollatissimo il Boss, storico locale degli universitari: tra una «tazza» e l'altra (gli abruzzesi chiamano così i bicchieri di vino) ti raccontano che non pagano le tasse ma che le aule sono distanti chilometri e che forse l'anno prossimo si iscriveranno altrove.
Proteste, dubbi ed esodi sono normali in «tempo di guerra»: questa è l'espressione con cui la Protezione civile ci ricorda a ogni piè sospinto che l'emergenza non è finita. A fine gennaio ci sarà il passaggio di consegue tra Bertolaso e il commissario straordinario, il governatore Gianni Chiodi.
Rimuovere le macerie? Può essere un business
Da sempre lo sguardo degli abbruzzesi ama riposarsi sulle dolomie del Como Grande, che dal Miocene rivaleggiano con le marne lasciate lì dall'Adriatico. I calcari del Gran Sasso, poi, quelli sono ovunque: conci bianchi e rosa decorano da secoli le facciate di chiese e palazzi spezzati dal terremoto e la stessa pietra chiara con cui è costruita la fontana delle 99 cannelle dava forma agli antichi castelli. Quanto possano costare i sassi che adesso ostruiscono i vicoli del centro storico, le schegge dei marmi. le lesene spezzate, il pietrame che cola dai muri feriti, gli aquflarii lo sanno dal 1532: con la scusa di punire una rivolta, il viceré di Napoli pretese da loro centomila ducati all'anno, tanti gliene servivano per edili care il forte spagnolo.
Se la storia dell'Aquila è scritta nella pietra, il suo futuro è liberarsene. La rimozione delle macerie dalle vie della città costituisce il presupposto di ogni progetto di ricostruzione. Ed è il business del momento. Lo sa bene Alfredo Moroni, assessore all'ambiente del Comune. Prima del 6 aprile, il suo problema era quello di spedire i rifiuti della città il più lontano possibile. Non erano molti e comunque, per uno dei soliti paradossi della politica, l'Aquila, che è circondata dalle cave, non possedeva una discarica. Ora Moroni sta cercando disperatamente dei depositi temporanei dove dividere pietre da tegole, ferro da plastica, termosifoni da frigoriferi, insomma tutto quel che è venuto giù insieme alle case. Il problema, ovviamente, non riguarda solo l'Aquila: la legge 77 impegna anche gli altri 56 comuni a smaltire analogamente i propri detriti.
Facendo grande attenzione a distinguere tutte quelle pietre che sassi non sono: il rischio che finiscano nei frantoi anche antichi stucchi e preziose terracotte è talmente alto che il Consiglio superiore dei beni culturali ha sentito il bisogno di raccomandare per iscritto «l'asporto controllato delle macerie e il vaglio dei reperti inglobati nei crolli, ricordando che essi col maltempo si compattano». La selezione prima dello smaltimento è imprescindibile perché la legge, in virtù della quale il Comune ne ha acquisito la proprietà e può rimuoverle, prevede che le pietre siano «rifiuti solidi urbani» e che debbano seguire il medesimo percorso che viene utilizzato abitualmente per il ciclo integrato dei rifiuti.
E qui ci imbattiamo nel secondo paradosso: ci sono macerie e macerie. Quelle del palazzo crollato o demolito dal Comune devono attendere che si trovi un deposito» dove «lavorarle», mentre quelle prodotte dalle attività di ristrutturazione, magari effettuate nel palazzo di fianco, rientrano tra i rifiuti speciali e possono essere smaltite tranquillamente. Certo, si deve trovare una discarica a norma e pagare il servizio, ma si tratta pur sempre di costi che lo Stato rimborserà ai proprietari di immobili terremotati e ci dovrebbe contenere il fenomeno dello smaltimento abusivo.
In realtà non è sempre così: « Troviamo ancora molte macerie abbandonate ma sono quelle dei privati che ristrutturano la casa da soli e per i quali abbiamo creato dei punti di conferimento gratuito» annuncia l'assessore, che scommette sull'efficacia dell'operazione e persino sulla sua economicità. «Oltre ad avere un valore ambientale - ci dice - il nostro sforzo va nella direzione del riuso: la normativa prevede che 1130% delle costruzioni sia realizzato con inerti di recupero». In pratica, dopo aver diviso pietre da laterizi, ferro e plastica, dovrebbe essere possibile collocare con profitto questa singolare «produzione». E a questo punto che interviene il terzo paradosso: il terremoto è capitato in una delle regioni italiane in cui il materiale da costruzione costa dimeno. L’Abruzzo è ricco di cave. Quelle dell'Aquilano, poi, sono per il 70% ex usi civici e i comuni impongono ai cavatori canoni irrisori per estrarre il carbonato di calcio, la pietra chiara con cui si costruisce di tutto.
I blocchi crollati dai palazzi dell'Aquila venivano da Poggio Picenze e da Ocre, da Pizzoli e da Montereale. La pietra aquilana, del resto, è rinomata da secoli: il Palazzaccio di Roma deve tutto alle cave di San Pio delle Camere. Ebbene, trovarsi in poche ore con cinque milioni di metri cubi, tante sarebbero le macerie da trattare, non è esattamente una fortuna: « non abbiamo alternative» obietta Moroni, escludendo«il ritombamento delle macerie in modo indiscriminato in cave dismesse». Il riferimento non è casuale: dopo secoli di estrazioni, l'Aquila è una groviera, Resta dunque l'opzione profit oriented anche se il margine di profitto non è chiaro. Un blocco di marmo antico, naturalmente, può essere venduto al 300% del prezzo della pietra vergine, perché la storia è un valore aggiunto, e anche il recupero dei metalli può essere remunerativo, anche se bisogna ricordare che in molte case dell'Aquila si trova ancora il costoso eternit...
Il punto debole dell'operazione è comunque la competitività di un metro cubo di pietra vergine: esce dalla cava aquilana intorno agli 8 euro contro i tradizionali 12 e quindi per avere un mercato, calcolando i costi del trattamento, le macerie riciclate non dovranno superare i 2. La stima è dell'Associazione regionale cavatori abruzzesi, che in questa partita rivestono il duplice molo di concorrenti nella produzione di inerti e di fornitori del servizio di lavorazione. «Malgrado le leggi, solo il 10% delle estrazioni torna sul mercato come materiale di riutilizzo» commenta il loro presidente, Francesco Giannini. Purezza, resistenza, costi, come ci sono macerie e macerie, c'è impianto e impianto; fino ad oggi, l'emergenza e stata gestita riempiendo un deposito di Bazzano, al ritmo di 600 tonnellate al giorno.
Ieri il tavolo ambientale ha deciso di raddoppiare l'impianto, portandolo a una capacità di trattamento di 1,5 milioni di meni cubi annui. Si sarebbe voluto fare di più, ma cinque dei nove siti individuati per creare la rete dei depositi temporanei sono stati sequestrati dai Carabinieri nelle scorse ore a Pizzoli. Da anni venivano usati per smaltire abusivamente i rifiuti e non se ne era accorto nessuno. Saranno pure pietre ma risvegliano interessi enormi. Pare infatti che la rimozione delle macerie di questo terremoto costerà pi di 50 milioni di euro: Quanto ai tempi necessari, basti sapere che Marche ed Umbria, dove il sisma aveva prodotto meno danni e che optarono per smaltire le macerie in discarica, impiegarono pi di dieci anni per risolvere il problema.
Non è che nel suo regno, e mondo ideale, non ci siano cantieri, s’affretta a precisare. «Abbiamo fermato il consumo di suolo - dice secco - non l’edilizia». Si recupera ciò che già esiste, e avanti così. Non un centimetro di più. È la spina nel fianco di palazzinari e imprenditori che in quel borgo inviolato ci fiutano l’affare ma che contro la sua porta a ogni tentativo vanno a sbattere. L’artefice di un piccolo mondo a impatto zero, dove anche il cimitero è "eco" e sull’ambiente si prova a pesare il meno possibile. Alle lusinghe di asfalto e mattone non cede, il sindaco anti-cemento dell’hinterland milanese. Domenico Finiguerra da quell’orecchio non ci sente. Da quando aveva trent’anni, oggi ne ha 38, è il primo cittadino di Cassinetta di Lugagnano, una ventina di chilometri a sud ovest di Milano dove 1.800 persone hanno sposato la sua filosofia di sostenibilità.
Anzitutto opponendosi alla superstrada che Regione e Anas vogliono nei due parchi, Ticino e Sud Milano, fino a Malpensa e che quest’anno, con la resistenza del loro sindaco, ha arruolato nuovi oppositori. Cassinetta oggi è un’eco-cittadina che si fa da sé e votata al risparmio energetico. Per la scuola materna della città, Gianni Rodari, inaugurata un anno fa, il Comune ha acceso un mutuo di un milione. «Sul tetto abbiamo realizzato un impianto fotovoltaico a costo zero - spiega - è realizzato con un consorzio di comuni della zona, E2sco, che sostiene i costi e si accolla i rischi. Noi cediamo il diritto di superficie, abbattendo la bolletta della scuola. Una volta ammortizzato l’impianto, rivenderemo l´energia con qualche decina di migliaia di euro di entrata». Anche al cimitero si risparmia: investiti 2mila euro, ne tornano indietro ogni anno 2.500. «Tutte le lampadine sulle lapidi da 5 watt sono state sostituite da led che di watt ne consumano solo 0,38 cioè meno del 10 per cento». Niente luminarie, poi, che consumano troppo. L’idea di fondo è ridurre le spese d’utenza.
La politica pro-paesaggio, però, ha dei costi. Nelle casse comunali se non entrano centinaia di migliaia di euro di oneri d’urbanizzazione, da cantieri e infrastrutture, in qualche modo i conti devono tornare. «Ho dovuto aumentare le tasse, vedi l’Ici sulla seconda casa, la mensa a scuola e i centri estivi. Ma ho anche azzerato le spese di rappresentanza. Niente ufficio stampa, ci si sposta a proprie spese, l’auto blu è una Panda verde. Sobrietà è la parola d’ordine di questa rivoluzione». Un prezzo da dividere un po’ per uno, per salvare casa propria. Per far cassa, al posto di nuovi palazzi, il sindaco s’è inventato i matrimoni a pagamento nelle ville della zona. «In sei mesi abbiamo racimolato 15mila euro, sposarsi sul Naviglio è molto romantico».
Nato 38 anni fa da una sarta e un muratore, entrambi lucani, il paladino del verde di Cassinetta è un ambientalista atipico. Mai militante di associazioni verdi. La sua coscienza ecologista è nata sul campo. «A 22 anni ero consigliere comunale ad Abbiategrasso con il Pds di Occhetto - racconta - mi è bastato un mandato, dal ‘94. Case su case, si andava avanti a colpi di centri commerciali. Non mi sono più ricandidato». Quattro anni più tardi è già in sella a una bicicletta a bussare a centinaia di porte come candidato sindaco, lista civica (vicina al centrosinistra) a Cassinetta, comune con cui è entrato in contatto mentre era alla guida di una casa per anziani cui la Croce azzurra cassinettese portava i pasti. Campagna elettorale a impatto zero. «Una sfida quasi impossibile, in una roccaforte del centrodestra da sempre, con Formigoni e Berlusconi al 70 per cento. Solo me stesso e le mie idee». Ma ha funzionato, anche per il secondo mandato. Oggi Finiguerra dirige la biblioteca comunale ma a Opera, i suoi assessori guadagnano 70 euro, lui 500, come sindaco però. «Così non devo rendere conto a nessuno». Se non ai cittadini, che hanno appoggiato la sua rivoluzione.
Il signor Innocente Proverbio, 62 anni portati con irruenza, da quando è in pensione neppure d’inverno rinuncia alla passeggiata sul lungolago con il cagnolino al guinzaglio. Ogni tanto si ferma davanti agli oblò aperti nella palizzata che nasconde il cantiere del «Piccolo Mose». Guarda e vede il deserto. Perché i lavori sono fermi da un paio di settimane e dietro il sipario di legno nulla si muove. Il muro che il signor Proverbio per primo denunciò pubblicamente con una lettera alla Provincia, il quotidiano locale, è lì al suo posto e ci resterà ancora per almeno un paio di mesi. Monumento all’immobilismo italico, all’ingorgo di poteri e alle alchimie della politica.
Il muro in questione è una colata di cemento di 120 metri di lunghezza e 2,5 di altezza che dallo scorso mese di settembre è inopinatamente apparso sul Lungolago Trento, la passeggiata che si apre a sinistra di piazza Cavour, il cuore di Como. Da gennaio 2008 quello spicchio di riva è diventato riserva di caccia di gru e betoniere. Obiettivo: la costruzione di un sistema di paratie che difendano la piazza e i quartieri a lago della città dalle esondazioni del Lario. Un progetto da 15 milioni di euro, finanziato da Stato e Regione con i fondi della legge Valtellina. Peccato che il lago in piazza dal 1845 a oggi ci sia finito in tutto 17 volte. E che l’altezza delle paratie (230 centimetri) nulla avrebbe potuto contro le alluvioni veramente devastanti, tipo quella dell’ottobre ’93, con l’acqua a 265 centimetri sopra lo zero idrometrico.
Ma quei 15 milioni di euro facevano comodo soprattutto per rifare completamente il lungolago. Lugano, a pochi chilometri, vanta spazi verdi e aperti sulle acque del Ceresio. Como a tutt’oggi deve accontentarsi di una passeggiata larga pochi metri.
Perché — in tempi di vacche magre per le casse degli enti locali— non approfittare dell’occasione? E allora, dopo anni di discussioni e di progetti, via con il «Piccolo Mosé», gestito, per risparmiare, dall’Ufficio Tecnico del Comune. Tutto bene fino a che il direttore dei lavori, l’ingegner Antonio Viola, decide che il muretto di contenimento previsto dal progetto è troppo basso, in alcuni punti potrebbe diventare a rischio inciampo, e perciò lo corregge, portandolo a due metri e mezzo.
La variazione non incide per più del 5% sui costi complessivi dell’opera, per cui non ha bisogno né di nuove delibere, né di discussioni pubbliche. Il muro viene su alla chetichella fino alla scoperta del signor Proverbio. E lì apriti cielo: sollevazione popolare, marce di protesta, indagine della Procura. Bossi che tuona «No al muro, Como non è Berlino», la Lega che se la prende con il sindaco, maggioranza che vacilla, l’assessore responsabile delle grandi opere dimissionato con i voti della sua stessa maggioranza. Insomma un vespaio. Al termine del quale il sindaco Bruni (segno politico Pdl, ascendente Comunione e Liberazione) si rassegna e sentenzia: «Il muro verrà abbattuto». Eravamo ai primi di ottobre. A fine dicembre il muro è ancora lì. Come mai?
Fino a che la magistratura non avrà concluso la sua inchiesta, non è possibile tirarlo giù» spiega Bruni. Intanto non si sta con le mani in mano: la Regione scova nelle pieghe dei bilanci un paio di milioni di euro per sistemare il disastro, ci si accorda per un nuovo progetto che prevede solo paratie mobili e, nella parte che fronteggia piazza Cavour, anche trasparenti, che la vista del lago non ne soffra. Non solo, viene dato il via ad un concorso internazionale, “per la sistemazione ambientale e territoriale” della zona del lungolago.
E il muro? Il cantiere resterà chiuso fino a febbraio, quando sarà completato l’iter del nuovo progetto. Il primo colpo di piccone non potrà partire prima. E cosa c’è di meglio di una demolizione voluta a furor di popolo che parte giusto ad mese dalle elezioni regionali?
Strade diritte, strutture basse e geometriche, il palazzo del Comune al centro dell’abitato. Mattoncini a vista. Sabaudia, cento e passa chilometri a sud di Roma, paradigma, piccolo orgoglio dell’architettura fascista, meglio detta “razionalista”; set del film di Daniele Lucchetti “Mio fratello è figlio unico”, dove Riccardo Scamarcio ed Elio Germano fanno rivivere sullo schermo la vita di Antonio e Gianni Pennacchi. Di allora, del Ventennio, c’è ancora un certo gusto nella fede politica, con il “destra-centro” blindato a ogni elezione. In apparenza. In sostanza questa cittadina di circa 20mila abitanti, è inserita in una zona, la provincia di Latina, dove “la voce grossa la fanno i grandi gruppi malavitosi”, spiega Alessandro Panigutti, direttore di “Latina oggi”, il quotidiano locale più diffuso.
E parliamo dei big di camorra, mafia e ’ndrangheta: dai “cinematografici” Casalesi (gli stessi di “Gomorra”, descritti prima da Saviano e poi da Garrone) ai Bardellino; dai Tripodo agli Alvaro fino a raggiungere gli Scissionisti. Un quadro forte, dove la stessa Sabaudia dà il suo “piccolo” contributo: basta prendere le vicende di questi ultimi mesi. Uno dei consiglieri comunali di maggioranza, Rosa Di Maio, è attualmente imputata nel maxi processo al clan avellinese dei Cava a seguito di una inchiesta della Dda di Napoli; a suo padre, un mese fa, è stato sequestrato un immobile del centro per gravi abusi edilizi. Infine è stato scoperto un esteso giro d’usura legato ai campani e gestito da un funzionario comunale andato in pensione e poi richiamato dalla stessa amministrazione di Sabaudia.
In questa realtà, incastonato tra le dune, fronte mare, sorge il Lago di Paola: sette chilometri di lunghezza per 440 ettari di acqua, inserito nel Parco Nazionale del Circeo e uno dei quattro elementi costieri di un complesso detto Zona Umida di Interesse Internazionale. È considerato Sito di importanza comunitaria dall’Europa: all’interno è stata rinvenuta una straordinaria villa Imperiale di Domiziano; alcune chiuse sono d’epoca romana. Bene, vogliono farlo diventare un porticciolo. E intorno edificare, e ancora edificare. Sono anni che ci provano e in parte ci sono anche riusciti: fino a qualche anno fa stazionavano circa 800 imbarcazioni e un cantiere navale aveva iniziato a costruire dei maxi-yacht da 36 metri. Poi marcia indietro.
L’ostacolo? La famiglia Scalfati, da generazioni proprietaria del lago, da quando, nel 1883, lo acquista dallo Stato italiano per svolgere delle attività ittiche. Sono loro, Anna e Andrea, madre e figlio, a fronteggiare, a ribattere colpo su colpo, dalla carta bollata, ai tribunali, fino a denunciare le minacce e i tentativi di alcuni imprenditori e politici locali di portare a termine il progetto. “Ho scoperto sulla mia pelle tutti i modi per esercitare pressione su una persona: è veramente dura - racconta Anna, volto noto del Tg3 -. Pensi un po’, prima hanno provato a coinvolgerci, e ci sono riusciti con mio fratello, ora consigliere della maggioranza, poi quando è stato chiaro il mio no, è partita una campagna di delegittimazione durissima, anche a mezzo stampa.
Con gran parte della popolazione del luogo schierata contro di noi, accusati di non voler offrire un rilancio economico della zona”. Ecco le intimidazioni, gli atti vandalici: “Hanno sfondato gli impianti di illuminazione, divelto alberi, insegne, danneggiato una delle chiuse, ci hanno insultato e aggredito per strada”, incalza Andrea. Poi il provvedimento che ha aperto voragini tanto grandi quanto i dubbi sulla sua legittimità: il 7 agosto del 2009, il Tribunale Superiore delle acque, una branca semi-sconosciuta della Corte di Cassazione, in seguito a un’azione giudiziaria del Comune di Sabaudia, “ha emesso un’ordinanza che non solo non ha alcun precedente in Italia, ma che non trova neppure riscontro in dottrina, scrive Gaetano Benedetto - condirettore di Wwf Italia e presidente dell’Ente Parco del Circeo -. Il Tribunale attribuisce al Comune una podestà d’indirizzo in un ambito, quello del Regolamento del parco, che invece è specificamente dell’Ente gestore dell’area protetta”.
In sostanza, secondo il Tribunale, il Lago è navigabile e il sindaco di Sabaudia può decidere le sue sorti, con un vincolo: convocare una conferenza di servizi nella quale intervengono tutti i livelli dello Stato. Ci ha provato, e per ben due volte, ma non si è presentato nessuno, né la Regione né i tre ministeri coinvolti (Politiche Agricole, Ambiente e Beni Culturali). Comunque resta un fatto: “La tesi del Tribunale apre un meccanismo nel quale gli interessi collettivi diventano subalterni ad altri”, interviene Angela Napoli, deputata del Pdl ed esponente della Commissione antimafia. È lei ad aver portato la questione in Parlamento con un’interrogazione: “Sì, perché l’anomala situazione in cui versa il Lago potrebbe essere inquadrata, vista la prossimità dell’area, nelle vicende di abusi e illegalità per la presenza delle varie cosche. Vede, lì la realtà è veramente dura, con parte della magistratura locale che in questi anni ha preferito non vedere o è stata bloccata. L’esempio principe è Fondi (distante appena 40 km da Sabaudia, ndr): un Comune in odor di mafia, non sciolto (dal ministro Maroni, ndr) per infiltrazione e dove i poteri forti condizionano tutto”. Comunque “anche il caso del Lago dimostra – continua la Napoli – come, in questa zona, le istituzioni finiscono per intrecciarsi con un certo sistema affaristico, dove poi gli interessi criminali deturpano e incidono sul bene collettivo: l’altro giorno sono andata a Paola, e le garantisco che sono rimasta allibita da quanto visto e sentito”.
“La questione criminalità in questa provincia parte da lontano e per anni ha fatto comodo a molti non vedere - interviene Alessandro Panigutti - . Qui prima è arrivata gente inviata al soggiorno obbligatorio, poi i pentiti di mafia a nascondersi, una parte di loro ha messo radici. Uno per tutti: Frank Coppola, che ha soggiornato ad Aprilia, ha annusato l’aria, si è cresciuto qualche ragazzotto, ed è partito il suo business. Poi c’è un aspetto geografico: non siamo lontani dalla Campania, e la criminalità, si sa, cerca sempre nuovi sbocchi, così sono ‘sbarcate’ le grandi famiglie. Vede, tutti parlano dei Tripodo e dei loro affari su Fondi ma loro, oramai, sono la pagliuzza. La partita è molto più complessa e giocata sul traffico di droga e l’edilizia, ed è una partita trasversale che interessa la Provincia in tutta la sua estensione”.
E torna l’edilizia. “L’anno scorso la Provincia ha presentato un progetto di rivalutazione dell’area con in copertina l’immagine di un enorme yacht - racconta Andrea Scalfati -. Un progetto che avrebbe probabilmente aperto la strada a una corsa all’edilizia speculativa. Insomma, senza alcun interesse per gli aspetti naturali, la conservazione ambientale, l’attuale micro-clima. Niente”. Una botta di cemento e via. “La verità è che qui non c’è l’ombra di tessuto sociale – conclude il direttore di Latina Oggi -, non abbiamo radici: Latina ha solo 70 anni, e si vede”.
A meno che non ci sia qualcuno, ostinato, pronto a dire “no”, e a “muso duro” come cantava Pierangelo Bertoli: “Un guerriero senza patria e senza spada con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro...”.
“È finita l’emergenza rifiuti in Campania”, ha dichiarato in conferenza stampa il sottosegretario Guido Bertolaso il 17 dicembre scorso al termine del Consiglio dei ministri che ha emanato un decreto legge in materia. È vero, se fine dell’emergenza significa il formale passaggio delle competenze dal Commissario straordinario a Regione e Province, come prevede il decreto. Ma questi lunghi 15 anni hanno provocato un tale disastro al territorio campano cui difficilmente, Regione e Province, riusciranno a rimediare.
FORMAGGI E RIFIUTI.
Basta andare nelle campagne del casertano per capirlo. E nessuna storia lo chiarisce meglio di quella dell’azienda bufalina “Cesare e Giulio Iemma”, di Pastorano, provincia di Caserta, patria del caratteristico formaggio filante. La famiglia Iemma vanta due primati: quello di gestire il primo caseificio al mondo ad aver trasformato il latte di bufala in mozzarella, ricotta, provola e burro; e quello di prima azienda ad aver introdotto la mungitura meccanica. Un’azienda che esporta in tutto il mondo, con standard di qualità massimi certificati dall’americana Food & Drug Administration, e un fatturato di quasi 8 milioni di euro al 30 novembre 2009. Un’azienda che in altri Paesi e contesti verrebbe trattata con i riguardi che spettano all’eccellenza. Ma in Italia, e in Campania, invece di essere valorizzata e protetta, è costretta a sorvegliare pezzo pezzo il territorio confinante, per evitare che vi installino impianti di stoccaggio di rifiuti, anche speciali (e quindi più pericolosi) che possono inquinare il terreno, l’aria, l’acqua.
L’ASSEDIO.
Fra le tante battaglie intraprese, una dura ormai da un anno e mezzo. Da quando gli Iemma hanno scoperto che un sito per l’assemblaggio di pannelli fotovoltaici era stato trasformato in stoccaggio di rifiuti speciali con il beneplacito di Regione e Provincia e la benedizione della chiesa locale. La storia comincia nel 2000, quando su un terreno vicino, la Curia di Capua ottiene la concessione edilizia per realizzare i capannoni per i fotovoltaici, che nel 2005 cede alla società Esogest Ambienti srl, di Casapulla, che si occupa invece della gestione integrata dei rifiuti liquidi e solidi. La società chiede e ottiene senza tanto penare le autorizzazioni per convertire l’attività. Regione e Provincia infatti esprimono parere favorevole di compatibilità ambientale, senza compiere “alcun sopralluogo tecnico necessario per acquisire una più approfondita cognizione del contesto”.
Lo dice il Tribunale amministrativo regionale al quale diciotto mesi fa si sono rivolti gli Iemma insieme ad altri imprenditori bufalini della zona, una volta smascherato l’inganno, ben coperto. Il decreto regionale di autorizzazione dell’impianto, infatti, dopo mesi dall’adozione e fino al ricorso al Tar, non era stato ancora pubblicato nel Bollettino ufficiale della Regione. Il “contesto” di cui parla il tribunale è quello di “un territorio sin dall’antichità definito felix per la fertilità del terreno” spiega Giuseppe Messina, agronomo, funzionario del ministero dello Sviluppo economico, negli anni Novanta vicesindaco di Caserta.
Una zona che ospita più dell’80 per cento del patrimonio bufalino italiano, prima per la produzione di fragole, di nettarine, seconda per la produzione di ciliegie. Conta ben 13 prodotti fra Igp, Dop e Doc, tre marchi di acque minerali conosciute in tutto il mondo” dice Messina. Il Tar ha dato ragione agli imprenditori annullando i decreti istituzionali, ma per un anno e mezzo (la sentenza del tribunale è del 6 febbraio 2008) è rimasto tutto bloccato al Consiglio di stato che solo l’11 dicembre scorso ha ascoltato la Esogest che aveva proposto appello insieme alla Regione. “La nostra terra – dice Manuela Vigliotta – è preda di continui attacchi concentrici. Qui non è solo un fatto di camorra, ma anche di mala politica, di interessi industriali. Come si fa a competere?”.
QUINDICI CHILOMETRI.
L’obiettivo è scongiurare che si estenda anche a queste terre delicatissime quella invasione di ecoballe e di tonnellate di rifiuti sversati appena 15 chilometri più in là, nei vari impianti eredità del quindicennio dell’emergenza. Fino alle ultime discariche previste dal governo nel 2008 “per legge, quindi senza alcun accertamento tecnico preventivo – afferma Lorenzo Tessitore del Coordinamento regionale rifiuti (Co.re.ri) – per far fronte proprio all’emergenza, così ci è stato detto”. “Per capirsi – dice l’agronomo Messina – il tutto sta in due Comuni, San Tammaro e Santa Maria La Fossa. Si dice, in un Comune abbiamo fatto un impianto, poi faremo una discarica in un altro. Ma si presuppone che gli impianti distino fra loro centinaia di chilometri”. Invece sono appena 320 metri quelli che separano il sito di stoccaggio di Ferrandelle nel Comune di Santa Maria La Fossa, da quello di compostaggio di San Tammaro che è affiancato alla discarica “Maruzzella 1” e al sito di stoccaggio “Maruzzella 2”.
Alle spalle c’è la nuova discarica “Maruzzella 3”, da un milione 600mila metri cubi. È la più grande in regione, aperta con un’ordinanza del presidente del Consiglio nel 2008, la stessa che sempre a San Tammaro ha previsto anche un sito di stoccaggio delle ecoballe da bruciare nel costruendo inceneritore di Santa Maria La Fossa, su cui la magistratura avrebbe scoperto la longa manus del clan dei Casalesi. Un chilometro e mezzo più avanti ci sono altre due discariche, “Parco Saurino 1” e “2”, e la vasca di “Parco Saurino 3” mai utilizzata. Alle spalle, lo Stoccaggio di ecoballe di Pozzobianco. “Insomma, nel ventricolo sinistro della produzione di elezione dell’agricoltura casertana – afferma Messina - sono state allocate 6-7milioni di tonnellate di rifiuti che costituiscono un bubbone gravissimo per l’economia, il territorio e l’ambiente”. “È evidente - dice Tessitore - che l’emergenza non è stata affatto risolta, solo spostata dalle città alle campagne”.
L’emergenza mai risolta dell’immondizia campana
La crisi dei rifiuti in Campania è iniziata nel 1994 con la dichiarazione dello stato di emergenza e la nomina del primo commissario di governo con poteri straordinari a causa dello “stato di emergenza” relativo allo smaltimento ordinario dei rifiuti solidi urbani (Rsu). L’11 febbraio 1994 l’allora presidente del Consiglio dei ministri, Carlo Azeglio Ciampi, ha emanato un decreto. Con quel provvedimento il governo italiano prendeva atto dell’emergenza ambientale che si era venuta a creare nelle settimane precedenti in numerosi centri campani, a causa della saturazione di alcune discariche. Si individuava nel prefetto di Napoli l’organo di governo in grado di sostituirsi a livello territoriale a tutti gli altri enti locali coinvolti a vario titolo e, quindi, preposto a esercitare i poteri commissariali straordinari. Lo stato di emergenza in Campania è cessato ufficialmente, dopo oltre 15 anni, in conseguenza di un decreto legge approvato dal governo il 17 dicembre 2009, che ha fissato il 31 dicembre 2009 come il termine dello stato di emergenza e del commissariamento straordinario.
Aiuto, qualcuno protegga i nostri soldi da Guido Bertolaso. Ora che la Protezione civile diventa una società per azioni nessuno potrà più chiedere conto al governo su appalti ed eventuali spese allegre. Pochi giorni fa, il 17 dicembre, Gianni Letta ha fatto approvare al Consiglio dei ministri il decreto studiato e voluto dal Guido più amato dagli italiani, e da Silvio Berlusconi, in cambio del ritiro delle sue annunciate dimissioni. Un'altra mossa che toglie di mezzo il Parlamento. Il passaggio chiave è scritto in poche parole: "Il rapporto di lavoro dei dipendenti della società è disciplinato dalle norme di diritto privato".
Scende così un ulteriore velo di riservatezza su forniture, contratti, progetti per centinaia e centinaia di milioni di euro all'anno, e su assunzioni e consulenze, che non dovranno più passare sotto la lente della trasparenza pubblica. Una scorciatoia che unita alle ordinanze di urgenza e ai poteri di emergenza di cui gode la Protezione civile, trasformerà Bertolaso, 60 anni il 20 marzo prossimo, in un vicerè dalle mani d'oro a completo servizio del presidente del Consiglio di turno. Come già succede ora, ma con meno obblighi da rispettare.
La questione non riguarda soltanto la rapidità di intervento dopo terremoti, frane o alluvioni. Prendete il tentativo di Berlusconi, per adesso soltanto rinviato, di scippare il Tfr agli italiani, la liquidazione di milioni di lavoratori dipendenti. Quei soldi il governo li voleva trasferire al fondo Grandi eventi di Palazzo Chigi. Cioè la cassaforte affidata in questi anni proprio a Bertolaso per organizzare summit, party esclusivi, adunate religiose, gare sportive attraverso procedure d'urgenza e poteri straordinari. Da quando nel 2001 diventa capo e indossa la famosa maglietta blu, fior di ingegneri e tecnici vengono dirottati a occuparsi di serate di gala, piscine e trampolini (Roma, mondiali di nuoto 2009), alberghi, aiuole e parcheggi (La Maddalena e L'Aquila, vertice G8 2009), asfaltatura di strade e rotonde (Varese, mondiali di ciclismo 2008). Risorse e professionalità che così non possono essere dedicate a tempo pieno ai veri pericoli naturali che minacciano l'Italia. Negli armadi della Protezione civile in via Ulpiano e in via Vitorchiano a Roma vengono infatti tenute segrete previsioni da paura. Sono le "Proiezioni rischio sismico XXI secolo": in base a quanto è avvenuto negli ultimi 200 anni, è scritto nel rapporto riservato, nei prossimi 90 anni in Italia bisogna aspettarsi tra i 50 mila e i 200 mila morti e feriti per terremoti, con danni tra i 100 e i 200 miliardi di euro.
È fine novembre quando a Palazzo Chigi si studia come inserire nella legge finanziaria il prelievo del Tfr da destinare ai grandi eventi. Proprio in quei giorni a Rivoli, vicino a Torino, si ricorda il primo anniversario dalla morte di Vito Scafidi, 17 anni, lo studente del liceo scientifico Darwin ucciso dal crollo del soffitto della classe, collassato senza nemmeno la spintarella di una scossa sismica. I miliardi del trattamento di fine rapporto potrebbero servire a rendere più sicuri scuole e ospedali. Ma nel governo pensano a tutt'altro. Il primo dei grandi eventi che potrebbe entrare nel calendario della nuova Protezione civile spa è l'Expo 2015 a Milano: dove i ritardi, ormai sospetti, nella progettazione stanno creando le condizioni per la solita ordinanza d'urgenza. Oppure la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020: con la possibilità di usare le procedure in deroga sugli appalti come grimaldello per scardinare il piano regolatore e, sul modello dei Mondiali di nuoto, costruire centri sportivi e villaggi residenziali nella campagna intorno alla capitale. Altri contratti potrebbero arrivare con il trasferimento del gran premio di Formula 1 a Roma, oltre agli interventi collaterali che accompagneranno le grandi opere considerate strategiche per il futuro, come il ponte sullo Stretto o le centrali nucleari.
Bertolaso ha trasformato la Protezione civile in una macchina per creare consenso. Anche tra gli imprenditori. Basta leggere i bilanci della società privata che dal 2001 in poi ha vinto tutti i principali appalti per l'organizzazione finale dei grandi eventi. È una srl con appena 35 mila euro di capitale. Si chiama Gruppo Triumph e ha sede a Monte Mario a Roma. A capo del gruppo c'è una ex interprete dell'ambasciatore Usa in Vaticano, Maria Criscuolo, 47 anni, ben addentro al potere. Dal centrodestra al centrosinistra. Da Gianni Letta a Walter Veltroni. E anche nella Santa Sede. Maria Criscuolo guadagnava bene già nel 1994, con un fatturato in lire equivalente a 632 mila euro. Spiccioli rispetto a quanto fattura ora: 28 milioni 32 mila 705 euro, secondo i bilanci 2008 delle sue società a responsabilità limitata.
Guido Bertolaso non bada a spese quando c'è da fare bella figura. Per il vertice Nato-Russia del 27 maggio 2002 a Pratica di Mare, alle porte di Roma, la Triumph di Maria Criscuolo incassa dalla Protezione civile 7 milioni 45 mila euro soltanto per le attività connesse all'organizzazione, gli allestimenti, la ristorazione, le fotocopiatrici, gli interpreti. Per preparare i due giorni di incontri, a cui partecipano Vladimir Putin e George Bush, il dipartimento di Bertolaso firma contratti per 36 milioni 284 mila euro. E nel resoconto non mancano cifre curiose. Come i 74 mila euro per il "facchinaggio da Pratica a Castelnuovo e trasporto statue": 69 chilometri al costo di 1.072 euro a chilometro. Oppure il milione di euro per il taglio di prato e siepi, i 662 mila per la "riqualificazione del circolo ufficiali", i 21 mila per la "pedana per giornalisti", i 457 mila per la "consultazione dei notiziari di agenzia", i 42 mila per gli "annunci viabilità", i 17 mila per la stampa di menù e inviti.
Nel settore Maria Criscuolo ha la stessa fama di Michael Schumacher. Continua a vincere. Sono consulenze che pagano bene. Firmano contratti con lei ministri ed ex: Roberto Maroni, Franco Frattini, Antonio Martino, Altero Matteoli, Gianni Alemanno, Rocco Buttiglione, Giuliano Urbani, oltre al presidente dell'Istituto per il commercio estero, l'ambasciatore Umberto Vattani con cui allestisce il G8 di Genova.
Il 7 dicembre 2007 un alto ufficiale delle forze armate che lavora a Palazzo Chigi scrive su due fogli e sigilla in due buste i nomi di chi vincerà l'appalto per l'organizzazione del G8 2009. È una specie di scommessa tra colleghi. Berlusconi è all'opposizione e in quel periodo il presidente del Consiglio, Romano Prodi, vuole portare il vertice alla Maddalena. Bertolaso fa propria l'idea. Anche se la sua nomina viene firmata da Berlusconi il 7 settembre 2001, la sua formazione professionale cresce nel centrosinistra come vicecommissario per il Giubileo del 2000, accanto a Francesco Rutelli, commissario e sindaco di Roma. Ma il suo padrino politico è Giulio Andreotti. Come ripete più volte ai suoi collaboratori, Bertolaso è diventato Bertolaso grazie agli insegnamenti dell'anziano leader democristiano che il capo della Protezione civile chiama pubblicamente "zio Giulio". Un rapporto nato quando Andreotti era presidente del Consiglio e Guido, laureato in medicina, un giovane assistente del suo seguito.
Tra il 2008 e il 2009 la Protezione civile indice le gare e assegna gli appalti per il G8 dell'estate scorsa. Le buste sigillate con le previsioni sui vincitori non hanno nessun valore legale. Ma l'alto ufficiale e i suoi colleghi, che chiedono l'anonimato, indovinano con mesi di anticipo. Il contratto ultramilionario e riservato per il vertice della Maddalena, poi trasferito a L'Aquila, lo vince ancora una volta la Triumph. E dal 23 settembre scorso, sul sito Internet della società già si guarda avanti: "La dottoressa Maria Criscuolo, presidente del Gruppo Triumph", è scritto, "è stata inserita da Eduardo Montefusco, vicepresidente dell'Unione industriali di Roma, nel comitato tecnico di Expo 2015".
Le scommesse a Palazzo Chigi azzeccano anche chi sarà il coordinatore del G8 per la Protezione civile. È Marcello Fiori, 50 anni il mese prossimo, promosso dirigente generale della presidenza del Consiglio con un salto in avanti di diverse posizioni. Fiori ha una laurea in lettere e nessuna esperienza con alluvioni e terremoti. Un passato di portavoce dell'Acea, l'Azienda elettrica di Roma, nel 2007 è segretario generale del ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni. Il suo nome appare il 22 marzo 1999 in una lettera di raccomandazione firmata da Francesco Rutelli, di cui allora è vice capo di gabinetto. Il sindaco-commissario per il Giubileo chiede al segretario generale della presidenza del Consiglio, Paolo De Ioanna, di affidare a Fiori l'incarico "di coordinare le attività nell'azione di lotta al degrado ambientale, ai fini della salvaguardia del decoro nella città di Roma".
Sospinto da Rutelli e Bertolaso, farà strada. Fino ai rifiuti di Napoli. Prima però Fiori diventa responsabile dell'ufficio emergenze della Protezione civile. La notte del 26 dicembre 2004 la sala operativa di via Vitorchiano lo sveglia per avvertirlo del fortissimo terremoto registrato dai sismografi di tutto il mondo e del successivo maremoto. Dove? In Indonesia, rispondono dalla sala operativa. Va bene, buona notte. Qualche ora dopo Gianni Letta, chiamato dal ministero degli Esteri, butta giù dal letto Bertolaso che ancora non sa nulla. La regola prevede che sia il capodipartimento ad informare il governo. Questa volta succede il contrario. Ci sono migliaia di turisti italiani ed europei di cui non si hanno più notizie. Bertolaso vuole fare tutto da solo. Gestisce i soccorsi e i 16 milioni e 156 mila euro raccolti dagli italiani con l'idea degli sms. Snobba perfino il ministro degli Esteri.
Il capo della Protezione civile fa decollare due Canadair del servizio antincendio, Can 23 e Can 24. Sono aerei inadatti alle operazioni di lungo raggio. Non superano i 365 chilometri orari di velocità e le 6 ore di autonomia. Quanto tempo impiegano per arrivare in Sri Lanka lo racconta una scheda sul sito della presidenza del Consiglio: "Partiti dall'Italia il 31 dicembre e arrivati a destinazione dopo quattro giorni di volo". L'aereo è progettato per scaricare acqua. Non ha spazio per trasportare materiali. Così a ogni missione vengono recapitate soltanto 6 tende. Alla fine i piloti accumulano 452 ore di volo di cui 59 ore per distribuire soltanto 250 tende. Al costo di esercizio di un Canadair: 14 mila euro l'ora.
Guido Bertolaso non parla mai più del dovuto. Quando davanti al consiglio comunale della Maddalena un rappresentante del Pdl critica i metodi di affidamento degli appalti, lui lo interrompe: "Lei è pregato di misurare le parole... Io posso anche fare direttamente degli esposti alle autorità competenti, per le affermazioni ingiuriose nei confronti di un rappresentante del governo. Sia ben chiaro". Così nemmeno in quell'occasione il capo spiega perché la Protezione civile abbia invitato alle gare per il G8 e per i mondiali di nuoto proprio la famiglia di un imprenditore, Diego Anemone, 38 anni, in società con Filippo Balducci, 30 anni, figlio di Angelo: cioè il soggetto attuatore degli appalti che dal 2003, dall'emergenza Gran Sasso, al 2008 fa coppia fissa con Bertolaso nell'applicazione delle ordinanze di urgenza.
La sua Protezione civile si occupa nel frattempo della canonizzazione di padre Pio (2002), di quella del fondatore dell'Opus Dei, Josemarìa Escrivà de Balaguer (2002), dell'incontro nazionale di Azione cattolica a Loreto con il papa (2004), dei funerali del papa (2005), della regata Vuitton Cup a Trapani (2007), dell'incontro a Loreto con il nuovo papa (2007), dei mondiali di ciclismo a Varese (2008), dei Giochi del Mediterraneo a Pescara (2009) e del 150 anniversario dell'Unità d'Italia (da celebrare fino al 2011). Tra feste e raduni, nonostante l'Abruzzo sia tra i territori più aggiornati nel censimento degli edifici pubblici a rischio sismico, il protocollo di prevenzione tra Regione e Protezione civile viene lasciato scadere (2008). E il 6 aprile a L'Aquila abbiamo visto come è andata a finire.
Meglio affidare la prevenzione delle catastrofi ai collaboratori esterni? Sembra di sì: infatti sono passati dai 113 del 2008 ai 199 di quest'anno. Quasi il doppio. Un po' per la ricostruzione a L'Aquila, un po' per le voci che prevedono un'infornata di trecento assunzioni nella nuova Protezione civile servizi spa. Ma anche loro devono dividersi. Come Flaminia Lais, messa per metà del tempo a lavorare sulle frane del 2007 in provincia di Messina e l'altra metà sui grandi eventi. Nel 2008 l'emergenza messinese può contare anche su Gilda Miele, Fabrizia Spirito e Maria Anna Tortora. Quattro donne, 24 mila euro a testa Quest'anno i collaboratori per Messina e provincia salgono a quota sette. Cinque però hanno il compito di "far fronte ai problemi del traffico". Gli altri due possono dedicarsi agli "eccezionali eventi atmosferici" del 2007: nessuno però verifica che l'allerta meteo dell'ottobre 2009 nella stessa zona sia tradotta in uno sgombero preventivo di Giampilieri, Scaletta Zanclea e Altolia. Sei mesi dopo l'allarme mancato in Abruzzo, altri trentasei morti. E questo è nulla rispetto agli scenari custoditi negli armadi del dipartimento.
Esistono modelli in grado di stabilire il numero delle vittime di un terremoto, in base al materiale e all'anno di costruzione di case, uffici, scuole e ospedali. Se oggi si ripetesse il sisma di Avezzano del 1915, i morti e i feriti sarebbero 22.448. Gli sfollati 385.784. E i danni supererebbero i 20 miliardi. Nel caso di un terremoto e un maremoto a Messina come nel 1908, ci sarebbero 112.312 morti e feriti, 399.675 senzatetto, 25 miliardi di danni. Con onde che distruggerebbero il porto ed entrerebbero nella città per 350 metri. Sulle pagine di questi rapporti riservati, una piccola nota spiega che il danno economico è stato calcolato in base a un costo di ricostruzione di 820 euro al metro quadro. Per gli alberghi del G8 mancato alla Maddalena, gli uomini di Guido Bertolaso hanno invece autorizzato costi di costruzione di 4.345 euro al metro quadro. Ecco la differenza tra una e l'altra Protezione civile.
Con l’accetta, maneggiata dal ministro leghista Roberto Calderoli, del solito emendamento alla legge finanziaria si è inferto, da Roma, un taglio secco al numero dei consiglieri comunali, si sono decapitate le circoscrizioni e i difensori civici, si è rattrappita l’autonomia di ottomila Comuni. Anni di dibattito politico azzerati di colpo. L’alibi? Ridurre il costo della politica.
Risibile perché il “risparmio” è molto relativo, mentre ben altre economie si sarebbero potute ottenere agendo sui 945 parlamentari e su migliaia di consiglieri e assessori regionali. Molti dei quali pagati svariate migliaia di euro al mese. Contro i 19 euro lordi a riunione (una volta o due al mese) dei consiglieri dei Comuni minori e il costo minimo degli eletti nelle circoscrizioni il cui incarico poteva essere reso gratuito evitando di abolire lo stesso decentramento di quartiere. Alla faccia della partecipazione e dello spirito federale.
In realtà alla Lega Nord importa la secessione di intere regioni del Nord e non un’Italia federale poggiata sulle autonomie. Ma pure agli altri maggiori partiti poco sembra interessare il ruolo dei Comuni. Ho sentito in tv protestare vibratamente soltanto l’on. Bruno Tabacci, ex Udc oggi rutelliano, esponente dell’autonomismo cattolico. Gli stessi eredi del Pci, all’epoca sensibile al ruolo delle assemblee elettive, non hanno espresso dissensi molto avvertibili. Hanno reagito i piccoli gruppi, come i Verdi di Angelo Bonelli che ha accusato Pdl e Pd di voler “monopolizzare” i consigli comunali.
Logica coerente
In effetti la riduzione del 20 per cento inferta dal centro al numero dei consiglieri (e di conseguenza degli assessori) inciderà pesantemente sulla pluralità della rappresentanza democratica: i consigli con 40 componenti, ad esempio, scenderanno a 32, quelli con 30 a 24, togliendo quasi ogni spazio ai gruppi minori (per lo più di sinistra) e alle liste locali, cioè a presenze che hanno spesso animato la vita politica locale. E’ il logico proseguimento, a livello comunale (le Province per ora ne sono fuori), della “porcata” calderoliana imposta nell’elezione di un Parlamento dal quale i piccoli gruppi sono assenti e i 945 presenti sono stati designati dai partiti e non più eletti col voto di preferenza.
Si poteva attendere di discutere la Carta delle Autonomie. Invece, dal centro e col rozzo strumento della legge finanziaria, si è dato uno schiaffo palese alle Regioni alle quali la Costituzione assegna la materia degli Enti locali. Per la quale, invero, poco e con poca creatività esse hanno fatto. Alcune hanno esteso fino al mare le Comunità Montane (oggi tutte con meno fondi) le quali invece svolgono un utile ruolo di aggregazione per i tanti micro-Comuni delle terre alte.
I “risparmi” in consiglieri (circa 35.000 posti) si avranno soprattutto in Lombardia e in Piemonte, nelle regioni cioè con la più alta polverizzazione municipale: la sola Lombardia conta 1.546 Comuni e quindi molte migliaia di consiglieri. Il Piemonte allinea oltre 1.200 torri municipali. E’ una secca riduzione dell’autonomia dei Comuni e delle stesse Regioni, e viene da lontano. Viene dalla legge che ha immesso nel sistema italiano, partendo dai “rami bassi”, una forma presidenzialista con l’elezione diretta dei sindaci e poi, via via, delle altre istituzioni. Ma così – si obietta – si è garantita stabilità alle amministrazioni. Certo, e però i consigli comunali sono stati declassati a pura cassa di risonanza. Prima disponevano di poteri a volte eccessivi. Oggi non contano quasi nulla.
Il caso Moratti
Temi di primaria importanza non passano più dai consigli, ma sono semplici atti di giunta. Davanti alle telecamere di “Report”, il sindaco di Milano, Letizia Moratti, si è, in pratica, vantata di comparire in consiglio comunale tre volte l’anno e di non rispondere, di fatto, ad un centinaio di interrogazioni consiliari.
Anni fa sarebbe successo il finimondo. Non a caso, allora, le sedute erano spesso affollate di cittadini. Oggi che senso avrebbe? Con la riduzione del 20 per cento dei consiglieri, si rattrappirà l’arco stesso della rappresentanza, si spegneranno ulteriormente il dibattito e l’interesse dei cittadini.
Aboliti nelle città piccole e medie i consigli circoscrizionali, abolito i difensori civici, la partecipazione democratica dal basso sarà un ricordo lontano: di quando la sinistra dc si batteva per essa con forza, il Partito socialista, con Aldo Aniasi e Carlo Tognoli, parlava di Repubblica delle Autonomie e il Partito comunista portava ad esempio di democrazia le assemblee elettive locali. Tutto questo con una Lega Nord che dovrebbe essere federalista e che invece ha lasciato scippare ai Comuni l’Ici (compensata solo in parte dal centro), ed ora, sempre da Roma, li spoglia di un altro pezzo di autonomia decisionale.
Al Pd vien da chiedere: non sarebbe stato “alternativo” differenziarsi a fondo da questo governo-azienda che devitalizza la democrazia a colpi di commissariamenti straordinari e di finanziarie penalizzanti per le rappresentanze di base?
Al posto dei filari che con perfezione geometrica scalano in verticale le colline e le solcano come tanti graffi sulla pelle, ecco di nuovo i terrazzamenti, un po’ più arruffati, che vennero abbandonati dagli anni Sessanta, sbancati con i Caterpillar e sostituiti da sistemi di coltivazione che chiamano a "rittochino", più agevoli per i potenti trattori.
Anche Paolo Socci piallò le colline dove da decenni la sua famiglia faceva il vino. «Così si deve fare ora, dicevano tutti. E così feci anch’io». Poi si accorse che, oltre ad aver stravolto un assetto di paesaggio che durava da secoli, quel sistema da agricoltura industriale riduceva i costi, è vero, ma il vino che veniva fuori non era buono come un tempo. Sulle piazze internazionali sbarcavano bottiglie provenienti dall’est europeo o dal Sud America che, Chianti o non Chianti, scalzavano i concorrenti.
E allora si mise a studiare le tecniche tradizionali, si confrontò con l’urbanista Paolo Baldeschi, che stava elaborando un progetto di tutela dell’intero Chianti fiorentino, e capì una cosa importante: il paesaggio del Chianti era un paesaggio storico, anzi, culturale, nel senso che aveva ben poco di naturale, ed era esattamente il prodotto di una serie di adattamenti selezionati nel tempo e di regole produttive tutte orientate a ottenere un vino buono. Risuonavano nella sua memoria le parole di Emilio Sereni, quelle sul paesaggio come costruzione cosciente di una comunità, da cui discende che ogni comunità ha il paesaggio che si merita.
E così Socci invertì la rotta. Chiese e ottenne un contributo attraverso il Piano di sviluppo rurale della Toscana, che recependo norme nazionali e comunitarie favoriva la tutela dei paesaggi, e iniziò a restaurare le terrazze, segnalate qui fin dal Settecento, o a costruirle ex novo, ma con le tecniche antiche e recuperando un geniale sistema di drenaggio. Le terrazze evitano il dilavamento del terreno causato dalle piogge, che invece è favorito dal "rittochino" e dai trattori che salgono e scendono dalle colline. L’erosione, oltre ad agevolare il dissesto in caso di grandi piogge - è un fenomeno che interessa tutto l´Appennino - , fa scivolare giù la sabbia, che è essenziale per le viti ad alberello e che le terrazze, invece, custodiscono. L’erosione, inoltre, diminuisce la fertilità del terreno e impone i concimi chimici. E non è tutto: le pietre dei muraglioni sono una specie di radiatore, trattengono il calore del sole e lo rilasciano lentamente, favorendo una giusta maturazione dell’uva. Maturazione che le terrazze agevolano anche perché i filari sono orientati da Nord a Sud, e quindi incamerano più sole rispetto al "rittochino".
«Tutti questi sistemi allungavano le ore di fotosintesi», racconta Socci. «Poi sono arrivati i vigneti standard dell’agricoltura meccanizzata, venduti come un kit di montaggio». Ora sono pronte le prime bottiglie con le uve nate lungo i ciglioni della collina. Il vino si chiama "Antico Lamole. San Gioveto Terrazzi". Niente etichetta, scritto a mano. Insieme a Socci, altri proprietari di Lamole hanno o ripristinato o realizzato muraglioni a secco che seguono in orizzontale il tracciato delle colline. Non tutti abbandonano il "rittochino", ma intanto il paesaggio di Lamole va riacquistando l’antico aspetto. «Restaurare il paesaggio», dice Mauro Agnoletti, professore di agraria a Firenze e curatore del Catalogo dei paesaggi rurali storici (dove figura anche Lamole), «non è solo un’operazione estetica, pure indispensabile visto il valore che queste colline hanno assunto. Ma incontra un’esigenza della futura agricoltura: un prodotto ha più forza sui mercati se è riconducibile a una storia e a un luogo e se è il frutto di tecniche specifiche».
Socci si fa aiutare da boscaioli che vengono da Laviano, in provincia di Salerno, il paese distrutto dal terremoto del 1980, e da Rocco Falivena che di Laviano è il sindaco. Ma se per l’avvio dei lavori sono arrivati contributi pubblici, per la manutenzione non ci sono erogazioni. Il Piano di sviluppo rurale nazionale 2007-2013 stabilisce che il paesaggio è elemento essenziale per una buona agricoltura e ha dato alle Regioni la possibilità di finanziare progetti di recupero e di promuovere prodotti legati a questi paesaggi. Ma non tutte le Regioni si sono attrezzate. E senza sostegni, questo tipo di agricoltura e di paesaggi stentano.
Titolo originale: An Italian City Shaken to Its Cultural Core – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Le città impiegano secoli a crescere, ma possono morire in un batter d’occhio.
Dopo il terremoto che in aprile ha fatto centinaia di vittime e lasciato decine di migliaia di persone senza casa, dentro e attorno il nucleo medievale e barocco di questo centro un centinaio di chilometri a est di Roma, è stata straordinaria la reazione di emergenza. Soro accorsi volontari da tutta Italia in aiuto. Installati rapidamente villaggi di tende fuori dalla zona a rischio. Organizzati concerti per dare speranza e idea di continuità, e presto gli operai iniziavano a costruire decine di complessi abitativi fuori dalla città.
Ma oggi, poco prima della scadenza di gennaio in cui il governo regionale il ministero italiano delle cultura si apprestano a rilevare l’impegno della ricostruzione dall’organismo di emergenza, pare in gioco il futuro sui tempi lunghi di L’Aquila. Mancanza di fondi, volontà politica, buon senso architettonico, controllo internazionale — oltre all’inclinazione tutta italiana per un modo di pensare un po’ irrazionale — minacciano di portare a termine il lavoro iniziato dal terremoto.
Non sarebbe neppure il primo caso di una città italiana che non è riuscita a riprendersi da un terremoto. Dopo quello che ha colpito la Sicilia negli anni ‘60, I nuclei storici sono stati abbandonati, lasciando traccia solo nei nomi di fabbricati provvisori pensati come case di breve periodo, ma poi diventate permanenti a causa di negligenze e abbandono. A L’Aquila dovrebbe andare meglio. Si sta provando a salvare i circa 110.000 fra monumenti e operi d’arte che secondo il ministero sono stati colpiti complessivamente dal terremoto.
Ma I responsabili giudicano che ci vorranno 10-15 anni per far tornare alla normalità il centro storico, qualunque cosa possa significare, e tutti i lavori di ricostruzione compresi quelli per le abitazioni private dovranno ottenere il nulla osta dal ministero, un percorso difficile.
Prima del terremoto erano 10.000 le persone che abitavano nel centro, e altre 60.000 fuori. Se passano dieci anni, chi risiedeva nel centro e ne è stato fatto uscire forse non potrà o non vorrà tornare a L’Aquila, e le abitazioni realizzate nelle zone industriali circostanti — sinora sono stati terminati 150 edifici di ferro, legno e cemento — potrebbero aver trasformato l’area sino a renderla irriconoscibile. Bella città medievale in precario equilibrio col barocco (e anche in precario equilibrio più in generale come ha dimostrato l’effetto del terremoto), L’Aquila era anche un nodo commerciale e culturale, centro universitario. Nel giro di pochi anni, se il centro non riprenderà a vivere, potrebbe trasformarsi in poco più di un’attrazione turistica di secondo piano circondata da un indistinto sprawl.
Qualunque tipo di ripresa, in particolare una ripresa rapida, richiede miliardi di euro (almeno una decina, secondo varie stime) che devono essere stanziati in gran parte dal Parlamento italiano. Ma neppure una piccola accisa per la ricostruzione richiesta dal sindaco di L’Aquila e sostenuta da alcuni uomini di cultura, ha avuto seguito. In un paese dove i soldi sono un problema, distratto dalle polemiche da rotocalco sul suo primo ministro, i buoni risultati della fase di emergenza paradossalmente sono riusciti a diffondere l’impressione che a L’Aquila non serve più urgentemente aiuto. Per usare le parole della collaboratrice del sindaco Massimo Cialente, Michela Santoro: “Il messaggio sui media è Va tutto bene. Il che è molto lontano dalla verità”
Cialente, per quanto lo riguarda, si dà molto da fare con giornalisti e telecamere che vanno e vengono dal suo ufficio improvvisato in una ex scuola alla periferia della città, per trasmettere il medesimo desolato messaggio.
“Se non si ricostruisce in modo adeguato” — ovvero, dal suo punto di vista, rimettendo tutto com’era prima, salvo interventi antisismici — “sarà una vergogna per l’intero paese. Avremo una seconda Pompei”.
Una lamentela caratteristica. Spesso gli italiani ritengono di dover ripristinare il passato o finirne relegati. Difficile immaginare alternative.
Roberta Pilloli lavora per il Conservatorio dell’Aquila. Dopo il terremoto aiutò a trasportare I grandi pianoforti del Conservatorio fuori dalle macerie. Gli Aquilani sono fieri della loro forza.
L’altro pomeriggio, in felpa e scarpe da ginnastica stava preparando l’apertura ufficiale, questa settimana, della nuova sede della scuola, un edificio di vetro e metallo da 8 milioni di dollari in un agglomerato oltre il centro, costruito in poco più di un mese.
“Voglio che la mia casa torni esattamente come era”, ci ha detto la signora Pilloli. Stava parlando della sua piccola villetta costruita prima della guerra nel centro città, dove la sua famiglia ha vissuto per generazioni – non un tesoro architettonico, ma non è questo il punto. “E’ la mia identità”, ha aggiunto. “Adesso L’Aquila è morta e si stanno occupando solo di chiese e monumenti, ma non delle nostre case. Ma la città nel suo complesso era un monumento.”
Riguardo ai nuovi edifici di appartamenti costruiti dal governo, che sono simili al nuovo Conservatorio, Aldo Benedetti, professore di architettura a l’Aquila, ha dichiarato: “Non hanno un contesto, nessuna idea architettonica, soltanto il senso di baraccamenti militari, buttati da qualche parte”.
Pier Luigi Cervellati, professore di urbanistica a Venezia, va oltre. Ci ha detto che la ricostruzione dovrebbe concentrarsi nel far tornare i residenti nel centro più rapidamente, non sulla costruzione di abitazioni alternative, o sulle chiese e i monumenti o i centri commerciali. “Un centro che è lasciato vuoto per anni, muore”, ci ha detto “Queste nuove case che stanno costruendo nei sobborghi sono costosissime e non restituiscono senso urbano. Sono come i terminal di un aeroporto. Non hanno anima. Il rischio è che il centro divenga un non-luogo”.
Coloro che abitano nei nuovi appartamenti, in un primo tempo grati di aver un posto qualsiasi, stanno già lamentandosi per la mancanza di spazi, negozi, campi sportivi e ogni altro luogo di aggregazione sociale.
Non ci vuol molto perchè dopo un disastro come questo la gratitudine ceda il posto all’impazienza e alla sfiducia. Voci di corruzione e tangenti stanno naturalmente ingrossandosi. Il Conservatorio è costato circa tre volte più dei previsti 3 milioni di dollari del conservatorio con sala concerti proposto da Shigeru Ban, il famoso architetto giapponese. Gli Aquilani come il professor Benedetti, si stanno chiedendo perchè.
Quale è la soluzione? Anche mentre le bombe stavano cadendo su Londra, durante il blitz del 1940, gli urbanisti inglesi immaginavano visioni di una nuova Londra postbellica. Le calamità diventano un’opportunità per sognare. In assenza di una forte guida di indirizzo, di regole urbanistiche severe o di assemblee cittadine dove i cittadini possano lottare con forza per il futuro de L’Aquila, rimane solo il senso crescente che l’opportunità si sta squagliando. Ma l’opportunità esiste ancora, forse ricollegando assieme la nuova architettura con l’antica, come si fece all’Aquila dopo il terremoto del 1703, quando la città divenne quella famosa del Barocco che ora tutti vogliono preservare come se fosse sempre stata così.
Non come città perfetta, ma reale, viva, L’Aquila potrebbe ancora diventare un modello per un nuovo tipo di centro storico del 21° secolo in Italia.
Ma il tempo sta scorrendo inesorabilmente. Recentemente, mentre visitavo la Chiesa parrocchiale di Santa Maria Paganica, in rovina, dove il tetto è crollato e una surreale montagna di macerie sta crescendo all’interno, addosso ai finestroni , mi sono imbattuto in un archeologo del ministero dei beni culturali che stava catalogando ogni frammento e che ha perso mezz’ora in mezzo al freddo polare e alla neve per discutere con Michelangelo Saporito, un vigile del fuoco che lavora per la protezione civile. Il signor Saporito, è venuto dalla Sicilia in maggio, cinque giorni dopo la nascita del suo secondo figlio: voleva aiutare. Quella mattina stava mostrando la chiesa ad un visitatore, come aveva già fatto parecchie volte quel giorno con altri visitatori, ma aveva dimenticato di portare il consueto tagliando del permesso.
La burocrazia e le priorità sbagliate hanno affondato il progresso. Sembra una metafora.
Il signor Saporito ci ha detto sospirando: “Ecco il problema”.
[alla redazione dell’articolo ha contribuito Gaia Pianigiani]
Non passa convegno italiano sul trasporto merci e sulla logistica nel quale non si esprima, da parte di un coro quasi unanime di politici, operatori e di esperti, l'orientamento e la volontà di incrementare la quota di mercato della modalità ferroviaria rispetto alla soluzione, largamente dominante, del "tutto strada".
Eppure, nonostante queste reiterate dichiarazioni di indirizzo, continua a succedere esattamente il contrario. Evidentemente, esistono ragioni strutturali che inducono a consolidare uno squilibrio modale che caratterizza, ormai da diversi decenni, il mercato del trasporto merci nel nostro Paese.
Proviamo ad individuare le principali motivazioni che stanno alla base di questo assetto del sistema di trasporto italiano. In primo piano c'è un approccio dislessico alla politica nazionale dei trasporti, in quanto, mentre si dichiara di voler perseguire l'obiettivo di un riequilibrio modale, ci si ostina a fare esattamente l'opposto:
le politiche pubbliche continuano a sostenere con incentivi statali, per importi pari ogni anno a diverse centinaia di milioni di euro (la cui quantificazione è oggetto polemica in quanto nemmeno sul valore esatto della contribuzione è facile trovare accordo tra gli osservatori), il trasporto merci su gomma, mediante provvedimenti che si ripropongono in ogni Legge Finanziaria da più di due decenni a questa parte, con svizzera puntualità che prescinde dall'orientamento politico dei Governi che si sono succeduti nel corso di questi anni; per tali provvedimenti l'Italia è stata già condannata diverse volte dinanzi alla Corte di Giustizia della Unione Europea, per impropri aiuti di Stato rispetto vigenti alle normative comunitarie; in altri Paesi europei, come l'Austria e la Svizzera, non solo non si assumono provvedimenti di incentivazione del trasporto su gomma, ma anzi vengono varate azioni restrittive per la circolazione dei mezzi pesanti;
di converso l'Italia è tra i pochi Paesi che non sostengono con incentivi pubblici l'intermodalità, con l'eccezione di alcuni provvedimenti di carattere regionale, varati dal Friuli Venezia Giulia, dalla Campania, e, più di recente dall'Emilia Romagna; si tratta però di gocce nel mare, se si considera che la sola Svizzera destinerà al finanziamento della intermodalità nel corso del 2010 157 milioni di euro.
Accanto alla palese contraddizione delle politiche pubbliche, si affianca una dislessia nelle scelte di investimento infrastrutturale, che a parole perseguono la linea di favorire la soluzione ferroviaria per il trasporto delle merci, salvo poi ad inseguire solo la retorica dell'obiettivo, mancandone completamente la sostanza.
Facciamo l'esempio del quadruplicamento delle linee ferroviarie principali del nostro Paese, realizzato secondo la formula dell'"alta capacità”, attrezzando quindi le nuove linee secondo standard adeguati anche al transito dei treni merci. In questo modo, l'opera è certamente costata molto di più rispetto alla sua realizzazione con l'esercizio per i soli treni passeggeri, avendo dovuto adottare, nella fase di progettazione e di realizzazione dell'opera, criteri adeguati anche al transito di convogli merci.
Ma, avendo per il momento fissato il pedaggio di accesso alla nuova rete per i treni merci ad un valore incompatibile con la capacità economica di questo segmento di mercato (circa 6,5 euro a treno/km per i treni merci sulla nuova rete, rispetto ai circa 2,5 euro a treno/km per la rete tradizionale), si è solo raggiunto l'obiettivo di far costare di più l'alta velocità senza dare un sostanziale vantaggio aggiuntivo per l'incremento di capacità infrastrutturale dedicato al trasporto delle merci nel nostro Paese.
Intanto, si continuano a non realizzare, o a rimandare nel tempo, quelle “piccole opere” nei nodi infrastrutturali, ed in particolare nei porti, nelle grandi aree metropolitane, nelle linee di adduzione ai grandi scali merci ed ai valichi, che potrebbero portare effettivo ed immediato vantaggio in termini di sbottigliamento delle reti e dei corridoi a maggiore vocazione per il traffico merci.
C'è poi l'approccio dislessico alla liberalizzazione ferroviaria: anche in questo caso molta retorica e poca attenzione ai fatti economici. L' incumbent (vale a dire l'operatore ex monopolista del trasporto ferroviario delle merci, Trenitalia Cargo) registra strutturalmente una forte perdita a conto economico, e quindi non c'è da ripartire tra i nuovi entranti una rendita del monopolista.
Al più, come sta accadendo, c'è da erodere qualche nicchia di maggiore attrattività economica, in un mercato come quello ferroviario nazionale, abituato piuttosto alla paradossale rendita del consumatore, soprattutto per alcuni segmenti di mercato, come quella della intermodalità terrestre nazionale.
Nonostante gli adeguamenti di prezzi adottati negli ultimi anni da Trenitalia Cargo, su questo segmento di mercato il prezzo di vendita è ancora al di sotto del costo di produzione dell'operatore più efficiente. In queste condizioni, è evidente che non esistono le condizioni perché si possa sviluppare un mercato sostenibile: andrebbero quindi adottate politiche di accompagnamento, di duplice dimensione:
da un lato trasparenti incentivi pubblici alla intermodalità, per consentire che il mercato raggiunga un prezzo sostenibile per gli operatori ferroviari in concorrenza, dall'altro politiche industriali a sostegno della ristrutturazione industriale dell'incumbent.
Se vogliamo che l'Italia disponga ancora di una rete nazionale di servizi per il trasporto delle merci, soprattutto nelle regioni meridionali del Paese, sarà indispensabile non solo favorire la liberalizzazione del mercato, applicando con rigore le regole comunitarie, ma anche incentivare comportamenti di miglioramento della produttività da parte dell'incumbent, in modo tale che la competizione si determini poi ad armi pari, in un mercato che deve crescere complessivamente, e che non si deve limitare ad erodere i pochi segmenti profittevoli oggi gestiti da Trenitalia Cargo. In caso contrario, vale da dire in mancanza di un risanamento economico e di una svolta di efficienza da parte dell'incumbent accompagnato da incentivi per rilanciare il mercato, il rischio, che si sta determinando nel corso degli ultimi due anni, è quello di un progressivo arretramento del perimetro gestito da Trenitalia Cargo, senza che intervenga un effetto di sostituzione nel trasporto ferroviario da parte di un altro operatore. L'effetto finale sarà, ancora una volta, la crescita del trasporto camionistico.
Ma, per un esercizio complesso di questa natura, bisognerebbe dismettere la retorica d'uso nei convegni, per affrontare i nodi reali e strutturali che stanno sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere le questioni per quelle che sono. Invece, di trasporto ferroviario delle merci si preferisce proprio non parlare, se non con le intenzioni di buona volontà adatte alle pubbliche occasioni, lastricate poi di pessime decisioni di politica dei trasporti.
Anche nelle discussioni di queste settimana attorno al tema dell'alta velocità, al più si sottolinea la necessità di riequilibrare il sistema per soddisfare anche la domanda di trasporto dei pendolari, soprattutto nelle grandi aree metropolitane. Le merci, che non hanno voce, continuano, ragionevolmente sempre di più, a viaggiare tranquillamente sui camion.
Fortuna che c'è la crisi a placare un po' il pressing delle ruspe. Se no, non si fermerebbero mai. Già che di suolo se ne mangiano, in Italia, quasi 250 mila ettari l'anno. E in 16 hanno costruito un'altra Torino ai margini della città, con un aumento di superficie edificata in provincia di 7.500 ettari. Dati che raccontano di un progressivo prevalere della grande e media proprietà immobiliare sui poteri di controllo degli enti locali. Di una politica non più attenta alle esigenze della collettività.
Niente di nuovo, è una spirale che affonda le radici negli anni Ottanta e ha contaminato anche la sinistra. Ma ciò che emerge nell'ultimo periodo è la capacità dei privati di imporre alle assemblee elettive la propria visione urbana (il proprio tornaconto). Mega progetti di cittadelle sportive, parchi divertimenti, villaggi residenziali in stile berlusconiano, che fanno leva sul simbolico, ma non rispondono mai a una reale domanda. Sintomo di una «bolla culturale» da cui non riusciamo a scuoterci. E, a tutto questo, si aggiungono gli strumenti di programmazione territoriale che si sostituiscono alla pianificazione urbanistica e ai vincoli che impone.
Ai tempi della giunta Novelli
«I progetti dei grandi potentati sono presentati come occasione irripetibile per assicurare un vantaggio alla collettività in termini di sviluppo economico e sociale». Lo spiega Raffaele Radicioni, uno che di urbanistica se ne intende: è stato assessore delle giunte Novelli dal 1975 al 1985. Quando si pensava a una Torino dalla struttura «a griglia» invece che radiocentrica, a rompere i confini tra centro e periferia, a trasformazioni urbane svincolate dalla rendita fondiaria, ad aprire a tutti l'elitaria collina e a ridurre il costo della casa. Allo stato delle cose, ha perso, ma alle sue idee ci tiene. E negli ultimi anni, oltre a essere l'autore del libro Torino invisibile, è stato protagonista di una lotta contro un progetto che racchiude lo scarto culturale di un'epoca. E anche le contraddizioni: «Un baratto tra pubblico e privato per costruire dove non si poteva».
È il caso Bor.Set.to, acronimo che prende il nome dai comuni che in quest'area, nella zona nord di Torino vicino alla tangenziale, si incontrano: Borgaro, Settimo e Torino. Un territorio conteso da 40 anni, che ciclicamente torna a far parlare di sé. Un polmone verde grande quanto Central Park, tre milioni e 200 mila metri quadri; l'unico spazio agricolo ai confini della metropoli. Nel passato ha fatto gola a Sogene, l'immobiliare prima del Vaticano poi di Michele Sindona, che sul terreno voleva dar luce a una «Città Satellite» da 60 mila abitanti e, negli ultimi anni, alletta Salvatore Ligresti. Il re del mattone, nonché della finanza, che - gettati alle spalle i guai giudiziari di Tangentopoli (condanna a 2 anni e 4 mesi per lo scandalo Eni Sai) - ha allungato le mani, o meglio il cemento, su Torino. Nel 2007 fu accolto con fasti dal sindaco Sergio Chiamparino. Arrivò in elicottero per la conferenza del MiTo, la manifestazione musicale tra Milano e Torino, e si incontrò in gran segreto con le istituzioni sabaude. Se ne fece un gran parlare. Sembrava che Totò avesse le mani sulla città: un grattacielo vicino a Porta Susa (accanto alla contestata Torre Intesa-Sanpaolo di Piano), dove insediare il quartiere generale di Sai Fondiaria di cui è presidente onorario, un altro lungo la Spina, la realizzazione della Biblioteca civica e il «gran baratto» del Bor.Set.to.
L'Expo di Milano sposta gli interessi
Ligresti, in quest'area, vorrebbe costruire una Falchera 2 (una delle ipotesi era di 1500 alloggi al posto del futuro parco dei laghetti). Diciamo un'edizione più à la page dell'attuale quartiere popolare, o forse per ironia della sorte una Milano 4, per la vicinanza con la futura stazione dell'Alta velocità, Torino Stura, che la renderebbe più appetibile ai palati meneghini. Adesso è tutto fermo: non è più il 2007, c'è la crisi e c'è anche l'Expo di Milano, dove si stanno concentrando le mire del patron di Sai. Il progetto rimane congelato ma non si sa fino a quando: «Probabilmente aspettano, con la fine del passante ferroviario nel 2012, le migliori opportunità immobiliari - pungola Emilio Soave, Pro Natura - perché, come ama ripetere l'assessore all'urbanistica del comune di Torino, Mario Viano, al privato si devono sempre fornire le più agevoli condizioni per investire». Ma anche nella tregua, meglio tenere le antenne ritte: «Un leitmotiv entra nel subconscio della gente come un mantra. Dicono, tanto non lo faranno mai, poi, appena l'attenzione scema, ecco le ruspe» sbotta Lucia Saglia, consigliere comunale Prc di Borgaro e animatrice del Coordinamento per la difesa delle aree Bor.Set.To.
All'inizio fu il Vaticano
Meglio raccontarla dall'inizio questa storia. «È uno dei più significativi casi di subalternità degli interessi pubblici rispetto a quelli privati», spiega Radicioni, storico membro del Collettivo d'architettura (Coar). Correva l'anno 1962 quando nacque la Urbanistica sociale torinese controllata al 71% dalla Sogene, l'immobiliare del Vaticano che nel 1963 acquistò i terreni al confine tra i 3 comuni, oltre 320 ettari, con l'intenzione - lo dimostrano gli atti d'acquisto - di costruirci la «città satellite». In aree di prima fascia agricola. Il progetto fu contrastato per 15 anni dal Pci e dalla sinistra Dc, fino a far saltare la testa del sindaco comunista Edoardo Defassi, invece favorevole. «Erano altri tempi» dice Radicioni, senza nostalgia né la celebrazione di un passato d'illusioni. Ma spiega: «Nei Settanta c'era un conflitto tra il privato, da una parte, e la cultura più qualificata e le amministrazioni di sinistra, dall'altra, che tentavano una politica di controllo e gestione del territorio».
Il cambio è nei primi Ottanta: «Maturò al termine del governo di unità nazionale e, in concomitanza, ci fu la sentenza del 1980 della Corte costituzionale: un colpo al governo delle città. Fu, infatti, rigettata la legge del 1977 sull'edificabilità dei suoli, sancendo l'illegittimità della separazione fra proprietà dei suoli e diritto di edificare». Erano anni rampanti.
Lo sbarco di Ligresti
Nel 1991 fallisce Sogene, i liquidatori vendono i terreni alla neocostituita Bor.Set.To. Azionisti sono le acciaierie Ferrero, la Coop Antonelliana (poi uscita di scena) e Valorizzazioni edili moderne, ovvero Salvatore Ligresti, che ne tirerà le fila. Prendono contatto con le amministrazioni e sondano le possibilità edificatorie. Nel 1996, le istituzioni coordinate dall'assessore provinciale Luigi Rivalta provano ad acquisire l'area per 30 miliardi. Tentativo fallito. Nel 1999, la Provincia stabilisce che, nel Piano territoriale di coordinamento, quel lembo di area metropolitana sia preservato allo sviluppo edilizio, rimanendo agricolo. Il Piano deve però essere approvato dalla Regione. E prima di essere votato passano quattro anni in cui capita un po' di tutto. Nell'«attesa» entrano in vigore due nuovi strumenti di programmazione che permettono di aggirare la pianificazione. Il primo è Urban (finanziato dal Fondo europeo) per lo sviluppo sostenibile di quartieri in crisi con l'insediamento di infrastrutture e attività produttive. Il secondo è Pruust, ideato dal ministero delle Infrastrutture, per la costruzione di una «Tangenziale verde», più o meno un parco.
«Sono il bastone e la carota ed è qui che prende piede il do ut des. Con il protocollo d'intesa del 2004 tra Comuni, Provincia e Regione - racconta Radicioni - si concede la possibilità di edificare sul 12% (271 mila metri quadrati) dei terreni, attività produttive, servizi, case, in cambio della cessione gratuita della restante proprietà (2 milioni e 7 mila metri quadri) destinata alla Tangenziale Verde». Intanto, nel 2003 il comune di Borgaro approva una variante al Prg che trasforma parte delle zone Bor.Set.To da agricole a servizi per parchi urbani e territoriali. Negli stessi anni, nasce il Coordinamento per la difesa delle aree, formato da cittadini e associazioni ambientaliste, con l'appoggio di Prc, Pdci e Verdi. «Incominciammo a elaborare un libro bianco - spiega Lucia Saglia - e a preparare un ricorso al Tar (tuttora in sospeso), perché la variante era palesemente in contrasto con il Piano provinciale».
La protesta degli abitanti
È il 2007 quando Ligresti alza il tiro: vuole quadruplicare l'area residenziale della parte torinese, spostandola da Borgaro e collocandola vicino alla Falchera: più allettante farlo qui, il villaggio, a due passi ci sarà la stazione dell'Alta velocità. C'è chi calcolò una plusvalenza di 100 milioni di euro. Ma gli abitanti scendono sul piede di guerra, da vent'anni attendono che i due laghetti del quartiere vengano recuperati in una zona da destinare a parco, così dice il protocollo. L'amministrazione Chiamparino sposa invece la linea Ligresti: i palazzi saranno costruiti a semicerchio attorno ai laghi. E il parco? Nel maggio del 2008 il costruttore siciliano fa retromarcia. Non richiede più la revisione del protocollo. Ma rimane tutto in ballo. «Le amministrazioni gli hanno fornito lo scivolo» commenta Soave. «Senza nessuna pianificazione, senza valutare se c'è bisogno di nuovi palazzi, visto che in città gli alloggi sfitti sono 30 mila».
La Variante 200
Ma così vanno le cose. Ad Albiano d'Ivrea da 10 anni parlano di Mediapolis, il parco divertimenti con tre centri commerciali davanti al castello di Masino. La società, promotrice del progetto (con sede in Lussemburgo), ha i permessi per iniziare: le istituzioni hanno pure stanziato i fondi, mancano quelli privati. A Torino, la novità è la variante 200, che oltre a contemplare l'utile linea metropolitana, prevede triplicati i diritti edificatori. E le abitazioni del nuovo boulevard della Spina 3 non sono un bel segnale. Certo, non è prerogativa torinese: in Parlamento, la proposta di legge Lupi sulla gestione del territorio introdurrebbe i privati nell'attività di scelta urbana. Per le grandi città forse è un'utopia la crescita zero, ma una pianificazione diversa è la sola strada percorribile.
Sulla vicenda di Bor.Set.To, un illuminante articolo di Raffaele Radicioni per eddyburg, del 2004
I Comuni della Val di Cornia, per decenni, sono stati portati ad esempio per i piani regolatori coordinati, redatti sin dagli anni ’70, e per l’aver previsto al loro interno la tutela di oltre 8.000 ettari di aree d’interesse archeologico e naturalistico. Da quei piani è sorto il sistema dei parchi, anch’esso attuato senza ricorrere ad Enti e con risultati che collocano questa esperienza tra i migliori esempi nazionali. Non è bastato. Disconoscendo il suo valore, le attuali amministrazioni sembrano preferire l’istituzione di un Ente parco regionale. La lista civica “Comune dei Cittadini”, nel Comune di Campiglia, ha fatto sentire il suo dissenso.
Dalla stampa apprendiamo che i Comuni hanno richiesto alla Regione di creare un “ente parco” per la Val di Cornia. Naturalmente di tutto questo non sanno nulla i Consigli Comunali, né è stato oggetto di una discussione pubblica.
Come noto, i parchi della Val di Cornia sono divenuti un punto di riferimento nazionale per l’essere stati concepiti, realizzati e gestiti direttamente dai Comuni tramite un loro soggetto strumentale. Qui non esistono enti che sostituiscono i Comuni nell’amministrazione del territorio del parco: gli obiettivi e le norme dei parchi sono contenute nella pianificazione urbanistica definita in forma coordinata dai Comuni sin dagli ’80.
L’assenza di enti intermedi, insieme alla feconda interazione con il mondo della ricerca scientifica e alla cultura d’impresa che si è formata nel management della società Parchi, è stata una delle ragioni del successo di questa esperienza. In poco più di 10 anni è stato messo in opera un sistema integrato di parchi archeologici, di musei e di aree naturali protette che ha tutelato il patrimonio, consentendo inoltre di raggiungere nel 2007 il pareggio di bilancio di parte corrente.
Senza nulla togliere alla funzione sociale degli enti parco (in molte realtà senza gli enti parco non si sarebbe protetto il territorio), si deve riconoscere che il modello adottato dai Comuni della Val di Cornia ha dato ottimi risultati. Questa è la ragione della grande attenzione che ha suscitato questa esperienza a livello nazionale. Del resto, a riprova, basta osservare ciò che è accaduto per il parco interprovinciale di Montioni dove sono occorsi 12 anni dalla sua istituzione per sottoscrivere, solo nel 2009, l’atto costitutivo dell’ente che dovrà gestirlo. Qualche riflessione andrebbe fatta.
Stupisce quindi che sia proprio la Val di Cornia a considerare oggi l’ipotesi di approdare a scenari che prevedono nuovi enti, piani dei parchi separati dai piani urbanistici dei Comuni, duplicazioni di funzioni amministrative e burocratiche. Se così sarà i Comuni rinunceranno a svolgere il ruolo di protagonisti primari della tutela del territorio che hanno avuto fino ad oggi, non senza contraddizioni. E vorrà dire che ci saranno stagioni in cui si sono fatti parchi ed altre in cui si fanno enti.
Campiglia, 19 dicembre 200
Gruppo Consiliare Comune dei Cittadini
Il cartello messo da qualche fan del comune annuncia urbi et orbi: 'Dal 19 febbraio potati 5.500 alberi!'. Tra cui, si sottolinea, '416 lecci'. Sotto la pubblicità un secondo cartello, appiccicato dai fascisti di Casa Pound. Lapidario. 'E 'sti cazzi! I cittadini di via Mastrigni vivono ancora sopra una discarica abusiva!'. Ecco qua. La diatriba un po' scurrile tra destra al potere e contestatori che più neri non si può, sintetizza alla perfezione lo scontento che serpeggia tra le strade e i vicoli della città eterna. Traffico, smog, spazzatura, trasporti e buchi nelle strade, "la Capitale più che a Milano sembra avvicinarsi sempre più a Napoli". Lo si sente dire sempre più spesso tra gli stranieri in visita al Colosseo, dai settentrionali costretti a scendere per lavoro sotto il Po e pure dai romani 'de' Roma', cittadini della capitale più degradata dell'Europa occidentale. Una vox populi che monta, passa di bocca in bocca, diventa quasi un luogo comune, praticamente certezza quando si parla di sporcizia, mobilità da manicomio e sicurezza urbana.
Non sono solo chiacchiere, ma insofferenze che trovano conforto nell'esperienza quotidiana dei forzati dell'Urbe e, soprattutto, negli indicatori formulati da studi di ricerca e istituti specializzati super partes. Al di là delle classifiche di fine anno sulla qualità della vita (in quella del 'Sole 24-Ore' Roma migliora di quattro posizioni, 'Italia Oggi' parla invece di "allarme" e la fa sprofonda dal 29esimo all'83esimo posto) i dati disegnano una città che sembra aver messo la retromarcia. O che, quando va bene, resta inchiodata sul posto.
Partiamo dal settore 'igiene e decoro'. L'Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali del Comune qualche settimana fa ha snocciolato le tabelle del rapporto annuale, dicendo, fuor di metafora, che le strade sono sporche da far schifo. L'aveva anticipato Silvio Berlusconi lo scorso maggio: "Roma sembra una città africana". Lo ripetono a novembre i cittadini intervistati dall'Agenzia: il loro indice di soddisfazione si ferma a un misero 4,4 su 10. I marciapiedi sono un letamaio perfino in centro, i cassonetti debordanti, mentre la raccolta differenziata è immobile, ancora sotto il 20 per cento. È una delle percentuali più basse registrate in Italia, nonostante i romani paghino tariffe del 35 per cento più alte rispetto alla media delle grandi città.
Viva l'automobile
Venerdì 4 dicembre. Causa mal tempo, la presenza di due cortei e di un qualsiasi piano anti-traffico, Roma si è bloccata. Accartocciata su se stessa in un delirio di macchine, scooter e taxi paralizzati nel peggior ingorgo degli ultimi anni. 'Il giorno del giudizio', recitano i titoli dei giornali locali. Un delirio che si ripete in scala ridotta altre volte nelle settimane successive, a ogni stormir di sciopero dei mezzi pubblici o per colpa di qualche goccia di pioggia. I vigili, nonostante siano stati muniti di pistola, non possono domare il Mostro, e si dichiarano sconfitti. Anche sul versante della mobilità, la Roma di fine 2009 resta anni luce da Berlino, Parigi, Londra o Madrid. Il giudizio dei residenti sulla metro è migliorato, ma la rete - che resta ridicola in termini chilometrici - per l'Agenzia non assicura "l'efficacia effettiva rispetto alle esigenze dei cittadini".
In attesa che il governo metta in piedi l'utopica colletta da 12 miliardi di euro, cifra necessaria secondo i tecnici del ministero dei Trasporti a liberare per sempre la Capitale dal traffico, quasi tutti sono costretti a ficcarsi sull'autobus e l'auto. Tram e affini (che pesano sul 70 per cento del trasporto pubblico) godono però "di scarso apprezzamento". Troppo pochi e affollati, troppo lunghi i tempi di percorrenza, troppo rare le corsie a loro riservate. Spesso congestionate di Suv e utilitarie, che complice l'apertura spesso indiscriminata dei varchi Ztl, sono le vere dominatrici dell'asfalto romano. Asfalto pieno di buche, come tradizione: archiviato mesi fa il maxi-appalto dell'imprenditore Romeo, non sono stati ancora assegnati gli otto lotti per i lavori di manutenzione ordinaria del manto stradale. Si viaggia a vista, sull'emergenza.
Risultato del combinato disposto: il pandemonio totale. E lo smog finito sopra ogni livello di guardia: secondo uno studio dell'Asl di fine 2008 mai pubblicizzato, i decessi da inquinamento 'evitabili' sarebbero migliaia. Ogni anno. Le polveri sono colpevoli di "una quota piccola ma rilevante di mortalità", e uccidono soprattutto anziani, donne e cardiopatici. L'analisi degli scienziati si conclude mestamente: "A Roma l'inquinamento ambientale costituisce un problema di sanità pubblica ancora molto rilevante". Alternative all'orizzonte non se ne vedono: secondo l'Agenzia l'urbe è "fanalino di coda nello sviluppo del car sharing", i parcheggi di scambio sono ai minimi. Anche la nuova organizzazione tariffaria delle strisce blu è disastrosa: se nel 2009 i furbi che non pagano la sosta sono rimasti stabili (circa il 12 per cento), sulle nuove strisce bianche a disco orario sono saliti al 22 per cento.
Trionfo dell'insicurezza Anche sul tema caldissimo della sicurezza non sono rose e fiori. I campi rom non sono stati ancora trasferiti fuori dal Grande Raccordo (il piano era della giunta Veltroni, Alemanno aveva promesso in campagna elettorale di rimpatriarli tutti) e i recenti episodi di violenza non hanno aiutato a rasserenare il clima. Gli effetti dell'ordinanza antiprostitute sono durati poco: le lucciole sono tornate presto sulla Salaria, sulla Colombo e sulla Tiburtina; gli eventi di via Gradoli e di Marrazzo hanno svelato la penosa situazione 'indoor' del fenomeno. Gli ultimi indicatori sono quelli dei carabinieri: nel 2009 segnalano per la provincia un calo del 12 per cento dei reati rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Molti hanno gridato al miracolo, ma secondo il sociologo Marzio Barbagli, "per capire davvero il trend, è necessario sempre e comunque analizzare serie storiche più lunghe". Miglioramenti e peggioramenti possono essere repentini e contingenti: il 2003, per esempio, è di gran lunga il periodo migliore dell'ultimo lustro, e per molti delitti il 2008 è stato peggiore del 2007.
Di certo, quest'anno è enormemente cresciuto il senso d'insicurezza dei cittadini: secondo il Rapporto Eures-Upi pubblicato a novembre, la metà esatta dei romani si sente meno protetta rispetto a 12 mesi fa. Solo un misero 4,1 per cento dichiara di sentirsi 'più sicuro'. Colpa, probabilmente, delle gesta omofobe di Svastichella e dei suoi epigoni, delle tragiche vicende degli stupri su minorenni e delle risse che caratterizzano le notti romane. Niente di strano, visto che le 'ronde' non si sono messe in moto, le periferie restano in stato di abbandono, la polizia non ha mezzi per presidiare a dovere il territorio. Intanto la criminalità organizzata si sta insediando dappertutto, da via Veneto ai ristoranti di Fiumicino: un analisi riservata della Direzione centrale della polizia criminale descrive le infiltrazione di Cosa Nostra, in particolare la famiglia Stassi e la 'ndrina calabrese dei Parrello, mentre la camorra resta campione del "traffico di droga, dell'usura, del riciclaggio, del gioco d'azzardo".
Il futuro è nero In tempo di crisi, l'angoscia principale, dice l'Eures, resta il lavoro. Le parole d'ordine sono 'sviluppo' e 'occupazione', che dovrebbero essere priorità assoluta dell'azione politica. Dal 2005 al 2008 Roma ha tenuto meglio di altre, perché strutturata da sempre sul pubblico impiego e il lavoro dipendente. Ma secondo Confindustria le prospettive per il futuro sono negative: il 5 dicembre gli economisti dell'associazione, valutando vari indicatori (dai posti di lavoro ai depositi bancari, dalla grande distribuzione alla 'consistenza' delle imprese, fino alle spese per spettacoli e alle esportazioni), hanno tolto la Capitale dalla top ten. Ora è 13 , lontana da Milano, Aosta e Bologna.
Anche il turismo, settore chiave dove lavorano decine di migliaia di romani, soffre da cani. I tourist angels, 16 ragazzi dotati di monopattini elettrici, maglietta rosa e logo Spqr spediti a Fiumicino e Termini a dare informazione agli stranieri, non hanno potuto da soli far molto. Nemmeno il promo-video firmato da Franco Zeffirelli, costato centinaia di migliaia di euro, ha cambiato il trend. Sarà la crisi economica e il dollaro debole, un Festival del cinema senza lustrini, l'Estate romana ridimensionata, la Notte bianca cancellata, fatto sta che il numero di presenze in albergo nel 2008 è crollato del 7 per cento, mentre nei primi sei mesi del 2009 (dati dell'ente bilaterale del turismo) le presenze totali sono scese di altri 5 punti.
Calma piatta pure a Natale, dove ci si aspetta circa 200 mila arrivi in meno rispetto al 2007, con un fatturato per gli hotel in picchiata, ha detto il presidente di Federalberghi Giuseppe Roscioli, "del 20-30 per cento". Se le botticelle anacronistiche (Michela Brambilla dixit), ristoranti e taxi piangono, il settore commerciale, a causa della recessione e di affitti alle stelle, non ride: più di un migliaio di negozi sono stati chiusi nel 2008, altrettanti abbasseranno le saracinesche nel 2009.
Tante promesse Alemanno è sindaco da quasi due anni. Un tempo in cui è riuscito a farsi un po' di nemici, e una schiera sterminata di delusi. Retromanno, Lupomanno, Alè-danno, re Tentenna, sono alcuni dei nomignoli con cui viene sbeffeggiato dai critici di ogni colore. "Un uomo solo al potere, circondato da una schiera di incompetenti. Un sindaco che più che a un secondo mandato lavora per diventare futuro leader del Pdl", sospettano nel Pd e congiurati del centro-destra, tendenza Forza Italia. Alemanno è accusato da più parti di governare non con atti concreti, ma con promesse e parole. Sfogliando le pagine del libro dei sogni, in effetti, c'è di tutto: un "accordo preliminare" con Bernie Ecclestone per portare la F1 all'Eur, la candidatura per le Olimpiadi del 2020, il centro città da pedonalizzare "entro 5 anni", il raddoppio dell'aeroporto di Fiumicino, il waterfront del litorale di Ostia, i parchi tematici, i campi da golf, la costruzione di case popolari, il polo turistico sulle campagne dell'agro-romano.
Annunci sfornati anche dai tanti componenti della celebre Commissione Marzano (per il restauro della sede di via Baccelli si prevedeva una spesa di 271 mila euro, più altri 30mila per gli arredi), ma mai diventati operativi. Alcune delle loro idee sono state rilanciate qualche giorno fa attraverso il Progetto Millennium, sorta di Stati generali che a maggio dovrebbero realizzare un nuovo piano strategico per la città.
Secondo le opposizioni si tratta di "fuffa pura", progetti destinati a rimanere sulla carta. Nel mondo reale, il gradimento sugli asili e l'assistenza agli anziani scende, i fondi della legge Roma Capitale non sono stati ancora ri-finanziati (gli ultimi denari li ha messi Prodi), i miliardi del Cipe per le opere pubbliche sono finiti quasi tutti al Nord. Le casse comunali piangono, e molte delle 20 società del Campidoglio sono in profondo rosso. Non solo per il 'buco' lasciato da Veltroni, ma anche per le performance mediocri delle municipalizzate, Acea su tutti. Senza l'Ici tolta dal governo, è poi mancata una fonte di gettito essenziale. Tanto che il bilancio per la prima volta da lustri non verrà approvato a Natale: si vocifera che sia in cantiere l'aumento della Tarsu, delle rette degli asili e del biglietto della metro.
Qualche euro è stato ovviamente speso, e i pochi appalti assegnati disegnano parte della nuova mappa del potere. I costruttori dell'Acer, attraverso Patrizio Furio Monaco, hanno per ora incassato la commessa da 140 milioni per la tramvia che collegherà l'Eur con Tor de' Cenci, mentre Franco Gaetano Caltagirone ha all'attivo gli accordi su Acea (oggi l'uomo forte nella ricca azienda elettrica è un suo fedelissimo, Marco Staderini). Un subappalto da circa 20 milioni per alcuni servizi dentro gli asili comunali è stato invece assegnato alla Team Service, co-proprietaria di Obiettivo Lavoro, la società collegata alla Compagnia delle Opere dentro cui è confluita anni fa la Lavoro Temporaneo, un tempo diretta dall'amico del sindaco Franco Panzironi, attuale amministratore di Ama. Emilio Innocenzi, ex presidente di Team Service, non ha però potuto festeggiare: è stato arrestato lo scorso giugno in un'inchiesta su tangenti e appalti nella sanità. Alemanno sembra voler emulare il governatore lombardo Formigoni: a un'altro consorzio vicino alla Cdo ha concesso qualche milione per il servizio di apertura, "anche forzosa", degli alloggi degli sfrattati. Si tratta di Labor, ovviamente partner anche lui di Obiettivo Lavoro.
Offresi poltrona Qualche mese fa il Comune aveva contestato 'L'espresso' perché aveva svelato come, in meno di un anno, sindaco e assessori avessero assunto 182 collaboratori esterni, per una spesa tra stipendi e oneri previdenziali di 18 milioni e mezzo. Ebbene, quei numeri erano esatti, presi pari pari dalle delibere di giunta. Non solo: Alemanno non ha smesso di assumere. Quasi un vizietto, un tic che ha contagiato anche gli amministratori messi dal primo cittadino a capo delle municipalizzate. Sommando contratti a termine e a tempo indeterminato, tra Comune, Ama, Trambus, Metro e altre società in house, in meno di due anni sono stati assunti ad personam circa 500 tra ex precari, professionisti ed esperti veri e presunti, amici, amici degli amici e famigli. Molti, ça va sans dire, con il cuore che batte a destra.
Ormai l'ufficio stampa del Campidoglio è composto da ben 64 unità, di cui 23 esterni. Una cosa mai vista prima. Segreteria e uffici di gabinetto costano come non mai. Con la scusa del risparmio i vecchi dipendenti lamentano di non poter fare più straordinari, ma di recente i magnifici 182 sono stati raggiunti da altri 25 fortunati. Il Gastone è Antonino Turicchi, nuovo 'direttore esecutivo' che pesa sul bilancio per 349 mila euro l'anno, figura che secondo Alemanno "avrà il compito di assicurare la coerenza, l'efficacia e l'economicità dell'attività di gestione". Un doppione, dicono invece i critici, del potente segretario generale Antonio Lucarelli e del (già pagatissimo) capo di gabinetto Sergio Gallo. Il 4 novembre sono stati assunti il professore appassionato di poesie Fabrizio Giulimondi (110 mila euro l'anno), Giovanni Formica, l'ex vicepresidente della Cdo di Roma Paolo Gramiccia (136 mila) e Marco Cochi (fratello del consigliere delegato allo Sport).
Non si bada a spese nemmeno all'Ama, la municipalizzata che raccoglie spazzatura, dove Panzironi ha assunto oltre 60 persone. Nonostante un rosso record che nel 2008 ha toccato i 256 milioni, un buco che ha costretto il comune ha regalare all'ente il Centro carni, mega complesso immobiliare ancora da costruire. Ebbene, all'Ama sono entrati gli amici di Alemanno come Luca Panariello, l'ex naziskin Stefano Andrini, il genero di Panzironi Armando Appetito (2.904 euro lorde al mese), Carmela Gallo (una sua omonima ha lavorato con il sindaco quando era ministro), Fabio Massimo Fumelli (licenziato dai veltroniani nel 2007 è stato riassunto con uno stipendio da 6.431 euro al mese), e decine di altri contratti a tempo indeterminato. In tutto, i nuovi stipendi viaggiano intorno al milione e mezzo l'anno. Stessa linea anche alla Me.tro spa, dove si segnalano tra le decine di assunzioni quella di un consigliere municipale di An (Giuseppe Sorrenti), di un ex candidato di Forza Italia alle comunali 2006 (Emanuele Pesciaroli) e di Giuliano Falcioni, ora autista dell'amministratore delegato, ieri taxista e sindacalista vicino all'Msi.
"Quando è troppo, è troppo" sostiene qualcuno, senza sapere che il medico personale e gran consigliere di Alemanno, Adolfo Panfili, è stato designato delegato alla Salute, mentre la di lui consorte Valeria Mangani è diventata vice-presidente della società AltaRoma. Le indiscrezioni parlano di consulenze al giornalista Enrico Cisnetto (chiamato dalla Fiera di Roma, per 'Italia Oggi' incasserebbe 280 mila euro) e all'intramontabile Maurizio Costanzo. L'anchor-man è consigliere personale per la 'comunicazione sociale', ma ha precisato che svolgerà la mansione a titolo gratuito. Speriamo: nelle casse del Campidoglio non c'è davvero più un euro.
Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, quando la popolazione della capitale è già più che raddoppiata rispetto a quella del 1870 e veleggia oltre il mezzo milione di abitanti, i borghi abusivi degli immigrati (manovali, muratori, scaricatori, popolo minuto) si chiamano “villaggi abissini”. Nei borghetti, ha scritto Mario Sanfilippo nel suo esemplare volume Le tre città di Roma, uscito da Laterza nel 1993, “si rifugiano i nuovi immigrati poveri, attratti dalla ‘febbre edilizia’, ma anche gli espulsi dalla città regolare e coloro che possono costruirsi soltanto un riparo di fortuna”. Sono gli effetti dei grandi sventramenti umbertini che Mussolini riprenderà potenziandoli, fra via dell’Impero, corso Rinascimento, Spina di Borgo, Augusteo e creando le prime borgate del regime, a cominciare da Primavalle. Nel 1911 si contano già almeno una trentina di insediamenti precari. È cominciata a Roma la lunga e dolorosa storia dell’edilizia illegale la quale ha per decenni, fino agli anni Settanta del Novecento, una radice e una ragione sociale profonda. Sulla capitale si rovesciano infatti masse di immigrati – anche centomila all’anno un quarantennio fa – che vengono dal Lazio interno misero e affamato, dal Sud, in particolare da Campania e Sicilia.
Nel 1938, quando Adolf Hitler viene in visita a Roma, il corteo ufficiale deve sfilare davanti al Verano, e allora le baracche abusive dei diseredati vengono celate da un grande pannello dipinto con pini a ombrello. Neppure il fascismo, la cui attività edilizia risulterà intensissima, riesce ad affrontare, pur coi grandi mezzi che Mussolini mette a disposizione della città-immagine dell’Impero tornato sui colli fatali, il nodo dell’abusivismo edilizio. Del resto proprio il duce ha fatto saltare i conti demografici della metropoli evitandole, caso unico, l’applicazione delle leggi fasciste contro l’immigrazione spontanea. Per emigrare, bisogna avere un lavoro e una casa e nessuno dei poveri che lasciano campagne e paesi ce l’ha. Così, rispetto al 1921, la Roma della Liberazione ha più che raddoppiato gli abitanti giunti al milione e mezzo di persone.
Nel dopoguerra, con le maggiori città ridotte spesso a macerie, il fenomeno dell’edilizia illegale dilaga in tutta Italia, anche nelle aree più sviluppate del Nord. Sono abusive intere “città della domenica” alla periferia di Milano, nei comuni della “cintura” settentrionale, come Limbiate e Paderno Dugnano, dove le chiamano “coree”, affollate di immigrati veneti, calabresi, siciliani, campani. Nel 1959 collaboro con Camilla Cederna (il fotografo è Ugo Mulas) a una inchiesta per l’“Espresso”. Passiamo attraverso incredibili periferie “spontanee” alle quali poi bisognerà portare tutti i servizi, primari e secondari. Il fenomeno, di proporzioni impressionanti, si riassorbirà, grazie all’azione dei governi e dei comuni di sinistra e di centrosinistra, soltanto negli anni Settanta. Lì come a Torino o a Venezia Mestre. Ma già sulle riviere liguri e lungo la costa romagnola o toscana l’abusivismo è diventato il grimaldello della speculazione edilizia, che fa saltare i piani regolatori e pone le basi per la cementificazione delle nostre coste. Di litoranea in litoranea, di lungomare in lungomare, dei 1240 chilometri di dune sabbiose in faccia all’Adriatico, ne sopravviveranno, alla fine del secolo scorso, appena 120, cioè meno del 9 per cento. Per la Liguria Giorgio Bocca conia sul “Giorno”, dove conduce inchieste informate e taglienti, due neologismi: “Lambrate sul Tigullio” e “rapallizzazione”.
Quando vengo, nel 1974, a lavorare a Roma, al “Messaggero”, mi occupo molto e molto liberamente di urbanistica. Vado in Umbria e lì l’assessore regionale alla partita, il comunista Ottaviani, mi garantisce che l’abusivismo edilizio, da loro. è ormai del tutto sconosciuto. È così anche al Nord che ho appena lasciato, tranne i “punti neri” di alcune riviere. A Roma invece va avanti come una fiumana: le inchieste giornalistiche del tempo fissano in 800 mila il numero dei romani i quali risiedono in case illegali. Sono quindi 800 mila stanze abusive, non allacciate alle fognature, fra l’altro, e che quindi determinano un inquinamento terribile delle marane, delle falde idriche e del Tevere. Una sorta di anti-città che viene ben descritta nel volume-inchiesta che Giovanni Berlinguer e Piero Della Seta dedicano alle Borgate di Roma, dove si dimostra, fra l’altro, che autentiche “colonie” di immigrati si sono fermate – e formate – all’ingresso delle vie consolari a Roma: campani sull’Appia, abruzzesi sulla Prenestina, marchigiani e umbri sulla Flaminia e così via. Sono gli anni dell’epos drammatico e populista dei pasoliniani Ragazzi di vita (1955) e di Una vita violenta (1959). Di quegli stessi anni è il film Il tetto di De Sica e Zavattini, uno dei più deboli forse e però da ricordare come documento cinematografico delle “case della domenica”, dell’autocostruzione nel decennio Cinquanta nella capitale, e non solo. Ma, accanto alle case, ai borghi e ai borghetti abusivi, si cominciano a sviluppare intere lottizzazioni non meno abusive che, sulla pelle dei più poveri, della stessa micro-borghesia e del Comune, si ramificano nell’Agro cementificando intere zone verdi e lucrando profitti enormi. Come testimoniano le inchieste e le fustigazioni continue di Antonio Cederna, sul “Mondo” e poi sul “Corriere della Sera”, le campagne dell’“Espresso”, di “Paese Sera” e dell’“Unità”, e i libri del sociologo Franco Ferrarotti, come Roma da capitale a periferia. Ci vorrà lo sforzo enorme delle prime amministrazioni di sinistra dopo tanti anni di sgoverno (Argan, Petroselli, Vetere) per sanare, a carissimo prezzo, la ferita immane dell’abusivismo e per dare forma di città a quella anti-città.
Nel 1984, nell’imminenza di nuove elezioni amministrative comunali, facciamo svolgere, al “Messaggero”, una inchiesta sull’abusivismo edilizio affidandola al Censis di Giuseppe De Rita. Cosa ne emerge? Che l’abusivismo “sociale” o “di necessità” è ormai poca cosa rappresentando il 4,5 per cento dell’edilizia illegale a Roma. Ecco emergere quindi i protagonisti del nuovo abusivismo romano: speculatori i quali imboccano la solita scorciatoia per costruire villoni da quattro appartamenti almeno, uno per sé, uno per gli altri membri della famiglia e due almeno da vendere o da affittare. Tutto rigorosamente in “nero”. E spesso con finanziamenti facili che venivano dal racket, dalla malavita. Ma cosa fanno i notai, le aziende pubbliche dell’elettricità, dell’acqua, del gas? Nulla di nulla.
È, per l’appunto, il nuovo abusivismo romano che viene raccontato in questo importante libro, scritto in presa diretta come una cronaca vera e viva, dalla giornalista Chiara Lico, e che ha come protagonista positivo Massimo Miglio, titolare per molti anni dell’Ufficio comunale antiabusivismo, esposto a minacce, attentati, initimidazioni e però sempre sulla breccia quando le amministrazioni di centrosinistra s’impegnano a fondo. Un dirigente essenziale, prezioso, per competenza e coraggio che invece la giunta di centrodestra guidata da Gianni Alemanno ha praticamente sollevato dall’incarico e che, per fortuna, ha trovato nuovi spazi d’azione e di tutela dell’interesse generale presso la Regione Lazio su di un territorio devastato da abusi di ogni tipo, ovunque arrivi un po’ di sviluppo, dalle città dell’interno al litorale, campo di esercitazione prediletto. Anni fa lo scrittore Alberto Moravia espose una sua insolita teoria: l’abusivismo diffuso nasceva, a suo dire, soprattutto dalla totale assenza di cultura urbana che caratterizzava immigrati meridionali i quali – gli abruzzesi in particolare – erano in origine pastori nomadi. Non so quanto fondamento avesse. Certo esiste una “cultura dell’abuso edilizio e urbanistico” che, negli anni Settanta, riguardava essenzialmente la grande area da Roma alla Sicilia e che oggi, dopo i condoni edilizi del 1984, del 1994 e del 2003 (governi Craxi, Berlusconi 1 e 2), è risalita anche al Centro-Nord dove risultava quasi estinta o comunque limitata a piccoli abusi (lo stenditoio, che diventa, ad esempio, mansarda). Una autentica tragedia nazionale. La quale ha concorso a estendere le ramificazioni del crimine organizzato, sotto forma di racket o di “assistenza” interessata.
In questo libro, utile in sé e per sé, frutto di una ricerca sul campo penetrante, è decisamente interessante l’analisi della natura dell’abusivismo romano, delle sue diverse fasi storiche nonché la descrizione dei vari tipi umani che ne sono stati o ne sono i protagonisti: l’abusivo semplice, “storico”, e cioè quello della “casa della domenica” a blocchetti di tufo; l’abusivo speculatore, i cosiddetti “speculatori mediani” che diventeranno spesso famosi come i furbetti del mattone; l’abusivo scientifico, quello che fa leva sul condono del 2003, con intenti speculativi molto mirati godendo di assistenza legale e tecnica continua (e che magari ha nel centro storico uno dei suoi terreni privilegiati di azione illegale); l’abusivo arrogante che si avvale anche di appoggi e di omertà decisamente allarmanti, di segno malavitoso. Ma non mancano pure casi stupefacenti di abusivismo “istituzionale” legato ad alcuni centri di potere politico-istituzionale che pensano di fare, più o meno, quello che vogliono. Certo è che, indebolitesi ormai le tracce di una “necessità sociale”, l’abusivismo sceglie i propri nuovi insediamenti nelle aree più pregiate della capitale, ai margini delle zone archeologiche o di grandi parchi, quello di Veio, in specie, che “entra” dentro Roma. Ma senza trascurare naturalmente l’Appia Antica dove tante sono state le demolizioni, specialmente sotto la presidenza di Gaetano Benedetto. Nel libro fanno impressione cifre da capogiro, capannoni da tre-quattromila metri cubi.
Un fenomeno che non si riesce a estirpare, anche per la progressiva riduzione (fino alla sparizione) dell’edilizia pubblica, in specie quella sociale in un Paese che è di nuovo finito ai primi posti di una classifica europea della vergogna. Un fenomeno del quale, anche per stanchezza (oggi è un po’ troppo facile, in verità), l’informazione si interessa a cicli, a ondate, senza fare il suo mestiere di scandaglio continuo, incessante, di ogni legalità, a partire da questa che somma illegalità urbanistica, edilizia, occupazionale, contributiva, fiscale, con ripercussioni negative sull’intero arco dei beni primari di una città e di un Paese. L’augurio è che una ricerca come questa – che fra l’altro contiene una cronistoria di casi di grande leggibilità e pertanto ancor più scioccante – concorra a risvegliare le coscienze intorpidite, a porre le basi per una ripresa dell’impegno civile e democratico per la legalità in generale e contro un groviglio micidiale di illegalità, di abusi, di mafiosità. Davvero in questa battaglia – che è una battaglia di civiltà – non possiamo mollare, non possiamo rassegnarci a subire il corso delle cose. Siamo sempre più i peggiori dell’Europa sviluppata e avanzata, retrocediamo agli ultimi posti. Stiamo stuprando, imbruttendo e dissipando, oltre tutto, un patrimonio di bellezza paesaggistica e ambientale che dovremmo invece conservare con la massima cura, anche soltanto per ragioni economicistiche, di tipo turistico-commerciale. Siamo stupidi e ciechi. Ma stiamo pure appannando una identità culturale nazionale, subendo quei “profani e scelerati barbari” dei quali Raffaello, primo soprintendente alle antichità dell’era moderna, denunciava nel 1519 i guasti orrendi. A forza di edilizia legale e illegale, in questi “anni di cemento” (e di asfalto), abbiamo consumato tanta buona terra agricola o a bosco e a pascolo dell’Agro Romano da far retrocedere il pur vastissimo comune di Roma dal primo al terzo posto (dopo Cerignola e Foggia) nella classifica dei comuni agricoli italiani. E senza aver affrontato seriamente l’emergenza-casa che si ripropone e che sposta i problemi della città oltre il gran raccordo anulare, addirittura oltre i confini della stessa provincia di Roma. V’è di più, in regioni ipersviluppate, come la Lombardia e il Veneto, la libertà di ogni pianificazione fondata sulla salvaguardia dell’interesse pubblico sta diventando tale che, paradossalmente, non ci sarà neppure più bisogno di costruire abusivamente. Il rapporto passa già, direttamente, fra i comuni e i maggiori detentori di aree, con la cancellazione di quella conquista di civiltà che erano stati, con la legge-ponte del 1968, gli standard urbanistici coi quali si prescriveva la dotazione, nei piani regolatori, di una certa quota per abitante di verde, di scuole materne e primarie, di strutture culturali, di quanto insomma fa della civile Europa, dalla Svezia all’Olanda, alla Germania, la civiltà dell’abitare di un popolo. Noi regrediamo ad un tale imbarbarimento urbanistico che edilizia legale e illegale finiscono praticamente per confondersi. E con un presidente del Consiglio tragicomico che, di fronte alle macerie del centro storico dell’Aquila, straparla per giorni di “new town” (poi, al solito, smentirà), pensando non a quelle volute, tanti anni fa, dai laburisti inglesi, ma alla “sua” Milano 2.
Roma, giugno 2009
Messina. Tre ore scarse di lavoro, uno sbancamento di qualche centinaio di metri quadrati, due ruspe “prese a prestito”, un cancello chiuso con lucchetto e sigillato con legature in fil di ferro, e tanti saluti. Ci si rivede il 7 gennaio. La posa della prima pietra del ponte, attesa da quarant’anni, è tutta qui. Le defezioni del premier Silvio Berlusconi prima e del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli dopo l’hanno azzoppata. Le continue puntualizzazioni del personale presente sul fatto che si trattasse dell’apertura del cantiere senza alcuna pietra da posare, hanno fatto il resto. Il ponte sullo Stretto nasce così.
Un mercoledì da leoni
“Guardi, non ci risulta che ci sia alcun coinvolgimento di Impregilo, non è prevista nessuna attività. Noi non ne sappiamo niente”. L’ufficio relazioni pubbliche di Impregilo, impresa capofila di Eurolink, l’associazione temporanea di imprese che materialmente dovrebbe costruire costruire il ponte, della posa della prima pietra non ne sa nulla. Al momento simbolico mancano una quindicina di ore. È il pomeriggio di martedì 22 dicembre. A Cannitello di cantieri non ce n’è ombra, nemmeno la rete arancione che delimita il cantiere. “A dire la verità noi non ne sappiamo granché. Ad occuparsi di tutto dovrebbe essere Eurolink. Comunque, si tratterà delle opere propedeutiche ai cantieri, messa in sicurezza e cose del genere”. Anche alla Stretto di Messina cadono dalle nuvole. Della prima pietra nessuno ne ha conoscenza, su chi la poserà c’è il più assoluto mistero. E dire che Impregilo dell’inizio dei lavori dovrebbe saperne qualcosa, visto che la sua quota di già stanziati per il ponte è di circa 500 milioni di euro, e che il suo titolo a piazza Affari a Milano ha registrato un’impennata del 3,36% alla comunicazione dell’inizio dei lavori.
In realtà, un tecnico del colosso delle costruzioni di Sesto San Giovanni a Cannitello c’è. Si chiama Paolo Brogani, e dirige i lavori sotto la supervisione dell’Anas. Che lavori? “Quelli propedeutici all’apertura dei cantieri”, è il mantra ripetuto allo sfinimento dalla decina di tecnici e addetti ai lavori presenti. Di prima pietra nemmeno a parlarne: il progetto della variante di Cannitello è ancora “sub judice”, impossibile posare prime pietre. A fianco dello spiazzo parzialmente “bonificato”, scorre la ferrovia. Se tutto va secondo i piani, tra 18 mesi scorrerà qualche metro più in alto. “Massimo 35, nel tratto di maggiore ampiezza della curva”, spiegano dall’Anas. Ad eseguire i lavori, si affannano a sottolineare i responsabili, è l’Eurolink, l’associazione di imprese capeggiata da Impregilo che ha ottenuto il ruolo di general contractor. Una notizia vera a metà. O anche meno.
Mi presti la ruspa?
Al lavoro nel cantiere ci sono due mezzi. Un escavatore rosso ed una ruspa gialla. Entrambi, nelle fiancate, hanno attaccati alla bell’e meglio gli adesivi “Eurolink Scpa”. Terminati i lavori, e stesa la rete arancione, i cingolati se ne vanno. L’escavatore giusto una decina di metri più in là, dentro un cantiere privato a spostare massi. Il proprietario, della prima pietra, non vuole saperne niente. “Sacciu nenti du ponti, ieu”, esclama allargando le braccia. La ruspa, invece, viene caricata su un camion, diretta al luogo d’origine: il terzo macrolotto dell’autostrada A3. L’eterna incompiuta Salerno-Reggio Calabria. Perché, sotto l’adesivo Eurolink, spunta il nome dell’impresa proprietaria del mezzo. Che è la Europea 92 di Isernia, al lavoro sull’autostrada in un consorzio che si chiama Erea assieme alla Ricci Costruzioni.
Il consorzio Erea fa parte a sua volta di un’associazione temporanea di imprese, affidataria dei lavori del macrolotto. Un “subappalto” dato all’Ati dal committente Anas spa, che ha pensato bene di sfruttare le economie di scala, cercare in “famiglia” e fare arrivare a Cannitello un mezzo e otto operai dai vicini cantieri dell’autostrada. Beffa delle beffe, la Europea 92, per la costruzione di una diga in Algeria ha un committente “scomodo”: la Astaldi, ditta concorrente di Impregilo nell’appalto (poi aggiudicato da quest’ultima) per i lavori del ponte. Che non inizieranno, per bene che vada, prima del 10 febbraio.
I nodi irrisolti
Guido Signorino è un economista dell’Università di Messina. In due semplici parole spiega il perché del “bluff della prima pietra”. Fino al 10 febbraio il progetto è soggetto alle osservazioni da parte dei privati. Quindi, di fatto, non esiste. Non c’è”. E, a rigor di legge, non potrebbe esserci. Il perché lo spiega lo stesso Signorino. “In origine, la bretella ferroviaria (un chilometro per 23 milioni di euro, ndr) avrebbe dovuto realizzarla Rfi. Lo diceva la delibera Cipe del 2006, che sganciava l’opera dall’operazione ponte. Era un progetto che viveva di vita propria. Senonché – continua Signorino – a luglio del 2009 una nuova delibera Cipe assegna la realizzazione alla Stretto di Messina che l’affida al general contractor. Che quindi inizierà formalmente i lavori sul ponte. E se per qualsiasi motivo poi il ponte non si farà, ci saranno le penali da pagare”. Da 390 a 630 milioni di euro, secondo il Wwf, a seconda che si consideri il 10% del valore di aggiudicazione della gara o dell’investimento totale. per un’opera che, per ammissione dell’amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci, non ha alcuna attinenza con il ponte. Per questo motivo, la regione Calabria ha impugnato di fronte al Tar la delibera Cipe del 31 luglio.
Inaugurazione a lutto
“Il 23 dicembre è una giornata importante. Non per la prima pietra, ma per i funerali di Franco Nisticò”. La giornata “campale”, la rete No ponte la celebra così. Franco Nisticò, ex sindaco di Badolato, è morto sabato 19 dicembre, per un infarto, subito dopo aver gridato dal palco della manifestazione contro il ponte il suo deciso “no” ad un’opera calata dall’alto che non ha mai ascoltato i bisogni di un territorio e di una comunità. “Qualcuno ha definito Franco Nisticò la prima vittima del ponte”, hanno concluso i responsabili della rete.
Una democrazia liquefatta, dominata dal potere carismatico del capo del governo e da due partiti «virtuali» come Pd e Pdl. Lo sguardo sulla crisi italiana di Marco Revelli - sociologo, docente all'università Orientale del Piemonte e collaboratore storico del manifesto - è attonito: «Mancano perfino le parole per dichiarare ciò che si prova e il continuo spaesamento su quello che avviene».
Proviamo a trovarle, queste parole. Alberto Asor Rosa sul manifesto del 6 e del 20 dicembre parla di «golpe bianco» e di «eterna bicamerale» sulle riforme. Mentre Ezio Mauro su Repubblica dell'11 dicembre denuncia un Berlusconi tentato apertamente dallo «stato d'eccezione».
Secondo me siamo perfino oltre lo stato d'eccezione.
A che cosa ti riferisci?
Intanto ai comportamenti di Berlusconi. Che vanno al di là della violazione delle regole fondamentali e degli equilibri istituzionali propri di uno stato d'emergenza. Ma anche alle risposte incerte e oscillanti del Pd, e alla sensazione di irrealtà che tutto questo provoca. Asor Rosa denuncia la voglia di un «golpe bianco». E' evidente che se si intende la sfida alle regole fondamentali e la minaccia politica agli assetti istituzionali è davvero così. Da mesi assistiamo all'irrisione delle istituzioni da parte del capo del governo. Berlusconi si muove al di fuori delle regole con comportamenti che solo qualche anno fa avrebbero fatto inorridire la totalità degli osservatori politici. Le provocazioni verso il capo dello stato e la corte costituzionale, l'irrisione del ruolo del parlamento, le esternazioni internazionali violentemente offensive verso le nostre istituzioni democratiche. Gli attacchi ai giudici. La novità non è che i giudici indaghino. E' che c'è un capo del governo che è chiamato in causa così tante volte e per reati così gravi, sulla base di riscontri che potranno o meno portare a una condanna, ma che non sono pure invenzioni.
E il Pd?
Il Pd, ogni volta, a caldo denuncia la gravità della cosa e il giorno dopo già la tratta come normalità. E' questa oscillazione che produce uno spaesamento radicale in cui tutto è vero e nulla è vero. In cui è la retorica del discorso politico a guidare la realtà modificandola costantemente. Questo scarto tra parole e realtà è devastante. Berlusconi alza il tiro, si direbbe consapevolmente, come parte di una strategia retorica a favore della propria onnipotenza. Dimostra che ha la possibilità di spararle sempre più grosse e di passarla sempre liscia. Può farlo perché l'opposizione è debole ma anche perché è ondivaga. Oggi lo critica e domani lo assume come un interlocutore fondamentale per ridefinire le linee generali del comune assetto democratico.
Faccio l'avvocato del diavolo. Ma Berlusconi è stato eletto dagli italiani. E al di là del suo potere mediatico ed economico tocca corde condivise da milioni di cittadini. È realismo o no trattare con lui?
Prendere atto è un conto. Trattare è un altro. L'opposizione ha diverse scelte, dalla denuncia più radicale alla normale dialettica parlamentare. Può mobilitare le piazze, battersi con durezza in parlamento, agire nelle varie sedi istituzionali, informare adeguatamente l'opinione pubblica. Oppure può dichiarare semplicemente la propria indisponibilità a dialogare su quelle basi. Di sicuro non si può contemporaneamente denunciare la gravità di quello che avviene e il giorno dopo dimenticarselo. Quello che sta avvenendo in parlamento denuncia uno scollamento spaventoso dell'opposizione con lo stato d'animo di chi l'ha votata.
E' vero però anche il viceversa. Berlusconi legittima anche chi guida il Pd. Pensa a Veltroni, che quando c'era Prodi vince le primarie e poi va a stringere la mano a Berlusconi per la nuova legge elettorale. Lo stesso, oggi, sembra voler fare anche D'Alema.
Il vero «stato di eccezione» riguarda almeno tutto l'ultimo triennio. La dialettica politica avviene in un sistema instabile, in un contesto di liquefazione istituzionale iniziato proprio a ridosso della nascita del Pd e del Pdl. E' quello il punto di cedimento strutturale della Repubblica. La nascita del Pd e, simmetricamente, del Pdl ha determinato due cose: 1) lo sconvolgimento di tutto il sistema dei partiti, con due partiti virtuali ma a pretesa egemonica che sono nati istantaneamente come se fossero un prodotto liofilizzato; e 2) la scelta prematura di Pd e Pdl, prima ancora di essere costituiti, di accordarsi per riformare l'assetto istituzionale del paese.
Basti pensare che il Pdl ha aperto solo ora il suo tesseramento...
E' nato su un predellino grazie a una decisione carismatica del suo capo. Ma anche il Pd ha fatto le sue primarie sul segretario prima ancora di nascere. E' nato in una forma plebiscitaria e burocratica insieme. L'eletto (Veltroni) era stato deciso da una burocrazia non di partito ma di partiti ed è stato poi confermato dal lavacro plebiscitario. Questi due partiti virtuali si consideravano entrambi egemonici nel proprio campo. E anticipavano in sé un bipartitismo tutto da costruire e dagli esiti incerti. Un'apertura al buio, diremmo nel linguaggio del poker.
Ma entrambi hanno fallito. Il "terribile" referendum bipartitico che ha fatto cadere Prodi, Berlusconi l'ha sabotato per non rompere con la Lega. E oggi in parlamento ci sono cinque partiti e fuori ancora di più. Di bipartitismo non parla più nessuno.
Quel fallimento ha lasciato le sue macerie. In questo vuoto esiste una sola potenza: l'azione del capo carismatico legibus solutus. E' il carisma il potere che riempie il vuoto della scomparsa dei partiti. Che capitalizza, con la forza della parola del leader, la natura di non-partito del Pdl. E svela l'impotenza di un Pd che orfano di quella strategia originaria non ne ha ancora trovata un'altra.
Però il limite di Pdl e Pd Fini e Bersani l'hanno segnalato. Il primo lotta contro il clima «da caserma», il secondo aspira a un «partito bocciofila» ma più robusto. Non è una correzione di rotta significativa?
Fini è orfano del suo partito sciolto nell'ectoplasma Pdl. E Bersani a sua volta è la vittima del fallimento di Veltroni. Ma è difficile per entrambi tirarsi su aggrappandosi al proprio codino come il barone di Münchausen. Se sbagli il varo della nave poi è difficile governarla. Non so con quali strumenti Bersani potrà rimediare al disastro.
Quale è il vizio congenito del Pd?
La fusione fredda è fallita. È un partito che si è costruito su retoriche mediatiche e ha cancellato tutte le culture politiche da cui nasceva perché le riteneva un ostacolo all'assemblaggio finale. Gli resta una struttura economica - le cooperative - e tante amministrazioni locali.
Quei sindaci-cacicchi con cui carsicamente non manca la tensione.
Senza una cultura politica condivisa è difficilissimo regolare il rapporto tra centro e periferia.
Disegni un panorama parlamentare devastato. E fuori dalle camere?
Vedo un paese politicamente arreso e moralmente anestetizzato in ampie componenti. Un paese che sta in piedi per una rete ancora fitta di persone perbene, serie, che concentrano le energie sulla propria professione - insegnante, giudice, medico, libero professionista, lavoratore... L'Italia sta in piedi grazie a chi si sforza di far funzionare ospedali e scuole, i servizi pubblici, chi fa bene il proprio lavoro. Insegnanti e giovani che ci credono ancora, magistrati che non si arrendono di fronte al potere, chi guida un treno o un tram e cerca di farlo andare nonostante le porcherie a cui assiste. Intendiamoci, ci sono anche molti sindaci e assessori che credono ancora in qualcosa anche se sono soli, non più sostenuti dai loro partiti. Conosco centinaia di iniziative locali contro l'impoverimento dovuto alla crisi. Fatte da soli, senza i partiti, con il volontariato. E non ho incontrato una sola di queste persone perbene, di destra o di sinistra, che accetti quello che sta facendo Berlusconi. Nessuno che accetti che un uomo così sia chiamato a ridisegnare il quadro democratico.
Mi sembri troppo pessimista. Non c'è neanche un raggio di sole?
Lo «stato d'eccezione» un vantaggio ce l'ha: che chi non ci sta può riconoscersi facilmente. Che i diversi si vedono l'un l'altro. Serve una nuova classe dirigente perché quella attuale ha fallito. E se vogliamo un nuovo inizio da dove si può ripartire? Dall'autoselezione dei «ribelli».
E chi sarebbero questi «ribelli»?
È l'Italia che resiste. Gli operai che difendono il lavoro, i liberi professionisti che difendono la dignità, gli insegnanti che difendono un'idea di cultura, i politici che non ci stanno, i giornalisti che non si arrendono...
Però mi pare che il tuo discorso prescinda completamente dal declino di Berlusconi. Che non è affatto onnipotente, non solo per motivi anagrafici.
Distinguiamo Berlusconi dal berlusconismo. Il berlusconismo come stile di vita ha stravinto. Anche a sinistra. Ha colonizzato le anime al di là del suo bacino elettorale. È entrato nella testa di buona parte dei politici, che accettano uno stile di comunicazione orribilmente personalizzata. Accettano un sistema che ha distrutto la sfera pubblica cancellando la distinzione col privato. Che ha celebrato il trionfo della continua auto-contraddizione e affermato la relatività di ogni affermazione. La comunicazione collettiva è guasta. E tale rimarrà anche dopo Berlusconi. Se oggi per qualche miracolo giudiziario Berlusconi dovesse farsi da parte, il carattere liquido del nostro sistema politico non verrebbe superato, anzi, si frantumerebbe in tante direzioni diverse. In un quadro così polverizzato sarebbe da verificare chi avrebbe la forza di una nuova egemonia. Non la sinistra, sono quasi sicuro. Forse una destra mostruosa, o i territorialismi, o la chiesa. Certo, la persona Berlusconi è logora. Ma dopo l'incidente a piazza Duomo si sono tutti allineati al suo stile e si sono accomodati nella sua soap opera...
Veramente tutti tranne uno...
Di Pietro. Chapeau. Di questi tempi condivido tutto di Di Pietro. Perfino il suo italiano.
Ma perché?
Perché richiama alla realtà. Pronuncia parole legate a un mondo dotato di senso.
Anche quando è un senso, come dire, "carcerario"?
Anche il carcere fa parte della realtà. Piaccia o non piaccia. Di Pietro non è di sinistra. Però evoca una dimensione in cui le cose riacquistano un significato.
Ma non è una contraddizione con quello che dicevi all'inizio? Di Pietro è il leader mediatico di un partito molto virtuale che controlla in modo padronale, altro che Bersani o Berlusconi.
Però dentro quel sistema virtuale rompe la soap opera berlusconiana con alcuni dati di realtà. Per esempio dire in televisione che un'indagine di mafia è un fatto grave, soprattutto se è coinvolto un dirigente politico e istituzionale, è certo un gesto mediatico. Ma ripristina un tratto di realtà.
Le nefandezze di questo governo sono ben rappresentate dall'Ispra, acronimo di «Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale», cosa che all'Italia serve come il pane. Oggi è un mese che i lavoratori dell'Ispra stanno sui tetti dell'Istituto in via Casalotti a Roma. In sei mesi sono stati già licenziati 430 ricercatori e il prossimo anno altri rischiano di fare la stessa fine. Eppure molti sostengono che la «green economy» è la chiave per la crescita del prossimo futuro. Ma non è solo l'ignavia della ministra dell'ambiente a pesare. «Lo Stato ammazza la ricerca», sostiene uno slogan dei ricercatori dell'Ispra. Lo Stato è questo governo che non ha trovato un po' di milioni di euro - rispetto a una finanziaria da oltre 10 miliardi - per potenziare un istituto fondamentale per l'economia italiana.
La responsabilità maggiore è, ancora una volta, di Giulio Tremonti. Ieri il ministro dell'economia nella tradizionale conferenza di fine anno ha sostenuto che è sbagliato ironizzare sui 100 milioni destinati nella finanziaria per le micro misure. Spiegando: «che ci sia una quota minima destinata dai parlamentari ai loro territori è un elemento di democrazia». Insomma, con la finanziaria blindata e i voti di fiducia si difende la democrazia.
Per Tremonti «l'Italia ha dimostrato una forte tenuta nella crisi». Quale crisi? Quella che è stata negata per quasi un anno? Quella che ora sta apparentemente alle spalle? Quella che ha fatto crescere di 2 punti in dodici mesi il tasso di disoccupazione che seguiterà a crescere anche nel 2010 e nel 2011? La crisi che in due anni ha fatto precipitare il Pil italiano di quasi il 6%, peggio di tutti gli altri paesi industrializzati? Inutile rivolgere queste domande al ministro. Tremonti, invece, seguita a lodare il suo condono tombale per gli evasori che hanno portato soldi all'estero. Parole simili le aveva pronunciate nel 2002 quando aveva varato un condono simile (poi reiterato) con la promessa di lotta senza quartiere all'evasione fiscale. Ma perché non rendere noti i nomi degli evasori?
Ieri si è vantato perché 100 miliardi di Euro (quasi 200 mila miliardi di lire) sono rientrati dall'estero. Se non fossero mai usciti e se gli evasori ci avessero pagato le tasse, staremmo tutti meglio e, forse, gli onesti pagherebbero meno tasse. Che non piacciono a nessuno, ma c'è chi le può evadere e chi no. E Tremonti, sistematicamente, tifa per chi le tasse le ha evase e a favore di un Ponte, per la costruzione del quale nessun privato ha voluto metterci un euro. Tra pochi giorni entreranno in vigore i nuovi coefficienti pensionistici. Dal primo gennaio a chi va in pensione sarà pagata una rendita inferiore del 3-4 per cento a quella che avrebbero incassato prima. E con gli anni le pensioni diventeranno sempre più magre. L'età anagrafica cresce e il sistema pensionistico non è in grado di continuare a pagare le stesse prestazioni, è la giustificazione. La soluzione: lavorare di più. Giusto. Ma come si fa? La disoccupazione giovanile è esplosa e in una fase di crisi e ristrutturazioni violente (modello Termini Imerese) i lavoratori sono attaccati con i denti al loro lavoro, non vogliono mollarlo, vorrebbero evitare cassa integrazione e licenziamenti. E per farlo si arrampicano sui tetti. Ma il governo ignora e non ammazza solo la ricerca, ma la vita di milioni di persone.
«Cambiamo aria. Andiamocene via, mi dice mia moglie. Io invece penso: aspettiamo, saranno i bambini a decidere per noi perché se qui non riparte nulla, loro dovranno per forza andarsene». Massimo parla e si tiene la testa che sembra scoppiare. Dalla notte del 6 aprile la sua vita va avanti allo stesso modo: sveglia alle 5 e 30, navetta, pullman Pescara-L’Aquila alle 6 e 30. La strada a quattro corsie corre, il caos comincia quando ti avvicini: scuole, zona industriale, centri commerciali, container che fungono da sede degli uffici, baracchine commerciali, tutto si concentra agli svincoli autostradali. Il paradosso è questo: L’Aquila è una città deserta, L’Aquila - o meglio, la “non città” che si distribuisce intorno al nucleo storico - è invivibile per la congestione del traffico.
Alla sera, quando Massimo si prepara per L’Aquila-Pescara, la testa scoppia. Il problema principale, però, da settembre non è più il suo ma quello dei suoi figli, due bambini di sette e tredici anni. Soprattutto il piccolo non ce la fa più: «Li abbiamo iscritti qui per non perdere il diritto alla C.A.S.A.». La casa su piattaforma antisismica avrebbero dovuto consegnarla per il 20 novembre circa, «invece sembra che non se ne parli sino alla fine di febbraio». Il terreno agricolo di Massimo è stato espropriato ma per la sua famiglia, che dovrebbe rientrare nelle graduatorie, non si è trovato posto. Chi gestisce le graduatorie? «Non si capisce, se vai alla Protezione civile ti dicono che è il comune, se vai al comune scaricano sulla Protezione civile». Però: «Bisogna ammettere che l’emergenza è stata gestita benissimo. Per me no, non è andata bene, ma per gli altri sì». Massimo ripete il mantra che ripetono in molti ma che non tiene insieme l’infelicità di ciascuno con il messaggio che passa a reti unificate: «L’emergenza è stata gestita bene» ma la depressione si taglia con il coltello: Roberto faceva il barista, la cassa integrazione è scaduta il 18 dicembre. E ora? «Mi arrangio in un altro bar, aspettando che il vecchio datore di lavoro decida se vale la pena di riaprire o se il nuovo possa assumermi senza pagare contributi per i primi due anni. Se tutto va male dovrò andare via».
LUCI SOLO PER LE TV
Sul corso Federico II brillano tristi lucine natalizie a beneficio delle sole telecamere (si registrava Porta a porta), perché nessuno vive qui e quasi nessuno viene a passeggiare lungo un percorso che a destra e a sinistra mostra ponteggi e macerie. Le famiglie si riuniscono dove sono, negli alberghi lungo la costa, ad Avezzano, a Pescasseroli. Nelle case assegnate, nelle caserme. Si avvicina il momento di ricordare chi non ce l’ha fatta, di stare vicino a chi è stato più colpito dai lutti. Davanti al cantiere di piazza Duomo ha riaperto la pasticceria delle sorelle Nurzia. Si forma una piccola, paziente fila per il rito natalizio dell’acquisto dei torroni. Tutto procede con difficoltà e lentezza ma nessuno si lamenta. Nella fila e al bancone, il dilemma si ripete: andarsene, partire, ricominciare la vita altrove. Oppure combattere, restare, sperare, nel decreto che posticipi le tasse, nella istituzione della zona franca che darebbe una spinta alla ripresa.
Intanto sono già 14mila le persone che mancano all’appello.Sono quelle che hanno accettato il contributo per la sistemazione autonoma e che, probabilmente, non torneranno più. Non poche in una città che faceva 70 mila abitanti. Nella villa comunale un gruppo di cittadini, insieme a sindacati metalmeccanici e centri giovanili come il 3.32 ha deciso di creare un albero di Natale: una delle piante secolari raccoglie i messaggi, i desideri, racconta di ciò che c’era e che non ci sarà più, che nessun Babbo Natale sarà in grado di portare: il lavoro per i 39 messi in mobilità della Cns, per esempio, che produceva componenti elettroniche e che ha deciso di chiudere perché, spiega la lettera che annuncia la messa in mobilità, «le cose vanno sempre peggio». Fra le cose che c’erano e non ci sono più c’è la fotografia della movida del giovedì sera, quando l’Aquila era la città degli studenti.
Un po´ di populismo, a mio parere, affiora anche in paesi diversi dal nostro. Sono tramontate le ideologie, si sono indeboliti i partiti, e personaggi come Blair in Inghilterra, Sarkozy in Francia hanno raccolto i voti per la loro personalità piuttosto che per i loro programmi. Per le sue doti personali Barack Obama, un afro-americano privo di un retroterra politico o sociale, è diventato presidente degli Stati Uniti. La straordinaria carriera di Silvio Berlusconi nella vita pubblica, senza un partito vero e proprio alle spalle, non è pertanto un fenomeno unico al mondo.
È vero, tuttavia, che ogni paese foggia il populismo (se così vogliamo chiamarlo) a modo suo, e noi stiamo vivendo da ormai quindici anni un populismo all´italiana. Un leader come Berlusconi sarebbe inconcepibile in qualsiasi altra democrazia occidentale. Le sue frasi, il suo comportamento, le sue ostentazioni sono state descritte tante volte in articoli e libri, in Italia e fuori, e si è attribuita la grande ostilità che ha suscitato in metà del paese alle cause più disparate: si è tirata in ballo, scioccamente, un´invidia atavica degli italiani verso i ricchi, o l´insofferenza, attribuita al retaggio comunista, verso le regole liberali, che prevedono l´alternanza al governo di destra e sinistra. Alexander Stille, in un articolo pubblicato di recente in queste pagine, è stato l´ultimo, in ordine di tempo, a dimostrare che il comportamento e il linguaggio di Berlusconi, oltre al suo passato e alla sua spregiudicatezza, hanno contribuito a radicalizzare la vita politica italiana. Quali che siano le cause della radicalizzazione, comunque, sono sempre più frequenti gli appelli a spegnere il fuoco, ad attenuare i toni. Tutto giusto: l´Italia ha bisogno di un governo che governi, e di un´opposizione costruttiva. Ma temo che gli appelli siano destinati a cadere nel vuoto.
C´è infatti un ostacolo insormontabile: la giustizia. Il populismo potrà anche essere, come io credo, una tendenza visibile in altri paesi occidentali; ma il protagonista del populismo all´italiana ha un passato burrascoso, e molti conti aperti con la giustizia. È proprio per difendersi dai processi, dalle "toghe rosse", dai "comunisti" delle procure che Silvio Berlusconi ha deciso quindici anni fa di fare politica. Adesso i giudici, sia pure a lento passo, col loro passo, avanzano inesorabili, e sempre più si avvicinano. Ormai incombono. La fuga dalla giustizia, dopo la cancellazione del lodo Alfano, è diventata pertanto l´ossessione di Berlusconi: gli impedisce di governare, sembra quasi che gli impedisca di ragionare. Non pensa ad altro. Per sciogliere il nodo c´è una sola strada: qualche legge ad personam, che metà del paese, se non più, giudicherebbe una grande ingiustizia, un´infamia. Singoli uomini politici di vocazione pragmatica potrebbero scendere a compromessi. Ma di fronte a nuovi abusi il paese più che mai sarebbe diviso in due; la turbolenza, invece di placarsi, sarebbe destinata a crescere.
Certo l´Italia ha bisogno di tranquillità, ha bisogno di un governo efficiente; di governanti che non siano distratti dalla guerra continua, in Parlamento e fuori. Gli appelli alla pacificazione fra un centro-destra che ha pieno diritto di governare fino al termine del suo mandato, e un´opposizione costruttiva, sono sacrosanti. Ma il ritorno a una vita politica normale sarebbe possibile, come hanno scritto negli ultimi tempi autorevoli giornali stranieri, solo se Berlusconi decidesse di uscire di scena.
Avete presente il finale di certi film western in cui il vecchio sceriffo salta sull´ultima diligenza, per affrontare le incognite e i pericoli di un viaggio avventuroso, mentre sta arrivando in città la prima scoppiettante automobile? Ecco, la scena assomiglia a quella che stiamo vivendo in questo momento in Italia, dopo il rilancio del nucleare e l´approvazione dei due decreti legislativi varati ieri dal Consiglio dei ministri.
Una «revanche tricolore», è stata definita con qualche accento di trionfalismo, vale a dire una rivincita. Ma alla fine in realtà potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro, se non proprio una sconfitta o addirittura una disfatta.
Il fatto è che - a più di vent´anni di distanza dal referendum popolare con cui la grande maggioranza degli italiani bloccò lo sviluppo dell´energia nucleare - il governo italiano rischia adesso di adottare gli impianti di terza generazione, considerati tuttora troppo costosi e insicuri, mentre stanno per arrivare sul mercato quelli di quarta generazione che dovrebbero invece affrontare alla radice il problema della sicurezza e in particolare delle scorie radioattive, favorendo perciò l´abbattimento dei costi. Al di là di qualsiasi pregiudizio ideologico, dunque, oggi la questione è essenzialmente economica: non è più una "guerra di religione", bensì una guerra di cifre e di soldi.
Si dice: l´Italia deve ridurre la dipendenza energetica dall´estero, causata dalle forti importazioni di petrolio e di gas. Giusto. Ma la verità è che il nostro Paese non ha neppure giacimenti di uranio e deve procurarselo altrove. E lo stesso uranio, come il petrolio e tante altre risorse naturali, è comunque in via di esaurimento. Si dice ancora che l´uranio, rispetto ai combustibili fossili, è più economico. Vero. Ma non si tiene conto, o non si tiene conto abbastanza, che l´energia nucleare costa molto di più per la costruzione delle centrali e appunto per lo stoccaggio e lo smaltimento delle scorie. Poi c´è la questione delle fonti rinnovabili, a cominciare dal sole e dal vento, prodigate generosamente da madre natura. Negli ultimi tempi, la lobby filo-nucleare ha promosso la tesi che l´energia atomica e quella "verde" non sono alternative, anzi sono compatibili, vanno sviluppate entrambe. Bene. Ma di fatto l´enorme investimento che occorre per il nucleare minaccia di sottrarre troppe risorse alle rinnovabili che vanno comunque incentivate.
Alla luce di tutte queste considerazioni, allo stato degli atti il decreto legislativo predisposto dal governo non offre elementi rassicuranti in ordine alla localizzazione dei siti nucleari e nemmeno in ordine ai costi di costruzione e gestione delle centrali. E sono proprio i due punti su cui s´incardinano le resistenze degli ambientalisti e di buona parte dell´opposizione.
In base alla "legge sviluppo" approvata a metà agosto, l´elenco dei siti avrebbe dovuto essere già stilato entro sei mesi. E invece viene ulteriormente rinviato, con ogni probabilità per evitare un boomerang elettorale alle prossime regionali di primavera. Tanto più che le Regioni, a dispetto della propaganda sul federalismo, non verranno né interpellate né consultate.
Quanto ai costi, a parte l´incertezza che pesa da sempre e ovunque su questo capitolo, il provvedimento contempla sia un meccanismo di compensazione a favore dei Comuni che accetteranno di ospitare le centrali sia una campagna d´informazione promozionale. Da una parte, insomma, c´è la cosiddetta "monetizzazione del rischio"; dall´altra, un "battage" pubblicitario, presumibilmente a colpi di spot in tv, per convincere i cittadini ad acquistare il prodotto, come se si trattasse di un fustino per la lavatrice o di una nuova bibita ipocalorica. Con il consenso, si tende a comprare così anche la sicurezza, la salute, la vita.
Il culmine del paradosso è che l´Italia sta imboccando la "via francese" al nucleare proprio nel momento in cui Oltralpe 18 centrali sono bloccate per guasti o incidenti e la Francia è costretta a importare energia dall´estero. Nel frattempo, la fredda Germania continua a produrre più energia solare di noi. E l´Umpi, una piccola azienda di Cattolica che ha sviluppato brevetti e tecnologie per il risparmio energetico nell´illuminazione stradale, ap-plica già questi sistemi a oltre centomila punti luce in Arabia Saudita e illumina perfino La Mecca.
L'ultima crepa nel cortile di Palazzo Carli s'è aperta l'altra notte. Pioggia e neve riempiono d'acqua le storiche pareti, il ghiaccio le gonfia e le fa «scoppiare». Puntelli e «fasce» tengono in piedi la sede del Rettorato universitario, ma non lo proteggono. Ed è quello che accade in tanti altri edifici storici: l'Aquila si sta sbriciolando. Vanamente un centinaio di persone - operai e vigili del fuoco - continuano ogni giorno a intrecciare legno e ferro per «legare» tra loro le pietre. Secondo l'ingegner Marchetti della Protezione civile, dal punto di vista edilizio «l'inverno farà più danni del terremoto», soprattutto sul patrimonio storico. Alla frantumazione del tessuto umano e sociale ora segue quella che va in scena tra vicoli, strade e piazze della «zona rossa».
Anche a Palazzo Margherita - sede di un consiglio comunale costretto a tenere sedute all'aperto per chiedere la proroga dell'esenzione fiscale - l'intrico di puntelli, la selva di tubi innocenti e di fasciature in legno non ferma l'opera del generale inverno. Sembra un'amara beffa l'affresco di Fulvio Muzi: fascismo, guerra, resistenza e ricostruzione - un sol dell'avvenire che spunta sullo sfondo - con stile realista guardano dalle pareti dell'aula consiliare la rovina reale del 6 aprile 2009, le macerie attorno a banchi da allora mai più toccati, con ancora le cartelle ormai impolverate, ma ciascuna al suo posto, di sindaco, assessori e consiglieri. Tutto sembra fermo, nel centro dell'Aquila. Complice la legge sullo smaltimento dei rifiuti solidi e urbani, le macerie sono ancora quasi tutte lì. E ogni tanto il maltempo ne aggiunge qualcuna.
Pompei 2010
Finora sono stati spesi 20 milioni di euro per «la messa in sicurezza» e si arriverà a quota 50. Ma sono soldi che non bastano a tenere in piedi un centro storico in cui prima del terremoto viveva un quinto dei 73.000 abitanti dell'Aquila, più qualche migliaio di studenti non censiti. Non bastano nemmeno per dare un futuro agli edifici storici, mentre si attende una ricostruzione solo annunciata. Per ora l'unica certezza - si fa per dire - sono le «linee guida» che dovrebbero essere varate in primavera: poi si potrà iniziare, per attingere - attraverso Fintecna - ai 3 miliardi scaglionati tra il 2010 e il 2033.
Per il momento i soli segni di vita - puntellanti a parte - sono il chioschetto di fronte a san Bernardino, lo storico locale «JuBoss» e il bar «Nurzia» che hanno riaperto da qualche giorno: isole di vita nel deserto, imbarazzanti nella loro ricerca di una «normalità» che dia qualche speranza al futuro, come la richiesta del capodanno in centro fatta dalla professoressa Giusi Pitari e sostenuta da 1.500 aquilani - via Facebook, ovviamente. Mentre l'Aquila di oggi sembra una moderna Pompei, triste mèta del turismo da terremoto. Mentre i tanti aiuti internazionali promessi durante il G8 tardano ad arrivare, perché i grandi del mondo a luglio hanno adottato le più belle opere d'arte e promesso milioni, ma quelle ancora aspettano che se ne ricordino. Mentre gli abitanti sopravvivono sparsi tra alberghi, caserme, new village e casette; e il 5% di loro si è già arresa, decidendo di costruire il proprio futuro altrove, lontano dalla dispersione della comunità e delle relazioni sociali imposta dal modello Bertolaso.
La spiegazione di come siano andate le cose in questi mesi ce la dà un operaio cassintegrato (18.000 sono i posti di lavoro persi o «sospesi» in questi mesi a l'Aquila tra mobilità, licenziamenti e Cig): «Io e la mia famiglia siamo costati finora allo stato 40.000 euro. La nostra casa ha danni per 28.000 euro: se ce li davano subito, avrebbero risparmiato e noi saremmo più felici». Invece tutto è rimasto fermo: non che fosse facile, ma un piano di ricostruzione poteva essere avviato subito, soprattutto per gli edifici con piccole lesioni e ne avrebbe tratto vantaggio anche il centro storico. Invece tutti gli sforzi si sono concentrati sul «piano C.a.s.e.», sui new village, perché l'obiettivo era «dalle tende alle case», perché Berlusconi e Bertolaso hanno abbandonato il «modello Friuli»: niente container o roulotte né ricostruzione «dove e come prima», perché - è stato detto - «prima dell'inverno tutti avranno una casa perfettamente arredata».
Tra C.a.s.e. e «casette»
Molto spettacolare, perfetto per le cerimonie di inaugurazione in tv, efficace come strumento di propaganda e di raccolta di consenso (l'Abruzzo e i rifiuti di Napoli sono le due «perle» del governo Berlusconi, così si dice). Peccato che non funzioni, se non molto parzialmente e che i tempi promessi non siano stati rispettati: le tendopoli sono state tutte smontate entro il 30 novembre, ma a metà dicembre, sotto la neve, solo 8.000 persone hanno trovato un tetto «nuovo» in uno dei 19 siti scelti per le «C.a.s.e», un migliaio hanno avuto una «casetta» provvisoria (in gergo Map), mentre quasi 20.000 sono sparse tra alberghi, affitti in case private e caserme; a progetto ultimato - e l'inverno sarà quasi finito - saranno poco più di 16.000 nei New village, il 50% degli aventi diritto, cioè di quelli la cui abitazione è stata valutata inagibile.
Peccato, poi, che costi molto e che il modello Berlusconi-Bertolaso abbia assorbito la gran parte dei fondi finora stanziati: un terremotato assistito - in tenda, albergo o caserma - costa circa 50 euro al giorno, la media del costo di un appartamento «C.a.s.e» è di 120.000 euro, l'intero progetto si porta via 700 milioni di euro. Il decreto Abruzzo ha previsto una spesa per il 2009 di un miliardo 152 milioni di euro, cui si dovrebbe aggiungere un'imprecisata - ma consistente - cifra derivante dalle tante sottoscrizioni fatte in Italia e nel mondo: tutto è finito nel calderone della gestione corrente a disposizione della Protezione civile. Se si fosse fatta la scelta dei container - come in Friuli, come in Umbria e nelle Marche - il costo dell'assistenza e dei primi soccorsi sarebbe stato dimezzato, a favore di una ricostruzione da avviare subito. Ma sarebbe stato molto meno spettacolare. E, probabilmente, anche molto meno lucrativo, visto che l'unica industria fiorente del post-terremoto è l'edilizia, quella stessa che - risparmiando sul cemento - ai disastri del terremoto aveva contribuito. Nel cantiere edile più grande d'Europa chiamato l'Aquila, sono arrivate imprese da ogni parte d'Italia, ma gli abruzzesi non mancano. E oltre alle «C.a.s.e», in attesa della ricostruzione modello Fintecna, un discreto affare è costituito dai Mar (moduli abitativi removibili), una sorta di casette con le ruote che stanno affiancando i Map per sopperire all'insufficienza e ai tempi sbagliati dei New village: basta avere un terreno, anche non edificabile, anche in zona alluvionale, e l'amministrazione pubblica paga 34 euro al giorno per sfollato che vi viene sistemato.
Tra affari passati e futuri, tutta l'attenzione degli sfollati è per la lotteria delle assegnazioni, per il «modello Topazio» che - attraverso un intricato incrocio di dati - stabilisce l'ordine di entrata di ciascuna famiglia nei villaggi «C.a.s.e.». Una classifica difficile da comprendere, che penalizza gli anziani e privilegia i «soggetti produttivi», che non tiene conto del reddito, ma che - alla fine - è banalmente condizionata dai tempi di consegna del complesso cui ciascuna famiglia viene assegnata. Così capita che vicini di casa con famiglie simili per età, numero di componenti e reddito finiscano ai due capi della città ed entrino nel nuovo appartamento a tre mesi di distanza. Alfredo Fegatelli e Monica Pizzetti, prima del terremoto erano vicini di casa, abitavano con le loro famiglie a Bagno piccolo in palazzine costruite in cooperativa. Ma edificate talmente male che - benché terminate nel 2001 - il terremoto ha piegato in maniera irreversibile. Ora, dopo aver vissuto in una tendopoli autogestita ai piedi delle loro vecchie abitazioni, Monica vive a Cese di Preturo dal 29 settembre, Alfredo è appena entrato in un appartamento di Sant'Elia. Quel che li tiene assieme e nutre l'amicizia delle loro famiglie - in giornate per metà perse nel traffico - è il progetto di ricostruzione di nuove palazzine al posto di quelle da buttar giù, sempre in cooperativa, sempre insieme agli altri 58 ex vicini di casa. Attualmente sistemati in appartamenti che hanno trovato pronti per l'uso, in edifici costruiti talmente in fretta da mostrare già qualche crepa. Sparsi sul territorio di una città sbriciolata, nel corpo e nell'anima.
Come Benedetto Croce, che nel ´48 invocava il suo celebre "Veni, creator spiritus" sull´assemblea convocata per scrivere la tavola delle leggi della Repubblica, così Giorgio Napolitano oggi sembra rievocare il ritorno di un impossibile «spirito costituente». Ma nelle parole del capo dello Stato c´è in realtà l´eco nostalgica per un tempo che non ritornerà.
È necessario auspicare che dall´aggressione al premier in Piazza Duomo possa nascere un «ripensamento collettivo». È giusto richiamare ancora una volta le forze politiche al senso di responsabilità e al «massimo di condivisione e di continuità nel tempo» che la gravità della fase economica e sociale richiederebbero. È doveroso appellarsi alle aspettative di quell´Italia sana che lavora e fatica, e all´esigenza di non lacerare quel «tessuto unitario» così solido e vitale.
È scontato, infine, rinnovare l´invito a fermare «la spirale di una crescente drammatizzazione delle tensioni tra le parti politiche e tra le istituzioni». Ma cosa può germogliare da tanta speranza, nel discorso pubblico italiano? Al di là della retorica sul "dialogo" e della polemica sull´"inciucio", maggioranza e opposizione parlano linguaggi incompatibili e alludono a scenari inconciliabili. Il presidente della Repubblica, da politico idealista ma realista, è il primo a rendersene conto, se si costringe ad ammettere che per le grandi riforme, economiche e politiche, non si vede «un clima propizio nella nostra vita pubblica». La ragione è più semplice di quello che la propaganda dominante vorrebbe far credere. Per il centrodestra, nella versione bellica di Berlusconi e a dispetto della sua fresca ispirazione "ghandiana", la parola "riforme" è una fantomatica esigenza collettiva che serve per vestire di qualche dignità una drammatica urgenza privata. Questo è l´assioma intorno al quale il presidente del Consiglio dispiega la sua geometrica potenza: una legge ad personam, che salvandolo dai processi pendenti, trasformi lo stato di diritto in "stato di eccezione". Tutto il resto, dall´elezione diretta del premier al Senato federale, viene dopo. Sono semplici corollari, utili alla sua biografia personale o alla sua geografia coalizionale. Se non c´è lo scudo processuale a breve per il suo capo, a prescindere dal tempo lungo delle modifiche per via costituzionale del Lodo Alfano e dell´immunità parlamentare, il Pdl non può concepire altre riforme di struttura. Per il centrosinistra, nella versione pragmatica di Bersani e a dispetto della controversa esegesi dell´intenzione dalemiana, si tratta di scegliere, molto semplicemente, se accedere o meno al "patto scellerato": fidarsi del Cavaliere, ingoiando la diciassettesima legge-vergogna per tentare uno sbocco all´eterna transizione italiana. Per ora il Pd sembra resistere al canto delle sireneberlusconiane. Dice no allo scambio nelle camere oscure, e opportunamente rilancia una sua agenda di riforme politiche, istituzionali e sociali nelle Camere parlamentari. E fa bene: le riforme appartengono al patrimonio genetico e culturale della sinistra italiana. Sono il suo dna storico e politico. Non bisogna aver paura di avere coraggio, come diceva Aldo Moro negli anni di confronto più serrato con Enrico Berlinguer. Napolitano tutte queste cose le sa, anche se non può dirle in chiaro. Ma da questa consapevolezza nasce il suo attuale pessimismo della ragione. Che lo costringe a tamponare per l´ennesima volta le forzature costituzionali di Berlusconi e le storture politiche della sua maggioranza. La farsa di un «governo che non può governare», e che invece in questi due anni, con la clava di ben 47 decreti legge, «ha esercitato intensamente i suoi poteri e non ha trovato alcun impedimento» finendo con l´umiliare il Parlamento. La leggenda di una giustizia che non funziona solo perché abitata da toghe rosse e pm politicizzati, mentre il giusto processo riformato nell´articolo 111 della Costituzione esigerebbe ben altri interventi a beneficio dei cittadini. Nel rispetto dell´«intangibile principio di autonomia e indipendenza della magistratura», ma anche di quel «senso del limite» che dovrebbe caratterizzare sempre i magistrati, chiamati a non esorbitare mai dai propri compiti e a non sentirsi mai investiti di «missioni improprie» (come forse è accaduto ad esempio in qualche passaggio del parere rilasciato dal Csm sul processo breve). Poi il romanzo del "presidenzialismo di fatto" e della sedicente "costituzione materiale" che ormai sopravanzerebbe la Costituzione formale: Napolitano, su questo, è stato netto come mai era stato, ripescando «l´illusione ottica» denunciata a suo tempo da Leopoldo Elia in quelli che scambiano «per mutamento costituzionale ogni modificazione del sistema politico», e aggiornandola con un esplicito riferimento alla modificazione della legge elettorale. E infine l´opera buffa del«complotto», tante volte messa in scena dal presidente del Consiglio e mai come stavolta sconfessata senza pietà dal presidente della Repubblica. Non c´è complotto possibile, di fronte a un governo che ha una maggioranza schiacciante. E persino di fronte alla tanto esecrata Costituzione, che per Berlusconi è un «ferrovecchio sovietico», mentre è il presidio più forte per le regole democratiche e per le istituzioni repubblicane. Quale può essere il terreno per «riforme condivise», in questo abisso di sensibilità politica e di cultura costituzionale? Oggi non c´è risposta. O meglio, ce ne sarebbe una sola, da non confondere con il conservatorismo costituzionale. Nel suo discorso alle alte cariche Napolitano vi accenna, quando parla di una «visione costituzionale» che dovrebbe accomunarci tutti e di un «gioco politico democratico» che andrebbe ancorato alla stabilità delle istituzioni. Nel suo "Intorno alla legge" Gustavo Zagrebelski è più esplicito, quando scrive di «volontà di Costituzione o il nulla». La Costituzione come "pactum societatis", presupposto per una convivenza civile, pacifica e costruttiva.
Se manca questo presupposto, si precipita nella kantiana "repubblica dei diavoli". La Costituzione diventa campo di battaglia e di sopraffazione. Non è forse questa la deriva italiana di questi ultimi anni?
Ho letto con molto interesse l’articolo del nostro collaboratore Alexander Stille (figlio di tanto padre) pubblicato venerdì scorso su Repubblica. Spiega perché chi si opponga alla politica del Pdl non può che concentrare le sue critiche su Silvio Berlusconi. Non è questione di distinguere la parola "nemico" dalla parola "avversario", la parola "odio" dalla parola "opposizione". Su queste differenze lessicali potremmo (inutilmente) discutere per pagine e pagine senza cavarne alcun risultato, come pure potremmo discutere sulla personalizzazione degli scontri politici in altri paesi.
Negli Stati Uniti per esempio lo scontro personalizzato è una prassi durissima e assolutamente normale. Basta ricordare (ed è appena un anno fa) la polemica senza esclusione di colpi tra Obama e Hillary Clinton durante le primarie, quella tra Gore e Bush nella corsa alla Casa Bianca, la campagna dei giornali che portò alle dimissioni di Nixon e Bill Clinton ad un passo dall’"impeachment" all’epoca dello scandalo Lewinsky.
Eppure in nessuno di quei casi i protagonisti avevano mai personalizzato su di sé il partito o la parte politica che rappresentavano come è avvenuto per Silvio Berlusconi.
Ma chi lo ha detto meglio di tutti e con maggiore attendibilità è stato Denis Verdini. Il suo non è un nome molto noto, eppure si tratta d’un personaggio di primissimo piano: è il segretario del Pdl, il numero uno dei tre coordinatori di quel partito e soprattutto il co-fondatore di Forza Italia.
Quando Berlusconi decise di scendere in campo nell’autunno del 1993, affidò la costruzione del partito ai due capi di Publitalia, la società che raccoglieva la pubblicità per il gruppo Fininvest, nelle persone di Dell’Utri e di Verdini. Il primo è da tempo distratto da altri affanni; Verdini è invece nel pieno del suo impegno politico.
Nell’articolo pubblicato dal Giornale il 18 dicembre Verdini elenca gli obiettivi che il Pdl si propone di realizzare nei prossimi mesi e descrive come meglio non si potrebbe il ruolo di Berlusconi. «Lui ha costruito la figura del leader moderno – scrive Verdini – anzi ha costruito la leadership come istituzione. Per affrontarlo anche gli altri partiti dovranno affidarsi ad una leadership e se non riusciranno a farlo saranno sempre sconfitti. Ma anche i "media" non potranno esimersi dal concentrare sul leader la loro attenzione se vorranno cogliere il vero significato di quanto accade».
Segue l’elenco degli obiettivi: smontare la Costituzione e adeguarla alla Costituzione materiale; cambiare il sistema di elezione del Csm e quello della Corte costituzionale; riformare la giustizia separando le carriere dei magistrati inquirenti da quelle dei giudicanti; concentrare nella figura del premier tutti i poteri dell’Esecutivo e sancire che tutti gli altri poteri siano tenuti a collaborare lealmente con lui perché lui solo è l’eletto del popolo e quindi investito della sovranità che dal popolo emana.
Quest’articolo è infinitamente più preoccupante delle esagitate denunce e liste di proscrizione lanciate da Cicchitto in Parlamento, da Feltri e da Belpietro sui loro giornali e dai vari "pasdaran" del berlusconismo di assalto. Verdini l’ha scritto il 18 dicembre quando già Berlusconi era tornato ad Arcore ed aveva avviato la politica del dialogo con l’opposizione. Esso contiene dunque con lodevole chiarezza le condizioni di quel dialogo, con l’ovvio preliminare che essi comportano e cioè il salvacondotto in piena regola riguardante i processi del premier.
Da qui dunque bisogna partire, tutto il resto è pura chiacchiera.
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I giornali di ieri hanno dato notevole risalto alla battuta di D’Alema sull’utilità ed anzi la necessità, in certi momenti della vita politica, di far ricorso agli "inciuci". La parola "inciucio" denomina un compromesso malandrino tra parti politiche avversarie, un compromesso sporco e seminascosto che contiene segrete pattuizioni e segreti benefici per i contraenti, nascosti al popolo-bue.
Per esemplificare la sua battuta sull’utilità dell’inciucio D’Alema ha citato la decisione di Togliatti di votare, nell’Assemblea costituente del 1947, per l’inclusione del Concordato nella Costituzione italiana. Ma l’esempio è stato scelto a sproposito: la costituzionalizzazione del Concordato tra lo Stato e la Chiesa non fu affatto un inciucio ma un trasparente atto politico con il quale il Pci, distinguendosi dal Partito socialista e dal Partito d’azione, dichiarò la sua contrarietà a mantenere viva una contrapposizione tra laici e cattolici.
Si può non concordare con quella posizione; del resto la sinistra ha sempre privilegiato le lotte sociali rispetto alle cosiddette libertà borghesi, iscrivendo tra queste anche la laicità che non fu mai un cavallo di battaglia del Pci. Si può non condividere ma, lo ripeto, l’inciucio è tutt’altra cosa e D’Alema lo sa benissimo.
Credo di sapere perché D’Alema ha scelto di usare quel termine così peggiorativo: vuole stupire, gli piace esser citato dai "media", è una civetteria di chi, essendo molto sicuro di sé, sfida e provoca e si diverte.
È fatto così Massimo D’Alema. I compromessi gli piace descriverli, teorizzarli, talvolta anche tentarne la realizzazione, annusarne il cattivo odore, sicuro che se gli riuscisse di farli sarebbe comunque lui a guidarli verso l’utilità generale perché lui è più bravo degli altri.
In realtà non è riuscito a metterne in pista nessuno. Ma la sua provocazione ha suscitato preoccupazioni nel suo partito e parecchie reazioni. Si è dovuto parlare di lui per l’ennesima volta. Sarà contento perché era appunto ciò che voleva.
I suoi contraddittori hanno deciso che bisognerà spostare il tiro sui problemi economici ai quali il governo ha dedicato pochissima attenzione. Sarà su di essi che si svolgerà il grande confronto tra la sinistra e la destra.
È vero, il governo non ha fatto nulla, la nostra "exit strategy" dalla crisi è del tutto inesistente e farà bene l’opposizione e il Pd a darsene carico, ma il centro dello scontro non sarà questo. Il centro dello scontro l’ha indicato Verdini, sarà sullo smantellamento della Costituzione. Sul passaggio dallo Stato di diritto allo Stato autoritario.
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Berlusconi vuole il dialogo. Che cosa vuol dire dialogo? Lo spiega quasi ogni giorno sul Foglio Giuliano Ferrara. Lo spiegano gli editorialisti terzisti "ad adiuvandum": dialogo vuol dire mettersi d’accordo sul percorso da seguire e poi attuarlo con leale fedeltà a quanto pattuito. Insomma un disarmo. Unilaterale o bilaterale? Vediamo.
Berlusconi chiede: la legge sul legittimo impedimento come strumento-ponte che lo metta al riparo fino al lodo Alfano attuato con legge costituzionale; rottura immediata tra Pd e Di Pietro; riforme costituzionali e istituzionali secondo lo schema Verdini. In contropartita Berlusconi promette di parcheggiare su un binario morto la legge sul processo breve e di "riconoscere" il Pd come la sola forma di opposizione. Va aggiunto che Berlusconi non pretende che il Pd voti a favore della legge sul legittimo impedimento; vuole soltanto che essa non sia considerata dal Pd come un ostacolo all’accordo sulle riforme.
Vi sembra un disarmo bilaterale? Chiaramente non lo è. Chiaramente sarebbe un inciucio di pessimo odore.
In una Repubblica parlamentare il dialogo si svolge quotidianamente in Parlamento. Le forze politiche presentano progetti di legge, il governo presenta i propri, il Capo dello Stato vigila sulla loro costituzionalità, i presidenti delle Camere sulla ricevibilità di procedure ed emendamenti nonché sul calendario dei lavori badando che anche i progetti di legge formulati dall’opposizione approdino all’esame parlamentare.
Non si tratta dunque di un dialogo al riparo di occhi indiscreti ma d’un confronto aperto e pubblico, con tanto di verbalizzazione.
Quanto alla richiesta politica di rompere con Di Pietro, non può essere una condizione in vista di una legittimazione di cui il Pd non ha alcun bisogno e che la maggioranza non ha alcun titolo ad offrire. Come risponderebbe Berlusconi se Bersani gli chiedesse di rompere con la Lega? Che non è meno indigesta di Di Pietro ad un palato democraticamente sensibile ed anzi lo è ancora di più?
La conclusione non può dunque essere che l’appuntamento in Parlamento. Il punto sensibile è l’assalto alla Costituzione repubblicana. Ci sarà un referendum confermativo poiché sembra molto difficile una riforma condivisa. A meno che il premier non receda dai suoi propositi che, nella versione Verdini, sono decisamente eversivi. Uso questa parola non per odio verso chicchessia ma per amore verso lo Stato di diritto che è condizione preliminare della democrazia.