I fondi? Utilizzare quelli stanziati per il ponte di Messina «opera faraonica e inutile». E' questa la proposta dell'associazione Italia Nostra. La proposta è stata illustrata dalla presidente dell'associazione, Alessandra Mottola Molfino, e dal segretario Antonello Alici che ieri hanno prima visitato il centro storico dell'Aquila e poi nella sede dell'Archivio di Stato a Bazzano hanno incontrato i giornalisti. Secondo Italia Nostra la legge speciale per L'Aquila deve «facilitare il coordinamento degli sforzi di enti pubblici e privati tra i quali soggetti come la Chiesa cattolica e le fondazioni bancarie per la gestione della ricostruzione del post sisma. Non è accettabile un intervento limitato a una banale ricomposizione delle facciate, un rifacimento meramente scenografico del paesaggio urbano con il sacrificio dell'autentica identità urbana».
TUTTO ANCORA FERMO. Per Alessandra Mottola Molfino la vera ricostruzione della città non è stata ancora avviata; la maggioranza degli edifici e monumenti è senza protezione e sono destinati a un degrado irreparabile. Più del 70% dei beni storico-artistici delle chiese sono ancora sotto le macerie e con l'inverno saranno persi irrimediabilmente. C'è poi il rischio di una ennesima speculazione edilizia aggravata dalla prospettiva di ricostruire una città nuova , seppellendo uno dei centri storici pi belli del nostro Paese. Per non parlare poi delle infiltrazioni della malavita organizzata». «Nel centro storico dell'Aquila» dice Italia Nostra «erano concentrate tutte le funzioni pregiate, le istituzioni, circa 800 attività commerciali, lì risiedevano almeno 6 mila studenti. Il terremoto ha prodotto i danni più gravi, determinando il suo totale svuotamento. E dal 6 aprile non si è fatto nulla per riportarlo in vita. Oggi sul centro storico dell'Aquila si lavora nel generale scoordinamento di iniziative e di poteri. Le istituzioni non collaborano tra loro. La parcellizzazione dei molti cantieri privati e pubblici concomitanti ma non coordinati e perfino i lavori di messa in sicurezza possono mettere a rischio altri edifici vicini; inoltre l'entità così estesa e pervasiva dei crolli e dei dissesti può indurre a interventi ulteriormente lesivi dell'identità storica e neppure risolutivi per la sicurezza. Inoltre la fuga verso le New Town fa pagare al centro storico dell'Aquila un prezzo altissimo: la disgregazione della comunità e dei suoi valori immateriali di convivenza secolare».
BANCHE DATI. Per Italia Nostra «le banche dati sui beni artistici dello Stato, della Regione, della Conferenza Episcopale Italiana, delle Università avrebbero dovuto essere condivise da subito, ma così non è stato e così non si è ancora in grado di operare». Una legge speciale è necessaria per «costruire uno strumento normativo che faciliti il coordinamento degli sforzi di enti pubblici e privati, per proporre un accostamento delle competenze legislative e regolamentari proprie di differenti livelli di governo, nazionale e locale. Servirà subito a rimettere in dialogo il Ministero per i beni culturali e il commissario, ma anche gli uffici urbanistica del Comune e della Regione. Una legge speciale può anche proporre condizioni speciali per coloro che sceglieranno di ritornare a vivere e lavorare nel centro storico: incentivi ai giovani e alle istituzioni di ricerca, ai commercianti e ai professionisti, alle aziende capaci di fare dell'Aquila una città dell'innovazione».
L'imbarazzo del Pd per le candidature alle prossime elezioni regionali è veramente paradossale. Un partito che ha sottoposto a primarie aperte a tutti la scelta del proprio segretario nazionale, riserva all'apparato la scelta dei candidati presidenti, che governeranno sui cittadini! Le elezioni primarie sono quasi doverose per la Regione Lazio, dove la presidenza Marrazzo si è interrotta traumaticamente. La filiazione telegenica (Badaloni, Marrazzo, Sassuolo) è stata preventivamente occupata dalla candidata del PdL, Renata Polverini, volto ben noto agli spettatori di Floris, Santoro, etc. Ricorrere a spostamenti di casella della nomenclatura - Zingaretti è particolarmente pressato perché lo faccia - potrebbe portare a conseguenze disastrose, come ha dimostrato la clamorosa sconfitta di Rutelli contro Alemanno.
Le primarie hanno un senso se scendono in campo idee, e si vota su queste.
Credo di poter rappresentare un progetto che vada oltre il modello Roma di Rutelli e Veltroni, e soprattutto una continuità politica abbastanza bruscamente interrotta con la candidatura di Francesco Rutelli nel '93 a sindaco di Roma dopo Carraro. Un anno fatale, il '93, di crisi politica senza precedenti, che proprio per Roma vide la prima «discesa in campo» di Silvio Berlusconi con la dichiarazione di voto a favore di Fini. Anche la memoria è importante se si vogliono progettare novità non effimere (ricordate la religione del maggioritario?), e proprio per questo dichiaro di volermi ricollegare ad Argan e Petroselli. Giunte rosse non è forse il termine più adatto per ricordare quell'esperienza politica, tutta tesa invece a estendere le alleanze, ma riferendole sempre a un programma. Qualcosa di molto diverso da quello che sembra si voglia fare oggi a proposito dell'Udc di Casini. Voglio in ogni caso ricordare che Luigi Petroselli morì dopo un intervento al Comitato Centrale del Pci che poneva in primo piano l'esigenza di un rapporto politico non a due facce, una in parlamento l'altra nelle giunte, con il Psi di Craxi. Argan non era un'espressione di partito, ma una delle più alte espressioni della cultura italiana.
E l'estate romana è rimasta nel cuore dei romani perché è nata nel segno dell'autonomia creativa, dell'invenzione dopo i lunghi anni di compressione, controllo e mediazione del Campidoglio democristiano. I giovani dei cineclub e delle cantine hanno saputo proporre momenti d'incontro, oltre le logiche dello schieramento ideologico e dell'appartenenza partitica, scoprendo nuovi modi di vita che avevano al centro l'uso della città come spazio pubblico.
È per questo, che intendo candidarmi. Su un programma che intende ripartire dalle idee forti di quel progetto.
La crescita del Lazio passa oggi per la cultura: come per ogni altro territorio segnato dal capitalismo maturo e globale, per il segmento alto della domanda di beni e servizi. Dai beni culturali alla ricerca e all'università, dal teatro al cinema, dalla Rai alla produzione di audiovisivi, in una parola quella che si potrebbe definire industria dell'immateriale incentrata sulla qualità dei servizi e della vita urbana. Il suo simbolo più forte è il parco archeologico (sogno di Antonio Cederna e Luigi Petroselli) dal Campidoglio all'Appia Antica al centro della Capitale, al posto del traffico, non ancora realizzato e di grande attualità in vista del 150° dell'Unità d'Italia del 2011: di cui non è difficile immaginare la proiezione regionale, attraverso l'Appia, la Domiziana, il rilancio del Parco Nazionale del Circeo.
Occorre comprendere fino in fondo che il territorio è diventato un bene scarso e che l'edilizia deve rinunciare all'espansione delle aree urbanizzate per imboccare la strada nuova del recupero e del rinnovo, della qualità e del restauro del paesaggio. Il riequilibrio della Regione passa infine per fasce trasversali forti (Rieti - Viterbo; Latina - Frosinone), alternative all'organizzazione viaria ed infrastrutturale Roma centrica, e per un collegamento (in una comune lotta alla criminalità organizzata) di Roma con Napoli e del Lazio con la Campania, per creare un'area d'industria culturale e di servizi di qualità competitiva con le aree forti del Nord.
La politica deve saper recuperare la propria dignità di progetto collettivo, sapersi liberare dai pesanti condizionamenti (in termini di bilancio e purtroppo, più ancora, di autonomia) esercitati su di essa dagli zar della sanità privata, dai padroni del riciclaggio dei rifiuti, da costruttori capaci di condizionare e imporre la propria volontà ai consigli comunali. Il costo maggiore della politica è oggi rappresentato proprio dalla rinuncia della politica alla sua essenza, alla sua capacità di rappresentare e promuovere gli interessi collettivi, lo spazio pubblico, i valori condivisi. La politica deve fare emergere il conflitto come conflitto democratico, smettere di occultarlo nella ricerca preventiva di accordi di potere all'insegna della pura gestione, spacciata per governance. È per questo che chiedo le primarie per la Regione Lazio, ed intendo candidarmi.
Chi parla di mafia diffama il Paese? Chi parla di mafia difende il Paese. Le organizzazioni criminali contano molto: solo con la coca i clan fatturano sessanta volte quanto fattura la Fiat. Calabria e Campania forniscono i più grandi mediatori mondiali per il traffico di cocaina. Si arriva a calcolare che ‘ndrangheta e camorra trattano circa 600 tonnellate di coca l’anno, ed è una stima per difetto. La ‘ndrangheta – come dimostrano le inchieste di Nicola Gratteri – compra coca a 2.400 euro al kilo e la rivende a 60 euro al grammo, guadagnando 60.000 euro. Quindi con meno di 2.400 euro di investimento iniziale, percepisce una entrata pulita di 57.600 euro. Basta moltiplicare questa cifra per le tonnellate di coca acquistate e distribuite da tutte le mafie italiane e diventa facile capire la quantità di denaro di cui dispongono, al netto di cemento ed estorsioni.
E raffrontarla con il peso industriale delle imprese leader - che hanno molti meno profitti - per comprendere il potere che oggi hanno realmente nel paese e in Europa le organizzazioni criminali.
Proprio dinanzi a fatti come l’attentato di Reggio Calabria diventa imperativa la necessità di capire. È la conoscenza che permette di capire cosa stia accadendo. E non raccontare questa azione come un episodio avvenuto in un altro mondo, in un altro paese. Un paese di quelli lontani dove una bomba o un morto rientrano nel quotidiano. Le organizzazioni criminali italiane quando agiscono e quando decidono di mandare un segnale, sanno perfettamente cosa fanno e dove vogliono arrivare. La bomba non è stata messa davanti a una caserma, né alla sede della Direzione Antimafia, ma alla Procura generale. Il messaggio, dunque, è rivolto alla Procura Generale. E forse - ma qui si è ancora nel territorio delle ipotesi - a Salvatore Di Landro, da poco più di un mese divenuto Procuratore generale.
Da quando si è insediato, il clima non è più quello che le ‘ndrine reggine conoscevano. Le cose stanno cambiando e le ‘ndrine non apprezzano questo cambiamento. Preferirebbero magari che le difficoltà burocratiche e certe gestioni non proprio coraggiose del passato possano continuare. Le mafie sanno che la giustizia italiana è complicata e spesso così lenta che è come se un bambino rompesse un vaso a sei anni e la madre gli desse uno schiaffo quando ne ha compiuti trenta.
Se volessero, le cosche potrebbero far saltare in aria tutta Reggio Calabria. La ‘ndrangheta possiede esplosivo c3 e c4. Decine di bazooka. Perché, allora, far esplodere una bomba artigianale davanti alla Procura, quasi fosse una lettera da imbucare? Evidentemente non volevano colpire duramente, ma lanciare un primo segnale, dare inizio a un "confronto militare". Anche l’operatività potrebbe essere stata di una sola famiglia, con una sorta di silenzio-assenso delle altre che in questo modo hanno reso il gesto collettivo.
Ora bisogna accendere una luce su ogni angolo della Procura generale, stare al fianco di chi sta attuando questo cambiamento. Capire se le ‘ndrine vogliono che una corrente prevalga sull’altra. Capire, parlarne, dare visibilità alla Calabria, alle dinamiche che legano imprenditoria, criminalità, massoneria, politica in un intreccio che fattura miliardi di euro di cui nessuno viene investito in Calabria e tutti fuori. Da Montreal a Sidney. E alla solita idiozia che verrà ripetuta a chi scrive di questi temi, ossia di essere "professionisti dell’antimafia", occorre rispondere che il vero problema è che esistono troppi "dilettanti" dell’antimafia.
Le mafie stanno alzando il tiro. O almeno, si sente in diversi territori una forte tensione. Dovuta a diversi motivi, non ultima la chiusura di importanti processi, come il terzo grado del processo Spartacus di cui fra pochi giorni verrà pronunciata la sentenza. I Casalesi potrebbero agire militarmente dopo una condanna definitiva. Avevano nei loro referenti politici una sorta di garanzia che si sarebbero occupati dei loro processi. In caso di ergastoli, gli inquirenti temono risposte e l’attenzione mediatica dovrebbe essere massima, ma non lo è.
A Reggio Calabria l’arresto di Pasquale Condello, nel giugno dell’anno scorso, fatto dai Carabinieri comandati da una leggenda del contrasto alle ‘ndrine, il colonnello Valerio Giardina, ha rotto gli equilibri di pace. Pasquale Condello detto "il supremo" era riuscito a mettere pace tra le ‘ndrine di Reggio dopo una faida tra 1985 e il 1991 tra i De Stefano-Tegano e Condello-Imerti che aveva portato ad una mattanza di più di mille persone. Condello faceva affari ovunque: senza un suo sì o un suo no nulla sarebbe potuto accadere a Reggio. Quindi è anche alla sua famiglia che bisogna guardare per capire da dove è partito l’ordine della bomba. La sua capacità di aprire verticalmente e orizzontalmente i propri affari era la garanzia di pace. All’inizio di ottobre, la famiglia Condello è persino riuscita ad ottenere la lettura delle parole di felicitazione di Benedetto XVI trasmesse nella cattedrale di Reggio Calabria da don Roberto Lodetti, parroco di Archi, agli sposi Caterina Condello e Daniele Ionetti: la prima, figlia di Pasquale; il secondo, il figlio di Alfredo Ionetti, ritenuto il tesoriere della cosca. «Increscioso e deplorevole» ha definito l’episodio il settimanale diocesano l’Avvenire di Calabria. La prassi vuole che quando gli sposi desiderano ricevere un telegramma o una pergamena del papa, ne facciano richiesta al parroco o ad un prete di loro conoscenza, il quale trasmette la richiesta all’ufficio matrimoni della Curia. Non è il telegramma a destare scandalo quanto piuttosto il via libera dato dalla Curia reggina per le nozze in cattedrale di due rampolli di una potentissima ‘ndrina calabrese. Difficile credere che non si sia prestata attenzione ai cognomi dei due sposi. Anche perché Caterina Condello e Daniele Ionetti sono cugini di primo grado e il diritto canonico (art. 1091) consente un matrimonio tra consanguinei solo con motivata dispensa richiesta dal parroco e sottoscritta dal vescovo.
Il clan Condello da oltre 25 anni ha comandato a Reggio. I matrimoni dovrebbero essere molto controllati e i preti dovrebbero davvero interessarsi alla motivazione delle unioni. Nel 2003 fu sequestrata una lettera a Cesena a casa di Alfredo Ionetti, lettera scritta dalla moglie del Supremo, Maria Morabito. In questa lettera spedita a un’amica si parlava dell’altra figlia femmina, Angela: «Cara Anna (...) mia figlia ha dovuto lasciare un bel ragazzo solamente perché, nel passato, alcuni suoi parenti erano nemici di mio marito (...) Non c’è stato niente da fare, hanno dovuto smettere (...) Avevo sperato in un futuro migliore per mia figlia, che sarebbero stati bene insieme. (...) Ma dobbiamo portare la nostra croce…».
Le famiglie di Reggio vivono di questi vincoli, e spesso le prime vittime sono i familiari. In questo contesto, rompere il ruolo del sacramento religioso come patto di sangue tra mafiosi è qualcosa che solo i sacerdoti coraggiosi - e per fortuna ce ne sono - possono fare.
È importante che le istituzioni diano una risposta forte dopo la vicenda dell’attentato in Calabria. Quindi è bene che Maroni visiti Reggio, ma dovrebbe farlo anche il Ministro della Giustizia. Ai messaggi mafiosi bisogna rispondere subito, duramente, e soprattutto comprendendoli e non lasciandoli passare come un generico assalto alle istituzioni. Le mafie sanno che la più grande tragedia e la più grande festa non durano per più di cinque giorni. Quindi l’attenzione si abbassa, il giunco si cala e passa la china. Oggi la situazione storica sembra pericolosamente somigliare a quella già passata in Sicilia. Non è questo un governo con la priorità antimafia, non è questa un’opposizione con una priorità antimafia. Nonostante gli sforzi degli arresti.
Ad esempio: la legge sulle intercettazioni. Nella lotta alla mafia sono uno strumento indispensabile. E ora diviene talmente difficile poterle fare e ancora più poterle far proseguire per un tempo adeguato per ottenere dei risultati, che la macchina della giustizia viene nuovamente oberata di burocrazia, rallentata. Si rischia di privare gli inquirenti dell’unico strumento capace di stare al passo con una criminalità che dispone di ogni mezzo moderno per continuare a fare i propri interessi. Se i magistrati si trovano davanti a grossissime limitazioni nell’uso delle intercettazioni, è come se dovessero tornare a combattere con lo schioppetto contro chi possiede nel proprio armamentario ogni sofisticato dispositivo tecnologico.
L’altro problema sta in ogni disegno che cerca di accorciare i tempi processuali. Abolito il patteggiamento in appello, resta in vigore il rito abbreviato. Per un mafioso è conveniente: così - fra vari sconti e discrezionalità della pena valutata dai giudici - va a finire che spesso un boss può cavarsela con cinque anni di galera. Per lui e il suo potere non sono nulla, anzi sono quasi un regalo. E questa situazione col disegno sul processo breve cambia, ma solo in peggio.
Per i reati di mafia bisogna fare il contrario: creare un sistema più certo e più serio delle pene, tale da rendere non conveniente essere mafiosi. La pena deve essere comminata in dibattimento, senza possibilità di abbreviazione del rito. Lo stato non può rinunciare a celebrare processi regolari contro chi si macchia di certi reati e, peggio ancora, inquina il suo stesso funzionamento. Non si tratta di giustizialismo, ma semplicemente dell’esigenza che una condanna equa scaturisca da un processo fatto come si deve.
Questo governo agisce soprattutto a livello di ordine pubblico. In primo luogo con gli arresti, che divengono l’unica prova dell’efficacia della lotta alla mafia. Ma l’esecutivo non ha approntato strumenti per colpire il punto nevralgico delle organizzazioni criminali: la loro forza economica. Sì certo, i sequestri di beni ci sono, ma i sequestri dei beni materiali sono il risultato di imprese che invece ancora proliferano e di un sistema economico che non è stato affatto aggredito. Sul piano legislativo sarebbe gravissimo reimmettere all’asta i beni dei mafiosi. Li acquisterebbero di nuovo. Lo scudo fiscale per le mafie è un favore. E questa è la valutazione di moltissimi investigatori antimafia. Bisogna fare invece altro. Intervenire sul piano legislativo altrove. Cominciare col mettere uno spartiacque tra i reati comuni e quelli della criminalità organizzata. Ma bisogna anche smettere una volta per tutte di definire "diffamatori" coloro che accendono una luce sui fenomeni di mafia. Anche perché non è purtroppo con l’episodio di Reggio che si chiude una vicenda. Questo è soltanto l’inizio.
Dieci anni fa Bettino Craxi morì, non in esilio, ma, condannato in via definitiva, latitante. Non risultano richieste di revisione dei suoi processi in base a nuovi elementi sopravvenuti. Sarebbe davvero sorprendente se si giungesse ad una sua “riabilitazione” (sulla base di quali elementi e di quali considerazioni?) attraverso un elogio dell’agire politico di Craxi. Anzitutto, non è affatto possibile sostenere con dati convincenti che Craxi abbia dato un impulso decisivo alla modernizzazione del paese e della politica. Ad ogni buon conto, i suoi meriti di improbabile modernizzatore andrebbero condivisi con la Democrazia Cristiana di Andreotti e di Forlani, non proprio notissimi modernizzatori. Il debito pubblico ebbe un’impennata irrefrenabile negli anni del pentapartito, proprio quelli nei quali Craxi esercitò il suo potere di interdizione sulla formazione e sulle attività dei governi, ma evidentemente non applicandolo alla spesa pubblica mentre il livello di corruzione politica cresceva enormemente.
Che Craxi abbia chiamato a correo tutti i segretari degli altri partiti, probabilmente beneficiari di buona parte di quella corruzione, non costituisce una attenuante. Piuttosto è una confessione. E Craxi non fu il solo a pagare poiché tutti segretari del pentapartito furono indagati e variamente condannati. Che Craxi meriti il titolo di statista è molto dubbio se con statista ci si riferisce a chi antepone il bene del sistema politico, ovvero della Repubblica, alle fortune del suo partito. Al contrario, il filo conduttore di tutta l’attività politica di Craxi è costituito dal suo sforzo ossessivo di accrescere il peso elettorale e il potere politico del Partito Socialista. Il peso elettorale del PSI aumentò, ma non di molto; il potere politico di troppi socialisti crebbe al di là di ogni previsione, molto oltre il loro peso elettorale. Vennero rovesciate parecchie giunte, non solo con i comunisti, e giunsero al governo di città, provincie e regioni dirigenti accuratamente lottizzati, con casi talmente clamorosi che finirono per diventare il detonatore dalla riforma elettorale.
Da lui duramente osteggiata, la riforma elettorale è la cartina di tornasole del Craxi definito riformatore. L’invito nel giugno 1991 ad “andare al mare” per fare fallire il referendum elettorale sulla preferenza unica suggellò un decennio di ostruzionismo sordo e cieco a qualsiasi proposta di riforma. L’uomo che aveva lanciato, in maniera già allora facilmente valutabile come propagandistica, la Grande Riforma (1979), fece deliberatamente fallire la Commissione per le Riforme Istituzionali (1983-1985) definita Bozzi dal nome del suo Presidente, il liberale Aldo Bozzi. Il suo più grande merito fu quello di avere combattuto e vinto, da giocatore d’azzardo, il referendum chiesto dai comunisti contro il taglio di due punti della scala mobile. Mi limito a constatare che la battaglia fu ingaggiata soprattutto con, peraltro legittimi, obiettivi politici: dimostrare l’esistenza di divisioni dentro la CGIL e evidenziare l’irrilevanza del PCI.
I suoi estimatori sostengono che Craxi mirava in modo speciale a “social democratizzare” il PCI e a sostegno della loro tesi portano l’atteggiamento non pregiudizialmente ostile della corrente migliorista guidata da Giorgio Napolitano il cui stile politico era e rimase agli antipodi di quello del segretario socialista. In quanto appartenente alla sottocorrente dei perfezionisti, ieri come oggi, quindi ultraminoritario, credo di potere sostenere che Craxi mirava non all’unità delle sinistre, ma alla subordinazione del PCI al PSI. Dopo il crollo del muro di Berlino non lanciò nessuna iniziativa politica nei confronti del PCI preferendo attendere l’eventuale sorpasso in occasione delle elezioni dell’aprile 1992.
L’opera di un dirigente politico si misura anche in base alle sue conseguenze. Chi ha imparato l’impareggiabile lezione di Max Weber, sa che gli intellettuali possono anche, purché siano disposti a pagarne il prezzo personale, ispirarsi all’etica della convinzione, che impegna soltanto loro e la loro coscienza. Invece, i politici hanno il dovere morale di utilizzare l’etica della responsabilità ovvero di agire tenendo presente, nella misura del possibile, e cercando di prevedere, che cosa succederà.
Craxi uscì di scena e poi fuggì nel bel mezzo di una crisi di regime che distrusse tutti i partiti suoi alleati unitamente al partito che lui stesso aveva guidato e plasmato per quindici anni. Tutta la sinistra italiana ne risultò fortemente ridimensionata, scendendo per la prima volta al disotto del trenta per cento dei voti. Non soltanto il sistema politico italiano apparve peggiorato con riferimento a tutti gli indicatori, ma si aprì al buio una transizione politico-istituzionale che ha fatto emergere il peggio (che, abbiamo scoperto, essere tantissimo e diffusissimo) della società e della politica italiana. Sarebbe fare troppo onore a Craxi sostenere che tutto questo fu opera sua, ma certamente gran parte di questo è la conseguenza di un nefasto “duello a sinistra” che non modernizzò né il paese né il PCI né la sinistra italiana. Stiamo, noi di sinistra, ma anche il PD, che, a sua volta, ne porta non poche responsabilità, ancora pagando il prezzo della mancata modernizzazione politica ed etica. Se non risponde soltanto ad una deteriore strumentalizzazione politica, la riabilitazione di Craxi è l’ennesimo segnale che la politica e l’etica di questo paese continuano a rimanere a livelli bassissimi.
Ricordando la Milano di Bettino
Giorgio Bocca – la Repubblica, 5 gennaio 2010
Nella Milano craxiana «dei nani e delle ballerine» come la chiamava il socialista di Bari Rino Formica chiesi a un dirigente socialista: «Ma perché i capi del partito credono che i principi, le idee contino zero e il denaro tutto?». Mi rispose: «Perché il partito craxiano è nato come un clan di giovani rampanti, convinti che la politica è questo, che la politica si fa così, con i soldi necessari al commercio delle tessere, con gli assessorati con cui si fanno gli affari. C’è anche il desiderio di autonomia, il forte anticomunismo, ma come modo per aver mano libera nel fare la politica degli affari. Ogni fine settimana Craxi lascia a Roma le cure di governo e viene a Milano per la riunione in un ristorante dove si parla unicamente di affari».
Nella Milano degli anni ‘80 Craxi è il capo, ma il padrino del gruppo è Antonio Natali, il vero maestro del nuovo corso, della politica come affare per mezzo degli affari. La sua lezione ai giovani dirigenti è: «Fan tutti così. Cerchiamo di farlo meglio degli altri».
Gli affari trasformati in ideologia, come via naturale al potere, che prima rispondono ai desideri dei funzionari di partito poveri che hanno fatto sin lì una vita di stenti e poi diventano assuefazione. Il craxismo milanese è una combinazione paradossale ma realista e aggressiva dei nuovi ceti borghesi emergenti nella Milano del miracolo economico, la nuova borghesia del terziario, della moda, dei pubblicitari, degli imprenditori edili che troverà in Silvio Berlusconi il gemello naturale di Bettino, che vorrà Bettino come testimone di nozze, che si consulterà con Bettino nel camper durante i congressi del partito.
Un gemellaggio che continuerà dopo la fine di Craxi, anche con il passaggio nel partito berlusconiano dei più influenti quadri socialisti. L’aspetto paradossale del socialismo milanese è che si dice figlio di Pietro Nenni e sempre più lontano dal suo idealismo romantico e sempre più simile alla borghesia mercadora di Milano, che continua a dire di avere «il cuore in mano» ma come il giovane Berlusconi è pronta a lanciarsi nei nuovi promettenti pascoli della pubblicità e dell’edilizia. E questo spiega come un sindaco della borghesia miliardaria come la Moratti pensa oggi di intestare a Craxi una via o un giardino milanesi perché sa che buona parte dei craxiani hanno trovato rifugio nel partito di Silvio.
Un’altra affinità elettiva fra il socialismo craxiano e il liberismo berlusconiano, entrambi con il cuore in mano, è di procedere subito alla eliminazione di quanti si oppongono al nuovo corso. Il compagno Giulio Polotti, un sindacalista vecchio stampo dice: «Mi hanno tolto le preferenze perché come assessore facevo fare le scuole e non le discoteche, perché dicevo che la retorica socialdemocratica era superata ma sempre meglio della spocchia e dei lussi, sempre meglio dei milioni spesi in fiori e in banchetti ai congressi». Viene silurato anche Emanuele Tortoreto, già assessore al decentramento: «Vada a fare il professore a Bari che è meglio per tutti». E all’architetto Costantino che è alla direzione delle Case Popolari: «Bravo Costantino, in una intervista al "Corriere", hai detto che il tuo istituto non ha mai truccato un appalto. Sei un compagno simpatico, ma sei anche un gran pirla». E quando l’assessore all’Urbanistica Armanini viene denunciato per aver preso delle tangenti per i posti al cimitero lo festeggiano: finalmente anche tu hai capito come si fa politica.
L’assuefazione al furto è tale che non ci si accontentava di rubare in grande con le grandi dazioni, le grandi tangenti, ma si arriva fino all’argent de poche, alle spese correnti. Craxi occupa un ufficio in piazza Duomo, il sito più caro di Milano, 300 metri quadrati, senza contare gli uffici sottostanti della moglie e del cognato, pagando in affitto al Comune, che non è proprietà del partito, 40 milioni l’anno, quanto a dire che ritiene normale uno sconto di decine di milioni.
Per anni la fedele segretaria Vincenza Tomaselli viene pagata dall’ufficio di presidenza del Comune. La casa editrice Sugarco, sovvenzionata dal partito, pubblica i saggi politici e ideologici del segretario che vendono poche centinaia di copie. La benzina della sua auto è pagata dal Comune. Gli abiti dei grandi stilisti sono regalati. In questo clima l’amministrazione della città spende e spande: a Milano i sacchetti per le immondizie sono i più cari del mondo, per una celebrazione del primo volo dalla Malpensa si spende una follia, i dirigenti del partito se arrivano a Ginevra alloggiano all’Hotel Richmond, e a Zurigo al Suisse, alberghi di lusso. Hanno trovato la famosa terza via dei naviganti, il passaggio a Nord Ovest.
I procacciatori di tangenti hanno case di lusso, hanno scoperto che la lotta contro il perfido comunismo può rendere fortune. Un assessore di Brescia, vittima del giustizialismo, per tornare a casa da Roma, affitta un aereo privato. «Non si rendevano più conto di rubare», ha osservato il repubblicano De Angelis: «Vivevano in un loro mondo fatato dove le tangenti funzionavano come un orologio di precisione, la direzione fingeva di non vedere i piccoli furti della base per non guastare il consenso generale. Nessuno si interrogava sul futuro, tutti si rassicuravano a vicenda». «È dal congresso di Palermo nel 1981 - ricorda un socialista - che si è passati all’acquisto massiccio delle tessere e che la selezione dei dirigenti è cambiata radicalmente».
In questa selezione alla rovescia brilla il caso dell’ingegnere Mario Chiesa, direttore socialista del Pio Albergo Trivulzio, arrestato mentre cerca di gettare nel water dell’ufficio fasci di banconote dell’ultima dazione incassata. «Io ero esitante a accettare la direzione del Trivulzio - dirà - ma il segretario regionale Loris Zaffra mi disse: "Mario, mai dimettersi e mai rinunciare a un posto, prendi il Trivulzio e poi ce lo vendiamo bene magari lo barattiamo con qualcosa di meglio"». Chiesa capisce di aver trovato la fortuna la sera in cui i Craxi lo invitano a cena al Saint Andrew’s a Milano. C’è Bettino e c’è Mike Bongiorno, c’è la signora Craxi che ha bisogno di una sede per una sua associazione benefica.
Mario Chiesa è pronto: «Chiamo il contadino che ha un regolare contratto di affitto con una delle cascine del Trivulzio e lo convinco a cederne la metà». Per Chiesa la politica vuol dire arricchirsi, che cosa sia il socialismo non lo sa, ma cosa sia essere un assessore potente, questo lo sa benissimo.
Ricorda uno dei fornitori del Trivulzio: «I vecchi dell’ospizio venivano trattati bene perché la direzione doveva rubare sulle forniture. Noi fornitori venivamo trattati come dei servi, insultati e ricattati». Il socialismo craxiano, la «Milano da bere», sono stati anche questo. Ma in politica si dimentica presto.
Craxi, i conti che non tornano
Ida Dominijanni – il manifesto, 5 gennaio 2010
«Gli italiani allora non credettero a Craxi, ma a Berlusconi oggi credono». La rivendicazione firmata da Stefania Craxi della perfetta identità fra la persecuzione politico-giudiziaria di cui sarebbe stato vittima suo padre nel '93 e quella di cui sarebbe vittima oggi Silvio Berlusconi sigla il teorema della perfetta continuità politica fra il leader socialista morto latitante a Hammamet il 19 gennaio 2000 e il Cavaliere che dal 1994 tiene in scacco la politica italiana. E' un teorema che merita di essere valutato attentamente. Non tanto per l'equazione su cui si basa e che è contestabile punto per punto - uguali le vittime, uguali i magistrati persecutori, uguali i mandanti, uguale il diritto dei due leader di sfuggire al processo -, quanto per la genealogia politica che costruisce. Se c'è un tratto che accomuna Craxi e Berlusconi è precisamente l'assenza, in entrambi, di una genealogia di riferimento: i due «uomini nuovi» - il socialista eccentrico emerso oltre e contro la tradizione socialista, che per primo propose una frattura nella continuità costituzionale, e il Cavaliere venuto dal nulla, che da quindici anni combatte per fratturarla definitivamente - diventano ora i capostipiti di una tradizione politica a venire, di un culto da onorare, di una storia da proseguire?
Ovviamente non si tratta di un'invenzione di Stefania Craxi. Delle continuità politiche fra Craxi e Berlusconi, al di là del loro noto legame di amicizia e di sostegno, è fatta la storia dell'ultimo ventennio, ed è piena la saggistica relativa. E fu lo stesso Berlusconi, in occasione del secondo anniversario della morte di Craxi, a farsene dichiaratamente erede e continuatore, celebrando nel leader socialista «l'uomo forte d'Europa», il premier «che sfidò il sindacato classista» e «vide per primo la crisi dell'Urss», il modernizzatore che buttò a mare «le nefandezze del marxismo» , lanciò il made in Italy e fiutò le magnifiche sorti della tv commerciale, il «figlio del sistema di regole della Costituzione» che per primo ebbe l'ardire di proporne la Grande Riforma. Già allora Berlusconi provò a chiudere il cerchio della transizione italiana mettendo in primo piano il genio politico di Craxi e derubricando a peccato veniale «di tutto il sistema» i suoi reati di corruzione. Oggi la strategia si ribalta: in primo piano torna il protagonista della vicenda giudiziaria, ma come vittima.
I due lati della figura di Craxi, il leader politico e il politico corrotto, continuano del resto a non trovare una sistemazione convincente neanche altrove, e in primis fra quegli eredi del P.C.I. indicati a tutt'oggi come i mandanti e i profittatori della «persecuzione giudiziaria» del leader socialista nel '93 e di Berlusconi oggi. Piero Fassino ha ribadito in questi giorni la sua rivalutazione del «politico della sinistra», del «rivitalizzatore del Psi», del primo leader ad aver intuito «il bisogno di modernizzazione economica e istituzionale» dell'Italia, dell'uomo di stato che seppe decidere su Sigonella e sulla scala mobile; una mole di meriti che rende davvero imperscrutabile perché, come lo stesso Fassino ammette, il Pci-Pds-Ds-Pd abbia reso possibile farne il «capro espiatorio» di quel sistema di finanziamento illecito dei partiti sul quale «mancò allora una seria riflessione».
Dal famoso discorso del 29 aprile '93 in parlamento, quando Craxi sfidò tutti, governo e opposizione, a chiamarsi fuori da un meccanismo che coinvolgeva tutti, a oggi, la linea del principale partito della sinistra è rimasta oscillante fra la criminalizzazione giudiziaria e la rivalutazione politica. In morte di Craxi, lo ammise esplicitamente l'allora presidente della Camera Violante: non c'è pace per lui, disse, «e neanche per noi, che l'abbiamo visto trionfatore prima e sconfitto poi, senza essere ancora riusciti a esaminare con spirito di verità né le ragioni del successo né le cause della disfatta», né «ad affrontare con spirito di verità il rapporto fra legalità, corruzione e democrazia». Due motivi di scacco di non poco conto, che dieci anni dopo rischiano di ripresentarsi pari pari in un Pd che se da un lato non ha risolto il nodo del rapporto fra politica e giustizia, anzi ne è sempre più intrappolato, dall'altro lato non ha risolto il nodo della sua identità politica e programmatica, ed è sempre più intrappolato in una visione mitica della «modernizzazione» craxiana, nel senso di colpa per non averla fatta propria o nell'illusione che bastasse e basti farla propria depurandola dalla corruzione perché funzionasse negli anni Ottanta e funzioni ora.
Perché i due lati della medaglia di Craxi, il leader politico e il politico corrotto, trovassero finalmente una sistemazione coerente è proprio quel mito della modernizzazione che bisognerebbe smontare, procedendo finalmente a un'analisi veritiera del decennio craxiano che nel '93 non si fece consegnandone alla magistratura il seppellimento e dopo non si è fatta consegnandone a Berlusconi il proseguimento. Su Repubblica di domenica, Guido Crainz ha messo sull'argomento alcuni punti fermi: non si può definire modernizzazione politica quella di un decennio che ha segnato piuttosto l'inizio della crisi della politica, della partecipazione, della vitalità dei partiti, né si possono scindere questi fenomeni dal dilagare della corruzione. Non si può spacciare per modernizzazione economica una politica inflattiva e di indebitamento pubblico. Non si può spacciare per modernizzazione culturale della sinistra un processo di disfacimento del Psi e di chiusura al P.C.I. che furono ben più decisive dell'apertura a Prudono o della felice stagione della rivista Mondoperaio. Tutto vero; ma c'è ancora dell'altro.
Sempre più schiacciato sul momento della fine - i mesi drammatici che vanno dalla scoperta di Tangentopoli al lancio delle monetine contro Craxi all'uscita dall'hotel Raphael -, e dunque sul nodo del rapporto fra politica, controllo di legalità e giustizialismo, il lungo decennio craxiano attende ancora un ripensamento e una riconsiderazione complessivi, che renda conto della sua presa di lungo periodo sulla storia italiana e del suo allungarsi nel ventennio successivo, a onta delle volontà di rottura proclamate, all'inizio degli anni Novanta, dai fautori della rivoluzione giudiziaria (fra i quali, giova ricordarlo, c'erano molti di quelli che oggi militano nel campo berlusconiano, a cominciare dall'allora Msi di Gianfranco Fini e dalla Lega: diversamente da quello che sostiene Stefania Craxi, le parti in campo non sono sempre le stesse).
Quel lungo decennio fu in realtà più di un quindicennio, cominciò al Midas nel 1976 con l'elezione imprevista di Craxi a segretario di un Psi in declino e si concluse con il suo «esilio» a Hammamet nel '93: in mezzo, c'è una trasformazione sociale, politica e antropologica dell'Italia, che è una molto impropria scorciatoia definire solo «modernizzazione», sia politica sia economica, e che è contrassegnata da una lunga sequenza di ambivalenze, dello stesso craxismo. Per il suo partito, Craxi non fu un innovatore: fu, finita la breve stagione di Mondoperaio, il passaggio da un partito ancora strutturato, malgrado l'esperienza del primo centrosinistra, sulla militanza e il radicamento sociale a una macchina elettorale, diretta da un capo che fu il primo a sperimentare e volere l'elezione diretta in congresso. Il «partito corsaro», che avrebbe meritoriamente voluto spezzare l'egemonia - e la cappa - Dc-Pci strettasi durante la disgraziata stagione dell'unità nazionale, si trasformò in pochi anni nel partito della governabilità che siglò con la Dc la conventio ad excludendum del P.C.I. e si identificò poi nel Caf.
La forza libertaria e garantista, che coraggiosamente si oppose al «fronte della fermezza» durante il sequestro di Aldo Moro, si capovolse rapidamente in una forza d'ordine animata da una rigida ideologia che recitava efficienza e decisione. L'innovazione culturale - l'unica che meriti di essere ricordata - che alla conferenza di Rimini dell'82, protagonista Claudio Martelli, propose di sostituire allo schema di analisi classista e lavorista tradizionale della sinistra quello incentrato sulla coppia meriti-bisogni, ovvero sull'analisi dei ceti emergenti di intellettualità diffusa da un lato e della nuova emarginazione sociale dall'altro, si piegò rapidamente alla logica antioperaia che trionfò nel taglio della scala mobile e alla religione del rampantismo e dell'individualismo competitivo. Il mito della modernità si ridusse all'anticipazione dei luccichii berlusconiani, dalle roboanti scenografie congressuali alla Milano da bere. La rottura del monopolio della tv pubblica, giustamente salutata come una boccata d'aria da quanti - non il Pci - avevano intuito quello che la rivoluzione dei media e dell'informazione stava preparando per la società di massa, si risolse nei provvedimenti a favore di Silvio Berlusconi, delle sue tv e del suo modello culturale.
Questa parabola parla ancora di noi, di quello che è venuto dopo Craxi, in mancanza di una elaborazione del craxismo. E annuncia quello che potrà accadere in futuro, dopo Berlusconi, in mancanza di una elaborazione del berlusconismo. Il che dice non solo e non tanto delle continuità fra Craxi e Berlusconi, ma di coloro che avrebbero dovuto contrastarli.
Le argomentazioni contenute nei due atti di citazione sono formalmente dirette a dimostrare che l’Unità ha colpito la reputazione di Berlusconi, ma nella sostanza delineano un illecito non previsto dal nostro ordinamento, quello di lesa maestà.
Il legale del presidente del Consiglio contesta le nostre opinioni politiche, le nostre valutazioni (peraltro condivise da opinionisti di altri giornali nazionali e internazionali e comunque attinenti alla libera manifestazione del pensiero tutelata dall’articolo 21 della Costituzione) sui rapporti tra la maggioranza e il Vaticano. O i giudizi sui comportamenti privati del premier e sulla loro compatibilità col suo ruolo pubblico.
Viene addirittura qualificato lesivo della onorabilità del premier il fatto di aver riportato giudizi espressi pubblicamente da Veronica Lario attorno alle sue condizioni e alle sue frequentazioni con minorenni. Persino l’opinione di una scrittrice come Silvia Ballestra viene inserita nell’elenco delle affermazioni non pubblicabili.
Un passo dell’atto prodotto dal legale del premier riassume bene il senso complessivo dell’iniziativa. “Si è scritto, spacciandolo per vero, che ‘tutto’ sarebbe stato ‘nascosto ‘ manipolando l’informazione attraverso le televisioni. E che il dottor Berlusconi non solo avrebbe tale controllo ma addirittura ne avrebbe abusato e continuerebbe ad abusarne in danno del servizio pubblico Rai e per i suoi interessi personali (che sarebbero una sorta di guerra contro Sky). Il che, come quant’altro divulgato dall’Unità, è mera invenzione”.
In definitiva, è “diffamatorio” anche dire che Berlusconi controlla l’informazione in Italia.
Viene contestata la “illiceità” di due interi numeri del giornale in tutte le loro parti che si riferiscono al presidente del Consiglio e, attraverso il combinato disposto di articoli e commenti, diventa “diffamatoria” una linea politica e una visione del mondo.
Non è possibile, nei due atti di citazione, trovare nulla che riguardi il merito delle affermazioni contestate. Né, quindi, ci viene data la possibilità di dimostrare che esse sono fondate su dichiarazioni pubbliche (addirittura fatte da parlamentari della Repubblica un tempo legatissimi al premier, come Paolo Guzzanti) o su dichiarazioni già acquisite dall’autorità giudiziaria (come quelle della D’Addario) e diffuse da tutta la stampa mondiale.
E questo chiarisce le ragioni della scelta della sede civile e la richiesta di un risarcimento esorbitante. E’ evidente che Silvio Berlusconi, come già il fascismo, vuole chiudere il giornale fondato da Antonio Gramsci.
Faremo tutto ciò che è nelle nostre possibilità per impedirlo. Lanciamo, ai nostri lettori e a tutti i democratici, un appello perché si mobilitino a difesa della libertà di stampa.
Alluvione: se l’emergenza facesse finalmente scuola
Roberto Bernabò
C’è il bambino con gli stivaloni in gomma e la pala in mano in mezzo al fango; c’è l’argine del Serchio mangiato dall’onda di piena nel giorno di Natale e ricostruito il 31 dicembre; c’è l’autostrada a Migliarino, e le fabbriche e le case intorno, sommersa dall’acqua, da un lago improvviso che visto dall’alto è grande quanto il Massaciuccoli.
Sono le istantanee di una settimana orribile che raccontano del dolore ma anche della forza della gente comune di reagire; della capacità delle istituzioni di affrontare l’emergenza con un impegno eccezionale che ha evitato il peggio; e della scia mostruosa di danni che hanno colpito case, industrie, strade e che richiederanno centinaia di milioni di euro per tornare alla normalità.
In queste immagini c’è davvero la sintesi della straordinaria risposta di chi per spirito di solidarietà e di chi, tantissimi, per dovere - ma andando oltre orari, competenze, burocrazie - si è immerso nel fango in aiuto degli altri, ha lavorato senza un attimo di sosta, ha portato conforto e dimostrato competenza. C’è un patrimonio di umanità (e di esperienza) che è una straordinaria ricchezza di questo paese, un bene prezioso che resiste alla disgregazione politica e sociale che stiamo vivendo. Sottolinearlo è una gioia. Saperlo impiegare nell’ordinaria amministrazione, farne un obbiettivo della gestione quotidiana sarebbe un dovere di qualunque istituzione.
Un ruolo chiave, ragionando con la voglia di imparare la lezione per un futuro prossimo che purtroppo non sarà privo di altre calamità, va però riconosciuto alla Protezione civile. L’arrivo di Bertolaso e del suo vice è stato decisivo perché è riuscito a mettere insieme enti e strutture separati geograficamente e funzionalmente. Nell’immediato - e molti cittadini lo hanno gridato, così come i cronisti l’hanno verificato - non tutto ha funzionato al meglio: né nella segnalazione dell’emergenza né nella individuazione degli interventi urgenti, anzi urgentissimi. Ogni Provincia pareva andare per conto suo, con le proprie forze, senza un punto di coordinamento. Il pugno del duo Bertolaso - De Bernardinis ha fatto quello che la scarsa esperienza ed abitudine a coordinarsi avrebbe probabilmente impedito. La traccia da seguire è allora proprio questa: al di là delle belle parole sulle aree vaste, c’è davvero sempre più bisogno di gestioni unitarie, di concertazione degli interventi, di pianificazione complessiva. Anche perché la natura è indifferente ai confini delle Province e ai loro piccoli feudi.
Ma il fiume ha detto di più. Ne parlavamo già domenica scorsa, molti altri ne hanno detto e scritto anche meglio in questi giorni: serve una politica oltre l’emergenza, serve un uso del territorio che sappia prevedere gli effetti di un’antropizzazione eccessiva, serve una pianificazione urbanistica capace di evitare una costante e pericolosa cementificazione. E mentre si progetta, speriamo, questo futuro c’è bisogno di risorse per riparare ai danni del passato, per mettere in sicurezza innanzitutto i fiumi. Tantissime risorse: soldi che non si vedono, elettoralmente parlando, eppure vanno trovati e investiti, con il coraggio di farlo comprendere ai cittadini. Perché l’assenza di interventi - come dimostra il caso dell’Autorità di bacino del Serchio di cui parliamo a pagina 3 - prima o poi presenta il conto. Più pesante e più drammatico e con un surplus di dolore e sofferenza.
Scriveva testualmente tre giorni fa il professor Salvatore Settis, negli auspici per il 2010, rivolgendosi alla classe politica che la guiderà: «La Toscana non può accontentarsi del “meno peggio”; non può affidare la propria politica del paesaggio, come troppo spesso è stato, a soluzioni compromissorie, mescolando ammiccamenti a chi vuol tutelare e cedimenti a chi intanto va devastando. Deve scegliere e indicare la propria strada, con massima consapevolezza e ambizione: per rispondere alle aspettative dei cittadini (qui, più e meglio che altrove, spontaneamente raccolti in reti di Comitati locali), ma soprattutto per rispettare se stessa, la propria tradizione e il proprio futuro”.
Parole da sottoscrivere in pieno. Da indicare come faro per chi governa. E come monito per i piccoli e grandi interessi che bussano alla porte dei palazzi del potere.
Povero Serchio, strizzato tra case e aziende. I vincoli ci sono ma si continua a costruire: rubati al fiume migliaia di ettari di terra
Mario Lancisi
Dante forse ci ha visto giusto anche sul Serchio. Nella Divina Commedia lo cita infatti nel girone infernale degli imbroglioni. La storia, almeno quella recente, del fiume, stretto tra le Apuane e l’Appennino, che da Piazza al Serchio si snoda tra Lucca e Pisa fino alla foce vicino a Vecchiano, ha a che fare con l’imbroglio, le speculazioni, i piani di carta.
Lui, il fiume, sia chiaro, è l’«imbrogliato», la vittima, verrebbe da dire. Terzo fiume per lunghezza (102 chilometri) della Toscana - dopo l’Arno e l’Ombrone -, il Serchio è sì un po’ bizzarro e nervoso perché ha il vizietto di dar di fuori spesso e volentieri, ma è anche molto generoso. Alla sua acqua si abbeverano infatti lucchesi, pisani, livornesi e pistoiesi della Val di Nievole e anche d’estate, quando l’Arno e l’Ombrone soffrono la siccità, il Serchio non lascia a secco i suoi abitanti.
Fiume generoso e anche prodigo di scenari e ambienti d’incanto, il Serchio è celebrato da scrittori e poeti: «Tu vedi lunge gli uliveti grigi/ che vaporano il viso ai poggi, o Serchio, / e la città dell’arborato cerchio,/ ove dorme la donna del Guinigi...», canta ad esempio Gabriele D’Annunzio.
Quanto costa il Serchio...Sì, è vero che c’è anche il detto toscano «è costato quanto il Serchio ai lucchesi», ma si riferisce al passato quando, spiega Raffaele Nardi, segretario dal 1990 dell’Autorità di bacino del fiume, Lucca (e in misura più modesta anche Pisa) spesero fiori di quattrini per costruire attorno alla città (da Ponte a Moriano a Ripafratta) argini grossi per ripararla dall’alluvione sempre in agguato. Nel XVI secolo Lucca affidò la sistemazione del Serchio ad un’apposita magistratura e anche nel ’700 e ’800 furono fatti lavori importanti, spiega Nardi. E nella basilica di San Frediano a Lucca c’è un dipinto che raffigura il santo mentre devìa il corso del fiume per evitare che le esondazioni colpissero la città. Immagine sacra che dà la misura dell’impegno profuso dai lucchesi per arginare il Serchio.
Cemento selvaggio. Oggi, purtroppo, scuote il capo Nardi non è così. Negli ultimi decenni il Serchio è stato preso d’assalto dalla speculazione edilizia e quando, nel 1990, si è deciso di porre rimedio alla cementificazione selvaggia è stato troppo tardi. Abusi, imbrogli e imperizia hanno devastato il corso del fiume da Piazza al Serchio, a Castelnuovo Garfagnana, Fornaci di Barga, Gallicano, Coreglia, Fornoli, Borgo a Mozzano fino a Vecchiano. Quando è stata istituita l’Autorità di bacino con Nardi al comando, l’imbroglio era già stato consumato: al Serchio sono stati rubati migliaia di ettari di terra ed è stato imprigionato in una sorta di camicia di forza. «Sono state costruite in territori, che poi con il piano abbiamo vincolato, intere zone industriali e anche molte case, villette e strutture ricettive», denuncia Nardi.
Il Piano di Nardi. Nel 2001 è stato varato dall’Autorità di bacino del Serchio, una struttura di circa 40 dipendenti per un costo annuo che si aggira sui 700 mila euro, il piano di salvaguardia del fiume. Che - per dirla in breve - disegna una mappa delle zone più a rischio, definite in base anche alle esondazioni subite nel corso degli anni. Lì non si può costruire e il divieto, spiega l’assessore regionale all’urbanistica Riccardo Conti, è stato fatto proprio da tutti i piani di Regione e Provincia di Lucca.
Solo 4 milioni su 500... Il piano di Nardi non contiene solo divieti, ma anche un programma di interventi per rafforzare gli argini e mettere in salvaguardia il Serchio.
Per realizzare il piano occorrono cinquecento milioni, ma sono arrivati dallo Stato ad oggi solo quattro milioni. Basta fare due conti per capire lo scandalo: i danni provocati dall’alluvione di Natale, provocati dallo strappo degli argini del Serchio, in località Nodica, nel comune di Vecchiano, ammontano ad una stima di ieri (ma destinata a crescere) a trecento milioni. Cioè una cifra che si avvicina al costo del piano.
E i soldi arrivati da altre fonti, come i 12 milioni di euro previsti nel 2004 dall’allora ministro dell’Ambiente Matteoli per la zona di Massarosa, non stati spesi perché mancava la pianificazione. Insomma, dove ci sono i piani non arrivano i soldi e dove vengono stanziati i soldi (pochi) mancano i progetti...
Un uomo travolto ad Amalfi, l’Europa aveva avvertito: lì peggio di Sarno
Vincenzo Iurillo, Il Fatto Quotidiano
Era una tragedia più che annunciata la frana che ha travolto il ristorante “Zaccaria” al confine ad Atrani, vicino Amalfi, uccidendo lo chef Carmelo Abate, 44 anni. Era una tragedia già scritta. In un articolo comparso on line a novembre su Positanonews.it ma non solo. Era già messa nero su bianco sui documenti preparatori del programma Safe Land, finanziato dall’Unione europea con lo scopo di prevenire il rischio idrogeologico e agire sui siti di principale pericolo. Il programma venne rivelato in un convegno a Maiori dall’assessore provinciale all’Ambiente Giovanni Romano. In quella sede Romano spiegò che secondo le valutazioni della Ue “il comprensorio sorrentino e amalfitano è più a rischio di Sarno ed è per questo che siamo riusciti a farlo dichiarare ‘emergenza europea’. Ci sono delle situazioni di dissesto idrogeologico che tolgono il sonno. Qui può succedere qualcosa di serio ed è il momento di agire”. La frana, l’ennesima, ha ucciso prima delle auspicate opere di risanamento e delle buone intenzioni dell’assessore, che vorrebbe convocare gli Stati generali dell’Ambiente per la prossima primavera.
Parla di “tragedia annunciata” senza troppi giri di parole anche il sindaco di Atrani, Nicola Carrano: “Ora dobbiamo smetterla, basta con le promesse mai mantenute di interventi mai effettuati. Da Vietri a Positano, i costoni non sono mai stati risanati: è uno scandalo”. L’ultimo intervento secondo Carrano risale al 2006. Riguarda la realizzazione di un’imbracatura del costone, che termina al confine tra Amalfi e Atrani, proprio cinque metri prima del luogo della frana. Se l’imbracatura fosse proseguita anche sul tratto di montagna sovrastante il ristorante, il povero Abate si sarebbe salvato? Forse no e comunque nessuno al momento può dare questa risposta. Ma Carrano riflette ad alta voce: “Non è possibile che un uomo si svegli una mattina per andare a lavorare e trovi la morte in questa maniera assurda”. Assurdità accentuata dall’incredibile serie di circostanze che ha segnato la sorte dello chef. Abate, residente a Tramonti, era rimasto bloccato lungo il tragitto verso il ristorante da una piccola frana in località Castiglione. Costretto a lasciare l’auto, ha superato l’ostacolo a piedi e ha raggiunto il luogo di lavoro grazie a un passaggio, che lo ha fatto arrivare puntale all’appuntamento con il destino.
Secondo la ricostruzione dei vigili del fuoco, poco prima delle 10, un enorme macigno si è staccato dalla montagna e ha investito la cucina e parte di una veranda interna del ristorante, subito dopo la galleria che collega Atrani e Amalfi. Il masso ha ridotto il locale in un ammasso di macerie e di lamiere ondulate distrutte. Lo chef era l’unico presente: era nello spogliatoio a cambiarsi, avrebbe dovuto preparare un pranzo per una comitiva in festa. Lascia una moglie e due figlie di 11 e 16 anni.
Il ristorante si trova a pochi passi dalla piazzetta e dalla spiaggia di Atrani, nel 1999 location de ‘Il talento di Mister Ripley’, protagonisti star come Matt Damon, Jude Law, Gwyneth Paltrow. Hollywood scelse Atrani perché la sua suggestiva urbanistica è ferma agli anni ’50, gli anni dell’ambientazione del film. Ferme al passato, purtroppo, anche le politiche di prevenzione del rischio. Maltempo e piogge intense sono sufficienti per gettare nel panico i residenti della costiera amalfitana, dell’agro-nocerino, di Ischia. L’elenco delle vittime di frana è un bollettino di guerra ormai. Eppure si continua a bucare i costoni. A meno di venti metri da “Zaccaria” campeggia il tabellone di un parcheggio pubblico da costruire, dove? Nella roccia. Dovrebbe costare circa cinque milioni di euro. Negli anni scorsi, i residenti della zona hanno inviato degli esposti per protestare contro la potenza delle mine utilizzate per i lavori di scavo.
E la Costiera si ribella dopo la tragedia
Irene De Arcangelis, la Repubblica
Di lì a pochi minuti avrebbe indossato il suo cappello da chef, diretto ai fornelli per proporre ai clienti sofisticate ricette a base di pesce. Ma mentre attraversava i locali del rinomato ristorante "Zaccaria" affacciato sulla splendida costiera amalfitana, la frana ha sfondato il tetto della veranda e lo ha preso in pieno. Lo ha schiacciato rendendolo irriconoscibile, lo ha ucciso sul colpo.
Vittima dei mancati interventi di risanamento del territorio e dell´ondata violenta di maltempo che ha fatto staccare i massi dalla montagna è Carmine Abate, 44 anni, cuoco del ristorante noto fin dagli anni Settanta e padre di due figli di undici e sedici anni. Immediata l´apertura di una inchiesta sulle responsabilità dell´incidente, e altrettanto repentine le polemiche che esplodono su un tema scottante e ricorrente. Parole che pronuncia primo fra tutti Nicola Carrano, sindaco del comune di Atrani nel cui territorio rientra il ristorante della frana. Che dice: «Quei costoni non sono mai stati risanati. Dobbiamo smetterla con le promesse di interventi che non sono mai stati effettuati per la messa in sicurezza del territorio. È ora di finirla».
La frana - sette metri cubi di massi per centinaia di chili - è caduta alla fine di una notte di pioggia intensa su parte della veranda esterna al costone del ristorante noto anche come "Cantina del nostromo", che si sviluppa con i suoi locali anche all´interno della roccia. Il resto della struttura è rimasto intatto. Dunque lo chef è stato ucciso anche dalla sfortuna. Si è trovato nell´unico modulo della struttura in ferro e vetro colpita dal crollo. Qualche passo più indietro, mezzo metro più avanti e si sarebbe probabilmente salvato. Stava andando negli spogliatoi per cambiarsi alle dieci di ieri mattina, puntualissimo al lavoro in vista di una giornata sovraccarica di prenotazioni, a cominciare da una tavolata di venti persone per festeggiare un compleanno. Ora l´intero ristorante è stato sequestrato, mentre sono arrivati i tecnici del genio civile e della protezione civile regionale della Campania per i sopralluoghi, impegnati nella creazione di una mappa d´urgenza di eventuali altri punti della parete rocciosa a rischio crollo.
«Da Vietri sul mare a Positano - è il duro j´accuse del sindaco Carrano, primo tra i tanti accorsi sul luogo della disgrazia - i costoni non sono stati mai risanati. Occorre mettere immediatamente mano per risolvere un problema che crea innumerevoli danni alle vite umane e dei durissimi contraccolpi all´economia. L´ultimo intervento eseguito sulla montagna risale al 2006, ma la parte del costone risanato non riguarda quella del ristorante Zaccaria. E poi non è possibile che un uomo si svegli una mattina per andare a lavorare e trovi la morte in questa maniera assurda».
La costiera amalfitana, conosciuta in tutto il mondo come "la costa divina", è dunque a rischio crolli alla prima pioggia intensa, come sottolinea Legambiente: un territorio negli ultimi anni maggiormente colpito da fenomeni franosi. «La Campania - denuncia il presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo - è una regione sottoposta al rischio di frane e alluvioni: l´86 per cento dei comuni campani sono classificati a rischio idrogeologico, il fenomeno interessa tutte le cinque provincie della regione, ma la più fragile è quella di Salerno con il 99 per cento delle amministrazioni a rischio. Numeri che delineano il quadro di un territorio fragile, dove sono 474 i comuni a rischio frane o alluvioni, e che puntano il dito contro uno sviluppo urbanistico e un uso del territorio e delle acque poco rispettosi delle limitazioni imposte dal delicato assetto idrogeologico».
Sul corpo dello chef è stata disposta l´autopsia, mentre ai familiari della vittima sono arrivate le condoglianze dell´assessore all´Ambiente della regione Campania, Walter Ganapini.
Alla fine la natura avrà anche fatto la sua parte nel determinare il disastro del Serchio e i conseguenti allagamenti.
Ma credo sia evidente a tutti che il tema vero posto dalle pressioni naturali di questi giorni sia il sostanziale abbandono della manutenzione dei suoli e delle infrastrutture idrogeologiche (fiumi, laghi ecc.). Non è sinceramente accettabile che un acquazzone, pur intenso e particolare (in ogni caso non di certo un “Katrina”), non appena duri più di un paio di giorni faccia cadere argini, allaghi aree industriali con centinaia di milioni di euro di danni, rovini la vita a centinaia di persone.
Stavo per dire, nel 2009 non è accettabile, ma ormai siamo nel 2010 e allora lo è anche meno.
Diciamo la verità l’unica politica veramente bipartizan di questo paese è sempre stata solo quella che riguarda la cementificazione dei suoli e dei territori, l’abbandono, i condoni e le altre amenità che accompagnano la devastazione dei suoi assetti idro-geologici. Non voglio dire che i comportamenti tenuti sono tutti uguali, a livello nazionale il centro destra è largamente in vantaggio nel virtuale “premio Attila” che potremmo assegnare. Ma a livello locale, pur non condividendo certi estremismi “verdi”, si deve ammettere che anche la Toscana, se mai lo è stata, oggi non è più per niente “felix”.
Ovviamente viene da pensare a cosa diavolo ci stanno a fare le autorità preposte al controllo e alla manutenzione idro-geologici e tra queste spiccano per incomprensibilità del mandato, o meglio, per incomprensibilità dell’interpretazione di tale mandato, i consorzi di bonifica che riscuotono una sempre più discussa e discutibile tassazione mirata alla conduzione idro-geo-dinamica dei suoli.
Ce la potremmo cavare dicendo, come in molte-troppe altre occasioni, che in realtà mancano le risorse, ma se penso a quell’argine del Serchio venuto giù come se fosse di burro e se ricordo che solo poche settimane or sono si è cominciato a prospettare la messa in sicurezza idro-geologica della città di Pisa e dei comuni confinanti decidendo finalmente di avviare il progetto di riassetto dello scolmatore dell’Arno, che da qualche decennio ha la sua foce completamente interrata, mi viene da pensare più semplicemente che la manutenzione del territorio non porta voti e perciò “merita” disattenzione.
Ma non si può nemmeno crocifiggere solo la classe politica, perché questo è un tipico tema di cultura democratica generale. Quando si parla di attenzione alle problematiche degli equilibri idro-geologici dei suoli, i cittadini normali, la cosiddetta società civile che fine fa? Non posso dimenticare i “dollari agli occhi” dei mille piccoli proprietari pronti ad allargare le loro casette del fatidico 20% in più (anche se in territori delicati), non posso dimenticare la spinta costante che deriva dagli abusi, non di pochi, non di alcuni reietti, ma abusi di massa che cementificano i corsi d’acqua, che disboscano, che trasformano annessi agricoli in casali dai cubaggi spaventosi, che sconfinano nelle aree di esondazione, che mettono a rischio di frana intere colline.
No, non è soltanto la classe politica ad essere sotto accusa in questi momenti, lo siamo tutti. Un “tutti”, però, che per una volta non deve e non può trasformarsi in “allora nessuno”. Ci vuole una nuova consapevolezza ambientale. Dobbiamo farci entrare nel DNA culturale un principio, semplice quanto rivoluzionario, l’economia insostenibile ci porta all’insostenibilità dell’economia, dobbiamo abolire i modelli di sviluppo scellerati, distruttori delle risorse non facilmente ricostruibili proprio come gli assetti idro-geologici.
Il sonno della Regione genera mostri. E la Regione dorme e tace da settimane sullo scandalo delle bonifiche che ha portato in carcere, tra gli altri, l’imprenditore Giuseppe Grossi e la moglie di Gianfranco Abelli, Rosanna Gariboldi, che con il marito aveva un conto a Montecarlo su cui arrivavano i soldi di Grossi. Non risponde il presidente, Roberto Formigoni, che non solo è sempre stato il grande sponsor di Abelli, ma che è il responsabile politico delle scelte dell’amministrazione. Non risponde l’assessore all’ambiente, Massimo Ponzoni, che si è dato malato. Non risponde Massimo Buscemi, altro assessore regionale, che ha al polso (come Abelli, come il misterioso Maurizio L., come tanti altri) uno dei preziosi orologi da collezione che Grossi generosamente regalava agli amici.
Tutti zitti, tutti fermi, in attesa che arrivino novità da Palazzo di giustizia. Nessuno che accetti di parlare degli aspetti politici, prima che giudiziari, di questa brutta faccenda. Proviamo a ricapitolarli. In regione ci sono molte aree inquinate da bonificare: Santa Giulia e Bovisa a Milano, ex Sisas a Pioltello, e poi a Sesto San Giovanni, Cerro al Lambro, Casei Gerola...
Su questo business mette gli occhi Grossi, che riesce a diventare il re delle bonifiche mettendo in piedi un sistema di relazioni che coinvolge politici e amministratori. Più o meno come il napoletano Romeo in Campania. Il Sistema Grossi può contare su una rete di rapporti e d’affari già pronta: quella degli uomini di Cl e della Compagnia delle opere. Grossi la conquista diventando tutt’uno con Abelli e sua moglie: amici, compagni di vacanze, titolari insieme di conti correnti all’estero... Abelli, detto il Faraone, è il ras della sanità lombarda, ma si è da tempo allargato anche ad altri settori. È lui a spingere Claudio Tedesi, ingegnere lodigiano esperto in bonifiche, sulle poltrone di direttore generale di Asm Vigevano e poi di Asm Pavia. E Tedesi è il tecnico di fiducia di Grossi. Del network fanno parte, con Ponzoni e Buscemi, anche l’ex assessore regionale Giorgio Pozzi, fedelissimo di Formigoni, e Mario Resca, ora passato a fare il direttore dei Beni culturali. Anche Resca come Abelli viaggiava sul jet di Grossi.
Il Sistema è in grado di assicurare affari a ciclo completo: acquisizione di un’area, bonifica (a prezzi gonfiati), valorizzazione immobiliare. Per questo Grossi ha dei partner: come Luigi Zunino, che sull´area Montecity realizza Santa Giulia e su quella di Pioltello ottiene la concessione per costruire un centro commerciale. E ha "amici" disposti a chiudere un occhio dentro il Tribunale fallimentare e dentro le istituzioni. Certo, le competenze sono palleggiate tra diversi livelli istituzionali, ministero dell´Ambiente (dove operava il potentissimo direttore generale Gianfranco Mascazzini), Regione e Comuni. Ma la rete buca i diversi livelli, il Sistema Grossi è trasversale, ha amici dove occorre. Abelli sa dire le parole giuste anche a sindaci e assessori. E la Regione sa garantire sostanziosi stanziamenti. Era l’11 giugno 2009, lo scandalo era già scoppiato perché già in febbraio erano stati arrestati due collaboratori di Grossi, eppure la giunta regionale, su proposta di Formigoni e di concerto con l’assessore Ponzoni, stanzia 44 milioni aggiuntivi per le sue bonifiche. Al di là degli eventuali sviluppi penali, possibile che nessuno in Regione voglia spiegare il Sistema, possibile che nessuno abbia qualcosa da dire?
Li hanno chiamati Patriarchi. E come le figure bibliche alla guida del popolo ebraico, sono considerati i capostipiti nel mondo vegetale. I progenitori della natura. Sono alberi monumentali, per lo più secolari, qualcuno millenario: ora un archivio li raccoglie e ne racconta l’età veneranda, l’altezza, la misura del tronco e della chioma. Ognuno ha la sua scheda e la localizzazione precisa. Al momento gli alberi catalogati sono 5.327, divisi per regione e per provincia. Ma sulla base dei criteri fissati dall’Associazione Patriarchi della natura, con sede a Forlì, chiunque potrà arricchire l’archivio. La gran parte degli alberi hanno alcune centinaia di anni, ma poi c’è l’olivastro di Luras, in provincia di Oristano, il più antico di tutti, la cui età stimata è di 3.800 anni, è alto 11 metri e ha un tronco della circonferenza di 13. Appena più giovane è il castagno dei 100 cavalli, che di anni potrebbe averne 3.000: si trova a Sant’Alfio, alle pendici dell’Etna, è alto 14 metri ed è composto da tre fusti, cresciuti da un’unica ceppaia che misura 52 metri di circonferenza. Di fatto è un bosco.
Tutti insieme gli alberi monumentali riproducono la ricca mappa dei paesaggi italiani. Ne testimoniano gli strati nel tempo e la multiforme qualità culturale. Raccontano storie di botanica e di fatiche contadine. L’Associazione dei Patriarchi, presieduta da un agronomo, Sergio Guidi, è nata nel 2005 e ha raccolto i dati messi insieme nei decenni scorsi dal Corpo forestale dello Stato e da alcune regioni. Ha raffinato i criteri di selezione e ha allestito la galleria non solo a fini documentari, «ma anche per stimolare la tutela di questo patrimonio, protetto solo in parte da leggi regionali», spiega Guidi. «La conoscenza è alla base della salvaguardia, dobbiamo conservare questo germoplasma, cioè il materiale ereditario in grado di preservare la biodiversità. Queste sono le piante più idonee all’agricoltura sostenibile del futuro, le più resistenti e quelle che assorbono meno energia».
Giovedì a Roma verranno presentati due volumi dedicati ai Patriarchi da frutto dell’Emilia Romagna, la regione che con oltre mille esemplari censiti è la più ricca d’Italia (ne parleranno Vasco Errani, Corrado Barberis, Vittorio Emiliani, Desideria Pasolini dall’Onda e Fulco Pratesi). Seguono la Toscana (463), la Lombardia (424), la Puglia (403), la Sicilia (388).
Gli alberi vanno in archivio, ma a loro volta gli alberi sono un archivio. Attraverso un sistema di carotaggi si può accertare, spesso approssimativamente, l’età. Ma nel tronco, spiega Guidi, sono incise molte informazioni sull’ambiente che li ha circondati, sul tipo di vegetazione in cui sono stati immersi nei secoli, sul clima in cui hanno prosperato oppure sofferto, sul trattamento che hanno subito da parte degli uomini. La ricchezza dei dati che gli alberi possono offrire è uno dei criteri per entrare nell’archivio. Ma anche il loro valore simbolico è importante. Gli alberi sono protagonisti di miti e di cosmogonie. «Gli esemplari più grandiosi delle diverse specie hanno sempre suggestionato per il doppio ruolo di creature telluriche, con le radici innervate nella madre terra e nello stesso tempo celesti, con la chioma aerea nel cielo», dice Guidi.
Molti sono i Patriarchi gonfi di storie. Come il platano dei Cento bersaglieri di Caprino veronese (640 anni di età, più o meno), chiamato così perché - si racconta - cento bersaglieri si nascosero nelle sue immense chiome. O come l’olmo di Bergemolo a Demonte, in provincia di Cuneo, forse il più alto olmo d’Italia (26 metri), che si dice piantato da Napoleone e che, nonostante i 200 e più anni di età, continua a crescere. O, ancora, l’ulivo di Cicciano, in provincia di Napoli, che si dice originato da sementi portate milleseicento anni fa dall’orto dei Getsemani.
la Repubblica
La svendita dell´acqua pubblica
di Paolo Rumiz
Con le reti idriche allo sfascio, l´Italia accelera la privatizzazione dell´acqua. Il Parlamento sta discutendo la legge che obbliga a mettere in gara i servizi e ridurre a quote minoritarie la mano pubblica nella gestione, ma nessuno sa dove trovare le risorse per ricuperare questo pazzesco "gap" infrastrutturale. I lavori necessari ammontano a 62 miliardi di euro: una cifra enorme, come dieci ponti sullo Stretto. Questo mentre 8 milioni di cittadini non hanno accesso all´acqua potabile, 18 milioni bevono acqua non depurata e le perdite del sistema sono salite al 37%, con punte apocalittiche al Sud. Sono più di vent´anni che si investe al lumicino, non si costruiscono acquedotti e la manutenzione di quelli esistenti è quasi scomparsa dai bilanci. Un quadro da Terzo Mondo.
Il rischio è di lasciare in eredità ai nostri figli un patrimonio di acqua inquinata da industrie, residui fognari, chimica, arsenico o metalli pesanti. Di fronte a questo allarme concreto sembra sollevarsi nient´altro che il solito polverone. Uno scontro di "teologie": con una maggioranza che crede nell´efficacia salvifica della gara d´appalto e della quotazione in Borsa, e una minoranza che invoca il principio assoluto dell´acqua "bene comune". In mezzo a tutto questo, schiacciata fra le scorrerie dei partiti e gli appetiti finanziari dei privati, una miriade di Comuni virtuosi che finora hanno gestito i servizi a basso costo e in modo eccellente, e non intendono alienare "l´acqua del sindaco", intesa come ultima trincea del governo pubblico del territorio.
Nell´agosto 2007 Tremonti aveva già sparato un decreto per la privatizzazione, ma si era rivelato così carente che non era stato possibile emanare i regolamenti. Oggi si tenta il bis, con una spinta in più verso i privati. Stavolta è d´accordo anche la Lega: la quota della mano pubblica dovrà scendere al 30%. Insomma, che i Comuni in bolletta vendano tutto quello che possono. Facciano cassa, subito. E non fa niente se qualcuno grida al furto e il Contratto mondiale per l´acqua – ultima trincea del pubblico servizio – minaccia fuoco e fiamme. «In nessun´altra parte d´Europa – attacca il presidente Emilio Molinari – si vieta alla mano pubblica di conservare la maggioranza azionaria. Il rischio è che tutto finisca in mano delle grandi Spa e alle multinazionali. E se il servizio non funziona, invece che al tuo sindaco dovrai rivolgerti a un call center».
Contro il provvedimento s´è scatenata una guerra di resistenza. In Puglia il presidente della regione Niki Vendola s´è messo in collisione con gli alleati del Pd, ed ha non ha solo annunciato di voler far ricorso contro la privatizzazione, ma ha deciso di ripubblicizzare l´acquedotto pugliese, il più grande e malfamato d´Europa (si dice che abbia dato più da… mangiare che da bere ai pugliesi). Al grido di "l´acqua è una cosa pubblica" ora si tenta la storica marcia indietro, anche se non si ha la più pallida idea di chi (la Regione?) pagherà i debiti del carrozzone.
Intanto si moltiplicano le assemblee: Verona, Bari, Udine, Savona, Potenza, Rieti. Da Milano arrivano segnali di preoccupazione, a difesa di un´azienda comunale totalmente pubblica che finora ha mantenuto tariffe tra le più basse d´Italia. Il malumore cresce nei Comuni di montagna. In Carnia anche quelli della Lega sono ai ferri corti con la giunta regionale di centrodestra. Già hanno dovuto affidare i loro servizi a una Spa-carrozzone che fa acqua da tutte le parti e alza le tariffe senza fare investimenti; ora non vogliono che questo preluda al passaggio a un´azienda con sede a Milano, Roma o magari all´estero. A Mezzana Montaldo (Biella) dove si gestiscono la loro rete in modo ineccepibile da oltre un secolo, non ci pensano nemmeno a mollare l´acqua ad altri.
« la fine del federalismo e dei valori del territorio persino nelle regioni a statuto speciale» osserva Marco Job del C.m.a di Udine. «Facevamo tutto da soli - ghigna il carnico Franceschino Barazzutti - dalle mie parti il sindaco guidava il trattore, e se necessario aggiustava lui stesso la conduttura tra il paese e la sorgente. Oggi devi chiamare i tecnici a Udine, con tempi maggiori e costi più alti. E se devi segnalare un disservizio, devi andare a Tolmezzo o Udine, mentre prima era tutto sotto casa. E´ tutto chiaro: hanno fatto una Spa pubblica solo per poi passare la mano ai privati».
Privatizzare è l´ultima speranza di adeguarci all´Europa, puntualizza il governo. Ma qui viene il bello. proprio l´enormità dei costi di questo adeguamento a falsare la gara. «Senza certezza sul futuro del servizio e con simili costi fissi nessuna banca al mondo finanzierà le piccole imprese, e cos finiranno per vincere le grandi aziende quotate, capaci di autofinanziarsi e di imporsi semplicemente con la forza del nome», spiega Antonio Massarutto dell´università di Udine. Altra cosa che pu falsare i giochi è la mancanza di garanzie sul rispetto delle regole. «Siamo in Italia» brontola Roberto Passino, presidente del Coviri, Comitato vigilanza risorse idriche: «Prima si lamentavano perché non funzionavamo, e ora che abbiamo rimesso le cose a posto, tutti si lamentano perché funzioniamo». Un problema di comportamento, insomma. Di cultura e responsabilità.
Pubblico o privato? «Non importa che i gatti siano bianchi o neri – scherza Passino citando Marx – l´importante è che mangino i topi». Quello che conta è il controllo. In Inghilterra l´azienda pubblica è stata privatizzata al cento per cento, ma la Spa che ha vinto la gara ora ha sul collo il fiato di un´authority ventiquattrore su ventiquattro. Le modifiche del contratto sono impossibili. Ogni cinque anni le tariffe vanno discusse daccapo. Massarutto: «L´anomalia italiana è che ci si illude che la gara basti a lavare più bianco. Non è vero niente. Serve uno strumento di controllo e garanzia che impedisca furbate o fughe speculative». Figurarsi se poi l´azienda firma un contratto che include non solo la gestione, ma anche gli investimenti immensi che il settore richiede.
Altra anomalia: abbiamo le tariffe più basse d´Europa. Questo perché – a differenza di Francia o Germania - finora nessuno ha osato scaricare sulle tariffe il costo di questo immenso arretrato di lavori. Viviamo in uno strano Paese, dove si protesta per le bollette dell´acqua, ma non si osa dir nulla su quelle del gas e dell´elettricità, che invece sono – udite - le più alte del Continente. Dire che gli acquedotti si debbano pagare con le tasse è quantomeno spericolato, osserva Giuseppe Altamore autore di grandi libri sulla questione idrica in Italia: «Non vedo cosa ci sia di giusto nel fatto che io debba pagare il servizio idrico anche per gli evasori fiscali». Nell´incertezza sul futuro, il ritardo aumenta, e sulle nostre spalle cresce la previsione di una batosta stimata per ora sui 115 euro pro-capite l´anno.
l’Unità
Il centrodestra sta svendendo anche l’acqua
di Bianca Di Giovanni
Anche l’acqua ai privati. Come chiede Confindustria da anni. Il Senato ha varato ieri la riforma dei servizi pubblici locali, che punta a favorire la gestione privata di alcuni servizi locali. Il testo passa ora alla camera. Il Pdl sventola slogan epocali. In realtà il provvedimento è frutto di una faticosa mediazione tutta interna alla maggioranza, in cui la Lega (come al solito) ha fatto la aprte del leone. Il Carroccio ha ottenuto infatti che fossero esclusi fin dall’inizio i settori più «ricchi» dell’affare servizi: elettricità e gas. Troppo importanti le ricche multiutility del nord. Il testo ha escluso anche il trasporto pubblico locale, con la stessa motivazione ufficiale: settore che ha bisogno di norme speciali. Motivazione che non è valsa, invece, per il servizio idrico. Che pure a livello europeo è considerato più «speciale» degli altri.
Così si preparano all’iter della privatizzazione acqua e rifiuti, insieme ad altri servizi minori. Sfilate all’ultimo momento (sempre dalla Lega) anche le farmacie comunali. Il testo prevede che per tali servizi sia prioritario l’affidamento a terzi, che siano privati o società miste pubblico/ privato. In quest’ultimo caso, però, il «braccio» privato deve detenere almeno il 40% della società. In caso di società quotate (è il caso della romana Acea), il pubblico dovrà scendere al 40% (in origine era il 30%). L’affidamento cosiddetto in-house, cioè pubblico, non è escluso, ma è condizionato a una serie di fattori. Si potrà scegliere solo in situazioni ececzionali, quando si dimostrasse impossibile l’affidamento a privati, ecomunque solo dopo l’autorizzazione dell’Antitrust. Va ricordato che già oggi è possibile affidare la gestione di tutti i servizi pubblici locali (incluso quello idrico) a soggetti privati attraverso gare. La novità è che gli enti locali, finora liberi di scegliere, saranno obbligati ad aprire al privato, e solo in casi eccezionali potranno evitarlo.
La vera guerra si è scatenata sull’acqua. L’opposizione ha presentato parecchi emendamenti soppressivi, sostenendo tra l’altro che la stessa Unione europea privilegia la gestione inhouse per il servizio idrico. Ma la maggioranza ha tirato dritto. A questo punto è stata formulata una proposta - primo firmatario Bubbico del pd, sostenuto da tutte le forze di opposizione - con l’obiettivo di mettere dei paletti agli intenti di privatizzazione del servizio. La proposta è stata rigettata da governo e maggioranza. «La questione della gestione della risorsa acqua - ha detto a quel punto il presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro - è una delle grandi questioni sulle quali si interroga il mondo intero. Non è un problema di poco conto, ragioniamoci cerchiamo di capire meglio». Dopo un accantonamento, la proposta è stata riformulata e poi votata da ambedue gli schieramenti, esclusa l’Idv. Il testo ribadisce che l’acqua è un bene pubblico, che l’accesso al servizio deve essere garantito a tutti e che il prezzo dev’essere stabilito daautorità pubbliche. Solo la gestione dovrà andare in mani private. «In questo modo abbiamo sventato un colpo di mano della maggioranza», dice Bubbico.
Resta il giudizio negativo sul provvedimento complessivo. «Oggi in Senato con il voto del Pdl e della Lega viene resa obbligatoria la gestione dell'acqua: una scelta che va contro l'interesse dei cittadini e che non è dettata, come falsamente sostengono governo e maggioranza, da norme europee. Una scelta tanto più grave nel caso del partito di Bossi e Calderoli, che in Padania si batte per l'acqua bene pubblico e a Roma prende decisioni ultraliberiste», commenta Roberto Della Seta.
Nei comuni più piccoli i grandi lavori
Silvio Rezzonico, Giovanni Tucci
In Lombardia si perdono ogni anno oltre 4.400 ettari di terreni agricoli, in Emilia Romagna più 7.700. Di questi, quasi 3.800 sono urbanizzati in Lombardia e quasi 3.000 in Emilia Romagna.
Insomma, è come se da un anno all'altro venisse costruito dal nulla un nuovo capoluogo di provincia di medio calibro.
Nelle tre regioni considerate nel primo rapporto 2009 redatto dall' Osservatorio sui consumi di suolo, la provincia con più aree trasformate per ospitare l'uomo è quella di Milano, che vede urbanizzato quasi metà del proprio territorio, seguita da quelle di Trieste, di Varese e di Rimini.
Sempre Milano, Brescia e Bergamo (in Lombardia), Bologna, Modena e Reggio (in Emilia Romagna), e Udine (in Friuli Venezia Giulia) sono in testa alla classifica degli ettari edificati ogni giorno. Tuttavia, se si guarda ai metri quadrati costruiti ogni anno in rapporto agli abitanti, si nota un cambiamento rilevante: in questo caso, sono le province agricole a registrare le trasformazioni maggiori (Mantova, Lodi, Reggio Emilia, Parma, Pordenone).
Nelle classifiche contenute nel rapporto si notano anche interessanti andamenti in controtendenza: per esempio l'incremento delle superfici a bosco, frutto dell'abbandono delle zone montane a favore delle pianure e delle colline pedemontane. «I dati aggregati non possono raccontare a fondo il meccanismo delle trasformazioni», spiega Paolo Pileri, docente di pianificazione territoriale presso il Politecnico di Milano e coautore del rapporto. Ad esempio, prosegue, «bisogna tenere conto che la nuova urbanizzazione cresce quanto più ci si allontana dal centro delle metropolio delle città, ed è proporzionalmente più intensa nei comuni più piccoli, come quelli sotto i 15mila abitanti, che in quelli più grandi. Questo sembrerebbe il banale effetto della disponibilità di spazi agricoli o naturali pùi ampi. Ma non è solo così.
Probabilmente incide anche l'incapacità delle piccole amministrazioni comunali di resistere alle pressioni degli interessi privati, tenuto conto del fatto che nei piccoli municipi le relazioni parentali e amicali sono molto strette, e condizionano di più l'elezione dei rappresentanti. E poi c'è la scarsa preparazione culturale e ambientale delle giunte più piccole».
Insomma, è il trionfo della città-arcipelago, che alterna le villette uni e bifamiliari, i piccoli condomìni, i capannoni delle piccole e medie imprese e i grandi contenitori del commercio e dell'intrattenimento (cinema multisala, discoteche, palestre): una città che spesso implica un'elevata mobilità dei cittadini, con le prevedibili conseguenze in termini di consumi energetici.
Con questo modello urbano, infatti, oltre il consumo del suolo, si incrementa anche quello di carburante: con l'aumento di percorrenza di un chilometro in auto, per ogni mille abitanti ci sono 700km in più da fare, cioè l'immissione in aria di 8o-100 ku di anidride carbonica (29-36 tonnellate in un anno).
In futuro uno sviluppo equilibrato non è garantito, anche perché non sempre i provvedimenti statali e locali sembrano agevolare questa tendenza. Si pensi per esempio ai piani casa regionali che premiamo gli incrementi di volumetria soprattutto per villette uni e bifamiliari e le piccole strutture produttive.
Oppure alla devolution in atto che prevede che i comuni si assumano in carico anche la gestione delle autorizzazioni ambientali oltre che della programmazione urbanistica. Il tutto con il rischio che la tentazione di incassare maggiori entrate dagli oneri di urbanizzazione e avere più consensi elettorali finisca per mandare in secondo piano l'attenzione al paesaggio.
Anche in Italia conquista terreno la «città diffusa»
Cristiano Dell'Oste
Chiunque abbia viaggiato in aereo tra Milano e Roma sa come si presentano gli Appennini. Montagne, boschi, qualche paesino, ogni tanto una città. Difficile guardando dal finestrino pensare all'Italia come a un territorio cementificato. Eppure, basta poco per cambiare prospettiva. Basta percorrere una delle tante strade provinciali che attraversano la pianura padana, costeggiate da capannoni, ville, palazzine e centri commerciali. Per la maggior parte costruiti negli ultimi dieci o vent'anni.
Dove sta, allora, la verità? La città diffusa, con le periferie che formano reti urbanizzate a bassa densità, occupa troppo territorio agricolo e naturale? Oppure, al di fuori delle pianure, sono i boschi ad avanzare? L'Osservatorio nazionale sui consumi di suolo istituito dal Dipartimento architettura e pianificazione del Politecnico di Milano, dall'Istituto nazionale di urbanistica e da Legambiente nei mesi scorsi ha condotto una prima ricognizione. I dati dicono che le aree occupate da edifici, strade e infrastrutture negli ultimi anni sono cresciute di 10 ettari al giorno in Lombardia tanto quanto 14 campi da calcio di 8 ettari in Emilia Romagna e di poco meno di un ettaro (8mila metri quadrati) in Friuli Venezia Giulia. Se queste tre regioni fossero rappresentative della media nazionale, vorrebbe dire che ogni giorno in Italia vengono occupati 100 ettari, cioè un chilometro quadrato.
Rappresentative, però, non sono, in quanto si tratta di aree tra le più urbanizzate. E manca all'appello tutto il Centro-Sud. Il problema, infatti, è che non esiste una mappatura completa, perché gli enti locali, salvo limitate eccezioni, non l'hanno mai considerata una priorità. Ad oggi le rilevazioni - escluse quelle in pagina e per la provincia di Torino - non sono comparabili, ad esempio perché chiamano in modo diverso cose uguali (un campo può essere definito «agricolo» in una regione e «seminativo» in un'altra) oppure perché le cartografie sono riferite a una data sola, e non consentono di cogliere i cambiamenti. Al disinteresse degli amministratori, peraltro, si contrappone la disponibilità dei costruttori a usare in modo più razionale il suolo. «Condividiamo l'obiettivo di un consumo intelligente, e quando possibile minore, di territorio. In questo senso, è fondamentale sapere dove e come si costruisce, sia in modo legale che illegale», afferma Paolo Buzzetti, presidente nazionale dell'Ance. «L'Italia è l'unico paese avanzato in cui non si riesce ad abbattere i vecchi edifici che non hanno caratteristiche di pregio prosegue -. Londra è un esempio eclatante di come si possa ripensare e ricostruire la città».
L'esperienza insegna, d'altra parte, che anche le migliori intenzioni spesso soccombono di fronte alla complessità e ai tempi lunghi delle procedure necessarie ad approvare i piani di riqualificazione. Proprio per questo, molti hanno guardato con interesse al piano casa.
«Abbiamo insistito molto sulla norma che consente di demolire e ricostruire», ricorda Buzzetti. E l'importanza di questa disposizione è stata sottolineata anche da Finco, la federazione delle imprese attive della filiera edilizia, che aveva chiesto (per ora invano) di rendere permanenti le misure sulla sostituzione edilizia.
La lezione che arriva dal rapporto, dunque, è doppia. Innanzitutto, bisognerebbe individuare le politiche pubbliche virtuose, in grado di contenere il consumo di suolo entro i limiti strettamente necessari e favorire uno sviluppo razionale delle città. Dopodiché, bisognerebbe completare al più presto la ricognizione del territorio in base a criteri omogenei, così da offrire ai comuni una base-dati accurata per programmare il governo del territorio.
Anche perché, come hanno denunciato i responsabili dell'Osservatorio davanti alla commissione Ambiente della Camera, da un punto di vista scientifico oggi nessuno può dire con certezza quale sia la percentuale di suolo italiano urbanizzato. Di fatto, con le conoscenze attuali, è difficile andare oltre le impressioni del comune viaggiatore che osserva il paesaggio fuori dal finestrino. Tutto questo mentre in altri paesi come Germania, Olanda e Svizzera vengono effettuate rilevazioni annuali poi utilizzate pr elaborare la pianificazione urbanistica.
Quando sento i discorsi dei tifosi delle privatizzazioni penso ai versi di Melchiorre Murenu, e alla insofferenza descritta in quella strofa contro le “chiudende”. La chiusura delle terre - 1820 - era stata disposta nel nome della modernizzazione auspicata. Si metteva cinicamente a repentaglio la sopravvivenza dei più.
Ma la proprietà “perfetta” era il bene supremo, presupposto della crescita economica. Senza riserve. Era rimasto colpito il poeta dagli effetti del provvedimento. Un flagello quell’ “afferra afferra” che toglieva alle comunità le terre comuni senza restituire nulla. Le chiusure premiavano solo alcuni - come era stato previsto. E come riconobbe un ex viceré descrivendo le prevaricazioni (l’editto “giovò nella sua esecuzione soltanto ai ricchi e potenti”). Agli altri si negava l’accesso ai boschi ghiandiferi, ai pascoli migliori, alle fontane e agli abbeveratoi. La strofa si conclude con la nota iperbole “si su chelu fit in terra l’haiant serradu puru”. Avrebbero recintato pure il cielo casomai fosse in terra. Ma le caricature - ne sa qualcosa la satira - con il passare del tempo possono diventare inopinatamente reali, come i versi di Murenu appunto, rinfrescati dalle cronache di questi tempi. I sardi di prevaricazioni ne sanno qualcosa, tanto da immaginare che qualche anticorpo lo abbiano realizzato. Invece la storia si ripete.
I soprusi, raccontati come necessità, sono una costante. La terra sarda è stata da tempo consegnata - nelle sue parti più belle - all’uso di pochi che hanno usato dune e scogliere come piedistalli di brutte case, la vista e l’uso delle spiagge in grandi tratti sono impediti, molte proprietà demaniali sono recintate.
Ma ecco, subito dopo la decisione che privatizza l’acqua, il governo vara a Natale un decreto per la svendita di beni pubblici di pregio (tra gli altri il poligono di Capo Teulada, 70 kmq di splendidi paesaggi).
Si annunciano brutti tempi. Il 2009 si è chiuso in Sardegna con una brutta “autonoma” legge sul governo del territorio e chissà cosa ci aspetta. Nello sfondo quel verso del poeta - “se il cielo fosse in terra” - acquista una nuova luce.
Quel paradosso prende corpo. Le torri eoliche, sul mare o sui crinali, non si pigliano pezzi di cielo? Messe dove occorre per catturare il vento non alterano la vista dell’orizzonte? E a chi convengono queste moderne svendite?
Costruzioni con il sì del soprintendente
Antonello Cherchi, Francesco Nariello - Il Sole 24 Ore
Metà del nostro territorio è sottoposto a vincoli paesaggistici: si va da oltre il 90% di Trentino-Alto Adige e Liguria, al 19% della Puglia.
Al di là delle differenze regionali, il 47% dell'Italia è protetto. Almeno in teoria.
In realtà, le tutele hanno funzionato solo in parte e il paesaggio è stato e continua a essere oggetto di pesanti abusi.
In nome di una salvaguardia più stringente, dal 1° gennaio ogni intervento di qualsiasi tipo sulle aree vincolate, a iniziare da quelli edilizi, deve prima passare per il parere della soprintendenza. Che diventa preliminare e vincolante.
Un totale ribaltamento di prospettiva rispetto a quanto avvenuto finora, perché il soprintendente interveniva a cose fatte quando il progetto era già stato approvato dal comune - e poteva contare su un potere di annullamento degli atti solo per vizi di legittimità. Le nuove regole sono chiamate anche a favorire un uso più razionale del suolo, che negli ultimi anni in Italia è stato occupato con velocità crescente dalle nuove costruzioni: dieci ettari al giorno, per esempio, in Lombardia.
Sono il Trentino, la Liguria e la Valle d'Aosta le regioni più verdi: il loro territorio è per la maggior parte sottoposto a vincoli paesaggistici. Fa da contraltare la Puglia, la regione con meno aree tutelate (solo il 19 per cento).
Differenze regionali a parte, quasi metà dell'Italia è protetta. Si sfiora, infatti, il 50% per cento. Dalla legge 431 del 1985 (la Galasso) in poi il paesaggio è stato messo sotto chiave. Almeno sulla carta.
Nella realtà, il sacco del territorio è continuato e continua. Da venerdì scorso, in realtà da oggi, considerato il fine settimana festivo si cambia passo. Tutti gli interventi sulle aree vincolate, a partire da quelli edilizi, devono prima essere approvati dalla soprintendenza.
Dal 1° gennaio il parere del soprintendente, che fino all'altro ieri veniva espresso sul progetto già approvato dal comune e poteva fare leva solo su un potere di annullamento per vizi di legittimità degli atti, è diventato preliminare e vincolante.
Se l'ufficio dei Beni culturali dice «no», non si può andare avanti. In questo modo lo Stato si riappropria dell'ultima parola sul paesaggio, funzione finora delegata alle regioni, le quali l'avevano a loro volta sub-delegata, quasi sempre ai comuni, ma in alcune realtà anche a province e comunità montane.
Una novità prevista dal codice dei beni culturali e del paesaggio (il decreto legislativo 42/2004, cosiddetto codice Urbani) e rinviata per effetto di varie proroghe. Le regioni infatti, hanno ottenuto più volte che la nuova procedura delle autorizzazioni venisse posticipata. Anche perché il processo di predisposizione dei piani paesaggistici da realizzare insieme al ministero, operazione che a quel punto renderebbe obbligatorio ma non vincolante il parere del soprintendente, va a rilento.
Sono soltanto otto, infatti, le regioni che hanno siglato finora un'intesa per scrivere le norme di tutela del paesaggio insieme ai Beni culturali. Si tratta di Abruzzo, Campania, Friuli, Piemonte, Puglia, Sardegna e Veneto.
Per altre, come Lazio, Umbria e Calabria, il protocollo è pronto, ma non firmato. Se questa volta la proroga che, seppure osteggiata dal ministero, era tuttavia nell'aria, non c'è stata è anche perché le regioni hanno ottenuto dai Beni culturali l'assicurazione che l'intera procedura di rilascio dell'autorizzazione paesaggistica verrà semplificata.
Già si è messo mano agli interventi di lieve entità e il regolamento che snellisce le pratiche, dopo il «sì» della conferenza Stato- regioni, è ora all'esame del consiglio di Stato. Dopodiché sarà la volta delle commissioni parlamentari competenti e del via libera definitivo di palazzo Chigi.
Al ministero confidano che entro febbraio il regolamento arrivi al traguardo, tanto più ora che c'è la nuova autorizzazione paesaggistica.
I due processi sono, infatti, legati: la semplificazione si applica solo ai permessi rilasciati con le nuove procedure.
Il nuovo anno, però, porterà un taglio agli adempimenti anche per tutte le altre autorizzazioni paesaggistiche (dunque, non solo quelle relative a interventi minori).
La commissione Amorosino, che ha messo a punto le prime semplificazioni, è stata infatti nuovamente insediata dal ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, con il compito di ripensare tutte le procedure dei permessi per i progetti da realizzare su aree vincolate.
Con l'arrivo del nuovo regime, per le regioni c'è da affrontare anche il problema delle deleghe. Con le nuove procedure di autorizzazione, infatti, oltre 2.600 comuni non hanno più le carte in regola per rilasciare i nullaosta.
In tali casi il codice Urbani prevede che le competenze tornino al mittente, cioè alle regioni, che rischiano così di vedersi sommerse di pratiche sul paesaggio, senza esserne attrezzate.
Stesso rischio corrono, seppure per altri, motivi anche le soprintendenze. Ne è convinto Massimo Gallione, presidente del consiglio nazionale degli architetti, una delle categorie dei professionisti interessati dal nuovo regime di autorizzazioni paesaggistiche: «Per quanto mi risulta - afferma - sia le soprintendenze sia le regioni non sono attrezzate al cambiamento. Le prime lamentano una carenza di personale; le seconde sono, in gran parte, ancora indietro sulle deleghe. Il tutto si tradurrà in un forte rallentamento del rilascio dei permessi. In alcuni casi si rischia il blocco».
«E' vero che la nuova disciplina - gli fa eco Fausto Savoldi, presidente del consiglio nazionale dei geometri - dà maggiori garanzie sulla tutela del paesaggio. Le soprintendenze dovranno, però, fare uno sforzo per rispondere alla chiamata, anche se porteranno un valore aggiunto di competenza. Vedo, invece, più complesso l'adeguamento da parte dei comuni e degli altri enti delegati».
Proposte e non solo divieti
Fulvio Irace - Il Sole 24 Ore
Da venerdì è scattata l'ora X per la nuova legge sulla tutela del paesaggio.
Non è sbagliato chiedersi cosa ci si possa aspettare da questa mini-rivoluzione, che rende operativi i propositi di tutela del codice dei beni culturali e del paesaggio (il cosiddetto codice Urbani), e quali prospettive si aprano concretamente per il nostro martoriato ma ancora salvabile territorio.
Tra le regole appena entrate in vigore riveste un'importanza centrale la nuova attribuzione di competenze in materia di autorizzazioni paesistiche e pianificazione paesaggistica: se in precedenza tra i soggetti competenti figuravano le regioni e le soprintendenze con la possibilità di annullare le autorizzazioni, con le nuove norme queste ultime sono chiamate a formulare un parere vincolante che possibilmente dia certezza sui tempi e risposte preventive alle iniziative di project financing.
Un ruolo assolutamente centrale, dunque. Che però sembra mettere d'accordo sia i beni culturali sia i costruttori, che sottolineano il giro di boa voluto per la figura del soprintendente che smette, finalmente, la giacca di signor no. Alle soprintendenze viene infatti attribuita una funzione propulsiva e non più di vincolo a iniziative già avviate, quanto piuttosto di autorizzazione preventiva per un'azione coordinata tra progettisti, enti pubblici e privati e promotori finanziari.
Lo conferma a chiare lettere, ad esempio, Carla Di Francesco, attuale direttore regionale per i Beni culturali dell'Emilia Romagna che aveva ricoperto fino a due anni fa lo stesso incarico per la Lombardia, in uno dei momenti cruciali per la storia dello sviluppo di questa regione. E lo sottolinea anche il presidente di Ance Milano, Claudio De Albertis. Che tuttavia avverte come il vero problema sia quello di rivedere il concetto di tutela imperniato esclusivamente sulla conservazione e assicurare una formazione dei funzionari che tenga conto del dibattito contemporaneo, così da non essere arroccata su una visione solamente proibitiva. Anche attraverso confronti sul tema, conferenze, tavoli di discussione e iniziative pubbliche come quelli promossi dalla stessa Ance.
Il problema, dunque, prima di essere normativo è culturale; non a caso la nuova legge recepisce le direttive europee sulla definizione del paesaggio, che viene integrata con quella di «identità nazionale» e di «rappresentazione materiale e visibile».
La preoccupazione, se mai, riguarda la maniera in cui questa nozione allargata verrà recepita anche dai progettisti cui compete professionalmente l'obbligo di redigere la relazione paesaggistica destinata ad accompagnare la richiesta di autorizzazione dei progetti di intervento in ambito vincolato.
Tant'è che alcune regioni, come ad esempio la Lombardia, hanno cominciato a organizzare con università e ordini professionali corsi di formazione per esperti ambientali da inserire nelle commissioni edilizie integrate, mentre istituti universitari di ricerca ed enti culturali, come l'Inu, Legambiente e il Politecnico di Milano, hanno varato l'Osservatorio nazionale sui consumi di suolo, con l'intenzione di rimettere in agenda il tema sostanziale sotteso a ogni problema di valorizzazione e tutela: la questione del suolo e del suo utilizzo.
Se da una parte infatti si accumulano le iniziative sulla trasformazione dei territori e delle aree urbane come motori di sviluppo economico e di potenziamento delle risorse, dall'altra appare evidente la sottovalutazione del suolo come risorsa finita.
Non a caso, l'osservazione e il monitoraggio del fenomeno come dice il presidente dell'Inu, Federico Oliva sono ancora oggi privi dei più basilari armamentari di analisi e di ricerca, in assenza di dati affidabili e di una reale possibilità di confrontarli e montarli in un ordine che dia il senso delle reali trasformazioni del Paese e dei suoi bisogni. L'idea che la terra non sia un dono ma il frutto - precario - di secoli di fatica e di impegno dell'uomo ci coglie impreparati, come di fronte ai dissesti geologici e ambientali che anche in queste ore stanno frantumando l'Italia. Proprio per questo, la necessità di stabilire un patto è cruciale al pari di quella di creare condizioni e strutture perché ci avvenga. Le condizioni, con il varo delle nuove norme, sembrerebbero esserci. Mancano ancora però, le strutture, che devono essere potenziate attribuendo più risorse alle soprintendenze, chiamate a svolgere la funzione di ago della bilancia.
Sui piani di salvaguardia in ritardo tutte le regioni
Francesco Nariello - Il Sole 24 Ore
La copianificazione segna il passo.
Sono soltanto otto le regioni che hanno siglato un'intesa col ministero dei Beni culturali per la stesura congiunta dei piani paesaggistici.
Il codice dei beni culturali e del paesaggio riconosce, infatti, alle regioni la competenza sulla pianificazione in aree vincolate, ma al tempo stesso assegna al ministero la partecipazione obbligatoria alla scrittura del piano.
Ed è proprio allo scopo di avviare la pianifìcazione congiunta che regioni e ministero possono stipulare intese per definire le modalità di elaborazione dei piani.
Finora le amministrazioni che hanno sottoscritto tali protocolli sono soltanto Otto: Abruzzo, Campania, Friuli Venezia Giuliia, Piemonte, Puglia, Sardegna e Veneto.
L'accordo è stato invece predisposto, ma si attende la sottoscrizione, per Calabria, Lazio e Marche.
In altri casi, come per l'Emilia Romagna, è in atto il tavolo di copianificazione in base a un accordo precedente al varo del codice e si dovrà, dunque, procedere alla sottoscrizione di una nuova intesa. In attesa anche l'Umbria, mentre in Liguria e Lombardia sono in corso trattative per la stesura di un protocollo condiviso. Fanno eccezione Sicilia, Valle D'Aosta e Trentino Alto Adige, che hanno piena autonomia in materia di paesaggio in virtù delle disposizioni dello statuto speciale.
Nessuna regione ha, insomma, centrato l'obiettivo dell'approvazione di un piano adeguato al codice entro la fine dello scorso anno (con il ministero che ora potrebbe, ipoteticamente, intervenire in via sostitutiva).
La legislazione sulle aree tutelate rimane, pertanto, un mosaico: dalla Calabria, che ha firmato l'intesa con i Beni culturali, ma è tuttora sprovvista di una disciplina di tutela, all'Emilia Romagna, che ha appena ridisegnato, con legge varata a fine novembre, la gestione dei vincoli sul proprio territorio.
La Lombardia, invece, dove a luglio è stato adottato in Consiglio regionale il piano paesaggistico (Ppr), attende da mesi una risposta sulla bozza di intesa per la copianificazione inviata al ministero. L'adeguamento degli strumenti di tutela paesaggistica è, in ogni caso, un processo lungo, che dovrà concludersi con il recepimento, entro due anni dalla definizione del piano, delle nuove prescrizioni negli strumenti urbanistici vigenti. Il cerchio si chiuderà poi con la con la verifica da parte del ministero circa l'adeguamento dell'intero sistema. Alla fine del processo, le autorizzazioni paesaggistiche nelle regioni adeguate potranno svincolarsi dal parere vincolante delle soprintendenze.
L'ente locale perde la delega
Francesco Nariello - Il Sole 24 Ore, Norme e Tributi
A rischio più di una delega su tre.
Sono oltre 2.600 i comuni che, con l'entrata in vigore delle nuove regole, non hanno più i requisiti per rilasciare le autorizzazioni paesaggistiche. E' lo scenario emerso dalle verifiche effettuate dalle Regioni, considerando solo quelle a statuto ordinario, sugli enti delegati (i comuni, in quasi la totalità dei casi) a rilasciare i nullaosta per gli interventi in aree vincolate.
Da accertare, entro il 31 dicembre scorso, era la conformità delle strutture municipali con i requisiti di adeguatezza dettati dall'articolo 146 del codice dei beni culturali e del paesaggio, che prevede, da una parte, la presenza di una commissione tecnica in grado di valutare le richieste e, dall'altra, la differenziazione tra le attività di tutela paesaggistica e quelle in materia urbanistico-edilizia.
Alla prova dei fatti, ora, a essere inadeguati sono centinaia di enti, in particolare i comuni più piccoli, le cui competenze tornano al mittente: le regioni che le avevano delegate.
La situazione sul territorio nazionale è tuttavia molto frammentata. Quasi tutte le regioni, non certo ansiose di riappropriarsi delle pratiche sul paesaggio, hanno avviato le verifiche, cercando in alcuni casi di indirizzare i comuni sulla strada dell'adeguamento.
I riscontri sono stati per molto diversi. Le maggiori difficoltà si ritrovano laddove i municipi sono più numerosi. E' il caso del Piemonte, dove l'ultimo monitoraggio ha segnalato 738 amministrazioni in regola su 1.208: circa il 40%, quindi, dovrà adeguarsi. Per molti piccoli o piccolissimi comuni piemontesi l'unica strada percorribile è apparsa l'aggregazione.
Nella stessa direzione è andata la Puglia, dove con la legge regionale 20/2009 sulla pianificazione paesaggistica, spiega l'assessore all'assetto del territorio, Angela Barbanente, «si è stabilito il mantenimento diretto della delega soltanto per i Comuni superiori ai l5mila abitanti, mentre per quelli più piccoli la strada maestra indicata è quella dell'associazione».
In Lombardia a rilasciare le autorizzazioni sul paesaggio, oltre ai comuni, sono le province (su interventi specifici), le comunità montane (per i boschi) e i parchi (per competenza territoriale). In totale, si tratta di oltre 1.600 enti, di cui circa un quarto è ancora inadeguato.
«Negli ultimi mesi afferma Diego Terruzzi, responsabile paesaggio della direzione territorio e urbanistica della regione - abbiamo fatto passi avanti e sono più di 1.100 gli enti che potranno continuare a operare». A fare eccezione è solo la Toscana, dove tutti 287 comuni, sostengono i tecnici regionali, sono attrezzati con una commissione per il paesaggio e con la separazione tra i responsabili incaricati al rilascio delle autorizzazioni in aree tutelate e quelli per gli altri interventi.
Molte regioni, invece, per evitare di dover fare i conti con i nullaosta, tentano di rendere più facile l'istituzione delle strutture tecniche richieste dal codice.
Come nel Lazio, «dove - conferma Daniele Iacovoe, alla guida della direzione regionale territorio e urbanistica si è deciso di aprire le porte delle commissioni non solo a ingegneri e architetti, ma a tutti coloro che hanno i requisiti di legge».
In Calabria, invece, il problema è stato risolto alla radice delegando il rilascio dei permessi alle province.
Autorizzazione paesaggistica più pesante
Mauro Cavicchini - Il Sole 24 Ore, Norme e Tributi
L'autorizzazione paesaggistica chiama all'appello le soprintendenze.
Da venerdì scorso, infatti, il loro ruolo nel rilascio dei permessi diventa decisivo. Finora la soprintendenza interveniva successivamente al rilascio dell'autorizzazione paesaggistica e soltanto nel caso ritenesse di annullarla.
Dal 1° gennaio, invece, scende in campo prima del rilascio dell'autorizzazione: deve, infatti, esprimere un parere vincolante sulla compatibilità paesaggistica dell'intervento. Dunque, la soprintendenza è chiamata, insieme all'amministrazione competente, a esprimere una valutazione di merito sul permesso, mentre finora poteva annullare l'autorizzazione solo per vizi di legittimità.
Le nuove regole.
Considerate le festività e il fine settimana, è in pratica a partire da oggi che sull'autorizzazione paesaggistica si cambia regime.
La nuova procedura prevede che l'amministrazione che riceve la domanda di autorizzazione paesaggistica, verificata la completezza della documentazione, compiuta l'istruttoria non c'è il silenzio assenso ma deve essere convocata una conferenza di servizi e acquisito il parere della commissione per il paesaggio, trasmetta la domanda e la documentazione allegata alla soprintendenza entro 40 giorni dal ricevimento, accompagnando i documenti con una relazione tecnica illustrativa.
Il parere della soprintendenza deve essere reso entro 45 giorni dalla ricezione degli atti. Nei successivi 20 giorni l'amministrazione competente deve rilasciare l'autorizzazione paesaggistica o comunicare il preavviso di diniego. Se la soprintendenza non rende il suo parere nel termine indicato, l'amministrazione competente può (si sottolinea può, che è diverso da deve) convocare una conferenza di servizi, alla quale la soprintendenza partecipa o manda un parere scritto, che deve concludersi entro il termine di 15 giorni.
«In ogni caso» (questa è l'espressione usata dal codice dei beni culturali e del paesaggio) se la soprintendenza non rende il suo parere entro 60 giorni, l'amministrazione competente è tenuta comunque a pronunciarsi sulla domanda di autorizzazione paesaggistica.
Non vi può essere dubbio che «in ogni caso» significa che l'amministrazione competente ha l'obbligo di assumere un provvedimentc finale e non può attendere oltre il parere della soprintendenza.
Riassumendo: la nuova procedura ha un termine di conclusione fisiologico (se tutto va come dovrebbe andare) di 105 giorni.
Il termine diventa, senza considerare i tempi morti, di 120 giorni quando si ricorre alla conferenza di servizi e rimane tale anche quando non si ricorre alla conferenza di servizi o, comunque, quando la soprintendenza non rende il suo parere.
Anche la nuova procedura, così come quella seguita fino al 31 dicembre scorso, non prevede alcun meccanismo di silenzio-assenso: il superamento del termine fisiologico di 105 giorni produce un silenzio-inadempimento che abilita l'interessato a presentare ricorso al Tar per rimuoverlo o a proporre la domanda di autorizzazione paesaggistica direttamente alla Regione. Il parere della soprintendenza ha, tuttavia, in sé una stranezza: è, infatti, vincolante, ma non obbligatorio, nel senso che, se espresso, obbliga l'amministrazione competente a emanare un provvedimento conforme al parere, ma, se non espresso, impone all'amministrazione di assumere comunque un provvedimento, prescindendo dal parere.
Il cambio di marcia.
Fino al 31 dicembre scorso la domanda di autorizzazione paesaggistica doveva essere presentata all'amministrazione competente, che era tenuta a rilasciarla o a negarla, una volta acquisito il parere della commissione per il paesaggio, entro 60 giorni dalla richiesta (fatta salva una sola sospensione del termine per acquisire integrazioni documentali o eseguire accertamenti).
L'autorizzazione paesaggistica veniva poi inviata, con la relativa documentazione, alla soprintendenza competente per territorio, che poteva eventualmente annullarla, entro 60 giorni, soltanto in presenza di vizi di legittimità.
La sanatoria.
C'è da registrare un altro tipo di autorizzazione paesaggistica, introdotta nel codice dei beni culturali nel corso di una delle sue numerose modifiche. Si tratta dell'autorizzazione paesaggistica in sanatoria, cioè un'autorizzazione che può essere conseguita successivamente alla realizzazione degli interventi. L'autorizzazione in sanatoria riguarda un ventaglio di interventi molto ristretto (anche se almeno una pronuncia del Tar Lombardia lo ha allargato, se pure con paletti molto specifici).
Non si tratta di un atto dovuto, perché presuppone l'accertamento di compatibilità paesaggistica dell'intervento realizzato (che può sussistere, ma anche no). Il permesso è subordinato a un parere vincolante della soprintendenza (che deve sempre essere acquisito) e comporta il pagamento di una somma pari al maggior importo tra danno arrecato e profitto conseguito. L'autorizzazione è rilasciata in 180 giorni.
Le sanzioni.
Qualsiasi intervento realizzato in assenza o in difformità dall'autorizzazione paesaggistica (fatti salvi i casi in cui è possibile conseguire l'autorizzazione in sanatoria, e fatto salvo il caso in cui l'interessato provveda autonomamente alla rimessa in pristino) comporta sempre l'applicazione di una doppia sanzione: la sanzione penale e la sanzione amministrativa che può essere, a seconda dei casi, una sanzione pecuniaria e la sanzione della rimessa in pristino dello stato dei luoghi.
Semplificazione in vista per 42 piccoli interventi
Mauro Cavicchini - Il Sole 24 Ore Norme e Tributi
Autorizzazione paesaggistica in forma semplificata. Per ora si tratta solo di un obiettivo, che però potrebbe a breve trasformarsi in realtà. Il regolamento licenziato in prima lettura in autunno dal consiglio dei ministri sta percorrendo ora tutte le tappe previste e, dopo il via libera della conferenza unificata Stato-regioni, è approdato al consiglio di Stato. Con il regolamento, il ministero dei Beni culturali intende dare attuazione a quella norma del codice dei beni culturali e del paesaggio che prevede un'autorizzazione paesaggistica semplificata, distinta dall'autorizzazione ordinaria, riservando il permesso snello agli interventi di lieve entità. Nello stesso tempo, si vuole onorare, seppure con grandissimo ritardo, l'impegno assunto con l'intesa Stato-regioni-enti locali, che ha dato il via all'operazione piani casa regionali con l'obiettivo di contrastare la crisi economica anche attraverso la semplificazione delle procedure di competenza statale.
La semplificazione annunciata sul versante del paesaggio suscita per qualche perplessità, perché se tocca il nervo molto sensibile delle procedure di rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche, lascia invece scoperto quello, altrettanto dolente, delle procedure edilizie di cui al testo unico. Il tema richiede invece un approccio sistematico e in questo senso è difficile capire perché il Governo abbia messo da parte l'idea molto interessante di allargare il campo della cosiddetta attività edilizia libera, cioè dell'attività edilizia che può essere svolta senza acquisire nessun titolo abitativo. Il problema esiste e bisogna trovare il modo giusto di risolverlo. Anche per quel che riguarda le autorizzazioni paesaggistiche, comunque, non si può fare a meno di mettere in evidenza che il regolamento di semplificazione si troverà collocato in un contesto molto critico, segnato soprattutto dal nuovo ruolo delle soprintendenze, che sono chiamate a rendere un parere su tutte le domande di autorizzazione (quelle ordinarie e quelle semplificate), e nel quale le norme di semplificazione non avranno certamente vita facile.
E con ciò diventa chiaro che, aldilà dei profili procedurali, rimane da affrontare il problema di fondo di far crescere, con iniziative adeguate, e con tanta pazienza, una cultura paesaggistica che oggi è ancora molto carente, al punto tale che l'autorizzazione paesaggistica è vissuta dai più non come uno strumento che può aiutare a governare la qualità degli interventi edilizi, ma come l'ennesimo inutile adempimento burocratico. Detto tutto questo, il regolamento sulle autorizzazioni semplificate è un atto importante e utile, a partire dal fatto che elenca quali interventi devono ritenersi di lieve entità (si veda l'elenco a fianco). Se qualcuno si aspettava, o temeva, una lista striminzita, deve invece ricredersi, e non solo perché le opere di lieve entità elencate sono 42, ma soprattutto perché a esse sono ricondotti, oltre che interventi minori ma frequentissimi, anche interventi molto significativi, come gli ampliamenti, se pure modesti, e le demolizioni e ricostruzioni nel rispetto della volumetria e della sagoma.
Caso mai, l'elenco è per qualche verso problematico in quanto per molti interventi sono indicate soglie quantitative eccessivamente basse o eccezioni che, oltre a depotenziare la semplificazione, formano una zona grigia che renderà molto più difficile capire quando è necessaria l'autorizzazione ordinaria e quando quella semplificata. L'autorizzazione paesaggistica del regolamento si deve considerare semplificata soprattutto in ragione del termine massimo indicato per il suo rilascio, che è fissato in 60 giorni (rispetto ai 105 e ai 120 dell'autorizzazione ordinaria; si veda la pagina a fianco). Una volta che l'amministrazione competente in materia paesaggistica ha ricevuto la domanda, accompagnata dalla relazione paesaggistica anch'essa semplificata, ne ha verificato la completezza, ha accertato la conformità urbanistico-edilizia e la compatibilità paesaggistica del progetto, è tenuta à inviarla, entro trenta giorni, insieme a una proposta di provvedimento, alla soprintendenza, che è titolare di un parere vincolante da rendere entro 25 giorni.
Nei successivi 5 giorni (e siamo così a 6o), l'amministrazione competente rilascia l'autorizzazione. Non è necessario acquisire il parere della commissione per il paesaggio, a meno che la legislazione regionale non lo preveda. E' probabile che questa incalzante progressione temporale lasci molti dubbi a chi ha qualche esperienza di procedimenti amministrativi. Li rende però meno angoscianti una norma del regolamento, che legittima esplicitamente l'amministrazione competente a rilasciare l'autorizzazione paesaggistica prescindendo dal parere della soprintendenza nel caso questa non abbia reso il parere nel termine fissato di 25 giorni e senza che sia necessario convocare alcuna conferenza di servizi.
La conclusione in senso negativo del procedimento semplificato è prevista dal regolamento in termini ancora più brevi: se non sussiste la conformità urbanistico-edilizia, l'amministrazione competente dichiara entro 30 giorni l'improcedibilità della domanda; se sussiste la conformità urbanistico-edilizia, ma l'intervento è valutato come incompatibile sotto il profilo paesaggistico, l'amministrazione competente, nello stesso termine di 30 giorni, emana il preavviso di diniego; se è la soprintendenza che valuta negativamente la domanda, è essa stessa a emanare, nel termine di 55 giorni, il preavviso di diniego.
Per i "no" rischio di aumento
Mauro Cavicchini - Il Sole 24 Ore, Norme e Tributi
Il 2010 rischia di essere un anno difficile per le autorizzazioni paesaggistiche, con inevitabili ricadute per i professionisti che devono presentare i progetti di intervento sulle aree vincolate.
Intanto, perché l'aumento dei soggetti che concorrono al procedimento di rilascio dei permessi non porta con sé alla semplificazione e all'accelerazione delle procedure; rischia anzi, come insegna l'esperienza, di complicarli e di ritardarli.
Dal 1° gennaio, inoltre, in diverse realtà le funzioni paesaggistiche sono ritornate direttamente nelle mani delle regioni, cioè di amministrazioni più lontane dal cittadino interessato al permesso. Il che contribuisce ad aggravare i procedimenti.
Questo riappropriarsi di competenze in materia di paesaggio da parte delle regioni è dovuto al fatto che le deleghe affidate dalle amministrazioni regionali soprattutto a comuni o associazioni di comuni, ma anche a province e parchi regionali, possono continuare a essere esercitate soltanto se quei soggetti possiedono i requisiti di organizzazione di competenza tecnico-scientifica in materia paesaggistica.
Criteri che devono essere verificati dalle regioni, le quali, se riscontrano lacune, devono riappropriarsi delle competenze sul paesaggio. Questi elementi, uniti al fatto che le soprintendenze sono ora diventate titolari di una valutazione paesaggistica di merito, rischiano di produrre una quantità di dinieghi superiore al passato.
C'è solo un modo per evitarlo: dare più qualità al lavoro di tutti, professionisti privati nonché tecnici e funzionari pubblici. Una maggiore qualità fondata soprattutto sulla consapevolezza che il progetto paeggistico è radicalmente diverso dal progetto edilizio e richiede un linguaggio e una forma del tutto specifici.
La necessità di una maggiore qualità riguarda anche la documentazione e gli elaborati grafici che tutti insieme compongono e motivano il progetto paesaggistico. Sul punto, si tratta di superare una superficialità molto diffusa. Ad esempio, non è proprio possibile, come invece avviene spesso, compilare o valutare un progetto paesaggistico senza sapere con precisione quale sia il tipo di vincolo che interessa l'area, e quali eventualmente i suoi contenuti specifici, o senza una adeguata indagine dello stato dei luoghi in cui si colloca l'intervento e una prefigurazione dei suoi effetti, oppure ritenendo che gli aspetti di conformità urbanistico-edilizia prevalgano sugli aspetti più qualitativi (le forme, i materiali, i colori, eccetera) e sulla contestualizzazione.
Un paesagio accerchiato dagli abusi duri a morire
Francesco Nariello - Il Sole 24 Ore
Non si ferma il sacco del paesaggio italiano.
Megastrutture abusive e scheletri di cemento continuano a invadere senza sosta alcuni dei luoghi più belli della Penisola.
E una volta realizzati, ci vogliono anni, a volte decenni, perché vengano demoliti. Uno degli ultimi a cadere è stato l'abbozzo di albergo/residence in cemento armato a Palmaria, in Liguria: ottomila metri cubi di calcestruzzo che sfregiavano il parco regionale di Portovenere. Una vicenda iniziata quarant'anni fa.
Gli abbattimenti più noti, tuttavia, si contano sulle dita, come quello del Fuenti in costiera amalfitana o della saracinesca di Punta Perotti, sul litorale di Bari.
Mentre è ben più lunga la lista d'attesa dei mostri ancora in piedi, dallo scheletro in cemento di Alimuri a Vico Equense (Napoli) alle palazzine di Lido Rossello a Realmonte (Agrigento), dalla palafitta sulla spiaggia a Falerna (Catanzaro) fino alle costruzioni sulle rive del Lago di Garda. Ma sono migliaia gli sfregi, grandi e piccoli, perpetrati sul territorio nazionale.
A tenere aggiornate le liste dei danni al paesaggio, paradossalmente sottoposto per circa il 47% a tutela, ci pensa Legambiente.
«A fronte di aree così ampie da salvaguardare afferma Edoardo Zanchini, responsabile del settore urbanistica dell'associazione ambientalista, a essere debole è proprio la gestione dei vincoli. Sono più di vent'anni che le regioni avrebbero dovuto elaborare i piani paesaggistici: invece, nel centro-sud non ci sono e nel centro-nord sono, quasi ovunque, descrittivi. La gestione del vincolo resta così affidata ai comuni, che decidono sia sulla parte urbanistica che sul paesaggio. Mentre debole è stato il ruolo delle soprintendenze».
Da Nord a Sud i danni al territorio non risparmiano alcuna regione, anche se l'incidenza è più alta nel Meridione. E i pericoli non accennano a diminuire. E' il caso del'Isola d'Elba (Livorno), dove si attende l'esito dell'ultima asta indetta dall'agenzia del demanio (al ribasso rispetto alle precedenti, andate deserte) per capire cosa ne sarà delle ex strutture minerarie di Vigneria a Rio Marina Zona dove dovrebbero sorgere i 47mila metri cubi del Villaggio paese, struttura turistico-ricettiva Il termine per l'invio delle offerte è il 15 febbraio.
Sulle cause, responsabilità e danni delle recenti esondazioni le polemiche naturalmente si sprecano e continueranno. Su un punto l’accordo è pressoché totale; i finanziamenti sono da tempo del tutto inadeguati. Quando l’assessore provinciale pisano Valter Picchi dice che c’era un progetto pronto da 4 anni per una delle zone colpite ma i soldi no, si capisce quanto ciò sia vero.
Quando sentiamo il presidente Martini dire che la Regione Toscana per intervenire subito nelle zone sott’acqua dovrà stornare anche risorse destinate all’Arno è facile capire tra quali difficoltà sono costrette ad operare le amministrazioni locali e le regioni.
E tuttavia, sebbene sia questa una causa del ripetersi dei disastri ve ne sono altre su cui non sembra esservi altrettanta consapevolezza. Ha ragione chi parla di cemento facile su un territorio idrologicamente fragile ed esposto come il nostro. Ma anche qui non basta rifarsela con le strade “spaccamaremma” come denuncia Furio Colombo.
Perché - e per di più nel momento in cui si parla e si straparla di riforme e di federalismo - sono così rari e sfuggenti i riferimenti a quell’assetto idrogeologico al quale abbiamo dedicato a suo tempo una legge importante e innovativa affidando alle autorità di bacino compiti di pianificazione e non di semplice manutenzione e controllo. L’Arno, il Serchio, il Magra hanno autorità preposte alla gestione degli ambienti fluviali in ambiti intercomunali, interprovinciali e interregionali. Una scala di intervento che va al di là di quelle comunali ed anche provinciali. L’idea della pianificazione ambientale di bacino scaturiva da questa semplice ma spesso dimenticata ragione.
La loro, ripeto, pianificazione è preposta non solo a mettere in sicurezza i fiumi ma a gestirli sulla base di una tutela ambientale complessiva come stabiliscono anche disposizioni comunitarie causa di sanzioni al nostro paese. Qualcuno ha detto che prima di fare le piste ciclabili sarebbe stato opportuno valutare la condizione degli argini. Anche per l’Arno quando si è annunciata una lunghissima pista ciclabile (non sappiamo se l’autorità di bacino ne sa qualcosa) si è detto che prima bisognerebbe valutare gli effetti che potrebbe avere.
Una gestione seria degli ambiti fluviali ha bisogno di soldi ma anche di idee, di una capacità di mettere in rete diverse e varie competenze in materia ambientale più e prima che urbanistica. A questo mirava la legge 183 manomessa alcuni anni fa nel silenzio generale e non solo di Bertolaso. L’intento fu di ricondurre il più possibile il volano di comando al ministero come poi è avvenuto anche per il paesaggio. Per le chiacchiere il federalismo va bene ma quando si tratta di gestire il territorio le regioni e il resto contano poco. La Finanziaria da poco approvata al comma 240 dice che per il risanamento ambientale sono destinati 1000 milioni di euro che saranno utilizzati sentite le autorità di bacino. Sentite e non d’intesa è la formula che piace tanto al governo in barba al decantato federalismo. Sono previsti anche accordi di programma con le regioni ma evidentemente vale sempre la formula del sentito. Ora il cemento facile che si è tornati giustamente a denunciare è anche il frutto di questa mortificazione degli strumenti di pianificazione messi da parte o lesionati per lasciare campo libero a gestioni urbanistiche che dell’ambiente se ne infischiano. Vale per la 183 ma anche per paesaggio e parchi.
Ecco perché anche la Toscana che come dice Settis ha sicuramente le carte più in regola di altri deve sapere ricondurre i suoi strumenti e progetti urbanistici a quel complesso di ‘invarianti ambientali’ a cominciare proprio dall’assetto idrogeologico che a differenza del regime urbanistico va ricondotto a dimensione e scale diverse e soprattutto a finalità diverse appunto ambientali. E questo non dipende da Copenaghen.
Una impetuosa ribellione dei fiumi è chiaramente in atto da qualche giorno nel nostro Paese.
Sarebbe un ulteriore atto di insensata trascuratezza fare finta di niente di fronte ai segnali che l’ambiente naturale ci invia. Alluvioni e inondazioni sono il naturale decorso delle giornate di pioggia intensa, e da sempre le civiltà fluviali - come quelle padane o tiberine - convivono con l’andamento del fiume e le sue piene. Ma qualcosa è drammaticamente cambiato negli ultimi anni: intanto la pioggia, che oggi cade a cascata innescando le cosiddette «bombe d’acqua», quei flash flood difficili da prevedere che rovesciano in poche ore l'acqua che un tempo cadeva in settimane. Così la pioggia non si infiltra più nel sottosuolo, ma ruscella tutta in superficie e si precipita nei letti fluviali che però non sono commisurati a contenerla.
Dunque le alluvioni sono aumentate di frequenza e di intensità, non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo, dal Brasile alla Cina. Questa però è solo una parte del problema, il resto lo fanno gli uomini che vivono nelle regioni fluviali e non si decidono a lasciare libere le aree che invece dovrebbero essere lasciate al dominio del fiume. Non è un caso che esista un letto di magra e uno di piena e non è un caso che nessun insediamento stabile veniva posto nel letto di piena dagli antichi, che conoscevano i ritmi del fiume e vi si adattavano, senza pretendere di irregimentarlo. Anche perché i vantaggi in passato erano importanti, soprattutto per l'agricoltura, che vedeva fertilizzati naturalmente i terreni dal limo, ma anche per le civiltà, che potevano permettersi di erigere la grande piramide solo grazie alle piene del Nilo che portavano le barche con i blocchi di marmo fino a Giza.
Oggi i fiumi - padri delle nostre civitates (e non solo delle urbes) - sono stati precipitati in fondo ai loro argini di pietra e senza più memoria del rapporto con la città che è nata grazie a essi. A Napoli il Sebeto è diventato un rigagnolo melmoso, mentre un tempo, quando si impaludava, permetteva a Ponticelli di rifornire di ortaggi tutta la città. A Palermo Papireto e Kemonia sono stati intombati sotto le strade, così come l’Aposa a Bologna o i Navigli a Milano. Ma non va meglio a Roma, dove quasi nessuno si accorge più del Tevere, se non quando si rischia l’alluvione a Ponte Milvio; ed è bene ricordare che in sole dodici ore le acque raggiungerebbero il Vaticano da una parte e Piazza di Spagna dall'altro.
Perduto il rapporto culturale con il fiume la speculazione ha fatto il resto, anche in un paese in cui quasi il 50% del territorio è a rischio idrogeologico, per cui si invocano le Autorità di Bacino salvo poi disconoscerle quando nelle loro prescrizioni invocano la liberazione delle aree golenali e la libertà dei fiumi. Eh sì, perché di libertà si tratta, nel senso che i fiumi si scelgono da sempre dove sfociare, e quanto più sono lasciati liberi tanto meno danni fanno e più vantaggi portano. Delta e paludi sono il sistema di sicurezza che la Terra ha escogitato per proteggere la vita lungo le linee di costa fin da quando gli uomini nemmeno esistevano.
E il Fiume Giallo in Cina sceglie da centinaia di migliaia di anni dove sfociare, cambiando estuario per un raggio di oltre 1000 km. E noi uomini invece lì, a cercare di irregimentarli, a costruire dighe sempre più grandi e argini sempre più alti, coltivando l'illusione di controllare le piene e eliminare le alluvioni, come se non si dovesse invece cercare di conviverci. Nel 1944 Francis Crove, a proposito di una grande diga sul Sacramento, scriveva: «Abbiamo messo il fiume al tappeto, lo abbiamo inchiodato alla carta geografica».
E' passato più di mezzo secolo ma gli uomini non sembrano aver imparato che il fiume fa semplicemente il suo mestiere, e più sclerotizzano il suo corso peggio sarà: così, se oggi piovesse come quel novembre del 1966, l'Arno esonderebbe provocando molti più danni di allora. E che tutti i corsi d'acqua d'Italia sono a rischio esondazione nel prossimo futuro.
Dal grande padre Po al Tevere, dall'Adige all'Arno, ma anche dall'Ofanto al Reno, alle più piccole fiumare di Calabria e Lucania o ai torrenti di montagna, l'Italia dei mille fiumi è stata talmente maltrattata che non ci si dovrà stupire quando sembrerà che un cinico disegno della natura (per carità, sempre selvaggia e cattiva) ci voglia mettere in difficoltà: in realtà è solo e sempre colpa nostra, quella di avere quasi distrutto una ricchezza che andava meglio conosciuta e valorizzata.
L'attacco al Parco dell'Appia Antica parte già pochi metri dopo Porta San Sebastiano, con il centro motoristico Hyundai che continua a lavorare per la Provincia occupando abusivamente un antico tabacchificio di proprietà del Campidoglio vicino al Quo Vadis; e con le due mega piscine da poco costruite senza permesso nel verde della Caffarella. Ma i raid di gru e betoniere erodono i fianchi della Regina Viarum anche diversi chilometri più a valle: con i cantieri edili che da Santa Maria delle Mole minacciano l'integrità del sito archeologico di Mugilla, inserito nell'ampliamento del parco deciso a ottobre. E, in questo caso, la minaccia viene da uno dei membri del Parco: il Comune di Marino che sta facendo costruire nei lotti liberi del suo territorio nonostante manchi il piano di attuazione della variante generale al Prg. Ma uno stop all'attività edilizia dell'amministrazione comunale di centrodestra guidata dal sindaco Adriano Palozzi viene ora dalla Regione. Per bocca di Esterino Montino, vicepresidente e assessore all´Urbanistica della giunta Marrazzo. Che annuncia: «Ho appena dato mandato ai miei uffici di verificare la possibilità di un blocco dell'attività edilizia su tutta l'area del Comune. E di creare un commissario ad acta per verificare la congruità dell'attività urbanistica in corso che, come ho avuto modo di verificare personalmente, sta avvenendo fuori dalla norma».
Martedì scorso Montino ha incontrato una quarantina di rappresentanti dei comitati del centro storico, di Santa Maria delle Mole, di Cave di Selci. «Abitano in case dove manca addirittura l'allaccio in fogna. E una parte dei bambini di Santa Maria va a scuola a Ciampino perché mancano le scuole» racconta. C'è un deficit di servizi pubblici che rende impossibile la vita dei cittadini. E vengono spesso ignorati gli "atti d'obbligo notarili" che vincolavano parte dei terreni edificati per destinarli a servizi e a verde. L'"atto d'obbligo" sembra esistesse ad esempio sul terreno di via Curiel dove sta costruendo, con un permesso del 2007, la Esa 2050 srl: «E al cantiere sono stati posti i sigilli dall'ispettorato del lavoro per violazione delle norme di sicurezza». Poi c'è il caso di via Segni, in pieno centro di Marino: «Ho misurato personalmente - aggiunge l'assessore regionale - la distanza tra balcone e balcone: è solo un metro e mezzo. E il distacco dalla strada è di tre metri e settanta, invece degli otto previsti dalla legge». La Regione vuole vederci chiaro sul mega cantiere Marino: «Lo facciamo per la tutela degli abitanti che non meritano il saccheggio di un territorio che, in alcune aree, è già parte integrante del Parco dell'Appia Antica» insiste Esterino Montino.
Da anni Legambiente porta avanti una battaglia per preservare l'area archeologica e naturalistica di Mugilla, cuneo verde nell'abitato violato di Santa Maria delle Mole. «Il piano paesaggistico regionale ha confermato l'inedificabilità assoluta di quest'area» spiega Renato Arioli, presidente del Circolo Appia Sud. «E il progetto di ampliamento del Parco - prosegue - passa anche per Mugilla e per il Divino Amore, zone che si trovano nel Comune di Marino. Ma la giunta sta portando avanti uno stravolgimento dell'identità del territorio. Lì dove esistevano terreni con case rurali, ora spuntano come funghi palazzine, una attaccata all'altra, con numerosi appartamenti».
Il Procuratore aggiunto di Napoli, responsabile della sezione Reati ambientali, dott. Aldo De Chiara - uno che di abusi se ne intende - ha bollato il Piano Casa come “condono mascherato”. Ma si è sbagliato. E’ vera macelleria urbanistica. Eppure le affermazioni perentorie dell’assessore Cundari, responsabile dell’urbanistica regionale, avevano fatto sperare in qualcosa di meno indecente. Appena il 1° aprile di quest’anno, all’esito dell’intesa Stato-Regione, l’assessora dichiarava: “sono stati esclusi dagli interventi tutti gli edifici abusivi, i centri storici e le aree vincolate di ciascuna Regione, a tutela delle specifiche caratteristiche architettoniche, ambientali e paesaggistiche". Poi, il 14 luglio, rincarava la dose: “Grande attenzione è stata dedicata alla tutela del paesaggio: gli ampliamenti e le ristrutturazioni non sono consentiti nelle zone vincolate - in particolare sulle coste marine, lacuali e fluviali.” Pensate un po’: le avevamo creduto.
E avevamo sperato che il “piano-casa” della Campania, arrivato buon ultimo nel panorama nazionale, avrebbe potuto riscattare almeno l’immagine – se non la sostanza – di una Regione che si è distinta per la peggiore gestione dell’ambiente e in cui spariscono (dati Legambiente), inghiottiti da asfalto e cemento, 9333 ettari di terreno all’anno, pari a oltre 25 ettari ogni giorno. La plenipotenziaria dell’urbanistica regionale, messa lì dai Verdi (o presunti tali), avrebbe pur dovuto capire qualcosa di paesaggio, ambiente e urbanistica, visto che, tra l’altro, occupa la cattedra di Politica dell'Ambiente della Federico II. E l’altro cofirmatario della legge – l’assessore pluridecorato Forlenza, docente universitario, magistrato amministrativo, già capo di vari gabinetti ministeriali - avrebbe pur dovuto saper confezionare un testo appena decente. Né una cosa, né l’altra. La legge, sgangherata e scritta male, ma con approvazione bipartisan e il voto contrario dell’IdV, diffonderà, in tutto il territorio regionale – isole comprese - le logiche costruttive proprie dell’abusivismo. Come la peste si propagherà nelle città e nelle campagne, farà crescere i tumori dell’abusivismo e incrementerà la rendita fondiaria di chi le leggi ha già violato. Ma gli assessori, nonostante il misfatto o a cagione di questo, girano come madonne pellegrine a propagandare il Piano Abusi, davanti a platee gremite da tecnici avviliti, umiliati dalla politica, allo stremo e perciò disposti a trangugiare qualsiasi porcheria faccia loro sbarcare il lunario.
La legge di deroga (sembra un ossimoro), diversamente da quanto impunemente sostenuto dalla Cundari, si applicherà nelle zone sottoposte a vincolo paesaggistico che – come si sa – non è un vincolo di inedificabilità. E si applicherà anche agli edifici condonati o per i quali sia stata semplicemente presentata una domanda di condono dall’esito ancora incerto, purché i fabbricati abusivi siano indicati (si ignora a quale data) come prima casa. Consentirà, con un semplice permesso di costruire - e dunque sottraendo ai comuni la possibilità di indirizzare le scelte urbanistiche - di trasformare gli immobili industriali decotti in residenze, uffici, negozi. A parità di volumetria, dispensando, cioè, a piene mani rendita fondiaria.
Il Piano Casa targato Cundari/Forlenza, ne ha per tutti, è una strenna di Natale per palazzinari: si potrà incrementare del 35% la volumetria degli immobili residenziali da demolire, del 20% quella delle casette da ampliare, del 50% quella dei complessi industriali (magari costruiti con contributi pubblici o acquisiti dallo Stato per un tozzo di pane) da riconvertire. E coloro che non possono ampliare i propri immobili? Tranquilli, ce n’è anche per loro. Sarà possibile variare la destinazione d’uso “da volumetria esistente non residenziale a residenziale”, magari anche trasformando i box realizzati con la Tognoli, già in deroga agli strumenti urbanistici. Ben oltre “la deroga come regola” temuta e teorizzata da Vezio de Lucia, la regione Campania codifica oggi la deroga della deroga. C’est plus facile. Ma la chicca - quella che fa gongolare il consigliere PD Carpinelli – è la possibilità, anche qui, in deroga a tutto, di variare la destinazione d’uso delle pertinenze agricole dei già falsi fabbricati rurali.
“Mi sono battuto fortemente – ha confessato Carpinelli - per agevolare l’approvazione di questa norma ad edilizia zero, che senza sprecare nemmeno un metro di terreno agricolo, consentirà di realizzare nuove abitazioni e nuove opportunità di sviluppo economico per tante famiglie proprietarie di immobili edificati in zona agricola. Con questo provvedimento si chiuderanno molte vertenze tecnico – legali e diversi fabbricati attualmente sequestrati dalla magistratura, potranno rientrare in uso dei legittimi proprietari.” Più che condono mascherato, è, dunque, un condono palese. Irrituale ma palese, peraltro a costo zero e dichiaratamente rivolto a disinnescare la sacrosanta azione di contrasto all’abusivismo posta in essere dalle Forze dell’Ordine e dalla Magistratura a tutela del territorio. Non mancano, poi, concetti del tutto nuovi, come – ad esempio – la possibilità di ampliare (questa volta in deroga alla fisica) gli immobili con opere interne e, infine, la trasformazione, in deroga a tutti i vincoli - perfino di quelli introdotti dal Piano Urbanistico Territoriale della divina costiera – delle “strutture di allevamento animale” (anche pollai e porcili, dunque) ricadenti nell’area del “Provolone del Monaco”. Una specie di zona franca in nome del provolone. Potremmo chiamarla Provolonia, istituita con una legge “ad provolam”, “ad casĕum”, direbbero i puristi. A quando le deroghe urbanistiche per il caciocavallo silano, la ricotta di bufala, il fico del Cilento, il cipollotto nocerino o il carciofo di Paestum?
L’ineffabile Legislatore regionale, tutto preso dalla foga cementifera, non ha valutato che gli ampliamenti concessi riverbereranno negativamente sul dimensionamento dei piani regolatori e sul già drammatico deficit di standard urbanistici. Gli effetti sul territorio già martoriato della regione Campania saranno devastanti. Gli ampliamenti si faranno ovunque e comunque, e non saranno distinguibili da quelli abusivi, anche perché la tanto sbandierata qualità architettonica non è in alcun modo garantita e resta, dunque, una pia illusione. “Questa regione aveva bisogno di ricontestualizzare il territorio” – ha sentenziato l’assessore Forlenza. Cosa significhi davvero (e se significhi qualcosa) non è dato comprendere. Ma, detto, con aria severa, da un grand commis, giurisperito e pluridecorato, fa accapponare la pelle.
Discorso di fine anno
Care concittadine e cari concittadini. È con animo sereno, ma non scevro dalle mille preoccupazioni che vengono dal paese e dalla società, che mi appresto a questo saluto di fine anno. Un anno, bisogna dirlo, segnato da luci e ombre: crisi, litigiosità politica, terremoti, inondazioni, scandali sessuali, tutte tragedie bilanciate dal fatto che Bondi ha smesso di scrivere poesie: seppur di poco, il bilancio è positivo. Ogni fine d'anno si porta appresso i buoni propositi per una nuova stagione, che tutti speriamo feconda, foriera di vantaggi, almeno quanto lo è stato lo scudo fiscale per la mafia. Il sostegno alle famiglie, come vedete, ha funzionato. I problemi sono molti, non c'è italiano che non li conosca. Particolarmente a cuore, per esempio, ci sta l'integrazione delle culture diverse affluite sul territorio nazionale.
È giusto che chi vive qui impari la lingua: questa è, giustamente, una grande preoccupazione per l'ingegner Castelli. È troppo chiedere che i figli degli stranieri che rifiutano d'integrarsi vadano bene a scuola? In certi casi bisogna essere inflessibili con pochi per salvaguardare molti: il figlio di Bossi, pluribocciato alla maturità, andrebbe subito rimpatriato; e nel caso prevalga la compassione, al massimo, aiutato a casa sua.
Molto è stato fatto negli ultimi anni per modernizzare il paese, ma è un'impresa che non si può lasciare incompiuta: l'introduzione in molte regioni della Costituzione digitale terrestre deve continuare senza soste. È vero che in questo modo molti utenti non riusciranno più a vedere l'articolo 3 (la legge è uguale per tutti), o l'articolo 32 (diritto alla salute), ma la perfetta ricezione di Mediaset Premium saprà ovviare ai piccoli inconvenienti tecnici che ogni innovazione porta con sé.
Un'altra piaga da combattere è quella dell'assenteismo nella pubblica amministrazione. È intollerabile che certi dipendenti pubblici sottraggano tempo al lavoro - è bene ricordarlo, retribuito da tutti i cittadini - gettando il loro tempo in conferenze stampa e monologhi egocentrici in cui si insultano gli avversari politici. Se le nuove norme sulla produttività dei dipendenti pubblici tanto annunciate, sbandierate e propagandate, si applicassero al ministro Brunetta avremmo oggi un disoccupato in più, licenziato per giusta causa: meno male che è solo fuffa.
Non secondaria, in questo contesto, l'urgenza di attenuare la troppo esasperata litigiosità della vita politica. Insulti, sgambetti, scherzi di pessimo gusto, scorrettezze manifeste, ingiustizie palesi, sanguinose ingiurie, umiliazioni. E mi fermo qui per carità di patria, ma l'elenco delle angherie che il Pd sta infliggendo ai suoi elettori e a tutta la sinistra è sotto gli occhi di ognuno. Bisogna dire basta a una simile barbarie. Oltretutto si tratta di una spropositata sperequazione nelle pene, e urge anche una seria riforma del codice penale: che si prendano tre anni di galera per rapina a mano armata e quindici anni di D'Alema - o addirittura venti di Violante - senza aver commesso alcun reato è davvero inaccettabile.
Anche sul campo della regolamentazione della vita civile bisogna darsi da fare: una buona legge sul «fine vita», per esempio, avrebbe risparmiato a tutte le formazioni di sinistra una tremenda agonia. Staccare la spina a volte è un gesto di umanità, ma vedere verdi, comunisti italiani, rifondaroli e altri staccarsi la spina a vicenda senza nemmeno avvertire i parenti non è stato un bello spettacolo.
Alcune riforme sono state giustamente avviate, ma ancora paiono in alto mare. Le scuole elementari italiane, per esempio, sono ancora gravate dal peso insostenibile di migliaia di insegnanti. L'introduzione del maestro unico non è più rinviabile. Certo dovrebbe essere collocato nel centro del paese, in modo da permettere a tutti i bambini di raggiungere la scuola per tempo, che vengano da Sondrio o da Trapani. La classe sarebbe un po' numerosa, con la scuola a Roma gli ultimi banchi sarebbero a Viterbo, ma la continuità didattica propugnata dal ministro Gelmini sarebbe garantita.
Mi piace chiudere queste note con un accorato appello per il mondo della cultura. Molto è stato fatto, ed è una nota positiva, per colpire a morte il lavoro intellettuale. Purtroppo non si era considerato che scienziati e ricercatori se la sarebbero cavata mangiando i topini dei laboratori, ma per tutti gli altri stanno funzionando egregiamente alcuni provvedimenti mirati. Considerare di particolare valore culturale il cinepanettone di Natale, o finanziare profumatamente un polpettone leghista come il Barbarossa, rappresentano primi significativi passi, e sono certo che proseguendo su questa strada i risultati veranno. Dopo aver affidato i beni culturali a Sandro Bondi, il premio Strega a Belèn Rodriguez e il Campiello a Topo Gigio non sono più soltanto sogni. Siamo dunque sulla buona strada. Vogliate tutti gradire i miei più sentiti auguri per un 2010 felice e luminoso.
È molto raro che due valanghe cadano nello stesso punto in poche ore, hanno detto gli esperti commentando la disgrazia della Val Lasties, dove tre giorni fa è stata travolta un’intera squadra del Soccorso Alpino che era andata a cercare escursionisti appena ingoiati da una prima valanga.
Giù in pianura, per esempio in Toscana, pericolose coincidenze del genere sono meno improbabili. Anzi, a volte, organizzate con fervore e persuasione da alcuni sindaci, dal vertice della Regione, dal Governo centrale.
È vero che uno dei sindaci (di Orbetello) a Roma è il ministro di tutti i lavori possibili e impossibili dal ponte di Messina alla ormai celebre “Spaccamaremma”, la lunga colata di cemento lungo il mare progettata per sventrare paesaggi unici al mondo e per offrire scorrimenti salutari e veloci lungo spiagge che diventeranno sottoponti da Bronx.
È anche vero che il patto d’ acciaio fra la fiera sinistra di Governo della Regione e l’imperiale centrodestra insediato a Roma impedisce qualsiasi infiltrazione di obiezioni, resistenza, buon senso.
Ma all’altra infiltrazione - quella dell’acqua che esonda da fiumi e laghi e sta travolgendo parti della Toscana con fuga di cittadini e danni immensi - non si è prestata la necessaria attenzione.
E nessuno, mentre disegnava e ridisegnava tutte le curve malevole del cosiddetto “ corridoio tirrenico”, per essere sicuro della memorabile portata del danno, ha pensato, anche solo nel tempo libero, alla prevenzione. E adesso il fiume Serchio è incontenibile e il lago Massaciuccoli incombe sugli argini.
L’invocazione, dei cittadini mentre scriviamo, è «mandateci almeno i sacchetti di sabbia».
Non è passata più di una settimana da quando, congiuntamente, il ministro di tutti i lavori con finanziamento e cantiere e il Presidente della Regione, dunque difensore dell’integrità paesaggistica, naturale, turistica della Toscana hanno dato lo storico annuncio: «Evviva, si comincia. Aperto il primo cantiere del corridoio tirrenico».
Non è passata una settimana ed ecco come risponde ai giornalisti, che chiedono spiegazioni sul disastro delle inondazioni, l’assessore alla Protezione Civile della Provincia di Pisa Walter Picchi: «E’ molto semplice. Il Governo non ha finanziato il piano di bacino e i progetti per gli argini, pronti da quattro anni».
E l’ assessore regionale alla difesa del territorio Marco Betti, precisava: «Una nuova inondazione sarà catastrofica perché acqua e fango raggiungeranno il Lago Massaciuccoli che a sua volta tracimerà, allagando parte della Versilia con danni incalcolabili».
«Lo Stato è con voi. Fate quello che dovevate fare», ha ammonito il capo della Protezione Civile Bertolaso. Rincuora. Ma di quale Stato sta parlando?
Se si riferisce al ministro dell’Ambiente, la signora è in vacanza. Ma prima di andare in vacanza ha lasciato scadere tutti i contratti di esperti e ricercatori dell’ISPRA - l’Istituito Superiore dell’Ambiente - soprattutto i contratti degli scienziati impegnati negli studi sull’acqua. Invano si sono accampati sul tetto dell’Istituto a Roma. Le vacanze sono vacanze. I contratti scadono e il ministro non c’è.
Se invece Bertolaso parla del ministro delle Infrastrutture lui, insieme con tutto il vertice transpartitico della Regione, ha da fare nei cantieri aperti a sud di Livorno.
I caselli a pagamento per transitare a velocità appositamente aumentata dallo Stato (in modo che aumentino anche i gas di scarico per residenti e villeggianti) sono più interessanti delle pur drammatiche esondazioni. Quelle, dai tempi della Bibbia, sono tutte uguali. E invece d’ incassare, costano. Specialmente se si fa prevenzione.
Ma la vita è breve e occorrono scelte coraggiose. Oggi l’impegno virile (e lucroso) di costruire è tipico di un vero uomo e di un vero leader politico, come in altri tempi, era il partire per la guerra. Anche allora si lasciavano indietro i deboli e i pacifisti. Gente inutile, come le mille chiacchiere sulla “Spaccamaremma”. Quella si fa e basta.
Si svende un enorme patrimonio pubblico che appartiene a tutti i cittadini: settentrionali e meridionali, ricchi e poveri, di destra e di sinistra.
Il decreto legislativo sul cosiddetto "federalismo demaniale", varato dal Consiglio dei ministri alla vigilia di Natale e rimesso ora all’esame delle competenti Commissioni parlamentari, prevede il trasferimento dei beni statali a Comuni, Province e Regioni, con la dismissione in massa di edifici pubblici, caserme e altre installazioni militari, terreni, spiagge, fiumi, laghi, torrenti, sorgenti, ghiacciai, acquedotti, porti e aeroporti. E come denuncia il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, una volta approvato definitivamente potrebbe innescare «la più grande speculazione edilizia e immobiliare nella storia della Repubblica».
Sono in tutto sette gli articoli del provvedimento, presentato dal ministro della Semplificazione Normativa, il leghista Roberto Calderoli. Un grimaldello legislativo per forzare la "mano morta" che blocca, come si legge nella relazione introduttiva, "un patrimonio abbandonato e improduttivo". Ma proprio in nome della semplificazione e della valorizzazione, due esigenze entrambe apprezzabili, si rischia in realtà di scardinare una cassaforte che contiene beni collettivi inalienabili: compresi quelli "assoggettati a vincolo storico, artistico e ambientale che non abbiano rilevanza nazionale", come si legge all’articolo 4.
L’opposizione dei Verdi, a cui non possono non aderire gli ambientalisti più avvertiti e sensibili, punta in particolare contro due norme considerate devastanti. La prima (art.5, comma b) stabilisce che la delibera del piano di alienazione e valorizzazione da parte del Consiglio comunale "costituisce variante allo strumento urbanistico generale": in pratica, un meccanismo automatico di modifica dei piani regolatori, al di fuori di qualsiasi logica e programmazione. L’altra norma controversa è quella che semplifica le procedure per l’attribuzione dei beni statali ai fondi immobiliari (art. 6): «Si tratta - commenta Bonelli - di un maxi-regalo alle grandi famiglie dei costruttori che hanno già saccheggiato il territorio italiano, attraverso lo sfruttamento del territorio e la speculazione edilizia».
In attesa di un censimento completo, previsto dallo stesso provvedimento, i dati dell’Agenzia del demanio registrano 30 mila beni in gestione, di cui 20 mila edifici (67%) per 95 milioni di metri cubi e 10 mila terreni (33%) per 150 milioni di metri quadrati. Il demanio militare occupa lo 0,26% del territorio nazionale, pari a 783 chilometri quadrati, prevalentemente in Friuli Venezia Giulia e in Sardegna, dove si trova il poligono di Capo Teulada (72 chilometri quadrati). Seguono, con superfici minori, il Lazio e la Puglia.
Nessuno può negare onestamente che buona parte di questo ingente patrimonio versi in stato di abbandono, affidato all´incuria o comunque alla mancanza di risorse per la sua valorizzazione. Dallo Stato centrale agli enti locali, spesso si gioca allo scaricabarile, nell’incertezza delle competenze e delle responsabilità. Ma il trasferimento in blocco di questi beni ai Comuni, alle Province e alle Regioni, allo scopo dichiarato di fare cassa, minaccia di impoverire alla fine la ricchezza nazionale in funzione di un malinteso federalismo, come se un certo pezzo d’Italia fosse proprietà esclusiva di una determinata comunità.
Chi ha il diritto di stabilire, per esempio, che una spiaggia della Sardegna, della Sicilia o della Puglia appartiene soltanto a quella Regione? Chi ha l’autorità di alienare un bene storico, artistico o ambientale d’interesse locale? E ancora, chi può disporre di infrastrutture come acquedotti, porti e aeroporti, che per loro natura servono aree più ampie ed estese?
Al di là della necessità di rispettare i piani urbanistici, se non altro per evitare l’impatto negativo di varianti automatiche, è auspicabile dunque che il decreto legislativo sul "federalismo demaniale" venga modificato e corretto durante l’iter parlamentare, come reclamano i Verdi, almeno su due punti fondamentali: da una parte, l’esclusione dei beni storici e artistici dall’elenco delle dismissioni; dall’altra, l’introduzione dei vincoli di destinazione e uso per i terreni o gli edifici statali. Non è concepibile cedere un castello o un museo a un soggetto privato, solo perché il bene in questione non è considerato di "rilevanza nazionale". Mentre si può pensare di alienare legittimamente un’area abbandonata o una caserma, purché venga destinata a funzioni sociali: ospedali, centri di assistenza, istituti scolastici, parchi pubblici o impianti sportivi. Altrimenti, più che di semplificazione e valorizzazione, si dovrà parlare - appunto - di svendita e liquidazione.
In Cina lo «sport dei ricchi» sta «inghiottendo la terra dei poveri». A leggere l’attacco del Quotidiano del popolo, l’ufficialissima voce del Partito comunista, contro il golf, riecheggia nella mente il perentorio «È uno sport borghese» con il quale il presidente venezuelano Hugo Chavez ha motivato la chiusura di due campi da golf lo scorso agosto. Oggi è la Cina a dichiarare guerra agli amanti delle 18 buche. La nuova battaglia di Pechino, però, difficilmente potrà essere bollata come una scelta ideologica, ma al contrario mira al rispetto della legge. Il giro di vite deciso dal governo cinese contro i green colpirà infatti solo i campi “illegali”, ossia costruiti senza autorizzazione dopo la moratoria imposta dal governo nel 2004.
Una misura resa necessaria per la salvaguardia delle già scarse terre destinate all’agricoltura e delle risorse idriche della Cina. «In un Paese dove il territorio agricolo è di soli 1,4 mu (circa 900 metri quadrati) per persona - commenta Dong Zuoji, direttore del dipartimento per la Pianificazione territoriale del ministero della Terra e delle risorse - è ridicolo che i campi da golf possano occupare 40 o 50 ettari». Senza contare i 3.000 metri cubi di acqua giornalieri che occorrono per innaffiare e tenere ben verde ogni campo. Uno spreco di risorse che sembra non tener conto della carenza d’acqua che affligge in maniera cronica molte zone del Paese, soprattutto nel nord, alla quale, nelle ultime settimane, si è aggiunta la terribile siccità che ha colpito la Cina meridionale e lasciato senza acqua potabile ben 2,5 milioni di persone.
Problemi ai quali il governo cinese aveva provato a porre rimedio anche con la moratoria sulla costruzione dei campi che avrebbe dovuto tutelare i terreni e che non è tuttavia riuscita a bloccare l’abusivismo. Da quando nel 1984 venne aperto il primo green del Paese, con la rapida crescita economica, anche la passione per il golf si è andata via via espandendo. Le cifre parlano di 500 campi autorizzati che potrebbero diventare 2.700 entro il 2015, e 3 milioni di golfisti che, secondo le previsioni della China golf association, nel prossimo decennio potrebbero raggiungere i 20 milioni.
Un business che solo lo scorso anno ha prodotto oltre 60 miliardi di yuan (5 miliardi di euro circa) e fa gola a molti. L’inchiesta governativa, lanciata a settembre in concomitanza con il piano da 15 miliardi di yuan per il censimento delle terre, ha già scoperto i primi casi di abusivismo. Tra i più eclatanti è da annoverare un impianto nella provincia dell’Hebei che occupava illegalmente 100 ettari destinati all’edilizia e ben 126 ettari di terreno agricolo. Ma si è solo all’inizio e i primi risultati certi si avranno solo entro il 2010. Una cosa è certa, conclude Dong, i colpevoli saranno «puniti severamente».
Propongo di istituire il premio "Attila per la Comunicazione" e di assegnarlo al Mibac, Ministero per i beni e le attività culturali. È in corso, infatti, una delle più sgraziate e peregrine campagne di comunicazione dell'anno. Non si è ancora spenta l'eco del formidabile slogan delle Ferrovie dello Stato (voi portate coperte e panini, ai treni ci pensiamo noi?) che arriva quello del ministro Bondi: se non lo visiti, lo portiamo via.
Questo è lo spot televisivo messo in onda dal ministero. Arrivano quattro elicotteri, stile Apocalypse now. Compare, tra le nuvole e agganciato a lunghi cavi, il David di Michelangelo. Si riconosce, in basso, il centro di Londra. Irrompe la scritta: se non lo visiti, lo portiamo via. Stacco, altra scritta: In Italia ti aspettano da sempre i più grandi capolavori della storia dell'arte. Riscoprili.
Altro spot, altro soggetto, stesso stile e modo. È notte, alcune enormi gru lavorano alla luce di potenti fotoelettriche: stanno smantellando il Colosseo, pezzo per pezzo. La chiusa del breve comunicato (15 secondi) è la solita: se non lo visiti, lo portiamo via!
Per par conditio geografica e culturale, medesima triste sorte toccherà al Cenacolo di Leonardo su giornali, riviste e su poster stradali.
Sugli obiettivi dell'iniziativa, nulla da eccepire. Da tempo ci si augura che, dopo la lunga stagione della conservazione fine a se stessa, si mettano in opera strategie e attività per una moderna valorizzazione economica e una più efficace e democratica comunicazione della cultura e del suo patrimonio. D'accordo anche sul fatto che sarebbe bene aumentassero i visitatori dei musei e che le famiglie e i giovani avessero più dimestichezza con pinacoteche e gallerie. Giusto che, a fronte di una crescente domanda di cultura e di arte, l'offerta debba essere più attenta e sensibile alle esigenze del visitatore.
Ma, a parte il fatto che i simboli culturali scelti dal ministero come "testimonial" dell'infelice campagna di comunicazione sono tra i luoghi e i beni più amati e frequentati in assoluto e che accostare il claim minatorio "se non lo visiti lo portiamo via" al Colosseo (4 milioni di visitatori l'anno!) provoca un effetto tragicomico, non ci si poteva sforzare un poco e trovare un'idea creativa migliore? Una comunicazione un tantino più raffinata o, perlomeno, più cordiale e gentile?
Proprio in questi giorni, per fare un esempio, moltissime persone hanno investito alcune ore del loro tempo e tanta umana sofferenza a causa del gelo di Milano per poter vedere un solo quadro: il Battista di Leonardo. Ebbene, quei signori (24 mila solo negli ultimi due giorni di apertura) sono andati a Palazzo Marino perché una corretta comunicazione ha fatto loro sapere, gentilmente, che quel capolavoro sarebbe stato ospite del nostro Paese, solo per poco tempo, e poi se ne sarebbe tranquillamente tornato al Louvre.
Così, di solito e a tutte le latitudini del mondo, funziona la comunicazione culturale. Senza elicotteri, senza gru e, soprattutto, senza minacce.
La "sindrome di Stendhal alla rovescia" (grave insensibilità alla cultura, all'arte, al bello) ha colpito duramente il ministro Bondi e i suoi collaboratori. Ne avevamo avuto, più volte, il sospetto. Ora, questo stile di comunicazione, lo conferma in modo certo.
*L’autore è consulente e docente in Comunicazione e Marketing della Cultura.
Il 2010 segnerà anche per la Toscana un cambio al vertice dell’amministrazione regionale: è dunque il momento di fare una breve considerazione e qualche auspicio. Per la sua storia e la sua civiltà, la Toscana ha il dovere, verso i suoi cittadini e verso il mondo, di preservare con cure specialmente attente lo straordinario, delicatissimo patrimonio di valori ambientali, paesaggistici, urbani.
In Toscana meglio che altrove è possibile cogliere l’intima unità del patrimonio culturale col paesaggio, la diffusione capillare di opere d’arte e monumenti fin nelle più remote pievi di campagna, la secolare costruzione di un orizzonte di civiltà e di bellezza che fino a qualche decennio fa appariva spesso inalterato. Dalla Toscana, in un momento di svuotamento progressivo dello Stato sotto le irresponsabili spinte della Lega e nella colpevole inerzia delle (mancate) opposizioni, abbiamo il diritto di attenderci, come Italiani, la costruzione di un modello integrato di conservazione per lo sviluppo, che possa servire da esempio-guida per il resto d’Italia.
In questi anni di crescente degrado della cultura civica e di assalto ai valori della Costituzione, la Toscana ha “retto” meglio di altre regioni italiane (come la Sicilia o il Veneto) alle pressioni di speculatori senza scrupoli e alle spietate cementificazioni. Meglio, o sarebbe più giusto dire “meno peggio”. Ma la Toscana non può accontentarsi del “meno peggio”; non può affidare la propria politica del paesaggio, come spesso è stato, a soluzioni compromissorie. Deve scegliere e indicare la propria strada, con consapevolezza e ambizione: per rispondere alle aspettative dei cittadini, ma soprattutto per rispettare se stessa, la propria tradizione e il proprio futuro. Il mio auspicio per il 2010 è che la nuova amministrazione regionale sappia cogliere l’importanza e la pregnanza di questa sfida: un’occasione che la Toscana non può perdere.