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Sabato 16 gennaio 2009

Tessera City decolla nella notte

di Alberto Vitucci

Una raffica di contestazioni, ricorsi, accuse di illegittimità. Ma alla fine la delibera su Tessera city ha avuto la maggioranza. Nella notte si discuteva ancora di mozioni e emendamenti. Ma l’orientamento emerso già in commissione nel pomeriggio non lasciava spazio a dubbi: una maggioranza trasversale - anche il Pdl con il Pd - sostiene il megaprogetto del Quadrante di Tessera. Che adesso entro il 18 gennaio sarà restituito alla Regione per l’approvazione definitiva. Un accordo di ferro tra il sindaco Cacciari, il presidente della Regione Galan e il presidente della Save Enrico Marchi firmato nel 2008. Un iter ripreso dopo quattro anni di «stop» alla delibera aprovata nel 2004 dalla giunta Costa. E adesso la nuova Tessera prende forma. Un milione e 200 mila metri cubi di nuovi edifici, stadio e nuovo casinò, alberghi, centri sportivi e del divertimento, centri commerciali, uffici. Una nuova città in gronda lagunare che il sindaco Cacciari ha difeso a spada tratta. Firmando lui stesso la delibera in giunta superando così anche le perplessità dell’assessore all’Urbanistica Gianfranco Vecchiato. Alla fine a sostenere il progetto la maggioranza dei consiglieri del Pd e del Pdl. Contro, il leghista Alberto Mazzonetto, che ha presentato una mozione (respinta) per il ritiro definita illegittima. Molina e Casson (Pd), Caccia (Verdi), Bonzio (Rifondazione), Italia dei valori (Filippini, Lastrucci, Guzzo), Gruppo Misto (Conte e Pepe). Perplessità anche nel Pdl. Cesare Campa è uscito dall’aula, il presidente Renato Boraso (Pdl) ha proposto 25 osservazioni, tutte respinte e una mozione che prevede la riduzione delle cubature dei nuovi edifici. Approvata invece la mozione proposta da Pomoni (Pdl) e Borghello (Pd) per suggerire alla giunta di tener conto degli impatti delle nuove strutture commerciali e ricettive sull’equilibrio commerciale e turistico. Istanza che era stata ribadita nel pomeriggio dai rappresentanti di commercianti e albergatori.

Il sindaco Cacciari ha illustrato per la terza volta in due giorni dati e ragioni della delibera. «Per noi il percorso è legittimo», ha detto, forte del parere espresso dall’avvocatura civica e dal dirigente di Urbanistica Oscar Girotto, «non si può rinviare, perché il termine posto dall’articolo 46 è perentorio. Ognuno è libero di ricorrere al Tar contro la delibera se la ritiene illegittima, ma io mi prendo la responsabilità di andare avanti». Il pubblico ci guadagna, secondo Cacciari, perché con questa operazione potrà costruire a costo zero il nuovo stadio coperto e il Casinò, oltre al bosco di 100 ettari e il il valore dei suoi terreni aumenta. Altri 17 mila metri quadrati andranno per lo stadio coperto, 50 mila metri quadri per le strutture commerciali 150 mila per gli uffici, poi il palasport e centro congressi. «I dettagli e le cubature saranno discussi quando si parlerà del Pat, il Piano di assetto del territorio», dice Cacciari, «ma intanto questo progetto non lo possiamo fermare».

Quanto alle Olimpiadi, il sindaco precisa: «Le Olimpiadi sono arrivate dopo, e se la candidatura sarà accettata», dice, «potremo aggiungere anche piscina e palasport oltre al villaggio olimpico. In caso contrario la candidatura non andrà avanti, perché solo un matto può pensare di portare a Marghera, dove le aree sono ancora inquinate, il grande pubblico e le discipline sportive». Un tema, quello delle Olimpiadi, che deve aver convinto anche la Lega in Regione - tra i principali sostenitori dei Giochi 2020 - a non spendersi troppo per fermare la delibera. Anche se il partito veneziano ha sostenuto apertamente la battaglia del consigliere Mazzonetto. «La Confindustria dice che tutto va bene, non sono d’accordo», ha detto ieri Boraso, «non possiamo aggiungere metri cubi al territorio. In quell’area ci sono già i metri cubi dell’Aev, Dese, Campalto, Veneto city». Dibattito e polemiche nella notte.

Domenica 17 gennaio

Le aree del Casinò valorizzate

un «jackpot» da 140 milioni di euro

di Enrico Tantucci

Operazione che assesta in un «battibaleno» i conti della società

Un «jackpot» patrimoniale da circa 140 milioni di euro. E’ quello che ha «vinto» istantaneamente la Casinò spa con l’approvazione in consiglio comunale alla Variante al Prg che dà il via al famoso Quadrante di Tessera, anche se manca ancora l’ultimo sì della Regione per la definitiva ufficializzazione. I circa 400 mila metri quadri di terreni agricoli di proprietà della Marco Polo srl - la controllata della casa da gioco, che avrà il compito di costruire stadio e nuovo casinò nell’area - si sono infatti tramutati, dopo il sì alla Variante, in terreni edificabili, con un incremento di valore commerciale di quasi una ventina di volte, rispetto a quello precedente, intorno agli 8 milioni di euro.

Il risultato è appunto il possesso di un’area pregiata - a due passi da Venezia e dalla laguna - che vale appunto ora (ed è destinata a crescere) intorno ai 140 milioni di euro, anche se da essa andranno poi “scontati” gli oneri di urbanizzazione relativi alla costruzione di Casinò e Stadio, per alcune decine di milioni di euro.

Non a caso, la Casinò spa starebbe ora pensando a una possibile fusione con la Marco Polo srl, per portare i benefici nel proprio bilancio 2010 che è comunque a questo punto “blindato” - al di là dei tagli di spesa già programmati e della riduzione di circa 6 milioni di euro del contribuito assicurato al Comune sui propri incassi con la convenzione modificata, che porta a circa 93 milioni e mezzo di euro il «tesoretto» per Ca’ Farsetti, rispetto agli iniziali 107 milioni annui - senza necessità di ricapitalizzazioni.

Si era chiuso con un «rosso» di circa 20 milioni di euro il bilancio consuntivo 2008 della casa da gioco, ma il passivo non si era scaricato sulle casse di Ca’ Farsetti, grazie all’operazione di ricapitalizzazione già attuata dalla Casinò spa, aumentando il capitale sociale da 8 a 48 milioni di euro, con il conferimento patrimoniale dell’ex Casinò del Lido e degli arredi di Ca’ Vendramin Calergi da parte del Comune. Successivamente, il capitale era stato ulteriormente elevato oltre i 60 milioni di euro.

Anche il consuntivo 2009 - dopo il forte calo degli incassi nell’ultimo anno - vedrà il bilancio della Casinò spa in passivo di qualche milione di euro, ma l’operazione di valorizzazione patrimoniale sui circa 400 mila metri quadri di terreni del quadrante di Tessera porrà la società presieduta da Mauro Pizzigati in una situazione di tutta tranquillità sul piano economico, nonostante l’andamento degli incassi. Il 2010 è però partito piuttosto bene, con una media di circa 800 mila euro al giorno di incasi e gli ultimi dati statistici resi noti Giocomews mostrano che nel biennio «orribile» 2008-2009, il Casinò veneziano è quello che - dopo Campione - ha retto meglio alla crisi delle case da gioco italiane, seguita da Sanremo e Saint-Vincent, pur con una flessione vicina al 16 per cento nei due anni.

E, in prospettiva - con il nuovo Casinò all’americana in stile Las Vegas da realizzare, con albergo, a Tessera - altri introiti arriveranno dalla vendita dell’attuale Casinò di terraferma di Ca’ Noghera, destinato probabilmente a trasformarsi da casa da gioco in megacentro commerciale, anch’esso ceduto a caro prezzo.

Postilla

La città quale il mondo l’ha conosciuta e amata sta crepando. Annotiamone quattro episodi hard dell’imprevista agonia. 1) Le gigantesche opere che sono state realizzate alle Bocche di porto, utili solo ai cementieri e al consorzio che li rappresenta, poiché le barriere mobili non funzioneranno mai e le condizioni della laguna stanno peggiorando. 2) Le “valorizzazioni immobiliari” che avvengono al Lido, con il pretesto di trovare finanziamenti per il nuovo Palazzo del cinema (un alacre ex assessore della giunta Cacciari e un nuovo commissario straordinario che sarà nominato da Berlusconi concorreranno in questa operazione). 3) L’avvio, di un pesante insediamento in margine alla Laguna, oggi chiamato Tessera City, una vecchia idea di De Michelis avanzata alla fine degli anni 80, ripresa e portata alla vittoria dalla coppia bipartisan Massimo Cacciari e Giancarlo Galan. 4) Una metropolitana sublagunare che lega Tessera City a Venezia e al Lido (scaricando altre migliaia di turisti nella città storica) per ricucire il tutto e agevolare la “valorizzazione immobiliare” degli antichi sestieri. Questi sono gli elementi materiali del contesto nel quale Venezia corre verso la sua definitiva scomparsa. Allegramente, fra poco è carnevale.

La vicenda di Tessera City è esemplare dell’arroganza e della presunzione d’impunità dei suoi protagonisti, come del resto del disprezzo che i governanti dimostrano per la legalità. Una rapida sintesi degli avvenimenti basterà a dimostrarlo. Nel 2004 il comune di Venezia approvò una variante che raddoppiava i volumi già previsti dal vigente PRG per la realizzazione di uno stadio e numerosi annessi (commercio, ricreazione, ricettività, uffici ecc.). Passarono gli anni: la Regione non approvò, e il comune non sollecitò. Nel frattempo avvenivano transazioni immobiliari nelle aree circostanti, dove si comprava a prezzi agricoli. A un certo punto il maggiore proprietario (la Save s.p.a, che gestisce l’aeroporto), cui si accodò subito la società di proprietà comunale che gestisce il casinò, presentò alla Regione una ulteriore “osservazione” alla variante del 2004. Avvennero incontri pubblici tra i rappresentanti delle due società, il sindaco Cacciari e il presidente Galan, nei quali i quattro concordarono trionfalmente ed approvano il piano presentato dalle società.

La Regione restituisce nel 2009 la variante del 2004 al Comune e gli dice: te l’approvo, se tu accetti formalmente la nuova soluzione delle società.

Una procedura mai vista: una osservazione presentata da privati quattro anni dopo l’approvazione della variante, concordata coram populo dai portatori d’interessi pubblici e privati: una modifica non marginale (si tratta del raddoppio della cubatura già raddoppiata); una modifica non nell’interesse pubblico (i promotori dichiarano che la modifica serve perché “bisogna produrre risorse”). Oltre un milione di metri cubi sul margine della Laguna, in una delle aree definite a più alto rischio idraulico dell’intero Veneto. Un mega-affare senza nessuna relazione con qualsiasi analisi dei fabbisogni locali. Affari, e basta.

Il sindaco-filosofo dichiara (vedi il Gazzettino del 16 gennaio) “è il giorno più bello della mia vita”. Anche per i proprietari delle azioni della società che gestisce il casinò: le azioni sono aumentate in poche ore del 20%, e il casinò ha vinto “un jackpot patrimoniale da circa 140 milioni di euro”.

Perchè, a più di un anno dal commissariamento e dalla nascita, l'Ispra, l'ente nazionale che dovrebbe occuparsi dello stato di salute del nostro territorio, ancora non ha uno statuto, nè una mission? Le ricerche, quelle europee soprattutto, scivolano via insieme ai contratti non rinnovati (250, solo tra gennaio e giugno 2009), i tecnici e gli amministrativi denunciano la progressiva spoliazione delle competenze, la struttura commissariale è del tutto sorda e, quel che è peggio, una vicenda che ha attirato l'attenzione del Financial Times e di Science, la rivista scientifica più influente e più letta al mondo, sembra non importare un granchè alla ministra competente.

«È uno zibaldone, non ci si capisce niente». I ricercatori temono che l'intento sia quello della privatizzazione della ricerca e della tutela dell'ambiente. Preoccupazioni fondate, a quanto pare. L'agenzia nazionale ambientale, occupandosi di monitoraggi e controlli, dovrebbe essere un ente terzo mentre il ministro sembra volerne fare una specie di propria succursale, spogliandola progressivamente delle proprie funzioni. Come? «Esternalizzando le funzioni di Ispra, derivate dai tre enti precedenti, a società private o apparentemente tali», afferma Bracchi. Per esempio alla Sogesid Spa, società in house del ministero dell'ambiente, costituita all'inizio degli anni Novanta dalla cessata Cassa per il Mezzogiorno e oggi interamente partecipata dal ministero dell'economia.

Molti dei settori in cui opera Sogesid (che ha sedi in tutte le regioni del Mezzogiorno e ai cui vertici c'è Vincenzo Assenza, parente del ministro Prestigiacomo dicono i rumors) sono gli stessi di cui dovrebbe occuparsi l'Ispra: valutazione di impatto ambientale, messa in sicurezza e bonifica di siti contaminati, monitoraggio e vigilanza in materia di rifiuti, e via dicendo. Con la differenza però che Sogesid può, per statuto, ricevere commesse pubbliche senza gara. E può anche poi decidere di subappaltare a esterni quelle stesse commesse. Anzi, questo è quanto avviene nella maggioranza dei casi, sostiene Bracchi in una recente interrogazione parlamentare. Non solo: «Sogesid svolge attività di Manpower per il ministero, costituendo occasione per assumere personale bypassando le procedure concorsuali obbligatorie». Nel bilancio Ispra 2010 la struttura commissariale ha iscritto risorse per svariati milioni di euro, sostiene il sindacato Usi-Rdb, «e in mancanza di personale è facile immaginare che tali attività saranno esternalizzate».

A fare scuola è stato il caso dell'emergenza idrica nelle isole Eolie, dove Sogesid è riuscita ad avere in affidamento il progetto per il ciclo integrato dell'acqua (38 milioni di euro stanziati), togliendo lavoro ad altre imprese e senza nessun beneficio per i cittadini che continuano a pagare l'acqua potabile come oro. Lo scioglimento di Sogesid è stato chiesto a più riprese da diversi parlamentari, ultimamente è stata fatta richiesta di un'audizione da parte dell'ad: «Sono passati otto mesi e ancora niente».

E non è tutto perchè, in materia di rischio idrogeologico, il decreto legge di riforma della Protezione civile, la cui legge di conversione è ora al Senato, contiene la possibilità per la ministra di proporre la nomina di commissari straordinari. Tanti quanti ne serviranno per gli interventi di messa in sicurezza del territorio, e con una clausula non da poco, ha svelato Italia Oggi giovedì: per i commissari nominati dalla Prestigiacomo non varrà la regola prevista per tutti gli altri e cioè il mancato obolo nel caso di mancato raggiungimento degli obiettivi.

In un documento anti-centrale nucleare, quindici regioni italiane lamentano, rispetto alla delega del governo per la localizzazione dei siti «l’ennesimo vulnus al principio di leale collaborazione» e chiedono «intese più forti». Questo il risultato raggiunto da una riunione degli assessori regionali all’Ambiente, che si è svolta ieri a Roma.

La legge (approvata a fine luglio, la 99/2009) sul ritorno al nucleare è stata impugnata da 11 regioni per «incostituzionalità». E - riferiscono gli assessori - «da una lettera che il ministro Fitto ha inviato alla presidenza del Senato il 28 dicembre scorso» per accompagnare lo schema di decreto attuativo del provvedimento, si evince come «non venga preso in considerazione» il parere degli enti locali.

Il documento anti-centrale è stato formulato dalle stesse 11 Regioni (oltre alla Toscana, Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio, Puglia, Liguria, Marche, Piemonte, Molise) che hanno impugnato la legge sul ritorno al nucleare ma il documento ha poi ricevuto il sostegno anche da parte di Veneto, Campania, Sardegna e Sicilia, arrivando così a un totale di 15 regioni. Per gli assessori «il decreto non è assolutamente coordinato con la normativa vigente».

Eccesso di delega.

Le Regioni lamentano che per l’autorizzazione, la localizzazione e la realizzazione degli impianti nucleari si ricorra a «una mera intesa di Conferenza unificata invece di intese più forti con le Regioni interessate territorialmente». Si parla anche di «un eccesso di delega» relativamente «alle procedure autorizzative oltre che al quadro pianificatorio strategico nazionale che esclude le Regioni e il loro piani energetici». Inoltre, il Consiglio dei ministri potrebbe superare «il diniego regionale all’intesa mediante una deliberazione motivata».

Piano energetico.

Il Piano energetico serve, si dice, «a capire dove si vuole andare e in che modo». Secondo l’assessore del Lazio, Filiberto Baratti, è «folle procedere verso il nucleare senza un Piano».

Deposito scorie.

Si parla delle «scorie che ci saranno senza pensare a quelle pregresse presenti sul territorio dall’86» che avrebbero bisogno dell’individuazione di un deposito nazionale.

Vas.

In quanto alle procedure di impatto ambientale e strategico, «si nota che la procedura Vas prevista dal decreto, non tiene conto della localizzazione degli impianti, limitandosi a essere una procedura autorizzativa solo su parametri».

Agenzia nucleare.

Il ruolo dell’Agenzia risulta «ambiguo, essendo di fatto l’unico ente cui tutti i diversi enti competenti rilasciano le singole autorizzazioni.

Misure compensative.

Lo schema, si legge nel documento, «non individua le Regioni tra i destinatari delle misure compensative né prevede che le Regioni abbiano la competenza a effettuare l’attività programmatoria, di indirizzo e di verifica. Questo, rivelano gli assessori, crea «un corto circuito istituzionale» in cui non solo «non si rispettano più le regole ma il governo non rispetta nemmeno le sue stesse leggi».

Mi sono chiesto molte volte perché in Italia le associazioni imprenditoriali non protestino mai o quasi mai contro le nostre stringenti e anacronistiche politiche dell´immigrazione. Altrove sono le rappresentanze dei datori di lavoro ad alzare la voce quando si abbassano le quote di ingresso, impedendo l´arrivo di nuovi immigrati. Chi paga il lavoro di altri ha tutto da guadagnare nell´avere manodopera a basso costo, come quella immigrata. Paradossalmente in Italia sono invece i sindacati, tra le cui fila ci sono molti lavoratori poco qualificati che possono legittimamente temere la competizione salariale dei nuovi arrivati, che si sono opposti, soprattutto per ragioni ideologiche, alla chiusura delle frontiere, mentre le associazioni di categoria sono state silenti nell´accogliere leggi, come la Bossi-Fini, che impongono vere e proprie forche caudine ai lavoratori e datori di lavoro che vogliano mettersi in regola. Perché?

La risposta ci viene da vicende come quella di Rosarno e dalla prima indagine rappresentativa degli immigrati clandestini, condotta in Italia. Gli immigrati arrivano comunque perché le restrizioni sugli ingressi non vengono minimamente rispettate. Sarà così fin quando continueremo a tollerare il lavoro nero: gli immigrati vengono da noi sfidando ogni restrizione perché in Italia si trova facilmente lavoro senza aver bisogno di avere un permesso di soggiorno. Quindi i datori di lavoro trovano comunque le braccia a basso costo di cui hanno bisogno. Ma c´è di più: dato che si tratta di immigrati irregolari, in attesa di regolarizzare la loro posizione, possono pagarli ancora meno di quanto pagherebbero gli immigrati regolari. È una forma più o meno esplicita di ricatto: o accetta queste condizioni, oppure il lavoratore viene denunciato o comunque non aiutato a regolarizzarsi alla prossima sanatoria. Reati come quello di immigrazione clandestina servono solo a permettere di meglio esercitare questo ricatto, non certo a ridurre gli arrivi di irregolari.

I disperati che raccoglievano le arance a Rosarno guadagnavano 18 euro al giorno, con una paga oraria di due euro. Avevano paghe cinesi in un paese in cui il costo della vita è quasi cinque volte superiore che a Pechino, dove peraltro i datori di lavoro offrono agli immigrati un alloggio, seppur precario. Non solo in Italia, ma in tutto il mondo, la televisione ha fatto vedere in che condizioni vivevano gli immigrati di Rosarno. La Bbc, che aveva denunciato casi come quelli di Rosarno più di un anno fa senza stimolare alcuna reazione da parte delle autorità nazionali o locali, ha sottolineato come fossero condizioni peggiori che nelle baraccopoli dei paesi in via di sviluppo.

Questo uso delle leggi dell´immigrazione per pagare ancora di meno il lavoro degli immigrati non è limitato al solo Mezzogiorno. Anche al Nord chi è senza permesso di soggiorno o in attesa del suo rinnovo viene pagato, a parità di altre condizioni (tipo di lavoro, età, qualifica e genere), molto di meno di chi è in regola. Questo fatto emerge da un´indagine svolta da Erminero&Co per conto della Fondazione Rodolfo Debenedetti, nei mesi di novembre e dicembre 2009, in 8 città italiane ad alta densità di immigrati (Alessandria, Bologna, Brescia, Lucca, Milano, Prato, Rimini e Verona). Sin qui i dati sugli immigrati venivano raccolti mediante interviste a persone casualmente estratte dall´Anagrafe, che non contiene chi non è regolarmente in Italia. Oppure c´erano state indagini presso i centri della Caritas o di altre organizzazioni umanitarie che forniscono assistenza agli immigrati: il problema con questo metodo di rilevazione è che raccoglie informazioni solo su quegli immigrati irregolari che hanno talmente bisogno di vitto e alloggio da correre il rischio di rivolgersi a dei centri nei pressi dei quali ci potrebbero essere più frequenti controlli di polizia. L´indagine svolta nelle 8 città si è basata, invece, sul campionamento casuale di isolati, in aree ad alta densità di immigrati.

Ecco i primi dati: il 40 per cento di coloro che non hanno un permesso di soggiorno viene pagato meno di 5 euro all´ora contro il 10% tra chi è in regola. Otto irregolari su dieci lavorano anche il sabato e in quattro su dieci anche la domenica; tra chi ha un permesso di soggiorno queste percentuali sono significativamente più basse.

Chi assume un lavoratore immigrato, traendo benefici dal basso costo del suo lavoro, dovrebbe contribuire a sostenere le spese per la sua integrazione (scuola, sanità e servizi sociali) e pagarlo al punto da fargli raggiungere uno standard di vita tale da permettergli una convivenza civile con la popolazione autoctona. Da noi, invece, avviene esattamente l´opposto. Si entra facilmente ma poi la regolarizzazione è un percorso ad ostacoli che attribuisce un forte potere contrattuale al datore di lavoro. Insomma le nostre leggi sembrano essere fatte apposta per aumentare i benefici privati dell´immigrazione e per socializzarne i costi. Tra questi costi bisognerebbe aggiungere anche quello di non permettere agli immigrati di avere diritti civili. È un costo anche quello perché se avessero una voce, una rappresentanza a livello locale e nazionale, il loro disagio potrebbe esprimersi in modo civile, prima che si superi il livello di guardia.

1. Dire la verità su chi paga, chi riceve, e chi inquina. Il pubblico, e spesso anche i media, ignorano alcune cose ovvie ed essenziali: quanti sussidi vengono erogati con i nostri soldi, e a chi vanno, quanto pagano i viaggiatori e quanto i contribuenti, quanto inquinano i trasporti. Alcuni esempi banali: versiamo alle ferrovie e ai trasporti locali circa 10 miliardi di euro all’anno, e ricaviamo dai trasporti stradali per via fiscale e tramite pedaggi circa 50 miliardi. Nulla di male, se questa fosse una scelta informata e trasparente. Ma certo così oggi non è. I trasporti stradali generano circa il 25 per cento del CO2, ma se si mettessero tasse analoghe a quelle sulla benzina sugli altri inquinatori, si sentirebbero (e si sono sentiti da Confindustria), strilli fino al cielo.

2. Chiamare i pendolari con il loro nome, e aiutarli. I pendolari ferroviari sono meno del 10 per cento del totale, poi vengono quelli che vanno in autobus, e la grande maggioranza deve andare in macchina (pagando tantissimo), e non per scelta, ma perché l’assetto del territorio e del mercato del lavoro non consentono tecnicamente altre soluzioni. Occorre aiutare tutti i pendolari, distribuendo le risorse pubbliche secondo queste proporzioni, e secondo il reale livello di disagio dei diversi modi di trasporto (ritardi dei treni, ma anche ritardi da code infinite…).

3. Smetterla di buttare i soldi pubblici per i ricchi o per immagine (nuove Alta velocità). Fare conti trasparenti e pubblici, non trovare trucchi di “finanza creativa”. L’Alta velocità Milano-Napoli è costata il triplo del dovuto, ma almeno servirà molto traffico, si spera: è la spina dorsale del paese. Nessuno però ha risposto dei costi, generati da appalti fatti tra amici, senza gare. Ma “perseverare diabolicum”: altre linee avranno molto meno traffico (alcune pochissimo), e questo governo continua a non voler fare gare. Escogitare finte partecipazioni di privati ipergarantiti (cioè senza rischi) è solo un modo per mascherare spesa pubblica aggiuntiva, e di far regali ad amici.

4. Smetterla di favorire i concessionari monopolisti (autostrade, aeroporti, ferrovie, TPL). Regolarli con un’Autorità indipendente. Se non c’è un forte difensore degli utenti che possa resistere alle non virtuose pressioni politiche, non c’è speranza né di equità né di efficienza nel settore dei trasporti. Si guardi la vicenda delle tariffe autostradali (galline dalle uova d’oro), o i costi del sistema ferroviario, o la scarsa concorrenza nel trasporto locale, o l’aumento arbitrario, pagato dagli utenti, per gli aeroporti, o la sistematica persecuzione delle compagnie low cost (e i folli sussidi all’Alitalia).

5. Per la crisi, concentrarsi sui progetti infrastrutturali che occupano gente e servono subito. La crisi economica non è affatto finita. La spesa pubblica è essenziale per il rilancio occupazionale, e proprio per questo occorre che sia con effetti rapidi, e con alta intensità di lavoro, non di capitale. Cioè tutto il contrario della logica delle “grandi opere”, mentre occorrono manutenzione e “piccole opere” (che tra l’altro sono anche di utilità molto più certa). Lo ha scritto persino il ministro Renato Brunetta!

6. Aiutare chi spinge ad abbassare le tariffe (Ryanair, Montezemolo, la regione Piemonte), non chi le alza (Alitalia). Inefficienze nel caso di soggetti pubblici, o rendite nel caso di soggetti privati non esposti a pressioni concorrenziali, sono tra i mali che affliggono i trasporti italiani. L’attuale governo sembra muoversi in direzione opposta: il ministro Matteoli ha addirittura dichiarato che “auspica che la regione Piemonte (di centrosinistra) rinunci alle gare per i servizi locali, in favore di Fs”. La regione Lombardia (di centrodestra) ha addirittura fuso le ferrovie Nord, di sua proprietà, con Fs. Il governatore del Lazio (di centrosinistra) aveva auspicato l’allontanamento da Roma di Ryanair.

7. A livello urbano, smetterla di far gare per finta per il TPL.Il vero veleno della recente riforma finto-liberale è che i giudici (i comuni) sono anche di solito i concorrenti, con le loro imprese, e si trovano così in un lieve conflitto di interessi, cui però, coerentementecol quadro nazionale, nessuno fa caso. La nuova legge incoraggia poi non tanto la concorrenza, quanto la privatizzazione. I privati senza concorrenza di solito fanno peggio delle aziende pubbliche.

8. Per l’ambiente, fare i conti su dove costa meno abbattere e distinguere i tre temi: effetto serra, danni alla salute, congestione. Difendere l’ambiente è sacrosanto, ma nei trasporti costa molto caro, per ragioni tecniche. Poi i problemi ambientali sono molto diversi tra loro, e richiedono politiche specifiche. Oggi in nome dell’ambiente si giustificano politiche prive di senso: si pensi ai sussidi alle ferrovie contemporanei agli sconti su tasse e pedaggi dei camionisti… o all’Alta velocità dove non c’è domanda.

9. Fare i conti sui gruppi sociali che guadagnano e che perdono con le diverse politiche. È perfettamente possibile valutare gli impatti sociali di politiche alternative, ma questi conti non si fanno mai. Per esempio, la “fuga dalla rendita” spiega gran parte della dispersione urbana, aspramente condannata dagli urbanisti. Ma si pensi anche alle filiere industriali che potrebbero essere avvantaggiate da sistemi logistici più efficienti e concorrenziali, non certo da opere di impatto mediatico.

10. Per concludere: più tecnologia, più mercato, e meno cemento (come dimostreranno i conti, se mai si faranno…). I conti si limiterebbero a confermare il buon senso, e consentirebbero decisioni più condivise e trasparenti, come si usa in alcuni paesi sviluppati.

«L’Ufficio condono edilizio non collabora nella lotta alla repressione degli abusi sull’Appia Antica». Per questo l’XI Municipio chiede ad Alemanno di commissariare l’Uce. Proponendo al Comune di far gestire ai dirigenti dei municipi le pratiche più urgenti e clamorose. Ma dietro la lentezza con cui vengono sbrigate le richieste di sanatoria, c’è chi vede il fantasma di un nuovo, nefasto condono edilizio.

A dicembre il presidente dell’XI Andrea Catarci ha mandato persino un’auto per prendere il dirigente dell’Uce e portarlo alla conferenza dei servizi su un clamoroso caso di abusivismo nella tenuta della Farnesiana. Ma l’Uce ha mandato un collega che non aveva potere decisionale. Mancando il parere dell´Ufficio condono, l’ennesima, irricevibile domanda di sanatoria non è stata ufficialmente respinta. E le ruspe dell’XI municipio e della Regione Lazio sono state bloccate.

È solo uno dei molti casi di inaspettato stop alla repressione dell’illegalità. «Il sindaco Alemanno - dichiara Catarci - vada a vedere che succede all’Uce, non si capisce il perché di tanta inerzia». E con il suo vice, Alberto Attanasio, chiede che d’ora in poi il Campidoglio, «previo cambio del regolamento», affidi «ai dirigenti dei municipi, personale equiparato a quello comunale, il compito di respingere le domande di condono palesemente errate e irricevibili».

L’obiettivo è incentivare quell’attività di ripristino e reintegro dei luoghi violati che da agosto sull’Appia - grazie all’accordo con l’ufficio antibusivismo della Regione guidato da Massimo Miglio, la soprintendenza statale di cui è responsabile per l’Appia Rita Paris e l’Ente parco, presieduto dal professor Adriano La Regina - ha permesso di demolire abusi in proprietà come quelle di Gaucci, Scarpellini, Cavicchi.

Ma l’Uce non collabora. La società Gemma, che la gestisce, è in affanno. Ha sbrigato solo 8000 delle 60mila pratiche previste entro marzo 2010. E i 350 dipendenti non hanno ancora ricevuto lo stipendio di dicembre, né la tredicesima. Eppure, nel caso del parco dell’Appia antica, le reiezioni dovrebbe essere un atto dovuto. «Andrebbero rigettate in blocco» spiegano Miglio e la Paris. Della stessa opinione l’urbanista Vezio De Lucia. «Grazie al ministro Giacomo Mancini e all’impegno di Antonio Cederna - spiega lo studioso - nel 1965 lo Stato pose un vincolo di "tutela integrale" sull’Appia: la più bella pagina della storia dell’urbanistica italiana. Solo con i condoni si è riusciti ad aggirare le leggi». Per Miglio e De Lucia, la lentezza con cui vengono rigettate le vecchie domande di sanatoria crea quindi ora «il rischio che arrivi un nuovo condono per "sanare" la situazione».

Dunque, appena 62 anni fa (un fiato per la storia) erano italiani, erano calabresi i clandestini che tentavano di passare in Francia. Eravamo noi i senegalesi, i maghrebini, i disperati d’Europa. Nessuno vuole ricordare: dai leghisti del Nord ai berlusconiani del Sud. Il sonno della memoria genera mostri come il razzismo. Gli interessi di “rapina” fanno il resto. Perché la Rai - che ne ha diritti ancora per un po’ - non proietta in ore possibili "Il cammino della speranza" (1950) di Pietro Germi, odissea di clandestini siciliani diretti in Francia?

Dall’800 trenta milioni di italiani sono andati per il mondo come muratori, minatori, fonditori, scaricatori, braccianti agricoli, ecc.

I lavori che i locali respingevano e che, da anni, anche i giovani italiani rifiutano, nello stesso Sud dove la disoccupazione giovanile è altissima.

È per questo, non per buonismo, che importiamo braccia. Salvo poi - là dove le mafie controllano tutto - pagarli, alloggiarli, trattarli da schiavi. Troppo comodo. Possibile che Stato, Regioni, Comuni, sindacati non possano fare nulla di positivo, di preventivo, di tempestivo in materia?

La Finanziaria reintroduce la possibilità di finanziare lotti costruttivi e non più solo lotti funzionali delle infrastrutture previste dalla Legge obiettivo. Si potranno così aprire molti nuovi cantieri. Ma è anche possibile che si moltiplichino i casi di puro spreco delle risorse pubbliche. In particolare nelle ferrovie, dove più gravi sono i problemi tecnici di raccordo tra parti nuove e rete esistente: basta pensare al cambio di tensione tra alta velocità e linee ordinarie. Ricordando che oltretutto gli "stop and go" costano molto cari.

Con due commi, il 228 e il 229, del consueto maxi-emendamento che ha chiuso la vicenda dell’ultima Legge finanziaria, è stata reintrodotta nella normativa italiana la possibilità per il Cipe di finanziare le opere pubbliche – e segnatamente quelle comprese nella Legge obiettivo – per “lotti costruttivi” e non più solo per “lotti funzionali”. La scelta è stata giustificata in nome del “sano pragmatismo”: procedendo per lotti costruttivi, è possibile aprire molti più cantieri che procedendo per lotti funzionali. Ma è anche possibile che si moltiplichino i casi di puro spreco delle risorse pubbliche e che rallenti ulteriormente la realizzazione delle opere.

IN LODE DEL LOTTO FUNZIONALE (IN MANCANZA DI MEGLIO)

Ma cosa significa “lotto funzionale”? Significa una parte di una infrastruttura che può essere utilizzata (funzionare, appunto) anche se l’opera non è completa: per esempio, una tratta ferroviaria da stazione a stazione, o una tratta autostradale da casello a casello. Già così ci sono problemi di sprechi, se l’opera non è poi terminata in tempi brevi: per esempio, un’autostrada prevista a quattro corsie per il traffico tra due grandi città, risulterà molto sovradimensionata se collega solo una grande città con una cittadina vicina. L’ideale sarebbe che non fossero ammesse al finanziamento opere che sono ben lontane dall’essere giunte a un sufficiente grado di avanzamento progettuale e dall’aver ricevuto l’accordo degli enti territoriali che accampano svariati diritti di veto, perché i costi stimati in base a progetti di massima e che ancora non hanno subito le varianti necessarie a ottenere il consenso sul territorio sono inevitabilmente di molto inferiori a quelli che si rivelano a progettazione ultimata. (1)

In secondo luogo, non dovrebbe essere consentito aprire un cantiere senza avere certezze dei fondi (e dei tempi di erogazione) fino al compimento dell’intera opera. In questo senso sono più volte andate le raccomandazioni della Corte dei conti. Si noti che i problemi dei lotti non funzionali sono molto più gravi per le ferrovie, soprattutto per le linee alta velocità, che non per le autostrade, per una ragione molto semplice: il trasporto ferroviario presenta “rotture di carico” che lo rendono molto più funzionale alle lunghe distanze, e presenta problemi tecnici di raccordo con la rete esistente molto maggiori (si pensi per esempio al cambio di tensione tra AV e linee ordinarie). Un pezzo di autostrada, invece, è facilmente raccordabile con la viabilità ordinaria, come mostrano i diversi esempi di quelle non finite ma che comunque svolgono un ruolo di velocizzazione del traffico, per esempio configurandosi come by-pass di attraversamenti urbani. Se potessero essere ammessi al finanziamento solo “lotti funzionali”, si eviterebbero le infrastrutture che finiscono nel nulla e quelle raccordate “temporaneamente” per molti anni: delle une e delle altre ci sono molti esempi, al Nord come al Sud, eredità della vecchia prassi dei lotti non funzionali.

LE CONSEGUENZE DEGLI “STOP AND GO”

Con l’ultima Finanziaria si ritorna proprio a quella vecchia prassi. Con i “lotti costruttivi” si ri-apre la strada al moltiplicarsi degli “stop and go”. I quali costano molto cari: spesso, quando i cantieri sono bloccati, non risulta possibile licenziare la mano d’opera occupata o dismettere i macchinari noleggiati con contratti a lungo termine. Inoltre, lo stesso prolungamento dei tempi di costruzione, anche se non vi fosse alcuno spreco, né inflazione, genera un altro costo sociale, dovuto al fatto che il capitale pubblico investito non genera benefici per molto tempo. Per fare un banale esempio numerico, a parità di ogni altro costo, un’opera che richiede il doppio del tempo fisiologico a essere terminata, costa alla collettività dal 9 per cento in più (se si usa un saggio di sconto del 3 per cento) al 21 per cento in più (se si usa un saggio di sconto del 5 per cento).

Inoltre, i progetti che il ripristino dei lotti “non funzionali” consente di sbloccare sono tra i meno convincenti di quelli sul tavolo: la linea AV Milano-Genova - giudicata “inutile” dallo stesso vertice di Fs, e dal costo record previsto (nel 2007) di 62 milioni al km; il completamento della nuova linea Pontremolese Parma-La Spezia (vicina e parallela alla precedente); e infine l’avvio dei lavori sulla linea AV Torino-Lione. Tutte linee concepite essenzialmente per il traffico merci, il quale soffre non certo per mancanza di binari o per bassa velocità, ma per la debolezza strutturale della domanda e per l’inadeguata gestione logistica. Guarda caso, si tratta solo di progetti ferroviari - per lo più ad alta velocità - cioè quelli per i quali i costi del lotto non funzionale sono maggiori.

PROMESSE SENZA RENDICONTI

Ma perché i politici sembrano sempre desiderosi di aprire più cantieri possibile e altrettanto disinteressati ai risultati delle spese effettuate? L’apertura di un cantiere è vissuta come la realizzazione di una promessa (elettorale), come prova della loro capacità di compiere fatti concreti e non soltanto di parlare. (2) D’altra parte, i politici non possono ignorare il fatto che molte infrastrutture di trasporto e la maggioranza delle “grandi opere” presentino sovra-costi imponenti, e altrettanto imponente scarsità di traffico. (3)

È quindi comprensibile il desiderio di non dover dichiarare pubblicamente di aver sprecato i denari dei contribuenti. La lunghezza dei tempi di realizzazione, in questo senso, aiuta: quasi tutti dimenticano gli “ispiratori politici” di un’opera decisa e avviata decenni prima e la responsabilità per i risultati deludenti (o il vero e proprio spreco di denaro pubblico) è ripartita tra molti governi, spesso di diversa colorazione politica, ma che hanno un atteggiamento perfettamente collusivo nel volersi scordare ‘o passato, perché tutti hanno un passato poco commendevole da far dimenticare. I contribuenti, che pagano per le opere incautamente decise e avviate, non vengono consultati prima che i loro soldi siano spesi e non ricevono mai un rendiconto, fidando sulla loro memoria corta oltre che sulla loro scarsa o nulla “vocalità”. E così, chi ha dato, ha dato, ha dato e chi ha avuto, ha avuto, ha avuto.

(1) L’osservazione si trova in “La revisione della spesa pubblica – Rapporto 2008”, della Commissione tecnica per la finanza pubblica (soppressa subito dopo l’insediamento del nuovo governo), ma è contenuto anche nell’“Allegato infrastrutture” al Dpef 2009-2011, prodotto dal governo in carica.

(2) Berta G., Manghi B. (2006), “Una Tav per partito preso”, Il Mulino, LV, n. 423, pp. 92-101.

(3) Bruzelius N., Flyvbjerg B., Rothengatter W. (2003), Megaprojects and Risk: An Anatomy of Ambition, Cambridge, CambridgeUniversity Press.

Commissariamenti a catena. L'arte continua a finire sotto sorveglianza mentre si elargisce una pioggia di soldi a chi si trova a gestirla - saltando le altre competenze - investito di poteri straordinari in situazioni di emergenza. I commissariamenti che piacciono tanto alla coppia Berlusconi-Bondi stanno alla cultura come la fiducia eternamente richiesta da questo governo (o il decreto-legge-lampo) sta al Parlamento. L'ultimo è quello di Brera, «il Louvre italiano», come lo chiama il ministro, che sfoggerà la sua imponenza entro il 2015, in parallelo all'Expo. Per motivazioni imperscrutabili, arriverà al traguardo soltanto da «bene commissariato». L'importante è esautorare - che siano le sovrintendenze, i deputati o la Costituzione stessa - le impalcature democratiche di uno stato, agendo senza intralci. Così lo stipendio d'oro (il cui ammontare, come segnalato dai sindacati, si potrebbe aggirare intorno ai 2,5 milioni di euro) del super manager Mario Resca, già direttore generale ai beni culturali e ora anche tutore con poteri speciali del polo museale Grande Brera può far sussultare (se corrisponde a verità), ma non è il solo punto dolente.

La vera follia gestionale è quella che utilizza come carta vincente i commissariamenti. Come è finito, ad esempio, quello propagandato come ineluttabile ai Fori romani e al Colosseo? Bertolaso e la Protezione civile hanno avuto altro da fare (sisma in Abruzzo) e a Roma sono subentrati nuove guide per contrastare il «degrado irreversibile» dei siti archeologici. Eppure avere finanziamenti cospicui e facili non risolve con la bacchetta magica i problemi preesistenti. Qualcosa però insegna: mette in campo i grandi appalti - è stato dimostrato perfettamente all'Aquila nel corso della «non politica» di risanamento attuata nel centro storico - e soprattutto accontenta molti imprenditori. Se poi le «isole protette» intorno ai beni stentano a decollare, poco importa. Meglio incassare intanto i consensi nel settore degli affari.

È stato previsto che il progetto del nuovo polo museale milanese - con la sistemazione della Pinacoteca e il trasferimento dell'Accademia nella caserma di via Mascheroni - costerà all'incirca 50 milioni di euro. Il 5% del totale sarebbe destinato al direttore dei lavori, in questo caso «il commissario» Resca. Emilia De Biasi e Emanuela Ghizzoni, deputate Pd in commissione cultura, hanno chiesto con un'interrogazione parlamentare al ministro Bondi di chiarire «sia il progetto per il museo di Brera sia le motivazioni del commissariamento che hanno portato alla nomina di Mario Resca». Dal Mibac si sono affrettati a smentire i numeri esorbitanti: «Il compenso è equiparato a quello del direttore dei lavori, ossia, in base a quanto prevede la normativa, al massimo corrisponderà al 20% dello 0,5% dell'importo dei lavori posto a base di gara; inoltre tale cifra è dilazionata nell'arco della durata del cantiere». Ma nessuno ha spiegato la necessità dell'ordinanza del Presidente del consiglio che ha designato Resca unico «intestatario» di Brera.

C’è di tutto nel letto del Serchio: strade, ferrovie, aree industriali, impianti sportivi, scuole, residenze, strutture ricettive, discariche, discoteche, club ippici, colonie solari, campi nomadi. E le golene sono quasi completamente edificate, tanto da rendere difficile individuare possibili casse d’espansione in cui far defluire le acque in caso di piena, per evitare nuovi disastri. È disarmante il quadro che si ha delle condizioni dell’asta del Serchio, percorrendola tutta dalle sorgenti sopra Sillano e Minucciano fino a Nodica e al mare, passando per la Garfagnana, la Media Valle e la Piana di Lucca.

Un viaggio lungo il fiume che Il Tirreno ha fatto - venti giorni dopo la drammatica alluvione - insieme al segretario dell’autorità di Bacino del Serchio, il geologo Raffaello Nardi, l’assessore della Provincia di Lucca alla protezione civile, Emiliano Favilla, e il presidente della commissione provinciale infrastrutture Francesco Angelini.

Secondo il programma degli interventi del piano di bacino, occorrerebbe oltre un miliardo di euro per evitare nuove esondazioni attraverso la realizzazione di casse di espansione, gli adeguamenti degli argini e delle infrastrutture viarie, la manutenzione delle opere idrauliche, la bonifica e il consolidamento delle frane e la sistemazione idraulico-forestale. In realtà non c’è al momento traccia di stanziamenti del genere, sia pure in un periodo pluriennale. Dal 2003, in sostanza, arrivano i soldi per pagare gli stipendi della trentina di dipendenti e piccole somme che finiscono più per rispondere alle richieste dei singoli Comuni che non al quadro d’insieme delle cose da fare.

Che sono tante e tutte urgenti, come si capisce subito scendendo sulle rive del fiume tra Piano della Pieve e Castelnuovo Garfagnana, dove sul greto del Serchio sorgono numerosi insediamenti produttivi, accanto a scuole, impianti sportivi e abitazioni. Rischiano tutti di finire sott’acqua e l’Autorità di Bacino si è già opposta a ulteriori ampliamenti a valle. «Anche alla luce dei danni prodotti dalle ultime piene - spiega Nardi - sarebbe opportuno realizzare delle protezioni in tutte le aree produttive sul fiume, come abbiamo fatto a Diecimo di Borgo a Mozzano per tutelare le fabbriche che erano andate sotto nell’alluvione del 2000. In quel caso la metà della spesa fu sostenuta dall’Associazione industriali».

Aree simili, a rischio, sono anche quelle di Gallicano, Bolognana, Pian di Coreglia, Fornaci di Barga, Fornoli e Socciglia.

Altro provvedimento urgente è la delocalizzazione di quelli che in gergo vengono chiamati “mucchi” nell’alveo, per lo più impianti per la lavorazione e il riciclaggio degli inerti (soprattutto ghiaia). Ce ne sono lungo tutto il corso del Serchio e alcuni hanno dimensioni imponenti, come a Gallicano, Borgo a Mozzano, Ponte a Moriano, e Nave.

«Con Comuni e privati - commenta il segretario dell’Autorità di Bacino - ci sono protocolli d’intesa. Solo Lucca deve ancora approvarli, ma mi risulta che la delibera stia per arrivare in consiglio comunale». Peccato che quella delibera dia dieci anni di tempo alle aziende che devono spostarsi. Lucca, il Comune più colpito dalle alluvioni, sembra paradossalmente il meno sollecito ad attuare rapide misure di prevenzione e salvaguardia. Alle prossime piene, la delocalizzazione potrebbe rivelarsi superflua: il fiume potrebbe aver spazzato via i “mucchi”.

Più urgente ancora è capire in quali condizioni si trovano davvero gli argini che hanno ceduto di fronte a una portata - 1.700 metri cubi al secondo a Lucca e 1.900 a Nodica - inferiore a quella di altre piene passate senza danni. In attesa di conferme scientifiche, Nardi ha comunque una convinzione: «Le notizie storiche dal 1419 in poi non riportano la concomitanza di due piene superiori ai 1.700 metri cubi nel giro di due-tre giorni. Non va dimenticato che il 18-19 dicembre 2009 c’erano state nevicate abbondanti anche a valle e che gli argini erano quindi diventati molli.

Quattro giorni dopo, il 22, è passata una piena da 1.200 metri cubi e gli argini si sono intrisi ancora di più. A distanza di 48 ore, alle 6,10 del 25 è arrivata l’ondata da 1.700-1.900 metri che ha creato non la tracimazione, ma la rottura dell’argine in due punti a S. Maria a Colle e, più a valle, a Nodica. Non dimentichiamoci che il mare in tempesta non riceveva. Non credo peraltro che siano casuali i punti della rottura, avvenuta all’altezza di due meandri dell’antico Auser (il Serchio di allora, ndr) raddrizzati per portare il fiume verso il mare invece che nel bacino del Bientina. Va infine aggiunto che gli argini sulla riva destra, a Lucca come nel Pisano, sono terrapieni meno robusti rispetto a quelli della riva sinistra, costruiti più ampi e solidi per proteggere le città. In passato, in casi di piena, gli argini venivano rotti proprio nell’Oltreserchio, per evitare danni ai centri abitati».

Il guaio è che oggi, da Ponte a Moriano a Nodica, ma anche più a monte, tutte le fasce sotto gli argini sono centri abitati. In teoria non ci potrebbe essere alcuna costruzione a meno di dieci metri dai terrapieni; la realtà è che si trova di tutto, anche a pochi metri dall’acqua, in mezzo al letto. I controlli? L’Autorità di Bacino indica con chiarezza le prescrizioni e i divieti, ma i Comuni non sembrano particolarmente impegnati nel farli rispettare. E i privati, di fronte ai dinieghi, si rivolgono al tribunale delle acque e al Tar, arrivando anche a chiedere i danni. Risultato: alla fine passano progetti di ogni genere. «Sono gli effetti della legge ponte del 1967 che, dopo l’alluvione di Firenze - chiarisce Nardi - previde lo stop alle edificazioni accanto ai corsi d’acqua, concedendo però un anno di proroga. Ci fu la corsa a presentare richieste per nuove costruzioni, i cui danni sono stati poi aggravati dall’abusivismo e dal condono del 1985». Solo a Lucca, le domande di condono sono 10mila, molte delle quali ancora inevase.

Perché stupirsi allora, scendendo a valle, delle aree industriali a due passi dall’acqua del Serchio a Gallicano, Pian di Coreglia, Fornaci di Barga, Pian della Rocca, Socciglia, Diecimo, Chifenti, Piaggione, Ponte a Moriano e giù giù fino al mare? O delle zone sotto Nodica occupate da stabilimenti che sorgono in terreni 4-5 metri sotto il livello del Massaciuccoli? O ancora della presenza di un club ippico, di un campo nomadi, di una ex colonia e di una discoteca - accanto a impianti per lavorare gli inerti - tra Monte S. Quirico e Ponte S. Pietro?

«Noi ce ne andiamo, voi però qui restate, qui dovete vivere»: questo il messaggio degli uomini in fuga da Rosarno. Uomini? Quasi nessuno li ha chiamati così. È un’altra la parola che è emersa, gridata dalle squadre dei giustizieri della notte, ripetuta in tutte le cronache: negri. E la parola ha suggerito subito l’altra gemella e nemica: bianchi.

Noi che restiamo qui dobbiamo prendere atto di come è cambiato il paesaggio dove da oggi dovremo vivere: che non sarà più solo quello morale della violenza collettiva, o quello materiale del degrado dei luoghi, o anche quello sociale e politico di uno stato assente sostituito dalla ‘ndrangheta, oppure quello storico di un paese «troppo lungo» che giorno dopo giorno visibilmente si spezza, come ha scritto in un libro appassionato Giorgio Ruffolo. Da questo momento, accanto ai problemi del sud, alla questione dell’immigrazione clandestina, ai disastri dell’insicurezza prodotta dal decreto sicurezza, un altro problema è sorto che va al di là di tutto il resto e segna una tappa mai prima toccata o immaginata nell’Italia che credevamo di conoscere: la tappa segnata da una parola: «negri».

Ricorderemo questa data come l’ingresso nel vocabolario dell’Italia incivile della parola chiave, quella che cambia il mondo e lo semplifica, quella che fa del rapporto fra esseri umani una guerra di razze e un conflitto di colori, dove il nero muore e il bianco vince. La cosa da tempo si avvertiva nell’aria, serpeggiava negli stadi, luogo germinale della lingua nuova: ma è solo da oggi che la novità si è imposta collettivamente con l’evidenza delle immagini e con l’urlo collettivo delle folle. Per misurare quante cose sono cambiate in un colpo solo basta ricordare l’assassinio di Jerry Essan Masslo, il rifugiato sudafricano ucciso a Villa Literno il 25 agosto 1989. Non lo chiamarono «negro» le cronache di allora: e dei suoi assassini si parlò come di una banda di criminali. Oggi al posto dell’assassinio isolato si è cercata, voluta e rischiata una strage. Ronde notturne, posti di blocco, automobili con uomini armati di fucili, agguati, spari, grida, ferocia, paura, corpi sanguinanti di altri uomini in mezzo a paesaggi devastati, a rifugi primitivi: dove avevamo già visto queste scene? È una sequenza che finora avevamo visto solo nei film americani, quelli sul Ku Klux Klan e sulla lunga tragedia del razzismo degli Stati Uniti. Le scene di Rosarno trasmesse dalla televisione sembravano spezzoni di quei vecchi film dove i bianchi americani armati di fucili andavano a caccia di schiavi fuggiaschi.

Dunque proprio quando l’elezione alla presidenza di Barack Obama ha siglato la vittoria della battaglia per la fine della separazione razziale, ecco che la crisi italiana diventa una crisi in bianco e nero - semplice, violenta, insolubile, come quella di cui scriveva Charles Silberman mezzo secolo fa nel libro che leggemmo con quel titolo. Ma l’analogia delle parole e la distanza dei tempi e dei modi mostrano che rispetto alla difficile crescita della società americana l’Italia si avvia lungo la strada di un declino civile senza sbocco, in controtendenza rispetto a quel mondo americano dove la lunga lotta per i diritti dei neri d’America ha realizzato il sogno di Martin Luther King. Da noi si apre uno scenario inedito, un panorama assurdo, una realtà sgangherata che ha solo un punto in comune con quello tragico e secolare del razzismo dell’America negriera: la parola.

Negri quelli che se ne vanno, bianchi noi che restiamo. Loro, prima di andarsene, hanno gridato: siamo uomini come voi. Ma l’esito della battaglia ha dimostrato che noi non siamo uomini come loro e che per loro non c’è posto fra di noi. La lingua quotidiana è cambiata. Il mondo mentale degli italiani è diventato da un giorno all’altro un mondo in bianco e nero. E questa è l’essenza linguistica della regressione civile, perché la parola porta con sé la semplificazione del mondo e la radicalizzazione del conflitto. Lo porta in una realtà da sempre storicamente e umanamente vicina al continente africano. E questo prova quanto la crisi sia grave.

Con questa novità dobbiamo fare i conti. La parola «negro», cadendo sull’Italia intera dai fatti di Rosarno, ha prodotto un effetto che ricorda, pur tra molte differenze, l’essenziale di quello che accadde quando le leggi razziali del 1938 portarono per la prima volta nella vita quotidiana la parola «ebreo» . Un bel libro di Rosetta Loy ha raccontato come quella parola producesse l’effetto di far scomparire delle persone. Anche con la parola «negro» l’effetto è stato quello. Stavolta la scomparsa non è stata sotterranea e silenziosa come allora: è avvenuta sotto gli occhi di tutti con scene piene di rumore e di grida. Tutti abbiamo visto centinaia di uomini neri andarsene sotto scorta dal paese dei bianchi. Così si è manifestata ancora una volta la potenza dello stereotipo razziale che sostituisce al volto concreto dell’essere umano una silhouette, una maschera da colpire e distruggere. E lo stereotipo del «negro» è senza ombra di dubbio il più semplificato e il più immediatamente efficace.

Da questo fondo cupo bisognerà pur risalire. E come per la parola «ebreo» bisognerà cercare di capire come e perché quella parola sia caduta oggi sul nostro contesto civile. Bisognerà riportare alla memoria degli italiani le pagine oscure della loro storia, quelle che non si ricordano volentieri, risalire alle responsabilità storiche del paese Italia nel percorso di delitti e di tragedie che hanno conferito a quella parola un suono sinistro. Grazie all’opera solitaria e coraggiosa dello storico Angelo Del Boca sappiamo ormai che cosa sia stata l’Africa nella coscienza degli italiani, conosciamo di quali tragedie e di quali delitti sia stato fatto il colonialismo italiano, quante atrocità siano state commesse dalle truppe italiane mentre le canzonette della propaganda fascista solleticavano gli istinti di violenza del maschio italiano sulle «faccette nere» delle donne abissine. Ma ci vorrà ben altro che qualche lezione di storia per risalire da questo abisso.

Doppia galleria per il maxi-tunnel

di Teresa Monestiroli



Cambia il progetto per il tunnel dall´area Expo di Rho-Pero a Linate: le gallerie scavate 40 metri di profondità saranno due (una per ogni senso di marcia) anziché una sola. Ma aumenta anche il pedaggio previsto: se i privati (Torno e Condotte) garantiranno la copertura dell´intero ammontare dell´investimento, circa 2,5 miliardi di euro, il piano di ammortamento prevederà la copertura dei costi con tariffe intorno a un euro per chilometro, per un totale di circa 13 euro per l´intera lunghezza del tunnel.

Non ci saranno contributi pubblici, dunque il pedaggio del tunnel che collegherà l´aeroporto di Linate con l´Expo a Rho-Pero costerà caro: quasi un euro a chilometro, per un totale di 13 per percorrerlo tutto. La prima ipotesi presentata ai tempi di Albertini (7 euro) quasi raddoppia nello studio di fattibilità presentato dalla società Condotte che, insieme alla Torno, si è fatta promotrice della mastodontica opera infrastrutturale che potrebbe rivoluzionare la mobilità in città e dintorni. Così come raddoppiano le gallerie: non più una a doppio senso di marcia come era all´inizio, ma due separate per i due sensi, con vie di fuga tra loro per garantire la sicurezza.

Il progetto definitivo della maxigalleria di 14,6 chilometri che correrà a quaranta metri di profondità e interrerà 50mila auto al giorno, è stato consegnato al Comune a metà dicembre. Ora Palazzo Marino ha tempo fino a marzo per deciderne le sorti. Per questo è stata nominata una commissione tecnica ad hoc che, nelle prossime settimane, dovrà studiare se il conto economico del tunnel sta in piedi e se il progetto è effettivamente realizzabile. Due mesi di tempo, dunque, per prendere una decisione: o dare il via alle gare d´appalto per i lavori (che partirebbero nel 2011) oppure accantonare il progetto.

«Abbiamo presentato uno studio dettagliato - spiega Luciano Berarducci, responsabile dei progetti speciali di Condotte - . Ora aspettiamo che il Comune lo valuti. L´ipotesi formulata credo risponda alle necessità espresse dall´amministrazione». Il progetto definitivo prevede la costruzione di due gallerie parallele, una per senso di marcia, ognuna composta da due carreggiate che viaggiano quaranta metri sotto la superficie del suolo, «sufficientemente in basso per evitare di intralciare sia le linee della metropolitana che i sottoservizi cittadini - continua Berarducci - . Questo ci permette anche di calcolare più precisamente sia i tempi che i costi: a quella profondità non dovrebbero esserci sorprese che rallentino i lavori».

Le società contano di concludere l´opera in 3-4 anni, quindi in tempo per l´Expo del 2015. La previsione di spesa è di 2 miliardi e mezzo di euro, circa la metà di quello che ci vuole per costruire il ponte di Messina. Soldi che, assicurano i promotori, verranno messi interamente dai privati attraverso lo strumento del project financing e che saranno recuperati con il pedaggio pagato dagli automobilisti in 60 anni di concessione. Ticket che potrebbe arrivare fino a 13 euro (0,90 centesimi al chilometro) nel caso non arrivi nessun finanziamento pubblico, come prevedono gli operatori. Se invece lo Stato, la Regione o altri enti dovessero contribuire alle spese, il pedaggio potrebbe scendere anche a 8 euro, pari a 0,50 centesimi al chilometro. Di certo dalle casse del Comune non uscirà un euro, anche se lo stesso sindaco ha dichiarato che «è un progetto molto importante, per questo l´abbiamo inserito nel Piano di governo del territorio». A sostenerlo sono anche gli assessori all´Urbanistica Masseroli e ai Lavori pubblici Simini, mentre per il centrosinistra è un´opera sbagliata che andrebbe cancellata dal Piano di governo del territorio, da domani in discussione in consiglio comunale.

«L´opera si ripagherà grazie a una concessione di 60 anni - continua Berarducci - . Abbiamo calcolato un passaggio di 50mila veicoli al giorno. Il tunnel metterà in connessione anche la Pedemontana con la Brebemi, facilitando così il collegamento per gli automobilisti e alleggerendo il traffico in città». Le previsioni parlano di un utilizzo principale di attraversamento, soprattutto nel caso dei mezzi pesanti, ma la maxigalleria avrà anche sette uscite intermedie tra Linate e Cascina Merlata: Forlanini, piazza della Repubblica, porta Venezia, Garibaldi, Bovisa, Monte Ceneri e Rho-Pero.

L´esperto: bisogna puntare sui metrò

solo così caleranno traffico e smog

intervistadi Stefano Rossi

Michele Giugliano è un esperto di emissioni in atmosfera e di inquinamento dell´aria e insegna al Politecnico. Professore, parlare di smog significa parlare anche di traffico. A Milano ci sono progetti di nuove strade, come il tunnel dalla Fiera di Rho a Linate, appoggiato dal sindaco Letizia Moratti.

«C´è un problema di distribuzione delle risorse. Se la costruzione del tunnel da Rho a Linate dovesse togliere soldi allo sviluppo delle metropolitane, troverei la scelta inopportuna. Addirittura terrificante se i tempi per la realizzazione fossero simili a quelli per lo scavo del Passante. Ci sono priorità».

Vale a dire?

«C´è una necessità estrema di nuove metropolitane, molto di più che di nuove tangenziali. L´obiettivo dev´essere ridurre le emissioni e la congestione da traffico».

La Tem, Tangenziale est esterna di Milano, raddoppierebbe la tangenziale Est. Non riuscirebbe ad alleggerire il traffico e a diluire le emissioni in un´area più vasta?

«L´idea della diluizione non è sostenibile per le polveri sottili, inquinanti secondari che si formano anche abbastanza distanti dal punto di emissione, tanto che si trovano concentrazioni elevate anche in campagna. Ha più senso creare parcheggi di interscambio sempre più lontani dalla città man mano che si allarga la rete delle metropolitane. L´obiettivo è ridurre il numero dei chilometri percorsi in area urbana».

Tunnel e tangenziale sarebbero pronti non prima di qualche anno. Nel frattempo il traffico come cambierà?

«Tutti i parametri dell´inquinamento atmosferico sono diminuiti in modo importante dal 1993, malgrado l´impennata del numero dei veicoli in circolazione. L´introduzione delle marmitte catalitiche ha avuto una portata epocale. Utile anche il rinnovo del parco mezzi, che si è un po´ attenuato. Il ciclo dei diesel puliti è alla fine, ma dopo una crisi ha ripreso slancio il motore elettrico. Stiamo andando in questa direzione e verso i motori ibridi. Oggi la percentuale di motori elettrici è irrilevante ma ci sono segnali che i tempi per la sostituzione dei motori convenzionali siano più brevi del previsto. Perciò avremo un futuro di congestione, più che di smog in senso stretto».

Congestione in che senso?

«Se non incrementiamo i mezzi pubblici, le tangenziali, già oggi gravate di traffico, saranno sempre più intasate».

Che cosa si può fare subito contro l´inquinamento?

«Puntare sul teleriscaldamento, i cui impianti centralizzati consentono un miglior controllo delle emissioni. E potenziare il trasporto pubblico. Ad esempio, l´Ecopass ha una funzione culturale perché abitua a fare a meno dell´auto privata. Ma è necessaria una migliore offerta di mezzi pubblici».

Una bretella Boffalora-Malpensa con un fiume di auto elettriche giustificherebbe l´invasione del parco del Ticino?

«Si porrebbe un problema non di inquinamento ma di uso del territorio e di cementificazione. Si dovrebbe fare un´analisi costi-benefici ma d´altra parte un parco naturale va protetto per definizione, altrimenti che parco è?».

L'entrata in vigore da inizio anno del nuovo procedimento autorizzativo, dopo che la proroga del regime transitorio non è stata inserita nel Dl milleproroghe di fine anno, cambia il ruolo delle soprintendenze.

Il loro parere, infatti, non è più dato a valle, dopo che il progetto ha già ottenuto il via libera dall' ente delegato (di solito i Comuni), ma a monte, nel pieno della procedura di autorizzazione paesistica.

E resta vincolante fino all'adeguamento al Codice dei Beni culturali (Dlgs 42/2004) dei piani paesaggistici regionali e degli strumenti urbanistici di Comuni e Province.

E' questa la rivoluzione introdotta dal procedimento previsto dall'articolo 146 del Codice Urbani.

Una norma finora sempre rinviata e ora entrata in vigore dal primo gennaio. Interessate alla proroga non erano solo le soprintendenze, investite di un ruolo più impegnativo al quale non tutte sono preparate, ma soprattutto le Regioni, che in molti casi vedono tornare al mittente le competenze sulle autorizzazioni, che loro stesse avevano delegato agli enti locali. Sono oltre 2.600, infatti, i municipi a non avere più le carte in regola per il rilascio dei nullaosta.

Il Codice prevede che ogni ente, per mantenere la delega, debba differenziare le attività di tutela paesaggistica da quelle urbanistico-edilizie e disporre di una commissione tecnica per valutare gli interventi in aree vincolate.

Adempimenti che mettono in difficoltà i Comuni più piccoli. Il soprintendente, come detto, può ora valutare le richieste nel merito, mentre fino al 31 dicembre scorso poteva solo annullare le autorizzazioni per vizi di legittimità. Un ruolo più centrale che dovrebbe contribuire a tagliare i contenziosi presso i tribunali amministrativi: sul totale degli atti vagliati dalle soprintendenze, gli annullamenti si fermano intorno al 2% e, di questi, gran parte viene impugnata. Il parere del soprintendente diverrà obbligatorio ma non vincolante solo quando saranno adeguati piani regionali e strumenti urbanistici. Obiettivo da raggiungere attraverso la copianificazione Ministero-Regioni.

L'ADEGUAMENTO

Un processo che però va a rilento. Sono soltanto nove, infatti, le amministrazioni che hanno siglato finora un'intesa per scrivere le norme di tutela del paesaggio insieme al Ministero. Si tratta di Abruzzo, Campania, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Puglia, Sardegna, Veneto e da ultimo la Calabria (si veda la tabella in pagina). Per altre, come Lazio e Umbria, il protocollo è pronto, ma non firmato. L'elaborazione congiunta deve riguardare i beni vincolati con atti amministrativi ad hoc o ricadenti nelle aree tutelate ope legis, ma può estendersi anche all'intero territorio regionale. Nessuna annninistrazione, va detto, ha centrato l'obiettivo di approvare un piano adeguato al Codice dei Beni culturali entro la fine del 2009. Le Regioni hanno comunque ottenuto dal Ministero rassicurazioni sull'intenzione di semplificare il rilascio dei permessi in zone vincolate.

Già sono stati individuati 42 interventi di lieve entità per i quali snellire le pratiche, dagli aumenti di volume fino al 10% alla realizzazione di manufatti accessori. Il regolamento è ora all'esame del Consiglio di Stato. L'obiettivo è arrivare entro febbraio all' approvazione definitiva. La portata delle semplificazionii, tuttavia, andrà oltre gli interventi minori: il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, ha infatti annunciato nuove norme per rimodulare tutte le procedure dli autorizzazione paesaggistica. Il sistema appena entrato in vigore, al netto delle annunciate modifiche, prevede un termine di conclusione per ottenere un permesso di 105 giorni, che diventano 120 in caso di mancato parere della soprintendenza (dopo i quali l'amministrazione competente deve decidere). A temere un allungamento dei tempi sono per proprio i professionisti coinvolti nella progettazione, come architetti e geometri, che puntano il dito sulla scarsa preparazione di Regioni e soprintendenze alle nuove regole.

L'avvio di queste elezioni regionali e i bagliori della caccia al lavoratore immigrato a Rosarno illuminano di una luce sinistra quel che, forse, resta della sinistra. Quella che conoscevamo non c'è più. Il Pd, ricco solo di contrasti interni, per un verso è al guinzaglio dell'Udc di Casini (fa bene Clemente Mastella a dire: «Se in Puglia vince Boccia, Casini sarà il candidato premier del centrosinistra»), nel Lazio è messo in tilt dalla mossa a sorpresa della Bonino, in Umbria esibisce ricchezza di divisioni interne, nelle altre regioni non va meglio.

Le sinistre resistenti non stanno tanto bene, ma bisogna dare atto a Nichi Vendola di averle smosse con la sua giusta e ostinata resistenza all'intimazione di mollare il governo della Puglia e di contentarsi di qualche premio di consolazione. La resistenza di Vendola ha prodotto la ripresa di contatti tra le componenti di quella che chiamerei «sinistra resistente», ma fino a ieri divisa e conflittuale. C'è stato un incontro positivo tra Vendola e Ferrero e la prima pagina di Liberazione del 7 gennaio si presentava con una grande foto di Ferrero e Vendola sorridenti. All'interno una vivace intervista ancora a Vendola («Casini ha lanciato l'opa sul Pd»).

Queste forze potrebbero presentare liste comuni alle regionali. In tanto disastro un segno buono. Ma attenti: non si tratta di rifare un Arcobaleno e tanto meno di incollare quel che c'è. Quel che c'è, quel che queste forze oggi sono, non basta. Bisogna ricostruire i fondamenti politici, sociali e culturali per costruire una sinistra adatta ai tempi e alle trasformazioni della società. Gli accordi elettorali sono utili, ma insufficienti di fronte alla crisi presente.

Alcuni mesi fa questo giornale aveva invitato Ferrero e Vendola a un forum presso la nostra sede per discutere del che fare (ma anche dell'essere) di forze che vogliano essere di sinistra nel nuovo secolo. Purtroppo quell'invito (forse intempestivo) non ebbe accoglienza: lo ripetiamo. Questo manifesto, che ha alle spalle una combattiva storia di sinistra, anche di rottura con il Pci, è ben consapevole, testardamente consapevole, che deve impegnare tutte le sue forze (purtroppo non grandi) nel lavoro di ricostruzione della sinistra italiana. Luigi Pintor in un editoriale del 24 aprile del 2003 scriveva «La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo». E Pintor concludeva: «Non deve vincere domani, ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un'era che ce ne sta privando in forme mai viste».

Ciascuno nella sua autonomia, speriamo ogni giorno a «invadere il campo». La via delle trovate astute è quella del suicidio.

Il futuro in cui siamo già immersi comincia nella piana di Gioia Tauro: a Rosarno in provincia di Reggio Calabria (un’autentica guerriglia urbana è ancora in corso), come a Castel Volturno e a Reggio stessa, dove la ’ndrangheta ha voluto intimidire i magistrati con un attentato alla procura generale. Il futuro comincia a Rosarno perché i principali problemi della nostra civiltà si addensano qui: le fughe di intere popolazioni dalla povertà e dalle guerre (guerre spesso scatenate dagli occidentali, generatrici non di ordine ma di caos); le vaste paure che s’insediano come nebbie, intossicando la vita degli immigrati e dei locali; le cruente cacce al diverso; il dilagare di una mafia esperta in controllo mondializzato.

A ciò si aggiunga l’impossibilità di arrestare migrazioni divenute inarrestabili, perché da tempo non si trovano italiani e cittadini di Paesi ricchi disposti a fare, allo stesso salario, i lavori fatti da africani. Si aggiunga l’ipocrisia di chi crede che la risposta consista in un’identità monoculturale da ritrovare.

E la menzogna di chi non sopporta lo sguardo inquieto e assicura: abbiamo già praticamente vinto le mafie, Gomorra appartiene al passato, è «un vecchio film in bianco e nero», come dice Maroni. Non per ultimo, si aggiunga lo Stato che perde il controllo del territorio e il monopolio della violenza: i neri a Rosarno combattono contro ronde private di locali, infiltrate da ’ndrangheta e armate di fucili. Il pensiero della Lega è egemonico e le rivolte vengono associate, dal ministro Maroni, non alle mafie ma all’immigrazione clandestina che si promette di azzerare sanando ogni male. È inganno anche questo. Quando in Francia s’infiammarono le banlieue, nel novembre 2005, Romano Prodi disse che il fenomeno, mondiale, non avrebbe risparmiato l’Italia. Fu deriso e non creduto.

Non era menzogna invece. È vero che l’Italia ha da anni una reputazione cupa, e impaura a tal punto immigrati e fuggitivi da suscitare, nei loro animi, il senso di schifo di cui parla Balotelli. Gran parte dell’Europa ha una cupa reputazione, ma questo non scusa i nostri misfatti e silenzi: il silenzio del sindacato soprattutto, abituato a proteggere pensionati e operai delle grandi industrie (ormai dei privilegiati) e del tutto afasico sull’intreccio mafia, immigrati, sfruttamento. Il massimo della spudoratezza è raggiunto quando i nostri ministri citano Zapatero o Sarkozy, quasi che gli errori altrui nobilitassero i nostri. Quasi che non esistesse, in Italia, quel sovrappiù che è il potere malavitoso. Le rivolte di questi giorni discendono dal fallimento dello Stato e lo rivelano. È la conclusione cui giunge il prezioso libro di Antonello Mangano, scritto sui ventennali disastri di Rosarno e Castel Volturno. Il titolo è: Gli africani salveranno Rosarno - E, probabilmente, anche l’Italia (Terrelibere.org 2009).

Le rivolte odierne hanno infatti una storia alle spalle, occultata dai politici e da molti giornali. Coloro che a Rosarno hanno reagito con ira distruttiva a un’ennesima aggressione contro i lavoratori neri (due feriti a colpi di carabina, giovedì) sono gli stessi che nel dicembre 2008 si ribellarono alla ’ndrangheta. Erano stati feriti quattro immigrati, e gli africani fecero qualcosa che da anni gli italiani non fanno più. Scesero in piazza, chiedendo più Stato, più giustizia, più legalità. Contribuirono alle indagini dei magistrati con coraggio, rompendo l’omertà e rischiando molto.

Denunciarono gli aggressori a volto scoperto, pur non essendo protetti da permessi di soggiorno. È vero dunque: gli africani salveranno Rosarno e forse l’Italia, come scrive anche Roberto Saviano. Poco prima della rivolta a Rosarno si erano ribellati gli africani a Castel Volturno, il 19 settembre 2008, rispondendo a una sparatoria di camorristi che aveva ammazzato sei immigrati.

Quel che è accaduto dopo è una sciagura prevedibile, e per rendersene conto basta vedere come vivono, gli africani dell’antimafia. Sono eloquenti più di altri i video di Medici senza Frontiere, che parlano di crisi umanitaria nella piana di Gioia Tauro. Il rapporto che Msf ha redatto nel 2008 ha un titolo ominoso: «Una stagione all’inferno», come il poema di Rimbaud. Difficile descrivere altrimenti gli africani che vivono in stabilimenti industriali abbandonati, come la cartiera «La Rognetta» a Rosarno, o l’oleificio dismesso presso Gioia Tauro. Dentro l’oblò del silos per l’olio: giacigli di stracci. Tutt’intorno, fuochi e soprattutto rifiuti, montagne di rifiuti tra cui vagano, tristi ombre, esseri umani che si costruiscono alloggi di cartone o tende senza sanitari. Vedere simili paesaggi ricorda Gaza, gli slum pachistani: non è vita primitiva ma l’osceno connubio tra architetture industriali moderne, indigenza estrema e apartheid. Un africano dice sorridendo a Medici senza Frontiere: «Tra l’una e le quattro di notte inutile provare a dormire. Troppo freddo».

Ci nutriamo volontariamente di menzogne, come il protagonista nel poema di Rimbaud, quando diciamo che quest’oscenità nasce dall’eccessiva tolleranza verso i clandestini. Abbiamo chiamato noi gli africani a raccogliere aranci, consci che nessuno lo farà a quel prezzo e per tante ore (25 euro per un giorno di 16-18 ore; 5 euro vanno a caporali mafiosi e autisti di pullman). E la tolleranza denunciata da Maroni non è verso i clandestini ma verso le condizioni in cui vivono clandestini o regolari.

Dopo aver tollerato tutto questo, e versato nella regione milioni di euro finiti in tasche sbagliate, ogni stupore è fuori luogo. I tumulti odierni non sorprendono: se questi africani non son uomini, come s’intuisce nei video, impossibile che non sboccino, prima o poi, i Frutti dell’Ira di John Steinbeck. Scritto nel ’39 durante la Grande depressione, il libro Furore poteva sperare, almeno, nel New Deal di Roosevelt che noi non abbiamo.

Ne abbiamo tuttavia bisogno, di un New Deal, che metta fine all’apartheid e non si limiti a spostare immigrati come mandrie da un posto all’altro. Perfino i poliziotti, spiega Antonello Mangano, dicono che la risposta non può essere solo punitiva, che gli africani sono una comunità mite, che le migrazioni continueranno. Con l’estendersi delle catastrofi climatiche saranno enormi, gli esodi. Non è vero che la questione della cittadinanza viene per ultima. Le grandi crisi si affrontano con grandi scommesse iniziali, fondatrici di nuove solidarietà. Non è vero neppure che i liberal e la Chiesa sono retrogradi, come scrive Angelo Panebianco sul Corriere. Pensare in grande l’integrazione è preparare oggi il futuro.

Dicono che l’identità stiamo smarrendola, a forza di rinunciare alle nostre radici e di convivere con diversi che ci condannano al meticciato.

Anche questa è menzogna. In realtà siamo già cambiati: non perché incomba il meticciato tuttavia, ma perché la nostra identità non è più quella ­ curiosa, accogliente, porosa ­ che fu nostra quando emigravamo in massa e incontravamo violenza. È un ottimo viatico l’ultimo libro di Gian Antonio Stella (Negri Froci Giudei - L’eterna guerra contro l’altro, Rizzoli 2009): si scoprirà che la mutazione già è avvenuta, nel linguaggio della Lega e nella disinvoltura con cui si accettano segregazioni che trasformano l’uomo in non uomo.

L’identità che abbiamo perduto, la recuperiamo solo se non tradiamo quella vera inventandone una falsa. Solo se sblocchiamo le memorie e ricordiamo che le sommosse antimafia dei neri prolungano le rivolte italiane condotte, sempre in Calabria, da uomini come Peppe Valarioti e Giannino Losardo, i dirigenti comunisti uccisi dalle ’ndrine nel 1980. Solo se scopriremo che il nostro problema irrisolto non è l’identità italiana, ma l’identità umana. Le scuole non hanno bisogno delle quote del ministro Gelmini (non più di tre alunni su dieci per classe in tutta Italia, come se Gesù avesse imposto quote di accesso alla stalla di Betlemme: non più di tre Magi). Hanno bisogno di insegnare il mondo che muta. Altrimenti sì, è l’inferno di Rimbaud: «L’Inferno antico: quello di cui il Figlio dell’Uomo aperse le porte».

Ci sono almeno 64 immobili nelle condizioni della Casa dello Studente de L’Aquila caduta come un castello di carte il 6 aprile di un anno fa per l’effetto congiunto di tre sciagure: il terremoto, i grossolani errori di progettazione e i pessimi materiali usati per la costruzione. L’elenco è stato stilato da Legambiente e riguarda in particolare quattro regioni: Sicilia, Calabria, Molise e Veneto. Dentro c’è un po’ di tutto: ponti, strade, ospedali, scuole, porti, centri commerciali, aeroporti, commissariati, chiese. Si tratta di una lista sicuramente approssimata per difetto, redatta tenendo conto solo delle indagini avviate dalla magistratura sull’uso del calcestruzzo depotenziato, espressione eufemistica per indicare un prodotto taroccato, truffaldino, scadente, con più sabbia che cemento. Per non creare allarmismi non sono state inserite nell’elenco strutture pubbliche e private all’apparenza solide, ma su cui gravano mille voci e sospetti. “Soprattutto negli anni Settanta e Ottanta in Italia hanno costruito una porcata dietro l’altra” spiega Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente.

LA COMMISSIONE.

Tra gli addetti ai lavori la faccenda è come un segreto di Pulcinella, la conoscono tutti e sanno che è diffusa, anche se poi tutti stanno zitti. Per capire come stanno veramente le cose e considerando che di mezzo c’è l’incolumità di tanta gente, un gruppo di parlamentari pd (alla Camera primo firmatario Angelo Capodicasa, al Senato Benedetto Adragna) ha proposto l’istituzione di una commissione d’inchiesta. Il testo è stato presentato prima delle vacanze di fine anno, ma rischia di nascere morto in un Parlamento dove vanno avanti solo le proposte del governo e in un momento in cui i leader dei partiti sembrano calamitati da altre preoccupazioni. Come sempre succede per faccende di questo tipo, l’argomento viene tirato fuori in fretta dai cassetti solo quando incombe la tragedia.

La richiesta di una commissione d’inchiesta si basa su due considerazioni. La prima è che se spetta alla magistratura accertare le responsabilità penali individuali, in base all’articolo 82 della Costituzione sarebbe compito del Parlamento riuscire a capire quale sia la dimensione vera del fenomeno e perché, dove e come si sono verificate così tante violazioni amministrative e contrattuali nella realizzazione di molte opere pubbliche. Seconda considerazione: sulla carta le norme per prevenire gli abusi già esistono, ma evidentemente o non sono sufficienti o sono facilmente aggirabili. Le opere che si sono sbriciolate alla prima onda d’urto del terremoto o quelle che secondo la magistratura sono a rischio crollo risultano sempre accompagnate da impeccabili certificati rilasciati dai laboratori ufficiali in seguito ad altrettante verifiche all’apparenza inattaccabili su campioni di calcestruzzo. E’ chiaro che qualcosa, anzi, molto non funziona, soprattutto nel rapporto tra amministrazioni pubbliche e aziende costruttrici.

I MATERIALI.

Soprattutto in Sicilia l’uso di materiali scadenti per la costruzione di opere pubbliche è quasi una tradizione e la regola nel business delle costruzioni. Così come è una regola che la maggior parte delle ditte fornitrici di calcestruzzo sia in mano alla mafia, dalla Messina Calcestruzzi dei fratelli Pellegrino, sequestrata dalla Direzione investigativa antimafia il 24 giugno 2009, alla Calcestruzzi Mazara, a lungo ritenuta un quartier generale di Cosa Nostra, dai cinque impianti controllati da Benny Valenza nella Sicilia occidentale e confiscati dai carabinieri di Monreale su ordine della Direzione antimafia di Palermo alla Calcestruzzi Spa, un’azienda controllata dal grande gruppo Italcementi e quindi in grado di piazzare calcestruzzo scadente in quantità ingenti anche molto lontano dall’isola. Per esempio nel vicentino, dove gli inquirenti ritengono che i lotti 9 e 14 dell’A31 Valdastico siano stati costruiti con materiale truccato e per questo li hanno messi sotto sequestro anche se non hanno interdetto l’uso dell’autostrada.

Ad Agrigento si accorsero che del nuovissimo ospedale San Giovanni di Dio c’era da aver paura ancor prima dell’inaugurazione ufficiale, sei anni fa. Sui muri e nei pavimenti cominciarono ad aprirsi crepe minacciose, ma era costato una quarantina di milioni di euro e i lavori stavano andando avanti da vent’anni e quindi decisero di aprirlo ugualmente. Qualche tempo dopo un pentito, Carlo Alberto Ferrauto, raccontò agli inquirenti che l’ospedale era stato tirato su con calcestruzzo fasullo fornito dalla mafia e le verifiche tecniche e i carotaggi confermarono le rivelazioni. Per precauzione 5 mesi fa la struttura fu considerata inagibile, ma siccome per motivi sanitari e di ordine pubblico non si potevano lasciare per strada 400 degenti poi è stata riaperta con una specie di compromesso: sulla stabilità vigila la protezione civile, anche se è del tutto evidente che restano inalterati i pericoli derivanti dai vizi di costruzione non sanati.

LA MAFIA.

A Castelvetrano, in provincia di Trapani, la mafia ha messo lo zampino perfino nella realizzazione del commissariato di polizia fornendo calcestruzzo depotenziato e la faccenda suona doppiamente beffarda se si pensa che l’opera si trova proprio su un’area confiscata a Cosa Nostra. “Qui costruiremo una cittadella della legalità” affermò fiducioso il sindaco nel discorso durante la cerimonia d’apertura del cantiere, un anno e mezzo fa, quando ancora le magagne non erano evidenti. E’ lungo l’elenco delle opere siciliane a rischio su cui indaga la magistratura: la galleria Cozzo-Minneria dell’autostrada Palermo-Messina, la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Braemi, lo svincolo di Castelbuono-Pollina, l’ospedale Cervello di Palermo, il nuovo padiglione dell’ospedale di Caltanisetta, il padiglione 6 del Piemonte di Messina, il Civico di Partinico e 30 capannoni dell’area industriale, il centro commerciale di Contesse e l’approdo di Tremestieri, gli aeroporti di Palermo e Trapani, il Palazzo di Giustizia e il porto-diga foranea di Gela, il porto turistico di Balestrate, il lungomare di Mazara del Vallo. In Calabria la galleria Palizzi della statale 106 è franata prima dell’apertura al traffico il 3 dicembre 2007 e le indagini hanno subito accertato che la società Condotte a cui l’Anas aveva affidato la costruzione stava usando calcestruzzo di pessima qualità. In Molise per sanare i vizi di costruzione della variante di Venafro causati dall’uso di calcestruzzo scadente l’Anas ha dovuto sostituire più di metà dei pali in cemento. Costo aggiuntivo, 2 milioni di euro.

Ma come fa Maroni a dire quello che dice? Ci crede oppure fa finta e poi, quando è lontano dai microfoni, si mette a dare di gomito e a ridere? Se per una volta perfino un Bersani, quella pasta d'uomo che guarda al centro, gliene ha cantate quattro, vuol proprio dire che il buon Roberto, l'avvocato e tastierista della Lega che si occupa della nostra sicurezza, le ha proprio sparate grosse.

Dire che quello che sta succedendo a Rosarno è colpa della tolleranza è una barzelletta, anzi una spudorata violazione del buon senso. Tolleranza? Da un anno e mezzo, il governo, di cui Maroni è uno dei ministri chiave, smantella i campi nomadi, scheda Rom e Sinti, blocca i migranti in alto mare e li rimanda in Libia, affidati alle cure di quel simpatico difensore dei diritti umani di Gheddafi, il grande amico di Berlusconi. E che dire del pacchetto sicurezza e di quei sindaci della Lega che invitano i cittadini a denunciare i clandestini? E degli innumerevoli gesti di disprezzo e razzismo, della propaganda xenofoba ufficiale e ufficiosa, della persecuzione a ogni livello di chi non ha i documenti in regola e anche di chi ce l'ha? Le condizioni di vita degli stranieri impiegati nell'agricoltura stagionale sono schiavistiche per i vescovi e persino per «Farefuturo». Che si tratti di sovversivi?

La pura e semplice verità è che la tolleranza in questo paese c'è per il lavoro schiavistico, per il caporalato, per i salari da fame, per le condizioni in cui sono costretti a vivere i migranti, per l'assoluta privazione dei loro diritti. Qualcuno si è mai preoccupato di allestire alloggi decenti per i lavoratori stagionali? Di proteggerli dalla mafia o dalla camorra, come a Castel Volturno? Se tutti i quattrini spesi nella gigantesca bufala della sicurezza fossero stati usati per accogliere e aiutare i lavoratori stranieri (di cui si occupa solo il volontariato), a Rosarno non sarebbe successo nulla, anche mettendo nel conto i colpi di pistola sparati da qualche canaglia o mafioso che sia. Nelle dichiarazioni dadaiste di Maroni c'è tutta la linea politica di un governo che esclude, reprime, espelle, soffia sul fuoco e magari riscuotere il premio elettorale dell'insofferenza diffusa.

Il vero miracolo è che non sia successa prima. È incredibile il grado di sopportazione dei lavoratori stranieri. Ma prima o poi questi fatti si ripeteranno. E allora i nodi cominceranno a venire davvero al pettine. Compresa l'ambiguità di tanta parte dell'opposizione nelle questioni della cittadinanza, delle migrazioni, dell'ordine pubblico, della sicurezza. Perché quello che non si è voluto capire, nel centrosinistra degli ultimi vent'anni, è che sui diritti umani fondamentali - che si sia al governo o all'opposizione - si transige solo al prezzo di un'irrimediabile degradazione della vita sociale.

E oggi recuperare una cultura dei diritti significa stare dalla parte dei lavoratori di Rosarno e dei loro fratelli oppressi nel paese e in queste ore a rischio di vita e sotto attacco razzista.

Acqua e fango continuano a uccidere indisturbati. Dopo Messina era toccato a Ischia, ora le alluvioni hanno cancellato il Natale di migliaia di famiglie e tenuto prigionieri del mare centinaia di turisti a Capodanno, da Capri alle Eolie. In Toscana l'attesa del 2010 è stata scandita dalla piena del lago di Puccini, il Massaciuccoli, un conto alla rovescia per scongiurare un disastro annunciato. Stessa scena in Liguria, Sardegna, Lazio e Campania. Addirittura i botti hanno lasciato posto a tuoni e tempeste, morti e feriti quest'anno sono stati quelli dell'acqua e non più dei fuochi d'artificio. E quando è finita la pioggia sono arrivati neve e gelo. I meteorologi lo chiamano 'tempo estremo' ma ormai di estremo ha davvero poco.

È sempre la stessa tragedia italiana che si ripete quando il cielo diventa nero. Carmine Abate aveva 44 anni, era lo chef di un ristorante della Costiera amalfitana e stava preparando il pranzo quando il costone roccioso l'ha travolto. Qualche settimana fa era toccato ad Anna, aveva 15 anni e stava andando a scuola. È annegata dentro l'auto ai piedi del monte Epomeo sotto gli occhi dei genitori. Ma la lezione sembra non servire. Basta ritornare a Sarno, dove il fango fece 160 vittime e i lavori sono finiti al 90 per cento. Progetti alla mano, ci sarebbe da stare tranquilli. Si vedono i canali di cemento pronti a imprigionare l'acqua e grandi vasche capaci di raccogliere la terra lavica sciolta in fango.

Mancano ancora le case, c'è gente che aspetta da quel 5 maggio 1998, ma nell'Italia delle cattedrali nel deserto averci messo un decennio è considerato un record. Eppure non è così. È sufficiente spostarsi di qualche chilometro, a San Felice a Cancello sull'altro versante dell'Appennino, e guardare in alto. La montagna franò quella stessa notte, ma i lavori in quota non sono nemmeno cominciati e quelli a valle non sono finiti. Il vecchio alveo Arena che dal Seicento faceva defluire le acque dalla collina Cancello è ridotto a un rigagnolo. Erbacce, detriti e rifiuti ne ostruiscono il corso. L'effetto di un appalto da 23 milioni lasciato a metà. Muri come totem eretti nel bel mezzo della campagna, finché c'erano i soldi e poi abbandonati: puoi correrci in macchina dentro la conduttura di scolo che scende dal monte Sant'Angelo. Passa in mezzo a case, giardini, strade comunali per poi finire nel nulla. L'acqua si accumula nella cava di San Felice, una di quelle descritte in 'Gomorra', coprendo immondizia, copertoni, eternit, carcasse di cani e gatti uccisi dai topi. Il sindaco Pasquale De Lucia ha scritto all'Arcadis, l'Agenzia che dal 30 aprile ha sostituito il commissario per l'emergenza di Sarno: "Rileviamo con sconcerto e vergogna che i lavori sono in corso di realizzazione e, fatto ancora più grave, non è dato sapere in che tempi e in che modi gli stessi si concluderanno". Ma i responsabili sono già cambiati, i vecchi uffici smantellati, gli operai scomparsi.

Questa è solo una delle tante storie, dell'Italia che non fa prevenzione. L'ultima denuncia in ordine di tempo arriva dalla Corte dei conti, che ha censito i cantieri fantasma del piano idrico nazionale. Sono opere che oltre a mettere in sicurezza il territorio dovrebbero trasformare quei fiumi d'acqua killer in riserve per i periodi di siccità. Eppure nel Paese dove sette comuni su dieci sono a rischio alluvioni e dove il caldo incenerisce migliaia di ettari di bosco, restano un miraggio. Sono stati approvati progetti per 1,1 miliardi di euro, i fondi del Cipe ci sono, ma i lavori non partono. E se partono, non finiscono mai.

Lo scenario peggiore è al Sud, dove sono arrivati 330 milioni: "Dei 21 decreti di concessione emessi, ne risulta collaudato uno soltanto", scrive la Corte dei conti. Non va molto meglio nella pianura Padana, dove i milioni messi sul piatto sono 770: "Su 45 opere finanziate, ne risultano poste in esercizio 24". Poco più della metà. Per misurare la gravità della situazione, basterebbe un raffronto: l'ex Cassa del Mezzogiorno, che spese 140 miliardi di euro in decenni di sprechi e ruberie, oggi è quella che grida allo scandalo: "Al Sud la situazione è tragica", dice il commissario ad acta Roberto Iodice, l'ingegnere con le lenti spesse che ha ereditato il ramo irrigazione del vecchio baraccone (diventato Agensud e poi soppresso nel 1993 da Giuliano Amato), col compito di attuare in fretta il piano nazionale e poi fare le valigie. Bene, lui è ancora al suo posto e non ci riesce proprio a sbrigare le pratiche.

Nel ginepraio di enti che si rimpallano le competenze, spesso i soldi di canali e dighe non fanno in tempo ad arrivare ai consorzi di bonifica, incaricati di indire le gare, che già si sono volatilizzati. La cosa incredibile è che il meccanismo è perfettamente legale. Ecco come fanno. Dei 60 enti che operano nel Meridione (su 120 in tutto), circa il 25 per cento è oberato dai debiti e firma bilanci in rosso, fra bonifiche mai completate e impianti fatiscenti. Non appena Bankitalia gira i fondi per le opere, a riscuoterli si presentano i creditori con i documenti in mano: "A volte arrivano pochi minuti dopo l'erogazione. Ma ci rendiamo conto?", dice il commissario. Così i soldi pubblici finiscono in tasca ai privati, a Equitalia, all'Inps con la copertura delle stesse leggi che li avevano stanziati per opere di interesse nazionale. "Questo al di là che i debiti dichiarati siano reali, le manutenzioni descritte nei consuntivi siano davvero avvenute e i costi per l'irrigazione siano conformi. Spesso le gestioni sono disinvolte", ammette Iodice, che da anni chiede al Parlamento di vietare i pignoramenti per quei fondi senza che Roma abbia mai varato una legge.

Quando i soldi arrivano finalmente a destinazione, spesso l'iter si ferma di nuovo. La ditta che ha vinto dichiara, pochi mesi dopo, di non avere abbastanza quattrini per finire il lavoro e invoca una variante, poi un'altra e un'altra ancora. I contenziosi sono tanti. Ci sono pendenze di fronte ai tribunali di Salerno, Eboli, Potenza, Campobasso,Vallo della Lucania, Avellino, Bari e Pescara. Decine di istruttorie, revoche di appalti già concessi (ne sono in corso 93), ricorsi contro ditte inadempienti (ce ne sono 38 già aperti), procedure di recupero per oltre 50 milioni di euro. Al Sud sette appalti su dieci vengono aggiudicati con ribassi del 35-40 per cento in Puglia, Calabria, Campania, Sicilia e Sardegna quando nel Nord si scende al massimo del 20 per cento. "Significa che c'è un risparmio", si giustificano le imprese in gara. Non è così.

I prezzi ritoccati servono ad aggiudicarsi il lavoro ma non a finirlo. E la lista è lunga. A Olbia è tutto fermo: la rete idrica che doveva unire il nuovo depuratore al distretto nord della cittadina è rimasta sulla carta, con la risoluzione dei contratti a gara avvenuta. A Nurra piove, ma il progetto da oltre 12 milioni per il recupero delle acque di Sassari è stato assegnato a una ditta che non ha mai nemmeno montato le impalcature. Strano per una delle regioni più a rischio, dove a settembre è morto Andrea Pira, pastore di 38 anni, travolto dalle acque di un torrente. Anche in Puglia ci sono i progetti, ma non si lavora. La vasca di accumulo a Lama di Castellaneta è rimasta sulla carta, pur con 11 milioni già erogati e un bollettino di strade allagate, ferrovie interrotte e ospedali fuori uso per le alluvioni di ottobre. A Catania non è mai partita la sistemazione del canale Cavazzini, un cantiere da 25 milioni vinto con un ribasso del 32 per cento. Troppo: "La ditta che si è aggiudicata il lavoro ci ha chiesto prima ancora di partire di modificare il materiale della condotta principale, perché quello previsto dal loro stesso progetto costava troppo", spiegano all'ex Agensud. "Sono cose incredibili, che avvenivano in passato. Oggi la legge Merloni lo vieta, l'iter si ferma per anni e si deve ricominciare da zero".

Piemonte, Veneto e Lombardia stanno un po' meglio. Hanno avviato tutte le procedure, anche se si lavora a rilento. Le opere in funzione sono ancora troppo poche, secondo i giudici contabili. Così pure in Toscana e in Emilia Romagna: "Nella maggior parte dei casi non sono rispettate le date di consegna, dilatate dalle proroghe concesse e dalle varianti", dice la Corte dei conti. Che nella pratica significa che ci sono cantieri ancora aperti lungo l'Adda o il Po, che gli impianti irrigui in prossimità di fiumi e laghi non sono pronti, pur progettati da anni, che molta acqua è fuori controllo o viene sprecata, con danni all'agricoltura e rischi per gli abitanti. Dei quattro interventi da 127 milioni classificati come urgenti dal piano idrico, nessuno è stato ancora collaudato. Si tratta di dighe, come quella di Montedoglio in Valdichiara. Ma c'è anche il dolo. Come a Genova dove il torrente Bisagno è coperto da viale Brigate Partigiane, proprio dove le acque invasero la città durante l'alluvione del 1970 che uccise 44 persone. Il Comune sta spendendo 170 milioni per aumentare la portata eppure a monte si continua a edificare. A La Spezia, a pochi chilometri dalla foce del Magra, l'Anas progetta uno svincolo stradale: "Più del 70 per cento dei Comuni realizza opere di messa in sicurezza che aumentano la fragilità del territorio invece che diminuirla", denuncia Legambiente.

Addirittura i controlli anti-mafia finiscono per bloccare gli appalti. Capita che in gara ci siano aziende con tutte le carte in regola che poi lasciano i lavori a metà, fuggendo con i quattrini. Mentre le ditte che hanno sempre portato a termine i cantieri si trovano eliminate a causa di ricorsi ad hoc, che si appigliano a timbri e vizi di forma. È successo a Salerno con un'impresa veneta: "Alcune dichiarazioni emesse per ottenere i requisiti certificavano lavori non effettuati, che tuttavia nulla centravano col tipo di opera messa a gara. Così abbiamo dovuto bloccare tutto e ricominciare. Con l'assurdo che, chi le carte le ha in regola spesso non costruisce", denuncia il commissario: "È giusto fare i controlli, ma devono essere finalizzati a far meglio e non peggio". Metteteci anche l'Ance, l'associazione dei costruttori, che sempre più spesso al Sud si rivolge al Tar se il bando non contiene l'aggiornamento dei prezzi a carico delle Regioni e perennemente in ritardo. Un problema che al Nord si supera alzando le offerte ed evitando così di perdere anni per una manciata di euro. E che in Sicilia finisce davanti al giudice. Gli ultimi tre casi a Catania, Trapani e Caltanissetta con altrettanti canali mai realizzati. "Qualcuno ci marcia", tuona Iodice: "Ora dovremo aggiornare i progetti, ripetere i bandi, le assegnazioni e i pareri. Con costi enormi e tempi lunghissimi". Come se fango e frane possono attendere le lungaggini della giustizia italiana per tornare a colpire.

Il Città Territorio Festival chiude i battenti. Ha avuto due edizioni, nell’aprile del 2008 e del 2009, ma l’amministrazione comunale di Ferrara ha idee sulle iniziative culturali che non contemplano la sua sopravvivenza in condizioni di qualità e di compatibilità economica, neanche nella formula completamente diversa che è stata progettata. Il sindaco Tiziano Tagliani ha espresso grande apprezzamento sia per quel che si è fatto, sia per la versione nuova. Ma le decisioni, alla fine, sono state altre. A me che ne ho curato il programma, per conto dell’editore Laterza, preme sottolineare alcuni elementi. E uno in particolare. Il Festival non è stato un avvenimento catapultato a Ferrara da un altro pianeta. E’ nato e si è sviluppato in forte e crescente intreccio con la città.

La prima idea risale al 2006. Emerse dalle conversazioni fra Giuseppe Laterza, il sottoscritto e Paolo Ravenna, la cui storia personale è legata a quella di Ferrara come poche altre. Perché Ferrara?

Perché Ferrara esprime una qualità urbana invidiabile, a misura delle iniziative che Laterza aveva con successo avviato a Trento con il Festival dell’Economia.

Perché Ferrara è esemplare nella storia dell’urbanistica italiana (da Biagio Rossetti a Bruno Zevi), perché è la città di Giorgio Bassani, fra i fondatori di Italia Nostra. E perché non sarebbe stata lo sfondo neutrale di un’iniziativa che invece prendeva spunto dalla sua secolare vicenda urbana. Si è allora trovata un’intesa con l’amministrazione comunale di Gaetano Sateriale, che ha molto creduto nel progetto. Si è avviata la ricerca di sponsor (l’Eni, la Fondazione Carife e altri ancora, individuati sia da Laterza che dal sindaco).

Si sono definiti i promotori, fra i quali l’Università di Ferrara. Ferrara Fiere ha preso in carico le questioni organizzative e logistiche. E si è partiti. Nelle due edizioni si sono tenuti circa centocinquanta incontri.

I nomi? Eccone alcuni, alla rinfusa: Bernardo Secchi ed Eddy Salzano, Sasskia Sassen e Joseph Rykwert, Vittorio Gregotti, Mario Botta e Gae Aulenti, Leonardo Benevolo, Massimo Cacciari, Stefano Boeri, Deyan Sudjic, Giorgio Ruffolo, don Virginio Colmegna, Carlo Magnani, Pierre Donadieu, Vezio De Lucia, Josep Maria Llop, Tunney Lee, Adriano Prosperi, Piero Bevilacqua, Francesco Remotti, Raffaele Cantone, Marco Travaglio, Luciano Canfora, Pier Luigi Cervellati, Luca Mercalli, Alberto Asor Rosa, Andrea Emiliani, Andrea Carandini, Carla Di Francesco, Ezio Raimondi, Joao Nunes, Eyal Weizman, Suketu Mehta, Emiliano Gandolfi, Marco Navarra, Cino Zucchi, Massimo Carlotto, Eraldo Affinati.

Architetti, dunque, urbanisti, ma anche storici, archeologi, economisti, magistrati, sociologi, scrittori.

Non un festival di urbanistica, ma un festival che ha un oggetto - città e territorio - sul quale sono chiamate a discutere competenze diverse. Tanti incontri sono stati animati da persone di Ferrara o che a Ferrara insegnano: Patrizio Bianchi, Paolo Ceccarelli, Roberto Di Giulio, Francesca Leder, Luca Emanueli, Gianfranco Franz, Raffaele Mazzanti, Rita Fabbri. Tunney Lee, Josep Maria Llop e Joao Nunes sono stati scelti anche perché a Ferrara hanno lavorato o insegnato. La condizione che ha posto Pierre Donadieu per venire è stata che lo si accompagnasse a visitare gli orti urbani di Ferrara.

Molte le iniziative organizzate da associazioni o istituzioni ferraresi, a cominciare dall’amministrazione comunale, ma poi l’assessorato all’Ambiente della Provincia, l’Ordine degli architetti, il Parco del Delta con la direttrice Lucilla Previati, Italia Nostra guidata da Andrea Malacarne, e altre ancora. Grande intesa il Festival ha raggiunto con alcune categorie ferraresi. Una su tutte: i librai. La qualità degli incontri è stata molto elevata. Si è usata una lingua comprensibile per affrontare questioni serie, senza banalizzarle né circoscriverle agli specialisti. Si è parlato di forma e di trasformazioni della città, di paesaggio, di tutela dell’ambiente, di mobilità, di comunità, cittadinanza e diversità. Di periferie e di centri storici. Di parchi e di orti urbani. Si è parlato molto di Ferrara. Si è discusso animatamente. Sono state messe a confronto Barcellona e Shenzen, Rotterdam, Copenaghen e Douala. Il pubblico ha risposto molto bene, in qualche caso in modo eccezionale. Ha ascoltato, ha posto quesiti. Moltissimi erano i giovani con il capo chino su un bloc notes a prendere appunti. I costi sono stati coperti dagli sponsor e la seconda edizione, a causa della crisi economica, si è svolta con una riduzione drastica del budget. Ma c’è un punto credo decisivo per definire il Festival un’iniziativa nata a Ferrara e con Ferrara. Fra la prima e la seconda edizione si sono sviluppati i laboratori studenteschi: gruppi di ragazzi dell’università e delle scuole si sono impegnati per mesi intorno al titolo ‘Gli spazi della comunità’ che è stato il titolo dell’edizione 2009 - producendo degli elaborati discussi nei giorni del Festival con gli ospiti del Festival.

L’iniziativa è stata pensata con Francesca Leder, che insegna ad Architettura, e che con slancio e dedizione ha coordinato tutta l’o perazione. Un’operazione che non si sarebbe svolta senza la collaborazione generosa di tutta Facoltà di Architettura e che ha poi coinvolto, con gli studenti di Ferrara, centinaia di ragazzi di altre città (da Catania a Pescara, da Siracusa a Venezia, da Roma ad Ascoli), i quali hanno trasformato lo splendido Palazzo Tassoni nella sede festosa e laboriosa di una comunità giovanile. Decisivo è stato il rapporto strettissimo con il Liceo Ariosto, con la preside, Mara Salvi, con il professor Fabrizio Fiocchi e con i loro alunni. Tutta l’operazione dei laboratori, infine, non sarebbe stata concepibile senza il supporto di idee e di entusiasmo dei ragazzi dell’associazione Basso Profilo. In tutte queste persone, dal termine della seconda edizione fino a oggi, si era creata un’a spettativa. Molte iniziative erano state discusse e avviate, immaginando uno sbocco nella prossima primavera.

Incontri e laboratori hanno dato un senso al Festival, lo hanno definito in relazione alla città. Nei rapporti con gli studenti, con i professori, con i librai, con tante espressioni della società ferrarese c’è lidentità del Festival.

Che non è stata una meteora, ma una pianta radicata in un tessuto vitale. La speranza è che, in un futuro, torni a germogliare.

L’azienda «Saffioti calcestruzzi e movimento terra», alla periferia di Palmi sulla strada che porta a Gioia Tauro, è un bunker: cancelli blindati, muri in cemento armato, decine di telecamere, filo spinato come nelle caserme , un'auto fissa della Finanza. «Come a Guantanamo»: Gaetano Saffioti, 48 anni, gli ultimi otto vissuti sotto scorta per aver fatto arrestare 48 malavitosi della 'ndrangheta che lo taglieggiavano, non ha perso il senso dell'umorismo. Da quando ha denunciato il racket, praticamente non lavora più in Calabria, è riuscito a salvare l'azienda con le commesse all'estero. «Gaetano Saffioti, ovvero la storia di un uomo esemplare» è il capitolo della sentenza del processo nato dalle sue denunce.

«Sono nato cresciuto e pasciuto a Palmi. La mia famiglia aveva un frantoio. La 'ndrangheta l'ho conosciuta a 8 anni. Ero andato in una colonia estiva a Sant'Eufemia, in Aspromonte, riservata ai più bravi della classe. Ci tenevo da morire. Dopo due giorni fui richiamato a casa. Torna perché mi manchi, disse mio padre. Anni dopo ho saputo che era stato minacciato e temeva per me. Morto mio padre, la famiglia era diventata più debole: una donna sola con sei figli minorenni. Arrivavano telefonate e mia madre piangeva. Noi chiedevamo: chi è 'sta 'ndrangheta?».

Nel 1981 Saffioti apre la ditta. «Ero appassionato di mezzi per movimento terra. Prima zappavo con il trattore, poi ho noleggiato la prima autopala, quindi un cingolato, un paio di camioncini. Fatturavo 5 milioni e mezzo di lire. Comincio a lavorare per i privati. Nel 1992 aggiungo l'impianto di calcestruzzo e vinco le prime gare d'appalto pubbliche». E le cosche? «Sempre tra i piedi. Fin da quando raccoglievo le olive. A loro non sfugge niente: persino i professori di scuola pagano il pizzo, costretti a dare voti alti ai figli dei boss. Quando ho cominciato a lavorare, c'era il boom dell'abusivismo: tanto lavoro, i boss lasciavano le molliche e prendevano i grossi appalti. Ora non lasciano nemmeno le molliche».

«Si presentavano a tutte le ore, io preparavo i soldi e li consegnavo a pacchi da dieci milioni. Quando ne arrestavano uno, il giorno stesso si presentava un sostituto. Erano cordiali, sapevano prima di me che mi era arrivato un accredito in banca e venivano a riscuotere la percentuale, dal 3 al 15 per cento. Quando c'era un sequestro dei beni di un boss, automaticamente bisognava "risarcirlo" pagando il doppio. Per arrivare al cantiere al porto di Gioia Tauro dovevo attraversare i territori di tre famiglie. E pagavo per tre. Come i caselli autostradali. Compravo una cava di inerti per fare il calcestruzzo? Non me la facevano usare, imponevano di comprare il materiale da loro. Così per le macchine: le mie restavano ferme e noleggiavo le loro. Pagavo anche se non mi piaceva. Io glielo dicevo: non si può andare avanti così. E loro mi sfidavano: denuncia. Avevo paura: di essere ucciso ma anche di essere considerato un prestanome dei boss e arrestato. Quindi registravo tutto: gli incontri, i colloqui, i pagamenti. Una specie di polizza vita».

L'azienda cresce a ritmi vertiginosi: 20-30 per cento l'anno. E così le tangenti ai boss. Ma anche la frustrazione di Gaetano, anche perché nel frattempo gli attentati intimidatori non cessano. In uno di questi, l'incendio di un mezzo in pieno giorno, il fratello di Gaetano rischia di morire. È la svolta: Saffioti si presenta dal procuratore Roberto Pennisi e consegna tutte le registrazioni.

«All'alba del 25 gennaio 2002, all'arrivo in azienda trovo la Finanza: "Siamo qui per lei, se deve uscire l'accompagniamo noi". Finiva un incubo e ne cominciava un altro. Da allora sono sempre con me e con la mia famiglia. In pochi giorni persi tutte le commesse, 55 dei 60 operai. Il fatturato scese da 15 milioni a 500 mila euro, le banche mi chiudevano i conti attivi, i fornitori mi chiedevano fideiussioni oltre il terzo grado di parentela perché "tu sei un morto che cammina". Mia moglie piangeva. I clienti sparivano, nemmeno le confraternite venivano più a chiedermi i contributi per le feste patronali».

Saffioti, diventato testimone di giustizia, vivrà il resto della sua vita blindato. «Noi stasera non possiamo andare a cena, devo chiedere il permesso, bonificare il ristorante sempre che i proprietari mi vogliano, certi hotel mi respingono. Io ho rifiutato i soldi dello Stato: non sono un pentito. In Calabria non lavoro più, alle gare d'appalto arrivo sempre secondo. Le aziende che mi danno lavoro all'estero qui non mi parlano nemmeno per telefono: come gli amanti. Sopravvivo con i lavori in Spagna, in Francia (all'aeroporto di Parigi), in Romania. Ora sto lavorando a Dubailandia, il più grande parco giochi del mondo: una commessa da 55 milioni di euro battendo le multinazionali americane. Vorrei togliermi la soddisfazione di fare un chilometro della Salerno-Reggio Calabria, ma non mi è consentito. Ho offerto il materiale gratis ma non lo vogliono. In compenso i 48 che ho fatto arrestare, tutti condannati in primo grado, tra patteggiamenti e sconti di pena sono tutti liberi. E qualcuno lavora alla Salerno-Reggio. Però resto qui, anche se non cambia niente e io ho sacrificato la vita, perché io non sono solo condannato a morte, ma anche condannato a vita. Però mi basta sapere che mio figlio ventenne e sotto scorta, a cui ho rovinato la vita perché le ragazze gli dicono "tu sei figlio di un pentito", mi capisce. E qualche giorno fa mi ha detto: "Papà, prendiamo il lato buono, io rispetto ai miei coetanei non ho mai problemi a trovare parcheggio”».

«Trulli e citrulli», «Parapuglia» per parapiglia - il manifesto ci informa di quel che sappiamo già (da televisione e radio), cioè che sulle regioni si sta litigando. Ce n'è solo una, la Puglia, ma è quella che più si presta ai giochi spiritosi di parole. E non è un mistero su che cosa: c'è in Puglia, ed è la sola regione del mezzogiorno, un candidato che non è stato il prodotto d'un apparato né di alchimie di vertice, bensì della gente pugliese, e dei sfavoriti, tanti e puliti, e si chiama Nichi Vendola. Si dà il caso, non fortuito, che egli faccia parte della sinistra considerata radicale e questo - malgrado la stima personale che, sembra, ha per lui - Pier Ferdinando Casini non lo può tollerare. Allora il Pd nella persona di Massimo D'Alema gli ha messo un bastone decisivo fra le ruote: dare la Puglia a qualcuno più capace di giravolte e intrighi, o a un candidato già battuto, o magari anche perderla piuttosto che mettere in gioco un'eventuale alleanza nazionale del Partito democratico con l'Udc. Di questo si tratta, puramente e semplicemente. E lo sanno anche i gatti.

Ma il manifesto ha dei dubbi: ha dato una voce, qualche mese fa, ai sospetti sulla chiarezza di Vendola rispetto a malefatte di alcuni della sua giunta - e passi, si trattava di informare. E adesso fa intendere nelle sue apprezzate copertine e nei suoi brillanti titoli, che si tratta di una partita complicata, non si sa bene chi ha torto e chi ha ragione, che non si può dire papale papale come stanno le cose. E che il destino della Puglia è stato subordinato a quello nazionale, alla faccia delle autonomie locali, tale e quale come Bettino Craxi aveva inaugurato dopo un trentennio di pulita autonomia locale repubblicana.

La sottoscritta ha tenuto per la prudente politica internazionale di D'Alema, salvo sul Kosovo, ma era complicato davvero. E considera un errore della flebile Europa non averlo fatto suo ministro degli esteri. Un errore per l'Europa e una catastrofe per noi, perché D'Alema di politica interna e in campo sociale non capisce gran che. Non è il solo a tenere per fermo che modernizzazione sia sinonimo di liberismo. Ma è come credere che nel conflitto sociale prevalga la diplomazia fra sindacati e Confindustria, tale e quale che fra cancellerie. Luigi Pintor lo ha definito una volta la «Volpe del Tavoliere». Povera volpe, è tentata, come la Presidenza della Repubblica, di credere che con il Cavaliere si possa tessere un accordo, ridandogli fiato proprio quando si trova in difficoltà. Sbaglia e si farà tagliar la coda una seconda volta, come già con la Bicamerale. E stavolta dopo aver pagato un prezzo - un lodo Alfano formalmene ripulito - imperdonabile.

Perché il manifesto non lo dice chiaro e tondo? Questo o quello per noi pari sono? Tutti citrulli? Noi che non abbiamo in gioco né interessi personali né di partito, potremo essere i più liberi di parlare? Invece siamo spiritosi e prudenti. Io non ci sto. Dico che c'è un candidato pulito ed è Vendola, e il resto sono traffici di vertice. Le idee di Vendola non sono le mie, ma le nostre sul degenerare della politica in politicismo non sono chiacchere. Almeno non credo.

Il territorio. E poi i "patti territoriali", agenzie territoriali, lo sviluppo a partire dai territori, piani territoriali, programmi territoriali, politiche territoriali, il territorio "identitario", la centralità del territorio, territori distrettuali. Le azioni istituzionali di promozione e di sviluppo dei tanti territori della Campania "plurale", come viene definita nel Piano Territoriale Regionale, non difettano certo di immaginazione nominalistica. L’inconcludenza dei risultati di molte di queste azioni "per i territori" fa emergere, però, come in genere si tratti di locuzioni vuote, ridondanti, utilizzate per chiamare con nomi diversi cose similari, utili solo a ripartire ogni volta da capo per spendere altri fondi, con le medesime, inefficaci modalità. Per la Regione Campania, ad esempio, il territorio è stato una sorta di fissazione: attorno a questo concetto hanno girato interi quinquenni di politiche, leggi, deroghe, vincoli, scenari, strategie. Nonostante gli enunciati, le buone premesse iniziali sono state sgretolate da alcuni fattori determinanti, tra cui: l’assenza di controlli credibili sui flussi di spesa, la frammentazione degli interventi, lo scollamento tra gli investimenti e la programmazione urbanistica che pure la stessa Regione ha portato avanti contestualmente, il rifiuto di fare valutazioni ex post, oggettive e indipendenti, di quanto andava a realizzarsi.

Di questa navigazione a vista, a sorprendere non è tanto la facile conclusione di trovarsi di fronte a una classe di governo non all’altezza o a una burocrazia non preparata e inesperta, quanto il fatto che, contemporaneamente, la stessa Regione ha portato avanti con diligenza e competenza altri tipi di politiche (che, comunque, con il territorio hanno sempre a che fare), come quella dei trasporti, in cui la programmazione e il tiraggio della spesa viaggiano insieme, e non è un caso se l’assessore Cascetta sia tra i pochi a poter proporre la propria leadership in maniera credibile al governo regionale. Una discrasia, quella di avere allo stesso tempo esiti così divergenti, sulla quale sarebbero interessanti analisi e spiegazioni non banali.

Intanto il "trattamento" del territorio da parte del settore "molle" e pericoloso della Regione, continua. Anche simbolicamente, infatti, questa legislatura regionale si è chiusa mestamente con il cosiddetto Piano Casa, atto legislativo finale il cui impianto, discostandosi in radice persino da quanto aveva semplicisticamente, ma più realisticamente, proposto Berlusconi a suo tempo, non fa altro che confermare una linea di assalto al territorio, inconcludente da un punto di vista dello sviluppo e piratesco da parte di chi è in grado di afferrare la crescita della rendita urbana, i nuovi valori posizionali e le tante premialità a fondo perduto. Per operare una riflessione concreta su questo piano casa (oramai tradotto nella legge regionale 19 del 28 dicembre 2009) è opportuno attendere i primi passi e le prime interpretazioni che di essa verranno fatte. Ma alcune questioni possono ragionevolmente essere date per definite.

La prima: nella Campania "plurale", non c’è la minima distinzione tra paesaggi ordinari e paesaggi di pregio. Nonostante gli assunti della Convenzione Europea del Paesaggio, infatti, i secondi vengono ricondotti, da un punto di vista speculativo, ai primi, mescolando tutto sotto il finto, onnicomprensivo e generico tema dello "sviluppo". La legge 19, cioè, non distingue tra Caivano e la Costiera Sorrentina, tra Nocera Inferiore e il basso Cilento, in una omogeneizzazione sommaria i cui effetti sul "territorio" si potranno valutare facilmente tra qualche mese.

La seconda: caso unico in Italia, gli interventi di ampliamento degli edifici potranno anche essere fatti sia sugli immobili condonati, premiando doppiamente l’abuso, sia, cosa inverosimile, su quelli per i quali è stata semplicemente presentata istanza di condono, pure se non ancora concesso. Anche di questa capriola da consumato agitatore politico, che condona l’ampliamento dell’abuso prima dell’abuso stesso, il "territorio" non potrà che essere grato.

Terzo: sono anni che le statistiche marcano al rialzo il fabbisogno di abitazioni della regione. Ovviamente i dati sono restituiti in buona parte in maniera pretestuosa e fasulla, perché assimilano il desiderio di avere, magari a buon mercato, un’abitazione, con l’effettiva possibilità di costruire tanti altri alloggi quanti sono i desideri dei singoli, con una pressione insostenibile sul territorio. Diverso, però, è il caso dell’edilizia residenziale pubblica, per la quale si dovrebbe varare il vero "piano casa" che da anni è in Regione ancora allo stato embrionale. Per questo tipo di edilizia la legge 19 prevede invece, all’articolo 7, una serie di interventi velleitari, legati alla «riqualificazione delle aree urbane degradate», sperando in un improbabile intervento privato e vincolando il tutto alla «programmazione di fondi regionali per l´edilizia economica e popolare», che negli ultimi anni hanno prodotto poco più di un fico secco.

Un’ultima questione: in attesa delle linee guida, che dovrebbero essere elaborate tra un mese, si potrebbe provare ad aprire una discussione almeno sui tre temi proposti, ma finora politici e funzionari regionali hanno sempre negato che le cose stiano come descritte in quest’articolo. Non farlo più sarebbe un primo, piccolo, passo avanti. Per il territorio.

Con il 31 dicembre 2009 è dunque cessato il regime transitorio della autorizzazione paesaggistica ed è scaduto il temine dato alle regioni per l’adeguamento dei piani paesaggistici alla nuova disciplina del codice dei beni culturali e del paesaggio.

1. L’art.156 del “codice”assegna alle regioni il compito di verificare la rispondenza dei piani paesaggistici alla più stringente disciplina dettata al riguardo dall’art.143 e di provvedere al conseguente adeguamento. E se la regione non abbia in quel termine adempiuto, “il ministero provvede in via sostitutiva”. L’adempimento poteva essere attuato in accordo tra regione e ministero, essendo quindi rimessa alla relativa intesa la determinazione dei termini di completamento per verifica e adeguamento e per la conclusiva approvazione della regione. E il secondo comma dell’art. 156 dava al ministero (che però non vi ha provveduto) il compito di predisporre entro 180 giorni, in accordo con la conferenza stato – regioni, lo schema generale di quell’intesa. Secondo il dato riferito dal Sole – XXIV Ore, solo otto regioni hanno stipulato la specifica intesa. Italia Nostra aveva espresso riserve sulla norma che non prescriveva come necessaria la copianificazione anche per l’essenziale fase dell’adeguamento dei vigenti piani paesaggistici alla nuova disciplina. Ma poiché nessuna regione è stata capace di provvedere autonomamente nel termine, né è pensabile che il ministero sia in grado (per carenza di mezzi e di energie professionali) di provvedere in via sostitutiva, per tutte le regioni (anche per quelle che non hanno stipulato la preliminare intesa) in pratica diverrà ineludibile la copianificazione pure per la fase dell’adeguamento dei piani paesaggistici vigenti.

2. Quanto al ruolo della soprintendenza nel procedimento per il rilascio della autorizzazione paesaggistica si deve registrare la essenziale innovazione operante appunto dal primo gennaio 2010. Non più il potere successivo di annullamento della autorizzazione regionale (per motivi di legittimità, che però comprendono la verifica della adeguatezza della motivazione), ma una competenza consultiva interna al procedimento, essendo il parere dato al riguardo non solo obbligatorio ma vincolante nel merito. Con l’espressione del comma 8 dell’art. 146 (che riflette il proposito di indulgere alla rivendicazione delle regioni, fatta valere nella sede della conclusiva revisione del “codice”) si è inteso restringere l’ambito del potere consultivo del soprintendente, il cui apprezzamento è dunque limitato alla “compatibilità paesaggistica del progettato intervento nel suo complesso ed alla conformità dello stesso alle disposizioni contenute nel piano paesaggistico”.

Formulazione dettata dalla preoccupazione di escludere l’esercizio di una incontrollabile discrezionalità, ma che non sembra espressione della consapevolezza che il piano paesaggistico, se corrisponde al vincolante modello dell’art. 143, deve dettare specifiche prescrizioni. La soprintendenza è dunque tenuta a dare il suo parere entro quarantacinque giorni, termine che in realtà non sarà agevole osservare per le fragili strutture organizzative e operative di quell’ufficio; e “l’amministrazione competente” (la regione o l’ente delegato) se pure si sia avvalsa della facoltà di indire una conferenza dei servizi, in ogni caso provvede decorsi sessanta giorni dalla ricezione degli atti da parte della soprintendenza.

Non si conosce se le soprintendenze si siano attrezzate per far fronte alla nuova competenza o se già si siano rassegnate a lasciar trascorrere nella più parte dei casi gli assegnati quarantacinque giorni, con l’effetto del silenzio assenso (o ad adeguarsi pedissequamente alla valutazione espressa nella relazione tecnica illustrativa trasmessa dalla “amministrazione” con la richiesta di parere); così come nella quasi generalità dei casi fino ad oggi le soprintendenze hanno lasciato trascorrere il termine di sessanta giorni, rinunciando ad esercitare la facoltà di annullamento delle rilasciate autorizzazioni. Un’ultima considerazione: il regime del parere vincolante delle soprintendenze è destinato a protrarsi nel tempo, perché quella consulenza diverrà liberamente apprezzabile (obbligatoria ancora, ma non più vincolante) soltanto quando i piani paesaggistici saranno stati adeguati alla nuova disciplina; gli strumenti urbanistici a loro volta saranno stati adeguati ai piani paesaggistici così adeguati; infine il ministero, su richiesta della regione, avrà verificato il positivo adeguamento.

3. Nell’ultima revisione del Codice si è inteso presidiare con più efficaci garanzie (art. 146) l’esercizio del potere regionale di delega agli enti locali della funzione autorizzatoria in materia di paesaggio e l’art. 159 in sede di prima attuazione ha onerato le regioni di verificare la sussistenza nei “soggetti” già delegati dei requisiti di organizzazione funzionale e di competenza tecnico-scientifica prescritti dall’art. 146, comma 6, “apportando le eventuali necessarie modificazioni all’assetto della funzione delegata”. E per tale adempimento il termine indicato al 31 dicembre 2008 era stato prorogato al 30 giugno 2009 dal D.L.30 dicembre 2008, n.207. Per quanto è dato conoscere, tutte le regioni sono rimaste inadempienti a quella impegnativa verifica (che comporta una valutazione in concreto per ogni specifico ufficio) e dunque già si è prodotto il previsto effetto automatico della decadenza delle deleghe (“il mancato adempimento, da parte delle regioni, di quanto prescritto […] determina la decadenze delle deleghe in essere alla data del 31 dicembre 2009”), con il risultato del generale “ritorno” alla regione dell’esercizio del potere autorizzatorio.

Non è noto (ma tutto induce ad escluderlo) se le regioni abbiano registrato questa conseguenza, provvedendo in concreto a revocare le deleghe date ad enti locali la cui competenza tecnico scientifica non ha verificato e se abbiano predisposto adeguate strutture organizzative per far fronte in proprio al nuovo assai gravoso compito. Né il ministero si è preoccupato di pretendere l’osservanza di quella decadenza, disponendo innanzitutto che fossero annullate dalle soprintendenze per incompetenza le autorizzazioni tuttavia rilasciate da enti ormai privi di potere al riguardo per decadenza dalla delega. Certamente le soprintendenze, cui saranno richiesti i pareri vincolanti (nel nuovo regime entrato in vigore con il primo gennaio 2010) sul rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche, sono tenute, se il procedimento sia rimasto incardinato presso l’ente locale delegato, ad accertarne la competenza, confermata soltanto nella ipotesi in cui la regione abbia in concreto verificato tempestivamente ( entro il 30 giugno 2009) la sussistenza dei requisiti di adeguatezza organizzativa e tecnico-scientifica voluti dall’art. 146.

Una considerazione conclusiva. Non è arbitrario affermare che né il ministero, né le regioni si sono attrezzati per rispondere responsabilmente agli impegnativi adempimenti imposti dalla messa a regime della disciplina della terza parte del codice dei beni culturali e del paesaggio.

Sicurezza o libertà? Questo antico dilemma continua ad accompagnarci, diviene più stringente quando terrorismo e criminalità si fanno più aggressivi.

E dopo l’11 settembre l’imperativo della sicurezza è divenuto dominante, fino a cancellare quasi ogni altro riferimento. Questo spirito è tornato in questi giorni, nelle reazioni non sempre composte che hanno accompagnato il fallito attentato a un aereo in volo verso gli Stati Uniti. Dobbiamo rassegnarci a una continua erosione dei diritti, a un lento declinare dei principi della democrazia?

Anche in tempi difficili è necessario che la politica mantenga la testa fredda, non ceda alle emozioni, né alla tentazione di credere che la risposta al terrorismo debba per forza portare a limitazioni delle libertà. Un piccolo esercizio di memoria può aiutarci. All’indomani del sanguinoso attentato alla stazione di Atocha il re Juan Carlos sottolineò la necessità di tener fermi i principi dello Stato di diritto; e la Regina Elisabetta, dopo l’attentato nella metropolitana di Londra, disse che i terroristi «non cambieranno il nostro modo di vivere». Questa fedeltà democratica torna nelle parole del ministro dell’Interno americano, Janet Napolitano: «Abbiamo un nemico determinato, ma non possiamo sigillare gli Stati Uniti, Questo non è il nostro paese. Questi non sono i nostri valori». Viene così segnato un confine che, in democrazia, non può essere varcato, pena la stessa perdita di democraticità del sistema che si vuole tutelare.

Oggi l’attenzione è tutta concentrata sui body scanner, su questi penetranti strumenti di controllo che, nati al servizio della medicina, consentono di "leggere" il corpo delle persone, rivelandone ogni dettaglio, dunque anche qualsiasi oggetto che si trovi su di esso. Una nuova bacchetta magica? Sembrerebbe di sì, a giudicare almeno dalle dichiarazioni di chi ha sostenuto che i body scanner sono lo strumento più sicuro per prevenire il terrorismo. Non è la prima volta che l’enfasi tecnologica prende la mano dei politici, distorcendo la realtà e suggerendo soluzioni che possono rivelarsi pericolose e inefficaci.

La distorsione è resa evidente dal fatto che la discussione si è quasi esclusivamente polarizzata sullo strumento tecnico, mettendo in secondo piano l’aspetto più preoccupante della vicenda: il fallimento dei controlli americani più che l’inefficienza dell’aeroporto di Amsterdam. Le autorità americane erano in possesso delle informazioni riguardanti l’attentatore, sapevano che si sarebbe imbarcato su quel volo, e non sono state in grado di incrociare questi dati che avrebbero consentito di impedire la partenza di quella persona. Una responsabilità primaria dell’intelligence, non della tecnologia. Un fallimento amministrativo prima che tecnico.

Sottolineo questo punto perché la delega alla tecnologia sta diventando una pericolosa deriva, alla quale la politica si abbandona per scansare questioni difficili. In questi giorni, considerando tra l’altro anche l’enorme costo di una installazione generalizzata di body scanner, si sta mettendo l’accento proprio sulla necessità primaria di potenziare gli apparati di intelligence. Anche per una ragione banale. Ammesso che gli strumenti tecnologici riescano a rendere sicuri i voli, non per questo i terroristi abbandonerebbero i loro progetti. I casi della Spagna e della Gran Bretagna, ricordati prima, mettono in evidenza come il terrorismo ricorra a modalità diverse, si adatti al mutare delle situazioni. La lotta al terrorismo, dunque, richiede prima di tutto politiche adeguate, fondate soprattutto su conoscenza e prevenzione. E della prevenzione fa parte anche l’insieme delle politiche verso i paesi dai quali si pensa che i terroristi possano partire. Sì che appare sbagliata la sbrigativa misura presa dall’amministrazione americana, che ha individuato quattordici paesi i cui cittadini saranno sottoposti a controlli particolari. Immediate le reazioni, che hanno sottolineato il rischio di trasformare in "sospetti" tutti i cittadini di quei paesi, alimentando proprio la reazione antiamericana.

In questo quadro, la questione dei body scanner deve essere analizzata da tre punti di vista: efficienza, sostenibilità, rispetto della privacy (che è parola ormai inadeguata, poiché in casi come questo sono la dignità e la libertà delle persone ad essere a rischio). Sappiamo che quegli strumenti non sono in grado di individuare oggetti nascosti nelle "cavità" del corpo, sì che già si prevede che i terroristi potrebbero usare le tecniche già sperimentate dai trafficanti di droga. L’investimento economico è molto impegnativo, anche per il numero di body scanners che dovrebbero essere installati, per evitare che i tempi dei controlli diventino insostenibili. E che cosa dire dello "striptease virtuale" al quale le persone sarebbero assoggettate?

Proprio questo rischio è da mesi al centro dell’attenzione della Commissione europea, che ha consultato i garanti europei e l’Agenzia per i diritti fondamentali, ricevendo risposte molto critiche, che mettono in evidenza la necessità di una serie di garanzie: uso di quegli strumenti solo nel rispetto dei principi di necessità e di proporzionalità e in base a specifiche disposizioni di legge; possibilità di rifiuto di sottoporsi al body scanner, accettando controlli manuali; adozione di tecnologie che riducono la figura del passeggero, rendendone invisibili i caratteri sessuali e gli eventuali difetti fisici, individuando solo eventuali oggetti; separazione tra il personale che vede fisicamente la persona e chi effettua il controllo; cancellazione delle immagini raccolte. Opportunamente l’Enac, l’ente che regola tecnicamente i voli, ha fatto sapere che chiederà a Bruxelles indicazioni sulle caratteristiche dei nuovi strumenti. Ma non siamo di fronte ad una semplice questione tecnica: dall’Unione europea dovrebbero venire soprattutto indicazioni relative alla compatibilità di tali misure con la Carta dei diritti fondamentali, che si apre affermando proprio l’inviolabilità della dignità della persona.

Non è un richiamo retorico. Non è accettabile la lenta erosione di libertà e diritti, la mitridatizzazione della società di fronte a misure illiberali. Analizzando sul "Guardian" il fallimento dei controlli americani, Gary Young ha opportunamente sottolineato che la strategia di Bush contro il terrorismo ha avuto come effetto non una maggior protezione dei cittadini, ma l’incremento della paura, sfruttata per aumentare controlli sociali e militarizzazione, per guadagnare consenso. È una diagnosi che può valere per tutti.

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