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A Urbania, l’antica Casteldurante del Ducato di Urbino, si è votato domenica sull’installazione di 24 pale eoliche, alte 120 metri, sui monti soprastanti: clamorosamente l’81 % degli elettori ha votato “no” dopo un dibattito vivo, ricco di informazioni. Le obiezioni che hanno fatto breccia: si tratta di paesaggi molto belli e integri dove turismo e agriturismo cominciano a rendere, di terreni franosi, di un ecosistema assai delicato, popolato da specie animali e vegetali pregiate e così via. Un voto contro l’eolico? No, un voto per un eolico pianificato in modo attento, da installare dove vi siano le condizioni ambientali e paesaggistiche, fuori dalle zone tutelate. Un segnale preciso rivolto ai politici marchigiani, in generale a istituzioni che riluttano ormai a pianificare anche l’uso dei beni irriproducibili dando via libera al business speculativo.

L’eolico ha conosciuto una diffusione sregolata. I megawatt di potenza eolica installata sono 4.850 (1.114 soltanto nel 2009). Ottenuti però con un numero assai elevato di pale gigantesche (100-120 metri), soprattutto nel Sud dove cominciano a levarsi proteste, richieste di moratoria. Tale diffusione è avvenuta ovunque i Comuni più indebitati si rendessero disponibili alle proposte, lì per lì allettanti, di procacciatori di affari e di aziende. Salvo pentirsi perché il rumore e il movimento delle pale fa fuggire animali, insetti e... turisti. Spesso residenziali, magari stranieri (anche dai monti di Urbania hanno minacciato di andarsene). Diano le Regioni il buon esempio creando tavoli comuni con le associazioni, a cominciare dagli agricoltori.

Fra l’altro, in Italia, i venti non sono forti, né, soprattutto, costanti. La loro intensità – a parte alcune zone di Sicilia e Sardegna – è la metà circa di quella misurabile in Danimarca, in Scozia o in Irlanda. Tante pale e poca energia. Bisogna quindi studiarne, con le Soprintendenze, la compatibilità con paesaggi spesso arricchiti da colture di pregio. Nel caso di Scansano (Grosseto), patria del vino Morellino, il parco eolico, poi bocciato, a cose fatte, dal Tar su ricorso di un grande produttore vinicolo, era chiaramente fuori posto. Non lo sarebbe stato nel paesaggio industriale di Piombino o di Livorno. Non lo sarà nel porto di Savona dove la locale Autorità progetta di rendersi con l’eolico autonoma per una serie di consumi. Non lo sarebbe nelle zone industriali attive o dismesse. Problemi che si pongono, sia pure in minor misura, per il fotovoltaico (ben più adatto a noi) se gli impianti maggiori non verranno sottoposti a pianificazione. La potenza installata è di oltre 800 megawatt, raddoppiata in un anno, sia pure con incentivi. Bisogna continuare, e però pianificando con rigore. Non dobbiamo giocarci il Belpaese. Valore “in sé” , ma pure economico

Nelle classifiche dei paesi evoluti l’Italia naviga male e detiene un primato poco invidiabile, lo stile criminofilo. "Stilus" significa anche procedura. In penale, quando ho dato l’esame sessant’anni fa, era materia risibile, imparata su libercoli: fino al 1938 addirittura assente dal programma accademico; stava relegata nell’ultimo, trascurabile capitolo del corso penalistico. Carnelutti la chiamava Cenerentola.

Tra i penalisti eminenti era quasi punto d’onore schivarla, mirando diritto alla discussione nel merito: se quel fatto sia avvenuto; chi l’abbia commesso; come qualificarlo e via seguitando. Adesso rende servizi loschi. Il codice nato ventun anni fa doveva chiudere l’epoca postinquisitoria ma i legislatori non sapevano cosa significhi "processo accusatorio": significa forme sobrie, garanzie serie, agonismo leale, rigorosa economia del contraddittorio; in mano loro diventa cavillo micromaniaco, invadente, esoso, comodo nelle furberie ostruzionistiche; e la XIII legislatura completa la perversione codificando teoremi filati dalla Bicamerale (sui quali Licio Gelli vanta un diritto d’autore); sotto insegna centrosinistra spirava aria berlusconoide. La prassi attua una metamorfosi. Chiamiamola arte del sur place: difese con poche chances nel merito giocano partite dilatorie; sparisce l’autentica questione, se l’asserito reato esista e chi l’abbia commesso; futili schermaglie sfruttano i torpori dell’apparato sovraccarico, finché il tempo inghiotta i reati. Fanno storia le campagne giudiziarie dell’Unto: dopo tanto rumore resta un delitto estinto; altrove tagliava corto abolendo la norma incriminante, vedi falso in bilancio.

Dopo sette anni e mezzo al vertice dell’esecutivo, avendo sconvolto l’ordinamento nel suo privatissimo interesse, corre ancora rischi penali: persa l’immunità fornitagli dai due lodi, invalidi come la legge con cui aveva sotterrato l’appello del pubblico ministero, gioca grosso macchinando un istituto senza eguali nel museo dei mostri giudiziari. I processi italiani sono patologicamente lunghi (abbiamo appena visto perché): in proposito l’Italia figura male; cresce l’esborso alle vittime d’una giustizia tardiva; e il dl n. 1880, su cui Palazzo Madama ha votato mercoledì 20 gennaio, quadra i circoli riprendendo l’idea d’una sinistra toccata dal virus bicamerale. Eccola: imporre dei termini, scaduti i quali ogni processo ancora pendente vada in fumo; colpevoli o innocenti, tutti fuori, sotto lo scudo del ne bis in idem; allegramente liquidati i carichi pendenti, la giostra riparte. Figure da commedia dell’arte, divertenti ma non attecchiranno, finché il diritto sia ancora cosa seria. Sarà il quarto capolavoro berlusconiano abortito davanti alla Consulta.

Vari i motivi. Consideriamone alcuni. Esiste l’articolo 112 della Costituzione: l’azione penale è obbligatoria; se non agisce, il pubblico ministero, deve chiedere un provvedimento che lo sciolga dall’obbligo, perché rebus sic stantibus l’accusa sarebbe insostenibile; e rimane aperta la via d’ulteriori apporti. Azione obbligatoria, quindi irretrattabile: ciascuno dei due caratteri implica l’altro; mosse dall’attore pubblico, le ruote girano da sole, mentre nei sistemi anglosassoni può desistere (allora drops the prosecution); quando cambia idea, chieda l’assoluzione; il giudice dirà se vi sia o no un colpevole. Questo sistema esclude processi evanescenti allo scadere dei termini: equivarrebbero all’accusa lasciata cadere; ogni procedimento bene aperto, dove non ricorrano fatti estintivi del reato, esige la decisione nel merito (salvo un singolo caso, il non liquet previsto dall’articolo 202, comma 3, qualora il segreto di Stato interdica la prova sine qua non). L’articolo 112 della Costituzione è tra i più aborriti nel bestiario nero del monarca; e sappiamo cosa covi quando elucubra revisioni costituzionali: procure agli ordini del ministro affinché i possibili affari penali passino nel filtro delle convenienze. Sedici anni fa chi voleva insediare in via Arenula? Cesare Previti, uomo sicuro.

Secondo profilo d’invalidità: l’occupante scatena un terremoto pro domo sua; il mostro deve valere nei giudizi pendenti; così stabilisce l’articolo 2, escludendo appello e Cassazione (irragionevolmente: articolo 3 della Costituzione). Anche in tali limiti la novità affossa procedimenti a migliaia: è amnistia sotto nome diverso, anzi l’effetto risulta più grave, perché l’amnistia estingue i reati, mentre qui, svanendo il processo, non consta niente, e magari esistono prove più chiare del sole; ma le amnistie richiedono leggi votate in ogni articolo da due terzi delle Camere (articolo 79 della Costituzione).

Terzo profilo (stiamo enumerando i macroscopicamente rilevabili). I processi lunghi non dipendono da operatori poltroni, hanno cause organiche: ipertrofia legislativa, apparato povero, gli pseudogarantismi sotto la cui ala l’augusta persona guadagnava tempo; né questa politica criminofila vuol rimuoverle. Supponiamo che un processo su sette sconfini dai termini estinguendosi. La giustizia penale diventa lotteria: essere o no quel fortunato dipende da imponderabili, fuori d’ogni criterio legale, nella sfera del caso (tanto peggio se fosse manovrato sotto banco); Bridoye, racconta Rabelais, emetteva sentenze tirando i dadi. Valutato secondo l’articolo 3 della Costituzione, l’intero meccanismo appare perverso. La ventesima legge ad personam salva l’ipotetico corruttore nel caso Mills, perché il procedimento pende davanti al Tribunale da oltre due anni, id est un quarto della pena massima. Supponiamo una notitia criminis precoce, indagini rapidissime, udienza preliminare trascinata ad defatigandum e altrettanto il dibattimento: scaduti due anni, scatta il praestigium; il processo era fuoco fatuo; Monsieur ridiventa innocente, anche se le prove lo inchiodano, quando l’ipotetico reato sarebbe prescritto solo in otto anni (articolo 157 codice penale), anzi dieci, contando gl’incrementi da fatti interruttivi. I numeri misurano l’assurdo dell’avere un padrone senza barlumi d’etica.

Dunque il Padre Costituente era un Padre Deformante. La norma del cosiddetto processo breve scardina il diritto dei cittadini ad avere giustizia, il dovere dello Stato di amministrarla, l´interesse del Paese ad una regola di base della convivenza civile come l´uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Soprattutto, con l´esecutivo che usa come un´arma personale il legislativo per bloccare il giudiziario, quella norma vanifica il principio della separazione dei poteri, senza il quale, come diceva la Dichiarazione dei diritti dell´uomo del 1789, una società "non ha una costituzione".

Questo è il vero punto su cui istituzioni, partiti e cittadini devono riflettere. È ben chiaro che le regole del gioco di un sistema si cambiano tutti insieme. Ma a patto che nessuno, intanto, manometta per sua personale urgenza alcune regole fondamentali, prima ancora che il confronto abbia inizio. Chi lo fa, è inaffidabile per due ragioni: perché nessuna riforma condivisa inizia con un colpo di mano, e soprattutto perché nessuna stagione costituente può fondarsi su un salvacondotto.

Con questa legge di privilegio, Berlusconi ha in realtà già riformato da solo il sistema, a forza, sovraordinando il suo potere al diritto, mentre il concetto politico-giuridico di Stato punta ad una sintesi tra potere e diritto, eliminando la forza dall´ambito delle istituzioni. Siamo davvero di fronte ad un "brusco spostamento tra politica e giustizia". La prima regola democratica è prenderne atto, ed essere conseguenti.

Fatima è bellissima. Coi suoi 12 anni e l'ambra dell'oriente a colorarle gli occhi, il viso, le labbra. Ieri ha messo gli abiti buoni, i pantaloni e la maglia delle occasioni importanti. Fatima avrebbe dovuto parlare davanti al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e al ministro dell'Istruzione, Mariastella Gemini, nella «Giornata della legalità» organizzata al liceo artistico di Reggio Calabria, in Italia, nel paese in cui vive da diversi anni dopo la fuga della sua famiglia dal Libano.

Ma aveva il velo Fatima. Rosa, dipinto con disegnini bianchi a dare un tocco gioviale e sbarazzino al suo copricapo, un hijab per bambina. L'aveva stretto in testa, così da non far scivolare nemmeno un capello lungo la fronte, come vuole la tradizione islamica. Eppure, per poter parlare, l'avrebbe dovuto togliere. È il sindaco Domenico Lucano a raccogliere l'indignazione della vice preside della scuola media di «Monasterace-Riace» che, da due giorni, faceva la spola col capoluogo per accompagnare la bimba alle prove del suo discorso. Era tutto pronto. Ma, lungo il tragitto, il cellulare dell'insegnante è squillato almeno 5 volte. Dall'altro capo del telefono, un non meglio precisato «direttore» le raccomandava che Fatima, per poter intervenire, avrebbe dovuto togliere il velo.

Racconta la professoressa: «Mi hanno detto che si trattava di un semplice accorgimento per una questione di suscettibilità». Incredibile, ma vero. E dalla vicenda prende subito le distanze una funzionaria del ministero della Pubblica istruzione presente alla cerimonia di ieri. Spiega il punto di vista ufficiale: «Come Fatima sono stati molti i bambini esclusi per una questione di tempo e organizzazione. Anche loro avevano regolarmente svolto le prove». In ossequio a una scaletta rigida e inflessibile si è dovuta prendere una scelta: «Sul palco, a ogni modo, è salita un'altra piccola straniera, polacca e studentessa di Rosarno. Si è quindi preferito far intervenire una compagna di Fatima, italiana e anche lei impegnata fra i banchi di Riace, semplicemente per non tracciare differenze fra stranieri e italiani». Equità, dunque. E nessun caso di razzismo. Anche se, presente a una riunione nella presidenza del liceo artistico, convocata d'urgenza da tutti gli interessati sospinti dai giornalisti, un amministrativo della scuola di Riace, presente al momento delle telefonate fra la vice preside e l'incognito «direttore», ha parlato di «pressioni arrivate dal ministero dell'Interno».

Dal Viminale, secondo la sua testimonianza, sarebbe partita l'offensiva al velo islamico di una bimba che avrebbe voluto dire che «a Riace si sta bene». All'amministrativo, però, la funzionaria del ministero ha risposto con un sorriso: «Ma figuriamoci». Pure la piccola, confusa da tanto clamore, ammette che le è stato chiesto di levare il copricapo islamico: «Ovviamente ho detto di no». Adesso, la mamma di Fatima vuole andare fino in fondo a una storia che ha visto sua figlia protagonista inconsapevole: «Voglio denunciare tutti. Voglio che i giornali ne parlino». Il suo sdegno ha raggiunto persino il Capo dello Stato che, con madre e figlia, strette nel velo delle loro radici, si è concesso una fotografia. La mamma di Fatima l'ha detto a Napolitano, gli ha raccontato che la sua bimba avrebbe dovuto parlare dal palco. Non le è stato concesso. Il Presidente, travolto da abbracci, saluti e affetto, potrebbe non aver compreso. E solo nel tardo pomeriggio la presidenza ha diffuso un comunicato ufficiale per precisare che: «Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha incontrato e salutato direttamente la piccola Fatima... come è del resto documentato dalle riprese televisive e dalle immagini fotografiche dell'iniziativa». Alla mamma di Fatima resta solo la rabbia. Cose del genere non le erano «mai accadute». Lì, a Riace, paese della tolleranza e dell'integrazione, dove il sindaco Lucano è diventato un simbolo della lotta alla discriminazione razziale, «mai si sarebbe verificato un così spregevole episodio».

Ritorno alla scuola del più forte

di Alba Sasso

Annidato in un emendamento a una legge sul lavoro un colpo mortale al sistema scolastico italiano. In pratica la soppressione dell'obbligo scolastico ma solo per alcuni : «i meno volenterosi». A questi ragazzi si indica sbrigativamente un'altra strada: quella dei percorsi di apprendistato. L'apprendistato è una non scuola e un non lavoro. Una parte dei ragazzi continuerà a studiare, un'altra sarà dirottata a un semilavoro precario e sottopagato. Altro che valenza formativa del lavoro! E vogliamo ancora credere che le imprese abbiano voglia di formare la propria forza lavoro, quando i contratti di apprendistato sono serviti in questi anni a tutt'altro: a ridurre le retribuzioni e ad aggirare le norme per l'applicazione dello Statuto dei lavoratori, dal momento che gli apprendisti sono esclusi dal numero dei dipendenti?

Qualche mese fa un rapporto di Bankitalia dimostrava come sia produttivo l'investimento in istruzione. E in questo ultimo anno molti paesi europei e gli Stati uniti hanno affrontato la crisi finanziaria economica e sociale investendo massicciamente nel settore della conoscenza.

In Italia invece un pauroso salto all'indietro. Drammatico in un Paese dove, come documenta l'Istat, ancora nel 2008 il 47% della popolazione italiana ha come titolo di studio più elevato solo la licenza di scuola media inferiore. Non c'è solo l'assurdità di cancellare l'obbligo di istruzione almeno fino a sedici anni, presente in tutti i paesi civili. C'è una brutale volontà di ritorno al passato: di cancellare quel nesso tra istruzione e sviluppo che fu alla base della riforma della scuola media unica del '62 e persino di negare l'idea positivista d'inizio secolo, secondo la quale il progresso sociale doveva misurarsi con la necessaria alfabetizzazione di vasti strati della popolazione.

Una scelta confusa e pasticciata (a quindici anni e quindi dopo un anno di permanenza nella scuola secondaria). Ma qualcuno pensa a queste ragazzi e ragazzi più fragili culturalmente, più deboli socialmente sballottolati da un percorso all'altro ai quali si nega formazione e futuro?

In realtà dietro tutto questo c'è un'idea precisa di società - la società del più forte - e di governo - forte con i deboli e debole con i forti. E c'è un attacco alla democrazia perché è scelta di democrazia, quella di un paese che riesce a garantire livelli diffusi di istruzione al più alto numero di cittadini, combattendo l'idea che la formazione serva solo a selezionare i migliori, piuttosto che a intercettare e valorizzare le capacità specifiche di ognuna e ognuno. La scuola non può essere «un ospedale che cura i sani ed espelle i malati», ma deve essere un luogo, che continuando a garantire a tutti l'accesso all'istruzione , è in grado di intercettare il merito dovunque si nasca e da qualsiasi famiglia si provenga.

Questa norma -sottratta a ogni discussione- e che bisogna cancellare subito è un attacco alla democrazia sostanziale, è una scorciatoia per non affrontare con riforme vere il tema drammatico della dispersione scolastica . Una ferita per tutto quanto costruisce civiltà, democrazia e futuro per il Paese e per le nuove generazioni.

Obbligo scolastico? In officina

di Francesco Piccioni

Si dice: «l'istruzione fa la differenza», perché permette di aumentare sia la produttività generale che lo stipendio individuale. Quindi, cosa fa questo governo? Permette di trascorrere l'ultimo anno di istruzione obbligatoria (il secondo anno delle superiori, in un percorso regolare) sotto forma di «contratto d'apprendistato». Gli «accordi di Lisbona», nel 2000. avevano fissato l'anno appena iniziato come il traguardo da tagliare per una matura «economia della conoscenza». Ben arrivata, Italia!

La Commissione lavoro del Senato, ieri mattina, ha approvato un emendamento - presentato dalla maggioranza - al disegno di legge sul lavoro, collegato alla Finanziaria. In cui è previsto che l'apprendistato possa valere a tutti gli effetti come assolvimento dell'obbligo dell'istruzione. Avete presente quel che fanno già spontaneamente molti genitori poveri, nei territori più arretrati? Non mandano più i figli a scuola, perché servono le loro braccia per portare a casa qualche euro in più. Si chiama «dispersione scolastica» e viene da decenni combattuta in molte forme. Ora non più. Diventa legalissima, anzi, equivale «quasi» a un titolo di studio, purché avvenga «solo» tra i 15 e i 16 anni di età.

Un ministro incommentabile come Maurizio Sacconi ci ha tenuto a rilasciare il suo personale giudizio su questa misura: «Non si tratta per nulla di anticipare l'età di lavoro, ma di consentire il recupero di un giovanissimo demotivato a seguire gli altri percorsi educativi attraverso una più efficace modalità di apprendimento in un contesto lavorativo. Si tratta in ogni caso di una possibilità in più e del riconoscimento comunque che il lavoro è parte del processo educativo di una persona». C'è da pensare, dunque, che si possa prima o poi essere messi al lavoro anche prima dei 15 anni, tanto sempre «educazione» è. Non a caso, il testo risulta in conflitto con almeno due leggi esistenti da molto tempo: l'obbligo scolastico e l'età minima per poter lavorare, entrambe fissate a 16 anni.

Immediate le reazioni politiche e sindacali, con il Pd che tramite Fioroni - ex ministro dell'istruzione - parla di «inaccettabili salti indietro nella formazione»; l'Idv di «governo ignorante che incita all'ignoranza». La Cgil vi nota «l'abbassamento dei diritti», criticando la becera «propaganda» sui temi del «lavoro per i i giovani e la lotta al sommerso». Critiche senza appello arrivano anche dalle assai più bendisposte (di solito) Cisl e Uil, che parlano di «emendamento da ritirare».

Tra l'allarmato e l'ironico, invece, la reazione dei diretti interessati. Mentre la Fgci invita il presidente Napolitano a non controfirmare il testo (che dovrebbe iniziare il percorso in aula già lunedì prossimo), la Rete degli studenti coglie il nesso tra il testo e i fatti di Rosarno: «e ora tutti a raccogliere le arance!». Complice anche l'altro ministro, Brunetta, che nei giorni scorsi aveva straparlato di una «legge per mettere fuori di casa» chi aveva più di 18 anni di età.

Il decreto lavoro, frutto di mediazioni con il Pd, contiene anche un'unica cosa positiva: il ripristino della gratuità per le cause di lavoro (che era stata cancellata proprio per scoraggiare i lavoratori dal far ricorso contro licenziamenti, ecc). Ma il punto sull'apprendistato «istruttivo» è davvero l'elemento che mette in chiaro l'idea di società che anima questa maggioranza. I giovani in difficoltà con l'assolvimento dell'obbligo scolastico sono, com'è noto, quelli con alle spalle famiglie decisamente povere. Avallare la possibilità di mandarli al lavoro appena un anno dopo la licenza media - a prescindere oltretutto dal merito scolastico - significa, com'è stato osservato subito, «bloccare la possibilità di mobilità sociale».

Peggio ancora, visto che proprio ieri è stato approvato dalla Camera anche il regolamento di riforma delle superiori, che prevede tra l'altro la soprpessione di migliaia di cattedre. Il combinato disposto è quindi chiarissimo: chiudere con l'istruzione «diritto universale» e «risparmiare» sul personale, riducendo la platea dei potenziali «clienti». Persino il senatore Rusconi, del Pd, è stato costretto a riesumare la definizione di «indirizzo classista» per questo schema.

I Cobas, che ieri stavano protestando davanti Montecitorio insieme alla Cgil e altri settori del mondo della scuola, hanno perciò confermato senza esitazioni lo sciopero generale della scuola, proclamato per il prossimo 12 marzo.

Nessuno, neppure un fantuttone, può dividersi a metà specie se una metà è destinata a governare Venezia, che è una città del mondo, una specie di città Stato, come Parigi, Milano, Amburgo, Istanbul, New York. città che richiederebbero, se mai, tre sindaci a tempo pieno e non un sindaco part time E invece Renato Brunetta è il candidato sindaco della Pdl e ha già annunziato che resterà ministro per la Pubblica amministrazione e l´Innovazione, terrà il doppio incarico. Dunque nei giorni pari Brunetta realizzerà la riforma dello Stato, «la più grande riforma mai progettata per l´Italia» (sono parole sue), e nei giorni dispari si occuperà dell´inquinatissima Marghera e delle raffinerie senza futuro industriale, del waterfront di Mestre, del porto turistico e della destinazione dei terreni, che erano agricoli, acquistati dall´amministrazione Cacciari nella zona di Tessera, del progetto di trasformare in appartamenti alcuni alberghi storici del Lido... E ovviamente asciugherà Piazza San Marco, sistemerà il turismo, le Biennali, il festival del cinema, il Mose, l´università, il Casinò.

Ma fermiamoci un attimo. Su Brunetta si può usare l´ironia, ma su Venezia no. E dunque, per una volta, abbiamo deciso di affrontare seriamente il ministro più rumoroso d´Italia e di invitarlo a non offendere la città straordinaria della quale legittimamente sogna di fare il sindaco, una delle città più amate del mondo. Non è più questione di prendere in giro la sua vanità, i suoi eccessi, i suoi insulti, l´idea che ha di se stesso come economista da Nobel, la voglia di mortificare tutti i mondi dove secondo lui ancora si annida la sinistra: gli statali, i professori, i magistrati, i giornalisti, i disabili, i donatori di sangue, i registi, gli attori, gli studenti, i poliziotti pancioni... Fingiamo che Brunetta sia un uomo politico animato da buone e sane intenzioni verso la città dove è nato, ammettiamo che davvero voglia il bene della sua difficilissima e bellissima Venezia. Ecco: Brunetta fa bene a concorrere ad una carica di forte responsabilità che da sola gli riempirebbe le giornate, ma deve dimettersi da ministro se non vuole diventare uno di quegli assenteisti che combatte. Gli assenteisti, citiamo testualmente Brunetta «in Italia sono quelli che fanno due lavori», quelli che fanno male due lavori, non potendone o non volendone fare uno bene.

Anche l´economista Francesco Giavazzi, in un editoriale del Corriere della sera di lunedì scorso, con passione e competenza veneziane, gli ha spiegato, e senza la nostra ironia, che l´amministrazione di «una città bizantina e complicata come Venezia» non è compatibile «con le sue responsabilità di ministro», e insomma Venezia non può avere «un sindaco a mezzo servizio».

A meno che Brunetta non abbia scoperto che il suo ministero è inutile, e che erano fuochi fatui e botti paesani tutte quelle dichiarazioni con la baionetta inastata contro i collassatori dello Stato e i fannulloni, contro i terroristi molli del doppio lavoro che rubano lo stipendio e in realtà si occupano d´altro... Brunetta ne converrà: quando farà il ministro sarà un sindaco fannullone, e quando farà il sindaco sarà un ministro fannullone.

Pure il conflitto di interessi dovrebbe spaventare Brunetta perché governo ed enti locali hanno spesso esigenze contrapposte o difformi e il governo stanzia (o non stanzia) finanziamenti che i sindaci contestano, e non c´è città d´Italia che non abbia una questione aperta con il governo. E basterà qui ricordare che la riforma federalista, che è stata già approvata, trasferisce la proprietà dei beni culturali (cioè l´intera Venezia) dallo Stato alla Città. Come si vede stavolta non è solo questione di fannulloni e fantuttoni. È in gioco l´amministrazione di uno dei pezzi di territorio più importanti d´Italia. A Brunetta piace fare come Figaro, e pensare che tutti lo vogliono e tutti lo cercano. Ma qui finisce che non lo trovano.

ll Consiglio dei Ministri del prossimo venerdì 22 gennaio dovrebbe approvare la riforma della scuola superiore. Nei nuovi curricoli dei licei e degli istituti tecnici e professionali, in via di definizione, la geografia scompare del tutto - o quasi. Non si sono sentite proteste, al proposito. Ad eccezione di quelle sollevate, comprensibilmente, dalle "associazioni di categoria" (in testa l'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e la Società Geografica Italiana), che hanno lanciato un appello accorato (su www.aiig.it e www.luogoespazio.info). Ma c'è da dubitare che troveranno grande ascolto. I problemi che contano e appassionano sono ben altri. Anche se il territorio continua ad essere evocato, per ragioni politiche e polemiche. I confini: vengono chiamati in causa quando c'è da respingere i clandestini. Frontiere invisibili divengono muri visibili per marcare la distanza dagli "stranieri". Per alimentare domanda di sicurezza, per richiamare la comunità perduta. Il nostro piccolo mondo che scompare, schiacciato dal grande mondo che incombe. Così si invocano le ronde, senza poi formarle. E i "confini" della città sono marcati da cartelli segnaletici che, accanto al nome di città "straniere" gemellate, avvertono: non vogliamo "stranieri", guai ai "clandestini". (Quasi che i clandestini si dichiarassero come tali, apertamente, all'ingresso della città).

Siamo orfani dei confini che, tuttavia, non riconosciamo. E non conosciamo più. Come il territorio. Rimozione singolare, visto che mai come in quest'epoca le identità ruotano intorno ai riferimenti geografici. L'Oriente e l'Occidente. Che, dopo la caduta del muro di Berlino, non sappiamo più come e dove delimitare. In Italia, il Nord e il Sud. La Lega Nord e il Partito del Sud. Si rimuove la geografia mentre la geografia si muove. Insieme ai confini. Centinaia di comuni vorrebbero cambiare provincia. Oppure regione. E molte province si spezzano; mentre, parallelamente, ne nascono altre di nuove. E se guardiamo oltre i nostri confini abbiamo bisogno di aggiornare le mappe. Un anno dopo l'altro. Per de-finire i paesi (ri)sorti in seguito al crollo degli imperi geopolitici. Per "nominare" contesti senza nome oppure ignoti, un attimo prima, il cui nome è rivendicato da popoli che ambiscono all'indipendenza. Da minoranze che vorrebbero venire riconosciute e da maggioranze che ne reprimono le pulsioni. Così, scopriamo, all'improvviso, dell'esistenza di Cecenia, Abkhazia, Ossezia, Timor Est. Mentre Cekia e Slovacchia sono, da tempo, felicemente divise. Ma molti non lo sanno e continuano a "nominare" la Cecoslovacchia.

In questo paese - ma non solo in questo - il "popolo" più detestato è quello Rom. Gli zingari. Accusati di molte colpe - talora a ragione. La principale fra tutte: non avere una patria. Una residenza. Rifiutarla. Troppo, per una società che ha dimenticato il territorio - sepolto sotto una plaga immobiliare immensa e disordinata. Ma continua a evocare le "radici". E non sopporta chi è nomade. Sempre altrove.

Questa società: non ha più bisogno di mappe, bussole, atlanti, carte geografiche. Basta il Gps. Ciascuno guidato da un satellitare o dal proprio cellulare. In auto ma anche a piedi, in giro per la città. Una voce metallica, senza accento, intima. "Ora girare leggermente a destra, poi andare dritto per 100 metri". Ma se finisci contromano, una marea di auto che ti corre (in)contro; oppure davanti a un muro, a un divieto di circolazione, e ti fermi, preoccupato, si altera: "Andare dritto!!". E quando cambi direzione, per non essere travolto, non si rassegna e ordina: "Ora fare inversione a U". Anche se hai imboccato una strada a senso unico.

La società del Gps è popolata di persone etero-dirette, che si muovono senza un disegno, né un progetto. Non sanno dove andare e neppure dove sono. Questa società - questa scuola - non ha bisogno di geografia, né di geografi. Ma neppure della storia: visto che la geografia spiega la storia e viceversa. Questa società - questa scuola - questo paese: dove il tempo si è fermato e il territorio è scomparso. Dove le persone stanno ferme. Nello stesso punto e nello stesso istante. In attesa che il Gps parli. E ci indichi la strada.

( 21 gennaio 2010)

Sarebbe grottesco, se non fosse un dramma. Immaginate un presidente di Regione, il sindaco della capitale di quella regione, il presidente della Provincia, tutti i media locali e nazionali (inclusa la Repubblica, all’opposizione di Berlusconi su tutto ma non su questo), tutti i partiti salvo minime eccezioni (domenica si farà una manifestazione «bipartisan», Pd e Pdl insieme), e poi un plenipotenziario «tecnico» che, ormai lasciato nudo dall’opposizione della Comunità montana, manda in giro camper per spiegare la cosa alla gente ma in realtà trivelle scortate da plotoni di poliziotti in assetto da combattimento per fare buchi a caso. Se non si fosse inteso, si parla di Alta velocità ferroviaria in Val di Susa, e dell’ipotesi di tracciato che l’Italia deve depositare a Bruxelles entro fine gennaio per non perdere certi finanziamenti. Il tracciato lo si improvvisa con quei metodi, fingendo di fare sondaggi e carotaggi allo scopo di accertare se qui o là si potrà scavare per costruire il famoso tunnel da 50 chilometri o giù di lì. Il tutto accompagnato dall’isteria dello «sviluppo» che deve procedere a tutti i costi, anche passando sui corpi dei valsusini, sui loro paesi, sul loro paesaggio già invaso da un paio di statali, una linea ferroviaria e un’autostrada. Cittadini che infatti reagiscono, come fanno da quindici anni, in modo civile e irremovibile: organizzando dibattiti e cortei (il più grande sarà sabato prossimo, chi può ci vada), creando presidi nei luoghi minacciati di carotaggio (uno dei quali è stato nottetempo incendiato da ignoti), occupando l’autostrada, se occorre, o una stazione (e le ferrovie bloccano tutti i treni).

Ci sono due cose sorprendenti, in questa vicenda. La prima è l’ottusa ostinazione con cui tutta la politica e tutte le istituzioni (e, spiace dirlo, la Cgil al completo salvo la Fiom) insistono sulla necessità dell’orrendo tunnel, che distruggerebbe la valle e non serve a nulla. E’ la stessa sordità a soluzioni alternative che spinge a fare un tunnel sotto Firenze, con costi enormi, pericoli altrettanto grandi e tempi lunghissimi, sempre per far correre la Tav. O che ha devastato l’Appennino tra Firenze e Bologna. Come se anche l’ultimo viaggiatore natalizio, o pendolare, non avesse capito benissimo, avendolo sperimentato, quanto il gigantesco spreco dell’Alta velocità abbia ammazzato le ferrovie di prossimità, quelle più utili alla vita di tutti, come la stessa Regione Piemonte dice con un certo furore alle Ferrovie. Ma che ci volete fare? L’idiozia ufficiale è tale che per abbassare le emissioni di CO2, dopo aver «incentivato» le automobili e rotto le scatole a un mucchio di gente con centrali fossili e rigassificatori, ora si ri-scopre il nucleare. Da cosa dipende questa ottusità? Da un misto di affarismo sfacciato e di ideologia paleo-industriale, con il corollario della convinzione che i media creino la realtà, alla quale i politici debbono poi adeguarsi, rafforzando così la convinzione dei media, e così via, in un circolo vizioso infinito. Questa è la storia dei «clandestini», per esempio.

L’altra cosa sorprendente sono la fermezza e l’intelligenza con la quale i valsusini riescono a opporsi, a manovrare quando occorre, a rafforzare i loro legami interni ed esterni. Si vedrà con ogni probabilità nella manifestazione di sabato quanti «chilometro zero» (nel senso dell’economia e nel senso della democrazia) arriveranno da tutto il paese, dalle città minacciate da basi militari, Ponti, autostrade e discariche. Eppure, non sono previsti, letteralmente non esistono nel vocabolario dei politici e nel panorama nazionale dipinto dai giornali. Che rabbia, per la signora Bresso o per l’ingegner Virano (il famoso «tecnico») vedere che tutte le loro tattiche, dall’assorbire i sindaci al fare irruzione all’alba, falliscono sempre, checché ne scriva La Stampa, perché altri sindaci e presidenti di Comunità montana vengono eletti, e centinaia di persone appaiono magicamente davanti a trivelle e poliziotti. Non c’è dubbio che la Valle di Susa è la nostra Cochabamba. Nella città boliviana, dieci anni fa, un grande movimento di popolo strappò l’acqua dalle unghie di una multinazionale, dando inizio al movimento mondiale per l’acqua bene comune. In Val di Susa, rifiutando l’Alta velocità, si propone un’altra economia, una altro modo di vivere, una democrazia reale.

1. Il processo di recupero: strumenti e attori

Il recupero del centro storico è partito nella prima metà degli anni ‘90 attraverso la pianificazione esecutiva, rappresentata prevalentemente dal piano particolareggiato noto come P.P.E.[1] Gli interventi privati di recupero sono stati sostenuti da finanziamenti stanziati dalla Regione con la legge finanziaria n. 15 del 1993 e gestiti dal Comune di Palermo attraverso sei bandi che hanno avuto grande successo[2].

Palermo è una delle poche città d’Italia che si è dotata in tempi brevi (1989-1993) di uno strumento urbanistico organico per il recupero del centro storico e questa esperienza ha avuto molto risalto nella letteratura specialistica. Si tratta di un piano culturalmente condivisibile, che si basa sulla conoscenza storica della città e del patrimonio edilizio, utilizzata come matrice delle scelte progettuali[3].

Bisogna riconoscere anche che si tratta di un piano “efficace” facilmente consultabile e utilizzabile da parte degli operatori privati e dei tecnici comunali, che ha consentito l’apertura di numerosissimi cantieri di recupero edilizio residenziale, che ha creato un mercato immobiliare prima inesistente, che ha ampliato l’offerta di attività culturali pubbliche e private e che ha rivitalizzato molte aree del centro storico, inducendo contemporaneamente una certa quota di sostituzione sociale[4].

I soggetti attuatori degli interventi sono stati prima di tutto la stessa Amministrazione Comunale, la Soprintendenza ai Beni Culturali, i privati singoli e aggregati, l’Istituto Autonomo Case Popolari, l’Università tramite l’Opera Universitaria[5]. Più recentemente sono stati coinvolti come titolari di contributi pubblici gli imprenditori, le società immobiliari e i commercianti, mentre non è finora andato in porto il coinvolgimento delle cooperative edilizie.

2. L’attuazione del P.P.E.: risultati e criticità

Il recupero è partito con lentezza e con un certo spreco di risorse finanziarie erogate “a pioggia” a causa di errori di strategia contenuti nei primi bandi; ha avuto una notevole accelerazione quando dopo il 2001 è stato emanato il quinto bando che ammetteva al contributosocietà immobiliari o imprese edili e che privilegiava l’intervento su intere unità edilizie, dando la priorità a quelle fortemente degradate.

Oggi il processo di recupero del centro storico è visibile in molte zone della città, ma si manifesta prevalentemente come una somma di “recuperi edilizi” attuati prevalentemente da privati sulle piazze e sulle vie di maggior pregio; non investe la riqualificazione degli spazi pubblici, non prevede una quota significativa di edilizia residenziale pubblica e non è guidato da “politiche pubbliche” cioè indirizzi sulle attività e le funzioni da privilegiare, al di là dell’enfasi sulla ricettività turistica e alberghiera.

Il processo di recupero è sottolineato dall’apertura di nuove attività commerciali come agenzie immobiliari, agenzie di viaggio, negozi di prodotti etnici e phone-center gestiti da extra-comunitari, gallerie d’arte, ristoranti, pub, enoteche, piani bar, che scatenano una frenetica vita notturna ed entrano in conflitto con i pochi residenti.

I prezzi degli immobili sono cresciuti enormemente e si assiste a una fervida compravendita di edifici anche abitati. Ciò prelude all’allontanamento degli abitanti siano essi indigeni o extra-comunitari e alla sparizione dei piccoli esercizi commerciali e artigianali. Rischiano grosso anche i grandi mercati storici all’aperto che contribuiscono in maniera irrinunciabile a conferire identità al centro storico[6].

In sintesi si stanno verificando dei notevoli cambiamenti che dovrebbero essere monitorati e analizzati dall’amministrazione comunale per introdurre regole e correttivi.

Per altri versi l’attuazione del recupero del centro storico e la prefigurazione dell’assetto urbanistico generale della città non possono essere considerati separatamente, ma devono far parte di una strategia unitaria, in grado di dislocare adeguatamente risorse e interessi, in un disegno organico di riqualificazione della città, in grado di ridare dignità urbana sia al centro che alle periferie. Questa visione organica si rivela ineludibile se consideriamo il sistema della viabilità, del trasporto pubblico, della mobilità, della sosta, della pedonalizzazione, a partire da un problema cruciale che il P.P.E. provò a indicare: l’incompatiblità dei flussi di traffico pesante sul Foro Italico e sulla Cala con la riqualificazione della città storica e con la riproposizione di un rapporto felice tra la città e il mare[7].

3. Ipotesi di prospettiva

Ferma restando l’opportunità del coordinamento prima accennato, si potrebbe mettere in cantiere una rivisitazione parziale del P.P.E. sulla base dei risultati conseguiti, dell’esperienza maturata, con riferimento all’evoluzione del contesto, senza snaturarne le qualità positive e l’efficacia.[8]

Una delle riflessioni dovrebbe partire dalla consistenza del patrimonio edilizio storico del centro storico e dalla densità edilizia. Il centro storico presenta massicce volumetrie, pochi spazi aperti, una rete viaria di ampiezza modesta. La densità edilizia in alcuni casi supera i 9 metri cubi per metro quadro. Questa condizione, comune ad altri grandi centri storici, ha origine dai processi di crescita della città entro le mura e dal continuo inurbamento di abitanti alla ricerca della sicurezza e delle opportunità derivanti dalla condizione urbana. Questo meccanismo ha fatto si che nei secoli si costruisse dappertutto, che il patrimonio edilizio storico crescesse e in altezza e in superficie, a volte sacrificando perfino piazze, cortili e reti viarie.

Inoltre esiste, anche se in precarie condizioni, una grande quantità di patrimonio edilizio monumentale storico di proprietà della chiesa, di privati, di enti e istituzioni (222 edifici

[1] Il Piano Particolareggiato Esecutivo (P.P.E.) commissionato dalla giunta Orlando a Leonardo Benevolo, Pierluigi Cervellati, Italo Insolera nel 1988 è stato approvato dalla Regione nel 1993. Gli altri piani particolareggiati coevi sono il Piano dell’Albergheria e i quattro piani di recupero Italter che interessano porzioni limitate della città storica. V. Teresa Cannarozzo Il piano per il centro storico di Palermo in Urbanistica Informazioni n. 107/1989; Approvato il piano per il centro storicodi Palermo in Urbanistica Informazioni n. 118/1991; Palermo: completati i piani per il centro storico in Urbanistica Informazioni n. 119-120/1991.

[2] La legge stanzia 170 miliardi di vecchie lire, di cui 50 miliardi per l’anno 1993. I bandi sono disciplinati dalla legge regionale n. 25/1993 che contiene ulteriori disposizioni per il recupero del centro storico.

[3] V. Teresa Cannarozzo, Palermo tra memoria e futuro. Riqualificazione e recupero del centro storico, Palermo, Publisicula Editrice, 1996.

[4] V. Teresa Cannarozzo, Centro storico di Palermo: dopo il PPEinUrbanistica Informazioni n. 193/2004.

[5] I dati quantitativi sono documentati nell’articolo di Marilena Orlando L’attuazione del recupero del centro storico: soggetti e strumenti inUrbanistica Informazioni n. 193/2004.

[6] Mi riferisco per es. ai mercati popolari che si trovano nel centro storico di Palermo e che contribuiscono ad arricchire l’identità urbana. V. Teresa Cannarozzo Centri storici in Sicilia: problematiche e indirizzi, inUrbanistica Informazioni n. 212/2007 (pagg. 76-77); T. C., Palermo: il recupero del centro storico tra eccellenza e marginalità in AA Quadrimestrale dell’Ordine degli Architetti di Agrigento n. 24, dicembre 2008, pagg. 7-14, ISSN 1824-854x. Relazione presentata al Convegno Nazionale organizzato dalI’INU Campania Territori e Città del Mezzogiorno - Quante Periferie? Quali Politiche di governo del territorio?, Napoli, 22-23 marzo 2007.

[7]V. Teresa Cannarozzo , Territorio costiero e città: da Panormos a Palermo in AA.VV. Territori costieri, a cura di G. Abbate, A. Giampino, M. Orlando, V. Todaro, Milano, Franco Angeli, 2009, ISBN 978-88-568-1018-9, pagg. 194-208.

[8]Con riferimento al fatto che il piano sia scaduto dopo dieci anni (e cioè nel 2003) è bene puntualizzare che dopo 10 anni scadono solo i vincoli sulle proprietà immobiliari, ma il piano rimane efficace per tutto il resto.

[1] Il Piano Particolareggiato Esecutivo (P.P.E.) commissionato dalla giunta Orlando a Leonardo Benevolo, Pierluigi Cervellati, Italo Insolera nel 1988 è stato approvato dalla Regione nel 1993. Gli altri piani particolareggiati coevi sono il Piano dell’Albergheria e i quattro piani di recupero Italter che interessano porzioni limitate della città storica. V. Teresa Cannarozzo Il piano per il centro storico di Palermo in Urbanistica Informazioni n. 107/1989; Approvato il piano per il centro storicodi Palermo in Urbanistica Informazioni n. 118/1991; Palermo: completati i piani per il centro storico in Urbanistica Informazioni n. 119-120/1991.

[1] La legge stanzia 170 miliardi di vecchie lire, di cui 50 miliardi per l’anno 1993. I bandi sono disciplinati dalla legge regionale n. 25/1993 che contiene ulteriori disposizioni per il recupero del centro storico.

[1] V. Teresa Cannarozzo, Palermo tra memoria e futuro. Riqualificazione e recupero del centro storico, Palermo, Publisicula Editrice, 1996.

[1] V. Teresa Cannarozzo, Centro storico di Palermo: dopo il PPEinUrbanistica Informazioni n. 193/2004.

[1] I dati quantitativi sono documentati nell’articolo di Marilena Orlando L’attuazione del recupero del centro storico: soggetti e strumenti inUrbanistica Informazioni n. 193/2004.

[1] Mi riferisco per es. ai mercati popolari che si trovano nel centro storico di Palermo e che contribuiscono ad arricchire l’identità urbana. V. Teresa Cannarozzo Centri storici in Sicilia: problematiche e indirizzi, inU, n. 212/2007 (pagg. 76-77); T. C., Palermo: il recupero del centro storico tra eccellenza e marginalità in AA Quadrimestrale dell’Ordine degli Architetti di Agrigento n. 24, dicembre 2008, pagg. 7-14, ISSN 1824-854x. Relazione presentata al Convegno Nazionale organizzato dalI’INU Campania Territori e Città del Mezzogiorno - Quante Periferie? Quali Politiche di governo del territorio?, Napoli, 22-23 marzo 2007.

[1]V. Teresa Cannarozzo , Territorio costiero e città: da Panormos a Palermo in AA.VV. Territori costieri, a cura di G. Abbate, A. Giampino, M. Orlando, V. Todaro, Milano, Franco Angeli, 2009, ISBN 978-88-568-1018-9, pagg. 194-208.

[1]Con riferimento al fatto che il piano sia scaduto dopo dieci anni (e cioè nel 2003) è bene puntualizzare che dopo 10 anni scadono solo i vincoli sulle proprietà immobiliari, ma il piano rimane efficace per tutto il resto.

[1] Anche per questa ragione si è contrari al progetto di ricostruzione integrale nell’area della Curia in via Maqueda. V. Teresa Cannarozzo, Una piazza giardino nell’area Quaroni, in LA REPUBBLICA del 3.3.2009.

[1] V. Teresa Cannarozzo, Una piazza giardino nell’area Quaroni, in LA REPUBBLICA del 3 marzo 2009.

[1] V. Teresa Cannarozzo, Il piano dei musei nel centro storico di Palermo in RECUPERARE n. 1/1994.

[1]Teresa Cannarozzo, Il recupero dei centri storici e i procedimenti innovativi di conoscenza, progetto e gestione. Prefazione al volume di Marilena Orlando Il ruolo dei sistemi informativi territoriali nel processo di recupero dei centri storici, Milano, Franco Angeli, 2008. ISBN 978-88-568-0495-9 pag. 11-13.

Il viceré Bertolaso I sale trionfalmente al soglio di imperatore di tutti gli appalti con il decreto legge, varato la settimana scorsa dal Consiglio dei ministri e adesso in discussione al Senato, che "privatizza" la Protezione civile della nazione trasformandola in una Spa. Altro che la gerarchia dei ministri stilata ufficialmente dal suo mentore Gianni Letta.

Guido Bertolaso, dottore in medicina, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e capo del Dipartimento della Protezione civile, scala di fatto l'ordine protocollare superando in termini di potere reale non solo Frattini, Maroni e Alfano, i primi tre nella classifica lettiana, ma anche Giulio Tremonti, custode dei cordoni della borsa. Perché più e meglio di come ha fatto fin qui potrà spendere come vuole un numero imprecisato di miliardi di euro pubblici senza alcun controllo, autorizzazione o rendiconto e, se occorre, con la secretazione, come è avvenuto per il G8 che avrebbe dovuto svolgersi all'isola della Maddalena e fu infine trasferito all'Aquila terremotata. Potrà spendere ad libitum Bertolaso non solo per frane, incendi e terremoti, ma per qualunque "Grande evento" sia giudicato degno, nei confini della Repubblica e nell'orbe terracqueo, di un "decreto emergenziale".

I ministeri tacciano sotto il tallone di Tremonti e la Corte dei Conti si metta l'animo in pace. I controlli sono off limits nei confronti di "B&B".Già soprannominata "Bertolaso Spa" tra i senatori di tutte le parti da noi interpellati che stanno esaminando il decreto, la "Protezione civile servizi Spa" diventa di fatto se non il più grande, certamente il più autonomo ente appaltatore della Repubblica, con una quasi totale deroga alle tradizionali norme di legge per i fondi in transito da palazzo Chigi e destinati ai più svariati scopi: dalle gare ciclistiche, alla celebrazione di santi, dai party di Stato ai viaggi del Papa, dalle piscine alle discariche, dal traffico delle gondole in laguna alle regate, dagli alberghi di lusso agli scenari di cartapesta per i vertici internazionali. Come quello - tripudio del kitsch curato da Berlusconi in persona - che fece sorridere i ministri convenuti per il vertice Nato-Russia di Pratica di Mare. Per spingersi prossimamente alla gestione dell'Expò di Milano del 2015 e alle Olimpiadi del 2020 contese tra Roma e Venezia, che Berlusconi e Letta vogliono nelle mani della seconda "B", quella di Bertolaso.

Una macchina di potere così travolgente da spostare ulteriormente dalle sedi dei ministeri e naturalmente del Parlamento e delle Autorità di controllo fino a palazzo Chigi la barra del potere reale della ditta Berlusconi & Bertolaso, che sotto l'ala nobile del Gentiluomo di Sua Santità Gianni Letta, della cultura dell'emergenza ha fatto una scienza di potere infinitamente più sofisticata rispetto a quella della prima repubblica, che prevedeva complesse "cupole" per la spartizione di favori, potere e ricchezze, magari attraverso i titoli in cui erano convertiti i fondi neri dell'Iri, di cui il sottosegretario Letta ha diretta conoscenza, avendone riscossa a suo tempo una quota pari a circa un miliardo e mezzo di lire di allora.

Sbaglierebbe chi credesse che l'emergenza della "Bertolaso Spa" si sostanzi soltanto nei terremoti, nelle frane, nelle esondazioni, negli incendi, che pure ogni anno non ci fanno mancare niente. Tutto è ormai emergenza in questo paese: dal quattrocentesimo anniversario della nascita di San Giuseppe da Copertino, celebrato in provincia di Lecce con l'ordinanza "emergenziale" 3356, al congresso eucaristico nazionale, previsto ad Ancona dal 4 all'11 settembre 2011, di cui Bertolaso è già commissario, per ora con una dote di soli 200 mila euro da spendere per la buona riuscita dell'evento. Spiccioli, bazzeccole, pinzillacchere. Ben altri sono gli interessi che sotto la voce "Protezione civile" fanno fluire centinaia e centinaia di milioni. Spesso agli amici e agli amici degli amici.

Tra il 2001, quando Bertolaso venne nominato capo della Protezione civile e i primi cinque mesi del 2009, la presidenza del Consiglio ha emesso 587 "ordinanze emergenziali", di cui solo una parte riferita a calamità naturali. Il resto a "Grandi eventi", o presunti tali. Pare che nessun organo di controllo da noi interpellato sia in grado al momento di sapere esattamente quanto la coppia "B&B" è riuscita a spendere negli ultimi anni, senza alcuna pastoia o controllo di legittimità. Ma ha prodotto una stima attendibile Manuele Bonaccorsi, autore di un dossier intitolato Potere assoluto - La protezione civile ai tempi di Bertolaso, appena pubblicato e che la Cgil, che giudica il nuovo decreto sulla protezione civile "improprio e anticostituzionale", illustrerà sabato prossimo all'Aquila in una manifestazione di protesta dei Comitati dei terremotati contro la "Protezione Civile Spa". Tra il 3 dicembre 2001 e il 30 gennaio 2006 la presidenza del Consiglio ha varato 330 ordinanze. Di queste, sono pubblici gli stanziamenti di 75 ordinanze, che valgono circa un miliardo e 490 mila euro. Non si tratta di un campione rappresentativo, ma è un dato che consente una stima. Nei cinque anni, tramite ordinanze della Protezione civile, in spregio alle norme sugli appalti e le assunzioni, sarebbero stati spesi 6,5 miliardi. Se si fa il calcolo su 587 ordinanze della presidenza del Consiglio in meno di nove anni, si arriva a 10,6 miliardi. Una somma sufficiente - giudicano gli autori del dossier - a costruire un blocco di potere indistruttibile, segreto e libero da qualsiasi regola.

Capite allora perché l'imperatore di tutti gli appalti, che il centrosinistra considerava uno dei suoi, dichiara nelle interviste che tra tutti i quattordici governi in cui ha "servito", il Berlusconi quater è "il migliore"? Figlio di un pilota dell'aeronautica militare, medico nel Terzo mondo stipendiato dalla Farnesina e pars magna a Roma di una società immobiliare operante nel comprensorio dell'Olgiata, gran giocatore di golf con il suocero Guido Piermarini, campione del generone romano, da giovane medico l'idolo di Guido Bertolaso era il medico dei derelitti Albert Schweitzer. Poi, al seguito di Giulio Andreotti, l'aspirante medico dei derelitti scoprì che era meglio curare i potenti della terra che i diseredati della terra.

Dieci anni fa era ancora nessuno. "Io lo conoscevo bene", racconta Luigi Zanda, oggi vicepresidente dei senatori del Pd, che nel 2000, quando era presidente dell'Agenzia del Gran Giubileo, lo incontrò come vice di Francesco Rutelli, sindaco di Roma e commissario all'evento. "Abile nella soluzione dei problemi, aveva un ego smisurato", secondo Zanda, che oggi guida in Parlamento le legioni degli oppositori alla "Bertolaso Spa", che, oltre alla Cgil, allinea per ora la Conferenza delle Regioni, presieduta da Vasco Errani, e l'Associazione dei comuni di Sergio Chiamparino.

Oltre a uno schieramento bipartisan che non ne può più della ditta "B&B", covata dietro le quinte da Gianni Letta e dal suo sistema di potere, curato da ambasciatori che, a suo tempo, figurarono come reclutatori della Loggia P2 di Licio Gelli, impegnata soprattutto a riciclare tangenti con la complicità della banca del Vaticano. Come il mitico Luigi Bisignani, che oggi, ufficialmente manager di una società tipografica torinese, in realtà svolge per conto di Letta le funzioni di portavoce dei potentissimi sottosegretariati di palazzo Chigi. "B&B", più la "L" di Letta.

"Quella cui assistiamo - dice Zanda - è una picconata allo Stato, una sovrapposizione abnorme tra un capo Dipartimento, un direttore generale che dovrebbe ispirarsi all'imparzialità, e un sottosegretario controllore-controllato, cui, per di più, col nuovo decreto, si implementano i poteri. Nella repubblica democratica italiana non è mai accaduto che un membro del governo abbia avuto contemporaneamente la carica di sottosegretario e di direttore generale. È come se il ministro dell'Interno Maroni fosse anche il capo delle polizia. Per la serie: continuiamo a picconare questo ex Stato di diritto".

Legibus solutus, anche a causa del caratteraccio arrogante e litigioso nonostante il Premio Santa Caterina da Siena appena ricevuto, il pio Bertolaso rischia col suo sistema di potere di incappare in quei piccoli granelli che, se sottovalutati, possono inceppare il meccanismo. Tra le centinaia di delibere emergenziali passate negli anni passati del suo potere da palazzo Chigi, destinate a moltiplicarsi con il decollo del decreto "B&B", ce n'è qualcuna che proprio non può passare indenne a qualche sacrosanta verifica giudiziaria. A parte l'inchiesta "Rompiballe", che coinvolge Bertolaso nelle vicenda del discutibile riciclaggio dei rifiuti napoletani, fiore all'occhiello del berlusconismo, vogliamo magari parlare degli appalti secretati per il G8 della Maddalena, confluiti in una piccola società di Grottaferrata, Castelli Romani, di nome Anemone, come il suo titolare, personaggio riconducibile ai cari del commissario bertolasiano Angelo Balducci? O dei venti inutili poli natatori sorti a Roma ad uso dei soliti palazzinari, facendo carta straccia dei piani regolatori, per i Mondiali di nuoto del 2009?

Quella volta fu un figlio del Balducci, oggi stimato presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, a tentare il business milionario su un territorio prossimo alla via Salaria che rischia di affogare sotto il Tevere ogni volta che fa due gocce d'acqua. Tanto era sfrontata la speculazione del giovane Balducci, che qualche magistrato proprio non la digerì. Ora la "Protezione Civile Spa" della premiata ditta "B&B", punta con tanti amici costruttori a luoghi secchi e desertici. E soprattutto, liberata con la privatizzazione dagli ultimi lacci dei controlli, a nessuna interferenza di giudici rossi.

C'è una gran voglia di voltare pagina e guardare avanti. Quello che è stato un Paese riconosciuto e rispettato per la sua politica, la sua cultura, la civiltà dei rapporti sociali, è ormai identificato con l'impasse in cui è caduto a causa di un conflitto di principio al quale, finora, non si è trovata soluzione. Sono quasi vent'anni che il nodo si stringe, dalla fine della cosiddetta prima repubblica a questa situazione, che rischia d'essere la fine della seconda. La terza che si preannuncia ha tratti tutt'altro che rassicuranti.

Siamo probabilmente al punto di una sorta di redde rationem, il cui momento culminante si avvicina. Sarà subito dopo le prossime elezioni regionali. A meno che si trovi una soluzione condivisa, che si addivenga cioè a un compromesso. È possibile? E quale ne sarebbe il prezzo? Se consideriamo i termini del conflitto - la politica contro la legalità; un uomo politico legittimato dal voto contro i giudici legittimati dal diritto - l'impresa è ardua, quasi come la quadratura del cerchio. Per progressivi cedimenti che ora hanno fatto massa anche nell'opinione pubblica, dividendo gli elettori in opposti schieramenti, i due fattori su cui si basa lo stato di diritto democratico, il voto e la legge, sono venuti a collisione.

Questa è la rappresentazione oggettiva della situazione, che deliberatamente trascura le ragioni e i torti. Trascura cioè le reciproche e opposte accuse, che ciascuna parte ritiene fondate: che la magistratura sia mossa da accanimento preconcetto, da un lato; che l'uomo politico si sia fatto strada con mezzi d'ogni genere, inclusi quelli illeciti, dall'altro. Se si guarda la situazione con distacco, questo è ciò che appare come dato di fatto e le discussioni sui torti e le ragioni, come ormai l'esperienza dovrebbe avere insegnato, sono senza costrutto.

I negoziatori che sono all'opera si riconosceranno, forse, nelle indicazioni che precedono. Ma, probabilmente, non altrettanto nelle controindicazioni che seguono.

Per raggiungere un accordo, si è disposti a "diluire" il problema pressante in una riforma ad ampio raggio della Costituzione. Per ora, la disponibilità dell'opposizione al dialogo o, come si dice ora, al confronto, è tenuta nel vago (no a norme ad personam, ma sì a interventi "di sistema" per "riequilibrare" i rapporti tra politica e giustizia), è coperta dalla reticenza (partire da dove s'era arrivati nella passata legislatura, ma per arrivare dove?) o è nascosta col silenzio (la separazione tra potere politico, economico e mediatico, cioè il conflitto d'interessi, è o non è questione ancora da porsi?).

Vaghezza, reticenza e silenzio sono il peggior avvio d'un negoziato costituzionale onesto. La materia costituzionale ha questa proprietà: quando la si lascia tranquilla, alimenta fiducia; quando la si scuote, alimenta sospetti. Per questo, può diventare pericolosa se non la si maneggia con precauzione. Tocca convinzioni etiche e interessi materiali profondi. Non c'è bisogno di evocare gli antichi, che conoscevano il rischio di disfacimento, di discordia, di "stasi", insito già nella proposta di mutamento costituzionale. Per questo lo circondavano d'ogni precauzione. Chi si esponeva avventatamente correva il rischio della pena capitale. Per quale motivo? Prevenire il sospetto di secondi fini, di tradimento delle promesse, di combutta con l'avversario. Quando si tratta di "regole del gioco", tutti i giocatori hanno motivo di diffidare degli altri. La riforma è come un momento di sospensione e d'incertezza tra il vecchio, destinato a non valere più, e il nuovo che ancora non c'è e non si sa come sarà. In questo momento, speranze e timori si mescolano in modo tale che le speranze degli uni sono i timori degli altri. È perciò che non si gioca a carte scoperte. Ma sul sospetto, sentimento tra tutti il più corrosivo, non si costruisce nulla, anzi tutto si distrugge.

Il veleno del sospetto non circola solo tra le forze politiche, ma anche tra i cittadini e i partiti che li rappresentano. Nell'opposizione, che subisce l'iniziativa della maggioranza, si fronteggiano, per ora sordamente, due atteggiamenti dalle radici profonde. L'uno è considerato troppo "politico", cioè troppo incline all'accordo, purchessia; l'altro, troppo poco, cioè pregiudizialmente contrario. Sullo sfondo c'è l'idea, per gli uni, che in materia costituzionale l'imperativo è di evitare l'isolamento, compromettendosi anche, quando è necessario; per gli altri, l'imperativo è, al contrario, difendere principi irrinunciabili senza compromessi, disposti anche a stare per conto proprio. La divisione, a dimostrazione della sua profondità, è stata spiegata ricorrendo alla storia della sinistra: da un lato la duttilità togliattiana (che permise il compromesso tra Partito Comunista e Democrazia Cristiana sui Patti Lateranensi), dall'altro l'intransigenza azionista (che condusse il Partito d'azione all'isolamento).

Tali paragoni, indipendentemente dalla temerarietà, sono significativi. Corrispondono a due paradigmi politici, rispettivamente, la convenienza e la coerenza: una riedizione del perenne contrasto tra l'etica delle conseguenze e l'etica delle convinzioni. L'uomo politico degno della sua professione - colui che rifugge tanto dall'opportunismo quanto dal fanatismo e cerca di conciliare responsabilmente realtà e idealità - conosce questo conflitto e sa che esistono i momenti delle decisioni difficili. Sono i momenti della grande politica.

Ma da noi ora non è così. Ciò che è nobile nei concetti, è spregevole nella realtà. La buona convenienza appare cattiva connivenza. Il sospetto è che, dietro un gioco delle parti, sia in atto la coscientemente perseguita assimilazione in un "giro" di potere unico e autoreferenziale, una sorta di nuovo blocco o "arco costituzionale", desiderando appartenere al quale si guarda ai propri elettori, che non ci stanno, come pericolo da neutralizzare e non come risorsa da mobilitare. Vaghezza, silenzi, e reticenze sono gl'ingredienti di questo rapporto sbagliato, basato sulla sfiducia reciproca. È banale dirlo, ma spesso le cose ovvie sono quelle che sfuggono agli strateghi delle battaglie perdute: in democrazia, occorrono i voti e la fiducia li fa crescere; la sfiducia, svanire.

Il sospetto si dissipa in un solo modo: con la chiarezza delle posizioni e la risolutezza nel difenderle. La chiarezza si fa distinguendo, secondo un ordine logico e pratico, le cose su cui l'accordo c'è, quelle su cui potrebbe esserci a determinate condizioni e quelle su cui non c'è e non ci potrà essere. La risolutezza si dimostra nella convinzione con cui si difendono le proprie ragioni. Manca l'una e l'altra. Manca soprattutto l'idea generale che darebbe un senso al confronto costituzionale che si preannuncia. Così si procede nell'ordine sparso delle idee, preludio di sfaldamento e sconfitta. Per esempio, sulla difesa del sistema parlamentare contro i propositi presidenzialisti, la posizione è ferma? Sulle istituzioni di garanzia, magistratura e Corte costituzionale, fino a dove ci si vuol spingere? Sul ripristino dell'immunità parlamentare c'è una posizione, o ci sono ammiccamenti?

Quest'ultimo è il caso che si può assumere come esemplare della confusione. Nella strategia della maggioranza, è il tassello di un disegno che richiede stabilità della coalizione e immunità di chi la tiene insieme, per procedere alla riscrittura della Costituzione su punti essenziali: l'elezione diretta del capo del governo, la riduzione del presidente della Repubblica a un ruolo di rappresentanza, la soggezione della giustizia alla politica, eccetera, eccetera. L'opposizione? Incertezze e contraddizioni che non possono che significare implicite aperture, come quando si dice che "il problema c'è", anche se non si dice come lo si risolve. Ci si accorge ora di quello che allora, nel 1993, fu un errore: invece del buon uso dell'immunità parlamentare, si preferì abolirla del tutto. Fu il cedimento d'una classe politica che non credeva più in se stessa. Ma il ripristino oggi suonerebbe non come la correzione dell'errore, ma come la presunzione d'una classe politica che non ama la legalità. Occorrerebbe spiegare le ragioni del rischio che si corre, nell'appoggiare questo ritorno; rischio doppio, perché una volta reintrodotta l'immunità con norma generale, la si dovrà poi concedere all'interessato, con provvedimento ad personam. Due forche caudine per l'opposizione. Ma allora, perché?

Perché, si dice, se non ci sono aperture, il confronto non inizia nemmeno e la maggioranza andrà avanti per conto proprio. Appunto: dove non c'è il consenso, avendo i voti, vada avanti e poi, senza l'apporto dell'opposizione, ci potrà essere il referendum, dove ognuno apertamente giocherà le sue carte. Ne riparleremo.

Lunedì scorso sono cominciati i sondaggi geognostici in Valsusa in vista del progetto preliminare della linea Av–Ac (Alta velocità e Alta capacità) Torino–Lione. C’è tempo soltanto fino al 31 gennaio per completare questa fase dei lavori, altrimenti si perderanno 670 milioni di euro di fondi europei. Ne parliamo con Marco Ponti, docente di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano.

I media parlano di “opera finalmente al via”. E’ così?

Si tratta di un progetto estremamente controverso e costoso, per cui non è affatto chiaro se vi saranno le risorse con tempi certi. Il rischio maggiore è la partenza del cantiere a singhiozzo, per fini elettorali o industriali, e un’opera mai finita, con costi altissimi per la collettività: basta vedere cosa è successo per altre tratte Av, o per la Salerno–Reggio Calabria.

I NoTav vengono spesso dipinti come antimodernisti nemici del progresso ma spesso si limitano a contestare l’utilità dell’opera.

Certo, la scarsa utilità dell’opera accentua giustificatamente le resistenze locali, e i No Tav si dimostrano anche tecnicamente preparati, al contrario di altri gruppi di protesta con più forti componenti opportunistiche.

In Valsusa esiste già una linea ferroviaria su cui, peraltro, transitano i treni veloci francesi. Perché l’Opzione Zero (l’ammodernamento della linea già esistente) non è mai stata considerata?

L’ammodernamento è già avvenuto e la linea attuale è in grado di soddisfare la domanda merci, che comunque non è interessata alla velocità, per moltissimi anni futuri. La domanda passeggeri stimata ufficialmente è esigua.

Secondo Ltf (la società che costruisce la Torino-Lione) il traffico merci aumenterà fino a 45 milioni di tonnellate all’anno, dunque la linea è necessaria.

Si tratta di numeri del tutto privi di fondamento scientifico: attualmente la domanda è intorno ai sei milioni di tonnellate, e non cresce da un decennio. D’altronde, è una valutazione certo non neutrale, e che nessuno è interessato a verificare, né oggi né domani. Tanto pagheranno i contribuenti.

È vero che in Francia sono già avanti coi lavori e nessuno si oppone?

Quando arrivano fiumi di denaro dal centro è difficile opporsi, se non in modo strumentale. Però mi risulta che in Francia hanno speso comunque una quota piccolissima dei costi totali, tra l’altro difficilmente conoscibili.

Qualche punto a favore della Torino-Lione?

Certo: è una spesa pubblica molto più sensata di quella in armamenti.

È il miglior passaggio possibile, quello della Val di Susa?

Mi risulta il peggiore possibile, perché aumenta i costi di un’opera di molto dubbia utilità di circa due miliardi, dalle ultime informazioni in mio possesso.

Cosa succederà adesso?

Credo che i lavori partiranno. Poi si proseguirà a singhiozzo in funzione dei soldi (nostri) disponibili. Se l’opera verrà mai finita, tra vent’anni si constaterà che sono soldi buttati. Ma chi sarà chiamato a rispondere?

SASSARI. Prima al mattino a lezione con gli studenti, poi al pomeriggio durante il dibattito organizzato dal Centro di studi urbani. Vezio De Lucia non usa mezzi termini: per lui il «Piano casa» approvato dalla giunta Cappellacci è «un fatto eversivo». Esito, cioè, di una visione complessiva della politica e della società che smonta i codici di valore costituzionali per sostituirli con il prevalere dell’immediato tornaconto personale sugli interessi collettivi. In sintonia con De Lucia, studioso di vaglia e segretario dell’Istituto nazionale di urbanistica [all'inizio degli anni 70 – ndr] , tutti gli altri partecipanti alla tavola rotonda che ieri pomeriggio ha riunito, nell’aula rossa della Facoltà di Scienze politiche, i sociologi Antonietta Mazzette e Camillo Tidore, il giurista Giovanni Meloni, il giornalista Giacomo Mameli, il sindaco di Ollolai Efisio Arbau e il sindaco di Palau Piero Cuccu. Tema: «Dalle regole al fai da te del Piano casa. A che serve l’urbanistica?». Dando per scontato che le regole sono quelle del Piano paesaggistico, ma non solo. Perché ciò a cui il «Piano casa» si contrappone come un esatto contrario è in realtà, per tutti i relatori, la cultura della pianificazione territoriale e della tutela dell’ambiente e del paesaggio inscritta nella carta costituzionale ma anche nelle leggi ordinarie della Repubblica, dal Codice Urbani alle norme che riconoscono alle amministrazioni locali un ruolo preminente in materia urbanistica. E’ contro tutto che, secondo De Lucia, gioca la sua funzione eversiva, di totale ribaltamento di ogni paradigma (politico, etico, giuridico), il «fai da te» incentivato dalla giunta Cappellacci. «Un sentire comune - ha detto Antonietta Mazzette - che nella società ha conquistato spazi crescenti».

Sull’effrazione dei princìpi costituzionali e della legislazione ordinaria che il «Piano casa» comporta ha insistito in particolare Giovanni Meloni. Aggiungendo che le norme approvate dalla maggioranza di centrodestra non hanno neppure la copertura di una legge nazionale; sono soltanto il risultato di un accordo stipulato in una conferenza tra Stato e Regioni. Come i Comuni siano stati messi fuori gioco dal «Piano casa» lo hanno spiegato i due sindaci. Quello di Palau, paese sul fronte caldo della speculazione edilizia e immobiliare, non ha nascosto il timore che si riparta alla grande con le lottizzazioni stile anni Settanta e con la devastazione delle aree agricole adiacenti alle coste. «C’è il rischio - ha detto Piero Cuccu - che il lavoro che da dieci anni stiamo facendo per rimediare agli errori del passato sia di colpo vanificato, annullato».

Regole allora? Ma come, se le elezioni si vincono dichiarandole inutili e dannose, le regole? Per Camillo Tidore e per Giovanni Meloni è urgente riavviare al livello più basso, quello delle singole comunità, processi di partecipazione democratica che consentano di contrastare una deriva che è, insieme, politica e culturale. Chi li possa riavviare, quei processi, resta un interrogativo aperto, dal momento che i valori e le opzioni politiche che imperversano a destra hanno fatto ampia breccia anche nel campo opposto. Non si vince senza autonomia politica e non c’è autonomia politica se non c’è autonomia culturale.

Forse è la consapevolezza di questo dato che porta Vezio De Lucia a un pessimismo radicale sulle sorti della programmazione urbanistica in Italia. «Guardate - ha detto - cosa accadde all’Aquila dopo il terremoto: prima viene l’edilizia, costruire case e neanche per tutti, non importa come; a nessuno interessa il recupero di un tessuto urbano straordinario, che ha una sua storia e una sua originalità. E tutta la stampa, compresa quella progressista, applaude».

Resta l’elenco delle brutture ambientali sarde sciorinato, con la maestria del cronista consumato, da Giacomo Mameli. Alla fine, ciascuno ha ciò che si merita.

Postilla

Confrontarsi con la realtà, guardare tra le pieghe dei dati per spiegarne il senso, significa nel caso del cosiddetto “piano-casa” denunciare apertamente e nel merito le storture di un provvedimento contro la pianificazione oltre ogni attesa. Non sarà tanto il complesso delle multiformi brutture, quanto l' offensiva contro le regole a pesare nel futuro del Paese. Per questo il lavoro di Antonietta Mazzette che si occupa da anni di politiche urbanistiche nella facoltà di Scienze politiche di Sassari, la passione civile degli studenti del corso, sono di grande utilità per capire e fare capire. Se in tutte le facoltà, (ognuna con le competenze disciplinari proprie) si esaminasse con cura (e coraggio) questo provvedimento, si offrirebbe un grande servizio di informazione auspicabile nelle diverse realtà regionali. Se le tante facoltà che si occupano di pianificazione dicessero che brutto colpo proviene da questo “piano” (un titolo decisamente improprio!) alla credibilità del progetto urbanistico, sarebbe una grande cosa. Per questo il dibattito di ieri -come ha notato Vezio De Lucia -merita una segnalazione con tante sottolineature. (s.r.)

Non facile da spiegare, al mondo, che Venezia sta morendo in miseria e non ha più il becco di un euro cosicché il suo prestigioso conservatorio Benedetto Marcello cade a pezzi, Ca’ Corner della Regina ancora un po’ e sprofonda in Canale Grande, e Palazzo Ducale è un rattoppo sull’altro, li chiamano restauri ma ogni tanto casca un pezzo di cornicione, un paio d’anni fa anche in testa a una turista tedesca.

Difficile da spiegare, perché poi un giorno leggi che per il nuovo Palazzo del Cinema spenderanno 80 milioni di euro, 4 miliardi e mezzo se li sta fagocitando il Mose, 650 milioni andranno in Sublagunare. Il fatto è che tutto questo sfoggio di ricchezze con Venezia ha a che fare, ma fino a un certo punto: c’è la Legge Speciale, ci sono i bandi europei (tipo quello che offriva i soldi per la sublagunare, Venezia li ha presi, come si fa a dire no, e adesso le tocca farla, con gli ambientalisti in assetto da sommossa). Poi ci sono anche i buchi: il Palazzo del Cinema, confinato in un Lido anacronistico e antieconomico anche per le stelle di Hollywood e le loro major, costerà 80 milioni ma al momento ce ne sono 22 e il resto è un azzardo.

Venezia si è pagata, con le casse comunali, il Ponte di Calatrava: anche lì, l’architetto aveva regalato il progetto, vuoi dire «no grazie?» Dodici milioni e mezzo di euro, è uno spettacolo (dice Cacciari: «Non un oggetto ma un progetto, tutto un quadrante della città gli cambierà intorno, e comunque oggi non potrei permettermelo più»), ma ai veneziani è meglio non nominarlo nemmeno, erano altre le priorità.

Ora, di fronte a una platea di stampa internazionale alla quale era intento a presentare il nuovo turismo che a Venezia si vende online, lo stesso sindaco Cacciari ha alzato bandiera bianca: ha dichiarato che non c’è più un euro, che il Mose si è mangiato tutto, che la Legge Speciale è passata da 150 a 5 milioni, che lui è disperato per i palazzi rovinati e le rive instabili, e che il patriarca Angelo Scola lo è per le chiese.

Qualcuno, in giro per il mondo, non ci avrà creduto. Chi è stato a Venezia almeno una volta, sa cosa significa in termini di portafoglio: 24 euro per lasciare l’auto in piazzale Roma, sei euro il biglietto per qualsiasi vaporetto (si provi a fare il conto per una famiglia di quattro persone). Adesso Venezia prova a costare meno, mettendosi in prevendita su una piattaforma web che si chiama Venice Connected: fantastico per chi lo fa, chi dovesse avere la sciagurata idea di arrivare in laguna senza prenotarsi, potrebbe per esempio trovarsi a pagare 3 euro semplicemente per fare pipì nei bagni comunali (povera quella famiglia di quattro persone), e biglietti più cari nei vaporetti.

Venezia in bancarotta è un’idea difficile da vendere al mondo, a chi almeno una volta ha versato l’obolo; però è vero che per certi aspetti questa città mangia se stessa. Ha un Comune che conta 3 mila dipendenti, ma poi riesce a essere presente in oltre 40 società partecipate che insieme ne hanno altri 5 mila, spendendo oltre 270 milioni l’anno di stipendi (contro i 130 milioni del Comune). E’ una città irrazionale, che ha una testa e due corpi: così mantiene una giunta e sette Municipalità disseminate tra laguna e terraferma, con sette presidenti e una quarantina di mini assessori. Quelle che Cacciari aveva promesso di tagliare e che lo accompagneranno invece a scadenza.

Intanto, anche gli sponsor si danno: non è più tempo. Che fare, spremere i turisti ancora di più, lasciar crollare i palazzi? L’assessore al Turismo Augusto Salvadori ha un’idea migliore; ne ha parlato al Governo, assieme ai colleghi di Firenze e Roma. «Ridateci il 2 per cento dell’Iva versata dagli alberghi», un minifederalismo tipo boccata d’ossigeno. Aspetta risposta. Sarebbero dieci milioni l’anno, mezzo Conservatorio restaurato. Altri 10 si potrebbero ricavare accorpando un po’ di partecipate, dicono all’associazione Una Grande Città, professionisti della terraferma. Buoni per una toppa a Palazzo Ducale. La coperta è corta: e con i piedi in acqua c’è poco da fare, si sente di più.

Forse per scelta forse per caso, il numero in edicola di Internazionale fornisce una specie di sintesi delle due opposte modalità in cui si può dare e vivere la condizione di migrante nel mondo globale: la scelta di vivere da stranieri in un paese diverso dal proprio in condizioni di signoria, e la costrizione a vivere da marginali in un paese diverso dal proprio in condizioni di semischiavitù. La prima viene raccontata da un articolo di Stéphane Remael tratto dall'Economist, che si interroga sul fenomeno crescente degli «esuli volontari» che caratterizza la vita delle grandi metropoli globali: «Per la prima volta nella storia - scrive Remael - essere stranieri è diventata una condizione del tutto normale in ogni parte del mondo», non solo negli Stati uniti dove «nessuno può essere straniero perché tutti sono stranieri» o nelle capitali europee, ma anche in paesi come la Corea del Sud, in cui quasi la metà della popolazione dichiara di non aver mai parlato con uno straniero ma il numero degli stranieri residenti è raddoppiato negli ultimi anni. Complessivamente, «nel mondo industrializzato la media dei nati all'estero da genitori stranieri è più dell'8 per cento», una cifra impensabile fino a pochi decenni fa, e al suo interno una percentuale rilevante è costituita da quanti e quante decidono di sradicarsi: per insofferenza verso il proprio paese, per disfarsi dei vincoli e dei condizionamenti in cui sono nati, per reinventarsi in una terra e in una lingua straniera tornando in un certo senso alla felicità della scoperta e dell'esplorazione del mondo propria dell'infanzia. È la condizione classicamente rappresentata dalla figura dell'artista cosmopolita, ma oggi estesa a una élite globale più vasta e composita.

Al polo opposto ci sono i nuovi schiavi di Rosarno e di tutte le periferie, a partire da quelle metropolitane, della «economia-mondo» di cui parlava Wallerstein, i luoghi destinati dal turbocapitalismo alla produzione e riproduzione di una gerarchia sociale incardinata sulla doppia discriminazione di classe e di razza, che esplode saltuariamente ma puntualmente in forme violente e irrapresentabili secondo i parametri classici del conflitto. Sui fatti di Rosarno, «Internazionale» riporta alcune corrispondenze di inviati stranieri (del Nyt, di Le Monde, del Paìs e del quotidiano Le Pays del Burkina Faso), che si interrogano, come gli italiani ma col vantaggio di uno sguardo sgombro dagli stereotipi italiani sul Sud, sulla miscela esplosiva di schiavitù, razzismo e criminalità organizzata che ha innescato la miccia della rivolta, della «caccia al negro» e della «pulizia di Stato»; Le Pays, in particolare, scrive che se questo è il prezzo da pagare per un soggiorno clandestino in Europa gli africani farebbero meglio a desistere, e tutti sottolineano l'inerzia delle istituzioni italiane nel prevenire e la solerzia di Maroni nel dare la colpa alla tolleranza dell'immigrazione clandestina invece che a quella dell'illegalità diffusa.

I due fenomeni tuttavia, quello della scelta di espatriare e quello della costrizione a emigrare, per quanto apparentemente opposti sarebbero da considerare più unitariamente, non solo per l'ovvia ragione che entrambi si collocano nel quadro degli «sconfinamenti» del mondo globale, né solo perché a ben guardare nel primo filtrano elementi e sentimenti - il senso di perdita della lingua materna, la nostalgia dell'origine - che siamo abituati ad attribuire al secondo, e viceversa nel secondo sono riconoscibili, a fianco alla costrizione, spinte di libertà analoghe a quelle che muovono il primo. In un saggio davvero notevole per ricchezza e precisione d'analisi scritto a commento della rivolta delle banlieu del 2005 (su «Potere destituente» de «La Rose de Personne», Mimesis 2008), Etienne Balibar li associa dal punto di vista della produzione, nelle democrazie contemporanee, di un'area di «doppia esclusione» e di eccedenza dalla rappresentanza, che destabilizza la politica «aprendo un vuoto nel suo seno, o esponendola a mutazioni catastrofiche, a meno di rifondare le istituzioni del conflitto su base allargata». Sia i «troppo poveri» costretti a vivere da stranieri in terra altrui (l'under class degli immigrati, dei precari, degli esclusi), sia i «troppo ricchi» che scelgono di farlo (l'upper classs di proprietari, intellettuali, quadri del capitalismo multinazionale), si collocano di fatto oltre lo statuto della cittadinanza nazionale, i primi perché ne vengono tenuti fuori, i secondi perché non hanno interesse ad accettarne i vincoli (a partire da quello fiscale). Priva di rappresentanza politica, questa doppia eccedenza si espone alla potenza di una rappresentazione mediatica che ha buon gioco a tralasciare i «troppo ricchi» e a ingabbiare i «troppo poveri» nella figura dei nuovi paria, del corpo estraneo alla comunità, dello straniero pericoloso e minaccioso, del «negro» virtualmente criminale, lasciato nell'invisibilità quotidianamente e portato a visibilità solo quando e in quanto si ribella violentemente prestandosi così, volente o nolente, alla spettacolarizzazione. A Rosarno come nelle banlieu, infatti, «spettacolare» è l'insorgenza violenta, e pertanto ambivalente: soggetta alla criminalizzazione del discorso mediatico, ma anche capace, come tutti i fenomeni mediatici, di «incarnare il fantasma» di una minaccia che l'ordine politico costruisce ai suoi bordi con la violenza dell'esclusione, e che dai suoi bordi lo disgrega.

Trattati come prostitute, in esposizione nello squallido scenario di Pianura vecchia, il quartiere a più alto indice di abusivismo edilizio d’Italia. Scelti come un tempo i proprietari terrieri sceglievano gli schiavi più robusti da impiegare nei campi di cotone dell’Alabama. I negrieri di oggi non ne controllano la dentatura, forse, ma osservano con cura la corporatura, la forza delle spalle e delle braccia. Sono gli immigrati clandestini destinati ai lavori forzati nei cantieri fuorilegge, a impastare cemento, ad alzare muri di mattoni, a morire – magari – nel silenzio e nell’indifferenza generale perché precipitati da una impalcatura, e abbandonati in strada, come carogne agonizzanti. Sono gli immigrati clandestini destinati a lavorare per un padrone che non ha faccia, perché nascosto nel cono d’ombra che protegge il sottobosco imprenditoriale locale, che fa affari con la camorra e con il peggio del peggio della politica napoletana. È questa la nuova frontiera del traffico di uomini a Napoli su cui la magistratura sta indagando.

L’inchiesta, affidata al pm Antonello Ardituro, tra i più preparati magistrati dell’Antimafia partenopea, prende le mosse dalla battaglia del gennaio 2008 contro l’apertura della discarica di Contrada Pisani. Una rivolta che vede, sullo stesso lato della barricata, gente perbene, studenti, associazioni e criminalità organizzata, interessata a prolungare lo stato d’assedio per salvaguardare i propri investimenti immobiliari nel quartiere.

Racconta il pentito Giovanni Gilardi, ex affiliato alla potente famiglia malavitosa dei Lago: «Ci sono dei costruttori che sono specializzati nella costruzione di immobili abusivi a Pianura, collegati comunque ai clan e in particolare al nostro gruppo… questi imprenditori prima di iniziare costruzioni abusive a Pianura, in particolare le “masserie”, devono chiedere il permesso al clan al quale versano, prima e durante i lavori, delle quote estorsive che variano a seconda dell’immobile abusivo da costruire».

Ma perché la camorra non vuole la riapertura della discarica? È sempre Gilardi a rispondere: «In realtà noi come clan non avevamo organizzato gli scontri, ma ne stavamo beneficiando, poiché le forze dell’ordine erano tutte impegnate per tali eventi e non c’erano molti posti di blocco. Inoltre, il fatto che gli scontri durassero a lungo, consentiva di terminare le costruzioni abusive che si stavano realizzando nella zona della Contrada “Pisani”, vicina all’area dove si voleva realizzare la discarica. Tali scontri, in quel periodo, consentivano di lavorare tranquillamente in quanto erano più difficili i controlli da parte dei vigili dell’antiabusivismo edilizio». Il business del «cemento selvaggio» vale venti milioni di euro all’anno (i prezzi per un appartamento di tre vani, a Pianura, sono in media due volte inferiori a quelli di mercato) e offre uno sbocco sicuro per i capitali illeciti accumulati dalle organizzazioni criminali con il traffico di droga. Il collaboratore di giustizia aggiunge, ancora, che il gruppo criminale sovvenzionò con 10mila euro la frangia dei Niss, una frangia di tifosi organizzati impegnati negli scontri con le forze dell’ordine, grazie alla mediazione del consigliere comunale di Alleanza nazionale Marco Nonno (attualmente sotto processo, ma che ha sempre contestato la ri- costruzione del pentito sul punto, dichiarandosi estraneo a rapporti con il mondo camorristico) per garantirsi la futura possibilità di continuare a invadere con il calcestruzzo l’area circostante la discarica. Nel solo 2009, infatti, sono stati cento i nuovi fabbricati fuorilegge scoperti nel quartiere di Pianura dalle forze dell’ordine e segnalati alla sezione «Ambiente» della Procura della Repubblica di Napoli, guidata dall’aggiunto Aldo De Chiara. Cento nuovi manufatti edificati dalle ditte delle cosche che dovranno essere rasi al suolo.

È sempre il pentito a raccontare che il patto di collaborazione tra malavita e imprenditoria, nel settore edilizio, è ad ampio spettro: dal procacciamento delle materie prime al controllo del territorio, dalla gestione delle emergenze (perquisizioni, sequestri) all’arruolamento delle maestranze. Per lo più giovani immigrati, provenienti da Togo, Ghana e Costa d’Avorio, in fitto per un biglietto da venti euro al giorno, all’incrocio tra via Montagna Spaccata, via Sartania e via Padula (vedi immagini in alto, ndr). Non vendono il loro corpo, ma ciò che il loro corpo può fare: scavare, arrampicarsi, demolire, costruire, rischiare. «Questa nuova forma di caporalato », dichiara il pm Ardituro, «consente ai palazzinari di contare su un bacino di manodopera potenzialmente inesauribile, proveniente da Castelvolturno ». Trentadue imprenditori sono già stati denunciati per sfruttamento dell’immigrazione clandestina. «È un fenomeno che assomiglia in maniera inquietante al mondo della prostituzione: gli immigrati si mettono in mostra, in strada, e prelevati, in auto, dopo la contrattazione del prezzo».

L’elezione del sindaco di Venezia non è solo una questione locale. Per la straordinaria bellezza di questa città, per la sua storia, il sindaco di Venezia ha grandi responsabilità e verrà giudicato non solo da chi a Venezia vive, ma anche dai molti che nel mondo amano questa città. Dopo il ritiro di Massimo Cacciari, il suo successore sarà probabilmente scelto domenica, nelle primarie del Partito democratico.

Diversamente dal pasticcio pugliese, le primarie di Venezia sono un caso riuscito, un confronto leale fra tre candidati molto diversi: una socialista, un indipendente cattolico, un rappresentante della sinistra «verde». E tuttavia la campagna elettorale che si è svolta in laguna non ha finora affrontato alcuno dei veri nodi di Venezia. Domenica conosceremo il nome del probabile nuovo sindaco (alle provinciali dello scorso anno il vantaggio del centrosinistra, senza l’Udc, fu di 9 punti), ma non il suo progetto per la città. Non è troppo tardi: Laura Fincato, Giorgio Orsoni e Gianfranco Bettin dovrebbero in questi giorni, prima del voto, spiegare come pensano di affrontare quattro questioni vitali per il futuro di Venezia.

1. Marghera o Tessera? Il porto di Marghera è un’area industriale in dismissione, molto inquinata e che blocca la trasformazione di Mestre in una città aperta sul mare. Mi ricorda il waterfront di Boston, prima che la città abbattesse le barriere che la separavano dal mare e trasformasse quell’area un tempo degradata in uno dei quartieri più belli ed eclettici di tutti gli Stati Uniti. Sul waterfront di Mestre, aperto su Venezia, si potrebbe trasferire, come è avvenuto a Boston, il porto turistico: sia per imbarcazioni da diporto che per grandi navi da crociera. Il nuovo porto darebbe un futuro a migliaia di lavoratori oggi occupati in cantieri e raffinerie senza alcuna prospettiva. In questo modo si libererebbe Santa Marta, un’altra area che soffoca Venezia— senza parlare della follia di transatlantici di oltre 100 mila tonnellate che passano a poche decine di metri dalla Punta della Dogana. Ci sarebbe spazio anche per il nuovo casinò che tanto sta a cuore all’amministrazione della città. La giunta Cacciari ha scelto invece un progetto diverso: la costruzione di un nuovo insediamento vicino all’aeroporto di Tessera, in aree oggi ancora agricole. Questa scelta ha certamente favorito chi, anticipandola, ha acquistato terreni a Tessera: ma ha senso cementificare la campagna e lasciare Marghera nel degrado? Poiché, se si investe a Tessera, non ci saranno i soldi per riqualificare Marghera, né per spostare il porto. Che ne pensano i tre candidati?

2. Il decreto legge sul Federalismo demaniale, approvato il mese scorso dal governo, consente il trasferimento alla città del «patrimonio culturale» oggi di proprietà dello Stato, una definizione che a Venezia è alquanto vaga perché comprende tutto. Che progetti hanno i tre candidati? Per l’Arsenale, l’isola di Poveglia, Sant’Andrea e tanti altri luoghi? Intendono insistere perché siano inclusi nell’elenco dei beni trasferiti? Con quali denari li riqualificherebbero? E per l’Arsenale, intendono accettare la privatizzazione di fatto di quest’area (che rappresenta circa un settimo dell’intera superficie cittadina) consentendo che sia assegnata all’impresa che vincerà la gara europea per le opere di manutenzione del Mose?

3. Per evitare di diventare Disneyland, Venezia potrebbe puntare sull’università e i suoi studenti. Cà Foscari ha dato un segnale, voltando pagina ed eleggendo un rettore giovane e intelligente. Ciò che manca sono studenti che risiedano a Venezia e facciano vivere la città. Non ci sono perché i palazzi vuoti si contano a decine, ma non c’è una Casa dello studente degna di questo nome. Quali sono i progetti dei tre candidati?

4. Per accelerare la costruzione di un secondo palazzo del cinema al Lido (costerà la bellezza di oltre 70 milioni), il governo ha nominato un commissario. Bene, ma le competenze del commissario si sono via via estese e oggi egli ha di fatto pieni poteri sull’intera isola. Anche qui vi sono interessi potenti: una società immobiliare ha acquistato entrambi gli alberghi storici (Excelsior e Des Bains), uno dei quali verrà trasformato in appartamenti. E dopo gli alberghi sarà la volta dell’ospedale al mare. Da queste scelte il sindaco è stato di fatto estromesso: al Lido potrà sempre andare, da turista. Sono d’accordo con tutto ciò i tre candidati?

P.S. Mi sono rivolto ai tre candidati del Partito democratico. Il ministro Brunetta dice che fare il sindaco gli piacerebbe, e non poco. Per lui aggiungerei una domanda. Conosciamo la sua predilezione per Aleksey Stachanov, ma crede davvero che gestire una città bizantina e complicata come Venezia sia compatibile con le sue responsabilità di ministro, con un sindaco a mezzo servizio?

Conosciamo i giornalisti: si stancano presto, così sentenziava un funzionario della Pubblica Istruzione circa un anno fa, quando cominciammo a denunciare le prodezze dei Gangsters dell’Appia. L’astuto funzionario si sbagliava: la campagna di stampa ha preso proporzioni considerevoli e l’Appia Antica, com’era giusto, è man mano diventata un banco di prova di tutta un’amministrazione; come era giusto essa ha procurato notevoli preoccupazioni a parlamentari, ministri e senatori, ha promosso voti, interrogazioni….ha spinto ad agire soprintendenti i distratti…ha provocato le dimissioni dell’assessore all’urbanistica Enzo Storoni. La conservazione dell’Appia val bene una crisi in Campidoglio”(da La valle di Giosafat, Il Mondo, 2.11.1954)

Ancora una volta partiamo dalle parole di Antonio Cederna per fare il punto sulla condizione dell’Appia dopo un incontro promosso, nei giorni scorsi, dal Municipio XI, dall’Ufficio antiabusivismo della Regione Lazio, dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma che hanno siglato, da qualche mese, un accordo per collaborare negli interventi contro quelle realizzazioni che arrecano sfregio a questo ambito territoriale.

L’iniziativa si è focalizzata sul fenomeno massiccio delle pratiche relative a concessioni edilizie in sanatoria presso l’Ufficio Condono Edilizio del Comune di Roma riguardanti il Parco dell’Appia: concessioni rilasciate senza alcuna valutazione di conformità con lo strumento urbanistico e con i vincoli e senza l’imprescindibile parere di competenza di chi è preposto alla tutela.

Domande di condono che attendono, a migliaia, di essere esaminate dopo anni dall’avvenuto pagamento di oblazione, che ha quindi creato più che motivate aspettative nei richiedenti; domande relative alle ultime tre leggi sul condono edilizio che, in attesa di un riscontro, hanno dato luogo a un crescendo di abusi, sovrapposti uno sull’altro nel corso degli anni, determinando situazioni che, nella loro complessità, non sono ora più riconducibili a uno stato di legittimità e sono divenute, quindi, ingestibili.

Per questo, la proposta del presidente del Municipio XI di trasferire l’istruzione di queste pratiche agli uffici tecnici del Municipio, non è una provocazione mediatica, ma un’offerta di collaborazione per risolvere il problema delle numerosissime domande inevase, destinate ad aumentare nel tempo. D’altro canto i Municipi rappresentano gli organi dell’amministrazione pubblica a più stretto contatto con il territorio e di questo, come dello stato degli immobili che vi sono presenti, hanno una conoscenza non superficiale.

Per fortuna i giornalisti, come all’epoca dell’articolo di Cederna, non sembrano stanchi dei problemi dell’Appia, ne seguono le vicende, accorrono ad ogni occasione e contribuiscono, forse in forma esclusiva, a tenere viva l’attenzione sul problema. Credo anzi di poter affermare che questa attenzione non sia derivata solo dal “mestiere”, ma dal fatto che questo territorio, con la sua bellezza e la complessità della gestione che ne deriva, suscita un interesse profondo, in molti casi: a quest’attenzione, che non permette di dimenticare, l’Appia deve molte delle sue residue speranze di salvezza.

Ciò che sorprende è che, diversamente dai tempi di Cederna, non sembra che sulla situazione di questa area si manifestino preoccupazioni da parte di chi è istituzionalmente interessato al caso Appia. Il fenomeno dei condoni ha iniziato a manifestarsi nella sua gravità dal 1998 e da allora è stato sempre regolarmente denunciato dalla Soprintendenza Archeologica.

L’interesse istituzionale, all’inverso, è stato scarso, ed ha portato solo a qualche presa di posizione politica che non ha mai condotto a soluzioni efficaci: mai si è tentato un ordinamento delle leggi urbanistiche e di tutela archeologica e paesaggistica, oltre che di quelle più recenti del parco regionale, mai ne è stato condotto l’aggiornamento alla luce delle varie sentenze dei tribunali. La situazione si è a tal punto aggrovigliata che, a questo punto, occorre ribadire al più presto il sistema delle regole che governano questo territorio, affinchè ne sia garantita quella conservazione da tutti auspicata, a parole, ma sottoposta, nei fatti quotidiani, alla prevaricazione di interessi personali sostenuti da uffici legali e delegittimata dall’inerzia delle amministrazioni pubbliche.

Come ha dichiarato nell’incontro del 14 gennaio Vezio De Lucia (cfr. C. A. Bucci in La Repubblica, 15.1.2010) occorre ripartire dal vincolo decretato dal Piano Regolatore del 1965: già allora risultava evidente e, all’epoca, a livello istituzionale, che per l’Appia si fosse superato ogni limite consentito di rovina e devastazione e fosse necessario ripartire con un piano che sancisse chiaramente i valori di questo ambito territoriale e non lasciasse spazio a ulteriori scempi.

Riprendere quelle idee e quelle determinazioni non deve avere il senso di un immobilismo appiattito sul passato, ma deve divenire lo stimolo per una seria ricognizione e presa d’atto della situazione attuale e per ricominciare a decidere e progettare, nell’interesse pubblico, su questo immenso patrimonio storico-ambientale.

L’autrice è la Responsabile dell’Appia Antica per la Soprintendenza Archeologica Speciale di Roma e Ostia.

Uno sparatraffico che sputazza macchine sopra e sotto, come una fontana dai mille zampilli. Eccolo il tunnel Expo-Linate: sarebbe piaciuto da pazzi ai futuristi del primo Novecento. Marinetti ci avrebbe composto un´ode per l´ardimento del progetto e la sfida al "mondo dei lenti e dei molli", quelli che un secolo fa si ostinavano pateticamente a opporsi all´avvento dell´era delle macchine.

Eccolo, il tunnel Expo-Linate: una "grande opera" buona per sistemare il portafoglio commesse di qualche grande impresa di costruzione, il portafoglio crediti di qualche grande banca, i conti di grandi cooperative e di consorzi o consessi come la Compagnia delle Opere. Un buco lungo 14 chilometri e mezzo, l´ennesimo, nel groviera del sottosuolo milanese, dal modico costo di 2,5 miliardi, per far attraversare da Est a Ovest la città da un fiume di auto. Quelle stesse auto che da almeno un quarto di secolo quella stessa città cerca, senza successo, di respingere ai limiti dei suoi confini. Per non morire soffocata.

Dunque Letizia Moratti e la sua giunta insistono. E non importa un fico secco che anche il più disinformato degli osservatori si renda conto dell´assurdità di un progetto che dovrebbe collegare un aeroporto in forte ridimensionamento (o dismissione) con il quartiere fieristico dall´altra parte della metropoli; della follia di un tracciato che si sovrappone a una nuova linea del metrò e al passante ferroviario; dell´insostenibilità dei cantieri di un´opera simile in contemporanea a quelli di tre nuove linee del metrò; dell´incertissima sostenibilità economica dell´impresa, che si dovrebbe ripagare con pedaggi da 13 euro per vettura e che, non raccontiamo fandonie, può reggersi soltanto mungendo ingenti risorse pubbliche.

«Il tunnel si deve fare, altrimenti non voto il Pgt», tuona il vecchio consigliere comunale Alberto Garocchio, ex democristiano, decano dell´aula di Palazzo Marino e, soprattutto uomo da sempre vicino alla Compagnia delle Opere e a Comunione e liberazione. Garocchio, almeno, ha il pregio di dire le cose come stanno. Ora sarebbe bene mettere le cose in chiaro, sempre che si consideri prioritario l´interesse generale e che la guerra al traffico, allo smog e alle polveri sottili non sia una buffonata: questo tunnel è nemico di qualsiasi progetto di risanamento dell´aria di Milano perché porta nuovo traffico in città, anziché limitarlo. E insieme al traffico porta nuovo inquinamento.

Chi si ostina a sostenere il contrario, e fra questi anche il presidente uscente della Regione Roberto Formigoni, dà prova di scarsa o nulla sensibilità ambientale. O di smodata sensibilità elettoral - clientelare, dati i tempi: vedete voi. Del resto lo dicono i numeri forniti dagli stessi promotori della "grande opera": il tunnel avrebbe una capacità di transito di 100mila veicoli al giorno mentre il punto di pareggio, oltre il quale il gestore comincerebbe a guadagnare, è al di sopra dei 50mila utenti-giorno. Veicoli in gran parte provenienti da fuori città, che, invece, l´amministratore previdente e preoccupato della salute pubblica dovrebbe assolutamente evitare di portare all´interno. Anche in considerazione dell´evoluzione dell´Ecopass in congestion charge, ovvero in un ticket d´ingresso esteso a tutti i veicoli. A meno che non si scambi, ancora una volta, una misura antismog come un pretesto per far cassa.

Le immagini di Haiti devastata non dicono per intero il disastro, come quasi sempre accade nelle grandi calamità naturali. Dicono il punto terminale di una storia lunga, accorciandola e sforbiciandola d’imperio. Ritraggono la tragedia ignorando le tragedie già avvenute: tremando, la terra le inuma ancor più profondamente. Raffigurano in modi sconnessi lo sguardo di un bambino salvato, struggente di bellezza, e il fulgore ­ tremendo ­ dei machete impugnati da superstiti a caccia di cibi, acqua, medicine. Orrore, bellezza, empatia, discordia: sono frammenti caotici di un tutto inafferrabile. Sono istantanee, e ogni istantanea è la punta di iceberg che restano inesplorati. Vediamo solo questa punta, commossi da eventi estremi.

Facendo uno sforzo sentiamo l’odore di morte, descritto dai reporter. La base dell’iceberg, quel che viene prima del sisma, s’inabissa sotto le macerie con i morti. È il terribile destino di parole come umanità, soccorsi umanitari, guerre umanitarie: parole cui si ricorre in simili emergenze e che cancellano la storia, eclissano le responsabilità dei grandi e dei piccoli, dei singoli e delle autorità pubbliche. Parole che narrano una catastrofe solo naturale, non anche umana e politica. Per questo è così prezioso il giornalismo scritto. La televisione mostra solo un pezzetto di realtà, più o meno bene (i telegiornali italiani meno bene della Bbc).

Twitter cattura l’urlo di Munch. Solo lo scritto ha la respirazione lenta della storia. Solo lui può dire quel che era prima del punto terminale, e come possa succedere che l’acme sia questo e non un altro, se possibile meno esiziale.

Le fotografie delle catastrofi sono sempre in qualche modo taroccate. Ci viene «rifilata» una realtà, contorta magari inconsciamente. Privilegiando un riquadro e trascurandone altri falsifichiamo l’immagine, come ben spiegato in un blog attento alle manipolazioni visive (G.O.D., Ghostwritersondemand): ci lamentiamo dei trucchi, «ma siamo noi i grandi rifilatori». Noi che aggiustiamo le foto dei cataclismi, i reportage, trasformando individui e popoli in nuda umanità indistinta alle prese con la natura e sconnessa dalla pòlis. Foto e telecamere mostrano la mano che soccorre, non quella che ha distrutto e aumentato la vulnerabilità d’un Paese. Denunciano la natura matrigna della natura, non della politica; l’eclisse di Dio, non dell’uomo imputabile. Basta leggere su La Stampa i due articoli scritti da Lucia Annunziata, il 14 e 16 gennaio, per scoprire dietro l’Ultimo istante e l’Ultimo uomo una miserabile storia fabbricata dai politici.

Qualcosa in realtà l’intuiamo, osservando i filmati trasmessi dai Caraibi. Sembra di vedere il bastimento di schiavi neri in fuga dall’Africa, che dopo essersi ammutinati sequestrano ­ nel racconto di Melville ­ il comandante Benito Cereno e si autogovernano con crudeli leggi del taglione: la nave si chiama San Dominick, ai nostri tempi Haiti. E proprio a Haiti Melville pensava: il primo luogo dove gli schiavi neri si liberarono negli Anni 90 del Settecento, inneggiando sotto la guida del leggendario Toussaint L’Ouverture alla rivoluzione francese. Pensava alla grandezza delle rivoluzioni e alle rovine che provocano quando perpetuano il tumulto e non si danno leggi stabili. Haiti somiglia a quella nave, divenuta isola.

Anche a Port-au-Prince, come nel naviglio San Dominick, regna l’anomia che secerne despoti. Chi guarda il dramma nei Caraibi non vede autorità locali, che tengano ordine. Non vede poliziotti né ministri haitiani, ma solo potentati e organizzazioni esterni. L’assenza di immagini parla più di quelle esibite, anche qui.

La storia occultata sotto la punta dell’iceberg eccola: è un inarrestabile sanguinario regolamento di conti fra cleptocrazie e fra mafie che oggi usano l’isola per i traffici di droga. È fatta di un’emancipazione gloriosamente iniziata e mai finita, perché sempre ha preferito le dittature generate dall’anarchia rivoluzionaria alle istituzioni che durano. I geologi dicono che identici terremoti, in Paesi ben amministrati, non seminano morte sì vasta. Lo sostiene la sismologa Kate Hutton: vent’anni fa, un terremoto di eguale forza colpì il Sud di San Francisco. Fece 63 morti, non 100-200.000 come a Haiti.

La mano dello Stato non si vede a Port-au-Prince perché non c’era neanche prima, se mai c’è stata. È il motivo per cui sono nate baraccopoli così cadenti e indifese a Port-au-Prince, scrive la scrittrice Amy Wilentz: se i morti son tanti è perché l’agricoltura, degradata, ha spinto migliaia di contadini a inurbarsi negli slum di quella che veniva chiamata Perla delle Antille. I terremotati abruzzesi lo sanno, pur non avendo subito un sisma analogo. Se le case non fossero state costruite con la sabbia, se lo Stato avesse contrastato le speculazioni mafiose, il sisma sarebbe stato diverso: cataclismi dello stesso tipo in Giappone non fanno morti.

Anche dietro la mano internazionale che corre in aiuto, anche dietro quella di Obama, c’è una lunga storia di peccati di omissione e di inani interventismi. Scrive il quotidiano Independent che occorre una «politica globale delle catastrofi». Ma anche questi appelli sono foto che ci rifiliamo a vicenda. Il disfarsi di Haiti rivela ed esige di più: rivela che aiuti umanitari e allo sviluppo vanno ripensati, perché fallimentari, e organizzati prima dei cataclismi. Fallimentari furono in primis gli interventi stabilizzatori americani, specialmente di Clinton. Washington tutto ha fatto, impossessandosi nella sostanza dell’isola, tranne rafforzare il suo Stato, le sue infrastrutture: ha installato dittatori, poi li ha cacciati, poi re-insediati (è il caso del sacerdote-presidente Aristide, negli Anni 90) senza mai scommettere sulle capacità locali di rendere l’isola meno vulnerabile ai ricorrenti sismi e uragani (con case meno cadenti, quartieri meno malavitosi, politiche del territorio più affidabili).

Da un secolo, Washington «manda alternativamente nell’isola marines e spedizioni di aiuti umanitari - senza mai salvarla. (....) Haiti è un neo purulento sul volto di due delle più luminose pagine di storia del nostro mondo: la rivoluzione francese e quella americana» (Lucia Annunziata, La Stampa 14-1-10). Lo strazio umanitario ha questo di peculiare: cancella ogni errore, di governi locali o di potenze esterne o di mafie. Mette in scena un male interamente naturale, che fa tabula rasa della storia. Non a caso lo chiamano Apocalisse: parola da evitare, perché nell’Apocalisse non c’è più modo di correggersi. O gli danno il nome di male assoluto, estirpandolo dalla catena storica delle causalità e fantasticando globali empatie umane che oltrepassano la politica.

Il racconto di Kleist sul terremoto del Cile racconta il naufragare di leggi e responsabilità. Quando l’uomo è solo di fronte alla natura non resta che il fato, e «tremendo appare l’Essere che regna sopra le nubi»: «Pareva che tutti gli animi fossero riconciliati, dopo che v’era rintronato il colpo spaventoso. Nella memoria non sapevano risalire più in là di esso». Impietoso, Kleist racconta come la memoria si vendichi, nel mondo non immaginario ma reale. Basta un attimo e la riconciliazione si spezza, proprio come a Haiti: nel mondo reale ci sono i tumulti, i machete, le guerre per il cibo, l’assenza di polizia locale e di Stato.

L’umanitario fa parte della modernità rivoluzionaria come la fotografia e la Tv. Il suo sguardo si fissa sull’ultimo attimo: «Nella memoria non risale più in là». Urge invece risalire, far politica ricordando: anche su scala mondiale. Dice Kafka che bisogna «inoltrarsi nel buio con la scrittura, come se il buio fosse un tunnel». L’immagine fotografica livella ogni cosa, del tutto ignara che ogni buio è un tunnel, anche quando a prima vista pare piatto.

Esistono problemi visibili e altri invisibili. A prescindere – direbbe Totò – non solo dalla realtà ma anche dalla percezione. La disoccupazione, ad esempio, esiste: nella realtà e nella percezione. Ma parlarne è da irresponsabili e mostrarla anche peggio.

Basta pensare alla reazione del Governo di fronte alle stime fornite dalla Banca d’Italia, che considera il tasso di disoccupazione «reale» superiore al 10%: 2.600.000 persone. Un calcolo scorretto e fantasioso, secondo il ministro Sacconi. Perché associa ai disoccupati anche i cassintegrati cronici e i «lavoratori scoraggiati». Quelli, cioè, che rinunciano a cercare occupazione perché ritengono la situazione sfavorevole. Un’operazione scorretta, quella praticata dalla coppia Epifani-Draghi.

Entrambi disfattisti e, implicitamente, comunisti. Imprenditori delle fabbriche che producono pessimismo, come li ha definiti il premier Berlusconi. Seminano sfiducia e rischiano, in questo modo, di alimentare una crisi che ormai è alle spalle. Anche se i cittadini non sembrano accorgersene. Afflitti da una "percezione" diversa – e distorta. La disoccupazione, infatti, preoccupa il 37% degli italiani, secondo la recente indagine di Demos per Unipolis (si veda in www.demos.it) sulla (in)sicurezza. Il 2,5% più dell’anno scorso, ma il 7% più di due anni fa. È motivo di angoscia, non solo in Italia, anche nel resto d’Europa. Il 51% dei cittadini della UE (dati Eurobarometro) la indica fra le due principali emergenze da affrontare. E il 40% aggiunge anche la crisi economica.

Tuttavia, nel nostro paese, questa percezione è anti-italiana. In contrasto con gli interessi nazionali e con la rappresentazione mediale della realtà. Infatti, se si prendono in considerazione i telegiornali di prima serata delle reti Rai e Mediaset (rapporto dell’Osservatorio di Pavia per Unipolis, dicembre 2009), alla disoccupazione e alle difficoltà economiche delle famiglie, nel periodo fra il 18 ottobre e il 7 novembre 2009, viene dedicato il 7% delle notizie "ansiogene". Quelle, cioè, che raccontano fatti e contesti critici. L’anno prima, nello stesso periodo, lo spazio delle notizie riferite ai problemi economici e dell’occupazione sui telegiornali delle reti pubbliche e private era oltre 4 volte superiore: 27%. Due anni prima, nell’autunno 2007, intorno al 16%. Per cui la disoccupazione c’è, si sente e fa paura. Ma non si deve dire troppo forte. E comunque non si vede.

Una analisi condotta dall’Osservatorio di Pavia (per Unipolis) in alcune settimane del 2008-9 sui telegiornali delle reti pubbliche di alcuni paesi europei, sottolinea come il numero delle notizie dedicato dal Tg1 al problema della disoccupazione sia circa un terzo rispetto ad Ard (Germania), un quarto rispetto alla Bbc (Gran Bretagna), un quarto a Tve (Spagna) e, infine, sei volte meno rispetto a France 2. Inutile rammentare il diverso trattamento riservato alla criminalità comune. Di gran lunga l’argomento «ansiogeno» più trattato dalla tivù italiana. In misura nettamente più ampia rispetto al resto d’Europa. D’altra parte, la criminalità e la violenza spaventano ma piacciono al pubblico, come ha osservato Quentin Tarantino. Uno che se ne intende. Inoltre, esercitano sull’opinione pubblica effetti politici diversi dalla disoccupazione e dalla crisi economica. Penalizzano la sinistra e il centrosinistra, il cui consenso è legato a una idea di sicurezza «sociale» proiettata nel futuro.

Mentre oggi la concezione della sicurezza è schiacciata sull’individuo e sulla famiglia, la dimensione sociale si è sbriciolata e del futuro si è perduta traccia. Così i lavoratori e – ancor più – i disoccupati scompaiono. Non solo perché le grandi fabbriche chiudono e le piccole aziende, flessibili e intermittenti, si confondono nel territorio. Anche perché non hanno appeal, presso coloro che scrivono l’agenda dei media. In particolare: nella tivù. Le morti: occupano i palinsesti televisivi se diventano tragedie collettive. Oppure se si tratta di piccoli omicidi, catalogati nella criminalità "comune". Mentre gli incidenti sul lavoro non interessano. Nell’autunno del 2009 in Italia i Tg Rai e Mediaset di prima serata dedicano loro lo 0,2% delle notizie "ansiogene". L’anno prima, sull’onda emotiva sollevata dalla tragedia della ThyssenKrupp, avevano conquistato il 2,6% delle notizie. Cioè, anche allora, quasi nulla.

Da ciò una conclusione, un po’ desolata e desolante, ma difficile da contraddire. Gli operai: fanno notizia quando bruciano in tanti e tutti insieme. Le morti quotidiane sul lavoro – 1120 nel 2008 – sono definite eufemisticamente: "bianche". Per cui: poco visibili e dunque poco rilevanti. Perché, al tempo della "democrazia del pubblico", la "rappresentanza" dipende sempre più dalla "rappresentazione". In altri termini: dalla capacità di "fare notizia", apparire, comunicare. Gli operai non contano, i disoccupati ancor di meno. Figurarsi: sono non-operai. Non-lavoratori. Lavoratori esclusi oppure scoraggiati. Mettono tristezza, a chi li guarda. Suscitano pessimismo. Per cui è meglio non mostrarli.

Il reality-show della crisi quotidiana che coinvolge le persone e le famiglie: non interessa agli autori della scena mediatica. A coloro che orientano l’informazione. Così, i lavoratori (disoccupati, scoraggiati, minacciati), per esistere e resistere, invece di rivolgersi al sindacato, salgono sulle gru, si gettano dai ponti, a volte si suicidano. O bloccano ferrovie e autostrade. Aziende. Talora, sequestrano dirigenti e imprenditori. Atti violenti? Reati? Certo. In un paese dove la violenza e i reati vanno in scena quotidianamente - e in primo piano. Sui giornali e nei telegiornali, al centro dei talk-show, al cuore dell’infotainment. Per sfidare l’audience della criminalità comune, bisogna fare cose eccezionali. Parafrasando Humphrey Bogart: «È lo spettacolo bellezza! E tu non ci puoi fare niente. Niente».

In viaggio con Lilianh, da Ground zero alle macerie di Haiti, di Stefano Liberti

ONU «Mai un disastro così grande nella nostra storia»,di Fausto Della Porta

Quando i morti saranno stati sepolti, di Leonardo Padura Fuentes

Bush e Clinton, la strana coppia in soccorso del paese caraibico, di Matteo Bosco Bortolaso

Nelle bidonville nessuno scava. Un formicaio di ombre disperate, di Federico Mastrogiovanni

Hanno zero. La «radio loyalty» di Little Haiti, di Tiziana Rinaldi Castro

Soccorsi armati. Obama e l'imperialismo degli aiuti, di Tommaso Di Francesco

In viaggio con Lilianh, da Ground zero alle macerie di Haiti

di Stefano Liberti

«Quando la tragedia bussa alla tua porta, devi reagire». Lilianh ha un volto paffuto, un fisico gigantesco e un sorriso tirato che nasconde appena una preoccupazione palpabile. Lilianh è una haitiana-americana e si è precipitata in questo inferno direttamente da New York. Quando ha saputo che il terremoto che aveva devastato e sconvolto la sua isola, quando ha pensato che anche la zia Susanne - quello che restava della sua famiglia - poteva essere finito sotto le macerie, ha avuto un groppo al cuore. Ha capito che la tragedia bussa alla tua porta quando meno te lo aspetti, come era successo in quel giorno di settembre del 2001 in cui lei, paramedica, si era trovata a scavare sotto le macerie di Ground Zero alla ricerca di superstiti. Ha quindi deciso che il destino andava affrontato di petto: bisognava andare a vedere che ne era di sua zia e cosa era rimasto della sua isola in mezzo ai Caraibi.

Non è partita subito, in modo impulsivo. Prima ha provato a procurarsi le informazioni per affrontare al meglio il viaggio, chiamando amici e conoscenti ad Haiti. Ma i telefoni rimanevano muti e, quando suonavano, lo facevano a vuoto. A quel punto ha pensato di comporre il numero di emergenza pubblicizzato in bella mostra dalla rete televisiva Cnn, ma una signora con voce gentile ma ferma le ha detto che loro si occupavano soltanto degli scomparsi di nazionalità americana. «Una cosa assurda. Ho guardato in modo ossessivo tutti i servizi televisivi, cercando notizie. Ma dicevano tutti la stessa cosa: Terremoto a Port-au-Prince. Migliaia di morti. Crollata la casa bianca (il palazzo presidenziale ndr). Nessuno che desse indicazioni più dettagliate su quali parti della città fossero state colpite».

Così ha preso Adam, il figlio diciottenne, e si è imbarcata su un aereo per Miami, poi su un altro volo con destinazione Santo Domingo. Arrivata nella capitale della Repubblica dominicana, per portare a termine la sua missione ha affittato una macchina. Quando incontriamo Lilianh e Adam all'aeroporto di Santo Domingo, sono ancora lontani centinaia di chilometri dalla loro meta finale: il quartiere popolare di Canapé vert, su un collina di Port-au-Prince, dove vive da una vita la zia Suzanne.

Il tragitto è stato lungo e penoso; attraverso una frontiera intasata di camion d'aiuti e affollata dei feriti che andavano a cercare conforto e cure nel più ricco paese vicino. Poi, man mano che ci si avvicinava a Port-au-Prince, sempre più vistosi sono comparsi i segni del cataclisma. Prima qualche muro crepato. Poi case crollate, pezzi d'asfalto saltato. Lilianh, che ha fatto la soldatessa nell'esercito americano, non è persona da lasciarsi andare a facili emozioni: mantenendo il sangue freddo continua a dirsi che «quando ti aspetti il peggio, se poi arriva il meglio è una notizia doppiamente bella».

Port-au-Prince la accoglie come una città ferita, mutilata. L'effetto sembra quello di un massiccio bombardamento: edifici accartocciati su se stessi, cadaveri rigonfi abbandonati per strada e che cominciano ad annerirsi per il sole battente. Uomini e donne feriti. Lei si guarda intorno e ripete una sola frase: «My god, che disastro». E poi un sospiro: «Che ne sarà della zia Suzanne?».

La città distrutta sfila lenta dietro il nostro sguardo. Folle di persone senza più una casa si aggirano come stordite, apparentemente senza meta. Un gruppo di ragazzi s'è spalmato il dentifricio sotto gli occhi: così pensano di potersi proteggere da eventuali epidemie. Altri scavano a mani nude tra i detriti. Ogni tanto, sopra le macerie, spunta un casco di qualche squadra di soccorso, che continua a cercare nonostante le flebili speranze. Davanti a un palazzo, un cartello fornisce un'indicazione ai soldati americani che cominciano a vedersi per la città (molti altri sono in arrivo): «Benvenuti soldati americani. Cadaveri all'interno».

Insieme a Lilianh ricostruiamo la topografia di una città che non c'è più e che non sarà mai più la stessa. «Lì c'era una scuola» dice indicando il cumulo di mattoni e resti di un palazzo raso al suolo. Attraversiamo la capitale. Vediamo al Casa bianca, il palazzo del presidente della Repubblica, collassata. Saliamo sulle colline verso Canapé vert. I nomi dei vari quartieri vengono declinati in modo quasi automatico da Lilianh, sempre più inquieta. Sembra quasi che ci stiamo avvicinando all'epicentro dell'ecatombe.

Entriamo a Canapé vert e siamo accolti da un tanfo insopportabile. Fermiamo la macchina e cominciano una lunga camminata tra palazzi crollati, macerie accatastate, cadaveri abbandonati. «Quella è la casa della zia Suzanne», indica in lontananza Lilianh. Nel punto che lei segnala si vedono solo resti di case crollate.

Ma la donna non sembra perdersi d'animo. Nonostante la fatica, scavalca tre o quattro edifici, trascina passi malfermi tra le rovine, altri minuti di angoscia. Quando arriviamo al punto in cui c'era l'appartamento della zia, Lilianh riconosce un uomo. Lo saluta. Gli fa una domanda in creolo. Lui risponde. Lei scoppia in un pianto dirotto. Un secondo dopo anche Adam, che il creolo non lo capisce, si scioglie in lacrime. Poi si lanciano tutti e due in una precisa direzione.

In mezzo a uno spiazzo, sdraiata su un materassino, giace incolume la zia Suzanne. L'abbraccio è immenso. Le lacrime sgorgano a fiumi. L'emozione è fortissima e coinvolge tutti. La zia racconta come è scampata al cataclisma. «Ero in camera da letto, quando ho sentito il botto. La casa è crollata, eccetto il soffitto sopra la stanza in cui stavo. Sono riuscita a uscire dalla finestrella e mi sono arrampicata tra i pezzi della casa del vicino». A vedere questa donna di ottantaquattro anni dal fisico esile, si fa difficoltà a immaginare tutte quelle acrobazie. Eppure è accaduto: la signora è viva, sorride e dice che vuole restare lì, vicino alle sue cose, e non vuole andare in hotel.

«Questa è la mia casa, questa è la mia città, per quello che rimane» dice alla nipote che la invita invece a seguirla negli Stati Uniti, a New York. Intorno i suoi vicini approvano. La salutano come una miracolata. Lilianh quasi non riesce a parlare dalla gioia che le esplode dentro: «L'avevo detto. Quando ti aspetti il peggio e arriva il meglio, la felicità è doppia». Poi si guarda intorno e soffoca il suo sorriso. Vede le case che conosceva bene. Vede quello che ne resta. Chiede notizie delle persone che vivevano lì dentro. Molti sono morti, alcuni si sono salvati. Tutti, senza eccezione, hanno perso la casa e sono ormai alla quinta notte all'addiaccio. Tutta Port-au-Prince si prepara a un'altra notte di paura. Un altra notte di abbandono, tra le macerie, i cadaveri e il tanfo pestilenziale che sembra avvolgere tutto e tutti.

ONU «Mai un disastro così grande

nella nostra storia»

di Fausto Della Porta

Il più grande disastro dalla fondazione, nel 1945, delle Nazioni Unite (Onu). Così ieri Elisabeth Byrs, portavoce dell'Organizzazione internazionale, ha definito il terremoto di Haiti, mentre gli aiuti continuano ad arrivare col contagocce a una popolazione ormai stremata. «I palazzi di governo sono collassati, ci manca il supporto delle infrastrutture locali» si è giustificata Byrs da Ginevra. Secondo la funzionaria, i danni prodotti dal sisma scatenatosi martedì sono peggiori di quelli causati, nel 2004, dallo tsunami nella provincia indonesiana di Aceh.

Ieri è stato il governo haitiano a fornire altre, approssimative, stime di questa catastrofe che si aggrava di ora in ora: il ministro dell'interno Antoine Bien-Aime ha detto che 50.000 cadaveri sono già stati recuperati, ma che alla fine delle operazioni di soccorso i morti potrebbero essere tra 100.000 e 200.000, mentre 3/4 della capitale, Port-au-Prince, sarebbero interamente distrutti. Gli haitiani in possesso di passaporto straniero si stanno accalcando nei pressi dell'aeroporto della capitale - dove l'esercito statunitense ha messo su un ufficio mobile d'immigrazione - nel tentativo d'imbarcarsi sui voli in arrivo coi primi aiuti umanitari.

Secondo testimoni e fonti giornalistiche sul posto, molte persone con pacchi e bagagli sulla testa o sulle spalle, altre ammassate su automobili o camion si stanno dirigendo verso le campagne, contando sull'ospitalità di amici o parenti. Nelle campagne la situazione sarebbe migliore, per l'assenza di grandi edifici di cemento. «Ho aspettato per due giorni, ma non è arrivato nulla, neanche una bottiglia d'acqua» ha raccontato Yves Manes, incamminato lentamente sulla strada con la moglie.

Il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon dovrebbe arrivare oggi ad Haiti per portare la sua solidarietà alle vittime del terremoto di martedì e allo staff dell'Onu sull'isola caraibica. Ban ha annunciato che intende anche valutare la situazione e degli sforzi internazionali di assistenza. Ma è chiaro ormai che il comando delle operazioni è stato assunto dagli Stati Uniti e sarà Washington, quando già domani dovrebbe aver dispiegato sull'isola 10.000 soldati, a dettare tempi e modi delle operazioni umanitarie.

«Alla radio ci hanno detto che Obama ci sta inviando aiuti. Ma dove sono? Spiegatelo a tutta questa gente. Quanto ancora dobbiamo aspettare?» ha dichiarato alla Reuters Donade Mars, che ha improvvisato un campo di rifugiati sul prato antistante la residenza del primo ministro. Nella notte tra venerdì e ieri è arrivata - riferisce la France presse - la prima nave carica d'aiuti, banane e carbone.

È sceso a 13 il numero degli italiani che al momento risultano dispersi ad Haiti, per tre connazionali «si teme fondatamente il decesso», due funzionari delle Nazioni Unite e una persona rimasta sotto le macerie di un supermercato crollato. A fornire l'aggiornamento è stato il portavoce della Farnesina Maurizio Massari da Tunisi dove ieri pomeriggio è arrivata la delegazione italiana a seguito del ministro degli Esteri Franco Frattini. Al momento continuano le ricerche dei nostri connazionali in ospedali, obitori e in tutti i punti dove è stata segnalata la presenza di italiani.

Quando i morti saranno stati sepolti

di Leonardo Padura Fuentes*

Haiti è stato il primo paese indipendente dell'America latina. La colonia francese di Saint Domingue, che occupava la metà occidentale dell'isola di Hispaniola, negli ultimi anni del secolo XVIII vide bruciare le piantagioni di caffè e di canna da zucchero che tanta ricchezza avevano dato alla metropoli europea. Il fuoco lo appiccarono gli schiavi neri, portati dall'Africa o già nati nella colonia, che ebbero l'ardire di pensare che il sogno illuminista di libertà, uguaglianza e fraternità fra gli uomini riguardasse anche loro, i più sfruttati e diseguali. Tuttavia uomini, in fin dei conti.

La sfida lanciata al mondo e alla storia dai neri e dagli ex-schiavi hatiani, sembrò troppo audace e presto si sarebbe rivoltata in una sorta di maledizione secolare. Da allora Haiti divenne un teatro di invasioni e occupazioni, di dittature e violenza, di miseria, dolore e ignoranza, di paura e fanatismo. Sconfitti i sogni e l'utopia, Haiti si convertì in una finestra dell'inferno sulla faccia della terra.

Haiti è il paese più povero dell'emisfero occidentale, il più analfabeta, il più colpito dalla violenza e dalle malattie, il più affamato e insalubre. Dieci milioni uomini, donne e bambini, quasi tutti neri, vivono su un pezzo di terra dove periodicamente affiora la violenza nel modo in cui si esprime fra i più poveri, incolti e spossessati: in forme radicali e senza limiti. A Haiti, ogni giorno, muoiono di fame, denutrizione, malattie curabili e desolazione centinaia di bambini, vecchi e donne.

Fino a quando la furia della natura ha sconvolto la capitale haitiana, il 12 gennaio, e l'ha devastata, lasciando una numero di morti e feriti ancora non precisabile, chi parlava di Haiti? Chi si ricordava di Haiti e della sua eterna agonia?

Oggi i governi di molti paesi esprimono il loro dolore e offrono la loro solidarietà umanitaria a un paese desolato. Grazia a un terremoto uscito dalle maledizioni dell'Apocalisse (anche se un'ira così non può essere divina), si parla di Haiti, si aiuta, ci si ricorda di Haiti. Gli aiuti che stanno arrivando e arriveranno al paese sicuramente salveranno vite, daranno da mangiare ad affamati e un rifugio a chi ha perso tutto. Ma quando sarà passata l'onda chi continuerà ad aiutare Haiti?

Le decine di migliaia di morti che oggi giacciono sotto le macerie di una città poverissima, nelle fosse aperte alla meglio e perfino per strada, inducono una straordinaria commozione. Però quelli che morivano di fame e disperazione un giorno prima, chi commuovevano?

Ora, quando si parla di Haiti, si dovrebbero usare parole che non siano solo di condoglianze ma anche, e soprattutto, di speranza: Haiti ha bisogno dell'aiuto che sta arrivando oggi ma anche di quello che reclamava da molto tempo prima, l'aiuto che le permetterebbe di uscire dalla sua ancestrale miseria, dalla sua ignoranza spessa, dalla sua povertà, che sono altrettanto e più devastanti del più devastante dei terremoti.

La furia della natura ha ricordato a tutti noi che Haiti esiste. Speriamo che domani, quando la tragedia sarà scomparsa dai titoli dei giornali e dagli appelli degli organismi internazionali, quando questi morti di oggi saranno stati sepolti, non ci dimentichiamo che Haiti continua a esistere, povera e miserrima, e che gli haitiani continueranno a morire se non si cambia il destino tragico che un mondo ingiusto ha riservato agli eredi di quegli schiavi che due secoli fa lottarono per la libertà, l'uguaglianza e la fraternità fra gli uomini. Come se fossero possibili.

* Scrittore e giornalista cubano

Bush e Clinton, la strana coppia in soccorso del paese caraibico

di Matteo Bosco Bortolaso

A volte ritornano. E stavolta il parterre è notevole. Il terremoto ad Haiti ha riportato sul palcoscenico globale George W. Bush e Bill Clinton, due ex presidenti, chiamati da Barack Obama per coordinare l'impegno degli Stati uniti per aiutare e, si spera, far rinascere il paese caraibico. Una strana coppia. I due leader vengono da schieramenti opposti, ma «in queste ore difficili, l'America rimane unita», ha sottolineato Obama.

Ieri il giardino delle rose della Casa Bianca ha ospitato un inedito menage à trois, con il più recente inquilino ad aprire le danze. «Vi voglio ringraziare, a nome del popolo americano, per aver deciso di tornare al servizio del paese», ha detto Obama rivolto ai suoi predecessori dopo un mini-vertice nell'ufficio ovale, un luogo «che entrambi conoscono bene», ha ricordato il presidente. I due dovranno guidare «una tra le maggiori operazioni di soccorso nella storia degli Stati uniti» e «un massiccio impegno per raccogliere fondi» tra privati ed enti pubblici, coordinando gli aiuti a stelle e strisce. Si tratta, secondo l'attuale presidente Usa, di una missione il cui successo non potrà essere misurato «in giorni e settimane, ma mesi ed anni». Bush e Clinton, insomma, non dovranno occuparsi solo delle risorse necessarie alla popolazione terremotata nell'immediato, ma mettere in cantiere la rinascita del fragile paese.

Obama ha quindi passato la parola a Bush, di cui ha ricordato l'impegno per lo tsunami in Asia nel 2004 ma non quello per salvare New Orleans dall'uragano Katrina nel 2005. Immediatamente dopo lo tsunami asiatico, in maniera molto simile, vennero ancora convocati due ex presidenti: lo stesso Clinton e il padre di Bush.

L'ex presidente repubblicano, arrivato dal Texas dopo un anno esatto di assenza da Washington, si è detto felice di poter aiutare, ed ha rispolverano il lessico religioso che avevano caratterizzato i suoi otto anni di Casa Bianca: lui si impegnerà per mettere in moto la «compassione» degli americani, i quali si sono già mostrati «devoti» nel contribuire alla ricostruzione del paese. «Il modo più effice per aiutare è con il denaro - ha ricordato Bush - molte persone vogliono mandare coperte ed acqua...just send cash, mandate soldi». Quindi la parola è passata a Clinton, che ha ripercorso con aria sobria e compassata gli ultimi mesi da inviato speciale delle Nazioni unite proprio ad Haiti, «in contatto costante» con leader e popolazione locali.

Il triplice appello, lanciato pure sul web (ClintonBushHaitiFund.org) si affianca ad altre iniziative umanitarie portate avanti dai vip americani: dalla first lady Michelle Obama, che è riuscita a raccogliere 6 milioni di dollari, all'attore impegnato George Clooney, che la settimana prossima sarà su Mtv per convincere i più giovani ad aprire il portafoglio. E c'è poi l'impegno ufficiale degli Stati uniti a stanziare 100 milioni di dollari.

Ieri ad Haiti è arrivata il segretario di Stato Usa - e moglie di Bill - Hillary Clinton, con l'obiettivo di discutere la situazione direttamente con il presidente haitiano René Préval. All'andata, il suo aereo ha portato risorse di prima necessità, e al ritorno ha caricato diversi americani che volevano lasciare Port-au-Prince.

«Aiuteremo direttamente e personalmente il popolo di Haiti con il nostro continuo appoggio, con la nostra solidarietà e con la nostra simpatia», ha detto il capo della diplomazia di Washington prima di partire. Hillary Clinton, in particolare, ha sottolineato che per il momento gli Stati uniti si concentreranno sul «recupero fisico di strade e edifici» per poi continuare quel piano di ricostruzione del paese già in atto negli anni passati, che la responsabile degli esteri ha definito «positivo».

Gli americani hanno preso ufficialmente il controllo dell'aeroporto di Port-au-Prince, che dopo il sisma di martedì era diventato «una giungla», secondo il responsabile degli aiuti umanitari dell'Onu, John Holmes. La gestione americana dell'aerostazione ha suscitato però le critiche della Francia, che si è vista negare temporaneamente l'atterraggio di un aero-ospedale. I voli verso la capitale haitiana sono talmente tanti che la congestione è inevitabile. Per di più il porto della città rimane ancora inutilizzabile.

Nelle bidonville nessuno scava

Un formicaio di ombre disperate

di Federico Mastrogiovanni

Port-au-Prince è un cumulo di macerie e di corpi. La puzza di morte si appiccica addosso. Per le strade, all'improvviso compaiono decine di accampamenti improvvisati, delimitati da pietre e pezzi di calcinaccio: la gente che ha perso la casa e non sa dove andare si sistema in mezzo alle carreggiate, anche per paura di nuovi crolli, dovuti al peso degli edifici, a scosse di assestamento o conseguenza del sisma di martedì scorso, il più forte degli ultimi 200 anni.

Passando da Rue Dalmas, una delle arterie della capitale haitiana maggiormente colpite dal sisma, si stagliano le gru al lavoro tra le macerie della prigione. Qui sotto sono sepolti molti detenuti e guardiani, ma molti altri prigionieri sono riusciti a salvarsi e a scappare. Secondo testimoni e agenzie stampa, il violento incendio divampato al palazzo di Giustizia sarebbe opera di questi fuggitivi, intenzionati a distruggere i loro fascicoli. La fuga ha generato una violenta caccia all'uomo da parte delle forze dell'ordine e della Minustah, la missione Onu che dal 2004 ha il compito di stabilizzare il paese dopo la cacciata di Aristide.

Ma le ricerche sono concentrate soltanto in alcuni punti della città, come l'hotel Montana, in centro, mentre nella gran parte di Port-au-Prince, soprattutto nelle bidonville, nessuno scava. Non si è nemmeno iniziato, perché non ci sono mezzi per farlo.

Si aprono fosse comuni per raccogliere le decine, forse centinaia di migliaia di morti senza un volto né un nome, semplicemente spazzati via da un terremoto che non ha scalfito le case dei ricchi, costruite con criterio e materiali resistenti.

«Questo disastro non sarebbe successo se queste case fossero state costruite seguendo le elementari norme antisismiche», sostiene Fiammetta Cappellini, capo missione ad Haiti della Ong Avsi. «Dopo tre giorni stiamo ancora contando i morti e i dispersi, ma non si riesce a calcolare con precisione. Sono troppi».

Nel centro città, in Rue Nasone, i morti sono accatastati sulla strada, coperti, nel migliore dei casi, da striminziti lenzuoli, ma vengono anche trasportati a braccia, dai parenti, su carretti trainati da animali. I più fortunati, hanno una bara.

Port-au-Prince è un formicaio di gente che vaga per le strade cercando superstiti, trasportando feriti, oppure sotto shock, assediando i pochi ospedali che danno soccorso e le tendopoli allestite alla meglio da volontari e istituzioni delle Nazioni unite.

«Il problema vero qui è che tutti questi cooperanti e le forze internazionali non hanno un buon coordinamento», sostiene Philippe, cooperante francese aspettando una riunione nel centro logistico delle Nazioni unite allestito all'aeroporto. «La funzione di coordinamento la dovrebbe svolgere la Ocha, l'agenzia Onu che si occupa di gestire tutte le forze sul campo in casi di emergenza umanitaria, ma finora non sembra che siano stati in grado di coordinarsi in modo efficace. Poi le comunicazioni sono precarie. Fino a due giorni fa nemmeno gli integranti della Minustah erano in grado di comunicare adeguatamente tra loro».

Gli aiuti arrivano, ma ancora non si è iniziato a distribuirli sistematicamente alla popolazione.

Di fronte al centro logistico di Medici senza frontiere Belgio, nel «ricco» quartiere di Petionville, si ammassano feriti bisognosi di cure. «Qui ci occupiamo dei casi meno gravi - racconta Nadine, una giovane infermiera haitiana - abbiamo comunque poche risorse e poco posto». E infatti i corpi si ammucchiano negli spazi comuni, uno sull'altro in discesa sulle rampe dei garage, buttati su teloni, cartoni, lenzuoli.

Le ossa vengono aggiustate con steccature di cartone e garza, si fa come si può.

Uno scenario dantesco in cui, col passare dei giorni, la mancanza di cibo, acqua e carburante si fa sempre più drammatica. Le poche pompe di benzina disponibili sono presidiate dai caschi blu nel caos di traffico e gente, per impedire disordini e sommosse.

Nel quartiere di Cité du Soleil, uno dei più poveri della città, si fa la fila per fare rifornimento di acqua da alcuni pozzi. Ma l'acqua non è potabile. È acqua di scolo di una città che non ha un sistema fognario, le cui strade sono una fogna a cielo aperto che si pulisce quando piove, portando tutto a valle.

Cala il buio su Port-au-Prince, la città del buio, dove la corrente - se va bene - c'è per 4 o 6 ore al giorno, in tempi di normalità.

Un predicatore col megafono gira per le strade del centro, seguito da un gruppetto di persone. «La fine del mondo è vicina, preparatevi a ricevere la fine del mondo. Non si sa quando arriverà ma sarà molto presto».

Col buio, l'atmosfera diventa più irreale. Ombre ammucchiate, sdraiate, vaganti. Qualcuno balla, canta e prega davanti a ciò che rimane della sua casa disintegrata, affinché Dio lo aiuti a superare un nuovo giorno all'inferno.

HANNO ZERO

La «radio loyalty» di Little Haiti

di Tiziana Rinaldi Castro*

NEW YORK - La comunità haitiana a New York è forte e ben radicata e a Brooklyn, su Nostrand Avenue, dai ristoranti lungo la strada mi raggiungono come un'onda gli odori irresistibili del Mais Moulu con sauce pois, una sorta di polenta accompagnata da una salsa a base di legumi, e delle frittelle di dentice. Mi imbarazza la forza degli odori: questa nozione, appresa con la fame, con il sonno e con la sete, che la vita continua, anche quando si ferma il cuore di un'intera nazione, anche quando la morte sembra la più forte. Ma non c'è musica: né Kompa né Meringue si odono dai negozi lungo la strada.

All'altezza di Beverly Road mi fermo davanti alla stazione di Radio Soleil. Si è formato un pannello di persone dinanzi alle porte a vetro che danno sulla strada. Ci sono cronisti: una ragazza italiana con una videocamera, della Rai; una reporter dal quotidiano madrilegno Publico e una ragazzina del New York Times. Una giovane donna, con lunghe e folte trecce, si alza e si avvicina.

«Puoi aiutarmi?» mi chiede «sto cercando mia madre. È ad Haiti, il suo paese d'origine, in visita con amici. Si chiama Marie Angie Barthilemy, ha 52 anni, io sono Sandra».

«No, non posso aiutarti, ma posso scriverne».

«Mia sorella Beatris, in California, è un soldato della Marina; è riuscita a parlarle un attimo ieri, prima che la comunicazione si interrompesse; poi più niente».

«Era certa che la voce fosse la sua?»

«Sì, sia ringraziato Dio».

Ora si avvicina un signore, elegante, come vestono qui, attenti al dettaglio: la cravatta, le scarpe a punta, il cappotto, il cappello sopra i capelli corti.

«Sono Mikel Faostin, ho una sorella lì, non sono riuscito a parlarle. Ma Dio è grande e ci aiuta, Dio ci guarisce. Qualsiasi cosa accada».

Non così speranzosa Margareth Petithomme che, occhi gonfi sul volto stravolto dall'ansia e dalla fatica, mi guarda angosciata. In una mano tortura un fazzoletto, nell'altra tiene stretto un mucchio di fotografie.

«Signora» le chiedo contrita «da quando non dorme?».

«Da martedì, se ci provo ho gli incubi».

«Chi ha lì?»

«Mia madre, mia sorella, mio nipote. Abitano a tre, quattro isolati dai corpi» risponde prima di contorcere il volto in una maschera di disperazione. Mi mostra le foto: donne sorridenti, bambini, un cielo blu all'orizzonte.

«Abita qui vicino?»

«No, a Canarsie».

Ma è venuta qui, a Flatbush, nella sede di Radio Soleil che vanta 500.000 ascoltatori tra il milione e mezzo di haitiani che vivono negli Stati Uniti. È parte del fenomeno qui chiamato Radio Loyalty, una forma di lealtà alla madrepatria tipica della popolazione haitiano-americana, una patria povera ma dove anche gli shoeless - gli scalzi - hanno una radio a transistor per ascoltare le notizie.

Cerco il presidente della radio, Ricot Dupuy. È al telefono, nell'ultima stanza della radio, un telefono per ogni orecchio. Quando mi vede sulla porta mi comunica bruscamente che non ha tempo per me.

«Vorrei solo sapere cos'è stato fatto finora qui».

Mi guarda svuotato, come a dire: cosa vuole che possiamo fare noi, da qui? Affretta tuttavia la conclusione di entrambe le telefonate.

«Da martedì i nostri ascoltatori ci portano liste di nomi dei loro cari e noi le mandiamo in onda. Siamo in diretta con Radio Signal Fm a Port Au Prince. C'è un sito internet, www.yele.org, che sta organizzando la raccolta dei fondi da mandare ad Haiti. Per il resto ancora niente. Vada alla chiesa St. Therese de Lisieux, le sapranno dire di più». È esausto Ricot e spesso si ferma guardando il computer o gli cade l'occhio su di una lista di nomi e mi chiede di ricordargli cos'è che stava dicendo. E no, non trova l'indirizzo della Chiesa.

Torno in anticamera, su cui, attraverso una parete a vetri, si apre una sala trasmissioni. C'è una ragazza piena d'energia, vibrante, fattiva: Augla. Mi avvicino per parlarle ma mi precede un giovane uomo, gli occhi gonfi, il volto mangiato dalla paura.

«Per favore aiutatemi, non ce la faccio più» esclama tendendole un foglio pieno di nomi e indirizzi «sono giorni che chiamo, nessuno risponde». Augla scorre la lista con gli occhi e anch'io. Più volte, accanto ai nomi dei parenti, le parole Delmas 65 e Delmas 41. Augla lo rassicura che trasmetterà subito i nomi.

«Per favore» continua a implorare l'uomo.

«Come ti chiami?» gli chiedo commossa.

«Gilbert Racine, vengo da Pelham, nel Bronx. Mio padre e mio zio sono partiti domenica. Io non ce la faccio più». Le braccia penzoloni, il corpo appoggiato al muro, gli occhi supplici, come se questa radio oppure io potessimo ridargli sani e salvi i suoi parenti. Ho paura che svenga.

«Si sieda, per favore, Gilbert» lo prego ma qualcuno gli fa altre domande e io seguo Augla fuori dalla sala trasmissioni. Mi racconta: «Sono una volontaria, non faccio parte della radio. Studio all'università, qui a Brooklyn. Ma non potrei andare a scuola, ora. Voglio aiutare la mia comunità».

Guarda in direzione di Gilbert Racine e dice a voce bassa:

«Come faccio a dirgli che Delmas è la zona più colpita, che a Delmas non c'è rimasto niente?»

«E tu, chi hai lì?» le chiedo, sperando di scordarmi quel che mi ha appena detto.

«La famiglia di mia madre: povera donna, è distrutta. E a mia nonna si è alzato il diabete; sono 12 anni che non vede i suoi figli. È convinta che ora, se anche li rivedrà, saranno morti».

'Se anche li rivedrà'. Si riferisce alle fosse comuni che ora dopo ora si riempiono nei cimiteri di Port Au Prince: corpi senza un nome, senza una preghiera, senza un addio.

Esco e attraverso la strada. Dal barbiere "Impeccable", è contento Guy Bonny, che ha parlato con suo fratello proprio stamattina.

«La casa forse è pericolante, ma lui no», mi annuncia. In chiesa, invece, non c'è nessuno: «Domani sera», mi consiglia la ragazzina che ha aperto la porta della sagrestia. Mi dirigo verso la stazione di Radio Po Nou, anch'essa su Nostrand Avenue, non lontana.

«È con la melàs, il gas che ci fornisce Chavez, che funzionano i generatori della nostra radio gemella a Cap Haitien, nel nord di Haiti» mi spiega il signor Jude Joseph, direttore della radio. «Lo Stato non ci fornisce elettricità». È stanco Jude, «sono due notti che non dormo, il cellulare squilla in continuazione»» spiega, alzando le spalle.

«Sono venuto qui per aiutare la mia famiglia» racconta invece il signor Gaspard «lavoro in questa radio 24 ore al giorno ma è così che sono riuscito a costruire il Club Sportif a Port Au Prince: un campo sportivo, un campo da tennis, ristorante, studio di registrazione, parrucchiere. E ho dato lavoro a tanti nella mia terra. Oggi mi hanno chiamato: "Stiamo tutti bene, boss, ma del club non è rimasto niente" hanno detto». Scuote la testa, «Tutti seduti nel campo sportivo, a guardare le stelle. Vivi, almeno» conclude. Di fronte alla notizia della sua colossale perdita è stoico il signor Lynch Gaspard. È una cosa - lo stoicismo - che noti spesso nella comunità haitiana. E allo stoicismo si accompagna l'orgoglio e la fierezza di un popolo piegato - ma non spezzato - dalla povertà e dall'inefficienza di governi dittatoriali o debolissimi, divorati dalla corruzione e da un vergognoso militarismo. Eppure è del glorioso passato di Haiti che si fa forte questo popolo laborioso e intraprendente. E leale sia ad Haiti che agli Stati Uniti, con cui il legame è forte da ben due secoli e mezzo: Haiti è stata la prima repubblica afrocentrica nelle Indie occidentali, dopo una rivolta che, prima sotto il comando dell'eroico Toussaint L'Ouverture, ex schiavo della colonia francese, e poi del suo alleato Jean-Jacques Dessalines, costò alla Francia post-rivoluzionaria ma ancora schiavista 50.000 soldati. Durante la rivoluzione americana Haiti mandò un contingente di ben 6000 soldati per combattere gli inglesi in Georgia e nella Carolina del Sud. Sempre al fianco degli Stati Uniti, ha combattuto in entrambe le guerre mondiali. E, come scordare Jean Baptist Pointe Du Sable, fondatore della città di Chicago? Tornando verso la metro, penso ad una storia che mi ha raccontato Augla Pierre: «Una donna ha portato una lista di nomi dei suoi fratelli, che erano partiti proprio martedì perché era morta la madre. Lei sarebbe partita oggi, ora non sa più per quanti funerali».

Penso al terremoto dell'Irpinia che inghiottì tremila persone della mia terra, la notte in cui tutti noi ragazzi crescemmo di botto. E penso che la terra trema da sempre, senza né amarci né odiarci, perché nulla è sacro agli Dei. E allora, testarda, cerco di figurarmi il numero di morti a Port Au Prince, che supera forse i centomila, ma con fatica - come quando si guardano le stelle nel cielo d'estate e si perde contatto con il presente. Mi immagino anche che, fra due settimane, come succede sempre quando la morte visita le terre dei poveri, non se ne parlerà più.

* Autrice dei romanzi Il lungo ritorno e Due cose amare e una dolce (E/O), vive a Brooklyn

Soccorsi armati

Obama e l'imperialismo degli aiuti

di Tommaso Di Francesco

«Che fa Obama, il primo presidente nero degli Stati uniti?» chiede davanti a una telecamera un giovane tra i disperati superstiti che si aggirano per l'inferno di Port-au-Prince devastata da una catastrofe che non ha pari. Viene fatto di rispondere che quel giovane non sa ancora quel che ha deciso Obama, non può saperlo. Oppure lo sa fin troppo bene, e s'interroga sui limiti di questo intervento.

Perché Obama ha fatto tantissimo, forse troppo: ha parlato due-tre volte dalla Casa bianca, l'ultima volta è comparso dalla massima tribuna americana preceduto dai suoi ministri, schierati al lato della tribuna, non era accaduto nemmeno per la decisione di escalation della guerra afghana. E ha preso la decisione d'inviare seimila marine, e subito dopo di aggiungercene altri diecimila, quasi la metà di quelli che stanno partendo in guerra per Kabul. Là c'è il terrorismo - senza nominarlo - di al Qaeda da combattere, qui c'è il terremoto, vale a dire il terrore della natura aiutata dalle devastazioni ambientali dell'uomo, il terrore della morte da disastro, della fame, della disperazione. E, nel più perfetto stile presidenziale Usa, ha nominato responsabili della task force per Haiti i due ex presidenti, Bill Clinton - protagonista delle sconfitte politiche dell'America nella gestione della crisi haitiana dal 1994 in poi - e addirittura George W. Bush, che tutti ricordano come «grande esperto» di disastri naturali nel caso dell'uragano Katrina e degli effetti mortali a New Orleans.

Così, in questa che qualcuno vorrebbe come grande eterogenesi dei fini dove un gigantesco apparato di guerra sarebbe ora a disposizione delle forze del bene, stanno arrivando ad Haiti già le prime migliaia di militari. Quando servirebbero sedici mila medici e personale infermieristico, ingegneri, psicologi, panettieri e cuochi. Hanno invece tute mimetiche i marines, quelle delle guerre, sui vistosi elmetti ancora portano la luce dei puntamenti laser di armi sofisticatissime, imbracciando mitra voluminosi. Se ne arriveranno sedici mila, vorrà dire montagne di spedizioni solo per sostenere la vita dei soldati americani (quattro pasti al giorno, acqua, viveri, sanità, vettovaglie, tende per dormire). L'assetto di guerra, si dirà, alla fine servirà ai civili e intanto serve subito a fugare i malintenzionati col machete che assaltano gli aiuti che devono essere protetti - e alle rivolte dei poveri contro i quartieri dei ricchi intatti nonostante il terremoto come risponderanno i soldati Usa, con i bombardamenti?

È un doppio - una doppiezza? - quello tra militare e civile che non serve e non ha pagato nemmeno nelle zone della guerra afghana e irachena. Tanto meno ad Haiti, dove più che di un corpo di spedizione militare servirebbe una polizia internazionale abituata allo scopo. Ma nessuno mette in evidenza che ci troviamo di fronte all'ennesima occasione persa: quella di restituire potere politico, centralità, ruolo e intervento alle Nazioni unite, peraltro colpite ad Haiti dai crolli anche perché presenti con le proprie strutture e, in queste ore, nonostante tutto quasi le uniche con il Pam e i medici dell'Oms a soccorrere davvero la popolazione.

Esiste, purtroppo, una geopolitica dei disastri. Valse per l'ormai più che dimenticato tsunami che sconvolse il sud est asiatico solo cinque anni fa. E vale tuttora, con gli Stati uniti che hanno deciso un «intervento militare contro il terremoto»: non è un paradosso, le cose stanno proprio così. Non sarà che tra un anno, quando della tragedia di Haiti si parlerà molto meno, avremo in più, insieme a decine di migliaia di fosse comuni, qualche base militare americana strategicamente posizionata ad Haiti - quasi fosse la 51 stella dell'Unione - tra Venezuela e Cuba a ridosso di Guantanamo, e impegnata da subito a controllare la pericolosa immigrazione dei disperati in fuga dalle macerie del terremoto?

Non facciamoci illusioni: senza la centralità di una organizzazione umanitaria internazionale con cui costruire un vero potere d'intervento civile, quale solo l'Onu può essere - e che è l'unico che infatti abbia stanziato 550milioni di aiuti civili - il bisogno di soccorsi per sopravvivere crea solo subalternità e ad Haiti è destinato solo a riprodurre sudditanza all'imperialismo degli aiuti e alle politiche economiche shock e di chi li comanda.

Sabato 16 gennaio 2009

Tessera City decolla nella notte

di Alberto Vitucci

Una raffica di contestazioni, ricorsi, accuse di illegittimità. Ma alla fine la delibera su Tessera city ha avuto la maggioranza. Nella notte si discuteva ancora di mozioni e emendamenti. Ma l’orientamento emerso già in commissione nel pomeriggio non lasciava spazio a dubbi: una maggioranza trasversale - anche il Pdl con il Pd - sostiene il megaprogetto del Quadrante di Tessera. Che adesso entro il 18 gennaio sarà restituito alla Regione per l’approvazione definitiva. Un accordo di ferro tra il sindaco Cacciari, il presidente della Regione Galan e il presidente della Save Enrico Marchi firmato nel 2008. Un iter ripreso dopo quattro anni di «stop» alla delibera aprovata nel 2004 dalla giunta Costa. E adesso la nuova Tessera prende forma. Un milione e 200 mila metri cubi di nuovi edifici, stadio e nuovo casinò, alberghi, centri sportivi e del divertimento, centri commerciali, uffici. Una nuova città in gronda lagunare che il sindaco Cacciari ha difeso a spada tratta. Firmando lui stesso la delibera in giunta superando così anche le perplessità dell’assessore all’Urbanistica Gianfranco Vecchiato. Alla fine a sostenere il progetto la maggioranza dei consiglieri del Pd e del Pdl. Contro, il leghista Alberto Mazzonetto, che ha presentato una mozione (respinta) per il ritiro definita illegittima. Molina e Casson (Pd), Caccia (Verdi), Bonzio (Rifondazione), Italia dei valori (Filippini, Lastrucci, Guzzo), Gruppo Misto (Conte e Pepe). Perplessità anche nel Pdl. Cesare Campa è uscito dall’aula, il presidente Renato Boraso (Pdl) ha proposto 25 osservazioni, tutte respinte e una mozione che prevede la riduzione delle cubature dei nuovi edifici. Approvata invece la mozione proposta da Pomoni (Pdl) e Borghello (Pd) per suggerire alla giunta di tener conto degli impatti delle nuove strutture commerciali e ricettive sull’equilibrio commerciale e turistico. Istanza che era stata ribadita nel pomeriggio dai rappresentanti di commercianti e albergatori.

Il sindaco Cacciari ha illustrato per la terza volta in due giorni dati e ragioni della delibera. «Per noi il percorso è legittimo», ha detto, forte del parere espresso dall’avvocatura civica e dal dirigente di Urbanistica Oscar Girotto, «non si può rinviare, perché il termine posto dall’articolo 46 è perentorio. Ognuno è libero di ricorrere al Tar contro la delibera se la ritiene illegittima, ma io mi prendo la responsabilità di andare avanti». Il pubblico ci guadagna, secondo Cacciari, perché con questa operazione potrà costruire a costo zero il nuovo stadio coperto e il Casinò, oltre al bosco di 100 ettari e il il valore dei suoi terreni aumenta. Altri 17 mila metri quadrati andranno per lo stadio coperto, 50 mila metri quadri per le strutture commerciali 150 mila per gli uffici, poi il palasport e centro congressi. «I dettagli e le cubature saranno discussi quando si parlerà del Pat, il Piano di assetto del territorio», dice Cacciari, «ma intanto questo progetto non lo possiamo fermare».

Quanto alle Olimpiadi, il sindaco precisa: «Le Olimpiadi sono arrivate dopo, e se la candidatura sarà accettata», dice, «potremo aggiungere anche piscina e palasport oltre al villaggio olimpico. In caso contrario la candidatura non andrà avanti, perché solo un matto può pensare di portare a Marghera, dove le aree sono ancora inquinate, il grande pubblico e le discipline sportive». Un tema, quello delle Olimpiadi, che deve aver convinto anche la Lega in Regione - tra i principali sostenitori dei Giochi 2020 - a non spendersi troppo per fermare la delibera. Anche se il partito veneziano ha sostenuto apertamente la battaglia del consigliere Mazzonetto. «La Confindustria dice che tutto va bene, non sono d’accordo», ha detto ieri Boraso, «non possiamo aggiungere metri cubi al territorio. In quell’area ci sono già i metri cubi dell’Aev, Dese, Campalto, Veneto city». Dibattito e polemiche nella notte.

Domenica 17 gennaio

Le aree del Casinò valorizzate

un «jackpot» da 140 milioni di euro

di Enrico Tantucci

Operazione che assesta in un «battibaleno» i conti della società

Un «jackpot» patrimoniale da circa 140 milioni di euro. E’ quello che ha «vinto» istantaneamente la Casinò spa con l’approvazione in consiglio comunale alla Variante al Prg che dà il via al famoso Quadrante di Tessera, anche se manca ancora l’ultimo sì della Regione per la definitiva ufficializzazione. I circa 400 mila metri quadri di terreni agricoli di proprietà della Marco Polo srl - la controllata della casa da gioco, che avrà il compito di costruire stadio e nuovo casinò nell’area - si sono infatti tramutati, dopo il sì alla Variante, in terreni edificabili, con un incremento di valore commerciale di quasi una ventina di volte, rispetto a quello precedente, intorno agli 8 milioni di euro.

Il risultato è appunto il possesso di un’area pregiata - a due passi da Venezia e dalla laguna - che vale appunto ora (ed è destinata a crescere) intorno ai 140 milioni di euro, anche se da essa andranno poi “scontati” gli oneri di urbanizzazione relativi alla costruzione di Casinò e Stadio, per alcune decine di milioni di euro.

Non a caso, la Casinò spa starebbe ora pensando a una possibile fusione con la Marco Polo srl, per portare i benefici nel proprio bilancio 2010 che è comunque a questo punto “blindato” - al di là dei tagli di spesa già programmati e della riduzione di circa 6 milioni di euro del contribuito assicurato al Comune sui propri incassi con la convenzione modificata, che porta a circa 93 milioni e mezzo di euro il «tesoretto» per Ca’ Farsetti, rispetto agli iniziali 107 milioni annui - senza necessità di ricapitalizzazioni.

Si era chiuso con un «rosso» di circa 20 milioni di euro il bilancio consuntivo 2008 della casa da gioco, ma il passivo non si era scaricato sulle casse di Ca’ Farsetti, grazie all’operazione di ricapitalizzazione già attuata dalla Casinò spa, aumentando il capitale sociale da 8 a 48 milioni di euro, con il conferimento patrimoniale dell’ex Casinò del Lido e degli arredi di Ca’ Vendramin Calergi da parte del Comune. Successivamente, il capitale era stato ulteriormente elevato oltre i 60 milioni di euro.

Anche il consuntivo 2009 - dopo il forte calo degli incassi nell’ultimo anno - vedrà il bilancio della Casinò spa in passivo di qualche milione di euro, ma l’operazione di valorizzazione patrimoniale sui circa 400 mila metri quadri di terreni del quadrante di Tessera porrà la società presieduta da Mauro Pizzigati in una situazione di tutta tranquillità sul piano economico, nonostante l’andamento degli incassi. Il 2010 è però partito piuttosto bene, con una media di circa 800 mila euro al giorno di incasi e gli ultimi dati statistici resi noti Giocomews mostrano che nel biennio «orribile» 2008-2009, il Casinò veneziano è quello che - dopo Campione - ha retto meglio alla crisi delle case da gioco italiane, seguita da Sanremo e Saint-Vincent, pur con una flessione vicina al 16 per cento nei due anni.

E, in prospettiva - con il nuovo Casinò all’americana in stile Las Vegas da realizzare, con albergo, a Tessera - altri introiti arriveranno dalla vendita dell’attuale Casinò di terraferma di Ca’ Noghera, destinato probabilmente a trasformarsi da casa da gioco in megacentro commerciale, anch’esso ceduto a caro prezzo.

Postilla

La città quale il mondo l’ha conosciuta e amata sta crepando. Annotiamone quattro episodi hard dell’imprevista agonia. 1) Le gigantesche opere che sono state realizzate alle Bocche di porto, utili solo ai cementieri e al consorzio che li rappresenta, poiché le barriere mobili non funzioneranno mai e le condizioni della laguna stanno peggiorando. 2) Le “valorizzazioni immobiliari” che avvengono al Lido, con il pretesto di trovare finanziamenti per il nuovo Palazzo del cinema (un alacre ex assessore della giunta Cacciari e un nuovo commissario straordinario che sarà nominato da Berlusconi concorreranno in questa operazione). 3) L’avvio, di un pesante insediamento in margine alla Laguna, oggi chiamato Tessera City, una vecchia idea di De Michelis avanzata alla fine degli anni 80, ripresa e portata alla vittoria dalla coppia bipartisan Massimo Cacciari e Giancarlo Galan. 4) Una metropolitana sublagunare che lega Tessera City a Venezia e al Lido (scaricando altre migliaia di turisti nella città storica) per ricucire il tutto e agevolare la “valorizzazione immobiliare” degli antichi sestieri. Questi sono gli elementi materiali del contesto nel quale Venezia corre verso la sua definitiva scomparsa. Allegramente, fra poco è carnevale.

La vicenda di Tessera City è esemplare dell’arroganza e della presunzione d’impunità dei suoi protagonisti, come del resto del disprezzo che i governanti dimostrano per la legalità. Una rapida sintesi degli avvenimenti basterà a dimostrarlo. Nel 2004 il comune di Venezia approvò una variante che raddoppiava i volumi già previsti dal vigente PRG per la realizzazione di uno stadio e numerosi annessi (commercio, ricreazione, ricettività, uffici ecc.). Passarono gli anni: la Regione non approvò, e il comune non sollecitò. Nel frattempo avvenivano transazioni immobiliari nelle aree circostanti, dove si comprava a prezzi agricoli. A un certo punto il maggiore proprietario (la Save s.p.a, che gestisce l’aeroporto), cui si accodò subito la società di proprietà comunale che gestisce il casinò, presentò alla Regione una ulteriore “osservazione” alla variante del 2004. Avvennero incontri pubblici tra i rappresentanti delle due società, il sindaco Cacciari e il presidente Galan, nei quali i quattro concordarono trionfalmente ed approvano il piano presentato dalle società.

La Regione restituisce nel 2009 la variante del 2004 al Comune e gli dice: te l’approvo, se tu accetti formalmente la nuova soluzione delle società.

Una procedura mai vista: una osservazione presentata da privati quattro anni dopo l’approvazione della variante, concordata coram populo dai portatori d’interessi pubblici e privati: una modifica non marginale (si tratta del raddoppio della cubatura già raddoppiata); una modifica non nell’interesse pubblico (i promotori dichiarano che la modifica serve perché “bisogna produrre risorse”). Oltre un milione di metri cubi sul margine della Laguna, in una delle aree definite a più alto rischio idraulico dell’intero Veneto. Un mega-affare senza nessuna relazione con qualsiasi analisi dei fabbisogni locali. Affari, e basta.

Il sindaco-filosofo dichiara (vedi il Gazzettino del 16 gennaio) “è il giorno più bello della mia vita”. Anche per i proprietari delle azioni della società che gestisce il casinò: le azioni sono aumentate in poche ore del 20%, e il casinò ha vinto “un jackpot patrimoniale da circa 140 milioni di euro”.

L'autodromo Motorcity incassa il sì definitivo della Regione, ma la Lega si astiene. La giunta ha votato, a maggioranza, la presa d'atto del giudizio favorevole sul Motorcity di Vigasio e Trevenzuolo, espresso dalla commissione per la Valutazione dell'impatto ambientale (Via) il 2 dicembre scorso. L'autorizzazione diventerà efficace dopo la pubblicazione della delibera sul bollettino regionale. Alla votazione c'erano tutti gli assessori, mancava solo il presidente Giancarlo Galan. L'esito dell'alzata di mano è stato di 10 assessori a favore e due astenuti. I tre veronesi, Giancarlo Conta, Massimo Giorgetti, entrambi del Pdl e Stefano Valdegamberi dell'Udc, come da pronostico, si sono schierati per il sì. L'altro assessore di Verona, Sandro Sandri della Lega Nord, si è invece astenuto assieme al collega di partito Franco Manzato, che ha presieduto la riunione al posto di Galan.

La giunta ha accolto in maniera integrale la relazione dei tecnici della commissione ambientale. Nel documento è stato espresso parere positivo all'opera, condizionato dalla realizzazione di alcuni interventi. Come la strada a quattro corsie che collegherà l'autodromo e gli altri insediamenti previsti nell'area (District Park e Centro agroalimentare) con l'autostrada del Brennero e la futura Mediana. Queste opere furono richieste dalla Provincia per compensare l'aumento di traffico previsto all'avvio di Motorcity.

Con l'approvazione regionale è caduto l'ultimo ostacolo alla realizzazione del piano di lottizzazione, che occuperà quattro milioni e mezzo di metri quadri, divisi tra i Comuni di Vigasio e Trevenzuolo. La società Autodromo del Veneto, dopo la pubblicazione della delibera, potrà avviare i progetti degli edifici e delle opere urbanistiche del complesso, inclusi la pista per i piloti, il polo te cnologico, il centro commerciale, il parco divertimenti e la zona ricettiva.

Il voto degli assessori leghisti è stato particolarmente travagliato e un po' contraddittorio, poiché fu proprio il Carroccio, nel 2008, a contestare in tutte le sedi il progetto appoggiato dal resto del centrodestra. Lo provano sia i volantini contro la «cementificazione del territorio», firmati e diffusi da Giovanni Codognola, segretario di circoscrizione del Carroccio, sia le dichiarazioni dei consiglieri regionali Vittorino Cenci ed Emilio Zamboni al convegno organizzato dal Pd a Vigasio nello stesso anno. Dopo le elezioni provinciali dello scorso anno, l'atteggiamento leghista nei confronti del progetto mutò. Gli assessori della Lega in Provincia approvarono, assieme ai colleghi del centrodestra, la valutazione per l'impatto ambientale dell'autodromo. Ed ora l'astensione della componente leghista in giunta regionale.

Sandro Sandri spiega perché non ha votato contro il progetto. «Era una questione squisitamente tecnica», afferma, «e perciò non ci siamo potuti opporre alla presa d'atto. Noi non siamo sostanzialmente d'accordo all'autodromo, ma dare una valutazione negativa era praticamente impossibile. In mano non avevamo elementi tecnici per opporci. Abbiamo rimarcato il nostro dissenso astenendoci dal voto».

Franco Bonfante, consigliere del Pd, critica la giunta e l'astensione della Lega. «Rimaniamo fermi nella nostra posizione», spiega, «e cioè favorevoli alla pista automobilistica in sé, ma contrari a tutto ciò che le sorgerà attorno e che porterà alla devastazione di quattro milioni e mezzo di metri quadrati di territorio. È stata stravolta l'idea originaria, che prevedeva un autodromo con pochi edifici di completamento. Oltre alla speculazione edilizia l'intervento porterà molto traffico e non i numerosi posti di lavoro promessi. La promozione dello sviluppo economico non potrà compensare i problemi viabilistici e di inquinamento».

Sull'astensione degli assessori leghisti osserva: «La Lega Nord ha dimostrato ancora una volta la sua incoerenza. I leghisti avevano proclamato la loro contrarietà al Motorcity anche di fronte alla popolazione di Vigasio. Si sono rimangiati tutto dopo che Luca Zaia è stato indicato come candidato del centrodestra alla presidenza della Regione. Hanno barattato lo sviluppo equilibrato del territorio dei prossimi 50 anni con una poltrona».

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