Titolo originale: Pompeya, ciudad (arqueologica) sin ley. Traduzione a cura di Maria Pia Guermandi
Pompei, la città romana sepolta dalla cenere del Vesuvio, Patrimonio dell'Umanità protetta dall'Unesco dal 1997, continua a soffrire, duemila anni dopo, per l'abbandono e l'imperizia delle autorità. A seguito della minaccia della camorra, che fa i suoi traffici nell'area e costruisce dove gli pare, la gestione di Pompei fu affidata la primavera scorsa dal Governo a un Commissario straordinario, manager dell'onnipotente Protezione Civile, dotato di poteri speciali. Giustificata come soluzione al "grave degrado" e allo "stato di pericolo" che minaccia l'area, nella gestione del commissario Marcello Fiori la spettacolarizzazione e la superficialità hanno fatto premio sulla qualità e la sicurezza, stando a quanto affermano esperti ed operatori del settore.
"Pompei, con 2.5 milioni di visitatori e 20 milioni di euro di entrate all'anno, è gestita oggi con uno stile volto alla spettacolarizzazione e populista non compatibile con i tempi quasi sempre lenti e poco gratificanti dell'archeologia" sintetizza un funzionario del sito che chiede l'anonimato.
Il sintomo più chiaro è che tra i 600 lavoratori di Pompei regna l'omertà. Solo i sindacalisti parlano, apertamente, con nome e cognome. Gli altri non rivelano la loro identità per paura di rappresaglie.
Un misterioso incidente è stato trasformato dalla Direzione quasi in un segreto di Stato. I lavoratori denunciano che si è voluto minimizzare dei danni molto gravi. E questo ha fatto salire nel sito archeologico una tensione che è latente da mesi.
Il 14 di gennaio un lavoro avviato in tutta fretta, a turni di sette giorni su sette, secondo i sindacalisti, per dar lustro all’imminente visita di un uomo politico (non è chiaro se si tratti del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano o del Primo Ministro Silvio Berlusconi) ha provocato il crollo di due muri, uno di 30 metri e un altro di 20. Due pareti di case antiche, secondo alcune fonti decorate con affreschi, son venute giù.
Il sindacalista della UIL Gianfranco Cerasoli spiega che l’opera fu decisa dal commissario Fiori e riguardava l’opera della Via dell’Abbondanza, dove si trova la casa dei Casti Amanti – scoperta nel 1987 e chiusa con impalcature da allora, e la casa di Giulio Polibio. “Hanno piazzato una gru molto grande sopra un terrapieno fragile, e con la pioggia la gru è caduta sopra il muro che circonda l’insula della casa dei Casti Amanti; questo a sua volta ha distrutto una parete contigua”, spiega Cerasoli.
Il commissario Fiori ha negato che i danni siano stati gravi, ha smentito che li avrebbe provocati una gru e li ha attribuiti alle forti piogge. Seguendo al millimetro la linea ufficiale, Fiori ha preferito annunciare che “in febbraio sarà possibile vedere lo scavo della casa dei Casti Amanti attraverso una parete in plastica trasparente e un sistema di telecamere”. Il direttore degli scavi di Pompei, l’archeologo Antonio Varone, ha accusato i sindacati di allarmismo e attenua la gravità dell’incidente, limitandolo a un “piccolo smottamento di terra”.
Tuttavia la denuncia parte dalla prestigiosa associazione privata Italia Nostra che veglia sul patrimonio culturale. Italia Nostra parla di omertà e di “distorsioni” nella gestione e ha richiesto una “trasparenza immediata”.
Una funzionaria del parco dà la sua versione allontandandosi dall’ufficio per parlare senza essere sentita “abbiamo paura, il clima qui è di intimidazione. Non sappiamo neppure quali danni realmente vi sono stati perché la consegna è di non parlare, e non hanno fatto nemmeno entrare i tecnici per fare foto”.”
I sindacati spiegano che le opere in corso costeranno 33 milioni di euro e che il giorno 20 il commissario ha firmato un impegno di 200.000 euro per riparare i danni. Inoltre segnalano che 12 giorni dopo l’incidente non è stato inviato il prescritto rapporto al direttore generale del Ministero, Stefano De Caro.
Secondo Biagio de Felice del sindacato CGIL, “il comportamento di Fiori e la mancanza di reazione del ministero diretto da Sandro Bondi rivelano che lo Stato ha abdicato alla tutela del patrimonio di Napoli e Pompei e certifica il fallimento della politica culturale”.
“In questo deserto si fa strada la presunta efficacia della Protezione Civile, che a Pompei usa gli stessi sistemi che a L’Aquila. Tra noi circola questa battuta: siamo arrivati 2000 anni dopo l’eruzione, ora non c’è bisogno di affrettarci”.
Fiori è un uomo versatile e di provata capacità di lavoro. Ma i tecnici dubitano che sia l’uomo di cui Pompei ha bisogno. “E’ un luogo molto delicato, non puoi fare i lavori come se fosse un’autostrada” segnala Pietro Giovanni Guzzo, responsabile statale (soprintendente) dl sito dal 1999 al 2009. L’archeologo rileva che “a Pompei la cosa più importante è combattere l’infiltrazione della Camorra, che costruisce edifici illegali da cui osserva e controlla gli affari nella zona”.
Secondo il quotidiano l’Unità che segnalò per primo l’incidente un commerciante della zona Nicola Mercurio è diventato “il braccio destro di Fiori” Nel giugno del 2009 la polizia di Napoli scoprì un tunnel segreto di 30 metri pieno di oggetti rubati che andava dagli scavi fino a una abitazione vicina.
A Roma, in piazza Santi Apostoli, leggeranno anche quelli che chiamano "frammenti di pensiero patriottico": il discorso di Calamandrei, le lettere dei condannati a morte dal nazifascismo, spezzoni di frasi di Pertini e Dossetti. A Milano, invece, gli articoli della Costituzione risuoneranno in piazza Mercanti, a due passi dal Duomo e dallo shopping del sabato pomeriggio in centro. A Parma e Palermo si sfilerà in corteo, a Torino sarà allestito un palco in piazza Castello. A Firenze l´appuntamento è davanti alla prefettura, il luogo prescelto da molte altre città. Perché dopo il "No-B day" dello scorso 5 dicembre, il Popolo Viola torna in piazza. Lo fa oggi con sit-in in difesa della Costituzione. E un´onda che, annunciano gli organizzatori, non si limiterà a colorare Roma, ma raggiungerà «120 città italiane e sei capitali internazionali». Da Londra a San Francisco, da Hong Kong fino a Parigi, da dove è partito un annuncio in Rete: «Ci troviamo alle 14 di fronte alla Piramide del Louvre: portate il vostro articolo della Costituzione preferito, amici e parenti... ».
Anche questa volta, l´appello è stato lanciato da Internet, con le adesioni raccolte via Facebook e i blog. Per proteggere e difendere la Costituzione «di fronte all´ennesimo tentativo di saccheggiarla che si concretizza principalmente nelle manovre del governo per garantire impunità a Berlusconi a partire dal nuovo Lodo Alfano e nei proclami di qualche ministro che chiede addirittura la cancellazione dell´articolo 1». A differenza della manifestazione di dicembre che, ricorda Fausto Renzi del coordinamento milanese del Popolo Viola - ha avuto l´effetto di mobilitare oltre un milione di persone», però, la scelta è stata quella di moltiplicare le iniziative in tutta Italia. Con un elenco che, dice Gianfranco Mascia, «si è allungato di ora in ora fino a raggiungere 120 città».
Per tutti gli orologi si sincronizzeranno alle 18: il momento clou della giornata quando - anche attraverso collegamenti - partirà uno stesso grido: «Berlusconi dimissioni!». Ogni città, però, ha provato a declinare in diversi modo il richiamo. Partendo da alcune indicazioni di base: organizzare se possibile i sit-in di fronte alle prefetture e durante il pomeriggio. A unire idealmente le piazze che parteciperanno (un elenco è sul sito http://30gennaio2010.wordpress.com) sarà la lettura degli articoli della Carta che, in molti casi, verrà anche distribuita. Il raduno di Roma in piazza Santi Apostoli accoglie una sfida in più: trasformarsi in happening scandito da parole, musica e un po´ di ironia. Si parte alle 15 con un reading. «Siamo riusciti ad avere la collaborazione di molti attori di teatro», spiega Sara De Santis, 31 anni, del comitato romano. E tra le voci, magari tanti riconosceranno quella di Alessandro Quarta, il doppiatore di Topolino e di Ethan Hawke in "L´attimo fuggente».
Oltre alle adesioni "dal basso" ci saranno esponenti politici. Il leader dell´Italia dei Valori Antonio Di Pietro parteciperà all´appuntamento milanese e attacca: «Il ministro Brunetta vuole cambiare l´articolo 1 perché, secondo lui, non vuole dire niente che una Repubblica sia fondata sul lavoro. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, sotto dettatura di Berlusconi, prova sistematicamente a stravolgere l´articolo 3 sull´uguaglianza dei cittadini davanti alla legge». In piazza scenderà anche la Federazione della Sinistra e Sinistra Ecologia e Libertà.
Libertà e Giustizia sarà presente a molti sit-in (da Roma a Milano, da Firenze a Bologna) con le bandiere e gli striscioni dell´associazione. Proprio nel giorno in cui, al collegio Ghislieri di Pavia, parte la sua scuola di formazione politica con le lezioni sulla Costituzione di Gustavo Zagrebelsky e Valerio Onida. I due presidenti emeriti della Corte Costituzionale, attraverso l´associazione, si sono fatti promotori di una legge di iniziativa popolare perché il 2 giugno sia proclamata non solo festa della Repubblica, ma anche della Costituzione. Tra le adesioni alla giornata anche il comitato "Salviamo la Costituzione" di cui è presidente Oscar Luigi Scalfaro, Paolo Flores D´Arcais e la rivista Micromega, Articolo 21, gli Amici di Beppe Grillo, Dario Fo, Franca Rame e Moni Ovadia.
Circola semiclandestino come un samizdat in pochissimi uffici delle Ferrovie a Roma, un documento che è una bomba. Ha un titolo anodino: “Elementi di revisione del piano ferroviario 2007-2011”, ma il contenuto è clamoroso. In quelle pagine l’amministratore Fs, Mauro Moretti, mette implicitamente il bollo aziendale su ciò che molti avevano intuito alla luce delle prime settimane di esercizio dell’Alta velocità da Torino a Salerno. E cioè che la grande e importante opera ferroviaria costata la bellezza di 40 miliardi di euro non è, come era stato promesso e come ragionevolmente avrebbe potuto e dovuto essere, il primo passo di una nuova stagione dei treni all’insegna dell’ampliamento e del rafforzamento di tutti i servizi, dalla lunga percorrenza fino ai regionali.
È proprio l’esatto contrario: uno strumento formidabile che, quando funziona a dovere, facilita e rende più veloci le relazioni sull’asse Milano-Roma-Napoli, ma solo per 74 convogli al giorno e una fetta molto ristretta di clienti, assai inferiore all’1 per cento, e a discapito della maggioranza di viaggiatori. Il calo preventivato dal documento interno Fs riguarda tutta la rete, dai convogli regionali alle medie e lunghe percorrenze, dai collegamenti internazionali al trasporto merci.
LE CIFRE DEL CALO. Ecco le cifre dell’azienda. Trasporto regionale: riduzione dei passeggeri chilometro dai 28.615 milioni previsti originariamente a 23.410 nel 2011, cioè meno 22 per cento o, detto in altro modo, un passeggero ogni cinque dato per perso. I treni chilometro scendono dai 229 milioni precedenti a 193, 20 per cento in meno. I volumi del servizio universale si riducono del 13 per cento rispetto agli anni passati e del 15 per cento nei confronti delle previsioni contenute nella prima stesura del piano 2007-2011. Drastico arretramento anche per i convogli a media e lunga percorrenza: 23.332 milioni di passeggeri chilometro rispetto ai 25.241 del 2006 e ai quasi 29 mila del piano precedente. Per il traffico internazionale, poi, si prepara un vero e proprio tonfo: meno 40 per cento.
In assenza di una decisione formale del Parlamento, nell’indifferenza del governo e mentre la politica ha la testa da un’altra parte, sui binari si sta attuando un ribaltone, una specie di silenzioso colpo di mano ferroviario strisciante. Con l’Alta velocità in versione Moretti, insomma, diventa di giorno in giorno più concreto il rischio che le ferrovie si trasformino in una cosa diversa da ciò che furono e che fino a prova contraria dovrebbero continuare ad essere, possibilmente migliorando, considerato che sono di proprietà del Tesoro e sussidiate in larga misura dallo Stato, cioè dai contribuenticon le tasse. Somigliano sempre meno ad un’azienda con il compito di offrire a tutti e a prezzi ragionevoli un servizio sociale o universale sui 16 mila chilometri di binari. E sempre di più ad una società concentrata su poche tratte redditizie, a cominciare dalla più redditizia di tutte, l’Alta velocità Roma-Milano-Napoli. I clienti maltrattati, alcune associazioni di consumatori e qualche volta, ma non sempre, i sindacati cominciano a rendersi conto sulla loro pelle di ciò che sta succedendo e cercano di opporsi.
Le Fs a doppia andatura, alla ricerca di risultati sfavillanti e sprint su poche tratte, ma sempre più povere sul resto dei binari, non sono affatto lo sbocco inevitabile dell’Alta velocità, ma il punto d’arrivo di una scelta perseguita dall’attuale dirigenza dei treni. Al netto degli sprechi e delle costose opere di compensazione costruite per tacitare le opposizioni degli enti locali, l’Alta velocità in Italia è costata molto più che altrove perché progettata proprio come elemento di un sistema più ampio, a cominciare dalle pendenze dei tracciati appenninici studiate in modo che potessero essere percorse anche da convogli normali.
I primi a mettere le mani sul documento ferroviario riservato sono stati i redattori della Voce dei ferrovieri, mensile di categoria Cisl. Conferma il segretario, Giovanni Luciano: “Gli unici segni positivi di quel piano sembra siano quelli dei ricavi ottenuti con l’aumento dei servizi a mercato e delle tariffe e con la diminuzione dei costi operativi perseguita soprattutto con un taglio di 10.500 unità”. Lo sfoltimento degli organici ferroviari in realtà sta procedendo a ritmi serrati. Nel 2000 i dipendenti erano 109 mila, 4 anni dopo furono prepensionati o invitati ad uscire 4 mila persone; nel 2006 l’organico per la prima volta fu portato sotto la soglia delle 100 mila unità e il ritmo dei tagli è aumentato con l’arrivo di Moretti alla guida dell’azienda: nel 2007 discesa a 90 mila unità, l’anno successivo vengono espulsi di nuovo 5 mila ferrovieri e nel 2009 altri 4 mila. Ora sono 81 mila. Il fatto che il ridimensionamento sia stato attuato da Moretti, manager con un passato di comunista e dirigente dei ferrovieri Cgil, non ha favorito i rapporti con i sindacati. Per la verità i rappresentanti dei lavoratori all’inizio guardavano con un occhio di riguardo il nuovo capo dell’azienda, riconoscendogli se non altro una competenza in materia che altri amministratori prima di lui non avevano affatto.
STRATEGIE. Con il passare del tempo, però, i sindacati o almeno una parte di essi, hanno cominciato a temere che i tagli all’organico non siano solo una faccenda dolorosa, ma forse inevitabile, di risparmi e razionalizzazioni, ma il primo passo di un progetto di stravolgimento della natura dell’azienda. Attacca con estrema durezza il segretario dei ferrovieri Cisl: “Tagliare servizi, chiudere impianti, portare all’esterno il lavoro dei ferrovieri e ridurre la ferrovia alla piccola Alta velocità forse da quotare in Borsa per poi provare a combattere i francesi sul Milano-Parigi, forse potrà piacere a qualcuno. A noi no. Prima di Moretti, Giancarlo Cimoli è passato da un’operazione straordinaria all’altra e quando se n’è andato, abbiamo dovuto raccogliere le macerie. Non vorremmo succedesse di nuovo”.
Almeno su un punto il vecchio La Malfa aveva ragione, quando ammoniva che «l'Italia sarà quel che sarà il suo Mezzogiorno». Perché in tempi di piano casa e di condoni incostituzionali, è l'inferno urbanistico della Campania che le destre additano al resto del paese come paradigma, come modello di riferimento per il governo del territorio.
Una regione saldamente in testa nelle classifiche dell'abusivismo, nella quale secondo Legambiente si costruiscono 16 case abusive al giorno e dove, stando a quanto scrive il giornale di Confindustria, per ogni 100 euro prodotti legalmente, l'economia criminale ne macina altri 40 con il ciclo cave-cemento-edilizia-rifiuti.
Questo modello ha prodotto negli ultimi cinque decenni l'area metropolitana più invivibile d'Europa. Una colata edilizia ininterrotta, tra il Volturno e il Sele, che ha fagocitato più di 130 comuni, nella quale vive come può l'80% degli abitanti della regione, rinserrato sul 15% appena del territorio. Una sterminata periferia che ingloba due tra i più pericolosi vulcani del mondo, circondata da montagne fragili, pronte con la pioggia a vomitare colate micidiali di fango.
L'ingiustizia sociale che è dietro questo modello l'ha svelata Antonio Cederna sin dai tempi de «I vandali in casa», osservando come la superproduzione edilizia non risolva, anzi aggravi l'atavico disagio abitativo, generando per di più un deficit drammatico di verde e servizi. Una profezia che si è avverata: nell'area metropolitana di Napoli mancano all'appello, secondo il piano territoriale della Regione, più di 4.000 ettari (l'equivalente di 6.000 campi di calcio) di aree verdi, spazi pubblici, impianti per lo sport e il tempo libero, in pratica tutto ciò che serve a rendere un po' più decente la nostra sopravvivenza urbana.
Un aspetto interessante della questione riguarda l'operato del centrosinistra, che pure queste terre ha governato nell'ultimo quindicennio. Perché il rilancio della buona urbanistica, nel segno della preminenza dell'interesse pubblico, era stato il cavallo di battaglia del bassolinismo nella sua fase ascendente, ed è grazie ad esso che il consenso intorno al nuovo corso politico si è esteso e consolidato. Poi, salvo la positiva parentesi del piano territoriale regionale, la direzione è drasticamente cambiata, e la Campania è passata con disinvoltura dal piano regolatore al piano casa, producendo a riguardo una legge regionale ritenuta tra le peggiori in Italia.
Una legge che non tutela i grandi paesaggi storici, dalla Penisola sorrentina alle isole del Golfo, passando per il Vesuvio e i Campi Flegrei, che mette lo zampino nei parchi nazionali e regionali, e che concedendo la possibilità di incremento anche agli edifici abusivi non ancora sanati, si prefigura come un condono di fatto, rubando addirittura il tempo all'iniziativa delle destre.
La questione è politica al massimo grado: lo spaesato elettore ha bisogno a questo punto di sapere se e in qual misura il centrosinistra sia disposto a contrastare una strategia eversiva che mira a deformare le regole basilari della convivenza, per adattarle ad una realtà sociale e territoriale malata. Perché qui non è più solo questione di suolo, acqua, boschi e monumenti. Il territorio è il nostro modo di vivere insieme. Il territorio siamo noi.
Un attacco frontale, senza precedenti: Procura della Repubblica contro Tar. Sullo sfondo «un insieme di relazioni tra i vari attori privati e istituzionali che getta una luce opaca sull'intera vicenda Tuvixeddu». Il sostituto Daniele Carìa in 24 fittissime pagine scrive perché l'ex Governatore Renato Soru e l'ex assessore alla Pubblica istruzione Carlo Mannoni non hanno abusato del loro ufficio nel voler estendere il vincolo paesistico e perché l'imprenditore Gualtiero Cualbu, il braccio destro dell'ex Soprintendente ai beni archeologici Donatella Salvi e l'ingegnere Valeria Santoni non hanno corrotto nessuno per indirizzare il voto della commissione regionale.
Si limita a citare i fatti il pm, e parte da Cualbu che, un mese prima del deposito, conosceva l'esito del processo davanti al Tar. Lo conosceva in anticipo anche l'avvocato dello Stato Giulio Steri, consigliere regionale e in quel momento difensore della parte avversaria a Cualbu, la Soprintendenza. Del resto, sottolinea il magistrato, Steri ha stretti rapporti anche con l'ex Soprintendente Vincenzo Santoni, l'unico ancora sotto inchiesta per tentato abuso d'ufficio e falso ideologico. I telefoni degli indagati erano sotto controllo, così si è saputo pure che tre giorni prima dell'udienza fissata dal Tar per la discussione sul caso Tuvixeddu Steri aveva chiamato Cualbu per presentargli un magistrato del Tar.
Insomma lo scenario non sembra limpido, anche se non ci sono reati, eccezion fatta per Santoni. L'ex Soprintendente «si era distinto all'interno della Commissione regionale sul paesaggio per una condotta contraria a qualunque forma di rivalutazione del vincolo preesistente arrivando al punto di negare falsamente la sussistenza di numerosi ritrovamenti archeologici, in realtà sottoposti solo a vincolo indiretto o addirittura privi di vincolo dopo il 1997». La figlia di Santoni, Valeria, lavorava per Cualbu ma non c'è la prova di una corruzione, nonostante prima dell'assunzione lo stesso Santoni (difeso da Pierluigi Concas) avesse manifestato rigore nel richiedere che il progetto nel suo complesso fosse supportato da uno studio di impatto ambientale.
L'inchiesta, avviata dopo le denunce di Cualbu (assistito da Agostinangelo Marras) contro Soru (avvocati Giuseppe Macciotta e Carlo Pilia) e Mannoni (difeso da Michele Schirò), ha ripercorso tutte le tappe della vicenda: quella politica con l'imposizione dei nuovi vincoli sul colle dopo il ritrovamento di nuovi importantissimi reperti archeologici, e quella amministrativa con i ricorsi, e le vittorie, di Cualbu al Tar.
E subito il pm esterna «perplessità» circa i rilievi che supportano le decisioni del Tar Sardegna e del Consiglio di Stato, prima di elencare norme, leggi e sentenze ma anche episodi, alcuni dei quali inediti. Come il sopralluogo a Tuvixeddu effettuato dai giudici del Tar: dopo, a proposito dell'esistenza del Colle della Pace, hanno scritto: non si riesce a intravedere nessun panorama né alcuno spettacolo di particolare bellezza. Sul colle di Tuvumannu il bis: la zona si presenta brulla e ha l'aspetto di una cava abbandonata circondata da alti edifici residenziali sorti in oggettivo disordine che ostacolano la visuale verso il colle di San Michele e Monte Claro e che appare priva di qualunque pregio paesistico visivamente apprezzabile. Valutazioni che «attengono palesemente al merito», secondo Caria. Come dire, non sono questioni di cui si debba occupare il Tar.
La via considerata più efficace da politici e cittadini per la riduzione della congestione e dell’inquinamento delle città è rappresentata dai grandi investimenti in infrastrutture di trasporto collettivo. Molte città italiane ed europee spendono ingenti risorse pubbliche per dotarsi di reti di metropolitane e tram in sostituzione dei sistemi di autobus esistenti, ritenuti inefficaci. Nelle grandi città europee reti più o meno estese di trasporto pubblico di massa servono oggi una quota significativa della domanda: nell’area metropolitana di Milano, ad esempio, all’incirca il 20 per cento dei 4,8 milioni di spostamenti giornalieri viene effettuato in metro.
METRO ANCHE NELLE PICCOLE CITTÀ
Negli ultimi anni anche molte città di piccola e media dimensione hanno voluto imitare le grandi aree urbane, progettando linee metropolitane di dubbia utilità. Ultima è la dichiarazione del sindaco di Aosta, 35mila abitanti, che vede con favore l’idea di una metropolitana. (1)
Per quanto, in linea generale, gli investimenti infrastrutturali in ambito urbano siano da ritenersi preferibili a quelli che interessano i collegamenti in aree più disperse, quasi sempre la decisione di realizzare un’opera ha carattere esclusivamente “politico”, spesso celato sotto la parola “strategico”, e non è fondata su rigorose analisi trasportistiche. In molti casi le nuove infrastrutture, i cui costi graveranno in misura significativa sui bilanci comunali (e statali), verranno utilizzate per una frazione della capacità disponibile. I benefici in termini di viaggio porta a porta interesseranno quasi esclusivamente coloro che si spostano lungo il corridoio scelto, mentre per gli altri abitanti non cambierà nulla. Per una parte degli utenti, addirittura, l’aggravio di tempo dovuto alla necessità di raggiungere la fermata annulla o riduce il beneficio conseguente alla maggiore velocità commerciale dell’impianto fisso (recenti i casi dei tram di Bergamo e Padova). Gli impatti sulla mobilità complessiva sono modesti come dimostrano, tra gli altri, i dati recentemente pubblicati relativi a due opere aperte da qualche anno: la metropolitana automatica di Torino, aperta in due fasi tra il febbraio 2006 e l’ottobre 2007, e il minimetrò di Perugia in esercizio dal gennaio 2008.
I CASI DI TORINO E PERUGIA
Nell’ area metropolitana torinesevengono effettuati all’incirca due milioni di viaggi in auto al giorno. Il numero di utenti della metropolitana, a oltre due anni dall’apertura, si attesta invece intorno alle 90mila unità.(2)Tuttavia, la maggioranza di costoro utilizzava in precedenza i mezzi pubblici di superficie, mentre solo una parte è stata effettivamente “creata” dalla nuova infrastruttura. Sulla base di casi analoghi, si può stimare che gli spostamenti sottratti al trasporto individuale sono intorno alle 25mila unità. Il traffico privato complessivo è quindi stato ridotto di poco più dell’1 per cento. Un risultato analogo è stato conseguito a Tolosa con l’entrata in servizio, nel 1993, di una linea di metropolitana simile a quella torinese.
Il sistema di Perugia, invece, è una sorta di ascensore orizzontale, costituito da piccoli treni trainati da una fune. La capacità del sistema è ovviamente inferiore a quello di una metropolitana, ma il costo è stato comunque ragguardevole: 71 milioni di euro secondo il progetto del 2002 per meno di 4 km di linea. (3) Il canone pagato dal comune per costruzione ed esercizio è di ben 10 milioni all’anno. La domanda prevista era di 12mila passeggeri al giorno, ma a due anni dall’apertura si registrano 9-10mila passeggeri. (4) Il tutto, “nonostante la rete di bus sia stata riorganizzata per portare utenti al minimetrò”, cioè siano stati forzati gli interscambi. Per cercare di interpretare anche questi dati, proviamo a fare un rapido conto. Ipotizzando che per tutti i giorni lavorativi dell’anno vi sia la domanda massima rilevata (10mila), si ottiene un valore di circa 3 milioni di viaggiatori annui. Questo significa che il canone che il comune paga per un singolo viaggio sul minimetrò è di almeno 3,3 euro per soli 4 km di percorso. A questi vanno aggiunti poi i costi dei bus che sono necessari a portare utenza al sistema. Non abbiamo altri dati, ma ci pare che la riorganizzazione abbia aumentato di molto i costi complessivi. (5)Bisogna poi tenere presente che il sistema perugino non ha dato risposta a un problema di capacità, essendo i flussi di progetto perfettamente compatibili con quelli tipici di linee di autobus. (6)
I due casi, insieme a quello della metropolitana di Parma, sembrano indicare come, pur in presenza di investimenti significativi, le “grandi opere” urbane recentemente realizzate o in progetto comportino ricadute piuttosto modeste in termini di modifica della domanda complessiva di mobilità e della ripartizione modale fra trasporto individuale e collettivo. Inoltre, le stime di costo e di domanda utilizzate in fase di decisione sono spesso errate: quasi sempre sottostimate le prime e sovrastimate le seconde. (7) E, mentre i costi gravano sull’intera collettività, i benefici sono per la maggior parte goduti solo da coloro che hanno la fortuna di abitare o lavorare in zone limitrofe all’infrastruttura. Sembra quindi del tutto inappropriato dare un giudizio positivo a priori sulla loro realizzazione. Per evitare un cattivo utilizzo delle risorse, sarebbe preferibile un approccio meno “dogmatico”, e la decisione sull’opportunità o meno di realizzare l’opera dovrebbe derivare da una quantificazione analitica e realistica dei costi e delle ricadute di ciascun intervento.
postilla
Quanto i due autori (presumo solo per circoscrivere meglio l’ambito del loro intervento) non toccano, è che evidentemente la mancata invasione delle masse a questi costosi trasporti di massa deve avere qualche ragione piuttosto seria. E che poco probabilmente si tratta di oscuro senso dell’umorismo collettivo. La ragione per cui la potenziale utenza non diventa utenza reale, è che le nuove infrastrutture non rispondono alla sua domanda di mobilità, o quantomeno danno una risposta perdente rispetto all’alternativa, evidentemente più pratica nonostante tutto, dell’automobile privata. E perché? Perché gli insediamenti, e i modelli di vita, consumo, lavoro indotti, sono da lustri pensati in sola funzione auto-oriented. E finché non si comincerà a pensare in modo coordinato a tutte le facce del problema, si farà una figuraccia come quella di Veltroni che voleva investire miliardi per portare la gente in metropolitana al più grande centro commerciale d’Europa, dimostrando di non aver mai visto in vita sua un carrello della spesa, che come sanno gli umani privi di Dna politico Doc, è impossibile caricare su un vagone. Esempio che con poche varianti si applica al resto o quasi della maggioranze delle esistenze quotidiane (f.b.)
(1) Per la metropolitana ad Aosta si veda la notizia Ansa del 13 gennaio 2010.
(2)www.cityrailways.it
(3)www.minimetrospa.it
(4)www.cityrailways.it
(5) Il minimetrò ha una capacità per veicolo pari circa a quella di un autobus, quindi non c’è stata una riduzione dei km percorsi e il costo di un posto-km su un autobus è al massimo di poche decine di centesimi contro quasi 1 euro per il minimetrò.
(6) Una singola linea esercita con autobus normali può servire flussi di 3mila persone/ora su due direzioni (frequenza di tre minuti nella punta e 75 posti a mezzo). A Perugia questi flussi sono stati ottenuti concentrando più linee originariamente provenienti da diverse direzioni con frequenze singolarmente inferiori.
(7) Si veda, ad esempio, Flyvbjerg B., Bruzelius N., Rothengatter W. (2003), Megaprojects and Risk: An anatomy of Ambition, Cambridge University Press.
Il fatto
Le gincane del progettato Gran premio di Formula 1 di Roma, che si dovrebbe snodare tra i parchi dell´Eur, dovranno cambiare forse tracciato. E anche la sequenza di edifici pensati lungo il decantato "Boulevard delle Tre Fontane" comincia a vacillare. Per non parlare delle feste notturne che ogni estate romana riempiono i giardini intorno alla Cristoforo Colombo. Sul verde del quartiere iniziato per l´Esposizione universale del 1942, e portato a termine negli anni Cinquanta, è stato infatti appena apposto il vincolo del ministero dei Beni culturali.
Dopo lo strumento di tutela deciso sull´Agro romano, un altro tassello nella difesa statale del paesaggio della Capitale. Con il risultato che d´ora in poi Comune ed Eur spa prima di decidere se e come intervenire sui giardini progettati dall´architetto Raffaele De Vico, dovranno chiedere e coordinarsi con la Soprintendenza statale guidata da Federica Galloni.
È stata infatti istruita dalla soprintendente la pratica del decreto, firmato dal direttore regionale Mario Lolli Ghetti, che stabilisce: «Il complesso di aree verdi denominato "Parchi dell´E. U. R. sito in Roma» è «di interesse storico artistico». In base al cosiddetto Codice Urbani (2004) il parco è «conseguentemente sottoposto a tutte le disposizioni di tutela».
Il procedimento risale al 18 marzo 2009. E già allora le "clausole di salvaguardia" proteggevano con il vincolo il Parco del Turismo e quello del Ninfeo, quello delle Cascate, tutto il verde intorno al Laghetto e il suo invaso, il Giardino degli Ulivi e quello delle Cascate, il Teatro all´aperto, fino al Bosco degli eucalipti, «piantato nell´Ottocento - si legge nelle nove pagine della relazione che accompagna il dossier fatto di foto, piante, documenti d´epoca - dai frati trappisti dell´abbazia delle Tre Fontane allo scopo di aver e a disposizione la materia prima per i loro prodotti farmaceutici». Queste sono le architetture verdi, del più giovane e fino al 2009 ancora non vincolato, parco della Città Eterna. Parco che il decreto ministeriale emanato il 16 dicembre (le notifiche sono partite il 12 gennaio) finalmente protegge.
Tra gli allegati al vincolo, c´è anche la mappa (degli anni Quaranta) con l´esatta dislocazione delle 44 specie arboree previste nei "Parchi del Ninfeo e del Turismo". Dal «Pinus» al «Cedrus Atl. Glauca», passando per quello del Libano e per l´acanto, la robinia, i cipressi, le querce, il «myrtus communis». Anche la disposizione dei fusti è segnata nel progetto dell´epoca. E, in attesa di un restauro ambientale, ci si chiede come questa zona possa sopportare i box, le gradinate, le protezioni per i piloti lungo la pista, indispensabili per una corsa di Formula 1.
Anche le manifestazioni organizzate lungo i tre mesi estivi - fino a cinque contemporaneamente, e che a causa dell´eccessivo rumore hanno prodotto almeno una novantina di esposti da parte degli abitanti, in particolare degli inquilini di via di Val Fiorita - dovranno passare ora al vaglio della Soprintendenza. I palchi, i bar, le passerelle e le cancellate, dovranno - se autorizzati - rispettare il decoro e la salvaguardia di quei giardini e di quegli alberi che all´Eur sono riconosciuti ora «di valore artistico». E tutelati come il Colosseo quadrato, il palazzo dei Congressi o i mosaici futuristi di Prampolini e Depero.
I commenti
Non sta nella pelle Matilde Spadaro, 37 anni, piccola e combattiva, un cuore rosso-verde che batte per il quartiere del XII Municipio del quale è consigliere d´opposizione. «Siamo felici per il vincolo sul verde dell´Eur, ma il merito è tutto del ministero che ha dotato il nostro quartiere di un formidabile strumento di tutela». Più compassata la sua compagna di battaglie, Cristina Lattanzi, 61 anni, un passato da imprenditrice tessile e un presente da vicepresidente del combattivo manipolo di cittadini del comitato («apolitico», ci tiene a sottolineare) "Salute e ambiente Eur": «È una vittoria di tutti i cittadini, non una guerra contro qualcuno. Del vincolo goderanno tutti, nessuno escluso». Intorno a loro si è mossa una galassia che va dal Consiglio di Quartiere Eur all´Associazione Colle della Strega, dal Comitato di Quartiere Torrino Decima a Cecchignola vivibile, a Viviamo Vitinia. E da questo movimento è nata la richiesta di vincolo.
Matilde Spadaro, come iniziò la vostra battaglia?
«Quando nel 2006 ci rendemmo conto che sui parchi dell´Eur pesava la minaccia di edificazioni stabili per un totale di 18mila metri cubi di cemento».
Non si trattava solo di "gazebo"?
«In realtà si trattava di strutture di ristorazione previste lungo via di Tre Fontane e del tutto incompatibili con l´architettura verde prevista da De Vico nel parco del Ninfeo e del Turismo. La delibera comunale del 2008, la 72, ci diede però torto. E arrivò il permesso a costruire 12mila metri quadri lungo il Boulevard. Ma nel frattempo, insieme con Italia Nostra e altre associazioni ambientaliste, chiedemmo allo Stato di porre il vincolo sul verde dell´Eur. E, ora che è arrivato, esultiamo perché è confermato il valore storico artistico dei nostri parchi. E perché viene ribadito il ruolo di protagonista della Soprintendenza nella tutela».
Ma perché una gara di automobilismo è incompatibile con i parchi dell´Eur, non sono previste nuove strade, vero Cristina Lattanzi?
«Sembrerebbe di no. Ma i problemi sono due. Primo, c´è la questione dell´inquinamento atmosferico e acustico che un Gran Premio porta con sé. E secondo, soprattutto, c´è l´impatto che le strutture di contorno della gara avranno certamente ai bordi del tracciato. Infine, vorrei segnalare che il sottopasso sotto la Colombo è indispensabile per la gara ma non ha nessun senso per la viabilità quotidiana: lì sotto, a via delle Tre Fontane, non si creano mai ingorghi».
Eppure a Monza la Formula 1 attraversa il parco, perché a Roma no?
«A settembre siamo andate con Matilde a prendere visione del circuito. Eravamo ospiti degli "Amici dell´autodromo". Ma lì, per l´appunto, si tratta di un autodromo vero. A Roma, invece, sarebbe un circuito cittadino. E non è pensabile che le piante, gli alberi e i prati del parco del Turismo, del Ninfeo o degli Eucalipti, non verrebbero toccati qualora si dovessero inserire le vie di fuga per le auto di soccorso, i box per i team, le recinzioni per la tutela dell´incolumità dei piloti e del pubblico. Le gradinate per la folla, poi, andrebbero messe lungo le strade. Ma sono le strade di un parco tutelato, ora».
Che rapporto c´è tra i 9-10mila abitanti dell´Eur e questi giardini di mezzo secolo fa?
«La gente dell´Eur è molto affezionata al verde tra i grandi viali e i magnifici palazzi dell´E42. E il vincolo, lo ripeto, è una vittoria di tutti».
Lo riconosce Fuksas su La Repubblica: "Niemeyer non visitò Ravello e ha visto la costa amalfitana solo sulle carte". Ma è "grottesco" (lo afferma De Seta) opporre all'atto creativo le ragioni della legalità. Perché questo auditorium viola le previsioni del piano urbanistico territoriale approvato (caso unico nel panorama nazionale) con legge regionale. Che la previsione dell'auditorium fosse illegittima era stato riconosciuto dal Tar Campania con una sentenza che, è vero, il Consiglio di Stato poi sorprendentemente annullò, ma senza entrare nel merito, per un supposto vizio di notifica dell'originario ricorso di Italia Nostra. Dunque l'auditorium è innanzitutto un abuso edilizio. E perché immaginato da chi non conosce il luogo mirabile in cui sarebbe stato calato, "all'illegalità si aggiunge la violazione di ogni rispetto del paesaggio e del contesto (come anche di recente ha ribadito Italia Nostra) per le dimensioni palesemente fuori scala - parte del costruito aggetta sui terrazzamenti - e per la forma: la cupola si oppone all'andamento naturale del pendio e occupa pesantemente le visuali dall'alto e dal basso; la struttura ondeggiante non ha alcun rapporto con la tipologia edilizia tradizionale dominante in Costiera", che è esplicitamente l'oggetto di tutela del vincolo paesaggistico operante nel luogo.
Nella occasione della solenne inaugurazione Italia Nostra crede doveroso ammonire che neppure la più alta architettura è sollevata dal rispetto del principio fondamentale scolpito nell'articolo 9 della Costituzione.
Roma, 28 gennaio 2010
Non abbiamo messo le mani in tasca agli italiani, è il mantra che ripete continuamente il ministro dell'Economia. Non è proprio vero, come noto, ma è sicuramente verissimo che il centrodestra ha messo le mani sulle città. Ha già svenduto per quattro soldi il patrimonio abitativo pubblico e ora si accinge a regalare ai soliti noti caserme, edifici pubblici e perfino le spiagge. È poi verissimo che il governo ha messo le mani sull'ambiente. Con l'impegno personale profuso dallo stesso Berlusconi (sette giorni di personale campagna elettorale) per sconfiggere Renato Soru nelle recenti elezioni sarde: la posta in palio era la cancellazione del piano paesistico e quanto resta delle meravigliose coste sarde fin qui scampate dal cemento. Hanno infine messo le mani sui servizi pubblici. È di ieri la protesta dei presidi delle scuole romane che non hanno i soldi per far funzionare gli istituti e nel Veneto molte scuole sono pulite dai genitori. La sanità, come noto, è sistematicamente smantellata e affidata alle mani amiche degli Angelucci o don Verzè.
Ora la proposta di riaprire, per la quarta volta, un condono edilizio, è la più scandalosa conferma del superamento di ogni limite di legalità e decenza.
L'emendamento presentato ieri nella commissione Affari costituzionali del Senato dai due deputati campani del Pdl Vincenzo Nespoli e Carlo Sarro (e incautamente firmato dalla senatrice Incostante del Pd, che ha poi ritirato la firma) è molto chiaro, cristallino. Questo paese ha già pagato il prezzo di tre condoni. Il primo, nel 1985, ad opera dell'ormai agonizzante pentapartito, utilizzato per rendere legittimi milioni di edifici in particolare nel sud d'Italia. Il secondo nel 1994 - tempestivo biglietto da visita del primo governo Berlusconi - ha sdoganato quanto non era rientrato nei limiti temporali del primo. Il terzo, nel 2003, è servito per perpetuare il cambio di destinazione d'uso di moltissime attività commerciali nate illegalmente all'interno di capannoni industriali.
Quest'ultimo condono aveva due soli argini, sia nel limite temporale che nell'impossibilità di condonare edifici nati in spregio dei vincoli paesaggistici tutelati - come noto a tutti meno che ai due eroici senatori - dalla stessa Costituzione. L'emendamento demolisce i due argini. Si potrà condonare tutto anche nelle aree vincolate. E non è casuale che proprio ieri si sia svolto ad Ischia un corteo di abusivi per richiedere proprio di consentire il condono nelle aree vincolate. Per i voti della vandea si distrugge il paesaggio italiano.
Quello compiuto ieri è dunque l'ultimo atto contro la legalità e contro un civile modo di vivere: le città si costruiscono con le regole, non con la legge dei furbi. Il fatto che i due senatori in questione siano il primo il sindaco di Afragola e il secondo eletto nella circoscrizione di Salerno gettano infine un'ombra sinistra sulla questione. Il rischio concreto di consegnare - ieri con lo scudo fiscale e oggi con l'ennesimo condono edilizio - le chiavi del futuro del paese alla criminalità organizzata.
la Repubblica, 27 gennaio 2010
Agro, tagliato 1 milione di metri cubi di cemento
Il vincolo del ministero tutela 5400 ettari di verde tra Laurentina e Torvaianica - Prg da rivedere Alemanno: "Attenzione per i diritti già acquisiti"
È un vincolo "vestito" quello del ministero Beni culturali che definisce di «notevole interesse pubblico paesaggistico ampi compendi dell’Agro romano meridionale nell’ambito del Comune di Roma». Ma è un abito che va parecchio stretto sia ai costruttori sia agli amministratori locali. Lo strumento di tutela prevederebbe un taglio secco ai due milioni di metri cubi di cemento che si sarebbero dovuti riversare sui 5400 ettari dell’area compresa «tra le vie Laurentina e Ardeatina e, in senso Nord-Ovest - Sud-Est, tra la Cecchignola e il confine comunale meridionale costituito dalla strada provinciale Albano-Torvaianica, fino ad est dell’Ardeatina, verso la fascia pedemontana del vulcano laziale». Secondo le indiscrezioni ci sarà spazio invece per un milione di metri cubi, e basta.
La nota tecnica che entra nel dettaglio del vincolo preparato a luglio dalla Soprintendenza statale ai beni architettonici e paesaggistici di Roma è nel computer della Direzione regionale del Lazio: la firma al decreto è del direttore Mario Lolli Ghetti. Ma nei prossimi giorni il dossier dovrebbe andare online sui portali del ministero. Si potrà così saperne di più del vincolo che ha spaventato Campidoglio e Associazione dei costruttori romani.
«Prima di esprimere un giudizio bisogna fare una valutazione molto attenta di come il vincolo è stato corretto in base alle osservazioni» ha detto ieri il sindaco Alemanno, facendo eco al presidente dell’Acer Eugenio Batelli. Ma poi il primo cittadino ha annunciato che dopo l’analisi «prenderemo una posizione molto netta e definita perché vogliamo che ognuno si prenda le proprie responsabilità. Qualsiasi correzione rispetto al piano regolatore approvato dalla giunta Veltroni, e non dalla nostra, rappresenta comunque un problema di diritti acquisiti che vengono violati».
Certo, il Piano regolatore generale del 2008 va rivisto. Il vincolo del ministero - che ha ricevuto il plauso dell’opposizione attraverso il vice presidente della commissione Ambiente Athos De Luca, e che è passato dopo l’analisi (una per una) delle più di novanta controdeduzioni - in realtà non prevede nessuna barricata nei confronti degli edili. Neanche nella zona centrale, dove l’identità paesaggistica è più integra.
Mentre nelle parti più vicine al Gra e ai quartieri storici della periferia, le compensazioni ottenute dai costruttori romani non vengono toccate (cantieri e progetti insomma vanno avanti) nel cuore antico dell’Agro romano il vincolo è più stringente. Ma permette comunque agli imprenditori agricoli presenti di espandersi, anche attraverso nuove costruzioni, a patto che rispettino l’ambiente e precise norme edilizie. Ed è in questo senso che - spiegano gli architetti del ministero - il «vincolo è "vestito"», come ha detto l’altro ieri il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro. Diversamente dagli strumenti di tutela del paesaggio messi a punto in passato, quello sull’Agro romano ha una visione globale che fornisce anche un corpus di norme dettagliate, strumenti che ne permettono in ogni momento l’attuazione e la difesa.
Repubblica online, 28 gennaio 2010
Vincolo sull'Agro, il Comune ricorre al Tar
L’assessore all’Urbanistica Corsini: "Contro i divieti ci appelliamo ai magistrati". I Verdi: "Difenderemo noi il decreto di Bondi"
Eccola la mappa del vincolo della discordia [i punti rossi indicano i luoghi dove era consentita l'edificazione - ndr]. Il perimetro esatto degli ettari dell’Agro romano intorno ai quali è scoppiata una guerra tra Campidoglio e ministero Beni culturali a suon di ricorsi al Tar. L’assessore all’Urbanistica Marco Corsini ieri ha annunciato: «Dopo una approfondita valutazione dell’iter seguito, il Comune ha deciso di far valere le sue censure davanti all’autorità giudiziaria». «Abbiamo sempre detto che il metodo seguito dalla Soprintendenza lasciava molte perplessità» ha aggiunto, sottolineando che «il Prg del Comune è stato approvato con il parere favorevole della Soprintendenza e che il tavolo istituzionale costituito dal ministro non è mai stato convocato».
Una prima difesa della bontà dell’operato del soprintendente Federica Galloni arriva dal leader nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli: «Il ricorso del Comune è un atto contro l’ambiente e i cittadini. Difenderemo presso il Tar il decreto del ministro Bondi per impedire la cementificazione di una parte importante dell’Agro». Il dossier sul decreto che stabilisce di «notevole interesse pubblico» l’area «sita nel Comune di Roma, Municipio XII, qualificata "Ambito Meridionale dell’Agro Romano compreso tra le vie Laurentina e Ardeatina» è da ieri sul sito della Direzione regionale guidata dal firmatario del decreto, Mario Lolli Ghetti.
La mappa dell’area tutelata ha la forma di un cuore. E al suo interno prevede diversi punti in cui erano state rilasciate o si prevedevano autorizzazioni a costruire. Le compensazioni di Prato Smeraldo 2, vicino alla Cecchignola, e di Valleranello più avanti sulla Laurentina, ad esempio. E poi gli insediamenti di edilizia popolare (legge 161) a Porta Medaglia, Trigoria, o a Falcognana (Divino Amore). Più i cosiddetti "toponimi" (altre concessioni di metri cubi di
Nel rapporto scaricabile dal sito laziobeniculturali.it ci sono anche le bellissime foto di casali e torri messi al riparo dalla speculazione: Falcognana, Torre Medaglia, Donna Olimpia. E c’è il quadro completo delle osservazioni al vincolo: 124. Con le risposte, una per una, della Soprintendenza. «Rigettato» è ad esempio il «parere genericamente contrario» della Provincia. «Rigettate» sono le «osservazioni varie» del Comune. «Accolta con prescrizioni» invece l’osservazione dell’Acea per la «rete infrastrutturale» su un quarto di ettaro. «Rigettata» la richiesta di «trasformazione urbanistica» su 10 ettari presentata dalla Immobiliare Domizia. «Rigettata» anche quelle della Cecchignola Immobiliare srl che chiedeva lo «stralcio dell’area dal vincolo» per più di 110 ettari di Agro. E se il «parere complessivo sul vincolo» della Regione Lazio ha avuto come controdeduzione «motivatamente disatteso», «rigettata» è la «previsione edificatoria del comprensorio di Castel di Guido» avanzata dalla Gestione ristoranti romani srl.
In attesa di analizzare bene le carte, il comitato "Liberagro", per voce di Massimiliano Di Gioia, difende l’operato della Soprintendenza statale: «Ha svolto un lavoro di grande importanza nella pianificazione del territorio, un ruolo mortificato per troppo tempo dalle amministrazioni locali».
A proposito di "diritti edificatori" vedi l'articolo di Edoardo Salzano e il parere pro veritate di Vincenzo Cerulli Irelli
L’art. 101 del Codice Urbani individua e definisce, tra i luoghi della cultura, anche il “parco archeologico”: esso, a differenza dell’“area archeologica”, non è un semplice sito, ma un ambito territoriale caratterizzato da importanti evidenze archeologiche e dalla compresenza di valori storici paesaggistici o ambientali, attrezzato come museo all’aperto. Era ora che si definisse cosa è, o dovrebbe essere, una parco archeologico, ma, purtroppo, nonostante consessi qualificati, riunioni programmatiche e dibattiti strategici di illustri esperti del settore, fattivamente ancora non si può far aderire una definizione, così semplice e lineare, ad una realtà concreta, tangibile ed innestabile su un preciso territorio, molto spesso o quasi sempre urbanizzato. Il parco archeologico sfugge all’identificazione, almeno per ora. Ma la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, che ha il privilegio, faticoso ma costantemente assiduo, di essere preposta alla tutela e alla valorizzazione anche del comprensorio attraversato dalla Via Appia Antica, concretamente vuole applicare la citata definizione alla realtà dell’Appia, poichè in essa riconosce questa specifica valenza di museo all’aperto.
E’ per questo che la Via Appia Antica, con la sua sede stradale, con il suo basolato, le sue crepidini, le sue ottocentesche macere, i monumenti ad essa prospicienti e le aree archeologiche e monumentali ad essa connesse, tutti sono considerati e trattati, dal punto di vista delle tutela, della valorizzazione e della fruizione, come unitario complesso archeologico e monumentale, pur nelle sue specificità, unico al mondo. Ma qui il parco archeologico vero e proprio ancora è lontano…: molte, troppe le edificazioni succedutesi dagli anni ’60 dello scorso secolo fino ad ora, enorme ed abnorme il numero di abusi su questo territorio, nonostante le norme d’attuazione del PRG del 1965 lo avessero coraggiosamente inserito in zona N, Parco Pubblico e come tale reso inedificabile. La Soprintendenza ogni giorno lotta, insieme ad altri Enti territoriali “sensibili” alla tutela, per sottrarre agli illeciti edilizi questo prezioso territorio. Uno strumento di lotta è, quando ci siano presupposti legislativi e favorevoli condizioni finanziarie, l’acquisizione, cioè l’inserimento nel patrimonio disponibile del demanio dello Stato di porzioni di questo territorio, che, una volta consegnate alla Soprintendenza, possano essere utilizzate con le migliori finalità per la tutela finalizzata allo sviluppo della cultura.
Il prossimo 4 febbraio, su richiesta immediata e specifica, alla Soprintendenza verrà consegnato, dall’Agenzia del Demanio (che lo aveva inopinatamente messo al pubblico incanto) un terreno prospiciente la Via Appia Antica e la Via dell’Aeroscalo, in località Fioranello. Non è grande (è solo 1,50 ha.) ma sarebbe stato sufficiente, vista la vicinanza con l’aeroporto G.B.Pastine di Ciampino, per divenire un bel parcheggio di autoveicoli, o un centro benessere, con tanto di piscina, per i poveri viaggiatori dell’aeroporto dopo le fatiche del volo (come dichiarato da un acquirente interessato in un colloquio telefonico con responsabili della Soprintendenza). Grazie al continuo monitoraggio, anche di procedure di compravendita eo amministrative, che la Soprintendenza opera ai fini della tutela, è stata possibile questa piccola acquisizione, ma grande nel valore: lo Stato deve tutelare questo territorio in tutti i modi, anche riscattandolo da un improprio eventuale uso privato. In questo caso la consegna alla Soprintendenza sarà inoltre priva di oneri finanziari, poiché l’immobile era già nel patrimonio demaniale: sarà invece onere della Soprintendenza garantirne la pulizia ed il decoro, realizzando in esso un “presidio”, magari nell’edificio tecnico presente, a salvaguardia di un tratto stradale della Via Appia Antica, che, non ancora interessato dai previsti lavori di restauro e riqualificazione finora condotti nei tratti immediatamente precedenti, appare piuttosto una landa di crateri marziani che un antico prestigioso asse stradale, dove ancora imperversa la sosta selvaggia delle automobili…
Ma un passo alla volta tenacemente, “il parco archeologico” sarà.
L’autrice lavora nell’Ufficio Appia della Soprintendenza Archeologica Speciale per Roma e Ostia.
Nella chiesa madre di Favara sono stati celebrati i funerali delle due povere bambine sepolte dal crollo di un edificio fatiscente del quartiere del Carmine. Alle esequie stavolta non c'è stata la rituale passerella dei politici di rilievo e per il governo non c'era nessuno. Temevano forse che qualcuno gli avrebbe chiesto conto su due fatti gravissimi compiuti di recente. Il 2 ottobre 2009, infatti, il Consiglio dei ministri aveva impugnato il piano casa della regione Basilicata perché condizionava gli ampliamenti edilizi alla predisposizione del «fascicolo del fabbricato», la carta d'identità di ogni edificio, uno strumento che esiste nei paesi civili e obbliga la proprietà a certificare la solidità degli edifici. Era previsto anche in un disegno di legge del 1999 (il 4339 bis), ma non fu mai convertito in legge e mai più ripresentato. Affermava che: «I comuni individuano le aree al cui interno sono compresi i fabbricati da assoggettare prioritariamente al programma di messa in sicurezza del patrimonio edilizio, attraverso la puntuale ricognizione del singolo fabbricato e del relativo stato di conservazione, nonché l'attuazione delle misure tese a favorirne la manutenzione programmata».
Sembrano parole scritte appositamente per Favara. Era dunque importante che almeno una regione lanciasse il messaggio culturale che è ora di mettere in sicurezza il territorio e gli edifici, così da scongiurare la morte di vittime innocenti. Il governo ha ritenuto al contrario più produttivo ubbidire alla potente associazione dei proprietari edilizi, la Confedilizia da sempre contrarissima all'introduzione di queste pur modeste regole. E, a dimostrazione del loro cinismo, l'impugnazione del provvedimento della Basilicata avvenne proprio il giorno successivo della frana di Messina in cui si contarono 35 vittime. Ma non basta ancora. A funerali appena conclusi, il consiglio dei ministri del 15 ottobre decide di impugnare un analogo provvedimento approvato dalla regione Lazio. In entrambi i casi la Confedilizia ha espresso il proprio vivo compiacimento.
E' dunque questo il motivo dell'assenza degli esponenti del governo. Rischiavano di dover essere chiamati a rispondere alla famiglia Bellavia e all'intera nazione a questo quesito: perché da noi il cieco egoismo di una categoria di super ricchi non permette di dotarsi di strumenti di civiltà, condivisi dalla totalità della popolazione italiana?
Nel paese che ha regalato per valori talvolta irrisori a poche grandi società immobiliari un immenso patrimonio abitativo pubblico, poi, è stata cancellata qualsiasi politica abitativa pubblica. Tanto che il sindaco di Favara, pur in presenza di sacche così estese di disagio abitativo, lascia 56 alloggi pubblici vuoti. Le case popolari devono scomparire dal vocabolario istituzionale, ci penseranno i famelici gruppi cui è stato regalato il patrimonio di tutti. I campanelli d'allarme sono ormai troppi, da Messina a Rosarno fino a Favara, è il ruolo dello Stato che deve essere ricostruito nella sua autorevolezza e credibilità.
Il minimo che si possa dire, di fronte a questo ennesimo pasticcio fatto, a quanto pare, di uso distorto del denaro pubblico, di poca o nulla trasparenza, di intrecci impropri tra pubblico e privato, è che c'è tutto un ceto politico-amministrativo che sembra avere perso ogni contatto con la realtà. Non omettiamo la dovuta premessa: finché non vi saranno fatti accertati, il giudizio sul piano giudiziario resta sospeso. Ma il discorso politico è diverso. La piazza non usa troppe cautele, giudica in base alle prime impressioni. E l'impressione è quella di un abisso tra chi, nel Palazzo, approfitta dei propri privilegi e chi, fuori, deve fare i conti con una crisi pesante che mangia posti di lavoro e quote di salario. Milioni di persone per le quali la vita quotidiana è un rompicapo. I figli da mandare a scuola, gli anziani da accudire, le bollette da pagare. Di fronte a questo Paese, è desolante lo spettacolo di una classe politica, quando non corrotta, futile e gaudente.
Ma nel caso del Pd c'è di più, e c'è di più soprattutto quando c'entra Bologna. Non occorre leggere la stampa estera per sapere che oggi il caso italiano si chiama Berlusconi: conflitti d'interesse, uso privato delle istituzioni, fuga dai processi e via elencando. Basterebbe questo per raccogliere i frutti di un'opposizione seria e coerente, che nulla conceda sul piano della moralità e del rispetto delle istituzioni. Lo stile di chi governa è tale da concedere all'avversario mille e una opportunità. Invece capita l'esatto contrario. A torto o a ragione, sembra di non poter distinguere, e il qualunquismo pare la sola attitudine obiettiva. È un dissennato suicidio politico quello al quale stiamo assistendo. E ci coinvolge tutti, nella misura in cui rischia di blindare per lungo tempo il potere di una destra brutale, fascistoide e razzista.
Che l'ultimo scandalo coinvolga Bologna è particolarmente grave. Questa città, si dice, è un simbolo. È vero, e bisogna intendersi. Era la capitale dell'Emilia rossa, al tempo della prima Repubblica. Qui il Pci diede prova di una indiscutibile capacità di governo, di probità e di efficienza amministrativa. Seppe dialogare con l'impresa e con i ceti medi costringendoli a contribuire alla costruzione di una società in senso proprio civile. Una città, anzi una regione esemplare per accoglienza ed efficienza. Dove venivano sin dalla Svezia a studiare il modello di welfare. Non era la rivoluzione, era il buon governo, cemento di una intesa talmente stretta tra politica e società - qui davvero «popolo della sinistra» - che la si sarebbe detta indistruttibile.
La caduta di Bologna, con la vittoria di Giorgio Guazzaloca nel '99, fu la fine di un mondo. O meglio, la sanzione ufficiale di una crisi sotterranea che aveva lentamente eroso quel blocco e ora cancellava definitivamente un tabù. Era finita la «diversità». Bologna pagava la pervicacia ideologica dei nipotini del Pci convertitisi alla teologia delle privatizzazioni. E si scopriva «normale», uguale alle altre città, non meno esposta allo spirito dei tempi. Il guaio però non fu tanto quella prima sconfitta, pur traumatica, che avrebbe potuto essere persino un toccasana. La prova di una crisi organica della «sinistra di governo» bolognese venne cinque anni dopo, con la guerra intestina tra gli aspiranti alla guida del Comune e la decisione di affidarsi a una figura esterna alla città, mortificandone la storia.
Dei cinque anni di Cofferati a Bologna non val la pena di parlare. Arbitrio solipsista è stato scritto, e basta questo. Fu, quello tra sindaco e città, un dialogo tra sordi e la decisione di Cofferati di non ricandidarsi venne accolta da tutti con sollievo. E con speranza. Non è trascorso un anno e siamo a questo disastro, che nessuno avrebbe immaginato. Ora chi se la sentisse di prevedere un successo del Pd alle prossime elezioni - quando saranno - parrebbe oggi un inguaribile ottimista. Ma il punto non è questo: è il dissennato spreco di pazienza, di fiducia, di volontà di credere e sperare nonostante tutto, che vicende come questa determinano, e dio solo sa se ce lo si può permettere.
Non gettiamo la croce su nessuno, tanto meno all'inizio di una vicenda ancora tutta da chiarire. Ma una cosa è certa: Bologna, la sua gente e la sua storia si meriterebbero ben altro. E faranno di tutto per averlo.
Furio Colombo "La Giornata della Memoria contro il negazionismo ancora diffuso"
Il 27 gennaio del 1945 venne liberato il campo di sterminio nazista di Auschwitz. Cinquantacinque anni dopo in Italia si celebrò la prima Giornata della Memoria, per rendere omaggio alle vittime dell’Olocausto e come monito alle future generazioni. La legge 211, che ha istituito e ufficializzato questo anniversario fu tenacemente voluta dall’allora deputato Furio Colombo per ricordare le vittime della carneficina e gli uomini giusti che vi si opposero.
Al protagonista di quella battaglia civile chiediamo oggi, a 10 anni di distanza, quale peso abbiano queste celebrazioni e quanto siano utili.
“C’è da essere soddisfatti per il solo fatto che, a 10 anni dalla legge, la Giornata della Memoria esista ancora. Un’occasione così fragile, affidata alle mani dei cittadini e delle istituzioni che la possono usare per fare sì che davvero quel ricordo non muoia. C’è da essere contenti che sia ancora così viva una giornata che, per il solo fatto che c’è ancora, è utile.”
Dimenticare è un pericolo. Quali altri rischi intravede da parte di chi non ritiene degne di memoria le vittime dell’Olocausto?
“Il negazionismo è ancora molto diffuso, ma c’è anche la Chiesa cattolica, il cui Papa ha riammesso nel rito ufficiale quella preghiera del venerdì che invoca la ‘conversione’ degli ebrei, ha revocato la scomunica dei lefebvriani e alimentato la polemica sul vescovo negazionista. Posizioni negazioniste sono pubblicamente espresse e tollerate. All’Università di Roma La Sapienza c’è un docente di queste idee che ancora insegna. La tentazione di dire che non è successo niente c’è ancora.”
Cosa ha prodotto l’istituzione di questa giornata?
“Fra le altre cose ha prodotto una pubblicistica più obiettiva. Prima moltissima gente che sapeva della Shoa e che la giudicava criminale, credeva che si trattasse di un male cha ha colpito fuori dall’Italia. L’Italia non è mai stata comunista ma è stata fascista. Mussolini non era solo un alleato dei nazisti e il fascismo è stato l’altro grande promotore delle leggi razziali. La Giornata della Memoria è servita a ricordaci che, in Europa, solo due paesi votarono le leggi razziali: l’Italia e la Germania.
Ci racconti come è nata la Legge 221.
“Il 20 gennaio del 2000 alla Camera feci un discorso nel quale chiesi che la legge istitutiva della Giornata della Memoria fosse approvata all’unanimità perché, dissi, ‘noi sediamo nei banchi di chi quelle leggi ha approvato all’unanimità’. Fu un delitto italiano e per questo serviva una legge italiana.”
C’è una generazione che ancora deve fare i conti con le sue colpe quindi?
“In questi giorni esce un libro, L’alba ci colse come un tradimento, in cui l’autrice, Liliana Picciotto, dimostra che la grande maggioranza degli ebrei deportati e mai più tornati sono stati arrestati e identificati da italiani.”
Ogni celebrazione ufficiale rischia di diventare retorica, come arginare questo rischio?
“Una legge come questa non è per gli ebrei ma per i non ebrei. Loro ricordano, siamo noi che abbiamo bisogno di una norma per farlo. Come si ricordano le proprie glorie, si devono ricordare i propri misfatti. Non si tratta di alzare una bandiera. Non c’è qualcuno che è stato molto buono, ma qualcuno che è stato molto cattivo. E qui c’è un rischio minore di essere retorici.”
Da cosa dobbiamo ancora guardarci?
“Dal silenzio. Il complice fondamentale dello sterminio nazi-fascista è stato il silenzio, anche quello di Pio XII. Il silenzio aiuta questi crimini e non bisogna mai tacere di fronte alle violazione dei diritti. La ‘caccia al negro’ di Rosarno è avvenuta ai giorni nostri e un giorno potrebbe toccare a noi ciò che oggi sembra non riguardarci.”
Quella del "burqa" è una questione sulla quale mi pareva che tutto fosse stato già detto, ma che invece suscita nuove e interessanti reazioni: come dar forma al generale desiderio di dissuadere le nostre concittadine dall´uso del velo integrale.
Come tutti sanno, non si tratta del tipo di velo diffuso nel Maghreb per nascondere le chiome, bensì di una sorta di indumento che copre interamente la persona. Chi si traveste in quel modo si muove come un´ombra, assente e misteriosa. Sotto il burqa la donna si sottrae a tutti gli sguardi, e darebbe prova di un´austerità monacale, se non fosse che l´esclusiva delle sue fattezze e del suo volto è riservata all´uomo da lei accettato come suo proprietario.
Non è in discussione il fatto che quel travestimento non sia di buon gusto agli occhi della maggioranza dei cittadini tra i quali queste donne hanno liberamente scelto di vivere; ed è accertato che il burqa non è un obbligo religioso, ma soltanto un´usanza, peraltro condannata dal gran muftì d´Egitto, nonché dalle istituzioni teologiche più autorevoli dell´islam sunnita: su questo punto il professore Abdelwahab Meddeb è stato categorico. Si è invece aperto un dibattito sull´opportunità di promulgare una legge o di limitarsi a una semplice dichiarazione dell´Assemblea nazionale.
Le autorità religiose francesi (cattoliche, protestanti e musulmane) hanno scelto il silenzio, o si sono affrettate a proclamare la propria neutralità, associandosi così alle posizioni di taluni movimenti di sinistra che vedono in ogni tipo di divieto un attacco alla libertà religiosa. Personalmente, anche se penso che la società francese debba esprimere chiaramente la sua condanna, tendo a ritenere controproducente il varo di una legge destinata esclusivamente ad alcune centinaia di donne.
Una tesi certo non priva di acume è quella sostenuta su Le Monde dal filosofo Abdennour Bidar, che è anche autore di interessanti articoli sulla rivista Esprit. A suo parere, il burqa è sintomo di un malessere più profondo: un desiderio personale di esistere, benché espresso «in maniera paradossale, patologica e totalmente contraddittoria». Agli occhi di Abdennour Bidar, le giovani che indossano il burqa non sono poi tanto diverse dai tanti «emarginati volontari, veri e falsi a un tempo» di cui rigurgitano le nostre società. L´autore sottolinea poi lo spaventoso vuoto lasciato dalla scomparsa delle grandi immagini dell´uomo. Ormai i modelli proposti sono solo quelli di attori, sportivi, cantanti o star mediatiche che incitano a privilegiare l´apparenza, il denaro, la bellezza fisica, i consumi. «Come pensare che questi obiettivi derisori, esaltati dalla pubblicità nei modi più ridicoli, possano bastare a dare un senso alla nostra vita?» Non si potrebbe dir meglio. Ma da qui a stabilire un collegamento col burqa, che esprimerebbe «qualcosa come il rimosso della psicologia collettiva attraverso il rifiuto di esibire anche una minima immagine di sé», per poi concludere che l´identità totalmente nascosta dietro il burqa sia «l´identità profonda dell´io moderno, divenuto introvabile», c´è un salto epistemologico non facile da accettare.
Decisamente, questi eminenti intellettuali non riescono ad accontentarsi della semplice realtà. Di fatto, da quanto tempo si è posto il problema del velo – prima di quello del burqa – in un paese come la Francia, che da mezzo secolo ospita un gran numero di musulmani? Da dove è venuto questo desiderio di imporre ovunque i vari tipi di velo, se non dai movimenti sauditi e afgani, il cui primo bersaglio fu il governo algerino, colpevole di aver impedito agli islamisti di insediarsi al potere, annullando il secondo turno di una consultazione elettorale perfettamente libera?
Si è già dimenticato quanto è accaduto per un decennio in Algeria? Quelle vicende hanno preparato l´irruzione delle reti che avrebbero destabilizzato una parte importante del mondo arabo-musulmano, per poi coprirsi di "gloria" con gli attentati dell´11 settembre 2001 a New York. Come non ricordare che da quel momento in poi tanti giovani musulmani hanno affermato la propria solidarietà con la rinascita dell´epopea vendicativa dei fanatici leader di un certo islam?
Può darsi allora che le eredi dei pionieri di quella frenetica crociata vogliano esibire la pura e semplice volontà di chiamarsi fuori da una società di infedeli e miscredenti. Resta comunque il fatto che anche in assenza di qualunque tipo di violenza, quel loro modo di rinchiudersi significa l´opposto di tutto ciò che rimane valido e bello sotto ogni regime, anche se in declino: la voglia di aprirsi, di condividere, di scambiare gli sguardi. Lo slancio verso l´altro. Il problema non è il velo, è il suo significato. Nulla è più bello di un velo che adorna un volto, come nei quadri dei maestri fiamminghi e italiani. Ma c´è un abisso tra le tombe itineranti di quelle sconosciute, e il velo che sottolineava la bellezza di una Benazir Bhutto: lo stesso abisso che separa il segreto delle tenebre dalla generosità della luce.
Traduzione di Elisabetta Horvat
LA MEGLIO GIOVENTÙ
di Valentino Parlato
La forte vittoria di Nichi Vendola nelle primarie di domenica scorsa in una regione significativa come la Puglia è molto più di un evento della cronaca politica. E non segna soltanto la crisi, forse inattesa ma certamente profonda, della segreteria Bersani. È il segno forte della crisi della politica politicante e di quel che restava dei partiti della prima e della seconda repubblica. I partiti di una volta non ci sono più e i loro vertici soffrono di un forte isolamento con scarsi rapporti con quella che una volta si chiamava la base. Si tratta soprattutto di aggregazioni populiste-privatistiche e, nel caso del Pdl, di una grande aggregazione populistica-privatistica (lo ripeto) con un leader padre-padrone, che trae la sua forza dalla personale proprietà privata di cui dispone. È un monopolista dell'informazione, che è insieme il maggior business e il maggior strumento di manipolazione che oggi esista. Berlusconi, nonostante la sua incontestabile abilità, senza le proprietà sarebbe un signor nessuno. La vittoria di Vendola e la sconfitta di D'Alema - che trascina nel baratro Bersani - segnano l'esaurirsi di una politica sedicente di sinistra (ma sottovoce) e la crisi irrecuperabile. L'interrogativo è se tutto questo può segnare una ripresa, se toccato, o quasi, il fondo, si può risalire.
Certo è stato un movimento di popolo: 200 mila votanti in sette giorni di campagna per le primarie non sono poca cosa. Ma ancora più interessante e fortemente positiva è la partecipazione di giovani, il cui allontanamento dalla politica costituisce uno dei segni più gravi della nostra democrazia. Il pericolo di questo allontanamento è un segno brutto e pesante. Ad Acquasparta, dove c'è stato un seminario, assai utile, di Articolo 21, su questo punto ha insistito anche Monsignor Paglia, parlando di un'Italia che sta perdendo l'anima. Dalla Puglia che - non dimentichiamo - è la patria di Di Vittorio (ma qualcuno lo sa? e sa chi è stato Di Vittorio?) è venuto indubbiamente un segnale positivo di possibilità di una rinascita della sinistra e dei suoi ideali di libertà, eguaglianza e fraternità.
Questo segnale dobbiamo raccoglierlo e lavorarci. Noi del manifesto, ma anche tutto quel che - nonostante tutto - in Italia rifiuta lo stato presente delle cose. C'è «il popolo viola», ma anche una molteplicità di aggregazioni impegnate e - perché no? - gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori, gli storici. Certo, davanti a noi c'è un lavoro di Sisifo. Bisogna avere impegno e pazienza. ma non c'è mai la fine della storia. Bisogna sempre tentare di ricominciare. E non è mai inutile.
NELLA FABBRICA DI VENDOLA
di Luciana Castellina
La mia giornata di scrutatrice delle primarie nelle Puglie (coadiuvanti Giusi Giannelli, ex Fgci di Bari e Rosario Rappa, segretario della Fiom) comincia da Taranto, quartiere «I Tamburi», case popolari per gli operai dell'Ilva, oggi solo 12.000, giovanissimi: media d'età 31 anni, i più anziani diventati esuberi o andati in prepensionamento perché l'amianto li ha resi invalidi o già ammazzati. Davanti al seggio, una fila già lunghissima, «parecchi hanno rinunciato» mi avverte un drappello di anziani siderurgici che sosta all'ingresso. Si vota da tre ore e sono perplessi, il segretario locale di Rifondazione è depresso: «troppe facce che non ho mai visto, tante donne, mi sa che ce la mettono...», il resto lo dice con le mani. Entro, molti vecchi compagni mi riconoscono ( da queste parti, in 62 anni di militanza comunista, sono venuta tante volte ): mi abbracciano ma, quasi scusandosi, parecchi mi dicono che voteranno Boccia, perché «così ha detto il partito» ( che nonostante tutto quello che è successo è sempre il partito). Esco allarmata: vuoi vedere, mi dico, che proprio lì dove la tradizione Pci era più forte, 45% di voti finché è esistito, va a finire male? Proprio qui dove la giunta Vendola è riuscita, per la prima volta in decenni, ad imporre all'Ilva, per legge, di installare i depuratori che hanno ridotto le esalazioni del veleno da sette nanogrammi a metro cubo a uno? «Cosa vuoi - osservano sconsolati - qui ormai alla diossina si sono abituati».
In Puglia è primavera
Le ultime ore della mia giornata le passo a Bari, su un divanetto nella stanza della «Fabbrica di Nichi», a sedere proprio accanto a lui, nervosissimo ed esausto. Fuori, dalle otto, hanno cominciato ad accalcarsi i compagni. Nella notte la conferma di quello che sapete già: 67% di media regionale, i sondaggi erano sbagliati. Ma per difetto. Alle urne 205.000 persone, parecchio di più che per le primarie interne al Pd su cui era stata tarata la distribuzione delle schede. Già nelle prime ore del pomeriggio dai seggi avevano chiesto che li rifornissero perché erano ormai senza, e si è ricorso alla fotocopiatrice. Il primo dato arriva alle 21 e 4 minuti, sul telefonino di Nicola Fratoianni, coordinatore della Sel (Sinistra, ecologia e libertà) pugliese: ad Armesano, comune salentino, 184 votanti, 32 voti per Boccia, 137 per Vendola. Ridiamo, il campione è troppo minuscolo. Poi la valanga: Tricase 80% per Nichi, idem a Fasano, al quartiere barese di Japigia al 90, 76 a Celleamare, a Triggiano 911 a 311, a Mola 841 a 187, a Copertino 736 a 199, a Lucera mille voti di distacco. Alle isole Tremiti finisce 64 a 4. Arriva anche il risultato del quartiere «I Tamburi», quello che attendo con più ansia: i compagni si erano sbagliati, quelle facce sconosciute e quelle tante donne hanno votato per il 73% in favore di Vendola. Alla diossina, per fortuna, non si erano del tutto abituati.
Nichi comincia a sorridere. Quando chiamano, direttamente sul suo cellulare, da Altamura, annunciando un 76%, gli dice «esagerati!». Poi uno scoppio maleducato ma incontenibile: è arrivato il risultato di Gallipoli, epicentro dalemiano per ragioni di politica e di vela. 204 voti per Boccia, 683 per Niki. Fuori non sanno ancora niente. Nella stanzetta-rifugio arrivano i dati non-ufficiali, per renderli pubblici è meglio aspettare quelli ufficiali. I compagni scalpitano, la folla aumenta e preme. Alle 22,30 sappiamo già qualche media provinciale, la più sfiziosa quella di Lecce, che era stata data quasi per perduta: 61,9 per cento. In totale solo sei sconfitte: Bisceglie, ma si sapeva, è la città natale di Boccia; Manfredonia, dove si concentra lo stato maggiore del Pd; Apricena; San Pietro Vernotico, Cesarano; San Ferdinando
Bisogna prendere contatto col quartier generale del Pd. Non è corretto dichiarare senza essersi accordati prima. Proviamo un po' di imbarazzo. Finalmente Fratoianni telefona al suo collega Blasi, che coraggiosamente decide che la conferenza stampa si farà nella sede della «Fabbrica di Nichi». Ho un po' di paura dell'incontinenza della folla, ormai grossissima, quando arriverà Boccia. E invece sono tutti bravissimi, gli battono persino le mani, l'onore delle armi allo sconfitto. Che poi dirà davanti a una selva di telecamere che lo prevedeva, ma che si perdono solo le battaglie che non si fanno. I due candidati del centro sinistra si impegnano adesso a marciare uniti, Nichi dice «domattina parte un treno, deve rendere l'alleanza la più larga possibile».
L'avversario adesso è Rocco Palese: lo spoglio in casa del centro sinistra non è ancora terminato che il partito della libertà scioglie i suoi tanti dubbi e annuncia che il cavallo con cui correrà sarà un pallido ex assessore di Fitto, il solo minimo comun denominatore possibile nella rissa che si è creata a destra, dove nessuno dei maggiorenti ha voluto una candidatura un po' più valida, quella dell'ex sindaco di Lecce, ex deputata e ministro di An, oggi a capo di una sua nuova formazione, «Io Sud», Adriana Poli Bortone. (L'indomani mattina se la piglia l'Udc ). Poi il fiume delle dichiarazioni, di tutti. La più singolare quella del sindaco Emiliano che avrebbe dovuto essere l'oppositore di Nichi ma non se l'è sentita: «Possiamo vincere a marzo - dice - perché il popolo del Pd ha saputo interpretare questo momento politico legando ancora una volta il destino delle Puglie a Nichi Vendola». Evviva il popolo del Pd, dunque, ma il Pd? Rutelli fa sapere che è contento di essersene andato da quel partito per non dovere escogitare frasi di rito all'annuncio della sconfitta.
Dopo la vittoria
Sono venuta nelle Puglie innanzitutto perché tornare in questa occasione al mio vecchio mestiere di inviato del manifesto era un modo per manifestare solidarietà a Vendola, ma anche perché molto curiosa di questo test, che - sia pure alterato dall'«anomalia Nichi» - poteva raccontare molte cose che vanno al di là del caso specifico; e infatti le ha raccontate.
Primo: cosa è il Pd, nel concreto? Quanto è forte la sua presa sulla società? Meglio di ogni altro me lo dice Peter Giacovelli, coordinatore della Sel di Martina Franca: «qui il Pd ha quattro consiglieri comunali e uno regionale, ma non ha più la sede, si riuniscono nell'ufficio privato del consigliere regionale. Quando abbiamo dovuto incontrarci per organizzare le primarie sono dovuti venire da noi». Ecco: un'organizzazione territoriale ormai non c'è quasi più, ma ci sono centinaia di rappresentanti degli enti locali che gestiscono in prima persona i rapporti con la società. E cui fanno capo non vere clientele (talvolta anche quelle, naturalmente, sottospecie di referenti di cooperative e di servizi municipali), ma nemmeno organizzazioni partitiche, collettivi. L'allargamento della base sociale ha poi ovviamente portato dentro al Pd anche soggetti dotati di interessi, spesso consistenti, e nelle scelte, nei conflitti che si determinano, capita di sentire il loro peso.
Secondo: cosa è l'Udc, il partito cui D' Alema voleva sacrificare Vendola? A guardarlo, qui nelle Puglie, mi è tornata in mente una prima seduta del Consiglio comunale di Roma, nel '75, in cui Lucio Lombardo Radice, neofita della carica, si rivolse con un bellissimo discorso sul cattolicesimo verso il banco della Dc dove sedevano, sbigottiti e senza capire molto, i tanti presidenti della Centrale del latte, dell'Azienda della Nettezza Urbana, i tanti piccoli centri di potere della capitale, insomma. Qui è ancora meno, è un corpaccio indistinto e transumante fra una sigla e l'altra, capibastone che dispongono di un piccolo patrimonio di voti (9,1 % alle ultime europee), parecchio clientelari, che decidono di volta in volta a chi dare. ( «Non i due forni - recita una battutaccia locale - ma dove si sforna»). Raccontarne le loro storie sarebbe troppo lungo: a Bari ci sono gli ex craxiani, parecchi perché qui nella «Bari da bere» degli anni '80 Bettino aveva stabilito un ponte privilegiato con Milano; a Barletta è invece un ex Pci entrato in rotta di collisione con il partito; molti ex Dc, ovviamente. Insomma, difficile paragonarli ai «ceti medi dell'Emilia rossa» di togliattiana memoria, e tanto meno alla rappresentanza del mondo cattolico cui Nichi, allievo fedele di don Tonino Bello, il purtroppo defunto grande vescovo di Molfetta, parla più direttamente. (Un povero presidente di circoscrizione, Francesco Ferrante, passato da poco dai socialisti autonomisti al nuovo Psi di Stefania Craxi, e cioè dal centro sinistra al centro destra, si è presentato al seggio chiedendo di votare. Gli è stata obiettata la sua recente appartenenza, ma lui si è indignato: io sono socialista, ha gridato. E alla fine lo hanno fatto votare per misericordia verso la confusione).
Interrogativo più difficile: perché, l'altro alleato che non si poteva perdere, l'Italia dei Valori, non voleva Vendola, sebbene gli slogan di Di Pietro siano tutti contro gli apparati dei partiti? Perché purtroppo dietro a quella sigla non ci sono solo girotondi, ma anche piccoli potentati locali che sono saliti sul carro ma non vogliono mettere a rischio i loro affari. E così hanno cercato di impedire al loro partito - senza riuscirci del tutto - di scegliere la candidatura del governatore.
E infine Niki: di che fenomeno si tratta? «populismo rosso», come insinua Corto Maltese (con qualche simpatia) e qualcun altro (con antipatia)? Non è così. Intanto va detto che la sua popolarità è dovuta a corpose realizzazioni della sua giunta, in particolare quelle a favore dei giovani. Prima fra tutte l'insieme di misure che vanno sotto il titolo di «Ritorno al futuro»: borse di studio per specializzarsi in Italia o all'estero, già 10.000 concesse in cambio della sottoscrizione di un «contratto etico», un impegno - non un obbligo - a tornare a lavorare nelle Puglie. E poi i «Bollenti spiriti», laboratori urbani creati in immobili pubblici ristrutturati e avviati ad ospitare attività creative. E, ancora, «Principi attivi», una sorta di concorso per idee di nuove possibili attività produttive, una sorta di microsocietà (450, su 1.500 proposte arrivate, già finanziate) per il quale le Puglie hanno ricevuto il premio dell'Unione Europea nell' «anno (il 2009) della creatività». E, ancora, il cinema, rilanciato da una straordinaria Film Commission, che ha operato sul fronte della produzione e su quello della domanda, riaprendo sale e circuiti, e dunque promuovendo occupazione. Infine, e non è poco, le energie alternative, la prima regione in Italia in questo campo, dice con giusta soddisfazione l'assessore Losappio.
Tutto questo è stato fatto non dal solo Vendola, ma insieme ad altri assessori, ovviamente anche del Pd, in particolare Minervini (che infatti ha disubbidito nelle primarie): possibile che il Pd, sparando contro Vendola, dicendo che la primavera pugliese era ormai esaurita, non si sia reso conto che azzoppava anche sé stesso? Possibile non abbia capito che era una follia barattare l'Udc, colpito proprio il giorno del voto dalla condanna a sette anni di uno dei suoi principali procacciatori di voti, Totò Cuffaro, con la straordinaria mobilitazione di giovani che si è creata a difesa della giunta e di Nichi, il solo che ha capito di cosa avevano bisogno, che non gli parla in politichese, che vince, non perché - come dice uno slogan della sua campagna - « è radicale, ma perché è radicato», innanzitutto nelle nuove generazioni? Nelle Puglie ha preso corpo un fenomeno nuovo e di grande significato, un ritorno alla politica di migliaia di giovani, i veri protagonisti di questa vittoria delle primarie. Sono cosa? «Post» di tutto: del comunismo, del moderno, del lavoro stabile, e persino, adesso, orgogliosi di essere pugliesi.
È il trionfo della società civile contro la politica dei partiti? Ne discutiamo a lungo con il sociologo Franco Cassano, l'intellettuale che più si è impegnato a fianco di Nichi. Il discorso è lungo, non siamo nemmeno sempre d'accordo, un fatto è però certo: la politica tradizionale non attira più perché ha perduto la sua investitura storica. Adesso siamo nella fase di un utilissimo bombardamento del quartier generale. Poi si vedrà. Il 28 marzo si vota. Sarà una prova dura. Ma con quei 205.000 votanti alle primarie, si è messo già insieme un bel motore, ricco del 10 per cento dell'elettorato chiamato alle urna.
MILANO — «Sono quattro legislature che la legge sui principi di governo del territorio giace in Parlamento. Tutti si dicono d’accordo, ma poi il testo non viene approvato». A quasi una settimana di distanza dall’Appello lanciato al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il presidente del Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori Massimo Gallione esplicita ulteriormente l’umore della categoria e la visione. «Le emergenze sono due: un rischio idrogeologico gravemente trascurato e altissimo» dice Gallione tornando sui temi della lettera aperta del 20 gennaio «testimoniato da tanti disastri, da un lato, e l’esigenza di ridare fiato a unmercato che è arrivato allo stremo delle forze, dall’altro». Nelle lettera si sottolineava ad esempio la necessità di predisporre piani, «anche a lunga scadenza», al di là della gestione delle emergenze.
Dalla pubblicazione della Lettera-appello ad oggi, a livello governativo, sono filtrate indiscrezioni su un rilancio del «Piano Casa» varato lo scorso anno ma rimasto inapplicato – come conferma sempre Gallione - «in molte regioni», cui la Riforma del Titolo V attribuisce competenze decisive. In vista delle regionali di fine marzo, Silvio Berlusconi immaginerebbe un nuovo «Patto per l’Italia», con i candidati alla carica di governatore, incaricati di attuare entro i primi cento giorni di governo regionale la legge nazionale: quella che consente aumenti massimi fino al 35% delle cubature rispetto alle volumetrie già esistenti e che, dice Gallione, «mostrava una qualche potenzialità di aggredire il mercato, che finora però non è stata sfruttata, anche a causa del conflitto di competenze tra Stato e Regioni. Non ci sono i soldi pubblici per fare nuovi interventi, ma ci sono quelli privati, magari anche in seguito allo scudo fiscale».
Accanto all’esigenza di rilanciare il mercato dell’edilizia, tuttavia, restano le cifre che testimoniano «l’invecchiamento» delle strutture edilizie italiane. Sui 90milioni di vani costruiti nel dopoguerra, il 90% non ha le sufficienti capacità strutturali antisismiche e il 45% di questi sta in zone a rischio idrogeologico medio-alto. Una cifra superiore al 90%, poi, ha una capacità di contenimento della dispersione dell’energia insufficiente rispetto agli standard europei. «Mi auguro che gli aumenti di volumetria consentiti dalla legge nazionale - chiosa Gallione - possano alimentare un processo di sostituzione edilizia, di vero rinnovamento, soprattutto nelle periferie. Non è opportuno aumentare di un piano una costruzione che non rispetta standard di sicurezza».
Milano. Il contratto da cui nasce l’Expo di Milano è un documento di 25 pagine e sette planimetrie che nessuno ha mai visto: non il consiglio comunale, che lo aspetta da un paio d’anni, non i cittadini milanesi che avrebbero diritto di sapere che cosa si sta progettando. È una convenzione sottoscritta, già nel giugno 2007, dal comune e dai due proprietari dell’area su cui, nel 2015, si svolgerà l’evento: la Fiera di Milano e la società Belgioiosa (gruppo Cabassi). È il documento, finora segreto, che fa finalmente capire dov’è il trucco dell’Expo 2015: un’iniziativa intitolata “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, che nutrirà però soprattutto i proprietari dell’area, i quali potranno cementificarla con grande energia, oltre ogni regola.
IL CONTRATTO. Che cosa prevede, infatti, il contratto? Che quell’area sghemba a nord di Milano tra Pero e Baranzate, contigua alla nuova Fiera, prescelta per celebrare i fasti dell’Expo, resti ai proprietari. Viene data in concessione alla società Expo per sette anni (2010-2017), al termine dei quali Fiera e Cabassi se la riprenderanno. Ma, passata la festa, ci troveranno alcune gradite sorprese. Oggi l’area (circa 1 milione di metri quadri, 70 per cento della Fiera, 30 di Cabassi) è agricola. Non ci si può costruire nulla. Che cosa dice invece la miracolosa convenzione segreta? Che nel 2017 l’area sarà restituita a Fiera e Cabassi con un indice d’edificabilità 0,6: ossia puoi costruire 6 metri quadri ogni 10, per un totale di 600 mila metri quadri. Non è meraviglioso? Ma c’è di più. Il nuovo Piano di governo del territorio (Pgt) in approvazione a Milano innalza per le aree agricole l’indice di costruzione allo 0,2 (puoi costruire 2 metri quadri ogni 10); ma l’area Expo è considerata un’eccezione (“zona di trasformazione speciale”), con un eccezionale indice 1: dunque si potrà costruire ben 1 milione di metri quadri. E con un mix funzionale libero, dice il contratto Expo, a gentile discrezione dei proprietari.
In una prima ipotesi, c’era anche un regalo aggiuntivo, come nelle fiere di paese. Guardate l’illustrazione numero 1 in questa pagina: padiglioni, edifici, uffici, abitazioni, una grande torre... Il primo progetto prevedeva che la società Expo costruisse molto, sull’area. Così nel 2017 i proprietari si sarebbero ritrovati una gran parte del lavoro già fatto, senza neanche la fatica di costruire a loro spese. Poi la crisi, i litigi politici, i ritardi, le incertezze, la mancanza di soldi hanno determinato un cambiamento di rotta. Il sindaco di Milano Letizia Moratti ha chiamato cinque architetti a ripensare l’Expo. Una consulta internazionale formata da Stefano Boeri, Richard Burdett (quello che sta progettando le Olimpiadi di Londra 2012), Jacques Herzog (quello dello stadio-nido di Pechino), William McDonough (collaboratore di Al Gore) e Joan Busquets (Olimpiadi di Barcellona). Il nuovo progetto, presentato in pompa magna nel settembre 2009, lo vedete nell’immagine numero 2. Niente più grandi padiglioni, ma un immenso orto botanico. Ognuno dei 120 paesi che parteciperanno all’Expo avrà una striscia di terreno larga 20 metri in cui potrà presentare le sue coltivazioni, i suoi prodotti, le sue eccellenze, con serre e terreni che riproducono le biodiversità, i climi del mondo e le loro tipicità alimentari. Ogni striscia s’affaccia su un lungo boulevard-tavola dove i paesi ospiti potranno mettere in mostra e condividere le loro colture e i loro prodotti. Un piccolo villaggio-Expo, di edifici bassi, sarà costruito discretamente sui bordi dell’area. Così, dopo l’Expo, alla città potrà restare in eredità un grande parco botanico planetario.
L’EXPO DOPO L’EXPO. Questo dice il progetto realizzato con la collaborazione anche di Carlin Petrini, il papà di Slowfood. Ma se le aree nel 2017 torneranno ai loro proprietari, e con la possibilità di costruirci sopra un milione di metri quadri, dove andrà mai a finire la promessa del parco botanico planetario da regalare alla città? Per non sbagliare, comunque, si sta passando dal “concept plan” al “masterplan”. Ovvero: ora che i cinque grandi architetti, sotto l’ala del sindaco Moratti, hanno detto la loro (“concept plan”), la palla passa all’Ufficio di Piano dell’Expo, che dovrà realizzare il progetto vero (“masterplan”). E qui arriva il bello. L’Ufficio di Piano sta remando in direzione opposta: il sogno dei cinque super-architetti è troppo leggero, troppo agreste, troppo bucolico. Bisogna riempire, costruire, appesantire. Dare la possibilità ai paesi espositori di potersi esibire innalzando come vogliono i loro padiglioni nazionali. Ad aprile vedremo il risultato. Questo è il primo dei durissimi scontri in atto. Il secondo è sulla proprietà dell’area. Il terzo è sul dopo: che cosa sarà l’Expo dopo l’Expo?
LA FIERA. La Fiera (più che Cabassi) vuole mantenere il controllo dell’area, come previsto dal contratto, e dopo l’Expo avere uno spazio immenso da valorizzare, con un guadagno immenso. Case, uffici, il nuovo centro di produzione Rai (ma con quali soldi?), magari un po’ di housing sociale (abitazioni a basso costo) tanto per indorare la pillola. L’amministratore delegato di Expo spa, Lucio Stanca, sta invece provando a percorrere un’altra strada, su cui s’incamminerebbe qualunque manager serio: acquistare le aree. Perché lasciarle ai proprietari, a cui regalare un valore immenso? Oggi l’area Expo è terreno agricolo, potrebbe dunque essere comprata a prezzi ragionevoli (100-130 milioni di euro). Ma, naturalmente, la Fiera non ci sta. Preferisce il regalo miracoloso del milione di metri quadri di cemento. Se proprio costretta, potrebbe anche vendere, ma alzando di molto il prezzo. Ma per capire questa partita, che è il vero, feroce conflitto in corso, bisogna capire la geografia del potere che si sta ricomponendo attorno all’Expo.
Fiera vuol dire Roberto Formigoni, cioè Pdl ala Comunione e liberazione. Formigoni, eterno presidente della regione Lombardia, ha lavorato sottotraccia per diventare il vero padrone dell’Expo. Sottraendo il giocattolo a Letizia Moratti. Formigoni non solo controlla attraverso i suoi uomini la Fiera, proprietaria dell’area, ma ha anche abilmente occupato l’Ufficio di Piano, d’ora in avanti vera cabina di regia dell’Expo. Sono di area Comunione e liberazione (e formigoniani di ferro) Matteo Gatto, il direttore dell’Ufficio di Piano; Andrea Radic, responsabile della comunicazione; Alberto Mina, responsabile delle relazioni istituzionali. Il comitato scientifico è presidiato da uno dei grandi capi di Cl, Giorgio Vittadini. Nel consiglio d’amministrazione di Expo spa siede invece Paolo Alli, già capogabinetto di Formigoni. La guerra è cominciata.
Personaggi e interpreti delle battaglie milanesi
Chissà se è pentita, Letizia Moratti, di aver fatto vincere a Milano la gara internazionale per l’Expo 2015. Finora da quel successo le sono venuti solo guai. Ora è preoccupata, tesa. È in forse anche la sua ricandidatura a sindaco. Credeva di poter gestire l’evento con i suoi uomini senza le interferenze dei partiti. Ha imparato a sue spese che non è possibile. Ha dovuto subire subito i boicottaggi degli expo-scettici, Lega e Giulio Tremonti. E poi gli assalti dei poteri, delle correnti, delle cordate. Umberto Bossi all’Expo non ha mai creduto, lo chiama “Expo di territorio”, vorrebbe che coinvolgesse paesi, città, territori e genti di tutta la Padania. Vorrebbe insomma che, se proprio si deve fare, fosse utile a portare consenso (ma anche poltrone, potere e soldi) alla Lega. Ha imposto un suo uomo, Leonardo Carioni a presidiare il consiglio d’amministrazione.
Tremonti dell’Expo avrebbe proprio fatto a meno: il suo ministero ha pochi soldi da spendere e non li vuole buttare per la gloria di Donna Letizia, che quando è andata a Roma a batter cassa si è sentita rispondere: “Letizia, il governo non è tuo marito”. Così Tremonti ha garantito per ora soltanto 133 milioni per il triennio 2009-2011, che dovrebbero diventare (chissà) 1,4 miliardi entro il 2015. Non si sa se arriveranno davvero i 600 milioni di competenza degli enti locali e i 500 dei privati. Tanto per cominciare bene, già quest’anno il bilancio previsionale di Expo spa è in rosso di 15 milioni di euro. Le grandi opere già previste e infilate a forza nel progetto Expo (le superstrade Pedemontana, Tem, Brebemi, le linee di metrò M4 e M5) non si sa se saranno finite in tempo per il 2015. Si sa però che mancano i soldi: almeno 2,5 miliardi di euro. Alcune opere sono state addirittura cancellate: non sarà fatta la linea M6, non sarà fatta la torre Landmark; non sarà fatta la via d’acqua navigabile che avrebbe dovuto portare dalla città all’Expo. Per fortuna gli orti costano meno. Del resto, alla stima iniziale di 30 milioni di visitatori previsti non crede più nessuno. E le previsioni di fatturato sono già precipitate da 44 a 34 miliardi.
Chissà se Lucio Stanca, il mediatore imposto da Silvio Berlusconi dopo tante polemiche, tanti litigi, tanti ritardi, resisterà fino al 2015. C’è già chi lo dà per sconfitto, bruciato dal braccio di ferro in corso (lui vuole comprare l’area, la Fiera vuole mantenerne la proprietà). C’è chi fa già il nome del successore: l’uomo di Berlusconi per le imprese impossibili, il super commissario Guido Bertolaso. Intanto ha messo il suo cappellone sull’Expo anche Bruno Ermolli, a cui piace tanto essere definito il Gianni Letta di Milano. Attraverso la Camera di commercio-Promos, ha organizzato nei giorni scorsi un incontro sull’Expo per dire: occhio, ci sono anch’io.
Ma è la Fiera, ormai, il vero dominus dell’operazione, strappata alla povera Moratti. Dunque Roberto Formigoni, che ha occupato anche l’Expo, e non si fa certo disturbare dall’arrivo del nuovo presidente della holding di controllo della Fiera, l’ex banchiere craxiano (ora berlusconiano) Giampiero Cantoni. L’uomo forte di Formigoni che ha lavorato nell’ombra (anche) per l’Expo è – tenetevi forte – l’avvocato Paolo Sciumè. Ora ha dovuto sospendere il suo impegno, perché è stato arrestato con l’accusa di aver presentato clienti mafiosi al presidente della Banca Arner, Nicola Bravetti. Il personaggio giusto, Sciumè, per lavorare a un’impresa che, già per conto suo, è a rischio infiltrazioni mafiose.
Si addensa la nebbia sugli scavi di Pompei. Solo ieri sera, dopo una settimana di silenzi, fra voci che si rincorrevano e inviti perentori a star zitti, arrivano i primi sprazzi di una versione ufficiale sul crollo avvenuto lunedì della scorsa settimana nei pressi della Casa dei Casti Amanti, che si affaccia su via dell’Abbondanza. In mattinata il direttore generale dei beni archeologici del Ministero, Stefano De Caro, tenuto all’oscuro della vicenda, ha chiesto alla Soprintendenza di Napoli e Pompei una dettagliata relazione. Un secco fax con una richiesta di chiarimenti a chi per legge ha il compito di tutelare gli scavi. Ma intanto nel tardo pomeriggio il commissario all’area archeologica, Marcello Fiori, e il direttore del sito, Antonio Varone, hanno fornito una versione di quanto accaduto. Poche righe in un lungo comunicato che esalta le meraviglie della Casa, di cui si annuncia l’apertura in febbraio. Grazie ai lavori nel cantiere in cui sarebbe avvenuto l’incidente.
È solo «un piccolo smottamento», assicura Varone, che non avrebbe provocato danni significativi. La causa? Le piogge. Che avrebbero fatto franare parte di un terreno «nell’insula adiacente a quella della Casa dei Casti Amanti». Comunque si ammette «il crollo di alcuni metri di un muro perimetrale dove non vi erano affreschi». Muro perimetrale, inutile aggiungere, d’epoca romana.
Molte cose restano, però, avvolte nella nebbia. Al crollo hanno assistito gli operai della ditta che eseguiva i lavori (il cantiere è stato subito dopo blindato). Ma alcune testimonianze concordano sul fatto che nella parte superiore del lato est dell’Insula IX, 11 (sono questi i riferimenti toponomastici di Pompei) stessero lavorando con un escavatore girevole di 30/40 quintali, in direzione di via dell’Abbondanza. È il mezzo più appropriato per muoversi in una zona così delicata? Tanto più che, sempre secondo alcuni racconti, l’escavatore stava togliendo terra in uno strato dove si dovrebbe procedere solo con le mani. Quest’opera di "terrazzamento", riferiscono le stesse fonti, avrebbe messo in luce la parte posteriore di un’altra casa, in particolare l’ambulacro est del peristilio e sette colonne. Il crollo avrebbe riguardato la parte superiore del muro di confine est dell’Insula IX, 11. C’entra qualcosa l’escavatore? È quello che deve essere accertato. Come pure il perché di tanta fretta, come se quello fosse un cantiere edile e basta e non gli scavi di Pompei. E poi: il cantiere ha una vasta copertura, com’è possibile che la pioggia abbia provocato lo smottamento? E, infine, perché tanto mistero? Chiarimenti chiedono ora Italia Nostra, che per prima ha denunciato la vicenda, e un’interrogazione parlamentare di Luisa Bossa del Pd.
Il punto chiave della vicenda è comunque il rapporto fra il commissario e la Soprintendenza. Andato in pensione Pietro Giovanni Guzzo, che ha diretto l’ufficio per quindici anni, è stata nominata Maria Rosaria Salvatore, archeologa di grande esperienza, alle soglie della pensione. Ma il vero soprintendente è Fiori, al quale la Salvatore avrebbe lasciato molte competenze. Pompei è una macchina enorme, complessa sia dal punto di vista amministrativo, sia perché resta un grande cantiere di studi e di indagini. È la Soprintendenza che ha in carico la tutela e la ricerca archeologica. Non il commissario, che pure ha svolto importanti lavori, come il completamento del restauro all’Antiquarium.
Crollo o non crollo, la storia pompeiana rilancia la polemica sui commissariamenti decisi da Sandro Bondi. I commissari, provenienti dalla Protezione civile (come Fiori), ma non solo, tendono a esautorare le soprintendenze, a corto di finanziamenti, con poco personale e con funzionari sempre più anziani. Ma cosa succede con i commissari? «Succede che le procedure vengono semplificate», rispondeva Guzzo poco dopo aver lasciato il suo incarico, «introducendo, per esempio, criteri assolutamente discrezionali nella distribuzione degli appalti, in deroga a tutte le norme vigenti. Insomma si creano postazioni che godono di maggior fiducia, politicamente molto utili».
Sull’ inquinamento a Milano le parole hanno perso di senso: non basta più dire allarme o emergenza, non serve scrivere che la città soffoca o non respira. Una rassegnata accettazione al peggio ambientale contagia da mesi la politica e la pubblica opinione: se non fosse per un gruppo di mamme indignate, dell’aria avvelenata che da tredici giorni intossica i polmoni di bambini e anziani non si parlerebbe nemmeno. Dieci anni fa un’analoga esposizione ai pericoli delle polveri sottili avrebbe provocato il blocco del traffico, una settimana di targhe alterne, il divieto di uscire nelle ore di punta per le persone a rischio. Si esagerava prima o si sottovaluta oggi?
Colpisce il silenzio generale che accompagna la ritirata ecologica che da Milano si espande al resto d’Italia: tace il sindaco, non parla il governatore, è disinteressato il ministro. Nonostante gli appelli al civismo dei piccoli gesti, delle questioni ambientali si parla quasi con fastidio. Alle prese con la crisi e la lotta quotidiana per la sopravvivenza, il problema dell’aria avvelenata sembra rimosso dall’agenda politica. C’era una volta lo smog.
Bisogna andare all’altro secolo per trovare un’azione coordinata tra governi e Comuni, alla metà degli anni Novanta, quando smog e pubblica salute diventarono materia per accordi e interventi coordinati tra Regioni. Incentivi, domeniche a piedi, blocchi infrasettimanali del traffico, divieti alla circolazione dopo sette giorni di allarme. L’inquinamento era in cima alle preoccupazioni dei cittadini quando l’ex ministro della Salute, Sirchia, si sbilanciava con una provocazione: «Per salvare i polmoni dei bambini di Milano d’inverno portateli in Riviera...».
Non c’è nostalgia per quei blocchi che in passato hanno appiedato le domeniche degli italiani: come cerotti sul bagnato tamponavano appena la ferita. Avevano però un effetto sui cittadini e sulla politica: evitavano l’assuefazione ai veleni, ricordavano un problema irrisolto. Quello che si presenta ad ogni inverno nella pianura Padana, quando la pioggia non spezza l’assedio dei mefitici veleni. Anche se Napoli, Torino e Lodi stanno peggio, Milano ha la poco invidiabile fama di capitale dello smog. È per questo che dovrebbe dare un segnale. Qui l’Ecopass voluto da Letizia Moratti ha fatto pensare a una coraggiosa svolta: il sindaco ha rischiato il consenso imponendo un pedaggio alle auto inquinanti. Ma quando il divieto doveva essere allargato, sul bilancino del consenso è finito l’assessore che l’aveva voluto: ed è stato dimissionato. Così oggi siamo al nulla: lo smog cresce, la pioggia non arriva, l’allarme resta, nessuno agisce.
Ma non può vincere la neoindifferenza, credere che tanto non cambierà mai niente. Una task force di medici ed esperti dovrebbe decidere le politiche sulla qualità dell’aria da applicare a livello nazionale facendo uscire l’inquinamento dalle logiche di una infinita campagna elettorale. Si mettano i tecnici attorno a un tavolo e si concentrino risorse per la qualità dell’aria: una battaglia civile che vale per i figli, i nipoti, i pronipoti, il futuro.
Suor Letizia Moratti, come la chiama il suo ex assessore Vittorio Sgarbi, ruggì. Ma l'educato gorgoglìo del sindaco di Milano e commissario dell'Expo del 2015 non impensierì né poco né punto le iene che si aggirano intorno al salvifico evento che dovrebbe riesumare la Milano capitale da bere. Piombata l'altro giorno ad Arcore per esternare tutto il suo malumore nei confronti di Lucio Stanca, l'ex manager Ibm ed ex ministro dell'Innovazione tecnologica messo a capo della società di gestione e accusato di totale inefficienza, è stata gentilmente invitata a soprassedere, data l'assenza di Bruno Ermolli, che aveva dato forfait fornendo così a Berlusconi il destro per non affrontare l'argomento. Un congedo cortese, non ruvido come quello che la commissaria dimezzata aveva ricevuto da Giulio Tremonti, quando era andata a battere cassa: «Letizia, il governo non è tuo marito!»
Ma l'irritazione di suor Letizia è così ulteriormente montata nei confronti di Stanca, che per nessuno è un crostino facile da digerire, figurarsi per la signora della buona borghesia milanese, icona vivente del bon ton. Ex granatiere di Sardegna, nato a Lucera, l'uomo che si definisce «manager di livello internazionale» non sa cosa sia l'understatement che usa ancora in quel che resta della Milanobene. Nelle interviste che rilascia a raffica è riuscito a dire che si sente un «direttore d'orchestra», di essere quasi offeso dalla «barzelletta» rappresentata dallo stipendio di 450 mila euro che riscuote in aggiunta all'indennità di deputato, carica da cui non intende dimettersi, e che per lui Keynes è un taxi: lo usa quando non può farne a meno, ma preferisce muoversi con la sua macchina. Questo gigante del pensiero a otto mesi dall'insediamento nella società di gestione dell'Expo, secondo la Moratti ha fatto ben poco, dopo l'intero anno di paralisi trascorso in una indegna rissa politica nella maggioranza per il controllo dell'evento.
La commissaria dimezzata, che vede a rischio persino la sua ricandidatura a sindaco di Milano nel 2011, comincia a sentire l'alito del decesso in culla per il grande evento salvifico o, nel meno tragico dei casi, di un flop come quello dell'Expo di Zaragoza, che ebbe meno della metà dei visitatori previsti. Le stime sul possibile futuro fatturato sono già state ridimesionate da 44 a 34 miliardi, mentre dei soldi promessi per l'avvio ci sono in cassa soltanto 133 milioni fino al 2011, tanto che la società chiuderà il 2010 con un rosso di 15 milioni. Tra le opere previste ma che già si sa che non si faranno mai ci sono la via d'acqua navigabile, la M6 e la Torre Landmark. Poi, chissà che altro, visti i chiari di luna. Per di più pare che a Parigi sorridano un po' per l'impianto "bucolico" del conceptplan espositivo, di cui hanno richiesto modifiche.
Volete sapere allora come andrà a finire, con buona pace del sindacocommissario e del granatiere di Sardegna dall'ego ipertrofico? Che una mattina Berlusconi si sveglierà e appunterà le insegne di supercommissario dell'Expo al petto di Guido Bertolaso, che nel frattempo sarà rientrato vincitore dal salvataggio dei terremotati di Haiti.
La memoria, che in Italia non è mai diventata musica di fondo della politica come nelle nazioni che con tenacia hanno lavorato sul proprio passato (parliamo in modo speciale della Germania, ma l’esame di coscienza fu approfondito anche in Sud Africa, unendo la sete di verità al bisogno di riconciliazione), è raramente trattata, dalla nostra classe dirigente, come qualcosa che aiuta a capire perché un male è nato, perché si perpetua mutando le forme, perché i rimedi non l’hanno curato ma anzi aggravato. La memoria in Italia rischiara poco il passato e per nulla il presente: è una memoria ancillare, e quasi sempre emiplegica. Ancillare, perché asservita a questa o quella forza politica oltre che a effimere contingenze. Emiplegica, perché chi la strumentalizza fa salire in superficie solo i frammenti di passato che gli permettono di evitare, e tradire, l’esame di coscienza.
Come nel malato emiplegico, una parte della memoria storica resta immersa in un sonno scuro che consente ai ricordi di restare selettivi e che impedisce il giudizio storico. Verso la storia, parecchi politici e giornalisti hanno uno strano atteggiamento: da una parte ammettono che non possono scriverla loro, essendo troppo coinvolti nel presente. Dall’altra pretendono di dirla in prima persona, fingendo olimpiche distanze che non possiedono. Il direttore del Tg1, nel celebrare i dieci anni della morte di Craxi, accampa precisamente tale pretesa: «È arrivato il momento dice di guardare alle vicende di Craxi con gli occhi della storia».
Il ricordo degli anni di Bettino Craxi non è l’unico esempio di memoria tradita. Anche il terrorismo italiano è ricordato con metodi poco corretti, anche la storia del fascismo o di Salò. A partire dal momento in cui la memoria è maneggiata alla stregua di domestica, quel che finisce col prevalere è una visione dei mali italiani radicalmente distorta. Il male che la coscienza impone di esaminare non fu un male in sé: in fondo, lo divenne perché vinto dalla Storia. In molti casi fu perfino nobile, non meno del suo avversario. Il conflitto non è fra ragione e torto, fra giustizia e crimine, ma fra chi ha vinto e chi ha perso. In Italia si è ragionato così su Salò, e anche sul terrorismo. Prima di rientrare da Parigi a Roma per presentarsi alla giustizia, Toni Negri sostenne che il terrorismo era «superato perché vinto», e per questo non era più «di attualità». La lotta armata di per sé non era condannabile.
Lo stesso accade per la memoria di Craxi. La sua battaglia politica è considerata grande e bella, se non fosse per Mani Pulite che gli strappò la vittoria e macchiò questa compatta bellezza. Ovvio, in queste condizioni, che le colpe siano tutte esterne al soggetto («L’inferno, sono gli altri», dice Sartre) come spesso succede nella memoria dei vinti che non guardano dentro di sé, perché inebriati dall’esperienza della vittima. La memoria selettiva e ancillare ci restituisce in tal modo un Craxi grande statista, soprattutto un modernizzatore, il cui nobile progetto fallì a causa, essenzialmente, dei magistrati. Per riscoprirlo è raccomandato non solo di separare la politica dai fatti di corruzione, ma di estromettere i fatti di corruzione lasciando che resti, del leader, solo la luce. Le inchieste giudiziarie cadono nelle ombre del corpo politico emiplegico. Nietzsche parlava di memoria antiquaria, che ammobilia «con pietà o furia collezionista» un nido familiare chiuso, impenetrabile dall’esterno, conservatore del passato.
Altra cosa la memoria critica, che guarisce trasformandoci: memoria faticosa, perché gli uomini tendono a «darsi un passato da cui si vorrebbe derivare, in contrasto con quello da cui si deriva».
Senza dubbio il leader socialista fu un politico con encomiabili progetti iniziali: unificare le sinistre, rafforzando la componente socialista dell’unione e banalizzando, alla maniera di Mitterrand, l’ingresso dei comunisti nel governo; liberare sinistre e sindacati da formule errate come la scala mobile; legare il Psi al dissenso nei paesi comunisti. La sua opera di modernizzatore fu, secondo molti, la sua più grande virtù. Modernizzazione che tuttavia riuscì solo in parte. Che fu a un certo punto abbandonata, autonomamente. Che si spezzò non solo perché fortemente avversata dai comunisti ma perché Craxi smise di volerla, prepararla, attuarla.
L’azione di Craxi fu in realtà un singolarissimo impasto di intuizioni giuste e coraggiose, di spregio profondo della politica, di intreccio tra politica e mondo degli affari, di uso spregiudicato di mezzi finanziari illeciti. La corruzione non fu un dettaglio inessenziale di tale azione ma un suo torbido elemento costitutivo. Era moderno il politico che si crea spazi di potere con l’aiuto di potentati economici, e in cuor suo ritiene inefficace la via virtuosa. Il motto degli esordi craxiani fu: primum vivere, prima di tutto urge vivere e sopravvivere. In un’intervista a Eugenio Scalfari, il 3-5-90 su Repubblica, Craxi non nasconde la crisi abissale della democrazia e dei partiti: la società italiana si era irrobustita per conto proprio, dice, mentre il ceto politico era restato una chiusa corporazione, incapace di rinnovarsi. E a Scalfari che gli chiede perché, Craxi replica: «Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi».
In fondo non sono diversi i due discorsi tenuti alla Camera durante Mani Pulite, il 3 luglio ’92 e il 9 aprile ’93. Due discorsi che descrivono la corruzione di un intero sistema politico. Questo dice la chiamata di correo del ’92: «Tutti sanno che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale.(...) Non credo che ci sia nessuno in quest’aula (...) che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Nessuno si alzò, e l’atto mancato resta la vergogna dei politici e di una classe dirigente. Una vergogna che in assenza di memoria critica s’è estesa. A Scalfari, Craxi aveva detto: «Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi». Oggi, gli interessi particolari sono diventati ideali e il loro conflitto con la politica una cosa normale per tanti.
La modernizzazione di Craxi fallì dunque molto prima di Mani Pulite, a causa del malaffare in cui i partiti, compreso il suo, nuotavano. Fallì perché il Pci si oppose per anni all’alternanza, preferendo compromessi con la Dc che preservavano lo status quo. Fallì per l’immobilità in cui Craxi stesso sprofondò: il primum vivere divenne brama del vivere per vivere, di arraffare frammenti del presente e del potere, di non progettare più nulla. Il socialismo italiano naufragò per colpa dei socialisti, non dei magistrati: e naufragò perché più di altri aveva suscitato sì vaste attese.
Perfino alcuni successi del capo socialista andrebbero narrati in maniera meno edulcorata, censurata. Sigonella non fu un atto di autonomia verso l’America, ma la misera messa in libertà d’un gruppo terrorista (i palestinesi di Abu Abbas) che aveva ucciso proditoriamente, sull’Achille Lauro, un anziano americano in sedia a rotelle, Leon Klinghoffer, solo perché ebreo. Anche in economia Craxi non fu modernizzatore. Lo spiega bene Salvatore Bragantini, sul Corriere del 14 gennaio: sotto la guida sua e dei successori «il nostro debito pubblico è volato dal 60% al 120% del Pil; (...). Nell’escalation del debito ebbe il suo bel peso l’aumento dei costi delle opere pubbliche dovuto alle tangenti, scoperte grazie a Mani Pulite».
Oggi, censurare tanta parte del passato è utile soprattutto a Berlusconi e alla sua offensiva contro la giustizia. Se il duello è tra vincitori e vinti, e non tra buongoverno e governo corruttibile, si tratta di contrattaccare e vincere finalmente la guerra. Oggi ci si difenderà dai processi, ma restando al potere anziché fuggendo come latitanti. Stefania Craxi lo ha detto chiaramente, il 3 gennaio alla televisione: «La storia di Craxi si ripete con Berlusconi. Gli italiani allora non credettero a Craxi, ma a Berlusconi, oggi, credono». A questo serve la politica della memoria in Italia: a perpetuare la melma in cui ci troviamo, senza mai cominciare l’esame di coscienza che da essa ci libererebbe.
Costerà diverse centinaia di migliaia di euro, forse più di un milione, il crollo negli scavi di Pompei avvenuto durante i lavori ordinati da Marcello Fiore, commissario straordinario di quell’area archeologica: cinque giorni fa, il 18 gennaio, il peso di una gru avrebbe causato un crollo a catena di 30 metri di muro e di altri 20 metri sottostanti, comprese pareti con affreschi, né sono da escludersi danni anche alla «Casa dei casti amanti». Tuttavia l’incidente è circondato da un fitto alone di mistero e di segreto che sta facendo sorgere seri dubbi sulle responsabilità dell’accaduto. La denuncia non a caso parte da Italia Nostra,ma trova riscontri tra i lavoratori del sito pompeiano che confermano l’accaduto ma chiedono di mantenere l’anonimato poiché gli è stato intimato di tacere sui fatti.
I CASTI AMANTI
L’area interessata all’incidente, che non ha causato vittime o ferimenti, è quella di via dell’Abbondanza dove sono collocate la casa di Giulio Polibio e soprattutto quella dei «casti amanti»: in particolare su questa ultima domus si erano concentrati i lavori, al fine di renderla fruibile al pubblico anche a scavi non ultimati. Un progetto simile era stato creato alla fine degli anni 90, ma poi era stato accantonato per motivi di fattibilità. L’idea è stata però ripresa nell’ambito dei lavori straordinari per la valorizzazione del luogo avviati da Fiore in qualità di commissario straordinario, carica che detiene dal febbraio 2009. Lavori condotti, secondo i dipendenti del Ministero dislocati sul luogo, «in tutta fretta e senza andare troppo per il sottile», e soprattutto con grande «disinvoltura nell’uso di mezzi meccanici (come gru e scavatori, ndr.) che in un’area archeologica dovrebbero essere usati con grande cautela». C’è chi non manca di sottolineare come la passerella che si stava approntando sarebbe servita a dare visibilità alla annunciata visita di Silvio Berlusconi a Pompei. Così, l’inaugurazione anche solo parziale della «Casa dei casti amanti» sarebbe andata a maggior gloria del governo e della Protezione civile, benché gli scavi e la messa in sicurezza del luogo siano stati iniziati oltre dieci anni fa. Insorgono le associazioni per la tutela: «Il silenzio su questo incidente è grave e non mi piace affatto – sbotta Maria Pia Guermandi di Italia Nostra –, chiediamo che il Ministero faccia quanto prima un serio sopralluogo corredato da fotografie per comprendere quanto accaduto e l’entità dei danni. Oggi l’area archeologica di Napoli e Pompei è sotto la gestione di un soprintendente che si occupa della tutela (Mariarosaria Salvatore, ndr) e un commissario dedicato alla valorizzazione: a quanto si è appreso finora emerge che il dovere di tutela non sia stato esercitato a pieno».
LA TUTELA ATTIVA
Fotografa lo stato delle cose Guermandi, perché seda una parte è grottesco che un crollo causato da un mezzo meccanico come una gru o una scavatrice avvenga quando c’è un commissario che arriva dalla protezione civile, quello a cui si assiste oggi in Italia è proprio lo scontro tra l’idea di tutela, meglio ancora di «tutela attiva» – cioè rendere i luoghi d’arte e d’interesse culturale fruibili nel massimo rispetto del patrimonio – e quella di valorizzazione a tutti i costi. Per questa «valorizzazione » fatta di eventi, meglio se mediatici e a maggior gloria del politico di turno, lo strumento usato dal governo appare essere la protezione civile, a cui attraverso vari commissariamenti sono stati affidati alcuni dei luoghi di maggior interesse artistico e culturale della penisola, oltre l’area archeologica di Napoli e Pompei quella di Roma e Ostia, gli Uffizi di Firenze, la pinacoteca di Brera e così via. Per questo tipo di operazioni Fiori avrebbe le carte in regola: portato alla ribalta da Francesco Rutelli che lo volle suo vicesindaco, divenuto rappresentante del governo nell’Evento giubileo del 2000 – successivamente coordinatore delle esequie di Giovanni Paolo II (costo per lo stato italiano di 4 milioni di euro) – di lì nel 2001 è passato alla Protezione civile di Bertolaso, dove s’è dato un gran daffare nella realizzazione dell’inceneritore di Acerra – compare anche nell’inchiesta documentario «Una montagna di balle» che racconta quella vicenda – e per il G8 de l’Aquila. Da quando è arrivato a Pompei s’è occupato di mettere qualche fontanella nell’area degli scavi, di lanciare una campagna per l’adozione di cani randagi (periziabile sul sito www.icanidipompei.it) e poi di occuparsi di questi lavori la cui durata dovrebbe essere di pochi mesi al costo di 33 milioni di euro. Il crollo del 18 gennaio gli ha rovinato il suo cinquantesimo compleanno, avvenuto appena due giorni prima. Niente paura: nel futuro rimpasto di governo di cui si parla in questi giorni sarebbe pronto per lui un posto in un ministero a Roma
ROMA— Niente meglio dei titoli dell’Ansa degli ultimi due o tre anni fa capire perché Favara è lo specchio di un Paese che si sbriciola sotto i nostri occhi. Eccone un minuscolo campionario. «Palazzina fatiscente crolla a Palermo». «Crolla parte facciata casa a Venezia, evacuate tre famiglie». «Crolla solaio abitazione nel Barese, muore un’anziana». «Crolla facciata casa nell’Imperiese». «Crolla metà abitazione, sfiorata tragedia nel Cagliaritano». «Bimbo cade da balcone stabile fatiscente». «Crolla tetto abitazione centro storico di Osimo». «Crolla casa nel Materano, morto bambino di sette anni». «Crolla cornicione palazzo a Napoli, feriti due passanti».
Si potrebbe andare avanti per pagine, senza che questo freddo elenco ci dica perché l’Italia cade a pezzi. E chi ne fa le spese, alla fine, sono sempre i poveracci. Scorrendo un recente dossier del Wwf si scopre che dal 1994 sono stati riempiti di costruzioni 3,5 milioni di ettari, dei quali due milioni di terreni agricoli: come Lazio e Abruzzo messi insieme. Ormai è impossibile tracciare un cerchio di 10 chilometri di diametro «senza intercettare una zona costruita». Un fatto che indigna la Coldiretti: «In Italia i centri storici sono degradati perché si preferisce cementificare le campagne dove negli ultimi 40 anni è scomparso quasi un terzo del territorio agricolo».
L’architetto e urbanista Aldo Loris Rossi ha calcolato che un terzo del patrimonio immobiliare italiano sia a rischio. Circa 40 milioni di vani, realizzati tra la fine della seconda guerra mondiale e il 1975: case tirate su senza alcuna precauzione asismica, pur essendo in zone dove la terra trema, o semplicemente costruite male. Un periodo durante il quale abbiamo assistito a un’espansione edilizia senza precedenti, proseguita selvaggiamente negli ultimi quindici anni, nonostante la popolazione sia rimasta sostanzialmente stabile. Al punto che oggi il 20% del patrimonio abitativo è vuoto: calcolo, naturalmente, per difetto, se si considerano le case abusive che continuano a spuntare come i funghi. l’Italia del piano casa e delle new town di Silvio Berlusconi è un Paese dove ci sono 120 milioni di vani abitativi, due per ogni residente. Neonati compresi. Un Paese che negli ultimi quindici anni ha approvato due devastanti condoni edilizi, che hanno regolarizzato costruzioni spesso realizzate senza osservare le minime regole di sicurezza strutturale. Soltanto in Sicilia, nei dieci anni intercorsi fra un condono e l’altro sono apparse 70.047 case abusive.
Tutto ciò è avvenuto anche a scapito dei centri storici che, appunto, cadono a pezzi. Come Favara. O Salemi, che il sindaco Vittorio Sgarbi sta cercando di salvare vendendo a un euro le case fatiscenti ai vip che si impegnano a risanarle. Meglio costruire nelle aree libere: è decisamente più redditizio. Per i costruttori come per gli amministratori. Se la stima di Rossi è realistica, significa che una casa su tre in Italia è fatiscente. Ma se è realistica anche quella della Protezione civile, allora la situazione è ancora più grave. Degli 11,2 milioni di edifici privati, 7 milioni e mezzo sono in zone sismiche. «E il 73% di questi non è protetto per il terremoto», ha detto ad Alessandra Arachi del Corriere il direttore dell’ufficio sismico Mauro Dolce.
Per non parlare del degrado del patrimonio pubblico, che il terremoto dell’Aquila, e ancora prima quello di San Giuliano di Puglia, hanno mostrato in tutta la sua spietata evidenza. Il Quaderno bianco sulla scuola messo a punto da Fabrizio Barca un paio d’anni fa rivela che, secondo alcune stime ministeriali, all’inizio di questo decennio «circa il 57% delle scuole italiane non possedeva un certificato di agibilità statica, né igienico sanitaria, e oltre il 73% era privo di certificato di prevenzione degli incendi». Secondo un’indagine pubblicata dal settimanale Panorama, nel 2008 le scuole a rischio crollo erano 9.920. In questo Paese ci sono situazioni come quella sperimentata dai vigili del fuoco di Ancona, costretti per anni ad avere il quartier generale in una palazzina dichiarata inagibile. I vigili del fuoco!
Che c’entra questo con Favara? C’entra eccome, perché dimostra quanto scarsa sia in Italia l’attenzione dello Stato e delle amministrazioni per la sicurezza. Il vicepresidente della Regione Siciliana, Michele Cimino, che oggi promette «la totale messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente», dovrebbe ricordare che nel 2002 i suoi predecessori in giunta approvarono la sanatoria delle costruzioni abusive sulla costa. E che il dramma della frana di Messina di qualche mese fa ha nomi e cognomi. Dal 2007 a quel terribile giorno, come ha raccontato sempre sul Corriere Marco Imarisio, la polizia municipale aveva chiesto la demolizione di ben 1.191 manufatti abusivi e pericolosi. Ma una ruspa non si è mai vista.
Ecco spiegato perché in Italia il fascicolo di fabbricato abbia incontrato così tanti ostacoli: salterebbe fuori, come dice Rossi, che una casa su tre va buttata giù o ha bisogno di interventi strutturali seri e costosi. Di che cosa si tratta? È il checkup dell’edificio fatto da ingegneri e geologi, che dovrebbe essere rinnovato ogni dieci anni. Una legge per renderlo obbligatorio sul territorio nazionale non è mai passata. La Confedilizia gli ha fatto una guerra spietata, per i costi che comporterebbe. Così la Regione Lazio, per esempio, l’ha adottato autonomamente. Ma prima il Tar, poi il Consiglio di Stato, l’hanno bocciato. E nemmeno i tentativi di ripescarlo con i piani casa regionali, hanno avuto successo. La Regione Lazio l’ha dovuto ritirare di nuovo. Mentre la Basilicata si è vista addirittura impugnare la legge dal governo. Perche conteneva l’eresia: il fascicolo di fabbricato.