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OSSERVAZIONI IN MERITO ALLA PROPOSTA DI VARIANTE URBANISTICA AL PIANO REGOLATORE GENERALE PER LA REALIZZAZIONE DELL’ESPOSIZIONE UNIVERSALE DEL 2015

In merito alla “Proposta di variante urbanistica al piano regolatore generale vigente mediante l’accordo di programma promosso dal Sindaco di Milano in data 16 ottobre 2008, per la realizzazione dell’esposizione universale del 2015” si osserva quanto segue:

1 – OSSERVAZIONI METODOLOGICHE PROCEDURALI

1A) L'accordo di programma è strumento inadeguato

Lo strumento dell'Accordo di Programma (ADP) finalizzato all'evento EXPO 2015, appare inadeguato quale elemento promotore della variante.

L'ADP infatti definisce i caratteri e le finalità della manifestazione prevista per il 2015, e contemporaneamente assume il compito di definire le linee principali della variante urbanistica, semplificando e riducendo il complesso rapporto che dovrebbe esistere tra la programmazione territoriale, la pianificazione economica di un'area vasta, le valutazioni ambientali, trasportistiche, produttive, residenziali.

Si contesta la riduzione drastica degli elementi di complessità considerati nell'area, la mancanza di una adeguata analisi socio-territoriale, la semplificazione implicita negli strumenti adottati, in prima analisi riconducibili unicamente all'obiettivo di "rendere le aree suddette compatibili alla realizzazione dell'Expo"

Tale procedura, nel metodo ma soprattutto nel merito, non è accettabile dal punto di vista della prassi urbanistica.

1B) Assenza di un inquadramento complessivo

Il nuovo PGT di Milano, in corso di approvazione, dovrà dare le linee guida di una città di rilevanza nazionale ma certamente anche europea come Milano. Non si comprende quindi la necessità di una variante "particulare" che anticipa di qualche mese il documento di inquadramento complessivo, con il rischio di dover successivamente di nuovo porre mano all'area per nuove modifiche alle destinazioni ed all'assetto interno.

Da questa analisi verrebbe il dubbio, non suffragato da prove ma certamente sostenuto da indizi, che il PGT dovrà adeguarsi, diremmo pedissequamente, a quanto previsto nella variante in oggetto.

Tale modo di procedere in tutta evidenza appare strutturalmente errato ed inefficace, oltre che profondamente contrario al ruolo a cui è chiamato il PGT.

Si pongono infatti dei paletti, probabilmente inamovibili, prima che siano definitivamente fissati i criteri generali, e si rende di fatto vano il Piano di Governo del Territorio nella sua intrinseca funzione.

Diverso sarebbe, ma non vogliamo nemmeno pensarlo, che il PGT sia pensato come ridotto ad un banale ricettacolo di istanze particolari, tra cui quella, prioritaria, dell'Expo 2015. O che, peggio ancora, sia redatto esattamente in funzione di questo.

Se cosi fosse, evidentemente, si tratterebbe di un tale stravolgimento da meritare considerazioni ed azioni in sede ben più seria che non la presente relativa alle osservazioni

2 - OSSERVAZIONI DI MERITO

2A) La destinazione a verde coerente con il sistema circostante

Gli scarsi elementi a supporto della proposta di variante risultano ampiamente insufficienti a rendere la stessa sostenibile secondo molti punti di vista.

Il fatto che al momento l'area sia per la maggior parte non edificata, in stato agricolo, dovrebbe portare ad una valutazione complessiva del sistema del verde nell'area identificabile con il quadrante nordovest esterno a Milano. Non si comprende il motivo intrinseco di un intervento esattamente in quella sede.

Inoltre il fatto che l'area si colloca lungo una direttrice territoriale (asse nord-ovest) da tempo interessato da "profondi processi di trasformazione e riqualificazione" non induce necessariamente ad assegnarle la vocazione a "polo fieristico", al contrario indurrebbe ad evidenziarla come polmone verde necessario per uno sviluppo equilibrato, ed economicamente vantaggioso, di un sistema compresso tra autostrada ed alta velocità, e da nuovi insediamenti abitativi che hanno provocato una profonda densificazione del territorio circostante.

2B – In assenza di bonifica, l'area non è funzionale alla destinazione d'uso

Il sito individuato per lo svolgimento della manifestazione “Expo 2015”, è localizzato in un’area adiacente al Polo Fieristico di Rho Pero. Sull’area occupata da quest’ultima, insisteva in precedenza l’ex impianto di raffineria Agip Petroli, con un’estensione di circa 130 ettari , ed era stato per decenni, a partire dal 1953, sede di attività di raffinazione di prodotti petroliferi. La raffineria aveva una capacità di raffinazione pari a 5 milioni di tonnellate anno. La bonifica del suolo, completata nel 2003, ha riguardato il perimetro dell’attuale Polo Fieristico, ma l’area circostante non ne è stata toccata. Riteniamo assai probabile che l’area proposta per il “sito Expo” abbia subito, a causa della sua adiacenza alla Raffineria, ricadute in termini di residui da combustione, liquami e oli o altri eventuali liquami penetrati nel terreno. Non ci risultano analisi e/o bonifiche avvenute in tal senso. In virtù anche del fatto che nel Concept Plan per Expo 2015, presentato a settembre 2009 dal Comune di Milano, si identifica il sito come sede di “un grande orto botanico”, in cui “ogni Paese avrà il suo pezzetto di suolo da coltivare” (Boeri), e che “si tratterà di far crescere cibo e generare prodotti che la gente consumerà” (Burdett), sottolineiamo, nell’intento di non avvelenare gli ospiti dell’Esposizione Universale, che in nessun documento allegato alla Variante Urbanistica, né all’interno dell’Accordo di Programma si accenna alla necessità di realizzare una bonifica del sito Expo, che sembrerebbe invece opportuna. A supporto di tale tesi ricordiamo che all'interno del progetto sono previsti anche nuovi bacini di acqua artificiali e la nuova “via d'acqua”, che potrebbero influire sulla sedimentazione dei residui derivanti dall'attività di raffinazione, con il rischio evidente di inquinamento della falda acquifera.

2C – L'accessibilità al sito ne compromette la destinazione.

Al contrario di quanto si evince dalla relazione illustrativa prodotta dalla Direzione centrale sviluppo del territorio del Comune di Milano, la prossimità del Polo Fieristico può risultare fonte di grandi problemi di gestione della manifestazione Expo 2015. Bisogna infatti considerare che le stime di ospiti della manifestazione contenuti all’interno del progetto presentato al BIE dal Comune di Milano durante la fase di candidatura, è di 29 milioni in sei mesi, pari ad una media aritmetica di 160 mila al giorno. Prendendo per buona la stima inserita nello steso documento, secondo cui il 60% dei visitatori utilizzerà i mezzi pubblici, ne risulta che circa 65 mila persone tutti i giorni per 6 mesi si recheranno al sito Expo con mezzi privati, senza contare i volontari e i lavoratori coinvolti. Alla luce di ciò, se si considera anche il traffico che deriverà dalle normali esposizioni fieristiche che si terranno in quei 6 mesi, la prossimità del Polo Fieristico di Rho Pero potrebbe incrementare i rischi già elevati di congestionamento del traffico.

Si propone pertanto in via prioritaria l’identificazione di un altro sito in cui realizzare Expo 2015 e in via subordinata l’ipotesi di vietare altre manifestazioni fieristiche in contemporanea all’Esposizione Universale.

2D – Perdita di un’area strategica per l’eco-sistema del Nord-Ovest

La trasformazione dell’area prescelta e la sua definitiva antropizzazione (al pari dell’area adiacente in località Cascina Merlata anch’essa interessata dai progetti per Expo 2015), porta alla perdita dell’unico corridoio ecologico esistente nel territorio del Comune di Milano, in grado di fornire appoggio alle specie animali migratorie e ideale anello di congiunzione tra il sistema dei parchi del nord Milano (Groane, Grugnotorto, Parco Nord) e dell’ovest Milano (Boscoincittà, Parco dei fontanili, Parco Sud), pregiudicando in via definitiva la realizzazione dell’anello verde attorno alla città. In tal senso si propone altra localizzazione per la rassegna espositiva.

3 – DESTINAZIONE D’USO DELL’AREA

In considerazione di quanto ai punti 1 e 2 delle presenti Osservazioni, si chiede che la variante di PRG sia ritirata.

L’eventuale necessità di utilizzare comunque l’area per Expo 2015, malgrado le osservazioni qui riportate, si concretizzi almeno attraverso un uso temporaneo della stessa per i sei mesi della rassegna, previa bonifica profonda e a condizione della sospensione di ogni altra manifestazione fieristica contemporanea all'evento, per poi restituire l'area alla sua attuale destinazione VA con opportuna sistemazione e riqualificazione per uso pubblico.

Documento elaborato dal Comitato No Expo e dal Centro Sociale Fornace il 22 dicembre 2009.

Documento presentato al Comune di Milano e al Comune di Rho il 23 dicembre 2009

(di seguito scaricabili alcune altre osservazioni del Comitato sull'iter complessivo del Piano di Governo del Territorio di Milano)

Per aiutare Guido Bertolaso, agevolandone l'attività con il controllo dei contratti che il dipartimento della Protezione civile avrebbe sottoscritto in tutta fretta per far fronte alla più grave delle emergenze, Silvio Berlusconi rese pubblica l'ordinanza del 9 aprile 2009 in cui, all'articolo 8 comma 3, si istituiva un super comitato per la verifica dei conti. I conti del terremoto dell'Aquila. Una commissione di garanzia snella (solo tre membri) presieduta da un magistrato della Corte dei Conti.

Perfetto. Fu subito chiamato all'opera il giudice Salvatore Nottola, presidente della sezione Lazio della Corte. Magistrato di lungo corso, esperto e solerte. Nottola ora ricorda: "Fui gratificato da quella nomina e pronto a mettermi al lavoro. Trascorse alcune settimane, feci chiamare il dipartimento della Protezione civile dalla mia segretaria per sapere quando e come organizzarci. Le risposero che l'emergenza era tale da impedire una riflessione in merito". Nottola comprese e attese ancora. "Nessuno mi richiamò e allora, alla fine di luglio, ritelefonai io. Mi spiegarono ancora che la commissione di garanzia non era un'urgenza. Ne ho preso atto, e ho continuato ad attendere".

Il giudice Salvatore Nottola attende ancora di presiedere la prima riunione. La commissione non si è mai nemmeno costituita. Eppure il suo compito sarebbe stato (e tuttora lo sarebbe) decisivo anche perché oggi Bertolaso mette a verbale il proprio grande rammarico: "Sono mancati i controlli. Qualcosa può essermi sfuggito durante lo tsunami della mia vita che è stato l'anno scorso con una somma insostenibile di responsabilità ed emergenze". Tra le cose sfuggitegli al pensiero, per l'appunto, anche la nomina dei revisori dei conti indispensabili per fronteggiare l'enorme flusso di cassa. Controlli necessari per intensificare il sommario e parzialissimo lavoro di monitoraggio che la legislazione ordinaria prevede. I conti del terremoto sono gonfi come una pancia piena di cibo. Si è speso, e tanto. Bene o male? Ecco, ci sarebbe stato bisogno di una super verifica.

Si sa solo invece che dieci mesi di appalti e provvidenze sono costati un miliardo e mezzo di euro. Che questo bel torrente di danaro è servito a rintuzzare la prima emergenza senza poterla ritenere conclusa. Ad oggi seimila aquilani continuano a vivere in albergo con un costo medio pro-capite di 40 euro al giorno; 1.100 sono le persone alloggiate in caserme, 2.400 in appartamenti lungo la costa, 31mila in case in affitto. Solo questa ospitalità, secondo i calcoli che ha fatto l'Espresso, è valsa un mucchietto di quattrini: 220 milioni di euro. Colle che con il prosieguo dell'emergenza sarà agevolmente valicato.

Il Progetto C. a. s. e., gli edifici ecosostenibili e antisismici, è stato ridimensionato e poi nuovamente ampliato in corso d'opera. Pianificato per dare alloggio a 7.181 persone, alla fine aveva destinato le superfici utili solo per 5.565 terremotati, lasciandone fuori 1.616 (abitanti in case distrutte o inutilizzabili). Le C. a. s. e., queste stazioncine di transito, sono costate al metro quadrato 2.700 euro. Una cifra enorme se si considera che chi le abiterà è anche naturalmente assegnatario di un diverso e futuro contributo per la ricostruzione della sua definitiva abitazione. Poi e a parte il costo dei m. a. p., moduli abitativi provvisori (le casette in legno), e poi il resto. Anche nel resto, nel resto dei giganteschi appalti (tutto il ciclo del movimento terra, del cemento, del puntellamento, dell'incatenamento degli edifici pericolanti, delle forniture e dei servizi essenziali) avrebbe dovuto allungare lo sguardo il super comitato di controllo. Che però non è stato convocato. E non ha visto. E perciò - guarda tu ! - non ha controllato.

Non credo che gli studenti dell’Aquila chiedano menzogne e illusioni, quando gridano a Bertolaso e alla politica, ai magistrati e ai giornali: «Diteci che non è vero!». In realtà aspirano a quel che nella giustizia è essenziale. Esigono verdetti, ma ricordano che i processi si fanno innanzitutto per tutelare l’innocente. Chi non s’è macchiato di reati vuol sapere che non pagherà per altri in tribunale, che la colpa di alcuni non si farà collettiva. Solo se esistono responsabilità individuali anziché collettive la politica non perde senso, il bene cui si tiene non è cenere interrata. Quel che viene rifiutato è una cosa pubblica ridotta - lo dicono gli indagati nell’affare Bertolaso - a sistema gelatinoso, a una cosca che non tollera intrusioni, controlli. L’allarme è grande perché quel che vacilla è la ragion d’essere più antica della politica: la protezione dei cittadini inermi dai disastri.

Per questo lo scandalo della Protezione civile, colmo di simboli primordiali, scotta tanto. Per questo urge sapere presto chi ha colpe, chi no. Il potere dello Stato, in fondo, esiste per difendere i cittadini dalla paura, dai pericoli della natura, dalle aggressioni belliche. È chiamato Leviatano perché ha questo potere di vita e di morte, ma se protegge male non è Leviatano. Con le proprie mani porterà la propria testa alla ghigliottina. Quando decapitarono i monarchi Goethe, che non amava le agitazioni rivoluzionarie, scrisse: «Fossero stati veri re, non sarebbero stati spazzati via come con una scopa».

Ma soprattutto vogliono sapere, gli studenti, che non è vero quel che gli studiosi dicono da anni e che i giudici per le indagini preliminari a Firenze ripetono quasi testualmente.

Che «viviamo una disarmante esperienza del peggio», scriveva il rapporto del Censis del 2007, aggiungendo che la nostra non era una società «ma una poltiglia cui si potrebbe sostituire il termine di mucillagine»: un «insieme inconcludente di elementi individuali e di ritagli personali tenuti insieme da un sociale di bassa lega».

Nell’ordinanza del gip, il servizio pubblico e la Protezione civile sono descritti dagli stessi indagati con vocaboli simili: un sistema gelatinoso, fatto di gente che «ruba tutto il rubabile», che confonde pubblico e privato, che in nome dell’efficienza cerca soldi e favori per sé. Un indagato dice, accennando ai lavori per il G8 della Maddalena: «C’abbiamo la patente per uccidere, cioè possiamo piglià tutto quello che ci pare». Due imprenditori sprofondano nella sguaiataggine, nei minuti stessi in cui la terra abruzzese trema. Esordisce al telefono tale Gagliardi: «Qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno». Il collega Piscitelli dice che lo sa. E ride. Al che Gagliardi: «... (lo dico ) così per dire per carità... poveracci». Piscitelli: «Va buò ciao». Gagliardi: «O no?». Piscitelli: «Eh certo... io ridevo stamattina alle tre e mezzo dentro al letto». Gagliardi: «Io pure...». Diteci che non è vero è domanda di verità, è non rassegnazione al salmo 14: «Tutti sono corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno».

Bertolaso e gli uomini del suo dipartimento avranno modo di difendersi, distinguendo tra vero e falso. Comunque sono già ora chiamati a condotte probe: in particolare Bertolaso, perché chi presiede un’istituzione è responsabile dei propri uomini, non può degradarli a mele marce tirandosi fuori. È solo indagato, ma l’opacità estrema della Protezione civile fa tutt’uno con l’opacità del modo berlusconiano di governare. Egli ha il peso, decisivo, che Carl Schmitt attribuisce a chi ha accesso al Leviatano. È il potere dell’anticamera del potente, «del corridoio che conduce alla sua anima. Non esiste nessun potere senza questa anticamera e senza questo corridoio» (Schmitt, Dialogo sul Potere, Il Melangolo 1990).

Il corridoio non è di per sé malefico, ma in Italia è oggi colmo di insidie: tanta è la gelatina che regna indisturbata ai vertici. Nel caso specifico, il potere indiretto di chi sta in anticamera diventa speculare a quello diretto, tende a farsi anch’esso assoluto, a non rispondere a autorità superiori, a considerare i magistrati come «dipendenti pubblici» da irreggimentare perché non eletti (l’espressione è del presidente del Consiglio). Chi oggi è in simili corridoi rischia di diventare parte di un preciso disegno: disegno che distrugge la politica, tramutando la cosa pubblica in privata. Che ostentatamente governa a partire dal proprio domicilio, trasformando Palazzo Grazioli in succedaneo di Palazzo Chigi. Che estende i territori italiani sottratti alla legge. Alle regioni ampiamente controllate dalla mafia, s’aggiungono ambiti sempre più vasti, legalmente svincolati dall’imperio della legge. È inevitabile, quando l’emergenza si eternizza e si espande smisuratamente, comprendendo settori per nulla emergenziali. L’immensa Protezione civile si accentra a Palazzo Grazioli ed è messa in condizione (soprattutto se diverrà società per azioni) di eludere la rule of law. Si politicizza e si privatizza al massimo, simultaneamente.

Bertolaso è a un bivio. Avendo dimostrato non comuni capacità di proteggere i cittadini, può prendere le distanze e salvare un’opera. Nei giorni scorsi ha detto, veemente: «Sono pronto a dare la vita per convincere gli italiani che non li ho ingannati». Non gli si chiede tanto. Si spera però che non si lasci contaminare. Proprio perché possiede un’aura di Medico-senza-frontiere, Bertolaso ha molto da perdere, dalla contiguità con la gelatina di cui è fatto Palazzo Grazioli. Se ha errato, il suo errore sarà giudicato immorale, e l’immorale distingue perfettamente il bene dal male. Solo dimettendosi Bertolaso eviterà che il corridoio verso il potente diventi, come nelle parole di Schmitt, una letale «scala di servizio».

Possono essere due, i motivi di una dimissione. O si perde la fiducia dei vertici, o la richiesta nasce nella coscienza. È difficilmente pensabile che Bertolaso non abbia orecchie per questa seconda voce, vedendo la degenerazione dell’opera che dirige da anni.

Un aiuto autentico dall’alto non gli verrà, perché Berlusconi non gli somiglia: più che un immorale, lui è un a-morale. Non è Nixon pienamente conscio del male commesso che si confessa, nel 1977, al giornalista David Frost. Il film di Ron Howard lo descrive bene: la colpa lo corrode. Non così Berlusconi, ignaro di corrosioni. Egli non sa cosa sia la morale, e neppure cosa sia l’ideologia. Sventolerà l’una o l’altra, se servirà per deturpare istituzioni e contropoteri. Se non fosse a-morale non avrebbe osannato agli inizi di Mani Pulite, scatenando contro gli indagati il fuoco delle sue televisioni (lo ricordò prima di morire il tesoriere indagato della Dc, Severino Citaristi).

L’argomento che usano sia Berlusconi che Bertolaso è l’efficienza. Dice il primo: «Se un’opera è fatta bene al cento per cento e poi c’è l’1 per cento discutibile, quell’1 va messo da parte». Non è chiaro chi decida le percentuali, tuttavia. E come possa ben operare, alla lunga, una poltiglia dove si mescolano Grandi Eventi e disastri; spasso e dolore; show, morte e risate. La sindrome di impunità che regna nell’anticamera del potere, i costi maggiorati senza controllo, le imprese che si sbrigano male pur di lucrare sulla fretta: questo non è efficienza. Dalla corruzione non scaturisce efficienza.

In un editoriale sul Corriere del 30 gennaio, Sergio Romano dice una cosa assai giusta, su Blair, Sarkozy e Schröder. Denuncia la propensione a mescolare pubblico e privato, a edificare carriere «sull’immagine e sulla comunicazione piuttosto che sulla buona gestione della Cosa pubblica», e conclude: «Il giudizio politico non ha bisogno di scranni, parrucche e banco degli imputati, secondo le liturgie della giustizia (...). La vera punizione, molto più grave di una semplice sentenza, è la fine di una brillante carriera». Se giornalisti prestigiosi come lui dicessero le stesse cose sull’Italia di oggi, e l’avessero detta molti anni fa, forse gli studenti dell’Aquila si sentirebbero meno soli, meno scoraggiati, meno impotenti. Poveri magari, ma non poveracci

Siamo ad un altro “golpe bianco”, alla sterilizzazione delle assemblee elettive, degli organismi tecnico-scientifici: Roma viene commissariata dal governo Berlusconi. Lo era già, con risultati pratici nulli, per la mobilità e, con grottesca teatralità, per “i crolli del Palatino” da lì fino ad Ostia Antica. Adesso lo è, con la solita ordinanza del presidente del Consiglio, “nell’ambito degli interventi concernenti le linee metropolitane, i corridoi della mobilità, i sistemi innovativi di trasporto e il trasporto pubblico in sede propria, nonché delle relative opere connesse e complementari, ivi incluse quelle compensative e integrative”. Praticamente tutta Roma, in superficie e sottoterra, nelle aree costruite e in quelle (appetitose) ove costruire e “compensare”, per un lasso di tempo indefinito e probabilmente lunghissimo visto che il commissariamento coinvolge l’intero sistema delle mobilità presenti e future. E non ha data di scadenza.

La denuncia di questo nuovo, “mostruoso” accentramento di poteri da parte del premier con la messa in mora di ogni altro ente concorrente di governo è stata fatta ieri mattina nella sede del Pd. “Di sabato e con forza perché se passa questo, passa di tutto”, ha commentato il responsabile della Cultura, Matteo Orfini. “Con la massima energia perché il commissario si sostituisce in toto al Ministero e alle Soprintendenze”, ha incalzato la sua vice Rita Borioni. Grottescamente il commissario è l’architetto Roberto Cecchi il quale da marzo sarà pure il nuovo segretario generale del Ministero e che quindi “espropria” se stesso esautorando il suo Ministero.

Questa è la penultima delle ben 587 ordinanze del presidente del Consiglio con le quali ha commissariato di tutto: dal G8 della Maddalena e poi dell’Aquila al Congresso Eucaristico di Ancona, al nuovo Palazzo del Cinema del Lido. Quasi sempre con una coda di corpose cubature edilizie anche residenziali, cioè con una bella torta di affari per l’Anemone di turno. Nel caso romano siamo ad una sorta di “commissariamento preventivo”, nel senso che – come hanno fatto notare il capogruppo capitolino Umberto Marroni e il senatore Mario Gasbarri - i lavori per la Linea C procedono senza grandi intoppi e per gli altri si progetta e si opera. Perché allora azzerare addirittura 53 articoli fondamentali del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio? Il loro elenco riempirebbe lo spazio di questo resoconto. Citerò soltanto le deroghe maggiori: ovviamente alla valutazione di impatto ambientale, alla conferenza dei servizi, agli interventi conservativi imposti, alla alienabilità di beni culturali pubblici, alle procedure di trasferimento di beni pubblici, a tutti gli espropri, alle commissioni regionali e a quelle per il paesaggio. Insomma, l’intera legislazione di tutela e quella paesaggistica vengono così nullificate, come la possibilità per una Soprintendenza di intervenire e di sospendere i lavori. Il patrimonio culturale e paesaggistico romano (una bazzecola, come si sa) è in tal modo consegnato nelle mani del Commissario di governo, con tanti saluti all’articolo 9 della Costituzione (“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”).

Fra l’altro – cosa mai ammessa per i beni culturali – l’ordinanza instaura il silenzio/assenso in mancanza di una risposta delle Soprintendenze entro 30 giorni+10. Un’altra inaccettabile forzatura. Ha ragione il senatore Gasbarri a sottolineare che “coi decreti legge Berlusconi esautora il Parlamento, con le ordinanze lo salta, con la Protezione civile Spa agisce dove e come vuole, persino all’estero: siamo alla disarticolazione dello Stato democratico.” Insomma andiamo verso un vero e proprio “golpe bianco” che trova nei beni culturali e a Roma una concreta sperimentazione. Il segretario della Uil Beni culturali, Gianfranco Cerasoli, ha invitato a spulciare i rendiconti che gli uffici finanziari danno annualmente della Protezione civile. “Già lì si poteva leggere che le cose non andavano per il verso giusto.” Un’altra notazione l’ha operata l’ex direttore del servizio antisismico nazionale Roberto De Marco, esonerato con uno spoil system tutto e solo politico: “Se certe leggi non funzionano, le si riforma, le si modifica: è il compito del Parlamento. Qui siamo alla deroga senza fine, che provoca anche lo svilimento sistematico della funzione pubblica stessa”.

Un paio di domande: di fronte ad un accentramento autoritativo mai tentato, dalla Liberazione ad oggi, come mai le Regioni si mostrano così poco reattive? E la Lega Nord, non si rende conto che, col diluvio di ordinanze e di commissariamenti decisi dal trio Berlusconi-Letta-Bertolaso, regredisce lo Stato regionale, figuriamoci quello federale?

Una settimana fa vi ho scritto che ad un convegno sull´Expo 2015 sia l´amministratore delegato Stanca che il governatore Formigoni avevano assicurato che tutto procede secondo programma e che la manifestazione si svolgerà in tutta la sua magnificenza, tanto da attirare a Milano turisti da tutto il mondo anche dopo i sei mesi. Esprimevo qualche dubbio: la Fiera inaugurata nel 2005 ancora non ha i servizi e le infrastrutture previste, non vedo muoversi foglia. Ebbene, ora apprendo dai media che soldi non ce ne sono! Anzi, Berlusconi vorrebbe affidare la conduzione a Bertolaso e ciò mi fa pensare che siamo in emergenza rifiuti più terremoto: i troppi interessi, forse anche mafiosi, stanno bloccando tutto. Qualcuno ha proposto addirittura il ritiro della candidatura! Che figura. Dopo i festeggiamenti per la vittoria, la sindaco Moratti & c. chiuderebbe i battenti dell´evento. Allora sì che verrebbero turisti da tutto il mondo, ma per partecipare al Carnevale ambrosiano tanto più lungo rispetto ad altri, da essere reso "eterno" dai nostri pubblici amministratori!

Francesco Gentile

Carnevale italiano, non solo milanese. Non pochi cittadini italiani (senza voce in tv e nell´80 per cento dei media) vedono nelle scelte politiche e in alcuni rappresentanti pubblici non lo specchio della nostra società, ma una versione grottesca, patetica e a volte criminale dei difetti italiani. Le ultime intercettazioni riguardo il giro di Bertolaso, con amici influenti a destra come a sinistra, che ci dicono? Che si può scherzare persino sul terremoto e gli appalti, e benvenuti i soldi che verranno macchiati di morte e macerie. Anche noi giornalisti siamo cinici, a volte scherziamo sulle disgrazie per non «morire dentro» ma, cavolo, non ci guadagniamo un euro in più da sciagure e omicidi. Questi qua sì. E c´è sempre un´autoassoluzione. C´è, in Berlusconi e nei suoi succedanei, questa idea che si può dire e fare tutto, che non si risponde mai alle domande, o se si risponde lo si fa in un ambiente protetto, amico, che di giornalismo ha solo l´etichetta, ma non la sostanza.

L´Expo di Milano - e noi lo vediamo - è stato sinora una sorta di «fiera della palla». Si staglia un titolo: «L´occasione sprecata di un´ex metropoli». Sperando - e lo dico per davvero - che alla fine non andrà così.

Piero Colaprico

Nella Relazione annuale dell’Ispettorato della Guardia di Finanzadel 2008si legge che nelle attività della Protezione civile si possono riscontrare numerose irregolarità e incrementi del costo degli interventi. Delle irregolarità si sta occupando la magistratura: passiamo agli «incrementi del costo». Per far digerire a Regioni ed Enti locali i commissariamenti viene fatto balenare l’arrivo con la Protezione civile anche di «risorse aggiuntive» del governo, che poi sfumano. Gianni Alemanno si è fatto commissariare l’intera soprintendenza archeologica di Roma e Ostia e perfino l’Opera di Roma ma in entrambi i casi è rimasto a bocca asciutta. Allora la strategia qual è? Dove sono i soldi veri, lì si getta famelica la Protezione civile: le soprintendenze autonome e ricche (Napoli-Pompei e Roma- Ostia), i lavori straordinari già dotati di fondi (Uffizi, Pinacoteca di Brera), la ricostruzione post terremoto. Alla strategia segue la tattica: dopo il prefetto Profili a Pompei come commissario è arrivato Marcello Fiori della Protezione civile e il costo dello staff commissariale è lievitato da 200mila agli attuali 800mila euro. Il commissario all’area archeologica di Roma è Roberto Cecchi: come funzionario del ministero dei Beni culturali prende solo una indennità. Il principe di questa tattica? Bertolaso stesso: dopo aver dichiarato che non voleva lo stipendio da sottosegretario poiché gli bastava quello della Protezione civile, avrà il 3,75% del budget dei lavori per la prossima Vuitton Cup (come da art. 2, comma 9 dell’Ordinanza del presidente del consiglio 3838 del 30-12-2009), una percentuale maggiore di quella percepita dal commissario Mario Resca per i lavori di Brera che dovrebbe aggirarsi intorno al 3%. Tutta roba affidata alla Protezione civile.

Assicurate le ricche prebende, qualcosa si dovrà pur fare, e a Pompei di fronte alla cinquantina di pacifici cani che abitavano le rovine dell’antica città flegrea Fiori ha lanciato la campagna «(C)ave Canem» (sic!) per la loro adozione, con tanto di sito internet e poderoso lancio stampa. Spesa in tre mesi 86mila euro, cani finora adottati 4. Non costava meno alloggiare i randa getti all’Hotel Hilton? Inoltre è stata stipulata una convenzione con la Croce Rossa e la Asl per il pronto intervento nel caso di malori per i turisti: costo 300mila euro, una volta lo faceva solo la Asl per 8mila euro al mese. Potevano mancare gli eventi? C’è già un preventivo di un milione di euro di spesa per un ciclo di spettacoli estivi del San Carlo da allestire nel teatro grande di Pompei, che sarà sottoposto a ulteriori «restauri ad hoc» su cui farebbe meglio a vigilare la direzione generale all’archeologia del Ministero. Non è la prima volta che si fanno spettacoli a Pompei, ci sono state le Panatenee su cui però il sito guadagnava e non spendeva. C’è da chiedersi se sia giusto investire una parte degli scarsi fondi destinati all’archeologia in spettacoli.

Il rischio di impresa nel caso del Ponte è in capo alla Stretto di Messina spa. Una società di diritto privato ma con soci e capitale tutti pubblici: Iritecna, Anas, Regione Calabria e Regione Sicilia.

Il 6 novembre scorso il ministro dei Trasporti Altero Mattioli dichiarò: «Confermo che il Ponte si realizza in gran parte con capitali privati attraverso il project financing. I capitali pubblici servono solo per le opere a terra».Ma è davvero così? Il Ponte di Messina sarà finanziato dai privati? La risposta è no. Alla fine sarà solo lo Stato a farsene carico. Fu così anche con il sistema Tav. Si disse che l’opera sarebbe stata garantita dalle grandi imprese. I mille chilometri di Alta Velocità sono finiti, invece, tutti sulle spalle del cittadino. A una cifra salatissima: 32 milioni a chilometro, secondo i parametri delle Ferrovie, 60 milioni secondo le stime di comitati indipendenti. Comunque dalle tre alle cinque volte rispetto al prezzo iniziale.

LO SCHEMA

Per il Ponte non andrà diversamente. Lo schema o la catena contrattuale, come ci spiega Ivan Cicconi, direttore dell’Istituto per la Trasparenza Aggiornamento e Certificazione Appalti (Itaca) sono gli stessi. Come nell’Alta Velocità, l’architrave dell’inganno sta nell’affidamento «da parte dello Stato alla Stretto di Messina Spa della concessione per la costruzione e la gestione dell’opera». Normalmente è attraverso la gestione che si dovrebbe recuperare l’investimento che si fa. Èil rischio che un’impresa corre. Costruisce l’opera e poi ne gestisce i guadagni.

Ma non in questo caso. «Il rischio nel caso del Ponte è in capo alla Stretto di Messina spa. Una società di diritto privato ma con soci e capitale tutti pubblici». Come Iritecna, che è posseduta al100%dal ministero dell’Economia, Anas spa, di proprietà del Tesoro, e quote insignificanti della Regione Calabria e della Regione Sicilia.

Il costruttore, invece, è un altro. In questo caso è un consorzio di imprese guidato da Impregilo, che assume il ruolo di «general contractor ».Che vuol dire? L’affidamento a contraente generale si differenzia da un normale appalto pubblico per un elemento: «Il contraente generale - spiega Cicconi – è un concessionario. E quindi è quello che fa la progettazione esecutiva e che nomina la direzione dei lavori». In poche parole è quello che esegue i lavori e che li dovrebbe controllare.

Che cosa rischia il contraente generale? Dal punto di vista finanziario nulla. «È pagato al 100% dallo Stretto di Messina spa, con la semplice differenza, rispetto a un appalto, che anticipa circa il20%del costo di costruzione». Ma è solo una partita di giro. Alla fine dei lavori il consorzio avrà comunque i suoi soldi indietro. Ne deriva che il contraente generale non ha nessun interesse oggettivo e soggettivo a fare presto e bene. «Potrà aumentare i costi dell’opera, come è successo con la Tav, come vorrà. Nessuno potrà contestargli rialzi nei prezzi». In qualsiasi caso, sia ci metta cinque anni, come scritto nel contratto, sia venti come è plausibile avvenga, è pagato al 100% da Stretto di Messina spa.

CHI GUADAGNA E CHI PERDE

In sostanza, lo schema consente di avere duepiccioni con unafava. Permette alle grandi imprese costruttrici di avere guadagni sicuri ma anche alle banche di fare affari certi. In che modo? Siccome Stretto di Messina è una spa, e quindi è fuori dai conteggi del Parametro di Stabilità europei, può richiedere qualsiasi tipo di finanziamento. Di solito i prestiti e relativi interessi sono coperti attraverso la gestione dell’opera (in questo caso i pedaggi). «Ma è stato calcolato - spiega Cicconi - che per recuperare l’investimento sul Ponte solo con gli introiti di gestione occorrano dai 150 ai 200 anni». Un lasso di tempo un po’ troppo lungo per le banche. Quindi sarà lo Stato a dover sborsare subito i soldi. «È il cosiddetto debito a babbo morto». Proprio come successo con la Tav nel 2006. Quando pagammo alle banche.

MILANO - Emergenza continua. Per L’Aquila - devastata dal terremoto - come per le bufale campane ammalate di brucellosi. Per la drammatica esplosione di un vagone carico di gas alla stazione di Viareggio ma anche per il Congresso europeo delle famiglie numerose o per le regate della Louis Vuitton Cup. La protezione civile dell’era Bertolaso è una multinazionale da 700 dipendenti che nei nove anni sotto la guida del suo potentissimo capo-dipartimento ha cambiato volto e moltiplicato la sua potenza di fuoco. Le catastrofi e le loro conseguenze restano, se così si può dire, il suo core business. Ma un’escalation di ordinanze della presidenza del Consiglio - 330 del Governo Berlusconi dal 2001 al 2006, 46 dell’esecutivo Prodi e più di 250 dal ritorno del Cavaliere a Palazzo Chigi - ha portato sotto il cappello del super-commissario degli appalti tricolori un po’ di tutto: i lavori per mettere in sicurezza gli scavi di Pompei come i festeggiamenti per il quattrocentesimo anniversario della nascita di San Giuseppe da Cupertino, le piscine dei mondiali di Nuoto e persino la riesumazione delle sacre spoglie di Padre Pio.

La fabbrica delle emergenze, vere o presunte, muove soldi. Stanziamenti totali in due lustri: 10 miliardi. Si tratta solo di una stima, visto che solo il 22% delle ordinanze governative quantifica gli stanziamenti pubblici. Denaro speso a pioggia. Senza troppi controlli. Spesso in deroga, in nome della cultura emergenziale, a piani regolatori e a norme di trasparenza degli appalti. Sotto lo scudo spaziale della protezione civile - insieme a opere necessarie come le case de L’Aquila e alle cattedrali nel deserto della Maddalena (327 milioni ad oggi gettati al vento) - sono finite così le iniziative più esotiche: i provvedimenti necessari per sistemare il traffico a Napoli, i rifiuti di Palermo, il via vai di gondole e vaporetti a Venezia, l’anno giubilare paolino, le rotonde per i Mondiali di ciclismo a Varese.

Milioni su milioni capaci di creare autentiche fortune private quasi dal nulla. Prendiamo i bilanci delle società i cui nomi sono emersi nell’inchiesta di Firenze. La Anemone di Grottaferrata - che ha costruito il palazzo delle conferenze per il mancato G8 sardo e alcune piscine per i mondiali - ha visto il suo giro d’affari decollare dai 10 milioni del 2007 ai 37 del 2008 «in forza - spiega la relazione di gestione del gruppo - di appalti della pubblica amministrazione». La fiorentina Giafi del gruppo Carducci, battuta sul filo di lana da una società di Anemone nel maxi appalto da 62 milioni per il Parco della Musica nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni d’Italia (altra pseudo-catastrofe a gestione protezione civile) si è consolata con i lavori per l’albergo ricavato per il G-8 dall’ex ospedale della Maddalena. I suoi ricavi sono raddoppiati in due anni a 88 milioni. E il bilancio racconta bene di chi è il merito: «Il governo in carica - recita testuale - mostra di aver preso coscienza del fatto che bisogna colmare il gap infrastrutturale del paese». Un’emergenza che, come tale, va trattata dalla Protezione civile. Con tutto il decisionismo e la disinvoltura usciti dalle intercettazioni telefoniche di questi giorni. Un boom di entrate (+50% in due anni) hanno realizzato pure la Igit - cui la Bertolaso Spa ha affidato la ristrutturazione dell’aeroporto perugino di Sant’Egidio (25 milioni) e quella (da 58 milioni e secretata) del carcere di Sassari - e la Archea associati, lo studio fiorentino dell’architetto Marco Casamonti, dalle cui telefonate è partita l’inchiesta della magistratura. Proprio l’inchiesta ha cominciato a delineare lo scenario di intrecci tra gli alti burocrati delle opere pubbliche e alcune imprese che sono entrate in un sistema "gelatinoso" come lo ha definito il gip nell’ordinanza: quello che ha assicurato appalti facili e ha permesso di gonfiare i costi dei lavori. La diversificazione ha finito però per drenare un po’ della liquidità destinata alla gestione delle emergenze reali. Bertolaso negli ultimi nove anni ha dovuto occuparsi dei viaggi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, del congresso eucaristico di Osimo e dei giochi del Mediterraneo. I suoi attuatori finali come Angelo Balducci hanno dovuto mettere la firma sotto note spese che con l’affare delle catastrofi naturali, in apparenza, hanno ben poco a vedere. A Pratica di Mare, per realizzare la scenografia un po’ kitsch necessaria al successo del summit Nato-Russia del 2002, la protezione civile ha speso 36 milioni, tra cui 74mila euro per "facchini e trasporto statue", un milione per spuntare a regola d’arte prati e siepi e 42mila euro per i cartelli necessari alla viabilità. Il risultato paradossale è che a furia di emergenze farlocche rischiano di venir meno - complice lo stato dei conti pubblici - i soldi per quelle reali. Bertolaso ha già messo nero su bianco i suoi dubbi. Lo stanziamento per il suo dipartimento nel 2009 è stato "solo" di 1,6 miliardi di euro. «Soldi che non bastano per prevenire e gestire le emergenze del futuro», assicura il bilancio dell’ente, lamentando il taglio del 18% dagli 1,9 miliardi disponibili l’anno precedente. All’orizzonte incombono l’Expo 2015 in odore di commissariamento, le Olimpiadi 2020, il Gran Premio d’Italia di Formula 1 a Roma. Servono nuovi soldi pubblici. Le emergenze d’oro, in Italia, non finiscono mai.

In “ Paesaggi Perduti Sardegna. La bellezza violata”Sandro Roggio dice d’essere nato in Sardegna e di viverci “non solo d’estate ”. Una condizione con cui ha selezionato diversi autori chiedendo loro di descriversi. A partire dai luoghi con cui si sono imbattuti e da cui non intendono andar via. Nel dare immediata voce ai suoi, per determinazione geografica residenziale, “simili” Sandro innesca un processo di lettura fatto di continui rimandi tra le diverse narrazioni. I contributi, veri e propri autoritratti a volte di parole, altre di pietra; prendono la forma di altrettante “ figure urbane”. In un periodo di Piani casa, [ quello sardo è incentrato nel dare il colpo di grazia ai milleottocento chilometri della costa isolana], raccontarci di paesaggi perduti vuol dire parlare di, altrettanti, territori resistenti. Perché nel testo, anche se numerosi sono i riferimenti al passato, non c’è alcuno spazio per la nostalgia, per lo scontato “come eravamo”. Al contrario, in tutti i contributi, appare una doppia considerazione: risalire a quando è avvenuto il disastro che attanaglia l’isola e a come costruire i primi elementi per condividere un nuovo paesaggio di riferimento. Un nuovo luogo. Costruito dai tanti paesaggi; non utopico. Questa la scommessa di Sandro Roggio: fare i conti con l’esistente. Partiamo, dice, con elencare, le cose da usare in modo diverso. Per poter “agguantare” [resistere in sassarese] almeno ciò che abbiamo in consegna. Che, leggendo anche solo questo libro, non è poco. Sempre se si riuscirà a combattere una doppia partita: invertire lo svuotamento dei paesi al centro dell’isola e farla finita sulla costa con “trasformazioni sconsiderate e penalizzanti”.“Anche se è il mare a identificare, nell’immaginario collettivo di tutti, la Sardegna, i sardi non amerebbero il mare” scrive Ignazio Camarda. Sanno bene che i peggiori attentati alle spiagge sono avvenuti quando queste sono diventate indicatori di valore per il mercato immobiliare. Oggi pulire le spiagge significa la distruzione del paesaggio delle dune e il conseguente vuoto biologico. Bisogna vigilare con la consapevolezza, sostiene invece Marcello Madau, che la “tutela non basta”; dovrà essere accompagnata “dalla tensione di tutte le comunità di accogliere i luoghi entro se stesse”. A saperli riconoscere e guardarli con quello che Antonietta Mazzette chiama lo “sguardo lungo”; vale a dire il solo punto di vista capace di cogliere il paesaggio urbano come “assemblaggio di percezioni e segni”. A riscoprire la prospettiva come elemento di misura. Come nelle tavole di Alberto Ferrero della Marmore che nell’ottocento seppe cogliere i caratteri individuali dell’isola. A volte, anche i sardi, hanno tenacemente voluto cancellarli. E’ il caso dei “demolitori sacrileghi” descritti da Giacomo Mameli nel loro accanimento per abbattere la chiesa del Cinquecento di Perdasdefogu e realizzare un campetto, chiuso, per altro, all’uso dei bambini perché, dice il parroco:”ogni tanto dicono parolacce”. Verrebbe voglia di gridarle di peggiori, e ancora più forte, andando a vedere le immagini del libro. Dal disastro di Capoterra, al villaggio della Marmorata [ ma è vero? ], al bucare le piazze sassaresi, alle spettrali geometrie dei fossili edilizi riprese da Alessandra Chemollo. Che fare? Forse, ridefinire l’identità dell’isola, di cui la rete dei ventimila monumenti e dei centomila racconti, costituisce l’ossatura materiale e immateriale, come reinvenzione di quella vita che si vuole cancellata.

Sandro Roggio, Paesaggi perduti. Sardegna, la bellezza violata, Cagliari, CUEC, 2009. euro 13,00

Messina. Vinci un superappalto e cinque anni dopo ti ritrovi con un contratto nuovo. Ancora più "super". Che il Ponte sullo Stretto sia un'opera dal costo faraonico è noto. Ciò che ancora non si sa è che Eurolink, il consorzio con capofila Impregilo che dovrà unire Scilla e Cariddi, s'è visto riconoscere a settembre dalla società Stretto di Messina una maggiorazione sul compenso altrettanto faraonica: un miliardo e 90 milioni in più rispetto al corrispettivo pattuito nel 2005. Che è lievitato da quasi 4 miliardi di euro (3.879.600, per l'esattezza) a 4.969.530. E tutto questo senza aver mosso una pietra. Con l'effetto non solo di annullare il ribasso del 12% con cui il cartello di imprese - che comprende anche Condotte, Cmc, la spagnola Sacyr e la giapponese Ishigawa - si era aggiudicata la gara, ma addirittura di accrescere il compenso in misura più che doppia rispetto allo stesso ribasso.

Il nuovo corrispettivo è fissato nella relazione di aggiornamento del piano finanziario dell'opera, firmato dall'amministratore delegato della Stretto di Messina e presidente dell'Anas Piero Ciucci e inviato per conoscenza al governo. Nella relazione, Ciucci sdogana la maggiorazione con la necessità di adeguare il valore di base definito con la gara alla dinamica dei prezzi e dei costi intervenuta e prevista tra il 2002 (chiusura del progetto preliminare) e il 2011, data presunta dell'approvazione del progetto definitivo. Che, è bene ricordare, non c'è ancora. Nel documento, non mancano i punti che lasciano perplesso più di un economista. A partire da Guido Signorino, ordinario di Economia applicata all'Università di Messina e membro del Centro studi per l'area dello Stretto Fortunata Pellizzeri. Che osserva: "In poco tempo, mentre non si è mossa una ruspa, la commessa è lievitata del 28%, anche se, nello stesso periodo, la dinamica dei prezzi ha raggiunto record secolari di stabilità". Che cosa hanno fatto, invece, alla Stretto di Messina? Un esempio utile è quello dell'acciaio: l'accordo giustifica l'aumento del corrispettivo citando anche "l'eccezionale aumento dei prezzi registrato tra il 2003 e il 2004" e l'andamento dell'inflazione intervenuta e attesa nel periodo 2002-2011. Curioso che la valutazione dei prezzi si proietti al 2011, mentre quella dei costi si fermi al 2004. Se la Stretto di Messina avesse considerato l'andamento del costo dell'acciaio fino al 2009, avrebbe scoperto che questo è calato di molto, e che le stime del trend di domanda e offerta fino al 2011 dovrebbero far prevedere un assestamento su un valore molto più basso di quello del 2004.

Le perplessità, però, non finiscono qui. Stranamente, il corrispettivo dei lavori cresce di oltre un miliardo, mentre la stima del valore finale dell'opera - che include gli oneri finanziari - aumenta di soli 200 milioni, passando da 6,1 a 6,3 miliardi. Insomma, se da un lato è aumentata del 28% la somma da versare all'impresa, dall'altro il valore stimato del Ponte è cresciuto solo del 3,3. Una contraddizione che si può spiegare così: aumentare il valore dell'opera oltre i 6,3 miliardi avrebbe significato esporsi alle critiche di chi sostiene già adesso che l'investimento è troppo costoso e non remunerativo. Resta poi da spiegare per quale motivo in questi anni la Stretto di Messina non abbia ridotto il valore finale dell'opera, proporzionandolo al ribasso offerto dalla cordata vincitrice. La Corte dei Conti informa, infatti, che nel 2008 la società indicava ancora un costo finale pari a circa 6 miliardi, quando il ribasso offerto da Impregilo avrebbe dovuto far scendere il valore attorno ai 5 e mezzo. Secondo Signorino, questa scelta potrebbe significare che il ribasso col quale il consorzio ha vinto la gara era eccessivo: "Stretto di Messina ha tenuto invariata la stima del costo finale dell'opera, quando avrebbe fatto meglio a rifiutare l'offerta". In proposito, è il caso di ricordare che l'appalto fu impugnato al Tar da Astaldi, che aveva partecipato alla gara, e che il suo presidente Vittorio Di Paola dichiarò come "sul maxi ribasso di Impregilo" bisognasse riflettere. Ma il ricorso non andò avanti, perché il governo Prodi dichiarò il Ponte opera non più prioritaria, facendo venir meno l'oggetto del contendere.

Un altro aspetto da ricordare è che per anni si è paventato di dover pagare a Eurolink penali pesantissime nel caso in cui l'opera fosse stata fermata dal governo senza mai arrivare al progetto definitivo. In realtà, afferma Ciucci, al consorzio non sarebbero dovute penali qualora venisse intimato l'alt anche dopo aver ricevuto il progetto definitivo e quello esecutivo: le penali sono invece dovute se lo stop avvenisse anche un solo giorno dopo l'inizio dei lavori.

E qui si apre un'altra questione. Per il governo, i lavori del Ponte sono ufficialmente iniziati il 23 dicembre, con la prima pietra del progetto di spostamento di un binario nella frazione Cannitello di Villa San Giovanni. Si tratta di un'opera che avrebbero dovuto eseguire le Ferrovie e che, invece, il Cipe ha dichiarato a luglio di competenza della Stretto di Messina, "calandola" nel progetto Ponte. Il 23 dicembre le ruspe hanno iniziato a lavorare, fermandosi subito dopo per la pausa natalizia. Da allora il cantiere non è avanzato. Né poteva essere altrimenti, visto che dell'opera non esiste il progetto definitivo né la relativa variante urbanistica è mai stata approvata. Anzi, la Regione Calabria ha fatto ricorso al Tar e alla Corte costituzionale, lamentando di non essere stata sentita prima che il Cipe classificasse l'opera come preliminare al Ponte (al quale la giunta calabrese di centrosinistra si oppone).

Ma c'è di più: il terreno su cui le ruspe hanno lavorato per qualche giorno non è ancora stato espropriato, come confermano i proprietari. Eppure, su questo bluff Eurolink potrebbe fondare la futura pretesa di penali. Calcolate sul nuovo corrispettivo astronomico.

Appia Antica, arrivano nuovi vincoli. Il piano paesaggistico approvato ieri nel penultimo consiglio regionale prima delle elezioni ha messo sotto tutela altre zone fuori dei confini del parco. Prime fra tutte, l’area degli Acquedotti compresa tra Porta Furba e Porta Maggiore e la fascia esterna alle Mura Aureliane tra Porta Maggiore e via Ardeatina. Il risultato è una superficie vincolata di oltre 6000 ettari, quasi doppia rispetto ai confini del parco.

Non solo. Il provvedimento rende finalmente possibile il trasferimento di 25 imprese, tra autodemolitori, laboratori artigiani e piccole fabbriche, dal territorio del parco dove finora hanno svolto la loro attività, in un’area sull’Ardeatina, fuori del Gra. «In questo modo - dichiara il vicepresidente della Regione Esterino Montino - vengono restituiti ai cittadini 150 ettari di parco pubblico occupati impropriamente».

«L’estensione del vincolo paesaggistico tutela non solo i monumenti, già sotto vincolo monumentale, ma anche le aree circostanti - spiega Daniele Iacovone, responsabile della direzione Territorio e Urbanistica della Regione - ma non vuol dire ampliamento dei confini del parco». Quelli rimangono fermi ad una superficie di 3370 ettari, perché il consiglio regionale non ha trasformato in legge la proposta di estensione dell’allora assessore all’Ambiente Angelo Bonelli, approvata in giunta nel settembre 2005. Il provvedimento avrebbe portato il parco ad una superficie di 5000 ettari, includendo nei confini il Colle della Strega e l’area del comune di Marino, dove incombe un’edificazione da un milione e 200mila metri cubi.

Ritirato in extremis l’ordine del giorno bipartisan denunciato da Legambiente Lazio che dava mandato al vicepresidente della giunta di rivedere i confini dell’ampliamento nel comune di Marino. Il consigliere di Sinistra e Libertà Enrico Fontana aveva già tolto la sua firma il giorno precedente. «Per il momento sono salvi i 120 ettari di splendida campagna dei Castelli Romani, all’interno del Divino Amore e dell’ambito archeologico di Mugilla, su cui rischiavano di piombare 1.200.000 metri cubi di cemento - dichiara il presidente di Legambiente Lazio, Lorenzo Parlati - Purtroppo la Pisana ha perso la scommessa dell’ampliamento del parco».

Postilla

Come sanno molto bene i nostri lettori, eddyburg riserva da sempre un’attenzione speciale all’Appia Antica, la regina viarum amata da Cederna, simbolo sia della straordinarietà del nostro patrimonio culturale nella sua incredibile mescolanza di paesaggio e archeologia e, allo stesso tempo, dell’insipienza e avidità di alcuni che la condannano ad un lento degrado, come, all’inverso, della tenacia e dell’intelligenza di altri che, con mezzi infinitamente inferiori ai primi, non smettono di lottare per salvarla.

Oltre alle ingiurie dell’abusivismo e del degrado, su eddyburg abbiamo puntualmente segnalato- attraverso un’apposita rubrica – anche i successi in termini di tutela e fruizione di quest’area straordinaria che pure, faticosamente, vengono perseguiti.

Così nella notizia che riportiamo sottolineiamo alcuni aspetti positivi, fra i quali soprattutto la sventata lottizzazione nel comune di Marino. Al di là dei toni trionfalistici del vicepresidente Montino, però, gli elementi negativi prevalgono: ancora una volta la pubblica amministrazione non ha avuto il coraggio di perseguire una politica di governo del territorio di coerente ampliamento degli spazi collettivi e di tutela radicale di un bene comune così prezioso perché sempre più scarso, come è quello dell’agro romano.

Anche in questo l’Appia Antica e il suo territorio sono un simbolo: dell'uso strumentale e spregiudicato del nostro patrimonio culturale sul quale si sbandierano, spesso impropriamente, le iniziative di salvaguardia soprattutto in prossimità di scadenze elettorali, salvo poi dimenticarsene fin dal momento in cui si aprono le urne. (m.p.g.)

L’Italie est-elle un pays normal ? L’anomalie que représente Berlusconi - le fait qu’il concentre le pouvoir politique et médiatique, qu’il utilise le Parlement comme «usine» à fabriquer des lois destinées à le sauver des tribunaux, qu’il vomisse sur la magistrature, qu’il critique sans arrêt la Constitution, qu’il réduise la politique à des blagues et des déclamations histrionesques, qu’il traîne derrière lui les casseroles de ses scandales sexuels - inciterait à répondre non.

Mais il y a plus. Ce qui frappe, par exemple, c’est qu’après avoir été qualifiée de laboratoire avant-gardiste de l’Europe, l’Italie, aujourd’hui, régresse à un statut «provincial». Sa classe politique elle-même est provinciale, voyage peu, ne parle que rarement anglais. Le rôle central encore attribué à la télévision demeure «années 80». On va «en» télévision endimanché, tout est entertainment, pub, talk shows hurlés, fesses et dentelles, les émissions d’enquête sont rarissimes, celles, de réflexion, auxquelles participeraient philosophes, historiens, sociologues, psychanalystes ou hommes de sciences n’existent pratiquement pas. Un soir sur deux, sur Rai Uno, animée par un inamovible journaliste doucereux et caudataire, il y a Porta a porta, sorte de messe à laquelle participent toujours les mêmes leaders politiques, et qui n’est pas loin de remplacer Chambre et Sénat. Très rarement, dans le public des émissions politiques, sportives ou de variété, on voit un Noir ou un Métis.

Nouvelle province, l’Italie perd des points dans à peu près tous les classements, qu’ils concernent l’école, la santé, l’écologie, les droits, la culture (budget massacré) et même la technologie. Encore récemment, après Bob Geldof, reprochant au gouvernement d’équilibrer son budget sur le dos des pauvres, c’est Bill Gates en personne qui est intervenu pour accuser Berlusconi («Les gens riches dépensent beaucoup plus d’argent pour régler leurs problèmes personnels, comme la calvitie, qu’ils ne le font pour combattre le paludisme») de réduire de moitié les aides publiques au développement promises devant les caméras, faisant de l’Italie «le pays européen le plus avare».

Même régression au niveau informatique. Sait-on qu’en raison du décret Pisanu la connexion wireless à Internet dans un lieu public, un aéroport ou un cybercafé est soumise à la présentation d’une carte d’identité ? Que les crédits pour le développement du haut débit sont gelés depuis 2008, que du côté de la majorité, des voix se lèvent pour demander le contrôle de social networks tels que Facebook ? Que des pétitions sont signées partout, demandant au gouvernement d’«émanciper Internet» de normes législatives pénalisant le futur du pays, lequel, pour l’accès à la Toile, est déjà «arriéré et sous-développé par rapport au reste de l’Europe» ? Il est vrai que Berlusconi est homme de télévision old style, pour qui Internet est dangereux, parce que «liquide», incontrôlable - et hors de son empire.

Mais c’est au niveau sociétal que la régression est la plus nette. Berlusconi mobilise tellement l’attention qu’à l’étranger on ne voit pas très bien que le fait majeur est plutôt une «liguisation» de la société, entraînant une dégradation morale et civique, sinon une «barbarisation» de l’Italie. La Ligue du Nord d’Umberto Bossi - dont l’organe, La Padania, écrivait : «Quand allez-vous nous libérer des nègres, des putes, des voleurs extracommunautaires, des violeurs couleur noisette et des gitans qui infestent nos maisons, nos plages, nos vies, nos esprits ? Foutez-les dehors, ces maudits !» -, alliée décisive du parti de Berlusconi, a fait élire ses hommes, dont plusieurs sont ministres, dans un nombre considérable d’administrations, a diffusé partout ses valeurs et son langage, dédouané et rendu normal le discours xénophobe. Il faudrait une bibliothèque vaticane pour énumérer les discours d’incitation à la haine raciale, d’homophobie, d’«anti-méridionalisme», prononcés par ses leaders. Qu’on regarde sur YouTube des vidéos de Monsieur Mario Borghezio, ou qu’on écoute quelques extraits d’émissions de Radio Padania : dans aucun pays on tolérerait un tel déchaînement de haine, et de bêtise, xénophobe ! On défend les valeurs chrétiennes, la famille, le travail, on veut la croix sur le drapeau italien et le crucifix dans les écoles, mais le ministre de l’Education prévoit d’imposer un quota d’étrangers dans les classes, le ministre de l’Intérieur a voulu instituer des rondes de surveillance (bide colossal, heureusement, personne ne s’étant présenté pour les constituer), a instauré comme délit le seul fait d’être un étranger sans papiers. Une petite star de la politique, chef d’entreprise à la droite de l’extrême droite, pressentie pour être sous-secrétaire au Welfare parce que bien aimée de Berlusconi (à propos duquel elle avait dit : «il est obsédé par moi, mais il n’aura pas mon…», ou «il n’aime les femmes qu’à l’horizontale»), s’est distinguée finement en déclarant que «Mahomet était un pédophile». Un fanatique (un élu) tenait à désinfecter les trains empruntés par des Nigérianes, un autre (élu aussi) voulait «éliminer tous les enfants (rom) qui volent les personnes âgées» et, interrompu par les applaudissements du «peuple de Padanie», invitait les musulmans à aller «pisser dans leurs mosquées».D’autres encore ont mis le feu à des baraquements d’immigrés, proposé des wagons de trains ou des lignes de bus séparés pour Italiens et étrangers… Discriminations en tous genres, agressions, ratonnades, crimes parfois, banderoles et cris racistes dans les rassemblements de la Ligue, véritable chasse à l’homme noir, avec bâtons et fusils, qui évoque, pour la presse internationale, le Ku Klux Klan, et qui, au ministre de l’Intérieur, fait dire : «Nous avons fait preuve de trop de tolérance envers les immigrés.»

Cela suscite peu de réactions en Europe. Et c’est sans doute en ce sens que l’Italie est le plus «provincialisée» : on la regarde de loin et de haut, tout en l’aimant pour sa cuisine, son art et ses paysages, on ne la prend guère au sérieux, ni dans le bien, ni dans le mal. Qu’on imagine ce qui se passerait dans les rues de Londres, de Paris, de Berlin ou d’ailleurs si la Ligue du Nord était un parti, disons, autrichien, ou français, et si Umberto Bossi s’appelait Jörg Haider !

L'Italia di Berlusconi, un paese che si imbarbarisce



L'Italia è un paese normale? L'anomalia rappresentata da Berlusconi - il fatto che concentri in sé il potere politico e mediatico, che utilizzi il Parlamento come un'azienda destinata a fabbricare leggi che lo salvino dai tribunali, che vomiti insulti sulla magistratura, che critichi continuamente la Costituzione, che riduca la politica a un cumulo di barzellette e dichiarazioni istrioniche, che porti con sé il peso dei suoi scandali sessuali - tutto questo spingerebbe a rispondere di no. Ma c'è di più.



Ciò che colpisce, ad esempio, è il fatto che dopo essere stata considerata il laboratorio-avanguardia dell'idea di Europa, l'Italia è oggi regredita a uno status 'provinciale'. La sua stessa classe politica è provinciale, viaggia poco, soltanto di rado parla inglese. Il ruolo centrale ancora attribuito alla televisione immobilizza il paese negli anni Ottanta. Si va in televisione agghidati, tutto è intrattenimento, pubblicità, talk show urlato, sederi e pizzi, le trasmissioni di inchiesta sono rarissime e di conseguenza quelle a cui potrebbero partecipare filosofi, storici, sociologi, psicanalisti o uomini di scienza praticamente non esistono.Una sera su due Rai Uno manda in onda Porta a Porta, un talk show condotto da un giornalista dolciastro, una sorta di messa a cui partecipano sempre gli stessi leader politici, e che non è lontana dal rimpiazzare Camera e Senato. Molto di rado nelle trasmissioni politiche, sportive o di varietà compare una persona di colore. Nuova provincia, l'Italia perde punti praticamente in ogni settore, dalla scuola alla sanità, all'ecologia, ai diritti, alla cultura (budget massacrato) e anche alla tecnologia. Di recente, dopo Bob Geldof che rimproverava il governo di pareggiare il bilancio alle spalle dei poveri, è stato Bill Gates in persona ad accusare Berlusconi ("I ricchi spendono molti più soldi per risolvere i loro problemi personali, come la calvizie, di quanto non facciano per combattere la malaria") di aver ridotto della metà i fondi pubblici per lo sviluppo promessi davanti alle telecamere, facendo dell'Italia "il più avaro paese europeo".

La sensazione che solo certe imprese potessero “passare” nella ricostruzione dell’Aquila circolava. Le intercettazioni ora confermano che c’era chi rideva per i grassi affari che sentiva avvicinarsi mentre la polvere era alta sulle macerie e sotto di esse giacevano morti e feriti. Trecentosette morti. Non v’è dubbio che la ricostruzione post-terremoto sia un’emergenza ed esiga regole differenti da quelle ordinarie. E però regole. Certe e trasparenti. La ricostruzione dell’Irpinia richiese una commissione d’inchiesta parlamentare, presieduta da Scalfaro. Però sui restauri di beni culturali, curati dal soprintendente Mario De Cunzo, non vi fu ombra. Come sulla ricostruzione di Napoli (commissario Maurizio Valenzi, capo dell’ufficio tecnico Vezio De Lucia): neanche un avviso di garanzia. «Anzi - ricorda De Lucia - ricevemmo l’elogio della commissione Scalfaro e dei magistrati». Lo stesso per la vasta area del sisma umbro-marchigiano del 1997 e per quella del più lontano terremoto del Friuli.Nonè vero quindi che i commissariamenti portino con sé le degenerazioni che stanno emergendo ora, con l’ormai consueto contorno di escort.

Qui c’è di più e di peggio: qui siamo di fronte alla costruzione di un vasto arcipelago di “zone franche” dove norme, procedure, controlli, trasparenze ordinarie non esistono più, e dove ogni cosa è predeterminata, non dall’intero governo, ma dal presidente del Consiglio. Tutto nasce infatti da una sigla:Opcm. Ordinanza del presidente del consiglio dei ministri. Un decreto legge dovrebbe pur sempre essere convertito dalle Camere. L’Opcm parte da vari spunti e dà luogo all’emergenza e al commissariamento.

È successo per i Mondiali di nuoto, che stavano per affogare e che, col medesimo arrestato Angelo Balducci quale commissario, si sono svolti lasciando impianti nuovi del tutto incompleti, seri sospetti di abusi e una scia di inchieste giudiziarie. Per l’area archeologica di Roma si è costruito a tavolino un terrificante quanto improbabile scenario di crolli commissariando tutto (anche Ostia che sta benissimo). La raffica di Opcm, di ordinanze, riguarda anche situazioni dubbie come la creazione della “grande Brera”, commissario Mario Resca, fresco direttore generale alla valorizzazione, per lavori da50 milioni. Di cui avrà, oltre allo stipendio annuo di 160.000 euro lordi, il 5%. Cifra sbalorditiva che i “normali” soprintendenti, anche i più stimati, non hanno visto in tutta una onorata carriera. L’ordinanza del presidente del Consiglio plana ovviamente su alcune colossali torte immobiliari, come l’Expo 2015 di Milano. Ci sono ritardi? Si commissaria. E nell’ordinanza si elencano le normative ordinarie che “saltano”: quelle sulle valutazioni di impatto ambientale, sugli espropri, sui vincoli derivanti dai piani urbanistici e di pubblica utilità, sulle procedure per le bonifiche (e sì che a Milano è in atto una maxi- inchiesta sulla bonifica di Montecity a Rogoredo, implicato Giuseppe Grossi, bonificatore a oltranza, con una decina di Ferrari in garage, socio per la centrale elettrica di Casei Gerola del Mario Resca di Brera), via anche quelle su appalti e sub-appalti nonché le norme del Codice del paesaggio, e quindi niente più Soprintendenze a operare molesti controlli. Tutto avverrà in regime di “deroga integrale”. Finalmente! Con la Protezione Civile SpA - in mano alla presidenza del Consiglio e quindi al duo Berlusconi&Bertolaso, con Tremonti tagliato fuori - il cerchio si chiude. In una sola persona si concentrano tre ruoli: politico (sottosegretario o magari ministro), amministrativo (capo dipartimento) e operativo (capo della Protezione civile). Inusitata concentrazione di poteri “in deroga” alle leggi sulla trasparenza e quindi sulla concorrenza e, insieme, palese privatizzazione di un bel pezzo di Pubblica Amministrazione. Non basta (ma Bossi e i suoi “dormono all’umido”?, come in Lombardia). Con ciò le Regioni sono in un angolo e con esse ogni embrione di Stato federale. Per i rischi idrogeologici sono stati appena nominati tre supercommissari, lo stesso avverrà per il nucleare. L’accentramento non è più nelle mani del governo,ma del duo Berlusconi& Bertolaso. Il Parlamento? Lavori a convertire i decreti legge del governo. Poi si vedrà. v

CAGLIARI. Per ora la norma salva-Cualbu, la contro-modifica del Codice Urbani destinata a garantire le ultime due autorizzazioni paesaggistiche indispensabili per completare il controverso intervento edilizio su Tuvixeddu, non andrà al voto del Senato. Inserita fra gli emendamenti ai punti 7.8, 8.10, 8.11 del disegno di legge 1955, in discussione ieri a palazzo Madama, la proroga dell’efficacia dell’articolo 146 del Codice del paesaggio - di sei mesi oppure di un anno - è saltata per via delle perplessità manifestate da alcuni parlamentari nel passaggio in commissione. Quindi per ora resta l’ultima formulazione della norma, entrata in vigore a fine anno: le richieste di nullaosta paesaggistici dovranno passare all’esame di merito da parte della sovrintendenza architettonica e paesaggistica, che fino al 31 dicembre 2009 poteva esprimere solo un parere di legittimità. Non torneranno in campo le regioni e i comuni in sub-delega.

Per la Nuova Iniziative Coimpresa, che si è vista bocciare definitivamente dal Consiglio di Stato le due autorizzazioni concesse nell’agosto 2008 dal comune di Cagliari, è un brutto colpo. Perchè se l’amministrazione Cappellacci si è mostrata molto benevola nei confronti del progetto di edificazione privata del colle punico, la Sovrintendenza architettonica e paesaggistica si è battuta su ogni fronte giudiziario per fermarlo.

Impossibile stabilire se l’iniziativa del ministro Sandro Bondi di rimodificare il Codice Urbani, per ora abortita, sia riferita al caso di Cagliari o no. Di certo il dietrofront - motivato con problemi organizzativi degli uffici ministeriali - avrebbe favorito il costruttore di Fonni. Che avrebbe potuto ripetere la procedura autorizzatoria - come ha annunciato in un’intervista - rivolgendosi alla Regione. Ora invece, se a Roma non inventeranno altri artifizi normativo, l’interlocutore del costruttore sarà il sovrintendente Gabriele Tola, mentre resta il dubbio sulla responsabilità dell’ufficio regionale dei beni culturali: il ministero ha già nominato la nuova dirigente, che prenderà servizio lunedì prossimo. Ma il direttore uscente Elio Garzillo, nemico pubblico del progetto Tuvixeddu, attende per il 18 febbraio l’esito del ricorso d’urgenza presentato al giudice del lavoro. (m.l)

1. Motivi di carattere generale

alla base della scelta del ricorso all’istituto referendario

ex art. 75 Cost.

Il 18 novembre, alla camera dei deputati si approvava, con ricorso alla fiducia, il decreto Ronchi, che all’art. 15 avviava un processo di dismissione della proprietà pubblica e delle relative infrastrutture, ovvero un percorso di smantellamento del ruolo del soggetto pubblico che non sembra avere eguali in Europa[1]. Contemporaneamente nella sala Nassirya di Palazzo Madama, Stefano Rodotà, presidente della commissione per la riforma dei beni pubblici, insieme a Giovanni Conso, presidente onoraro dell’ accademia dei lincei, e a una nutrita delegazione di consiglieri regionali piemontesi, presentava alla stampa il disegno di legge delega di riforma della disciplina codicistica dei beni comuni depositato in Senato per iniziativa unanime del consiglio regionale piemontese.

A render ancor piu’ grave nel merito e nel metodo l’approvazione del decreto Ronchi vi e’ il fatto che esso e’ stato approvato ignorando il consenso popolare che soltanto due anni fa si era raccolto intorno alla legge d’iniziativa popolare per l’acqua pubblica (raccolte oltre 400.000 firme), oggi in discussione in parlamento. Nel frattempo cinque regioni hanno impugnato il decreto Ronchi di fronte alla corte costituzionale lamentando la violazione di proprie prerogative costituzionali esclusive.

Ad un indirizzo politico chiaro si contrappongono dunque segnali di resistenza verso un governo che ha in mente un progetto rozzo, ma chiaro: la svendita del patrimonio pubblico, la volontà di fare affari attraverso lo sfruttamento dei beni comuni, ovvero quei beni di appartenenza collettiva, tra i quali ovviamente spicca l’acqua. L’ultimo grande bottino, l’ultimo grande saccheggio.

Mentre il testo della commissione Rodotà finalmente inizia il suo percorso legislativo, pur fra mille ostacoli e trabocchetti, con il chiaro e trasparente obiettivo di valorizzare le ricchezze pubbliche essenziali quali le risorse naturali, l’acqua, le grandi infrastrutture, i beni funzionali all’erogazione del welfare e la proprietà pubblica immateriale, il decreto Ronchi diventa legge (l. n. 166 del 2009), collocando tutti i servizi pubblici essenziali locali sul mercato, sottoponendoli alle regole della concorrenza e del profitto, espropriando il soggetto pubblico e quindi i cittadini dei propri beni faticosamente realizzati negli anni sulla base della fiscalità generale.

Mentre in maniera più o meno diffusa ci si sta rendendo conto come negli ultimi anni la gestione privata dell’acqua abbia determinato un aumento delle bollette del 61% ed una riduzione drastica degli investimenti per la modernizzazione degli acquedotti, della rete fognaria, degli impianti di depurazione, il governo e la sua maggioranza approva una legge che, imponendo la svendita forzata del patrimonio pubblico e l’ingresso dei privati, alimenterà anche sacche di malaffare e fenomeni malavitosi facilmente riconducibili alla camorra, alla ndrangheta, alla mafia.

La malavita già da tempo ha compreso il grande business dei sevizi pubblici locali, si pensi alla gestione dei rifiuti, e la grande possibilità di gestirli in regime di monopolio. La criminalità organizzata dispone di liquidità che come è noto ambiscono ad essere “ripulite” attraverso attività d’impresa.

Per chi conquisterà fette di mercato, l’affare è garantito. Infatti, trattandosi di monopoli naturali, l’esito della legge sarà quello di passare da monopoli-oligopoli pubblici a monopoli-oligopoli privati, assoggettando il servizio non più alle clausole di certezza dei servizi delineati dall’Unione Europea, ma alla copertura dei costi ed al raggiungimento del massimo dei profitti nel minor tempo possibile.

Le due grandi multinazionali Suez e Veolia, anche attraverso il supporto logistico di compiacenti imprese locali, sono pronte al grande ultimo assalto, ma anche per le utility di derivazione comunale oggi quotate a piazza affari, il decreto Ronchi potrà rappresentare a danno dei cittadini, dell’ambiente, della salute e non da ultimo dell’occupazione, una grande occasione da non perdere.

Come giuristi viene da sorridere quando si leggono alcune affermazioni quali quelle espresse da Roberto Passino, attuale presidente del Co.N.Vi.R.I. (Commissione Nazionale di Vigilanza sulle Risorse Idriche) il quale, in merito all’acqua, al Sole 24 ore di giovedì 19 novembre, ha dichiarato che poca conta se il gestore sia una S.p.A. controllata dal pubblico o dal privato, conta che tutte le leggi confermino da anni l’acqua come bene pubblico, che gli impianti idrici sono tutti di proprietà pubblica, che l’organismo di controllo è pubblico e che la formazione delle tariffe è in mano pubbliche.

Purtroppo le cose non stanno cosi’. Anche studenti del primo anno di economia o di diritto sanno bene che tra proprietà formale del bene e delle infrastrutture e gestione effettiva del servizio vi è una tale asimmetria d’informazioni, al punto da far parlare di proprietà formale e proprietà sostanziale, ovvero il proprietario reale è colui che gestisce il bene ed eroga il servizio.

Sappiamo bene quale é la debolezza dei controlli e la loro pressoché totale incapacita’ di incidere sulla governance della società, sappiamo bene quanto è debole e ricattabile politicamente, e non solo, tutta la dimensione tecnocratica delle autorità di regolazione. Ma soprattutto sappiamo bene che il governo e il controllo pubblico diventano pressoché nulli nel momento in cui ci si trova dinanzi a forme giuridiche di diritto privato, regolate dal diritto societario.

Si abbandonino dunque una volta per tutte queste ipocrisie che ruotano intorno alle false dicotomie pubblico-privato, proprietà-gestione e si affermi finalmente che un bene è pubblico se è gestito da un soggetto formalmente e sostanzialmente pubblico, nell’interesse esclusivo della collettività, e che gli eventuali utili devono essere rinvestiti nel servizio pubblico o eventualmente in altre attività dal forte impatto sociale, ricadenti nel territorio. Altrimenti diverra’ difficile far comprendere ai cittadini che le false liberalizzazioni non sono che nuovi trasferimenti di risorse comuni dal pubblico al privato, che determinano una crescita dei prezzi delle commodities e dei beni e servizi annessi, così come un aumento dei prezzi finali dei servizi di pubblica utilità. Si configurerà cosi’ un governo iniquo dei servizi pubblici essenziali, che inibirà la sua fruizione proprio a quella parte dei cittadini che ne avrebbe più bisogno. Una legislazione che colpisce al cuore dunque la nostra Costituzione ed in particolare i principi di eguaglianza, solidarietà e di coesione economico-sociale e territoriale.

Questa legge, attraverso la svendita di proprietà pubbliche, serve al governo “per far cassa”, o al piu’ per compensare i comuni dei tagli di risorse delineati in finanziaria.

È veramente triste pensare che i grandi principi ispiratori della nostra Carta costituzionale, che avevano negli anni posto le basi e legittimato il governo pubblico dell’economia, secondo una logica ed una prospettiva di tutela effettiva dei diritti fondamentali, finiscano mortificati al fine di favorire qualche gruppo industriale straniero ed italiano: una maggioranza trasversale proclama principi liberisti ma introduce al contrario posizioni di rendita privata che saranno poi impossibili da sradicare.

Si riparta dunque dalla legge di iniziativa popolare, dal testo della commissione Rodotà e dal suo preciso obiettivo di governare i beni pubblici e i beni comuni nell’interesse dei diritti fondamentali della persona e soprattutto nel rispetto dei principi costituzionali.

2. Oggetto dei quesiti referendari:

ripristinare la gestione pubblica di tutta l’ acqua

concepita come bene comune.

Al fine di recidere le basi culturali e tecnico-gestionali della privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, attraverso il decreto Ronchi, si è pensato con la redazione dei seguenti tre quesiti di concentrarsi in questa fase referendaria sul bene comune pubblico per eccellenza: l’acqua.

Una battaglia di più ampie proporzioni che investe beni comuni, beni sociali e beni sovrani ad appartenenza pubblica necessaria va invece portata avanti in parlamento attraverso lo schema di disegno-legge delega per la riforma di quelle parti del codice civile (proprietà pubblica) “mercantili” e disarmoniche rispetto al quadro costituzionale (lavori commissione Rodotà).

Così come parallelamente continua a fare il suo corso il progetto di legge ad iniziativa popolare sulla ripubblicizzazione dell’acqua che, se approvato, introdurrebbe in Italia, una disciplina omogenea ed efficace su tutto il territorio nazionale e sistematica di settore, sia dal punto di vista dei principi, che delle regole e degli aspetti gestionali.

I quesiti referendari dunque che si vanno a presentare sono tre:

1. Abrogazione dell’art. 23 bis (12 commi) della l. n. 133 del 2008 relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica;

2. abrogazione dell’art. 150 (quattro commi) del d. lgs. n. 152 del 2006 (c.d. codice dell’ambiente), relativo alla scelta della forma di gestione e procedure di affidamento, segnatamente al servizio idrico integrato;

3. abrogazione dell’art. 154 del d. lgs n. 152 del 2006 (c.d. codice dell’ambiente), limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della remunerazione del capitale investito.

3. Argomentazioni a supporto del quesito referendario n. 1.

In via preliminare, va osservato che la giurisprudenza della Corte costituzionale nei giudizi di ammissibilità è estremamente ondivaga e di difficile interpretazione, utilizzando la stessa parametri elastici e principi eterogenei per giudicare di volta in volta i quesiti referendari.

Detto ciò, in merito al quesito n. 1, va rilevato che trattasi di una norma collocata all’interno di un provvedimento relativo allo sviluppo economico, alla semplificazione, alla competitività, alla stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria. Dunque, si è in presenza di una norma che da un punto di vista formale non presenterebbe limiti espliciti ed impliciti di ammissibilità referendaria. Tuttavia, l’ambiguo, strumentale e pretestuoso incipit dell’art. 23 bis così recita: “..le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica in applicazione della disciplina comunitaria”.

Pertanto, tale disposizione, pur nella sua genericità - non sono infatti esplicitate le fonti comunitarie di riferimento che dovrebbe “applicare” - si “auto-proclamerebbe” norme di attuazione di obblighi comunitari. Come è noto, vi è un orientamento della Corte che tende a ritenere inammissibili i quesiti se violativi di obblighi comunitari, se relativi alla controversa figura delle c.d. “leggi comunitariamente necessarie”. In sostanza la Corte costituzionale, partendo dal limite degli obblighi internazionali sancito dall’art. 75 Cost., ha elaborato una giurisprudenza che ad essa riconduce il limite delle “leggi comunitariamente necessarie”.

Con le sentenze nn. 31, 41 e 45 del 2000 la Consulta non ha ritenuto ammissibile il referendum su quelle leggi che sono indispensabili affinché lo Stato italiano non risulti inadempiente rispetto agli obblighi comunitari, dal momento che l’eliminazione di tali norme è possibile solo con la contemporanea introduzione di disposizioni conformi al diritto dell’Unione Europea.

Queste precisazioni inducono alla dovuta prudenza, anche se da un punto di vista formale potrebbero essere superate evidenziando la natura diversa, non comunitaria, del provvedimento nel quale è inserita la disposizione, e da un punto di vista sostanziale si potrebbe sostenere che la norma in oggetto, al di là del generico richiamo alla disciplina comunitaria, non è direttamente attuativa di obblighi comunitari, e dunque non dovrebbe essere interpretata dalla Corte come “norma comunitariamente necessaria”.

Il regime concorrenziale ed il ricorso alle regole competitive del mercato, volute dal diritto comunitario, infatti sono già presenti nei modelli espressi dalla normativa vigente, tanto è che, al di là delle alchimie dell’ in house e del relativo controllo analogo, non pongono lo Stato italiano in posizione inadempiente nei confronti del diritto comunitario.

Se è vera, come è vera, la pretestuosità del richiamo al diritto comunitario, il testo oggetto del quesito referendario, nell’ambito dell’attuale assetto normativo, esprime una scelta politica, rafforzando due dei tre vigenti modelli: il regime privatistico tout court ed il regime misto (pubblico-privato). Invece, il modello dell’affidamento diretto in house viene posto come deroga ed eccezione. Si tratta di una scelta politica che più che incidere sul regime della concorrenza incide sugli assetti proprietari (pacchetti azionari e infrastrutture), ponendosi in contrasto con il principio comunitario della neutralità rispetto agli assetti proprietari.

Pertanto, l’abrogazione di tale norma non dovrebbe porre lo Stato italiano in una posizione di inadempienza rispetto agli obblighi comunitari, la norma in oggetto non andrebbe intesa quale “legge comunitariamente necessaria” ed il quesito referendario dovrebbe essere tendenzialmente ritenuto ammissibile dalla Corte Costituzionale.

Oltre alla problematica legata alle c.d.” leggi comunitariamente necessarie” va evidenziato che il referendum sull’art. art. 23 bis “aggredisce” una norma che ha per oggetto tutti servizi pubblici locali di rilevanza economica, dunque oltre all’acqua molto altro. La Corte dunque in sede di ammissibilità potrebbe sollevare obiezioni circa la congruità del fine perseguito rispetto al quesito proposto che appunto inciderebbe su tutti i servizi pubblici locali a rilevanza economica. La Corte potrebbe dichiarare che la richiesta referendaria non sarebbe idonea a conseguire lo scopo dichiarato andando ultra petita.

Anche queste possibili osservazioni, che potrebbero provenire dalla Corte, se da una parte ci inducono a procedere con la giusta prudenza e consapevolezza di un percorso incerto, dall’altra potrebbero essere superate, laddove ben evidenziata la coerenza e l’omogeneità del quesito in sé, ancor più se letto in collegamento sistematico con gli altri due quesiti. Infatti, i quesiti contengono, come espressamente voluto dalla Corte, una matrice razionalmente unitaria, dal carattere dell’omogeneità, che permetterebbe all’elettore il voto consapevole su una domanda strutturata in maniera inequivocabile[2]. L’obiettivo, nella sua unitarietà ed omogeneità, si propone in maniera netta di ripubblicizzare il servizio idrico integrato, ponendolo al di fuori delle regole del mercato ed affidando ad un soggetto “realmente” pubblico la gestione. Il quesito, come vuole la Corte, incorpora “ l’evidenza del fine intrinseco all’atto abrogativo”, esprime una netta e chiara alternativa al modello di cui all’art. 23 bis, che dovrebbe contribuire al giudizio di ammissibilità[3]. Per completezza, va anche detto che la varietà di qualificazioni che la giurisprudenza della Corte tende a conferire al criterio dell’omogeneità del quesito ha spinto parte della dottrina (Cariola) ad intravedere in tale categoria diversi segni di affinità con il giudizio sulla ragionevolezza delle leggi.

Ma la preoccupazione dei giudici costituzionali risiede oltre che nella valutazione in sé della struttura formale del quesito, finalizzata a consentire la consapevole manifestazione del voto popolare, anche nel tipo di effetti che potrebbero scaturire sulla normativa risultante dall’abrogazione a mezzo di referendum (Pizzolato-Satta). La Corte s’impone di verificare che l’abrogazione popolare lasci indenne “una coerente normativa residua immediatamente applicabile”[4]. Tale impostazione non va erroneamente intesa come una forma per legittimare referendum propositivi, ottenute dalla manipolazione del testo legislativo. Sul punto, è la Corte stessa che rigetta la categoria dei referendum propositivi quale risultanza della manipolazione normativo-abrogativa, affermando che sarebbe la legge stessa o singole disposizioni di essa a contenere una capacità operativa[5]. In sostanza, da parte della Corte vi sarebbe una netta accettazione dei referendum manipolativi, non intendendoli quali referendum dal carattere propositivo.

Comunque, nel caso di specie, l’abrogazione totale dell’art. 23 bis, non soltanto è al di fuori dalle ipotesi del referendum manipolativo, ma altresì non genererebbe un vuoto normativo, infatti la gestione del servizio idrico potrebbe essere affidata, anche nel caso di abrogazione referendaria dell’art. 150 del d.lgs. n. 152 del 2006, in conformità a quanto previsto dal vigente ’art. 114 TUEL del 2000, ovvero in affidamento diretto all’azienda speciale, eventualmente anche organizzata in forma consortile.

Tali aziende, gestendo servizi privi di rilevanza economica, estranei alla logica tariffaria della prestazione e della controprestazione (principio del corrispettivo), quanto meno per quanto attiene all’erogazione del minimo vitale, così come determinato dall’Organizzazione mondiale della sanità, non sarebbero sottoposte all’obbligo di cui al comma 8 dell’art. 35 della legge finanziaria 448 del 2001, ovvero all’obbligo di trasformarsi in s.p.a. Si introdurrebbe, in attesa dell’approvazione della legge di iniziativa popolare, tale da sistematizzare gli aspetti organizzativi e funzionali, un modello di gestione “realmente” pubblico.

Detto questo, va evidenziato che la sola abrogazione dell’art. 23 bis determinerebbe di fatto la reviviscenza dei modelli di gestione di cui all’art. 113 del testo unico degli enti locali di cui al d.lgs. n. 267 del 2000. Quindi non si reintrodurrebbe una vera ripubblicizzazione del servizio idrico integrato e i soggetti aggiudicatari sarebbero ancora liberi di scegliere tra modello privato, modello misto (cfr. sentenze Corte di giustizia nelle cause C-29/04, C-410/04) e modello in house.

Ma, in particolare, ciò che svilirebbe l’esito referendario, laddove incentrato soltanto sull’art. 23 bis è che tale abrogazione lascerebbe del tutto inalterate le gestione miste, private e in house affidate e tuttora operanti, sulla base dell’art. 113 TUEL, sul territorio nazionale. Proprio quelle gestioni che hanno generato un peggioramento del servizio, un aumento delle tariffe ed una netta riduzione degli investimenti di natura infrastrutturale.

Si riproporrebbe la problematica inerente agli affidamenti in house, più volte evidenziata dalla Corte di Giustizia (sentenze della Corte di giustizia nelle cause C-26/03[6], C-84/03, C-29/04[7], C-231/03, C- 340/04[8], C-573/07[9]) e dal Consiglio di Stato (Cons. St., Ad. Pl. 3 marzo 2008 n. 1; parere Sez. II n. 456/2007; Cons. St., sezione V, decisione 9 marzo 2009, n. 1365[10]; Cons. St. Sez. Vdecisione 28 novembre 2007 – 23 gennaio 2008, n. 136[11]; Cons. St. Sez. V sentenza 23 ottobre 2007, n. 5587[12]; Cons. St.Sez. Vdecisione 18 settembre 2007, n. 4862[13]; Cons. St.Sez. VIsentenza 1 giugno 2007, n. 2932[14]; Cons. St. Sez. VI sentenza 3 aprile 2007, n. 1514[15]; Cons. St. Sez. VI, n. 1514 del 3 marzo 2007[16]) e l’obiettiva difficoltà da parte dell’ente locale ad esercitare sulla società pubblica quel controllo analogo, così come formulato e richiesto dalla giurisprudenza comunitaria (sentenze della Corte di giustizia nelle cause C-26/03, C-458/03[17]).

Rimarrebbe inalterato, in tutta la sua drammatica intensità, il problema della gestione diretta attraverso società pubbliche che fisiologicamente esprimono forme giuridiche inidonee, per la fonte normativa che le regolamenta (diritto societario), a svolgere realmente una funzione sociale e di preminente ed assoluto interesse generale. Infatti, alcuna norma, ancor meno di livello statutario, può garantire che una volta affidato il servizio, tali società non tendano anche attraverso gli artifizi delle scatole cinesi, alla diversificazione delle funzioni (fenomeno delle multiutilties) e alla delocalizzazione dell’attività con buona pace dei livelli occupazionali (sentenze della Corte di giustizia nelle cause C-26/03, C-458/03).

In estrema sintesi, presentarsi dinanzi al corpo elettorale, attraverso il referendum abrogativo, per chiedere la ripubblicizzazione dell’acqua, senza chiedere l’abrogazione dei modelli di gestione privatistica, sarebbe una truffa nei confronti dei cittadini. Quindi l’abrogazione dell’art. 23 bis, in merito alla gestione delle risorse idriche, avrebbe quale unico obiettivo di riequilibrare il rapporto tra i tre modelli di gestione, lasciando inalterato il processo di privatizzazione in corso. La presentazione del solo quesito referendario relativo all’art. 23 bis, risulterebbe dunque necessaria, ma non sufficiente a ripristinare in Italia il governo pubblico dell’acqua, non vi sarebbe un’assoluta congruità del mezzo al fine, tra l’intento chiaramente percepibile dalla formulazione del quesito e l’idoneità dell’abrogazione referendaria alla sua realizzazione[18].

4. Argomentazioni a supporto del

quesito referendario n. 2

Il ragionamento di cui al paragrafo 3, ci ha indotto a non fermarci appunto all’art. 23 bis ma a presentare altresì il quesito referendario per abrogare anche l’art. 150 del d.lgs. n. 152 del 2006. Articolo (seppur norma di carattere speciale) al momento abrogato implicitamente dall’art. 23 bis, ma che rivivrebbe dal momento della sola abrogazione dell’art. 23 bis.

Tale articolo, ai commi 1, 2 e 3 richiama espressamente l’art. 113 del d.lgs. n. 267 del 2000, rinviando a tale norma per i modelli di gestione. In sostanza, l’abrogazione di tale disposizione, limitatamente al servizio idrico integrato, non consentirebbe più il ricorso ai suddetti tre modelli di gestione. È evidente che per i servizi pubblici locali, diversi da quello idrico, tali modelli continuerebbero ad essere vigenti.

Come si è anticipato, in questo scenario abrogativo rimane ovviamente vigente l’art. 114 del d.lgs n. 267 del 2000 relativo all’azienda speciale. Ciò significa che, limitatamente al servizio idrico integrato, gli enti aggiudicatari potranno legittimamente affidare il servizio ad un’azienda speciale, estranea agli obblighi di cui all’art. 35 della l. n. 448 del 2001, ciò in assoluta coerenza con il vero spirito pubblicistico contenuto nel progetto di legge ad iniziativa popolare e in assoluta armonia con lo spirito di fondo del progetto formulato dalla Commissione Rodotà.

A seguito dell’abrogazione di tale disposizione, la gestione del servizio idrico, in attesa dell’approvazione della legge-quadro nazionale ad iniziativa popolare, potrebbe dunque essere affidata ad un ente sostanzialmente e formalmente pubblico, scongiurando ipotesi di vuoti normativi.

Il servizio diverra’ cosi’ strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica” - la cui qualificazione, anche alla luce del protocollo n. 26 del Trattato di Lisbona può essere determinata dai livelli di governo più vicino ai cittadini - sarà nuovamente di interesse generale e il diritto all’acqua, quanto meno per i cinquanta litri giornalieri (igiene, salute, alimentazione), sarà assolutamente estraneo a logiche tariffarie, ponendo i relativi costi a carico della fiscalità generale.

In questo modo il diritto all’acqua riacquisterebbe a pieno titolo il suo status di diritto umano e diritto fondamentale dei cittadini, assolutamente, nella sua quantità vitale, non subordinabile a qualsiasi logica mercantile ed economica di profitto, da gestirsi anche “nell’ interesse delle generazioni future” secondo la definizione del progetto Rodota’.

5. Argomentazioni a supporto del

quesito referendario n. 3

Si ritiene poi che il terzo quesito sia necessario per incidere e quindi abrogare la logica del profitto contenuta in una parte del comma 1 dell’art. 154 del d.lgs. n. 152 del 2006. In particolare, s’intende abrogare quella parte che afferma che “la tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico ed è determinata tenendo conto…..dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.

Si tratta di un’abrogazione parziale, ovvero soltanto di alcune parti del complesso normativo, ma il quesito possiede una sua integrità semantica che dovrebbe difenderlo dinanzi ad eventuali obiezioni della Corte che lo tendessero a qualificare come referendum manipolativo. Tra l’altro, come si è detto, la stessa Corte, rigettando la tesi del ritaglio e della manipolazione come strumenti di mistificazione tesi ad affermare forme di referendum propositivo, ha affermato che sarebbe la legge o singole disposizioni di essa a contenere intrinsecamente una propria capacità operativa, in grado di resistere ad eventuali ablazioni relative a formule grammaticali o linguistiche, dalle quali scaturirebbe una nuova disciplina già presente in potenza nell’originaria versione[19]. In linea dunque con la Corte scaturisce una nuova disciplina, che tende a rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua, ancora una volta dunque un tassello che va inquadrato nel complesso sistematico dei quesiti referendari.

In sostanza per rafforzare il modello pubblicistico estraneo alle logiche mercantili occorre abrogare tale inciso in quanto allo stato consente al gestore di fare profitti sulla tariffa e quindi sulla bolletta. In particolare con tale norma il gestore, al fine di massimizzare i profitti (remunerazione del capitale) carica sulla bolletta dell’acqua un 7%. Tale percentuale costituisce un margine di profitto, assolutamente scollegato da qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. La sola logica accettabile per l’ acqua come bene comune e’ viceversa quella del “no profit”.

I cittadini dunque con la vigenza di tale norme sono doppiamente vessati, in quanto da una parte il bene acqua è commercializzato e inteso alla stregua di qualsiasi altre bene economico e dall’altra sono obbligati, per consentire ulteriori proifitti al gestore, di pagare in bolletta un surplus del 7%.

Attraverso la presentazione di questi tre quesiti, letti ed interpretati secondo un collegamento sistematico, può effettivamente partire una grande battaglia di civiltà e di tutela per i diritti fondamentali, che potrebbe successivamente essere estesa a tutti i beni comuni. Si tratta di iniziare operativamente ad invertire la rotta per ripristinare il governo pubblico dell’acqua al di fuori e contro qualsiasi logica mercantile, di saccheggio e di profitto.

Roma, 5.2.2010Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Stefano Rodotà

[1] A fine 2009 il processo affaristico di dismissione e svendita del patrimonio pubblico continuava, nascondendosi dietro il federalismo demaniale

[2] Corte costituzionale n. 16 del 1978.

[3] Corte costituzionale n. 29 del 1987.

[4] Corte costituzionale n. 32 del 1993, n. 47 del 1991, 13 del 1999.

[5] Corte costituzionale n. 33 del 2000.

[6] Un'autorità pubblica, che sia un'amministrazione aggiudicatrice, ha la possibilità di adempiere ai compiti di interesse pubblico ad essa incombenti mediante propri strumenti, amministrativi, tecnici e di altro tipo, senza essere obbligata a far ricorso ad entità esterne non appartenenti ai propri servizi. In tal caso, non si può parlare di contratto a titolo oneroso concluso con un entità giuridicamente distinta dall'amministrazione aggiudicatrice. Non sussistono dunque i presupposti per applicare le norme comunitarie in materia di appalti pubblici.

La partecipazione, anche minoritaria, di un'impresa privata al capitale di una società alla quale partecipi anche l'amministrazione aggiudicatrice, esclude in ogni caso che tale amministrazione possa esercitare sulla detta società un controllo analogo a quello che essa esercita sui propri servizi.

Pertanto, nell'ipotesi in cui un'amministrazione aggiudicatrice intenda concludere un contratto a titolo oneroso relativo a servizi rientranti nell'ambito di applicazione ratione materiae della direttiva 92/50, come modificata dalla direttiva 97/52, con una società da essa giuridicamente distinta, nella quale la detta amministrazione detiene una partecipazione insieme con una o più imprese private, le procedure di affidamento degli appalti pubblici previste dalla citata direttiva debbono sempre essere applicate.

[7] qualora un’autorità aggiudicatrice sia intenzionata a concludere un contratto a titolo oneroso, riguardante servizi che rientrano nell’ambito di applicazione materiale della suddetta direttiva, con una società giuridicamente distinta da essa, nel capitale della quale detiene una partecipazione con una o più imprese private, devono essere in ogni caso applicate le procedure di appalto pubblico previste da tale direttiva.

[8] Qualora l’eventuale influenza dell’amministrazione aggiudicatrice venga esercitata mediante una società holding, l’intervento di un siffatto tramite può indebolire il controllo eventualmente esercitato dall’amministrazione aggiudicatrice su una società per azioni in forza della mera partecipazione al suo capitale.

[9] Nel caso in cui il capitale della società aggiudicataria è interamente pubblico e in cui non vi è alcun indizio concreto di una futura apertura del capitale di tale società ad investitori privati, la mera possibilità per i privati di partecipare al capitale di detta società non è sufficiente per concludere che la condizione relativa al controllo dell'autorità pubblica non è soddisfatta. L'apertura del capitale rileva solo vi è un'effettiva prospettiva di ingresso di soggetti privati nella compagine sociale, altrimenti, il principio di certezza del diritto esige di valutare la legittimità dell'affidamento in house sulla base della situazione vigente al momento della deliberazione dell'Ente locale affidante.

L'attività della società in house deve essere limitata allo svolgimento dei servizi pubblici nel territorio degli enti soci, ed è esercitata fondamentalmente a beneficio di questi ultimi.

Nel caso di specie, anche se il potere riconosciuto alla società aggiudicataria, di fornire servizi ad operatori economici privati è meramente accessorio alla sua attività principale, l'esistenza di tale potere non impedisce che l'obiettivo principale di detta società rimanga la gestione di servizi pubblici. Pertanto, l'esistenza di un potere siffatto non è sufficiente per ritenere che detta società abbia una vocazione commerciale che rende precario il controllo di enti che la detengono.

[10] «Il requisito del controllo analogo non sottende una logica “dominicale”, rivelando piuttosto una dimensione “funzionale”: affinché il controllo sussista anche nel caso di una pluralità di soggetti pubblici partecipanti al capitale della società affidataria non è dunque indispensabile che ad esso corrisponda simmetricamente un “controllo” della governance societaria.»

[11] E’ illegittimo l’affidamento senza gara di un servizio pubblico, quando manca il requisito del controllo analogo: nel caso di specie, infatti, l’ente affidatario, presentava lo statuto di una normale società per azioni, senza alcun raccordo tra gli enti pubblici territoriali e la costituzione degli organi sociali.

[12] In tema di appalto, la possibilità di ingresso nella società di nuovi soggetti pubblici potrebbe essere ammessa, legittimamente, nel solo caso di in house providing (con partecipazione totalitaria pubblica).

[13] Nel caso di costituzione di società miste per l’affidamento diretto di servizi pubblici locali non occorre che la società sia costituita al solo scopo di gestire proprio quel determinato servizio pubblico oggetto dell’affidamento, ben potendo lo statuto della società comprendere finalità più ampie, ed ottenere per esse, l’affidamento diretto di servizi pubblici.

[14] Non è obbligatorio l’avvio del procedimento ad evidenza pubblica quando: - l’amministrazione esercita sul soggetto affidatario un "controllo analogo" a quello esercitato sui propri servizi; - il soggetto affidatario svolge la maggior parte della propria attività in favore dell’ente pubblico di appartenenza. La partecipazione pubblica totalitaria è elemento necessario, ma non sufficiente, per integrare il requisito del controllo analogo; sono necessari maggiori strumenti di controllo da parte dell’ente pubblico rispetto a quelli previsti dal diritto civile: - il consiglio di amministrazione della s.p.a. in house non deve avere rilevanti poteri gestionali e l’ente pubblico deve poter esercitare maggiori poteri rispetto a quelli che il diritto societario riconosce alla maggioranza sociale; - l’impresa non deve aver «acquisito una vocazione commerciale che rende precario il controllo» dell’ente pubblico e che può risultare, tra l’altro, dall’ampliamento dell’oggetto sociale; dall’apertura obbligatoria della società ad altri capitali; dall’espansione territoriale dell’attività della società a tutta il territorio nazionale e all’estero; - le decisioni più importanti devono essere sottoposte al vaglio preventivo dell’ente affidante.

[15] La delibera di affidamento in house di lavori di restauro di beni culturali è illegittima: tale procedimento di assegnazione deve essere espressamente ammesso dalla normativa di settore, trattandosi di eccezione al principio generale dell’evidenza pubblica; ne segue l’obbligo di risarcimento dei danni in favore dei lavoratori coinvolti, sub specie di perdita di chance subita da questi ultimi perchè sono stati ingiustamente privati della possibilità di partecipare alla gare pubbliche che il Comune avrebbe indetto se avesse operato correttamente.

[16] «in ragione del “controllo analogo” e della “destinazione prevalente dell’attività”, l’ente in house non può ritenersi terzo rispetto all’amministrazione controllante ma deve considerarsi come uno dei servizi propri dell’amministrazione stessa»

[17] Gli artt. 43 CE e 49 CE nonché i principi di parità di trattamento, di non discriminazione e di trasparenza devono essere interpretati nel senso che ostano a che un’autorità pubblica attribuisca, senza svolgimento di pubblica gara, una concessione di pubblici servizi a una società per azioni nata dalla trasformazione di un’azienda speciale della detta autorità pubblica, società il cui oggetto sociale è stato esteso a nuovi importanti settori, il cui capitale deve essere a breve termine obbligatoriamente aperto ad altri capitali, il cui ambito territoriale di attività è stato ampliato a tutto il paese e all’estero, e il cui Consiglio di amministrazione possiede amplissimi poteri di gestione che può esercitare autonomamente.

[18] Corte costituzionale n. 35 del 2000, n. 36 del 2000, n. 43 del 2000, n. 48 del 2000.

[19] Corte cost. n. 33 del 2000.

Negli uffici delle sovrintendenze sono certi: è in arrivo da Roma la norma salva-Cualbu, che potrebbe garantire le ultime due autorizzazioni paesaggistiche indispensabili per completare l’intervento edilizio su Tuvixeddu. Bocciati dal Consiglio di Stato, i nullosta - quando saranno chiesti per la seconda volta - dovrebbero passare ora all’esame di merito da parte della sovrintendenza come previsto dalla riformulazione del Codice Urbani. Ma è in arrivo un salvagente: il ministro ha proposto il ritorno provvisorio alla normativa che delegava l’esame alle regioni e ai comuni.

CAGLIARI. Negli uffici delle sovrintendenze sono certi: è in arrivo da Roma la norma salva-Cualbu, un provvedimento clamoroso che potrebbe garantire le ultime due autorizzazioni paesaggistiche indispensabili per completare il controverso intervento edilizio su Tuvixeddu.

Bocciati dal Consiglio di Stato per carenza di motivazione, in base alla nuova formulazione dell’articolo 146 del Codice Urbani i nullaosta - quando verranno chiesti per la seconda volta - dovrebbero passare all’esame di merito da parte della sovrintendenza architettonica e paesaggistica, che fino al 31 dicembre 2009 poteva esprimere soltanto un parere di legittimità. Messe una dietro l’altra le iniziative di contrasto legale del piano Coimpresa avviate dagli uffici ministeriali negli ultimi anni - ultima quella dell’ex sovrintendente Fausto Martino che ha annullato con decreto le autorizzazioni, il Consiglio di Stato gli ha dato ragione in via definitiva - è difficile credere che la società del costruttore fonnese avrebbe vita facile a ottenere un nuovo via libera. Ma ecco che arriva il salvagente da Roma: tra oggi e domani il consiglio dei ministri dovrebbe esaminare la proposta del ministro dei beni culturali Sandro Bondi, che chiede il ritorno provvisorio alla normativa precedente. Quella che delegava all’esame delle richieste di autorizzazione e al loro rilascio le regioni e in sub-delega i comuni.

Il motivo di questo incredibile dietrofront, destinato con ogni probabilità a gettare nel caos le sovrintendenze di tutta Italia, sarebbe la mancanza di mezzi e i problemi organizzativi manifestati dagli uffici regionali del ministero. Alcuni - secondo le informazioni raccolte a Roma - non sarebbero in grado di far fronte alle richieste di nullaosta. Pertanto, anzichè migliorare mezzi e dotazioni di personale, il ministro chiederebbe una sorta di sospensiva alla formulazione definitiva del Codice Urbani per prorogare la versione precedente. Un caso probabilmente unico e straordinario persino in un paese come l’Italia, dove le norme cambiano di giorno in giorno a seconda delle convenienze private. Ma una cosa è modificare una legge, un’altra sospendere l’efficacia di una norma entrata in vigore un mese e mezzo fa per ridare forza a quella precedente. Una norma modificata proprio per assicurare un controllo maggiore, più specialistico alle pratiche autorizzatorie che riguardano siti sensibilissimi e di enorme valore culturale.

Stando alle indiscrezioni alcune sovrintendenze avrebbero protestato per questa decisione, ancora da ratificare: molte istanze di concessione dei nullaosta sono state infatti già esaminate, altre sono in lista d’attesa. Se il provvedimento, che dovrebbe assumere la forma del decreto, sarà approvato dal consiglio dei ministri si assisterà a un precipitoso giro di pratiche, con termini e scadenze da rivedere, pareri da ritirare e un contenzioso che si annuncia intricatissimo. Nel caso della Sardegna la competenza verrà riassunta dalla Regione, che potrà delegare i comuni compresi nell’elenco pubblicato nel Buras. In quell’elenco Cagliari non c’è perchè non ha uffici e organizzazione sufficiente. Quindi le nuove richieste di nullaosta che il gruppo Cualbu presenterà con ogni probabilità nel giro di qualche settimana passeranno all’esame degli uffici regionali. Dove la tendenza nei confronti del piano Tuvixeddu è variabile insieme al colore politico della giunta: se quella guidata da Renato Soru ha lottato sino in fondo per fermarne la realizzazione, l’esecutivo Cappellacci ha annunciato con enfasi storica che l’accordo di programma del 2000 sarà rispettato. Non solo: dall’inizio della legislatura in poi l’ufficio legale della Regione ha stranamente omesso di costituirsi in giudizio quando la parte avversa è Nuova Iniziative Coimpresa, affiancandosi idealmente al comune di Cagliari nella difesa a oltranza dell’edificazione. E’ cambiato l’orientamento e presto si riparlerà dell’arbitrato che dovrà risolvere lo spinoso tema del risarcimento al costruttore per i ritardi accumulati nella realizzazione del progetto a causa degli intoppi legali provocati da Soru: malgrado la recente pronuncia del Consiglio di Stato e il clamoroso contenuto del provvedimento di archiviazione dell’inchiesta penale su Tuvixeddu firmato dal pubblico ministero Daniele Caria sembra che per la giunta Cappellacci la ragione stia tutta da una parte: quella di chi vuole portare palazzi e ville attorno alla necropoli punica più importante del mondo.

Nel giorno in cui Guido Bertolaso va in Senato e assicura che non diventerà commissario straordinario dell’Expo, la Provincia lancia «Expo fuori le mura». Ma il sottotitolo potrebbe essere l’Expo dei dimenticati: i 134 comuni della provincia milanese che per adesso hanno visto l’Expo solo sulle pagine dei giornali. Per questo motivo, il presidente della Provincia, Guido Podestà, ha deciso di chiamarli a raccolta. Da Palazzo Isimbardi assicurano che non c’è nessuna volontà polemica nei confronti del sindaco Letizia Moratti e dell’ad della società, Lucio Stanca. Ma che si tratta solamente di declinare quello che è uno slogan ripetuto da mesi: l’Expo, un’occasione per tutti. Anche per quei comuni della Grande Milano che la Provincia coordina e vorrebbe far entrare nella partita dell’evento del 2015. Sul tavolo ci sono tre progetti.

Due che riguardano direttamente i comuni metropolitani. Il terzo riguarda invece l’Idroscalo, che nelle intenzioni di Podestà, deve diventare «la seconda zattera di Expo» che si andrebbe ad aggiungere al sito ufficiale dell’evento a Rho-Pero. Un progetto ambizioso che vorrebbe trasformare il «mare dei milanesi» nel Parco dell’Acqua, una sorta di città del benessere (dalla medicina sportiva, al fitness, alla riabilitazione post-traumatica, alle terme, all’alimentazione, alle piste ciclabili). Il primo obiettivo, naturalmente, visto che si tratta del Parco dell’Acqua, è recuperare la «balneabilità». I progetti che riguardano i comuni della cinta sono altrettanto ambiziosi. Il primo riguarda la messa in rete di tutti i comuni per la pianificazione urbanistica e le infrastrutture in modo da avere uno sviluppo ordinato del territorio. Piani di governo del territorio in comune. E infrastrutture come il prolungamento dei metrò al di fuori dei confini cittadini.

L’ultimo progetto riguarda un tema contenuto nel dossier di candidatura. Le vie d’acqua. Un progetto «sfortunato» e irto di difficoltà tecniche, visto che in un primo mento era stato ritirato e poi, per volere della stessa Moratti, rimesso allo studio. Podestà si porta avanti. E sia che si faccia sia che non si faccia la Via d’Acqua dalla Darsena a Rho-Pero, lancia la «Gran Traversata dei Navigli» per realizzare un percorso navigabile che attraversa l’intera provincia dall’Adda al Ticino. Progetti realizzabili? Sicuramente ci vogliono tanti fondi. Ma dal punto di vista politico il messaggio è chiaro: la Provincia vuole giocare un ruolo strategico in Expo in alternativa al Comune.

Le ruspe sono accese, ma non possono partire per realizzare il parco archeologico déll'Appia Antica. Oltre cento domande di condono inviate all'ufficio condono edilizio (che non risponde) bloccano di fatto demolizioni di costruzioni illegali. Ma per capire quanto l'inerzia dell'amministrazione possa danneggiare aree di grande pregio basta fare un giro di qualche ora con il guardiaparco, Entriamo nella tenuta agricola della Farnesiana, qui l'agro romano è una cornice naturale all'area archeologica, un luogo meraviglioso: campagna, greggi di pecore scortati dai pastori maremmani, un ruscello, il rudere dell'antica torretta, quartiere di una legione romana Nel cuore della tenuta c'è una villa con ingresso da via Ardeatina 285, uno dei casi più eclatanti di abusivismo edilizio. «Su una parte di questa costruzione, della società Posta del borgo, abbiamo un ordine d'abbattimento - racconta Andrea Catarci, presidente del Municipio - ma la richiesta di condono del 2004 per la ristrutturazione di un edificio che non doveva esistere blocca di fatto ogni intervento».

A pochi metri dall'acquedotto dei Quintili la scena è la stessa:, un luogo meraviglioso deturpato da un capannone illegale, che funge da ristorante-sala ricevimenti. Poco oltre ci sono alcuni prefabbricati usati come deposito di materiali ed alloggi per i lavoranti. Tutto è assolutamente illegale, ma intoccabile, perché ogni intervento è bloccato da una richiesta di condono. E quindi la sinergia, nata dall'accordo firmato lo scorso ottobre tra Regione, Municipio e Soprintendenza, per velocizzare gli abbattimenti viene vanificata dall'inerzia dell'ufficio condoni. «Ormai demolizioni di costruzioni illegali» perché costruite in aree edificabili come il parco dell'Appia Antica - dice Massimo Miglio, responsabile dell'ufficio regionale anti-abusivismo edilizio - non vengono realizzate per il silenzio dell'ufficio condono edilizio. Ovvero restano sospese domande di condono di fatto irricevibili, con l'unico vantaggio di chi ha commesso l'abuso».

Nel “processo breve” a se stesso celebrato da Enzo De Luca al congresso Idv, mancavano la pubblica accusa e un’informazione decente che conoscesse le carte. C’era solo l’imputato, che infatti si è assolto fra gli applausi, raccontando al popolo dipietrista quel che aveva già fatto credere al suo partito, il Pd. E cioè che è stato rinviato a giudizio due volte per truffa allo Stato, associazione a delinquere, concussione e falso per un’opera buona: aver consentito agli ex lavoratori dell’Ideal Standard di continuare a godere della cassintegrazione. Naturalmente è una superballa. Quei lavoratori sono disoccupati. Che cosa è successo davvero? Non si tratta delle accuse di un pm impazzito (Gabriella Nuzzi, cacciata da Salerno dopo aver osato indagare su De Luca e sulla fogna politico-giudiziaria di Catanzaro, vedi caso De Magistris). Si tratta delle ordinanze di rinvio a giudizio firmate da due gup, due giudici terzi. Lo stabilimento altamente produttivo dell’Ideal Standard di Salerno fu chiuso, i dipendenti finirono in mobilità, i suoli industriali che valevano miliardi vennero ceduti a prezzi irrisori a un gruppo di speculatori-immobiliaristi dell’Emilia Romagna (terra cara all’allora ministro dell’Industria, Pier Luigi Bersani).

Questi scesero a Salerno, finanziati da banche emiliane e venete e da una finanziaria di San Marino, per realizzare un’operazione irrealizzabile, fittizia – il parco marino Sea Park – e così strappare indebitamente la cassintegrazione e incamerare sontuosi finanziamenti pubblici. Uno dei beneficiari dell’operazione – come han ricostruito i giudici – fu il costruttore Vincenzo Grieco, amico di De Luca e proprietario dei terreni sulla litoranea orientale, destinata al Sea Park da un’apposita variante urbanistica illegittima che trasformò i suoli da agricoli in turistici. I modenesi della Sea Park avrebbero versato a Grieco fondi neri per 29 miliardi di lire e promesso al comune di Salerno di versarne altri 22 di oneri concessori non dovuti, con garanzia fideiussoria. I 29 miliardi sarebbero finiti sui conti della famiglia di Grieco e da questo prelevati in contanti per distribuirli un po’ in giro. Il gruppo Sea Park fu poi costretto a sputare altri 6 miliardi extra-bilancio, con assegni bancari girati per l’incasso a un collaboratore di Grieco, che li parcheggiò su un conto Unicredit per essere poi prelevati in contanti o girati su conti della famiglia Grieco. Nonostante il salasso, la Sea Park non riuscì a ottenere la proprietà dei terreni di Grieco, che, oltre a tutti i soldi incamerati, seguita pure a lucrare sull’aumento della rendita fondiaria dei terreni, gentile omaggio della giunta De Luca. Intanto il gruppo emiliano, spolpato dai salernitani, è ridotto sul lastrico.

Gli subentra un consorzio di società immobiliari e del ramo rifiuti capitanato da un faccendiere bresciano pregiudicato, Angelo Tiefenthaler. De Luca appoggia anche lui per un fantomatico programma di “riconversione industriale”, utilissimo per ottenere indebitamente le indennità di mobilità e cassa straordinaria per gli ex lavoratori Ideal Standard. Al posto del parco marino, si dice, nascerà un centro turistico-commerciale e, al posto dell’Ideal Standard, un bell’inceneritore. Invece spunta una centrale termoelettrica, opera della multinazionale svizzera Egl e gemella di quella di Sparanise (raccontata dal Fatto a proposito delle liaisons fra finanza rossa emiliana e clan Cosentino). Per queste vicende la pm Nuzzi aveva chiesto al gip l’arresto di De Luca e al Parlamento l’autorizzazione a usare certe sue intercettazioni indirette. Richieste respinte. Il gip distrusse addirittura le bobine gettandole nell’inceneritore, anziché attendere la decisione della Consulta (che di lì a poco ne decretò la piena utilizzabilità); subito dopo il fratello del gip, Luca Sgroia, diventò segretario dei Ds di Eboli e aprì la campagna elettorale per De Luca sindaco di Salerno. E ora chi ha stomaco forte lo elegga pure governatore della Campania.

La promessa, solenne, arrivò lo scorso 3 novembre: “Entro tre mesi avremo mille nuovi posti letto per gli studenti L'Aquila: la metà nella Caserma di Campomizzi, altri 500 nelle casette di legno”. Parola del rettore Ferdinando Di Orio in uscita dalla Conferenza dei servizi sulla residenzialità studentesca che aveva messo a tavolino proprio tutti: Università, regione, comune, Azienda di diritto allo studio e soprattutto l'immancabile Protezione civile. In cassa, i 16 milioni di euro promessi dal ministro Gelmini e tutti i fondi ordinari e straordinari dirottati sull'emergenza.

Ora però il tempo è scaduto, e nella sede dell'Udu, Unione degli Universitari, il bilancio è sconsolato: “In realtà non è successo nulla. Al momento c'è solo una struttura a nostra disposizione, l'ex scuola superiore Reiss. Cioè 211 posti, più altri 80 promessi giusto in questi giorni. Speriamo siano veri, la situazione è pessima. Basti dire che la Reiss non ha nemmeno la mensa. Quelli di lettere fanno i chilometri tra la stanza, le aule, la mensa e ritorno. Si passa la vita ad aspettare l'autobus”. Le iscrizioni per l'anno 2009/10 sono state 23 mila, un calo del 20%. Merito di un polo universitario credibile, e soprattutto del fatto che gli studenti stavolta non pagheranno le tasse.

Ma il risparmio se ne andrà in fumo per tutti quelli che decideranno di prendere casa: circa 8 mila studenti vorrebbero fermarsi in città. “Semplicemente impossibile – spiega Michele Di Biase, dell’Udu – I posti sono pochissimi sia nelle case universitarie che negli appartamenti privati. E chiaramente i prezzi sono schizzati alle stelle. Le camere gestite dall’università vanno esaurite in un attimo, le liste d'attesa sono eterne, e se si cerca casa in giro, anche spostandosi, la singola costa almeno 200-250 euro al mese, mentre un posto in doppia o tripla non viene via per meno di 150 euro. Già a luglio, dopo il G8, avevamo proposto l'unica vera soluzione: aprire la caserma della Guardia di finanza agli studenti: 3.500 posti, una svolta.

Ma lì dentro ci sono ancora gli sfollati, idem alla Campomizzi. Per chi studia non c'è posto”. In realtà ci sarebbe anche la Casa Carlo Borromeo, un prodigio della bioedilizia sorto in soli 87 giorni grazie all'impegno della Regione Lombardia: 6,3 milioni di euro. Fu Roberto Formigoni in persona a inaugurare i 120 posti: legno ovunque e design nordico, ma in questo caso nessuna lista d'assegnazione, nessun criterio stabilito dall'università (reddito, meriti scolastici). La struttura è gestita dalla Curia, che diventerà tra trent'anni proprietaria anche del terreno, reso edificabile a tempo di record. Un’operazione che non ha convinto molti, a partire dalla Corte dei Conti della Lombardia che vorrebbe capire se l'utilizzo di fondi regionali sia un buon investimento vista la cospicua dote finale per la Chiesa (e non per i lombardi). Ma anche l'Adsu, l'Azienda per i diritti degli universitari dell'ateneo abruzzese, ha protestato: perché non lasciar gestire la San Borromeo all'Università anziché ai sacerdoti? Il Tar, presso il quale è stato depositato apposito ricorso, non ha ancora risposto.

Nel frattempo i ragazzi de L’Aquila hanno subìto un’altra doccia fredda: il bando lanciato dall'Università per realizzare una nuova casa da 600 posti, il Casale Calore di Coppito, è saltato. Ritirato a fine gennaio per una serie di errori e incongruenze definite “tecniche”. L'idea era quella del project financing: terreno dell'università, costi di costruzione accollati in gran parte a un privato (15 milioni su 20) cui cedere gli incassi per trent'anni, e poi ritorno dell'immobile ad assetscolastico. Spiega la prorettrice Giusi Pitari: “Purtroppo il bando non era perfetto, cercheremo di riformularlo, ma certo i tempi si allungano. É una risposta che vogliamo dare ai giovani e alla città: L'Aquila deve investire molto di più nello studio, questa risorsa è fondamentale da tutti i punti di vista. Perché non abbiamo ancora un piano per ricostruire la Casa dove sono morti i nostri studenti? Perché il fondo Gelmini non viene impiegato per quello che, simbolicamente e tecnicamente, sarebbe il gesto più importante della ricostruzione? Ora dobbiamo preoccuparci di trovare un letto agli studenti, e sperare che la giustizia possa trovare i responsabili della strage. Mi auguro che il governatore Chiodi sappia finalmente mettere in primo piano questo progetto”. E poi, c'è sempre un campanile che spunta: “I soldi ci sono. Usiamoli subito e bene. La regione ha appena assegnato a Teramo, città di cui Chiodi è stato a lungo sindaco, i soldi necessari a completare la sua casa dello studente. Noi qui non saremo tranquilli finché non vedremo in piedi quella de L’Aquila”.

Ventiquattro pagine di frasi fatte sulla Bologna da cartolina, eteree riflessioni sulle vocazioni della città e analisi su come potrebbe essere. Ma, come direbbe Mourinho, zero proposte concrete. Dopo sei mesi di lavoro la giunta ha lasciato in eredità ai posteri il documento "progetto per la città storica di Bologna". Se non ci fosse stato l'incidente Cinzia, avrebbe dovuto essere il piano di lavoro. In effetti sembra poco più di un programma elettorale. "Immaginiamo il coinvolgimento dei cittadini e delle categorie in eventi gastronomici....immaginiamo una giornata dell'accoglienza, dove le case sono aperte, la gente invita i vicini...immaginiamo di tematizzare vetrine, luoghi e installazioni valorizzando il rosso bolognese..."

Se questa è la premessa poi si passa al capitolo operativo (perché "questa giunta fa sul serio"). E di "concreto", ad esempio, c'è la proposta, per quanto riguarda la sicurezza, di "favorire punti virtuosi di aggregazione sociale"; di dotare la città di un piano regolatore dei beni artistici e culturali; di fare un maxicalendario degli eventi culturali già programmati; e, sui dehors, "di semplificare la concessione delle autorizzazioni definendo un piano di sviluppo di queste forme di stare insieme sempre più popolari tra la gente".

Con i recenti commissariamenti degli Uffizi e Brera, il processo faticoso e altalenante verso l’autonomia, intrapreso da qualche anno dalle principali Soprintendenze storico artistiche e archeologiche ha subito una battuta d’arresto probabilmente decisiva: ad oggi risultano di fatto commissariate le Soprintendenze di Pompei, Roma- Ostia Antica, Brera, gli Uffizi.

Si era trattato di un disegno che, pur non esente da molte criticità, aveva prodotto anche notevoli migliorie in termini di efficienza di gestione: il tentativo di aggiornare alle mutate esigenze almeno una parte, quella più esposta alla pressione turistica, del sistema territoriale della tutela del nostro patrimonio. Frutto di una visione non priva di incongruenze, ma che aveva cercato di fornire una risposta non di facciata ai molti problemi che si andavano addensando sui temi della tutela e valorizzazione del nostro patrimonio, è perfettamente legittimo che tale sistema possa essere ridiscusso e ribaltato, ma attraverso i commissariamenti ciò sta avvenendo con modalità assai contestabili, di dubbia efficacia organizzativa e che presentano forti rilievi di legittimità, come si sottolinea da più parti con sempre maggiore forza.

A distanza di oltre un anno dal commissariamento di Pompei (luglio 2008), con il dossier dedicato a questo tema, torniamo quindi ad interrogarci su queste operazioni , a partire dalle due Soprintendenze Archeologiche , (oltre a Pompei, Roma-Ostia: le più importanti d’Italia), entrambe commissariate. Nel frattempo gli incarichi dei Commissari sono stati entrambi prorogati, mentre in compenso sono mutati, per motivi diversi, i personaggi cui è affidato il ruolo: a Roma, Roberto Cecchi – Direttore Generale alle Belle Arti - ha sostituito Guido Bertolaso, il Capo della Protezione Civile, mentre a Pompei Marcello Fiori, dirigente della Protezione Civile, è subentrato al prefetto Renato Profili.

In entrambi i casi le fortissime critiche sollevate ai provvedimenti partivano dalla pretestuosità delle motivazioni indicate a loro sostegno: grave stato di degrado e incuria per quanto riguarda Pompei e addirittura gravissimi rischi strutturali e di imminente crollo per i monumenti dell’area archeologica centrale capitolina e del sito di Ostia Antica. L’inconsistenza delle motivazioni contrastava invece con per l’ampiezza del mandato affidato al commissario straordinario: deroga dalle norme sulla contabilità dello Stato, sul procedimento amministrativo, sul pubblico impiego, nonchè sulle norme del Codice dei contratti pubblici, quelle in materia di emergenza sanitaria ed igiene pubblica, oltre alle leggi regionali di recepimento e di applicazione; gli interventi costituiscono poi varianti ai piani urbanistici.

Anche se i provvedimenti risalgono a momenti diversi (luglio 2008 e marzo 2009) è però possibile un primo bilancio che, in entrambi i casi, è fortemente negativo. Pochi e superficiali i provvedimenti realizzati nel sito campano: qualche miglioria igienico sanitaria, l’adozione dei cani randagi, il marketing ai privati produttori di vino doc. Altrettanto inconsistente l’opera del Commissario a Roma: non è servita una pubblicazione autocelebrativa, dedicata a pubblicizzare i presunti successi dei primi mesi, a mascherare che dietro il presunto attivismo del nutrito staff commissariale si nascondono in realtà le normali attività di manutenzione e controllo da sempre svolte dalla Soprintendenza in modalità di ordinaria amministrazione, mentre si ignora a tutt’oggi quale sia l’agenda dei lavori del Commissario per quanto riguarda il sito di Ostia Antica. Appaiono così del tutto convalidati i sospetti, già espressi da Italia Nostra, secondo i quali uno degli obiettivi dell’ordinanza governativa di commissariamento consisteva nella annessione sic et simpliciter della Soprintendenza ostiense a quella romana, con il risultato della cancellazione, dietro il pretesto della emergenza, di decenni di autonoma storia culturale.

Mentre quasi del tutto inconsistenti appaiono i risultati sul piano scientifico archeologico, su quello delle risorse disponibili, non solo i commissariamenti non hanno apportato finanziamenti aggiuntivi, limitandosi ad utilizzare e vampirizzare quelli delle Soprintendenze di riferimento, ma hanno anzi provocato spese aggiuntive a causa dei costi di mantenimento delle strutture commissariali, costi, nel caso di Pompei, enormemente lievitati (da 200 a 800mila euro) senza motivazione nè riscontro.

Fallimentare negli esiti, tale esperienza è però lungi dall’essere esaurita ed anzi la gestione commissariale tende a stabilizzarsi e ad ampliarsi ad altre realtà (v. da ultimi, Brera e uffizi) . E’ una vera e propria cultura dell’emergenza quella che si va affermando: l’obiettivo immediato è senz’altro quello di liberarsi di “lacci e lacciuoli” per accellerare (aggirare) i normali percorsi amministrativi, supplendo in tal modo alle lentezze e inefficienze dell’amministrazione ordinaria . Inefficienze che pure esistono, ma che sono il frutto di carenze e rigidità organizzative e strutturali che non si risolvono affiancando a quella ordinaria un’amministrazione parallela di estemporanea concezione, dubbia efficacia e difficile monitoraggio.

La crescente complessità che attraversa anche il problema della tutela del nostro patrimonio culturale merita un’attenzione non rinviabile: i commissariamenti rappresentano però una risposta culturalmente rozza e democraticamente deficitaria. Ponendo le premesse, una volta che l’emergenza si sia stabilizzata, per un’amministrazione di diversa concezione, con pochi vincoli e di diretta nomina politica, questi organismi decretano la sostituzione del l’esercizio della competenza con il principio di autorità.

In quello che Cederna chiamava il Paese delle eterne emergenze, il ruolo destinato ad assumere dai Commissari straordinari è purtroppo crescente ed abnorme: l’azione di contrasto di Italia Nostra si prefigge non solo di ridurre una concentrazione di potere decisionale pericolosa sul piano della trasparenza amministrativa e inefficace sul piano operativo, ma di evitare il contestuale declassamento, in termini di risorse e capacità operativa, delle istituzioni deputate per legge e sulla base di competenze tecniche accertate ad applicare leggi e regolamenti. Questi organismi, le Soprintendenze, esercitano il loro ruolo in autonomia dal potere politico perchè custodi di funzioni che salvaguardano beni e interessi della collettività nel suo complesso e non solo di una parte: pretendiamo che continuino a farlo attraverso strutture e risorse finalmente adeguate al compito.

Qui dove i segni della dea lunare

vegliano i morti e parlano d'amore,

Qui dove i fiori esangui e senza odore

Vestono l'aspra roccia di calcare,

Qui nel cospetto dell'azzurro mare

Sotto i raggi del dio divoratore,

Piccola sfinge, esotico mio fiore,

Sopra la bocca ti vorrei baciare.

Mentre punica, immobile, infinita

Del meriggio l'arsura in alto tace,

La necropoli invita ai suoi recessi.

Stretta al mio cuore io vorrei trarti in essi:

Io vorrei trarti dove è fresco e pace

Soli tra i morti ad eternar la vita.

Francesco Tauro, "Tuvixeddu", Cagliari, 1 maggio inizio sec. XX

Ho vissuto per tutta la mia infanzia e l’adolescenza sulla collina di Tuvixeddu a Cagliari, proprio ai piedi della nota necropoli fenicio punica. Mi riferisco al periodo tra gli anni 60 e primi anni 80, quando Tuvixeddu era una sorta di villaggio composto prevalentemente dalle famiglie di operai che lavoravano nel cementificio che sfruttava la collina per l’estrazione di cava, e da quelle degli ultimi pescatori dello stagno di Santa Gilla, che si trova proprio davanti al colle; nonché da una umanità di poveri, diseredati e rifiutati dalla società, alla quale quel colle, con le sue millenarie “grotte”, ha sempre dato rifugio.

Ritengo di essere stato un privilegiato per aver potuto passare una importante parte della mia esistenza a Tuvixeddu e di aver fatto parte, insieme alla mia famiglia, a quel sottoproletariato estremo che con dignità ha abitato le povere case del colle. Noi sottoproletari di Tuvixeddu non sapevamo nulla dell’importanza storica e archeologica del luogo in cui abitavamo. Ma sapevamo che quello era un antichissimo cimitero in cui erano sepolti i nostri antenati e nella nostra quotidiana sopravvivenza cercavamo di instaurare con quelle millenarie tombe una forma pratica di convivenza. Le usavamo per coltivarci i fiori o allevarci le galline, per arrostire la carne e il pesce o per gettarci l’immondezza. Mai a nessuno è venuta l’idea di cancellarle con colate di cemento per creare il parcheggio alla propria utilitaria.

Bande di bambini scorrazzavano per Tuvixeddu, luogo prediletto per i giochi, le avventure e le esplorazioni; ogni mattina poi tutti i bambini del quartiere, amavano usare la strada della necropoli come scorciatoia per andare alla scuola elementare che si trovava al di là del colle. Eravamo consapevoli della bellezza di quelle bianche rocce di calcare traforate e ricoperte da folti cespugli di capperi selvatici e di quella campagna così sobria, aspra e silenziosa. Nel punto più alto del colle, immersa in un boschetto di pini e cipressi, quasi a strapiombo sulle rocce scavate dalle antiche tombe, dominava misteriosa una villa in stile liberty.

In seguito, come studente d’arte, ho capito quanto quello scorcio di paesaggio fosse simile alla famosissima opera “L’isola dei morti” di Arnold Böcklin e come a Tuvixeddu, nonostante le ferite del cementificio e il degrado dell’urbanizzazione che avanzava, continuasse a sopravvivere una dimensione paesaggistica fortemente romantica. Ogni tanto un pastore col suo gregge di pecore attraversava la necropoli e percorreva tutto il colle. I rumori della città sembravano lontani e ovattati.

Prima dell’imbrunire le ruspe del cementificio che divorava una parte della collina, coi loro lamentosi cigolii rientravano nel cantiere e appena faceva buio Tuvixeddu diventava il luogo appartato in cui arrivavano le prostitute coi loro clienti. Tuvixeddu era un altro pianeta: bastava salire il centinaio di scalini del vico 2 del viale Sant’Avendrace per trovarsi improvvisamente catapultati in un’altra dimensione spazio-temporale, lontana dalla grigia urbanizzazione che cresceva schizofrenicamente intorno al colle. Tutti avevamo giardini molto belli ed orti rigogliosi che fungevano anche da barriera ai palazzi del quartiere che inesorabilmente, negli anni, avanzavano nel loro assedio.

Agli inizi degli anni 80, con la chiusura del cementificio, le famiglie degli operai che abitavano le casupole di Tuvixeddu vennero sfrattate. Quella già fragile dimensione popolare che viveva sulla collina, scomparve definitivamente, così come definitivamente avanzò il degrado in cui Tuvixeddu venne abbandonato. I cosiddetti “abitatori delle grotte” di Tuvixeddu, nel corso degli anni, si susseguirono scandendo anche quelli che erano i cambiamenti antropologici e sociali di una città che nel bene e nel male mutava nella sua crescita. Da rifugio per sfollati di guerra, quelle “grotte”, ovvero quelle grandi tombe a parete di epoca romana, ospitarono man mano persone sempre più povere, barboni e disperati, gente in preda all’alcolismo, rifiutata dalla società, e poi giovani freakkettoni, tossici, punkabbestia…

Interrotta l’aggressione già devastante del cementificio, è cresciuta una incivile urbanizzazione proseguita senza pausa sino ad oggi e che ha finito per nascondere quasi completamente Tuvixeddu al resto della città, come se il colle fosse qualcosa di cui la stessa città si vergognasse. EppureTuvixeddu rappresenta il luogo da cui ha origine l’identità storica, culturale e antropologica della città di Cagliari ed è una delle più importanti testimonianze archeologiche del mediterraneo.

Forse questo “Tuvixeddu” che conservo e coltivo nei ricordi potrebbe risultare un pò idilliaco per chi non ci ha mai vissuto o messo piede. E forse questo “Tuvixeddu” non ha mai trovato spazio nelle ambizioni di una città provinciale e piccolo borghese come Cagliari, che ha sempre aspirato ad uno sviluppo urbanistico in grado di darle l’illusione di diventare una grande metropoli e in cui gli speculatori e i palazzinari di alto livello hanno sempre trovato un ambiente estremamente favorevole e particolarmente accondiscendente sia nella politica che nell’opinione pubblica.

Soprattutto non ha mai trovato abbastanza spazio negli interessi nazionali di un’Italia che nel bene e nel male ha sempre considerato i beni culturali e paesaggistici da tutelare all’interno di un atteggiamento “centralista”, in base al valore “turistico” di ciò che va salvaguardato e ciò che può essere anche lasciato andare in rovina. Così in Italia si grida allo scandalo se un turista ubriaco si fa un bagno in una delle fontane delle nostre cosiddette città d’arte, ma è passato in secondo piano o è stato del tutto ignorato lo scempio e i progetti nefasti di cementificazione su Tuvixeddu, a ridosso della necropoli fenicio punica più importante del mediterraneo, e in un ambiente unico, ricco di specie faunistiche e botaniche addirittura protette.

“(...)Non si riesce a intravedere nessun panorama né alcuno spettacolo di particolare bellezza.(…) la zona si presenta brulla e ha l'aspetto di una cava abbandonata circondata da alti edifici residenziali sorti in oggettivo disordine (…) appare priva di qualunque pregio paesistico visivamente apprezzabile(…).”

Queste furono le considerazioni dei giudici del Tar dopo un sopralluogo effettuato per decidere se bloccare o meno la colata di 300.000 metri cubi di cemento sul colle. La burocrazia sostituì il parere autorevole di associazioni ed esperti dell’ambiente, del paesaggio, dell’urbanistica e dell’archeologia di livello internazionale che hanno sempre chiesto di fermare ogni forma di cementificazione e una tutela integrale del colle. E quando si chiese un intervento dello stato, dei beni culturali e addirittura del Presidente della Repubblica, in sostanza la risposta fu che si trattava di un problema “regionale” quindi da risolvere “in casa”.

(…)Abbiamo di fronte al mondo, la responsabilità di salvaguardare questo grande patrimonio comune. E d'altronde a ciò ci chiama l'articolo 9 della nostra Costituzione, che è uno dei suoi principi fondamentali :"La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione" tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico è responsabilità che dobbiamo, sì, sollecitare i poteri pubblici ad assolvere pienamente ; ma è anche responsabilità che dobbiamo assumerci noi cittadini, ciascuno di noi, dovunque viviamo e operiamo, specie se in luoghi di inestimabile valore per l'umanità intera. Contano i comportamenti di ciascuno, che debbono essere rivolti non al cieco soddisfacimento di interessi particolari, ma alla salvaguardia della ricchezza comune, anche nell'interesse dei nostri figli e delle generazioni future.(…)

Queste furono alcune frasi del discorso che il Presidente della Repubblica Napolitano pronunciò durante la cerimonia celebrativa delle Dolomiti come patrimonio dell’umanità. Purtroppo pare che l’articolo 9 della Costituzione Italiana citato dal Presidente, e il suo auspicio affinchè in Italia conti la salvaguardia della ricchezza comune e non il “cieco soddisfacimento di interessi particolari”, abbiano faticato non poco per essere presi in considerazione anche nei confronti di Tuvixeddu, che è sempre stato una periferia in tutti i sensi, un luogo “sporco”, frequentato da una umanità ai margini della società, importante solo per quegli enormi interessi economici e speculativi di palazzinari e politici che definivano i loro affari col titolo di “Progetto di Riqualificazione Urbana ed Ambientale dei Colli di San Avendrace”.

E solo oggi, dopo le indagini della Procura della Repubblica di Cagliari e una serie di intercettazioni telefoniche rese pubbliche dai quotidiani sardi, viene alla luce la reale spazzatura che ricopriva le candide rocce di Tuvixeddu deturpandone tutta la bellezza.

Tra l’imprenditore del progetto immobiliare sul colle e una serie di personaggi facenti parte dell’humus politico, amministrativo e giuridico della città, personaggi che avrebbero dovuto applicare tutte quelle forme possibili di tutela in nome del bene comune, vi erano invece rapporti impostati proprio su quel “cieco soddisfacimento di interessi particolari”, di cui parlava il Presidente Napolitano.

Così in questi giorni arriva una sentenza del Consiglio di Stato che accogliendo il ricorso della Sovrintendenza per i beni architettonici e paesaggistici, si oppone alla costruzione degli edifici privati su una parte significativa di Tuvixeddu. Possiamo solo augurarci che i cittadini di Cagliari siano sempre vigili, non dimentichino questa vicenda e che siano più accorti nello scegliere i loro amministratori e che su Tuvixeddu venga applicata definitivamente una tutela integrale affinchè torni ad essere il luogo del silenzio, della pace e della poesia.

Manager d'oro, esperti all'angolo: l'agonia della cultura

Luca Del Fra

«Se non lo visiti lo portiamo via»: recitava così la pubblicità presentata in pompa magna al Ministero dei Beni Culturali lo scorso dicembre, corredata da inquietanti immagini del Colosseo, del Cenacolo e del David di Michelangelo.

Una campagna voluta dal supermanager Mario Resca, chiamato dal ministro Sandro Bondi alla valorizzazione del patrimonio culturale, e sembra molto ben pagata ma a quanto pare risultata respingente. Di sicuro il messaggio conteneva inconsapevolmente una verità: lo smantellamento del Ministero dei Beni Culturali negli ultimi due anni, da quando Bondi regge le sorti di questo dicastero, ha subito una devastante accelerazione.

Saltano i compiti istituzionali come la tutela e la programmazione, il personale è scarso e mal pagato, demotivato di fronte all’arrivo di agguerriti manipoli di manager privati o commissari straordinari super pagati - alla faccia delle difficoltà economiche -, con la Protezione Civile che praticamente ha «agguantato» tutte le vere iniziative dei prossimi anni nei Beni Culturali - Pinacoteca di Brera, aree archeologiche di Roma e Ostia, di Napoli e Pompei, oltre alla ricostruzione del centro storico de L’Aquila -, attraverso commissariamenti che permettono appalti assai più disinvolti che nella normalità. Nel frattempo Giuseppe Proietti lascia la carica di segretario generale - il ruolo più alto “non politico” del ministero - e al suo posto arriva Roberto Cecchi: un archeologo è sostituito da un architetto e si assiste alla progressiva sparizione degli storici dell’arte dagli alti ranghi ministeriali.

Incapace di reagire ai feroci tagli economici operati da Giulio Tremonti, poco competente in materia, incline a intendere il suo ruolo in maniera censoria, decidendo lui cosa sia da finanziare e addirittura cosa sia bello e cosa no, vittima spesso di falsi luoghi comuni, Bondi si sta dimostrando un ministro non all’altezza neanche di confrontarsi con le categorie - agli incontri con i sindacati viene portato via sotto braccio dal suo capo gabinetto Salvo Nastasi con la scusa che non ha tempo. E non è tutto. «Bondi ha applicato meccanicamente il decreto Brunetta che manda in pensione i dipendenti dello Stato con 40 anni di contributi».

Questa la denuncia Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil per i Beni Culturali, che aggiunge: «Nei prossimi 4 mesi andranno via 6 direttori regionali e 16 soprintendenti o direttori di musei e archivi. L’idea di fare un ricambio generazionale nei livelli alti del ministero può anche essere condivisibile, ma non si fanno assunzioni: così tra qualche settimana ci troveremo con dirigenti che avranno 3 soprintendenze, altri con due regioni da seguire, oppure con una direzione centrale e una regionale».

Insomma il caos. La norma di Brunetta non era cogente e ogni ministro poteva applicarla in maniera più o meno rigida. Applicandola in maniera meccanica Bondi ha inferto un colpo mortale a un ministero già da tempo sotto organico: «Solo nella vigilanza dei musei mancano 6000 persone - insiste Cerasoli -, ma il fatto più preoccupante che porterà alla paralisi riguarda il settore tecnico-scientifico. Dal 1° gennaio la tutela del paesaggio è passata sotto il controllo dei Beni Culturali, ci sono soltanto 500 architetti già oberati di lavoro per affrontare le richieste di autorizzazioni paesaggistiche: ne occorrerebbe almeno il triplo. Senza considerare poi altri settori sotto organico e perciò in crisi: i tecnici e i restauratori».

Uno dei nodi scottanti è proprio la tutela del paesaggio: che in base al nuovo codice dei Beni Culturali spettasse alla direzione al paesaggio del Ministero dei Beni Culturali era stata salutata come una vittoria, e dopo molti rinvii da quest’anno la cosa è operativa. «Forse una vittoria di Pirro - osserva amaramente Maria Pia Guermandi di Italia Nostra -: le regioni che prima si opponevano hanno mollato la presa perché sanno che la situazione si è ammorbidita. Il Ministero ha abbassato la guardia perché mancano le risorse soprattutto umane e culturali.

Oltre a un personale scarsissimo è mancato il salto di qualità: un’occasione unica per passare dal funzionario borbonico, il burocrate che nuota nelle carte, al tecnico che entra nel merito. I piani regionali sono lettera morta, e i governatori si guardano bene dall’avviarli, poiché sanno che poi tutto dovrebbe svolgersi in quella cornice, anche i piani regolatori. Preferiscono il regime transitorio, con le soprintendenze regionali non in condizione di controllare realmente la situazione, con la direzione al paesaggio del Ministero degradata sotto le Belle Arti e senza più autonomia». S’alza in crescendo la musica delle betoniere del cemento armato nella grande partitura varata dal governo e intitolata “Piano casa”.

In questi ultimi 18 mesi spesso si è sentito parlare di commissariamento a proposito di molte aree d’interesse culturale: in realtà a essere “commissariato” è lo stesso ministro Bondi, considerando che perfino nelle attività culturali la presidenza del consiglio gli ha scippato la legge sul cinema. Tuttavia la politica perseguita dal governo di concedere superpoteri ai super commissari della protezione civile non sta avendo risultati positivi: l’ultimo caso è Brera, dove oggi si trovano l’Accademia di belle arti e la Pinacoteca. Entro il 2015 si dovrà trovare una nuova dimora per la scuola e trasformare l’intera sede in spazio espositivo per la Pinacoteca, e i lavori di ristrutturazione sono stati affidati al commissario straordinario Mario Resca. Già l’anno scorso la sua nomina a direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale aveva destato molte perplessità: Resca è manager di notevole esperienza nel settore privato, tra cui McDonald’s, ma per sua ammissione di pochissima esperienza nella cultura, come non bastasse siede attualmente nel Cda Mondadori - da cui dipende Electa che fornisce servizi al Ministero e anche alla Pinacoteca di Brera -, dunque secondo molti in palese conflitto d’interessi.

La Uil conti alla mano sostiene che Resca per il solo commissariamento di Brera percepirà un compenso di circa 2,5 milioni di euro: una cifra spropositata per i nostri beni culturali e che nessun dirigente del Ministero, anche al massimo della sua anzianità e con molteplici funzioni, ha mai percepito. Inoltre Resca finora ha presentato un piano di grande vaghezza, asserendo che in 90 giorni sarebbero partiti i lavori seguendo il progetto dell’architetto Bellini. Al di là della disinvoltura che occorrerà per concedere appalti in così breve tempo, quello di Bellini è uno schema di progetto, che andrebbe sviluppato con cura, magari in accordo con i tecnici della Pinacoteca per capire a fondo le esigenze dello spazio. Come molti commissari di questo governo, Resca sembra più motivato ad aprire cantieri per milioni di euro, senza porsi troppi problemi sulla congruenza dei lavori.

Cultura al tramonto

Vittorio Emiliani

Sul sito del Ministero per i Beni culturali il faccione curiale di Sandro Bondi non compare più: ha smesso di recensirvi libri, il suo congedo dal Collegio Romano è vicino. Nemmeno gli anni di Giuliano Urbani, segnati dalla tremontiana Patrimonio SpA (facciamo cassa coi gioielli di famiglia), erano stati gloriosi, Ma, almeno, Urbani aveva cercato di tenersi fondi e competenze. Bondi si è comportato come un guardaportone: «Prego, accomodatevi». Chi si accomoderà ora al suo posto? L’ultima ipotesi che gira è Guido Bertolaso uno dei più potenti fra gli uomini di Berlusconi.

Bondi ha fatto entrare le accette di Tremonti amputando i già magri fondi del Mi.BAC: 1/3 in meno per la tutela del paesaggio; pura sopravvivenza per Soprintendenze, Istituti e Musei; servizi ridotti nell’archeologia e ipotesi di chiusure; indebolimento generale delle biblioteche; meno investimenti per i derelitti archivi; addio formazione e perfezionamento. Su queste macerie si è stagliato un sorridente Super Mario Resca nuovo direttore generale, ex McDonald’s, ex Casinò di Campione, tuttora nel CdA di Mondadori (controllante di Electa che fa business nei musei, e chi lo schioda?), presidente di Finbieticola e altro ancora. Incaricato di valorizzare, valorizzare e valorizzare, ha lanciato la campagna “terroristica” «Se non lo visiti, lo portiamo via» e si vedono degli operai che portano via il povero Cenacolo, un livido Colosseo smontato, il David. Che genio comunicativo! Intanto l’Istituto Centrale per il Restauro, gloria planetaria, lo portano via davvero da San Pietro in Vincoli, sfrattato dai frati Paolotti.

In compenso i bocconi migliori del patrimonio vengono sottratti alla regia del Ministero e commissariati con elementi spesso esterni: meno controlli, fondi propri, via libera agli appalti. Prima l’area archeologica di Roma e di Ostia (col Colosseo che pompa euro) col pretesto che il Palatino crolla, una mezza bufala: per buttare fuori la Soprintendenza e metterci il plurimedagliato Bertolaso. Poi, l’impegno aquilano e la compatta protesta (l’unica, temo, in tutta l’Amministrazione) degli archeologi romani ci hanno messo una pezza. Commissariata Pompei, altra rendita: subito in pensione il bravo Piero Guzzo. Commissariata Brera dove si spenderanno 50 milioni di euro (2,5 per Super Resca). Una vera e propria Amministrazione parallela. Ricca però. A fronte di un Ministero impoverito, frustrato, con stipendi da travet. E ora entra in funzione il Codice per il Paesaggio, con regioni inerti e altre, come la Sardegna, dove i piani salvacoste di Renato Soru sono stati subito cancellati dalla destra, i cementificatori ringraziano e ogni tecnico della tutela ha già 4-5 pratiche al giorno da sbrigare.

Emma Marcegaglia vuol portare al 20%, cioè raddoppiare, il Pil del turismo che in buona parte viene dal turismo culturale. Ma come si fa, se paesaggi, città d’arte, ville e parchi storici vengono assediati e imbruttiti da quell’edilizia che solo Berlusconi, rimasto all’800, considera il motore del mondo? Spunta la parola d’ordine salvifica: Eventi! Ma che mediocrità provinciale.

Dirigenti e funzionari la sperequazione degli stipendi

Luca Del Fra.

Gli stipendi nel settore del Ministero dedicato ai Beni Culturali presentano una netta scissione tra dirigenti e funzionari: entrambi dovrebbero avere competenze specifiche, ma i primi sono di nomina politica - alcuni non sono entrati in graduatoria ai concorsi -, mentre i secondi tutti assunti per concorso pubblico lavorano sul campo. Gli stipendi dei funzionari, che svolgono anche compiti di dirigenza di musei e scuole, sono bassissimi, in media un terzo delle altre realtà europee: a fine carriera il direttore di un museo celeberrimo come gli Uffizi o la Galleria Borghese arriva a prendere 1700 euro al mese, un dirigente dell'istituto superiore del restauro 1500.

I NEO ASSUNTI Singolare appare anche il compenso dei tecnici appena assunti: con paghe che superano di poco i 1000 euro al mese: molti di loro si troveranno a dover affrontare le pressioni esterne, come nel caso del controllo del paesaggio dove pesano gli interessi delle grandi imprese edili. In questo panorama non poche perplessità e polemiche ha destato lo stipendio di Mario Resca, l'ex manager di McDonald's nominato direttore alla valorizzazione dal ministro Bondi: l60mila euro all'anno cui aggiungere, secondo la Uil, 2,5 milioni di euro per la ristrutturazione della pinacoteca di Brera, un compenso mai elargito dal Ministero à nessuno dei suoi dipendenti.

RESTAURO - Rissotto «Restauri sfrattati e senza più sede»

Luca Del Fra

L'Onu ha descritto i nostri restauratori come i Caschi blu della cultura: quella italiana è una lunga tradizione che ha raggiunto risultati epocali. Ennesimo tassello del disfacimento dei Beni culturali italiani, oggi l'Istituto Superiore Centrale del Restauro (Iscr) di Roma è sotto sfratto e gli sarebbe stata data un'altra sede, al San Michele: «Dove non esiste lo spazio per essere operativi» esordisce secca Lidia Rissotto. «Quello che chiediamo - prosegue - è un posto che permetta di lavorare e di non essere annientati». Direttore coordinatore presso l'Iscr, distaccata come direttore alla scuola di Alta formazione e restauro di Venaria (Torino), Rissotto descrive così la situazione: «Dopo che le regioni hanno istituito una miriade di corsi in conservazione, non sempre ineccepibili, magari dando l'illusione di un attestato che avesse un valore, l'art. 182 dice che tutti coloro che non hanno frequentato Iscr o l'Opificio delle pietre dure devono dimostrare di avere una esperienza sul campo di 8 anni o sostenere un esame.

La cosa ha creato malumori, soprattutto tra i privati che sono soggetti a una anacronistica legge sugli appalti analoga a quella edilizia: le gare le vincono le grandi ditte, sul campo più aggressive, e poi subappaltano a loro per pochi soldi». La creazione di un albo dei restauratori con regole precise fa presagire l'ennesima sanatoria che contenti tutti. «La formazione di un restauratore - continua Rissotto - è fatta di un 50% di teoria e un 50% di laboratorio. Poi c'è la pratica sul campo accanto a un maestro di esperienza. La mancanza di personale a cui si aggiungono i pensionamenti forzati sta creando un vuoto di trasmissione, pericoloso. Il restauro, che era un nostro fiore all'occhiello, sta appassendo».

«Ressa di privati dopo i tagli»

Luca Del Fra

«I Beni Culturali sono un Ministero a forte vocazione tecnica. Il danno epocale che stanno causando la scarsità di personale e la valanga di pensionamenti decretati dal tandem Brunetta-Bondi è presto detto: senza il progressivo ricambio attraverso gli affiancamenti del personale si colpisce il cuore delle competenze. «Quello che chiamiamo restauro dei monumenti e siti archeologici è, o almeno dovrebbe essere, manutenzione sistematica, conservazione preventiva: insomma basarsi su una programmazione». Così Irene Berlingò, presidente di Assotecnici che riunisce le competenze tecnico-scientifiche del Ministero descrive quel diuturno lavoro di chi conserva i nostri beni architettonici: «Tuttavia - continua -, il drastico taglio dei fondi operato in questi anni ha avuto come conseguenza due il restauro sia finalizzato a degli eventi. Si chiamano gli sponsor per avere fondi e poi vista la scarsità del personale e la necessità di finalizzare il lavoro entro una data ci si affida essenzialmente ai privati, senza adeguati studi preventivi». Le parole pacate e misurate di Berlingò fanno intravvedere il tramonto di una grande tradizione italiana negli scavi archeologici che il mondo ci invidia, o forse ci invidiava. Il caso di Pompei è emblematico: nell'area archeologica vicino Napoli il 14 gennaio è avvenuto un crollo presso la casa dei Casti amanti, probabilmente causato anche dalla fretta. In altri tempi, quando a Pompei cadeva una tegola scoppiava il finimondo, con lunghi articoli su tutti i giornali. Ma oggi il sito è commissariato dalla protezione civile, ed è stato fatto di tutto per seppellire la gravità dell'incidente sotto la lava del segreto.

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