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ADESSO il problema sembra essere quello della corruzione generale. Di tutta la nazione. Di tutto un popolo «che nome non ha». Di tutta una gente che spunta alla rinfusa «dagli atri muscosi, dai fori cadenti». Una sorta di scena da teatro senza attori, solo comparse degradate che si sospingono a vicenda, una cenciosa opera da tre soldi dove vengono scambiate miserabili mazzette, abbietti favori, borseggi agli angoli delle strade. Ci sarà pure un Mackie Messer armato di coltello ma non si vede, dà ordini sottovoce all'ombra di quella plebaglia corrotta e corruttibile. La Corte dei Conti ha quantificato il degrado collettivo: da un anno all'altro la corruzione è aumentata del 229 per cento.

Anche due giudici della Corte sono tra gli indagati. Anche un giudice della Corte costituzionale è lambito dall'ondata di fango. Anche un magistrato della Procura di Roma.

I giornali dibattono l'argomento. Analizzano il fenomeno. Si tratta d'una nuova Tangentopoli a diciotto anni di distanza dalla prima? Oppure d'una situazione con caratteristiche diverse? Allora, nel 1992, si rubava per procurare soldi ai partiti e alle correnti; adesso si ruba in proprio ed è un crimine di massa. Meglio o peggio di allora? Infine - ma questa è la vera domanda da porsi: la corruzione sale dal basso verso l'alto oppure scende dall'alto verso il basso? LA CLASSE dirigente è lo specchio d'una società civile priva di freni morali oppure il cattivo esempio degli «ottimati» incoraggia la massa a delinquere infrangendo principi e normative?

* * *

Berlusconiè preoccupato. Lo dice lui stesso in pubblico e in privato e molti suoi collaboratori trasmettono ai giornali il suo cattivo umore che del resto risulta evidente dalle immagini televisive e fotografiche. «Se potessi scioglierei il partito, ma non posso». Una frase così non l'avevamo mai sentita prima. E' indicativa del livello cui il fango è arrivato. Per quello che se ne sa, la sua preoccupazione proviene da sondaggi molto allarmati e soprattutto da previsioni pessimistiche sullo smottamento futuro del consenso.

Emergono diverse faglie: quella dei moderati, quella dei cattolici, quella delle persone perbene senza aggettivi. Bertolaso è indagato, Verdini e Letta compaiono molte volte nelle intercettazioni giudiziarie.

Due differenti pulsioni si alternano nell'animo del «capo dei capi»: rintuzzare gli attacchi, mantenere le postazioni e anzi contrattaccare; oppure cambiare strategia, abbandonare le posizioni più esposte e i personaggi più discussi, dare qualche soddisfazione ad una pubblica opinione stupita, indignata e trascurata per quanto riguarda le ristrettezze economiche che mordono ormai la carne viva del Terzo e del Quarto stato.

La scelta tra queste due opzioni non è stata ancora fatta. A giudicare dalle parole e dagli atti sembrerebbe che il «capo dei capi» persegua contemporaneamente ambedue queste strategie col rischio di far emergere un'incoerenza che segnala una crescente difficoltà.

La legge in preparazione che dovrebbe inasprire le pene contro i reati di corruzione segna il passo. Il collega D'Avanzo ha spiegato ieri le ragioni del rinvio: il gruppo dirigente del partito non ci sta. Se alla fine la legge verrà fuori, sarà solo un placebo da avviare su un binario morto. Più efficace (se ci sarà) potrebbe essere il lavoro di pulizia delle liste elettorali; ma quel lavoro, per avere un senso, dovrebbe estendersi ai membri del governo e del Parlamento colpiti da sentenzeo da condanne di primo grado con imputazioni di corruzione. Ma ne verrebbe fuori una decimazione: Dell'Utri, Ciarrapico, Cosentino, Fitto e almeno un'altra decina di nomi sonanti. Vi pare fattibile un'ipotesi del genere? Promossa da Berlusconi che dal canto suo ha schivato le condanne solo con derubricazione di reati e accorciamento dei tempi di prescrizione disposti dalle famose leggi «ad personam»? * * * Il caso Bertolaso-Protezione civile fa storia a sé. Il punto nodale della questione sta nella distinzione tra eventi causati da catastrofi naturali per i quali la necessità e l'urgenza autorizzano a derogare dalle norme vigenti;e gli eventi non connessi a tali catastrofi, per i quali le deroghe non sono né urgenti né necessarie. Qualche eccezione in questo secondo campo d'azione può essere ipotizzata ma deve essere dettagliatamente motivata e debitamente circoscritta. Così non è stato. La cosiddetta politica del fareè diventata una modalità permanente, la mancanza di controlli ha alimentato l'arbitrio, e l'arbitrio è diventato sistema.

L'inchiesta giudiziaria in corso riguarda situazioni molteplici: appalti in Toscana, appalti alla Maddalena, appalti a Roma, appalti a L'Aquila, in Campania, a Varese, a Torino, a Venezia, seguirne il filo è stato scrupolosamente fatto dai giornali e lo do quindi per noto. Aggiungo qualche aggiornata osservazione. 1. Il giro degli appaltanti, degli attuatori e degli appaltatori è relativamente limitato. Le Procure (Firenze, Roma, Perugia, L'Aquila) li hanno definiti una «cricca». La parola mi sembra quanto mai adatta.

2. Gianni Letta (e Bertolaso) avevano escluso che imprenditori della cricca suddetta avessero mai lavorato all'Aquila, ma hanno poi dovuto ammettere di essersi sbagliati. Almeno due di essi (Fusi e Piscicelli) hanno avuto incarichi anche in Abruzzo. Agli altri e al gruppo Anemone in particolare, è stata data in pasto La Maddalena e molti altri luoghi, a cominciare da Roma.

3. La scelta iniziale di collocare il G8 nell'isola sarda fu un errore madornale. La pazza idea di ospitare i Grandi sulle navi creando una sorta di isola galleggiante fu rifiutata dalle delegazioni principali. Sopravvennero altre questioni di sicurezza di impossibile soluzione.

Se non ci fosse stato il terremoto dell'Aquila, La Maddalena sarebbe stata comunque scartata ma questa impossibilità tecnica è venuta fuori quando il grosso dei lavori era già stato appaltato e portato avanti. La Protezione civile non si era accorta di nulla o, se se n'era accorta, non l'aveva detto a nessuno.

4. Il terremoto offrì una via d'uscita dall'«impasse» della Maddalena, ma a caro prezzo: furono costruiti dunque due G8, uno dei quali procedette di pari passo e negli stessi luoghi distrutti dal sisma. Da questo punto di vista la Protezione civile dette prova di grande efficienza. Il prezzo fu l'abbandono della Maddalena nelle mani di Balducci e della cricca e una soluzione edilizia, ma non urbanistica, che ha soccorso molte migliaia di aquilani ma ha messo in un binario morto la ricostruzione della città.

5. La figura di Angelo Balducci scolpisce nel modo più eloquente il funzionamento della cricca e gli arbitri che ne derivano. Uno dei casi più macroscopici riguarda la famosa sede del Salaria Sport Village sulle rive del Tevere. Terreno demaniale, zona preclusa ad ogni tipo di costruzione, parere negativo della conferenza dei servizi, della Regione, della Provincia e del Comune di Roma; tutti superati da un'ordinanza di Balducci con trasferimento della concessione all'imprenditore Anemone.

6. L'altra figura omologa che si erge alla guida della cricca è quella di Denis Verdini, coordinatore del Pdl e come tale persona «all'orecchio» del Capo.

Verdini non si lascia intervistare, non vuole sottoporsi a domande imbarazzanti. In compenso ha scritto un diario, una sorta di comparsa a difesa, e l'ha fatto leggere ad un giornalista del «Corriere della Sera». Il quale ha fatto scrupolosamente il suo mestiere riferendo il testo senza poter interporre domande. Ne è risultata un'autodifesa vera e propria.

Questo testo merita d'esser letto con attenzione. Ne riporterò qui qualche brano che ne dà l'idea.

* * *

«Il mio amico Riccardo Fusi è persona di cui mi fido, un vero imprenditore con tremila lavoratori alle sue dipendenze. Sono indagato per aver sostenuto una nomina che poteva interessare. Questo ha indottoi magistratia pensare che ci fosse sotto un reato, ma non è così, non ho mai preso una lira, ma non nasconderò mai che a Riccardo ho presentato il mondo, tutti quelli che mi chiedeva di conoscere. Dimettermi da coordinatore? Non mi passa neanche per l'anticamera del cervello. Certe cose sono roba da asilo infantile. Siamo un sistema di potere? Scoperta dell'acqua calda. Quando c'è discrezionalità si apre la porta ad un sistema. Il punto è se è legittimo o illegittimo».

Questa frase è essenziale, fornisce la chiave autentica per decifrare ciò che sta accadendo.

Verdini è uno dei pilastri del sistema. Evidentemente lo considera legittimo, più che legittimo per il bene del paese. Scrive in un'altra pagina del suo diario: «Io lavoro per Berlusconi che riesce a ottenere benessere e consenso da milioni di italiani». Lui non fa parte della cricca. Così dice, anche se gli amici per i quali si spende e ai quali procura appalti, nomine ministeriali, potere e danaro, sono i componenti della cricca. Ma lui no, lui non pensa di farne parte perchéè collocato di varie spanne al di sopra. E non li favorisce per avere mazzette. Che volete che se ne faccia delle mazzette, lui che è agiato di famiglia? Lui gode di aver potere e di portare talenti e consensi al suo Capo. Talenti di malaffare? Può esser malaffare quello che porta consenso e voti a Berlusconi? Certo «quando c'è discrezionalità si apre la porta al sistema» e dunque portiamo la discrezionalità al massimo, sistemiamo gli amici nei posti che servono e chi non beve con noi peste lo colga. Non è questo il meccanismo? Non è questo che spiega la fronda di Fini e l'uscita di Casini dall'alleanza? Non è questo che divide Palazzo Chigi dal Quirinale? La magistratura da una concezione costituzionale che ricorda gli Stati assoluti? Non prendono una lira, può darsi, ma hanno fatto a pezzi la democrazia. Vi pare robetta da poco?

* * *

Bertolaso è un'altra cosa. Nel 2001, poco dopo esser stato insediato da Berlusconi alla guida della Protezione civile, scrive una lettera all'allora ministro dell'Interno, Scajola, e al sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta. Dice così: «Il nostro Dipartimento è diventato dispensatore (assai ricercato) di risorse finanziarie e deroghe normative senza avere la minima capacità di verificare l'utilizzazione delle prime e l'esercizio delle seconde e senza avere alcun filtro utile sulle richieste. L'accavallarsi di situazioni di emergenza ha generato un flusso inarrestabile di ordinanze che a loro volta hanno comportato provvedimenti di assunzione di personale e autorizzazioni di spesa di non agevole controllo».

Era il 4 ottobre del 2001. Sono passati nove anni ma sembra di leggere oggi un discorso di Bersanio di Di Pietro. Che cosa è accaduto? Nonostante le apparenze Bertolaso è un uomo debole ma con una grande immagine di se stesso. Non ha il cinismo di Verdini e di Balducci, dei grandi corruttori. Adora i suoi volontari e ne è adorato. Pensate che qualcuno adori Verdini (tranne gli amici della cricca)? Qualcuno adori Balducci? Bertolaso è un mito tra i suoi, lavora con i suoi, si veste come i suoi.

Vuole essere amato. In questo è l'anima gemella di Berlusconi: vogliono essere amati. Naturalmente senza condizioni. Le critiche li fanno impazzire di rabbia. Le regole sono un impaccio. «Posso star fermo in attesa che il Parlamento decida?» ha scritto Bertolaso pochi giorni fa rispondendo ad una mia domanda. Quindi avanti con i grandi eventi, Unità d'Italia, campionati di nuoto, campionati di ciclismo, celebrazioni di Santi e di Beati, restauro del Donatello eccetera. Insomma Bertolaso non ha addomesticato il potere come sperava nella sua lettera del 2001, ma è la brama di potere che si è impossessata di lui. Quando è franata un'intera montagna sul paese di Maierato in Calabria, Bertolaso era alla Camera e poi a Ballarò per difendersi dalle intercettazioni che lo riguardano. La mattina dopo è volato a Maierato in mezzo ai pompieri che spalavano il fango. Bravo. Meritorio. Lo dico senza alcuna ironia, ma mi pongo una domanda: tra i compiti affidati alla Protezione civile non c'è anche quello importantissimo di prevenire le catastrofi e sanare il disastro idrogeologico del territorio? Il grande meridionalista Giustino Fortunato cent'anni fa definì la Calabria «uno sfasciume pendulo sul mare». Allora non esisteva la Protezione civile, ma oggi c'è. Bertolaso sa benissimo che le montagne e le colline delle Serre nella Valle dell'Angitola sono uno sfasciume pendulo. Che cosa ha fatto per prevenire? Io so che cosa ha fatto: ha distribuito alle Regioni di tutta Italia la mappa idrogeologica del territorio segnalando i punti critici ed ha incoraggiato le Regioni a provvedere. Lui aveva altre cose di cui occuparsi.

Le Regioni senza una lira non hanno fatto nulla. La supplenza toccava a lui che i soldi li ha e le forze a disposizione anche. Ma la prevenzione non è un grande evento, le televisioni non se ne occupano, nessuno ne sa nulla. Intanto lo sfasciume crolla sulle case abusive e sulle strade abusive. Così vanno le cose. * * * La corruzione è aumentata a ritmi pazzeschi. Nonè Tangentopoli? Forse è peggio. Oggi si ruba in proprio ma quelli che rubano sono i protetti del potere e puntellano il potere. Quelli che rubano cadono in tentazione e qui mi sono tornate in mente le pagine dostoevskijane del «Grande Inquisitore», delle quali ho discusso a lungo un mese fa col cardinale Martini riferendone su queste pagine.

Il Grande Inquisitore contesta a Gesù di avere promesso agli uomini il pane celeste mentre essi volevano il pane terreno. Gesù aveva dato agli uomini il libero arbitrio di cui essi avrebbero volentieri fatto a meno ed essi scelsero infatti di farne a meno pur di avere il pane terreno rinunciando ai miraggi del cielo. Gli uomini si allearono con lo spirito della terra, cioè con il demonio, ed anche i successori di Pietro si allearono con lo spirito della terra. Alla fine il mondo diventò pascolo del demonio e delle autorità che per brama di potere avevano sconfessato il messaggio di Gesù. Il Grande Inquisitore decide addirittura che Gesù sia bruciato e così si chiudono quelle terribili pagine.

Non so se Verdini o Letta o Bertolaso o Balducci o quelli che ridevano nel letto mentre L'Aquila crollava, abbiano mai letto i «Fratelli Karamazov». E se, avendoli letti, abbiano sentito muoversi qualche cosa nell'anima, un monito, un rimorso. Se l'hanno sentito, questo sarebbe il momento di seguirne l'impulso. Ma da quello che vedo, temo che siano sordi a questi richiami.

Non c’è solo Nicole Minetti, igienista dentale di Silvio e “nuova favorita di Berlusconi” (come ha scritto il Times). Nelle liste elettorali del Pdl c’è anche Graziana Capone, detta “la Angelina Jolie di Bari”. C’è Giorgio Puricelli, il fisioterapista del Milan. E c’è Francesco Magnano, il geometra della lottizzazione di Arcore. La sua storia è ancor più incredibile, legata com’è a una grande speculazione edilizia che Berlusconi sta avviando in Brianza, sui terreni di sua proprietà attorno a Villa San Martino. Il consigliere regionale del Pd Giuseppe Civati ha ironizzato: “Attenti, è Magnano, non Mangano. E non è un anagramma. Non è lo stalliere, ma il lottizzatore di Arcore”. Fa il geometra e sta seguendo, per conto di Berlusconi, una grande operazione per realizzare Milano 4. Un investimento da 220 milioni firmato Idra, la società che controlla le proprietà immobiliari del presidente del Consiglio. Lo racconta Fausto Perego, consigliere comunale di opposizione ad Arcore: “Vogliono costruire 25 palazzi di tre piani, 400 appartamenti, per un totale di 150 mila metri cubi, o forse anche più, che ospiteranno 1.200 nuovi residenti. Su un’area verde di 300 mila metri quadri, sottoposta a vincolo e destinata a uso agricolo, che fa parte del Parco regionale della Valle del Lambro”. Costruire dentro un parco è difficile per tutti, ma non per Silvio. Il geometra Magnano ha già illustrato il progetto il Comune. Si è presentato all’incontro insieme con l’assessore all’urbanistica della provincia di Monza, Antonino Brambilla (Pdl), e il presidente del Parco, Emiliano Ronzoni (Pdl), che hanno sostenuto l’iniziativa. Di fronte, c’era il sindaco di Arcore, Marco Rocchini (Pdl). L’accordo è stato raggiunto in fretta.

Così, dopo Milano 2 (a Segrate) e Milano 3 (a Basiglio), ora arriverà Milano 4 (ad Arcore). Il sindaco ha detto sì, spiegando alla stampa: “Siamo strozzati dal patto di stabilità, con questa operazione potremo finalmente rimettere in sesto le casse comunali. Come faccio a non far costruire, non ho più soldi”. In cambio, il Comune incassa 20 milioni di euro di oneri d’urbanizzazione e una casa per anziani. Il vicesindaco di Arcore, poi, si chiama Moreno Firmo. E che può fare, se non firmare?

La battaglia dell'acqua sfida italiana in Patagonia

di Paolo Hutter

Da una parte le promesse di indipendenza energetica, tutta in fonti rinnovabili. Dall'altra l'accusa di devastazione ambientale in una delle ultime macro-aree intatte del pianeta. Il progetto di cinque grandi dighe nel cuore della Patagonia cilena, nei fiumi Baker e Pascua, duemilatrecento chilometri a sud di , ha suscitato il più vasto e colto movimento di protesta nella storia dei conflitti ambientali in Cile. Non solo manifestazioni e petizioni locali, ma documentari, libri di fotografie, manifesti appesi in tutto il Cile, concerti, canzoni, omelie, studi, controinchieste. Una vicenda che, sorprendentemente, ha anche un forte risvolto italiano. Da una parte c'è Enel, proprietaria di Endesa e quindi azionista di maggioranza dell'impresa Hidroaysèn, proprietaria dei diritti dell'acqua e promotrice dell'iniziativa. Dall'altra ci sono le forze locali e i gruppi ambientalisti uniti nel Consiglio di Difesa della Patagonia che hanno deciso di farsi rappresentare dal vescovo di Aysèn, Luigi Infanti, nato a Udine, e di contare sulla sua prossima "missione diplomatica" in Italia.

Ma ovviamente la controversia è soprattutto un grosso nodo da sciogliere per il governo del primo presidente di destra appena eletto, Sebastian Piñera, il cui cuore batte per dighe e tralicci, ma il cui cervello suggerisce estrema prudenza per non passare fin da subito da uomo che preferisce gli affari all'ambiente. In campagna elettorale il tema è stato abbastanza rimosso, soprattutto nel ballottaggio. I candidati minori di sinistra - Marco Enriquez Ominami e Jorge Arrate - hanno sposato la causa di Patagonia "sin represas" (senza dighe) ma non l'hanno enfatizzata. Sia Piñera che Frei (il candidato del centrosinistra che ha perso le elezioni, ndr) erano e sono invece comunque favorevoli allo sfruttamento idroelettrico dei fiumi, ma non potevano rischiare di perdere voti preziosi. Soprattutto dopo che tre differenti sondaggi hanno mostrato una percentuale di contrari alle dighe in Patagonia oscillante tra il 52 e il 58 per cento. Nei programmi elettorali dei due principali candidati si è parlato genericamente di energie rinnovabili e le poche volte che sono stati interrogati sul progetto Hidroaysen hanno risposto che «gli organi preposti faranno le valutazioni di impatto ambientale, e le decisioni saranno tecniche».

Il duello di carte bollate ha raggiunto livelli altissimi. L'impresa Hidroaysèn deve rispondere a 1.114 osservazioni presentate dalla Conama, e ha chiesto più tempo, fino al 30 giugno. Aveva presentato la sua prima Valutazione d'impatto ambientale nel 2008. Il Consiglio di difesa della Patagonia aveva riversato sugli uffici della Conama migliaia di osservazioni di cittadini. Gli uffici avevano quindi presentato 2.698 obiezioni. Hidroaysen aveva chiesto nove mesi di proroga, poi altri due, consegnando le sue risposte il 20 ottobre 2009. Le attuali 1.114 osservazioni sono la risposta alla risposta dell'impresa.

Le contestazioni riguardano innanzitutto l'impatto delle cinque grandi dighe sul corso dei fiumi, sul paesaggio circostante, sulla biodiversità e sulle specie in via di estinzione. Per i cinque bacini verranno inondati oltre quattromila ettari adiacenti ai fiumi Baker e Pascua. Poca roba, ribatte Hidroaysen, rispetto alle dimensioni della regione e a quanto inondano le nuove dighe in genere nel mondo. Qualche anno fa vi fu un forte conflitto con alcune decine di famiglie di mapuches - l'etnia indigena del Cile - che vivono in quello che doveva diventare il bacino della centrale idroelettrica Ralco, sempre di Endesa (allora non ancora Enel) nel centro sud del Cile.

L'immagine della donna mapuche che, furente, sputa in faccia a un dirigente di Endesa fece il giro del paese. Ma questa volta non c'è un problema di indigeni da delocalizzare. E forse per questo Endesa, all'inizio, pensava che il progetto avrebbe avuto la strada spianata. Dopo tutti i problemi che ci sono stati con l'approvvigionamento di gas dall'Argentina puntavano sull'argomento "energia pulita prodotta al di qua delle Ande". Ma gli ambientalisti sostengono che i bacini, soprattutto quelli più alti, altereranno la temperatura favorendo lo scioglimento dei ghiacciai.

Gli operatori turistici della Patagonia sono contrari. Lucio Cuenca della Ocla - dell'Osservatorio Conflitti Ambientali - sostiene che le cinque grandi dighe provocherebbero più emissioni perché danneggerebbero le capacità di assorbimento della CO2 da parte della flora acquatica che verrebbe stravolta. Apparentemente sono argomenti tecnici raffinati e opinabili. Ma nelle corde di Patagonia sin Represas c'è molto di più.

Il vescovo di Aysen, Luis (in origine Luigi) Infanti, rappresenta bene il mix di argomenti ideali, sentimentali e scientifici che hanno reso così popolare la causa del "no alle dighe", anche a migliaia di chilometri di distanza. L'ho incontrato qualche giorno fa, in un assolato pomeriggio estivo, nella canonica di una parrocchia di Santiago del Cile. Appuntamento non facile, poiché Infante rifiuta di possedere un cellulare. Mi sono trovato di fronte un cinquantasettenne alto e dinamico, che veste come un parroco in clergyman e il cui principale motivo d'orgoglio è quello di aver portato nella sperduta Coyhaique dal Brasile il teologo della liberazione Leonardo Boff. Persona affabile e appassionata, ha tagliato una fetta d'anguria e me l'ha offerta. Ma ad emozionarmi è stato altro. Infante mi ha raccontato di essere arrivato in Cile, sbarcando a Valparaiso dall'Italia, il 12 agosto del 1973, per terminare il seminario e laurearsi in teologia. È lo stesso giorno, mese e anno in cui io, studente di Lotta Continua, entravo in Cile in pullman dal Perù, per andare a conoscere da vicino l'esperienza di Unidad Popular. Poi, lui, in Cile ci è rimasto, fino a diventare vescovo. E ora ci incontriamo, trentasei anni dopo, per parlare delle dighe dell'Enel.

Nelle interviste, come nella sua Lettera pastorale - "Dacci oggi la nostra acqua quotidiana" - Infante evoca significati simbolici, teologici, antropologici in difesa del corso naturale dei fiumi della Patagonia: acqua fonte di vita, sorella acqua. Tra le citazioni c'è il discorso del capo indiano Seattle, della tribù Squamish, che nel 1865 ammoniva il governatore bianco: «I fiumi sono nostri fratelli. Dovreste trattare i fiumi con la stessa delicatezza con cui trattereste un fratello». Su un filone analogo del resto troviamo buona parte dei testi delle canzoni del disco Voci per la Patagonia, brani realizzati per Patagonia sin Represas da quattordici autori pop e folk di successo, Inti Illimani compresi (hanno composto per la causa la Cueca de los Rios ).

Il vescovo sa bene che questi argomenti non bastano e altrettanto bene ha imparato, dagli ambientalisti di Ecosistemas, Chile Sustentable, Ocla a declinare il tema generale dell'energia. «Non c'è bisogno di ferire la Patagonia quando ci sono immense potenzialità di energia grazie al sole, al vento, alla geotermia». Del resto la lunghezza e l'impatto dell'elettrodotto che si dovrebbe realizzare, quella striscia di duemilatrecento chilometri di tralicci per portare l'energia da Aysèn a Santiago, sono forse il punto più debole del progetto. Per l'opinione pubblica c'è poi un aspetto che travalica le questioni ambientali: la proprietà delle acque. Luis Infanti partecipa anche alla campagna per la rinazionalizzazione dell'acqua. Il regime di Pinochet ne aveva avviato la privatizzazione con il Codice delle acque del 1981, attribuendo in concessione interi bacini fluviali. Stiamo parlando di tutta l'acqua, non solo - come in Italia - della gestione degli acquedotti. «Comprando Endesa, Enel ha acquisito automaticamente la proprietà delle acque dei fiumi» dice il vescovo, e preannuncia così uno dei temi delle conferenze che farà a Roma a fine aprile: «È legale, ma eticamente è una situazione insostenibile. Chiederemo a Enel di trovare il modo di restituire questa concessione al popolo cileno». Il vescovo: "Verrò molto presto a Roma per chiedere un ripensamento"

L'oro blu, ricchezza contesa che spacca l'America Latina

di Omero Ciai

La più famosa guerra dell'acqua in America Latina scoppiò a Cochabamba nel gennaio 2000. Il governo boliviano - alla presidenza c'era l'ex dittatore Hugo Banzer - aveva ceduto ad un gruppo americano, Bechtel, il compito di distribuire l'acqua potabile ai 600mila abitanti della città. Il primo effetto fu un sostanzioso aumento delle tariffe che scatenò una rivolta popolare e la revoca della concessione. Dai tumulti per l'acqua a Cochabamba nacque anche il movimento che, sei anni dopo, portò alla presidenza un indio aymara, l'ex "cocalero" Evo Morales, affidandogli l'obiettivo di "rinazionalizzare" le risorse (acqua, gas, petrolio, litio) e difenderle dalle multinazionali straniere.

Episodi analoghi avvennero in quegli anni anche in Uruguay, Argentina, Ecuador: tanto che a partire dal 2003 le grandi compagnie internazionali si sono ritirate dall'area scoraggiate da perdite finanziarie, regole poche chiare e clima politico ostile. Riguardo all'oro blu l'America Latina ha un situazione singolare. Tutto il subcontinente (compresa l'America Centrale) rappresenta il 12 per cento della superficie terrestre, il 6 per cento della popolazione mondiale, ma possiede il 28 per cento delle riserve di acqua dolce del pianeta. Non solo: secondo i dati Fao appena il 19 per cento dell'acqua viene usata per il consumo domestico, il 9 dall'industria e il 73 per l'agricoltura. Ma quasi cento milioni di persone non hanno accesso diretto all'acqua potabile e diventeranno 130 milioni nel 2015. Scenario perfetto per le "guerre dell'acqua" dei prossimi decenni.

Al Bid (Banca interamericana di sviluppo) e al Fondo monetario sono ancora convinti che una soluzione si possa trovare attraverso la privatizzazione dell'acqua come proposero all'inizio degli anni Novanta quando, dopo le crisi del debito, il reinserimento del Sudamerica nel mercato globale venne trainato dall'esportazione delle materie prime e dalla svendita delle risorse naturali. Conservarne la proprietà pubblica - sottolineano - non ha risolto i problemi infrastrutturali, per esempio, né a Cochabamba, dove almeno il 30 per cento delle case è, dieci anni dopo, ancora senz'acqua; né a Lima dove, nei sobborghi,i più poveri si forniscono coni camion cisterna e pagano il servizio quattro o cinque volte di più che nei quartieri borghesi di Miraflores. Due emergenze, estreme e recenti, sono quelle rappresentate da Città del Messico, con il 40 per cento delle risorse idriche che si perdono per assenza di manutenzione; e da Caracas, dove Hugo Chavez ha inventato la "doccia del buon socialista", mai oltre i tre minuti.

Tra i fiumi dell'Amazzonia, il tesoro sotterraneo dell'Acquifero Guaranì, le Ande o la Patagonia, l'acqua è distribuita malissimo ma ce n'è in abbondanza. Però il tema dell'acqua si lega a quello dell'energia (le contestate dighe da costruire in Amazzonia) e all'agricoltura (il polemico intervento sul Rio Sao Francisco per irrigare il desertico NordEst). Così, "sviluppo o ambiente" finirà per essere l'altro bivio foriero di conflitti.

A Santa Gilla ormai volano solo gli avvoltoi». Lo slogan corre dai bar fino alla Rete. A Cagliari ne parlano tutti. Tace solo la Regione Sardegna. Un tempo Santa Gilla al tramonto si colorava di rosa tra le ali dei fenicotteri e il sole a scivolare nello stagno, area umida tra le più importanti dell'Isola. Tuvixeddu, la necropoli fenicio-punica fiore all'occhiello dell'intero Mediterraneo, non è distante. E anche lì ci sono le gru. Se fosse un film si intitolerebbe «Le mani sulla città». Al posto dei fenicotteri, a Santa Gilla, c'è una gigantesca colata di cemento. Oltre 113mila metri cubi. Il proprietario si chiama Sergio Zuncheddu, costruttore col pallino dei media. Quote nel Foglio di Ferrara insieme a Denis Verdini. Ma soprattutto editore di Unione Sarda, Videolina, Radiolina. Praticamente il trittico di destra che gestisce l'informazione nell'Isola. Santa Gilla è roba di Zuncheddu. Ma anche dell'esecutivo di Ugo Cappellacci, il governatore che è corso al capezzale di Bertolaso per dirimere l'affaire G8 alla Maddalena, rimediando perfino i dubbi del commissario.

A scoprire lo strano intreccio cagliaritano – mattone, accordi nel Pdl e benedizione della massoneria - è stato il quotidiano Il Sardegna che, carte alla mano, ha dimostrato che quei palazzoni sono stati realizzati con l'obiettivo precipuo di ospitare anche la sede della Regione. Tutto previsto molti anni addietro. Siamo nel 2004, delibera 27/11 dell'8 giugno. Il timone della giunta è nella mani di Italo Masala (An), Cappellacci è assessore al bilancio. Sono loro ad accogliere la proposta di Ienove, azienda che opera nel nascente complesso immobiliare di Zuncheddu per l'acquisto dei nuovi uffici. Costo: 82milioni di euro, più altri 33 milioni per un altro edificio “direzionale” in via Posada, ma di proprietà della Tepor, slegata dal gruppo dell'editore.

A Santa Gilla volano ancora fenicotteri, l'operazione è in essere. Ma meglio portarsi avanti con il lavoro. Quattro giorni dopo Renato Soru vince le elezioni. Un colpo forse non previsto. La galassia di società legate a Zuncheddu, con interessi in Lombardia, Campania e Sicilia, cambia nome più volte, ma nel frattempo l'UnioneSarda spara ad alzo zero contro il nuovo Governatore.

Soru si insedia e visti i costi revoca l'operazione. Stop all'offerta di acquisto dei˘90mila metri cubi per gli uffici regionali a Santa Gilla (in totale 32 metri quadri per ogni dipendente, quasi un mini appartamento), blocco dello stupro di Tuvixeddu e in più una legge salva-coste. Troppo per il partito del mattone. Che affila pesantemente le armi. E infatti nel 2009 la Sardegna passa nelle mani del figlio del commercialista di Berlusconi. Guarda caso, il 29 dicembre scorso – delibera 59/63 – Cappellacci cancella l'ordinanza di Soru e «con massima urgenza dà mandato all'assessore agli Enti locali di riprendere le proposte di Ienove», che nel frattempo, ha mutato pelle come le lucertole e si mescola nelle scatole cinesi delle imprese˘(Tepor, invece appartiene al geometra Giuseppe Sedda). Però i fenicotteri Hanno smesso di volare e le gru alzano palazzi. Curioso che in sei anni nessuno si sia fatto avanti, spiega l’inviato del Sardegna Marco Mostallino. Oltre 113mila cubi a disposizione del miglior offerente in quel paradiso rosa e un silenzio di tomba. Ma la realtà è che le offerte, forse, non interessano. Il piatto pare predisposto. Lo spiegano gli architetti francesi coinvolti nell'operazione addirittura nel 2000 nel sito www. valode-et pistre. com. Basta leggere. L'idea è di un “Centre de Médias et annexe Hotel de Region”. Un retroscena pubblico, basta cercare sul Web. «Quell'area sarà la sede del governo sardo», spiegano senza fronzoli. E c'è di più: la redazione dell'UnioneSarda sorgerebbe nello stesso complesso. Non c'è neppure da scoperchiare tombe puniche. L'attuale assessore regionale al personale è Ketty Corona, amica di Cappellacci e socia in affari di Zuncheddu nell'iperfetazione della costa di Olbia. Figlia di Armandino – scomparso di recente – ex gran maestro della Loggia d'Oriente. Ora Zuncheddu, mattonaro mediatico, s'arrabbia, smentisce. Minaccia querele. Carta canta, però. Il Pd e tutta l'opposizione in Regione hanno chiesto conto della montagna di milioni per il Monopoli di Zuncheddu.

Una tombola per la Sardegna costretta a buttare in mare le fabbriche del Sulcis-Iglesiente. Solo con l'Alcoa fanno duemila a casa. A sera i fenicotteri ancora puntano l'ex cementificio di Santa Gilla. Sorvolavano la terra leggeri. Rosa e bellissimi. Come un racconto di Sergio Atzeni. Poi, la notte cala sulla Sardegna senza più colori.

La battaglia di un consigliere comunale ambientalista per difendere un'area destinata al verde e minacciata dall'edificazione di una palazzina. Contro l'amministrazione comunale, con i cittadini che denunciano la «speculazione edilizia». Una partita ancora aperta

Un ex consigliere comunale viene denunciato da un imprenditore immobiliare per aver difeso un terreno soggetto a vincolo fluviale e destinato al verde secondo il piano regolatore ma minacciato dall'edificazione di una palazzina. Il consigliere lotta per anni, limitandosi a far rispettare i principi dell'urbanistica e quanto scritto su documenti ufficiali, che vengono modificati a vantaggio dell'imprenditore proprietario del terreno. Anche i residenti non ci stanno. Ma contro la collettività si schierano l'amministrazione comunale, la Commissione edilizia, la Soprintendenza ai Beni Ambientali, facendo presupporre un caso di speculazione edilizia.

Sembra la trama di un film su problemi politici-ambientali, ma non è altro che l'ennesimo caso italiano di cementificazione galoppante, una malattia del nostro sistema che questa volta ha colpito la cittadinanza di Ponte Abbadesse, a Cesena, sulle rive del torrente Cesuola in via Lanciano.

Davide Fabbri, consigliere comunale dei Verdi dal 1992 al 2008, si ritrova ad essere lo sfortunato protagonista di questa vicenda. «Il mio avvocato mi ha comunicato con stupore che sono stato citato a giudizio per il reato di diffamazione a mezzo stampa - afferma Fabbri - per una vicenda politica legata a una battaglia ambientalista: l'aver denunciato pubblicamente, quando ero consigliere comunale dei Verdi, una potenziale speculazione edilizia». Denunciato, insomma, per un legittimo esercizio del diritto a criticare. E appena dopo essere uscito dall'amministrazione comunale, quindi dopo aver perso la "protezione" istituzionale.

La lottizzazione

Via Lanciano si trova su un appezzamento di terra una volta parte di un podere agricolo, di forma regolare e pianeggiante, dove sorgevano magnolie, abeti, pioppi e delimitato da una siepe. Proprietaria una famiglia di agricoltori. Nel lontano marzo del 1984 , la Società Postelegrafonica presentò un piano particolareggiato di iniziativa privata per la realizzazione di una lottizzazione in prevalenza residenziale. Il piano prevedeva un'area di verde pubblico lungo il torrente Cesuola, affluente del fiume Savio, e un collegamento fra il tessuto residenziale già esistente e quello che sarebbe stato costruito. L'iniziativa faceva parte di un progetto più ampio: collegare le aree verdi e i servizi di quartiere quali la scuola, la palestra, la chiesa evitando l'accesso dalla strada principale soffocata dal traffico di mezzi pesanti.

Un mese dopo però, un potente imprenditore dell'edilizia cesenate, Venanzio Leoni, fondatore della Cel srl - Costruzioni Edili Leoni - acquistò il terreno oggetto di lottizzazione dalla Società del Ponte (la quale società nel frattempo lo aveva rilevato dalla famiglia proprietaria originaria). Per i primi anni questo viene inspiegabilmente lasciato gestire come orto privato. In quel mentre - siamo nel 1985 - il comune di Cesena approva il nuovo piano regolatore generale. Secondo il piano il lotto è da destinarsi ad area verde pubblica e zona di parcheggio.

Il signor Venanzio Leoni non sembra toccato dalla questione. Anzi, nel 1990 inizia a recintare il terreno per trasformarlo in verde privato con tanto di passo carraio su via Lanciano. I residenti vedono così preclusa l'unica via sull'area. Decidono di unirsi e protestare presso gli amministratori pubblici della città. La recinzione viene momentaneamente sospesa. Ma per poco: infatti, trascorsa qualche settimana, la recinzione viene autorizzata e portata a termine davanti al rammarico e allo stupore dei residenti.

Passano otto lunghi anni, ma la popolazione locale non si dimentica del torto subito. Tanto che nel marzo del 1998 il Consiglio di Quartiere Cesuola (il quartiere al quale è stato sottratto l'accesso) torna a rivendicare quel terreno per trasformarlo in ciò che era previsto (e che lo era ancora in quel momento) dal piano regolatore. Dopo varie sollecitazioni, nel 2000 arriva la risposta del Comune, il quale ribadisce che il lotto in questione è da destinarsi ad area verde e parcheggio e in più che si sarebbe dotato di una pista ciclabile.

Un solo voto contrario

Sembra che tutto si sia risolto quando, nel 2001, il signor Venanzio Leoni decide di richiedere a sorpresa l'edificabilità residenziale del lotto destinato a verde pubblico, non ancora acquisito dal comune di Cesena. A questo punto l'approvazione o il respingimento di tale domanda dipende dal consiglio comunale, che valuta il tutto sulla base del parere dell'Ufficio comunale della Programmazione Urbanistica e di una Commissione Speciale sul Prg, composta da diversi consiglieri comunali. Mentre il Settore Programmazione Urbanistica valuta negativamente la richiesta dell'imprenditore, la commissione speciale sul prg, dopo un susseguirsi di esitazioni, accoglie la richiesta senza addurre a spiegazioni plausibili e con un solo voto contrario: quello del consigliere comunale Davide Fabbri. Successivamente il consiglio comunale approverà l'osservazione presentata dall'imprenditore privato, con un unico voto contrario: quello dei Verdi. Viene così accettato un progetto residenziale «a tessuto d'espansione anni '60-'70» con adiacente pista ciclabile - unica parte a salvarsi del precedente piano - con il parere contrario dell'Ufficio Programmazione Urbanistica.

I cittadini sono esterrefatti ma non si danno per vinti: presentano un'opposizione all'assurdo accoglimento direttamente alla Provincia Forlì-Cesena, la quale deve approvare in via definitiva il Prg. La Provincia, dopo aver analizzato le segnalazioni dei cittadini, invita l'Amministrazione Comunale a rivedere quanto deciso.

Ricorsi a go go

Giunti nel 2003, per evitare l'inamovibile posizione del comune di Cesena, non resta altro da fare che affidarsi ad un avvocato: presentare il ricorso al Tar (Tribunale Amministrativo Regionale) di Bologna, e chiedere l'annullamento del cambio di destinazione d'uso del terreno e relativa modifica al Prg; il Consiglio di Quartiere continua a sostenere che il Comune dovrebbe rispettare i progetti precedentemente accordati. Un architetto incaricato dai residenti inoltre ricorda all'amministrazione comunale che finché il Tar non sia giunto a un giudizio conclusivo in merito, non sarebbe possibile rilasciare il permesso a costruire. Passano alcuni mesi e il signor Venanzio Leoni ripresenta la propria istanza per la costruzione dell'edificio plurifamiliare in Via Lanciano. La risposta del Comune è «sì, con prescrizione».

Sembra una battaglia persa: questa volta ci si appella alla tutela ambientale e paesaggistica della zona, ma il Dirigente del Settore Edilizia Privata dichiara l'intervento a regola nonostante esista un risaputo rischio di esondazione del torrente Cesuola. I residenti insistono ancora presso la Soprintendenza ai beni ambientali e culturali di Ravenna perché siano verificati i vincoli fluviali e paesaggistici. Ma la Soprintendenza, ad oggi, non ha ancora risposto.

Finalmente (per il proprietario dell'appezzamento che usa a suo vantaggio il discrezionale silenzio dai piani alti) il Comune concede il permesso di costruire. Siamo nel settembre 2005. I residenti si appellano nuovamente al Tar di Bologna perché impedisca i lavori. La sospensiva presentata dai cittadini è accolta.

Il signor Venanzio Leoni, che vede a rischio i suoi sforzi fatti per vedere issato il suo bel condominio in area di esondazione del fiume, si appella al Consiglio di Stato che, dopo aver chiesto chiarimenti al Comune, elimina la sospensiva e fa ripartire i lavori.

La battaglia di Fabbri

In tutto questo Davide Fabbri, durante il suo mandato consiliare all'opposizione, ha sempre difeso la zona verde, ritenendo del tutto erronea la modifica del Prg e stando dalla parte della cittadinanza, tramite interpellanze al sindaco, volantinaggi e comunicati stampa con il fine di salvaguardare le aree verdi di quartiere e tentare di evitare dannose modifiche al prg, piano che invece di tutelare gli interessi generali e collettivi dei cittadini, in alcuni casi pare invischiato in interessi privatistici lontani dal bene comune.

«Sono stato querelato per il reato di diffamazione a mezzo stampa sei volte - aggiunge l'ex consigliere comunale -. Alla fine, sono sempre stato assolto o prosciolto, poiché ho sempre raccontato fatti inoppugnabili». L'ultima direttamente dall'imprenditore edile Venanzio Leoni «solo per il fatto di aver criticato l'Amministrazione Comunale di Cesena (e non l'imprenditore titolare del permesso a costruire) per aver autorizzato un intervento edilizio a rischio di pesante speculazione, in una area verde di tutela fluviale e paesistica, a rischio di esondazione del torrente Cesuola». L'ultima udienza presso il Tribunale di Cesena, svoltasi l'11 gennaio 2010, si è risolta con un nulla di fatto per «difetto di poteri atti a giudicare la causa» dato che tale procedimento è di competenza di giudici togati e non di giudici onorari. La patata bollente passerà con ogni probabilità al giudice delle udienze preliminari di Forlì in data da decidersi.

Quello di Davide Fabbri è, oltre che dovere di un verde, un diritto da rivendicare per tutti i cittadini: fermare la sfrenata corsa al cemento che i piccoli e grandi comuni cavalcano per fare cassa. Si sa che i soldi al comune ora arrivano in larga parte dagli oneri di urbanizzazione sulle nuove edificazioni mentre in passato la maggiore entrata per i comuni era l'Ici, tolta recentemente dal governo attualmente in carica. E non è un caso se, da quando queste imposte sono state soppresse dall'attuale governo, case e palazzi sono diventate direttamente la moneta corrente fra sindaci e consiglieri che non si distinguono più dagli imprenditori e dai costruttori.

Erostrato era un pastore greco che, ossessionato dall’ansia di essere ricordato dai posteri, bruciò il tempio di Artemide.

Ci è venuto alla mente il pastorello matto visitando Salerno e vedendo le simulazioni di un’opera inspiegabilmente grande, brutta e violenta detta Crescent, progettata da un Erostrato spagnolo dell’architettura di nome Ricardo Bofill e voluta dal sindaco Erostrato della città, Vincenzo De Luca.

Ogni città ha i suoi Erostrati e quando l’Io gigantesco di un architetto si allea con l’Io colossale di qualche politico, allora la legittima aspirazione ad essere ricordato diviene una pericolosa afflizione dello spirito. L’erostratismo, appunto.

Così gli Erostrati italiani, forti di leggi deboli, feriscono la vittima più inerme perché immobile e passiva: il Paesaggio. Da Nord a Sud Erostrati di sinistra, di destra e di centro cercano di lasciare una traccia di sé e vince chi ha il Crescent, il grattacielo, il porto, il palazzo più grande.

Il sindaco di Salerno prende la rincorsa e arriva a voler essere tumulato al centro dell’emiciclo. La sindrome assume una rilevanza psicoanalitica. Quel monumento si incarna nel sindaco e il sindaco s’impietra nel monumento. D’altronde il progetto di Bofill un tratto funebre ce l’ha. Sfregia un dolce lungomare e lo trasforma in una mastodontica cappella di famiglia quando sarebbe stato sufficiente un loculo perpetuo di prima classe nel bel cimitero di Salerno.

Nascerà un turismo “misto”, di meditazione, circondato da negozi griffati e buzzurri. Noi consigliamo, però, al sindaco di salvare i platani secolari vicini alla sua sepoltura perché all’ombra si prega meglio.

E mentre in Spagna l’ordine degli architetti si interroga su quanto sia etico disegnare, per esempio, una torre a Siviglia più alta della Giralda, mentre si mette in discussione il diritto morale dell’architetto a conformare su di sé un paesaggio quando dovrebbe conformare se stesso al paesaggio, in Italia si chiamano a corte architetti il cui nome convalida ogni scempio. E tanto più la corte è minuscola e provinciale, tanto più l’architetto ha un nome luccicante e produrrà un progetto invasivo, pacchiano e uguale a mille altri.

Così si spiega il Crescent e lo “stile” sovietico di Bofill. Se ne impipano del contesto. Il contesto, dice il sindaco, sono Io. Così a Mantova, così a Ravello, a Cagliari, Napoli, Milano, Torino, Roma, così a Firenze. Il Paese si abbruttisce e si riempie di metastatiche costruzioni.

C’è un rischio nell’erostratismo, ma chi cerca un’azione indimenticabile è disposto a correrlo. Il rischio di essere ricordato, sì, ma come si ricordano le epidemie di peste, le invasioni delle locuste, i prìncipi crudeli.

Il borgomastro di Salerno resterà nella memoria. E chi passerà davanti al mostro di trecento metri, alto trenta che accecherà per sempre il paesaggio di Salerno, farà gli scongiuri davanti al mausoleo del sindaco Erostrato il quale ha dichiarato, come Lincoln, che per fermarlo devono sparargli.

Il sindaco ha un solo modo per salvare una buona memoria di sé. Fermarsi, non ascoltare il demone del “fare”, trovare la misura dei luoghi e, quando arriverà il momento, accontentarsi di una sepoltura appartata.

A testa bassa, senza sentire ragioni che non siano le sue, l’Uomo prosegue a tappe forzate verso il disastro. Contro tutto e contro tutti, trascinandosi dietro i simulacri del governo cittadino, incurante delle tante voci autorevoli che si sono levate a difesa del lungomare, del centro storico, dei tratti identitari della città. Avanti tutta, con ostinazione, contro la cultura, contro la logica, contro Salerno.

Possibile che, l’Uomo, non sia stato sfiorato da un ragionevole dubbio? Possibile che le migliaia di adesioni al comitato Nocrescent e la quantità ormai notevole di prese di posizione contrarie allo Scempio Promesso non abbiano scalfito la sua - apparentemente incrollabile - convinzione di non essersi sbagliato? E poi, davvero si crede esteta, raffinato, esperto di architettura e di urbanistica, conoscitore di tutte le arti, arbiter elegantiae, Unto del Signore venuto qui, da Ruvo del Monte, a evangelizzare i salernitani, altrimenti plebei, cafoni, pinguini, anime morte?

Non sembra coltivare dubbi, l’Uomo del Crescent ostenta certezze. Deve farlo per tranquillizzare i figuranti che gli consentono, ogni giorno, di mettere in scena la farsa di un governo cittadino democratico e pluralista. Un tentennamento sarebbe rischioso: la mandria potrebbe sbandare. E, allora, l’Uomo Infallibile non può ammettere di aver sbagliato, di aver preso una cantonata, insomma, di averla fatta fuori dal vaso. Deve andare avanti, costi quel che costi, anche simulando convincimenti granitici, anche chiamando a raccolta i petentes che abitualmente affollano la sua segreteria, perché evochino inesistenti baracche o l’olezzo di piscio che, una volta, si respirava alle “chiancarelle” e che ora, grazie a lui, l’Igienizzante, non c’è più.

Deve andare avanti, senza pietà, perché l’esposizione economica è già spaventosa e perché, peggio che nei giochi d’azzardo, ha impegnato somme che non aveva, contando di rientrare con la svendita dei diritti di edificare sulle aree sottratte all’uso pubblico. Fermarsi gli sarebbe fatale e il comune finirebbe in dissesto. Deve andare avanti.

L’Uomo è tutto, meno che stupido. Ha ben compreso di aver sbagliato, ma non può permettersi di tornare indietro. Neanche lui, che pure è stato capace di acrobazie e voltafaccia a proposito della centrale termoelettrica – fingendo di demonizzarla dopo averla evocata - neanche lui, sarebbe capace di dire alla città: “scusate, ho preso un granchio (a Santa Teresa si può), non se ne fa nulla”.

E allora drammatizza: “Per non farmi fare la piazza, dovranno solo spararmi”, minaccia. E, tentando di intenerirci, piagnucola: “E’ l’opera della mia vita”. Poi, plastico in spalla, si trasforma in piazzista, imbonitore, cantastorie, e chiama a raccolta consulenti prezzolati o appositi maître à penser. Sono credibili? Ma andiamo! Non ce n’è uno che non abbia avuto, stia avendo o debba avere qualcosa dal Palazzo. Opinionisti d’accatto, incapaci di un pensiero che sia loro davvero, sempre disposti a uggiolare per una polpetta, un osso, una promessa con pacca rassicurante.

Il re è nudo, e ormai sa bene di esserlo. Ma, costretto a mostrare le vergogne, si circonda di cortigiani bugiardi che, a comando, ne lodano l’abbigliamento. Dice di amare Salerno, ma è un amore malsano e il progetto di Bofill, ceneri comprese, ha il sapore amaro dello stupro.

Su eddyburg vedi anche gli articoli di Paolo Ferraiolo Piazze e pazzie e Nuovi incubi urbani

Si chiama Crescent, che significa luna crescente, mezzaluna. È un enorme edificio a forma di semicerchio, firmato da una delle star dell’architettura mondiale, il catalano Ricardo Bofill. Dovrebbe sorgere sul lungomare di Salerno. Ma contro questo colosso alto più di 30 metri con uno sviluppo lineare di quasi 300 e un volume di 100mila metri cubi, più 50mila di altri edifici, si è scatenata la protesta degli ambientalisti e del comitato Nocrescent.

È un ecomostro - sostengono gli oppositori - una muraglia che chiude la città al mare e il mare alla città. È una grande opera di riqualificazione urbana di una zona degradata, un capolavoro dell’architettura, sostiene il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, che in passato si è invaghito di altre archistar, da Zaha Hadid a David Chipperfield, ai quali ha affidato incarichi ancora non conclusi. "Sarà la nostra piazza Plebiscito", insiste il primo cittadino che rinverdisce nel cemento un’antica contesa di campanile, Salerno versus Napoli, tradotto in politica nel duello all’arma bianca fra lui e Antonio Bassolino (entrambi ex Pci, entrambi ora Pd).

De Luca crede al progetto al punto di annunciare che, "più tardi possibile", darà disposizione affinché le sue ceneri siano interrate al centro della piazza che si spianerà davanti al Crescent. La piazza si chiamerà piazza della Libertà: "È l’opera della mia vita", aggiunge, "per fermarla dovranno spararmi. Ci libereremo dal potentato della Regione. Vi renderete conto di quanto è bella quando a Salerno arriveranno il Festivalbar e tanti altri eventi musicali e culturali". Ci saranno anche luccicanti negozi, "ma solo grandi firme", specifica il sindaco. Che durante una presentazione pubblica è sbottato: "Avrete la movida e le spiagge per farvi il bagno, che volete di più?".

"L’edificio è un ipertrofico, cimiteriale manufatto", sintetizza, per gli oppositori, Fausto Martino, architetto della Soprintendenza, per dieci anni assessore all’Urbanistica in una precedente giunta De Luca. "La forma a mezzaluna è tanto cara a Bofill che dove può ne infila una. Lo ha fatto a Cergy Pontoise, periferia parigina, addirittura venticinque anni fa. Poi a Savona e a Montpellier. E ora la ripropone a Salerno. È una surreale colata di cemento per abitazioni di lusso, che volge le spalle al centro storico e sottrae il mare alla città, le ruba perfino l’immagine della costiera amalfitana".

Il Crescent sarà alto come un palazzo di dieci piani, visto dal lungomare avrà l’aspetto di un immenso paravento solcato da colonnine che gli danno un marchio post moderno (ma molto in ritardo). Sorgerà dove il piano regolatore redatto da Oriol Bohigas, conterraneo di Bofill, prevedeva verde, spiaggia e qualche costruzione. Quel piano, già molto discusso, è stato poi terribilmente stravolto da varianti e deroghe. Del Crescent si comincia a parlare nel 2007. Vengono chieste le autorizzazioni alla Soprintendenza che chiede chiarimenti. Ma è solo all’inizio di quest’anno che inizia la travolgente marcia del progetto. Appena il soprintendente Giuseppe Zampino ha dato il nullaosta per De Luca è arrivato il segnale di via libera.

Tutta l’operazione viene bollata dalle associazioni ambientaliste come speculativa. "Piazza e parcheggio sottostante sono già finanziate da fondi europei, perché cedere ai privati l’area per costruire l’edificio?" si domanda Lella Di Leo, presidente campana di Italia Nostra. E aggiunge: "Dal mare non si vedrà più la collina con il castello di Arechi e spariranno alla vista i conventi di età medievale e il giardino della Minerva, legato alla Scuola medica salernitana".

Salerno sarà come Barcellona, si entusiasma qualcuno. Come Valencia o Bilbao, incalza qualcun altro. De Luca annuncia: "Metteremo presidi di polizia per tenere la piazza bella e pulita. I veri salernitani apprezzeranno. Gli altri lasciateli parlare". Gli altri chi sono? "Scienziati" li ha definiti sprezzante De Luca. E altre volte, "pinguini" e "schiattamorti", che più o meno vuol dire jettatori. Il Crescent va avanti. E intanto Bofill prepara per Salerno il progetto di un grattacielo di 32 piani e 100 metri d’altezza, proprio sul lungomare, ma dalla parte opposta della mezza luna.

Sul crescento di Bofill e De Luca a Salerno leggete anche gli articoli di Paolo Ferraiolo scritti per eddyburg il 1° gennaio 2009 e l'11 giugno 2009


All’inizio di quest’anno avevo dato notizia di quello che stava per succedere a Salerno. Ma non ci s’immaginava tanto. Il 18 marzo a palazzo di città , il giorno dopo aver siglato gli ultimi contratti, il sindaco di Salerno, in una scenografia da presentazione di formula uno, con tanto di drappo, luci e musiche, svela alla città il suo ultimo “regalo” .

E’ un plastico (forse in scala 1:200) di quello che fino a pochi giorni prima si era ostinato a chiamare “una piazza più grande di quella del Plebiscito a Napoli”. Tra le autorità cittadine ed i nomi noti della città ha illustrato con tanto di bacchetta il suo nuovo progetto. Un faraonico condominio sul mare. Profusione di elogi alla sua persona, alla sua nuova creatura e al settantenne architetto Ricardo Bofill.

Adesso Salerno è alle prese con questo nuovo ecomostro, a forma del solito crescent di Bofill, questa volta posizionato a ridosso della spiaggia di Santa Teresa , proprio nel punto dove il centro storico della città lambisce la riva del mare. E’ una zona super vincolata per i suoi pregi paesaggistici. Da qui si ammira a sud tutto il lungomare di Salerno fino a Paestum ad ovest la Costiera Amalfitana ad est il castello di Arechi a nord la montagna di san Liberatore che con la sua croce illuminata è il vero simbolo di Salerno.

Anche se così panoramica, quest’area era stata occupata da sempre da costruzioni basse ad un piano che servivano da deposito di materiali posti all’ingresso del vecchio porto commerciale. Negli ultimi dieci anni queste costruzioni sono state giustamente smantellate e la città ha ritrovato una vasta area vicino al centro storico di grosse potenzialità ma attualmente usata come parcheggio-polmone per tutto il centro città.

Con tante polemiche, osservazioni inascoltate, dimissioni dell’assessore all’urbanistica e dopo 15 anni di gestazione, alla fine del 2006 fu approvato il Puc (piano urbanistico comunale) di Salerno. Questo piano prevedeva per l’area in questione parecchi metri cubi di costruzione da definirsi poi in un piano attuativo. Varie erano state le proposte fatte dall’arch. Oriol Bohigas estensore del piano regolatore. Ad ogni versione le costruzioni aumentavano e l’impatto paesaggistico peggiorava fino alla soluzione davvero disastrosa presentata in questi giorni dal suo collega spagnolo.

Si tratta di una costruzione compatta a forma di crescent alta 33,25m slm per un fronte di 300 metri .

Come vedete nella foto qui accanto, con queste misure è stata costruita una sagoma in giallo dello spazio effettivamente occupato da questa mastodontica costruzione che si impone prepotentemente su tutto il consolidato skyline cittadino.

Si tratta di un ‘operazione prettamente finanziaria portata avanti anche qui prepotentemente dal Sindaco. Grande affabulatore, forte di un gran consenso popolare che lo vedono in cima alle classifiche dei sindaci più amati, Vincenzo De Luca si è speso in queste settimane, con presentazioni e trasmissioni tv, a cercare di far capire quanto sia bello il “suo” progetto.

I cittadini di Salerno sono stati investiti da fiumi di parole del primo cittadino che elogiavano questo grandioso progetto "bellissimo" e "volano economico turistico dell'intera città E forse dell'intera nazione". Tanta l'esaltazione che, tra gli increduli cittadini riuniti per una "spiegazione pubblica", il sindaco è arrivato a dire: "chi è contro dovrà spararmi".

Questa è la situazione nella città di Salerno. Per due anni si è tenuto nascosto alla popolazione quello a cui si stava lavorando (la disinformazione è stata totale). Poi a pareri acquisiti, tra cui anche lo scandaloso silenzio-assenso della locale soprintendenza, si dà notizia con grande enfasi di quello che si vuole realizzare in quell‘area.

Se non fosse per la drammaticità della situazione politica-informativa ci sarebbe veramente da ridere per come si è cercato di far passare da parte dell’amministrazione comunale tutta questa operazione.

La tattica è sempre la stessa già usata in passato per altri interventi molto invasivi. Si fa pesare la situazione antecedente al progetto:”Vedete lì dove c’erano baracche adesso troverete case lussuose , negozi grandi firme ed una piazza enorme” con lo scopo di abbindolare i cittadini omettendo il vero impatto fisico del progetto. Tutto deve far sognare e non far capire. Si tenta di indurre la gente a pensare che questa sia una proposta (“scrupolo democratico”) e non una imposizione (“chi è contro dovrà spararmi”). Si portano ad accompagnare il plastico non i rendering dell’inserimento del progetto nel paesaggio, obbligatori per legge e mai divulgati, ma solo vecchie foto di come era prima il luogo. Chi osa contraddire, cercando di spiegare che se l’alternativa alle baracche è una volumetria di 173.000 metri cubi a ridosso del mare, alta 30m e lunga 300, forse erano meglio le baracche ad un piano, viene apostrofato e ridicolizzato dal sindaco come un retrogrado “amico delle baracche” (nel migliore dei casi).

Questa è veramente la cosa più preoccupante di questa vicenda salernitana. Toccare con mano lo stato dell’ informazione a Salerno. Cose che già erano abbastanza note sono state inevitabilmente confermate dal comportamento dei media cittadini. La totale assenza dei mezzi d’informazione quando si stava preparando tutta la procedura per arrivare a questo ed il clamore incondizionato all’exploit del sindaco alla presentazione del plastico del progetto. Il servilismo giornalistico di certe interviste televisive.

E’ poi dovuto nascere un comitato di liberi cittadini per conoscere (in parte) come sono andate veramente le cose. Lo stesso comitato ha indagato ed ha aperto un sito web (www.nocrescent.it) nella totale assenza della maggior parte degli organi di informazione. Sul sito si legge a chiare lettere la alquanto dubbia procedura di progetto e soprattutto che il sindaco si è presentato alla città con un falso plastico e dichiarato false altezze del manufatto (il sindaco ha dichiarato un’altezza del manufatto di m24,50 contro i 28,10m reali ed il plastico non rispecchia la vera orografia dei luoghi). Con i disegni ufficiali pubblicati sul sito web, nessun organo di stampa ha rilanciato la notizia in città. E questo è molto grave e soprattutto molto preoccupante per tutti i cittadini e per l’intera democrazia di una città.

Nella totale assenza di contrapposizione democratica, con il Sindaco che dichiara di essere al di fuori di ogni logica di partito “non sto né a destra né a sinistra né al centro, mi votano tutti perché sono De Luca”, la città di Salerno si avvia alla costruzione di un nuovo ecomostro sulla riva del mare. Dover preservare alle generazione future quel poco di bello che rimane è un concetto del tutto sconosciuto nella mente di questo “nuovo” condottiero. Ci rimane da sperare solo nell’estremo ravvedimento di questa città narcotizzata e in forze esterne che contrastino questa pazzia locale.

Blitz al Comune, dieci indagati

«Non vorrei che questa inchiesta sia una intimidazione per il Puc, il piano urbanistico» Mario De Biase reagisce all’avviso di garanzia convocando una conferenza stampa. Il sindaco banalizza le contestazioni che vengono mosse a lui e ai dirigenti del Comune, si rammarica perché il programma di interventi a Paradiso di Pastena era ormai pronto per partire, essendo arrivato il finanziamento del ministero, ma è soprattutto preoccupato per i funzionari: «Questa inchiesta rischia di essere un ulteriore freno. I dirigenti potrebbero chiedersi se vale la pena subire perquisizioni alle prime ore del mattino solo per fare il proprio lavoro. Spero nel senso di responsabilità dei magistrati: non intacchino l’autonomia dei politici cui spetta decidere il futuro della città». SERVIZI A PAGINA 32

Bufera giudiziaria sul comune di Salerno: dicei avvisi di garanzia sono stati notificati ieri mattina dai carabineiri del reparto operativo nell’ambito dell’inchiesta sulla realizzazione di 480 alloggi nella zona collinare di Paradiso di Pastena. Falso e truffa, questi i reati ipotizzati per i dieci indagati: il sindaco Mario De Biase, l’ex assessore all’urbanistica Fausto Martino, i funzioanri comunali Bianca De Robero e Lorenzo Criscuoli, i costruttori Pietro Postiglione, Gennaro Di Giacomo, Santi Furnari, Anna Alviggi, Domenico Russo e il notaio Giuseppe Monica. I provvedimenti sono stati firmati dal procuratore capo Luigi Apicella e dal pm Gabriella Nuzzi, titolare dell’indagine. I carabinieri hanno anche perquisito gli uffici delle società di costruzione e le abitazioni di alcuni indagati (Postiglione, Di Giacomo, Alviggi, Furnari, Russo, De Roberto, Criscuolo) e la sede dell’associazione Sud Europa al centro, secondo il pm, deglui affari tra politici, amministratori comunali e costruttori. Il sindaco, in una conferenza stamha dichiarato di «essere assolutamente sereno in merito ai provvedimenti assunti».

De Biase: questa sembra un’intimidazione

FULVIO SCARLATA

«Ho ricevuto un avviso di garanzia ma non vedo nulla di rilevante. Di certo, però, i dirigenti sono stati colpiti da questo provvedimento. Non vorrei che questa inchiesta fosse una intimidazione per il Puc, il piano urbanistico, altrimenti la politica dovrebbe arrendersi alla stagnazione». Mario De Biase affronta il ciclone giudiziario che invece Palazzo di Città, in prima persona. Alla improvvisata conferenza stampa convocata ieri al secondo piano del Comune, vuole sia presente l’intera Giunta e i consiglieri di maggioranza disponibili. Attorniato da Franco Picarone, Marco Petillo, Lello Ciccone, Mimmo De Maio, Nino Savastano, Ambrogio Ietto, Ermanno Guerra, Carmine Mastalia, il sindaco smonta le accuse, rileva incongruità, interpreta come un segnale di ostilità «le perquisizioni alle 6 del mattino a casa dei funzionari alla ricerca di documenti pubblici che comunque sono al Comune». La difesa di Mario De Biase parte da un dato: avvisi di garanzia e perquisizioni hanno colpito solo costruttori, politici e dirigenti comunali salernitani. «Ma questo programma per la costruzione di alloggi destinati alle forze dell’ordine - dice - nasce e finisce a Roma. È il ministero delle Infrastrutture ad aver proposto l’opera e ad aver esercitato il controllo finale. In Comune ha solo adottato una variante al vecchio piano regolatore e partecipato ad un paio di conferenze di servizi con la Regione che ha poi approvato la variante». Dunque, lascia implicitamente intendere il sindaco, sembra strano che nessuno al di fuori di Salerno si sia accorto di irregolarità e sia stato coinvolto dalla magistratura. L’amarezza, evidente ieri tra le stanze del Palazzo, nasce dal fatto che l’iter burocratico per la realizzazione degli alloggi era concluso. Qualche mese fa era arrivato da Roma il decreto di finanziamento, il Comune si accingeva a incassare gli oneri di urbanizzazione con cui intervenire con una nuova strada per superare la strozzatura oggi esistente in via Pietro del Pezzo, all’altezza della caserma del 46esimo Guide, mentre a giorni era prevista l’apertura del cantiere per la realizzazione delle palazzine. Nel Palazzo si era passati a consultare esperi botanici per decidere quali specie arboree piantare, come rinaturalizzare il torrente e quali essenze privilegiare, mentre Amministrazione e maggioranza potevano sbandierare l’avvio della costruzione di 480 in una città dove non c’è un nuovo palazzo da decenni. «C’è grande rammarico - continua De Biase - Speriamo che la magistratura accerti in tempi rapidissimi eventuali discrasie ma non blocchi lo sviluppo della città. Questo programma integrato è una delle opere più significative dell’attività amministrativa di questi anni. Fra le altre cose ci contestano la rapidità delle procedure: sono passati tanti anni ed ancora non sono aperti i cantieri. Se questa è rapidità...Abbiamo fiducia nella magistratura ma speriamo anche in un atto di responsabilità dei giudici che non devono intaccare l’autonomia delle forze politiche a cui spetta decidere il futuro della città». Il sindaco teme l’effetto a cascata che gli avvisi di garanzia potrebbero avere, spingendo funzionari e dirigenti del Comune a rallentare i provvedimenti amministrativi. «Un freno in più - dice De Biase - tra i tanti, troppi freni che abbiamo in Italia e in particolare a Salerno, dove solo i treni non hanno freni. Io e la Giunta non vogliamo fermarci. I nostri funzionari e dirigenti hanno piena autonomia amministrativa, la nostra stima e il plauso vanno a Bianca De Roberto e Lorenzo Criscuolo per il loro quotidiano lavoro indefesso che va oltre il dovuto come è evidente da orari e mole di documentazione prodotta». Finisce la conferenza stampa. Tutti vanno via, anche Mario De Biase dopo un po’ abbandona il Palazzo parlando dell’accaduto e commentando il coinvolgimento dell’associazione «Sud Europa» di Vincenzo De Luca si lascia sfuggire: «Tutto sembra un’operazione capziosa anche per mettere mano ai registri di questa associazione. È da inchiesta giudiziaria leninista arrivare e chiedere: chi ne fa parte? Meno male che io non mi sono mai iscritto».

Una storia di esposti, querele e di parametri non rispettati

È una storia di esposti, querele, consulenze, decisioni del consiglio comunale e parametri non rispettati, quella che riguarda l’intervento edilizio in Paradiso di Pastena per la realizzazione di 480 alloggi che è all’origine dell’inchiesta della magistratura. Una vicenda che comincia quasi quindici anni fa. Anno 1991: viene varata una legge che prevede all’«articolo 18», programmi straordinari di edilizia residenziale da destinare a dipendenti dello Stato impegnati nella lotta alla criminalità. Un anno dopo arrivano al ministero dei Lavori pubblici due proposte dalla società salernitana «Acacia» di Gerardo Satriano per un intervento a Salerno e uno a Pozzuoli da rilocalizzare poi a Salerno. La proposta non supera il bando di selezione per mancanza di titoli, scatta un ricorso al Tar che nel 1993 annulla la bocciatura per un vizio di forma. Poi tutto si blocca. Il progetto viene improvvisamente ripreso alla fine del 2002 quando nascono due società la «Consortile Irno» di Gennaro Di Giacomo e la «Corepro» di Pietro Postiglione. In entrambe entra la «Acacia» con l’1% del capitale sociale. Da questo momento il programma di intervento vola. Nel febbraio 2003 l’Ufficio di Piano di Salerno rileva che ci sono 7 proposte di intervento ex «articolo 18», dopo un mese lo stesso ufficio rileva che le integrazioni richieste sono state fornite solo dalla Consortile Irno e dalla Corepro, entrambe per costruire a Paradiso di Pastena. La richiesta di intervento, con nota di «interessamento» da parte della Giunta comunale, viene inviata al Ministero. A fine marzo arriva il nulla osta della Prefettura, poi due conferenze di servizio, infine l’accordo di programma tra Regione, Comune e le società Acacia-Consortile Irno e Acacia-Corepro. Si prevede un «programma A» per la realizzazione di «154 alloggi per 55mila metri cubi più 16mila metri cubi non residenziali da destinare ad attrezzature commerciali, attività direzionali, opere di urbanizzazione primarie e secondarie» con tre milioni di euro di finanziamento pubblico per gli interventi di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata e agevolata e 10 milioni di finanziamento privato. E un «programma B» per 296 alloggi, 105mila metri cubi più 31mila metri cubi di standard, con finanziamento pubblico da 8 milioni di euro più 18 milioni di intervento privato. Tutto firmato il 15 maggio 2003. Il giorno dopo il consiglio comunale approva la convenzione. Il 17 parte la prima osservazione di Antonio Pierro al Ministero e alla Procura della Repubblica. Le osservazioni sulle «gravi irregolarità» nell’intervento a Paradiso di Pastena del consigliere comunale di Forza Italia provocano la reazione del sindaco che querela Pierro. Il procedimento finisce al pm Michelangelo Russo che chiede una consulenza tecnica. Il collegio formato da Antonio Ruggiero e Raimondo Russo presenta la relazione nel dicembre 2003. Nelle conclusioni si legge: «Esaminata la documentazione e effettuati gli accertamenti diciamo che un quadro sintetico non è sufficiente per inquadrare adeguatamente le consumate violazioni che si sono verificate lungo l’iter amministrativo cui è stata sottoposta la pratica. Sintetizzando i punti più importanti. 1) La Acacia non poteva essere ammessa alla seconda fase del confronto pubblico concorrenziale del 1992 perché non in possesso dei requisiti tecnico-economici richiesti dal bando di gara, come stabilito dalle commissioni ministeriali. 2) Il Tar del Lazio annullò la decisione contro la Acacia per vizi di forma. 3) La Acacia nel 1993 non possedeva la disponibilità dei suoli necessari per la realizzazione degli interventi in Pozzuoli. Lo stesso dicasi per il 2003, anno di ripresa dell’iter della pratica, nei riguardi della Acacia, nel frattempo associatasi con la Consortile Irno e la Corepro. 4) Il programma di insediamento residenziale ubicato a Pozzuoli non poteva essere rilocalizzato a Salerno». Da questa relazione è nata l’inchiesta del pm Gabriella Nuzzi e del procuratore capo Luigi Apicella (nella foto). f.s.

LA REAZIONE DELL’EX ASSESSORE ALL’URBANISTICA

Martino: bene il risveglio della magistratura

«Mario De Biase parla di inchiesta intimidatoria? Ormai è come Berlusconi con i giudici cattivi e i politici buoni. C’è un berlusconismo galoppante con una sinistra che non riconosco più, penso che è sempre la solita destra travestita da sinistra. Io sono contento di questo risveglio della magistratura anche se sono stato coinvolto personalmente». È un Fausto Martino tranquillo, quello che affronta la vicenda giudiziaria in cui si ritrova coinvolto dopo l’avviso di garanzia che anche lui ha ricevuto ieri mattina. Ricostruisce la vicenda dei 480 alloggi a Paradiso di Pastena, si lascia andare a qualche battuta e non tralascia spunti polemici. Nessun problema per questo avviso di garanzia? «La mia tranquillità non è ostentata ma reale, a differenza di qualcun altro. Capisco che c’è sconcerto per un fatto che non accadeva da anni ma è fisiologico che possa arrivare una informazione di garanzia quando si approvano provvedimenti così complessi. Fra l’altro penso che il provvedimento del pm sia dettato solo dalla necessità di effettuare le perquisizioni domiciliari e sequestrare i documenti». E lei ha subito la visita dei carabinieri a casa? «No, è quasi una diminutio. In realtà, per come emerge dalle carte, la mia posizione è diversa, sfumata. Mi si imputa di non aver esercitato il controllo sugli atti dei dirigenti. Però ho qualche dubbio che dopo la Bassanini un amministratore pubblico debba controllare gli atti dei dirigenti. In realtà ai politici spettano solo compiti di indirizzo». Sul merito, ritiene che ci siano state irregolarità in questa che è stata la prima delle varianti approvate durante l’Amministrazione De Biase? «Non so. Quando mi venne illustrata i dirigenti mi dissero che era in linea con il redigendo piano regolatore, anche se oggi non mi fido più di nessuno. Di certo erano rispettati i parametri della perequazione tanto che la presentai al consiglio comunale come un test per tutto il Prg su questo aspetto così complesso, con il Comune che in questo intervento recuperava vaste aree da destinare a standard, tra verde e parcheggi. Una variante del tutto differente da quella successiva delle Mcm, che ho osteggiato anche all’esterno del Comune, in cui gli indici di edificazione sono stati raddoppiati rispetto a quelli previsti dal Prg. Se poi dietro l’intervento per l’articolo 18 ci siano state donazioni, dichiarazioni false dei proponenti sulle proprietà dei terreni o sui posti nella graduatoria del ministero, se insomma ci sono stati imbrogli a me non risulta e la magistratura fa bene ad indagare. Io do la mia totale disponibilità a collaborare con i giudici». E se poi vengono fuori fatti penalmente rilevanti? «Sono il primo a pensare che è un bene. Anzi personalmente sono contento di questo risveglio della magistratura, anche se vi sono coinvolto personalmente, il che mi spiace per tutto il clamore che si crea intorno, dalle foto ai media. Soprattutto perché io, a differenza di altri, non avevo messo in conto un avviso di garanzia». f.s.

IL RETROSCENA

Gli omissis nei documenti del Comune

Era disponibile, il sindaco, ieri. Tanto che Mario De Biase ha messo a disposizione il plico dell’avviso di garanzia perché fosse distribuito ai giornalisti. Nella copia poi effettivamente consegnata tuttavia erano sparite delle pagine. Gli omissis tendevano a salvaguardare la posizione di Bianca De Roberto e l’associazione Sud Europa di Vincenzo De Luca. Il capo del settore Urbanistica infatti al capo E viene accusata di aver «falsamento attestato nel rapporto dell’11 marzo 2003 indirizzato al presidente della commissione urbanistica, che non vi era stato riscontro alle richieste di integrazioni dell’ufficio per le istanze di interventi secondo l’articolo 18, se non per la Consortile Irno e la Corepro anche se le due società non avevano né la proprietà né la disponibilità delle aree interessate». Viene poi contestato a De Biase e Martino di aver dato credito, senza controlli, all’attestazione della De Roberto.

I Ds: piena solidarietà al compagno Mario

«Riconfermo al compagno Mario De Biase e alla intera Amministrazione comunale la piena solidarietà e il più convinto sostegno dei Democratici di Sinistra». Alfredo D’Attorre prende posizione sulla vicenda degli avvisi di garanzia per l’intervento edilizio a Paradiso di Pastena. «Auspico che la magistratura inquirente, al cui lavoro ci rimettiamo con serenità e fiducia, possa chiarire nei tempi più rapidi la vicenda per la quale è stata inviata una informazione di garanzia al sindaco. Nel contempo esprimo l’assoluta convinzione nella correttezza personale e amministrativa del compagno Mario De Biase».

Cemento e affari, il Palazzo sotto assedio

ANTONIO MANZO

Dieci avvisi di garanzia, otto perquisizioni domiciliari, decreto di sequestro per migliaia di metri quadrati di terreno nelle zone collinari di Torrione-Pastena. Poi, per l’intera mattinata, perquisizione negli uffici urbanistica e lavori pubblici del Comune oltre che nella sede di una associazione politico-culturale che, secondo l’accusa della Procura, è al centro dei legami tra gli amministratori comunali ed i costruttori indagati nell’affaire della costruzione di 480 alloggi edilizia di residenziale. È il bilancio del blitz dei carabinieri del reparto operativo nell’ambito dell’inchiesta della procura della Repubblica condotta dal procuratore capo della Repubblica Luigi Apicella e dal pm Gabriella Nuzzi. Tutto comincia ieri mattina, intorno alle sette quando all’ingresso principale del Comune arrivano, con auto civili, gli ufficiali del reparto operativo dei carabinieri. Sono il comandante del reparto operativo, ten.col.Cannone, il comandante del nucleo operativo, maggiore De Maio e i tenenti Gallo e Virgillo. Negli stessi minuti, altri carabinieri stanno eseguendo una serie di perqusizioni: a casa dei costruttori Pietro Postiglione, Gennaro Di Giacomo, Santi Furnai, Anna Alviggi, Domenico Russo e presso le abitazioni dei funzionari del Comune Bianca De Roberto e Lorenzo Criscuolo. Quei signori con giacca e cravatta, intabarrati in giacconi e cappotti, sembrano dei distinti funzionari in attesa di colleghi dipendenti comunali o di qualche assessore. Ma è troppo presto per avere i politici. Agli uscieri che chiedono chi fossero, i quattro ufficiali sussurrano appena delle parole affidandosi alla sommarietà di una risposta: «Stiamo aspettando delle persone...». Aspettano il sindaco e due funzionari del Comune, ma soprattutto Bianca De Roberto e Lorenzo Criscuolo che dovranno condurli nei rispettivi uffici - urbanistica e lavori pubblici - per eseguire le perquisizioni ordinate dalla procura della Repubblica. Tutto avviene con il massimo del fair-play e della discrezione: da una parte i carabinieri con le richieste della documentazione da sequestrare, dall’altra i funzionari pronti a garantire tutte le carte. Scatta così il blitz dei carabinieri a palazzo di città nell’ambito delle indagini a sui programmi integrati di edilizia residenziale pubblica, più nota come l’inchiesta sui 480 alloggi nelle zone collinari di Torrione. Edilizia residenziale pubblica, solo case per poliziotti e carabinieri? No, replica, il pm Gabriella Nuzzi, «solo un utile, efficace espediente per conseguire, con procedure semplificate e d’urgenza, in maniera fraudolenta varianti al piano regolatore generale» da parte del gruppo imprenditoriale Postiglione-Furnari-Di Giacomo-Russo. Una operazione urbanistica, secondo il pm, volta a «simulare la natura pubblica degli interventi» coseguendo «in maniera fraudolenta finanziamenti pubblici». Cioè realizzare, con la variante di piano, superato il vincolo degli standard urbanistici (delibera 71 dell’87), 256 alloggi per il libero mercato, 92 alloggi per le forze dell’ordine e 126 per edilizia convenzionata (cooperative e imprese). In pratica, con un investimento largamente maggioritario a favore degli imprenditori privati. Per raggiungere questo obiettivo, l’accusa della Procura intercetta la «fittizia costituzione» delle società consortili Co.Re.Pro. e Consortile Irno riconducibili all’unico gruppo imprenditoriale Postiglione-Furnari-Di Giacomo-Russo. È il gruppo che acquisisce un programma integrato di edilizia residenziale pubblica del febbraio ’92 proposto dalla cooperativa Acacia, con sede in Salerno, inglobata successivamente nella Co.Re.Pro e nella Consortile Irno. L’Acacia avrebbe dovuto realizzare, secondo l’articolo 18 della legge edilizia convenzionata, alloggi a Salerno, Battipaglia e Pozzuoli. Ma è solo la società apripista per i finanziamenti, secondo l’accusa dei pm. È a distanza di dieci anni, nel 2003, che i programmi vengono approvati e finanziati con circa 13 milioni di euro in favore dello stesso gruppo imrpenditoriale. E nei programma entrano anche gli interventi previsti per Pozzuoli, agli inizi degli anni Novanta «ricollocati» su Salerno, illegittimamente secondo l’accusa ma con procedure del tutto lineare secondo l’amministrazione comunale. È il programma del ’92 della cooperativa Acacia e di altri due soggetti imprenditoriali, società costruzioni Gerardo Satriano e impresa Milara (Pietro Postiglione). Da qui partono le nuove società consortili con «opzioni di acquisto di proprietà delle aree in realtà mai avvenute» e con la partecipazione di parti riconducibili a gruppi familiari: le società Gexim e Flavia dei coniugi Santi Furnari e Anna Alviggi; la società Milara del gruppo familiare Postiglione/D’Alessio.

Pierro e Celano: ora indagare sul Puc

FULVIO SCARLATA

Sono entusiasti, Antonio Pierro e Roberto Celano. Ieri gli avvisi di garanzia sulla vicenda degli alloggi ex articolo 18 di Paradiso di Pastena sembrano aver dato finalmente un senso alle denunce presentate a ripetizione dai due consiglieri dell’opposizione. Osteggiati, logicamente, dall’Amministrazione e dalla maggioranza, fino alla querela per diffamazione da parte del sindaco, isolati, e questo è più strano, nella minoranza e per Pierro perfino all’interno dello stesso gruppo di Forza Italia. Ieri i due hanno chiesto alla magistratura «di andare avanti. Non vogliamo fare sciacallaggio ma i giudici devono essere liberi di indagare e fare chiarezza su altre questioni». Modi fin troppo teatrali, quelli di Antonio Pierro, campione nell’acquisire ogni tipo di documentazione e a porre questioni che, con il tempo, assumono più rilievo. Toni politicamente più corretti per Roberto Celano, An, più attento alle questioni economiche e ai giochi di prestigio che si possono fare con numeri e bilanci. Sono loro ad aver dato inizio alla indagine della magistratura sul programma integrato a Paradiso di Pastena. Per primo tocca ad Antonio Pierro, il 17 maggio 2003, il giorno dopo l’approvazione dell’intervento edilizio del consiglio comunale, inviare un esposto al ministero per le Infrastrutture e alla Procura della Repubblica rilevando «le circostanze (cambio di localizzazione originaria, indisponibilità delle aree, aumento del numero degli alloggi rispetto a quanto indicato nelle schede Cer, mancato finanziamento) che meritano l’attenzione della vostra autorità». L’intervento dell’esponente di Forza Italia in consiglio comunale era stato così violento da provocare la reazione di Mario De Biase che querela il consigliere forzista. Una inchiesta, quest’ultima, affidata al pm Michelangelo Russo che chiede una consulenza tecnica la cui relazione viene depositata il 12 luglio 2004. Per un anno non accade nulla per cui Pierro e Celano, nel maggio scorso, inviano una nota al ministero per le Infrastrutture e a quello della Giustizia. Segue un esposto al Csm in cui si lamenta la passività della magistratura nonostante molte denunce che arrivano dagli stessi partiti della maggioranza, infine un altro esposto a settembre ai ministeri e di nuovo al Csm. L’inchiesta riparte, ieri i primi avvisi di garanzia. «Non avevo dubbi sul lavoro della magistratura - dice Antonio Pierro - Ritengo di avere svolto il mio ruolo di controllo con coscienza. Continuerò senza esitazione denunciando quanto c’è di illegittimo e illegale negli atti dell’Amministrazione. Ora spero che i magistrati indaghino anche sul piano regolatore». «La quantità di violazioni che si sono accumulate in questo atto sono incredibili - dice Roberto Celano - La magistratura dovrebbe intervenire con più continuità anche perché molte denunce arrivano dai banchi della maggioranza».

De Roberto, Criscuoli, costruttori e un notaio

Dai falsi ideologici e materiali, alla truffa aggravata in danno dello Stato, del Comune di Salerno e della Regione Campania: è questa la gamma dei reati contestati ai dieci indagati nell’inchiesta sui 480 alloggi di edilizia residenziale pubblica. Per Pietro Postiglione, in qualità di socio ed amministratore della Milara e presidente della Belvedere Srl; Gennaro Di Giacomo, presidente della società Ambra e amministratore della Consortile Irno; Domenico Russo, nelal qualità di amministratore dell’Acacia; Sante Fornari, amministartore delle società Flavia e Gexim; Anna Alviggi, socia della Gexim e moglie di Furnari, accusa di falso dei privati in atti pubblici; avrebbero presentato «falsi atti ed elaborati progettuali inerenti due progranmni integrati di edilizia residenziale individuati come schede di prefattibilità (154 alloggi a Salerno e 260 alloggi a Pozzuoli, poi ricollocati a Salerno); inoltre, alla data di presentazione delle istanze (febbraio 2003) le società consortili «non avevano conseguito alcuna effettiva titolarità delle aree interessate dall’intervento». Per gli stessi imputati, più Anna Alviggi, è scattata l’accusa di falso relativamente agli atti presentati che attestavano la disponibilità delle aree. Il sindaco Mario De Biase, l’ex assessore Fausto Martino, Bianca De Roberto, direttore del settore urbanistica del Comune, Lorenzo Criscuolo, direttore delle opere pubbliche, rispondono di falso materiale e ideologico: l’accusa è relativa all’approvazione delle delibera di giunta del 9 aprile 2003 «avendo approvato una delibera fondata, secondo l’accusa, su falsi presupposti forniti dai funzionari e senza accertamenti istruttori». Sempre per De Biase, Martino, Criscuolo e De Roberto c’è l’accusa di falsità materiale ed ideologica per la partecipazione alle conferenze di servizio ed alla sottoscrizione degli accordi di programma presentati dai costruttori. Per il notaio Giuseppe Monica è scattata l’accusa di falso materiale e ideologico, in concorso con i privati; avrebbe attestato falsamente l’acquisto delle aree acquisite dalle società dei costruttori interessate all’intervento di edilizia resindeziale pubblica. Per il sindaco De Biase, i funzionari Bianca De Roberto, Lorenzo Criscuolo, i costruttori Postiglione, Di Giacomo, Russo, Furnari, accusa di truffa aggravata in danno del comune di Salerno e della Regione Campania «per aver indotto in errore i due enti con l’approvazione delle procedure semplificate degli accordi di programma e per aver procurato ingiusto vantaggio» al gruppo dei costruttori. Per gli stessi imputati c’è l’accusa di truffa aggravata in danno dello Stato per il conseguimento di erogazioni pubbliche.

Decine di faldoni per le indagini

Fino a ieri sera, a tarda ora, negli uffici del reparto operativo dei carabineiri sono stati sistamti e catalogati tutti i documenti acquisiti nel corso delle perquisizioni effettuati presso le società Co.Re.Pro., Belvedere e Gexim (via Pietro del Pezzo, 64), alla Consortile Irno (via Pietro del Pezzo, 52), all’Acacia, via San Leonardo, 315 e all’associazione Sud Europa. I carabinieri hanno acquisito anche documentazione contenuta in floppy disk e computer delle società coinvolte nelle inchieste. Di qui la necessità per gli investigatori di sistemare le carte, «leggere» i documenti informatici e catalogarli. La Procura intende anche ricostruire le situazioni patrimoniali e finanziarie delle società di costruzione

IL RETROSCENA

Via Testa, carabinieri alla sede di Sud Europa

Il pm: è luogo significativo del legame privati-politici. Il ruolo di Postiglione

È un affare edilizio con «illeciti interessi politico-economici sottesi alle iniziative edificatorie»: è questa una delle considerazioni che stanno nel fondamento accusatorio dell’inchiesta firmata dal procuratore capo Luigi Apicella e dal sostituto procuratore Gabriella Nuzzi. Ma è a pagina cinquantacinque del decreto di perquisizone che i pm specificano il luogo ove questi interessi politico-imprenditoriali si combinerebbero. «Significativa dei legami esistenti tra i privati e i pubblici amministratori è da ritenersi l’esistenza di una associazione denominata «Sud Europa», con sede a Salerno alla via Michelangelo Testa, numero 8, i cui soci, accanto all’imprenditore edile Pietro Postiglione, sono soggetti che ricoprono o hanno ricoperto importanti cariche istituzionali all’interno del Comune di Salerno o svolto attività professionali per conto dell’ente». Fin qui la considerazione, poi l’ordine di perquisizione proprio all’associazione che fu varata dal parlamentare ds Vicnenzo De Luca, ex sindaco, e tuttora il principale animatore di un club politico-culturale che raduna decine di professionisti della città e della provincia di Salerno. Nell’elenco delle società da perquisire spunta anche il nome dell’associazione «Sud Europa». In pratica, la Procura ritiene che attraverso l’associazione Sud Europa si sarebbero formati «rapporti tra soci e amministratori dell’associazione oltre che tra dirigenti e funzionari degli uffici comunali o consulenti del Comune». L’associazione Sud Europa ha firmato negli ultimi anni significativi momenti di confronto pubblico sui temi dello sviluppo cittadino, con la partecipazione di economisti, esponenti politici ed istituzionali di rilievo. Recentemente, l’associazione ha promosso anche un organo di informazione legato allo sviluppo dei quartieri cittadini. an.ma.

Bohigas rimette mano al piano regolatore

di Fulvio Scarlata

Tutto nelle mani di Bohigas. Di nuovo. Complice la nuova legge regionale, ma anche le discussioni in commissione urbanistica e le varianti, quelle già decise e quella ancora da completare, le carte tornano a Barcellona per un ridisegno complessivo della città. Lo ha deciso la Giunta precisando: «L’attività professionale non comporta spesa in quanto svolta d’ufficio sotto la guida di Bohigas la cui attività risulta ricompresa nella convenzione del 1995».

La delibera è passata con il voto all’unanimità di tutti gli assessori. Partendo dalla nuova legge urbanistica approvata dalla Regione alla fine dello scorso anno e tenendo presente tutti gli interventi che si sono moltiplicati da quando Oriol Bohigas consegnò la stesura definitiva del piano regolatore nell’ormai lontano 30 aprile 2003, l’Amministrazione De Biase riconsegna le carte all’architetto catalano e all’ufficio di Piano per rimodulare il Puc (così si chiamerà il Prg) «non solo rispetto alla nuova normativa - è scritto nella delibera - ma anche viste le osservazioni della commissione urbanistica e l’elenco dei provvedimenti di natura urbanistica approvati o in corso di approvazione». A Bohigas toccherà dunque adeguare i disegni «con elaborati grafici e descrittivi in ottemperanza della nuova legge», cioé bisognerà perimetrare di insediamenti abusivi più importanti, per esempio quelli di Giovi, «perimetrare i comparti continui e discontinui e relativi strumenti di attuazione» e la valutazione ambientale dei piani.

Ma soprattutto dovrà integrare il Puc con tutte le varianti che sono state approvate in questi anni, dall’edilizia sovvenzionata a Mariconda e Cappelle ai programmi integrati per le Mcm, la Salid, i Fonditori salernitani, la Gds di via Della Monica, l’albergo Alifin, il Play Garden, fino alla piazza di Giovi e alla nuova strada di Ogliara. Anzi sul fronte dei piani integrati l’indicazione dell’Amministrazione è a prendere in considerazione anche le varianti ancora non approvate dal consiglio comunale, in particolare quella per la fabbrica Marzotto, per il pastificio Amato, per le fonderie Pisano e per l’ex Enpas.

«È vero che le varianti approvate erano anticipazione del Prg e dunque già previste - spiega l’assessore all’Urbanistica Mimmo De Maio - ma adesso ci sono anche gli indici. Il Piano aveva individuato gli ambiti per i programmi attuativi che ora si sono conclusi e dunque il Piano può essere più preciso. E anche gli ultimi quattro interventi, non ancora votati, sono compatibili con il Piano. Con questa delibera abbiamo inoltre valorizzato il lavoro della commissione urbanistica che dovrebbe essere recepito dal Puc con tutti i suggerimenti. Per esempio verificare se servano 30mila metri quadrati per costruire una casa colonica, visto che per la legge regionale ne bastano poco più della metà».

La Giunta Comunale ha anche deciso all’unanimità di arrivare alla pubblicazione del Programma urbanistico comunale entro giugno 2005. Dopo la pubblicazione, il Puc diventerà per sessanta giorni oggetto di osservazioni e pareri da parte dei cittadini oltre che del consiglio comunale e delle forze sociali, economiche, culturali ed imprenditoriali. A quel punto il documento dovrà essere adottata dal consiglio comunale per poi esser trasmesso alla Provincia per il parere di conformità alle norme vigenti che l'ente dovrà rilasciare entro 90 giorni. «Con questa delibera - dice Mario De Biase - compiamo un decisivo passo verso la definitiva approvazione del Programma Urbanistico Comunale la fine di questa consiliatura. Nonostante la nuova normativa regionale assegni competenza esclusiva alla Giunta per la pubblicazione del Puc, abbiamo anche deciso di tener conto del prezioso lavoro svolto dalla commissione urbanistica e di coinvolgere i consiglieri comunali per assicurare la massima partecipazione alla procedura di approvazione del nuovo strumento urbanistico. Ancora una volta il Comune si conferma all'avanguardia in materia urbanistica e si propone al Presidente della Regione Antonio Bassolino ed all'assessore regionale all'Urbanistica Marco Di Lello come laboratorio urbanistico per la nuova normativa regionale che proprio nella nostra città trova per la prima volta concreta attuazione».

il Mattino, 1 dicembre 2004

“Con due grandi torri cambio il volto alla città”

Intervista di Carla Barbieri al Sindaco De Biase

Alla città che governa vuol «cambiare lo skyline»: un palazzo alto quaranta piani lì dov’è oggi il Jolly e possibilmente una seconda torre svettante sul porto, due ”twin towers” in salsa salernitana che nel profilo-immagine prendano «il posto del castello d’Arechi». Al partito dei Ds di cui è uomo-immagine e leader alter ego con Vincenzo De Luca, vuol rifare il look in vista delle elezioni regionali, una rivoluzione politica parallela a quella urbanistica, in cui si spinge a minacciare «il congelamento del congresso provinciale» se non sarà dato più spazio e maggior peso «a Salerno e alla sua classe dirigente». Sfoggia gran dinamismo su più fronti, Mario De Biase. Al punto di svolta di una stagione amministrativa tribolata e con la prospettiva di una campagna elettorale che si apre alla Regione per chiudersi tra un anno e mezzo alla scadenza del suo mandato al Comune, il sindaco ci tiene a mostrare un profilo da primattore per se stesso e per la sua ”squadra” politica.

Cominciamo dall’urbanistica, sindaco. Si procede ancora a colpi di varianti? «Sulle varianti abbiamo trovato una condivisione politica. Il metodo è quello acquisito nell’ultimo consiglio: mentre si procede per il Prg, si procede anche per le trasformazioni reali con gli interventi privati di interesse pubblico. Eccoli, i progetti per cui l’istruttoria è completata, vuol vedere?

Vediamo. «Questo è il programma integrato per l’area dell’ex Marzotto. Qui è previsto un grande auditorium con un museo privato d’arte moderna. Purtroppo, i privati spesso mostrano di non riuscire a tenere il passo con la velocità dell’amministrazione comunale. C’è una guerra interna alla società proponente, storia di vecchie ruggini tra Pastore e Schiavo. Se si mettessero d’accordo, potremmo portare l’intervento già nel prossimo consiglio. Insieme con quello che riguarda il pastificio Amato. Eccolo: anche qui parcheggi interrati, case uffici e negozi, ma soprattutto la scuola nuova per il quartiere Mercatello».

Amato e Marzotto: le due varianti sollecitate da Vincenzo De Luca nell’ultima esternazione televisiva. Anche stavolta ha dettato lui l’agenda del Comune? «Semmai è il contrario. Lui assume notizie dal Comune per trovare materia di cui parlare il venerdì in tv. No, la verità è che mai come in questa fase c’è piena e totale sinergia con De Luca».

Ma non con la magistratura, che ha sequestrato gli atti delle ex Mcm. «Ben vengano i controlli, ma non possiamo farci interdire. Il guaio è se finiscono per farsi intimidire i funzionari che hanno la responsabilità dei procedimenti. Il rischio c’è. Ma l’importante è non bloccare i processi di sviluppo e trasformazione della città.

Il destino di libertà e diritti appare sempre più dipendente dal filo tenace che li lega a Internet, al mondo digitale e alle novità continue che esso propone, agli interessi che lì si manifestano, ai conflitti di potere che lì assumono dimensioni e senso davvero inediti. Si mescolano tecnologie della libertà e tecnologie del controllo, la frammentazione individualistica si accompagna con la creazione di nuovi legami sociali. La stessa distinzione tra mio e tuo sembra cedere alla condivisione di tutto quel che è accessibile in rete, e mette così in discussione i tradizionali fondamenti di una proprietà che a più d´uno sembra di nuovo un "furto", poiché la conoscenza si presenta come autonoma dal suo autore e assume le sembianze di un bene comune.

In questo mondo nuovo, in cui la meraviglia si mescola all´inquietudine, vacillano i riferimenti consueti e si pongono interrogativi radicali, che riguardano gli assetti complessivi delle nostre società. Quali poteri governano davvero il mondo e quale significato sta assumendo quella entità sbrigativamente definita come «il popolo della rete»? Molti sono i modi di entrare in queste realtà, e vale la pena di segnalarne qualcuno.

La morte della privacy è stata annunciata più volte. «La sola privacy che voi avete è nella vostra testa: e forse nemmeno lì» (così nel film Nemico pubblico, 1998). «Voi avete zero privacy: rassegnatevi» (Scott McNealy, amministratore delegato di Sun Microsystems, 1999). «Può la privacy sopravvivere nell´età del terrore?» (copertina di Business Week, novembre 2001). «La privacy? È una preoccupazione del vecchio mondo» (così, all´unisono, il profeta di Facebook, Marc Zuckerberg, e quello di Twitter, Evan Williams, 2010).

Malgrado questo stillicidio di annunci tanto perentori, la tutela dei dati personali, dunque del nostro «corpo elettronico», viene considerata come un diritto fondamentale della persona dal Trattato di Lisbona e dalla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, entrati in vigore il 1° dicembre dell´anno scorso. Siamo di fronte ad una logica costituzionale invecchiata, ad un pensiero giuridico che si balocca con illusioni del passato? Guardiamo, allora, ad uno dei fatti più clamorosi degli ultimi tempi, il rifiuto di Google di accettare la censura imposta dal governo cinese, che ha provocato un duro intervento di Hillary Clinton a difesa della libertà di espressione e della privacy di chi naviga su Internet. Così, non soltanto viene smentita la tesi dell´irrilevanza della privacy, ma il rapporto all´interno del cosiddetto G2, tra le due massime potenze, viene incrinato da un conflitto che ha le sue radici in due opposte visioni delle libertà delle persone.

Di colpo, sulla scena del mondo, i diritti fondamentali, sempre sacrificati agli imperativi della geopolitica e delle relazioni economiche, si presentano come un riferimento che non può essere spazzato via dal prevalere del realismo politico o dalle spocchiose dichiarazioni dei tecnologi. E tutto questo avviene non solo per un sussulto di consapevolezza del significato profondo dei diritti, ma per ragioni legate proprio alla specificità di Internet. Hillary Clinton era ben consapevole di che cosa significhi oggi incontrare il popolo della rete, diffuso al di là di ogni confine. A questa opinione pubblica mondiale, gelosa delle opportunità che la tecnologia continuamente le offre, ha presentato gli Stati Uniti come il campione di una libertà non più soltanto «americana» o «occidentale» (e per ciò sempre accompagnata dal sospetto di una pretesa egemonica di una cultura sulle altre), ma che è percepita come universale per il solo fatto che così la vivono ormai due miliardi di persone. Nel tempo della (presunta) fine delle ideologie e del tramonto di ogni grande «narrazione», proprio i diritti fondamentali si palesano come una narrazione capace di rivelare la radice comune della protesta degli studenti iraniani, del rifiuto della censura degli utenti cinesi di Internet, della lotta delle donne africane contro le sopraffazioni.

Ma, con il suo intervento, Hillary Clinton ha messo a nudo anche i reali rapporti di potere che innervano il mondo di oggi. Google non è soltanto una delle strapotenti società multinazionali. È un potere a sé, superiore a quello di un´infinità di stati nazionali, con i quali negozia appunto da potenza a potenza. Per ciò ha bisogno di una legittimazione forte, sostanzialmente politica, che ha ottenuto proprio con il colpo di teatro del conflitto con la Cina, che la presenta al mondo come il campione dei diritti civili nei territori ai quali appartiene il futuro. Ma questa legittimazione forte non può essere lasciata a un soggetto economico, essere «privatizzata». Ecco, allora, che la parola del Segretario di Stato americano suona anche come la rivendicazione pubblica di un ruolo che la politica non può dismettere.

Nella natura di Google, infatti, non vi è soltanto l´elemento libertario che ha giustamente entusiasmato Timothy Garton Ash. Google è anche componente essenziale di quello che è stato giustamente definito «Big Data», con un palese richiamo a quel «Big Farma» con il quale si è voluto descrivere lo strapotere delle società farmaceutiche. Possono questi poteri rimanere del tutto fuori d´ogni controllo?

Questo interrogativo ha sempre inquietato il popolo della rete, che in ogni regola ha per lungo tempo visto un attentato alla sua libertà. Lo aveva proclamato orgogliosamente, nel 1998, la Dichiarazione d´Indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow: «Governi del mondo industriale, stanchi giganti di sangue e acciaio, non avete sovranità sul luogo dove ci riuniamo». Proprio la forza dei fatti ha smentito quella previsione. Sono i governi nazionali che insidiano Internet e la sua libertà, e dunque è venuto il tempo non di regole costrittive, ma dell´opposto, di garanzie costituzionali per le libertà in rete, di un Internet Bill of Rights. Hillary Clinton ha annunciato una iniziativa all´Onu proprio sulla libertà su Internet. Questa libertà, tuttavia, non vale solo contro l´invadenza degli Stati, ma si proietta anche verso i nuovi «signori dell´informazione» che, attraverso le gigantesche raccolte di dati, governano le nostre vite. Di fronte a tutto questo la parola «privacy» evoca non solo un bisogno d´intimità, ma sintetizza le libertà che ci appartengono nel mondo nuovo dove viviamo. E Google ci racconta questa compresenza di opportunità per la libertà e di potere sovrano senza controllo. Non un Giano bifronte, però, ma un intreccio che può essere sciolto solo da una iniziativa «costituzionale» che trovi proprio nella rete le sue modalità di costruzione.

In questo processo l´Unione europea può giocare un ruolo rilevante. Perché nella Carta dei diritti fondamentali ha precocemente colto la dimensione della libertà in rete attraverso il riconoscimento della protezione dei dati personali come autonomo diritto fondamentale. Ma soprattutto perché dovrebbe convincersi che può esercitare leadership politica proprio muovendo dal fatto che essa costituisce oggi la regione del mondo dov´è più elevata la garanzia dei diritti fondamentali. Con malinconia, invece, bisogna registrare l´uscita di scena dell´Italia, che pure per prima, quattro anni fa, aveva imboccato la strada ora indicata da Hillary Clinton, firmando documenti comuni con altri Stati e iscrivendo nell´agenda mondiale l´Internet Bill of Rights. Oggi da governo e maggioranza arrivano solo proposte censorie, che ci isolano e ci trascinano verso le logiche dei paesi autoritari.

Deflagra lo scandalo della Protezione civile e Silvio Berlusconi urla ai magistrati "Vergognatevi!" e, in fretta, corre a nascondersi per sette giorni tra le quinte. Si defila. Sta alla larga, muto come un pesce. Ben protetto, attende gli eventi e ora che il fondo "gelatinoso" – familistico, combriccolare, spregiudicato, avidissimo – è in piena luce, il premier avverte il pericolo, come un fiato caldo sul collo. Può scoppiargli tra le mani, quest’affare. Prova a uscire dall’angolo. Rinuncia a trasformare in un soggetto di diritto privato, in una società per azioni, le "funzioni strumentali" della Protezione civile. Abbandona la pretesa di garantire l’impunità amministrativa a chi la governa. Accantona l’idea di imporre al Parlamento un altro voto di fiducia. Si accorge che quei passi indietro non sono sufficienti. Non lo proteggono abbastanza da quel che si scorge nel pozzo nero dove si sono infilati molti dei suoi fedelissimi, addirittura il coordinatore amatissimo del suo partito. Si decide a una proposta che, fiorita sulla sua bocca, appare avventurosa: "Chi sbaglia e commette dei reati non può pretendere di restare in nessun movimento politico" (se non se stesso, quanti del suo inner circle dovrà escludere dal Palazzo?).

L’analisi

Al di là del messaggio promozionale che, vedrete, durerà il tempo della campagna elettorale, il premier si sente interrogato e coinvolto dallo scandalo. Finalmente, perché il modello del trauma e del miracolo, dell’emergenza risolta con un prodigio - non è altro che questo la Protezione civile - è il fondamento della "politica del fare", la strategia che glorifica una leadership politica che ha in Gianni Letta la guida burocratico-amministrativa e in Guido Bertolaso il pilota tecnocratico. Il destino dell’uno è avvinto alla sorte dell’altro, degli altri, come in un indistricato nodo gordiano perché il sistema della Protezione civile è il prototipo del potere che Berlusconi pretende e costruisce. E’ il dispositivo che anche pubblicamente Berlusconi invoca quando dice: "Per governare questo Paese ho bisogno dei poteri della Protezione civile".

La storia è nota, oramai. Il sovrano decide l’eccezione rimescolando l’emergenza con l’urgenza e infine l’urgenza con l’ordinarietà. Nel "vuoto di diritto", cade ogni regola. Si umilia la legge. Il governo può affermare l’assolutezza del suo comando. Lo affida alla potenza tecnologica della Protezione civile, libera di decidere - al di là di ogni uguaglianza di chances - progetti, contratti, direzione dei lavori, ordini, commesse, consulenze, assunzioni, forniture, controlli. La scena è ancora più vivace se si rileggono le parole del bardo televisivo del premier: "Piaccia o non piaccia, Berlusconi è l’uomo del fare. Sbuffa contro le lentezze di un sistema bicamerale perfetto e si rifugia nei decreti legge. Lamenta gli estenuanti dibattiti parlamentari e propone di far votare solo i capigruppo. Si sente imbrigliato nei vincoli costituzionali che il presidente della Repubblica (e ora anche quello della Camera) gli ricordano. Ma appena arriva un’emergenza rinasce. Perché rinasce? Perché emergenza chiama commissario e il commissario agisce per le vie brevi, saltando le procedure. Guido Bertolaso e Gianni Letta si ammazzano di lavoro, l’uno sul campo, l’altro nelle retrovie di Palazzo Chigi. Ma il commissario ideologico è il Cavaliere. … Quando va a L’Aquila, Berlusconi si siede con gli uomini della Protezione civile e guarda carte, rilievi, progetti. Niente doppie letture parlamentari in commissione e in aula, niente conferenze di servizi, niente rallentamenti burocratici, niente fondi virtuali" (Bruno Vespa, Panorama, settembre 2009).

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Adesso sappiamo che cosa si è mosso e ritualmente si muove dietro l’emergenza, sia essa il G8 alla Maddalena, i rifiuti di Napoli, il terremoto dell’Aquila o i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Berlusconi, "commissario ideologico", laboriosamente chino su "carte, rilievi e progetti" è un’immagine che bisogna ricordare. Racconta una presenza e una responsabilità. Spiega meglio di tante parole perché - ora che quel potere assoluto si scopre corrotto - lo scandalo della Protezione civile è lo scandalo di una leadership politica, il dissesto della "politica del fare", lo smascheramento della materia di cui è fatta, di un metodo, degli uomini che lo interpretano. Nel cerchio infimo della responsabilità troviamo gaglioffi che ridono di tragedie e lutti che presto diventeranno - soltanto per loro - fortuna e ricchezza; funzionari dello Stato che barattano i loro obblighi per i favori di una prostituta; giudici costituzionali in società con imprenditori malfamati; segretari generali di Palazzo Chigi che esigono prebende e benevolenze perché sanno di poterle pretendere (è a Palazzo Chigi, nella stanza di Gianni Letta, che tutto si decide e quindi…); un corteo di mogli, cognati, figli, fratelli - rumoroso e vorace come una nube di cavallette - in cerca di collocazione, incarichi, provvigioni, affari, magari soltanto uno stipendiuccio da incassare senza troppa fatica. Qualche malaccorto minimizza: non è una notizia che politici e amministratori si interessano di appalti. L’argomento dovrebbe chiudere il discorso, lasciare cadere in un canto che quegli appalti interessavano soltanto alcuni, sempre gli stessi, e non il mercato, non i migliori, non la pubblica utilità; far dimenticare che dove non ci sono regole, dove non soffia l’aria fresca dell’attenzione e della critica pubblica è inevitabile che "cresca come un fungo una corruzione senza colpa".

Una corruzione senza colpa è quel che si scorge a occhio nudo nello scandalo della "politica del fare", al di là di ogni indagine giudiziaria, come se le condotte di quegli uomini di Stato e civil servant e professionisti e imprenditori fossero necessitate, come se le loro azioni fossero, più che una libera decisione, "un adempiere, un ‘riempire’ tasselli già pronti". Costretti in un "sistema", come può esservi responsabilità e castigo? In qualche modo, è vero perché "di rado un individuo si rende colpevole da solo", ha scritto Joseph De Maistre.

Le ragioni di quelle responsabilità devono essere rintracciate in un cerchio più alto, allora, nella triarchìa (Berlusconi, Letta, Bertolaso) che ha voluto e creato un metodo, ne ha amministrato le condizioni e i risultati, ha lasciato un salvacondotto a quei comportamenti storti. E’ per questo che oggi Bertolaso e Letta devono mentire o dissimulare (non sapevamo, non siamo stati informati, siamo stati informati male) e Berlusconi deve lamentare che i suoi due collaboratori "sono stati ingannati". Bene. Ammettiamo che siano stati imbrogliati davvero e chiediamoci: Bertolaso e Letta hanno avuto la possibilità di non lasciarsi ingannare? Sono stati messi nella condizione di sapere e provvedere? Non dallo zibaldone delle intercettazioni, ma dalle stesse parole di Bertolaso si può trarre la conferma di una consapevolezza delle manovre smorte e della necessità di non punire per salvaguardare il "sistema".

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Dice Bertolaso: "A un certo punto, ho scoperto che alla Maddalena dei lavori, che avevamo previsto costassero 300 milioni di euro, stavano per essere appaltati a 600. Incaricato della pratica era un certo De Santis. Io ho capito che qualcosa non tornava. Ho allontanato De Santis" (il Giornale, 14 febbraio).

Dunque, salta fuori che l’ingegnere Fabio De Santis, "soggetto attuatore" dei progetti del G8 - Bertolaso finge di non sapere chi è, anche se lo ha scelto direttamente - potrebbe essere disonesto. Lo sostituisce. Non segnala a nessuno il suo sospetto o le sue certezze nemmeno quando Fabio De Santis, pur privo delle qualifiche idonee (non è un direttore generale), è nominato provveditore alle opere pubbliche in Toscana e Umbria, dove diventerà il perno di un "sottosistema" che ha il cardine politico nel coordinatore del Partito delle Libertà, Denis Verdini, e l’asse imprenditoriale in Riccardo Fusi della Baldassini-Tognozzi-Pontello. A livello locale, si riproduce un triangolo speculare e simmetrico a quel che governa lassù in alto, a Roma. Bertolaso sa di non poter denunciare quel "certo De Santis" perché il sistema che sostiene la strategia dell’emergenza e il "fare" è oligarchico, protetto, "chiuso". Egli ne è parte costituente e perno essenziale. Sa del familismo di un altro "soggetto attuatore", Angelo Balducci, ma come denunciarlo se egli stesso, il gran capo della Protezione civile, il leader tecnocratico del "fare" berlusconiano, chiama al lavoro, dovunque operi, il cognato? Bertolaso sa dove si trova, sa qual è il suo mestiere e la sua parte in commedia, è consapevole di quali fili che non deve toccare, delle richieste che deve soddisfare.

Ancora un esempio, per comprendere meglio. E’ tratto non dai brogliacci dei carabinieri, ma dal lavoro giornalistico. Si sa chi è Gianpaolo Tarantini. E’il ruffiano che ingaggia prostitute per addolcire le notti di Silvio Berlusconi. Si sa che Tarantini vuole lucrare da quella attività affari e ricchezza. Chiede al capo di governo di incontrare Bertolaso. Gli vuole presentare un suo socio o protetto, Enrico Intini, desideroso di entrare nella short list della Protezione civile. Berlusconi organizza il contatto. Bertolaso discute con Intini e Tarantini. Quando la storia diventa pubblica, Bertolaso dirà: "La Protezione civile non ha mai ordinato né a Intini né a Tarantini l’acquisto di una matita, di un cerotto o di un estintore". E’ accaduto, per Intini, di meglio. Peccato che Bertolaso non abbia mai avuto l’occasione di ricordarlo. L’impresa di Intini ha vinto "la gara per il nuovo Palazzo del cinema di Venezia, messa a punto dal Dipartimento guidato da Angelo Balducci, appalto da 61,3 milioni di euro". Scrive il Sole 24 ore: "La gara ha superato indenne i ricorsi delle imprese escluse e dell’Oice (organizzazioni di ingegneria) in virtù delle deroghe previste per la Protezione civile". Anche per Tarantini non è andata male. Ha una società che naviga in cattive acque, la "Tecno Hospital". La rileva "Myrmex" di Gian Luca Calvi, fratello di Gian Michele Calvi, direttore del progetto C.A.S.E., la ricostruzione all’Aquila di 183 edifici, 4.600 appartamenti per 17mila persone con appalti per 695 milioni di euro. Come si vede, forse il ruffiano di Berlusconi e il suo amico non hanno venduto alla Protezione civile una matita, ma la Protezione civile, direttamente o indirettamente, qualche beneficio a quei due glielo ha assicurato.

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Shakespeare ha scritto che per un governante "lasciare al misfatto (evil) un qualche compiacente lasciapassare - invece di colpirlo - è l’equivalente di averlo ordinato" (Misura per misura). E’ quel che si vede nello scandalo della "politica del fare". Chi governa, vede e sa. Lascia correre, chiude gli occhi e si volta dall’altra parte per proteggere un "sistema" che privatizza l’intervento dello Stato, chiudendolo nel cerchio stretto delle famiglie, degli amici politici, dei compari di convivio. Non si discute di responsabilità penali (se ci saranno, si vedrà, e poi quasi mai per capire e giudicare bisogna attendere una sentenza). E’ in discussione un "sistema", un dispositivo di potere, chi lo ha creato, l’affidabilità di chi lo governa, la responsabilità di decisione e controllo che Berlusconi, Letta e Bertolaso si sono assunti dinanzi al Paese.

Gianni Letta, governatore della macchina burocratico-amministrativa in nome di Berlusconi, sarà anche stato distratto quando Angelo Balducci è asceso alla Presidenza del Consiglio superiore dei lavori pubblici (ora è in galera) o quando quel "certo De Santis" è stato destinato alle opere pubbliche della Toscana e dell’Umbria. Il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, candidato dal presidente del consiglio alla Presidenza della Repubblica, sarà stato anche "informato male" quando ha detto che non ha mai lavorato in Abruzzo (ci ha lavorato fin dalla prima ora), quel furfante che rideva mentre, alle 3,32 del 6 aprile del 2009, 308 aquilani morivano, 1.600 erano feriti e 63.415 restavano senza casa, ma ci si deve chiedere allora: quante volte Gianni Letta è stato "informato male" o è stato distratto negli anni dello "stato d’eccezione"? Lasciamo cadere ogni ipotesi di complicità o favore (e in alcuni casi è impossibile non scorgerla), come si possono conciliare i poteri assoluti della triarchìa con l’irresponsabilità con cui ha assolto al suo dovere? Né vale dire che all’Aquila i poteri straordinari della Protezione civile si sono rilevati efficienti. Come purtroppo si rendono conto gli aquilani, la "politica del fare", giorno dopo giorno, sta mostrando quel che era: miracolismo mediatico. Un modello centralista e autoritario - il prototipo del potere berlusconiano - ha trasformato un’antica città con un sistema urbano delicato e un centro storico prezioso e vitale (perderà due terzi degli abitanti e nulla si sa delle strategie e dei piani per farlo rivivere) in un deserto di venti periferie e quartieri satellite che travolgono i luoghi, la memoria, i legami sociali, deformandone l’identità culturale, pregiudicando un futuro a cui è stata promessa "la ricostruzione" e ha ottenuto soltanto un progetto edilizio e nulla più. Ma questa è un’altra storia che presto saranno gli stessi aquilani a raccontare. C’è da credere che saranno loro, gli aquilani, a spiegare agli italiani con il tempo e la loro infelice esperienza che cos’è davvero la "politica del fare", perché lo scandalo della Protezione civile è il tracollo di un prototipo di potere, il più clamoroso fallimento dell’"uomo del fare".

Viaggio nella Calabria del dissesto idrogeologico. Nel paese alle porte di Vibo Valentia la gente ancora non viene fatta rientrare a casa per paura di nuovi smottamenti. Minacciati anche altri centri. «Ci sentiamo abbandonati, il governo pensa solo al Ponte sullo Stretto». La parata di Bertolaso

Acqua e luce li hanno riattaccati, ma la montagna fa ancora paura. Maierato è un paese vuoto, rubato ai suoi abitanti dalle tonnellate di fango e terra che lunedì si sono portate via mezza collina. Oggi il sindaco Sergio Rizzo e il prefetto di Vibo Valentia Luisa Latella incontreranno alla scuola allievi di polizia, dove hanno trovato rifugio, gli abitanti del paese. Se tutto va bene, se i monitoraggi compiuti dai tecnici della Protezione civile avranno dato risultati positivi, è possibile che nei prossimi giorni almeno una parte di loro potrà fare rientro a casa.

«Sì è possibile, ma dobbiamo essere prudenti e non agire di fretta», fredda gli animi Silvio Greco, assessore all'Ambiente delle Regione Calabria. La prudenza è d'obbligo in questo piccolo centro di 2300 abitanti a soli otto chilometri da Vibo. A suggerirla c'è più di un motivo.

«Strani avvallamenti a monte»

A partire dai due bacini d'acqua creati dal fango e che adesso i tecnici dovranno trovare il modo di far defluire prima che, infiltrandosi nel terreno sotto le abitazioni, possa eventualmente provocare nuovi crolli, che questa volta non riguarderebbero, come è avvenuto lunedì, una parte del territorio comunale praticamente priva di case, ma direttamente il centro del paese. Un'operazione di drenaggio che va compiuta anche a monte di Maierato, in modo da evitare che le future piogge possano pesare sulla collina. Ma non è tutto. Sorvolando con un elicottero della forestale l'area interessata dalla frana, i geologi inviati da Greco hanno visto anche dell'altro: «Sembra che ci siano degli avvallamenti strani a monte del paese - spiega l'assessore - Voglio capire di che si tratta prima di decidere che tutto va bene. Per questo non bisogna avere fretta».

Chi di sicuro vuole certezze è Sergio Rizzo, il sindaco di Maierato. Se la frana non ha fatto vittime lo si deve anche a lui e alla prontezza con cui lunedì si è mosso per far sgomberare prima le poche case che si trovavano sotto la collina e subito dopo l'intero paese. O quasi. Ieri durante una perlustrazione per le strade deserte di Maierato, la Digos di Vibo Valentia si è accorta infatti che una donna anziana e suo figlio erano riusciti a sfuggire ai controlli chiudendosi in casa. Una scelta dovuta al fatto che la donna malata avrebbe avuto problemi a curarsi davanti ai suoi concittadini. E' bastata una piccola trattativa e la promessa di una sistemazione adeguata perché tutti e due accettassero di farsi portare via con un'ambulanza.

Le promesse di Bertolaso

Cartine alla mano, Rizzo ha controllato con i tecnici del comune che tutte le possibili zone a rischio venissero individuate. I tecnici della Provincia hanno installato tre rilevatori utili per segnalare eventuali nuovi movimenti del fronte franoso che verranno tenuti d'occhio dai vigili del fiuoco e dai tecnici dell'Arpacal, l'Agenzia regionale per la protezione ambientale. Il tutto in attesa che a Roma si sbrighino a trovare i soldi necessari per mettere in sicurezza l'intero territorio calabrese. Martedì da queste parti si è fatto vedere anche Guido Bertolaso. Il capo della Protezione civile ha sorvolato l'area in elicottero prima di chiudersi in prefettura con il presidente della Regione Agazio Loiero e i tutti i sindaci calabresi. E a loro ha promesso di sbloccare i fondi che aspettano da più di un anno. «Il terremoto dell'Aquila ci ha inghiottito e ha impedito che le promesse fatte venissero mantenute», ha spiegato giustificando la mancata assegnazione dei finanziamenti garantiti per far fronte ai danni provocati dal maltempo nel dicembre 2008 e gennaio febbraio 2009.

Pioggia di soldi sul Ponte

Soldi che, ha promesso Bertolaso, adesso verranno sbloccati in poche settimane. Un discorso che però ha lasciato i sindaci calabresi con l'amaro in bocca. La cifra stanziata, qualche milione di euro per l'intera Regione, basta infatti appena per coprire le urgenze, come spiega sempre Greco che cita uno studio del Cnr secondo cui per mettere in sicurezza l'intero territorio regionale servirebbe un miliardo di euro l'anno per dieci anni. «Capisce che siamo ben lontani dalle reali necessità», dice sconsolato.

Sì perché il dramma calabrese si può riassumere così: mentre il governo pensa al Ponte sullo Stretto (con un tempismo perfetto il ministro Matteoli era qui pochi giorni fa a propagandare l'opera), nel frattempo «la Calabria frana», per usare le parole di Loiero.

Il polso della situazione lo dà Legambiente. A novembre l'associazione ha riassunto in un dossier un monitoraggio compiuto tra i comuni calabresi sul rischio idrogeologico.

Un rischio comune

I risultati fanno paura: tutti i 409 comuni sono stati classificati a rischio geologico dal ministero dell'Ambiente. Di questi 57 sono a rischio frana, 2 a rischio alluvione e 350 a rischio sia di frana che di alluvione. Il che vuol dire abitazioni costruite in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana (lo ha dichiarato l'85% dei comuni), ma anche fabbriche (il 61% dei comuni) interi quartieri edificati in zone a rischio (45% dei comuni) insieme a strutture ricettive turistiche (il 27%). Il dramma di Soverato non sembra davvero aver insegnato niente. «Di fronte a questa situazione si investono 5 miliardi di euro per fare il Ponte sullo Stretto. E' chiaro invece che la prima opera pubblica che va fatta è la messa in sicurezza del territorio», denuncia Franco Saragò, della segreteria regionale di Legambiente.

La programmazione non c'è

«La Calabria paga decenni e decenni di sfruttamento selvaggio del territorio, oltre a una formazione geologica particolarmente delicata», spiega con amarezza Enzo Insardà, il vicesindaco di Vibo Valentia. «Anni in cui questa regione è stata saccheggiata con case costruite abusivamente sugli alvei dei fiumi, senza neanche i collegamenti con le fogne e in questo modo si è contribuito al dissesto idrogeologico». Il risultato è che ogni anno c'è un'emergenza. La stessa Vibo ne paga le conseguenze. Una strada del centro, via Boccioni, è chiusa perché costruita su un costone che sta franando. Per aggiustarla servirebbero 1,5 milioni di euro che non ci sono. Le piogge dei giorni scorsi hanno invece provocato una frana che ha ostruito il fiume sotto la frazione Piscopio, mettendo a rischio il centro abitato. A Triparni, invece, sempre la pioggia ha fatto scendere di un metro sotto il livello stradale la piazzetta che si affaccia sul mare. «Non riusciamo a fare una programmazione definitiva per la messa in sicurezza del territorio e senza lo Stato non lo puoi fare - prosegue Insardà - Il governo non può lasciare le Regioni sole ad affrontare un problema come questo». Con Roma se la prende anche Greco: «La tutela del territorio è di competenza del governo, che invece pensa al Ponte e al nucleare. Ma il governo non può essere strabico e trattare la Sicilia e l'Abruzzo in maniera diversa da tutte le altre Regioni. Noi qui in Calabria siamo stati abbandonati».

La città di Salerno è conosciuta e considerata, oggi, in ambito regionale e nazionale, come mai in precedenza (esclusa, forse, la sua gloriosa ma davvero troppo lontana stagione longobardo-normanna); e la sua Amministrazione, nell’immediato immaginario massmediatico, è vista fra le più efficienti del Paese, e -per alcuni- persino la più virtuosa: di una virtù che non è solo quella, materiale e pratica, di una fattiva guida amministrativa, democraticamente delegata, ma anche quella, più immateriale, della carismatica guida spirituale verso il sicuro riscatto da miserie e degrado passati. Diversi sono stati, in questi anni, i fronti sui quali si è tentato il rilancio della città. Ma, principale fra tutti, o fra tutti avvertito come il più concreto, coinvolgente e “strutturante”, è apparso quello urbanistico, che, di per sé, è pure più fortemente suggestivo di altri, per la metafora di più profonda mutazione personale e collettiva che si accompagna ai cambiamenti che induciamo al nostro spazio fisico.

Ma, allora, come si spiega che Italia Nostra di Salerno non sia stata e non sia fra i sostenitori del nuovo corso urbanistico cittadino?

A questa domanda abbiamo cercato di dare risposta comprensibile attraverso un breve documento filmato, consapevoli che ridurre la storia di quasi vent’anni di nuova urbanistica in meno di venti minuti fosse cosa complicata. E tuttavia occorreva farlo, evitando innanzitutto l’errore della solita minestra “faziosa” e già scodellata, sicura produttrice di gesti, oltre che monchi e/o reticenti, anche ingenerosi della libera intelligenza delle cose. Abbiamo perciò tentato con l’apporto dei nostri documentati amici una ricostruzione della vicenda che riuscisse –con la sola elencazione di dati certi e fatti realmente accaduti- a trasmetterne per intero il senso.

Oggi che i Padri “tecnici” del PRG di Salerno sono, uno alla volta, tutti usciti dalla scena e appare realizzata solo una delle profezie di Bohigas, cioè quella sulla natura del Piano, che non sarebbe stata una creatura tecnica, ma politica, da mettere nelle mani della Polis (ma non, certo, in quella dei suoi oligarchi…) noi crediamo ancor più fermamente che un Piano non sia mai il gesto isolato di un Demiurgo, ma un frutto che porta in sé il gene, o il marchio, di una paternità più larga. Sotto questo punto di vista il PUC di Salerno, ancorché firmato da una star forestiera dell’architettura europea, è il frutto servito in tavola da un ambiente “fattivo” che difficilmente fa le sue scelte concrete nella discordia aperta; ma che invece elabora e rielabora pazientemente i suoi progetti e, all’occorrenza, demagogicamente li aggiusta, perché si realizzino nel più scontato sostegno, meglio ancora se non troppo gridato.

In questo senso la lunga marcia del Piano regolatore generale, poi divenuto PUC ai sensi della nuova Legge Regionale 16/2004 è esemplare: un avvicinamento al traguardo desiderato scandito dai necessari scarti e dagli opportuni rientri sulla pista principale, nell’immancabile conflitto fra desiderio impulsivo di prendere subito tutta la posta e la pazienza di adattare le regole del gioco alla misura di volta in volta consentita dagli eventi.

Su tutto ciò, il giudizio più volte espresso da Italia Nostra fu, come è noto ai concittadini salernitani, critico, e specialmente lo fu su alcuni temi decisivi, per noi irrinunciabili: dalla sempre mancata ragionevole spiegazione di un dimensionamento altrimenti assurdo del Piano, alla scelta di varare progetti in quantità difficilmente autorizzabili in caso di sua tempestiva adozione; da quella della problematica relazione fra massa edificabile nuova e/o di trasformazione e reale capacità di loro sostenibilità ambientale, a quella di una effettiva generale equità delle nuove regole edificatorie; da quella di una promessa e non mantenuta svolta sociologica da compiere con la diffusione della residenza popolare nei diversi comparti della città compatta, cioè della città centrale o ben servita, a quella di un trattamento sinceramente rivolto al rilancio vero della città vecchia, non-strumentale cioè, e attuato nei fatti, e non nelle parole.

E dunque, avremmo potuto delineare l’iter del PRG-PUC di Salerno seguendo il filo -o mettendo in fila- i documenti di volta in volta elaborati e pubblicamente diffusi da Italia Nostra durante tutto il percorso, ma ciò avrebbe avuto il torto certo della scelta pedante o pigra. Abbiamo invece diviso il tragitto in sette segmenti temporali, o tematici, che sono apparsi cruciali non solo a noi, ma a molti osservatori e cronisi del tempo. Ognuno di questi segmenti, naturalmente con tutti gli altri possibili, è offerto alla vostra visione, per farsi oggetto di utile curiosità di ricostruzione e approfondimento.

Storia del Piano della Salerno del Duemila

video in due parti sul sito web youtube, a cura di “ItaliaNostra” - sezione di Salerno - Dicembre 2009

prima parte http://www.youtube.com/watch?v=KxM_pwFjRRY (I conti con il passato, La stagione di Bohigas, I rapporti con la storia, L’equità è per tutti, L’addio dei padri)

seconda parte http://www.youtube.com/watch?v=lDZp5aO8jyA (Intermezzo, Il cemento e il simbolo, Ma quanti saremo?)

Salerno. Se gli chiedi come ha fatto a resistere dieci anni affianco a Vincenzo De Luca se pensa e dice le cose che riportiamo nell’intervista, Fausto Martino risponde: “Ho scoperto il personaggio poco alla volta. Molte vicende, purtroppo, le ho apprese solo dopo. E volevo portare a termine il piano regolatore”. Architetto della Soprintendenza, Martino è stato dal 1993 al 2003 l’assessore all’Urbanistica della Salerno da bere cantata dagli agiografi del candidato Governatore del Pd e di Idv. La movida, i cantieri, il Prg affidato a Oriol Bohigas. E le vicende finite nel mirino della Procura: Ideal Standard, il Parco Marino, la Mcm. Martino può descrivere il ‘sistema De Luca’ visto dall’interno.

Una definizione di De Luca.

“Personalità diabolica. Sembra sincero quando lancia accuse contro le clientele di Bassolino dimenticando le proprie. Nulla si muove a Salerno se De Luca non è d’accordo”.

Dieci anni con De Luca. A dire il vero, dal 2001 al 2003 il sindaco era Mario De Biase.

“De Biase era teleguidato da De Luca, che dagli uffici di via Testa inviava gli ordini”.

De Luca la chiamò in giunta nel 1993.

“Per ricucire i rapporti con Bohigas. L’architetto era preoccupato delle notizie di Tangentopoli che avevano azzerato la precedente amministrazione e non si era ancora mosso. Riuscimmo a produrre un lavoro il cui spirito è andato perso”.

Parliamo di Ideal Standard e dei lavoratori che il sindaco afferma di aver difeso.

“Nel 1998 partecipo a una riunione in cui due manager Ideal Standard comunicano che intendono cedere suoli e capannoni a un consorzio emiliano, la Cecam, per un prezzo bassissimo, un miliardo e mezzo di lire circa, perché questi avrebbero assunto i 204 operai licenziati. Ma…”

Ma?

“Propongono una cessione modale: Ideal Standard vendeva al Comune, e il Comune alla Cecam. Una triangolazione che avrebbe determinato un risparmio fiscale, diciamo così. Fui brusco e dissi no, il Comune non poteva prestarsi a un’operazione che pareva fattaper eludere le tasse. Ricordo il loro sguardo di sorpresa, del tipo: “Ma a questo nessuno gli ha detto niente”?

Poi che succede?

“Dopo qualche tempo si manifesta la Cecam attraverso due personaggi da operetta. Una signora, Dina Monti, coi capelli tinti rosso fuoco, e un ex calciatore con le scarpe risuolate, Gianni Benetti. A prima vista non affiderei loro le chiavi di casa. Mi dicono che sono pronti a investire 40 miliardi di lire per un parco marino nell’ex Ideal Standard. Rispondo che non si può fare, il vincolo industriale non può essere rimosso”.

Eppure insisteranno nel progetto.

“La Cecam non puntava al parco marino, ma al possesso dell’ex Ideal Standard. Valeva almeno dieci miliardi e l’acquistavano per quattro soldi. Bisognava però capitalizzare il valore dell’area e porre a carico della collettività il costo degli operai, inventandosi qualcosa che giustificasse la cassa integrazione: il progetto del Parco Marino”.

Lei espresse questi timori a De Luca?

“Molte cose purtroppo le ho sapute e comprese solo dopo”.

A quel punto?

“La Cecam cerca di trasferire il parco in terreni vicini allo stadio, di proprietà dell’imprenditore Vincenzo Grieco. Preparano una variante, la presentano allo Sportello Unico. Nel progetto si ipotizza l’utilizzo dei suoli Ideal Standard per la produzione del merchandising. Ma nel frattempo fanno a fette l’area – anche questo lo scoprirò dopo – attraverso una serie di compromessi di cessione di piccoli lotti, operai compresi”.

In che senso “operai compresi”?

“Nei compromessi c’era scritto: tu acquisti tot metri ed assumi due ex operai Ideal, tu ne compri di più e ne assumi tre…”.

Grande idea, a prima vista.

“Un imprenditore interessato a uno di quei suoli, però, va in Emilia e ne approfitta per recarsi alla sede Cecam. Ma scopre che a quell’indirizzo c’è solo una cassetta postale”.

Insomma, il Parco marino non si farà mai. De Luca che colpe ha?

“Un uomo che controlla militarmente Salerno non poteva non essersi accorto di quel che stava accadendo. Specie se la Procura, che stoppa la lottizzazione, rinviene nello studio di uno dei suoi fedelissimimolta documentazione relativa all’operazione”.

Lei però si dimette per altri motivi.

“Per tre ragioni: le licenze per alcune ville sul Masso della Signora; l’ostruzionismo sul Prg Bohigas, che eliminava i quartieri popolari e riduceva le rendite fondiarie; gli indici di edificabilità della variante Mcm, più che raddoppiati. Vado a litigare da De Luca, perché De Biase non conta nulla. Chiedo che il Prg vada in consiglio ma De Luca mi dice: “Una volta che lo approviamo, chiudiamo lo Sportello e che facciamo? Suoniamo i piattini”?

Traduca.

“La condizione migliore per tenere aperto lo Sportello è l’assenza di un Prg. Altrimenti lo si chiude e si perde il potere contrattuale con un’imprenditoria allergica a regole certe. Mi dimisi dopo una notte insonne, capii che si buttavano all’aria dieci anni di lavoro. Il Prg è stato infatti sottoposto a una feroce revisione, privato di tutte le cose buone di Bohigas, e grazie ad esso è iniziato il sacco edilizio di Salerno, del quale il Crescent rappresenta la punta dell’iceberg”.

L'entusiasmo di Vincenzo De Luca, sindaco diessino di Salerno, non conosce limiti: "È un'opera che vale la mia vita ", dice. "È un progetto di valore mondiale", insiste. Anzi: "Dev'essere la nostra piazza Plebiscito, il nostro Colosseo...". E non importa se con la solita flemma Vittorio Sgarbi dice che il progetto in questione è "una delle dieci cose più brutte al mondo", o se il presidente della Provincia Edmondo Cirielli (Pdl) la definisce "un'opera obbrobriosa, un palazzone di cemento che deturpa la prospettiva della città".

Dettagli. Il sindaco è innamorato dell'idea che una delle aree più pregiate di Salerno, quella che dal porto turistico corre sul lungomare verso la spiaggia di Santa Teresa, diventi una piazza da "circa 27 mila metri quadri". E ancora di più lo affascina il Crescent (dall'inglese "Luna crescente"): un gigantesco edificio alto 33,25 metri sul livello del mare e lungo 215 (incluse due torri previste alle estremità) che abbraccerà a semicerchio il piazzale e verrà interamente destinato ai privati: il che significa appartamenti, negozi e centinaia di parcheggi.

Una prospettiva disegnata dall'architetto catalano Ricardo Bofill, classe 1939, esponente di quella corrente postmoderna che abbina il classico alla contemporaneità. "Il risultato, a Salerno, sarà un mastodontico edificio che separerà il centro storico dal golfo", dice Alberto Cuomo, docente di Architettura all'Università di Napoli: "Un'operazione gestita senza il confronto con la popolazione e distante dallo spirito originale del piano regolatore". Accuse che il sindaco rimanda al mittente, tacciando di provincialismo chi non s'infiamma per la grandeur. Ma la vicenda non finisce qui. Perché non è il solito bisticcio tra architetti: è una storia in cui l'amministrazione comunale spende oltre 10 milioni di euro per acquistare il terreno dal demanio pubblico, e chi è preposto al controllo paesaggistico (la Soprintendenza di Salerno e Avellino) viene tacciato di inefficienza e conflitto d'interessi.

"Problemi che vengono da lontano", dice il comitato bipartisan No Crescent, 4 mila sostenitori tra professionisti, intellettuali e semplici cittadini: "Nel 1992, il consiglio comunale ha commissionato il nuovo piano regolatore a un altro spagnolo, l'architetto Oriol Bohigas. Il quale nel documento programmatico è chiaro: "L'area di Santa Teresa deve aprire decisamente la Salerno vecchia al mare". Inoltre, prosegue il comitato, "gli interventi sul lungomare sono sottoposti al vincolo costiero: le trasformazioni edilizie, cioè, devono ottenere l'autorizzazione del Comune e della Soprintendenza. Ma questo iter, per il Crescent, si è trasformato in un guazzabuglio".

Da qui la situazione si fa incandescente. Il 9 luglio 2009, il comitato No Crescent presenta un ricorso straordinario al presidente della Repubblica, poi trasferito su richiesta dei legali comunali al Tar di Salerno, che boccia in blocco l'operazione Santa Teresa-Crescent: dall'uso di questa ex area demaniale per una speculazione privata fino alla violazione della delibera provinciale 16 del gennaio 2009, che impone nelle aree come Santa Teresa ("di riqualificazione urbanistica e riequilibrio ambientale e funzionale") la costruzione di palazzi alti al massimo 10 metri e mezzo. Ma la notizia più clamorosa è un'altra: l'11 novembre, la Provincia di Salerno si schiera a fianco del comitato nel ricorso al Tar, scrivendo che "il Crescent è in contrasto con ciò che la Provincia, in qualità di ente preposto alla pianificazione di primo livello del "bene paesaggio", ritiene essere in linea con la conservazione e la tutela del paesaggio urbano". E il 21 dicembre, mentre la protesta cresce, anche Italia Nostra presenta un proprio ricorso.

Reazione del sindaco De Luca? Totale serenità. Appena può, continua a declamare in pubblico le meraviglie di piazza della Libertà. "Per fermarla dovranno spararmi", avverte. E a quelli che storcono il naso, dà degli "sfessati che parlano a nome del comitato dei fringuelli e dei pinguini". Il che non è il massimo dell'eleganza, e soprattutto non distoglie da un dettaglio sul soprintendente in carica Giuseppe Zampino.

Ovvero che il giorno in cui il Comune inoltra il progetto definitivo alla Soprintendenza (10 dicembre 2008), Zampino propone alla stessa amministrazione di organizzare una mostra convegno ("Architettura, economia e territorio") e allestire un Archivio dell'architettura contemporanea. Progetti che il sindaco De Luca scrive, in una nota ufficiale, di voler finanziare (con 504 mila euro, delibera la Giunta) il 2 marzo 2009: la stessa data in cui Zampino concede l'ok definitivo all'operazione Crescent. "È normale", chiedono i No Crescent, "che il soprintendente giudichi il progetto e intanto riceva finanziamenti dal Comune? ". No, dice il legale del comitato Oreste Agosto. E invoca "controlli da parte delle istituzioni".

Il video del Comitato No Crescent

Sul Crescent, in eddyburg, v. nella Cartella Città Oggi - Altre Città

Ecco la vela di Bofill

sul mare della città futura

di Gianluca Sollazzo

È uno squarcio di luce ad illuminare la Salerno sul mare che verrà. Si stende pian piano, toccando la nuova piazza della Concordia con la vela catturata dal futuro. Ecco la luce rivelatrice. Attraversa carezzevole tutto il lungomare, fino a quella Piazza della Libertà abbracciata dal Crescent. È la solennità della scoperta che ci rivela il nuovo che avanza. Sulla scia di note di quel Joaquin Rodrigo in "Concerto di Aranjuez" che solca il momento mediatico, studiato alla meraviglia. Ed allora il sindaco De Luca capisce che è il momento giusto per l'esordio: «La musica è un omaggio alla cultura spagnola che evidenzia il tratto mediterraneo di Salerno - dice - un tributo al padre del nostro piano regolatore, Bohigas, e al progettista del nuovo fronte di mare, Ricardo Bofill». La cerimonia. Ore 11.14, il sipario si scopre svelando la novità che prende forma in 12 metri di plastico. Un altro dopo quello di Piazza della Libertà. La fattura è la stessa, porta il nome dell'architetto Rosanna Giannino. Arte che ritrae arte. Nella cornice scenografica del Salone dei Marmi di Palazzo di Città che trepida nell'attesa. E così, dopo minuti di oscurità totale, è il sindaco De Luca ad entrare nel sogno. C'è la vela in piazza della Concordia partorita da Bofill che sovrasta la Salerno sul mare. La novità è questa. «Ho già il film in testa, pensate alla città del futuro con questo centro attrattore, ma la cosa straordinaria è che non è solo un sogno, la zona della Concordia ha già vissuto una prima rinascita dopo l'abbattimento del cementificio che gettava polveri di amianto», dice De Luca. Pronto a brandire il microfono a luce riaccesa. Silenzio. Si celebra la nuova Salerno. «Siamo l'unica realtà europea in cui si lavora all'europea - afferma De Luca rivolgendosi all'uditorio istituzionale, assessori e consiglieri comunali - quella che abbiamo progettato è una trasformazione concreta, difficile da realizzare in un Paese in cui pensare e decidere è una impresa, con i soggetti decisori che ostacolano i progetti e in cui il processo democratico è inquinato. Noi oggi siamo qui per un atto di trasparenza democratica». Il nuovo fronte di mare. De Luca toglie i veli al plastico che riproduce il nuovo fronte della Salerno che guarda al mare. C'è la Piazza della Libertà che già conosciamo, «ammirate la proporzione armonica con la prima palazzata del lungomare Trieste», incalza il sindaco che aziona subito rendering a partire dalla spiaggia di Santa Teresa. «Rivedremo il mare, pensate ai crocieristi che sbarcheranno nella stazione marittima di Zaha Hadid - dice - apriremo inoltre due moli all'altezza di piazza Cavour e via Velia con locali e passeggiate a mare». Si continua verso la zona orientale. «In via Leucosia nascerà una città del mare - dice De Luca - senza dimenticare il porto turistico Marina d'Arechi di Santiago Calatrava e il Parco Marino con cinque pennelli al confine di Pontecagnano». Ed infine il comparto Pip completamente dedicato alla cantieristica navale. Fronte di mare che si sposa bene col fronte lavorativo. «Daremo impieghi a circa 5mila persone», sostiene il sindaco. Piazza della Concordia e la Vela di Bofill. Ma la rinascita esplosiva è a piazza della Concordia. È un tocco di modernità dalle mille suggestioni. «Ad oggi la piazza è povera, insignificante, priva di identità - osserva il sindaco - raddoppieremo l'area portuale e il molo Masuccio fino ad arrivare alla foce dell'Irno». La nuova Concordia si estenderà complessivamente su 72mila metri quadrati dove sorgerà al centro la vela venuta dal futuro pensata da Bofill. Altezza 74 metri per 17 piani. «Solo cinque in più rispetto agli edifici circostanti», sottolinea De Luca. Nella vela sul mare non ci saranno residenze private. Previsti infatti sei piani di uffici e spazio a un albergo di cento camere. Ma il segno architettonico non ha nulla a che vedere con quello di Piazza della Libertà. «Segna l'inizio della Salerno moderna degli anni '60, sarà un luogo funzionale destinato a diventare simbolo della Campania, del Sud e dell'Italia», sprizza l'enfasi deluchiana. Ma la rivalutazione toccherà anche piazza Mazzini. «Faremo una catena di attività commerciali - annuncia De Luca - inoltre abbiamo pensato a un interramento di 260 metri di via Lungomare per evitare la congestione del traffico». Anche parcheggi nella nuova Concordia. Mille posti sorgeranno nel sottopiazza. Costo del progetto di finanza privato: 220 milioni di euro, 70 per la realizzazione della vela, 150 per il raddoppio delle dimensioni del molo Masuccio in direzione foce Irno. «Senza però aumentare i posti barca», precisa De Luca. «Sarà un lavoro immane che stimolerà la gente all'ottimismo creando dinamismo dai riflessi anche nazionali - conclude il sindaco - e che dà senso alla vita e non solo a un impegno politico».

Purini: “Opera necessaria”. E. Salzano: “Orribile come il Crescent”

di Erminia Pellecchia

Aveva già mostrato il suo interesse per il Crescent, che aveva visto solo in foto, ma di cui seguiva con interesse il dibattito, ora Franco Purini, architetto e teorico dell’architettura, ha scelto un posto di prima fila per avere un colpo d’occhio immediato. senza intermediazioni di giornali o tv, su quello che sarà il prossimo ridisegno urbano della città. Il pluripremiato docente di Composizione architettonica alla Sapienza di Roma ha accettato con piacere l’invito del sindaco De Luca alla presentazione del plastico del fronte di mare. «Un’importante opera - dice - Sono convinto che si tratta di un’operazione necessaria che spero non si arresti nelle secche dell’opposizione cittadina. Si tratta, a mio parere, di un progetto unitario che offre una veduta complessiva ed organica del fronte mare, il cui recupero è fondamentale per una città come Salerno che si affaccia sul mare, ma che sembra aver dimenticato il mare». Per Purini il rapporto tra città e mare è di estrema rilevanza per il suo sviluppo economico, sociale ed ambientale. Il fronte è, ribadisce, «un progetto universale che ingloba finalmente la risorsa mare che viene recuperata definitivamente». Ad una reazione positiva, arriva immediata la replica di un’altra personalità di spicco del mondo dell’architettura, che ancora una volta si spacca nel dibattito sempre aperto tra conservazione dell’esistente e costruzione del nuovo. L’autorevole bocciatura è di Edoardo Salzano, urbanista, ex preside di Urbanistica alla Iuav di Venezia e consulente di amministrazioni pubbliche - lo è stato anche per la Provincia di Salerno - per la pianificazione territoriale ed urbanistica. «La vela? Un’orribile cosa come il Crescent - ironizza - ma sono contento perchè sono napoletano. Più Salerno diventa uno schifo più gente viene nella mia Napoli». Poi il tono si fa serio. «Mi sembra - osserva - che l’atteggiamento del sindaco De Luca sia quello di distruggere la qualità della vita dei cittadini che lo hanno eletto. Per accrescere la sua statura utilizza come piedistallo gli “architetti del pennacchio”». Contrario anche il presidente degli architetti salernitani Pasquale Caprio: «Nulla di nuovo, il palazzo di piazza della Concordia è una copia di altre vele. In ogni caso conservo alcune riserva sulle destinazioni d’uso di un edificio che si presenta come un intervento fuori dalle peculiarità di Salerno. Piuttosto mi preoccuperei dell’emergenza sismica che tocca da vicino il patrimonio edilizio della nostra città che non ha bisogno di totem per ricreare lo spirito di ottimismo e di speranza della gente». Il dibattito è aperto. Al momento resta nitida l’immagine onirica del plastico che si è offerto alla vista come una quinta teatrale con lo splendido effetto notturno-alba-giorno che ricorda il bellissimo allestimento del Nabucco di Quirino Conti. L’architetto romano, ancora in città, andrà presto a curiosare, poi si esprimerà in merito.

SEMBRA che la percezione che gli italiani stanno sviluppando della corruzione esistente nel proprio Paese abbia raggiunto un'intensità mai prima toccata. Ed è l'irrimediabile buio di questa cupa autorappresentazione, quello che più colpisce nel rapporto del Procuratore Generale presso la Corte dei conti, ancor più delle cifre allarmanti da lui squadernate, che vedono la corruzione crescere del 229%.

Una nazione in via di dissolvimento morale, ormai in balia di una disastrosa deriva di comportamenti: questo dunque saremmo, veramente. Dobbiamo saper guardare negli occhi il pericolo che abbiamo di fronte. Se questa immagine fosse realistica - e molto lascia pensare purtroppo che lo sia - staremmo correndo, tutti, un incalcolabile rischio: la completa decomposizione del nostro tessuto civile.

Entro certi limiti, corruzione e democrazia possono coesistere: la storia ha moltiplicato di continuo esempi di questa precaria convivenza, dall'Atene o dalla Roma classiche all'America contemporanea. Le condizioni perché questo accada sono due, fra loro legate: una misura nella diffusione del male, e gli anticorpi che la sua presenza riesce ad attivare. In altri termini, che essa non arrivi a provocare, superata una soglia, l'abdicazione etica di un'intera società, quel generale oscuramento delle coscienze per cui la quantità di illegalismo circolante trasforma la qualità del giudizio morale su di esso, presentandolo come regola universale di condotta. Se si verifica questa sorta di collasso generale,è la stessa democraziaa non reggere più: perché non esistono più interesse generale né bene comune - ma solo una somma feroce di arbitri individuali che non riconosce altro se non la sua immed iata soddisfazione. Siamo a questo punto? E qual è la causa di tutto ciò? E soprattutto, possiamo ancora porvi rimedio? Per cercare di capire dobbiamo rinunciare a qualunque retorica moralistica. La storia etica del Paese è quella che è: mentre altri, in Europa, costruivano lo Stato, noi abbiamo avuto la Controriforma, e questo ha provocato conseguenze che scontiamo ancora oggi. Ma dobbiamo tuttavia evitare di usare il nostro passato come un alibi: e di rifugiarci dietro i t ratti più fragili e incompiuti della nostra slabbrata modernità per assolverci dalle nostre colpe. C'è dell'altro nella notte in cui stiamo scivolando, e di molto più recente - su cui si può intervenire. E questo "altro" ci riporta alla politica.

A me pare infatti che la crisi morale del Paese sia in primo luogo il frutto avvelenato della forma che ha assunto quella che ormai abbiamo convenuto di chiamare la "transizione italiana" - il quindicennio di trasformazioni sul quale ha messo il suo sigillo la leadership di Silvio Berlusconi.

In questi anni abbiamo assistito senza fiatare a una vera e propria orgia ideologica di antipolitica, in nome dell'efficienza, della deregolazione e dell'onnipotenza del mercato, che ha contribuito in modo determinante a recidere quei rapporti fra cultura e politica, fra politica e idee, e anche fra politica ed etica, che, bene o male, avevano alimentato per decenni la nostra vita pubblica, e avevano rappresentato il meglio della nostra storia repubblicana. Con la scusa di liberarci delle ideologie, abbiamo anche rinunciato ai pensieri, ai progetti, ai grandi disegni. E abbiamo ridotto così la funzione parlamentare e quella di governo a pure routine di potere, senza respiro, senza slancio morale, senza ricambio, senza più uno straccio di elaborazione intellettuale.

Ma una politica così rinsecchita - solo mestiere e potere - in un paese con le nostre storiche fragilità, privo di un'autentica eredità di etica pubblica, si offre disarmata alla corruzione, quando non addirittura la determina, in un gioco perverso di rimandi. E comunque non ha gli strumenti per combatterla, non suscita anticorpi, ma si rassegna, scambiando la resa per realismo. Senza dubbio, questo stato di cose non è solo l'esito del berlusconismo: ingigantiremmo l'ombra dell'avversario, se lo ritenessimo. Hanno pesato molti elementi nella caduta, anche ereditati dall'ultima stagione dell'epoca democristiana, e anche non specificamente italiani. L'onda ultraliberista dell'ultimo ventennio ha ridotto dovunque spazie motivazioni dell'agire politico. Ma la nostra transizione vi ha aggiunto un che di protervo, di arrogante e insieme di meschino; starei per dire: di volgare, cheè proprio l'aria del tempo.

È dunque dalla politica e dalla sua riforma che bisogna partire: questa è la più urgente delle scadenze, e anche la destra farebbe bene a capirlo. L'inevitabile gioco di specchi fra politica e società - a lungo andare, ogni corpo sociale ha la politica che si merita - può essere spezzato qualche volta: e può aprirsi una nuova stagione.

Io credo che una rinascita morale del Paese sia ancora possibile - non un'Italia improvvisamente di anime belle, ma un'Italia che riesca a capire che senza un salto di qualità nei suoi comportamenti individuali e collettivi siamo tutti perduti; non un'Italia "migliore", ma almeno più sicura e matura.

Credo però che senza una rigenerazione della politica, senza restituirle la sua vocazione propriamente moderna - che è quella di cambiare il mondo - non potremo mai farcela. Ed è intorno a questo nodo, che si apre per la sinistra un territorio sconfinato. La cosiddetta questione morale è oggi, per prima cosa, una questione di politica: i suoi contenuti ideali, il suo stile, il suo immedesimarsi nella democrazia. È da qui che si deve partire.

In questi giorni di pioggia, il quartiere integrato, la città nella città, «il nuovo stile di vita», è ancora più triste. Strade di fango e sterpaglie al posto del «polmone verde» da 33 ettari. Poche vetrine illuminate al posto del «bulevard», anzi di «Montecity avenue», come era stata ribattezzata nei pomposi progetti di sir Norman Foster, l’architetto di grido fatto sbarcare dall’Inghilterra per dare vita alla nuova zona modello di Milano che invece è entrata di diritto nel modello delle Grandi Incompiute, le opere degli sprechi finanziate con soldi privati e pubblici e che sembrano non terminare mai. Qui per fare la spesa, per andare in farmacia, per prendere un tram, bisogna alzare i tacchi e andare in centro, quello vero, perché di negozi, servizi, scuole o asili, non si è vista ancora l’ombra. Benevenuti a Rogoredo Montecity-Santa Giulia, una bella idea finita male.

Con l’aggravante di un’inchiesta ancora aperta e che rischia di far scoprire rifiuti tossici seppelliti nelle aree ancora da costruire invece delle bonifiche promesse. Bonifiche che, quando nei primi anni ’90 s’iniziarono a stendere i progetti, erano stati stimati, secondo Legambiente, in 60 milioni di euro, e che sono arrivati a sfiorare costi per oltre 200 milioni, in buona parte finanziati dagli enti pubblici, Regione e Provincia, senza la certezza che i terreni siano stati davvero bonificati.

E’ la storia dell’inchiesta che nell’ottobre scorso portò in carcere l’imprenditore Giuseppe Grossi, titolare della Green Holding, uno dei colossi delle bonifiche nel Nord Italia, accusato di aver gonfiato le fatture proprio sul trasporto della terra inquinata per decine di milioni. E di aver corrotto, con regali, automobili, orologi e prebende di vario genere, diversi politici locali e vari funzionari. Anche se, a quasi un anno dall’inizio dell’inchiesta, ancora non si è riuscito a capire che fine abbiano fatto, ad esempio, «due milioni e mezzo di euro» in contanti che «nel solo 2008» Grossi si era fatto riportare in Italia dagli spalloni della società svizzera Silvoro per distribuirli non si sa bene a chi.

Una storia da manuale che mescola corruzione, lassismo amministrativo, sprechi e speculazione, per un’area, quella di Montecity Santa Giulia, tormentata anche dal mezzo fallimento della società proprietaria, quella Risanamento dell’immobiliarista piemontese Luigi Zunino arrivata a un passo dalla bancarotta e tenuta in vita dall’intervento massiccio delle banche. Sulla carta, un ottimo affare: 550 milioni di euro per acquistare oltre un milione di metri quadrati, infestati un tempo dagli impianti chimici Montedison, a fronte di investimenti per un miliardo e 100 milioni e previsioni di ricavi doppi.

Peccato che basta farsi un giro tra le case nuovissime e spettrali del quartiere per capire che qualcosa non ha funzionato. Eppure, ancora qualche mese fa, il Comune di Milano aveva tentato il rilancio promettendo, per bocca dell’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli, la ripresa dei lavori e la realizzazione di quei servizi indispensabili per le decine di famiglie che già vivono Santa Giulia, entro il 2010.

Ma rischia di arrivare prima la conclusione delle indagini dei pm Laura Pedio e Gaetano Ruta con relative richieste di rinvio a giudizio per un’inchiesta che si è rivelata complessa come una matrioska con filoni diversissimi tra loro: dall’ombra della malavita organizzata sugli appalti alle bonifiche mai realizzate, fino ai conti all’estero custoditi da Rosanna Gariboldi, ex assessore alla provincia di Pavia nonché moglie di Giancarlo Abelli, ex ras della sanità lombarda e vicecoordinatore nazionale del Pdl, uscita dalle indagini dopo aver patteggiato una condanna a due anni e mezzo di reclusione. Rimangono poi da chiarire le vicende intorno all’ex area Sisas di Pioltello, con una pioggia di milioni versati a Grossi dalla Regione come «paracadute» per le sue speculazioni fino alla questione del piano cave in Lombardia. E i cui costi per la collettività, tra tangenti, false fatture, lievitazioni varie, potranno essere contabilizzati dalla Corte dei Conti solo tra qualche anno.

I poteri assoluti hanno sempre prodotto effetti contrari a quelli promessi o desiderati. Sono falliti e falliscono per una ragione endogena, connaturata cioè alla loro stessa natura: la centralizzazione delle decisioni e delle responsabilità in una persona si traduce invariabilmente nell’impossibilità di prendere buone decisioni e, soprattutto, decisioni oneste.

Perché il piú onesto ed efficiente dei capi non può sopperire a un limite umano: l’impossibilità di sapere, prevedere e comprendere tutto e quindi prendere decisioni su uomini e cose che siano sagge. Questo nel migliore dei casi; nel caso appunto che le cattive decisioni siano l’esito di un errore non intenzionale da parte di chi tiene in mano la catena del comando e non può umanamente controllare che tutti gli anelli siano integri. Non è necessario che ci sia intenzione malevola. Questo dimostra il vulnus insito nell’idea che la celerità di decisione richieda centralizzazione e potere discrezionale assoluto, o al di sopra della legge.

Il liberalismo e il costituzionalismo sono nati non a caso nella fucina della critica dei poteri assoluti che incrostavano la società e lo stato dell’antico regime. E il perno della loro critica, vincente è stato proprio questo: le decisioni su questioni complesse come quelle pubbliche hanno la possibilità di essere migliori quando sono prese da un gruppo più o meno ampio, un collettivo, secondo regole che tutti conoscono e che, soprattutto, demandano ad altri il controllo e il monitoraggio. I controllori non possono essere anche autori. La risposta più radicale alle forme monocratiche di decisione è stata appunto la divisione dei poteri e delle funzioni. Se la gerarchia delle responsabilità serve a creare un team che opera celermente e bene è tuttavia su un sistema di controllo autonomo che riposa la possibilità di contare su buone decisioni. Questa vecchia regola è sempre nuova, e vale anche per la governance della Protezione civile o per qualunque organismo decisionale che si avvale di competenze diverse e soprattutto usa risorse pubbliche. Su questa base, assai semplice e intuitiva, si regge la possibilità di portare a termine decisioni che siano dettate da efficienza, competenza e trasparenza. La velocizzazione e l’efficienza delle decisioni non ha proprio nulla a che fare con le scorciatoie; mentre la trasparenza è una componente dell’efficienza e della competenza.

In questi anni di propaganda dell’emergenza si è fatto credere (chi ci governa ci ha fatto credere) che la politica sia la causa delle lentezze e della corruzione. Ma la politica dell’anti-politica ha generato una sottocultura dell’efficienza fittizia, quella fasulla celerità che pare venire naturalmente quando le regole e la giustizia sono aggirate. La politica dell’anti-politica si è tradotta nel mettere in moto un sistema arbitrario di decisori assoluti, un collage di zone d’ombra dove i radar della legge sono ciechi. Così sono nate agenzie cesaristiche e opere faraoniche. Così si è radicato l’aziendalismo nelle politiche pubbliche, un «fare» che fa capo non alla legge e alle regole ma a un uomo politico-imprenditore e ai suoi uomini di fiducia.

Questa è la logica cesaristica del «fare», la propaganda dell’emergenza finalizzata a creare zone franche dove a decidere del lecito e dell’illecito è la discrezione del facitore. Ma è più di questo, poiché per mantenere zone franche è necessario che si interrompa l’informazione e la partecipazione, che si blocchi la democrazia. Nel libro Potere assoluto. La protezione civile al tempo di Bertolaso, Manuele Bonaccorsi descrive così la vita nei campi post-terremoto all’Aquila: «I campi sono diventati subito campi militari, dove era impedito ai cittadini di riunirsi e discutere,» e questo per consentire di tenere tutto rigorosamente segreto, fuori dell’occhio del pubblico. La logica dell’emergenza non può che essere antidemocratica perché antipolitica: l’esito, come vediamo in questi giorni, non è efficienza ma spreco e malaffare.

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di Cinzia Gubbini

Negli ultimi cinquanta anni in Italia sono stati spesi miliardi per «interventi di urgenza» sul dissesto idrogeologico. Ma il rischio non è diminuito. Anzi. È aumentato

Risorse sprecate. Soldi spesi male. Tanti soldi. Il tutto sulla scorta di un concetto che non semina solo tangenti ma anche mala gestione: l'emergenza. E' questa la storia del rischio idrogeologico in Italia, e delle sue vittime (in media 7 morti al mese negli ultimi cinquanta anni). Che l'Italia sai un paese fragile, malato di frane, con il 68,6% dei Comuni che ricade in aree classificate «ad alto rischio» dal ministero dell'Ambiente lo sanno anche i muri. Il 2 febbraio il parlamento ha approvato quasi all'unanimità una mozione che impegna il governo a predisporre piani di intervento. Ieri uno degli enti che vigila sulla tutela ambientale, l'Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni, ha presentato un piano pluriennale che consentirebbe il consolidamento dei suoli, la regolazione delle acque, la manutenzione di tutti i canali: azioni necessarie per ridurre il rischio idraulico del paese. L'Anbi ha fatto i conti, elencando anche quali sarebbero i cantieri da aprire in ciascuna regione. Un intervento di questo tipo costerebbe poco più di 4 miliardi di euro. Tanti? Dal '94 al 2004 - ultimi dati disponibili - lo Stato ha speso 21 miliardi di euro per tamponare i danni delle catastrofi idrogeologiche verificatesi in quel decennio.

Secondo i calcoli del ministero dell'Ambiente, per mettere in sicurezza il territorio italiano servirebbero 44 miliardi. Sarebbe il nord a «succhiare» più risorse: nel settentrione ne servono infatti 27, al sud 13 e per il recupero delle coste 3. Troppi soldi? non abbiamo risorse sufficienti? Il ministro dell'economia Tremonti tiene stretti i cordoni della borsa? Non è così. I soldi si tagliano agli enti territoriali, mancano quelli destinati alla pianificazione, ma poi si buttano dalla finestra quando scoppiano le emergenze: dal '56 al 2000 - secondo un Dossier di Legambiente sul dopo Sarno - si sono spesi 48,2 miliardi. «Analizzando i costi - scrive l'associazione ambientalista - è evidente come all'aumentare delle spese in interventi ordinari per l'assetto idraulico vi è una contemporanea crescita delle spese in interventi straordinari per alluvioni». Che significa? Che gli interventi spesso vengono fatti male «un vecchio modo di agire che ha privilegiato gli interessi economici, sacrificando ad essi la tutela ecologica e la sicurezza idraulica». Una mala gestione che continua. Dopo la cosiddetta legge Sarno del '98, sono stati finanziati (i dati risalgono al 2007) 2.270 interventi urgenti per la riduzione del rischio idrogeologico. Il tutto è costato 1,7 miliardi di euro. Ma si è trattato perlopiù di interventi strutturali, che spesso e volentieri servono a ricostruire nei territori devastati da qualche frana, qualche alluvione e qualche smottamento. Del tutto - o quasi - assente, invece, la politica di prevenzione. Finisce così che o sull'onda dell'emergenza, o in base a conflitti di competenze, o per privilegiare interventi di cementificazione invece di abbracciare una politica del territorio volta a difendere la naturalità dei corsi dei fiumi e dei torrenti, si mettono in piedi delle opere dannose e costose. Gli esempi non mancano. In Piemonte ci sono delle «chicche». Una riguarda la Val Pellice: a Luserna San Giovanni qualche anno fa si accorsero di aver fatto male nel 2000 una scogliera (mancavano le fondamenta) e per questo l'intervento fu rifatto da capo bruciando un milione e mezzo di euro. Nel 2006 il torrente Maira, affluente sinistro del fiume Po, è stato invece canalizzato: con le cosiddette «gabbionate» e «prismate» (in una parola: cemento) sono stati sostituiti gli argini naturali. L'opera è stata messa in campo per l'emergenza esondazione. Ma il Maira non è a rischio esondazione, ha denunciato all'epoca Legambiente, secondo cui anzi l'intervento ha «ucciso» un ecosistema il cui valore è difficilmente stimabile. La cementificazione, invece, un costo ce l'ha, elevatissimo: 5 milioni di euro solo il primo stralcio. Soldi stanziati dal governo con un decreto d'emergenza e versati attraverso l'intervento della Protezione civile «La Protezione civile va benissimo quando si tratta di intervenire sull'emergenza, per salvare persone e cose o per prevenire nel momento di allerta - osserva Vanda Bonardo presidente di Legambiente Piemonte e Valle d'Aosta - Ma da sempre sosteniamo che non può e non deve occuparsi di politiche di intervento del territorio. Lì serve una pianificazione e per farla ci sono gli enti preposti, come le autorità di bacino».

GRANDI OPERE I cantieri a Giampilieri

Gli svincoli per il Ponte? Nel paese venuto giù

di Antonello Mangano

Proviamo a dirlo in romanesco: si sono allargati». Piero Ciucci commenta così il lungo elenco delle opere compensative presentato dal comune di Messina, molte di più rispetto alla previsione iniziale. Altro che messa in sicurezza del territorio. Nel frattempo, la vicenda di San Fratello - paese sui Nebrodi evacuato in fretta per un movimento franoso lungo un chilometro - ha riproposto l'urgenza del riassetto idrogeologico. La lunghissima lista dei lavori previsti per la città dello Stretto - perlopiù inutili - aggraverà il dissesto, non solo nella zona nord, in cui è previsto il cantiere principale, ma anche nel cuore della città con le opere ferroviarie e persino nella parte meridionale - quella che ancora piange i 37 morti dell'alluvione - dove è prevista la realizzazione di due nuovi svincoli autostradali.

L'annuncio arriva direttamente dall'amministratore delegato della «Stretto di Messina», durante il convegno «Il progetto - L'organizzazione - I lavori». Ma il progetto del Ponte è ancora quello provvisorio, invece l'unica certezza sono le opere collaterali, che inizieranno a breve. L'apertura al traffico è stata annunciata per il primo gennaio 2017. Al sindaco Giuseppe Buzzanca non piace la definizione «opere compensative». «Sono opere collegate», proclama. «Noi non vogliamo essere ricompensati di nulla». Ma come può essere connesso al Ponte il nuovo svincolo di Giampilieri? Si trova a 34 chilometri dal futuro pilone ma a poca distanza da una ulteriore uscita prevista, quella di Santo Stefano.

Nuovi interventi, dunque, proprio nella zona teatro della terribile alluvione del primo ottobre 2009. E la messa in sicurezza del territorio, richiesta a gran voce dalla Rete No Ponte e a parole promessa da tutti? «I fondi o servono per la costruzione del Ponte o non verranno, nessun privato investirà per la messa in sicurezza del territorio», dice Buzzanca, giocando per l'ennesima volta con l'equivoco del finanziamento privato dell'infrastruttura. In realtà, oggi i milioni sul tavolo sono interamente statali. E l'Anas è il soggetto che gestisce e controlla tutto.

Un delirio di strade accompagnerà il progetto principale: si inizia col raddoppio della tangenziale (da Tremestieri all'Annunziata, fino a Ganzirri, dove sorgerà l'ultimo casello prima del Ponte). Poi una serie di opere stradali (raccordo e nuova Panoramica) proprio alla punta della Sicilia, che incidentalmente è anche un'area naturalistica di interesse europeo. Curiosamente, nell'elenco è stato inserito anche lo svincolo di Giostra (lavori avviati nel 1997, fine prevista nel 2011, costo 77 milioni): come se l'avvio di un'opera straordinaria debba servire a realizzare l'ordinario. A questo si aggiunge tutta una serie di varianti e la "via del mare", la strada da 65 milioni che dovrebbe trasformare un maxi-imbarcadero in una città con vista sul mare, l'ormai famigerato waterfront.

Le nuove strade saranno costruite per i mezzi di cantiere e non per l'aumento del traffico che non ci sarà. «Traffico, polvere, rumore, vibrazioni: è questo che darà il maggiore impatto ambientale», ammette il responsabile di Impregilo a proposito dello smaltimento di 21 milioni di metri cubi di materiale di risulta. E' stato pure previsto un sistema parallelo di chiatte per lo spostamento via mare, o di vagoni ferroviari.

Alcune opere sono collegate, altre mitigatrici, ma almeno una è alternativa: la metropolitana del mare tra le due sponde, con relative fermate, pontili ed opere a terra. Una volta entrata in funzione, renderà ancora meno attraente per i pendolari il lunghissimo percorso che dal centro di Messina porta all'estremità nord e quindi ridiscende verso Reggio Calabria. Poi la nuova stazione ferroviaria, prevista nella zona di Gazzi. E una contorta nota di ottimismo: «La realizzazione di tutte le opere ferroviarie connesse in modo tale da consentire il passaggio dei treni ad alta velocità».

Il completamento della copertura del torrente Papardo - 15 milioni di euro - apre la lunga lista delle opere compensative. Seguono la «pianificazione dell'Area Integrata dello Stretto» (5 milioni di euro), il «Piano Particolareggiato Porto-Tremestieri» (32,5 milioni di euro), «Aree attrezzate di Protezione Civile» (2,5 milioni di euro). Si chiude con le iniziative che strizzano l'occhio agli ambientalisti: interventi di «salvaguardia ambientale e sanitaria della Riserva di Capo Peloro e opere finalizzate alla valorizzazione turistica del territorio e dei flussi migratori» (80,7 milioni di euro). Ma allo stesso tempo nuove strade, cantieri e materiali di risulta impatteranno soprattutto questa zona. La soluzione? «La rinaturalizzazione e ripascimento dei litorali attraverso il riutilizzo dei materiali di scavo, previa caratterizzazione degli stessi». Per un costo di 11,8 milioni. Persino la delibera del consiglio comunale avverte: «Appare opportuno inserire tra gli oneri a carico del contraente la verifica di idoneità geotecnica ed ambientale dei materiali di scavo da utilizzarsi per le suddette opere».

Tra le poche certezze, al solito, ci sono le richieste del comune di Messina. Assunzione di nuovi vigili urbani e pompieri. Il restauro di monumenti ed edifici storici, il restyling di vie e passeggiate cittadine, l'ammodernamento delle strutture alberghiere esistenti e la costruzione di nuove strutture ricettive. «Adesso dobbiamo genufletterci per avere quello che ci spetta, come fosse una prebenda», si lamenta Buzzanca chiudendo il suo intervento. «Potremo camminare con le nostre gambe». In futuro, forse. Oggi sono tutti col cappello in mano. Anche a costo di rischiare ancora una volta di essere sommersi dal fango.

INTERVISTA - Non si può più agire solo per far fronte alle emergenze

«Ci vuole un piano di lungo termine per risanare un territorio violato»

Giorgio Salvetti intervistaDomenico Patané, dell'Istituto di geofisica e vulcanologia di Catania

«Una volta che il danno è fatto è difficile tornare indietro». Il concetto è semplice ma non banale. E ad esprimerlo è un esperto. Domenico Patané dirige la sezione catanese dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. E' stato chiamato dal dipartimento siciliano della protezione civile per fare un sopralluogo a San Fratello.

Perché il suo istituto è chiamato ad occuparsi di frane?

Abbiamo le tecnologie e le conoscenze per studiare la deformazione del suolo, dai satelliti ai sistemi terresti, anche se il nostro lavoro è più mirato a controllare fenomeni sismici e vulcanici.

Che cosa ha visto sul luogo della frana?

Quello che è successo a San Fratello e che sta avvenendo in Calabria potrebbe accadere in qualsiasi altra regione. Siamo un paese prevalentemente collinoso o montuoso, le frane sono un fenomeno naturale e il cui rischio aumenta in caso di precipitazioni.

Esiste una mappatura nazionale del territorio secondo cui un comune su cinque è a rischio di frane, possibile che non si possano prevedere?

Certo che si può fare prevenzione. Il punto è che questo non avviene. Si preferisce operare giorno per giorno, emergenza dopo emergenza. Vale per le frane come per i terremoti. E questo è ancora più grave in un paese come il nostro ad alta densità di popolazione e di costruzioni, che già hanno devastato il territorio.

Si riferisce all'abusivismo?

Sì, ma non solo. Spesso troviamo edifici che sono stati approvati da comuni e autorità e che però sono stati costruiti in luoghi inadatti. A Zampillieri, ad esempio, c'erano case costruite in una fiumana. Quante case vengono costruite su pendii argillosi che possono franare in ogni momento? Nel sud Italia è pieno di paesini che sorgono sopra colline. Sono tutti a rischio. I centri storici sono vecchi e richiederebbero interventi per metterli in sicurezza mentre le nuove costruzioni troppo spesso sorgono là dove non si deve. La mappatura c'è. Ora ci vuole un piano di intervento di medio e lungo periodo. Sarebbe opportuno da tutti i punti di vista, anche quello economico, perché agire nell'emergenza è sempre molto più costoso, si parla tanto di grandi opere, questo tipo di intervento darebbe lavoro e sarebbe davvero un investimento, anche se non dà la pubblicità che può dare la costruzione di un ponte o di una nuova strada..

Agire per tempo non è un compito anche della protezione civile?

Certo. La protezione civile dovrebbe coordinare l'attuazione dei piani di prevenzione per la tutela dei cittadini e del territorio.

Ma non sempre lo fa?

Questo non lo so... lo dice lei.

E che si fa degli edifici che sono già sorti in luoghi pericolosi, li si butta giù?

Là dove il danno è fatto è difficile tornare indietro, questo è un paese dove si è lasciato che 2 milioni di persone abitino sotto il Vesuvio. Risanare a questo punto non è certo facile. Ma è necessario.

VIBO VALENTIA

La frana sgombera Maierato

Strade deserte, porte e finestre della case sprangate e negozi chiusi. Dall'una di ieri pomeriggio Maierato è un paese fantasma, costretto a chiudere i battenti per paura che la frana che per due giorni si è mangiata la collina finisse per travolgere tutto e tutti definitivamente. Ieri, dopo l'ennesimo sopralluogo compiuto con il prefetto di Vibo Valentia Luisa Latella, la protezione civile e l'assessore regionale all'ambiente Sergio Greco, il sindaco Sergio Rizzo ha deciso per precauzione di evacuare i 2.000 abitanti del paese. «Anche se non esistono pericoli imminenti la situazione è catastrofica», spiega. «L'evacuazione è stata necessaria anche perché manca l'acqua potabile, non c'è gas e siamo senza elettricità. Il paese è chiuso e controllato da polizia, carabinieri, vigili del fuoco e guardia di finanza che fanno i turni per controllare che non ci siano episodi di sciacallaggio». Per la notte sono arrivati a presidiare le strade anche i soldati dei Cacciatori di Calabria. 500 abitanti sono stati alloggiati nel palazzetto dello sport e nella scuola di polizia di Vibo Valentia.

«RUBO dunque sono». Solo Cartesio forse riescea spiegare l'epidemia ladrona che imperversa nel Paese. L'altro giorno un quotidiano ha fatto l'elenco delle malversazioni compiute da politici e affaristi nell'ultimo mese.

Occupava mezza pagina. Siamo tornati a «Mani pulite», al complotto dei giudici comunisti per affossare Bettino Craxi, l'uomo della Milano da bere? Diciotto anni fa andai al palazzo di giustizia di Milano per sapere cosa ne pensasse il procuratore Francesco Saverio Borrelli. L'ufficio del procuratore era immenso, perché nella burocrazia italiana il grado elevato si misura a metri quadrati di tavolo e a metri cubi di stanza. Trovai un signore piccolo di statura ma con la schiena dritta, uno che senza alzare la voce mi spiegava il perché di Mani pulite, allora e non prima. «Vede, i segni della corruzione dilagante c'erano, alcune aziende erano fallite sotto il peso delle tangenti, delle "dazioni", come le chiamavano.

E c'era stata la "Duomo connection" che rivelava la complicità fra la politica e l'affarismo. Eppure abbiamo aspettato a intervenire perché le voci, gli indizi, le indagini, le intercettazioni telefoniche devono comporsi, assumere una chiarezza inequivocabile. Deve cioè accendersi la luce dell'evidenza e dell'intollerabile perché l'intervento della giustizia sia efficace e non più rinviabile, perché le indagini mordano i corrotti e non siano uno spreco di buoni propositi. Io mi sono convinto che Mani pulite sia stata possibile perché ci fu un lento ma progressivo recupero di valori, la consapevolezza di vivere in una società ingiusta, la stanchezza di dover subire dovunque e comunque la disonestà imperante». A diciotto anni da quell'incontro molti di noi si chiedono se la luce stia per accendersi, se stiamo finalmente per uscire dal tunnel, da questa illegalità «gelatinosa», come la chiamano. Il procuratore Borrelli ha risposto di recente a queste domande con un'esortazione kantiana: «Resistere, resistere, resistere». Un'esortazione che può sembrare puritana ma cheè semplicemente un invito al ritorno della ragione, a uscire dalla ripetizione degli errori, dall'anarchia delle umane avidità. Leggendo l'elenco dei più recenti latrocini apparso su un quotidiano milanese, ciò che colpisce di più è che spesso i corrotti non sanno bene perché lo sono, perché hanno accettato di esserlo. È un'alienazione che già impressionò i magistrati che si occuparono di «Mani pulite»: la corruzione che diventa un obbligo inevitabile, come ha confessato il consigliere comunale di Milano Pennisi, che si fa arrestare mentre intasca cinquemila euro: «Mi sono rovinato da solo».

E anche qui un ricordo di diciotto anni fa, il giudice di «Mani pulite» Piercamillo Davigo che racconta: «L'altro giorno ho interrogato un giovane impiegato del municipio di Vigevano; apro l'incartamento e leggo che ha intascato una tangente di poche migliaia di lire. È uno della mia età, uno di ventisette anni. "Scusi- gli dico- ma vorrebbe spiegarmi perché uno come lei si è giocato la reputazione e la vita per poche lire?". "Ero obbligato - risponde- quei pochi soldi me li ha dati il mio capo ufficio, se gli dicevo di no alla prima occasione mi licenziava"».

Ho aperto questo articolo con la citazione di un filosofo. Che ha da spartire la filosofia con la corruzione? Forse non la impedisce ma la spiega. C'è una contesa filosofica dietro «Mani pulite» come dietro lo scandalo della Protezione civile. Fra quanti pensano che la distruzione-creazione del libero mercato, o se preferite la «lotta per la vita» sia il prezzo della sopravvivenza, e quanti invece che il ritorno alla ragione sia l'unica sopravvivenza possibile.

«Rubo dunque sono». La delinquenza dilagante e ossessiva non è solo avidità, è anche voglia di «farla franca», di essere più furbi, più disinvolti, più pronti degli altri. Guido Bertolaso nella sua difesa ha colto bene questo aspetto: «Mi è stato chiesto di intervenire subito, in fretta, per rispondere subito alla richiesta di protezione. Ma la fretta non va d'accordo con i controlli, con le giuste prudenze». E si ritorna ai rischie agli errori del populismo, della politica del fare, della ricerca del consensoa ogni costo. L'avidità è grande, ma la voglia di «farla franca» è incontenibile.

Ogni giorno la televisione e i giornali danno notizia dell'arresto di un boss mafioso: cambia il nome ma la storia è sempre la stessa, sempre la voglia di «farla franca». Tutti i ladri convinti di aver trovato il modo per essere più furbi delle guardie, tutti con il covo sotterraneo convinti di essere più furbi dei carabinieri.

Nei paesi dell'Aspromonte come nell' hinterland milanese fortini, vie di fuga sotterranee, pareti doppie, allarmi elettronici e televisivi, camere blindate e magari anche l'altare con il santo protettore. Una gaglioffaggine presuntuosa. Non è vero che il delitto paghi, è vero che il delitto piace, che al «rubo dunque sono» non si resiste.

«Macché terremoto. Zittite i ricercatori»

di Sara Menafra

È diventato un eroe con il terremoto dell'Aquila. Eppure, fino ai giorni immediatamente precedenti al terremoto, il responsabile della protezione civile Guido Bertolaso zittiva con qualche fastidio ogni allarme. Nelle carte dell'inchiesta che ha portato all'arresto del suo ex braccio destro Angelo Balducci (oggi alla presidenza del consiglio superiore dei lavori pubblici) e che li vede entrambi indagati per corruzione, ci sono le telefonate che gli uomini della sua squadra gli facevano prima del terremoto.

Il 12 marzo 2009, tre settimane prima della devastante scossa del 6 aprile, Fabrizio Curcio chiama Bertolaso: «C'è di nuovo quello scemo che ha iniziato a dire ... che stanotte ci sarà il terremoto devastante». Lo «scemo» in questione è Giuliani, il ricercatore che aveva annunciato l'arrivo di uno sciame di scosse in Abruzzo. Immediatamente denunciato per procurato allarme. Fabrizio Curcio annuncia a Bertolaso che l'istituto di geologia Ingv è a disposizione E può smentire Giulinani: «Allora noi stiamo cercando con Mauro di far fare un comunicato all'Ingv». Bertolaso si arrabbia parecchio e minaccia la denuncia: «Ma che stai dicendo?!Lo denuncio per procurato allarme e viene, viene massacrato». L'alternativa è far fare all'Istituto che dovrebbe monitorare i terremoti un comunicato «concordato» in cui si dica che è tutto a posto. E che non c'è pericolo: «Fai ...fare a Ingv se no fai fare un comunicato che quello lì domani verrà denunciato per procurato allarme e saranno denunciato con lui quegl'organi di stampa che riportano queste notizie che sono notoriamente false ...okay?».

Il 17 marzo una scossa c'è. Curcio avverte il capo con un sms: «Stanotte 3.6 in prov. Di aquila. Avvertito. Un pò di apprensione tra la popolazione ma niente danni». Ma il piano non cambia.

Il 31 marzo, l'ex capo della protezione civile, Franco Barberi, chiama Bertolaso. Risponde agli ordini e annuncia di aver fatto un comunicato distensivo: «Mi sembra che quello che dovevamo fare l'abbiamo fatto ... compreso quello di dare qualche parola chiara sulla impossibilità di previsione Quindi sul fatto che questi messaggi che arrivano sono totalmente privi di credibilità e poi anche una valutazione». Bertolaso è soddisfatto. A quel che appare dalle intercettazioni, non è per nulla preoccupato all'idea che l'allarme continui: «Okay .. molto bene... d'accordo», dice solo. Nei giorni scorsi - ma questo nelle intercettazioni non risulta - è venuto fuori che il giorno prima, il 30 marzo, la protezione civile ebbe un incontro con l'Ingv a proposito dello sciame sismico. Riunione chiusa dopo mezz'ora col vice di Bertolaso che annunciava ai ricercatori (ormai preoccupati): «Dite agli aquilani di bersi un buon bicchiere di Rosso di Montalcino». Con una certa eloquenza, però, l'informativa dei carabinieri fiorentini allegata all'ordinanza di arresto si chiude con le telefonate concitate di Bertolaso. Che il 6 aprile, dopo il terremoto, organizza la centrale operativa della protezione civile.

Oltre agli allarmi ignorati sul terremoto, nel ginepraio saltato fuori dall'inchiesta di Firenze, c'è un gran coinvolgimento di politici di ogni razza. Che in qualche modo entrano in contatto col sistema «gelatinoso» descritto nell'ordinanza di custodia cautelare contro gli imprenditori legati a Balducci e Bertolaso. Non si salva neppure Francesco Rutelli, amico di Bertolaso e Balducci dall'epoca del giubileo (a Balducci fu affidata la gestione dell'evento). Nell'aprile del 2008, quando le elezioni sono ormai alle porte e Rutelli si augura di tornare sindaco della capitale, un po' di tempo lo dedica anche agli imprenditori oggi al centro dell'inchiesta.

Il 9 aprile, scrivono i Carabinieri di Firenze in una informativa, Balducci informa Anemone che tra breve dovrà incontrare Paolo «indicato criticamente come il cognato» e che poi verrà identificato come Paolo Palombelli, cognato di Rutelli. Quindi i due fanno pure riferimento a «quell'altro cognato di Guido (Bertolaso ndr) e «In relazione a quest'ultimo cognato, Balducci accenna alla necessità di un suo impiego in altra località «Noi ... lo stiamo utilizzando lì ... invece lui lo vorrebbe in qualche modo». «Senti Roberto, guarda è complicato. Io poi probabilmente, visto Paolo dopo devo raggiungere il cognato ... l'altro. Allora se tu lo dici a Bentivoglio. Io però ecco appena ho parlato con Paolo mi devo sentire con Bentivoglio perché può darsi che io debba andare da Rutelli per quel progetto quello di Roma». Dopo l'incontro, Palombelli contatta Anemone (il giovane imprenditore socio in affari di Balducci) e gli propone prima «se è interessato a rilevare un ramo d'azienda di una società» e poi, il 22 aprile «informa Diego Anemone di aver due contratti da fargli vedere». La cosa interessante è che il giro di contatti avviene tutto a metà delle elezioni amministrative nella capitale, tra il primo turno del 14 aprile, che vedeva Rutelli in vantaggio, e quelle del 28. Con la vittoria di Alemanno: una doccia fredda.

Nel sistema di appalti, c'è appunto anche un altro cognato. Quello di Guido Bertolaso. Impiegato nel cantiere del G8 della Maddalena ma evidentemente poco soddisfatto dell'incarico ricevuto. «Il cognato ...l'altro, a cui Balducci fa riferimento, è stato successivamente individuato in Piermarini Francesco, cognato del dr. Guido Bertolaso e impiegato, come ingegnere sui cantieri della Maddalena (vertice G8)». Come nota il Ros «nel corso dell'attività di intercettazione, Piermarini Francecso e Palombelli Paolo sono risultati in rapporti tra loro».

Il sottosegretario e l'estetica dell'efficienza

di Ida Dominijanni

Che l'opposizione gioisca per lo stralcio dal decreto sulla Protezione civile della norma che voleva trasformarla in società per azioni è giusto, che esulti è incauto. La trasformazione in Spa sarebbe, o sarebbe stata, solo il coronamento e il completamento di una trasformazione già avvenuta, la trasformazione dello Stato di diritto in Stato d'eccezione permanente, di cui la Protezione civile con i suoi attuali poteri è già emblema e sintesi. Che questo coronamento sia stato bloccato - da Fini e Bossi e per salvare il salvabile - è certo una buona notizia, ma per esultare ci vorrebbe ben altro, e cioè un ripristino di cultura costituzionale di cui nel governo e dintorni non si vede alcun annuncio all'orizzonte. Anzi: letta in questa chiave, la risposta di Bertolaso su Repubblica alle dieci domande postegli da Eugenio Scalfari fa cadere le braccia. Il sottosegretario non conosce altro dio all'infuori del tempo, il tempo che è tiranno, il tempo che è nemico del fare, il tempo che gioca contro l'efficienza. Per battere il tempo, bisogna scavalcare le norme. O meglio, giovarsi delle norme particolari, come quelle sulla Protezione civile estesa ai cosiddetti «grandi eventi», che consentono di scavalcare le norme generali, come quelle che dovrebbero sovrintendere alla separazione e al controllo fra i poteri. E chi si inventa queste norme particolari, alias Silvio Berlusconi, è l'unico genio della politica a cui lo Stato - disfatto - possa affidarsi. Dice bene Scalfari nella sua replica: a Bertolaso «sfuggono dalla penna delle verità e degli obiettivi che dimostrano dove può portare l'ideologia del fare quando è affidata a forme preoccupanti di egolatria e megalomania».

Identificato com'è col presidente del consiglio, il sottosegretario non rinuncia ad assumerne pari pari le argomentazioni vittimistiche. Personalmente, ci assicura, tiene in gran conto il lavoro della magistratura, anzi di una «macchina della giustizia responsabile ed efficiente» - anche questa, supponiamo, in lotta contro il tempo: processi brevi? -; però «i processi mediatici come quello che adesso si sta celebrando» contro di lui, che è soltanto «l'imputato pubblico di turno», sarebbe meglio che «scomparissero». Sfugge al sottosgretario che un processo mediatico è un processo montato, sulla fuffa, dai media, non un resoconto giornalistico di un'inchiesta giudiziaria, come nel caso in questione. La stampa dovrebbe tacere? Talvolta, parlo per me, sarebbe più facile. Per esempio, che dire di fronte al quadretto che viene fuori dalle intercettazioni telefoniche del 14 dicembre 2008 pubblicate ieri, che restituiscono l'organizzazione dell'incontro fra il Bertolaso e una giovane brasiliana, Monica, ingaggiata per lui dalla premiata ditta Anemone e Rossetti presso l'ormai noto Salaria sport village di Roma? Due ruffiani che si mobilitano per le emergenze personali, chiamiamole così, del sottosegretario. La signora Regina Profeta, ex danzatrice del «Cacao meravigliao» - per chi se lo ricorda - di Renzo Arbore, che si mobilita per i due ruffiani, fornendo loro prontamente la merce richiesta, cioè la Monica di turno. E una solerte cultura dell'efficienza, non c'è dubbio, che controlla ogni dettaglio: che al village sia pronto «un bikini di tipo brasiliano un po' stretto»; che il sottosegretario parcheggi nel posto giusto e la sua scorta si fermi nel punto giusto; che Regina esca dalla porta giusta al momento giusto; che gli impiegati del village se ne vadano a casa all'ora giusta lasciando libero il campo; che la sauna e l'impianto stereo funzionino; che alla fine della sua prestazione Monica sia riaccompagnata a casa e retribuita; che ogni traccia dell'incontro, pardòn della seduta di fisioterapia, sparisca dal luogo del delitto, a cominciare dai preservativi usati. Macchina efficiente e responsabile, altro che quella della giustizia italiana: il cliente «è rimasto contento», la premiata ditta Anemone e Rossetti ancor di più, «abbiamo guadagnato cinquecento punti».

Ecco, non c'è da dire proprio niente, il quadretto si commenta da sé. Solo una cosa, in risposta al predicozzo quotidiano del Giornale dove ogni giorno si alternano le firme a difesa della privacy dell'uomo pubblico di turno e contro il moralismo e il giustizialismo di sinistra. Visto che mezza Italia, la stessa che accampa argomenti morali su tutto, dall'aborto alle droghe al fine-vita, sul sesso a pagamento si scopre improvvisamente disincantata, relativista e amorale, sospendiamo il giudizio etico e limitiamoci a quello estetico. Eticamente non sappiamo, ma esteticamente quel quadretto, è lecito dirlo?, fa un po' schifo.

Postilla

Anche in questa – come in numerose altre storie dell’Italia dei nostri tempi – ciò che stupisce e indigna sono due aspetti della stessa realtà: l’arroganza da banditi di strada maestra con la quale chi comanda persegue i propri fini, cancellando con la violenza ogni voce che si limiti a dire professionalmente la verità (“povero scemo” da zittire il ricercatore che anticipa la notizia del terremoto); la stupidità servile con la quale l’opposizione (quella politica dei partiti, e quella culturale della “libera stampa”) condividono i “valori”, e subiscono i miti, della destra. Non speriamo molto in un ravvedimento della destra italiana, ci piacerebbe invece poter sperare in una mossa autocritica di quello che resta “di sinistra” nell’altra parte dello schieramento. Magari a cominciare dagli organi che informano e formano l’opinione pubblica. Senza affrontare temi forse troppo complessi per le vittime del “pensiero unico” (c’è forse un nesso tra gli scandali di oggi e la scelta di preferire la governabilità alla democrazia?), sarebbe utile se qualcuno raccontasse, dopo aver studiato, come è andata davvero la storia dei rifiuti in Campania. E magari che cosa è successo davvero nel dopo-terremoto, non solo a proposito dei piccoli imbrogli ma anche delle grandi scelte “strategiche”. Su quest’ultimo argomento ci sembra che l’unica analisi seria sia quella che del Comitatus Aquilanus eddyburg ha promosso, “ Non si uccide così anche una città?”. Ma forse sbagliamo.

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