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Da Faq (Frequently asked questions) del Pgt. «Va poi menzionata la trasformazione verso una distinzione sempre più labile tra servizi pubblici e servizi privati. … È il mondo della scuola … dei mercati … del concetto di "tagesmutter" … dell’esteso universo della sussidiarietà. … Siamo abituati a vivere in un mondo in cui la nostra domanda di servizi è soddisfatta dal soggetto pubblico alle sue varie scale. Per una serie di motivi troppo lunghi (da trattare in questa sede) il modello esistente non è più in grado di funzionare in maniera soddisfacente. … "

Precedentemente avete usato il termine "sussidiarietà". Che cosa si intende con questo?".

La maniera più semplice per spiegare che cosa è la sussidiarietà può essere facendo qualche esempio. A Milano c’è una carenza cronica di asili nido. Nel contempo sappiamo che una grande quantità di mamme si auto organizza usando il meccanismo del sopracitato "tagesmutter" (madre di giorno: donne che accudiscono a un gruppo di bambini - n. d. r.). Queste mamme stanno fornendo un servizio prezioso alla città.. .. La sussidiarietà non è un prodotto. Si tratta piuttosto di un metodo per affrontare i bisogni concreti della persona e della comunità....».

e ANCORA. «La sussidiarietà non è l’unica risposta possibile. Se le organizzazioni della società civile non sono in grado di soddisfare i requisiti stabiliti dal Comune, quest’ultimo interviene fornendo direttamente il servizio. Si tratta di una risposta residuale, basata sulla convinzione secondo cui la risposta sussidiaria dovrebbe essere privilegiata ove possibile. …. Da questo punto di vista, è un ribaltamento completo rispetto alla maniera tradizionale di guardare ai servizi. Non si parla più di "scuole", quanto piuttosto alla necessità di soddisfare il bisogno di "istruzione". Non è detto che la maniera tradizionale di rispondere a questi bisogni … sia l’unica maniera possibile o la migliore».

Ho riportato questa lunga citazione dal Pgt perché il lettore potesse ben capire di cosa parliamo. Se, come si è gridato, i vecchi piani regolatori erano "vittime" di un’ideologia (si dice di sinistra) qui siamo allo tsunami ideologico e non abbiamo bisogno di altra conferma. La dottrina politica di Cl, che in Lombardia ha la sua culla, è chiara: da un lato si chiudono i rubinetti verso le istituzioni pubbliche - scuole, sanità, assistenza sociale - poi si elargiscono contributi alle strutture "accreditate" che, privatamente, offrono quei servizi che il pubblico strangolato non riesce più a offrire. Ma perché parlarne nel Pgt?

La ragione è semplice: in altra parte si dice che i volumi edificati destinati ai servizi - pubblici o privati (sussidiari) che siano, tra i quali anche scuole, asili, spazi commerciali e via discorrendo - non costituiscono cubatura ai fini urbanistici, dando una spinta alla sussidiarietà: gli accrediti arriveranno poi. Io credo che una riflessione vada fatta proprio mentre celebriamo il 150° anniversario dell’unità d’Italia e parliamo di Costituzione: quell’unità e questa Costituzione si reggono anche sul principio di una scuola pubblica, uguale per tutti. La scuola di Formigoni ci riporta all’Ottocento, tre secoli fa, e anche questo Pgt ne è uno strumento.

I lavori di scavo al Foro della Pace sono stati bloccati. Ferme anche le indagini nei cantieri della villa dei Quintili sull’Appia e in altri siti della Regina Viarum. E nessuno più che riversi nel grande archivio telematico le centinaia di schede di scavo redatte su carta per catalogare il tesoro venuto alla luce nel centro storico e nel suburbio.

Non bastano i tagli che il governo ha imposto ai Beni culturali. Ora ad affossare l’archeologia romana ci si è messa la burocrazia interna. Che ha messo alla porta un centinaio di archeologi collaboratori: quegli studiosi che costituiscono la forza lavoro senza la quale la macchina ministeriale, depauperata dal blocco delle assunzioni, si ferma. E questo perché la Soprintendenza archeologica speciale di Roma ha rimandato indietro «quasi un milione di euro di fondi già impegnati nel 2009 in contratti, affidamenti e collaborazioni esterne», denuncia nell’interrogazione alla Camera la parlamentare pd Manuela Ghizzoni.

Un milione dimenticato. Mentre la società ministeriale Arcus spa ne destina uno e mezzo (nei prossimi tre anni) per "le attività culturali al Complesso monumentale del Vittoriano" facendo passare come beneficiario il Commissario straordinario per l’area archeologica di Roma e Ostia. Più un altro milione per Ostia antica. E niente per l’area archeologica centrale.

A bloccare i fondi della Soprintendenza ci sarebbe il cosiddetto "decreto Brunetta" che, in nome della trasparenza, ha limitato al 30 per cento del bilancio gli stanziamenti previsti per le consulenze esterne. Ma lo stop sul 2009 è arrivato dagli uffici amministrativi a gennaio. Quando proposte e contratti degli esterni erano stati già accettati e vistati dai vari funzionari della Soprintendenza che operano sul territorio. In molti i casi i lavori erano già stati avviati. Lavoro gratuito, scoprono adesso. «La nostra paura è che il problema si riproporrà anche nel 2010», dice Giorgia Leoni, presidente della Confederazione italiana archeologi. Tanti gli Indiana Jones con la partita iva a Roma. Erano la maggior parte dei 5000 che nel 2008 parteciparono all’ultimo concorso nazionale, dopo 25 anni, per 30 posti da archeologo. Requisiti: laurea, specializzazione e dottorato. Super esperti e precari a vita. Ora anche senza stipendio.

Rita Paris, responsabile dell’Appia e della Catalogazione, dà una speranza ai collaboratori: «Attenzione, tutti i lavori per i quali vi erano le proposte non rientrano nelle "consulenze". Redigere inventari, catalogare, fare assistenza nei cantieri di scavo: si tratta di attività istituzionali della Soprintendenza che vengono date all’esterno per mancanza di personale. Siamo stati fermi un anno. Speriamo di riuscire a recuperare nel 2010». Avverte Rossella Rea, responsabile del Colosseo: «Al Foro della Pace il blocco dello scavo archeologico sta creando problemi e ritardi anche alla metro C». Il marciapiede di via dei Fori imperiali deve essere smantellato per lasciare il posto al cantiere dell’omonima stazione. «E per questo - spiega la Rea - abbiamo studiato un percorso pedonale alternativo: una passeggiata suggestiva e inedita sopra il Foro della Pace e dietro Massenzio». Ma gli scavi sono fermi.

«Quello che è stato fatto all’Aquila non si era mai visto finora in Italia». Apriti cielo! Raccontano di nasi storti e di occhi roteanti verso l’alto, scandalizzati. Succede se, metti una sera a Milano, in uno di quei salotti con i camerieri indiani e l’antiberlusconismo che si porta bene su tutto, come un blazer blu... Succede se un architetto di fama indiscussa, come Pierluigi Nicolin, 68 anni, professore al Politecnico e con un curriculum che lo ha visto intervenire dopo i terremoti del Belice e di Napoli, butta lì un commento del genere.

Architetto, che cosa si è lasciato scappare?

«Quello che conta è ciò che uno vede, mica altro. E ho detto quanto ho visto. Ero andato là come architetto. Senza nemmeno presentazioni, perché volevo essere autonomo nel giudicare».

Parliamo allora di ciò che lei ha visto fare dagli uomini di Guido Bertolaso.

«Ho visto gente con un perfetto controllo del territorio, ho visto giovani sulla cui professionalità non c’era nulla da eccepire, ho visto l’impegno profuso dalle loro squadre locali, ma anche la solidarietà di quelle provenienti da altre parti d’Italia. Una cosa così non l'avevo mai vista prima. Soprattutto in meno di otto mesi. E ammetto di esserci andato con dei pregiudizi, come mi aspettassi di vedere ben altro».

E invece?

«Ora la periferia dell’Aquila è di gran lunga meglio di com’era prima, e parlo di quelle costruzioni brutte e scadenti che si trovano di norma nelle periferie. Il prodotto della speculazione. Invece, questi nuovi quartieri con le case appoggiate sui sostegni antisismici che nascondo oltretutto anche la bruttura dei parcheggi, mi sono parsi una soluzione interessante. Non mi saranno piaciute tutte, però, suvvia...».

Perdipiù tenendo conto dei tempi.

«Sì, i tempi contano. Ma vorrei ricordare anche la qualità, l’attenzione a cose che non si erano mai viste prima in situazioni simili, come la cura del paesaggio senza però snaturarlo, o le soluzioni di risparmio energetico. Un insieme di autentiche novità che ti fanno dire: qui dietro si vede l’opera di una industria delle costruzioni».

Altri ricordi, quelli di Belice e Napoli?

«Non se ne parla nemmeno, di fare paragoni. Pensi che quando mi avevano mandato in Belice, la gente stava nelle baracche già da dieci anni. E a Napoli è stata una storia ancor più complessa, farraginosa, che insomma... (ride di cuore, ndr) ha incrementato addirittura il debito pubblico italiano, quella roba lì».

L’Aquila e il suo centro. Pensa dovrebbe continuare a esserci un ruolo per la Protezione civile?

«Purtroppo ora il compito della Protezione civile mi sembra finito».

Perché dice purtroppo?

«Perché in Italia c’è una diffusa cultura della conservazione che fa diventare tutto perfezionista e burocratico, rendendo le cose molto sofisticate. Che poi significa complesse e lunghe».

Mentre la sua ricetta per l’Aquila qual è?

«Prima di tutto non bisogna fissarsi sul concetto “com’era e dov’era”. Come da una crisi se ne esce diversi, così anche da un terremoto. Non significa raderla al suolo, ma non si può lavorare in una situazione simile usando i criteri normali della Sovrintendenza. Con questa diffusa ipersensibilità al passato si finisce per rallentare a tal punto le cose che poi, anche una volta fatte, chessò tra vent’anni, la città sarebbe un fantasma. Bisogna fare in fretta o l’Aquila non si riprenderà più. Quindi bisogna affidarsi a persone credibili».

Ce ne sono, in Italia? E chi sono?

«Diciamo che conosco un sacco di persone intelligenti (ride di nuovo, ndr). Peccato che raramente, in Italia, finiscano al posto giusto».

Non le chiedevo di fare i nomi.

«Li farei, se fossi incaricato di farli. L’Italia è piena di architetti, anche se non proprio tutti bravi. Ma di bravi ce n’è. E anche di colti. Peccato che poi il sistema spesso li emargini. È una delle fregature italiane. Perdipiù ricorrente».

Lei si considera di sinistra, oppure...

«Anche questa è una roba tipicamente italiana. Dà la misura di come siamo messi. Perché devo essere filo berlusconiano se dico che una cosa ha funzionato? Sono le rogne dei tempi difficili... Ma siccome sono abituato a far funzionare la testa e a cercare di rimanere lucido, ripeto di non poter negare ciò che ho visto all’Aquila. Mi vergognerei di me stesso».

La chiesa romanica di San Pietro di Coppito è stata in piedi bene o male sette secoli, sfidando i terremoti che hanno più volte devastato la conca dell'Aquila. Fino al 6 aprile 2009. Adesso ti viene incontro sventrata, uno spettro nella città deserta, quasi un "fermo immagine" del sisma. Sbriciolati gli affreschi medievali, il campanile ridotto a un mozzicone, la campana di bronzo schiantata a terra, simbolo di una comunità espropriata della sua anima. Pier Luigi Cervellati gesticola da dietro un cumulo di macerie, in mezzo al sagrato: «Lei non ci crederà, ma questa è una fontana del Quattrocento. Le hanno scaricato addosso quintali di detriti, come una pattumiera. È uno sfregio intollerabile. Ma lo sanno, questi signori, cosa rappresentano per la gente di qui le fontane? Sono la loro identità, insieme alle chiese e alle piazze». Il professor Cervellati, bolognese, architetto e urbanista tra i più autorevoli, è all'Aquila con una delegazione di Italia Nostra, tra cui il segretario generale Antonello Alici e l'ex-presidente Giovanni Losavio, impegnati in una battaglia per il recupero del centro storico del capoluogo abruzzese. Non pretendono vincoli anacronistici, semplicemente che oltre a costruire a tempo di record quartieri satellite con le tecnologie antisismiche più sofisticate si pensi a salvare e far rivivere il cuore antico della città, come chiedono quelli che nella "zona rossa" abitavano e lavoravano fino alla tragica notte del 6 aprile, e che cominciano giustamente a perdere la pazienza.

«Immota manet» dice il motto sullo stemma della città. Più immota di così: da quasi un anno l'Aquila è imbalsamata, con tutte le sue ferite aperte, avviluppata in una ragnatela di ponteggi. E trentottomila aquilani sono ancora senza casa. Camminiamo lungo la via Sassa, tra facciate sbrecciate di palazzi cinquecenteschi e barocchi, cornicioni penduli e bifore pericolanti, facendo lo slalom in mezzo a mucchi di macerie. Non c'è un'anima in giro, a parte qualche vigile del fuoco e qualche operaio al lavoro. Hanno riaperto la sede della Banca d'Italia, il caffè dei fratelli Nurzia (quelli del famoso torrone), un'enoteca in piazza del Duomo. Per il resto, soltanto lucchetti, transenne e saracinesche abbassate. Cervellati allarga le braccia: «Quando ponteggi e puntellature verranno rimossi, le murature crolleranno. E spesso questi interventi sono pure sbagliati, i tubi entrano nelle finestre, non si potranno più fare lavori all'interno. È una forma di accanimento terapeutico dal costo enorme. E adesso, con la fine del regime commissariale, regione ed enti locali devono preparare piani di recupero. Operazioni immani, ci vorranno mesi se non anni per poter riabilitare la città storica. Ammesso che ci si riesca».

Leggiamo sulla guida rapida del Touring, edizione 1975: «L'Aquila, m. 714 ab. 60131, capoluogo di provincia e di regione, sede arcivescovile. Città principale dell'Abruzzo per arte e storia, situata sopra il declivio di un colle sulla sin. dell'Aterno, in un'ampia conca cinta da alte montagne (catene del Gran Sasso e del Velino-Sirente). Conserva la bella impronta medievale... Fondata attorno alla metà del secolo XIII... si arricchì di numerose architetture religiose, che ora caratterizzano il volto della città».

Chiosa Cervellati: «L'Aquila è uno splendido esempio di quella rinascita urbana e religiosa che l'Italia ha vissuto tra il mille e il milleduecento. Una città-territorio, che a quei tempi si identificava nel Comitatus Aquilanus, una forma di insediamento a rete. Non per niente si favoleggia di novantanove castelli, novantanove chiese, le novantanove cannelle della fontana più famosa di qui. Chiesa piazza e strade formano un bene immateriale unitario, le parrocchie sono un punto di riferimento territoriale e della socialità, per credenti e non credenti. E guardi in che stato sono. Scoperchiate, a pezzi, ingombre di pietre e calcinacci. E dopo un anno, nessuno ha ancora neppure cominciato a restaurarle. Hanno fatto vedere in tv il presunto salvataggio della chiesa del Suffragio: l'elicottero che appoggiava delicatamente una cupola in fibra di carbonio. Eccola lì, la vede? Certo ripara dalla pioggia, ma il tamburo che sta sotto è lesionato, non so quanto potrà reggere. Ora io domando: il vescovo ha intenzione di riaprire le chiese? Nel regime del concordato, la manutenzione spetterebbe allo Stato. Ma io ho sentito con le mie orecchie il segretario generale dei Beni culturali dire che il restauro del duomo di Venzone in Friuli, dopo il terremoto del 1976, è un simulacro, una cartolina illustrata. Come la Fenice e il Petruzzelli. Io non credo che lo Stato possa abdicare alla sua funzione di tutela. Non c'è bisogno di manuali di restauro, basta un po' di buon senso. Certo se non si numerano le macerie, se si fa un cocktail di pietre e calcinacci, ricostruire poi sarà una missione impossibile». Le cifre fanno venire i brividi: quattro milioni di tonnellate di pietre e mattoni da rimuovere, che potrebbero presto salire a cinque. «Ci sono fondi pubblici? – si interroga Cervellati –. In che misura possono contribuire i proprietari?

Nell'incertezza nascono leggende metropolitane: è vero o non è vero, per esempio, che l'ignoranza porta a vendere le case antiche e a trasferirsi nelle New Town?».

Intanto, oggi i cittadini del centro storico si preparano a invadere pacificamente – come domenica scorsa – la zona transennata, questa volta armati di carriole e cassonetti per cominciare a rimuovere un po' di detriti. Li guida un redivivo "Comitatus Aquilanus", che si richiama polemicamente ai padri fondatori. Sobillati dai mercanti di voti, in vista delle prossime regionali? Può darsi. Ma poi vai nei paesi distrutti, col sindaco in tuta ginnica alla Bertolaso, e la gente ti avvicina, ti grida in faccia la sua rabbia, e non sono agit prop. Cosa scriveranno sulla guida del Touring del 2015, o del 2075? E dove porteranno i turisti? A visitare le New Town?

«Ideazione penitenziaria» è stato il tema non proprio lieto di un convegno che si è svolto venerdì scorso a Trieste, indetto dal Sidipe, il sindacato dei direttori delle carceri italiane. Tema del consesso le «carceri galleggianti» per le quali la Fincantieri ha presentato un progetto nella speranza di ottenere nuove commesse pubbliche. Il gioiellino carcerario, che evidentemente sta molto a cuore all'amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono, è una piattaforma di 126 metri di lunghezza, 33 di larghezza, 25 di altezza, per 25 mila tonnellate di stazza lorda. Collocato in un porto o in un arsenale e collegato con la terra, potrebbe ospitare 640 detenuti in 320 celle. Costo un centinaio di milioni e tempo di realizzazione 24 mesi. Un'idea che sembra brillante per risolvere in tempi brevi e in mancanza di più seri interventi legislativi il problema del sovraffollamento dei penitenziari dove si accalcano 67mila detenuti in 43mila posti.

Pare che ai direttori dei penitenziari il progetto di Bono sia piaciuto. Ma subito si sono alzati alti lai di alcune città, a cominciare da Genova, che non gradiscono «Alcatraz» nei loro porti. E soprattutto sul business penitenziario di terra ha già messo le mani la cricca delle emergenze, che notoriamente propende per il cemento. Il piano per far fronte all'emergenza carceraria, annunciato nel dicembre scorso dal ministro Angelino Alfano, ha trovato subitanea accoglienza nell'articolo 17 ter del decreto sulla Protezione Civile Spa, pur modificato dopo l'esplosione dello scandalo, che conferisce poteri totali al commissario Franco Ionta, che può individuare le aree per la realizzazione dei nuovi penitenziari e derogare alle norme urbanistiche, a quelle sugli espropri, al limite nei subappalti, con la Protezione Civile che sceglie progettisti, assegnatari degli appalti, direttori dei lavori e quant'altro. Così è facile prevedere che le 47 «palazzine» per accogliere 21mila detenuti saranno di cemento e in terraferma, con una torta di 600 milioni da spartire tra la cricca. La quale al business carcerario si applica già da anni.

Tre carceri in costruzione in Sardegna, ad esempio, sono stati dati in appalto secretato da Angelo Balducci, deus ex machina del sistema e oggi detenuto, indovinate a chi? A tre delle imprese coinvolte nello scandalo della Protezione Civile: l'Anemone, la Giafi di Valerio Carducci e la Opere Pubbliche, la società di uno di quelli che ridevano nel letto la notte del terremoto dell'Aquila. Gran parte dei lavori per i penitenziari di Sassari, Tempio e Cagliari sono stati dati in subappalto. Il risultato è che, nonostante l'urgenza che dovrebbe giustificare la deroga a tutte le leggi, sono in costruzione da sei anni, come hanno documentato Guido Melis e Donatella Ferranti, deputati Pd della Commissione Giustizia della Camera. In compenso, Anemone ha già incassato 26 milioni, Carducci 31e Piscicelli 39, su un totale complessivo previsto in oltre 200 milioni Per cui si mettano l'anima in pace Bono, la Fincantieri e i sindacati che vogliono salvare l'occupazione cantieristica. Il business cementiferocarcerario è già segnato.

Il segreto di Arcus La cassaforte dei ministeri

Luca Del Fra

Cade la manna dal cielo, sotto forma di un diluvio di 200 milioni di euro distribuiti da Arcus lungo il triennio 2010–2012: c’è già chi parla di un miracolo della Madonna di Pompei, per il suo santuario infatti arriveranno 3 milioni di euro, 16 per Cinecittà Luce, 3 e mezzo per la Valorizzazione del patrimonio diretta da Mario Resca. Niente miracolo però per la regione piegata dal terremoto e poi abbandonata: all’Abruzzo nel prossimo triennio vanno appena 3 milioni di euro, meno che alle istituzioni con cui collabora Elena Francesca Ghedini, ordinario di archeologia di Padova nonché sorella dell’avvocato di Silvio Berlusconi, il deputato Niccolò Ghedini. Gridano allo scandalo i sindacati Cgil e Flp Bac, e non senza motivo: a fronte dell’abbandono del centro storico de L’Aquila, oramai ridotto in poltiglia dall’inverno e pronto per ospitare una “new town” di quelle promesse a suo tempo da Berlusconi, il Lazio nei prossimi tre anni porta a casa circa 31 milioni di euro, 21 la Toscana del ministro Bondi, poi staccate le altre regioni, 14 il Piemonte, 12 la Campania.

Per ultime: 3 l’Abruzzo, 2,8 la Basilicata, 1 la Calabria. Fanno il pieno gli enti ecclesiastici che, oltre a cospicui restauri sempre pagati da Arcus e affidati alle Sovrintendenze o agli enti locali – è il caso del non bello (litote) santuario pompeiano –, ottengono finanziamenti per altri 20 milioni di euro direttamente erogati a parrocchie, conventi, congregazioni, ordini, diocesi e arcidiocesi. Qualcuno dietro questi fondi sente il passo felpato di Gianni Letta, una specie di risarcimento per le bagatelle del premier e per la campagna contro l’ex direttore di «Avvenire»: orate fratres. Ma anche le sorelle non se la passano male, e non pensiamo solo alle Clarisse di Santa Rosa (500 mila euro in tre anni), ma anche alla sorella di Niccolò, Francesca Ghedini, dal momento che l’università di Padova dove è ordinario ottiene 3 finanziamenti per il totale di 1 milione e 800 mila euro, ma anche la Scuola Archeologica di Atene e la fondazione Aquileia di cui è collaboratrice – come da pagina web della stessa Ghedini sul sito dell’ateneo patavino –, avranno rispettivamente 500 mila e un milione e mezzo di euro: totale 3 milioni e 800 mila. Quasi un milione più dell’Abruzzo. Spesso i progetti finanziati hanno titoli oscuri: «Roma fuori dai fori» oppure «Studi Cinetelevisivi Rodolfo Valentino».

E non sorprende: fondata nel 2004 Arcus è una Spa dello stato che ridistribuisce il 3% degli stanziamenti previsti per le infrastrutture, da investire in cultura. Inizialmente lo statuto prevedeva dovesse finanziare non la regolare attività delle istituzioni, ma progetti specifici e dal carattere innovativo. Una formula vaga, resa ancor più incerta da successivi ritocchi: nella prassi Arcus è la cassaforte dove i ministri che si sono succeduti alla cultura e alle infrastrutture hanno attinto per operazioni di facciata, disinvolte e talvolta anche opache. Tanto che nel 2007 Arcus è stata commissariata, e si scoprì che i soldi venivano erogati perfino per una tappa del giro d’Italia.

Ancora una volta la disinvoltura non manca: si finanziano teatri commissariati come il Carlo Felice di Genova o il San Carlo di Napoli, Mario Resca l’uomo assunto dal ministro Bondi alla Valorizzazione del patrimonio museale per attirare i capitali dei privati, per ora si prende quelli di Arcus, cioè dello stato, per la sua Direzione Generale e per l’Expò di Shanghai. I 16 milioni per Cinecittà vanno a un generico progetto di «Valorizzazione e rilancio della attività», senza considerare i 500 mila euro per la Fondazione Pianura Bresciana, in passato promotrice dell’indimenticabile Convegno sulle cinque razze autoctone dei suini. Ultimo paradosso, attraverso Arcus foraggia anche la Fondazione Banco di Napoli, vale a dire una di quelle fondazioni bancarie private che avrebbero per statuto quello di finanziare la ricerca, la cultura e così via. Altro che intervento dei privati nella cultura: questa è una pioggia gelatinosa di danaro pubblico.

ARCUS - La saga dei fratelli Ghedini

Vittorio Emiliani

Nella saga dei fratelli Ghedini l’avvocato del Cav, nonché deputato, Niccolò ha la faccia sempre più triste di chi proprio non la sfanga, poveraccio, con ‘sti giudici talebani, nonostante i “mavalà” lanciati in tv.

Sale invece e riluce vivido l’astro della sorella Elena Francesca, archeologa dalle mille attività ministeriali, a partire dal 2002. Prima di allora soltanto alcuni titoli accademici. Dal 2002, una fiumana, un’“esplosione”. E’ contemporaneamente nella commissione Infrastrutture con Lunardi ministro (l’uomo dei trafori), in quella della Protezione civile per i Beni culturali e nel CdA di Arcus, la “cassaforte” della cultura irrorata a pioggia. Di nuovo in ombra dopo il 2006, riemerge con le elezioni 2008: subito consigliere del ministro Bondi per le aree archeologiche; cooptata nel Consiglio Superiore quando Carandini rattamente accetta di subentrare al dimissionario Settis. Ma presiede pure la commissione per la gestione/valorizzazione dei Parchi Archeologici e figura nel gruppo di lavoro per riformare la Scuola di Atene.

Tralascio qualcosa? Certamente. Si fa prima a dire che, senza di lei, i beni archeologici non sanno stare. L’ambizione della superattiva Elena Francesca? “Riportare l’Italia al ruolo che le spetta nel panorama dei Beni culturali mondiali”. Una vera italiana, perbacco. E l’archeologia? “Salvo poche eccezioni, musei e aree archeologiche sono in condizioni disastrose”, poi si rende conto che le è scappata la mano e precisa: ”soprattutto per la comunicazione: didascalie spesso illeggibili e quasi sempre solo in italiano”. E se i milioni di Arcus li usassimo per ’ste benedette didascalie? Che dice, se po ffà?

L’ultimo pacco siglato «Cultura spa» porta in dote 200 milioni di euro. L’infornata è di questi giorni e permetterà al governo una distribuzione a pioggia in favore di centinaia di associazioni, enti, teatri e fondazioni. Più che di privatizzazione della cultura, l’operazione sa tanto di mancia di Stato, giusto a un mese dal voto, per amici, boiardi e parenti importanti. Succede così dal 2004. I tre ministeri di riferimento stanziano (Beni culturali, Economia e Infrastrutture) e i beneficiari graditi incassano. È un affare gestito da pochi, con fondi pubblici e scavalcando il controllo parlamentare.

La «Cultura spa» di impronta berlusconiana - assieme ad Ales - ha il volto di Arcus, più che un volto il vero braccio operativo, il braccio lungo della spartizione. «Società per lo sviluppo dell’arte» fondata nel 2004 (sotto il precedente governo del Cavaliere) a capitale interamente sottoscritto dal ministero dell’Economia. I suoi decreti operativi vengono adottati dal ministero per i Beni culturali di Sandro Bondi, di concerto con le Infrastrutture di Altero Matteoli. Una spa a tutti gli effetti - col suo cda di sette componenti per dieci dipendenti - che, come ha avuto modo di denunciare in ripetute occasioni la Corte dei conti, si è «trasformata in un una agenzia ministeriale per il finanziamento di interventi», spesso «non ispirati a principi di imparzialità e trasparenza». La storia torna a ripetersi. Nel silenzio generale, la spa Arcus ha adottato a febbraio il piano triennale di interventi: 119 milioni per quest’anno, 43 per il prossimo, 37 e mezzo per il 2012. Totale: 200 milioni, parcellizzati in 208 interventi.

La logica appare discrezionale, se non emergenziale, in stile Protezione civile. Nel calderone, dietro il Lazio con 23 milioni di euro nel 2010, la parte del leone la fa la Toscana dei ministri Bondi e Matteoli: 21,4 milioni, rispetto per esempio agli 8,5 della Sicilia o ai 12,5 della Campania, pur ricche entrambe di siti, chiese, monumenti. Ma quali sono gli interventi strategici sui quali il ministero punterà per i prossimi tre anni? Nel capitolo «varie», intanto, 500 mila euro vengono destinati alla «partecipazione dell’Italia all’Expo di Shangai 2010». A guidare la missione sarà Mario Resca, consigliere d’amministrazione della Mondadori, berlusconiano doc, direttore generale del dipartimento per la «valorizzazione del patrimonio culturale» al ministero. Solo coincidenze, ovvio. Come lo è il fatto che, in Veneto, Arcus finanzia con due capitoli per un totale di 600 mila euro il dipartimento di Archeologia dell’Università di Padova. Direttore è la professoressa ordinaria di Archeologia Elena Francesca Ghedini, sorella del più illustre deputato, avvocato e consigliere del premier, Niccolò. Altissime le sue referenze nel mondo culturale: dal 2008 il ministro Bondi l’ha voluta al suo fianco quale «consigliere per le aree archeologiche» e dal marzo 2009 quale membro del «Consiglio superiore per i beni culturali». Ma di bizzarrie nelle 18 tabelle del piano se ne scovano tante. Ad Amelia, in Umbria, l’Associazione culturale società teatrale riceverà 800 mila euro, la Fondazione teatro dell’Archivolto in Liguria 450 mila euro e via elargendo.

Generoso il finanziamento di decine di interventi su immobili ecclesiastici, anche del patrimonio vaticano, dunque extraterritoriali. È il caso del «restauro dei cortili interni della Pontificia università gregoriana» a Roma: 1 milione di euro nel 2010 e 500 mila nel 2011, sebbene lo Stato abbia già finanziato lo stesso restauro con 457.444 euro tratti dai fondi dell’8 per mille, lo scorso anno, e con 442.500 euro, nel 2007. Ma, anche qui, la lista di monasteri, campanili e basiliche beneficiati è sconfinata. Dal pozzo dei miracoli di Arcus il governo attinge per aiutare pure le amministrazioni comunali «amiche» in crisi finanziaria: 1 milione alla cultura del Comune di Roma di Gianni Alemanno, 1,5 milioni per la rassegna estiva «Kals’art» del Comune di Palermo (Diego Cammarata).

La spa del ministero tra il 2004 e il 2009 aveva già spalmato, su 300 interventi, finanziamenti pubblici per altri 250 milioni di euro. La storia non cambia. E dire che il ministro Bondi, presentando in Parlamento il suo programma, il 26 giugno 2008, annunciava l’intenzione di «restituire alla società Arcus la sua mission originaria, evitando interventi a pioggia» e promettendo di «privilegiare d’ora in poi interventi di notevole spessore». Dalla fondazione del 2004, a gestire la spa è il direttore generale Ettore Pietrabissa, già vice all’Iri e poi all’Abi. Presidente è un vecchio andreottiano, Salvatore Italia, classe ‘40, alla guida del cda composto da altri sei consiglieri. Vertice di tutto rispetto per una spa che vanta però solo 4 dipendenti distaccati dal ministero e 6 contratti a termine. Sebbene la sede legale sia in via del Collegio romano 27, nei locali del ministero, quella «operativa» si trova in via Barberini 86, in un elegante ufficio da 350 metri quadrati nel pieno centro di Roma, affittato per circa 16 mila euro al mese, 175 mila euro l’anno. Nel 2010, stipendi, sede, gettoni e quant’altro necessita al funzionamento di Arcus costeranno 2 milioni di euro.

«La spa è solo a uso e consumo dei gabinetti dei ministeri», racconta Gianfranco Cerasoli, responsabile cultura della Uil. «Un carrozzone da smantellare, che continua a finanziare beni extraterritoriali della Chiesa: le sue risorse potrebbero essere gestite dal ministero, tagliando spese che gravano inutilmente sui contribuenti». Resta il nodo dei controlli. «Arcus ha di positivo l’immediata operatività, finanzia anche opere importanti - spiega Fabio Granata, componente Pdl della commissione Cultura della Camera - tuttavia in due anni di legislatura mai un atto della spa è transitato in Parlamento».

E’scritto nel Qohélet, poema biblico di massima saggezza, che «ciò che è, già è stato. Ciò che sarà, già è». Si applica atrocemente all’Italia, e manda in rovina le parole che da 17 anni ci accompagnano, sempre più insipide: Transizione, Seconda Repubblica, Nuovo, Miracolo, Riforma. Oppure: politica del fare, dell’efficienza. Nell’intervista a Fabio Martini, Rino Formica, ex uomo di Craxi, constata un «collasso dello Stato.

Snervato nei suoi gangli vitali. Con un’aggravante: nell’opinione pubblica cresce un disgusto senza reazione, si attendono fatalisticamente nuovi eventi ancora più squalificanti, il perpetuarsi di un’Italia regno degli amici, delle spintarelle, delle percentuali».

L’avvento del Nuovo, promesso dopo lo svelamento di Tangentopoli nei primi Anni 90, era dunque un pasticciaccio, un maledetto imbroglio. Non: «Ecco, faccio nuove tutte le cose», ma: «Faccio tutte le cose vecchie». Non siamo in mezzo al guado, il viaggio non è mai iniziato. Come nell’Angelo sterminatore di Buñuel, per uscire dalla stanza-prigione bisogna ripercorrere gli esordi, capire come si è entrati nell’imbroglio e ci si è rimasti.

Mani Pulite nacque e crebbe come evento davvero inedito, per l’Italia, in simultanea con la battaglia condotta a Palermo contro i patti della politica con mafia e camorra: una pantera la mafia, una volpe la camorra, disse Falcone a Giovanni Marino di Repubblica, quattro giorni prima di essere ucciso. Figlie, l’una e l’altra, di «un’omertà che si è trasformata in memoria storica di uno Stato che non ti garantisce». È significativo che l’unico commento di Silvio Berlusconi sul marciume che torna a galla sia: «Il male principale della democrazia in Italia è la giustizia politicizzata». Non è il marciume, ma il dito che lo indica. Non è il fare che si svela malaffare, il predominio dell’opaco sul trasparente, il familismo amorale che torna, la ’ndrangheta che non fidandosi più di nessun mediatore entra in Parlamento. Il capo del governo è un avatar della Prima Repubblica: pur travestendosi, pur conquistando folle e voti, «fa vecchie tutte le cose». La sua rivoluzione, come accade nelle rivoluzioni giacobine, ha raccattato il potere a terra per salvarlo. Il presidente della Consulta Francesco Amirante ha detto in pratica questo, giovedì: sono i giacobini e non i democratici a idealizzare la sovranità assoluta dell’elettore. Le costituzioni esistono perché del popolo non ci si fida del tutto, e la Consulta rappresenta un «popolo trascendente» che guardando lontano frena se stesso.

Quando nacquero le due battaglie - Mani Pulite a Milano, l’antimafia a Palermo - si capì che tutto in Italia si teneva: l’intreccio tra politica e affari a Nord, tra politica e mafia a Sud. Le due città divennero simbolo dell’Italia peggiore e migliore, ambedue sperarono molto prima di disperare, ambedue scoprirono di portare dentro di sé la «memoria storica di uno Stato che non ti garantisce». Dicono che Tangentopoli oggi è diversa, anche se il cittadino non vede grandi differenze. Per alcuni è peggio («Noi non abbiamo mai scardinato lo Stato», assicura Formica), visto che allora si rubava per i partiti e ora si ruba per sé. Come se rubare per la politica fosse un’attenuante, e non l’obbrobrio che ha distrutto il senso delle istituzioni e dello Stato, aprendo strade ancor più larghe alle ruberie del tempo presente.

Dicono anche che l’Italia è congenitamente votata alla corruzione. Anche questo è falso, perché l’Italia con Mani Pulite cominciò a sperare veramente in una rigenerazione. Enorme fu la partecipazione ai funerali di Falcone, il 25 maggio ’92. Ci fu il movimento dei lenzuoli, speculare a Mani Pulite. Nel suo bel libro L’Italia del tempo presente, Paul Ginsborg cita un documento stilato in una veglia di preghiera nella chiesa palermitana di San Giuseppe ai Teatini, il 13 giugno 1992, dopo l’eccidio di Falcone. Il documento s’intitolava «L’Impegno», e oggi dovrebbero leggerlo e rileggerlo gli studenti, gli imprenditori, i servitori dello Stato, i politici, per mostrare che l’Italia ha qualcos’altro nelle ossa, oltre alla melma. Se torna a corrompersi, è anche perché ai vertici manca l’esempio. «Entri nella mafia se ti senti, e sei, nessuno mischiato con niente», dice il linguaggio malavitoso.

Vale la pena ricordare alcuni brani, dell’Impegno palermitano: «Ci impegniamo a educare i nostri figli nel rispetto degli altri, al senso del dovere e al senso di giustizia. Ci impegniamo a non adeguarci al malcostume corrente, prestandovi tacito consenso perché “così fan tutti”. Ci impegniamo a rinunziare ai privilegi che possano derivare da conoscenze e aiuti “qualificati”. Ci impegniamo a non vendere il nostro voto elettorale per nessun compenso. Ci impegniamo a resistere, nel diritto, alle sopraffazioni mafiose...». Questo fu, ed è, il Nuovo. Anche Milano, atavicamente maldisposta verso lo Stato, sentì sorgere in sé un ricominciamento. Corrado Stajano la descrive non più piegata sui propri affari privati ma «infiammata di un entusiasmo liberatorio», nel febbraio ’92, grata ai magistrati che ne scoperchiavano il malaffare. Da allora «si è indurita, non ha saputo discutere le cause vicine e lontane di una corruzione che ha macchiato tutti i partiti politici e tutti gli strati sociali (...), non ha saputo fare i conti con se stessa. Ha cancellato quel che è successo. O meglio, ha preferito dirsi che nulla è successo» (Stajano, La città degli untori, Garzanti 2009).

Fu da quel vuoto che balzò fuori la figura di Berlusconi, agguerritissimo addomesticatore di istinti, creatore di mondi e show consolanti. Lui sapeva la forza di certi gusti, aveva addirittura forgiato nuovi stili di vita a Milano-2, lontano dalla pazza folla cittadina, aveva creato addirittura una televisione per le new town e da lì partì, promettendo nel ’94 un «nuovo miracolo italiano». Un miracolo non per fermare i comunisti, ma quel popolo dei lenzuoli e dell’entusiasmo liberatorio che minacciava mafie e vecchi-nuovi padroni del vapore. Si continuò a rubare, senza neanche più fingere passioni politiche. La Lega smise gli osanna a Mani Pulite perché rivalutare le istituzioni voleva dire contribuire di tasca propria al bene comune, e solo gli imbecilli lo fanno.

Non si aprì l’era della trasparenza, della riforma dello Stato. Se ne parla di continuo ma il verbo è performativo, come dicono i linguisti: basta dire e il fare già c’è. Paradossalmente, nell’era di Berlusconi tutto si decide nelle aule di giustizia: non è da escludere che proprio questo egli voglia, per avere un nemico esistenziale.

Forse il Nuovo non è venuto perché debellare la corruzione è «impresa titanica», come sostiene Luca di Montezemolo: perché coinvolge non solo i politici ma un’intera classe dirigente. Forse per questo siamo immobili non in mezzo al guado, ma penzolanti nel vuoto come nel ’92, sfiduciati e però assetati di ricominciare. Difficile credere che non esista anche questa sete, accanto al disgusto fatalista. La sete rispuntata dopo il fascismo, quando Luigi Einaudi disse, il 27 luglio ’47: «Esiste in questo nostro vecchio continente un vuoto ideale spaventoso».

Mi ha colpito una frase, detta all’Aquila domenica scorsa da un manifestante delle chiavi, il direttore dell’Accademia delle Belle Arti Eugenio Carlomagno: «Chiusi nelle case antisismiche, nei moduli abitativi provvisori, abbiamo capito che non sapevamo dove andare: non c’è un teatro, non c’è una biblioteca, non ci sono più i bar del centro. Ci siamo accorti di essere persone che debbono solo comprare cibo al supermercato, mangiare e guardare la televisione. Abbiamo detto basta». Non è ancora L’Impegno della chiesa palermitana, ma si ricomincia anche così: uscendo dal privato delle new town, spegnendo le tv del Truman Show, riprendendosi la pòlis.

Riscoprendo che la politica può fare la differenza, non in peggio ma in meglio, e che a quel punto potremo edificare la memoria di uno Stato che ti garantisca.

Innanzi tutto, grazie di questa bella festa di popolo, che ci ripaga di molte delusioni e di tante amarezze. Ovviamente, ogni volta che questo popolo si riunisce, i suoi temi e le sue richieste aumentano. Tornerò più avanti su questo punto, ma intanto vorrei fare questa osservazione.

Non si può fare lotta contro l'illegalità, la disonestà e l'ingiustizia senza fare lotta al sistema. Abbiamo detto, e anche scritto recentemente: se il Capo è corrotto, non è possibile che la nazione non sia infetta. Ma se la nazione è infetta, è più facile che anche il Capo sia corrotto.

Se le cose stanno così, vuol dire che la lotta per una sana democrazia, per la libertà, l'onestà, la giustizia, necessariamente si allarga, abbraccia temi sempre più vasti, si nutre di ambizioni più alte.

Da ogni parte, anche in questi ultimi giorni, si sentono auspicare e richiedere, come risposta alla crisi, le riforme: lo ha fatto Marcegaglia, lo ha fatto Montezemolo, lo ha fatto Fini, lo ha fatto D'Alema; lo farà di sicuro la settimana prossima Silvio Berlusconi. Di quali riforme si parla? Non si sa bene. Quando qualcosa di più chiaro emerge, ci fa paura. Quel che si sa è che nessuno di questi signori ha parlato e parla dell'unica riforma di cui varrebbe la pena di parlare, la riforma da cui dipendono tutte le altre: la riforma della politica.

Riforma della politica vuol dire mettere in discussione le forme - i modi - le procedure - gli interessi - la formazione dei gruppi dirigenti - della politica, di tutta la politica, in questo caso non importa se di destra o di sinistra.

Riforma della politica vuol dire invocare il controllo popolare permanente sulla politica, al di là e di più del controllo periodico del voto, anch'esso del resto svuotato e, sì, corrotto, da un'infinità di fattori; vuol dire invocare il principio della partecipazione; la messa in mora delle procedure di delega illimitata e autoreferenziale al ceto permanente e inamovibile dei politici.

Tutto questo perché, se c'è una nazione infetta che produce necessariamente un capo corrotto, questo vuol dire che c'è una politica che non funziona, perché se ci fosse una politica che funziona, non ci sarebbe una nazione infetta, non ci sarebbe un Capo corrotto.

Se le cose stanno così, ecco, io mi spiego perché voi siate tentati, siate obbligati a parlare sempre più di tutto. Vi farò un esempio.

Siete partiti dall'Art. 1 della Costituzione, che è ovviamente il cardine di tutto; cammin facendo ci avete aggiunto, giustamente, il 3 e il 21. Insomma: lavoro, uguaglianza di fronte alla legge, libertà di stampa: come separare effettivamente queste cose?

Io vi prego di meditare sulla possibilità che nella vostra agenda d'iniziative e di proposte inseriate anche l'Art. 9 della Costituzione, che al secondo Comma recita: «(la Repubblica) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»: e non solo perché l'ambiente è parte della nostra libertà e individualità nazionali; ma perché attraverso lo sfruttamento senza freni dell'ambiente, attraverso la cementificazione del territorio, passa il più colossale flusso di denaro corrotto e destinato alla corruzione, che possa ammorbare questo nostro povero e disgraziato paese.

E' andando avanti che si capisce meglio perché si è partiti! Con la forza della ragione e con la passione delle persuasioni si può sconfiggere la corruzione.

ROMA - Dal terribile tsunami del dicembre 2004 la terra ha continuato a tremare fino agli ultimi drammatici terremoti: l’Aquila, Haiti, il Cile. Si può dire che c’è una ripresa di attività sismica su scala globale? «Assolutamente no», risponde Franco Barberi, docente di vulcanologia a Roma. «Non c’è alcuna ragione per ritenere che siamo in presenza di un incremento dell’attività sismica. Prendiamo ad esempio gli tsunami. Solo nel Pacifico, in media, ce n’è più di uno all’anno; e ogni 10 - 12 anni se ne registra uno catastrofico».

Eppure la sensazione è che il numero delle vittime cresca.

«Questo è un altro discorso. Stiamo viaggiando rapidamente verso i 7 miliardi di persone e le aree urbanizzate sono enormemente cresciute. Cresciute in larga parte in luoghi dove non esistono le risorse materiali, e in qualche caso la cultura, per fare della buona edilizia, dei palazzi in grado di resistere alle scosse. In un mondo così sovraffollato e poco intelligentemente costruito è inevitabile che il bilancio dei terremoti peggiori».

Forse c’è anche un maggior senso di vicinanza con le vittime. Nell’era della globalizzazione non esistono più luoghi remoti.

«Sì, questo è senz’altro uno dei fattori in gioco. E io aggiungerei un terzo elemento: la moltiplicazione dell’informazione. Gli eventi ci arrivano addosso riflessi da tutti i media e l’effetto psicologico aumenta».

Dal punto di vista statistico lei comunque non vede traccia di un aumento dei sismi neanche a livello regionale?

«Le statistiche di questo tipo si fanno su lunghi periodi e su aree ampie. È chiaro che se ci concentriamo su una zona molto ristretta troviamo sempre, in qualche luogo del mondo, un picco di fenomeni sismici; ma dal punto di vista scientifico quest’analisi non ha senso. A livello globale ogni anno si registrano decine di migliaia di scosse: questa è la situazione di base con cui dobbiamo fare i conti».

I picchi recenti di cui parla coincidono con un recente aumento delle vittime?

«Il rischio aumenta su scala globale per le cause che ho elencato, ma a livello di singoli episodi ci sono stati terremoti più devastanti degli ultimi. Ad esempio nel 1556 in Cina, nello Shansi, ci sono stati 830 mila morti».

È il numero più alto di vittime?

«Sì, anche se, essendo così lontano nel tempo, il dato ha una minore affidabilità. In tempi più recenti c’è stato un altro terremoto devastante in Cina, a Tangshan: i morti dichiarati sono stati 255 mila, ma si sospetta che il numero reale abbia superato quota 600 mila. In Italia il bilancio più drammatico è stato quello del terremoto di Messina del 1908, con 80 mila morti, e quello della val di Noto del 1693 che distrusse Catania e fece 54 mila vittime. Dal punto di vista dell’energia in gioco, il peggiore fu invece quello che si registrò nel maggio del 1960 al largo delle coste cilene: 9,5 di magnitudo».

Che consigli darebbe a chi teme che i terremoti aumentino?

«Lasciar perdere i calendari maya e costruire meglio le case».

La formula d’uso comune “questione settentrionale”, secondo Luciano Canfora (autointervista in La questione settentrionale. Economia e società in trasformazione, a cura di Giuseppe Berta, Feltrinelli 2007), fu inizialmente usata dal gruppo che si era formato attorno ad Adriano Olivetti (Franco Momigliano, Alessandro Pizzorno, Pasquale Saraceno…) per indicare un dissenso della società civile economica emergente nel “triangolo industriale” nei riguardi dello statalismo della classe politica e amministrativa domiciliata nella capitale. All’origine non conteneva significati né antimeridionalisti né antipolitici. Al contrario gli intellettuali progressisti, pur guardando al Sud in termini di arretratezza economica e incompiutezza del processo di unificazione risorgimentale, erano sicuri che una buona politica e una buona programmazione economica (quella del futuro centrosinistra) avrebbero potuto superare il crescente divario di sviluppo. Con il fallimento delle politiche meridionaliste, l’espressione “questione settentrionale” diventa un “espediente retorico, polemicamente oppositivo rispetto alla formula questione meridionale”. Di più, con l’avanzata del leghismo, già negli anni ’80, diventa un modo per segnare le diversità e approfondire le separazioni; il fondale davanti al quale mettere in scena le varie rappresentazioni secessioniste, più o meno cruente, più o meno leggere, a seconda delle circostanze e delle convenienze elettorali.

In realtà tutti sanno bene che la questione degli squilibri territoriali fa parte di un problema grande come il mondo: divario degli indicatori di sviluppo, ineguaglianze e conflitti distributivi, competizioni tra aree geografiche sono il pane quotidiano di cui si nutre il “modello” di crescita dominante del capitalismo competitivo e iperliberista. Tanto che anche le politiche di “perequazione” (tra i paesi aderenti e all’interno dei singoli paesi) tentate a più riprese con dispendio di risorse dalla Unione europea – sono miseramente naufragate.

In questo quadro di fallimenti storici delle politiche pubbliche, il discorso della Lega (che ha fatto ampie brecce anche nel centro e nella sinistra liberale) non poteva che avere grande seguito, essendo il più aderente al tipo di individuo della specie homo omini lupus che ha maggior successo nella lotta darwiniana per l’ evoluzione in ambiente liberista. Il problema è che questa antropologia è cattiva; viene alimentata quotidianamente (da ultimo, vedi Luca Ricolfi che nel suo Il sacco del Nord , Edizioni Guerini e Associali, 2010, calcola che 50 miliardi all’anno vengano “ingiustamente sottratti” alle regioni settentrionali) ed è temuta perfino da uno come Gianni de Michelis: “Nel declino ogni solidarietà verrà meno e il Nord sarà tentato di sollevarsi cercando di liberarsi del Sud” (Dialogo a Nordest, scritto a due mani con Maurizio Sacconi, Marsilio 2010). Quindi, la grande crisi che sta attraversando l’economia mondiale, può essere un acceleratore delle pulsioni separatiste, dei proclami indipendentisti, della balcanizzazione delle coscienze, prima che dei confini nazionali. Ma di quale crisi stiamo parlando?

Secondo gli osservatori vari di banche, istituti di ricerca, camere di commercio, ecc. sembra che nell’”anno terribile” (il 2009) nel Veneto ci sia stato un calo del reddito disponibile dello 0.9%. Grave, ma non impossibile da ammortizzare, sapendo che il Veneto è la seconda per il reddito procapite familiare e la prima per depositi bancari. Il bilancio tra chiusure e aperture di imprese è negativo, ma non per le società di capitali. Per molti osservatori l’ampliamento delle dimensioni delle imprese e le fusioni sono un processo positivo. Il presidente di Unioncamere ha affermato: “Il 62% delle imprese intervistate dal nostro Centro Studi ha previsto che a crisi riassorbita avrà raggiunto un livello di competitività superiore a quello di un anno fa” (il Sole 24 Ore). E sembra aver ragione: nel bel mezzo della crisi, già nel 2009, le esportazioni italiane sono aumentato del 23% in Brasile, del 21% in India, del 17% in Cina, del 14% in Sud Africa, del 40% in Turchia. Quel che si dice “paesi emergenti”. Per contro il calo della occupazione è stato rilevante, ma prevalentemente a carico dei lavoratori stranieri e circoscritto attorno ad alcuni settori e categorie di imprese (edilizia e industrie di più grandi dimensioni). Ha scritto Carlo Triglia (La terza Italia delle reti locali, il Sole 24 Ore). “Si profila un paradosso: la forza dell’arretratezza del modello italiano (..) la dimensione ridotta delle imprese, il più forte apporto con la famiglia, l’intreccio più stretto tra reti sociali e reti produttive, il basso indebitamento e sottocapitalizzazione delle imprese e il ruolo delle banche locali, delle organizzazioni di categoria, dei governi locali, ma anche la forte presenza del risparmio delle famiglie. Insomma, si tratta di un sistema in cui l’economia è meno separata: è più immersa nella società locale”. Così: “gli effetti della crisi tendono ad essere più diffusi e più ammortizzati dalla società locale”. I miracoli si ripetono a nordest; flessibilità, adattamento, specializzazione produttiva, conquista di nicchie di mercato per l’export … consentono al “modello familista-comunitario” – come lo chiama Aldo Bonomi – di cavalcare anche le onde della crisi. Il pulviscolo delle piccole imprese, più o meno consorziate “a grappolo” e internazionalizzate attraverso la catena di comando organizzata dalle imprese leader, le “multinazionali tascabili” dei vari Benetton, Lotto, Geox, Marzotto, Lux Ottica, Carraro, Danieli… continua a fare sistema.

Tutto bene quindi? Con una attenzione: non fare mai l’errore di confondere la capacità produttiva delle imprese con il benessere del contesto sociale, con la joie de vivre, direbbe Giacomo Becattini (Ritorno al territorio, il Mulino, 2009), con il bien vivir, come diciamo noi che amiamo i popoli indigeni, con il piacere di vivere in serenità, come pensa la gente. Infatti capita spesso che un’impresa riesca a fare utili proprio peggiorando le condizioni dei suoi dipendenti e stressando le condizioni ambientali. Quando giornalisti e politici di governo ci dicono “stiamo uscendo dalla crisi”, in realtà stanno guardando solo ai bilanci delle imprese e alla loro quotazione in borsa, non ai volumi di reddito effettivamente distribuito a chi ci lavora e tanto meno alle condizioni generali delle comunità locali. Politiche di bassi salari e tagli dei servizi di welfare locali, ricorsi generalizzati alla cassa integrazione anche “in deroga” (anche per gli artigiani) e tagli alle commesse dei contoterzisti possono servire a ristrutturare, selezionare ed eliminare concorrenti, concentrare capitali e potere nelle mani della nuova “classe imprenditoriale” emergente, una vera e propria elite che ha raggiunto la vetta del successo e delle glorie della “terza Italia” (né con le famiglie della grande finanza, né con lo stato), ma tutto ciò non significa automatico miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita delle popolazioni che di fatto sorreggono (in quanto “capitale sociale”, dicono gli economisti) le economie territoriali dei distretti e dei cluster produttivi.

La Lega, insomma, potrebbe entrare in contraddizioni imbarazzanti. Sostiene il liberismo antistatalista e chiede più dazi; predica il Made in Italy ma non può mettersi contro gli industriali che importano “scarpe italiane” dalla Romania, occhiali cadorini dal Vietnam, vetri di Murano dalla Cina; veste di verde i “proletaroidi” (come Bonomi chiama i micro imprenditori) ma dispensa dal governo di Roma “stimoli di stato” alla Fiat e promette sconti persino alla americana Alcoa; difende il latte padano e vota in Consiglio regionale il nucleare francese. Anche per la Lega la conquista del suo Palazzo d’inverno, il Balbi, potrebbe rivelarsi piena di fastidiose sorprese. Ma non c’è problema. Fino a che l’”opposizione” sarò più leghista della Lega, potrà contare sulla più assoluta mancanza di alternative.

Lo chiamavano l’uomo dal foglio d’oro. Non il vello d’oro, proprio il foglio, come quelli preziosi che Angelo Balducci volle come decorazioni al teatro Petruzzelli di Bari.

Dal Petruzzelli al San Carlo di Napoli: ricorrono sempre gli stessi nomi. E il nuovo superdirettore Mario Resca, ex ad di McDonald’s, con la società controllata Ales ora può gestire le gare come vuole.

Il business messo in piedi dall’alto funzionario Angelo Balducci e dai suoi amici appaltatori avrebbe suggerito la nomina di Bertolaso a ministro, al posto di Bondi, annunciata da Berlusconi.

Il deus ex machina dello Stato "in deroga" per realizzare "l’Italia del fare" di Berlusconi & Bertolaso, pronubo Letta, aprì sul campo un nuovo fronte di business miliardario: la Beni Culturali Spa. Un fronte così prodigo di soddisfazioni per i pubblici funzionari e per la cricca degli appaltatori da suggerire la nomina dell’uomo dei "decreti emergenziali" Guido Bertolaso a ministro dei Beni Culturali al posto di Sandro Bondi. Di qui l’annuncio di Berlusconi su «Bertolaso ministro» il 29 gennaio scorso, poco prima che lo scandalo deflagrasse. Poi, con l’arresto di Balducci e di altri "servitori dello Stato" la storia ha preso indirizzi diversi per l’inchiesta dei magistrati di Firenze sulla nuova Appaltopoli. Ma l’apparato predisposto è bello e pronto per intercettare "in deroga" i due miliardi e mezzo di euro (diconsi miliardi) di fondi europei per i beni e il turismo culturale. In principio furono per l’appunto i fogli d’oro che Angelo Balducci pretese invece di quelli di oro sintetico nell’apparato decorativo del teatro Petruzzelli, bruciato nel 1991, per la ricostruzione del quale fu commissario straordinario. Che volete che sia un milione di euro in più, di fronte a un costo globale cresciuto del 156 per cento?

Poca cosa rispetto ai 6 milioni di aggiornamento prezzi per le poltrone. Relativamente poco anche rispetto ai 650 mila euro per le "chianche" scomparse. Cos’erano? Erano le antiche basole tipiche del borgo antico di Bari, rimosse perché non andassero rovinate. Ma i soliti ignoti scoprirono il ricovero e se le portarono via. Conto totale del commissariamento di Balducci al Petruzzelli: cinquanta milioni contro un appalto iniziale di 23, secondo il calcolo di Antonio Cantoro, che sul "Teatro degli imbrogli" ha scritto un libro che sembra un giallo. Ma pazienza perché, come disse il sindaco di Bari Michele Emiliano, «il Petruzzelli è come il Vesuvio che se erutta fa danni». Se lo si placa fa invece la fortuna di politici, pubblici funzionari, commissari straordinari e appaltatori.

Non eruttò il teatro. Fu inaugurato a fine 2009 e con esso decollò il progetto per trasformare i Beni Culturali nel grande polmone dell’Italia del fare, mondati da ogni regola della legislazione ordinaria, da ogni controllo contabile e di legittimità, in onore di una suprema deroga appaltatrice per teatri da ricostruire, zone archeologiche da ripulire, siti d’arte da mettere in sicurezza, monumenti da sbiancare, palazzi da ristrutturare, statue da rigenerare, quadri da restaurare, biblioteche da puntellare, musei da gestire, biglietterie, librerie, bar e ristoranti da dare in concessione.

La Beni Culturali Spa, un’evoluzione della specie della Protezione Civile Spa, è già pronta a partire sotto i buoni auspici di Gianni Letta se non fosse per i magistrati fiorentini che inchiodano la cricca della bertolasocrazia tutta protesa alla conquista della prateria di appalti che si apre per la valorizzazione del patrimonio storico e monumentale.

È al Petruzzelli di Bari che si fa le ossa come sub-commissario un giovanotto rampante asceso infine a capo di Gabinetto del ministro Bondi. Trentasei anni, si chiama Salvo Nastasi e dalla tolda ministeriale controlla il partito dei commissari e l’annessa galassia di appaltatori del cuore. Egli stesso è stato commissario al Maggio Fiorentino e al teatro San Carlo di Napoli, dove ai lavori di restauro ha partecipato Pierfrancesco Gagliardi, quello che sghignazzava con suo cognato Francesco Piscicelli la notte del terremoto all’Aquila. Dipendente del ministero al settimo livello, questo Nastasi stava per diventare direttore generale senza concorso, per decreto, con un emendamento ad personam del senatore Antonio D’Alì. Nell’agosto scorso passò invece come un colpo di fucile la nomina a direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale di Mario Resca, che Berlusconi aveva già proposto in tutte le salse, anche come direttore generale della Rai o presidente dell’Alitalia. Ex amministratore delegato della McDonald’s Italia, ex presidente del Casinò di Campione e della Finbieticola, il suo sogno è fare una centrale elettrica alimentata dal sorgo nell’ex zuccherificio di Voghera. Ma Berlusconi e Letta l’hanno risolutamente voluto al Patrimonio culturale, anche se non ha mai visto un museo in vita sua. «I cheeseburger - ironizzò il New York Times all’atto della nomina - entrano nel dibattito sui musei italiani». Alla Pinacoteca di Brera, di cui Resca è commissario e dove spenderà almeno 50 milioni, potremo ordinare «un McCaravaggio e una coca»? si chiedeva il NYT. E spiegava che il governo italiano «al mandato costituzionale di proteggere il patrimonio culturale sembra voler sostituire un modello imprenditoriale finalizzato allo sfruttamento». Al genio stile McDonald’s dobbiamo lo spot pubblicitario che sull’immagine del Colosseo recita: «Se non lo visitate ve lo portiamo via». In che senso? Come in "TotòTruffa", il film del 1962 nel quale il principe De Curtis vende la Fontana di Trevi a un turista.

Regnante Berlusconi, il conflitto d’interessi, si sa, è un concetto desueto. Ma le società di gestione museale riunite nella Confcultura, aderente alla Confindustria e presieduta da Patrizia Asproni, sono infuriate perché tra i tanti incarichi Resca, che ha accasato i suoi consulenti in un palazzetto al numero 32-33 di via dell’Umiltà di proprietà di una immobiliare berlusconiana, è anche consigliere d’amministrazione della Mondadori, che controlla la Mondadori Electa, società leader nella gestione dei punti di vendita all’interno dei musei. Magari in un soprassalto di dignità Resca si dimetterà. Ma chi potrà impedire che l’Electa si aggiudichi i pezzi più pregiati del business? Oltre alla Pinacoteca di Brera, gli Uffizi di Firenze, le aree archeologiche di Roma e Ostia Antica, l’area archeologica di Pompei, tutti i siti più importanti sono già nelle mani del partito dei commissari.

Una compagnia di giro ben sperimentata e ottimamente retribuita. A Firenze c’è Elisabetta Fabbri, un architetto veneziano nella manica di Nastasi, già commissaria per il Parco della musica, da cui sono partite le indagini della Procura di Firenze. Tra i "soggetti attuatori", Balducci ha inserito Mauro Dellagiovanpaola, finito in galera insieme a lui. A Roma e Ostia Antica, dopo il commissariamento di Bertolaso, è subentrato Roberto Cecchi, direttore generale per il Paesaggio e in procinto di diventare segretario generale del ministero. A Pompei c’è Marcello Fiori, ex responsabile dell’Ufficio emergenze della Protezione civile, intimo di Gianni Letta. Ovunque ci siano i soldi pronti ci sono anche i commissari, che in deroga a tutte le leggi affidano i lavori e i servizi senza gare di evidenza pubblica. E non a caso nel 2009 i residui passivi del ministero, cioè i soldi non spesi, sono aumentati di 200 milioni, per dimostrare che per far funzionare le cose occorrono i commissari straordinari.

Tramite la società controllata Arcus, Resca ha affidato per 200 mila euro a due società di consulenza, la Roland Berger e la Price Waterhouse Coopers, il compito di redigere le nuove linee per le gare di concessione dei musei. Ma il gioiellino dell’uomo che vuole portar via il Colosseo è un altro. Si chiama Ales, Arte Lavoro e Servizi Spa, e serve a fare esattamente quello che Berlusconi, Letta e Bertolaso avrebbero voluto fare con la Protezione Civile Spa. Ma stavolta senza decreti, senza passaggi parlamentari, senza opposizione. Ex società per il reimpiego di lavoratori socialmente utili interamente controllata dal ministero dei Beni Culturali, la Ales ha ora la possibilità statutaria di fare quel che vuole, a cominciare dal drenaggio di fondi e dalla loro distribuzione con assoluta discrezionalità. Altro che l’Italstat, la società dell’Iri guidata da Ettore Bernabei che in epoca democristiana introdusse in Italia la concessione e l’appalto di opere di tutti i tipi, dagli uffici postali alle carceri, superando gli ostacoli burocratici e che con fondi Fio si occupò anche di beni culturali, girando gli "sfiori", che per i grandi partiti erano troppo modesti, ai ministri socialdemocratici dell’epoca Vincenza Bono Parrino, Ferdinando Facchiano e al segretario Psdi Antonio Cariglia. Fu attraverso la consociata Italstrade che furono costituiti centinaia di miliardi di lire di fondi neri, cui attinsero in molti prima. Tra questi, proprio Gianni Letta, che incassò un miliardo e mezzo e raccontò di averlo utilizzato per salvare il quotidiano Il Tempo, di cui era direttore e amministratore delegato. Ne uscì pulito, dopo che il processo fu scippato a Milano dalla Procura di Roma, come il successivo sulla legge Mammì e le frequenze televisive di Berlusconi. La storia si ripete nell’ex porto delle nebbie, come dimostra il coinvolgimento del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro nello scandalo Bertolaso.

Lo statuto della Ales, di fatto la Beni Culturali Spa, è un capolavoro che, senza una legge, istituisce una sorta di Iri della Cultura. «A titolo indicativo e non esaustivo», svolge per il ministero «la gestione di musei, aree archeologiche e monumentali, biblioteche, archivi, la guardiania, le visite guidate, la biglietteria, il bookshop, la gestione dei centri di ristoro (con somministrazione di alimenti e bevande rivolta ai fruitori dei luoghi della cultura)... la gestione del marchio e dei diritti d’immagine, il supporto tecnico-operativo per le attività di prestiti. L’esercizio di attività di pubblicità e promozione in tutte le sue forme, anche attraverso l’organizzazione di uffici stampa e piani di comunicazione, di mostre, convegni, fiere promozionali, spettacoli e, in generale, di eventi culturali; l’attività di editoria in generale e in particolare la pubblicazione, produzione e coedizione di libri». E via così per tre pagine fitte fitte. Ecco il gioiellino "in deroga" che era bello e pronto per Guido Bertolaso ministro dei Beni Culturali della Repubblica berlusconiana "del fare". "Fare affari", naturalmente. Se non ci fossero stati quei magistrati di Firenze che secondo Berlusconi «si dovrebbero vergognare». Sì, del loro Paese.

IL LAMBRO avvelenato, che minaccia di avvelenare il Po è l´ultima delle devastazioni compiute dal partito del fare e del non ragionare. Il Piemonte è "il padre di tutte le inondazioni", i suoi fiumi non tengono più, non regolano più. Contadini, industrie e cavatori hanno chiesto all´alto corso del Po più del ragionevole.

Hanno preso i suoi valligiani per farne dei manovali, le sue acque per derivazioni che in certi tratti, d´inverno, asciugano il fiume che è tanto più pericoloso quanto più è in magra. Tra Casalgrasso e Moncalieri, c´è il "materasso alluvionale" più profondo e più pregiato d´Europa. Ghiaie e sabbie depositatesi nei millenni per una profondità che arriva ai duecento metri, materiali di corso alto dunque puri e pregiati. Ogni tanto, dove il bosco fluviale s´interrompe, sembra di essere sul Canale di Suez dove passa fra alte dune sabbiose. Sono le colline di sabbia delle cave per cui si muovono come insetti mostruosi i camion giganti. Ricordano la confusione e il fervore dantesco dell´"arsenal dei viniziani", gru alte cinquanta metri, scavatrici mostruose, baracche e la pozza d´acqua della cava, delle voragini profonde fino a duecento metri, a centinaia in un territorio che dall´alto sembra un groviera con il rischio che le acque del fiume sfondino le paratie di terra e si uniscano alle acque delle cave con un caos idrologico imprevedibile.

Il rischio è grande, ma cosa è il rischio per i contemporanei? Gli esperti del Progetto Po ci perdono la testa, ma per i due milioni di Torino e dintorni è una cosa inesistente. Eppure le acque delle cave inquinatissime potrebbero penetrare nella falda acquifera che fornisce il settanta per cento dei consumi della metropoli. La grande difesa in superficie del depuratore del Po Sangone, il più grande e pare l´unico da qui al delta, potrebbe essere sottopassato. Ma che sanno i nostri governanti di questi rischi? Poi le genti del fiume Po hanno perpetrato il misfatto di rifiutare, di sabotare la navigazione commerciale del fiume. Ogni giorno arriva nel porto fluviale di Cremona una nave da carico. Potrebbero essere trenta, cinquanta se Cremona fosse collegata all´area di Milano, dove si concentra la metà della produzione industriale italiana, ma gli agrari si oppongono. Quanti sono? Forse cinquecento proprietari fra grandi e piccoli fra Pizzighettone e Crema. Più forti dei quattro milioni di abitanti della grande Milano e pronti a tutto. Il teorema degli agrari è il seguente: il canale è inutile perché il Po non è veramente navigabile: fondali bassi, nebbie, due periodi di magra. Non è vero, il professor Della Luna, un grande esperto del Po dice: «I giorni in cui il Po da Cremona al mare ha un fondale di due metri e cinquanta, due metri e ottanta sono duecentosessantanove, sui due metri trecentodiciassette. I fondali sui due metri e ottanta saranno necessari quando useremo le navi fluvio-marine lunghe centocinque metri e larghe undici e cinquanta, navi da duemila tonnellate, ma con le navi di oggi i fondali medi sono sufficienti. Quelli del Reno, che è la più grande via d´acqua d´Europa, sono analoghi».

Credo che il professore, che è fra i progettisti del canale dica una cosa vera: il Po è il più navigabile fiume d´Europa e il meno navigato. Cremona è a trenta metri di altezza sul livello del mare mentre il Rodano a Lione a centosessanta. Il dislivello tra Cremona e Milano è di cinquanta metri, e il canale tedesco tra il Meno e il Danubio ha superato una quota di quattrocentosei metri. I francesi vogliono collegare con un canale Parigi a Lilla, ci sono due progetti ed è in corso una lotta aspra fra i sindaci dei due tracciati che se lo contendono. Qui i venti sindaci fra Pizzighettone e Milano sono tutti fortemente ostili. Perché? Perché i lombardi hanno perso il gusto per l´intrapresa e sono allineati sulla linea conservatrice di "sfruttiamo l´esistente".

Ma cosa è questo esistente? È un sistema di trasporto su strada prossimo a scoppiare anzi già scoppiato. Nonostante la terza corsia, la autostrada Milano-Bologna, è già un fiume rombante di camion che non possono, come un fiume vero, "esondare" in lanche o golene. E siccome il piano Delors prevede nel decennio un raddoppio del traffico o si usano anche le vie di acqua o si va verso una cementificazione folle. Nella metropoli milanese vivono quattro milioni di persone e ognuna di esse ha bisogno di un trasporto di materiali solidi di tre metri cubi: cifre terrificanti. Il Po è un fiume di rare piene ma disastrose, nel ‘51 e nel ‘94 ha inondato intere province. Ma per la navigazione è un fiume placido, riceve gli ultimi dei suoi trenta grossi affluenti, il Mincio e il Panaro a 160, 140 chilometri dalla foce, diciamo una portata costante con variazioni regolari, ma dei grandi fiumi europei è il meno usato, quattrocentomila tonnellate di merce contro milioni.

Il Po è il grande padre avvelenato dai suoi figli. «Spero di morire prima di veder morto il Po» si legge in uno degli ultimi scritti di Riccardo Bacchelli. L´agonia è stata, per un fiume millenario, rapida, quindici anni fa il Po era ancora un Nilo, invadeva secondo le stagioni le terre di golena e le fecondava, dico le terre comprese fra gli argini di maestra, alti, possenti, rinforzati ogni anno e gli argini di ripa, pian piano invase dai coltivatori padani che vi hanno costruito le loro case le loro "grange" o piccoli borghi mettendo nel conto che ogni tanti anni, magari cinquanta, magari dieci il fiume dà e toglie, arricchisce e impoverisce. Gente di Po, comunque, incapace di abbandonare il suo fiume, la sua storia. Ora dopo una esondazione - sono belli i nomi fluviali - restano sul terreno chiazze di olio, macchie calcinate di residui chimici. «Solo pochi anni fa - mi dice un uomo del fiume - andare per i pioppeti inondati era stupendo, si passava in barchino tra i filari nella luce ombra della piantagione, più che una violenza era una silente, pacifica comunione di acque e di piante. Ora, appesi ai rami più bassi, trovi i sacchetti di plastica, i nastri di plastica e sembra di stare in un film dell´orrore, ti aspetti che compaiano mostri esangui». Ma anche i pallidi eleganti pioppi hanno la loro parte nel disastro del Po. Li hanno piantati fino alla riva del fiume e non sono alberi che rafforzano l´argine, non si piegano all´onda come i canneti o i salici, non hanno radici forti come gli ontani, sono piante di poche radici sradicabili, per proteggerli si è imprigionato il fiume nei cassoni dei "bolognini" o delle prismate, difese dure che fanno impazzire la corrente.

E inquinano, i tronchi sono cosparsi di insetticidi, la chimica arriva nel terreno, bisognerebbe arretrarli di almeno cento metri ma quel che è fatto è fatto, la barriera verde sta sulle rive. L´agonia per un fiume millenario che non era mai sostanzialmente cambiato è stata rapida, questione di venti, di quindici anni. Non molto tempo fa i pescatori si facevano la minestra con l´acqua del fiume prendevano l´acqua con la loro tazza di legno per berla. Ora non se la sentono più di entrarci a gambe nude, si proteggono con stivaloni e tute. L´inquinamento è salito negli ultimi cinque anni dai 14 milligrammi per litro ai 50. Pochi anni fa la gente del Po anche benestante faceva le vacanze sul fiume, preferiva i suoi ghiaioni alle spiagge affollate di Viareggio o di Rimini, conosceva gli accessi, sapeva tagliare le frasche con cui fare dei ripari al sole, non sentiva come Gioan Brera nessun complesso edipico verso il padre fiume feroce "rombante nelle notti di piena" semmai, adesso, il complesso è verso il padre sporco. Le società fluviali avevano nomi diversi ma sempre abbinati a "canottieri" e il legame è così antico che anche se ci si bagna in piscina in club aperti di recente a quindici chilometri dal fiume sempre canottieri sono.

Ha scritto uno studioso del fiume, Piero Bevilacqua: «Nella cultura dello sviluppo padano ci si è mossi verso l´ambiente come in una realtà da dominare, da schiacciare». Che il Po fosse il sistema nervoso di questa grande valle, il punto di riferimento, di identità, quello che dava una misura precisa alla nostra vita non ha avuto alcuna importanza: era solo un canale di scarico, un luogo per estrazioni di sabbia e allevamenti di maiali. Non si è più distinto fra rischi accettabili e rischi mortali, fra i rischi normali di un fiume e la sua uccisione; non si è più distinto fra convivenza accettabile e convivenza distruttiva. E così si è arrivati all´assurdo che per la manutenzione normale del fiume si sono spesi in sei anni settecento miliardi e per pagare i danni della piena del Tanaro diecimila. Che per l´auto ogni persona spende tre milioni l´anno ma tutti assieme i lombardi non sono stati capaci di bonificare la zona del Lambro, non se ne è fatto niente perché l´acqua del Lambro e dei pozzi è strumento di potere politico che i sindaci e i partiti non vogliono mollare. I soldi per la variante di valico dell´autostrada Bologna-Firenze li troveremo, ma quelli per collegare le vie d´acqua del Veneto e andare dal Po a Ravenna chi sa quando. Eppure sono ottimista, ho partecipato quest´anno a un convegno sul Po, c´erano quattrocento amministratori, tecnici, studiosi del fiume. Molti non si erano mai incontrati prima, eppure c´era un sentire comune: il governo civile del Po, il recupero del Po devono diventare senso comune, devono formare un nuovo pensiero sociale che riprenda il cammino del riformismo del primo Novecento.

La secessione non risolve nulla, ci vuole l´autogoverno solidale. Come mai? La società impazzisce ogni tanto.

L´agonia del fiume e anche quella dei suoi pesci, non molti anni fa al mercato di Piacenza vendevano trance di storione di Po oggi se ne trovano ancora, non i giganti di quattro metri di cui Plinio il vecchio per Paduam navigante, seguiva le scie argentee, se ne pescano ancora nelle lanche di acqua tiepida dove vengono a digerire il pasto di carpe e di cavedani ma non superiori ai due metri. Sono scomparse anche le anguille di Ongina dove una ostessa con la faccia di Giuseppe Verdi le friggeva crocchianti e dolci mentre il marito era addetto al taglio perpetuo dei culatelli di Zibello, le cose miracolose che maturano solo all´aria umida del Po come i prosciutti e gli stradivari. Nel fiume si pescano ancora lucci, scardole, cavedani, carpe ma spesso "di gusto avariato". Imperversa il pesce siluro, lo squalo del Po. Venti anni fa non c´era o era rarissimo. Dicono che questo silurus flanis descritto dai naturalisti come "pesce tirannico, crudele vorace" sia arrivato dal Baltico. «C´è una Lombardia - mi dice il dottor Gavioli assessore all´Ambiente della Provincia di Parma - che ha prodotto i grandi costruttori di canali da Leonardo al Filarete e un´altra che ha prodotto Craxi e Formigoni», la Lombardia che ha impiegato venti anni a rendere percorribili le strade per Como e per Lecco, che non è stata capace di bonificare il bacino del Lambro che butta nel Po tutti i suoi rifiuti e veleni, incapace di capire che non ci sono solo gli interessi suoi ma anche quelli dei sedici milioni di italiani che stanno nei settantamila chilometri quadrati del bacino fluviale, nelle terre che Philippe de Commines, al seguito di Carlo VIII di Francia descrisse nel suo diario come "il paese più bello e il più abbondante di Europa".

Non è facile capire per quale involuzione dello sviluppo questa Lombardia che scavava i navigli per cui passavano le merci provenienti da Genova e dall´Adriatico fino alla fossa interna milanese dove si legavano a quelli provenienti dall´Europa attraverso i laghi, come mai la Lombardia dei grandi ingegneri idraulici come l´Aristotele Fioravanti e il Bertola da Novate non sia capace oggi di collegare il Po a Milano, non riesca a fare di questo Po cadaverico e puzzolente il fiume della rinascita.

Al primo posto, come ogni volta che abbiamo trattato dell’auditorium di Ravello, sta la questione della legalità, che continua a essere ignorata anche da autorevoli commentatori. Cesare De Seta, sul “Venerdì” della settimana scorsa liquida l’argomento fra i “conflitti grotteschi” che hanno preceduto la realizzazione dell’opera. È bene allora ricordare che la costiera Amalfitana e la penisola Sorrentina sono tutelate da un piano urbanistico territoriale “con specifica considerazione dei valori paesistici e ambientali” approvato con legge regionale (27 giugno 1987, n. 35). Il piano era stato originariamente predisposto dal ministero dei Lavori pubblici, poi trasmesso per competenza alla regione Campania che lo tenne in un cassetto fino all’approvazione della legge Galasso (1985): solo allora decise di fare bella figura approvando il piano addirittura con legge. È forse il solo strumento urbanistico (dopo il 1942) approvato con legge. Una legge, e quindi un piano, molto rigorosi, e si deve a essi se quel territorio, che pure non è scampato all’abusivismo, non è però affetto dalla rivoltante devastazione legale e illegale dilagata in Campania negli ultimi lustri.

Il piano urbanistico territoriale (noto come Put), disciplina minutamente tutti gli interventi possibili e ne fissa misure e modalità costruttive. Sono stabiliti accuratamente i dimensionamenti dei piani regolatori dei 34 comuni interessati, gli standard, le attrezzature pubbliche di livello superiore (art. 16). Fra queste ultime l’auditorium non è previsto, ma la legge consente di operare in variante. In che modo? “I pareri su progetti che comportino varianti al Piano Urbanistico Territoriale sono espressi dal Consiglio regionale” (art. 7, comma 2). E ancora “Le varianti, anche se parziali rispetto al Piano Urbanistico Territoriale, dovranno essere proposte al Consiglio Regionale per la relativa approvazione” (art. 15, comma 3). Esisteva quindi la possibilità di realizzare l’auditorium con regolare variante, ma questa strada non è stata percorsa. Non sappiamo perché. Probabilmente perché il consiglio regionale non avrebbe approvato. O per l’arroganza di un potere che non perde tempo intorno a fastidiosi formalismi come il rispetto di una legge. Ma è incontestabile che l’approvazione di un'opera non conforme al Put è illegittima. Italia nostra lo ho sempre sostenuto. Su questo sito trovate una completa documentazione (vedi: Città e territorio; Sos-Sos-Sos; Ravello).

Sulla questione il Tar si pronunciò una prima volta nel 2000 dichiarando illegittima la previsione di un auditorium a Ravello per contrasto con il Put. Nel 2003, comune, regione, provincia e soprintendenza insistono e approvano in conferenza dei servizi, il progetto attribuito a Oscar Niemayer (ma in effetti firmato dall’arch. Rosa Zeccato: chi scrive lo ha personalmente verificato negli atti comunali, e poteva benissimo farlo anche la giornalista che scrive su la Repubblica di oggi). Parte così l’operazione consenso, con un’invadente campagna pubblicitaria con la quale si cerca di tacitare le critiche sull’illegittimità dell’intervento. Ben 165 importanti intellettuali, politici, ambientalisti, giornalisti (da Remo Bodei a Fausto Bertinotti, da Massimo Cacciari a Renato Brunetta, da Giovanni Valentini a Mario Pirani: per la lista completa vedi sempre in eddyburg.it) più sensibili alla griffe che alla legalità, si dichiarano entusiasticamente a favore.

La storia si conclude così: Italia nostra ricorre al Tar, che nuovamente conferma l’illegittimità dell’intervento (sentenza del 9 agosto 2004). Sindaco e regione si appellano al consiglio di Stato che, nel febbraio 2005, senza pronunciarsi nel merito, con decisione inaudita, annulla la sentenza del Tar. Perché l’annulla? Nientemeno perché Italia nostra non ha notificato il ricorso anche al ministero per i Beni e le attività culturali. Non basta che lo abbia notificato alla soprintendenza, organo del ministero. Il pronunciamento del consiglio di Stato viene a tutti gli effetti assunto come un permesso di costruzione e si mette mano ai lavori. A Italia nostra non resta che il giudice penale che però, finora, non ha dato segni di vita.

Fin qui la questione della legalità, anzi dell’illegalità dell’opera, che era e rimane illegittima, checché ne dicano, come scrive Salzano, schiere di potenti e sapienti che, forse, in una terra strozzata dalla malavita, dovrebbero stare più attenti alla trasparenza delle decisioni pubbliche. Si leggono invece commenti sbalorditivi. Secondo De Seta, “l’Auditorium dialoga con le ardimentose colline della costiera”, aprendo formidabili prospettive agli architetti di rango, perché solo Niemayer? Nei prossimi giorni l’auditorium sarà solennemente inaugurato, dicono alla presenza del presidente della Repubblica, ma spero che non sia vero. Chiunque può andare a Ravello e giudicarlo. Per quanto mi riguarda, condivido pienamente un recente comunicato di Italia nostra della Campania: “all’illegalità si aggiunge la violazione di ogni rispetto del paesaggio e del contesto, per le dimensioni palesemente fuori scala (parte del costruito aggetta sui terrazzamenti) e per la forma: la cupola si oppone all’andamento naturale del pendio e occupa pesantemente le visuali dall’alto e dal basso; la struttura ondeggiante non ha alcun rapporto con la tipologia edilizia tradizionale dominante in Costiera”. Italia nostra pone anche un altro inquietante dubbio sulla funzionalità dell’auditorium, che non sembra avere spazio per ricevere la grande orchestra wagneriana. Spero che in proposito intervenga qualche autorevole esperto. Perché sarebbe una gaffe imperdonabile la pubblicizzazione dell’auditorium che ossessiona in questi giorni le stazioni ferroviarie con la Cavalcata delle Valchirie.

Aggiungo infine che per la realizzazione dell’auditorium la regione Campania ha speso 18,5 milioni di euro, al fine di consentire a Ravello di estendere la sua stagione turistica a tutto l’anno. Non so quanti sanno che la costiera Amalfitana è stata ufficialmente definita a economia turistica matura fin dagli anni Sessanta e che di tutto ha bisogno meno che di nuovi turisti. E non so quanti sanno che la città di Napoli è priva di auditorium (se si esclude quello della Rai). E non mi pare che ce ne siano nelle altre città della regione Un nuovo grande e bello auditorium non era meglio costruirlo a Scampia?

David Mills è stato corrotto. È quel che conta anche se la manipolazione delle norme sulla prescrizione, che Berlusconi si è affatturato a partita in corso, lo salva dalla condanna e lo obbliga soltanto a risarcire il danno per il pregiudizio arrecato all´immagine dello Stato. Questa è la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione. Per comprenderla bisogna sapere che la corruzione è un reato «a concorso necessario»: se Mills è corrotto, il presidente del Consiglio è il corruttore. Per apprezzare la decisione, si deve ricordare che cosa ha detto, nel corso del tempo, Silvio Berlusconi di David Mills e di All Iberian, l´arcipelago di società off-shore creato dall´avvocato inglese. «Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l´esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario» (Ansa, 23 novembre 1999). «Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l´Italia» (Ansa, 20 giugno 2008). Bisogna cominciare dalle parole – e dagli impegni pubblici – del capo del governo per intendere il significato della sentenza della Cassazione.

Perché l´interesse pubblico della decisione non è soltanto nella forma giuridica che qualifica gli atti, ma nei fatti che convalida; nella responsabilità che svela; nell´obbligo che oggi incombe sul presidente del Consiglio, se fosse un uomo che tiene fede alle sue promesse.

Dunque, Berlusconi ha conosciuto Mills e, come il processo ha dimostrato e la Cassazione ha confermato (il fatto sussiste e il reato c´è stato), All Iberian è stata sempre nella sua disponibilità. Sono i due punti fermi e fattuali della sentenza (altro è l´aspetto formale, come si è detto). Da oggi, quindi, il capitolo più importante della storia del presidente del consiglio lo si può raccontare così. Con il coinvolgimento «diretto e personale» del Cavaliere, David Mills dà vita alle «64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest». Le gestisce per conto e nell´interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle «fiamme gialle» corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l´avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio «somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali» che lo ricompensano della testimonianza truccata.

Questa conclusione rivela fatti decisivi: chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi; che cosa è stato nascosto dalla testimonianza alterata dell´avvocato inglese. Si comprende definitivamente come è nato, e con quali pratiche, l´impero del Biscione; con quali menzogne Berlusconi ha avvelenato il Paese.

Torniamo agli eventi che oggi la Cassazione autentica. Le società offshore che per brevità chiamiamo All Iberian sono state uno strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo e della sua avventura imprenditoriale. Anche qui bisogna rianimare qualche ricordo. Lungo i sentieri del «group B very discreet della Fininvest» transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l´approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi mentre, in parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le «fiamme gialle»); il controllo illegale dell´86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l´acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. Dunque, l´atto conclusivo del processo Mills documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c´è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la sua imprenditorialità, l´efficienza, la mitologia dell´homo faber, l´intero corpo mistico dell´ideologia berlusconiana ha il suo fondamento nel malaffare, nell´illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo.

E´ la connessione con il peggiore passato della nostra storia recente che, durante gli interminabili dibattimenti del processo Mills, il capo del governo deve recidere. La radice del suo magnificato talento non può allungarsi in quel fondo fangoso perché, nell´ideologia del premier, è il suo trionfo personale che gli assegna il diritto di governare il Paese. Le sue ricchezze sono la garanzia del patto con gli elettori e dell´infallibilità della sua politica; il canone ineliminabile della «società dell´incanto» che lo beatifica. Per scavare un solco tra sé e il suo passato e farsi alfiere credibile e antipolitico del nuovo, deve allontanare da sé l´ombra di quell´avvocato inglese, il peso di All Iberian. È la scommessa che Berlusconi decide di giocare in pubblico. Così intreccia in un unico nodo il suo futuro di leader politico, responsabile di fronte agli elettori, e il suo passato di imprenditore di successo. Se quel passato risulta opaco perché legato a All Iberian, di cui non conosce l´esistenza, o di David Mills, che non ha mai incontrato, egli è disposto a lasciare la politica e addirittura il Paese. Oggi dovrebbe farlo davvero perché la decisione della Cassazione conferma che ha corrotto Mills (lo conosceva) per nascondere il dominio diretto su quella macchina d´illegalità e abusi che è stata All Iberian (la governava). Il capo del governo non lo farà, naturalmente, aggrappandosi come un naufrago al legno della prescrizione che egli stesso si è approvato. Non lascerà l´Italia, ma l´affliggerà con nuove leggi ad personam (processo breve, legittimo impedimento), utili forse a metterlo al sicuro da una sentenza, ma non dal giudizio degli italiani che da oggi potranno giudicarlo corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della «testa dei suoi figli».

È possibile che in una città distrutta dal terremoto gli artigiani che dovrebbero avere un ruolo centrale nella ricostruzione siano costretti a mettere in cassa integrazione i loro dipendenti? Se lo chiedeva Riccardo Iacona nella straordinaria puntata di Presa diretta su L'Aquila di domenica sera. In realtà, L'Aquila è una rappresentazione fedele di un'Italia senza progetto, lasciata precipitare nella crisi. Invece di ricostruire un futuro si distruggono risorse, storie, prospettive. L'occupazione va in frantumi come la casa dello studente del capoluogo abruzzese. Senza uno straccio di politica economica e industriale del governo, che forse sogna un'Italia fondata sul turismo, frane permettendo. Siamo di nuovo a «italiani maccaroni».

Da ieri 30 mila operai della Fiat – tutti i dipendenti diretti dell'auto con la fortuna di accedere agli ammortizzatori sociali, mentre molti di più nell'indotto non ce l’hanno e stanno per diventare disoccupati, o lo sono già – sono in cassa integrazione. Tutti a casa, ma non siamo nel film di Comencini e la guerra è appena iniziata. La Fiat non ha ripensamenti, manda a dire John Elkann che studia da presidente della più importante industria italiana (italiana si fa per dire). Chiudere Termini Imerese, disboscare un po' dovunque nei vari stabilimenti italiani. E se le tute blu protestano, come nella fabbrica dimotori di Pratola Serra, il Lingotto invoca, e ottiene, le «liberatorie» cariche di polizia.

Fiat, e ancora: Merloni, Alcoa, Eutelia, Glaxo... La lista dei disastri industriali e della ricerca sarebbe lunghissima da compilare. La politica latita o raglia a Sanremo e le imprese fanno quel che vogliono. Le multinazionali fuggono, dalla Glaxo che cancella centinaia di ricercatori, all'Alcoa che vuole affogare nel mar di Sardegna e nella Laguna veneta migliaia di operai. La Thyssen Krupp, che smantellando impianti e sicurezza a Torino ha provocato una delle peggiori stragi della storia industriale italiana, oggi ricatta i dipendenti sopravvissuti dai quali pretende la rinuncia ad azioni legali in cambio non del posto, naturalmente, ma della cassa integrazione. Parlare di leggi del mercato, in casi come questi, e non di immoralità, è intollerabile. Il fatto è che l'immoralità, nel paese di Berlusconi, non fa più scandalo.

Operai negli stadi, operai nel tempio della musica. Meglio lì che sui tetti, per carità. Nulla da dire su chi le prova tutte per rivendicare visibilità e solidarietà, molto da dire su chi si libera la coscienza con un applauso in platea o sulle curve, o un invito sul palco. Nella strategia del governo c'è il logoramento della resistenza operaia, alternando promesse da mercante e manganellate, mentre si lavora alla dismissione del sistema Italia. L'opposizione parlamentare starebbe anche con chi lavora, non lesina dichiarazioni di vicinanza verso chi perde il lavoro, ma in questo periodo è molto impegnata nella preparazione delle liste elettorali. Deve fare attenzione, però, a non tirare troppo la corda. Se non altro per non perdere essa stessa, insieme a chi non rappresenta più, il lavoro.

Sono diventato in queste settimane un appassionato lettore di intercettazioni telefoniche, a tratti avvincenti («la cronaca è letteratura sotto pressione» - diceva Oscar Wilde). I molti riscontri che provengono dai densi, disinvolti dialoghi tra i protagonisti della nuova corruzione aiutano a capire i metodi usati per il controllo della spesa in opere pubbliche. Se si osserva con cura si capisce che in questa competizione non è solo in gioco la conquista di maggiori risorse da parte di imprese concorrenti, da fare crescere con trucchi vari. Non è il solito balletto tra corrotti e corruttori. La contiguità tra politici, soggetti attuatori e imprese evidenzia l’egemonia di queste ultime. Con un danno supplementare per la collettività. Infatti per fare tornare bene i conti è importante per le imprese orientare le scelte relative all’investimento, decidere quali opere servono e non solo quanto costano.

L’esito è molto deprimente tenendo nello sfondo la propensione evidente a estendere il procedimento dalle emergenze alla ordinaria gestione. Le politiche di spesa - e pure di uso del territorio -sono subite da chi dovrebbe decidere nell’interesse pubblico. Se a L’Aquila si interviene in quel modo - nel dopo terremoto - è perché l’imprenditore x o y è riuscito a fare prevalere la sua convenienza. Preferisce, è facile immaginarlo, la costruzione di nuove case alle mille rogne della ricostruzione nel centro storico.

Il bel libro curato da Georg Frisch ( «Non si uccide così anche una città», edito da Clean) tempestivo e attualissimo dopo le novità - le brutte storie del G8 di La Maddalena hanno un seguito a L’Aquila? – spiega la gravità della rinuncia a operare nella parte vecchia della città. In questo quadro tra emergenze e urgenze si è fatta strada facilmente l’idea che sia cosa buona affidare la progettazione esecutiva direttamente alle imprese -togliendo tutti i controlli - con gli esiti sconvolgenti che abbiamo visto. Così il senso che attribuiamo al progetto - presidio del procedimento amministrativo- viene meno perchè tutto si dissolve a beneficio dell’incremento dei costi. Pure il coinvolgimento di stelle più o meno luminose dell’architettura, non riuscirà a eliminare le ombre oscure che resteranno sui costi di opere frutto di procedimenti illeciti. È in fondo il trionfo della de-regolazione che si rispecchia già nella crisi della pianificazione urbanistica: le varianti contrattate (o i fai-da te dei piani casa) dicono della indifferenza diffusa verso il governo del territorio e la tutela e la cura del patrimonio paesaggistico che servirebbero a limitare le troppe emergenze e quindi l’attività della Protezione Civile.

Cari amici,

guardate un po' in cosa mi sono imbattuto per caso gironzolando sul BURL per tutt'altra questione: a p. 566 un'integrazione all'Accordo di Programma che consente la trasformazione di 10.000 mq da Manifestazioni espositive a show rooms, atelier, uffici privati, piccolo e medio commercio e la possibilità di trasformarne altri 10.000 da Manifestazioni espositive nelle altre funzioni private del PII.

Saranno ancora rispettati gli standard pubblici prescritti dalle norme?

Una volta tutto ciò avrebbe richiesto una delibera di Consiglio con pubblico dibattito, una pubblicazione comunicata a mezzo stampa, osservazioni, controdeduzioni, eccetera. Oggi si fa tutto alla chetichella e se uno non se ne accorge per caso... e poi ci sarà qualcuno che avrà interesse legittimo, voglia e soldi per opporsi con un ricorso? Ormai è passato il principio: facciamo quel c.... che ci pare!

Fatemi sapere se avete qualche idea riguardo al che fare (scaricabile qui di seguito il Bollettino Regionale)

È un affare da mezzo miliardo di euro, un progetto faraonico da 187mila metri quadrati su un terreno di 309mila. Ed è previsto proprio sui terreni della Lombarda Petroli, l´ex raffineria di Villasanta a Monza da cui qualcuno, nella notte tra lunedì e martedì, ha fatto uscire gli ottomila metri cubi di petrolio che hanno avvelenato il Lambro per poi riversarsi nel Po.

Su quell´impianto, e sui terreni che lo circondano, dovrebbero sorgere appartamenti, negozi, capannoni industriali, un grande centro direzionale. In una parola, "Ecocity": così lo ha battezzato la "Addamiano Engineering" di Nova Milanese che vuole realizzare tutto ciò. Un progetto che da qualche tempo sembra segnare il passo, frenato da una serie di difficoltà economiche, e sul quale ora la catastrofe del Lambro si abbatte con la forza di un ciclone.

foto f. bottini

E le indagini dei carabinieri, della polizia provinciale e del Noe, il nucleo ecologico dell´Arma, sembrano avere già imboccato una direzione precisa: quella del sottobosco dei subappalti. Ieri la Procura di Monza ha aperto un fascicolo per disastro ambientale e avvelenamento delle acque a carico di ignoti. Nessun dubbio che si sia trattato di un sabotaggio a cui hanno preso parte almeno tre persone. Per svuotare le cisterne è necessario sbloccare le valvole, attivare nella giusta sequenza tre comandi e attendere che gli idrocarburi vengano aspirati dal fondo e pompati in apposite tubature. Solo a questo punto si possono aprire le ultime paratie che dovrebbero essere collegate ad autobotti.

L´amministratore delegato della Lombarda Petroli, Giuseppe Tagliabue, è stato interrogato a lungo. Sarebbero emerse gravi carenze nella sicurezza dell´impianto. Nei prossimi giorni verrà sentita anche la famiglia Addamiano: i fratelli Giosuè, Rosario e Matteo, alla guida del holding Addamiano Engineering di Nova Milanese, fondata negli anni Sessanta. Ieri, all´ora di pranzo, i costruttori si sono presentati ai cancelli della Lombarda Petroli per verificare di persona quanto accaduto sui terreni dove a breve prenderà il via il loro progetto di riqualificazione urbana.

L´idea di "Ecocity" è trasformare l´ex-raffineria in una cittadella ecosostenibile. Il masterplan è stato realizzato dall´architetto Massimo Roj in collaborazione con progettisti del Politecnico. La prima parte, 80mila metri quadri dedicati all´industria, è già stata realizzati. Presto dovrebbe partire l´intervento per la costruzione della zona residenziale, altri 36mila metri quadri. Ed entro due anni dovrebbe essere aperto il cantiere per l´edificazione dell´ultima parte, quella direzionale (44mila metri quadri), che si troverebbe proprio dove oggi ci sono le cisterne del deposito carburanti della Lombarda Petroli da cui è uscita la terrificante onda nera che ora avanza lungo il Po.

Nel quartiere svetteranno proprio due delle cisterne, simbolo della old economy, reperto di archeologia industriale, che saranno inserite nel nuovo contesto fatto di verde, piazze e piste ciclabili. «È prematuro dire se quanto accaduto rallenterà il nostro lavoro» fanno sapere gli Addamiano. Di certo c´è che questa non è la loro unica opera di lottizzazione di grosse dimensioni. Sparsi da nord a sud, gli Addamiano hanno disseminato l´Italia di quartieri ecosostenibili, ma in questo momento soffrono di scarsa liquidità come molti imprenditori del settore.

Un dato, quest´ultimo, che non è sfuggito agli inquirenti che hanno deciso di compiere una serie di accertamenti proprio in questa direzione. E la pista degli interessi legati al mattone prende corpo anche nelle dichiarazioni del presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, che ieri ha dichiarato: «Se la magistratura dovesse individuare nella speculazione edilizia il movente di quest´azione criminalesarebbe necessario porre un vincolo urbanistico su tutte le aree attorno al Lambro». L´ex raffineria della Lombarda Petroli non è per la verità nelle vicinanze del fiume ferito, ma il sospetto che dietro il sabotaggio alle cisterne ci sia un qualche misterioso interesse legato al futuro di tutta quell´area è la principale pista su cui, per ora, si stanno concentrando procura e carabinieri.

(di seguito scaricabili relazione e tavole del progetto desunte dall'archivio valutazione regionale, e la delibera di adozione comunale con altri particolari; informazioni "istituzionali" anche sul sito dei promotori http://www.eco-city.it/ecocity-villasanta/)

L’avvicinarsi della domenica a piedi del 28 febbraio procede in mezzo ad assordanti colpi di clacson. Il partito della libera marmitta, che trova la sua piena espressione in Libero e nel Giornale, è uno spontaneo partito trasversale che sembra quasi orchestrare una campagna mediatica quando enfatizza, come flop della domenica a piedi, la mancata adesione dei Comuni della Provincia di Milano. In realtà mai - credo proprio mai - questi Comuni hanno aderito a un’iniziativa del genere se non costretti dalle ordinanze regionali di Formigoni (che questa volta non c’entra). Lo avevano fatto anni fa, quando il ministero letteralmente pagava le amministrazioni affinché aderissero. Non c’è alcuna novità, e probabilmente alcuna particolare intenzionalità politica in questa non adesione. è più significativo, per stare nel milanese, che questa volta abbiano deciso di aderire Cinisello e Sesto: due sindaci di centrosinistra che hanno voluto soldarizzare con l’Anci, prima di tutto. Per il resto la lettura politica in termini di schieramento non fa capire quanto stia succedendo.

Si era detto che la Lega è contraria, ma la Lega in quanto tale non ha dato ordini di scuderia. Varese va a piedi. è vero che Verona si è sottratta al 28, ma una domenica a piedi l’ha appena fatta. E viceversa ha aderito Treviso, nella formula piena che avevamo auspicato con un appello su queste colonne, e cioè bloccando tutti i veicoli, anche quelli cosiddetti ecologici. Se andiamo nel Centro-Sud spicca il rifiuto polemico di Roma, che fa finta di non avere picchi di smog. Ha influenzato il ritiro di Napoli. Non so se il sindaco di Firenze abbia aderito per solidarietà Anci o centrosinistra. La sorpresa viene da Pescara, che chiuderà pezzi significativi di città a turno per tre domeniche, fermando anche Gpl e metano.

La geopolitica della domenica a piedi è complessa, l’annuncio viene accolto da proteste, si moltiplicano le pressioni per le deroghe, lettere ai giornali, interventi su internet, sembra una sollevazione contro. Poi la domenica esce per strada felice la gente semplice, che chiede che l’esperienza si ripeta. Non vince la gara dei click nei sondaggi in Rete, ma prevarrebbe in un sondaggio statistico. A fronte dei clacson schiacciati con furia da chi sostiene di non poter rinunciare all’auto neanche solo per 9 ore, c’è un popolo mite che non suona il clacson. Che va incoraggiato a prendere la parola.

L'uomo in giaccone piomba all'improvviso nel cantiere con un gruppo di manovali e urla: "Via di qui! Basta fotografie! È violazione di domicilio! Adesso chiamo la polizia!". Cammina avanti e indietro furente, il cinquantenne che chiamano "titolare". Poi afferra il cellulare e confabula in siciliano stretto; poi ancora ordina ai suoi uomini di cacciare gli intrusi: "Cortesemente sbattiamoli fuori!", strilla un paio di volte. E gli operai stanno per obbedire, perché i curiosi non sono graditi in questo spicchio dei monti Peloritani che sovrasta Messina. Nessuno, a quanto pare, ha il diritto di verificare come su queste colline di sabbia e terra stia spuntando un'infilata di palazzine che il cartello chiama "Il grande Olimpo".

Nessuno dovrebbe soffermarsi a osservare la scarpata e il suo terreno instabile, tanto debole da richiedere sostegni artificiali. Tantomeno è apprezzato, da queste parti, che si aggiunga un altro dettaglio: quello del torrente Trapani, che qui accanto smette di scorrere in superficie e s'infila sotto l'asfalto stradale in un varco di cemento armato circondato dal pattume. Una bomba d'acqua che già in passato ha causato esondazioni e un morto, e che fa ancora più paura guardando le colline sbeccate dalle frane. "L'alluvione del primo ottobre 2009 non ha insegnato niente", denuncia il capo del Genio civile messinese Gaetano Sciacca. "Non contano i 31 morti e sei dispersi di Giampilieri e villaggi vicini". Non conta neppure che pochi giorni fa, il 14 febbraio, abbiano dovuto evacuare dal borgo di San Fratello duemila persone per l'ennesima frana. "Là è successo quello che è successo senza bisogno di abusi edilizi, mentre qui massacrano la città con cantieri spericolati.

Poi tutti piangono quando arrivano le disgrazie; tutti giurano di avere tutelato la nostra provincia, i suoi 257 corsi d'acqua e i 108 comuni a rischio sismico. La verità è che pochissimi stanno cercando di fermare il disastro. A quattro mesi dall'alluvione le ruspe continuano a sventrare le colline, la coscienza civile latita ed è il trionfo assoluto dell'abusivismo ambientale: quello di chi edifica seguendo le regole umane, ma non quelle imposte dalla natura". Il risultato è un collasso territoriale. L'agonia di una Messina dove ogni giorno spuntano nuove gru: "Anche nelle aree più impensabili, anche dove il buon senso suggerirebbe di evitare", dice Anna Giordano del Wwf. Per esempio nella zona dell'Annunziata, un quartiere residenziale della fascia nord cittadina.

"Sopra incombe il Monte Ciccia, 609 metri di una montagna geologicamente giovane e a rischio dissesti. Sotto c'è una grande fiumara, e come non bastasse ci costruiscono dentro una chiesa". Un edificio già enorme anche se è ancora da completare. Un operaio sta riposando all'ora di pranzo nell'abitacolo della ruspa, ma quando vede il fotografo spalanca lo sportello: "Qui è tutto a posto, tutto in regola ", assicura. E avrà anche ragione. Però è impossibile confermarlo, visto che all'ingresso del cantiere non c'è il cartello con la descrizione dei lavori e della società chi li sta svolgendo. "Noi cittadini", spiega un militare che abita in zona, "partiamo da concetti semplici: ci chiediamo perché collochino una struttura imponente in corrispondenza di una fiumara, peraltro già affiancata da una palazzina. Non capiamo perché si arrivi a un simile azzardo, insomma. E soprattutto, ci domandiamo chi abbia reso edificabili posti simili".

Certo è singolare che dopo il disastro di Giampilieri, e dopo la recente morte di due bambine per il cedimento di una palazzina a Favara, nell'agrigentino, si costruisca un luogo di culto in un'area tanto delicata. Anche perché, una cinquantina di metri più a sud della chiesa, tra massi sgretolati e misera vegetazione spunta un tubo nero che, a detta dei residenti, dovrebbe contenere il torrente Annunziata quando s'ingrossa. In teoria: perché in pratica il tubo ha due sezioni scollegate, e potrebbe non bastare in caso di emergenza. Il che riporta alla questione centrale: ha senso tutto questo?, chiediamo al presidente dell'Associazione costruttori messinesi Carlo Borella. È una situazione accettabile, nel 2010, per una città con 247 mila abitanti? "La nostra edilizia", risponde Borella, anche titolare dell'impresa di costruzioni De.mo.ter, "è conseguenza di un Piano regolatore approvato tanti anni fa. Inutile discolparsi o negare gli eccessi di qualche imprenditore. L'aggressione alle colline messinesi c'è e fa paura, anche perché non si è trovata un'alternativa valida".

Detto questo, assicura Borella, è arrivata l'ora di cambiare atteggiamento: "Da una parte controllando con più scrupolo la qualità dei progetti, dall'altra confrontandosi attorno a un tavolo con gli ambientalisti". Quanto alla chiesa della fiumara, il presidente sostiene di non saperne niente ("Ma mi informerò", assicura). E nemmeno accenna ai pensieri che gli sta provocando Maurizio Marchetta, ex vicepresidente del Consiglio comunale di Barcellona, secondo cui Borella avrebbe "costituito un gruppo di imprenditori che fanno parte del Consiglio direttivo e stabiliscono preventivamente, a tavolino, a chi fare aggiudicare gli appalti in provincia e fuori". Frasi che altrove farebbero scalpore, mentre a Messina scivolano tra le infinite contraddizioni. Per dire: quando l'8 gennaio il capo del Genio civile Sciacca ha invocato la sospensione immediata del Piano regolatore (spiegando che "durante queste ultime settimane, in barba a qualunque motivazione etica dopo il disastro del primo ottobre, ci sono pervenute nuove richieste di pareri e autorizzazioni relativamente a imponenti complessi edilizi"), il presidente dell'Ordine degli architetti Gaetano Montalto (che è anche presidente della Commissione edilizia) ha risposto invitando a risparmiarsi "crisi di panico e patetici buonismi ambientalistici".

Eppure è facile vedere quanto stia soffrendo Messina. Basta leggere cosa scrive il capo del Genio civile in un documento inviato il 14 dicembre al sindaco Giuseppe Buzzanca. Un testo dove si parla del quartiere San Lìcandro e dei lavori per un complesso residenziale con quattro corpi di fabbrica da sette piani ciascuno. Palazzi che potrebbero "modificare sensibilmente le attuali condizioni del territorio e determinare di riflesso effetti negativi sull'intera area oggetto d'intervento", dice Sciacca. Non solo: nella sua nota specifica che "i drammatici eventi alluvionali di ottobre hanno mostrato come una dissennata attività edificatoria a ridosso delle zone collinari possa produrre effetti devastanti sul territorio ".

Appunto per questo, ammonisce, è fondamentale che al business si anteponga "la pubblica incolumità". Parole che, per il momento, bloccheranno il cantiere. Ma è una piccola vittoria in una guerra infinita. "Fate un giro al quartiere Montepiselli", suggerisce un operaio con trent'anni di esperienza, "guardate come le ruspe aggrediscono la collina". Ed è un buon consiglio, perché il tragitto stesso per Montepiselli è istruttivo. La strada che sale dalla centrale via Principe Umberto è parzialmente franata. E così pure il fianco del monte, dove un'imbragatura penzola fin quasi a terra. Sull'altro versante del colle, poi, la strada porta a una curva dove l'asfalto sta cedendo sul ciglio a strapiombo. "Colpa della terra rimossa per costruire le case a valle", sostengono gli ambientalisti. Gli stessi che fanno strada, in cima alla collina, fino al complesso Aralia: un elegante blocco di palazzine in via di rifinitura voluto dal costruttore Vincenzo Pergolizzi, il titolare della società E.P. srl arrestato nel 1999 con l'accusa di concorso in associazione mafiosa, assolto nel 2008 e uscito con la prescrizione dall'ipotesi di favoreggiamento della latitanza di due boss. Colpisce, in questo insieme di cemento e palerie di rinforzo, come il fianco della collina sia prossimo agli appartamenti. E ancor più impressiona, al di là delle autorizzazioni chieste e concesse, la scarpata di fronte, dove il terreno è puntellato ma l'acqua piovana continua a scivolare fino a un muretto crepato.

Quanto basta, spiegano gli ambientalisti, per mostrare la fragilità del luogo e l'inopportunità di costruirci massicciamente sopra. Ma il discorso Aralia non termina qui, perché c'è ancora da ascoltare il resoconto fatto da più giornalisti del loro dialogo con Enrico Ricevuto, legale del costruttore Pergolizzi. "Stavamo parlando di questi sbancamenti e della loro sicurezza", racconta uno dei presenti. "Al che l'avvocato, per sottolineare la bontà dei lavori, ha detto che la relazione sul terreno è stata sottoscritta anche dal geologo Sergio Dolfin, e che i palazzi sono talmente sicuri che Dolfin stesso ha acquistato un appartamento per il figlio".

Riassumendo: il geologo Dolfin, già membro della Commissione per la verifica delle valutazione d'incidenza, avrebbe firmato il via libera allo sbancamento della collina, comprando poi un appartamento nel complesso di Montepiselli. Non solo: in un'intercettazione della Procura Sergio Dolfin, parlando con l'ex assessore all'Urbanistica Antonio Catalioto, ha definito l'ambientalista Giordano "una testa di cazzo", mentre il suo interlocutore prevede che la signora "continuerà a rompere le palle...". E il perché è evidente: "Nel 2009 il Wwf si è battuto per fermare il Piano regolatore, ma ha anche presentato quattro denunce specifiche per anomalie edilizie", spiega il legale Aurora Notarianni. "Un lavoro finito prima nel registro degli atti che non costituiscono notizie di reato, e poi all'attenzione del procuratore capo Guido Lo Forte". Cosa significhi, in concreto, non si può sapere. Lo Forte non rilascia dichiarazioni ufficiali, nel suo ufficio. Ragiona però sul dopo alluvione ponendo una domanda fondamentale: "Come mai, da più parti, dicono che la popolazione messinese diminuisce mentre gli appartamenti aumentano?". Un'ipotesi, in corso di verifica, è che la malavita organizzata finanzi indirettamente le costruzioni, acquistandole poi con prestanome per riciclare il denaro sporco.

Un sistema mai contrastato con troppa determinazione, secondo la Procura, e quindi impermeabile a qualsiasi alluvione. "Chi ha investito deve comunque guadagnare ", ironizza l'avvocato Notarjanni. E l'assessore in carica all'Urbanistica, Giuseppe Corvaja, conferma quanto sia complicato opporsi: "Non si tratta semplicemente di legalità o illegalità: se il piano regolatore permette di costruire in zone pericolose, gli imprenditori lo fanno e basta. Provassimo a bloccare i cantieri, verrebbero chiesti al Comune risarcimenti sontuosi".Dopodiché tutto è possibile, a Messina. Anche che sopra la strada Panoramica, a due passi dal mare, si salga per una viuzza qualsiasi e si spalanchi un groviglio di ruspe e cemento, mattoni e palazzi che crescono dietro al cartello "Victoria Park, costruendi appartamenti signorili con ampie verande e cantine". Il tutto a cura della ditta Co.Gest.Ir srl, che offre metrature da 50 a200 metri quadri con tanto di box auto.

Un complesso che sicuramente ha tutte le carte in regola, tutte le autorizzazioni a posto e tutte le cautele prese. Ma nasce in un ambiente che si commenta da solo, con una centrale elettrica della Terna vicina, la solita fiumara sotto l'asfalto e il terreno intorno che Giordano classifica come "la nota sabbia e ghiaia di Messina, adatta alle fondamenta di un edificio ma meno per i pendii, spesso instabili e propensi alle frane". Un discorso valido, a grandi linee, anche per altre zone della Messina post alluvione. A partire da quella di Conca d'Oro, vicino al quartiere Annunziata, dove sono in corso i lavori per completare le 29 aule delle scuole superiori. Una struttura, spiegano gli operai, che per un decennio è andata avanti a singhiozzo e adesso vedrà la luce. Finalmente, dicono i residenti; che sono soddisfatti ma non nascondono qualche preoccupazione. Dietro gli edifici gialli e amaranto della scuola, infatti, c'è una collina che verrà messa in sicurezza con un muro e adeguate palificazioni (garantiscono sempre gli operai). Ma ancora più in alto c'è un condominio, la cui cinta di protezione ha una crepa che non piace. "Sarà abbastanza sicura la scuola?", si chiedono i residenti. "O dovremo vivere con l'ansia per i nostri figli?". Perché la risposta sia rassicurante, e inauguri nel messinese una stagione di edilizia più ragionevole e ragionata, il vicesindaco Giovanni Ardizzone (Udc) sta battendosi per applicare il cosiddetto Piano territoriale paesaggistico, che la Soprintendenza ai beni culturali ha trasmesso il 23 dicembre. Da parte sua, il sindaco Giuseppe Buzzanca ha annunciato l'avvio dell'iter per il nuovo piano regolatore, che dovrebbe scattare dopo un anno di consultazioni. "Comunque vada a finire", riconosce Ardizzone, "i politici consegneranno alle prossime generazioni una città devastata".

Un pensiero che torna quando, in una giornata di pioggia gelida, i vigili del fuoco danno il via libera per visitare il centro di Giampilieri. Qui a ottobre sono morte 19 persone, e qui oggi tra cumuli di macerie e stoviglie, giocattoli abbandonati e camere da letto sepolte dalla frana, un soccorritore racconta come recuperarono le salme una dopo l'altra, coprendole con i teli su barelle improvvisate: "Ricordo il panico dei sopravvissuti, il terrore di riconoscere sotto ai lenzuoli familiari o amici", dice. "Un dolore che i messinesi non vorrebbero vivere nella loro città, ma che lo scempio edilizio potrebbe imporci al prossimo temporale".

Sommersa dai temi vaghi e approssimati della campagna elettorale, la legge sul "piano casa" prosegue di sottecchi il suo percorso di attuazione, che prevede, come atto finale, una delibera dei singoli Comuni ai quali è stato inopinatamente affidato il compito di individuare le eventuali aree di esclusione dall’applicazione della legge e quelle dove prevedere nuova edilizia residenziale (in parte pubblica).

Approfittando di una generale distrazione verso le apparentemente più concrete scadenze elettorali, i Comuni campani si stanno muovendo come meglio credono e ognuno di essi propone una propria interpretazione a un testo di legge scritto in maniera appositamente meschina, inesatto in più punti e incomprensibile in altri.

Tecnicamente una legge-porcata, che avvelena i pozzi della già debole urbanistica regionale, abbandonandola a un pout-pourri di regole contrastanti e normative fiacche. Tra i primi Comuni a elaborare la delibera c’è Napoli. Tentando di muoversi all’interno dell’impostazione della vigente variante al piano regolatore, il Comune quadruplica l’offerta residenziale teorica, passando dai circa 3.650 alloggi già previsti, agli oltre 10.000 che si dovrebbero realizzare applicando il piano casa in 10 ambiti e sub-ambiti di Prg e in 8 rioni di edilizia residenziale pubblica.

Di questa nuova offerta abitativa soltanto un terzo sarà edilizia residenziale sociale, il resto sarà venduto sul libero mercato senza nessuna misura perequativa. A questi alloggi si dovranno aggiungere quelli generati dall’ampliamento delle case uni e bifamiliari, dalla quantificazione incerta, ma probabilmente attorno a ulteriori 5000 vani.

Si può discutere sulla bontà o sulla necessità di prevedere tanta nuova edificazione, ma alcune riflessioni sono utili.

Raddoppiare, ad esempio, l’offerta abitativa dell’ambito Coroglio, in ossequio a una specifica "richiesta" protocollata il giorno prima della delibera da Bagnolifutura, non solo pone problemi sul controllo del processo di trasformazione dell’area e sul rapporto pubblico-privato delle trasformazioni urbane, ma, soprattutto, determina una consistente modifica urbanistica per pezzi e non organica con un orizzonte più generale di sviluppo urbano. La nuova previsione si pone, poi, come una farsesca variante di variante di variante, essendo state le capacità edificatorie della variante generale già sottoposte a congruo aumento nell’ottobre 2009.

Più positiva è, invece, l’individuazione di 8 ambiti degradati di edilizia residenziale pubblica per interventi di demolizione e ricostruzione con un incremento del 50 per cento. In questi casi, fermo restando il soddisfacimento degli standard di servizi e attrezzature pubbliche, si potrà procedere a una vera e propria ristrutturazione urbanistica utilizzando l’intervento dei privati, cui andrà l’incremento volumetrico del 50 per cento, ottenendo anche il miglioramento della qualità abitativa per migliaia di cittadini che attualmente vivono in alloggi inadeguati.

Ma a sfuggire completamente alle maglie del controllo pubblico e degli indirizzi ed equilibri del piano regolatore saranno le decine di lotti (di massimo 15.000 mq) con immobili industriali dismessi che potranno essere convertiti a parità di volume a edilizia residenziale, di cui solo un terzo di tipo sociale. In questo caso l’affidamento al caso per la trasformazione di pezzi di città, fuori da ogni tipo di disegno urbano, è pressoché totale. Soltanto nell’area Est si possono stimare in maniera sommaria circa 10.000 nuovi alloggi con un incremento di quasi 40.000 abitanti.

Tuttavia non è a Napoli che bisogna guardare per valutare nella loro enormità le regole del "piano casa", ma ai Comuni minori e, soprattutto, a quelli inclusi in aree a vincolo paesaggistico, che la legge varata dalla giunta Bassolino si è preoccupata minuziosamente di includere. In molti casi, ad esempio Castellammare di Stabia, il consiglio comunale ha pensato bene di bocciare la delibera elaborata dalla giunta, aprendo la strada all’applicazione del piano casa sull’intero territorio comunale. Ma è l’appetibilità delle aree vincolate che sta muovendo interessi ciclopici che molte amministrazioni comunali in cerca di voti, consenso e danaro, si apprestano ad accontentare. Il Comune di Vico Equense, tanto per citare uno dei territori paesaggisticamente più tutelati d’Italia, travisando in parte l’occasione offertagli dal "piano casa", ha individuato aree nelle quali poter realizzare nuova edilizia residenziale (sia sociale che da vendere sul libero mercato) per un’estensione pari alle attuali aree urbanizzate dell’intero Comune. In pratica si prevede il raddoppio delle superfici edificabili e il conseguente raddoppio del numero di abitanti. Un destino da litorale domizio, ma con tanto di delibera comunale.

In maniera non dissimile si stanno muovendo molti Comuni della costiera e, in generale, molti di quelli che ricadono in aree a vincolo paesaggistico e che un ente regionale meno smodato avrebbe escluso con chiarezza dall’applicazione, almeno parziale, del piano casa.

E invece si è ritenuto di procedere, sapendo quello che sarebbe capitato: l’espulsione dall’agenda politica della pianificazione e delle visioni di sviluppo compatibili e legate al bene paesaggio, tra gli ultimi "valori" che questa regione faticosamente conserva.

Milano, 23 feb. (Adnkronos) - ''Un disastro ambientale senza precedenti per l'ecosistema del fiume Lambro che ne pagherà a lungo le conseguenze''. Non usano mezzi termini i volontari di Legambiente che da stamane lavorano per frenare l'onda di petrolio, riversatasi nel fiume che attraversa la Brianza e che rischia di raggiungere il Po. Almeno 600mila i metri cubi di sostanza inquinante, fuoriuscita dai depositi della ex-raffineria Lombarda Petroli di Villasanta, che si sono riversati in acqua.

Si tratta di uno ''dei più gravi disastri ambientali verificatisi di recente in Lombardia, che potrebbe avere conseguenze di lungo periodo, considerata anche la messa fuori servizio del grande depuratore di Monza San Rocco, che tratta le acque fognarie di oltre mezzo milione di brianzoli'', spiegano i volontari. ''Qualunque ne sia la causa, accidentale o dolosa - sottolinea Damiano Di Simine, presidente regionale di Legambiente- questa nuova catastrofe torna a mettere in luce l'insufficienza della prevenzione dei rischi industriali''.



Ancora troppo presto per quantificare il danno ambientale: al momento manca una cifra ufficiale sulla quantità di petrolio riversata nel fiume, ma l'impatto 'visivo' è ben visibile:numerose le carcasse di anatre e germani che affiorano dall'acqua.

Nel frattempo il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, sta valutando accuratamente insieme ai tecnici i termini di un'ordinanza, da emettere nella giornata di domani, per garantire lo smaltimento in sicurezza del materiale inquinante. Gli agenti della Polizia provinciale, presenti insieme alla protezione civile, alla polizia locale e all'Arpa, hanno tratto in salvo tre germani che sono stati trasportati all'oasi Wwf di Vanzago. ''Le priorità - spiega l'assessore alla Polizia Provinciale della Provincia di Milano, Stefano Bolognini - sono arginare i danni e proseguire nella bonifica della zona''. Intanto, però, è caccia anche ai responsabili di quanto accaduto. ''Si accertino al più presto le responsabilità del grave disastro ecologico del fiume Lambro'' è la richiesta della Lipu-BirdLife Italia.

A chiederlo è anchePaolo Grimoldi, deputato monzese della Lega Nord. "La priorità è che vengano stabilite in tempi padani le responsabilità, perché questo scempio non passerà certo senza nomi e cognomi dei colpevoli. Ho chiesto l'intervento del Viminale e ottenuto un incontro con il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo".

DaGiuseppe Civati e Carlo Monguzzi, consiglieri regionali del Pd arriva la richiesta di ''Mettere subito in sicurezza il depuratore di San Rocco a Monza, andato letteralmente in tilt a causa dello sversamento doloso di migliaia di metri cubi di gasolio e petrolio e arginare il disastro''.

Una quantità ''tremenda di gasolio e petrolio si è riversata nelle fogne e nel Lambro - spiega Civati, c'è un odore nauseante ed è stato straziante vedere poveri animali in agonia praticamente imprigionati nella melma oleosa''. E' una corsa contro il tempo quello di esperti e volontari per salvare germani, folaghe e cormorani.



La marea nera ha attraversato Milano per arrivare questo pomeriggio a Lodi e proseguire verso il Po. Oltre l'inquinamento del fiume, il petrolio ha colpito il reticolo idrico minore, formato dai canali utilizzati essenzialmente dalle produzioni agricole, e sta raggiungendo, attraverso Cremona, il fiume Po. ''Mi auguro che l'intervento immediato delle autorità competenti possa limitare i danni all'intero territorio lombardo e alla fauna, - spiega il capodelegazione della Lega Nord in giunta regionale lombarda, Davide Boni- evitando che il petrolio raggiunga lo stesso fiume Po.

Confido, inoltre, che venga ben presto accertata la dinamica dell'incidente, individuando eventuali colpevoli''. Un ''gravissimo episodio che dimostra la fragilità e il rischio a cui sono sottoposti un territorio fortemente urbanizzato e i corsi d'acqua della Brianza'' è il commento del segretario provinciale del Pd e il capogruppo in Consiglio provinciale di Monza, Enrico Brambilla e Gigi Ponti.

1. La città è diventata privata

Nel mese di gennaio Il Sole 24 Ore ha chiarito i motivi per cui –a distanza di cinque anni dall’approvazione del progetto- non prendono ancora avvio i lavori di ristrutturazione dei Mercati generali dell’Ostiense. Afferma il giornale che il gruppo Lamaro sta attendendo l’erogazione di un prestito di 200 milioni di euro da parte della Cassa Depositi e Prestiti.

La prassi di accensione di mutui per realizzare qualsiasi intervento di interesse pubblico è interdetta a tutti i comuni italiani a causa di continui provvedimenti bipartisan tesi –ufficialmente- a limitare l’indebitamento delle amministrazioni locali. Le regole non valgono pertanto allo stesso modo: il settore pubblico non può compiere le stesse operazioni che sono invece consentite ai privati, con l’aggravante che la Cassa è un istituto di credito pubblico (il 70% appartiene allo Stato): la collettività presta soldi a tassi ridotti ai privati ma non alle amministrazioni pubbliche.

Non c’è nessun altro paese occidentale che abbia avviato politiche così inique e penalizzanti per le amministrazioni pubbliche: lì rimane infatti il senso dello Stato e della fondamentale importanza delle azioni delle amministrazioni pubbliche. Da noi le amministrazioni locali sono state messe in ginocchio, sottoposte a tagli di bilanci insensati soprattutto se confrontati con l’allegra prassi che lo scandalo della Protezione civile sta mettendo in luce.

Attraverso una campagna mediatica efficacissima ci è stato detto che “non c’erano più risorse pubbliche” e in questo modo i comuni sono stati costretti da un lato a svendere il patrimonio pubblico e dall’altro lato a incentivare l’unica fonte di entrata su cui non si attua nessuna politica di controllo, e cioè quella legata all’aumento di concessioni edilizie. Si aumenta a dismisura l’edificazione per sopperire ai mancati trasferimenti di risorse pubbliche che vengono invece sperperate nei modi che la magistratura fiorentina ha messo sotto gli occhi degli italiani.

E, purtroppo, non è vero neppure che il comune di Roma in particolare soffra in ogni settore dei tagli alla finanza pubblica. Dobbiamo questa preziosa ricerca a Vittorio Sartogo e all’associazione Calma: da quando (agosto 2006) l’ultimo governo Prodi ha fornito di poteri speciali in materia di mobilità il sindaco di Roma al novembre 2009 sono state emesse 246 ordinanze per una spesa totale di 760 milioni di euro senza rispettare le regole di affidamento europee. Come vedete, ognuno ha la sua protezione incivile. Intanto all’ospedale Pertini di Pietralata viene chiesto ai parenti dei ricoverati di portare le siringhe. Alcuni di essi collaborano alla pulizia del nosocomio. Analoghi fenomeni avvengono nelle scuole dell’obbligo e in ogni altro comparto della sfera pubblica, ad iniziare dal settore giudiziario.

A distanza di quindici anni dal suo trionfo, il neoliberismo si svela dunque per quello che è: una gigantesca costruzione ideologica che ha coperto la vendita delle città alla peggiore speculazione parassitaria e che sta distruggendo alla radice il ruolo dello Stato moderno. Negli altri paesi europei che pure hanno subito la ricetta economica neoliberista sono stati privatizzati settori importanti dell’economia e venduti imponenti quantità di beni e aziende pubbliche. Ma hanno preservato il ruolo delle amministrazioni pubbliche. Da noi, per i ritardi storici, la cura ha prodotto un disastro di dimensioni incalcolabili. Viviamo ormai in un paese senza più una guida pubblica, lasciato in mano a scorrerie di avidi predatori. Oggi tutti possono vedere e spero che la buona politica -di cui non si vede ancora traccia- recuperi in fretta il tragico baratro in cui siamo caduti. Che questi temi vengano affrontati dalla Cgil che ha svolto coerentemente in questi anni un ruolo di difesa di alcuni ruoli dello stato nelle dinamiche sociali. Si tratta di estendere questa azione anche alla città, perché è qui che maggiormente si misurano i disastri dell’aver cancellato ogni regola affidando le sorti delle città ai privati.

2. La gigantesca area metropolitana di Roma

Cercherò dunque di sintetizzare quali siano stati i fenomeni che hanno investito la capitale e come esse abbiano provocato l’aggravamento delle condizioni di vita della parte debole della società. Il primo grande fenomeno riguarda la creazione di un’area di gravitazione metropolitana di dimensioni gigantesche che non hanno alcun confronto con le capitali europee notevolmente più grandi di Roma. Afferma la provincia di Roma che sono oltre 400 mila gli spostamenti pendolari quotidiani dall’area metropolitana ai luoghi di lavoro che non si è voluto decentrare in questi anni. La dimensione fisica dell’area è gigantesca: ci si muove quotidianamente anche da distanze superiori ai cinquanta chilometri, come ad esempio la pendolarità da Civitavecchia, Aprilia o Anzio-Nettuno soltanto per citare i casi più eclatanti. Anche dalla grande conurbazione londinese (12 milioni di residenti) ci si sposta da distanze superiori ai 50 chilometri per andare nella city. Ma ci si va con treni comodi e moderni che viaggiano a 200 chilometri orari. Lo scorso anno è stata inaugurata una nuova linea ferroviaria che dalla regione del Kent impiega 30 minuti per percorrere 70 chilometri. Per arrivare dalla conurbazione Tivoli-Giudonia (150 mila abitanti) si impiega circa un’ora su treni indecenti che viaggiano su binario unico. In Gran Bretagna ha governato a lungo Margaret Thatcher, ma nessuno ha mai pensato, come da noi, di divorare lo Stato.

Anche nella regione dell’Ile de France (11 milioni di abitanti) ci si sposta in treno per raggiungere Parigi. E nonostante la diffusione capillare della rete ferroviaria nel 2004 il sindaco di Parigi Bertrand Delanoe ha deciso di costruire una nuova line tranviaria a nord della città. E’ stata progettata, costruita e inaugurata in tre anni, senza aggirare alcuna regola.

A Roma si è consentita una gigantesca diffusione residenziale senza realizzare linee ferroviarie: ci si sposta dunque in automobile. Ecco perché abbiamo 800 automobili ogni mille abitanti e un numero patologico di scooter. Del resto la media italiana è di 61 auto per mille abitanti rispetto alla media europea di 46. Ed è anche questo storico ritardo della città ad aver influito in questi tempi di crisi alla scomparsa della presenza di alcune imprese internazionali da decenni presenti sul territorio.

3. La grande espulsione

Quest’enorme diffusione residenziale è avvenuta per il grande processo di rivalutazione del comparto immobiliare che abbiamo conosciuto e su cui esiste molta letteratura. E’ forse più interessante ragionare sulle differenze dei valori immobiliari tra le varie zone di Roma e la Provincia sulla base dei dati dell’Agenzia delle Entrate. I valori immobiliari rilevati nel primo semestre 2009 si attestano a 9.000 euro/mq nei rioni più qualificati come Campitelli. Quando si inizia ad allontanarsi dal centro si raggiungono i seguenti valori immobiliari:

- periferia storica: valori medi di 7.000 euro/mq;

- periferia interna al Gra: valori medi di 5.500 euro/mq;

- periferia esterna al Gra: valori medi di 4.000 euro/mq;

- prima corona dei comuni metropolitani: valori tra 1.700 e 3.300 euro/mq (v.medio 2.500);

- seconda e terza corona dei comuni dell’area romana: valori tra 1.500 e 2.300 euro/mq (1.900);

- comuni più lontani e a basso livello di accessibilità: valore medio di 1.400 euro/mq.

E’ noto a tutti che i valori reali delle transazioni immobiliari sono superiori a quelli appena elencati: non varia però l’andamento relativo. Più di centomila famiglie sono state espulse da Roma perché non ce l’hanno fatta a sostenere l’impennata dei valori delle case e quelli degli affitti.

Una delle obiezioni che ci è stata spesso rivolta quando abbiamo denunciato lo svuotamento residenziale di Roma è che la città appariva al contrario piena. E’ vero. Le case delle famiglie che si sono trasferite lontano sono stata affittate a studenti e immigrati in numero superiore al numero dei componenti delle famiglie che le abitavano. Insomma, i 100 mila studenti fuori sede che frequentano le università romane e i 400 mila immigrati che vivono in città sono stati una delle cause della grande espulsione. Si guadagna di più ad affittare una stanza o un posto letto e ciò ha fatto lievitare ulteriormente i valori degli affitti. Le statistiche che fornisce l’Istat ci dicono che nel Lazio esistono 2.431.000 abitazioni, mentre il numero delle famiglie è di 1.985.487. E' dunque certo che rispetto al fabbisogno teorico ci sono già 450 mila alloggi in più. E' un numero enorme, di cui Roma detiene la gran parte, circa 250 mila alloggi. Ma è ragionevole pensare che 100 - 150 mila alloggi siano occupati ma non risultano alle statistiche ufficiali. La bella campagna promossa dalla Cgil contro l’evasione fiscale dovrebbe aprire anche questa importante questione.

4. Quattro progetti pubblici per l’area metropolitana

Roma dunque non è vuota, ma le famiglie economicamente deboli sono dovute andare a grandi distanze dalla città. Le loro condizioni di vita si sono aggravate. Dal punto di vista della qualità della vita perché perdono 3 ore di vita al giorno soltanto per spostarsi, un mese e mezzo della propia vita in fila. Dal punto di vista economico perché spendono molto di più di un “romano” per spostarsi. Si tenga in questo senso conto che la prospettiva di istituire pedaggi nella rete stradale primaria porterà un ulteriore decurtazione del reddito di queste famiglie, come è già avvenuto per gli abitanti di Ponte di Nona e Case Rosse che pagano per percorrere il tratto urbano dell’A24. Dal punto di vista della prospettiva sociale perché la qualità dei servizi scolastici, sociali e sanitari sono notevolmente minori –in genere, ovviamente- di quelli di Roma. Non è soltanto la generazione che si è trasferita furori Roma ad aver diminuito la sua prospettiva di riscatto sociale, ma sono anche le generazioni future che ne risentiranno. Una prospettiva iniqua e inaccettabile che può essere attenuata attraverso la pianificazione urbanistica. Era quello che affermava 60 anni fa un grande personaggio come Adriano Olivetti: il territorio è la proiezione esterna della vita dei salariati e l’urbanistica è il metodo pubblico che permette di migliorarne la vita.

Oggi che l’urbanistica contrattata, i diritti edificatori e le compensazioni hanno abolito ogni regola dobbiamo ricostruire il volto pubblico della nostra città e dell’area metropolitana. A partire dal perseguire quattro indispensabili obiettivi. Quattro progetti di chiaro impianto pubblico: le città sono beni comuni e bisogna tornare a questa semplice acquisizione storica, abbandonando ogni riproposizione mascherata di idee che hanno fallito nel ventennio liberista.

Il primo è quello di creare in temi rapidissimi una rete di trasporto su ferro efficiente e moderno. A partire dal 1993 fino all’anno prossimo l’Italia avrà speso 51 miliardi di euro per realizzare l’alta velocità ferroviaria tra Napoli e Torino. Serve il 5% degli utenti delle ferrovie. I quattro milioni della popolazione della provincia di Roma sono invece il 5% della popolazione italiana e meritano un investimento altrettanto adeguato.

Il secondo progetto è quello di definire le ipotesi di decentramento delle attività direzionali dello Stato, unico potente strumento di riequilibrio territoriale e di qualificazione dei territori. Cito soltanto il tema, ben sapendo quanto sia complesso oggi porre questa questione, sia per le occasioni mancate sia per le troppo diffuse resistenze e incomprensioni a questa prospettiva. Ma il fallimento delle centralità del piano regolatore di Roma obbliga a riaprire la questione.

Il terzo progetto è relativo alla soddisfazione del problema abitativo di almeno 100 mila famiglie che hanno il problema dello sfratto o vivono in alloggi impropri. Anche qui è necessario di operare una soluzione di continuità con il passato. In quasi anni, come noto, non sono state costruite case pubbliche, se si fa eccezione di un piccolo gruppo a Ponte di Nona. Era considerato un affronto dalla dirigenza romana dell’Acer poi promossa a livello nazionale: il pubblico si ritragga, ci pensiamo noi, in coerenza con gli indirizzi del neoliberismo. Sono stati spesi molti soldi pubblici sia per finanziare il comparto dell’edilizia convenzionata, sia per acquistare abitazioni per la popolazione romana in luoghi impensabili, Aprilia, Pomezia e tanti altri comuni. E’ indispensabile invece tornare all’edilizia pubblica senza aggettivi.

Quarto e ultimo la riqualificazione delle immense periferie urbane e metropolitane, questione che deve essere presa in carico dalle amministrazioni pubbliche perché non può esserci interesse privato. A guardarli bene, i quattro obiettivi che ho elencato sono gli stessi che delineò Antonio Cederna nella sua lucida proposta per la legge “Roma capitale”. Una legge pubblicistica in palese controtendenza nel momento in cui (siamo nei primi anni ’90) la presentò alla Camera dei Deputati. E’ stata abbandonata e il disastro che ne è seguito impone di riprenderla nella sua interezza.

5. La questione istituzionale

Manca soltanto, per concludere il mio intervento, di ragionare sulla questione istituzionale, e cioè quale sia l’istituzione più adeguata in termini di sussidiarietà a governare le trasformazioni urbane dell’area metropolitana romana, ma il compito è facilitato da quanto abbiamo fin qui argomentato. Non c’è infatti nessuna trasformazione urbana che possa essere analizzata e risolta all’interno dei confini comunali della città. Le relazioni territoriali sono così strutturate e interconnesse che non si comprende nulla di quanto sta avvenendo a Roma se non si guarda dal punto di vista della sua area metropolitana.

Ed è evidente che se non si comprendono i fenomeni non si riesce neppure a governarli. Considero dunque un grave errore quello commesso dal Governo nell’indicare nell’attuale città di Roma l’istituzione più adatta a governare i processi d’area. E’ solo tornando allo spirito del legislatore del 1990, anno di istituzione delle città metropolitane, che si può tentare di risanare i mali di Roma e della sua area. E’ solo su una nuova scala territoriale di intervento che si può invertire la china rovinosa causata dalla cancellazione delle regole.

Certo, dover constatare che la legge 142 è stata disattesa per venti anni non induce a facili ottimismi. Credo però che di fronte ad una crisi istituzionale così profonda ci siano forze, ad iniziare dalla Cgil in grado di indicare un percorso chiaro per risolvere i mali di Roma.

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