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In una società democratica l´accesso ad informazioni attendibili e plurali è la precondizione della partecipazione politica, che non si esaurisce nell´esercizio del diritto di voto, come sembra pensare l´attuale maggioranza. Piuttosto, anche il pieno esercizio di questo diritto richiede sia l´esistenza effettiva di una possibilità di scelta, sia la capacità di valutare le opzioni disponibili sulla base, appunto, di informazioni attendibili e diversificate. Entrambe queste condizioni nel nostro Paese sono fortemente limitate. La prima, a causa di un sistema elettorale macchinoso, che toglie agli elettori persino la possibilità di scegliere chi votare all´interno di un partito o di una coalizione, e da ultimo anche alla mercè di decreti interpretativi ad hoc che rendono irrilevante la stessa osservanza delle norme. La seconda, a causa di un sistema di informazione che, soprattutto nel suo strumento più importante e più utilizzato, la televisione, è totalmente controllato dalla maggioranza. Un controllo ora perfezionato con l´eliminazione dei talk show durante il periodo di campagna elettorale.

Questa riduzione del diritto alla informazione avviene in un contesto in cui i cittadini, e ancor più le cittadine, mostrano un interesse limitato per la politica e per la pluralità delle fonti di informazione. Secondo i dati di una indagine recente dell´Istat, il 23,3% della popolazione italiana dai 14 anni in su non si occupa mai di politica. Pur in diminuzione rispetto a dieci anni fa, questo disinteresse è particolarmente concentrato non solo, come ci si potrebbe aspettare, tra coloro che non hanno ancora diritto di voto (non si occupa mai di politica il 46,8% degli adolescenti tra i 14 e i 17 anni), ma soprattutto tra i più anziani. Oltre la metà degli ultra settantacinquenni dichiara di non occuparsi mai di politica. È anche molto più presente tra le donne che non tra gli uomini. Il 40,1% delle donne dichiara di non parlare mai di politica e il 29,3% di non informarsi mai. La differenza tra uomini e donne aumenta con l´età e diminuisce con l´istruzione. È anche più alta nel Mezzogiorno. Le donne più giovani e quelle con più elevato livello di istruzione hanno comportamenti molto simili ai loro coetanei. Accanto al sesso e all´istruzione, anche la professione e la condizione occupazionale incidono sull´interesse per la politica e la disponibilità ad informarsi. Le casalinghe sono le meno interessate e informate. Ed anche tra le operaie e gli operai le percentuali di coloro che non discutono mai e non si informano mai di politica superano il 30%. Più che una scelta, perciò, questa estraneità sembra essere legata a condizioni di vita, di socialità, e di risorse personali che non sollecitano o non consentono la partecipazione, a fronte di una comunicazione politica che genera estraneità. Nel caso delle donne poi, una classe politica così pervicacemente e sistematicamente maschile sembra fornire quotidiana conferma a chi pensa che la politica sia «cosa da uomini». Che l´estraneità si traduca in rinuncia al voto o in voto dato in base a suggerimenti di famigliari o conoscenti, in ogni caso si tratta di cittadini che di fatto delegano totalmente ad altri le decisioni politiche, come se non li/le riguardassero e non toccassero le loro condizioni di vita.

Chi si informa, lo fa prevalentemente tramite la televisione. Questa è usata dalla quasi totalità di chi si informa, a fronte del 52% di utilizzo dei quotidiani. Inoltre la televisione è la fonte esclusiva di informazione nel 23% dei casi. Solo il 22,1% si informa anche attraverso i quotidiani. Anche in questo caso, sono più gli uomini delle donne, più le persone più istruite di quelle a bassa istruzione, a utilizzare anche i quotidiani e in generale più canali informativi, inclusi la radio, colleghi, conoscenti, Internet, oltre che, in misura molto ridotta, partiti e sindacati.

Risultati analoghi erano emersi da una indagine del Censis limitatamente al modo in cui gli elettori si erano informati in occasione delle elezioni europee. I telegiornali erano stati determinanti per il 69,3% degli elettori (ma il 76% dei meno istruiti, il 78,7% dei pensionati e il 74% delle casalinghe). Per il 30,6% erano stati viceversa determinanti i programmi televisivi di approfondimento e i talk show, mentre i giornali erano stati determinanti solo per il 25,4% degli elettori.

Controllare i telegiornali, eliminare i talk show, minacciare la carta stampata non allineata, quindi, è una strategia vincente per chi vuole mantenere l´elettorato in uno stato di minorità basato sulla delega in bianco, piuttosto che favorirne la maturazione e la partecipazione attiva. Ma oltre ad una informazione corretta e plurale, occorre anche una politica, e una comunicazione politica, che solleciti l´interesse a partecipare, e non solo ad essere voyeuristici e impotenti spettatori di litigi, scandali, furberie varie.

Una crisi di regime

di Stefano Rodotà

Che cosa indica la decisione del Tar del Lazio che, ritenendo inapplicabile l´assai controverso decreto del Governo, ha confermato l´esclusione della lista del Pdl dalle elezioni regionali in questa regione? In primo luogo rivela l´approssimazione giuridica del Governo e dei suoi consulenti, incapaci di mettere a punto un testo in grado di superare il controllo dei giudici amministrativi. Ma proprio questa superficialità è il segno della protervia politica, che considera le regole qualcosa di manipolabile a proprio piacimento senza farsi troppi scrupoli di legalità. E, poi, vi è una sorta di effetto boomerang, che mette a nudo le contraddizioni di uno schieramento politico che, da una parte, celebra in ogni momento le virtù del federalismo e, dall´altra, appena la convenienza politica lo consiglia, non esita a buttarlo a mare, tornando alla pretesa del centro di disporre anche delle materie affidate alla competenza delle regioni.

Proprio su quest´ultima constatazione è sostanzialmente fondata la sentenza del Tar del Lazio. La materia elettorale, hanno sottolineato i giudici, è tra le competenze delle regioni e, partendo appunto da questo dato normativo, la Regione Lazio ha approvato nel 2008 una legge che ha disciplinato questa materia.

Lo Stato non può ora invadere questo spazio, sostituendo con proprie norme quelle legittimamente approvate dal Consiglio regionale. Il decreto, in conclusione, non è applicabile nel Lazio.

I giudici amministrativi, inoltre, hanno messo in evidenza come non sia possibile dimostrare alcune circostanze che, in base al decreto del 5 marzo, rappresentano una condizione necessaria per ritenere ammissibile la lista del Pdl. In quel decreto, infatti, si dice che il termine per la presentazione delle liste si considera rispettato quando «i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale». Il Tar mette in evidenza due fatti. Il primo riguarda l´assenza proprio del delegato della lista che ha chiesto la riammissione. E, seconda osservazione, non è possibile provare che lo stesso delegato, presentatosi in ritardo, avesse con sé il plico contenente la documentazione richiesta.

Se il primo rilievo sottolinea l´approssimazione di chi ha scritto il decreto, il secondo svela la volontà di usare il decreto per coprire il "pasticcio" combinato dai rappresentanti del Pdl. Che non è frutto, lo sappiamo, di insipienza. È stato causato da un conflitto interno a quel partito sulla composizione della lista, trascinatosi fino all´ultimo momento, anzi oltre l´ultimo momento fissato per la presentazione della lista.

È una morale politica, allora, che deve essere ancora una volta messa in evidenza. Per risolvere le difficoltà di un partito non si è esitato di fronte ad uno stravolgimento delle regole del gioco. La prepotenza ha impedito anche di avere un minimo di pazienza, visto che la riammissione da parte dei giudici dei listini di Formigoni e Polverini ha eliminato il rischio maggiore, quello di impedire in regioni come la Lombardia e il Lazio che il partito di maggioranza avesse un suo candidato.

Si dirà che, una volta di più, i giudici comunisti hanno intralciato l´azione di Berlusconi e dei suoi mal assortiti consorti? È possibile. Per il momento, però, dobbiamo riconoscere che proprio i deprecati giudici hanno arrestato, sia pure provvisoriamente (si attende la decisione del Consiglio di Stato), una deriva verso la sospensione di garanzie costituzionali.

Non possiamo dimenticare, infatti, che la democrazia è anche procedura: e il decreto del governo manipola proprio le regole del momento chiave della democrazia rappresentativa. La democrazia è tale solo se è assistita da alcune precondizioni: e le sciagurate decisioni della Commissione parlamentare di vigilanza e del Consiglio d´amministrazione della Rai hanno obbligato al silenzio una parte importante dell´informazione, rendendo così precaria proprio la precondizione che, nella società della comunicazione, ha un ruolo decisivo. Non dobbiamo aver paura delle parole, e quindi dobbiamo dire che proprio la congiunzione di questi due fatti, se dovesse permanere, altererebbe a tal punto le dinamiche istituzionali, politiche e sociali da rendere giustificata una descrizione della realtà italiana di oggi come un tempo in cui garanzie costituzionali essenziali sono state sospese.

Comunque si concluda questa vicenda, il confine dell´accettabilità democratica è stato comunque varcato. Una crisi di regime era già in atto ed oggi la viviamo in pieno. Nella storia della Repubblica non era mai avvenuto che una costante della vita politica e istituzionale fosse rappresentata dall´ansiosa domanda che accompagna fin dalle sue origini gli atti di questo Governo e della sua maggioranza parlamentare: firmerà il Presidente della Repubblica? Questo vuol dire che è stata deliberatamente scelta la strada della forzatura continua e che si è deciso di agire ai margini della legalità costituzionale (un tempo, quando si diceva che una persona viveva ai margini della legalità, il giudizio era già definitivo). Questa scelta è divenuta la vera componente di una politica della prevaricazione, che Berlusconi ha fatto diventare guerriglia continua, voglia di terra bruciata, pretesa di sottomettere ogni altra istituzione. Da questa storia ben nota è nata l´ultima vicenda, dalla quale nessuno può essere sorpreso e che, lo ripeto, rivela piuttosto quanto profondo sia l´abisso nel quale stiamo precipitando,

A questo punto, la scelta di Napolitano, ispirata com´è alla tutela di "beni" costituzionali fondamentali, deve assumere anche il valore di un "fin qui, e non oltre", dunque di un presidio dei confini costituzionali che arresti la crisi di regime. Ma non mi illudo che la maggioranza, dopo aver lodato in questi giorni l´essere super partes di Giorgio Napolitano, tenga domani lo stesso atteggiamento di fronte a decisioni sgradite in materie che già sono all´ordine del giorno.

Ora i cittadini hanno preso la parola, e bene ha fatto il Presidente della Repubblica a rispondere loro direttamente. Qualcosa si è mosso nella società e tutti sappiamo che la Costituzione vive proprio grazie al sostegno e alla capacità di identificazione dei cittadini. È una novità non da poco, soprattutto dopo anni di ossessivo martellamento contro la Costituzione. Oggi la politica dell´opposizione dev´essere tutta politica "costituzionale". Dopo tante ricerche di identità inventate o costruite per escludere, sarebbe un buon segno se la comune identità costituzionale venisse assunta come la leva per cercar di uscire da una crisi che, altrimenti, davvero ci porterebbe, in modo sempre meno

"È il massacro delle istituzioni elezioni"

Massimo Giannini intervista

Carlo Azeglio Ciampi

Benvenuti nella Repubblica del Male Minore. Cos´altro si può dire di un Paese che ormai, per assecondare i disegni plebiscitari di chi lo governa, è costretto ogni giorno ad un nuovo strappo delle regole della civiltà politica e giuridica, nella falsa e autoassolutoria convinzione di aver evitato un Male Maggiore? Carlo Azeglio Ciampi non trova altre formule: «La strage delle illusioni, il massacro delle istituzioni...».

Ancora una volta, l´ex presidente della Repubblica parla con profonda amarezza di quello che accade nel Palazzo. Dopo il Lodo Alfano, il processo breve, lo scudo fiscale, il legittimo impedimento, il decreto salva-liste è solo l´ultimo, «aberrante episodio di torsione del nostro sistema democratico». Il "pasticciaccio di Palazzo Chigi" non è andato giù all´ex capo dello Stato, che considera il rimedio adottato (cioè il provvedimento urgente varato venerdì scorso) ad alto rischio di illegittimità costituzionale. E la clamorosa sentenza pronunciata ieri sera dal Tar del Lazio, che respinge il ricorso per la riammissione della lista del Pdl nel Lazio, non arriva a caso: «È la conferma che con quel decreto il governo fa ciò che la Costituzione gli vieta, cioè interviene su una materia di competenza delle Regioni. Speriamo solo che a questo punto non accadano ulteriori complicazioni...», dice. Dopo il ricorso già avanzato da diverse giunte regionali, potrebbe persino accadere che, ad elezioni già svolte, anche la Consulta giudichi quel decreto illegittimo, con un verdetto definitivo e a quel punto davvero insindacabile. Questo preoccupa Ciampi: «Il risultato, in teoria, sarebbe l´invalidazione dell´intero risultato elettorale. Il rischio c´è, purtroppo. C´è solo da augurarsi che il peggio non accada, perché a quel punto il Paese precipiterebbe in un caos che non oso immaginare...». Il presidente emerito non lo dice in esplicito, ma dal suo ragionamento si evince che qualche dubbio lui l´avrebbe avuto, sulla percorribilità giuridica e politica di un decreto solo apparentemente «interpretativo», ma in realtà effettivamente «innovativo» della legislazione elettorale.

Ora si pone un interrogativo inquietante: questo disastro si poteva evitare? E se sì, chi aveva il potere di evitarlo? Detto più brutalmente: Giorgio Napolitano poteva non autorizzare la presentazione del decreto legge del governo? Ciampi vuole evitare conflitti con il suo successore, al quale lo lega un rapporto di affetto e di stima: «Non mi piace mai giudicare per periodi ipotetici dell´irrealtà. Allo stesso tempo, trovo sbagliato dire adesso "io avrei fatto, io avrei detto...". Ognuno decide secondo le proprie sensibilità e secondo le necessità dettate dal momento. Napolitano ha deciso così. Ora, quel che è fatto è fatto. Lo ripeto: a questo punto è stata imboccata una strada, e speriamo solo che ci porti a un risultato positivo...». Ma in questa occasione non si può negare che il Quirinale sia dovuto passare per la cruna di un ago particolarmente stretta, e che secondo molti ne sia uscito non proprio al meglio. In rete e sui blog imperversano le critiche: Scalfaro e Ciampi, si legge, non avrebbero mai messo la firma su questo «scempio». Al predecessore di Napolitano questo gioco non piace: «Queste sono cose dette un po´ a sproposito». Come non gli piacciono le rischieste di impeachment che piovono sull´inquilino del Colle dall´Idv: «Ma che senso ha, adesso, sparare sul quartier generale? Al punto in cui siamo, è nell´interesse di tutti non alimentare la polemica sul Quirinale, e semmai adoperarsi per proteggere ancora di più la massima istituzione del Paese...».

Premesso questo, Ciampi non si nega una netta censura politica di quanto è accaduto: «Io credo che la soluzione migliore sarebbe stata quella di rinviare la data delle elezioni. Ma per fare questo sarebbe stata necessaria una volontà politica che, palesemente, nella maggioranza è mancata. Ma soprattutto io credo che sarebbe stato necessario, prima di tutto, che il governo riconoscesse pubblicamente, di fronte al Paese e al Parlamento, di aver commesso un grave errore. Sarebbe stato necessario che se ne assumesse la responsabilità, chiedendo scusa agli elettori e agli eletti. Da qui si doveva partire: a quel punto, ne sono sicuro, tutti avrebbero lavorato per risolvere il problema, e l´opposizione avrebbe dato la sua disponibilità a un accordo. Bisognava battersi a tutti i costi per questa soluzione della crisi, e inchiodare a questo percorso chi l´aveva causata. Ma purtroppo la maggioranza, ancora una volta, ha deciso di fuggire dalle sue responsabilità, e di forzare la mano». I risultati sono sotto gli occhi di tutti: «Di nuovo, assistiamo sgomenti al graduale svuotamento delle istituzioni, all´integrale oblio dei valori, al totale svilimento delle regole: questo è il male oscuro e profondo che sta corrodendo l´Italia».

Su questo piano inclinato, dove si fermeranno lo scivolamento civico e lo smottamento repubblicano? «Vede – osserva Ciampi – proprio poco fa stavo rileggendo il De senectute di Cicerone: ci sarebbe bisogno di quella saggezza, di quell´amore per la civiltà, di quell´attenzione al bene pubblico. E invece, se guardiamo alle azioni compiute e ai valori professati da chi ci governa vediamo prevalere l´esatto opposto». Aggressione agli organi istituzionali, difesa degli interessi personali: l´essenza del berlusconismo – secondo l´ex capo dello Stato - «è in re ipsa, cioè sta nelle cose che dice e che fa il presiedente del Consiglio: basta osservare e ascoltare, per rendersi conto di dove sta andando questo Paese». Già qualche mese fa Ciampi aveva rievocato, proprio su questo giornale, l´antico principio della Rivoluzione napoletana di Vincenzo Cuoco sulla felicità dei popoli «ai quali sono più necessari gli ordini che gli uomini», e poi il vecchio motto caro ai fratelli Rosselli, «non mollare», poi rideclinato da Francesco Saverio Borrelli nel celebre «resistere, resistere, resistere».

Oggi l´ex presidente torna su queste «urgenze morali», per ribadire che servono ancora tanti «atti di coraggio», se vogliamo difendere la nostra democrazia e la nostra Costituzione. «I miei sono lì, sono le firme che non ho voluto apporrre su alcune leggi che mi furono presentate durante il settennato, e che successivamente mi sono state rinfacciate in Parlamento, come se si fosse trattato di atti "sediziosi", o decisioni "di parte". E invece erano ispirati solo ai principi del vivere civile in cui ho sempre creduto, e che riposano sulla sintesi virtuosa dei valori e delle istituzioni». Tra i 2001 e il 2006 Ciampi non potè rinviare alle Camere tutte le leggi-vergogna del secondo governo Berlusconi, perché in alcune di esse mancava il vizio della «palese incostituzionalità» che solo può giustificare il diniego di firma da parte del capo dello Stato. Ma dalla riforma Gasparri sul sistema radiotelevisivo alla riforma Castelli sull´ordinamento giudiziario, Ciampi pronunciò alcuni «no» pesantissimi.

Nonostante questo, anche a lui tocca oggi constatare che quella forma di «pedagogia repubblicana», necessaria ma non sufficiente, è servita a poco o a nulla. «Cosa vuole che le dica? Purtroppo questo è il drammatico paesaggio italiano, né bello né facile. E questo è anche il mio più grande rimpianto di vecchio: sulla soglia dei 90 anni, mi accorgo con amarezza che questa non è l´Italia che vagheggiavo a 20 anni. Allora ci svegliavamo la mattina convinti che, comunque fossero andate le cose, avremmo fatto un passo avanti. Oggi ci alziamo la mattina, e ogni giorno ci accorgiamo di aver fatto un altro passo indietro. E´ molto triste, per me che sono un nonuagenario. Ma chi è più giovane di me non deve perdersi d´animo, e soprattutto non deve smettere di lottare». Sabato prossimo Ciampi non andrà in piazza, per sfilare in corteo contro il "pasticciaccio" di Berlusconi: «Non ho mai aderito a manifestazioni, e comunque le gambe non mi reggerebbero...», dice. Ma chissà: magari con vent´anni di meno ci sarebbe andato anche lui.

ROMA— Per chi ha progettato la parte centrale delle opere del G8 alla Maddalena, all’origine di un’indagine giudiziaria che da settimane sta facendo tremare il Palazzo, non dev’essere facile fare i conti con quello che è successo. Stefano Boeri ha comunque deciso che era arrivato il momento. E sul blog di Abitare, la rivista che dirige da quattro anni potete trovare una sua ricostruzione dei fatti.

Architetto Boeri, si è pentito? «Per aver dedicato un anno di intenso lavoro, con i miei 50 collaboratori, al recupero dell’Arsenale de La Maddalena lavorando in maniera intensa e onesta, assolutamente no. Per il fatto di essere stato involontariamente partecipe di una vicenda che oggi evidenzia lati indecenti e illegalità ingiustificabili non posso che rispondere: sì. Mi crederà se le dico che lo spirito di partenza era del tutto diverso?».

Per i lettori non sarà facile, visto com’è andata.

«L’idea iniziale, lanciata da Renato Soru, era quella di utilizzare un grande evento ormai inutile, come il G8 alla Maddalena, per recuperare un pezzo di territorio inquinato, bonificarlo e innescare un nuovo meccanismo di sviluppo per il nord Sardegna. Ci ho creduto, eccome. Quella era la vera sfida ed è stata vinta. Ma a che prezzo?».

Forse però non era impossibile sentire puzza di bruciato. Eravate i progettisti ma lavoravate senza avere più il controllo del progetto. Non è così?

«Eravamo di fatto esclusi dalle decisioni e dalle valutazioni economiche di cantiere. Se avessimo avuto anche soltanto una prova di quanto oggi è riportato dai giornali, ce ne saremmo subito andati via. Tenga presente che in Italia non esiste una legge che tuteli gli architetti, che gli consenta come in Francia di avere fino in fondo la responsabilità dell’opera. Perché allora ho accettato?».

Mi ha tolto la domanda dalla bocca.

«Oltre che per il desiderio di aiutare a realizzare un’architettura di alto valore civile, avevo le garanzie dei massimi livelli istituzionali: oltre al presidente della Regione Sardegna, il capo della Protezione civile e sottosegretario Guido Bertolaso, e Angelo Balducci, già Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Ci mancherebbe pure che si dovesse dubitare di una simile committenza».

Si è spiegato come hanno fatto i costi delle opere a passare da 200 a 327 milioni?

«Per quel che ne so buona parte di questo aumento è dovuto alle maggiorazioni già previste nell’appalto. Parliamo del 57% di aumenti dei compensi già previsti, per le difficoltà dovute all’urgenza».

Che difficoltà?

«Il fatto che si lavorava su un’isola, i turni continui, il rispetto del cronoprogramma...».

Scusi, ma le imprese non lo sapevano in partenza?

«Esatto. È un meccanismo assolutamente senza senso. Le maggiorazioni sono giustificabili per le vere (calamità) emergenze, che com’è noto sono cosa ben diversa dalle urgenze. In una situazione come quella del G8, hanno invece determinato margini ingiustificati di guadagno. Che premiavano solo le imprese, non i fornitori e tantomeno i progettisti...».

Voi quanto avete intascato?

«Abbiamo lavorato in cinquanta per meno di 100 mila euro al mese, e oggi avendo pagato tutte le spese e aspettando ancora il saldo finale, sono in rosso. Per me rischia di essere una piccola catastrofe economica. Forse a differenza di altri».

Altri chi?

«A quanto ne so gli stipendi dell’Unità tecnica di missione, la struttura di Angelo Balducci che aveva in mano tutto, erano alti, assolutamente incommensurabili rispetto ai nostri».

Lei racconta che i tecnici dell’Unità di missione abitavano in ville affittate sulla costa e circolavano con le Bmw o le Audi, mentre gli architetti si dividevano appartamenti in paese.

«Erano stili di vita molto diversi, due modi diversi di partecipare a quello che avrebbe dovuto essere una sfida comune».

Sicuro che fosse proprio «una sfida comune»? Dice queste cose come se si sentisse tradito.

«Sì, ma in un senso più generale. Nei giorni dopo lo spostamento del G8 a l’Aquila, visitando nell’ex Arsenale di La Maddalena un cantiere finito in tempi miracolosi e pensando ai soldi pubblici spesi per realizzare le opere, mi sono chiesto quali fossero le ragioni vere di una scelta così assurda».

Sul blog c’è scritto «uno spreco ingiustificabile di risorse». Ho letto male?

«Alla Maddalena non c’era ostentazione di lusso che potesse offendere un Paese colpito dalla calamità del terremoto. E a l’Aquila c’era forse necessità di un piedistallo planetario che distraesse dalle tragedie della vita quotidiana? Ho cominciato in quei giorni a chiedermi se c’era una regia dietro una scelta che ha subito, troppo presto, convinto tutti».

Non crede che questa brutta storia una cosa l’abbia almeno chiarita? Cioè che i grandi eventi non possono essere gestiti in questo modo, tanto meno dalla Protezione civile?

«Sono d’accordo. Anche se va detto che a gestire l’operazione non è stata la Protezione civile». Come? «L’Unità di missione non è esattamente la stessa cosa. Non è la Protezione civile che interviene nei terremoti o nelle calamità naturali. Nel nostro caso era un gruppo di tecnici selezionati che faceva riferimento all’ingegner Balducci. Che aveva anche delle competenze e una consuetudine di rapporti, diversi dalla Protezione civile». Come, come? «Solo la prima parte del progetto è stata elaborata assieme ai tecnici della Protezione Civile. Poi è subentrata l’Unità tecnica di missione, che è la stessa per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Loro erano sia stazione appaltante che coordinatori. La Protezione civile come la conosciamo noi non si è occupata del coordinamento dei cantieri del G8».

Abitare, 5 marzo 2010

ALCUNE RIFLESSIONI SUL G8 ALLA MADDALENA

di Stefano Boeri

Nelle ultime settimane mi è capitato di ripensare di continuo agli ultimi 20 mesi. Ho ordinato e riordinato ricordi, luoghi, fatti, relazioni. Una scavo ossessivo che mi ha aiutato a capire meglio quello che è successo attorno a me, attorno a noi, attorno alla vicenda del nostro progetto per La Maddalena.Non è facile usare l’introspezione per costruire un discorso che ambisce a una qualche generalizzazione. Sono due cose diversissime. Ma questa volta, ancor più delle altre, questo sforzo di esternazione è necessario. E forse anche un po’ utile. Ecco dunque alcuni spunti tra la cronaca, il ricordo e la riflessione sulla professione dell’architettura.

1. testimone

Credo, insieme a Guido Bertolaso, di essere stato l’unico a seguire l’intera vicenda del progetto di La Maddalena. A registrare, nel mio studio prima e in cantiere poi, i riflessi delle continue evoluzioni politiche e giuridiche che cambiavano in corsa le regole del gioco. C’ero ai primi incontri con Soru e Bertolaso (gennaio 08); quelli a Roma e quelli a La Maddalena con i cittadini e il loro Sindaco. C’ero quando (marzo 08) è arrivata l’Unità di Missione di Balducci; quando Prodi è caduto; quando Berlusconi (nel luglio 08) e Napolitano (agosto) sono venuti a visitare il sito; quando Berlusconi, a lavori ormai in corso, ha cominciato a suggerire altre sedi per il summit; quando Soru (dicembre 08), con nostra grande preoccupazione, si è dimesso da Presidente della Regione. Quando Letta, Bertolaso e Berlusconi, pochi giorni prima di spostare il G8 all’Aquila (il 21 aprile 09) sono venuti a perlustrare, con un sorriso convinto e rassicurante, i cantieri in fase di ultimazione. E c’ero subito dopo, nei momenti del massimo sconforto, con il panico di non essere pagati e la paura che le imprese mollassero, che il cantiere di trasformasse in un immenso eco-mostro, con la rabbia e la vergogna dei maddalenini che non avevano votato Soru. E infine c’ero nei mesi finali, con Bertolaso che tornava sull’isola, con il suo indiscutibile e vittorioso sforzo per portare la Luis Vuitton Cup di vela nell’ex Arsenale (settembre 09); con le denunce di Repubblica sul degrado (inesistente) degli edifici (febbraio 10); con lo scoppio dell’indagine e gli arresti dei nostri committenti.

Nei giorni dopo lo spostamento del G8 a l’Aquila, visitando nell’ex Arsenale di La Maddalena un cantiere finito in tempi miracolosi e pensando ai soldi pubblici spesi per realizzare le opere, mi sono chiesto quali fossero le ragioni vere di una scelta così assurda.

Uno spreco ingiustificabile di risorse.

A Maddalena non c’era ostentazione di lusso che potesse offendere un Paese colpito dalla calamità del terremoto. E a l’Aquila non c’era necessità di un piedistallo planetario che distraesse dalle tragedie della vita quotidiana. Ho cominciato in quei giorni a chiedermi se c’era una regia dietro le ragioni, nobili e meno nobili, che sono state complici di una scelta che ha subito, troppo presto, convinto tutti.

2. consulente

Se penso a come ho lavorato dal dicembre ‘07 ad oggi mi vengono in mente due periodi.

Nel primo, ho operato come consulente di Renato Soru e Guido Bertolaso per decidere gli assetti urbanistici del G8 a La Maddalena. Il tema era quello di trasformare un evento breve, potente e inutile (il G8) in una situazione stabile e utile per la Sardegna e il territorio dell’arcipelago: la creazione al posto di un ex arsenale militare dismesso e inquinato di un grande polo nautico polivalente, capace di ospitare insieme cantieri, spazi per convegni, scuole di vela, un albergo, aree commerciali e espositive. Con fondali eccezionali e in uno dei posti più belli del mondo.

Ma prima c’era da costruire in pochi mesi la sede del G8, con i suoi requisiti di sicurezza e i suoi protocolli diplomatici.

Per questo abbiamo immaginato che ogni edificio dovesse avere una specie di doppia vita: prima tre giorni “furiosi” di allestimento che, come un vestito da festa, lo addobbassero per il grande evento geopolitico e subito dopo, spariti i vestiti, ecco un’architettura solida, fuori dai riflettori, destinata a durare e dotata di una funzionalità precisa.

Le opere di La Maddalena, come tutte le architetture costruite, sono fatte anche dalle idiosincrasie e dalle contraddizioni che hanno accompagnato la loro ideazione. Non c’è dubbio che le nostre architetture riflettano uno sforzo esacerbato, teso ad evitare i clichè della geopolitica: uno sforzo per essere anti-celebrative, per immaginare spazi essenziali, per cercare una monumentalità non muscolare, ispirata alla percezione del paesaggio dell’arcipelago invece che ai cerimoniali del G8.

Ciò che abbiamo voluto fare è stato così estremo, da denunciare la forza di ciò che non volevamo fare: le architetture sono fatte anche da quello che vogliamo evitare che diventino. Non si scappa dal nemico.

3. progettista

Nel secondo periodo, iniziato nel luglio 08, il lavoro è cambiato, così come le sue condizioni. Abbiamo lavorato per l’impresa vincitrice della gara di appalto (il cui proprietario, Diego Anemone, è oggi in carcere) ma senza avere più il controllo effettivo del progetto, che era entrato nella vertiginosa (10 mesi per bonificare un’area di 150.000 mq, realizzare 8 edifici e 2 chilometri di banchina) fase attuativa.

Progettavamo gli edifici della parte centrale dell’ex Arsenale militare (è bene ripeterlo: non abbiamo, non avevamo, nulla a che vedere con il progetto dell’ex Ospedale Militare). Eravamo in più di 30, solo a La Maddalena, a disegnare i dettagli e a cercare di controllare scelte di cantiere che spesso potevamo solo registrare sul CAD. Senza direzione lavori e coordinamento della progettazione, esclusi dal computo metrico (ci era permesso solo un supporto a quello architettonico) e facendo ogni volta uno sforzo gigantesco per imporre la nostra presenza quando i committenti venivano a visitare le opere. Ma oltre al desiderio di veder crescere in tempo reale quello che avevamo inventato poche settimane prima, avevamo anche altre ragioni per stare lì: per 10 mesi siamo stati una sorta di ufficio tecnico di appoggio per il Comune di La Maddalena e la Protezione Civile, pronti a rispondere a ogni esigenza di disegni, dati tecnici, esplorazioni progettuali.

Ma questa era soprattutto una nobile consolazione.

In questi anni, nel campo delle opere pubbliche in Italia, anche grazie a protocolli come quello dell’appalto integrato, si è consolidato un gioco perverso di scambio di prestazioni tra politica e architettura.

Da un lato, l’architettura è stata chiamata a svolgere funzioni prettamente politiche: a partecipare fin dall’inizio alle strategie di concettualizzazione dell’opera, a preoccuparsi del coinvolgimento degli stakeholder, a considerare il consenso degli elettori come una variabile del progetto. D’altro canto la politica ha avocato a sé alcuni dei passaggi fondamentali del fare architettura : la scelta dei consulenti tecnici, la selezione delle imprese e soprattutto (nelle opere pubbliche) di chi svolge il coordinamento e la direzione dei lavori.

Da controllori implacabili del risultato finale di un progetto siamo diventati ispirati creatori di politiche pubbliche. Dalla sfera minerale, la nostra competenza sembra essersi spostata a quella delle relazioni immateriali. La psicologia della committenza (lo studio attento delle idiosincrasie e dei segreti desideri di chi ci commissiona le opere) sembra aver sostituito la psicologia degli utenti, ovvero la capacità di controllare le emozioni, le reazioni e le esigenze di chi abiterà gli spazi che immaginiamo.

4. contabile

A distinguere la fase dell’architettura di carta da quella dell’architettura di pietra, è la contabilità. Da un certo punto in poi le idee smettono di essere pagate a forfait e cominciano a costare parametricamente: un tanto moltiplicato per un numero. Per quel che mi riguarda, i conti del G8 a La Maddalena – sempre limitatamente ai progetti che abbiamo seguito (lotti 4 e 5) – hanno avuto due occasioni di contabilità. Nella prima, a conclusione della nostra consulenza al preliminare, abbiamo registrato dei costi che sono serviti per la gara di appalto integrato per le imprese inserite nella lista della Protezione Civile. Nella seconda, in occasione del computo metrico architettonico (a cui dovevamo dare solo un supporto di disegni e dati), abbiamo registrato una somma sensibilmente più alta. Ma considerando gli imprevisti di cantiere e le inevitabili approssimazioni di un computo basato su un preliminare, erano cifre ragionevoli. A far sballare i conti ci avevano (già) pensato le “maggiorazioni” previste nell’appalto di gare: ben il 57% di aumenti dei compensi alle imprese dovute alle loro difficoltà a lavorare su tre turni, a lavorare su “un’isola di un’isola”, a “rispettare il crono programma”.

La maggiorazione è il contrario del ribasso; se il ribasso è un potenziale competitivo a disposizione del concorrente alla gara, la maggiorazione ha la potenza inappellabile di una pre-condizione. Garantisce in partenza una compensazione per imprese che si trovano in una condizione di emergenza. Ma l’emergenza, in questo caso era opinabile, se non chiaramente ridicola. La maggiorazione era piuttosto un premio preventivo per la disponibilità a operare con urgenza. L’urgenza però era selettiva: a La Maddalena c’erano compensi “maggiorati” per le imprese, ma non per i progettisti; stipendi “maggiorati”, assolutamente eccessivi, per i tecnici dell’Unità di Missione e i direttori dei lavori, ma non per gli operai edili. L’urgenza maggiorata…beh, non era cosa per tutti…

5. regista

Mi piace lavorare in gruppo, stando alla regia. Credo di saper scegliere molto bene chi lavora con me e valorizzare i talenti di chi scelgo. Credo anche di essere spesso disorganizzato, poco razionale e perfino a volte approssimativo, e forse proprio queste evidenti debolezze rendono accettabile a chi lavora con me una presenza altrimenti prevaricante.

Non ho nessun dubbio che il gruppo di architetti che ha lavorato con me sul G8 costituisca oggi una risorsa per l’architettura italiana. Sono giovani (media 30 anni), bravi, colti e motivati, adrenalinici quanto serve e riflessivi quando serve (cioè anche quando si è adrenalinici). Amano (come me) la politica non meno dell’architettura; e come me si illudono che si possa governare i fatti della politica controllando i fatti dell’architettura. Abbiamo vissuto insieme un periodo metereologicamente straordinario, su un’isola di un’isola, con venti che portavano giornate grigie e burrasche che portavano sole e luce; a contatto con le raffiche, i temporali, le illusorie schiarite e tutte le imprevedibili e spesso ridicole sfaccettature della politica italiana. Sempre a contatto con le aspettative e le delusioni dei cittadini di la Maddalena. E ci siamo tutti drogati del vertiginoso intercedere di eventi che ci avvolgeva e ci ha lasciato sfiniti e senza più l’ossigeno dell’ansia, della sorpresa, delle scadenze impossibili, dei colpi di scena. Non ci siamo ancora ripresi.

Sappiamo, dovremmo sapere, che la vita di un’architettura inizia ben prima della nostra presenza di architetti, ben prima della fase dell’ideazione; inizia quando l’architettura viene decisa, finanziata, programmata da chi l’ha voluta e richiesta. Ma neppure questa consapevolezza ci aiuta ad accettare il fatto che – dopo quel periodo intenso, e i fin dei conti limitato nel tempo, che è il progetto – ad un certo punto dobbiamo necessariamente distaccarci dalla vita di una nostra architettura. Mollarla, accettare che viva senza più alcun legame con noi.

La verità è che, quando ci appassionano e arrivano ad essere costruite, queste cose di vetro, ferro, cemento riescono a catalizzare un’affettività incontrollabile; qualcosa che rende difficile anche solo l’idea di abbandonarle a sé stesse.

6. vittima

Sono stato vittima di me stesso, delle mie manie di grandezza, della scelta di coinvolgere 53 architetti (quasi tutti lavoravano con me per la prima volta) per fare al meglio un lavoro che forse avrei potuto fare (non meglio, ma bene) nel mio studio milanese con 15 fidati collaboratori. Ma quello che ho guadagnato in curiosità, relazioni, entusiasmo, l’ho perso in organizzazione e soprattutto in risorse economiche. Questo lavoro è stato un disastro finanziario. Ho già speso quasi tutto quello che ho guadagnato e oggi sono terrorizzato che l’impresa non mi fornisca il saldo finale. Dopo aver costruito in 10 mesi quello che di solito un architetto italiano costruisce in 15 anni, rischio in pochi mesi di chiudere uno studio professionale che ha 25 anni di vita. Non male come doppia accelerazione.

Ma per qualche giorno sono stato anche vittima delle aggressioni via web di colleghi, a volte ignoti. Che sull’onda dell’emotività mediatica percepiscono come un fastidio ogni pur necessario distinguo, ogni ragionamento che entra davvero nel merito di quanto è successo. Che soffrono il successo altrui e non sanno convertire la gelosia in competizione. Che sono arrivati fino a scrivere il falso, il falso on-line, pur di trascinarti dentro un giudizio di scarsa moralità. Che evidentemente non digeriscono che si possa fare buona architettura pur senza rinunciare alla passione politica e civile.

L’invidia che non si trasforma in un fertile spirito competitivo è un tarlo (auto)logorante. Di cui l’architettura italiana ha oggi il primato.

7. complice

Mi sono continuamente chiesto in questi giorni se sono stato complice di quanto è successo. Credo di esserlo stato, involontariamente. Ovviamente non c’è stato nulla di quanto ho visto o percepito che mi abbia fatto pensare agli accordi illegali e sottobanco di cui parlano le indagini in corso: tra imprese e committenti, tra rappresentanti dello Stato e privati appaltatori. Se avessimo avuto anche solo una prova di questi contatti, saremmo andati subito a denunciare la cosa alla Magistratura. Ma l’aver accettato un ruolo di fatto marginale dal punto di vista delle decisioni e nel periodo più importante del progetto, quello di realizzazione delle opere, mi ha di fatto impedito di rendermi conto direttamente di eventuali irregolarità, pur obbligandoci ad una presenza continua (anche se spesso mal tollerata) a latere del cantiere. Ho due giustificazioni: la nostra totale preoccupazione sui tempi (che è stata per mesi la vera ossessione quotidiana) e la presenza nel progetto, come garanti, dei rappresentanti delle più alte cariche dello Stato. Ma sono stato complice di una condizione di controllo ridotto; della presunzione di essere più forti di chi, controllandoci, ci teneva distanti dalle decisioni.

La Protezione Civile è un “esercito buono” di giovani donne e uomini; migliaia di volontari appassionati e disponibili, con una disciplina austera ed affettiva. Ma a La Maddalena, dopo poche settimane, la Protezione Civile ha abdicato ad un ruolo che forse non avrebbe saputo nemmeno svolgere; al suo posto, al posto delle donne e degli uomini in maglietta blu sono arrivati con piglio di efficienza e rapidità i tecnici dell’”unità di missione per i 150 anni della Repubblica italiana”. Questa è una verità ancora non detta.

A La Maddalena, gli architetti con cui collaboravo giravano con macchine scassate ed improbabili, e abitavano in gruppo in appartamenti del centro. I tecnici dell’Unità di Missione – in Rayban- giravano con Audi e BMW e avevano affittato ville sulle coste dell’isola. Fuori dagli uffici e dal cantiere era impossibile che i due gruppi si incontrassero, posti e relazioni erano diversi. A volte le differenze comportamentali sono un limite alla comunicazione, a volte una difesa da relazioni pericolose. I dettagli, in una vicenda complessa, sono sempre micidiali.

8. giornalista

In pochi mesi, da direttore di un periodico di settore, ho vissuto sulla mia pelle tre forme di conflitto tra cronaca e architettura.

In una prima fase, a vincere era stata la cronaca d’inchiesta. Prima e durante il cantiere, eravamo “secretati”, cioè obbligati al silenzio in seguito ad un’ordinanza del Governo Prodi. Eppure, nonostante noi non potessimo scrivere di quello che facevamo e vedevamo, siamo stati testimoni di un giornalismo di indagine che entrava con facilità nella cortina di protezione del G8 e del cantiere: si muoveva più agile e veloce di noi conquistando sul territorio informazioni che noi non potevamo avere; e le raccontava – da lontano – sui periodici di informazione politica. Mentre nessuno conosceva quello che stavamo facendo (non avremmo potuto, per fare un solo esempio, annunciare che le opere per il G8 a La Maddalena, già in Aprile erano quasi pronte, finite, disponibili), grazie a questa cronaca da investigazione abbiamo cominciato a capire che qualcosa non funzionava lì vicino a noi, nella regia dei lavori.

Finito il cantiere, in maggio, è iniziata una seconda fase, in cui a prendere il sopravvento è stata – finalmente – l’architettura realizzata. I quotidiani italiani e internazionali (dal Corriere della Sera alla Frankfurter Allgemeine Zeitung) hanno “scoperto” in ritardo che i risultati di un G8 mai svolto erano degni di attenzione. E subito dopo sono arrivate le riviste di settore (A+U, Icon, Mark, Lotus International), quasi a consolidare la fine della fase dell’attenzione evenemenziale della cronaca: finita l’attualità, ecco l’architettura .

Ma è durato poco: nelle ultime settimane è tornata, violenta e per molti versi liberatoria, la cronaca nella sua versione politico-giudiziaria. Qui a dettare il tempo erano e sono le intercettazioni: trascrizioni e voci fuori campo di conversazioni proiettati come sottotitoli sulle immagini delle nostre architetture. Costrette, povere loro, a una nuova involontaria paternità.

Sono sempre stato attratto dal rapporto tra fatti di cronaca e architettura. Per quattro anni, ogni mese, nelle prime pagine di Domus ho pubblicato immagini di architetture celebri toccate –inconsapevolmente- dalla cronaca. E mi sono più volte chiesto perché così spesso la cronaca sfiori le opere di architettura, cosa la attragga attorno a spazi e edifici che il codice della cultura considera “opere”. Se è il simbolismo dell’architettura che attira le vicende di cronaca, che vi trovano un contrappunto o un piedestallo mediatico. O se piuttosto è la prospettiva scelta dai giornalisti per registrare la cronaca ad includere – come un valore aggiunto nell’inquadratura, un tratto curioso – la presenza accidentale delle opere di architettura.

Sta di fatto che la nemesi ha voluto che la nostra più bella architettura diventasse il simbolo – sui giornali e le tv di tutto il mondo- di una brutta vicenda italiana di corruzione.

Mi consola pensare che c’è un senso in tutto questo. Pochi mesi fa (ben prima che questa vicenda giudiziaria venisse alla luce), scegliendo come copertina del libro “Effetto Maddalena” l’immagine di un elicottero dei carabinieri che vola sopra la Casa del Mare, avevamo già capito che la nostra architettura era destinata ad avere la cronaca quotidiana nel suo sangue.

9. architetto

Le opere che abbiamo immaginato, sono state costruite. E, grazie anche alla nostra ostinazione, sono esattamente quello che volevamo, dove lo volevamo.

Sono là, al posto di un ex arsenale militare abbandonato che fino a pochi mesi fa rappresentava una bomba ecologica e che è stato bonificato nei fondali e nelle banchine. Sono una risorsa formidabile per un’arcipelago che ogni giorno, da maggio a fine settembre, viene usato come solo vasca da bagno per migliaia di imbarcazioni lasciano soldi e contratti di locazione nei porticcioli senza città della costa Smeralda e nei cantieri di Olbia. Il polo nautico voluto da Renato Soru è oggi una realtà, anche se è ancora un guscio. La Vuitton Cup, con la vela sportiva, il turismo compatibile con l’ambiente, è la migliore delle inaugurazioni possibili, ma il destino delle strutture è ancora in parte incerto. Quello che abbiamo progettato è un porto mediterraneo, a contatto con una città vera anche se in difficoltà; un porto pubblico, nella sua gran parte aperto ai cittadini e ai visitatori, che può anche ospitare aree private e ad accesso controllato; un porto polivalente, che può dar lavoro a centinaia di giovani isolani.

Basta poco per compromettere quello che abbiamo fatto. Ma ce l’abbiamo fatta.

Strana professione la nostra. Abbiamo in mano le cose del mondo, ne controlliamo la costruzione, la trasformazione, perfino l’usura. E siamo spesso convinti che siano gli spazi che progettiamo e vediamo costruire a condizionare le scelte della politica, della cultura, dell’economia. Eppure non c’è bellezza o efficienza di quel che costruiamo che giustifichi o legittimi – neppure retrospettivamente – comportamenti e scelte indegni come quelle che in questi giorni stiamo leggendo sui giornali.

L’implacabile, prepotente arroganza dell’architettura costruita – che punta sui tempi lunghi del suo successo – è poca cosa di fronte all’indignazione di un intero Paese.

Ma è tutto quello che ci resta e a cui, con un misto di dignità e di ironia, oggi ci aggrappiamo.

Un commento di Sandro Roggio scritto per eddyburg

Il Comitato Iris, organizzatore dell’incontro odierno [l’incontro si è tenuto il 19 febbraio 2010 – ndr], ha voluto associare la presentazione del libro di Luigi De Magistris Giustizia e potere, con la denuncia della speculazione immobiliare che si sta perpetrando in una delle poche aree verdi rimaste in ambito urbano. In uno dei residui “cunei verdi” che, nel progetto di città stellare voluto dal grande urbanista Luigi Piccinato, avrebbe dovuto connettere con funzioni ecologiche e ricreative il “Parco delle Mura”, che avvolge il nucleo centrale della città storica, con gli spazi aperti del territorio agricolo periurbano e con le reti ecologiche territoriali.

Il tema dunque da affrontare è quello del rapporto oggi esistente tra giustizia e pianificazione urbana e territoriale, ovvero dell’evidente crescente conflitto tra le esigenze degli abitanti, tra la loro richiesta di una migliore qualità urbana e di una migliore qualità della vita e la soverchiante influenza della speculazione fondiaria e delle lobbies immobiliari nelle scelte strategiche di trasformazione del territorio. Un tema che si connette strettamente a quello del sempre più stretto intreccio tra politica e mondo degli affari, della assenza di trasparenza nella gestione degli appalti e della spesa pubblica.

Il “caso Bertolaso” scoppiato in questi giorni, è da questo punto di vista esemplare ed istruttivo. Da molte parti si è tentato di ridurre lo scandalo degli appalti gestiti dalla Protezione Civile ad un problema di ordinario malcostume, da sempre assai diffuso tra i pubblici funzionari. La fornitura di escort, auto di lusso, ville e le assunzioni di parenti da parte delle imprese affidatarie degli appalti, sarebbe insomma un qualcosa in più, ma non sostanzialmente differente dalle bottiglie e dai panettoni natalizi. Peccatucci e birbonate, come ama definirli il nostro Presidente del Consiglio.

Ma se non ci si sofferma ai soli fatti di costume (pur gravi nella loro entità e per la loro diffusione), non è possibile non accorgersi che dall’inchiesta dei giudici di Firenze sulla gestione delle opere connesse al G8 della Maddalena, ai Mondiali di Nuoto del 2009 ed alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, emerge uno spaccato desolante della ben collaudata struttura di potere e del livello di corruzione che caratterizza da molti anni buona parte dell’attività imprenditoriale del nostro paese nel settore dei lavori pubblici. Dal 2001 ad oggi, cioè da quando con una apposita legge alla Protezione Civile sono state assegnate anche le competenze relative ai “grandi eventi” (che molto spesso di grande hanno solo il nome), le ordinanze straordinarie del capo del governo (in precedenza una o al massimo due ogni anno) sono state oltre 500, consentendo anche per opere di ordinaria amministrazione la deroga rispetto a tutte le normative di legge sugli appalti. In virtù di dette ordinanze una ristretta cerchia di politici (Berlusconi e Letta in primo luogo) e di alti funzionari della Protezione Civile e del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ha potuto gestire direttamente una spesa di oltre 10 miliardi di euro, avendo di fatto la possibilità di pilotare gli appalti verso le imprese amiche.

La sistematica elusione delle regole della libera concorrenza, favorita dall’accentramento dei poteri e dall’elevato grado di discrezionalità consentito nella selezione delle imprese, è giunta a tal punto da dover essere ufficialmente denunciata persino da Paolo Buzzetti, presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili (ANCE), che si è pronunciato contro il disegno di legge che voleva trasformare la Protezione Civile in una società per azioni. Come ha scritto Alberto Statera, i fatti di questi giorni hanno fatto emergere “un’appaltopoli che, in nome dell’emergenza, non ha l’eguale nella storia della Repubblica, neanche in quella della prima, quando almeno i potentati del mattone si riunivano in una cupola per spartirsi gli appalti” (La Repubblica, 11 febbraio 2010).

Di fronte al termitaio scoperchiato dall’indagine giudiziaria sorge una prima spontanea domanda. Era proprio necessario attenderel’intervento della Magistraturaed occorreva essere messi a conoscenza delle intercettazioni telefoniche effettuate dai giudici per accorgersi che la “politica del fare”, caratterizzata da una costante deroga alle norme di legge e dall’assenza di idonei controlli, stava favorendo la corruzione ed una sempre più organica collusione tra funzionari di stato, società finanziarie ed imprese?

In realtà da tempo si erano manifestati chiari indizi e segnali allarmanti di quanto sta avvenendo nel settore degli appalti pubblici: segnali che evidentemente si è fatto finta di non vedere. Come ricorda nel suo libro-intervista Luigi De Magistris, nell’ultimo Rapporto dell’Unione europea sulla corruzione (Rapporto Greco) l’Italia viene indicata come uno tra i paesi a più alto rischio, mentre nella Relazione della Corte dei Conti europea sull’esercizio finanziario 2008 sempre il nostro paese è al primo posto tra le nazioni che hanno utilizzato in modo non regolare i finanziamenti della Comunità, con grave danno erariale e con evidenti indici sintomatici di dolo. Rilievi che trovano puntuale conferma nelle cifre riportate nel rapporto presentato nei giorni scorsi dal Procuratore Generale presso la Corte dei Conti italiana, che ha denunciato una crescita – nel corso del 2009 – del 229% della corruzione nel nostro paese, indice, come osserva Aldo Schiavone, «... di una nazione in via di dissolvimento morale, ormai in balia di una disastrosa deriva di comportamenti» (La Repubblica, 18 febbraio 2010).

Ma anche nello specifico delle grandi opere del G8 alla Maddalena non era difficile cogliere alcune evidenti anomalie ben prima che i giudici indagassero. I costi dell’albergo (ex Ospedale) affidati all’impresa di Valerio Carducci ed allo studio Archea dell’architetto Casamonti (sembra quale risarcimento per il mancato appalto dei lavori relativi al Teatro della Musica di Firenze, assegnato ad una società controllata dagli onnipresenti Anemone di Grottaferrata) sono lievitati in corso d’opera da 59 a 73 milioni, con un costo unitario di 3.842 euro/mq, un record mondiale mai raggiunto neppure nelle fantascientifiche architetture del Dubai!

Di fronte all’avviso di garanzia, Bertolaso è caduto dalle nuvole, ammettendo che sì, forse, qualcuno dei suoi collaboratori aveva tradito la sua fiducia. Ma già nel giugno 2009, nel suo libro “Il termitaio”, Alberto Statera – riprendendo un’indagine di Fabrizio Gatti pubblicata sull’Espresso del dicembre 2008 – aveva descritto le connessioni d’affari esistenti a Grottaferrata tra la società degli Anemone e la signora Rosanna Thau, moglie di Angelo Balducci, il plenipotenziario del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, buon amico di Gianni Letta, Altero Matteoli e Francesco Rutelli, incaricato della gestione di molti degli appalti affidati agli Anemone ed autore dell’ordinanza che aveva consentito la realizzazione, sulle rive del Tevere, in un’area demaniale preclusa ad ogni tipo di costruzione, dell’ormai famoso “Salaria Sport Village”.

Politica, economia e comitati d’affari

Nel suo libro De Magistris descrive in particolare la realtà calabrese, che l’ha visto protagonista come magistrato. Una realtà, scrive De Magistris, dove «se controlli la spesa pubblica, controlli il ganglio decisivo di tutta l’economia»; dove «... pezzi importanti della politica, delle istituzioni, della magistratura, dell’imprenditoria, si vedono insieme e decidono le sorti della Regione»; dove, in una logica di reciproci favori, è fondamentale “essere amico” e far parte di circoli esclusivi di professionisti, quali quelli dei Lions o dei Rotary, o gravitare nell’orbita della massoneria od anche dell’OpusDei, di Comunione e Liberazione, della Compagnia delle Opere; dove gli imprenditori si sono trasformati in “prenditori” e dove regna una “borghesia mafiosa”, una “mafia dei colletti bianchi”, per la quale è essenziale un rapporto privilegiato con la politica.

Ma, ci chiediamo, questa “borghesia mafiosa” e questa economia inquinata caratterizzano solo le regioni del sud del nostro paese o non riflettono piuttosto – sia pure in forme diverse e con tassi meno elevati di corruzione e criminalità – una più generale deriva della politica e dell’economia italiana e dello stesso Veneto?

Da questo punto di vista, ritengo non sia improprio leggere la resistibile ascesa di Berlusconi e del berlusconismo quale compiuta espressione del crescente potere di una borghesia che organicamente rifugge dalle regole della libera concorrenza e che cerca rifugio nei settori protetti dell’economia e nelle concessioni di stato. Una borghesia parassitaria che opera di fatto in regime di monopolio, usufruendo – anche nei periodi di crisi – di una rendita di posizione (a scapito ovviamente delle tariffe e dei prezzi richiesti all’utenza): telecomunicazioni, energia elettrica, autostrade, trasporti aerei e ferroviari, speculazione immobiliare e appalti pubblici. Il che, tra l’altro, spiega la decisa propensione dei programmi governativi verso le grandi opere faraonicheda affidare, con meccanismi di “general contract” o di “project financing”, a cordate di imprese e società finanziarie, spesso appositamente costituite con amici ed amici degli amici, dove pubblico e privato, controllori e controllati confondono i propri ruoli. Il che spiega perchè si stiano progettando il Ponte sullo stretto di Messina e la TAV di ValSusa, piuttosto che realizzare le essenziali infrastrutture ferroviarie e viarie necessarie alla vita di quei territori, o si voglia resuscitare il fantasma delle centrali nucleari anziché promuovere la sperimentazione e la diffusione delle risorse energetiche rinnovabili.

Appalti ed urbanistica contrattata nel Veneto

Le collusioni tra politica e mondo degli affari trovano un ulteriore fondamentale punto di incontro nell’urbanistica. Su questo le vicende venete degli ultimi anni forniscono ampia materia di riflessione.

Un tempo – ai tempi di tangentopoli – l’espressione “urbanistica contrattata” era sinonimo di accordi sottobanco tra amministratori corrotti e proprietari di aree. Oggi invece la pratica dell’urbanistica contrattata è stata nobilitata entrando ufficialmente a far parte integrante degli strumenti di piano e della legislazione. Tra la fine degli anni ‘90 ed i primi anni 2000 si è registrato un crescente utilizzo dei cosiddetti Programmi complessi (variamente denominati) in deroga alle previsioni di PRG, consistenti quasi sempre in programmi costruttivi predisposti da società private che, in cambio di volumetrie edificabili non previste dai piani urbanistici, si dichiarano disponibili a cedere al Comune una quota parte di aree e/o di spazi edificati. Con l’articolo 6 della nuova legge urbanistica regionale, la n. 11 del 2004, la Regione Veneto fa esplicito invito ai privati a partecipare all’iter formativo dei nuovi piani urbanistici, sollecitandoli a presentare progetti ed iniziative “di rilevante interesse pubblico” che attraverso la formula degli “accordi tra soggetti pubblici e privati” possano divenire “parte integrante dello strumento di pianificazione” cui accedono.

E’ scontato che quando nella legge si parla di “privati” si fa riferimento ai potenti gruppi imprenditoriali e finanziari che traggono profitto dalle trasformazioni territoriali e non certo alla stragrande maggioranza dei cittadini nè al mondo dell’associazionismo ambientalista, la cui partecipazione alle scelte urbanistiche viene genericamente richiamata nei primi articoli della legge, ma – in assenza di norme specifiche e di modalità codificate – quasi mai tradotta in pratica. Il che rende estremamente pertinente la distinzione che De Magistris fa tra giustizia e legislazione, denunciando il grave pericolo in cui incorre la democrazia quando la legge viene assoggettata agli interessi di singoli e/o di potenti lobbies economiche. «La giustizia – afferma De Magistris – è qualcosa di universale... I poteri spesso sfruttano illegittimamente il diritto per raggiungere una falsa giustizia. L’uso illegittimo del diritto è uno dei più pericolosi strumenti delle forme di autoritarismo, che hanno spesso utilizzato le norme per raggiungere obiettivi illegali».

Ma quali sono nel Veneto questi poteri forti che condizionano di fatto il destino delle nostre città e del nostro territorio? Una sia pur sintetica analisi delle vicende urbanistiche e degli appalti pubblici degli ultimi anni ne fa emergere alcuni tra i più influenti.

Un primo eclatante esempio è senza dubbio costituito dalle vicende connesse al MOSE (paratie mobili) di Venezia, un’opera che si prevede verrà completata nel 2012 per un importo complessivo di spesa di 4,7 miliardi di euro, sulla cui effettiva utilità da più parti, da sempre, sono stati sollevati molti dubbi. Tutto ha inizio con la seconda legge speciale per Venezia del 1984, voluta da De Michelis, che prevedeva la possibilità di affidare in concessione unica ad un unico soggetto – in deroga a tutta la legislazione sui lavori pubblici – gli studi, le progettazioni e le opere per la salvaguardia della città storica e della laguna. Venne a questo fine costituito il “Consorzio Venezia Nuova”, nel quale – agli inizi – la parte del leone era svolta da società collegate alla Fiat (l’Impresit poi trasformatasi in Impregilo). Defilatasi la Fiat per ragioni connesse alle vicende interne al gruppo finanziario, dominante nel Consorzio divenne la presenza dell’impresa di riferimento del governatore Galan, la Mantovani spa, di cui è proprietario Romeo Chiarotto e di cui è presidente Piergiorgio Baita, soprannominato “Mister Appalto”. A fianco della Mantovani troviamo altri ricorrenti nomi dell’imprenditoria italiana e veneta, quali la Società Condotte, l’Astaldi, la Mazzi ed anche – in una logica di più o meno equa spartizione politica degli appalti – alcuni consorzi di cooperative bianche e rosse.

Il potere del Consorzio Venezia Nuova (presidente e direttore Giovanni Mazzacurati, vicepresidente Alessandro Mazzi) negli anni è progressivamente cresciuto, compenetrandosi con le istituzioni che governano la città e la provincia, nonché con le fragili strutture operative del Magistrato alle Acque (organo decentrato del Ministero delle Infrastrutture) che ne dovrebbe controllare l’attività. Di fatto non vi è scelta strategica per il destino di Venezia e del suo territorio che non sia oggi condizionata dagli interessi e dalle politiche del Consorzio, che – attraverso due società a lui riconducibili, la Palomar e la Thetis – si è anche candidato alla lucrosa gestione e manutenzione delle paratie mobili, per le quali è prevista l’astronomica cifra di 30 milioni di euro all’anno. Per chiudere il cerchio dei controllori e dei controllati, il Consorzio Venezia Nuova è di fatto anche il finanziatore del Corila, ovvero del Consorzio, in cui sono coinvolte le Università di Venezia e di Padova ed il CNR, incaricato delle attività di ricerca e di monitoraggio dei lavori nella laguna veneta.

Ritroviamo l’impresa Mantovani quale protagonista di molti dei grandi appalti pubblici del Veneto: dalla bonifica delle aree inquinate di Porto Marghera, al Passante di Mestre, al nuovo Ospedale di Zelarino a Mestre. La realizzazione di quest’ultima opera (258 milioni di euro) costituisce il primo project financing in partnership pubblico-privata d’Italia: un progetto in cui sono confluiti 100 milioni di finanziamenti pubblici, mentre la restante parte della spesa è stata finanziata da privati (in prevalenza istituti bancari). Alle imprese private, oltre alla progettazione ed esecuzione delle opere, è stata affidata in concessione per 24 anni la gestione (di fatto in regime di monopolio e quindi con una seria ipoteca sulla qualità ed economicità dell’attività svolta) di molti spazi e servizi dell’ospedale, dalla manutenzione degli impianti e delle apparecchiature elettromedicali, alla gestione amministrativa e tecnica della radiodiagnostica, dalla lavanderia alla pulizia dei locali, dalla gestione del verde all’asporto rifiuti, dalla gestione della mensa e dei parcheggi (a pagamento) alla locazione degli spazi commerciali presenti nella struttura.

Nel Consorzio di imprese (Veneta Sanitaria Finanza di Progetto) concessionario della realizzazione e gestione dell’ospedale, oltre alla Mantovani figurano l’Astalti spa (già vista nel Consorzio Venezia Nuova), la Mattiolispa (che fa capo alla Compagnia delle Opere), la Gemmo spa e lo Studio Altieri. Due società vicentine, la Gemmo spa e lo Studio Altieri, che figurano anche in molti dei grandi appalti pubblici regionali affidati con quello che Alberto Statera definisce il “sistema Sartori”, dal nome di Lia Sartori, soprannominata “Madame Richelieu”, ex socialista vicentina, compagna di Vittorio Altieri (deceduto qualche tempo fa), per lungo tempo assessore regionale alla viabilità ed ai trasporti, considerata la mente del governatore Galan nel campo dei lavori pubblici. Un sistema d’appalto dove l’elevato punteggio attribuito alla “qualità estetica” dei progetti presentati consente la massima discrezionalità nella selezione delle imprese.

Con il “sistema Sartori” sono stati affidati i lavori per l’ampliamento della Fiera di Vicenza (67 milioni), per i nuovi ospedali dell’Alto Vicentino (143 milioni) e della Bassa Padovana (120 milioni), per il degassificatore (300 milioni) e la piattaforma al largo di Porto Levante (250 milioni), per la ferrovia Mestre-Adria (21 milioni). Un appalto, quest’ultimo, gestito dalla Società Sistemi Territoriali della finanziaria pubblica “Veneto Sviluppo”, della quale fino a qualche mese fa era presidente Irene Gemmo, ed aggiudicato alla Gemmo spa, di cui la stessa Irene Gemmo è titolare con i fratelli. Un conflitto d’interessi che ritroviamo anche nell’appalto dei lavori della Fiera di Vicenza (di cui la Gemmo risultava socia sia come impresa che come Veneto Sviluppo) affidati alla Gemmo ed allo studio Altieri. Sempre alla Gemmo spa, quale società mandataria, sono stati aggiudicati i lavori della tramvia Mestre-Venezia-Marghera ed i lavori impiantistici del nuovo Teatro La Fenice di Venezia.

Questo per il passato, ma ulteriori grandi affari si preannunciano con gli indirizzi del Piano Territoriale Regionale di Coordinamento (PTRC) adottato dalla Giunta regionale lo scorso anno e con la candidatura di Venezia alle Olimpiadi del 2020. Dai documenti del nuovo PTRC emerge infatti la volontà di considerare il Passante di Mestre quale infrastruttura portante per la costruzione di una megalopoli di 1 o 2 milioni di abitanti. Secondo Paolo Feltrin, uno degli ideologi del piano, il nuovo Passante di Mestre «... potrebbe essere interpretato come una nuova, più ampia cinta muraria, il nuovo confine di una diversa città con ambizioni di carattere regionale».

Concrete iniziative orientate in questa direzione sono da tempo state avviate e fanno in particolare capo ai due progetti di “Veneto City” a Dolo e del “Quadrante Tessera” o “Marco Polo City” in prossimità dell’aeroporto di Venezia. Il primo promosso da Giuseppe Stefanel e Luigi Endrizzi che, dopo aver acquistato a valore agricolo 560 mila mq di terreno, hanno proposto la realizzazione di un megacentro direzionale e commerciale di 2 milioni di mc, offrendo alle istituzioni locali l’opportunità di usufruire in quota parte dei benefici economici derivanti dal cambiamento di destinazione d’uso dei suoli (si calcola che, con la nuova destinazione d’uso, il valore dei terreni aumenterebbe di quasi sei volte). Il secondo sostenuto dall’immobiliare del Casinò di Venezia e dalla società aeroportuale SAVE, di cui è presidente e socio Enrico Marchi, altro fedelissimo di Galan. Anche qui un’urbanizzazione di circa 200 ettari di terreni agricoli, nella quale collocare alberghi, centri commerciali, fitness center e quant’altro (20 mila alloggi per gli atleti, qualora Venezia divenisse sede dei giochi olimpici).

Al Quadrante Tessera si connetterebbero la realizzazione di una terza pista aeroportuale ed il progetto di unaSublagunare, ovvero di un collegamento metro tra l’aeroporto ed il centro storico di Venezia (che oltre alle stazioni insulari richiederebbe diverse uscite di sicurezza in mezzo alla laguna). Un progetto in project financing (350 milioni di euro la spesa prevista) messo a punto dai soliti noti: Mantovani spa, Studio Altieri e Net Engineering. Per completare il quadro, va anche ricordato che Brunetta, candidato sindaco di Venezia per il PdL, ha persino proposto l’edificazione sulle sponde della laguna affinché anche Mestre conquisti il suo Waterfront.

I progetti connessi al nuovo Passante di Mestre sono testimonianza del fatto che la realizzazione di nuove autostrade e superstrade non è mai disgiunta dalla promozione di nuove estese cementificazioni del territorio attraversato. Tant’è che, in una norma del nuovo PTRC, la Regione avoca direttamente a se la possibilità di predisporre specifici “progetti strategici” per un raggio di due chilometri in corrispondenza di tutti i caselli autostradali e delle stazioni ferroviarie, ovviamente con possibilità di deroga nei confronti delle previsioni dei piani urbanistici dei Comuni e delle Province e di deroga dei limiti previsti dalla Legge 11/2004 in relazione al consumo di superficie agricola (SAU). Le stesse nuove superstrade (GRA di Padova, camionabile dell’Idrovia Padova-Mare, Nuova Romea, ecc) costituiscono d’altra parte ghiotte occasioni per stipulare redditizi accordi tra pubbliche amministrazioni e privati, ai quali affidare in concessione la realizzazione e la gestione dell’opera. Ne è un esempio la recente presentazione, da parte delle imprese Mantovani, Pizzarotti, Cordioli e CIS (Compagnia Investimenti e Sviluppo, di cui è vicepresidente Lia Sartori), di un project financing per la Nuova Valsugana (duramente contestato da sindaci e cittadini), si sostiene quale risarcimento per la perdita dell’appalto relativo ai lavori della Pedemontana che ha seguito di un ricorso al TAR sono stati affidati ad un gruppo di imprese spagnolo.

All’ombra del Santo

Anche a Padova le potenti lobbies del mattone e della proprietà fondiaria hanno fatto sentire la propria influenza. Basti pensare alle varianti di piano appositamente approvate per la realizzazione dell’IKEA (studio Endrizzi) in prossimità del casello di Padova Est o per la costruzione di 135 appartamenti in via Canestrini, in prossimità del parco IRIS, in un’area precedentemente destinata a verde pubblico (Cooperative La Traccia e L’Operatore collegate alla Compagnia delle Opere).

Un analogo preoccupante tentativo di modificare le previsioni di piano vi è stato con la presentazione, da parte della società Valli, di un Piano di Recupero Urbano (PIRUEA) che nel cuore del quartiere Arcella, in aree destinate a verde pubblico e servizi, pretendeva di poter costruire due torri e vari fabbricati (per un totale di 34 mila mc) da destinare a residenza ed attività commerciali, offrendo in cambio al Comune la cessione di alcuni locali per le attività del Consiglio di Quartiere. Il piano venne adottato dalla Giunta, ma non fu fortunatamente mai approvato dal Consiglio, in ragione soprattutto della consultazione popolare nel frattempo indetta tra gli abitanti del quartiere, che a grande maggioranza bocciarono l’operazione immobiliare.

Una smania edificatoria che ha interessato tutti i comuni dell’area metropolitana e della provincia di Padova, con effetti devastanti quali quelli facilmente immaginabili che vi sarebbero se il Comune di Vigodarzere approvasse il progetto presentato in questi giorni, su incarico delle proprietarie, da Giuseppe Capocchin, presidente dell’Ordine degli Architetti, per l’urbanizzazione delle aree limitrofe alla Certosa, complesso monastico cinquecentesco sulle rive del Brenta, che costituisce uno dei più pregevoli beni storici del nostro territorio. Un progetto in variante di PRG, che prevede di trasformare 80 mila mq di terreno agricolo in aree residenziali, per un totale di 100 mila mc di costruzioni (più di cento villette). Con il ricavato le contessine prevedono di poter restaurare il convento di loro proprietà, destinandolo a bed & breakfast, offrendo quale contropartita al Comune un contributo di 250 mila euro e la cessione di 18 mila mq di terreno per ampliare gli impianti sportivi comunali.

Una perversa logica di accordi pubblico-privati che sta alla base anche del progetto di autosilos per 600 posti auto previsto nell’area dell’ex Foro Boario di Prato della Valle (che rimarrà in concessione ai privati per 45 anni). Una logica che si prevede di utilizzare anche per il nuovo ospedale cittadino, localizzato nei pressi dello stadio Euganeo, con il rischio che – come qualcuno ha già proposto – le aree delle cinta bastionata cinquecentesca, su cui insistono le cliniche del vecchio ospedale, vengano “valorizzate urbanisticamente” per consentire al concessionario privato, partner del project financing, di coprire parte dei costi del nuovo insediamento.

La logica dell’accordo con i proprietari di aree è implicita anche nella metodologia della “perequazione urbanistica” introdotta nel PRG di Padova – in anticipo rispetto alle norme della legge regionale 11/2004 – con apposita Variante del 2001, parzialmente modificata nel 2004. A giustificazione della nuova disciplina l’Amministrazione comunale evidenziò il fatto che negli ultimi anni sempre più esigue sono state le risorse di bilancio utilizzabili per l’acquisizione dei terreni destinati a verde pubblico e servizi e che le più recenti sentenze della Corte Costituzionale hanno di fatto equiparato i costi dell’esproprio ai valori di mercato ed hanno reso obbligatorio l’indennizzo (dopo cinque anni) dei vincoli urbanistici preordinati all’esproprio. Per poter acquisire gratuitamente le aree destinate ai servizi (standard urbanistici) non vi sarebbe dunque altra soluzione che quella di consentirne, in quota parte, l’edificazione ai privati.

Uno strumento, quello della perequazione, indubbiamente efficace per porre rimedio ai sempre più ridotti trasferimenti di risorse finanziarie concessi dallo stato ai comuni. Ma anche un’arma a doppio taglio, che se mal utilizzata non salvaguardia certo l’interesse pubblico. E’ stato questo, a nostro giudizio, il caso della Variante del 2001, che ha riconvertito più di 4 milioni di mq di aree destinate a verde pubblico in aree di perequazione urbanistica, aumentando di oltre 2,6 milioni di mc la capacità edificatoria del PRG, senza uno straccio di disegno urbano in grado di individuare le effettive convenienze pubbliche e senza alcuna relazione con le reti del trasporto pubblico. Con questa operazione si sono cancellati in un colpo solo i pochi parchi di valenza urbana e territoriale previsti a Padova (Basso Isonzo e Terranegra) ed i sette “cunei verdi” di cui abbiamo accennato all’inizio (tra i quali le aree limitrofe al parco IRIS, rimaste ancora in parte inedificate dopo la lottizzazione operata dalle cooperative della Compagnia delle Opere in variante di PRG). Nelle aree sottoposte a perequazione l’iniziativa è stata lasciata ai privati, che ovviamente stanno presentando piani urbanistici attuativi in cui dominano le villette e le palazzine residenziali, lasciando al Comune uno spezzatino di aree verdi, delle quali non potrà assicurare la manutenzione e che quindi diverranno di fatto – anche se non di diritto – di esclusivo uso privato. Anziché concentrare l’edificazione in poche aree, ottenendone in cambio ampi spazi liberi per la formazione di veri parchi urbani e per la costruzione di una rete di verde urbano priva di soluzioni di continuità (perequazione ad arcipelago), si sta dando vita ad una edificazione a bassa densità, vantaggiosa per i privati (che pubblicizzeranno la vendita di “case immerse nel verde”), ma che determina anche un elevato consumo di suolo e perpetua la tradizionale crescita a macchia d’olio della città.

Quali alternative

Giustamente De Magistris ritiene che per determinare un’inversione di tendenza, per riaffermare i principi della democrazia e delle giustizia sociale, sia oggi necessaria una vera e propria rivoluzione culturale, che sappia porre al centro della riflessione politica la questione morale, la formazione di una nuova etica pubblica, la difesa dei diritti civili e dei beni comuni. Una rivoluzione che dovrà partire dalla nostra capacità d’informare e di proporre alternative credibili e che non potrà non porre la questione della costruzione dal basso di un nuovo modo di fare politica e della formazione di una nuova classe politica.

Una rivoluzione che, ritengo, debba affrontare anche lo specifico della pianificazione urbana e territoriale e delle modalità con cui nel nostro paese si affidano e si gestiscono gli appalti pubblici. Richiedendo la trasparenza dei procedimenti e l’efficacia dei meccanismi di controllo, ma soprattutto esigendo che le scelte strategiche di trasformazione urbana ed i piani urbanistici attuativi siano costruiti con la partecipazione attiva dei cittadini assicurando la salvaguardia degli interessi collettivi, del paesaggio e dell’ambiente.

CAGLIARI. Su Tuvixeddu le aspettative sono tante: sia alla Regione che al Comune, che a livello imprenditoriale. A questo punto tutti hanno interesse a chiudere la partita: gli ambientalisti per la realizzazione di un grande parco, la Regione e il Comune per evitare di venire dissanguati da un contenzioso tanto incerto, quanto aspro. E l’imprenditore perchè, probabilmente, stanco da una vicenda che lo ha certamente spossato, e di cui non vede ancora la fine.

Quindi che cosa capiterà, adesso, su (e per) Tuvixeddu? Dopo l’ordine del giorno unitario del consiglio regionale, che stimola «all’acquisizione al patrimonio pubblico» gran parte del colle, ieri mattina il primo passo del consiglio comunale con il soprallugo della commissione alla Cultura a Tuvixeddu. I consiglieri hanno visitato sia la parte di Sant’Avendrace, che i lavori della lottizzazione, che la necropli. «Abbiamo cercato di capire - sottolinea Maurizio Porcelli, Forza Italia, presidente dell’organismo consiliare - sin dove si estende l’area della zona archeologica, soprattutto in rapporto ai ritrovamenti delle nuove sepolture, fatti in questi ultimi dieci anni». Il Comune, assieme alla Regione e alla Coimpresa ha firmato nel 2000 l’accordo di programma per la lottizzazione integrata: un parco di ventuno ettari per la necropoli e quattrocento appartamenti da realizzare in via Is Maglia, a lato di Tuvixeddu (circa duecentosessanta) e di Tuvumannu.

Ma ora dopo anni di contenzioso, di carte bollate e di battaglie ambientaliste per la valorizzazione del colle anche come patrimonio paesaggistico, si è arrivati alla recente decisione della Regione: per la realizzazione di un parco archeologico e ambientale. «Ora dobbiamo assumerci la responsabilità di presentare una legge istitutiva per stabilire i confini del parco», spiega Chicco Porcu, consigliere regionale del Pd, relatore della mozione del centrosinistra che ha dato poi luogo all’ordine del giorno unitario. «Solo in questo modo, con una legge specifica - continua Porcu - potremo, tra le altre cose, mettere in bilancio la cifra necessaria».

Ieri, inoltre, il senatore Roberto Della Seta (Pd) e il deputato Fabio Granata (Pdl, vice presidente della commissione Cultura della Camera) hanno accolto con «grande soddisfazione» il «sì» del consiglio regionale all’ordine del giorno «che impegna la Regione a lavorare per la creazione sul colle di Tuvixeddu di un parco archeologico che metta la parola fine a ogni ipotesi di nuova cementificazione». Secondo i parlamentari «è un’ottima notizia per la città di Cagliari e per tutti coloro che hanno a cuore la salvezza di questo patrimonio culturale prezioso per la Sardegna e per il Paese». In pratica «la sentenza del Consiglio di Stato dei giorni scorsi ( che impone una motivazione più dettagliata prima dell’autorizzazione paesaggistica, indispensabile per ogni concessione edilizia - ndr) segna una nuova vittoria contro i propositi di cementificazione di Tuvixeddu. Ora è importante che tutti i soggetti coinvolti in questa vicenda, dalla Regione allo stesso ministero dei Beni Culturali, facciano la loro parte per concretizzare quanto prima il sogno di vedere tutelato una volta per tutte il colle di Tuvixeddu. Per Cagliari, per la sua identità e anche per il suo futuro, il parco archeologico è molto meglio di qualche colata di cemento».

Da parte sua la commissione comunale, spiega Porcelli, «ha chiesto al soprintendenza ai beni archeologici un incontro per verificare meglio quale è la situazione dei ritrovamenti archeologici legati alla necropoli». Va anche detto che «il sopralluogo a Tuvixeddu era stato fissato da prima della decisione della Regione - prosegue Porcelli - ed era stata chiesta dal collega Salvatore Mereu. Poi il quadro è cambiato. Ora si tratta di capire come dovrà muoversi il Comune». A questo punto, sottolinea Gian Mario Selis (consigliere comunale del Pd e componente della commissione Cultura), «bisognerà istituire un tavolo con tutti gli interessati: Regione, Comune e Coimpresa. Altrimenti si potrebbe rischiare di inoltrarci in una strada con altri mille ritardi».

Postilla

Cerchiamo di capire che il parco archeologico serve innanzitutto per conservare e - con garbo – per consentire a chi vuole di visitare, imparare e ammirare. Non è una Villa Comunale né un Parco Robinson né una Disneyland. Se abbiamo compreso che la storia è utile alla civiltà dobbiamo imparare a rispettarla nei suoi elementi, a cominciare dal suolo in cui ha impresso la sua orma.

LE PROTAGONISTE dell´8 marzo celebrato oggi al Quirinale saranno quest´anno le giovani di età inferiori a 18 anni, le cittadine e le donne di domani. A loro altre donne di altre generazioni porteranno insieme alla loro esperienza di vita un messaggio fortissimo di donne che hanno sfidato, affrontato e superato molte difficoltà anche in attività che sono tradizionalmente riserva maschile.

L´8 marzo il Quirinale sarà un forum di modelli positivi. Non è la straordinarietà del fare, l´eccezionalità degli obiettivi raggiunti quello che conterà in questo messaggio, ma il coraggio di aver osato, la caparbia determinazione a voler esprime le proprie capacità e a resistere ai contro-messaggi che vengano da ogni angolo della società.

In questi giorni sono anche usciti due volumi, unici nel loro genere, per l´Italia soprattutto, che offrono altri esempi di ruoli e che mettono a confronto esperienze di donne e società diverse: Revolution Womenomics di Avivah Wittenberg-Cox e Alison Maitland (Il Sole24 ore) e Ma le donne no. Come si vive nel paese più maschilista d´Europa di Caterina Soffici (Feltrinelli). Sono libri molto diversi nel metodo e nello stile ma simili nel messaggio. Il primo si concentra sul mondo dell´impresa e mostra con dati aggiornati le capacità e insieme le incredibili difficoltà che le donne hanno in tutto il mondo a realizzare le loro aspettative e a mettere a frutto quello che hanno appreso; ne viene fuori lo spaccato di un presente che pur nelle sue contraddizioni è gravido di futuro al femminile. Il secondo volume spazia tra vari contesti, pubblici e privati, dello spettacolo e della politica, per tratteggiare con racconti di vita l´immagine dell´utilizzo delle donne nel nostro paese, del loro corpo e della loro mente. La comparazione tra la nostra società e quella di altri paesi - occidentali e non - non lascia spazio a giustificazione alcuna: le donne italiane sembrano davvero non solo le meno pagate e riconosciute, quale che sia la loro professione, ma anche le meno rispettate. Col passare degli anni e la conquista dei diritti pare che la situazione sia non solo rimasta immutata ma anche cambiata in peggio. Eppure l´esigenza di invertire questa tendenza esiste e le proposte non mancano anche se non ricevono l´attenzione che meritano né dai media né dal mondo politico.

Le celebrazioni al Quirinale e questi due libri sono indicativi di un atteggiamento nuovo e positivo, un atteggiamento che occorre aiutare e incentivare anche perché interrompe l´abito del negativismo e ci sfida a cercare esempi di vita che siano una forza e un bene per la società, per le più giovani prima di tutto: modelli ai quali ispirarsi. Dopo anni in cui abbiamo subito, nostro malgrado, un bombardamento mediatico che ci ha spalmato sugli occhi immagini di donne incasellate all´interno di ruoli non solo tradizionali ma anche abbruttiti, c´è bisogno di porci da una prospettiva diversa per non avvilire le nostre potenzialità con un fatalismo che è umiliante e per interrompere la cultura del lamento e tornare ad essere assertive e positive.

A partire da questa prospettiva sarebbe importante cominciare a chiedersi come una società possa permettersi il lusso di non valorizzare al meglio le risorse femminili. O si tratta di una società incomparabilmente ricca o di una società oltremodo miope e improvvida. Va da sé che la seconda risposta pare la più realistica. La nostra è una società miope che investe un enorme capitale economico e sociale per formare donne e uomini, farne adulti autonomi e cittadini responsabili per poi costringere una larga parte di loro - appunto le donne - in ruoli e funzioni per coprire i quali molto spesso la loro formazione è inutile o eccessiva. Si tratta di una perdita sia per le donne che per gli uomini; per le donne soprattutto, perché hanno contribuito, direttamente e indirettamente, alla loro formazione e si vedono spesso costrette a dover deprimere le loro aspettative.

Eppure i dati ci dicono che le donne propongono un messaggio positivo: per esempio, sono quelle che escono prima dalla famiglia d´origine (almeno tre anni in media prima dei coetanei maschi) e che finiscono le scuole con voti più alti. Le donne amano e vogliono conquistare prima possibile l´indipendenza economica e anche per questo, a parità di titolo di studio e di esiti scolastici, sono disposte ad accettare lavori meno qualificati e meno pagati, con contratti più brevi, discriminate ancora prima di diventare madri, la condizione per loro più penalizzante.

Ricerche recenti mostrano come ci sia una perdita effettiva a non valorizzare i talenti femminili, come la parità di genere fra gli occupati potrebbe favorire incrementi del Pil del 13% nell´Eurozona e del 22% in Italia. Ci mostrano anche che laddove si sono fatte giuste politiche pubbliche si è anche verificata un´ampia accettazione culturale delle pari opportunità d´impiego della manodopera femminile. Le buone politiche aiutano la formazione di buoni costumi, sono un volano di cittadinanza democratica. Da noi il cammino sembra essere ancora lungo e difficile. Le donne hanno più difficoltà a conservare nel tempo il lavoro o una posizione professionale conquistata con fatica e sacrifici e la famiglia è ancora un fattore penalizzante. Ma non è il solo. Un altro fattore penalizzante viene dagli ostacoli enormi, culturali ed etici, che esistono a trasformare il posto di lavoro in un luogo dove i talenti degli individui, uomini e donne, siano valorizzati. E´ anche per invertire questa tendenza che c´è bisogno di veder proporre modelli positivi.

In Abruzzo “la sostanziale dipendenza delle massime istituzioni tecniche dei Beni Culturali dalla Presidenza del Consiglio, organo eminentemente politico, ha lasciato non pochi strascichi e perplessità”, col “sorprendente disinteresse della Protezione Civile a servirsi della collaborazione di istituzioni e persone altamente qualificate”. Così l’autorevole rivista d’arte tedesca “Kunst Chronic” nel rapporto sull’Aquila e dintorni di due validi studiosi Valentino Pace (Università di Udine) e Andreas Thielemann (Biblioteca Hertziana), con molte schede puntuali. Sono i frutti del ribaltamento - voluto, per ignoranza ed esibizionismo, dal presidente Berlusconi - dei criteri seguiti in Umbria-Marche dove la Protezione Civile si occupò dei soccorsi, mentre per monumenti e centri storici la regìa fu del Ministero: direttore generale Mario Serio, commissari tecnici e Soprintendenze.

Qui, invece, nota “Kunst”, non si è nemmeno risposto alle offerte delle Facoltà di Lettere e di Ingegneria dell’Aquila, e delle Scuole di specializzazione della Sapienza (Beni culturali e Restauro). Rimandati a casa gli “Amici di Cesare Brandi”, in testa Giuseppe Basile gran coordinatore dei restauri in Assisi, e niente tecnici qualificati accanto ai volontari. Per questo le macerie sono ancora lì e la ricostruzione dell’Aquila è ferma. “Gravissima”, notano Pace e Thielemann, “resta la situazione di tutti gli edifici scoperchiati, lo stesso Duomo, S.Maria di Collemaggio e S.Maria Paganica, le cui macerie, già bagnate dalla pioggia e comunque minacciate dai rigori invernali, debbono essere ancora attentamente vagliate”. Insomma, un autentico disastro.

CI SONO, nel decreto legge varato ieri notte dal governo, un pregio e una quantità di difetti. Ezio Mauro, nel suo editoriale di ieri ne ha già dato conto. Proseguirò sulla stessa strada da lui aperta e nelle considerazioni svolte dall´ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida. Ma c´è anche e soprattutto un indirizzo politico che emerge da quel decreto, che suscita grandissima preoccupazione.

Il pregio è d´aver dato al maggior partito di maggioranza e ai suoi candidati la possibilità di partecipare al voto regionale in Lombardia e nel Lazio, così da esercitare il diritto elettorale attivo e passivo. Quest´esigenza era stata sottolineata non solo dagli interessati ma anche dai partiti dell´opposizione. Bersani, Di Pietro, Casini, avevano dichiarato nei giorni scorsi di voler vincere disputando la loro eventuale vittoria «sul campo e non a tavolino». Il decreto consente che questo avvenga ed infatti avverrà se i tribunali amministrativi della Lombardia e del Lazio ne ravviseranno le condizioni sulla base del decreto già operativo nel momento in cui quei due tribunali si pronunceranno. Spetta infatti a loro – e non al decreto – stabilire se le prescrizioni previste saranno state correttamente adempiute.

I difetti – che meglio possono essere definiti vere e proprie prevaricazioni – sono molteplici. Alcuni di natura politica, altri di natura costituzionale. Cominciamo da questi ultimi. Esiste una legge del 1988 che vieta ogni decretazione in materia elettorale. Ora è chiaro che un decreto interpretativo (come è stato definito quello di ieri) non può contravvenire ad una legge vigente e sostanzialmente abrogarla senza con ciò produrre un´innovazione. Cessa pertanto la natura interpretativa che risulta essere soltanto un´appiccicatura mistificante, e riappare invece un intervento che modifica anzi contraddice norme vigenti sulla stessa materia.

C´è un´altra questione assai delicata: l´intera materia elettorale riguardante le Regioni è di spettanza delle Regioni stesse. Le stesse leggi elettorali in materia di procedura differiscono in parecchi punti l´una d´altra. E´ quindi molto dubbio che il governo nazionale possa entrare con una sua interpretazione su leggi che non sono interamente di sua diretta spettanza. Interpretazioni di tal genere spetterebbero ai consigli regionali i quali tuttavia sono scaduti in attesa del rinnovo elettorale. Su tutte queste questioni saranno certamente proposti ricorsi e quesiti alla Corte. Ove questa li accogliesse mi domando quale sarebbe la validità e gli esiti degli scrutini del 29 marzo. Il Presidente della Repubblica aveva giustamente definito «un pasticcio» la situazione venutasi a creare. Purtroppo il decreto di ieri non risolve affatto il pasticcio anzi per molti aspetti lo aggrava.

Quanto alla scorrettezza politica, la più grave riguarda la mancata condivisione della sanatoria decretata dal governo con le forze d´opposizione. Il Presidente della Repubblica ne aveva ripetutamente sottolineato l´opportunità ed anzi aveva condizionato ad esso ogni statuizione. Il suo rifiuto dell´altro ieri ad autorizzare un decreto che modificasse le procedure elettorali ad elezioni in corso era motivato anche da questo. Non solo la condivisione è mancata ma il premier ed i suoi collaboratori senza eccezione alcuna hanno incolpato l´opposizione d´aver reso impossibile l´esercizio del diritto elettorale. In particolare questa responsabilità dell´opposizione si sarebbe verificata a Roma, dove militanti radicali e di altri partiti avrebbero fisicamente bloccato i rappresentanti della lista Pdl impedendo loro di varcare la soglia dell´ufficio elettorale del tribunale.

Questa circostanza, sulla quale i radicali hanno già sollevato denuncia di calunnia, dovrà comunque esser provata dinanzi al Tar del Lazio nell´udienza di domani. E´ comunque grave un´inversione così macroscopica delle responsabilità, sulla base della quale i colpevoli vengono condonati e gli innocenti puniti.

* * *

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha definito il decreto del governo come «il male minore», distinguendosi ancora una volta con queste parole dalla linea di Berlusconi. Ma nel caso in questione Fini ha sbagliato per difetto. Il decreto interpretativo non è un male minore. E´ un male identico se non addirittura peggiore d´un decreto innovativo. Anzitutto non si può dare un´interpretazione diversa e così estensiva ad una procedura elettorale con effetto retroattivo. L´interpretazione, se retroattiva, diventa infatti un vero e proprio condono ed un condono è quanto di più innovativo vi sia dal punto di vista legislativo.

Ma c´è di peggio. Poiché nel diritto pubblico un precedente produce una variante valida anche per il futuro, questo precedente potrà essere invocato d´ora in poi per condonare qualunque irregolarità procedurale a discrezione del governo. Non bastava il sistema delle ordinanze, immediatamente esecutive e sottratte ad ogni vaglio preventivo di costituzionalità; ad esso si aggiungerà d´ora in poi il decreto interpretativo facendo diventare norma l´aberrante principio che la sostanza prevale sempre sulla forma, come dichiarò pochi giorni fa il presidente del Senato, Schifani, dando espressione impudentemente esplicita ad un principio eversivo della legalità. Esiste nella nostra lingua la parola «sprocedato» per definire una persona scorretta che si comporta in modo contrario ai suoi doveri. La esse è privativa, sprocedato significa appunto «senza procedura». E bene, stabilire la prevalenza della sostanza sulla forma in materia di procedura non ha altra conseguenza che legittimare l´illegalità permanente nella vita pubblica, o meglio: far coincidere la legalità con il volere del capo dell´esecutivo, cioè stabilire la legittimità dell´assolutismo.

Un decreto interpretativo con potere retroattivo realizza questo gravissimo precedente. Non a caso Berlusconi lo ha preteso facendo balenare ripetutamente la minaccia di sollevare dinanzi alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzioni tra il governo e il Capo dello Stato. Gianni Letta è stato il «missus dominicus» di questo vero e proprio ultimatum e – a quanto si sa – l´ha fatto valere con inusitata decisione. Questi gentiluomini del Papa ci stanno dando molte sorprese da qualche giorno in qua sui più vari terreni. Un Letta in armatura e lanciato a passo di carica non l´avevamo ancora visto anche se da tempo sotto il suo guanto appariva sempre più spesso l´artiglio di ferro.

Male minore, presidente Fini? Purtroppo non sembra.

* * *

Che fare? Chi ne ha titolo rappresenti al Tar i problemi che sono di sua competenza per quanto riguarda il giudizio di applicazione del decreto. (Il Tar lombardo ha già concesso a Formigoni la sospensiva dell´ordinanza dell´Ufficio elettorale e deciderà definitivamente nei prossimi giorni). E chi ha titolo sollevi i problemi di costituzionalità dinanzi alla Corte.

Le sortite «sprocedate» di Di Pietro nei confronti del presidente della Repubblica sono da respingere senza se e senza ma. Nella situazione data il Capo dello Stato è stato messo in condizioni di necessità e ha dovuto dare la precedenza all´esercizio del diritto elettorale, riuscendo anche a far togliere alcune disposizioni transitorie che riservavano l´applicazione del decreto alle sole Regioni di Lombardia e Lazio. Si sarebbe in quel caso creata una diseguaglianza tra gli elettori di fronte alla legge recando così un vulnus costituzionale di palese evidenza. Resta il pasticcio ed un precedente che accelera la trasformazione dello Stato dalle regole all´arbitrio del Sovrano. Gli elettori giudicheranno anzitutto i candidati e i programmi da essi sostenuti. Ma sarà bene che riflettano anche su questi aspetti politici di involuzione democratica. Non sarà un referendum pro o contro Berlusconi, ma certamente l´occasione per scegliere in favore di leggi valide per tutti o in favore delle «cricche» che hanno occupato le istituzioni usandole a favore dei loro privatissimi interessi. L´occasione per cambiare questo andazzo arriverà tra venti giorni. Errare è umano, ma perseverare nell´errore non lo sarebbe.

Fa una certa impressione rileggere gli articoli che Norberto Bobbio scrisse nelle pagine di questo giornale, tra il 1994 e il 1996, sulla forza politica edificata da Berlusconi a seguito di Tangentopoli: sull’inconsistenza dei club e circoli da lui creati, sulla loro vacuità, sullo spregio delle forme, tanto fieramente vantato.

Sulla violenza protestante della sua ribellione a liturgie e convenzioni della democrazia rappresentativa, vorremmo aggiungere: una violenza di tipo russo, alla Bakunin, che ricorda la vastità informe (la gestaltlose Weite) criticata nel 1923 dal giurista Carl Schmitt.

Fa impressione rivedere quei testi perché molte storture sono le stesse. Non furono curate allora per il semplice fatto che erano ritenute virtù nuove, e adesso la stortura s’è estesa divenendo non solo questione di codice penale ma di riti elettorali prima trasgrediti, poi mal rappezzati con leggi ad hoc. Quel che Bobbio rimproverava ai club era in sostanza questo: il disdegno delle regole, tanto più indispensabili nel regime democratico, che al popolo affida un’amplissima sovranità. E l’ideazione di una forza non solo dipendente da un’unica persona («Un partito a disciplina militare, anzi aziendale», così Dell’Utri nel novembre ’94), ma priva di statuti, progetti, chiarezza innanzitutto sui finanziamenti.

Bobbio era pienamente consapevole del discredito che la corruzione rivelata da Mani Pulite aveva inflitto ai partiti, annerendoli tutti mortalmente e rendendo ancor più pertinente il termine partitocrazia. Tuttavia i partiti restavano essenziali per la democrazia, secondo lui, perché senza partiti il potere si fa opaco, arbitrario, imprevedibile. Il non-partito propagandato da Forza Italia minacciava d’essere un’accozzaglia senza storia, una «rete di gruppi semiclandestini»: incompatibile con la «visibilità del potere» che «distingue la democrazia dalle dittature» (Stampa, 3-7-94). La pura negazione (non-partito) non diceva nulla perché infinite sono le possibilità da essa racchiuse: «Se dico “non bianco” comprendo in queste parole tutti i colori possibili e immaginabili (...). La democrazia rifiuta il potere che si nasconde», dirà il filosofo in un’intervista a Giancarlo Bosetti nel 2001. Il non-bianco equivale all’amorfa vastità descritta da Schmitt.

Agli esordi anche i professionisti della politica erano invisi, e lo sono a tutt’oggi: gli uomini che si dedicano alla causa pubblica e ne vivono. Come nel film di Elia Kazan, meglio era scovare un Volto nella Folla, trasformarlo in talentuoso comunicatore, e la fabbrica del consenso partiva. Già nel 1957, Kazan crea il prototipo del manipolatore nichilista delle folle, eterno homo ridens, dandogli il nome di Lonesome Rhodes, il «Solitario» venuto dal nulla o meglio dalla galera. Di uomini così era fatto il non-partito escogitato da Mediaset, e lo è tuttora. Tuttora si avvale dei consigli di Previti, condannato definitivamente per corruzione in atti giudiziari. O di Verdini, indagato per corruzione. Il politico di professione è considerato da costoro parassita, incapace di fare. La cerchia attorno a Berlusconi è piena di uomini che agiscono al riparo della politica e della legge: imprenditori o avvocati (soprattutto avvocati del Capo). Lo stesso Stato è sospettato, se non li serve: tanto che la sede del governo non è più Palazzo Chigi ma il domicilio del Capo a Palazzo Grazioli. Bobbio dà a questo fantasmatico potere il nome di partito personale di massa, e nel ’94 chiede al suo leader precisazioni: se il suo non è un partito cos’è, esattamente? Come s’è finanziato? Cosa farà per dare al proprio potere visibilità: dunque forme, regole rispettose del codice penale e di procedure elettorali che non avvantaggino i più forti o ricchi? Si vede in questi giorni come i riti, le sequenze formali, le procedure, siano sviliti e lisi.

Il disastro delle liste presentate tardi o malamente nel Lazio e in Lombardia conferma difetti congeniti, non sanati dal partito creato con Alleanza nazionale. All’origine: una politica al tempo stesso autoritaria e informe al punto di smottare di continuo come la terra semovente di Maierato in Calabria. Diciotto anni sono passati da Mani Pulite e i club di Mediaset hanno per questa via privatizzato la politica, screditandola agli occhi degli italiani e convincendo anch’essi che il privato è tutto, il pubblico niente. Si ascolti Verdini, sull’Espresso del 23-5-08. All’obiezione sul conflitto d’interessi replica, ardimentoso: «Il conflitto d’interessi non interessa più a nessuno. Neanche a chi non ha votato il Cavaliere. Diamo cento euro in più nella busta paga, detassiamo gli straordinari, favoriamo i premi aziendali senza tassazione e poi vediamo. Alla fine, la gente fa i conti con la propria famiglia».

La famiglia, l’affare, il favore chiesto per figli, mogli, cognati: son tutte cose che vengono prima, e se farsi strada affatica ci si serve della politica come di una scatola d’utensili cui si attinge per proteggersi dalla legge e aggirarla. Dell’Utri lo ammette: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera» (intervista a Beatrice Borromeo, Il Fatto 10-2. La dichiarazione non è stata smentita né ha fatto rumore).

Bobbio disse ancora che il berlusconismo è «una sorta di autobiografia della nazione». Autobiografia non solo collettiva ma di ciascuno di noi: cittadini evasori, onesti, non per ultimo cittadini-giornalisti. Un giorno o l’altro dovremo domandarci ad esempio, nelle redazioni, come mai inondiamo i lettori di pagine di intercettazioni che nulla c’entrano con reati penalmente perseguibili. Come mai riceviamo dai giudici 20.000 pagine di telefonate, solo in parte cruciali. Se davvero si difende il diritto degli inquirenti a tutte le intercettazioni utili, per render visibili crimini e poteri nascosti, vale la meta mettere un muro fra le intercettazioni rilevanti e quelle concernenti il privato come le scelte sessuali, a meno che le prestazioni non avvengano in cambio di favori illeciti. Anche questo innalzare muri era pensiero dominante, in Bobbio. Citando Michael Walzer ripeteva: «Il liberalismo è un universo di “mura”, ciascuna delle quali crea una nuova libertà». Il lettore non capisce più nulla, alle prese con faldoni di intercettazioni, e rischia una nausea senza più indignazione.

Il disprezzo delle forme e delle leggi caratterizza ieri come oggi il berlusconismo (con l’eccezione di Fini, da qualche tempo) e sempre ha generato regimi carismatici autoritari. Fu l’estrema destra francese, negli Anni 30, ad anteporre il «Paese reale» (o sostanziale) al «Paese legale».

Anch’essa formò Leghe, non partiti. Il partito è una parte, non rappresenta un’interezza, per natura si dà un limite. Nella stessa trappola dell’informe cade oggi il governo, e il vecchio istinto del non-partito fa ritorno. Con disinvoltura ineguagliata Schifani, di fronte all’intrico delle liste, si augura «che venga garantito il diritto di voto a tutti e che la sostanza prevalga sulla forma». Augurio comprensibile il primo, pernicioso il secondo.

Il rigetto delle forme va di pari passo con il rifiuto della legalità, con il primato dato ai diritti privati o corporativi sugli obblighi comuni, con la separazione dei poteri. Si combina alla sfrontatezza con cui l’homo ridens di Kazan, sicuro com’è del proprio talento, si sente legibus solutus, sciolto dai vincoli delle leggi. Talmente sciolto che Berlusconi non esita a dichiarare, nel novembre 1994: «Chi è scelto dalla gente è come unto dal Signore». La Chiesa non ebbe mai alcunché da dire. Anche questa domanda, che Bobbio pose al Vaticano, resta senza risposta.

Tanta sicurezza può dare alla testa. Se ce ne fosse un po’ di meno, se non continuasse la pratica dei «gruppi semiclandestini», si potrebbe chiedere semplicemente scusa agli italiani e alle istituzioni, per la cialtrona gestione delle liste. Aiuterebbe. Ma forse, come scrive Gian Enrico Rusconi sulla Stampa, sognare non ci è dato.

Non sappiamo come finiranno le prossime elezioni regionali. Sappiamo, però, che sono cominciate malissimo. E, prima ancora del voto, conosciamo già il nome degli sconfitti. I partiti. Nelle democrazie occidentali, compresa l´Italia, sono gli attori politici attraverso cui si è realizzata la democrazia rappresentativa. Anche dopo che la politica si è personalizzata e mediatizzata.

Perché i partiti organizzano e orientano l´azione degli eletti nelle istituzioni rappresentative. Perché, prima ancora, partecipano alle elezioni, presentano liste e selezionano i candidati. Lo stesso Berlusconi, per entrare in politica, ha dovuto fondare un partito personale. E lo ha allargato, nel 2007, annettendo An a Fi. Per inseguire il centrosinistra, dove, dopo dieci anni e oltre di esperimenti e discussioni, i Ds e la Margherita si erano alfine riuniti nel Pd.

Un progetto ancora incerto, come abbiamo già scritto nelle settimane scorse. Il Pd. Un partito senza fissa dimora. Incapace di imporre e perfino proporre candidati propri in regioni importanti, come la Puglia e il Lazio (senza nulla eccepire sulla qualità di Vendola e della Bonino. Anzi). Incapace di indicare e affermare una strategia comune di alleanze. Tuttavia il Pdl, il primo partito per consensi elettorali e per peso parlamentare, ha fatto molto peggio.

Non era facile, ma ci è riuscito. Si è dimostrato un non-partito. O, almeno, un partito con-fuso. Frutto di una fusione incompiuta e mal riuscita. Fi e An: continuano ad agire come corpi separati. Tra loro e al loro interno. Al punto che nel Nord la Lega – l´unico partito vero - ha imposto i propri candidati in due regioni importanti: Piemonte e Veneto. Quest´ultima: una roccaforte. Mentre in Lombardia si è auto-imposto Formigoni. Leader non del Pdl, ma del mondo cattolico che si riferisce a Cl e alla Compagnia delle Opere. Altrove, come in Puglia e in Campania, il Pdl ha stentato a trovare candidature valide. Al punto da non riuscire a rispettare termini e regole di presentazione delle liste. Non per colpa del Pd, dei comunisti, dei magistrati. Di Repubblica. O di Santoro, Di Pietro, Grillo, Pannella. Ma per colpa esclusivamente propria. Dell´organizzazione precaria che lo caratterizza alla base. Dei conflitti tra frazioni e fazioni. Personali, locali e di interesse. A Roma, nel Lazio, in Lombardia (nonostante le differenze significative tra i casi). Il partito che governa l´Italia, in questa occasione, si è mostrato approssimativo, povero di professionalità e professionismo. Oltre ogni attesa.

Così non sorprende – e come potrebbe ? – l´ostilità che oggi avvolge, come una nebbia densa, i partiti. Guardati con fiducia da meno dell´8% degli italiani (Atlante politico di Demos, febbraio 2010). Insomma: peggio delle banche e della borsa. Si tratta, peraltro, del dato più basso degli ultimi 10 anni, durante i quali non hanno mai goduto di grande popolarità.

I partiti a cui si riferiscono gli italiani, va precisato, sono quelli odierni. Tanto deprecati e deprecabili, agli occhi dei cittadini, da far loro rivalutare il passato. Il 45% degli italiani, infatti, considera gli attuali partiti peggiori di quelli della prima Repubblica. Solo il 20% - meno della metà – migliori. Il giudizio più positivo sui partiti di oggi è espresso dal centrodestra e in primo luogo dagli elettori del Pdl. Curiosamente, visto che proprio il Pdl ha esercitato, da qualche anno, un´opera di rivalutazione della prima Repubblica. Parallela alla svalutazione di Tangentopoli. Definita un complotto ai danni delle classi e dei partiti di governo, per favorire la sinistra. L´elogio dei partiti della seconda Repubblica espresso dagli elettori del Pdl – e della Lega – suona, per questo, come un auto-riconoscimento. E serve a rammentare come proprio loro siano stati i maggiori beneficiari del vuoto politico prodotto da Tangentopoli.

La rivalutazione dei partiti della prima Repubblica appare molto estesa. A destra come a sinistra. Il 45% degli italiani, oggi, giudica positivamente la Dc, il 35% il Pci, il 32% il Psi. L´apprezzamento nei loro confronti si è rafforzato sensibilmente negli ultimi 5 anni: di circa il 9 punti percentuali verso la Dc e il Psi; di quasi il 4 verso il Pci. Probabilmente, anzi: sicuramente, i partiti maggiori della prima Repubblica sono più apprezzati oggi che al loro tempo. Quando esistevano veramente.

D´altronde, gli italiani hanno sempre votato – in larga misura – «contro» prima ancora che «per». Un popolo di «anti»: comunisti, capitalisti, clericali. Però mai, come oggi, il sentimento antipolitico e partitico degli italiani era apparso tanto sviluppato ed esteso. In modo così generalizzato. Al punto da suscitare un´onda impetuosa di rimpianto verso un passato fino a ieri deprecato. Naturalmente, più che per merito dei partiti di un tempo è per colpa di quelli che li hanno sostituiti. Di cui il Pdl costituisce l´idealtipo. E Forza Italia il riferimento esemplare. Il modello inventato da Berlusconi e imitato da tutti. Oggi suscita delusione. E nostalgia. In senso etimologico: «malattia del ritorno». Evocazione dolorosa di un passato idealizzato, a causa delle ombre del presente. Per citare Odon Vallet: «la nostalgia è l´oppio dei vecchi». Per questo è tanto diffusa, oggi. Soprattutto fra i più vecchi. In questo paese di vecchi, dove la seconda Repubblica è invecchiata da tempo, insieme ai partiti - sedicenti - nuovi che l´hanno guidata. Insieme alla nostra democrazia. Insieme a noi, che siamo invecchiati attraversando entrambe le repubbliche, senza trovare un approdo sereno.

Saranno le indagini fiorentine e, soprattutto, i processi che ne scaturiranno a spiegarci se il singolare connubio tra Protezione Civile e Beni Culturali abbia davvero generato corruzione. L’interrogativo più importante, tuttavia, non riguarda il frutto di quel rapporto, bensì il rapporto stesso.

Cosa c’entrano, infatti, i Beni culturali con la Protezione civile?

Evidentemente persuaso dell’inadeguatezza delle leggi ordinarie, o dei funzionari che devono applicarle, il ministro Bondi ha affidato ad alcuni commissari la gestione di importantissime amministrazioni: dalle aree archeologiche di Roma e Pompei, alla realizzazione della Grande Brera e (fino all’altro ieri) dei Nuovi Uffizi.

Lo stile, ed in alcuni casi anche le persone, dei commissari hanno evidenti legami con la «cultura del fare» propugnata da Guido Bertolaso: e non a caso molti sostengono che il ministero destinato a quest’ultimo sarebbe stato proprio quello per i Beni e le attività culturali. Anche la creazione di una direzione generale per la Valorizzazione dei beni culturali affidata a Mario Resca (già amministratore delegato di Mc Donald’s Italia) si inquadra perfettamente in questo stile apparentemente efficientista.

E anche se ora (ma solo per cause di forza maggiore) la guida dei Nuovi Uffizi torna alla gestione della Soprintendenza, il vento che spira da Roma rimane quello di un interventismo centralista ansioso di controllare, e possibilmente spremere direttamente, l’immenso patrimonio monumentale.

Da parte sua, il ministro Bondi ha ragione a ricordare che «in Italia esiste da anni una potente lobby dei servizi aggiuntivi». Egli allude alle società e alle cooperative che hanno in concessione molti dei servizi erogati da musei, ivi comprese le mostre e l’editoria scientifica e didattica promossa da queste istituzioni.

Tuttavia, l’obiettivo non può essere semplicemente quello di sostituire i concessionari attuali con altri più graditi: al contrario, lo Stato dovrebbe riappropriarsi della titolarità della politica culturale, che non può e non deve essere appaltata a privati che hanno il legittimo fine del lucro.

Il problema è che da tempo i governi hanno cessato di pensare alla cultura come ad un servizio gratuito e indipendente da offrire ai cittadini (al pari della scuola o della sanità), ritenendo piuttosto che il patrimonio culturale pubblico debba non solo automantenersi, ma anzi generare un reddito, e che dunque esso debba essere gestito non da uomini di cultura, ma da uomini di impresa.

Ed è proprio per questo che le scelte di Bondi non sono un fulmine a ciel sereno: al contrario, esse sono il logico completamento di una politica dei Beni culturali ormai assai ben radicata, e del tutto bipartisan. La parola chiave di tale politica è «eventi», anzi meglio: Grandi Eventi. Per animare un marketing capace di «vendere» i beni culturali, è necessario dirottare i pochissimi fondi su grandi mostre, acquisti-simbolo e restauri-spettacolo, rinunciando così, inevitabilmente, alla manutenzione ordinaria del patrimonio diffuso.

Un caso simbolo di questa perversa dinamica è stato l’invio del David di Donatello da Firenze alla Fiera di Milano: cioè lo sradicamento di un singolo «capolavoro», che è stato isolato dal suo contesto culturale ed artistico per essere usato come fondale di un evento commerciale. E chi aveva finanziato il restauro del bronzo del Bargello, aprendo così la strada all’«evento»? Guarda caso, la Protezione Civile.

Da parte sua, il Ministro per i Beni culturali difese la scelta in questi termini: «La movimentazione di alcuni capolavori simbolo, come il David, è una scelta che il ministero sta perseguendo con coraggio e ostinazione per avvicinare ampi strati della popolazione al nostro enorme patrimonio artistico». «Movimentazione», «popolazione»: perfino la deriva lessicale tradisce l’identificazione tra politica culturale e gestione dei Grandi Eventi.

Il caso del Donatello è significativo anche per il silenzio, anzi per l’attiva complicità, del Polo Museale fiorentino. Se il bilanciamento dei poteri funzionasse, gli storici dell’arte o gli architetti delle soprintendenze dovrebbero costituire un argine che faccia valere le ragioni della tutela — non solo materiale, ma anche culturale — delle opere d’arte. Al contrario, i soprintendenti (sentendosi, a torto, dei meri esecutori tecnici delle volontà politiche) assecondano, e addirittura cavalcano vistosamente, la politica degli «eventi culturali». Ma se i soprintendenti si trasformano in organizzatori di eventi e in manager dei beni culturali, possiamo davvero stupirci se qualcuno decide di sostituirli direttamente con commissari scaturiti dalla Protezione Civile, o dal mondo delle imprese?

Proprio gli storici dell’arte non dovrebbero dimenticare che alla copia si finisce sempre per preferire l’originale.

Sull'Italia dilaga un fiume di fango, scrive Alberto Asor Rosa. Lo ripete Alberto Burgio. È appena uscito da Bollati Boringhieri il libro di Franco Cordero, Il brodo delle Undici - quello che veniva dato al condannato prima di impiccarlo - dove il più erudito e iracondo dei nostri giuristi dipinge, dopo un primo capitolo di malefatte passate, l'Italia di Berlusconi. Perché questa massa maleodorante dilaga ora? E a chi imputarla? Al solo Berlusconi? I suoi interessi, pensamenti e modi - fra i suoi difetti non c'è l'ipocrisia, se mai l'improntitudine - erano noti agli italiani che lo hanno votato tre volte, e ogni volta per tempi più lunghi. Erano stati assai più cauti verso Bettino Craxi, che di Berlusconi era l'amico e l'uomo contro il quale Enrico Berlinguer scagliò la questione morale.

C'è dunque un'inclinazione italica al corrompere e all'essere corrotto, dovuta ai secoli di servaggio sotto lo straniero o a prepotenti signorie nostrane, con il luminoso intervallo dell'età comunale? Ma anche in quello Dante pescò dei malversatori del suo inferno, e Petrarca sedeva mesto sull'Arno mirando le piaghe mortali dell'Italia sua. Per dire che sembra fatale l'appiccicarsi al potere di una dose di malcostume. Non c'è paese del resto dove gli scandali non avvengano, e siamo appena emersi - anzi siamo dentro ancora - da una tempesta mondiale di delitti finanziari, a quanto pare assai difficili da punire e da prevenire, e per somme così strabilianti che i cinquemila euro pubblici fatti erogare dall'ex sindaco di Bologna alla donna del suo cuore, per non dire i mille o duemila alle ospiti di Berlusconi, sembrano un caffè. E tuttavia non si può dire che la principale caratteristica degli Usa di Madoff sia la malversazione diffusa, accompagnata dal dileggio per la magistratura e mutamenti delle leggi per favorire il presidente. Invece da noi sì. Parlare dell'Italia significa parlare di questo, tanto che all'estero è diventato fair play non parlarne affatto. Siamo scomparsi dalla scena internazionale.

Com'è che siamo finiti così? Già avevamo inventato il fascismo appena conclusa l'unità nazionale, ma anche dopo il duro risveglio della guerra e una resistenza che volle ripulire il paese e si dette una delle migliori costituzioni europee non mancarono le porcherie. Per non parlare della mafia e della camorra, percepite come un male genetico, il malcostume privato/politico fu pressante sempre, da Lauro che comprava voti con pacchi di pasta, ad altri esempi che non potevano ridursi a malcostume locale.

Non lo furono certo i misfatti della Federconsorzi di Bonomi, le oscurità della Cassa del Mezzogiorno, lo scandalo Lockheed (giusto, chi sarà mai stato Antelope Cobbler?) per citare i primi che mi vengono in mente, e per tacere di Gladio e dei servizi perpetuamente deviati. Tutto questo stava sulle spalle della Democrazia cristiana, il partito fatto stato, ma - disse Aldo Moro in parlamento senza che volassero gli scranni - la Democrazia cristiana non si processa. E infatti non seppero leggere il suo memoriale non solo le Brigate Rosse, travolte dal suo sequestro e uccisione, ma neanche le due Camere delle Commissione di inchiesta. Distratte? Complici?

Non penso. In tempi più seri, Pci e il primo Psi invitavano a non confondere classe dominante e forchettoni, e a delineare diverse responsabilità e colpe dell'una e degli altri, facendo emergere alle Camere o nei consigli comunali, come nel caso di Roma, gli scandali e a far passare, a prescindere dai numeri di maggioranza e opposizione, le sole riforme che fece il paese. Non si identificò mai l'Italia e né la detestata Democrazia cristiana ai suoi, grossi, episodi di malcostume.

Nel corso degli anni '70 la scena politica cambiò. Il Pci perseguì inutilmente un accordo «storico» con la Dc, disarmando e dividendo l'opposizione formale, e disorientando le liste di sinistra. Con la morte di Moro la Dc, che non aveva cercato di salvarlo come lui chiedeva e avrebbe fatto se al suo posto per un altro, restava nel massimo della confusione, mentre a Berlinguer veniva meno il solo interlocutore che scopriva di avere forse avuto, rendendo del tutto vana la strategia che aveva perseguito. Di colpo nel '79 cambiava linea; ostacolato da un gruppo dirigente e dai quadri locali che andarono invece in cerca di «larghe intese» i cui soli risultati furono lo smisurato crescere dei costi del ceto politico e la fine di ogni opposizione parlamentare e popolare.

Così una maggioranza senza più un vero capo e una sinistra scombussolata andarono incontro senza vederla a una offensiva capitalistica su scala mondiale che innescava una inversione di tendenza, riorganizzando brutalmente la proprietà e l'organizzazione del lavoro. Nel 1984 il referendum sulla scala mobile vedeva, per la prima volta dal 1948, una disfatta dei lavoratori e, tre anni dopo, le elezioni del 1987 disegnavano l'incrinarsi degli equilibri della prima repubblica. Ancora due anni e su un Pci già in difficoltà cadeva la mannaia dell'89, cui Occhetto porgeva volonterosamente il collo; a Craxi e al governo Dc-Psi Tangentopoli dava il colpo di grazia.

A distanza di diversi anni, si vede che ben pochi dei pesci imputati da Mani pulite sono rimasti nelle reti della giustizia. Ma l'impatto politico, sommato ai processi di cui sopra, fu enorme perché la corruzione non cessò di allargarsi. Sul paesaggio dei partiti devastati dai reciproci tsunami, scendeva in campo Berlusconi, simbolo del profitto, dell'azienda pura, della competitività senza scrupoli che di colpo si presentò come il solo ancoraggio solido rispetto alle fanfaluche «ideologiche» tipo le classi, lo sfruttamento del lavoro, la negatività della speculazione finanziaria e immobiliare, il primato del bene comune, e di un'etica pubblica, eccetera.

Ancoraggio solido e di manica larga. Se il suo unico comandamento era produrre al prezzo più basso, cessare ogni mediazione sociale per far largo al capitale e agli azionisti, vendere ai ricchi e obbligare anche i più poveri a comprare quel che non potevano più produrre (che altro è l'Africa?), speculare a man salva sull'azzardo e l'inesistente, perché demonizzare qualche furbizia, qualche chiusura di un occhio, qualche mercanteggiamento della cosa pubblica? In fondo negli Usa la compravendita dei membri del Congresso e del Senato è legittimata dalle lobbies, con le quali sta trattando Obama, per far passare almeno un terzo del suo progetto di riforma sanitaria.

Da noi la lobby più potente è una maggioranza blindata con il voto di fiducia, dal quale nessuno può sciogliersi senza perire. Le istituzioni perdono ogni natura neutra se mai l'avevano avuta, e a ogni buono conto si privatizzano funzioni o beni già pubblici. Se la legge vi si oppone, si cambia la legge. Il parlamento si potrebbe anche chiudere, come Berlusconi non ha esitato a dire proponendo che vi siedano a votare solo i capi gruppo in proporzione degli elettori che rappresentano, e neanche questa volta le Camere si sono levate ululando. Il nostro uomo ha il livello culturale di Sarah Palin e la mancanza di scrupoli di Dick Cheney. Solo che meta degli americani ha votato contro i due, e un po' più di metà degli italiani si esprime per lui.

Negli anni fra i Settanta e gli Ottanta stanno le radici dell'attuale espandersi della malapianta. Contro la quale si erge senza tentennamenti soltanto un magistrato ambizioso per il quale la società tutta si spiega e divide fra onesti e corrotti. Dapprima aveva proposto questa filosofia agli industriali riuniti in Cernobbio, ora ha fortuna presso il popolo, più o meno viola, di una ex sinistra, dimissionaria o a pezzi. E poi c'è chi arzigogola sull'origine dell'antipolitica.

Pdl e Udc all´attacco sul piano casa

Lombardo: "Evitata la loro sanatoria"

di Antonio Fraschilla

«Abbiamo evitato una sanatoria, adesso siamo pronti per un´altra battaglia sulla riforma degli Ato rifiuti e contiamo sul sostegno dei democratici, che sulle riforme ci verranno incontro». Il governatore Raffaele Lombardo, sotto attacco da parte di Udc e Pdl dei lealisti che sul piano casa parlano di «affari loschi e clientele», difende la legge votata dalla maggioranza variabile dell´Ars formata da Mpa e Pdl Sicilia con il sostegno del Pd e, e punta dritto al riordino del sistema di gestione dei rifiuti.

Anche ieri tutti i parlamentari di Udc e Pdl, che durante la votazione del piano casa sono usciti dall´Aula per protesta, hanno attaccato il governatore, denunciando «interessi poco chiari». Sul banco degli imputati è finito un emendamento del governo poi ritirato, che prevedeva la delocalizzazione: cioè la possibilità per chi ha costruito in terreni inedificabili, come Pizzo Sella, di abbattere e ricostruire altrove. Emendamento sostenuto anche dal Pd: «Da quanto accaduto in aula - dice il capogruppo dell´Udc all´Ars, Rudy Maira - è chiaro che il Pd è diventato parte integrante del governo Lombardo. L´impegno messo dal Pd nell´elaborazione del ddl e nella difesa degli emendamenti più sospetti, fanno capire che questo partito è portatore di interessi non trasparenti». Ancora più duri i toni del presidente della commissione Ambiente e territorio, Fabio Mancuso (Pdl): «Il Pd ha difeso norme scandalose che avrebbero consentito il sacco edilizio di Palermo»». Anche per Toto Cordaro (Udc) «dietro ad alcuni emendamenti c´erano affari poco chiari e dobbiamo ringraziare il deputato Cateno De Luca che in Aula ha spiegato bene cosa stava per fare Lombardo». «A un certo punto in Aula volavano foglietti con emendamenti riscritti più volte - dice il capogruppo del Pdl, Innocenzo Leontini - Cracolici è intervenuto più volte contraddicendosi»».

Il governatore invece è raggiante e rimanda al mittente tutte le accuse: «Siamo stati noi a evitare una mega sanatoria, bocciando emendamenti presentati dal Pdl - dice Lombardo, che ieri insieme all´assessore all´Industria Marco Venturi ha annunciato lo sblocco del fondo da 55 milioni di euro per il commercio - Riproporremo la delocalizzazione in un altro disegno di legge, perché per noi è una buona idea per ripulire il territorio devastato dall´abusivismo è dell´incuria, come accaduto in molti Comuni della fascia Tirrenica che hanno consentito di costruire accanto ai fiumi. Non capisco l´arringa fatta dal deputato Cateno De Luca, che ha votato molti emendamenti».

Lo scontro comunque è subito ripreso ieri in Aula per l´avvio della discussione sull´altro disegno di legge molto atteso, quello della riforma degli Ato rifiuti. L´assessore Piercarmelo Russo, relatore del testo che prevede la riduzione degli Ato da 27 a 9 e l´affidamento ai Comuni dei contratti di servizio, ha parlato chiaramente «d´infiltrazioni mafiose nel trasporto dei rifiuti e negli appalti esterni»: «La relazione della commissione bicamerale parla di loschi affari di Cosa Nostra sul termovalorizzatore di Bellolampo - dice Russo - La riforma va attuata perché sta portando al dissesto i Comuni». In Aula si sono ripetuti le stesse posizioni che sul piano casa, con Udc e Pdl contrari e il Pd spaccato: «Adesso andiamo avanti sul terreno delle riforme, e sono certo che avremo il sostegno del Pd, a partire dal riordino degli Ato», dice Lombardo.

Il Banco di Sicilia sospende alle imprese delle zone alluvionate di Messina anche il versamento delle quote interessi sui mutui. La sospensione, che deve essere richiesta dagli interessati, viene attivata da marzo e durerà fino al prossimo 31 ottobre, cinque mesi in più di quanto previsto dall´ordinanza diramata lo scorso 27 novembre dalla presidenza del Consiglio. In ottobre la banca del Gruppo Unicredit aveva attivato la sospensione per 12 mesi delle rate dei mutui alle famiglie e delle quote capitali dei mutui alle imprese.

Il "sì" travagliato dei democratici via libera tra malumori e mugugni

di Massimo Lorello

C´è un deputato del Partito democratico che martedì voterà contro il piano casa. La legge tornerà in aula per il varo definitivo. Di solito è un atto formale, ma non per il Pd che sulla norma che sdogana gli ampliamenti per le abitazioni mono e bifamiliari ha rischiato di lacerarsi. Giovanni Barbagallo ha deciso di votare no. Gli altri deputati, invece, garantiranno l´approvazione definitiva della legge. Ma Antonello Cracolici (capogruppo) e Davide Faraone (protagonista della stesura degli emendamenti più rilevati) parlano di «grande successo», di «risposta alle aspettative dei siciliani» e di «stagione delle riforme ormai avviata», tra i loro colleghi di partito c´è chi la pensa in maniera diametralmente opposta.

«Questa norma è un´occasione mancata - attacca Bernardo Mattarella - Una leggina che serve solamente a recepire quanto previsto dall´accordo con lo Stato. La Sicilia, peraltro, è l´ultima regione ad adeguarsi. E laddove è già in vigore, la legge ha prodotto risultati irrilevanti. Le riforme sono un´altra cosa, non scherziamo. Questa legge ha pure aggirato i paletti che il mio partito aveva posto. Noi non volevamo i parcheggi sotterranei nelle aree a verde agricolo e non volevamo nemmeno che la norma fosse estesa alle attività produttive. Io voterò a favore perché il gruppo deve restare compatto, ma evitiamo di considerare questa legge una riforma».

L´unico «no» che arriverà dal Pd per la votazione finale è di Giovanni Barbagallo che dice: «È l´ennesima occasione mancata. Nella nostra regione non c´era bisogno di aumentare il volume edificato, già superiore alla media nazionale, ma di incrementare il verde, ridurre le frane, consolidare gli edifici costruiti nei centri storici e nelle zone a rischio sismico e idrogeologico». E invece, «non solo non si affrontano i temi della sicurezza e del risanamento, ma addirittura, si danneggia ulteriormente il nostro territorio».

Pino Apprendi voterà «sì» ma senza nascondere le sue riserve: «Abbiamo vissuto mesi difficili - dice - con la tragedia di Giampilieri e il dramma di San Fratello. Sarebbe stato opportuno che il mio partito si battesse immediatamente contro il dissesto idrogeologico. La legge sul piano casa si poteva fare dopo, ma l´impegno del nostro gruppo almeno ha neutralizzato tutti i tentativi di sanatoria indiscriminata provenienti dagli altri partiti».

E con i paletti del Pd, «è venuta fuori una buona legge», afferma il vicepresidente dell´Ars, Camillo Oddo, che precisa: «I parcheggi sotterranei potranno essere realizzati nelle aree a verde agricolo che ricadono esclusivamente nel perimetro urbano, quanto all´estensione della norma anche alle attività produttive ritengo sia una scelta sacrosanta. Nella mia provincia, Trapani, per esempio, ci sono numerose aziende che inquinano - per quello che producono, non potrebbero fare altrimenti - e che sono vicine al mare. Con questa legge potremo farle trasferire nelle aree industriali. Non capisco come si possa essere contro».

Il segretario del Pd, Giuseppe Lupo, si concentra piuttosto sugli attacchi esterni, cioè dell´Udc e del Pdl lealista e replica: «Hanno devastato la Sicilia e adesso piangono lacrime di coccodrillo. Il Pd ha dato un contributo importante all´approvazione della legge esclusivamente nell´interesse dei siciliani. La legge rispetta l´ambiente, può attivare investimenti nell´edilizia e rilanciare l´occupazione del settore che nel 2009 ha avuto una riduzione del 18 per cento».

Si vola alto a Pavia. L’urbanistica svettante attende solo l’arrivo delle cicogne. E’ un attimo per loro spostarsi dall’Oasi di Sant’Alessio con Vialone (nano) all’oasi pavese con Vialone (gigante). Qualche giorno fa è stato annunciato l’arrivo del grattacielo. Le torri medievali sono a rischio, e noi - ottimi manieristi - simuliamo la competitività medievale costruendo grattacieli nel quartiere Ovest, area ex Neca. Li costruirà Caltagirone, ricevuto in Comune qualche mese fa. Li progetterà Tekne e Fuksas.

Il primo sta lavorando anche al Broletto. Il tutto legato al sistema fiera milanese. Il nuovo sistema fiera, che comprende, in vista dell’Expo2015, anche la nostra cittadina. Cittadina che punta in alto. Chi guarda al Pirellone non può che avere quello sguardo. In mezzo al quartiere di villette nuove di zecca, spiccherà il grattacielo. Chi ci abiterà, secondo l’assessore all’urbanistica, dovrà essere contento di tornare a casa. Ai piani altissimi il Pm10 potrebbe essere ad una percentuale minore. Aspettiamo le cicogne per verificare. Magari i contenti tornano a casa da Milano, dove di condomini alti ce ne sono troppo pochi. Tornare a casa... ma non venire a lavorare. Perché a Pavia, a parte il pubblico impiego, di lavoro non ne ha da offrire, ma di case sì. E se ne costruiscono ancora per “attirare abitanti” (assessore Fracassi). Se le giunte di centrosinistra hanno trasformato Pavia in un dormitorio, quella di centrodestra ne prende atto e, soddisfatta che il grosso del lavoro se lo sia sobbarcato qualcun’altro, lo rifinisce a modo suo.

Che dire poi della giustificazione apparentemente saggia: grattacieli per non consumare suolo. Come se fossero necessari, si adduce la motivazione più à la page. Non farli sarebbe stato meglio. Ma questo non lo possono dire. E salta agli occhi una prima, clamorosa, contraddizione. Nell’autunno scorso, il Consiglio comunale ha deliberato una lottizzazione alla Vernavola. Non per costruire grattacieli, per carità, ma palazzine (due? sei? mah). Ho sbirciato le carte che ho potuto avere. Niente male come affare. Nel bel mezzo di uno dei luoghi più belli del Parco del Ticino e Parco Visconteo, soggetta a vincoli sovraordinati (Tavola 23 Prg), si concede il permesso a costruire. Dopodiché si sono detti "basta con il consumo di suolo", è l'ora di costruire grattacieli. E piace, piace anche l’idea già in essere in molte metropoli: i giardini pensili.

Spostare pezzo per pezzo la Vernavola sui tetti dei grattacieli in costruzione nelle aree dismesse potrebbe essere un’idea originalissima, un colpo di genio insuperabile: compensare e perequare la lottizzazione nei parchi con i giardini e gli orti sui tetti dei grattacieli. Peccato che Pavia non sia una metropoli, peccato che Pavia abbia molto terreno agricolo intorno, peccato che potremmo goderci i nostri parchi se solo fossero tutelati, peccato che non siamo a Chicago. Perché qualche amministratore ho l’impressione sia convinto di star a governare Chicago. Ricordiamocelo prima che il vialone nano venga allagato sui tetti a terrazza dei grattacieli della ex Necchi, della ex Snia, della ex Neca.

Loris Campetti, Tre milioni di ricordi

Gianni Ferrara, Inciviltà politica

Sara Farolfi, Luciano Gallino: «Il dado è tratto la CGIL dov era?»

TRE MILIONI DI RICORDI

di Loris Campetti

I giudici sono di parte, anzi talebani. Meglio liberarsene.

Le leggi sono lacciuoli, formalismi che tagliano le ali al libero fluire dell'impreditorialità, sia essa politica che economica. Così come le regole, le leggi si fanno e si disfano. Anzi, ormai è il potere esecutivo a scriverle al punto che del Parlamento si potrebbe anche fare a meno: viviamo nell'emergenza, bisogna fare in fretta e la democrazia formale è solo un impiccio burocratico.

I sindacati sono un cascame del Secolo breve. Tutto è mobile, flessibile e tutti sono ragionevolmente individualisti. Dunque, perché non passare dalla contrattazione collettiva a quella individuale - ogni lavoratore di fronte al suo padrone per farsi valere e strappare mirabilanti garanzie e vantaggi per sé?

Detto fatto. Sarà pure divisa la destra che ci governa. Sarà pur vero, e lo è, che nel Pdl è in atto una guerra feroce per la (futura) egemonia: ma resta il fatto che la destra governa e lo fa con pugno di ferro. Una volta sfondate le trincee sindacali e ridotti al ruolo di ascari due sindacati su tre, cambiano leggi e regole, modificano la costituzione materiale e formale del paese. Hanno archiviato il «vecchio» diritto del lavoro, sterilizzato lo Statuto dei lavoratori, liquidato l'articolo 18 in difesa del quale tre milioni di italiani erano scesi al Circo Massimo appena 8 anni fa. Ora chi è licenziato senza giusta causa - termine freddo, dietro cui si nascondono prepotenze, discriminazioni, violazioni di leggi e regole, colpi bassi sui più deboli - può anche veder riconosciute le sue ragioni, ma non ha più automaticamente diritto a essere reintegrato. Del giudice si può fare a meno, sostituito da un «arbitro», chissà se confortato dalla moviola di Biscardi. I più deboli, soli di fronte al padrone al momento di stipulare il contratto, non potranno che rinunciare al ricorso al giudice. Il precariato è destinato a crescere e il precario che avesse diritto a un contratto «regolare» dovrà accontentarsi di una mancia. I contratti collettivi, già addomesticati dalle nuove regole imposte a tutti con il consenso di Cisl e Uil, potranno essere ancora ritoccati per cancellare l'articolo 18.

Viviamo in un paese in cui non fa scandalo che la ThyssenKrupp, quella della strage di Torino, pretenda dai suoi dipendenti sopravvissuti la rinuncia a costituirsi parte civile in cambio del «dono» della cassa integrazione. Dunque, perché scandalizzarsi se chi dovrebbe avere a cuore la democrazia è invece distratto dai garbugli elettorali? C'è qualche sussulto, è vero. Si parla di ricorso alla Corte costituzionale, qualcuno è pronto a raccogliere le firme per un referendum. Ma se al nostro amico Paolo Ferrero non resta che lo sciopero della fame per denunciare il gravissimo vulnus inferto al lavoro e al paese, vuol dire che siamo messi male.

Essere messi male non vuol dire che non si possa risalire la china. E' già in agenda un appuntamento importante: il 12 marzo c'è lo sciopero generale indetto dalla Cgil. Facciamone tutti, anche senza chiedere il permesso, la prima tappa di un lungo cammino verso la riconquista della democrazia.

INCIVILTÀ POLITICA

di Gianni Ferrara

È genetica, perciò strutturale, assoluta e irrimediabile l'incompatibilità di Berlusconi e del berlusconismo con le regole. Incompatibilità che si dimostra clamorosamente anche in questa occasione. L'invalidità delle candidature del Pdl agli organi delle Regioni Lazio e Lombardia, rilevata finora dagli organi competenti, ha indotto non pochi esponenti del Pdl a dichiarazioni che - come se ce ne fosse bisogno - confermano la loro impermeabilità alle ragioni elementari della civiltà politica.

Perché sono deliranti su forma e sostanza delle elezioni, della democrazia e dei diritti, inquietanti sui rimedi che intenderebbero escogitare agli errori marchiani dei loro addetti alla presentazione delle liste. Rimedi volti a disinformare l'opinione pubblica preparandola però all'ennesima lacerazione della legalità. Tanto più inquietanti in quanto intervengono in un momento che appare particolare. È quello della crisi del berlusconismo. Che fallisce sia come indirizzo politico, perché si dimostra inidoneo a fronteggiare la crisi finanziaria (aumento del debito pubblico), quella economica (caduta del Pil), quella sociale (aumento della disoccupazione), quella morale (corruzione pervasiva), sia come fattore aggregante di una classe dirigente, spezzata da rivalità personali e di gruppi, insanabili perché inerenti alle loro smodate e infondate ambizioni. Fallisce soprattutto per il vuoto ideale e morale che rivela come progetto politico.

Fallimento che però non sarà dichiarato. Non c'è infatti nessuno capace di, e disposto a, farlo. Valentino Palato ha scritto ieri che «c'è da preoccuparsi perché una crisi, anche se del peggiore avversario, è sempre una crisi». Avrebbe ragione se non fossimo in Italia. Un paese che è in crisi da quasi venti anni. Una crisi profonda, dell'etica pubblica, della rappresentanza, della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti, quelli sociali soprattutto, come dimostra l'approvazione della legge che espunge dal nostro ordinamento la tutela del lavoro, sottraendo ai lavoratori la garanzia del processo giudiziario che era garantito dallo Statuto e in particolare dall'articolo 18. Siamo in Italia. La rivelazione della crisi del berlusconismo sarà rappattumata. Con legge, magari «condivisa», con ogni probabilità si rinvieranno di qualche settimana le elezioni regionali e si prorogheranno i termini per la presentazione delle liste, provvedendo a salvare «la sostanza» delle elezioni e della democrazia che per Berlusconi e i suoi accoliti coincidono esattamente con il loro potere.

C'è di peggio, all'orizzonte. C'è l'intento, la sollecitazione, il disegno delle riforme costituzionali. Le si auspicano come «condivise». Condivise da e con Berlusconi. Ma come si può immaginare, di sancire l'introiezione nel nostro ordinamento costituzionale del berlusconismo, formalizzandolo, legittimandolo?

Si diceva una volta «Dio salvi l'Italia». Ma un ateo, chi deve invocare?

LUCIANO GALLINO: «IL DADO È TRATTO LA CGIL DOV ERA?»

intervista di Sara Farolfi

Il sociologo del lavoro Luciano Gallino stigmatizza i ritardi della politica (il Pd) e del sindacato (la Cgil) nel reagire al duro attacco del governo ai diritti del lavoro e all'articolo 18. Lo sciopero del 12? «Un parlare d'altro»



«C'è stata una sottovalutazione, non c'è il minimo dubbio, e un grande ritardo nel prendere posizione». Sottovalutazione e ritardi che il sociologo torinese, Luciano Gallino, non esita a addebitare a politica e sindacati: «Stupisce che in tanti scoprano solo ora che quella approvata dal senato è una legge molto grave, lesiva dei diritti dei lavoratori e dello stesso diritto del lavoro. Si sarebbe dovuto iniziare a protestare, se non due anni fa, almeno quattro mesi fa quando ormai le insidie della legge erano perfettamente visibili».

Che tipo di risposta richiederebbe oggi un tale livello di offensiva?

Quando una legge c'è, poi sono dolori. Modificarla, impugnarla davanti alla Corte costituzionale e altre belle cose del genere arrivano post factum, quando ormai il dado è tratto. E anche se, come è possibile, la Corte si pronunciasse in senso contrario, per mesi e mesi se non per anni decine di migliaia di persone si troveranno di fronte a un ricatto bello e buono, seppure scritto in bella forma giuridica. Ci si sarebbe dovuti muovere molto prima, erigere una barriera a difesa come si fece nel 2002. Giuristi del lavoro che hanno a cuore il destino dei lavoratori ne esistono ancora molti per fortuna, e già un anno fa si erano accorti dove si andava a parare. Chi invece mi pare essere rimasto completamente assente è il sindacato, per non parlare della politica, del Pd, perchè le proteste in aula o le dichiarazioni di Treu in commissione - che sono arrivate quando il treno era già partito - lasciano il tempo che trovano.

La Cgil ha convocato uno sciopero uno sciopero generale per il 12 marzo, sul fisco però.

Che è come parlare d'altro: uno prende una legnata e poi fa uno sciopero per qualcosa di completamente diverso. Sono anche temi importanti certo ma gli scioperi, le grandi manifestazioni, come fu quella del 2002, sono importanti quando esprimono una protesta contro una proposta politica, una legge, qualcosa insomma di molto concreto. Scioperare per fare una proposta temo che pesi molto meno.

La Uil, e cioè la terza organizzazione sindacale confederale, seguita a ripetere che l'articolo 18 è salvo...

Formalmente è vero: non è ancora stato affondato, solo che gli è stato tolto il salvagente e quindi potrà nuotare un po' poi andrà a fondo. L'articolo 18 viene gravemente compromesso perchè per avvalersene bisogna andare davanti a un giudice e se un lavoratore vi rinuncia al momento di firmare un contratto, buonanotte... Nel 2002 il governo scelse lo scontro frontale, oggi invece ha messo in moto i siluri sottomarini. Perchè questa legge è una sorta di minaccioso sommergibile, contiene dozzine di provvedimenti di ogni genere e in mezzo ci sono tre articoli che fanno saltare un bel pezzo di giustizia sul lavoro.

Nel 2002, l'offensiva fu fermata da una grande mobilitazione del mondo del lavoro. Cosa è cambiato da allora?

Il sindacato si è sostanzialmente indebolito e oso dire che l'asse del sindacato, Cgil compresa - e so che a qualcuno dispiacerà sentirmelo dire - si è spostato verso il centro destra. Perchè il sindacato ha un asse politico, o si occupa di disuguaglianze o non se ne occupa, o si occupa di contratti collettivi o lascia che slittino verso lidi sconosciuti.

L'archiviazione dell'articolo 18 non è che la punta d'iceberg di una legge che prevede anche che l'ultimo anno di scuola dell'obbligo possa essere fatto in fabbrica. In arrivo c'è poi lo «statuto dei lavori» che sostituirà quello dei lavoratori...

La norma sull'apprendistato è un ritorno indietro di quarant'anni, significa tornare a una specie di avviamento al lavoro e cioè sottrarre un anno alla formazione. Quanto allo Statuto dei lavori, Sacconi ne parla da anni e visto che ha davanti a sè non dico un'autostrada ma quasi, procede con la massima speditezza possibile.

Come immagina il futuro, dal questo punto di vista?

C'è una parte, che è la destra - con le sue ottuse idee neoliberali, con il suo intento di smontare il sindacato - che è la parte vincente, e dall'altra ci sono i remissivi, che stanno diventando i perdenti. Avrei sperato di vedere una Cgil molto più battagliera, come un tempo è stata, e invece mi pare che anche da quelle parti si tenda sempre più a usare un approccio possibilista anche su leggi di questo tipo. Il futuro non promette nulla di buono. Per il diritto del lavoro, intendo.

Che fosse un gran pasticcio – e non soltanto per la spesa: ben 60 milioni di euro – s'era capito da tempo. Il pasticcio, però, ieri è stato certificato da una sentenza del Tar del Lazio. La “new town” calabrese fortemente voluta dalla Protezione civile targata Guido Bertolaso - il nuovo centro urbano che avrebbe dovuto sostituire Cavallerizzo, il paese colpito da una frana nel 2005 - rischia di franare, a sua volta, sotto i colpi degli atti giudiziari.

La “new town” - tuttora incompleta - è infatti priva d'un elemento essenziale: la procedura di valutazione ambientale. Non solo. È stata annullata la decisione di “delocalizzare la frazione di Cavallerizzo”: il Tar ha “annullato il verbale del 31 luglio 2007, con il quale, la conferenza dei servizi, ha approvato il progetto definitivo di ricostruzione in località Pia-nette”. Semplificando: è stato annullato l'atto che disponeva la delocalizzazione, ovvero la costruzione della “new town” che quindi, adesso, non poggia su alcun fondamento giuridico. Il ricorso è stato presentato dall'associazione “Cavallerizzo Vive” e il suo accoglimento, ottenuto dagli avvocati Riccardo Tagliaferri e Alberto Carretti, può produrre conseguenze molteplici.

Innanzitutto: l'interruzione dei lavori, in ritardo già d'un anno e costati, finora, sessanta milioni di euro. Senza contare le ripercussioni sociali: la “de-localizzazione” ha già spaccato la comunità di Cavallerizzo, divisa tra chi desidera una nuova casa in un nuovo paese, e chi, al contrario, sogna di recuperare la vecchia casa nell'antico borgo. La sentenza emessa ieri dal Tar rischia ora di esasperare gli animi. Ed è il segno tangibile che la “soluzione” della “new town” non ha risolto nulla: a cinque anni dalla frana, il nuovo paese non è completato; gli abitanti vivono in affitto e le pigioni sono pagate con i soldi dello Stato; la comunità è lacerata in maniera irreparabile. Certo, il governo e la Protezione civile, ricorrendo al Consiglio di Stato, potrebbero ribaltare la situazione, ma la sentenza di ieri dimostra un fatto: il pasticcio c'è. E non vale, per risolverlo, ricorrere al dogma dell'emergenza.

Il Tar sancisce che non sempre, una situazione d'emergenza, consente d'eludere la Valutazione d'impatto ambientale. Oltre l'emergenza “urgente”, deve esserci un “pericolo immediato, non altrimenti eliminabile”. Requisito che può esistere quando si decide “se” delocalizzare. Requisito che manca, invece, quando si decide “dove” delocalizzare. Per Antonio Madotto, dell'associazione “Cavallerizzo Vive”, la sentenza del Tar è un motivo di speranza: “Il nostro ricorso – dice – nasce da un unico motivo: vogliamo tornare a casa nostra, nell'antica Cavallerizzo. Di fatto, con questa sentenza, è stata sospesa la ricostruzione. E quindi: ora si potrebbe, finalmente, recuperare il nostro centro storico. Un recupero che ci consentirebbe di rientrare nelle nostre case”. Per molti altri, la stessa sentenza, è motivo di disperazione: “Il risultato di questo ricorso”, conclude Madotto, “alimenterà la nostra divisione: comprendo il dramma di chi, dopo questa sentenza, rischiano di non avere una nuova casa. Ma la responsabilità non è nostra. È di chi non è stato trasparente nelle procedure e ha spaccato la nostra comunità. Sprecando 60 milioni di euro. Utili soltanto per l'ennesima speculazione edilizia”.

Vivo a Milano dalla nascita, 54 anni fa, e sono sconcertato dallo stato in cui versa oggi la nostra città. È in atto la cementificazione di ogni minimo spazio disponibile, al solo beneficio, a mio parere, di chi sul cemento si arricchisce. Parlo della ex Fiera, nella quale ci hanno fatto credere sarebbero sorti tre grattacieli e ci è stato taciuto il volume di milioni di metri cubi di cemento adibito a edilizia residenziale a prezzi stratosferici. Parlo delle ex Varesine, dove mi dicono sorgerà il nuovo centro direzionale e una torre di 37 piani per centinaia di inquilini. Innumerevoli persone in più graviteranno perciò nella zona. Ma lo sanno i nostri amministratori che uno a casa e al lavoro ci deve arrivare e ne deve anche uscire? Con quale incremento di traffico, tutto ciò?

Parlo della torre che sta sorgendo in via Lomazzo, ex Sole 24Ore. Sedici piani più non so quanti sotterranei, in una via a senso unico, già oggi paralizzata da ingorghi nelle ore di punta. Parlo della neonata Torre della Regione, per far posto alla quale è stato abbattuto un bosco che, per volontà testamentaria del donatore, doveva rimanere tale. Non si poteva costruire la «reggia del governatore» in periferia? Anche qui lavoreranno migliaia di dipendenti. Ma davvero si crede che questi abitino tutti in zona stazione Centrale? Nessuno si è mai chiesto perché la Défense di Parigi è sorta dov’è?

Parlo del Portello, dove palazzoni a vetri per uffici e abitazioni stanno venendo su a grande velocità. Dove è in costruzione un tunnel che, dalle autostrade nord porterà direttamente... Già, dove porterà? Molto probabilmente a un semaforo contro il quale si inviperiranno migliaia di automobilisti ogni mattina, bloccati nel tunnel. Una volta si diceva che bisognava tenere le auto fuori dalla città, incrementando il mezzo pubblico. Ma allora perché fare un tunnel che ne faccia entrare migliaia ogni mattina?

Francesco Tricoli

Tenere le auto fuori dalla città? Era un’aspirazione, però tramontata. Nemmeno l’Ecopass è riuscito a scoraggiare il traffico privato. E come potrebbe, del resto, vista la vita cui sono costretti— ne abbiamo parlato tante volte in questa rubrica— gli sfortunati pendolari? A noi già adesso sembra di essere seppelliti dal traffico e non voglio pensare a cosa sarà domani.

Un intreccio di incarichi, consulenze, nomine, collaborazioni tra i Beni culturali e la Protezione civile. Per una pioggia di milioni

È l'asse delle consulenze. A un capo c'è il ministero dei Beni culturali (Mibac) di Sandro Bondi. All'altro c'è la Protezione civile di Guido Bertolaso. I due estremi sorreggono una rete di incarichi, collaborazioni e nomine distribuite in un arcipelago di più o meno famosi. Presi singolarmente, sono contratti nell'ordine di decine o, più di rado, centinaia di migliaia di euro. Bisogna fare i conti con le ristrettezze dei tempi e con le rivalità interministeriali. Bisogna considerare l'occhio censorio di Giulio Tremonti e l'operazione trasparenza lanciata dal ministro per la Funzione pubblica Renato Brunetta. Per non parlare delle rituali proteste della Corte dei conti. Eppure il flusso di denaro pubblico distribuito in forma privata segue il suo corso. Per evitare impicci è sufficiente non rispondere alle interrogazioni parlamentari dell'opposizione o ritardare la messa on line di una tabella.

Il comparto consulenze del Mibac, ad esempio, non brilla per essere troppo aggiornato. Dal sito del ministero mancano gli incarichi assegnati di recente da Mario Resca, direttore generale alla valorizzazione del patrimonio del ministero nonché uomo forte di Cultura Spa, la nuova società di diritto privato ricavata dalle ceneri della scatola vuota Ales alla fine di gennaio, a insaputa del Parlamento e del titolare delle partecipazioni di Stato, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti.

Al momento, Resca avrebbe concesso contratti per 500 mila euro. Fra i beneficiari certi ci sono tre delle principali società di consulenza internazionali. Si tratta di Roland Berger, Price Waterhouse Coopers e Boston Consulting group con un finanziamento di 100 mila euro per una. Questi advisor hanno il compito di tracciare le linee guida sull'impiego di centinaia di milioni di euro di fondi. Magari valutando la possibilità, molto concreta, che Resca, commissario ai lavori della Grande Brera, si trovi in conflitto di interessi rispetto ai suoi numerosi incarichi privati: consigliere dell'Eni, della Mondadori, presidente di Confimprese, l'associazione che tutela gli interessi delle catene commerciali.

Nello stesso modo, non c'è ancora traccia sul sito del Mibac degli incarichi attribuiti ai tre nuovi consiglieri ingaggiati dall'ex commissario straordinario della Cirio. Si tratta di Claudio Strinati, già soprintendente al Polo Museale romano, di Giuliano Urbani, presidente del museo della Scienza e della tecnica di Milano e titolare del ministero dei Beni culturali dal 2001 al 2005, e di Paolo Peluffo, già responsabile stampa al Quirinale con Carlo Azeglio Ciampi e consigliere della Corte dei conti con la responsabilità delle relazioni esterne.

Proprio l'area della Corte dei conti sembra interessata in modo particolare dal gioco strategico delle consulenze. Dai documenti della presidenza del Consiglio risulta che il 15 gennaio la dirigente del Mibac Marina Giuseppone è stata indirizzata a un incarico di consulenza, studio, ricerca e supporto degli uffici di diretta collaborazione del ministro Bondi. La dottoressa Giuseppone, che nel 2005 era stata incaricata presso il dipartimento Prevenzione e Comunicazione del ministero della Salute, è figlia di Vittorio Giuseppone, magistrato che lavora alla Corte dei conti per l'ufficio di controllo legittimità sui servizi alle persone e beni culturali. Appunto la sezione che vigila, fra l'altro, sulle attività del Mibac.

Anche il capo di gabinetto Nastasi, del resto, è figlio di un giudice della magistratura contabile, Enrica Laterza. Il suo è lo stipendio più alto dello staff (187 mila euro) mentre Marina Giuseppone, che è a quota 141 mila euro annui, si troverà a lavorare fianco a fianco con una folta pattuglia di consiglieri del ministro. Alcuni, come i giornalisti Angelo Lorenzo Crespi, ex direttore del 'Domenicale' di Marcello Dell'Utri, e Raffaele Iannuzzi ('L'Occidentale'), ex pupillo di Gianni Baget Bozzo, sono consulenti a pagamento (60 mila per il primo e 35 mila euro per gli altri due, rispettivamente). Altri lavorano a titolo del tutto gratuito come Maurizio Costanzo, Sabino Acquaviva e Raffaele Iannuzzi detto Lino, ex parlamentare (nessuna parentela con il suo omonimo). Fra i consulenti impiegati con la formula del rimborso missioni, c'è la docente di Archeologia dell'università di Padova Elena Francesca Ghedini, sorella di Nicolò, deputato e principale consigliere legale di Silvio Berlusconi.

Il gabinetto e le direzioni generali del ministero sono di sicuro i più promettenti sotto il profilo degli incarichi. Ma anche il fronte di Cinecittà rimane effervescente, a dispetto di un contesto economico piuttosto mediocre e delle restrizioni imposte da Tremonti. La nuova holding creata con la fusione fra Cinecittà e Istituto Luce ha presentato una lista della spesa a fine 2009 con oltre 3 milioni di euro distribuiti fra amministratori fra i quali i nuovi vertici Luciano Sovena (142 mila euro di emolumenti), Roberto Cicutto, il vicedirettore del 'Giornale' Nicola Porro. L'autonoleggio con conducente per il presidente della spa statale è costato da solo 31 mila euro. Fra i nomi di spicco nella lista degli incarichi c'è l'ex lobbista di Sky Tullio Camiglieri retribuito con 29 mila euro per "formulare una proposta di riforma strategica del gruppo pubblico cinematografico" e "assistenza nella realizzazione di una giornata celebrativa dei diritti umani". Il giovane fratello di Piero Marrazzo, Giampiero, ha preso invece appena 12 mila euro per servizi di ufficio stampa. Una consulenza fra le più consistenti (200 mila euro) è toccata a Comunicare organizzando, la società di mostre d'arte ed eventi che gestisce il complesso del Vittoriano in piazza Venezia.

A capo della holding da 15 milioni di euro di ricavi annui ci sono Alessandro Nicosia, da sempre vicino ai due ex sindaci di Roma Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Nicosia amministra il suo gruppo in partnership con la moglie Maria Cristina Bettini, cugina del fedelissimo veltroniano Goffredo. Fra i committenti di Comunicare organizzando c'è anche Arcus, la società che gestirà per conto di Mibac e ministero delle Infrastrutture 100 milioni di euro di fondi. Il presidente di Arcus, Salvatore Italia, ha presentato le sue dimissioni a Bondi martedì 2 marzo. Formalmente, l'amministratore di area Alleanza nazionale adduce motivi personali. In realtà, è da mesi che si sente parlare di un suo allontanamento per contrasti con il capo di gabinetto di Bondi. E chi si mette contro Nastasi, si mette contro il ministro.

Nastasi è stato, nello scorso luglio, uno dei presenti all'inaugurazione dei concerti di Campi Sonori, organizzati in Abruzzo dalla Protezione Civile e conclusi dall'esibizione di Claudio Baglioni, il 29 gennaio scorso alla caserma della Guardia di finanza di Coppito in Abruzzo. Nelle zone del terremoto si sono esibiti gratuitamente anche Ennio Morricone, Claudio Muti, Nicola Piovani, Gilberto Gil e Renzo Arbore. Lo show di un mese fa a Coppito ha posto fine alla prima fase del progetto. Finiti i concerti, rimarrà il workshop musicale e multimediale per gli studenti aquilani.

L'iniziativa di Campi Sonori è stata patrocinata dalla Protezione civile assieme a Rai educational, al Festival del cinema di Venezia e ad alcune case di produzione cinematografica, ed è stata affidata a Co2-The crisis opportunity, una onlus specializzata in comunicazione sociale fondata da una pattuglia di giovani. C'è Giulia Minoli, 28 anni, figlia del direttore di Rai educational e neo-presidente del museo di Rivoli Giovanni. Minoli junior è nipote di Ettore Bernabei e fidanzata di Salvo Nastasi, che ha incominciato la sua carriera al Mibac come direttore generale per lo spettacolo dal vivo, con la benedizione di Gianni Letta. La rappresentante di Co2 in Abruzzo è stata Sara Tardelli, figlia della leggenda juventina Marco ed esordiente qualche anno fa proprio nei programmi di Rai educational. Fondatori sono inoltre Simone Haggiag, rampollo della famiglia azionista di Cinecittà Studios, la società con Luigi Abete e Diego Della Valle che ha in affitto i teatri di posa del cinema statale, e Daniele Ciccaglioni, figlio del proprietario delle diciannove librerie romane Arion.

I progetti della onlus contemplano anche Pompei Viva, un altro workshop musicale in collaborazione con la Protezione civile e con la Soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei, dove è commissario Marcello Fiori, ex vicecapo di gabinetto di Francesco Rutelli e braccio destro di Bertolaso. Co2 ha un ruolo organizzativo anche in Napoli teatro festival, con il supporto della Farnesina, e due anni fa ha messo in piedi il Palermo Sole Luna festival in collaborazione con la Regione siciliana e con la direzione generale cinema del Mibac, allora retta dall'altro uomo di Letta Gaetano Blandini, che in ottobre si è trasferito alla Siae.

Dopo la Corte Costituzionale e il TAR Sardegna anche il Consiglio di Stato con la recente sentenza su Cala Giunco, mette la sua parola ed emette il suo giudizio sulla Pianificazione Paesaggistica della Sardegna.

Oltre 100 ricorsi in questi due anni dall’approvazione del PPR, con impegnati i migliori avvocati sulla piazza non sono bastati per demolire e neppure scalfire uno dei più rilevanti lavori di pianificazione territoriale della Regione Sarda. Lo stuolo di detrattori e politici che si sono cimentati in questo tempo, compreso l’ormai patetico Presidente del Consiglio dei Ministri, nel ricercare una sola prova dell’illegittimità e della inadeguatezza del Piano sono rimasti “in braghe di tela” anche se la protervia di una politica arrogante e populista non consentirà loro di far propria una buona ragione per stare definitivamente zitti.

Il Consiglio di Stato dunque conferma le conclusioni del Tar Sardegna, afferma sostanzialmente che il PPR è un atto costruito correttamente, è assolutamente in linea con le norme statali di “riforma economico sociale” e trova una sua concreta legittimazione nelle riconosciute competenze della Regione Sardegna in materia di paesaggio.

Dunque potremo dire serenamente: avanti il prossimo (ricorso!).

Nonostante questa sequenza di legittimazioni e conferme, l’attuale Giunta regionale persevera nell’accanirsi contro, seguendo il suo unico filo conduttore populistico e demagogico, giustificando persino con il cosiddetto Piano Casa la necessità di smantellare l’ingombrante Piano Paesaggistico. Ma qui viene il bello. La recente sentenza del Consiglio di Stato infatti, senza volerlo ed indirettamente, anticipa il giudizio di illegittimità costituzionale del Piano casa presentato da Cappellacci affermando in maniera chiara ed incontrovertibile che la deroga a norme di salvaguardia derivanti dall’applicazione del Codice dei beni Culturali non è ammessa e dunque questo prodotto di “pubblicità istituzionale” della Giunta è illegittimo.

Lo aveva anticipato il Prof. Settis in un chiaro intervento che commentava le diverse norme che le regioni stavano preparando ed approvando in materia, ma nel caso Sardegna le cose sono diverse e per certi versi assai più originali. Infatti essendo la Sardegna l’unica regione dotata di un Piano approvato ai sensi del decreto legislativo 42/2004, sul suo territorio si applicano le norme di salvaguardia contenute negli articoli 146 e 156 del decreto stesso, con la conseguenza che una legge regionale, di rango inferiore a quella statale, non può derogare ai limiti ed alle previsioni contenute nel Piano Paesaggistico nel senso che il “legislatore statale conserva il potere di vincolare la potestà legislativa primaria della regione speciale attraverso l’emanazione di leggi qualificabili come riforme economico-sociali”.

Ecco perché il Partito democratico ha voluto contrapporre una sua proposta di Piano Casa, esclusivamente per dimostrare: 1) che quello della Giunta regionale non parla di case ma di tutt’altro; 2) che qualunque provvedimento riguardi il governo del territorio in Sardegna deve fare i conti con la coerenza alle norme sovra ordinate; 3) che per fare politiche di rilancio della casa bisogna parlare di residenza, di prima casa e di risorse pubbliche vere e mirate ad assicurare un accesso più consistente al bene primario dell’abitazione.

Sappiamo che i figli politici “dell’utilizzatore finale nazionale” andranno avanti a testa bassa e per la loro strada, tuttavia ci incontreranno in Consiglio regionale e faremo fino in fondo la nostra parte per far vincere le ragioni del diritto e del buon senso e poi, se questo non sarà sufficiente, avvertiamo fin d’ora, siamo pronti a cimentarci, per un ennesimo scontro, nei tribunali della Repubblica ovviamente per vincere ancora una volta. Sarà l’ulteriore prova che una politica che non ascolta “inciampa”.

Chiunque può pubblicare questo articolo alla condizione di citare l’autore e la fonte come segue: tratto dal sito web http://eddyburg.it

Cattolica in origine, poi comunista, Michelle Perrot esce dal Pcf dopo Budapest, nel 1956. La sua tesi, «Les ouvriers en grève (1871-1890)» contribuisce a fondare la sociologia storica. Ha collaborato con Michel Foucault, ha scritto «Les ombres de l’histoire. Crime et châtiment au XIXe siècle». Dal 73 lavora sulla storia delle donne. Ha diretto, con Georges Duby, «Storia delle donne in Occidente». Ha scritto «Les 2010femmes ou les silences de l’histoire».

Negli uffici e negli spazi pubblici, quindi in treni, autobus, ospedali, uffici comunali, nonché in strade e parchi, il burqa, velo integrale, va messo al bando, in quanto «offende i valori della Repubblica» degradando la donna, dissimulando volti e corpi. Lo ha stabilito a fine gennaio la commissione parlamentare francese, istituita ad hoc. Hanno lavorato in grande armonia il deputato comunista André Gerin ed Eric Roult, del partito di Sarkozy, mentre i socialisti non si sono pronunciati. «Il burqa non è benvenuto in Francia» ha annunciato il tentennante Presidente in giugno, ma nulla si deciderà prima delle elezioni regionali. Combattiva, e decisamente contraria a una legge si dichiara la storica «delle donne», Michelle Perrot: «Sono, com’è ovvio, decisamente ostile al burqa,ma non favorevole a una legge» esordisce con noi.

Per quale motivo?

«Perché l’intrusione del potere nella comunità musulmana potrebbe ritorcersi contro le donne. E diffido anche dell’intervento del potere in tutte le questioni delle apparenze, poiché ritengo che, legiferando oggi sul burqa, un domani si potrà farlo sulla barba o sui pantaloni. Contro il burqa promuoverei libri, trasmissioni, articoli, insommatutto quanto possa servire a dimostrare che il velo integrale rappresenta l’oppressione delle donne».

Nel 2004 però si dichiarò favorevole alla legge Raffarin, approvata con un’ampia maggioranza, che proibiva il foulard a scuola, nonché tutti i simboli religiosi “ostensibili”: dalla kippa ebraica fino al turbante sikh e alle croci cristiane.

«In Francia la scuola pubblica è laica e nessun simbolo religioso ostensibile vi va ammesso, e ritengo che questa sia una conquista per le donne. Nel caso specifico del foulard, si trattava di minorenni. Se avessero autorizzato il velo a scuola, alcune fanciulle sarebbero state costrette dalla famiglia a portarlo, mentre noi davamo loro si davamo loro la possibilità di non farlo. E mi sembra che oggi ben poche ragazze a scuola portano il foulard».

Ma va considerato che dal 2004, ovvero dalla legge contro il velo a scuola, l’islamismo ha continuato aprosperare.

«Certo, si tratta di movimento di fondo che riguarda l’integralismo islamico. Detto questo, va anche ridimensionata la questione sulle donne che in Francia portano il burqa, circa trecentocinquanta, più o meno. Non avrebbe senso promulgare una legge per così poche persone. Tutte le religioni comportano un elemento di dominazione di tipo patriarcale. Da questo punto di vista la laicità a scuola si è rivelata positiva per le donne, e perciò difendo questo modello».

In questo periodo la Francia va interrogandosi sull’identità nazionale:le discussioni sul burqa e sull’identità della Francia sono forse una coincidenza?

«No. Riscontro un reale smarrimento, perché la popolazione francese deve affrontare un problema nuovo, al tempo stesso di “rinascita” dell’islamismo e dell’immigrazione, ma anche sulla posizione del governo che mette l’accento su tali questioni. E il dibattito sull’identità nazionale è stato avviato in maniera disastrosa, in maniera autoritaria. Mi sembra che agire in questa maniera alla vigilia delle elezioni regionali sia una vera e propria strumentalizzazione».

Come spiega il fatto che ad esempio in Gran Bretagna il burqa non crea alcun problema?

«Ci troviamo di fronte a costruzioni politiche diverse. Ma non si può fare il confronto: in Francia abbiamo assistito alla costruzione di una repubblica laica, che ha vantaggi e inconvenienti.Riconosco che è rigida, non sempre si adatta all’attuale congiuntura - fatta di movimenti migratori, dell’accoglienza del “diverso” - ma costituisce comunque un progresso ».

Djemila Benhaid, algerina rifugiata in Canada e autrice di “Ma vie à Contre-Coran”è intervenuta in Senato nello scorso novembre sostenendo che la Francia svolge un ruolo centrale per la laicità, e che se non apre una strada contro il burqa, spiana la strada agli integralisti dell’Europa tutta. È d’accordo con lei?

«Sì, certo, tutte si dichiarano favorevoli a una legge contro il burqa. Noi ci facciamo troppi scrupoli: dovremmo sostenere con maggiore forza la nostra tradizione di laicità. Djemila Benhaid è un esempio di quelle donne algerine che ritengono “tiepido” il nostro approccio al problema, anche perché l’hanno anche vissuto sulla loro pelle».

Intervista a suor Beatrice Salvioni

«Quante storie Anche noi suore portiamo il velo»

Non capisco perché si faccia un gran parlare del velo islamico quando anche noi lo portiamo». Occhi vispi e sereni. Voce chiara e leggera. Suor Beatrice Salvioni è perplessa: «Non sono un’esperta in materia. Sono solo una che ogni tanto pensa», dice cauta. E al velo deve averci pensato più di qualche volta in quarant’anni di vita religiosa. Suor Beatrice infatti il velo, che pure ha indossato per qualche tempo, oggi non lo indossa più. Alcune donne islamiche sostengono che il velo le faccia sentire più sicure. Lei perché l’ha tolto?

«Non è stato certamente un motivo di maggiore o minore sicurezza, ma semmai il bisogno di sentirmi più vicina, meno separata... Le islamiche che indossano il velo non credo lo facciano solo, comunque non tutte, per senso di sicurezza. Io non mi sentivo più sicura col velo, tutt’altro. Per questo ho scelto di non indossarlo più. E francamente, quelle che tra noi decidono di non portarlo non ricevono esattamente degli applausi ». (sorride) Che reazioni ricevono invece? «Qualcuno mi chiedeva: ma così cometi riconoscono le persone? Come se, paradossalmente, l’«abito» facesse il monaco. Eppure nonostante io vesta in borghese la gente mi ferma per strada, magari per chiedermi un’informazione, chiamandomi«sorella »: mi riconoscono».

Il velo è dunque vissuto alla stregua di una divisa. È appartenenza… «Esattamente. L’abito non è che un veicolo di comunicazione, per dire immediatamente, io sono questo o sono quello. Tante donne comunicano appartenenze di vario genere a prescindere dal velo. Così una ragazza di diciotto anni sceglierà un tipo di abbigliamento che probabilmente comunicherà la sua età o spensieratezza, ma lo stesso abito su una donna più matura potrebbe comunicare una grande debolezza, esattamente la stessa che si vorrebbe attribuire a queste donne islamiche ». Lei cosa comunica? «È chiaro che scelgounabbigliamento sobrio. Per esempio, non sceglierei il rosso…». Perché il rosso no, sarebbe sconveniente? «No, il rosso mi stanca. Quello che indosso è una mia libera scelta. Una scelta di sobrietà che in questo modo è attenta, è sentita, è vera.»

Il velo islamico secondo lei è una scelta attenta? «Non saprei. L’impressione, tuttavia, è che si voglia entrare nella sensibilità, nell’intimità o, ancora, nella spiritualità di un’altra cultura attribuendole le stesse nostre dinamiche. Bisogna tenere presente che il velo è anche da noiunsimbolo piuttosto significativo». Cosa significa? «Pudore, purezza... In realtà anche all’interno della Chiesa, ilmantenimento del velo per le suore rivela appartenenza a un passato che non differiva dal presente del mondo islamico. Siamo molto più attaccati al passato di quanto non ci rendiamo conto».

Perché allora questa polemica sull’abbigliamento delle donne islamiche? «Sembra servire solo ad aver ragione su di loro. Si pretende di indagare su cosa ci stia dietro una scelta puramente estetica di un’altra cultura, e non voglio dire che possano non esserci dei condizionamenti forti e discutibili. Ma lo facciamo scordando che anche noi affidiamo a un «abito», o a una parte di esso un significato di grande rilevanza. Il velo è diventato un’arma contundente. Un giavellotto da utilizzare contro un’altra cultura, per dire: noi siamo meglio». Dietro la sua scelta di diventare suora c’erano dei condizionamenti? «Ogni scelta è in qualche modo condizionata da una serie di variabili, la famiglia, l’educazione, l’estrazione sociale, ma questo avviene in qualsiasi genere di scelta si voglia intraprendere, no?».

Quando ha deciso di diventare suora? «Ero ancora parecchio giovane. Era vicinissimo il ‘68.» Ha dunque scelto di diventaresuora proprio quando la società occidentale si accingeva a vivere una vera e propria rivoluzione sessuale? «In effetti sì, ma allora non me ne resi conto. Considerata l’epoca la scelta potrebbe sembrare contro corrente. In realtà io scelsi di dedicare la mia vita a qualcosa di grande, così come tanti sessantottini. Solo che riconobbi nel Vangelo il codice ideale al quale sentivo di appartenere, un modello, altissimo fin che si vuole,manondisincarnato e di grande portata rivoluzionaria».

Si può ancora vivere senza Grandi Eventi? La risposta l’ha data ieri sera al Tg5 il grandeventista Bertolaso: no. Egli intende proporre l’Abruzzo terremotato come sede delle Olimpiadi invernali 2018. Dopo il G8, i Giochi della neve. E perché non anche il Nobel, la Champions, il Giubileo, l’ostensione della Sindone e magari l’Expo? Attualmente è destinata a Milano, ma è giusto che vi rimanga solo in caso di terremoti dalle parti di Cinisello Balsamo. Altrimenti meglio spostarla all’Aquila o sul Lambro inquinato, sempre che la Protezione Civile non intenda già farvi disputare le gare di canottaggio delle Olimpiadi estive.

Il Cile dovrebbe affrettarsi a chiedere i prossimi campionati del mondo di calcio e Haiti la sede permanente dell’Onu, prima che la stessa venga trasferita accanto a un inceneritore di Napoli. Nessuno mette in dubbio la bellezza delle montagne abruzzesi. A lasciare esterrefatti è l’ideologia del Grande Evento aspira-soldi come unica soluzione per risolvere i piccoli e grandi disastri della vita. Solo la fiaccola olimpica potrà togliere le macerie dal centro dell’Aquila? Parrebbe di sì. In fondo, quattro anni dopo, i torinesi rimpiangono ancora quei quindici giorni da favola in cui gli autobus arrivavano puntuali e i bar restavano aperti a mezzanotte. Si proceda quindi con il decreto Bertolimpionico. Articolo 1: l’Italia è un Grande Evento permanente. Articolo 2: Balducci e Anemone sono nominati commissari straordinari fino a esaurimento dei fondi.

Il governo torna all´attacco dell´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Grazie a un disegno di legge in via di approvazione sarebbe infatti possibile aggirare la norma che impone il reintegro dei dipendenti licenziati senza giusta causa: a chi viene assunto sarebbe consentito di rinunciare alla tutela, affidando il contenzioso a un arbitrato. La rivolta dei giuslavoristi: è una controriforma che va fermata. La Cgil: «È un´offensiva peggiore di quella del 2002».

Aggirare l´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che tutela dal licenziamento senza giusta causa, e anche altre norme della nostra legislazione sul lavoro. Ma senza dirlo, almeno direttamente. La nuova legge sul processo del lavoro presentata dal governo è ormai a un passo dall´approvazione: questa settimana dovrebbe concluderne l´esame la Commissione Lavoro di Palazzo Madama, subito dopo sarà l´Aula a dare il via libera definitivo dopo quasi due anni di navetta tra Camera e Senato.

In quel testo (il disegno di legge 1167-B) c´è scritto che le controversie tra il datore di lavoro e il suo dipendente potranno essere risolte anche da un arbitro in alternativa al giudice: o l´uno o l´altro. Un cambiamento radicale rispetto alla tradizione giuridica italiana, dove c´è sempre stata una forte diffidenza nei confronti dei lodi arbitrali di stampo anglosassone. Un affievolimento di fatto delle tutele a favore del lavoratore, la parte oggettivamente più debole in questo tipo di controversie. E anche, appunto, un superamento dell´articolo 18, come di altri vincoli legislativi. Perché di fronte a un licenziamento l´arbitro deciderà "secondo equità". «Secondo la sua concezione di equità, non secondo la legge», commenta preoccupato Tiziano Treu, senatore del Pd, ex ministro del lavoro, giuslavorista non certo un massimalista visto che porta il suo nome il primo pacchetto sulla flessibilità. Eppure Treu è tra i firmatati di un appello ("Fermiano la controriforma del diritto del lavoro") contro il disegno di legge del governo giudicato «eversivo rispetto all´intero ordinamento giuslavoristico». Tra i firmatari il giurista di Bologna Umberto Romagnoli, il sociologo torinese Luciano Gallino, l´ex presidente dell´Inps Massimo Paci. Un appello che però resterà nel vuoto.

La norma è davvero complessa. In sostanza - modificando l´articolo 412 del codice di procedura civile - si prevedono due possibilità tra loro alternative per la risoluzione delle controversie: o la via giudiziale oppure quella arbitrale. Già nel contratto di assunzione, anche in deroga ai contratti collettivi, potrebbe essere stabilito (con la cosiddetta clausola compromissoria) che in caso di contrasto le parti si affideranno a un arbitro. Strada assai meno garantista per il lavoratore che in un momento di debolezza negoziale (quello dell´assunzione, appunto) finirebbe per essere costretto ad accettare. E il giudizio dell´arbitro sarà impugnabile esclusivamente per vizi procedurali.

«Questa volta - sostiene Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil - è peggio rispetto al 2002: allora l´attacco all´articolo 18 fu diretto ed era semplice spiegarlo ai lavoratori. Ora l´aggiramento va ben oltre l´articolo 18 impedendo addirittura di arrivare al giudice del lavoro». Di «approccio chirurgico», parla l´ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano (Pd). «Si fanno le "operazioni" - aggiunge - senza andare allo scontro frontale». Preoccupata anche la Cisl, dice il segretario Giorgio Santini: «Non abbiamo pregiudizi nei confronti dell´arbitrato, ma ora spetta alla contrattazione fissare i paletti di garanzia per l´esercizio dell´arbitrato». La legge infatti rinvia a un accordo tra le parti che però se non arriverà entro un anno lascerà spazio a un decreto del ministro del Lavoro. Ma per Giuliano Cazzola (Pdl), relatore del disegno di legge alla Camera: «bisogna smetterla di considerare i lavoratori come dei "minus habens", incapaci di scegliere responsabilmente e consapevolmente un percorso giudiziale o uno stragiudiziale (l´arbitrato, ndr), per dirimere le loro controversie di lavoro».

Cittadini lavoratori

di Enrico Pugliese

Le mobilitazioni di ieri in tutt'Italia con una forte presenza di immigrati e di italiani rappresentano un importante elemento di novità. Il loro carattere è stato diverso da un posto all'altro, ma dappertutto pacifico e colorato. In qualche città e in qualche fabbrica, dove esiste una presenza più radicata di immigrati consolidata anche a livello sindacale, ci sono stati scioperi, per iniziativa soprattutto della Fiom. L'elemento principale di novità è rappresentato proprio dalla presenza contemporanea e multiforme delle manifestazioni in tutto il paese.

Perciò la giornata di ieri rappresenta una buona ripresa di lavoro politico degli immigrati, con gli immigrati e per gli immigrati. Non si tratta naturalmente di un inizio. C'è gente - compagni e non - che da anni svolge lavoro politico e pratica sociale con loro. Ed è stata proprio la partecipazioni delle associazioni radicate tra i migranti a dare legittimità e vivacità alla giornata di mobilitazione e di protesta.

La nota certamente più bella va cercata nella vivace e allegra presenza dei «nuovi italiani»: giovani di diversa origine nazionale, di diversa fede, di diverso colore della pelle e con un diverso accento (perché parlano in chiaro dialetto romanesco, napoletano, veneto oppure milanese, e quasi mai «straniero»). Sono italiani a pieno titolo, cresciuti e spesso nati qui in Italia - come essi stessi tengono sempre a precisare - ma non hanno la cittadinanza italiana. Non è prevista.

L'Italia è ormai uno dei più importanti paesi di immigrazione d'Europa, ma al crescere della rilevanza numerica e del numero degli immigrati non solo è mancato un adeguamento della politica di immigrazione e di cittadinanza, ma è andata montando negli ultimi anni non un' ondata di razzismo popolare, come pure spesso di sente dire, bensì una crescente pratica razzista e discriminatoria istituzionale. Non si tratta solo delle improvvide dichiarazioni di questo o di quell'esponente della Lega, quanto della sempre più frequente messa in atto (o comunque del tentativo di mettere in atto) di norme discriminatorie che non hanno altra spiegazione se non un intento persecutorio. Si va affermando nel nostro paese una sorta di diritto speciale per gli immigrati che ha trovato nel cosiddetto «decreto sicurezza» la sua più evidente espressione. Ma anche a livello locale le iniziative di sindaci di destra o anche di centro sinistra contro gli immigrati (lavavetri, produttori e consumatori di kebab o semplicemente «stranieri») - sulla base di motivazioni speciose, che malamente nascondono l'intento razzista - sono espressione di questo pericoloso clima istituzionale.

È difficile dire se esista o meno a livello popolare una pari deriva in direzione razzista nel nostro paese, ma sono convinto di no, anche se il pulpito istituzionale è fortemente capace di influenzare l'opinione pubblica. Alla fine, come sempre, la gente è meglio dei governanti.

Quelli che sono scesi ieri in piazza - italiani e immigrati - sono certamente una minoranza. Ma forse esprimono un sentire comune molto più diffuso di quanto non si pensi solitamente e possono aiutare a far chiarezza e a mostrare che un diverso modo di porsi nei confronti dei migranti è possibile. D'altronde a livello di base, tra la gente, la solidarietà la si può sempre osservare quotidianamente nelle strade, nei posti di lavoro, nelle scuole. Il razzismo, nonostante il quadro istituzionale altamente diseducativo, è ancora minoritario.

Tutto bene, dunque, per le manifestazioni e gli scioperi di ieri in alcune fabbriche del nord? Certamente. Anche perché la proposta originale di sciopero generale degli immigrati - non solo impraticabile ma anche foriera di divisioni (perchè sciopero dei soli immigrati?) - è stata largamente superata dalle più opportune e praticabili iniziative e manifestazioni di piazza. Ora bisogna che - lavorando politicamente e sindacalmente, ma svolgendo anche lavoro sociale - ci si attrezzi perché in futuro davvero possa aver luogo un grande sciopero degli immigrati e per gli immigrati.

«Una giornata senza di noi» è lo slogan che aveva caratterizzato la grande mobilitazione degli immigrati in America qualche anno addietro. Ieri non si è tratto di questo, ma si è riusciti a far capire l'importanza della presenza dei migranti per l'economia e per la società italiana, e a riattivare una vertenzialità degli stessi immigrati, nella veste di protagonisti di un comune destino.

«INPS, VOGLIAMO I CONTRIBUTI»

Una giornata di protesta a macchia di leopardo, decine di iniziative, cortei affollati soprattutto di migranti. Il «popolo giallo» esiste e si mostra all'Italia, anche se quello di ieri non è stato un vero e proprio sciopero. Oltre al comitato promotore nato su Facebook e ai tanti comitati di immigrati, hanno aderito alla «giornata senza immigrati» Amnesty e l'Arci, Legambiente, le Acli ed Emergency. E poi tutti i partiti della sinistra, dal Pd all'Idv passando per Pdci e Rifondazione. Di Roma, Milano e Napoli parliamo in questa pagina. Ma sono state molto partecipate anche le altre manifestazioni: diecimila in piazza a Brescia per iniziativa della Fiom-Cgil e a Genova per iniziativa delle comunità di immigrati del centro storico. Alla sede Inps di Roma una cinquantina di immigrati hanno protestato per il riconoscimento dei contributi previdenziali di cui non godono se lasciano il paese. Un migliaio i manifestanti a Bari. A Mestre un giovane è stato denunciato per aver lanciato vernice contro una sede leghista. Commenti positivi dalla Coldiretti («Sono indispensabili») e perfino dai «finiani» del Pdl Adolfo Urso e Fabio Granata. Critiche invece dalla Cisl («una strumentalizzazione») e naturalmente dalla Lega, che ha organizzato per oggi una contromanifestazione a Sesto San Giovanni.

Milano

Gli antirazzisti passano col giallo

di Luce Manara

Visto che roba? Troppo facile complimentarsi per una piazza così, adesso. Tanto bella e plurale come piace a molti (spesso solo a parole), che quasi sembra finta. Uno spot con i palloncini colorati di giallo, come tutto il resto, del resto. Sorrisi, armonia. Un albanese che di solito ne farebbe scappare mezza (di piazza), grida con il suo cartello in mano, dice a mister B. di tenere giù le mani dalle ragazze dell'est, e sfila di fianco a un professore di mezza età che con le mani allacciate alla schiena, tanto per spiegare quando è profondo e documentato il suo antirazzismo, argomenta sul fatto che il bergamotto, i limoni e gli agrumi... li hanno portati gli arabi, sai? Compresi quelli dalle facce un po' così. Uno staliniano convinto con l'acne giovanile può intendersela con un libertario scanzonato, e una femminista storica può trovarsi a suo agio con un vero maschio maghrebino. Sì, sembriamo tutti sinceramente antirazzisti in piazza Duomo. E forse è vero.

Allora viene da chiedersi che fine facciano, perché non si diano di gomito più spesso, riconoscendosi, ridandosi appuntamento alla prossima, tutte le persone che ieri sera, insieme, sono state almeno un po' felici, se non altro di respirare aria pulita - e c'era anche mezzo cielo cobalto che sembrava primavera.

Del resto, trattandosi di una manifestazione e non di uno sciopero - i migranti hanno già maturato il diritto al lavoro (sulla carta) ma quello di scioperare... per carità! - chi se la sentiva di non aderire a una festa dichiaratamente antirazzista? Morale: c'erano proprio tutti, in rappresentanza di..., comprese le bandiere della Uil, tanto per dire.. E' la (insolita) piazza milanese che di tanto in tanto si palesa miracolosamente per smentire il luogo comune di una città sempre più incattivita, «ancora tu... ma non dovevamo vederci più?». Trentamila persone. Con un ingrediente speciale, il sale, gli stranieri: perché questa volta in mezzo alla rimpatriata dei soliti noti e sfiduciati c'erano loro, e quindi la parola «lotta» e «futuro» sembravano concetti un po' meno usurati dalle nostre, come si dice, «beghe interne». E questa, oltre alle lezioni di arabo impartite in piazza Duomo, è la vera lezione per noi autoctoni che al Primo Marzo senza di loro non abbiamo mai creduto veramente.

Tutto bene così, manifestazione bella e colorata...e fiaccole di pace? Per non perdere di vista il problema, per non tornare a casa pacificati e con l'illusione tanto cara alla sinistra senza bussola che, evviva, ce n'est qu'un début, è bene tenere a mente le parole della sorella di Abba (italiano nero ucciso a Milano perché nero): «Sono molto molto molto incazzata». Ecco, Rosarno è cronaca ammuffita solo per quelli del mestiere, gli stranieri se ne ricordano diversamente, e la rivolta di via Padova è ancora calda, tanto che si attendono retate da un giorno all'altro, e il sindaco Moratti (su suggerimento del Pd, che era in piazza), ha disposto controlli polizieschi sui contratti di affitto agli stranieri di via Padova - nella stessa via una volta si controllavano i «terroni», con le galline nella vasca (dicerie anni Cinquanta, e non abbiamo fatto molti passi avanti).

Il rumore di fondo determinato e composto della piazza (che vuol dire a tratti anche giocoso) diventa messaggio che si strozza dalla rabbia: «Basta razzismo», semplice, ma da brividi se il timbro è tutto straniero, e sono le donne a gridare di più. Così, come una litania, senza molte altre parole per raccontarsi - tutti lavorano, tutti si sono sentiti vittime di un sopruso, tutti raccontano di un bambino a scuola, insomma la vita... - migliaia di persone si sono incamminate fino in piazza Castello. Par condicio e buon gusto impongono di non fare l'elenco dei partiti presenti, però c'era Dario Fo - che, ahinoi, autografava copie de Il Fatto - e l'Arci, Emergency, con le mani di Gino Strada da stringere, Amnesty International e decine di associazioni antirazziste, i sindacati di base (Sdl aveva già «occupato» piazza Scala al mattino) e anche lo spezzone della Cgil, e il mondo della scuola. Il centro sociale Il Cantiere, che per l'occasione ha lanciato la sua nuova free press patinata ShockPress: in quattro lingue, intuizione che guarda molto avanti, altro che crisi dell'editoria.

Bisognerebbe filmarla tutta una manifestazione così, per scoprire quali energie sotterranee stanno scuotendo Milano. Tempo ce ne sarà. Adesso sei contenta? «Sì, non me l'aspettavo così! Il problema è cosa fare adesso - dice Stefania Ragusa, una delle quattro donne che ha lanciato l'idea dello sciopero migrante - e non sarebbe nemmeno così difficile. Per quanto riguarda noi, bisogna strutturare il movimento. Stiamo pensando a un incontro nazionale, ma bisogna stare molto attenti a mantenerne la purezza».

Un interrogativo così, prima ancora che partisse il corteo, l'aveva sospirato un marocchino che di belle piazze a Milano ne ha già viste tante. «Bella... ma a che serve?». Prendiamoci qualche giorno di tempo, prima di rispondergli.

Siracusa

«Free don Carlo», gli immigrati di Siracusa con il loro parroco

di Cinzia Gubbini

Il corteo inizia con la nebbia, finisce con il sole nell'antico mercato dove si va avanti fino a sera. E la soddisfazione degli organizzatori: «E' un risultato storico», dice Massimiliano Perna. Trecento persone che sfilano con i nastri gialli appesi al collo o tra i capelli, i palloncini dello stesso colore, simbolo del primo «sciopero degli immigrati», sono una novità per Siracusa. Lo si capisce dai crocchi di persone che si formano ai lati della strada: «Ma che succede?». Giovane Massimiliano, come giovani sono i ragazzi che hanno voluto questo primo marzo a tutti i costi, appoggiati dall'Unione degli studenti, dalla rete antirazzista catanese, Libera, Rifondazione, Amnesty International, Arci. Anche qui, a Siracusa, non esattamente il centro della politica siciliana. Anche qui, dove il presidente del comitato primo marzo è agli arresti domiciliari dal 9 febbraio.

Si tratta di don Carlo D'Antoni. Di lui le cronache nazionali si sono occupate velocemente. A Siracusa è stato un terremoto. E lo stesso nei circuiti delle associazioni che si occupano di immigrati. Lo conoscono tutti, don Carlo. La parrocchia di Bosco Minniti è l'esempio di un'accoglienza possibile: si mangia davanti l'altare maggiore, si dorme tra i banchi della chiesa. «Lui ragiona così: il Vangelo si segue alla lettera. E infatti è finito in croce come Cristo», dice una delle sue parrocchiane che tiene lo striscione «Siamo tutti colpevoli di solidarietà». Le accuse contro don Carlo sono pesanti: associazione a delinquere e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'inchiesta sembra non essere peregrina. A parte il prete di Bosco Minniti sono state arrestate altre nove persone, alcune delle quali accusate di riduzione in schiavitù e sfruttamento della prostituzione. Ma a don Carlo viene contestato quello che lui ha sempre fatto alla luce del sole: cioè firmare centinaia di dichiarazioni di ospitalità, un documento necessario per gli immigrati per poter sbrigare le pratiche legate al permesso di soggiorno. Attività che certo non gli ha attirato molte simpatie: da tempo don Carlo è ai ferri corti con la questura di Siracusa. Gli inquirenti ora ritengono che abbia firmato carte anche per chi non ha mai dormito a Bosco Minniti (accusa che viene respinta totalmente) e che «non poteva non sapere» che alcune di queste ragazze venivano poi sfruttate dal racket della prostituzione e che alcuni collaboratori - secondo l'accusa - prendevano dei soldi. Ma anche in questo caso, è la stessa ordinanza a chiarire che don Carlo non ha mai guadagnato nulla.

Adesso, davanti alla sua stanza sopra la parrocchia, dove è rinchiuso agli arresti domiciliari, c'è uno striscione: «Non mollare». E ieri il corteo gli ha tributato più di un applauso. «Free don Carlo» l'appello dei ragazzi africani che ieri erano alla manifestazione. Sono tutti quelli che ancora oggi dormono a Bosco Minniti, una cinquantina. L'attività di assistenza della parrocchia continua ad andare avanti solo grazie all'impegno di alcuni volontari, come Massimilano Perna. Molti degli ospiti sono i ragazzi scappati dalla «caccia al nero» di Rosarno. Aboubakar, del Gambia, è uno di loro: «Da quando due anni fa sono arrivato in Italia, solo don Carlo mi ha aiutato». Aboubakar è un rifugiato, non ha mai avuto un contratto regolare, non ha mai seguito un corso professionale, né di lingua italiana. Tutte cose che gli sarebbero dovute secondo la legge italiana. Anche lui tra qualche settimana andrà a dormire nelle campagne intorno a Cassibile, negli anni è diventato la «piazza del caporalato» della provincia.

Ed è proprio a Cassibile, alle 6 di mattina, che è iniziato il 1 marzo di Siracusa. E' stata la rete antirazzista di Catania a insistere perché si partisse da qui: «C'è davvero il rischio che sia la prossima Rosarno». Nel pezzo di strada lungo cui si snoda il paese, che viene chiamato piazza anche se della piazza non ha una forma, già ora si incontrano tutte le mattine un centinaio di ragazzi africani che aspettano di essere caricati sulle macchine dei caporali marocchini (la comunità di più lungo insediamento) per andare a raccogliere le lattughe. Diventeranno molti di più quando ad aprile comincerà la raccolta delle patate. C'è il rischio che finiscano a dormire per strada, come sta accadendo adesso per tutti quelli che aspettano la giornata di lavoro. Il Viminale ha annunciato che proprio a Cassibile verrà approntata una tenda per accogliere i braccianti. Ma tra gli attivisti c'è la preoccupazione che sarà aperta soltanto ai regolari. Per quanto tra i braccianti africani i regolari sono molti. Solo messi a lavorare senza contratto: «No, qui il documento lo devi proprio nascondere, sennò non ti prende nessuno», dice Ousman, rifugiato sudanese. Quindi niente contributi e oltretutto paga ridotta (da queste parti si guadagnano circa 40 euro al giorno) a causa della piaga del caporalato. Meccanismi che sembrano ineluttabili, ma non per la rete catanese. Tra l'altro stanno lanciando la campagna della «patata solidale»: coinvolgere i gruppi di acquisto in tutta Italia per comprare solo le patate dei produttori che mettono i braccianti in regola. E' un tentativo, ma almeno affronta il problema alla radice.

Nessuno dei ragazzi della piazza del caporalato, però, è venuto a Siracusa. Hanno tutti preferito, come è ovvio, andare a lavorare. Lavora però anche Hamet, tunisino-italiano, titolare di un negozio di kebab sul corso di Siracusa. Non sapeva niente dello sciopero «e comunque io voto Berlusconi». Non sapeva niente neanche John, nigeriano: «Sennò sarei venuto». Limiti dell'organizzazione, che non è stata semplice. «Ma oggi è solo l'inizio, dobbiamo creare altri momenti come questo», dice alla fine della manifestazione Massimiliano Perna. Ma maggiore partecipazione avrebbe potuto esserci anche tra i ragazzi italiani: «E' che qui non c'è l'abitudine a partecipare. Lo sai che a Siracusa non c'è uno spazio per vederci? - denuncia Giuliana, 15 anni - torni a casa e c'è solo Facebook. Vogliono disabituarci alla vita».

Napoli

10 mila in corteo Una giornata contro il razzismo

di Francesca Pilla

L'adesivo bianco con lo stop segnato da una mano gialla ce l'hanno quasi tutti: «Non toccate il mio amico». Il corso Umberto di Napoli è un rettilineo stracolmo, oggi è il loro giorno, quello dei migranti che hanno portato cartelli, striscioni, e pieni di orgoglio dicono che «nessun uomo è illegale». Una donna sfigurata dall'acido, un senegalese in maniche corte con i colori della Giamaica, una capoverdiana con la figlia, quelli del servizio d'ordine, dal Ghana e dal Burkina Faso, che non sono andati a lavorare nei campi, o i nordafricani di San Nicola Varco, e ancora i mediatori culturali, le colf dell'est Europa, qualche asiatico, per gli organizzatori al corteo sono oltre 10mila. Ognuno ha indossato una fascetta, un foulard, un nastro giallo, il colore scelto per queste 24 ore senza di loro e deciso a livello europeo insieme a Francia, Spagna e Grecia. Contabilizzare in quanti oggi abbiano incrociato le braccia è praticamente impossibile, visto che la maggioranza dei lavoratori stranieri sono al nero, soprattutto al Sud e in Campania. Ma è un fatto che la manifestazione sia riuscita, anche a Napoli come nel resto del paese, che i lavoratori prevalentemente dell'edilizia, del terziario, gli ambulanti siano scesi in piazza di lunedì ed è già un successo da cui partire. «I lavoratori extracomunitari - spiega Jamal Qaddorah, della Cgil-immigrati - hanno risposto in maniera massiccia all'appello lanciato dalle associazioni e dal sindacato».

Al fianco dei migranti ci sono poi tantissimi italiani, gli studenti, i centri sociali, le associazioni, i rappresentati dei partiti di sinistra, tra loro anche il candidato governatore del Prc Paolo Ferrero. Ma passano in secondo pianoquando un gruppo di disoccupati si avvicina all'assessore alle politiche sociali Giulio Riccio e volano insulti e qualche spinta. Il sindaco Iervolino condannerà duramente l'episodio, così come il coordinamento regionale di Sel. L'assessore continua il corteo fino a piazza Plebiscito, con la faccia scura, ma intenzionato a non fare un passo indietro.

Non riesce a oscurare il senso della manifestazione nemmeno la denuncia della Cgil per alcuni manifesti affissi in centro che portano il logo (falsificato) del sindacato, ma inneggiano alla lotta armata pur ispirandosi alla battaglia dei migranti. La giornata è dedicata ai lavoratori stranieri fondamentali all'economia del nostro paese, ma sfruttati e troppo spesso senza diritti e per questo hanno deciso di scioperare. «E' stato difficile in tutta Italia, ma in particolare qui in Campania - dice Pape Scheck - noi stranieri non veniamo rispettati. Contribuiamo all'economia italiana, ma riceviamo salari più bassi lavorando più ore».

Uno studente con la valigia di cartone si appella «alla smarrita coscienza italiana», altri portano in braccio un fantoccio del monistro degli Interni Maroni, mentre un gruppo si impegna a tappezzare il percorso di manifestini con su scritto: «Ha votato la legge Bossi-Fini (o in alternativa Turco-Napolitano), non votare partito razzista». Dal megafono del sound system si susseguono gli interventi che ricordano la fuga degli africani di Rosarno, la strage di Castelvolturno e la caccia all'uomo nelle campagne salernitane. Arrivati all'altezza della facoltà di giurisprudenza si uniscono al serpentone i giuristi democratici, ma anche i docenti precari che hanno sottoscritto un appello su web, mentre alcuni giovani accendono petardi e lanciano vernice rossa sul simbolo della Lega Nord.

Si arriva in piazza Plebiscito. Una delegazione viene ricevuta dal prefetto Alessandro Pansa, per discutere di un documento presentato due settimane fa. Si continua con un intero pomeriggio di concerti e rappresentazioni artistiche e teatrali.

"Mi sembra - si legge ancora sul cartello - di essere in una clinica. Non vedo l'ora di uscire, di riavere la mia vita". "Noi dentro, le macerie fuori", è lo slogan di Lidia Carlomagno. "Per la prima volta - dice - riusciamo a fare vedere che i cittadini dell'Aquila esistono e alzano la voce. Ci hanno sparpagliato nelle new town e negli hotel al mare. Per undici mesi non abbiamo contato nulla. Gli altri decidevano e noi dovevamo pure ringraziare. Da oggi tutto cambia". Sono davvero tanti, questi nuovi scariolanti, arrivati non per scavare bonifiche ma per portare via le macerie dalle loro case. Carriole che diventano i simboli di protesta, quasi di rivolta contro chi per quasi un anno non ha capito che i terremotati erano prima di tutto cittadini.

Terza domenica in centro, e stavolta i corsi Federico II e Vittorio Emanuele sono pieni come quando l'Aquila non era spezzata e dopo mezzogiorno finiva la Messa grande in Duomo. Nell'unico bar del centro, i Fratelli Nurzia, non si riesce ad entrare. Ci sono i Comitati ma ci sono anche gli aquilani arrivati dalle new town e dagli hotel del mare. "Abbiamo preso una sola macchina - racconta Gianfranco Scaramella, sfollato ad Alba Adriatica - per dividere le spese. Per la prima volta, oggi, ho visto la gente sorridere". Si può sorridere davvero perché non si vedono solo macerie. C'è una doppia catena umana che parte dalla piazza del Duomo e arriva fino a quella del Comune. Da qui partono i secchi pieni e arrivano quelli vuoti, portati da migliaia di mani. In mezzo, come in passerella, le carriole con i rifiuti già separati: legni e tegole, pianelle e carta, lavatrici.

È una catena umana che ricorda il dolore delle prime ore, quando le pietre passavano di mano in mano per liberare i feriti. Tre bambini, Valerio, Gloria e Sofia, hanno portato le carrioline e i secchielli da spiaggia e con le facce serie serie trasportano via due pietre e un sasso. "È la prima volta - dice la loro mamma, Francesca Orzieri - che tornano qui dove sono nati. Noi adesso abitiamo nelle Case di Sant'Antonio, sessanta metri quadrati. Abbiamo un tetto. Punto. Non c'è un bar, un chiosco, un'edicola. Per qualsiasi cosa devi salire sull'auto. Cosa vuol dire non avere il centro? Si immagini Venezia che non è più Venezia ma solo Mestre. E noi che abbiamo le Case per tanti saremmo anche i fortunati. Ma se sei qui vuol dire che la tua casa è distrutta".

"Fuori gli sciacalli / dalla città". "In piazza devo andare / la mia città / devo liberare", gridano i ragazzi del comitato 3.32. Quelli di "Un centro storico da salvare" raccolgono firme (2800 in tre ore) per chiedere una "tassa di scopo" e trovare i soldi necessari per ricostruire l'Aquila. "Non hanno fatto nulla per mesi - dice Eugenio Carlomagno - e adesso si meravigliano della nostra protesta. Abbiamo rifatto i conti: con interventi nei tempi giusti, oggi un 30-40% degli abitanti del centro potrebbe essere tornato a casa. Adesso le imprese si accapigliano per fare i lavori futuri: ci sono ditte piccole che si sono fatte assegnare 36 puntellamenti, tecnici che per le case B e C si sono assicurati 200 progetti. Come faranno a prepararli?".

C'erano solo gli applausi, un tempo, per il presidente del Consiglio e i suoi uomini presenti ad ogni inaugurazione. Ora l'aria sembra cambiata. "Anche chi ha trovato un tetto antisismico - dice Antonietta Centofanti, portavoce del comitato Vittime casa dello studente - non sopporta più che il centro dove c'è la sua casa continui ad essere blindato. E poi ci sono state le telefonate e le risate dei palazzinari. C'è stato uno scatto di orgoglio. Sul sito del Pdl hanno scritto che noi aquilani siamo ingrati e piagnoni perché dopo tutto quello che è stato fatto ci permettiamo di protestare. Noi ringraziamo i volontari e diciamo che - per le cose che ha costruito - lo Stato ha fatto solo il proprio dovere. I nuovi appartamenti non sono "le casette di Berlusconi": sono stati costruiti dallo Stato con i soldi di chi paga le tasse".

Va avanti per ore, la catena umana. In testa tanti hanno un cappello fatto con un giornale, come i muratori, e la scritta: "L'Aquila rinasce dalle sue macerie". "Finora la protesta non era esplosa - racconta Lina Calandra, ricercatrice alla facoltà di Lettere - perché eravamo piegati dai lutti e dalla perdita di lavoro. E poi siamo stati divisi: chi nelle new town, chi mandato al mare, chi alla ricerca di un lavoro in altre province... Ora i nodi vengono al pettine perché anche i più "fortunati", quelli mandati nei nuovi villaggi antisismici, non vedono un bambino giocare fuori con altri bambini, non un anziano parlare con altri anziani".

Ci sono abbracci fra chi non si rivedeva da mesi, c'è la gioia di vedere i bambini correre attorno alla fontana nel pezzo libero di piazza Duomo. "Ci siamo arrabbiati - dice Paolo S. - perché da mesi sentiamo parlare di ricostruzione e invece qui non si è ricostruito nulla. Il centro sta collassando. Sono arrivati tardi alla manifestazione perché via XX Settembre è stata chiusa per pericolo di frana". "Io qui in centro avevo un bar - racconta Monica A. - e voglio riaprirlo proprio lì dov'era. Non voglio un container in periferia. Se ce ne andiamo noi, il nostro centro sarà occupato dagli speculatori". In piazza Duomo due drappi neri annunciano per il Venerdì Santo la "Solenne processione del Cristo morto". In corso Federico ci sono i cartelloni del film: "Gli amici del bar Margherita". Ma il Venerdì Santo è quello di un anno fa, il film era programmato il 6 aprile 2009. A L'Aquila si vive come in una macchina del tempo. Per fortuna ci sono Valerio, Gloria e Sofia che ridono contenti perché hanno rifatto il giro e hanno portato fuori altre due pietre e un sasso.

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