Caro Bersani, per quel poco che ho imparato, affacciandomi appena, sul baratro della politica-politica, dovrei dire che è andata bene. Scusa ma non ci riesco. Sono, nonostante l’età, una principiante. Quindi mi applico una grande «P» sulla schiena e provo a dire la verità: abbiamo perso. Abbiamo perso perché non abbiamo vinto. E di questo avevano bisogno gli italiani: che vincesse il centrosinistra. Non era difficile: il Pdl marciava scomposto, eroso dai conflitti interni, a credibilità ridotta per i pasticci e gli scandali (ci sarà pure un tot di gente onesta che si scandalizza e si disamora dei ladri e dei puttanieri!). Il Lazio aveva una candidata forte, una che, nonostante 40 anni di politica-politica, non era né sputtanata né inerte. La Puglia pure aveva un candidato forte. Nicky e Emma: due forze della natura e della cultura. Una autocandidata e poi accettata. L’altro imposto.
Era un buon cavallo anche la Bresso: l’atteggiamento sprezzante verso Beppe Grillo, l’ha pagato lei. Povera Mercedes. Dove Grillo è stato considerato un alleato e non un rompicoglioni folcloristico si è vinto. Dove Grillo è stato escluso si è perso. Perché, caro Bersani, la presunzione rende stupidi. Grillo è il punto di riferimento di un’ ampia area di dissenso verso il Governo e sfiducia verso la partitocrazia (tutta, pd incluso). Non sono degli idioti qualunquisti. Hanno delle ottime condivisibli ragioni per prendere la via del «vaffa’...». Occorre ascoltarli. Come occorre ascoltare tutti quegli operai del nord che hanno votato Lega. Lo dico a te, Bersani, perché sei cresciuto in un partito che sapeva bene chi rappresentava e perché. Piantatela di corteggiare il centro. Non è lì la maggioranza degli italiani. La maggioranza degli italiani è sull’orlo di una crisi di nervi. Di identità. Di appartenenza. Dovete andare a prenderli uno per uno. Prima che sia troppo tardi.
Dobbiamo dare atto al presidente Napolitano del rigore con cui, rinviando alle Camere per una nuova deliberazione la recente legge sul lavoro, ha esercitato le sue funzioni di garanzia. Questa legge, dice il messaggio che accompagna il rinvio, oltre ad occuparsi, in un labirinto intricato di 50 articoli e 140 commi, di un'enorme quantità di materie eterogenee, presenta vistosi profili di incostituzionalità. In particolare, il comma 9 dell'articolo 31 travolge, ben al di là dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sul diritto alla reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato, le garanzie giurisdizionali di tutti i diritti dei lavoratori. Prevede infatti la possibilità che nei contratti di lavoro possa essere pattuita la cosiddetta «clausola compromissoria», cioè l'impegno, in via generale ed astratta, di rinunciare all'esercizio del diritto di «agire in giudizio per la tutela dei propri diritti» previsto dall'articolo 24 della Costituzione, e di rimettere tutte le future controversie, e non solo quelle relative all'articolo 18, alla decisione secondo equità, cioè in deroga alla legge, di un arbitro privato.
È questa possibilità in astratto che è stata giustamente censurata dal messaggio di Napolitano. Non si tratta, dice il messaggio, della previsione del ricorso all'arbitrato sulla base, volta a volta, di una scelta operata al momento dell'insorgenza della lite: in tal caso non ci sarebbe nessuna rinuncia preventiva alla tutela giurisdizionale, ma solo la concorde decisione delle parti litiganti, assunta liberamente e con cognizione di causa, di rimettere all'arbitro la soluzione di quella specifica lite.
La clausola compromissoria equivale invece all'impegno preventivo di affidare all'arbitrato tutte le future controversie, e perciò alla privazione, di fatto a un'alienazione costituzionalmente inammissibile, di un diritto fondamentale quale è appunto il diritto di agire in giudizio. Comporta, in altre parole, una rinuncia aprioristica che, dice il messaggio, compromette, in contrasto con quanto affermato più volte dalla Corte costituzionale, la «effettiva volontarietà dell'arbitrato» e rischia sempre di occultare il cedimento del «contraente più debole», il lavoratore, all'imposizione di quello più forte.
È quindi chiaro che la legge che consente una simile privatizzazione della giustizia del lavoro viola clamorosamente l'articolo 24 della Costituzione. Il diritto di azione è infatti un diritto fondamentale - un meta-diritto alla tutela giudiziaria dei propri diritti -, in quanto tale inalienabile e indisponibile per via contrattuale. E non può certo la legge avallare il ricatto della sua preventiva rinuncia al quale i lavoratori finirebbero per essere sottoposti al momento dell'assunzione. CONTINUA|PAGINA2 Aggiungo che questa vanificazione delle garanzie giurisdizionali è aggravata da due ulteriori esautoramenti del ruolo del giudice, previsti dai commi 1 e 2 dall'articolo 30 della legge. Il primo, anch'esso in contrasto con l'articolo 24, è la limitazione del «controllo giudiziale» sulle clausole generali contenenti «norme in tema di instaurazione di un rapporto di lavoro, esercizio dei poteri datoriali, trasferimento di azienda e recesso» al solo «accertamento del presupposto di legittimità», con esclusione del «sindacato di merito» sulle «valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro».
Il secondo, ancor più grottesco, è la soggezione dei giudici, che l'articolo 101 della Costituzione vuole «soggetti soltanto alla legge», alle «certificazioni» extra-giudiziali, rimesse a speciali «commissioni di certificazione», delle valutazioni delle parti in materia di «qualificazione del contratto di lavoro» e di «intepretazione delle relative clausole».
Oggi questo rinvio della legge alle Camere riapre il dibattito parlamentare. Ma ben al di là del confronto in Parlamento, sull'esito del quale è difficile farsi illusioni, c'è da sperare che esso fornisca l'occasione, finalmente, per una mobilitazione di massa - politica, sociale e sindacale - contro questa ennesima vergogna: una mobilitazione che fino ad oggi è incredibilmente mancata per la disattenzione, l'inerzia e il disimpegno generale.
Interventi liberi nelle case. con il rischio di danni e contenziosi. il governo vuole il boom edilizio a tutti i costi. ma ora persino architetti e costruttori lo bocciano
Nella migliore delle ipotesi è una presa in giro, nella peggiore è una catastrofe: l'ennesima deregulation edilizia varata d'urgenza dal governo tre giorni prima delle elezioni regionali è stata sommersa da un diluvio di critiche. Alle contestazioni degli ambientalisti (tutti), dei migliori urbanisti e dei più attenti politici dell'opposizione (pochi), si sono aggiunte le denunce, inattese e pesantissime, dei professionisti del mattone: per costruttori e immobiliaristi l'annunciata liberalizzazione rischia di rivelarsi "inutile come il piano casa", mentre per architetti e tecnici è comunque "un pericolo per la sicurezza". Sotto accusa c'è l'emendamento sull''attività edilizia libera', che da venerdì 26 marzo consente di modificare le case degli italiani senza alcun permesso o verifica pubblica e senza neppure un progetto firmato dall'ultimo dei geometri.
In un Paese dove più di metà dei cittadini vive in zone a rischio di frane, alluvioni, terremoti o eruzioni, l'esigenza di regole e controlli è sentita da tutti, subito dopo i disastri. Poi, seppelliti i morti, si ricomincia a costruire. Senza regole. Anzi, a unificare gli ultimi trent'anni di legislazione edilizia è un'ideologia turbo-liberista che ha come bandiera proprio l'assenza di controlli, descritti come ostacoli allo sviluppo.
L'emendamento-scandalo, inserito a sorpresa nel decreto-incentivi e firmato personalmente dal premier Berlusconi con i ministri Tremonti, Scajola e Calderoli, è entrato in vigore il giorno stesso della pubblicazione. Sotto lo slogan della 'semplificazione', prevede, in generale, che "gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria possono essere eseguiti senza alcun titolo abilitativo". Per i lavori interni alle abitazioni, ad esempio per abbattere una parete, il precedente testo unico del 2001 si accontentava della 'Dichiarazione di inizio attività' (Dia): si presentava un progetto, firmato da un tecnico responsabile e s'informava il Comune, che aveva pochi giorni per controllare e bloccare i fuorilegge. Di fatto, il caos delle competenze e il sovrapporsi di norme continuava a rendere ogni minimo intervento un'odissea senza confronti con alcun paese civile, almeno per gli italiani rispettosi delle regole. Di qui tante oneste richieste di uscire dalle trappole delle burocrazie edilizie, spesso corrotte. È da questo malessere reale che nasce la semplificazione targata 'casa Silvio'.
D'ora in poi 'l'interessato' a rifare un'abitazione, secondo l'equivoca formulazione dell'emendamento, non ha più bisogno di niente: né di un progetto né di un tecnico che si assuma la responsabilità. Per gli interventi 'straordinari', basta mandare una 'comunicazione' al Comune, anche per e-mail, limitandosi a indicare l'impresa che si 'intende' utilizzare. E per le 'opere di manutenzione ordinaria' non serve neanche quella: si chiamano i muratori e basta, senza dire più niente a nessuno.
"È una leggina irresponsabile nel vero senso della parola", denuncia Edoardo Zanchini di Legambiente: "Senza un progetto, non c'è più un responsabile tecnico. L'impresa edile è comunque svincolata, perché esegue gli ordini del proprietario. Il quale in teoria resta l'unico responsabile, ma normalmente non ha le competenze necessarie a stabilire, per esempio, se sta facendo abbattere una parete portante anziché un tramezzo. Mentre il Comune, senza la Dia, non sa più cosa succede e perde il potere d'intervento. L'abolizione di ogni regola crea gravissimi problemi di sicurezza soprattutto per chi vive in condomini a più piani: d'ora in poi ogni inquilino dovrà fidarsi non solo dell'onestà, ma anche delle capacità tecniche del vicino. L'unica certezza è un aumento delle liti, dei lavori in contrasto con le norme europee sul risparmio energetico e, in prospettiva, dei crolli e dei disastri impuniti".
"Totale contrarietà a ogni insensata deregolamentazione edilizia": anche il Consiglio nazionale degli architetti boccia con parole severe "una demagogica semplificazione amministrativa" che nasconde "un condono mascherato dell'abusivismo" e "induce gravissime conseguenze per la sicurezza del patrimonio edilizio". Sempre secondo gli architetti, "l'assenza di ogni controllo di professionisti abilitati determinerà la proliferazione di interventi di scarsa qualità tecnica, senza alcuna garanzia per l'utente e la collettività, in totale dispregio delle tutele per i lavoratori".
Zanchini misura così il salto berlusconiano dalla semplificazione al Far West: "Regioni come la Toscana autorizzano già ora perfino nuove costruzioni con la semplice Dia, ma in un quadro di regole precisissime e rigorose responsabilità tecniche. Con il decreto del governo, invece, la sicurezza è salva solo a parole. Nei fatti si chiama il proprietario ad autocertificare che non c'è pericolo. E lo si lascia libero di affidare i lavori anche alla ditta individuale ai margini della legalità, che magari subappalta in nero, o al muratore straniero con la partita Iva. E quando crollerà il palazzo, nessuna autorità saprà più dire chi debba risponderne". Insomma, più macerie per tutti: il precedente piano di 'semplificazione', del resto, sospendeva perfino le norme anti-sismiche e fu ritirato solo dopo il terremoto in Abruzzo.
Dall'altra parte della barricata, costruttori e immobiliaristi sono insoddisfatti per motivi opposti. L'obiettivo proclamato dal governo è lo stesso del piano casa: battere la crisi stimolando un nuovo boom edilizio. Ma i primi a non crederci sono i potenziali beneficiari. Non potendo abolire le Regioni o i terremoti, infatti, il decreto legge ha dovuto riconfermare che restano valide, almeno sulla carta, "le disposizioni regionali e comunali più restrittive" e tutte le "norme antisismiche, antincendio e di sicurezza". Se questo fosse vero (ma l'emendamento non è chiaro, per cui si annunciano interpretazioni elastiche, forzature e cause a valanga), l'obbligo di presentare un progetto tecnico controllabile dal Comune dovrebbe sparire solo in Sardegna e Friuli, dove le giunte di centrodestra avevano già abolito la Dia. Nelle altre 18 regioni, secondo 'Il Sole 24 Ore', l'applicazione è incerta o da escludere. Per cui, se davvero restano salve le regole più severe, la liberalizzazione si applica sicuramente solo dove è superflua e quindi inutile.
"Il decreto legge sulla deregolation in casa è destinato a finire nel nulla: la semplificazione è una storia già scritta, quella del piano casa", è l'eloquente commento di Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia, che già teme un bis del grande programma berlusconiano annunciato il 6 marzo 2009. Il piano casa prometteva di rilanciare l'Italia con due colate di cemento: subito, aumenti di cubatura per i privati già proprietari; in futuro, migliaia di nuovi alloggi popolari da costruire con soldi pubblici. Al primo appello hanno risposto in pochi, come ricorda Italia Nostra, "grazie ai limiti imposti da Regioni e Comuni che hanno rifiutato di svendere i centri storici per fare cassa". Il piano casa è stato un flop perfino in Veneto, che con il governatore Giancarlo Galan aveva strappato a Liguria e Lombardia il record della cementificazione, con punte di oltre 50 milioni di metri cubi l'anno.
Per l'edilizia pubblica, il governo ha stanziato 377 milioni, che però attendono ancora i gestori dei fondi. Mentre la Corte Costituzionale, lo stesso 26 marzo, ha demolito quattro pilastri del piano belusconiano. Punto primo: cancellando un furbissimo 'anche', i giudici delle leggi hanno ristabilito che i soldi dello Stato si potranno spendere solo per dare alloggi ai poveri e ai bisognosi, e non 'anche' per progetti diversi. Secondo: le case popolari le faranno le Regioni. Terzo: basta "procedure d'emergenza" sul modello Bertolaso o appalti senza gara come per le "infrastrutture strategiche". Quarto: è incostituzionale per la seconda volta (il governo ci aveva già provato nel 2005) imporre la svendita di alloggi Iacp calando dall'alto "convenzioni con società private" o strane "semplificazioni".
Delusi dalle promesse, anche i piccoli e medi costruttori riuniti nell'Ance cominciano a sentirsi stretti fra due fuochi. In alto c'è una specie di cupola di big che bruciano miliardi con le grandi opere berlusconiane. E ora, con la deregulation, a scottare è anche la concorrenza dal basso delle micro-ditte pronte a tutto per spartirsi i lavori casalinghi. Mentre la Direzione nazionale antimafia, nell'ultimo dossier, denuncia che "l'edilizia resta in assoluto il settore più inquinato da imprese criminali".
In Italia, secondo l'Agenzia del territorio, nel 2009 le vendite di immobili sono crollate dell'11,3 per cento. Mentre la Cgil-Fillea registra centomila disoccupati in più e "almeno 300 mila lavoratori in nero". Con 27 morti nei cantieri solo tra primo gennaio e 19 marzo 2010: uno ogni tre giorni.
Gli economisti ricordano che la più grave recessione mondiale dal 1929 è stata causata da "un eccesso di credito all'edilizia", che troppe banche hanno pensato di coprire con un'overdose di finanza creativa. Ma allora perché il governo ripropone di curare la crisi con iniezioni 'omeopatiche' di cemento? Vezio De Lucia, uno dei maestri dell'urbanistica italiana, risponde così: "È una posizione ideologica, non economica. C'è un pensiero unico neoliberista che in Italia è dominante da trent'anni. Anche a sinistra pochi ricordano che l'autunno caldo del 1969 era nato dalle grandi manifestazioni per la casa degli operai emigrati al Nord. Tra gli anni '60 e '70 ministri come Sullo, Bucalossi e Mancini ebbero il coraggio di limitare l'oscenità della speculazioni immobiliari con leggi che favorirono l'edilizia pubblica, sancirono la separazione tra proprietà fondiaria e licenza di costruire, vincolarono i parchi ancor prima dei piani regolatori. La controriforma urbanistica è iniziata negli anni '80, con i primi accordi in deroga previsti della legge Signorile e con l'edilizia contrattata dai costruttori di Tangentopoli. Da allora anche nelle regioni rosse si è diffusa una generale sudditanza al neoliberismo della nuova destra: al buon governo del territorio, del verde e del paesaggio, alla cultura delle regole si sostituisce l'ideologia dell'assenza di controlli, del profitto privato come unico valore. E qualcuno si meraviglia ancora dell'ennesima deregulation berlusconiana? In Lombardia, in Veneto, in quasi tutto il Paese ha stravinto l'edilizia senza regole. In Italia l'urbanistica è morta".
«Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha chiesto alle Camere, a norma dell'art. 74, primo comma, della Costituzione, una nuova deliberazione in ordine alla legge: "Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione degli enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l'impiego, di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonchè misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro", si legge in un comunicato del Quirinale.
«Il Capo dello Stato è stato indotto a tale decisione dalla estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni - con specifico riguardo agli articoli 31 e 20 - che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale. Ha perciò ritenuto opportuno un ulteriore approfondimento da parte delle Camere, affinchè gli apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento possano realizzarsi nel quadro di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale», aggiunge il comunicato.
Sicurezza e identità, la Lega si afferma come partito normale
Oggi il Carroccio è forte al Nord perché governa a Roma
Ormai ha superato i confini padani
di Ilvo Diamanti
Fra i dati emersi dalle elezioni regionali, il risultato della Lega è certamente il più clamoroso, soprattutto se confrontato con quello del 2005 (rispetto a cui ha raddoppiato i voti). Ma è anche il meno sorprendente, rispetto alle attese. La vittoria di Zaia, in Veneto: annunciata da tempo. Quella di Cota, in Piemonte, era meno scontata. Ma veniva, comunque, considerata possibile. La stessa "misura" del voto, per quanto di proporzioni straordinarie, non costituisce una novità rispetto al passato più recente (e più lontano). Il risultato ottenuto nel Veneto (35%) è degno della vecchia Dc. Ma già alle ultime elezioni, in questa regione, la Lega si era avvicinata al 30%. E le province dove ha fatto il pieno – Treviso, Vicenza, Sondrio, Bergamo, Como – sono roccaforti tradizionali. Fin dagli anni Ottanta. Quando la Lega ha prima assediato e poi rimpiazzato la Dc. Quanto all´espansione nelle regioni rosse, appare davvero impetuosa. Soprattutto in Emilia Romagna, dove ha superato il 13%, ma anche in Toscana e nelle Marche (dove ha scavalcato il 6%). Tuttavia, si tratta di una tendenza già emersa alle elezioni politiche del 2008, divenuta appariscente alle europee dello scorso anno. Proprio perché largamente annunciato, però, il successo della Lega è rivelatore. Come la sorpresa degli osservatori e degli attori politici – non solo avversari, anche alleati. Segno che la Lega continua ad essere guardata – dagli "altri" – come un soggetto anomalo. E per questo instabile. Sempre in bilico. Fra discese ardite e risalite. O viceversa.
Non è più così. Il successo della Lega è "normale", perché la Lega è, da tempo, un partito "normale". L´unico rimasto, in Italia, fra tanti partiti leggeri e mediatici. Proprio questo, forse, contribuisce a farla apparire diversa. Anche oggi che agisce come "Lega di governo". A livello nazionale e territoriale. Basta guardare le cifre. Esprime il sindaco di 355 comuni e il presidente di 14 province. Da oggi: anche di due regioni. Alle elezioni europee del 2009 si è imposta come primo partito in oltre 1000 comuni (su quattromila) del Nord. Ha una leadership forte, personalizzata e centralizzata. Impiantata nelle "capitali" storiche: Varese e Bergamo, in Lombardia e Treviso, nel Veneto (dove, negli ultimi anni, è cresciuto il peso di Verona). Nel governo, i suoi uomini presidiano dicasteri importanti e strategici. Maroni all´Interno: i temi della sicurezza e dell´immigrazione. Calderoli alle riforme istituzionali, cioè al federalismo. Accanto a Bossi, sovrano e bandiera del partito. Infine Zaia all´agricoltura. Ha trionfato in Veneto, dopo aver trasformato un ministero considerato "minore" in un dicastero ad alta visibilità. E in un riferimento chiave per la Lega. Dal punto di vista dell´identità, in quanto evoca la terra, la tradizione. Ma anche del rapporto con le categorie amiche: contadini, allevatori, cacciatori (un tempo collaterali alla Dc e al Pci).
La Lega di lotta, che tutti evocano, oggi è soprattutto Lega di governo. Le pagelle degli amministratori, compilate ogni anno dal Sole 24 Ore, vedono i suoi sindaci e i suoi presidenti di provincia ai primi posti. I sondaggi sul gradimento dei ministri attribuiscono a Maroni e Zaia voti lusinghieri. E la fiducia nella Lega e nel suo leader assoluto è cresciuta costantemente negli ultimi 15 anni, fra gli elettori. Del Nord, del Centro e anche del Sud. Perché, nel frattempo, la Lega ha nazionalizzato il suo programma. I suoi obiettivi. Ha puntato sulla sicurezza, o meglio: sull´insicurezza. Ha drammatizzato le paure. I timori suscitati dalla globalizzazione. Dall´immigrazione, ma anche dalle minacce economiche e finanziarie. E dalle malattie – vere o presunte. Dai cibi che viaggiano senza controlli. Ha dissociato il linguaggio dalle pratiche. Ha promosso le ronde senza poi organizzarle. Ha agitato la xenofobia, permettendo l´integrazione nelle zone dove governa. (D´altronde, è difficile per una realtà di piccole imprese far marciare l´economia senza immigrati; per una società vecchia fare a meno delle badanti). Ha usato il doppio pedale dell´identità e del pragmatismo. Così si è rafforzata a spese del Pdl nel Nord e soprattutto nel Nordest.
Basta vedere quel che è successo in Veneto, dove la Lega ha raggiunto il 35%: il 10% più del Pdl. Mentre il ministro Brunetta, fra gli uomini più popolari del Pdl, in Italia, a Venezia ha perso al primo turno, nella competizione per il sindaco. Perché la Lega è un partito mentre il Pdl è un aggregato di notabili e di interessi. Un pulviscolo di gruppi e comitati senza identità. Allo stesso modo, la Lega è penetrata anche nel cuore rosso del Paese. Soprattutto in Emilia (in particolare dove un tempo era più forte la Dc, come ha osservato Fausto Anderlini). Zone investite dai cambiamenti sociali e demografici. Cui la Lega ha offerto risposte e identità. Populiste? Certo. Ma in grado, per questo, di toccare le corde di una società spaesata, dove la politica e la vita un tempo erano sovrapposte. Dove la scomparsa dei vecchi partiti ha lasciato senso di vuoto.
La Lega. Partito di governo e di rivendicazione - se non più di lotta. Chi pensa a una secessione (magari invisibile) della Padania non ha capito. Oggi la Lega è forte nel Nord perché governa a Roma. E viceversa. Inoltre, ormai ha superato i confini padani. Semmai, è probabile che la forza della Lega - nel Nord, nel Centro e al governo - generi disagio nel PdL. Oggi, dopo le regionali, ancor più meridionalizzato. Spostato lungo l´asse che da Roma corre fino alla Calabria, attraverso la Campania.
Il successo della Lega può aiutare anche il Pd e il centrosinistra a leggere correttamente l´affermazione di Vendola. Capace, in Puglia, di mobilitare la società. Di dare identità. Di marcare la differenza dagli altri. Mentre nel Pd ci si è preoccupati, all´opposto, di mimetizzarsi. Di accostare il centro come un "non luogo". Di andare in tivù senza avere parole da dire. Come se la costruzione dell´identità – e della classe dirigente – fosse un problema di marketing. Ma in politica nulla avviene per caso. E anche le sconfitte servono, quando si è in grado di interpretarle. A condizione di riconoscerle. Senza fingere. Anzitutto di fronte a se stessi.
Due milioni in fuga dal Pd, un milione dal Pdl
L´Istituto Cattaneo fotografa i flussi 2005-2010.
Raddoppiati i voti di Bossi
di Alberto D´Argenio
ROMA - La Lega che raddoppia i consensi, il Pdl che ne perde un milione. E il Pd lascia per strada 2 milioni di voti, mentre l´Italia dei valori moltiplica i suoi per quattro. Con un forte mutamento nei rapporti di forza all´interno delle coalizioni di centrodestra e centrosinistra. Sono questi i dati shock usciti dalle urne delle regionali di domenica e lunedì rielaborati dall´Istituto Cattaneo di Bologna.
Partendo dalla maggioranza di governo, rispetto alle regionali del 2005 la Lega è passata da 1 milione 380 mila voti a 2 milioni e 750 mila. Dati da brivido: in Veneto i consensi leghisti sono schizzati del 134%, in Piemonte dell´83% e in Lombardia del 61%. E se si considera che il Pdl di voti ne ha persi un milione e 69 mila, si capisce la portata delle regionali all´interno del centrodestra: nel 2005 i consensi di Forza Italia e An erano 5,1 volte superiori rispetto a quelli dei leghisti. Oggi il rapporto con il Pdl è sceso a 2,2, con il partito di Umberto Bossi che porta il 31% dei voti della maggioranza di governo. L´unica attenuante per il partito del predellino arriva dal Lazio, dove ha perso 600 mila preferenze. Nel 2005 An e Fi solo a Roma e provincia ne avevano incassate 610 mila, risultato in questa tornata impossibile vista l´esclusione della lista pidiellina.
Un simile cambiamento di pesi si è verificato nel centrosinistra, dove il Pd ha perso 2 milioni di voti rispetto a quanto raccolto nel 2005 da Ds e Margherita, mentre l´Idv ha quadruplicato i consensi (+1 milione e 227 mila voti). E così il rapporto Pd-Idv muta radicalmente. Se cinque anni fa i voti di Di Pietro erano 23 volte inferiori a quelli del Pd, oggi lo sono solo 3,7 volte.
Sale, anzi decolla, il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo: ha raccolto 390 mila consensi nelle 5 regioni in cui si è presentato e se in Emilia Romagna è arrivato al 6%, in Piemonte il suo 3,7% è stato determinante per la sconfitta di Mercedes Bresso, battuta dal leghista Cota di 0,42 punti. Altro grande vincitore è l´astensionismo: con un italiano su tre assente dalle urne, ha fatto segnare il record nella storia della Repubblica. Tuttavia l´effetto punizione per il governo dato dall´astensionismo di massa, in questi giorni ribattezzato "effetto Sarkozy", non ha colpito. Tre i fattori dello scampato pericolo individuati nello studio dell´Istituto Cattaneo: l´assenza talk show ha evitato il dibattito sulla crisi; le amministrative sono arrivate nella prima metà della legislatura; la Lega è riuscita a mobilitare il suo popolo.
Almeno un sussulto
di Valentino Parlato
Il Partito democratico dovrebbe prendere atto, con serietà e responsabilità, della sconfitta subita in queste elezioni regionali. Una sconfitta, aggiungerei, acutizzata dal positivo risultato ottenuto da Nichi Vendola in Puglia. Tutto il nord dell'Italia e buona parte del sud è in mano alla destra e consolarsi con possibili eventuali conflitti tra la Lega e il Pdl è del tutto illusorio: il territorio e la televisione marciano insieme.
Queste elezioni provano che non si batte Berlusconi con gli scandali e i processi. Il paese è cambiato, viviamo in una società largamente berlusconizzata, privatizzata, e senza più fiducia nella politica, come prova la forte crescita dell'astensionismo: a destra e anche a sinistra.
Ai tempi della mia giovinezza, quando c'era il Pci si facevano convegni e aspre discussioni sullo stato del capitalismo nel paese, sui suoi mutamenti. Oggi il Pd è un partito separato dal territorio (con i lavoratori ha più contatti la Lega di Bossi), con poche e incerte idee sulla società italiana e sulla crisi che la investe, molto dura, anche per chi ha la casa di proprietà o la pensione. La popolazione giovanile è diminuita in seguito alla denatalità, e la denatalità ha a che fare con questioni molto concrete, materialissime come l'impossibilità di progettare un futuro e dunque dei figli.
Il guaio è che il Pd oggi fa politica (o crede di far politica) senza sapere dove sta. Una volta la stampa del Pci faceva inchiesta sui territori di nuova industrializzazione (ricordo di averci lavorato con Luca Pavolini), oggi si fa più attenzione alle intercettazioni telefoniche. Qualcuno, giustamente, finisce in galera, ma nulla si mette in movimento nella società. E ancora, il Pd non è neppure un partito, ma una sommatoria eteroclita di pubblici incarichi. La Lega - va detto - è oggi l'unico vero partito che ci sia in Italia.
Ma allora che fare per non lasciare che il Belpaese si avviti in questa melma, mettendo in gioco anche l'unità nazionale, proprio alla vigilia dei festeggiamenti per il suo centocinquantenario? Dal Partito democratico ci si aspetta una mossa, un sussulto di presa di coscienza della gravità della situazione e dei pericoli che sono davanti a noi. O si pensa di cavarsela prendendosela con Grillo o accusando i NoTav della Val di Susa che l'hanno votato di aver consegnato il Piemonte alla Lega? Ma non si tratta solo del Pd (dal quale, devo dirlo, c'è poco da aspettarsi) ma anche di tutti i soggetti democratici che ancora ci sono e, aggiungerei, anche di questo nostro manifesto, che è nato da un preveggente scontro con il Partito comunista e che da quasi quarant'anni sostiene che questa società si deve e si può cambiare.
E poi, non per consolarci, in questi mesi abbiamo visto piazza piene e animate, di lavoratori in sciopero, o per denunciare il cappio sul collo dell'informazione, o per difendere l'acqua pubblica e i beni comuni. Anche la sfida di Michele Santoro ha avuto successo. Insomma, questo paese non sta tanto bene, ma è ancora vivo. Forse più di quella politica che dovrebbe rappresentarlo.
L'«anomalia» Puglia ora punta all'Italia
Vendola non entra nel Pd
e lavora all'unità a sinistra
di Iaia Vantaggiato
E adesso che farà Nichi Vendola? Si limiterà a governare bene la Puglia o andrà oltre? Davanti a lui si aprono adesso due strade non contrapposte: quella che lo porterebbe dritto sino alla leadership del centrosinistra e quella che, da lì, gli permetterebbe di conquistare la candidatura a premier contro Berlusconi nelle elezioni del 2013. Sussurrata ovunque da mesi, la domanda è esplosa dopo il voto. Ovvio che sia così. Lo impone lo stesso doppio ruolo di Vendola: presidente della Puglia e leader di una formazione nazionale che (nonostante il risultato elettorale) proclama l'ambizioso obiettivo di rifondare la sinistra.
A Bari i dubbi sono pochi: qui l'anomalia aspira a diventare «normalità», pronta com'è a essere esportata e a contagiare tutta l'Italia. Del resto il peso politico nazionale di Vendola è uscito accresciuto da questa prova elettorale. Non è il salvatore della patria ma poco ci manca. Inutile nasconderlo: senza la sua vittoria il ko del centrosinistra sarebbe stato totale e irreversibile.
Per quanto riguarda il suo partito, però, le cose stanno diversamente. E' vero che Sel ha confermato il risultato (3,1%) ottenuto alle europee 2009 ed è vero che mantiene quasi inalterato il numero dei propri consiglieri regionali. Ma su un totale di 20 eletti ben 11 sono pugliesi. E non solo. Sinistra e libertà ha anche mancato il sorpasso sulla Federazione della sinistra (Prc-Pdci) in 9 regioni. E' uno strumento, insomma, che al momento è tutt'altro che efficiente e che già a partire da oggi nella riunione del direttivo a Roma dovrà cominciare a fare i conti con i risultati elettorali. D'altra parte sia il presidente della Puglia che il più autorevole tra i suoi consiglieri, Fausto Bertinotti, hanno sempre detto di considerare Sel un mezzo « temporaneo» necessario a raggiungere l'obiettivo finale: la costruzione di un vero partito unitario della sinistra. Almeno a giudicare dai risultati di ieri, Sel non pare proprio attrezzata nonostante «l'anomalia» pugliese.
Vendola intanto vola a Roma, dove nei prossimi giorni lo attendono le telecamere di Vespa, Telese e Santoro. La domanda più attesa è: «Entrerà dentro il Pd?». Il governatore stoppa subito: «Credo che ciascun attore del centrosinistra sia inadeguato e parziale, inadatto alla necessità di ricostruire una egemonia culturale e politica a sinistra». Ciascuno «dovrebbe fare un passo indietro, per poter fare tutti insieme un passo avanti». Vendola non ha dubbi: «Mancano le forme dell'agire politico e le parole. Il vocabolario dell'alternativa non è stato ancora scritto».
Ergo un ingresso di Vendola nel Pd sembra oggi fuori discussione. Non di una vera e propria rifondazione della sinistra si tratterebbe ma di un'annessione che costringerebbe Vendola al ruolo angusto di capo corrente. Nessuno, qui in Puglia, glielo perdonerebbe, non certo i suoi ragazzi che con lui hanno trovato un modo diverso di fare politica. Nichita non sembra neanche pensarci. Tra le righe traspare piuttosto un'altra idea: lasciare a Sel una struttura leggera e chiedere a tutta la sinistra di sciogliere forze e partiti attuali per dar vita alla fase costituente di un partito unitario. Non che Vendola o Bertinotti, politici navigati, si aspettino una immediata risposta positiva. Ma qui entra in gioco di nuovo la Puglia, dove il Pd - ormai non più di stretta osservanza dalemiana dopo primarie e regionali - è vicino allo sbando e dove il presidente, oltre al suo stesso immenso peso specifico, può contare sulla rinnovata alleanza con Michele Emiliano. Quel che oggi è lontanamente possibile in Italia, qui in Puglia è già quasi realtà. E una volta fatto qui il primo passo il resto - l'esportazione del modello Puglia - verrebbe quasi da sé.
Certo, una simile ipotesi incontrerebbe quasi certamente l'opposizione di D'Alema e dello stesso Bersani, contro i quali però Vendola ha già una sponda interna al Pd: quella delle due mozioni sconfitte al congresso, Franceschini-Veltroni e Marini-Concia. E la stessa Idv che di un nuovo centrosinistra ha fatto la propria bandiera, non rimarrebbe insensibile. Non è un caso che oggi il consigliere più ascoltato da Di Pietro resti ancora Maurizio Zipponi, ex responsabile lavoro per il Prc ed ex vendoliano doc e ancora in ottimi rapporti con il presidente della Puglia.
Lombardia e Campania,
tramonta la stella solitaria del Prc
di Matteo Bartocci
Malconcia ma viva, la Federazione della sinistra (Prc, Pdci più associazioni varie) deve fare i conti con risultati elettorali non esaltanti. La conta con i vendoliani di Sinistra e libertà a parte la Puglia finisce quasi in parità. 475mila voti Fds, 478mila Sel più due biciclette Sel-Verdi e Fds-Verdi da circa 150mila voti cadauna. In totale dunque più di 1.200.000 voti a sinistra del Pd, con una percentuale nazionale che per entrambi è comunque inferiore al 3%. «Due debolezze che si sommano non fanno una forza», commenta il numero 2 del Prc Claudio Grassi. A via del Policlinico ieri lunga giornata di riunioni, prima la segreteria di Rifondazione, poi il coordinamento della Federazione. Sul tavolo risultati pesanti soprattutto in Lombardia e Campania, dove Fds correva da sola contro il centrosinistra schierando due candidati di livello nazionale come Vittorio Agnoletto e il segretario Paolo Ferrero. Risultato, zero eletti. In Lombardia Fds ottiene 87mila voti (2%), alle europee di giugno ne aveva più di 79mila (3,3%). Tracollo anche in Campania, dove Ferrero prende addirittura meno voti (39mila) del partito (43mila) e raccoglie appena l'1,35% dei consensi. Prima sintesi provvisoria: l'antagonismo col centrosinistra non ha pagato anche senza il ricatto del voto utile.
Debacle a cui si aggiungono il risultato non esaltante a L'Aquila (dove il Prc ha sperimentato sul campo il «partito sociale» caro al segretario con le brigate di solidarietà attiva) e soprattutto la rivolta della Val Susa. Il Prc si è speso tantissimo per mantenere viva una relazione con i No Tav ma nell'urna è stato asfaltato dalla lista Grillo. Esempi? Venaus: Grillo 29%, Fds 0,5%. Bussoleno: Grillo 28,5%, Fds 4%. Susa: Grillo 14,6%, Fds 1,8%. E via andare. Seconda sintesi provvisoria: anche dove si fanno battaglie sociali e politiche sacrosante poi ci si allea col centrosinistra e non si riesce a incamerarne risultati sensibili.
Nel carniere comunque la Federazione conta 17 consiglieri regionali eletti e 5 potenziali assessori nelle giunte di centrosinistra. Un risultato più equilibrato di quello di Sel, che praticamente ha fatto il pieno solo in Puglia. Che fare dunque? «Se andiamo da soli, come in Lombardia e Campania, andiamo male e se ci alleiamo col centrosinistra i risultati sono insufficienti», commenta Grassi. Segreteria e coordinamento hanno deciso: 1) di accelerare la costruzione della Federazione della Sinistra che è ancora in un limbo organizzativo; 2) di lanciare «un'offensiva unitaria verso Sinistra e libertà» (Grassi) in modo da arrivare almeno al risultato delle Marche, dove la sinistra unita fuori da Pd, Idv e Udc ha ottenuto almeno il 7%. Una «massa critica» da costruire negli anni che separano dalle politiche ma che non affronta, per ora, il vero nodo da sciogliere a sinistra (e nel Pd). E cioè non tanto il rapporto tra partiti quanto il rapporto tra partiti e «popolo». Uno spazio politico nuovo (anomalo?) che è esattamente il valore aggiunto dell'esperienza pugliese che ancora molti faticano a comprendere.
È come una palla che rotola sul crinale di un monte, questo voto regionale, e tutti lì a guardare dove cadrà - giocatori, spettatori - tutti col fiato sospeso, tutti fermi immobili ad aspettare che sia la gravità, un soffio di vento, un capriccio impercettibile a decidere chi ha vinto e chi ha perso così poi da poter dire domani come mai, col pensoso infallibile senno del dopo. E invece è sul prima che conviene restare: su questo fiato sospeso lungo un giorno, interminabile, questo apparente rallentare del tempo in moviola, un film muto in cui tutti stanno ad occhi spalancati in silenzio, tutti tranne Bossi che già dal pomeriggio esulta dello tsunami leghista e dell’elezione di suo figlio Renzo la trota. La giornata del tempo sospeso dice, da principio, due cose chiarissime: che l’Italia è stanca, stanchissima. Rabbiosa.
La stanchezza e la rabbia sono i sentimenti che hanno animato i vincitori: i primi, quelli che non sono andati a votare. Uno su tre: una percentuale da malato grave, la democrazia italiana deve essere curata, ha la febbre alta. Gli italiani stanchi dei pasticci, delle buchi e delle toppe, delle troppe parole indecifrabili sono rimasti a casa. Quelli che hanno votato erano, in maggioranza, animati dalla rabbia. Hanno vinto i partiti con la voce roca e la schiuma alla bocca, la Lega a destra, un trionfo assoluto, il neonato partito di Beppe Grillo che con percentuali dal 3 al 7 per cento - altissime, per un debuttante - conferma quel che sappiamo: urlare «tutti ladri tutti in galera» è un abito ampio e comodo, una taglia unica che si adatta a tutte le taglie e che è persino sostenuto da ragioni valide, documentate, condivisibili: tuttavia nel meccanismo della politica - di questa politica - finisce per fare il gioco dell’avversario, sempre. È funzionale al rafforzamento della destra, sempre. Dalla destra nasce, in verbale opposizione, e della forza della destra vive, in sostanziale alleanza. Mentre scriviamo in Piemonte la partita si gioca su una manciata di voti: il partito di Grillo è al 4 per cento e certamente non sarebbero stati tutti voti per il centrosinistra, ovvio che no. C’era di mezzo il no-Tav, importante discrimine. Però la manciata utile, quella sì, quella il grillismo l’ha portata via. Anche a Di Pietro, che regge e in qualche regione cresce ma non abbastanza da far gridare al trionfo. Ed è un voto di rabbia - la «rabbia giusta», diceva il poeta che vi abbiamo proposto un paio di giorni fa, quella che si chiama indignazione - la bella vittoria di Nichi Vendola in Puglia. Netta, pulita. Contro i pronostici dei professionisti della politica, contro i calcoli e le convenienze. Un voto di gente giovane, anche giovanissima, che chiede coraggio, visione, rinnovamento. Che ha voglia di vedere la luna.
Viceversa si arenano i candidati indicati secondo la logica, appunto, del calcolo e del male minore. La Campania e la Calabria sono perse così: per difetto di coraggio, a sinistra, e per la consueta spregiudicatezza della destra. Che la destra vinca nelle due regioni a più alto tasso di criminalità organizzata, le regioni dove neppure una riunione di condominio si decide senza l’appoggio del capoclan, è un fatto oggettivo. La vicenda Di Girolamo è dell’altro ieri.
Nessuno è così ingenuo da pensare che i padroni del territorio al momento delle elezioni si distraggano. Proprio per questo bisogna provare a batterli su un altro terreno: con la promessa di una rifondazione, in assoluta discontinuità col passato. Con un gesto rivoluzionario e pazienza se per vincere davvero ci vorrà tempo. L’importante è seminare. Intendiamoci: Vincenzo De Luca ha avuto un risultato personale eccellente considerato che correva contro tutti, inCampania, anche contro una buona parte del suo schieramento. Nonè bastato, tuttavia, a tacitare chi nella terra dei casalesi indicava De Luca come un malfattore né a convincere chi ha pensato fosse assai più conveniente restare sul terreno dei poteri reali, i veri potenti di quella terra i cui nomi e cognomi sono noti a chi legga Saviano: risulta eletto in Campania Caldoro, un volto che neppure da ministro abbiamo imparato a riconoscere nelle foto. Non si potrà certo dire che sia stata l’affermazione di un carisma, di una leadership, di una personalità trascinante. No, ecco: questo no. Così pure Loiero paga il prezzo, salato probabilmente oltre le sue stesse previsioni, della stanchezza di un elettorato arrabbiato, confuso e desideroso di un rinnovamento che non è venuto. Detto questo non si può non ricordare che solo due mesi fa il centrodestra puntava all’11 a 2 e gridava ai quattro venti che avrebbe fatto cappotto. Viceversa sono nette e belle le vittorie del centrosinistra in Toscana, Umbria, Emilia, Liguria, Marche e Basilicata, della Puglia si è detto. È perso il Sud, sarà un lavoro non da poco in assenza di rinnovamento profondo. È perso il Nord, dove vince la Lega dalla Francia all’Istria: uno stato nello Stato. Una mina, questa, che può cambiare nell’arco di pochissimi mesi i connotati del Pdl. Bossi azionista di riferimento, Fini fuori dai giochi. Dov’è An, in queste elezioni? Scomparsa. E l’elettorato di Fini, scomparso davvero anche quello? Sono tutti diventati leghisti e forzisti gli eredi della destra storica italiana? È questa l’incognita dei prossimi mesi: per il destino del Pdl - “il pareggio di Pirro” - e dell’Italia. Da una diaspora tra Fini e Berlusconi, davvero probabile ancorché non risolutiva, si ridisegnerà la geografia politica del Paese. E poi c’è il Lazio, dove il testa a testa tra Bonino e Polverini racconta un’altra storia davvero interessante: una regione che all’indomani delle dimissioni di Marrazzo il centrosinistra dava per perduta. Dove il Pdl ha giocato una battaglia che, diciamo, non ha badato a spese in ogni senso. Dove Emma Bonino si è autocandidata, poi sostenuta in forza della sua obiettiva forza, non smentita dai fatti. Anche qui: è arrivato sul filo di lana il coraggio. Il cambiamento. La capacità di rinnovare. Dicevamo, si sentiva nell’aria: il vento sta cambiando. Sta cambiando, sì. Il vento poi deve essere aiutato, a volte. Dopo le europee c’era bonaccia, le previsioni pessime. Di una sconfitta su tutta la linea. Nelle ultime settimane - come spesso capita - il centrosinistra si è ritrovato alla vigilia del voto: una certa brezza, un soffio di maestrale. C’è ed è reale. Bisognerebbe sostenerlo, adesso. Provare a mantenere la rotta, come chi va per mare, e correggerla sulla base dei risultati al primo giro di boa. Con lo stesso spirito degli ultimi giorni, che duri quanto serve e quanto basta. Perché se no, se da domani ricominceranno le accuse reciproche, il destino che ci aspetta, con certezza, è la dinastia dei Bossi al potere. Il padre al comando, il figlio la Trota - quello tre volte bocciato agli esami - ministro. Dell’Istruzione, come una laurea ad honorem.
Che cosa accadrebbe se alle prossime primarie del Pd fosse candidato il «Papa straniero», Nichi Vendola? È la domanda da un milione di dollari che circola da ieri notte nei quartier generali dell’opposizione. In poche settimane il ciclone Nichi ha travolto ogni pronostico sfavorevole. Fino a vincere sul margine della maggioranza assoluta, senza quasi bisogno dell’aiuto esterno del terzo incomodo, la candidata dell’Udc Adriana Poli Bortone. Nessuno, fino a poco tempo fa, avrebbe scommesso un centesimo sul trionfo di Vendola. Massimo D’Alema era calato per tempo, in una Bari sconvolta dagli scandali, con un foglietto fitto di cifre di sondaggi, per dire che «con Nichi non abbiamo una speranza di vincere». Non era un suggerimento, era un ordine. Ma in due mesi di battaglie contro tutti, prima gli alleati e poi gli avversari, Vendola ha rovesciato la profezia, inflitto agli strateghi eternamente perdenti del centrosinistra la più sonora batosta degli ultimi vent’anni, riconquistato al centrosinistra una regione che in teoria è fra le più destrorse d’Italia. Nelle politiche del 2008 la coalizione di centrodestra, già senza i voti dei centristi di Casini, aveva trionfato con 12 punti di vantaggio. «In Puglia, la prossima volta, possiamo candidare chiunque» aveva commentato Raffaele Fitto, vicerè berlusconiano, pregustando la rivincita per interposta persona. Non è stato così. Il candidato «chiunque», Rocco Palese, è uscito sonoramente battuto.
È difficile immaginare un outsider più outsider di Nichi, almeno per gli arretrati parametri della politica nazionale. Comunista cresciuto in federazione, omosessuale dichiarato, ma cattolico fervente e praticante. Una serie di anomalie, esaltate dalla più straordinaria di tutte: il coraggio. Il coraggio di mantenere la barra dritta quando tutti erano contro. Il coraggio di presentarsi sempre per quello che si è, senza giravolte opportunistiche. Il coraggio soprattutto di sfidare da solo il partito trasversale degli affari che in Puglia voleva privatizzare l’acquedotto. Contro l’opinione del novanta per cento dei pugliesi, ma con l’accordo del novantacinque per cento del quadro politico. Nell’affare dell’acquedotto ci stavano tutti, dai leghisti del Sud all’Italia dei Valori, passando per Pdl e Pd. Ma più di tutto, aggiungevano i dietrologi, passando per l’Udc di Casini e del suocero Caltagirone.
Quella di Vendola in Puglia è la vittoria di una sinistra sincera, popolare, anticonformista, davvero moderna. Dove la modernità non consiste nell’inseguire il vento di destra, mascherandosi da moderati nei talk show. Ma al contrario nel difendere con orgoglio i valori alternativi della sinistra e nella capacità di immergersi in un mondo post televisivo, nel mescolare l’antica arte del comizio in piazza con il nuovissimo talento di saper cogliere la natura politica di Internet. Almeno nell’uso della rete, se non nel resto, Vendola si è rivelato il tanto atteso «Obama italiano». Mezza campagna elettorale, per le primarie e poi per le regionali, le Fabbriche di Vendola l’hanno fatta sulle sigle della rete, da Facebook a Youtube, con trovate di enorme successo, come le videolettere. Qui probabilmente si è creata la distanza e la differenza finale di risultato fra Vendola e la Bonino, altra «straniera» ingaggiata dal Pd, ma ancora prigioniera di stilemi da radicali anni Settanta e Ottanta, compreso il rito stanco dello sciopero della fame. È in ogni caso evidente che dove il Pd ha voluto a tutti i costi cercare il «candidato giusto», quello «in grado di spostare il voto moderato», si trattasse di sceriffi di sinistra come Penati o De Luca, o di democristiani progressisti come Bortolussi e Loiero, sono arrivate catastrofiche sconfitte. Il Pd sconta la presuntuosa pochezza dei propri strateghi, l’incapacità di capire davvero il sentimento popolare, l’incredibile errore di scambiare la Binetti per il mondo cattolico. «Dove la sinistra imita la destra, alla fine perde e perde male» ha sempre sostenuto Vendola. Oggi ha avuto ragione, almeno in Puglia. Nel resto d’Italia, si vedrà presto.
Postilla
Il risultato della Puglia è certamente uno dei segnali che possono indurre, se raccolto, trasformazioni positive: aprire una speranza sul nostro futuro. C’è da dubitare però che questo possa avvenire, come sembra preconizzare Maltese, con un semplice rimpasto dei vertici – e del corpo ormai smilzo – del PD, o peggio ancora con la cooptazione del personaggio vincente.
Se ci si accontenta di una prospettiva simile continueremo ad assistere ad un aumento della “disaffezione” degli elettori di destra per Berlusconi, delle contraddizioni interne tra le foze associate nella compagine di centro destra, della perdita di ogni buona occasione per ribaltare il risultato, e insieme soffriremo la decadenza della democrazia, la devastazione del territorio, la rapace privatizzazione dei beni comuni, la decadenza della morale pubblica e via piangendo.
O si cambia il modo di fare politica, e allora si ricomincia dal proporre i principì di una sinistra nuova: una sinistra contemporanea ma orgogliosa delle proprie radici, capace di difendere insieme il lavoro e il territorio, capace di raccogliere l’ansia per una partecipazione consapevole al governo dei beni comuni che nasce da mille punti della società, e insieme impegnata nella ricerca, e nella paziente e graduale costruzione, di un sistema economico sociale radicalmente diverso da quello basato sullo sfruttamento e sull’alienazione.
Oppure, pioverà sempre sul bagnato, e a ogni sconfitta ne seguirà un’altra.
Quel che si temeva sta purtroppo accadendo, e in una misura che sembra assai grave. Le astensioni dal voto crescono – talvolta in modo impressionante – in ogni regione: sette punti in meno sono un´autentica voragine. Il Paese è stanco, infastidito, preoccupato, deluso e in molti – troppi – stanno decidendo di allontanarsi dalle urne. È inutile nascondersi dietro l´alibi dell´inevitabile adeguamento a un astensionismo presente in tutte le consultazioni elettorali dell´occidente più avanzato. Noi eravamo sempre stati in controtendenza – più o meno accentuata – rispetto a un simile dato: e la novità di queste ore non promette nulla di buono. È il segno di un disagio tutto italiano – una lucida disaffezione, una calcolata risposta a una deriva giudicata evidentemente insopportabile – che merita molta attenzione. I risultati che tra poco conosceremo non potranno cancellare, comunque, l´imponenza del fenomeno: qualcosa di più di un primo campanello d´allarme – un autentico segnale di pericolo per il nostro futuro democratico.
Due considerazioni mi sembra si impongano subito. La prima – che è anche la più ovvia – riguarda lo scollamento ormai quasi drammatico fra la politica, per come viene ormai quasi universalmente percepita, e i bisogni, le domande, le aspirazioni del nostro popolo. In questo senso, è impossibile non vedere nel rifiuto del voto una risposta di protesta, che si avvicina a un autentico grido di sdegno, un´esigenza di sottrarsi a un gioco cui non si vuole più prestare fiducia, né dare legittimazione - "non in mio nome". Come è impossibile non rendersi conto, da queste cifre, che l´opposizione fa molta fatica a intercettare questa ripulsa, e tradurla in un disegno positivo, in un´azione affermativa, in un progetto di speranza: e credo che la difficoltà riguardi soprattutto il rapporto con le giovani generazioni.
La seconda osservazione tocca invece quella che potremmo definire la qualità della democrazia. Se si svuota giorno dopo giorno il contenuto partecipativo dell´esperienza democratica, la pienezza delle sue articolazioni e dei suoi equilibri, la sua capacità di coinvolgimento quotidiano nelle scelte e nelle decisioni collettive, se la si riduce a puro assenso alle azioni di un leader, come la si sta cercando di impoverire nella sua versione berlusconiana – votatemi, e lasciatemi fare – è inevitabile che la stessa cerimonia del voto perda di senso nella percezione di molti, scada a rituale in fondo inutile, da cui ci può facilmente distogliere. Questa, in un certo senso, è l´altra faccia del populismo: il lato oscuro della passività che esso finisce con l´indurre, e che può diventare autentica espropriazione.
E infine. È difficile sottrarsi anche all´impressione che un astensionismo così alto suoni comunque come un rifiuto di quella mobilitazione plebiscitaria invocata dal Presidente del Consiglio come il rimedio di tutti i (suoi) mali. Esso appare piuttosto come il segno di una separazione, di una mancata condivisione rispetto a chi ama presentarsi come un candidato universale, circondato di irresistibile favore. È il segno di un Paese che si scopre, ancora una volta, drammaticamente incompiuto, eternamente sospeso tra dannazione e riscatto.
La campagna elettorale senza talk show politici è divenuta la più televisiva della nostra storia politica. In modo neppure troppo involontario. Per alcune ragioni piuttosto evidenti. E vantaggiose per il premier.
Il premier che ne è il primo artefice e responsabile.
1. Il silenzio dei talk show ha ridotto, anzitutto, gli spazi di critica al governo e al suo leader. Per non contraddire la sua auto-narrazione. Il «Cavaliere del fare», il «Grande Sacerdote» della Religione dell’Amore opposta a quella dell’Odio. Meglio non rischiare il remake di un anno fa, prima delle elezioni europee. Le polemiche coniugali, le vicende di donne e donnine. Con gli strascichi negativi sul voto – o meglio: il non voto – al Pdl. Meglio non amplificare le intercettazioni telefoniche – diffuse in queste settimane - dei suoi dialoghi con il Commissario dell´Agcom e il direttore generale della Rai.
2. Sospesi i talk show, il territorio televisivo è stato occupato da Berlusconi e dal Pdl. La cui presenza ha superato ogni limite, come dimostrano le rilevazioni dell’Osservatorio di Pavia. A scapito non solo del Pd e dei partiti di opposizione, ma anche degli alleati, in particolare la Lega. Finita, a sua volta, in un cono d´ombra.
3. Le manifestazioni di piazza hanno offerto a Berlusconi ulteriore spazio mediatico. Quella di Roma della scorsa settimana, sceneggiata appositamente come un evento televisivo. Quasi un rito religioso, con i candidati governatori chiamati a giurare e la folla dei supporter invitata a evangelizzare gli infedeli e gli agnostici, come un esercito di «missionari».
4. È stata la campagna elettorale più televisiva della storia politica italiana anche per il ruolo assunto dalla televisione nel dibattito politico. La chiusura dei talk show delle reti nazionali: occasione esemplare per discutere della libertà di espressione. Anzi: della libertà, tout-court. Ma soprattutto, i conduttori e i giornalisti dei talk show – sgraditi al premier – elevati a protagonisti politici. Basterebbe un’analisi del contenuto dei – tanti – discorsi tenuti dal premier durante la campagna elettorale. Oppure, riascoltare gli interventi – molteplici – del premier nelle più svariate trasmissioni tivù. In particolare, quelle «familiari», come «Uno Mattina». Emergerebbe, in modo evidente, una mappa dei «nemici» marcata – marchiata – dai personaggi televisivi. Primo fra tutti: Michele Santoro. Leader del PdAZ. Non il Partito di Azione, ma il Partito di Annozero. Poi, i Magistrati. Divenuti, negli anni di Tangentopoli, «custodi della pubblica virtù» (come li definì Alessandro Pizzorno), perché in grado di promuovere o delegittimare i leader politici. E, per questo, considerati antagonisti irriducibili dal premier, la cui biografia di imprenditore è punteggiata di indagini giudiziarie. Infine, fra i «nemici» evocati dal premier, nel corso della campagna elettorale, un posto d´onore spetta ad Antonio Di Pietro. Insieme a De Magistris, leader dell´Idv. Altrimenti detto: il PM. Partito dei Magistrati (e dei Pubblici Ministeri). Spesso, ospiti e protagonisti di Annozero. E, nell’ultimo mese, tra i più presenti nelle trasmissioni di informazione politica in tivù.
5. Così, questa campagna elettorale in vista delle regionali, senza talk show, non ha parlato delle questioni regionali, ma dei talk show. Non ha proposto i candidati presidenti e i loro programmi. Semmai, ha discusso di programmi televisivi. E ha opposto – fra loro – personaggi televisivi. Bloccando, accuratamente, i segnali di inquietudine che attraversano la società. Le preoccupazioni economiche e (dis)occupazionali. (Abbassano l’audience delle trasmissioni tivù e il gradimento del governo. Meglio il silenzio).
Con alcune conseguenze rilevanti.
a) L´oscuramento dell´opposizione politica. Del Pd e dei suoi leader, Bersani in primo luogo. Inoltre, come abbiamo detto, la sotto-esposizione della Lega, rispetto al premier. Il quale ha trasformato, ancora una volta, le elezioni in un referendum. Pro o contro se stesso. Anche se, in questa occasione, è possibile che ciò sia avvenuto per trainare non tanto la coalizione in difficoltà (come nel 2006). Ma anzitutto se stesso insieme al suo partito, il Pdl.
b) L’ulteriore «unificazione» di Rai e Mediaset. Ridotti a MediaRai.
c) Con l´esito di spostare all´esterno i luoghi del dibattito politico e pubblico. Sul satellite, sulle altre reti, su Internet. Soprattutto dopo la sentenza del Tar del Lazio, che ha dichiarato illegittima la sospensione dei talk show. Per questo, «RAI per una notte» – l’evento organizzato da Michele Santoro nei giorni scorsi – appare esemplare non solo di questa campagna elettorale, ma di questa fase mediapolitica. Trasmessa in diretta tv sulle piattaforme satellitari e su Internet, ha raggiunto intorno al 13% di share, a scapito delle reti MediaRai. E ha offerto una raffigurazione plastica dell’opposizione al tempo della «democrazia del pubblico e dell’audience» (per citare il filosofo Bernard Manin). Guidata da Santoro, Travaglio e Floris, insieme a Lerner. MediaRai al governo. Sky, le altre reti e Internet all´opposizione.
Di fronte allo spettacolo della politica come spettacolo (televisivo), coltiviamo due auspici.
1. Che finisca la finzione della tivù «pubblica». Dove lo spirito «pubblico» si è perduto. Dove nessuno – al di fuori della cerchia dei diretti interessati – ha reagito alla chiusura dei talk show, né all´evento promosso da Santoro. Che si privatizzi la Rai. Che il mercato prenda il posto di un duopolio divenuto mono-polio. Asfissiante e asfittico.
2. Che la realtà reale sfugga – e si ribelli – a quella mediale. Che emerga un´Italia diversa da quella – irreale – messa in onda sui nostri schermi. Delusa ma non rassegnata. Capace di reagire con il voto. E non con l´astensione. Se la tivù tradisce la vita, bisogna spegnere la tivù, non la vita.
Immaginerò di essere un inviato francese in Italia per le elezioni regionali. Il fatto è che durante una sua trasferta in Francia, qualche tempo fa, Berlusconi fece delle spese. Comprò delle piccole sculture in bronzo, dei cosmetici, se non sbaglio, e quattro centrali nucleari.
In Italia sarebbe stato macchinoso, e per di più c’era stato il referendum del 1987, e l’80 per cento di No. Poi perfezionò quel suo acquisto privato firmando a Roma un contratto con Sarkozy. In Italia l’ostilità di principio al nucleare era naturalmente diminuita rispetto ai giorni di Chernobyl, ma le obiezioni di merito erano caso mai rincarate. Una spesa colossale – caricata, chiacchiere a parte, sul denaro pubblico; tempi lunghissimi per una quota molto bassa – chiacchiere a parte, il 4,5% dei consumi finali di energia; militarizzazione dei siti e pacchia di ecomafie; preoccupazioni insuperate sulla sicurezza e soprattutto la certezza di non sapere che cosa fare delle scorie, comprese quelle del nucleare già dismesso.
Una spesa simile sarebbe andata a scapito delle energie rinnovabili. Ma un’obiezione di fatto soverchiava le altre: dove sarebbero state piazzate le centrali? Potete scommettere che neanche l´amministratore delegato dell’Enel – cioè la persona più affezionata al balzo in Borsa garantito dal programma nucleare – accetterebbe una centrale nel proprio giardino, nemmeno sotto tortura. Infatti, in una trasmissione televisiva del dicembre scorso, l’amministratore delegato, che dev’essere un umorista e un tecnico della trasparenza, dichiarò di sapere dove sarebbero state situate le centrali, ma non lo avrebbe rivelato nemmeno sotto tortura. La tortura da noi non esiste, non ai piani alti, e così il governo tacque a sua volta sul sito delle centrali a venire. In verità, per fare le cose in regola, votò in agosto una legge che rinviava di sei mesi la comunicazione dei siti designati: solo che i sei mesi scadevano alla fine di febbraio, e le elezioni regionali, mannaggia, erano alla fine di marzo. Dunque: acqua in bocca.
Nel frattempo, come succede per i nostri segreti di Pulcinella, l’elenco dei siti era stato reso pubblico da fonti benemerite. Bene: l’inviato francese che deve riferire in patria dello stato dell’affare ha preso nota. Una centrale a Chioggia? «Sì al nucleare, ma niente centrali in Veneto», ha proclamato il candidato Zaia. A Fossano e Trino? «Il nucleare è la soluzione –ha detto il leghista Cota – ma mai in Piemonte». Formigoni ha chiarito di essere per il nucleare, ma non in Lombardia, e «non in questo momento». Magari a Palma di Montechiaro, in Sicilia? «Ci batteremo a costo di barricarci per impedirlo», ha avvisato Lombardo. A Oristano? «In Sardegna non c’è posto per le centrali», ha tagliato corto il governatore Pdl Cappellacci. Latina, Montalto? «Nel Lazio non ce n’è bisogno», ha assicurato la Polverini. Forse a Mola di Bari, Nardò, Manduria? «Sono favorevole al ritorno al nucleare», ha detto il candidato Pdl Palese. Ah, ecco. «Però non in Puglia!» Ah, appunto. L’abruzzese Chiodi è stato laconico: «Sono favorevole, ma non in Abruzzo». Ci mancherebbe altro. Non cito i governatori e i candidati del centrosinistra perché grazie al cielo non uno di loro è favorevole al ritorno al nucleare. Che cosa scriverà dunque l’inviato francese? Il quale peraltro non avrà mancato lo spettacolo del coro dei candidati in piazza San Giovanni, nel quale si giurava fedeltà al patto di governo, che contiene il ritorno al nucleare. Potrebbe pensare allora che governatori e candidati tirano l’acqua al proprio mulino, ma Berlusconi tiene dritta la barra.
Ma ecco che Berlusconi, passando dalla Puglia, ha detto anche lui che il nucleare è bello, ma in Puglia no, e l´avrebbe detto in qualunque regione si fosse trovato a passare, così come è pronto a dire in Israele il contrario di quello che dirà a Ramallah fra mezz’ora, e Dio non voglia che passi da Teheran. In un tale imbarazzo, e volendo magari andare incontro alle aspettative dell’Edf, che ha venduto a Berlusconi le centrali in cambio della fontana di Trevi, l’inviato francese potrà riferire enigmaticamente che l’Italia è pronta per il nucleare, con l’eccezione delle sue regioni. Guardate che ci siamo arrivati davvero, visto che si è proposto di costruire le centrali nucleari italiane in Albania.
Questa incredibile pagliacciata avrebbe meritato di coprire ed esaurire un’intera campagna elettorale. Neanche tanto sul sì o il no al nucleare, quanto sui farseschi sotterfugi di una politica che compra le centrali come fossero popcorn, le tiene chiuse nel sacchetto, e poi si ingegna a farle ingoiare ai cittadini, a partire da lunedì pomeriggio. In tutto l’Occidente sono in costruzione due soli impianti nucleari, uno in Francia e uno in Finlandia, con la tecnologia francese scelta dall’Enel e dal governo italiano. L’impianto finlandese avrebbe dovuto essere consegnato un anno fa, si parla ora del 2012 e i costi sono già aumentati del 60 per cento. I sistemi di questi impianti sono stati messi in mora dalle agenzie per la sicurezza nucleare francese, britannica e finlandese.
Nel 2008 per la prima volta gli investimenti privati negli impianti di energia rinnovabile nel mondo hanno superato quelli per tecnologie a combustibili fossili. Da noi, Verdi, Democratici, Radicali, Sinistra, hanno elaborato programmi importanti, e valorizzato le esperienze di riconversione ecologica dell’economia italiana e di conversione dei consumi e delle aspirazioni. «Con la sua piccola e media impresa, con il patrimonio storico di saperi e di tradizioni artigianali, con la varietà produttiva mai completamente domata dagli imperativi della grande industria, il nostro è un Paese d’elezione della green economy». Ma il governo italiano è l’unico che non si sia proposto di affrontare la crisi puntando sull´economia verde. Ermete Realacci, responsabile per il Pd della green-economy, cita la sentenza di Berlusconi all´inizio della crisi: «Occuparsi di ambiente in un momento di crisi è come fare la messa in piega quando si ha la polmonite». Ognuno parla di quello che sa: economia di parrucchieri.
Circola in rete un brano di Minima Moralia di Adorno. «La bugia ha il suono della verità, e la verità il suono della bugia. La verità - che vorrebbe ribellarsi - non reca solo il marchio dell'inverosimile, ma è altresì troppo debole, troppo povera per potersi affermare». Sicuramente giusto, ma anche espressione di uno stato d'animo, che a me ricorda «Sulle scogliere di marmo» di Ernst Junger, l'élite assediata dalla plebe. Il narcisismo della rassegnazione è il peggiore. Bisogna sfidare la fidelizzazione pro Berlusconi operata dai Tg Rainvest, rientrando dentro la politica, spiegando le conseguenze dell'amore proclamato.
La parte del programma di Emma Bonino per il Lazio forse più debole è (purtroppo) quella per la cultura. Poiché penso sia centrale - in generale e soprattutto nel Lazio - vorrei provare a migliorarla, impegnandomi fin da ora a collaborare alla sua realizzazione. Bisogna partire da un'intenzione chiara che la riassuma. Roma non è mai riuscita ad affermarsi come capitale effettiva d'Italia. «Capitale corrotta nazione infetta», o «Il Marziano a Roma» o «La Dolce vita» piuttosto. In che modo Roma può finalmente assumere questo ruolo (sarebbe necessario contro il vento leghista)? Già Quintino Sella parlava di Università principalissima. La capitale dovrebbe essere il valore aggiunto fondamentale per la cultura del paese. Questo significa tutt'altro che unificarla, piuttosto bisogna promuovere la diversità e il conflitto delle opinioni dentro la Costituzione.
Oggi l'Italia, al contrario, è spaccata tra senso comune orientato dalla tv controllata da Berlusconi e la strisciante depressione sgomenta delle élite culturali che scoprono la perdita di autorevolezza. Roma ha oggi tre Università pubbliche e numerose private; è la sede del Cnr; di un'azienda fondamentale per la formazione culturale italiana come la Rai. Se questa ricchezza oggettiva facesse sistema con il resto del Lazio (e, perché no, con le regioni confinanti, come l'Abruzzo e l'Umbria). E soprattutto con la Campania; penso al possibile passaggio di Bagnoli dall'Italsider all'industria dell'audiovisivo, ad un terzo polo televisivo...).
Condizione fondamentale è l'autonomia, dallo stesso potere politico, delle istituzioni culturali (Teatro di Roma, Teatro dell'Opera, Auditorium, Festa del Cinema, Sistema Bibliotecario, Azienda Palaexpò, Macro, Maxxi, Rai, editoria, etc.). La cultura, settore ad alta intensità di occupazione e insieme segmento alto, immateriale per definizione, della domanda di servizi, legato a questioni fondamentali come lo spazio pubblico e la governance delle grandi città, all'integrazione ed all'uguaglianza dei diritti degli immigrati, della formazione e dell'innovazione, può dimostrare, come e anche più di una diversa gestione della sanità pubblica, i vantaggi una democrazia fondata sulla separazione dei poteri, rispetto al presidenzialismo. Si tratta di due culture diverse: una che persegue il controllo e la fusione (Rainvest, basta quest'esempio), la chiusura dei piccoli e la censura; l'altra che ritiene essenziale essere sempre sottoposta alla libera critica di tutti. Se considerassimo cinema, tv, teatro, libri, audiovisivi, rete, università, centri di ricerca come le tante parti di un unico progetto nel segno della produzione di immaginario, esteso fino ai musei, ai musei aperti che sono le città del Lazio - tutte, per ragioni diverse, fino alle città di bonifica del fascismo, città d'arte; all'altro, il grande museo aperto che è il territorio; ai paesaggi del Lazio (coinvolgendo altre figure professionali come gli architetti, gli storici, i paesaggisti, i sociologi, gli urbanisti, nuove forme di comunicazione come i flash mob o il teatro di paesaggio), che grande possibilità di sviluppo avrebbe il Lazio! Quanti nuovi posti di lavoro, così, si potrebbero creare!
Questo sogno -come i sogni di tanti altri che seguitano a credere che politica e cultura siano due facce dello stesso progetto - passa per il voto di domenica e lunedì di Emma Bonino, che ha la bella faccia di una che almeno ti sta a sentire. Forse non lo sa, ma l'ascolto è il requisito fondamentale della democrazia, secondo Sofocle dell'Edipo a Colono. Mi fido davvero; e mi auguro che a fidarci saremo la maggioranza.
Negli ultimi mesi la protesta contro il regime berlusconiano ha raggiunto toni quasi patetici. Si parla di crisi del berlusconismo come per esorcizzare la realtà di una perfetta corrispondenza tra la corruzione del ceto politico-imprenditoriale e il cinismo diffuso nella società. Ma la crisi dove sarebbe? L'escalation di arroganza non è segno di una crisi, direi, ma del suo contrario: è segno della stabilizzazione di un sistema che non ha più bisogno di legge perché basta la legge del più forte per regolare le relazioni di precarietà, sfruttamento e schiavismo nel campo del lavoro e della vita quotidiana.
Quanto più evidente è il disprezzo del ceto al potere per la legge e le regole, tanto più la protesta si concentra sulla difesa della legalità. Il problema è che la legge e le regole non valgono niente quando non esiste la forza per renderle operanti. E dove sta la forza, cos'è la forza in un sistema centrato sulla produzione mediatica della coscienza? Nel discorso corrente quel che accade in questo paese è visto come una bizzarra forma di corruzione dello spirito pubblico, come una singolare e isolata sospensione della democrazia. Allo stesso modo gli inglesi guardarono agli italiani dopo la prima guerra mondiale, e le democrazie occidentali interpretarono Mussolini: un fenomeno di marginale arretratezza culturale, o piuttosto un'anomalia culturale. Poi l'esempio di Mussolini produsse effetti su larga scala, fino a precipitare il mondo nella più grande carneficina della storia.
Tra riforma e controriforma
Forse occorrerebbe smetterla di considerare il caso italiano come un'anomalia: al contrario è l'esempio estremo degli effetti prodotti dalla deregulation, fenomeno mondiale che distrugge prima di tutto ogni regola nel rapporto tra lavoro e capitale. Vi è certamente una specificità culturale italiana che merita di essere studiata capita, approfondita. Ma grazie a Mussolini e a Berlusconi questa specificità ha finito per esprimersi come forma anticipatrice del destino del mondo.
Nel libro Vuelta de Siglo (Mexico city, Era editorial, 2006) il filosofo messicano Bolivar Echeverria parla di due modernità che configgono e si intrecciano fin dall'inizio del sedicesimo secolo. La prima è la modernità borghese fondata sulla morale protestante e sulla territorializzazione delle cose mondane e del dovere industriale. L'altra è modellata dalla Controriforma e dalla sensibilità del Barocco. Questa seconda modernità è stata rimossa e marginalizzata nello spirito pubblico dell'Occidente capitalista a partire dal momento in cui l'industrializzazione dell'ambiente umano ha richiesto una riduzione del sociale al processo di meccanizzazione. La vita della borghesia industriale è basata sulla severa dedizione al lavoro instancabile e sull'affezione proprietaria ai prodotti del lavoro. La borghesia è una classe territorializzata perché l'accumulazione di valore non può essere dissociata dall'espansione del mondo delle cose fisiche. Non esiste più la borghesia perché la produzione non si svolge più nel borgo, ma nella rete, e la ricchezza non si fonda più sulla proprietà di oggetti fisici, ma sulla deterritorializzazione finanziaria.
Echeverria osserva che fin dal sedicesimo secolo la Chiesa Cattolica ha creato un flusso alternativo di modernità, fondato sulle competenze immateriali dell'immaginazione e sulle potenze della deterritorializzazione linguistica e immaginativa. Il potere spirituale di Roma è sempre stato fondato sul controllo delle menti: questo è il suo capitale, fin quando la sua potenza venne marginalizzata dalla borghesia industriale.
La fonte dell'accumulazione
Ma quando le immagini, non più semplici rappresentazioni della realtà, divengono simulazione e stimolazione psico-fisica, i segni divengono la merce universale, oggetto principale della valorizzazione di capitale. Se l'economia borghese territorializzata era fondata sulla severità iconoclasta del ferro e dell'acciaio, la deterritorializzazione post-moderna è fondata invece sulla macchina caleidoscopica della produzione semiotica. Questa è la ragione per cui possiamo parlare di semiocapitalismo: perché le merci che circolano nel mondo economico - informazione, finanza, immaginario - sono segni, numeri, immagini, proiezioni, aspettative. Il linguaggio non è più uno strumento di rappresentazione del processo economico e vitale, ma diviene fonte principale di accumulazione, che continuamente deterritorializza il campo dello scambio.
La dinamica di progresso e crescita, nata dallo spazio fisico territoriale della fabbrica, ha obbligato le due classi fondamentali dell'epoca industriale, classe operaia e borghesia, al rispetto delle regole politiche e contrattuali. La morale protestante delle regole fonda la contrattazione collettiva e la funzione sociale dello stato.
A partire dagli anni '70 la relazione tra capitale e lavoro è stata trasformata, grazie alla tecnologia digitale e alla deregulation del mercato del lavoro. Un effetto enorme di deterritorializzazione ne è seguita, e il modello borghese è stato spazzato via, insieme alla vecchia coscienza di classe operaia. La finanziarizzazione dell'economia globale ha eroso l'identificazione borghese di ricchezza proprietà fisica e lavoro territoriale. Quando il lavoro perde la sua forma meccanica e diviene immateriale, linguistico, affettivo, la relazione deterministica tra tempo e valore si rompe. La genesi del valore entra in una fase di indeterminazione e di incertezza. La via è aperta verso un prevalere di una visione neo barocca, e all'istaurazione di una logica aleatoria nel cuore stesso dell'economia. Quando il linguaggio diviene il campo generale della produzione quando la relazione matematica tra tempo-lavoro e valore è rotta, quando la deregulation distrugge tutte le garanzie, solo un comportamento di sopraffazione criminale può prevalere.
La violenza della deregulation
Questo è accaduto, in tutto il mondo non solo in Italia dal momento in cui le politiche neoliberiste hanno occupato la scena. Il principio della scuola neoliberale, la deregulation che ha distrutto i limiti legali e politici all'espansione capitalista non può intendersi come un mutamento puramente politico. Occorre vederlo nel contesto dell'evoluzione tecnologica e culturale che ha spostato il processo di valorizzazione dalla sfera della meccanica industriale al campo della produzione semiotica.
Il lavoro cognitivo non si può ridurre alla misura del tempo dato che il rapporto tra lavoro tempo e valorizzazione diviene incerto, indeterminabile. Il mercato del lavoro globale diviene il luogo della pura legge della violenza, della sopraffazione. Non si tratta più di semplice sfruttamento, ma di schiavismo, di violenza pura contro la nuda vita, contro il corpo indifeso dei lavoratori di tutto il mondo. La violenza è diventata la forza economica prevalente nell'epoca neoliberista. In Messico come in Italia come in Russia come in molti altri paesi il mercato finanziario, il mediascape e il potere politico sono nelle mani di persone che hanno ottenuto il loro potere con l'illegalità e con la violenza. Per non parlare del ruolo che corporation come Halliburton e Blackwater hanno svolto e svolgono nel provocare guerre e nel distruggere vite e città perché questo è il loro lavoro, perché il loro business ha bisogno della guerra per prosperare. La violenza è la forza regolatrice dell'economia semiocapitalista, perchiò non é contrastabile con i richiami alla legalità e alla moralità.
Come cento anni fa littlie è l'avanguardia del capitalismo non protestante e la seconda modernità di Echeverria, che si presentò per alcuni secoli come pura reazione antimoderna emerge oggi come principio fondativo del capitalismo mondiale. L'esperienza italiana durante gli ultimi cento anni è stato il teatro principale di questo ritorno dello spirito barocco. Le performance di Mussolini e di Berlusconi sono fondate entrambe sulla esibizione teatrale dell'energia maschile, ma anche sulla capacità di penetrare nei recessi del linguaggio nel campo profondo dell'autopercezione collettiva.
Curzio Malaparte, in un libro intitolato L'Europa vivente, ragionava su questo punto: il fascismo raccoglie l'eredità della Controriforma e dello spirito barocco, e la trasforma in un'energia che è al tempo stesso anti-moderna e neo-moderna. «Noi saremo grandi anche senza passare con un ritardo di tre secoli attraverso la Riforma: saremo grandi anzi unicamente contro la Riforma. La nuova potenza dello spirito italiano che già si manifesta per chiari segni non potrà essere se non antieuropea».
Sul corpo delle donne
Malaparte è ben consapevole - come lo erano stati i futuristi - del fatto che la modernità che il fascismo afferma è fondata sulla rimozione della femminilità. Il fascismo è sessualità che aborrisce e teme la sensualità. «Soffrire è necessario per vivere. La gloria e la libertà costano sangue, e soffrire bisogna per vivere con superbia e dignità fra superbi. Chi non riconosce questa verità fondamentale della vita umana si condanna alla bestialità. Chi predica l'odio alla sofferenza, chi predica alegge del paradiso e non quella dell'inferno (i socialisti) nega tutto ciò che di grande ha in sé un uomo, cioè tutto quello che un uomo ha in sé di umano. Un'umanità epicurea, paradisiaca, è anticristiana e antiumana» (Malaparte, L'Europa vivente).
La femminilità dell'autopercezione italiana è in gioco, nel caso di Mussolini come nel caso di Berlusconi. Mussolini e i giovani futuristi del 1909 volevano sottomettere disprezzandolo il corpo della donna (e il corpo sociale in quanto sottomesso e femminile). Berlusconi e la classe di lunpen che lo circonda vuole sporcare il corpo della donna, sottometterlo all'autodisprezzo cinico, sentimento prevalente e vincente della classe dirigente del semiocapitalismo barocco.
Le regole che i legalisti rivendicano sono decaduti nella cultura e nel lavoro. Occorre liberare la società dal legalismo, perché la società cominci a non rispettare le regole del semiocapitale, a essere autonoma nella post-legalità che il Semiocapitale ha istituito. Ciò che occorre alla società è la forza per non rispettare le regole non scritte che il capitalismo ha imposto, e per affermare un altro modo di vita, una nuova solidarietà del lavoro. Allora, nel campo senza regole del semiocapitalismo, la società potrà affermare i suoi bisogni e soprattutto le sue potenzialità. Difendere la legge diviene un lavoro risibile, quando il potere dichiara ogni giorno nei fatti che quelle regole non contano più niente. Solo a partire dall'abbandono di ogni illusione legalista sarà possible creare autonomia sociale, essere all'altezza (o se si preferisce alla bassezza) della sfida che il semiocapitale ha lanciato.
Il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 12 marzo 2010, ha impugnato la l.r. Calabria, n. 5 del 2010, di attuazione dell'Intesa sancita in data 1° aprile 2009 (c.d. piano casa).
La legge regionale calabra presenta però una peculiarità: essa è non stata approvata dal Consiglio regionale – organo legislativo della Regione (art. 121, Cost.) – ma dal Presidente della Giunta regionale, quale commissario ad acta. Il Governo, infatti, visto il mancato recepimento dell’intesa del 1° marzo, ha fatto ricorso – per la prima volta, a quanto consta – ai poteri sostitutivi di cui all’art. 120, comma 2° Cost., incaricando il presidente della Regione a porre in essere “ogni idonea attività, anche di natura legislativa” per assicurare il recepimento del piano casa in Calabria. La vicenda risulta allarmante da diversi punti di vista, ma soprattutto se si ricorda che i poteri sostitutivi di cui all’art. 120 Cost., secondo la Corte costituzionale, si riferiscono “a emergenze istituzionali di particolare gravità, che comportano rischi di compromissione relativi ad interessi essenziali della Repubblica” (Corte cost. n. 43 del 2004).
In ogni caso, la l.r. cit. stabilisce che i principi e gli obbiettivi contenuti nell'intesa del 1° aprile “sono integralmente recepiti nell’ordinamento legislativo regionale” (art. 1, comma 1) e che la giunta regionale deve adottare, entro sessanta giorni, “ogni conseguente disciplina attuativa di natura regolamentare, nel rispètto degli obbiettivi individuati all'articolo precedente”.
Il Governo però non si è ritenuto soddisfatto e – oltre ad avere sollevato conflitto di attribuzione con il presidente della giunta regionale quale commissario ad acta per violazione dei principi di leale collaborazione – ha impugnato detta legge innanzi alla Corte costituzionale, in quanto, di fatto, produrrebbe un ulteriore “differimento dei termini per la concreta attuazione dell'intesa” (così il comunicato stampa del Dipartimento per gli affari regionali).
Il piano casa, in realtà, è un laboratorio di illegalità costituzionale.
Chiunque può riprendere questo articolo alla condizione di citare l’autore e la fonte come segue: tratto dal sito web http://eddyburg.it
VENEZIA. Sta crescendo come un fungo gigantesco il nuovo pontile Actv ai Giardinetti Reali non ancora finito, nonostante il termine fissato al 18 marzo il cui impatto sull'area marciana è impressionante. Ormai inservibili i cannocchiali fissi sulla riva perché la gigantesca struttura nasconde alla vista San Giorgio da una parte e Punta della Dogana e chiesa della Salute dall'altra. Anche in città cresce l'indignazione per le dimensioni e le caratteristiche del pontile Actv nell'area più preziosa e delicata della città sul piano monumentale e si sta già pensando a una raccolta di firme contro l'intervento che aveva già il parere favorevole della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e che non è mai stato esaminato dalla Commissione di Salvaguardia, perché autorizzato con i poteri del commissario al moto ondoso dopo che era stato tra i primi il rettore dell'Iuav Amerigo Restucci a sollevare il caso dei nuovi maxipontili dell'azienda di trasporto acqueo, portando la questione anche all'attenzione del Ministero dei Beni Culturali con la consegna di un dossier, senza però finora ottenere risultati. La stessa Italia Nostra ha annunciato iniziative contro l'intervento. Il target dei nuovi pontili Actv realizzati da Pmv, l'azienda che si occupa della logistica del trasporto acqueo e affidati per la progettazione agli architetti Pierpaolo Fugali e Luca Gasparini è sostanzialmente lo stesso, e privilegia le grandi dimensioni per fare fronte alla domanda turistica crescente, oltre che l'uso di materiali come il cemento e l'acciaio. Ma una delle caratteristiche delle strutture ormai evidente, anche per l'enorme copertura che le sormonta come un condor, sostenuto da piloni in lega d'acciaio e zinco è quella di nascondere alla vista il paesaggio circostante, senza porsi, evidentemente, il problema del rapporto con gli edifici monumentali che le circondano sia visti da terra, sia dall'acqua nonostante la Soprintendenza abbia seguito da vicino l'operato dei progettisti. Così, nel caso del maxipontile in costruzione al Lido, dal Gran viale e da Santa Maria Elisabetta non si vede più San Marco. Da quello della Pietà già in funzione non si vede pi San Giorgio. E da quello ai Giardinetti Reali, come detto, sono sparite alla vista, tra le altre, Punta della Dogana e la Basilica della Salute. I nuovi maxipontili sono invece difesi a spada tratta dall'Amministrazione comunale. «L'impatto è nullo ha dichiarato il sindaco Massimo Cacciari, in occasione dell'inaugurazione di quello della Pietà, i lavori di qualità. Ogni polemica è stupida perché quest'opera è sotto gli occhi di tutti. Anche se purtroppo gli occhi che vedono le cose fatte bene sono soltanto il 5-6 per cento del totale». Miopi e presbiti evidentemente per abbondano in città, perché sono molti, sia pure finora silenziosamente, quelli che giudicano negativamente caratteristiche e impatto dei maxipontili sull'immagine della città, senza mettere in discussione la necessità di rinnovarli. Ma il problema di un vero codice dell'arredo urbano tra maxipontili, distributori automatici e megapubblicità che imperversano in città sarà forse uno dei compiti di cui dovrà occuparsi il nuovo sindaco, prima che le trasformazioni selvagge dell'immagine di Venezia, di cui ormai anche molti visitatori si lamentano, abbiano raggiunto il punto di non ritorno.
La moneta cattiva del turismo ha cacciato quella buona dei residenti. La moneta cattiva della commercializzazione ha cacciato quella buona delle attività legate alla cultura e alla storia della città. La moneta cattiva della falsa modernizzazione sta cacciando quella buona della tutela delle qualità accumulate nei secoli meno infelici nelle pietre della città che era la più bella del mondo. E la tendenza all’omologazione (e al trionfo delle metropolitane sub lagunari, delle Tessera City e Veneto City, della svendita e cementificazione delle aree libere al Lido) è bipartisan: sul terreno della mercificazione e omologazione della città e del suo territorio quelli che contano hanno gli stessi pensieri.
Nelll'icona il simbolo inventato dal sindaco (all'epoca Paolo Costa, tra due Massimi Cacciari) per vendere meglio Venezia
Uno scempio ambientale nel cuore del Parco naturale del Sile, istituito dalla Regione Veneto vent’anni fa su un territorio di oltre quattromila ettari a cavallo delle province di Padova, Treviso e Venezia? La denuncia, partita dall’associazione Un’altra Treviso, è stata raccolta dai sei deputati radicali che ne hanno fatto oggetto di una interrogazione alla ministra dell’Ambiente Prestigiacomo sottolineando che è la seconda volta che si tenta di trasformare l’area degli ex mulini Mandelli in un complesso di edifici residenziali (condomini e villette) e ricavando nella circostante zona verde un giardino per i nuovi abitanti. Che cosa è il Parco del Sile? Nel sito del parco si sottolinea che “il clima mite dell’area, la navigabilità delle acqua, la vicinanza con il mare, la copiosità di risorgive e la ricchezza boschiva del territorio”, senza contare i “numerosi reperti di una importante cultura palafitticola”, fanno del parco stesso la mèta di tanti visitatori ai centri visita per la scelta degli itinerari, per l’educazione ambientale, per recarsi nei punti di maggiore interesse ambientale e faunistico.
Ebbene, invece di “proteggere, salvaguardare, valorizzare, mantenere e tutelare il suolo e il sottosuolo, la flora e la fauna del Sile” (scopo dichiarato nella legge istitutiva), l’Ente Parco avvia “progetti di recupero” che in realtà sono piani di edificazione veri e propri: il caso degli ex mulini Mandelli ne è la prova. Sottolinea ancora l’associazione Un’altra Treviso: «Siamo indignati nel constatare che ad avviare l’iter per la cementificazione delle rive del Sile non siano state le richieste dei costruttori ma lo stesso Ente Parco attraverso lo strumento della variante al piano ambientale che a tutto dovrebbe servire meno che a portare a nuove edificazioni lungo le sponde del fiume». Ma il bello è che, come si è accennato, quello in corso è il secondo tentativo di fare degli ex mulini il trampolino per scempiare proprio le rive dello fiume. Già allora, quattro anni fa, si sostenne trattarsi di un “progetto di recupero”.
Ma allora si era fatto di peggio: nella richiesta avanzata dall’Ente Parco alla regione Veneto – è scritto nell’interrogazione – si affermò che il percorso tecnico-amministrativo era stato “individuato di concerto con il Comune di Treviso”. Tuttavia l’assessore all’urbanistica Marton e il presidente della commissione urbanistica Zampese hanno sostenuto che l’amministrazione comunale non sapeva nulla del progetto. Eppure in quel tentativo la giunta di Treviso dimostrò zelo e solerzia degni di miglior causa: la richiesta dell’Ente Parco, infatti, era stata protocollata in municipio il 10 agosto 2006 e inoltrata allaregione appena una settimana dopo, proprio sotto ferragosto! E allora due domande dei parlamentari alla ministra Stefania Prestigiacomo: di quali elementi dispone il suo dicastero? E quali iniziative intende assumere anche in considerazione della presenza, in prossimità dell’area del Parco naturale del Sile, di siti di interesse comunitario e di zone di protezione speciale?
A Brema, a differenza che a Roma o Milano, sanno che se togli le auto e non vuoi che la città si fermi devi offrire qualcosa in cambio. Tipo più mezzi pubblici, più piste ciclabili, più car sharing. Una politica a tre punte che nel 2008 ha fatto registrare, per la prima volta, un’inversione di tendenza: il numero delle macchine ha cominciato a diminuire (-1,6%) nonostante un lieve aumento della popolazione (+0,2%). Ma il vero vincitore, in questa guerra di spostamenti decimali, è stato il trasporto pubblico che ha segnato una crescita del 3,6%. È uno dei casi di eccellenza raccontati in La corsa della green economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo di Antonio Cianciullo e Gianni Silvestrini (Edizioni Ambiente, 201 pag., 14 euro). Il libro, scritto dall’inviato di Repubblica assieme a un ricercatore del Cnr, fa una vasta rassegna internazionale di come la corsa all’innovazione ecologica sta cambiando sia i connotati delle città più avvertite che quelli di molte aziende. C’è l’ennesima conferma della civiltà scandinava, con il primato di Stoccolma dove una fermata di trasporto pubblico non è mai più lontana di trecento passi. Come se non bastasse, se il tram non passa entro venti minuti, il passeggero mancato ha diritto a prendere il taxi gratis. Quando si dice trattare il cittadino come un cliente. Oppure la scoperta del record di Friburgo, dove ci sono più biciclette che abitanti e sulle strade vige la regola dei terzi: un terzo alle bici, un terzo ai mezzi pubblici e un terzo alle auto. Qualità della vita a parte, la rassegna si occupa anche della qualità del capitalismo. L’americana Firstenergy, per dire, invece di investire 380 milioni di dollari in una centrale a carbone esistente ha preferito metterne 200 milioni su un impianto a biomassa. Tra il passato remoto e il futuro prossimo non ha avuto dubbi su dove puntare. Lo stesso non si può dire dell’Italia, con il suo discusso ritorno al nucleare.
«Una scommessa azzardata anche sul piano economico» la definisce Maurizio Ricci, giornalista di lungo corso a Repubblica, nel suo Atlante ragionato delle fonti di energia rinnovabili e non (Muzzio editore, 176 pag., 19 euro). Una serie di illuminanti reportage alle radici dell’energia. Da quello che rimane dei super-pozzi di petrolio, dall’Arabia Saudita allo Yucatan, a quello che sarà delle promesse più pubblicizzate, dall’idrogeno alle biomasse. «Da una parte ci sono gli alti costi» spiega Ricci, che ha visitato le centrali atomiche più moderne del mondo, «dall’altra resta il fattore sicurezza. Il rischio che qualcosa vada storto è basso ma in quel caso i danni sarebbero altissimi e, per definizione, mondiali, che non si fermano alle frontiere. Tantopiù che non esiste ancora un vero organismo di controllo internazionale: perché l’Aiea intervenga deve essere invitata da un governo». Alternative verosimili, non buone solo per il libro dei sogni del buon ecologista? «Intanto bisogna puntare sull’efficacia della rete. Perché è vero che né il sole né il vento, in un determinato luogo, ci sono sempre ma è anche vero che da qualche altra parte, in quel momento, splenderà e soffierà. Il trucco, quindi, è fare una rete abbastanza vasta e intelligente per prendere l’energia da dov’è e distribuirla dove serve, in un flusso il più possibile costante. È quello, ad esempio, che fa il progetto Desertec che vuole far arrivare l’energia prodotta in Africa in Europa». Se c’è una cosa che non lo convince, tra le applicazione rinnovabili più reclamizzate, è l’auto a idrogeno. «Perché prendere elettricità per creare idrogeno da cui estrarre elettricità?», si chiede uno degli esperti che ha intervistato. «Con 100 chilowattora di elettricità un’auto elettrica fa 120 chilometri, una a idrogeno 40». Insomma, meglio evitare giri inutili per costosissime fuel cells e attaccarsi direttamente alla corrente.
Nel frattempo i Paesi più orientati al futuro preparano ambiziosi cambi di guardia. Entro dieci anni, ora è il libro di Cianciullo la fonte, le fonti rinnovabili in Germania supereranno il settore automobilistico quanto a fatturato. E nel mondo gli impianti eolici creati nel 2009 hanno prodotto più energia delle centrali atomiche installate negli ultimi cinque anni. Risultati che non arrivano per caso. Nei pacchetti di stimolo per rivitalizzare l’economia c’è chi ha preso la quota verde sul serio e chi no. In Cina hanno investito il 37,8% in quel settore. In Germania il 13,2. In Italia l’1,3. Se ci impegniamo un decimo, poi non possiamo pretendere chissà che.
Una telefonata al 1515, da parte di numerosi cittadini allarmati, il sopralluogo della Guardia Forestale, guidata dal comandante provinciale Vincenzo Stabile, il sequestro dell’area e la denuncia alla Procura del responsabile del procedimento. Ieri è stata una giornata da dimenticare per Bagnolifutura, la società di trasformazione urbana partecipata dal Comune di Napoli, dalla Provincia e dalla Regione e incaricata della bonifica dell’area ex Italsider. In via Cocchia gli uomini della Forestale hanno constatato che erano stati già tagliati 250 alberi trentennali - pini domestici, pini d’Aleppo ed eucalipti - per un’area di disboscamento pari a 7500 metri quadri. «I funzionari di Bagnolifutura», dice il capitano Stabile, «non sono stati in grado di esibire alcuna autorizzazione. Avrebbero dovuto chiederla alla Soprintendenza, come prevede la legge 42 del 2004».
Le prime segnalazioni su quel che stava accadendo in via Cocchia risalgono al 18 marzo. Vincenzo Bellopede, consigliere della Municipalità per i Comunisti italiani, aveva scattato anche una foto. «Tutto in regola», aveva detto all’epoca e ripete oggi Bagnolifutura. «L’area in oggetto— sostiene— è destinata dal Piano Urbanistico non a verde ma ad edificazioni. E’ stata venduta al Consorzio costituito da Camera di Commercio e Centro di competenza Amra che ivi costruiranno il Polo Tecnologico dell’Ambiente».
Aggiunge: «Nell'area di Bagnoli sono già sorti circa 30 ettari di Parco dello Sport nei quali vi è un’estesa diffusione di piante e verde pubblico e proprio negli ultimi giorni è stato dato il via alla gara per la progettazione esecutiva, realizzazione e gestione per i primi tre anni del primo lotto di un Parco Urbano che, solo per quanto riguarda l'area di proprietà di Bagnolifutura, avrà un’estensione di 120 ettari». Inoltre,«l'area nella quale si è proceduto all'abbattimento dei pini è stata recentemente interessata da carotaggi e attività di bonifica comprendenti anche movimentazioni di mezzi pesanti che hanno inevitabilmente creato a molti di questi alberi seri problemi, anche di sicurezza. Pertanto si è deciso di intervenire rapidamente a tutela della pubblica incolumità». Troppo rapidamente, verrebbe da dire alla luce del sequestro operato ieri dalla Forestale.
Una figuraccia che si sarebbe dovuta evitare, quella di una società pubblica, dove il rispetto delle regole dovrebbe essere Vangelo, pescata ad abbattere in clandestinità 250 alberi come il peggiore dei costruttori abusivi. Tanta fretta si spiega— secondo indiscrezioni interne alla società— con la richiesta da parte dell’acquirente dei suoli di disporre quanto prima dell’area senza quei pini che intralciavano il costruendo Polo Tecnologico e dell’Ambiente.
«Venezia ha perso appeal, Venezia piace molto meno al turista internazionale, che sceglie di soggiornare nelle capitali europee. Vienna, per dire attrae più della nostra Laguna».
Sembra una provocazione venata di eccessivo pessimismo, ma Francesca Bortolotto, Chairman & President dell’hotel Bauer, fa sul serio. E denuncia, senza mezzi termini, che il centro storico più bello del mondo perde i pezzi. «E soprattutto la sua identità», dice. «E adesso vogliono persino mettere i distributori di Coca Cola accanto alle chiese...».
Parla a un piccolo gruppo di giornalisti dal salotto di una delle suite dell’albergo, con vista sul Canal Grande. Di fronte, c’è Punta della Dogana e, sullo sfondo, l’isola di San Giorgio. «Le bellezze vanno assaporate, bisogna entrare nell’anima della città; non si può farlo in uno o due giorni scarsi e poi filar via veloci». L’allusione è a quel turismo mordi e fuggi, più volte denunciato. Che porta tanta gente, troppa, ma non aiuta a tenere alti gli standard qualitativi. Ed anche alla fascia economicamente più elevata che riduce al minimo i soggiorni in Laguna. «Fino a pochi anni fa Venezia era ai primi posti nella classifica dei desideri del viaggiatore. Dal settimo è retrocessa al 14° - spiega la titolare del Bauer - Certo, la crisi internazionale ha dato un duro colpo al turismo, tuttavia altre capitali hanno retto meglio, poiché non hanno i nostri problemi».
Francesca Bortolotto, a Venezia, rappresenta il nucleo familiare più forte dell’hotellerie. Negli ultimi anni ha investito molto nei suoi alberghi di prestigio (Bauer, Palazzo Bauer e Palladio alla Giudecca), considerando la qualità come carta vincente. «Avrei potuto vendere, ho tenuto duro. Ma fino a quando?». Dice che la situazione «è disperata» e che gli alberghi lavorano, mediamente, al 50 per cento delle disponibilità. «Anche perché l’offerta in pochi anni è aumentata vertiginosamente. La politica di cambio di destinazione d’uso (palazzi venduti per essere trasformati in hotel) è corrente. La domanda cala, l’offerta cresce troppo. Che senso ha?».
La conferma viene da Claudio Scarpa, direttore dell’Ava (Associazione Veneziana Alberghi), che partecipa all’incontro e presenta i dati del settore. «I posti letto nel centro storico sono triplicati - afferma -. Adesso sono circa 13.000. Ad ogni angolo c’è un albergo, una locanda, un bed&breakfast. Chi ha un buco a disposizione fa l’affittacamere. Questa non è più Venezia». Francesco Bortolotto riprende, con un carico da novanta: «L’offerta culturale è insufficiente, le grandi mostre, rare. Tutti hanno parlato della città in gran spolvero per la Biennale? Un granello di sabbia. La Fenice? Viene ricordata più per l’incendio che ha subito che per le stagioni liriche. I ristoranti non hanno saputo rinnovarsi. Stendiamo un velo pietoso sullo shopping: qualche griffe a San Marco e tanta paccottiglia. È mai possibile che gli striscioni dei saldi siano così evidenti da deturpare i palazzi?». «Non ho ricette - conclude - ma penso che si debba prendere coscienza fino in fondo del valore di Venezia e di ciò che può ancora esprimere. Smettiamo di svenderla, se vogliamo riconquistare il turismo di qualità».
Nelle cassette della posta del Piano C.A.S.E. all’Aquila è comparso questo volantino. Che è uno degli esempi di come si faccia comunicazione-shock in un’area emergenziale. Le 17mila persone che hanno avuto gli appartamenti del piano C.A.S.E. ricevono in prima persona la campagna elettorale del premier e del suo PdL. Una campagna personalizzata e impietosa, che specula, una volta di più, sulla facciata positiva e buona del Governo del Fare. Ricordiamo ancora una volta cosa significhi, all’Aquila, "aver fatto".
Punto primo. “Fare”, durante un’emergenza, è un dovere, non un favore. Le case del Progetto C.A.S.E., imposte dall’alto con decreto, pensate pochi giorni dopo il terremoto e formalizzate il 28 aprile 2009, sono in comodato d’uso; sono costate più o meno 2700 euro al metro quadro; sono state costruite in deroga a vincoli urbanistici e leggi sugli appalti; sono temporanee nell’assegnazione agli sfollati ma permanenti quanto a consumo del territorio; sono state gestite e costruite secondo la logica dell’emergenza e dell’urgenza e dell’indifferibilità dei lavori proprie della Protezione Civile; hanno visto – come relazionano i Servizi Segreti in parlamento il primo marzo, come scrivono su Terra, come sosteneva da mesi il giornalista di Libera Angelo Venti su Site.it - il forte interesse delle ditte mafiose o con rapporti con la mafia; sono state sbandierate ai quattro venti, con numeri falsati e gonfiati; nascono come “non luoghi”, in quanto non integrati nel tessuto sociale, economico e paesaggistico; 4 siti su 19 scaricano (o perlomeno hanno scaricato per mesi) le acque scure nel fiume Aterno; genereranno all’Aquila un sovradimensionamento abitativo di circa 4500 appartamenti. Il tutto in una città di settantamila abitanti. Un vero e proprio patrimonio da gestire e a rischio fallimento.
Ma nel frattempo, le case del progetto C.A.S.E. vengono anche utilizzate per la facciata governativa: fuori dall’Aquila, per mostrare quanto sia forte questo governo del fare. Dentro l’Aquila, vengono usate per riscattare il “dovuto” ringraziamento da parte di chi ha avuto le C.A.S.E. Con il voto. Esattamente come Denis Verdini, coordinatore del PdL indagato per l’inchiesta sul sistema gelatinoso, chiedeva il ringraziamento degli Aquilani in piazza alla manifestazione del PdL. Il confronto, poi, con l’Umbria e le Marche del 1997, è ridicolo e continua a non tener conto del fatto che con minor tempi e minor costi si poteva dare alle persone una sistemazione provvisoria che le rendesse attive per la propria ricostruzione. Senza usare i container del 1997, ma utilizzando Moduli Abitativi Rimovibili.
Infine. In Umbria i Sindaci e gli enti locali e i cittadini sono stati i veri protagonisti della ricostruzione. Per ricostruire, in sicurezza, com’era e dov’era. Con il volantino, cala il sipario: è l’ultimo atto dell’operazione mediatica sull’Abruzzo, è un volantino che ha il sapore della propaganda a ogni costo, anche sulle vite altrui. E forse anche della beffa, per gli sfollati che sono strumento e oggetto di pubblicità.
Varato, colpito e (quasi) affondato. E’ cominciata sotto i peggiori auspici la navigazione del decreto sulle cosiddette liberalizzazioni edilizie, fraseologia elegante che in sostanza vuol dire: possibilità di ristrutturare casa senza dire niente a nessuno, senza alcuna autorizzazione preventiva delle autorità pubbliche (la famosa Dia, Dichiarazione inizio attività) e, cosa peggiore e preoccupante, senza l’ausilio di alcun progettista professionista, architetto, ingegnere o geometra che sia. Con tutto ciò che ne consegue in termini soprattutto di sicurezza non solo per il proprietario dell’immobile, tentato magari di picconare per ignoranza perfino i muri maestri. Ma anche per i vicini. In pratica una specie di finto piano casa o, peggio, un pericoloso condono edilizio mascherato e preventivo, l’ennesimo in un paese malato di furbizia edile e sfregiato dall’abusivismo.
LA NORMA.
La norma era stata varata in tutta fretta dal Consiglio dei ministri il giorno successivo alla clamorosa protesta del Comitato di presidenza dell’Ance (Associazione dei costruttori della Confindustria) composto dai rappresentanti delle associazioni territoriali dei 100 capoluoghi italiani. Il decreto era stato elaborato dal ministero dell’Economia di Giulio Tremonti con un intento elettorale duplice, non dichiarato, ma evidente: strizzare furbescamente l’occhiolino ai proprietari di case desiderosi di rimettere alla chetichella le mani sulle mura domestiche e nello stesso tempo far balenare a pochi giorni dal voto regionale l’occasione di lavori per una categoria di 34 mila imprese stremata dalla crisi e imbufalita. Invece di accattivarsi le simpatie di proprie-tari e costruttori, a cose fatte quel testo rischia di essere un boomerang per il governo perché non accontenta nessuno e non risolve niente. Non accontenta soprattutto i costruttori che si sentono addirittura presi in giro. I 100 dirigenti dell’Ance avevano chiesto a Berlusconi roba seria: lo sblocco del piano casa preparato dall’esecutivo un anno fa e poi abbandonato al suo destino senza l’ausilio di quel decreto di semplificazione che avrebbe dovuto essere un viatico per la partenza. E poi la ripresa del programma di piccole e medie opere immediatamente cantierabili e infine l’avvio del piano per l’edilizia scolastica e carceraria. Il governo ha risposto con un decretino che riguarda gli interventi edilizi minimi, alla portata di aziendine artigiane e anche più piccole, magari sprovviste perfino del Durc, documento unico di regolarità contributiva non previsto come obbligatorio dal testo governativo.
I DUBBI.
Quella norma, inoltre, è di incerta applicazione. Vale solo in quelle regioni in cui non sia in vigore una normativa di diverso orientamento in materia, per esempio per quanto riguarda l’obbligo della Dia. Sono solo 2 le regioni italiane che si trovano in queste condizioni: il Friuli e la Sardegna. Ma dal momento che lì hanno già escluso l’obbligo della Dia, il decreto del governo è del tutto inutile anche per loro. Un clamoroso flop. E infatti i costruttori dell’Ance sono tutt’altro che soddisfatti. Il presidente del Veneto, Stefano Pellicciari, per esempio, ha confermato la protesta di piazza dei suoi associati subito dopo Pasqua per ribadire tra l’altro al governo la richiesta di un finanziamento straordinario sull’invenduto, cioè su quelle case costruite a iosa soprattutto nel nordest che nessuno compra causa crisi e che ora pesano come un macigno finanziario sul groppone dei costruttori.
GLI ARCHITETTI.
Sul fronte dei contrari ci sono, infine, i professionisti del settore edile completamente ignorati dalla norma e presi in giro. Nella fase di elaborazione del testo i rappresentanti del Consiglio degli architetti avevano raccomandato che fosse previsto l’obbligo di un progetto da parte di un tecnico per scongiurare interventi pericolosi e il rispetto delle norme antisismiche, sanitarie e paesaggistiche. Nonostante le assicurazioni verbali, quell’obbligo, però nel testo finale non c’è. Ieri sono tornati alla carica gli architetti di Roma che annunciano un’azione di pressione sul governo per cambiare il decreto: “Vorremmo che la politica si ricordasse che esiste in Italia un mondo delle professioni portatore di valori e competenze utili per il bene di tutti”.
Il passo avanti è qualche ora indietro: lo sversamento iniziò, hanno scoperto i carabinieri, alle 2.30 e non, come si pensava in una prima fase, tra le 3.30 e le 5. Certa la data (la notte tra lunedì 22 e martedì 23 febbraio), certo il luogo (l’ex azienda petrolifera, oggi deposito di idrocarburi, «Lombarda Petroli», a Villasanta, in provincia di Monza), e adesso certa anche la collocazione temporale, per il resto, delle tonnellate di olio combustibile e gasolio un mese fa finite nel Lambro e nel Po rimane da scoprire quasi tutto.
Il ministero dell’Ambiente deve ancora emanare l’ordinanza sul post-disastro ecologico, che porterebbe una dote iniziale di 12 milioni di euro e farebbe scattare, con la nomina di un commissario, un piano d’azione generale di bonifica, risarcimento per enti e ditte fin qui intervenute, e monitoraggio su pesci, uccelli, piante.
I controlli
Le stime parlano di 1.800 tonnellate di gasolio e 800 di olio combustibile cadute nei due fiumi. Delle 2.600 tonnellate, ne risultano recuperate 2.200, acquisite da raffinerie per il riutilizzo. L’enorme quantità di idrocarburi è stata fatta volontariamente fuoriuscire dalle cisterne della Lombarda Petroli, che, dopo due controlli dell’Arpa (l’azienda regionale protezione ambiente) l’8 e il 30 gennaio del 2009, nei dodici mesi successivi non è più stata visionata. I controlli spettavano all’Asl, l’Azienda sanitaria che dipende dalla Regione.
Il capo del personale
Le cisterne sono state aperte. Da chi? Un operaio? Per quale motivo? Vendetta? La Lombarda Petroli è un’azienda in progressiva dismissione. Occupa una vasta area obiettivo immobiliare degli Addamiano, noto gruppo di costruttori che nell’area e negli immediati dintorni vuole edificare una cittadella con case e negozi chiamata Ecocity. Alla Lombarda Petroli sono rimasti dieci operai, cinque dei quali in mobilità. Dicono che il direttore generale, in più ideatore del progetto di una centrale termica sempre sull’area dell’ex ditta petrolifera, è molto temuto dai dipendenti, o forse è a loro molto inviso; i rapporti sono conflittuali.
La Lombarda Petroli è sotto sequestro. È in corso la bonifica, vi partecipano gli stessi operai. I Tagliabue, i proprietari, gli «Onassis della Brianza», tacciono. Giuseppe, l’amministratore delegato, è l’unico indagato, dalla Procura di Monza, per aver violato la direttiva Seveso, che regolamenta i doveri delle aziende con oltre 2.500 tonnellate di idrocarburi. La Lombarda Petroli, con note al ministero dell’Ambiente nel gennaio 2009, ha dichiarato l’uscita dalla direttiva Seveso. Mentendo. «Sotto la direttiva», sottolinea Legambiente, «in Lombardia restano 287 aziende. A rischio: i controlli sono inadeguati».
Specie a rischio
Pierluigi Viaroli insegna Ecologia all’università di Parma. Invita a considerare come, in quei giorni, Lambro e Po erano gonfi d’acqua, e potrebbero esserci state esondazioni con idrocarburi depositatisi sugli argini. Nei campi, in questi giorni, le rane di Lataste (specie inserita nella lista degli animali a rischio) stanno deponendo le uova. Le rane sono una specie tipica dell’area del Po, è il loro mondo. Potrebbero trovarsi a procreare in aree contaminate. Dice Andrea Agapito, responsabile acque del Wwf, che «serve l’individuazione di alcune specie "bersaglio" per valutare come le sostanze inquinanti sono entrate nella catena alimentare».
I ritardi
«Siamo le vittime» ripetono dal Gruppo Addamiano. Un loro progetto immobiliare, a Desio, fuori Milano, sta subendo forti rallentamenti. Colpa della crisi, dello stallo del mercato immobiliare. Non girano soldi. La Addamiano Costruzioni, la società «storica» del Gruppo, provvede alla realizzazione degli appalti. Nell’ultimo bilancio che abbiamo potuto leggere (31 dicembre 2008), c’erano un patrimonio netto di 10.963.772 euro e debiti quasi tre volte tanti: 28 milioni di euro. Prima dei conti economici, i carabinieri vogliono capire i ritardi dei soccorsi e le responsabilità (altri indagati in arrivo?). Torniamo infatti al 23 febbraio. Alle 8.30 (sei ore dopo lo sversamento di olio e gasolio) i tecnici del depuratore San Rocco (gestito da Brianzacque) si accorgono di un’anomalia negli impianti, per la presenza di idrocarburi.
Alle 8.53 l’Arpa avvisa la Provincia di Monza che a sua volta attiva il gruppo sommozzatori della Protezione civile di Milano. Alle 10.25 la Protezione civile lombarda viene avvisata dello sversamento di idrocarburi nel depuratore San Rocco. Le 10.25: otto ore dopo. La dichiarazione della Regione dello stato d’emergenza, che prevede una mobilitazione diversa, più massiccia in uomini e mezzi della Protezione civile, con operatori professionisti anziché pensionati volontari, arriverà soltanto l’indomani mattina. Cioè più di un giorno dopo le 2.30 di quella notte.
Certi silenzi parlano più delle parole. E parlano, ai miei occhi almeno, gli inquietanti silenzi su due gravissimi fatti recenti: l’assassinio, a Palermo, dell’avvocato Enzo Fragalà; l’inquinamento doloso, in Lombardia, del fiume Lambro. In apparenza due fatti del tutto lontani e incomunicabili. Ma che potrebbero anche non esserlo. Sicuramente si tratta di due fatti anomali accaduti in contemporanea. Nel primo caso è stato ammazzato davanti al suo studio un avvocato che si è storicamente distinto per avere tutelato in sede legale i boss mafiosi. Che è stato tra i loro difensori più in vista nel maxiprocesso degli anni Ottanta. E che è poi stato eletto in Parlamento, dove è rimasto per numerose legislature. Nel suo caso l’anomalia balza subito agli occhi. Ucciso una sera davanti al portone del suo studio da un energumeno isolato e munito, così ci è stato raccontato, di casco e di bastone. Ma da quando a Palermo si uccide con un bastone? Forse la città non si è distinta nella sua storia per la facilità con cui i conti vi vengono regolati con le armi da fuoco, si tratti di fatti pubblici o (anche) di fatti privati?
O davvero si può credere che ci si presenti a uccidere un personaggio famoso da soli e armati solo di un randello, con il rischio, fra l’altro, che la vittima designata riesca a scappare, a premere un tasto o che passi qualcuno d’improvviso? E soprattutto: ma quale individuo isolato ucciderebbe a Palermo un legale dei clan? Si è fatta l’ipotesi di un pazzo omicida. Certo. Solo che l’avvocato Fragalà era stato indicato come uno dei possibili bersagli di Cosa Nostra ai tempi del celebre striscione esposto allo stadio della Favorita, quello in cui Berlusconi veniva invitato a ricordarsi della Sicilia riferendosi al 41-bis, ossia al carcere duro, vera ossessione dei clan. Solo che il tema del carcere duro continua a tornare come un martello anche nelle sedi processuali. Solo che le promesse non mantenute e il preteso scarso impegno degli avvocati in Parlamento sono stati oggetto di ripetute e pubbliche lamentele nonché di allusive minacce da parte dei boss, di cui si trova conferma anche in qualche narrazione dei collaboratori di giustizia. Se poi Fragalà davvero stava assistendo alcuni imprenditori in via di dissociazione da Cosa Nostra, questo non ha potuto che esporlo ancora di più. Un messaggio di sangue, dunque.
Il più volte temuto messaggio a una classe forense ritenuta contigua o più organica alla difesa dei boss in sede giudiziaria. Questo potrebbe essere l’assassinio di Fragalà. E questa consapevolezza intuitiva è sembrata affiorare nelle dichiarazioni e soprattutto nelle mezze frasi corse qualche giorno dopo, durante l’assemblea dei legali al Palazzo di Giustizia palermitano. Come se si fosse ricevuto il segno di un’impazienza giunta all’ultimo stadio, e che la decisione di mandare all’asta i beni confiscati alla mafia non è bastata a sedare. E che, evidentemente, non bastano a sedare le generosissime falle amministrative che vengono ovunque denunciate nella gestione del 41-bis (ultimi, i liberi convegni in carcere tra i boss Graviano e Schiavone). Soprattutto, forse, di fronte ai ripetuti successi di magistrati e forze dell’ordine nella cattura dei latitanti. D’accordo, potrà dire qualcuno: ma che c’entra il Lambro? In effetti. Può darsi nulla. Ma può darsi molto.
Il fatto è che a 1500 chilometri di distanza da Palermo, nella Lombardia dove batte il cuore del potere politico a cui i boss indirizzano da tempo le proprie richieste, è stata provocata una catastrofe ambientale. Non è stato incidente, questo è appurato. Bensì sabotaggio, vero e proprio atto di terrorismo ecologico. I cui danni sarebbero potuti essere immensi e coinvolgere in modo ancor più disastroso il Po e la sua pianura. Sabotaggio professionale, ci è stato detto. Un atto di terrorismo che ha tutta l’aria di essere stato dimostrativo o punitivo o le due cose insieme. Indirizzato contro qualche interesse locale o contro interessi più ampi? La logica (che non sempre si riflette nei comportamenti umani, questo è vero) suggerisce che l’atto sia stato indirizzato consapevolmente contro la collettività. Un po’ come gli atti di terrorismo compiuti contro il patrimonio artistico.
L’assassinio di Fragalà e l’attentato al Lambro-Po sono fatti assolutamente anomali. E quindi non facilmente leggibili dall’opinione pubblica. Dunque, in sé, perfettamente funzionali a un eventuale desiderio di irriconoscibilità da parte degli autori. Che è senz’altro in questo momento (vogliamo ipotizzarlo?) il desiderio di Cosa Nostra. La sua presenza sotto traccia sta scritta nel patto che l’ha traghettata nella Seconda Repubblica. E d’altronde essa sa perfettamente che per ottenere gli agognati benefici legislativi e amministrativi non può esibire tracotanza delittuosa. Ha imparato che dopo gli scoppi di aggressività criminale lo Stato è costretto a contrastarla di più, a non concederle più niente. Deve usare modalità mascherate e il meno sanguinarie possibili. Assassinio di Fragalà e attentato terroristico, per le forme in cui sono avvenuti, avrebbero dunque i requisiti ideali per minacciare selettivamente. Non il paese, ma chi può e deve capire. E purtroppo i silenzi clamorosi non aiutano a stare tranquilli. Perché, ad esempio, il ministro Alfano, che – oltre a governare la Giustizia – bene conosce la Sicilia, ha detto e mai più ridetto che stanno tornando i tempi più bui? Perché si levano allarmi e grida continue contro i clandestini e ogni più piccolo attacco alla nostra sicurezza ed è passato invece nel più gelido silenzio governativo un terribile atto di terrorismo? Siamo davanti alla coincidenza (possibile) di due fatti separati o a qualcosa che sa di strategia e di trattativa?
Passeggiando sul lungomare li riconosci subito: i terremotati (brutto termine: ma ormai è entrato nel nostro vocabolario) hanno qualcosa di diverso dai residenti, e dai primi villeggianti. Roseto degli Abruzzi è una bella cittadina turistica: in questi giorni, poi, l’Adriatico, è azzurro come i mari lontani che vediamo sui poster delle agenzie di viaggi. Anche gli alberghi dove gli sfollati hanno trovato rifugio sono tutti di buona o eccellente qualità: tre stelle, quattro stelle. Ma sui volti dei terremotati sono impresse domande insistenti: quando tornerò? Ritroverò un lavoro? Che futuro avranno i nostri figli? Si coglie un sentimento di inquietudine: che il provvisorio diventi definitivo.
Nel 1981 un collega inglese, a un anno esatto dal terremoto dell’Irpinia, scrisse: «Voi italiani avete un maledetto gusto per le ricorrenze», ed è vero. Ma aiuta a ricordare. E a far sapere che, dodici mesi dopo quella scossa del 6 aprile che devastò l’Abruzzo, 5.336 persone sono ancora negli alberghi; altre 1.070 sono sempre sulla costa, ma in appartamenti privati; 926 sono sistemate in due caserme. In totale, 7.332 persone che non hanno ancora riavuto la loro casa, e non hanno neppure avuto una casa di legno. Bisognerebbe aggiungerne altre quindicimila che hanno trovato ospitalità da parenti o amici, qualcuno in roulotte.
Non è che il governo non abbia fatto nulla, anzi. La ricostruzione è molto indietro, ma quanto a sistemazione dei senza tetto, è stato fatto molto più che in passato. È che il terremoto è una cosa terribile che ai nostri occhi resta terribile solo quando sulle macerie sono accesi i riflettori: spenti quelli, ci dimentichiamo. Alla gente colpita il futuro genera incertezza, il passato paura.
Ci racconta Arnaldo Centi, un pensionato che incontriamo sulla passeggiata: «Quella notte? Ricordo il tremare, la luce che va via subito. Ho chiamato i figli che dormivano, il terrore che non fossero vivi, l’intonaco del soffitto caduto sul viso. Sono vivo, e mi considero fortunato. Uno del mio paese è scampato al crollo, ma il giorno dopo è morto di infarto. La paura è tremenda».
All’hotel Marechiaro ci accolgono con sospetto: il proprietario ci spiega che è stata qua una troupe della tv, è rimasta sua ospite per alcuni giorni, ha intervistato tutti gli sfollati e poi ha mandato in onda solo le dichiarazioni di chi si lamentava. «Uno schifo - dice Giovanni Speranza, 56 anni, uno degli ospiti dell’albergo - quella trasmissione è stata uno schifo. Qui l’accoglienza è ottima, più del dovuto. Non sono di nessun partito, ma secondo me questo governo non ci ha fatto mancare niente. Chi dice il contrario è un bugiardo, sono quelli che vorrebbero avere sempre tutto gratis. Io mi sono sentito trattato bene, non posso pretendere di più. La mia casa dell’Aquila ha lesioni non gravissime e non avevo diritto alla nuova abitazione antisismica: ma mia figlia, che è sposata, l’ha avuta. Settantacinque metri quadrati, si sta bene. Per me Bertolaso è un grande uomo e Berlusconi si è comportato da signore: quello che ha promesso, l’ha fatto».
È lo Stato che paga gli alberghi: «Con calma, ma paga», dice il proprietario dell’hotel Palmarosa: «Ho avuto qui fino a 180 persone, adesso molte di meno. Sono rimasti soprattutto gli anziani». Quelli che lavorano devono fare i pendolari con L’Aquila: è un disagio, ma per loro l’autostrada è gratis. «Stiamo bene, non paghiamo nulla», dice Pasquale Nardecchia, 86 anni: ci racconta che correva in bicicletta con Coppi, Olmo e Fantini.Lo Stato paga l’albergo anche alla sua badante, che è rumena e alle difficoltà è abituata. Si chiama Viorica Chivu, è parente del calciatore dell’Inter che ha avuto un brutto infortunio: ci chiede se sappiamo come sta, sembra più preoccupata per lui che per lei.
Sono qui tutti da aprile, maggio dell’anno scorso. Il rischio è quello di lasciarsi andare. Stare in albergo è comodo e confortevole, non bisogna preoccuparsi di nulla, ma la noia è sempre in agguato. Riconosci quelli che non reagiscono anche da come sono vestiti: se resti in tuta tutto il giorno è un brutto segno, passi la giornata davanti alla tv.
«Sì, bisogna stare attenti a non morire dentro», dice Manfredo Nanni, pensionato, ospite all’hotel Marechiaro. «Ne ho approfittato per realizzare un mio vecchio desiderio e ho scritto un romanzo. E poi sono istruttore di fuoristrada, qui a Roseto c’è un club, ho potuto tenere dei corsi». È uno di quelli - e dobbiamo dire che sono la maggioranza - che non si lamentano: «Mi hanno sempre trattato bene, non solo nell’albergo ma in tutta Roseto: abbiamo trovato grande solidarietà, ci incoraggiano, nei negozi ci fanno lo sconto. I disagi? Certo che ci sono ma non si può dare la colpa al governo. C’è stato un terremoto! Vorrei vedere quelli di Haiti se sono stati trattati come noi».
Ci sono certamente anche colpe dell’uomo: ma vanno ricercate nel passato. Manfredo Nanni assume le sue: «Sono un architetto ed ero direttore tecnico dell’Ater, l’istituto delle case popolari dell’Aquila. Devo dire che anche noi tecnici non abbiamo pensato al terremoto per troppi anni. Rispettavamo le normative, certo, ma non erano adeguate al rischio di un sisma. E sa perché? Perché il 1915, l’anno del terremoto di Avezzano, era lontano. E il terremoto dell’Aquila del 1703 ancora più lontano. E quello del 1463 ancora di più. È questa abitudine a dimenticare che ci ha rovinati. Adesso non dobbiamo perdere la memoria».
L’Aquila da qui sembra ancora molto lontana. Più che nello spazio, nel tempo: chissà quando tornerà a essere una città. Il rischio di perdere la memoria riguarda tutti noi. «Noi - scrisse Enzo Biagi tornando dal Belice - che abbiamo il problema del parcheggio o di come riempire il tempo libero, non possiamo continuare a ignorare la delusione e la rabbia di chi ha il problema di vivere». (3 - continua)