La sindrome da grattacielo non perdona. Adesso anche il sindaco Moratti vuole il suo per gli uffici del Comune e dice di volerlo per razionalizzare le membra sparse dell´amministrazione. Io mi domando sempre perché si è dimenticata l´origine tutta newyorchese dei grattacieli. Due furono sostanzialmente le ragioni: la limitata superficie dell´isola di Manhattan e la convinzione delle grandi Compagnie che l´addensare tanti colletti bianchi facilitasse gli scambi interpersonali e aumentasse la produttività del lavoro intellettuale, soprattutto quello di modesto livello.
Insomma, eravamo in un momento nel quale la maggior parte delle persone comunicava guardandosi in faccia: c´erano, in assai parziale alternativa, prima il telegrafo, poco dopo il telefono e poi la posta pneumatica per trasferire documenti al posto di solerti fattorini. Questa seconda ragione è ovviamente sfumata perché i sistemi di comunicazione attuali hanno annullato le distanze e lasciando in campo solo drammaticamente il fattore tempo personale e in particolare quello che impieghiamo per andare da casa al lavoro. Il concentrare i luoghi di lavoro, ma anche di residenza, in aree limitate, ossia fare i grattacieli, è una soluzione a questo problema o il suo contrario?
Per Manhattan resta ormai prevalente il valore simbolico: chi vuol contare nel mondo della finanza e degli affari vuole essere a New York e meglio ancora se a Manhattan. Così anche per Londra e in parte per Parigi. Per le città asiatiche c´è il fenomeno dell´imitazione simbolica e per Tokio un po´ di tutto. E Milano? Milano fa un po´ ridere.
Il solo grattacielo fatto, a uso uffici, è l´esplicitazione della sindrome da faraone di chi ci amministra, la sua piramide; per il resto le abitazioni in costruzione sono case molto alte ma non certo grattacieli: aspettiamo Citylife e le sue torri residenziali, quelle che Libeskind definisce la sua utopia di una Milano «verde e senza motori». Ha solo però sbagliato il sito per la sua utopia, perché il sottosuolo di Citylife è tutto un parcheggio e sarà l´unico insieme di edifici collegato direttamente con l´autostrada. Quanto al verde è inutile ripetere che saranno giardini condominiali, come la favola di liberare spazi al piede dei grattacieli.
Siamo solo vittime di provincialismo culturale e della sindrome del grandioso. Ma tornando al tema: perché fare grattacieli a Milano? Manhattan con i suoi grattacieli ha dato la risposta a una domanda pressante a cavallo di due secoli e poi, tracciata la via, si è innestato un meccanismo difficile da fermare che aveva però alla sua base un forte impulso del potere economico e dei suoi simboli. A Milano non è così, dopo la scomparsa del produttivo vediamo migrare altrove anche il potere economico, perché quest´ultimo è figlio ormai degenere della politica e la politica, quella vera, si fa a Roma con il pieno consenso della Lega.
Qui si tratta solo di vani gesti simbolici perché ormai non ci resta che fare da curiosi spettatori ai convegni sul lago di Como e poco altro. Forse i grattacieli li facciamo per quello: speriamo nelle giornate limpide di riuscire a vedere i grandi a Cernobbio, perché l´Appennino e la curvatura della terra non ci permettono di vedere fino a Roma.
Febbraio 2010: sulle pagine del Corriere di Siena, per chi ha l’occasione di sfogliarle, capita di imbattersi in titoli come “il cemento che piace agli enti locali” (23 febbraio, a firma Sonia Maggi), “Qual è l’interesse pubblico?” e “Bagnaia, chiesti i danni al sindaco” (12 marzo, si fa riferimento all’interrogazione della consigliera di Rifondazione a Sovicille, Angela Bindi, nonché al ricorso al TAR da parte della Agricola Merse s.p.a.), e ancora “Bagnaia, il parere dei tre Comuni” (14 marzo). L’ultimo articolo, che reca il sottotitolo “Massima attenzione ad un intervento imprenditoriale di qualità”, e riporta la posizione ufficiale dei Comuni interessati, è anche reperibile nella rassegna stampa fornita dalla Provincia di Siena nel suo sito on-line: gli altri no, si trovano solo nella versione cartacea, che può consultare solo chi vive o lavora a Siena. Nella censura ricade anche un comunicato della sezione senese di Italia Nostra, del 22 marzo, che neppure il Corriere di Siena ha voluto pubblicare. Sul caso di Bagnaia, evidentemente i nervi sono un po’ scoperti.
La storia è lunga: nel 2000 la Soc. Agricola Merse s.r.l., di proprietà Monti Riffeser, firma un protocollo d’intesa con i Comuni di Murlo, Sovicille e Monteroni d’Arbia, tutti in provincia di Siena, per un piano di sviluppo turistico nella tenuta di Bagnaia, che si estende appunto sui tre comuni. Il piano prevede il completamento delle strutture già avviate intorno al nucleo della fattoria di Bagnaia, in comune di Murlo, con un centro congressi e un albergo a cinque stelle, e inoltre una serie di interventi fra cui un campo da golf di 18 buche con annesso albergo, ancora un altro albergo con centro congressi sulla Siena-Grosseto, una beauty farm. Nel piano sono previsti anche la conversione al biologico delle produzioni agricole e alcuni interventi di miglioramento ambientale.
Siamo pochi chilometri a sud di Siena, dove il pian di Rosia raggiunge il corso della Merse e si accosta ai poggi di Murlo. La fitta rete di canali testimonia l’importanza delle opere di bonifica in quello che era il punto più delicato dell’idrografia senese. Sull’altra sponda del piano, oltre il crinale di San Rocco a Pilli, si disegna il profilo di Siena. Le altre sponde collinari, a ovest e a sud, ospitano nuclei storici di grande pregio come Orgia, Stigliano, Torri e Rosia, da una parte, e le Stine, Grotti e Radi dall’altra. Tanto per dire che non siamo in una parte qualsiasi di un territorio qualsiasi.
Il piano del 2000 viene in parte realizzato, ma già nel 2006 si rende necessaria una variante, che viene ratificata in un nuovo protocollo d’intesa, auspice l’Amministrazione Provinciale di Siena. La variante riguarda l’assetto agricolo, con la rinuncia all’indirizzo biologico perché “non conveniente”, ma soprattutto riguarda la destinazione degli interventi turistico-ricettivi: non solo alberghi ma RTA (Residenze Turistico-Alberghiere) o addirittura CAV (Case Appartamenti Vacanze). La differenza non è da poco: se le prime, le RTA, non possono (almeno in teoria) essere frazionate e messe in vendita, le seconde nascono già come seconde case, al pari di qualsiasi insediamento residenziale. Cambiano anche le tipologie: da strutture a schiera, a volume compatto con resede unitario, si passa alla disseminazione delle villette e relativi giardinetti.
Così circa 65.000 mc di nuove costruzioni si vengono ad aggiungere ai 90.000 mc già disponibili per ristrutturazioni edilizie a destinazione turistica. Senza contare i volumi interrati che contribuiscono insieme al campo di golf al rimodellamento completo di tutta la morfologia collinare. Da notare che fra le integrazioni del 2006 c’è anche lo spostamento di una delle strutture ricettive previste, che ricadeva nell’area della bassa Merse, compresa in un SIC (Sito di interesse comunitario) verso l’area già interessata dal previsto campo da golf , ossia “antropizzata”, dice la relazione dell’azienda. Come dire: rispettiamo “i forti connotati naturali” del fondovalle, e carichiamo ulteriormente di nuovi volumi le colline …
Il documento è datato 19 gennaio 2006. L’unica reazione, in febbraio, sembra essere quella del gruppo consiliare di Rifondazione Comunista alla Provincia di Siena, che interroga in proposito il presidente (firmatario dell’atto integrativo del protocollo) e mette in dubbio la correttezza delle procedure previste rispetto alle direttive regionali. Ma è solo in settembre che la stampa sembra accorgersi della portata degli interessi in gioco. Il 10, domenica, e di nuovo il 13, mercoledì, le pagine toscane di Repubblica ospitano due ampi servizi di Maurizio Bologni sul caso di Bagnaia, con foto dei luoghi (e della signora Marisa Monti Riffeser) e titoli molto significativi: “Da albergo a case in vendita. Business immobiliare, la Provincia di Siena dice sì”, e ancora: “Bagnaia, violata la legge regionale” (virgolettato, attribuito a Rifondazione) e sotto “L’opposizione prepara osservazioni alle varianti e ricorsi al Tar”, dove per opposizione si intende sempre il solo PRC.
Attenzione alle date: siamo ai primi di settembre 2006, e solo pochi giorni prima si era aperto il caso di Monticchiello con il celebre articolo di Alberto Asor Rosa sulle pagine culturali di Repubblica. In quel particolare clima anche le denunce fatte ormai da qualche mese riemergono finalmente in tutta la loro rilevanza: “Bagnaia equivale a Monticchiello”, si legge su Repubblica. E sotto l’occhiello “le reazioni”, nel secondo intervento, lo stesso giornale riporta le interviste con il senatore Boco e il consigliere regionale Erasmo D’Angelis con un titolo che rincara la dose, “modello toscano al capolinea: nell’urbanistica serve una nuova fase”. A riguardare oggi quelle pagine ci si rende conto di quanto sia mutato in seguito l’atteggiamento istituzionale. A quel tempo sembrava possibile un dialogo, c’era la disponibilità a rivedere qualche aspetto della gestione del territorio: poi, a partire dai primi mesi del 2007, le pubbliche amministrazioni, Regione in testa, si sono arroccate sulla difensiva, mentre la denuncia di emergenze urbanistiche e ambientali non faceva che estendersi a tutta la Toscana.
La linea fissata nel protocollo di gennaio non poteva non essere rivista, o almeno ritoccata: nel febbraio 2007 i tre Comuni sottoscrivono un accordo esecutivo nel quale si stabilisce che “laddove in luogo delle strutture alberghiere fossero realizzate case ed appartamenti per vacanze” andava prevista una riduzione complessiva del 15 % dei volumi. Ma intanto la procedura va avanti, lentamente come in tutti i casi in cui le regole urbanistiche devono essere piegate alle urgenze politiche, col risultato di ingarbugliare ulteriormente la già complicata matassa delle normative. Contro la variante allo strumento urbanistico di Murlo (l’unico comune che dispone di un Regolamento Urbanistico) interviene in novembre il WWF con una circostanziata osservazione, nella quale si rileva anche la totale mancanza di valutazioni di impatto. Sovicille e Monteroni arrivano all’adozione del Piano Strutturale molto più tardi, rispettivamente nel febbraio e nel giugno 2008, dopo mesi di varianti e varianti di varianti al vecchio PRG, sempre in base all’ art. 40 della legge 5/95.
Si arriva dunque all’adozione di nuovi strumenti urbanistici quando ormai si è formato un nuovo contesto legislativo: quello della nuova legge per il governo del territorio, approvata nel gennaio 2005 (LR 1/05), e del Piani di Indirizzo Territoriale, PIT, adottato in aprile e approvato in luglio 2007. Già in aprile i sindaci dei comuni della Toscana ricevevano una circolare della Direzione Generale delle politiche territoriali e ambientali relativa alle misure di salvaguardia, ossia alle conseguenze immediate dell’adozione del PIT. In presenza di piani attuativi non ancora convenzionati, “nel caso in cui il Comune stia formando il Piano Strutturale ed esso non sia stato ancora adottato – recita la circolare – il Comune procede ad effettuare la valutazione integrata di tali piani attuativi”. Se compatibili, questi piani faranno parte del Piano Strutturale a tutti gli effetti. Di solito ci vuole poco a stendere una “valutazione integrata” per dimostrare che va tutto bene. Ma nel caso di Sovicille il PS, redatto dall’arch. Giovanni Cardellini, conferma sì le previsioni della variante al PRG approvata a suo tempo per Bagnaia, ma richiede anche ulteriori precisazioni che riguardano fra l’altro la tipologia architettonica (compatta e non dispersa), nell’ambito di un progetto unitario “che consenta di controllare il migliore inserimento nel paesaggio”.
Il PS viene adottato in febbraio 2008. In quel momento tutti gli occhi sono puntati sull’eventuale ampliamento dell’aeroporto di Ampugnano, contro il quale si stanno mobilitando Comitati, Rete e Associazioni, ma la proprietà Monti Riffeser non tarda a far sentire la propria voce. In agosto l’avvocato Arizzi incaricato dalla Agricola Merse s.p.a. invia una nota al sindaco di Sovicille nella quale si sostiene che “[…] c) il testo del PS adottato dal Comune di Sovicille è del tutto compatibile con quello della predetta variante” e che “d) il Comune di Sovicille potrà e dovrà quindi introdurre il testo di cui sopra nella vigente strumentazione urbanistica locale” (sottolineatura mia). L’avvocato trasmette anche in allegato un’ampia relazione illustrativa che l’azienda ha predisposto, “pur non essendovi tenuta” (ci tiene a precisare).
E veniamo dunque alla Relazione sugli interventi attuati, che comprende la Cronologia sugli [sic!] interventi in corso di realizzazione e da realizzare. Nella premessa si ricorda che il primo Protocollo d’intesa era stato firmato nel 2000, ma si giustificano le successive variazioni di programma: “Il modificarsi in questi ultimi anni in modo rilevante della domanda turistica ha indotto la proprietà a valutare meglio la coerenza degli interventi ancora da attuare con le evoluzioni e prospettive del mercato turistico”. Di qui la necessità di “rimodulazioni”, che del resto sono quelle già stabilite nel successivo Protocollo del 2006, rispetto al quale si richiede tuttavia “una maggiore flessibilità delle norme affinché queste non limitino gli insediamenti realizzabili alla sola tipologia alberghiera”. Si allegano “a titolo puramente indicativo” due schemi planimetrici della lottizzazione che si vorrebbe realizzare intorno al podere San Giovanni: si tratta di dodici doppie villette, che comunque vengano distribuite non possono che rivelare la propria natura di case vacanza, casualmente disposte in un contesto collinare che non viene neppure visualizzato.
Ormai non si può più nascondere il fatto che la proprietà è orientata a realizzare case e appartamenti per vacanze, ossia le famigerate CAV sulle quali il Comune non sembra avere intenzione di cedere, sostenuto anche da una delibera della Giunta Regionale (n. 289 del 2007) nella quale si legge che “le case per vacanze per quanto riguarda la disciplina urbanistica non rientrano nella destinazione turistico ricettiva, ma in quella residenziale”. Ma l’azienda non ci sta: nel gennaio 2009 l’avv. Arizzi presenta ricorso al TAR per conto dell’Agricola Merse, sostenendo fra l’altro che “i Comuni di Monteroni e Sovicille hanno da tempo adottato il PS nel quale per le aree interessate dal protocollo è esplicitamente prevista anche la possibilità di realizzare CAV”.
La Regione, almeno come struttura tecnica, non può che venire in aiuto del Comune di Sovicille, e lo fa con una Integrazione all’osservazione che era stata trasmessa al Comune (nel maggio 2008) a proposito del PS adottato. La nota, trasmessa dalla Direzione Generale delle politiche territoriali e ambientali, a firma dell’arch. Renato Faltoni, è estremamente interessante. Cito: “A seguito di approfondimenti e nello spirito di collaborazione cui all’art. 27 della L.R. 1/05, si ritiene necessario integrare l’osservazione al Piano Strutturale presentata da questo Ente, relativamente alle previsioni turistico-ricettive in loc. Bagnaia”. “Gli interventi – prosegue la nota – si collocano in territorio rurale, nell’ambito di beni costituenti il ‘patrimonio Collinare’ del PIT”. Quindi si precisa che le CAV sono assimilate a civili abitazioni e pertanto “non possono essere realizzate in aree nelle quali non è ammessa la destinazione d’uso residenziale”. Queste, cioè le zone residenziali, sono localizzate dal PS di Sovicille esclusivamente in aderenza e a completamento dei nuclei insediativi esistenti, anche perché “il PIT disincentiva lo sviluppo residenziale in ambiti collinari”. Ed è ancora al PIT che la nota fa riferimento quando sostiene che gli interventi nel settore residenziale non possono garantire l’opzione strategica relativa “al progressivo superamento dei fenomeni di rendita connessi all’utilizzo delle risorse territoriali”.
La nota è molto chiara, e non fa che ribadire orientamenti già espressi in sede regionale e comunale. Prudentemente, l’estensore la definisce “Integrazione” alla precedente osservazione, perché sa che i tempi per le osservazioni sarebbero abbondantemente scaduti. Per l’Agricola Merse, invece, si tratta proprio di una “Osservazione tardiva”: così in una nota inviata il 26 marzo al Sindaco e per conoscenza alla Regione. E’ evidente che siamo in un impasse. La proprietà ha avuto sempre, fin dal 2000, ampie rassicurazioni sulla volontà politica di consentire la realizzazione del progetto turistico di Bagnaia, in particolare da parte del Presidente della Provincia Fabio Ceccherini. Eppure le regole fissate dalle stesse forze politiche in Regione ne intralciano la realizzazione. Che fare?
Qui arriva il colpo di genio con il quale si apre l’ultimo atto dell’operetta. L’iniziativa non poteva che passare direttamente ai politici. L’assessore regionale Riccardo Conti, o chi per lui (il servizio di Sonia Maggi sul Corriere di Siena attribuiva l’iniziartiva al sindaco di Sovicille Alessandro Masi), promuove un nuovo strumento, del quale ancora non si era sentito parlare: il Protocollo d’intesa istituzionale. Non si tratta di un accordo fra privati e amministratori, ma di un atto firmato da sindaci, presidente della Provincia e assessore della Regione, che si impegnano a sostenere un progetto privato. Ma la novità non è soltanto procedurale, è soprattutto lessicale. E perché? Perché quelle lottizzazioni che si vogliono realizzare a Bagnaia non sono residenze più o meno mascherate, che diamine, ma fanno parte di un progetto di “Comunità turistica”, per il quale tutte le istituzioni interessate manifestano un genuino “interesse pubblico”.
Ebbene sì. L’atto firmato il 14 dicembre 2009 dall’assessore Conti, dal presidente della Provincia Bettini e dai tre sindaci recita testualmente: “Le Pubbliche Istituzioni che sottoscrivono il presente protocollo d’intesa convengono di individuare l’intera tenuta di Bagnaia, come perimetrata negli strumenti urbanistici generali dei tre Comuni, quale ambito unitario intercomunale con carattere di comunità turistica. In tale ambito saranno previste strutture turistico-ricettive e residenze a vocazione turistica, oltre alla funzione residenziale insediata nel patrimonio edilizio esistente, o già convenzionato. Le nuove volumetrie residenziali saranno funzionalmente e strettamente integrate alle strutture turistico-ricettive e alle relative attrezzature (convegnisti che, sportive, di benessere e termali) e la loro collocazione risponderà ai principi insediativi richiamati dal PIT e PTC, nonché dalla normativa regionale di settore”. Amen.
L’appoggio politico al presidente Hamid Karzai e i nuovi progetti di sviluppo che l’Italia si è impegnata a sostenere certamente hanno pesato sulla trattativa. Però la vera svolta per sbloccare l’impasse e ottenere la scarcerazione dei tre detenuti sembra essere arrivata con il trasferimento a Kabul di tutti gli operatori umanitari che lavoravano nell’ospedale di Lashkar Gah, determinandone così la chiusura.
È questa la condizione che il governo italiano ha dovuto accettare per soddisfare gli afghani, ma anche il vertice militare britannico che di quella zona a Sud del Paese detiene il comando. E tanto basta a confermare definitivamente come la perquisizione ordinata una settimana fa nella struttura fosse soltanto un pretesto che serviva a tenere sotto pressione l’organizzazione di Gino Strada finita nel mirino per il suo ruolo pubblico e per aver mediato negli anni scorsi con i talebani ottenendo la liberazione di Gabriele Torsello e Daniele Mastrogiacomo, sequestrati mentre erano in quell’area.
Gli uomini dell’intelligence e della diplomazia si sono mossi in parallelo nel negoziato con gli 007 locali, riuscendo a dimostrare come Marco Garatti, Matteo Pagani e Matteo Dell’Aira fossero del tutto estranei a qualsiasi progetto di complotto o di attività terroristica, come invece era stato veicolato inizialmente pur senza alcuna contestazione ufficiale.
La realtà è che tutte le notizie false di questi giorni — comprese quelle su un coinvolgimento di Garatti nel sequestro Mastrogiacomo e addirittura l’esistenza di telefonate registrate — servivano soltanto ad alzare il prezzo. Alla fine il conto è stato saldato assicurando che l’eventuale riapertura dell’ospedale avverrà soltanto con il consenso unanime delle autorità di Kabul. E forse anche con il via libera dei britannici. Una sorta di ricatto che Emergency è stata costretta ad accettare, almeno per adesso, pur di riportare a casa i tre operatori.
Troppo alto era il rischio di tenerli un mese nelle prigioni afghane fino alle eventuali contestazioni definitive. Troppo forte il pericolo di ritorsioni, tenendo conto che dell’atteggiamento di ostilità nei loro confronti dopo la gestione della trattativa per Mastrogiacomo. A Emergency i servizi segreti locali contestano soprattutto di non essere riusciti a ottenere anche la liberazione dell’interprete Adjmal Nashkbandi, il nipote di un alto funzionario della polizia, che fu giustiziato venti giorni dopo. Ora invece ci sarebbe l’impegno dell’Italia a versare un indennizzo alla sua famiglia.
Adesso il fascicolo passa alla magistratura italiana e dunque ai carabinieri del Ros che dovranno verificare quanto accaduto, collaborando con gli inquirenti di Kabul anche a smascherare eventuali complotti a danno degli italiani. Per questo — dopo l’interrogatorio dei tre che sarà effettuato martedì al loro arrivo in Italia — una squadra di specialisti guidata dal colonnello Massimiliano Macilenti potrebbe trasferirsi in Afghanistan. E verificare come e perché siano finiti in quel magazzino dell’ospedale pistole, bombe a mano e giubbotti esplosivi.
C'è, a mio avviso, un palese e stretto rapporto tra la tematica delle riforme istituzionali così come è stata riproposta in questi ultimi tempi da Silvio Berlusconi e dallo schieramento di centrodestra e l'obiettivo di una «grande riforma» tutta imperniata sull'idea di «governabilità» che fu al centro della politica praticata da Bettino Craxi negli anni Ottanta del secolo scorso.
Al riguardo è significativo, del resto, che proprio ad opera di Craxi veniva allora affacciata per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, un'idea di «riforma» (anzi di «grande riforma») con contenuti sostanzialmente rovesciati rispetto alle tradizioni della sinistra riformatrice. In precedenza, infatti, con espressioni di questo tipo o più o meno analoghe, si era fatto sempre riferimento a interventi diretti a incidere in senso progressivo sui rapporti economici e sociali, al fine di migliorare il livello di vita dei lavoratori e della parte più povera della popolazione, di realizzare una maggiore eguaglianza, di assicurare condizioni più favorevoli per l'esercizio dei diritti di cittadinanza: in sostanza con l'obiettivo di un ampliamento della democrazia reale.
Al contrario la «grande riforma» che Craxi proponeva era essenzialmente un insieme di proposte di revisione istituzionale e costituzionale, che avevano l'obiettivo fondamentale di dare più forza al governo rispetto agli altri organi dello Stato, in particolare quelli rappresentativi: giungendo a prospettare anche soluzioni di tipo presidenzialistico, ma intanto modificando i regolamenti parlamentari, facendo ricorso sempre più frequente al voto segreto e ai decreti legge, rendendo più rigido il controllo sui gruppi parlamentari della maggioranza in modo da limitare nei fatti il ruolo del Parlamento sia sul piano legislativo sia su quello della vigilanza e del controllo.
L'obiettivo, in sostanza, era quello di spostare il centro effettivo dei poteri decisionali verso l'Esecutivo, diminuendo il compito delle Assemblee rappresentative. Alla base di questo disegno c'era la motivazione - logica dell'ideologia decisionista che si era venuta affermando negli ultimi anni in tutto l'occidente con l'ascesa al governo di Margaret Tatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan negli Stati Uniti - che per modernizzare il Paese occorreva dare maggiore forza e maggiore efficacia al potere governativo affrancandolo dai freni e dagli impacci derivanti dagli «esorbitanti» poteri di controllo del Parlamento, dall'eccessiva lentezza delle procedure legislative, dai freni rappresentati dall'azione condotta dai partiti di opposizione. Era un disegno che in buona sostanza andava in senso contrario - in nome di un supposta «modernizzazione» - rispetto allo spirito democratico che costituiva il fondamento della nostra Costituzione repubblicana.
Certo, è bene ricordare che il progetto di Craxi non giunse a realizzarsi, e non riuscì a tradursi in formali modifiche delle norme istituzionali e costituzionali; e ciò per vari motivi: soprattutto per la ferma opposizione del Pci di Enrico Berlinguer e per il precipitare della crisi di Tangentopoli che investì personalmente il leader socialista. Ma l'ideologia decisionista fece presa nello spirito pubblico e nel senso comune, anche per il consenso che la posizione craxiana circa la modernizzazione del sistema politico raccolse in settori rilevanti della sinistra di orientamento comunista, in particolare nel gruppo dirigente che fu protagonista della «svolta della Bolognina». Fu così che quando agli inizi degli anni Novanta maturò la frana del sistema dei partiti su cui si reggeva la cosiddetta «Prima Repubblica», una grande parte della classe politica che si raccolse attorno alla suggestione che dalla crisi si potesse e anzi si dovesse uscire attraverso modifiche istituzionali che attribuissero di fatto maggior potere all'Esecutivo, se non altro attraverso la sostituzione del sistema elettorale proporzionale con un sistema marcatamente maggioritario.
Fu così che si crearono le condizioni per l'ascesa al governo di Berlusconi e per l'affermazione del suo blocco di potere, che aveva le sue radici in un nuovo impasto ideologico in cui le parole d'ordine del decisionismo e della modernizzazione si intrecciavano col personalismo, col populismo, col mito della maggiore «democraticità» dei meccanismi dell'elezione diretta. Ma, soprattutto questa nuova situazione apriva la strada a un progressivo mutamento di fatto della «Costituzione materiale», nel senso di spostare il centro del potere dalle assemblee legislative al governo reso più forte da un'ampia e stabile maggioranza parlamentare; ma soprattutto nel senso di dare al premier la convinzione che la designazione diretta da parte degli elettori gli affidava un mandato a governare che non poteva essere vanificato o paralizzato da regole procedurali, da conflitti di competenze o da cavilli giuridici circa il ruolo dei diversi poteri dello Stato. Le polemiche di questi mesi sono divenute espressione di questo modo di intendere il proprio ruolo - secondo una visione decisionista che risale alla «grande riforma» di craxiana memoria - da parte del Presidente del Consiglio.
È perciò facilmente comprensibile che i risultati delle elezioni regionali, consolidando il governo e rafforzando nel Paese lo schieramento di centrodestra che lo sostiene, abbiano incoraggiato Berlusconi a procedere con decisione sulla strada che già aveva annunciato di voler intraprendere, ossia quella di una riforma della Costituzione che sia imperniata sulla centralità del ruolo del premier attraverso l'adozione di soluzioni presidenzialistiche o semipresidenzialistiche o anche solo attraverso l'introduzione del cosiddetto «premierato forte», che preveda però la designazione diretta del Presidente del Consiglio da parte degli elettori e l'attribuzione al premier del potere di decidere lo scioglimento delle Camere e la convocazione di nuove elezioni.
Si tratterebbe, in ogni caso, di una riforma che significherebbe il passaggio da una Repubblica di stampo democratico- parlamentare a una Repubblica con marcata impronta autoritaria o semiautoritaria: tanto più se l'ossessione della governabilità finirà col tradursi nella diretta investitura elettorale di chi sarà chiamato a dirigere il Paese. Non credo che rispetto a una prospettiva tanto pericolosa una strategia difensiva adeguata possa consistere semplicemente in una rivendicazione di metodo, ossia nella richiesta che si sviluppi un confronto che coinvolga tutte le forze parlamentari al fine di acquisire il contributo di tutti all'elaborazione delle regole che debbono disciplinare la convivenza comune; e neppure nella rivendicazione che sia in ogni caso salvaguardata l'integrità dei princìpi affermati nella prima parte della Costituzione.
Certo, il richiamo ai principi è importante; ma l'essenziale è un impegno politico e culturale rivolto a rovesciare la prevalenza di uno spirito pubblico ispirato all'ideologia decisionistica e a un senso comune populistico e plebiscitario, puntando invece a riaffermare la sostanza reale della democrazia, che può fondarsi soltanto sulla piena partecipazione dei cittadini alla vita delle istituzioni, sulla divisione dei poteri tra gli organi dello Stato, su un sistema elettorale che assicuri l'equa rappresentanza dei cittadini negli organi legislativi e che dia alle assemblee rappresentative un potere di indirizzo e di vigilanza nei confronti degli organi esecutivi. Riaffermare pienamente lo spirito democratico e ridisegnare su queste basi il sistema politico del Paese, stravolto dall'ondata decisionistica e dal mito ossessivo della governabilità è il compito essenziale cui sono chiamate, in questo difficile momento, le forze democratiche e di sinistra.
Il manifesto partecipa da sempre alla battaglia politica e culturale contro la privatizzazione ed il saccheggio dei beni comuni. Dopo il 1989, mentre gran parte della sinistra ideologica si accalcava sul carro autocelebrativo della "fine della storia", privatizzando anche la propria identità, noi abbiamo resistito perfino alla pressione di togliere la scritta quotidiano comunista dalla prima pagina. Siamo stati vicini a tutte le battaglie culturali per il bene comune e per la difesa di un diverso modello di sviluppo basato sulla solidarietà, sulla cooperazione sociale e sul rispetto della diversità. Abbiamo cercato di seguire queste battaglie ovunque nel mondo esse si svolgessero, dalla foresta amazzonica alla valle di Susa. Questa declinazione del comune costituisce secondo molti di noi la prossima frontiera dell' elaborazione di un pensiero di sinistra al passo coi tempi, proprio perché la proprietà comune supera tanto l'idea di proprietà privata quanto quella di proprietà pubblica, permettendoci di uscire dalla gabbia della contrapposizione mercatostato.
La cultura critica internazionale si sforza di declinare sul piano teorico, politico e della prassi l'idea di bene comune al fine di costruire istituzioni capaci di promuoverlo e difenderlo. Proprio in questi giorni a Cochabamba si celebra il decennale della vittoriosa battaglia dell'acqua, rigenerando qualche speranza, ormai difficile da coltivare nei paesi sovra-sviluppati dell' occidente, per un'alternativa globale fondata sul dialogo piuttosto che sullo sfruttamento e sul saccheggio.
In Italia i lavori per l'elaborazione di una teoria e di una prassi del bene comune sono in corso. Nella loro più autorevole definizione giuridica (in attesa di discussione in Senato), i beni comuni sono quelli che «esprimono utilità funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona. I beni comuni devono essere tutelati e salvaguardati dall'ordinamento giuridico, anche a beneficio delle generazioni future e ne deve essere garantita in ogni caso la fruizione collettiva, nei limiti e secondo le modalità fissati dalla legge....essi sono collocati fuori commercio. Alla tutela giurisdizionale dei diritti connessi alla salvaguardia e alla fruizione dei beni comuni ha accesso chiunque» (Art. 3 D. Min. Giust. 21.06.07 progetto Legge Delega della c.d. Commissione Rodotà). Questa definizione colloca la riflessione giuridica italiana sui beni comuni all'avanguardia internazionale, anche se le probabilità che la Legge Delega sia discussa in Senato dipendono dalla capacità delle opposizioni di far valere i regolamenti, cosa purtroppo non banale nel Parlamento meno libero della nostra storia repubblicana.
Ma sul piano delle prassi dall'Italia non provengono certo buone notizie per i beni comuni. Infatti oggi taluni fra i più importanti beni comuni, l'acqua, la fauna selvatica, la conoscenza, l'informazione, indispensabili per la vita materiale e per quella spirituale di ogni comunità, sono oggetto di un attacco violentissimo e continuativo. La privatizzazione obbligatoria del servizio idrico (Decreto Ronchi), la "federalizzazione" della caccia e dei beni demaniali, l'attacco alla scuola e all' università pubblica a fini razzisti e classisti, e naturalmente quello all'informazione sotto forma di abolizione del diritto soggettivo al contributo pubblico per la stampa no-profit, sono tutti informati alla stessa logica egemonica: quella del saccheggio e della distruzione dei beni comuni al fine di profitto ed accumulazione privata.
Alla costruzione di prassi contro-egemoniche e resistenti il manifesto cerca di partecipare senza risparmio di energie. Vogliamo difendere la gestione pubblica dell'acqua aiutando il movimento referendario; vogliamo difendere la fauna selvatica lottando contro la sua ri-privatizzazione sostanziale; vogliamo difendere l'Università e la scuola pubblica, accompagnando i precari nelle loro battaglie; vogliamo difendere il patrimonio pubblico evitandone la vendita dissennata camuffata da "federalismo demaniale", e vogliamo naturalmente difendere il nostro diritto di esistere liberi e critici come siamo sempre stati, contribuendo con questo sol fatto a declinare nuove prassi del bene comune. Infatti i beni comuni non sono una mera entità fisica: sono spazi materiali e spirituali di democrazia ed uguaglianza, proprio come proviamo ad essere in questo giornale, e come speriamo molti nostri lettori amici e compagni facciano nei circoli autogestiti del manifesto che si stanno costituendo un po' ovunque. Questo è il nostro contributo alla rinascita della sinistra che se non sarà forse più in maggioranza comunista speriamo possa diventare almeno comune.
Il 28 aprile il manifesto cercherà di diventare anche fisicamente un bene comune. Saremo in edicola a 40 centesimi perché vogliamo che i nostri lettori ci presentino ai loro amici che non ci conoscono. Al solito prezzo si potranno comprare tre copie. Quelle in più si possono dare ad un amico con cui abbiamo parlato di acqua pubblica, e l'altra la possiamo sciare in comune al bar sotto casa... Se poi ne potete comprare di più, che so 10 a testa per regalarle ai banchetti del si acqua pubblica, ditelo in anticipo all'edicolante in modo che almeno per il nostro compleanno la distribuzione sia eccellente. Il 28 aprile vogliamo triplicare i nostri lettori sperando di mantenerne il doppio dei soliti dal 29 in poi: tutti impegnati per i beni comuni.
L'acqua si difende andando a firmare i referendum a partire dal 24 aprile e la libera informazione in edicola quattro giorni dopo. È la stessa prassi di battaglia per il bene comune: lo vedrete sulle nostre pagine per tutta la durata della campagna si acqua pubblica.
Due sono i maggiori mali dell’Italia di oggi: la rassegnazione e il fatto che, senza che ce ne rendiamo conto, ci stanno tagliando, ad uno ad uno, tutti i legami con l’Europa. Per avere un esempio del secondo fenomeno, basta prendere in considerazione la Convenzione delle Alpi, un trattato internazionale in vigore dal 1995 che unisce gli otto Paesi dell’arco alpino e l’Unione europea e che ha l’obiettivo di guidare insieme uno sviluppo sostenibile del territorio alpino, nonché la tutela degli interessi economici, sociali, culturali ed ambientali della popolazione. Tra il 1994 ed il 2000 sono stati sottoscritti otto protocolli tematici, in vigore in Germania, Austria, Liechtenstein, Slovenia e Francia. Quattro protocolli sono stati ratificati direttamente dall’Ue. I protocolli sono patti derivanti dalla Convenzione, che regolano materie specifiche. In Italia il processo di ratifica dei protocolli è stato iniziato più volte ma non è mai stato completato a causa dei cambi di legislatura.
All’inizio del 2009 l’attuale governo ha proposto la ratifica di tutti i protocolli. Il relativo disegno di legge è stato approvato dal Senato nel maggio 2009 ed è ora al vaglio della Camera. Andando contro la linea del governo, la Lega Nord, su pressione delle associazioni degli autotrasportatori, ha bloccato la ratifica del protocollo trasporti. Alla Commissione esteri della Camera ne è stato votato lo stralcio, festeggiato dal Carroccio come una grande vittoria. Ma c’è poco da festeggiare: perché, ammesso che rappresenti una vittoria degli autotrasportatori (ma vedremo che neanche questo sta in piedi), si tratta di una sconfitta del governo e soprattutto delle popolazioni alpine. Gli ostacoli sollevati dalla Lega alla Camera hanno riguardato in un primo momento la presunta incompatibilità del protocollo trasporti con il diritto comunitario. Ma la stessa Commissione Ue ha smentito l’esistenza di qualsivoglia problema.
Il protocollo prende le mosse dall’impatto ambientale del trasporto su strada, nelle Alpi particolarmente grave. La conformazione delle vallate impedisce la dispersione degli inquinanti, che si concentrano sui fondovalle, dove vive la maggior parte della popolazione. In montagna la stessa massa di inquinante è distribuita in un volume d’aria minore rispetto al terreno pianeggiante (poiché le montagne riducono il volume d’aria complessivo). L’emissione di ossidi di azoto lungo una strada con il 5% di pendenza è doppia rispetto a una strada pianeggiante. Infine, per quanto riguarda il rumore, le vallate creano un effetto «anfiteatro», impedendone la dispersione. Il protocollo dei trasporti è la risposta che i Paesi alpini hanno dato a questa emergenza, con l’obiettivo politico di perseguire, per il traffico attraverso le Alpi, «un più consistente trasferimento su rotaia dei trasporti ed in particolare del trasporto merci», mediante la creazione di strutture adeguate e di incentivi conformi al mercato, senza discriminazione sulla base della nazionalità.
Le parti si impegnano ad astenersi dalla costruzione di nuove strade di grande comunicazione per il trasporto transalpino (cioè che tocchi due o più Paesi attraversando le Alpi). I progetti stradali di grande comunicazione per il trasporto intralpino (cioè che interessano un solo Paese) possono essere, invece, liberamente realizzati ma devono rispettare delle condizioni di precauzione, sostenibilità ambientale ed economicità. La Lega, facendosi portavoce della Federazione degli autotrasportatori sostiene che, ratificando il protocollo, come hanno fatto altri Paesi, si finirebbe per subordinare delle decisioni nazionali a una regolamentazione europea. Qualcuno dovrebbe spiegare che questa è l’essenza dell’essere parte di una Comunità sovranazionale. Più in particolare, la Lega sostiene che il protocollo non permetterebbe di realizzare l’autostrada «Alemania», tra Venezia e Monaco attraverso il Cadore. Ciò è vero, ma questa autostrada non potrebbe comunque mai essere realizzata poiché Austria e Germania applicano già il protocollo.
Al contrario, il protocollo trasporti non osta affatto a che vengano realizzate infrastrutture stradali per migliorare le reti di trasporto in territorio nazionale, purché si rispettino elementari principi di buon governo. La verità è che emarginandosi dalle scelte degli altri Paesi alpini non solo il Paese Italia ma i suoi autotrasportatori verranno emarginati e danneggiati e perderanno la possibilità di misure di sostegno.
Un altro imbroglio della Lega è sostenere che la Svizzera non ratifica i protocolli della Convenzione delle Alpi e che noi dovremmo comportarci nello stesso modo. La notizia è corretta. Ma non si dice che la Svizzera non è parte della Ue e che facendo come la Svizzera ci comporteremmo, appunto, come un non membro dell’Unione. Ma, ancor più, la Svizzera non è interessata al protocollo trasporti semplicemente perché la sua legislazione in materia è già molto più rigida, tanto che nella Costituzione elvetica si stabilisce che il traffico merci transalpino attraverso la Svizzera deve avvenire per ferrovia.
La Lega sostiene anche che il Protocollo trasporti farebbe gli interessi dei Paesi a Nord delle Alpi. Si tratta di un’altra sciocchezza, come è dimostrato dalla posizione favorevole di Francia e Slovenia.
Che cosa resta dunque? Un preclaro esempio di come l’Italia stia tagliando i legami con l’Europa, e venga, di conseguenza, gradualmente ma sistematicamente emarginata senza che la gente se ne accorga. Ma resta anche un preclaro esempio della legge aurea della stupidità umana di Carlo Maria Cipolla: quella esercitata da chi danneggia gli altri senza vantaggio per se stesso. Che a questo si presti la Lega per raccattare voti dagli autotrasportatori è comprensibile ancorché ingiustificabile, soprattutto sotto il profilo dell’interesse delle popolazioni alpine. Che questo comportamento, che va contro tutte le direttive del governo italiano, sia avallato, con il silenzio, da una persona dignitosa e competente come il nostro ministro degli Esteri, è causa di profonda tristezza.
Sprawl e verticalizzazione delle città sono espressioni speculari del consumo ingiustificato di territorio conseguente alla valorizzazione economica dei patrimoni privati che porta al degrado dei beni comuni e all’aumento del disagio per gli abitanti.
Nel corso dell’incontro nazionale “Paesaggio Bene Comune” promosso dal movimento “Stop al consumo di territorio” e dal Comitato “non grattiamo il cielo di Torino”, presso la sede della Provincia di Torino, oltre 200 tra cittadini, esperti, rappresentanti di associazioni e di comitati, provenienti da varie parti del Paese, hanno discusso e si sono trovati d’accordo intorno al tema del Paesaggio - “sintesi di elementi naturali e costruiti nella quale la comunità dei cittadini si riconosce” (Convenzione UE, 2000) - come “Bene Comune”.
Dopo aver messo a confronto esperienze e studi, essi si rivolgono al Paese, al mondo della cultura, della politica e dell’economia per denunciare una generalizzata gestione del territorio che non riesce a controllare i processi, anche necessari, di trasformazione e produce un degrado del paesaggio che è sotto gli occhi di tutti: dissesto idrogeologico, inquinamento, contesti ambientali naturali compromessi, distruzione delle aree agricole, incontrollato allargamento dei confini urbani, degrado di contesti storico artistici, patrimonio immobiliare inutilizzato o sotto utilizzato, nascita di nuovi quartieri privi di servizi e di qualità, con perdita di identità sociale e culturale dei centri e delle periferie.
La difesa dei territori agricoli e naturali da ulteriori infrastrutturazioni e urbanizzazioni va di pari passo con la difesa della storia delle funzioni e del paesaggio delle nostre città penalizzate sia da espansioni ingiustificate a bassa densità sia da densificazioni esasperate, che occupano aree dismesse o vuoti urbani, miracolosamente scampati alle precedenti speculazioni edilizie. La verticalizzazione delle città storiche che non risolve il problema del consumo del suolo, ma al contrario introduce processi di snaturamento dei contesti sociali e di degrado del paesaggio, è inoltre condotta in assenza di un censimento dei bisogni reali ed è guidata dalla logica della mera valorizzazione immobiliare. Le Amministrazioni locali, strangolate dai tagli statali ai bilanci, cercano di tamponare la crisi incamerando oneri di urbanizzazione e introiti da vendite di aree pubbliche e demaniali (inclusi fiumi e coste) avviando dinamiche che, invece di controllare le rendite e la speculazione, ne diventano il motore principale. Queste pratiche, alimentate da scelte politiche ed economiche miopi, vanno in controtendenza rispetto a una opinione pubblica in cui sta invece crescendo la consapevolezza del valore del paesaggio come bene comune, ricchezza e risorsa di tutti i cittadini, tutelato dalla Costituzione, e particolarmente significativo per un paese ricco di storia e di intensa antropizzazione come l'Italia. E’ dunque necessario e urgente contrastare lo spreco del territorio e l’edificazione in altezza nei contesti paesistici consolidati, attraverso azioni forti per riportare l'architettura e l'urbanistica ad una gestione equilibrata e di qualità del territorio, nell'interesse generale.
L’incontro si è svolto a Torino per chiedere inoltre una pausa di riflessioni sull’introduzione dei grattacieli in una città che ha iniziato a trasformarsi da polo industriale a centro culturale, della ricerca e tecnologico del terzo millennio, anche nella prospettiva delle celebrazioni per il 2011, centocinquantesimo anniversario dell'Unità di Italia. Il paesaggio urbano, integrato nel suo contesto naturale e montano, è elemento fondamentale del patrimonio collettivo di questa città: chiediamo per questo uno stop ai progetti di grattacieli già autorizzati e in generale allo sviluppo verticale nel centro e nei nuovi quartieri. Non intendiamo mettere in discussione le prerogative di nessuno, ma chiedere saggezza, lungimiranza e disponibilità a valutare soluzioni diverse. Un confronto culturale, tecnico e urbanistico di questo tipo non potrebbe che onorare la tradizione democratica e pluralista di Torino e dell'Italia.
“Paesaggio Bene Comune” è infine l'appello che noi lanciamo a cittadini, studiosi e amministratori per collaborare in tutte le regioni italiane affinché si metta davvero mano alla formazione dei piani paesaggistici, come prescritto dal codice, e ai conseguenti piani urbanistici, si dia vita ad un censimento del patrimonio edilizio esistente e non utilizzato e si fermino i processi di espansione edilizia e di trasformazione del territorio che non siano attentamente valutati sotto tutti i profili della sostenibilità ambientale, paesaggistica, sociale, culturale. La vera sostenibilità sarà la capacità di conservare, restaurare e valorizzare, nell’interesse di tutti, con attenzione e garbo, l'immenso patrimonio culturale e ambientale - il Paesaggio - del nostro Paese.
Torino 17 aprile 2010
Da sempre, e oggi più che in passato, la città è stata, ed è, il luogo dei conflitti, dove si esercitano concretamente i diritti e i doveri, si misurano le differenze, si osservano le condizioni di miseria insieme all'ostentazione delle ricchezze, il luogo della politica, delle convivenze, più o meno pacifiche, il luogo, in ultima analisi, dove si svolge la vita reale e quotidiana delle persone, come si dice, in carne ed ossa, dove si partecipa alla vita collettiva e tuttavia si consumano solitudini.
Quella di Roma è una storia particolare. Una città che vive in simbiosi con le sue periferie (senza periferie non ci sarebbe Roma); una città che ne ospita un'altra (il Vaticano); una città soffocata da un passato glorioso tanto che essa somiglia - è stato detto - alla sua autopsia; una città che non è mai stata moderna, che anzi ha resistito con tenacia a qualsiasi tentativo di modernizzazione (perfino la metropolitana a Roma fa fatica a realizzarsi). La città dell'incanto e del disincanto; città astuta e sorniona; città che assorbe nel suo grande ventre (della storia) qualsiasi innovazione piegandola ai suoi ritmi lenti e sonnacchiosi, dove il vissuto è sempre più ricco del pensato, e del progettato.
A James Joyce, dice Ferrarotti, questa città faceva venire in mente un tale che sbarca il lunario, dietro compenso, esibendo il cadavere della nonna. A differenza di altre città, la "romanità" è una caratteristica incerta. Il dialetto romanesco, a parte certe folkloristiche rappresentazioni, è sparito da tempo; l'accento si rileva con difficoltà: borza anziché borsa, le doppie ridotte a una consonante forse per pigrizia o per risparmiare parole.
Senza indugiare a sentimentalismi o romanticismi, si potrebbe anche dire che Roma è una città mistero. Mistero poiché sono stati in molti, da Goethe, a Simmel fino a Pasolini, a tentare di afferrarne l'anima, a descriverne l'immensa complessità e poliedricità. Descrizioni attente, dettagliate, curiose, che tuttavia quasi mai, se non a tratti, se non per una parziale sintesi, riescono ad essere esaustive. Questa città appare inafferrabile, indicibile: non appena tenti di descriverne un aspetto, appare subito la sua faccia opposta: generosa ma anche cinica, bellissima e tragica, seducente e traditrice, puttana, è stato detto, come si addice a chi si concede facilmente ma, subito dopo la seduzione, per abbandonare il sedotto al proprio destino.
Non è, non lo è mai stata, una città veramente moderna. Una città industriale, per esempio, come Milano o Torino. E neppure mai è diventata, nonostante la sua gloria, una delle città mondiali, come Parigi, Londra, New York. Pare quasi che la sua immensa fama le abbia riservato un destino a parte, una condanna alla solitudine dei suoi antichi fasti, una grande nobile decaduta che non si mescola con le altre, stizzosa e fiera ma anche miserabile e cialtrona.
E tuttavia, nel quindicennio di amministrazioni di sinistra questa sua poliedrica narrazione è stata semplificata riducendola a quella di una città in attesa di modernizzazione. Roma sempre in "ritardo" rispetto alle altre grandi metropoli mondiali.
Una lettura condivisibile solo se si resta alla superficie del problema. In realtà, semplificante, mutilante, manipolante. L'ambiguità di aver dato come implicito un valore assolutamente positivo e progressivo al concetto di modernizzazione. Esso, infatti, è definito in un quadro dominato, cito Cassano, «da un ottimismo storico che vede lo sviluppo come un gioco libero ed aperto, nel quale tutti possono entrare con la speranza di partecipare ai suoi benefici, ma anche di scalare le posizioni e risalire le gerarchie». Nel caso romano c'era un secondo motivo di ambiguità. Il cosiddetto sviluppo conseguente alla modernizzazione riguardava sostanzialmente il centro storico (eventi, notti bianche, festival, ecc.) nella falsa convinzione e presunzione che esso fosse cuore e motore della città. Ma a chi spettava colmare questo cosiddetto "ritardo" e in quale modo?
Qui è nata quella sorprendente invenzione veltroniana chiamata "Modello Roma" che in poco tempo non solo è stata propagandata come una politica locale destinata a riscuotere un grande successo, ma che, successivamente, si è tentato di esportare a livello nazionale come esempio di una alleanza virtuosa tra amministrazioni pubbliche e privati in grado di superare i tradizionali e nefasti impedimenti del passato. Questa invenzione magica, lo sappiamo, è stata letteralmente battuta alle elezioni amministrative del 2008 con la sconfitta della candidatura di Rutelli, successore designato personalmente dal Grande Inventore Veltroni.
Ora quella politica, la modernizzazione, viene impugnata dal sindaco Alemanno quasi senza soluzioni di continuità, come a dimostrare che essa non è né di destra né di sinistra, ma una sorta di necessità storica che ci consente di tenere il passo con chi è più avanti di noi. È singolare che gli ideologi della politica comunale di Veltroni accusino il nuovo sindaco di avergli rubato le idee, anziché chiedersi come mai una politica urbana di sinistra sia stata accolta così favorevolmente da una amministrazione di destra. È così che per decidere il destino di questa città vengono chiamate le più celebri archistar del mondo (Piano, Fuksas, Calatrava, ecc.), come se la città, questa città poi, fosse un insieme di architetture sparse e poi nient'altro. La spettacolarizzazione è figlia diretta della modernizzazione: basta un giro di manovella, un pifferaio magico e la realtà si trasforma: anziché miserie e povertà ecco i grattacieli, la nuvola, lo stadio del nuoto: tutti saremo più felici e meno poveri.
E le periferie? Se mi si consente un'analogia direi che è come nelle ferrovie: l'importante è che Freccia Rossa possa arrivare da Roma a Milano prima dell'aereo, poi la moltitudine dei treni pendolari può anche attendere. Un vero progetto moderno dovrebbe gettare le basi per una città dell'accoglienza. Del profugo, dell'esule, del barbone, del discriminato, del diseredato, dell'immigrato, del diverso. Una città delle differenze.
Diceva Brecht: beato quel popolo che non ha bisogno di eroi e... aggiungo io, nemmeno di archistar.
La Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici del Veneto Orientale ha «immobilizzato» 500 milioni di cantieri. Una raffica di stop per centinaia di pratiche urbanistiche. con il comune leghista che grida allo scandalo. Peccato che si tratti di rifare Dubai nel Golfo di Venezia. Grattacieli, residence, parchi divertimenti, campi di golf e una valanga di centri commerciali a tema. Tutto affastellato direttamente a 300 metri dall'Adriatico. Si chiama Jesolo City Beach 2012. Si traduce nel solito business immobiliare. Architetti di fama mondiale a beneficio della facciata. Dietro, una colata di cemento in versione turistica. Sulla patina dei cataloghi, Jesolo Lido si propone di diventare come Miami. Troppo, davvero. Perfino nella brochure degli affari e della politica veneta, capace di vendere il sacco di 100 chilometri quadrati di campi, boschi e paludi sparite dal 2001 al 2009 come «sviluppo del territorio».
A colpi di carta bollata.
Ma qui la Soprintendenza ha tirato il freno a mano. Adesso è guerra a colpi di carta bollata. Nel silenzio (quasi) totale dell'informazione. E nel disinteresse, finora, del neo-governatore Luca Zaia. In gioco i super-cantieri che «completano» opere gigantesche già avviate. Sono una ventina di insediamenti già lanciati nella pubblicità turistica. Si «spaccia» per acquisita la Jesolo del futuro: 96,5 chilometri quadrati di territorio urbanizzato con 5.200 tra appartamenti, ville; villaggi e campeggi più 391 hotel con 82.000 posti letto complessivi. Un elenco di lavori impressionante. Un mega-cantiere più grande dell'Expo di Milano anticipa lo schema tanto in voga delle «Olimpiadi del cemento» che da Tessera dilagano verso Padova (governata da Flavio Zanonato, il Formigoni del Veneto) e Treviso (controllata da decenni dalla Lega svezzata dallo sceriffo Gentilini). E' il «modello veneto» piegato agli interessi immobiliari: l'ultima frontiera per far schei (e magari riciclarne altri) .
A Jesolo, il braccio di ferro che oppone Soprintendenza e Comune leghista vale mezzo miliardo di euro, una cifra che parla da sola. Nel luogo in cui servono 15 mila euro al metro quadro per qualsiasi posto fronte mare. Un'anomalia clamorosa nel mercato immobiliare dell'intero Nord Est che, forse, dovrebbe interessare la Guardia di finanza. Il dettaglio dei progetti eclatanti è altrettanto impressionante. Fronte Mare Hotel: resort con annesso centro congressi da 650 posti e un centro benessere spalmato su 1.600 metri quadri. Sorgerà a due passi da piazza Drago, il «cuore» della movida estiva. Lo hanno disegnato Alberto Montesi e Alessandro Costanzia per conto della Edilbeton di Trento. Ma le betoniere sono pronte anche a gettare l'Isola Blu a 150 metri dall'arenile: «Un arcipelago di servizi» ammiccano i pubblicitari alle prese con il camuffamento del centro commerciale di 80 mila metri quadri con parcheggio interrato per 2 mila auto progettato da Bruno Dolcetta. E poi Laguna Park, realizzato da Giampaolo Mar e Toni Follina, giusto in fianco al nuovo terminal degli autobus. Sono 150 mila metri quadri con vele colorate come biglietto da visita per i visitatori.
Progetti a ciclostile.
Tutte idee clonate, ambienti artificiali stile Emirati arabi. Nessuna, in ogni caso, compatibile con la tutela dei 300 metri di rispetto demaniale. Si progetta con il ciclostile: a beneficio di gru e cantieri, impresette in sub-fornitura, banche a caccia di società immobiliari. In un contesto turistico che non solo d'estate a volte diventa base operativa di traffici con radici in ogni sponda dell'Adriatico. Forse, varrebbe la pena metterci sopra una lente d'ingrandimento. Ma la Jesolo del futuro viaggia a testa bassa. In Veneto è l'unica piazza che non risente della crisi del settore. Merito di Exotic Village, ispirato ad un'oasi del deserto del Sinai con dune finte, palmizi decorativi e caravanserragli per turisti-beduini. Cascina del Mar, invece, si propone come fedele copia dei borghi mediterranei, con variazioni botaniche conseguenti a giustificare un'altra dose di cemento. Gli architetti dello studio Lesuisse (già all'opera nella riqualificazione della Costa Smeralda ai tempi dell'Aga Khan) spiegano: «Plasmiamo la cubatura con la creta. L'obiettivo è rispettare la natura: fondersi e mimetizzarsi. I bambini lì devono poter giocare a nascondino». I portoghesi Goncalo Byrne e Joao Nunes si cimentano, invece, con il “torrone” al limite del canale. Il progetto Merville-Casa del parco significa 22 piani di un mega-grattacielo innestato in una pineta di 50 mila metri quadri.
La skyline di Jesolo Lido sarà come quella di New York: in piazza Drago, nuovo centro della cittadina balneare, sono previsti 71 mila metri cubi di costruzioni mastodontiche quasi fossero le Torri Gemelle del turismo. Ma non basta ancora, perché Giampaolo Pighin e Giorgio Rizzi hanno progettato la nuova darsena per il diporto con alle spalle l'immancabile golf club autografato da Giampaolo Mar. La passeggiata nel futuro ex-lungomare di Jesolo Lido prosegue già con altre due megatorri. Si avanza, con immutato furore urbanistico fra il mini grattacielo Tahiti e ll village commissionato a Richard Meier. Subito dietro, una «città della musica» e l'ipercity che però si chiama più gradevolmente «parco commerciale”. Insomma, il cemento dilaga senza freni alimentando una voracità immobiliare senza precedenti. Con la benedizione della Lega di governo, e in nome della tradizione che vuole Jesolo Lido come il mare d'estate di mezzo Veneto. Eppure, ci sarebbe la concorrenza di Bibione e Caorle. Senza dimenticare che dal vicino Friuli anche Grado e Lignano Sabbiadoro attirano il turismo garantendo tranquillità e uno specchio di laguna ancora naturale.
Ma in municipio il Carroccio di Jesolo è pronto alla guerra pur di far marciare il federalismo urbanistico su misura delle agenzie immobiliari. L'intervento della Soprintendenza diventa letteralmente intollerabile. «Un problema di ordine burocratico minaccia 500 milioni di euro in investimenti - tuona il vice sindaco e assessore all'urbanistica Valerio Zoggia - Così si rischia di dover sentire la Soprintendenza anche per installare un condizionatore o cambiare gli infissi di una struttura nella fascia dei 300 metri dal mare». Per l'amministrazione comunale, invece, è tutto già urbanisticamente compromesso come si evidenzia nel ricorso al Consiglio di stato. In municipio sostengono proprio la necessità di recuperare pezzi di territorio «irrimediabilmente degradato». Nel Veneto che ha appena girato pagina in Regione, ecco la declinazione dell'autonomismo immobiliare, con Jesolo in prima linea contro le invasioni della Soprintendenza che finiscono per «paralizzare lo sviluppo di un'intera città a vocazione turistica».
La città vacanza
Da Kenzo Tange a Jorge Haider
Jesolo, 25.029 abitanti, d'estate diventa la Rimini dell'Alto Adriatico. Il turismo, di fatto, è la spina dorsale dell'economia fin dagli anni Trenta. Oggi, la spiaggia più estesa d'Italia (15 chilometri di sabbia finissima) risulta puntellato da oltre 400 alberghi, 15 mila case-vacanza, 7 campeggi e 5 maxi discoteche. Demograficamente, si tratta di un comune a crescita zero. Eppure nel Duemila aveva già messo in cantiere 6 milioni di metri cubi di cemento che equivalgono alla capacità insediativa di circa 50mila abitanti. Oggi, all'ordine del giorno ci sono gli interventi in variante al masterplan firmato da Kenzo Tange, che per aveva già immaginato lo sviluppo della city-beach con tratto ben diverso. A Jesolo la Lega Nord ha fatto breccia fin dall'inizio. Il braccio politico delle gru è il sindaco Francesco Calzavara, classe 1964. Pilota professionista dal 1977 al 1983, poi gestore delle piste da kart del Triveneto e imprenditore con la Motorpoint. Nel 1993 salta sul Carroccio: assessore al turismo (due volte) nella giunta del leghista Renato Martin (ora nelle file del Pdl), viene eletto sindaco nel 2002. Due anni prima il municipio veneziano era rimbalzato nelle cronache nazionali per l'imbarazzante consegna delle chiavi della città a Jorge Haider, governatore della Carinzia con passato nazista. Da sempre lesolo si gioca il primato balneare del Nord Est, cullandosi con i record di visitatori di Aqualandia, primo parco acquatico italiano, e il Lungomare delle Stelle autografato da Sophia Loren, Gina Lollobrigida e Alberto Sordi. Dal 2007 il palazzo del Turismo di Jesolo ospita le finali di Miss Italia nel Mondo e la fase conclusiva del concorso Miss Padania, in diretta concorrenza con Salsomaggiore.
Il video promozionale dell'iniziativa immobiliare: vedere per credere!
Il fotovoltaico è diventato una delle tecnologie portanti del nuovo modello energetico che si sta affacciando grazie alla terza rivoluzione industriale, la "rivoluzione verde". Vi sono tuttavia crescenti perplessità sul suo uso intensivo e centralizzato, che coinvolge molti terreni agricoli d´Italia e d´Europa.
Se si configura secondo il modello energetico cui siamo stati abituati, il fotovoltaico rischia infatti di fare danni quali erosione dei suoli, perdita di fertilità, di terreni agricoli, di biodiversità, cibi e sovranità alimentare.
Sia chiaro: il fotovoltaico rimane centrale nella rivoluzione energetica, bisogna soltanto fare in modo che non comprometta altre risorse utili e sfrutti invece la miriade di spazi a lui più adatti. Sono questioni che vanno prese seriamente come dimostra uno studio scientifico dell´Arpa Puglia inviato alla Regione il 2 marzo scorso. Nel 2009 la stima dell´Arpa è che siano stati installati in Puglia impianti fotovoltaici per 738 MW, impegnando una superficie agricola di circa 2.214 ettari, mentre nei primi due mesi del 2010 sono giunte richieste d´installazioni a fronte di altri possibili 1217 ettari rubati all´agricoltura: un vero boom, giustificato dallo sforzo dell´amministrazione di portarsi avanti nel raggiungimento del famoso obiettivo 20-20-20 (la riduzione del venti per cento delle emissioni di CO2 e l´implementazione del 20 per cento dell´energia totale prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020). Sforzo apprezzabile ma che in questo caso merita cautela: questi impianti hanno un impatto ambientale da tenere assolutamente in considerazione se, come sta avvenendo, sono fortemente concentrati in alcune aree.
Con distese enormi di pannelli fotovoltaici i suoli sottostanti perdono permeabilità; l´attività biologica tende a morire dando luogo a fenomeni di desertificazione che ne decreterebbero l´infertilità e aumenterebbero il pericolo di alluvioni. Inoltre non si può calcolare che succederà quando tutti questi pannelli andranno smaltiti.
Si tenga poi conto che le reti energetiche che abbiamo non sono ancora pronte a tali incrementi: basti il dato che in Puglia le perdite di energia per trasmissione sulla rete ammontano a circa il 70 per cento dell´energia prodotta da fonti rinnovabili.
"Andiamoci piano con i pannelli", verrebbe da dire, ma il problema vero non sono i pannelli: è una visione che risente ancora della vecchia logica centralistica delle energie fossili, secondo cui bisogna "concentrare" in poche centrali la produzione, quando invece le fonti del 20-20-20 (il sole, il vento, l´acqua, la biomassa) sono per loro natura distribuite e non concentrate come l´uranio, il gas, il carbone o il petrolio.
Questa idea che le energie rinnovabili vadano raccolte in "grandi centrali" anziché in milioni di piccole installazioni distribuite, è l´ibrido per cui le energie del futuro andrebbero prodotte secondo le logiche del passato. Ciò provoca l´equivoco di fondo secondo cui l´energia rinnovabile sarebbe "sostenibile" per definizione, mentre non è così. Se si creano dei danni ambientali, anche il fotovoltaico (e qualunque altra tecnologia rinnovabile) diventa "insostenibile".
In realtà c´è un modo sostenibile di inserire il fotovoltaico nel mix energetico e nel contesto agricolo. Per farlo bisogna privilegiare l´autoconsumo e la produzione più distribuita possibile. In pratica questo si traduce con politiche mirate a portare il fotovoltaico sui tetti in ambito urbano e industriale - e in luoghi abbandonati, come capannoni o strade dismesse - mentre per quanto riguarda l´ambito agricolo, a seguire regole che lo rendono compatibile con la sovranità alimentare del territorio e la produzione locale del cibo.
Esistono oggi tecnologie come il fotovoltaico su serra; quello per azionare pompe irrigue e sistemi di refrigerazione o altri consumi legati alla trasformazione: sono sostenibili. Per quanto riguarda i terreni coltivati poi, nulla vieta di utilizzare pannelli montati su piloni abbastanza alti da permettere la coltivazione dei prodotti nella terra sottostante.
All´impiego in aree agricole bisogna però aggiungere le enormi potenzialità in ambito urbano e industriale: da uno studio condotto in Sicilia, emerge che anche utilizzando soltanto il 6,5 per cento delle superfici disponibili su fabbricati sia residenziali, sia industriali nella regione, si potrebbe ottenere una potenza superiore a quella complessiva già installata su tutto il territorio nazionale.
Un modello distributivo di questo tipo, oltre a permettere un´integrazione nel tessuto urbano, industriale e rurale, garantisce anche un altro enorme vantaggio: la redistribuzione della ricchezza prodotta dall´energia. Si darà lavoro a migliaia di piccole e medie aziende installatrici e se ne creeranno di nuove; ma anche il cittadino, il piccolo imprenditore e chiunque disponga di una superficie adatta, potranno godere del reddito supplementare ventennale garantito dall´incentivo statale.
La sfida futura per i governi sarà quella di promuovere un modello distribuito: le regioni che per prime lo implementeranno permetteranno a tutti, e non solo ai grandi gruppi finanziari e alle banche, una reale uscita dalla crisi e una crescita duratura e legata alle risorse del territorio, a sistemi di economia locale.
c.petrinislowfood.it
Il crollo di una volta traianea della Domus Aurea, nel centro di Roma e a pochi metri dal Colosseo, appare sempre più come una sorta di maledizione del suo ideatore e primo inquilino, l’imperatore Nerone. Ma da quando un pezzo della Roma antica si è sbriciolata (e i cosiddetti esperti parlano di almeno altri centocinquanta ambienti archeologici della struttura che non sono stati impermeabilizzati e che potrebbero cadere da un giorno all’altro), è trascorsa solo questa manciata di giorni di aprile. Al capezzale della Domus Aurea sono subito accorsi il commissario straordinario Luciano Marchetti, quello per l’intera area archeologica romana Roberto Cecchi, il sovrintendente dei Beni culturali di Roma Umberto Broccoli e persino Francesco Giro, unico sottosegretario di Sandro Bondi al Mibac e grande appassionato del passato remoto della Capitale.
Tutti allarmati, un po’ fatalisti e determinati (a parole) a trovare rimedi al più presto. “Mah, qui staremo chiusi almeno quattro-cinque anni”, allarga le braccia uno dei custodi della Domus Aurea. Abbiamo allora il tempo per attraversare il cuore di Roma. E scoprire che, probabilmente, sessanta mesi neanche saranno sufficienti. Colpa dei sovrintendenti, in teoria messi tutti insieme appassionatamente da alcuni accordi tra il sindaco di Roma e il ministro dei Beni culturali che finora hanno prodotto solo l’illuminazione dei Fori imperiali per il Natale di Roma 2009 e qualche altro piccolo evento prontamente e frettolosamente concluso? No, c’è dell’altro.
Il freno a mano tirato per i grandi resti archeologici di una Capitale che non ha trovato nel bilancio del proprio comune neanche i soldi per tappare le buche nelle strade del centro storico, si chiama – banalmente – “scoordinamento”. Gli studiosi (e i burocrati ) del comune di Roma non sanno che cosa fanno i loro colleghi del ministero. Tanto che quando lo scorso 7 aprile il sindaco Alemanno annuncia nuovi interventi dell’architetto Richard Meier sulla propria Teca dell’Ara Pacis, scoppia una lite furibonda tra comune di Roma (sovrintendente, Umberto Broccoli) e ministero dei Beni culturali (soprintendente ai Beni architettonici, Federica Galloni). Lei accusa lui, davanti a telecamere e cronisti, di non essere stata invitata, se non all’ultimo minuto, all’iniziativa del Campidoglio. Il sottosegretario Francesco Giro non si ritrova neanche il cartellino sul tavolo dei relatori, i burocrati dei due schieramenti si salutano a denti stretti.
Questione di galateo istituzionale non rispettato? Macché. Il più recente crollo nella Domus Aurea – riaperta nel 1999 da Walter Veltroni, allora ministro dei Beni culturali, e Francesco Rutelli, all’epoca sindaco di Roma, sbarrata nuovamente nel 2005 a causa di gravi infiltrazioni d’acqua, quindi riaperta nel gennaio 2006, di nuovo chiusa per precauzione nel dicembre 2008 e infine restituita in parte al pubblico – va attribuito anche al fatto che comune di Roma e Mibac non si parlano. Non è, però, solo un problema di funzionari che non funzionano. La cosiddetta competenza della Domus Aurea è del ministero.
Ma quella dei giardini che la circondano e dell’intero Colle Oppio è del comune. Se allora il Campidoglio decide di proteggere, ad esempio, alcune aree della Domus di Nerone ma non informa dettagliatamente il ministero, ecco che scoppiano non solo tubature o sacche d’acqua, ma anche tante, italianissime, polemiche. Per capire meglio questo meccanismo perverso e grottesco basta spostarsi di qualche centinaio di metri e raggiungere, a pochi metri dalla Bocca della Verità, l’Arco di Giano e, quasi di fronte, il tempio di Ercole vincitore. Sono gioielli architettonici straordinari: ma non si possono visitare. Perché – anche qui – le strutture sono dello Stato e i giardini che le circondano sono di competenza comunale. Perché lì sotto corrono le alimentazioni di acqua e corrente elettrica. Risultato: alte cancellate ne nascondono la vista. E i turisti (almeno quelli più appassionati) si appoggiano alle grate come detenuti in attesa dell’ora d’aria. Oppure rinunciano, guadagnando a piedi quel Colosseo dove lo spettacolo più frequente è quello di un gruppo di figuranti-centurioni sempre in litigio tra loro per guadagnarsi (letteralmente) la foto con il turista più sprovveduto.
“Forse non c’è più modo d’illudersi su di una seria opportunità di vedere pianificata e programmata una politica di salvaguardia monumentale a Roma. Questo ultimo crollo, in qualche modo annunciato può infatti non essere incidentale. Si sapeva delle intense piogge, dei cedimenti parziali, di una sostanziale povertà strutturale e delle condizioni geologiche del complesso che circonda l’antica Velia”, ragiona Michele Campisi, architetto e studioso, esperto di Italia Nostra. E ancora: “Forse una legge regionale a riordino dei molteplici ambiti che per virtuali opportunità si sono oggi prodotti potrà almeno consentire la necessaria riflessione sul tema”. Come dire: così non si può proprio andare avanti.
Altri esempi? Eccoli. La Villa Adriana di Tivoli, a ridosso della quale d’estate si organizzano alcuni concerti e qualche happening teatrale, ha mosaici e pavimenti che rischiano ogni giorno di scomparire un po’. Incuria, il famoso conflitto di competenza tra governo e istituzioni locali, alcuni episodi di turismo selvaggio la stanno distruggendo.
E allora? In attesa che il dialogo tra sordi venga riaperto – magari con stanziamenti di fondi che non si fermino agli annunci in pompa magna – occorrerà accontentarsi del cartello esposto tranquillamente alle Terme di Traiano, proprio sopra la Domus Aurea. C’è una mappa e persino una legenda. La quale indica al punto 6, “Crolli strutture pertinenti al settore occidentale delle Terme”. Insomma, a quei disastri non si è posto rimedio e allora tanto vale segnalare i crolli nelle cartine ufficiali. Diventeranno anche loro reperti archeologici?
Doveva succedere: mercoledì 7 aprile il Capo dello Stato promulga la legge con cui due Camere ubbidienti al quasi padrone d´Italia stabiliscono che nei prossimi 18 mesi possa mandare a monte le udienze penali dichiarandosi impedito dal lavoro governativo; nel latino degli avvocati, l´impedimento è presunto iuris et de iure; l´udienza sfuma e il processo dorme, quando anche consti che in quelle ore Berlusco felix sbrigasse affari suoi, relativi all´enorme patrimonio, ad esempio cercando l´ennesima villa da acquisire mentre i consumi italiani scendono al minimo storico nella lunga coda d´una crisi ignota al governo. Nasce morta come le due precedenti, lo vede qualunque scolaro del secondo anno, modestamente informato: il pubblico ministero solleverà la questione; e salvo impensabili coups de théâtre (tale sarebbe l´ordinanza che la dichiarasse manifestamente infondata), riascolteremo la Corte competente. «Atto protervo», esclama il custode dei Beni culturali. Sua Eccellenza parla «Newspeak» e qui sta a pennello l´ultimo dei tre slogan nei "Due Minuti d´Odio" (G. Orwell, 1984, ed. Penguin, pp. 16 sg.): "ignorance is strenght"; gli altri due identificano guerra e pace, libertà e schiavitù; apparso Big Brother, una donna tende le braccia allo schermo esclamando «mio Salvatore», indi prega, mani sul viso; la platea intona un canto ipnotico, «B-B … B-B … B-B …»; canta anche Winston Smith, vulnerabile dalla polizia del pensiero, perché conserva fondi d´anima.
La nota ufficiosa dal Quirinale, 7 aprile, ravvisa punti positivi nel piccolo mostro: in particolare, l´avere ancorato la casistica del legittimo impedimento a figure tipiche; inoltre, niente esclude che il giudice valuti l´evento impediente. Discorso piuttosto fumoso, suppongo che vada inteso così: valgono solo gl´impedimenti da affari ministeriali; sarebbe autocertificato irrilevante, ad esempio, «quel giorno devo esibirmi a una platea» o «non posso, prevedo sedute con i miei cervelloni, perché studiamo misure contro le toghe rosse», ma sono ipotesi da tè matto nel settimo capitolo delle Avventure d´Alice, dove Cappellaio, Lepre, Ghiro discorrono in chiave lunatica; addurrà motivi serissimi, quali il ricevimento d´uno sceicco, un consiglio dei ministri permanente, come le vecchie gare di ballo all´ultimo fiato, viaggi in Russia et cetera; né il tribunale o la Corte da cui sta lontano, luoghi appestati, perderanno tempo nella partita a carte false con chi ne cava quante vuole dalla manica. Desta ilare stupore l´augurio d´una «leale collaborazione» tra l´esecutivo e Dike. Suonerebbe bene qualche sillaba su due punti interessanti. Primo: questa diciannovesima legge fornisce all´augusta persona l´immunità che due volte s´era affatturata perdendola, e cade sotto lo stesso segno, clamorosamente invalida; finché viga l´attuale Carta, non esiste l´intoccabile dai giudici. Secondo, in lingua penalistica il parvum monstrum è definibile estorsione, qual era il cosiddetto lodo Alfano: l´estorsore ottiene un profitto ingiusto costringendo qualcuno a fare od omettere qualcosa; l´alternativa è finire peggio. In entrambi i casi i soliti neutrali, più o meno dolenti, raccomandano il «male minore»; due anni fa la minaccia era blocco dei dibattimenti e paralisi dell´apparato; ancora più calamitosa la prospettiva, sfoderata negli ultimi mesi, del cosiddetto «processo breve».
Strategie d´estorsione e teoremi del male minore lasciano pochi dubbi sulle mosse future. Qualcuno saluta la diciannovesima ad personam come credito giudiziosamente aperto al Bien-Aimé: la politica s´era incarognita (l´invettiva facinorosa batte bandiera berlusconiana: chi paragonava i magistrati scomodi alla banda della Uno Bianca?); la tregua viene provvidenziale; diciotto mesi d´un possibile dialogo offrono occasioni da non perdere. Vecchia musica impudente. Sappiamo chi sia, cosa voglia, quali metodi usi: «metánoia», parola greca, indica uno scenario psichico trasformato in meglio (pentimento operoso ecc,); e nel caso suo non ha corso, ostandovi l´impossibilità biologica. Del resto, non è materia d´ipotesi introspettive. Cosa covi, l´ha detto e sta scritto. Vuol rifare la res publica sulle sue misure: presidente egemone, pochi e scelti parlamentari plauditores, al diavolo i poteri separati, disturbano i dinamismi «del fare» (non li abbiamo visti, a parte gl´interventi pro domo sua e l´euforia d´appalti anomali). Ci vorranno occhi fini per distinguere l´Italia dall´impero berlusconiano. Andiamo verso lo Stato patrimoniale. Ma esiste una priorità assoluta, la questione giustizia. Dominus Berlusco ha idee chiare: nel nuovo ordinamento spariscono pubblico ministero e azione penale obbligatoria, abominevoli entrambi; la polizia indaga; sotto l´occhio del guardasigilli gli avvocati dell´accusa scrivono o declamano requisitorie; meccanismi dilatori, forme labirintiche, contraddittorio vizioso (prendo l´aggettivo dal napoletano Joseph Aurelius de Januario, Viziose maniere del difendere le cause nel Foro, 1745) garantiscono vita comoda agl´imputati eccellenti, perché meritano riguardo, mentre va in scena una giustizia esemplare contro i relitti. Inutile dirlo, non nasceranno mai più un processo Mills o quelli dei quali s´è faticosamente liberato nei casi Mondadori o Ariosto-Sme. Gli avvocati dell´accusa morderanno gli antigovernativi. Disponendo d´ogni leva, parlamentare, ministeriale, giudiziaria, economica, mediatica, e mettiamo nel conto versatili mani nere, sarà onnipotente. Fantasia paranoica? No, le fondamenta sono lì, erette mentre gli oppositori blasés parlavano d´altro: "l´antiberlusconismo non porta da nessuna parte"; e distiamo diciotto mesi dagli ultimi eventi.
Caro direttore, si introducono – direttamente o con la complicità di qualcuno che vi lavora – alcune armi in un ospedale, poi si dà il via all´operazione… Truppe afgane e inglesi circondano il Centro chirurgico di Emergency a Lashkargah, poi vi entrano mitragliatori in pugno e si recano dove sanno di trovare le armi. A quanto ci risulta, nessun altro luogo viene perquisito. Si va diritti in un magazzino, non c´è neppure bisogno di controllare le centinaia di scatole sugli scaffali, le due con dentro le armi sono già pronte – ma che sorpresa! – sul pavimento in mezzo al locale. Una telecamera e il gioco è fatto. Si arrestano tre italiani – un chirurgo, un infermiere e un logista, gli unici internazionali presenti in quel momento in ospedale – e sei afgani e li si sbatte nelle celle dei Servizi di Sicurezza, le cui violazioni dei diritti umani sono già state ben documentate da Amnesty International e Human Rights Watch. Anche le case di Emergency vengono circondate e perquisite. Alle cinque persone presenti – tra i quali altri quattro italiani – viene vietato di uscire dalle proprie abitazioni. L´ospedale viene militarmente occupato.
Le accuse: «Preparavano un complotto per assassinare il governatore, hanno perfino ricevuto mezzo milione di dollari per compiere l´attentato». A dirlo non è un magistrato né la polizia: è semplicemente il portavoce del governatore stesso.
Neanche un demente potrebbe credere a una simile accusa: e perché mai dovrebbero farlo? La maggior parte dei razzi e delle bombe a Lashkargah hanno come obiettivo il palazzo del governatore: chi sarebbe così cretino da pagare mezzo milione di dollari per un attentato visto che ogni giorno c´è chi cerca già di compierlo gratuitamente? Questa montatura è destinata a crollare, nonostante la complicità di pochi mediocri – che vergogna per il nostro Paese! – che cercano di tenerla in piedi con insinuazioni e calunnie, con il tentativo di screditare Emergency, il suo lavoro e il suo personale.
Perché si aggredisce, perché si dichiara guerra a un ospedale? Emergency e il suo ospedale sono accusati di curare anche i talebani, il nemico. Ma non hanno per anni sbraitato, i politici di ogni colore, che l´Italia è in Afghanistan per una missione di pace? Si possono avere nemici in missione di pace? In ogni caso l´accusa è vera. Anzi, noi tutti di Emergency rendiamo piena confessione. Una confessione vera, questa, non come la "confessione choc" del personale di Emergency che è finita nei titoli del giornalismo nostrano.
Noi curiamo anche i talebani. Certo, e nel farlo teniamo fede ai principi etici della professione medica, e rispettiamo i trattati e le convenzioni internazionali in materia di assistenza ai feriti. Li curiamo, innanzitutto, per la nostra coscienza morale di esseri umani che si rifiutano di uccidere o di lasciar morire altri esseri umani. Curiamo i talebani come abbiamo curato e curiamo i mujaheddin, i poliziotti e i soldati afgani, gli sciiti e i sunniti, i bianchi e i neri, i maschi e le femmine. Curiamo soprattutto i civili afgani, che sono la grande maggioranza delle vittime di quella guerra. Curiamo chi ha bisogno, e crediamo che chi ha bisogno abbia il diritto ad essere curato. Crediamo che anche il più crudele dei terroristi abbia diritti umani – quelli che gli appartengono per il solo fatto di essere nato – e che questi diritti vadano rispettati. Essere curati è un diritto fondamentale, sancito nei più importanti documenti della cultura sociale, se si vuole della "Politica", dell´ultimo secolo. E noi di Emergency lo rispettiamo. Ci dichiariamo orgogliosamente "colpevoli". Curiamo tutti. In Afghanistan lo abbiamo fatto milioni di volte. Nell´ospedale di Lashkargah lo abbiamo fatto sessantaseimila volte. Senza chiedere, di fronte a un ferito nel pronto soccorso, «Stai con Karzai o con il mullah Omar?». Tantomeno lo abbiamo chiesto ai tantissimi bambini che abbiamo visto in questi anni colpiti da mine e bombe, da razzi e pallottole. Nel 2009 il 41 percento dei feriti ricoverati nell´ospedale di Emergency a Lashkargah aveva meno di 14 anni. Bambini. Ne abbiamo raccontato le storie e mostrato i volti, le immagini vere della guerra, la sua verità.
«Emergency fa politica», è l´altra accusa che singolarmente ci rivolgono i politici. In realtà vorrebbero solo che noi stessimo zitti, che non facessimo vedere quei volti e quei corpi martoriati. «Curateli e basta, non fate politica». Chi lo sostiene ha una idea molto rozza della politica. No, noi ci rifiutiamo di stare zitti e di nascondere quelle immagini. Da tempo la Nato sta compiendo quella che definisce «la più importante campagna militare da decenni»: la prima vittima è stata l´informazione. Sono rarissimi i giornalisti che stanno informando i cittadini del mondo su che cosa succede nella regione di Helmand. I giornalisti veri sono scomodi, come l´ospedale di Emergency, che è stato a lungo l´unico "testimone" occidentale a poter vedere "gli orrori della guerra".
Non staremo zitti.
Emergency ha una idea alta della politica, la pensa come il tentativo di trovare un modo di stare insieme, di essere comunità. Di trovare un modo per convivere, pur restando tutti diversi, evitando di ucciderci a vicenda. Emergency è dentro questo tentativo. Noi crediamo che l´uso della violenza generi di per sé altra violenza, crediamo che solo cervelli gravemente insufficienti possano amare, desiderare, inneggiare alla guerra. Non crediamo alla guerra come strumento, è orribile, e mostruosamente stupido il pensare che possa funzionare. Ricordiamo «la guerra per far finire tutte le guerre» del presidente americano Wilson? Era il 1916. E come si può pensare di far finire le guerre se si continua a farle? L´ultima guerra potrà essere, semmai, una già conclusa, non una ancora in corso.
La risposta di Emergency è semplice. Abbiamo imparato da Albert Einstein che la guerra non si può abbellire, renderla meno brutale: «La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire». Nella nostra idea di politica, e nella nostra coscienza di cittadini, non c´è spazio per la guerra. La abbiamo esclusa dal nostro orizzonte mentale. Ripudiamo la guerra e ne vorremmo la abolizione, come fu abolita la schiavitù. Utopia? No, siamo convinti che la abolizione della guerra sia un progetto politico da realizzare, e con grande urgenza. Per questo non possiamo tacere di fronte alla guerra, a qualsiasi guerra. Di proporre quel progetto, siamo colpevoli.
Ecco, vi abbiamo fornito le risposte. E adesso? Un pistoiese definì il lavoro di Emergency «ramoscello d´ulivo in bocca e peperoncino nel culo». Adesso è ora che chi "di dovere" lavori in quel modo, e tiri fuori "i nostri ragazzi". Può farlo, bene e in fretta. Glielo ricorderemo sabato pomeriggio, dalle due e mezza, in piazza Navona a Roma.
La festa del convegno confindustriale di Parma è stata parzialmente rovinata dall'assenza di Silvio Scaglia. Il titolo del convegno era Libertà e benessere e il manager di Fastweb era la persona più adatta per dimostrare la bontà del binomio. Libertà, perché attualmente costretto in istituto di pena. Benessere perché avrebbe potuto fare una vera lezione alla plaudente platea su come fosse stato possibile costruire l'impressionante arricchimento di pochi sfruttando ricchezza pubblica costruita in decenni di investimenti pubblici e di immense capacità tecniche e professionali. Di come sia stato possibile appropriarsi e saccheggiare i beni comuni, le città e il territorio.
Silvio Scaglia e Francesco Micheli, il primo manager Omnitel e il secondo finanziere, fondano alla fine di giugno del 1999 la Astico srl con capitale sociale di 20 milioni di lire (10 mila euro circa). Il 30 luglio l'impresa cambia nome e nasce e-biscom. Il 4 ottobre il capitale sociale viene aumentato a 38 miliardi di lire (19,6 milioni di euro). Il 22 dicembre nuovo aumento di capitale a 24 milioni di euro mediante emissione di circa 11 milioni di azioni del valore nominale di 25 euro: la valutazione della società arriva pertanto pari a 1 miliardo e 223 milioni di euro.
Come è stato possibile? Semplice, lucrando sui beni pubblici. Il 29 luglio 1999 era stato infatti concluso un accordo con Aem, storica azienda del comune di Milano. Era nata nel 1910 nel solco della nascente cultura delle municipalizzate. Decine e decine di anni di investimenti, dalle dighe in Valtellina a gigantesche infrastrutture tecnologiche. Il povero ranocchio da 10 mila euro, dunque, convola a giuste nozze con un gigante, il secondo fornitore di energia in Italia. Poi si quota in borsa e il gioco è fatto. Per raggiungere l'apice del capolavoro, il 21 marzo 2000 e-biscom viene nuovamente capitalizzata attraverso l'emissione di oltre 10 milioni di azioni del valore nominale di 160 euro: essa vale 7,7 miliardi di euro. In nove mesi si è passati da 10 mila euro a 7,7 miliardi di euro sfruttando una ricchezza pubblica costruita con giganteschi investimenti pubblici.
Una lezione così sarebbe stata accolta con ovazioni dai cinquemila intervenuti, perché i prossimi affari di cui vogliono appropriarsi sono quello dell'acqua e quello del patrimonio immobiliare dello Stato. Per compiere l'ultimo assalto, possiedono tutte le pedine di comando, ad iniziare dalla pubblica amministrazione. Le riforme Bassanini, insieme alla legge sull'elezione diretta del sindaco del 1993, hanno cancellato ogni possibilità di controllo. Ormai le amministrazioni pubbliche sono diventate come le porte girevoli degli alberghi: si entra e si esce con molta eleganza, tanto nessuno obietta nulla. Stefano Parisi, city manager (una terminologia nata dalle leggi di riforma delle amministrazioni pubbliche dopo tangentopoli) della giunta Albertini al momento della conclusione dell'accordo tra Aem e e-biscom, nel 2004 diventa amministratore delegato e direttore generale di Fastweb. Sergio Scarpelli, assessore del comune diventa nel 2001 direttore delle relazioni esterne della stessa Fastweb.
La politica è ormai asservita e anche chi, come il consigliere comunale di Milano Basilio Rizzo, denunciò con forza l'indegno imbroglio venne lasciato solo. Ha dunque ragione Guglielmo Ragozzino ad affermare sul manifesto di sabato scorso che è soltanto dalla società civile e dai movimenti di resistenza che essa esprime che può venire una vera alternativa. La politica è ormai incapace di leggere questi fenomeni strutturali e di costruire una cultura differente. E la vicenda della privatizzazione dell'acqua può diventare l'occasione per ricostruire il profilo di un'alternativa sempre più urgente per fermare il saccheggio dei beni comuni.
Liberate la pace
di Valentino Parlato
L'arresto dei tre medici di Emergency a Lashkar-gah e la sua eco in Italia sono molto istruttivi sulla situazione internazionale e sullo stato del governo italiano e della sua stampa. Tutti sanno, in Italia e all'estero, quel che fa Emergency in varie parti del mondo e non solo in Afghanistan, dove sono stato e ho potuto visitare i suoi ospedali, quasi tutti, e non solo quello, splendido, di Kabul, che ha sede in un asilo d'infanzia, costruito a suo tempo dai sovietici.
L'attacco a Emergency è la prima conseguenza dell'«Operazione Moshtarak», iniziata dalla Nato in febbraio. Anche questa è un'operazione assurda: l'Afghanistan non può essere conquistato militarmente come ci aveva spiegato Federico Engels e hanno appreso gli inglesi prima e i sovietici dopo.
L'inizio di una guerra chiede barbarie e l'eliminazione di tutte le testimonianze scomode. Gli ospedali di Emergency curano tutti coloro che ne hanno bisogno, sono aperti, ma proprio per questo sono anche luoghi di osservazione assolutamente fastidiosa per chi bombarda e ammazza. È di qualche settimana fa il documentario che prova che i bombardieri Usa hanno massacrato, a Kunduz (in Afghanistan) 140 civili, donne e bambini del tutto disarmati. Kunduz non è un caso isolato - ieri a Kandahar sono stati uccisi quattro civili e 18 feriti da truppe atlantiche - e non va bene che un ospedale di Emergency veda, curi i sopravvissuti e magari ne parli. Liberarsi di osservatori scomodi è preoccupazione condivisa dalla Nato. L'attacco a Emergency in Afghanistan ci illumina sulla feroce assurda guerra nuovamente scatenata.
Poi c'è l'Italia - il suo governo, la sua maggioranza, la sua stampa. Prova del patriottismo e italianità del nostro attuale governo sono le prime dichiarazioni del suo ministro degli Esteri, che senza alcuna informazione, prende subito le distanze dai tre medici italiani arrestati (di Emergency, ma anche italiani) dichiarando che «non sono riconducibili né direttamente, né indirettamente alle attività finanziate dalla cooperazione italiana». Patriottico e umanitario il nostro ministro. Poi c'è la stampa governativa. «Gli amici di Strada: confessione choc» è il titolo che campeggia in testa alla prima pagina de Il Giornale. Tuttavia nell'articolo sottostante, firmato da Fausto Biloslavo, si legge: «Peccato che il portavoce del governatore, contattato telefonicamente da Il Giornale abbia smentito i virgolettati del Times. "Non ho mai accusato gli italiani di Emergency di essere in combutta con Al Quaeda"», ha detto il governatore. Ma c'è di più: a pagina 11 dello stesso giornale e sempre in testata il titolo grande recita: «Gli uomini di Strada confessano. Anzi, no». Un bell'esempio di stampa d'informazione; non dico altro.
Ma come si fa a non citare l'ineffabile Maurizio Gasparri che si affretta a dichiarare che il governo italiano deve intervenire contro Emergency che danneggia la reputazione dell'Italia (lui, invece, la esalta?). In ogni modo, noi che stiamo a Roma e chi vuole venire da fuori, incontriamoci sabato alle 15:00 in piazza Navona. Noi stiamo con Emergency.
Ps. per meglio capire leggetevi l'intervista al generale Fabio Mini, sempre su questo giornale.
FABIO MINI Atto inedito di estrema gravità
«Testimoni scomodi, a Kabul come in Italia»
di Tommaso Di Francesco
Al generale Fabio Mini abbiamo rivolto alcune domande sull'ormai vero e proprio sequestro degli operatori sanitari di Emergency in Afghanistan. Come giudica la vicenda che ancora una volta mostra il conflitto tra civile e militare in un teatro di guerra?
Mi sembra che una perquisizione ed un arresto di personale delle organizzazioni umanitarie sia una novità in assoluto anche per l'Afghanistan. Mi sembra anche unico il fatto che i servizi segreti afgani si facciano accompagnare da membri dell'esercito e della polizia e perfino da personale di Isaf. È vero che questo supporto reciproco è abbastanza normale in operazioni contro ribelli e insorti in armi. Ma in quel caso sono gli afgani a fare da supporto. Qui in teoria si trattava di un accertamento di polizia e nessuno stava sparando su bambini innocenti o si era barricato. La messa in scena è stata evidente e quindi è lecito chiedersi cosa sia cambiato sia fra gli afgani sia all'interno di Isaf. Nell'ambito di Isaf non contiamo più niente, non come individui o come unità militari, ma come paese. Inoltre le autorità locali afgane cominciano ad accusare la stanchezza e non sono abituate al controllo democratico. Emergency dà fastidio a molti non tanto e non solo perché cura tutti, ma soprattutto perché denuncia tutti. Parla, fa attivismo sociale e riesce a mobilitare molte coscienze. Per le autorità afghane l'ospedale è un pericoloso esempio di sostegno ai ribelli, diretto e indiretto, medico e sociale, umanitario e politico. Per le autorità militari internazionali Emergency è un punto di riferimento per i ribelli e quindi va smantellato o almeno delegittimato. Ma soprattutto è un occhio vigile e ipercritico nei riguardi del loro operato. È un testimone non tanto nel senso che va in giro raccogliendo informazioni o curiosando, ma nel senso che raccoglie in primissima battuta la realtà delle operazioni. Non c'è nulla di più credibile di un corpo straziato per raccontare la verità. Emergency ha fatto di questa possibilità di accesso alla verità uno strumento politico e perciò dà fastidio a tutti quelli che hanno qualcosa da nascondere e quelli che da nove anni inventano una formula al giorno per giustificare le morti di civili. In questo senso si può dire che si stia tornando alla guerra ai civili cominciando da quelli che hanno qualcosa da recriminare, da testimoniare e da denunciare.
Come va la guerra della Nato-Isaf nel frattempo?
La guerra non va bene sotto il profilo operativo e malissimo sotto quello strategico e politico. Le operazioni sono sempre meno incisive, ma non sono integrate da una chiara strategia civile. Le forze stanno aumentando ma si ha la sensazione che l'Afghanistan non sia più lo scopo delle azioni militari. Molte zone dell'Afghanistan hanno meno presenze internazionali di alcuni mesi fa mentre altre vedono concentrarsi forze militari. Tutto il settore al confine con l'Iran pullula di soldati di Isaf e americani. Ad Herat e Farah, nei settori teoricamente sotto il comando italiano e dove i talebani sono assenti fin dal 2001, le forze americane sono triplicate. Molti segnali indicano un possibile cambiamento di obiettivo strategico da parte americana: dall'Afghanistan ed i suoi problemi interni si è passati prima al Pakistan, poi al complesso Pakistan e Afghanistan e ora all'Iran sempre rimanendo in Afghanistan. Mi sembra che un ampliamento strategico di questo tipo comporti innanzitutto una preponderanza americana e del comando di Centcom rispetto alla Nato e poi la completa indifferenza per ciò che può succedere al popolo afgano. La stabilità dell'Afganistan come «stato finale» delle operazioni non ha funzionato, di guerra al terrore internazionale da condurre in Afghanistan non si parla quasi più e allora si cerca di far diventare questo paese una base di partenza per una nuova avventura politico-militare con il rischio di far saltare tutta l'Asia Centrale e oltre. Spero tanto di sbagliarmi.
Cosa pensa delle reazioni del governo italiano, impegnato più a prendere le distanze dagli italiani arrestati che non a difenderli?
In queste ore si assiste ad un progressivo disgelo da parte della Farnesina, ma quello che è successo nei giorni passati non è consolante. Abbiamo visto mobilitazioni e prese di posizione ufficiali molto decise per eventi e cause molto meno importanti di questa. Abbiamo pagato riscatti di milioni di dollari a dei terroristi per stabilire il punto che i cittadini italiani vanno salvaguardati soprattutto se si dedicano a cause umanitarie. Non abbiamo mai chiesto perché fossero nei guai e come ci fossero finiti. Non abbiamo neppure applicato la regola che normalmente si applica ai soldati: sono volontari e se la sono cercata. Abbiamo pagato e ci siamo anche fatti ammazzare per portarli a casa. In questa circostanza è sembrato quasi che si sperasse che i nostri connazionali fossero veramente colpevoli. Non è neppure stato applicato il beneficio del dubbio o la presunzione d'innocenza che merita chiunque ma che che Emergency si è guadagnata facendo un mestiere che non fa nessun altro in Afghanistan: salvare la vita di tutti senza chiedere a quale parte o fede appartengono. Si sono usate figure retoriche per dire una cosa e farne capire un'altra e questa è la prova che Emergency dà fastidio anche a qualcuno del nostro governo. Da dove venga questa avversione non è chiaro. Che si tratti soltanto di diverso schieramento politico mi sembra un insulto alla democrazia e una dimostrazione di meschinità. Su Giuliana Sgrena si disse di tutto, ma mentre certa stampa la faceva a pezzi, il governo, di tutt'altro segno della giornalista, stava trattando la sua liberazione. Poi partì uno dei più alti funzionari dei servizi segreti per tirarla fuori. Rimettendoci la pelle. È vero che il clima da allora è cambiato, ma non credo si tratti solo di faziosità. Può trattarsi di imbarazzo nei riguardi degli americani, degli inglesi e della Nato. Essi sanno essere molto persuasivi quando si mettono in testa di eliminare un ostacolo. Ma non necessariamente dicono sempre la verità. Non è escluso che qualcuno abbia convinto le nostre autorità che Emergency sia veramente collusa con il terrorismo. Tuttavia anche in questo caso dovrebbe prevalere la forza della sovranità nazionale a salvaguardia dei nostri cittadini. Chiunque si trovi in quelle condizioni e in paesi che non danno alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani e di quelli legali deve prima essere tirato fuori e poi processato. Ma sembra che noi ci vergogniamo di essere italiani e piuttosto che fare le cose che gli altri invece fanno normalmente preferiamo alludere alle collusioni o accreditare una presunta legalità afghana.
È accaduto dove, forse, l'evento era meno atteso. La frana che ha investito il treno e ha ucciso nove persone è venuta giù in una regione, il Trentino Alto Adige, che per costituzione fisica e qualità della politica ambientale è tra quelle meno esposte al rischio idrogeologico. Ma è avvenuta. E, a quanto pare, per la cattiva gestione di un sistema di irrigazione. Ovvero, per una piccola mancata tutela del territorio che ha avuto un effetto tragico. Il che non può affatto consolarci. Anzi, dovrebbe indurci a una maggiore riflessione.
Il Trentino Alto Adige, dicevamo, è per costituzione fisica una delle regioni meno esposte in Italia: solo il 33% dei comuni e l'1,8% del territorio sono classificati a rischio idrogeologico. In Italia la media è del 70% dei comuni e del 7,1%% del territorio. Ci sono regioni - la Calabria, l'Umbria e la Valle d'Aosta - in cui il 100% dei comuni è classificato a rischio. In Valle d’Aosta, regione alpina in apparenza simile all’Alto Adige, l'area a rischio è pari al 20,2%: un’estensione relativa dieci volte superiore a quella trentina. Il rischio idrogeologico è la somma del rischio alluvioni e del rischio frane. Ebbene in Trentino, come in Val d’Aosta, il rischio frane è di gran lunga la parte dominante del rischio complessivo. L’area franosa è pari, tuttavia, per all'1,7% dell’intero territorio: un’estensione relativa molto maggiore che in Sardegna (0%), Puglia (0,1%), Veneto (0,2%), Sicilia (0,5%) e Friuli Venezia Giulia (1,3%); ma comunque molto minore che in Val d'Aosta (19,5%), Campania (11,8%), Molise (11,2%) ed Emilia Romagna (10,0%). Tuttavia una buona gestione del territorio può minimizzare il rischio. E non c’è dubbio che il Trentino Alto Adige, pur tra qualche contraddizione, è tra le regioni italiane che mostrano sia una più sviluppata cultura ecologica diffusa - è, per esempio, la regione che storicamente ha sviluppato prima e meglio la gestione integrata dei rifiuti - sia una più attenta politica ambientale da parte delle istituzioni locali.
La frana di ieri mostra che ancora non basta. Che l'attenzione da prestare al territorio deve fare un ulteriore salto di qualità. E se ciò è vero in Trentino Alto Adige, è tanto più vero nel resto d'Italia. Paese che per conformazione, storia e attualissime incurie è a elevatissimo rischio di dissesto idrogeologico. Ogni anno succedono, in media, 1.200 frane e 100 piene rilevanti, che nel complesso uccidono decine di persone. La cronaca ci dice che gli incidenti mortali possono avvengono a ogni latitudine: eventi luttuosi sono accaduti di recente non solo nella Calabria ad altissimo rischio, ma anche nella Sicilia a rischio minimo. Non solo nelle aree più povere, ma anche a Ischia, in Toscana e, ora, in Altro Adige. Perché? Certo ogni frana fa storia a sè. L’evento può dipendere tanto dalla natura del terreno quanto dall’incuria umana. La verità è che bisognerebbe saperne di più - realizzando per esempio mappe dettagliate delle aree a rischio - e bisognerebbe anche agire di più.
Agire di più significa fare del dissesto idrogeologico un’emergenza nazionale – la prima grande opera da realizzare – per porre in sicurezza le zone che possono essere consolidate e, al limite, evacuando le zone in cui il rapporto costo/beneficio dell’azione è proibitivo. Ora, senza volere affibbiare colpe specifiche a nessuno, non è questo ciò che sta avvenendo. La ricerca scientifica - in generale - e quella specifica (ci riferiamo, per esempio, alla umiliante situazione dell’ISPRA) è sottoposta dal governo Berlusconi a un combinato disposto di riduzione sistematica delle risorse e dell’autonomia.
A fare ricerca per la tutela del territorio sono sempre più strutture sottoposte a controllo politico e, in futuro, con forti intrecci di interesse con imprese private. Non è quello che ci vuole. Sul fronte dell’azione di tutela è ancora peggio. Non solo il dissesto idrogeologico non è una priorità del paese, ma è sempre meno contrastato. Basta andare in Calabria, a Messina, persino a Ischia nei luoghi di recenti e tragici eventi, e guardarsi intorno, per verificare che persino le azioni di contrasto dell’emergenza sono sostanzialmente ferme. E intanto si è gettata la prima pietra di un faraonico quanto, allo stato, socialmente inutile ed ecologicamente dannoso Ponte sullo Stretto in una delle zone più geofisicamente fragili della fragilissima Italia.
Una sfida sul destino della democrazia
Stefano Rodotà
È mai possibile che si accetti senza reagire una politica che si manifesta con la distorsione dei fatti, l´aggressione alle istituzioni, l´esibizione di un potere ispirato da una logica autoritaria? Questi sono i temi nitidamente posti da Eugenio Scalfari, e conviene seguire la strada da lui indicata tornando su alcune delle cose dette sabato dal presidente del Consiglio ad una platea di imprenditori. E tuttavia, prima di seguire Berlusconi lungo l´abituale suo itinerario di aggressioni e vanterie, bisogna sottolineare la novità rappresentata dai tre fatti gravissimi narrati da Scalfari, rivelatori non tanto di una inammissibile doppiezza, ma di un sistematico mentire al presidente della Repubblica, che configura un caso clamoroso di slealtà costituzionale. Mentre Giorgio Napolitano si adopera per creare un clima propizio per una riforma rispettosa della Costituzione, Silvio Berlusconi tiene comportamenti pubblici e privati che mettono in discussione la funzione esercitata dal presidente e gli lancia una sfida che può sfociare in un gravissimo conflitto al vertice delle istituzioni.
A Parma il presidente del Consiglio si è descritto come prigioniero di lacci e lacciuoli che gli impediscono un´azione efficace, come se non avesse una maggioranza parlamentare senza precedenti nella storia repubblicana e come se non avesse nei fatti mostrato che, quando le convenienze lo spingono, è in grado di far approvare rapidamente qualsiasi provvedimento. Ha imputato l´origine della crescita del debito pubblico ai "governi del compromesso storico", mentre proprio gli imprenditori dovrebbero sapere che quella vicenda comincia con il governo Craxi, un politico dal quale l´attuale presidente del Consiglio non era poi così lontano. Ha detto meraviglie di riforme che si sa bene che non saranno in grado di produrre i miracoli che ad esse vengono associate. Ma soprattutto ha descritto la Presidenza della Repubblica come un luogo che interferisce impropriamente nell´azione di governo, controllando «minuziosamente anche gli aggettivi» dei provvedimenti. E per l´ennesima volta ha definito la Corte costituzionale un "organo politico", che sta lì per smantellare la legislazione che non piace ai pubblici ministeri e ai giudici di Magistratura democratica. Un attacco frontale è stato così portato alle due istituzioni che in questo periodo hanno garantito la legalità costituzionale.
Quest´insieme di falsificazioni è il frutto di una strategia deliberata, basata sulla ripetizione degli stessi concetti e delle stesse parole, ispirata all´antica regola "calunniate, calunniate, qualcosa resterà". In questo modo si è già creato un perverso senso comune, al quale si fa appello nel momento in cui si deve raccogliere consenso. E ora, gonfiate le vele dal vento elettorale, si pensa di poter portare tutto all´incasso. Che cosa si sta facendo per contrastare questa che non è soltanto una strategia comunicativa, ma una sempre più pesante strategia politica?
L´obiettivo di Berlusconi è chiaro e ormai esplicitamente dichiarato. Spazzar via tutte le garanzie e i controlli che "disturbano il manovratore", concentrare il potere nelle mani di una sola persona, invocando quel che accade in altri paesi europei, ma ignorando del tutto i contrappesi che lì esistono. Così, quello che con approssimazione viene chiamato semipresidenzialismo si presenta come concentrazione di potere nelle mani di una sola persona. Non a caso si rifiuta ogni modifica della legge elettorale, che si è rivelata un docile strumento per avere parlamentari scelti dall´alto, vanificando proprio quella sovranità dei cittadini alla quale Berlusconi strumentalmente si richiama quando vuole avere le mani libere da qualsiasi controllo. Si scoprono le carte a proposito della riforma della magistratura. Viene annunciata una antidemocratica riforma elettorale del Csm. La separazione delle carriere dovrebbe portare alla creazione di due consigli superiori, uno per i magistrati e l´altro per i pubblici ministeri, quest´ultimo presieduto dal ministro della Giustizia. Dalla proclamazione della volontà di cancellare la politicità della pubblica accusa si passerebbe così ad un controllo politico, anzi governativo, dei pubblici ministeri con l´evidente possibilità di distogliere il loro sguardo da indagini che potrebbero riguardare chi è vicino alla maggioranza e di indirizzare la loro azione verso chi si muova in modo sgradito al potere.
A Berlusconi la democrazia dà fastidio, e non a caso annuncia un plebiscito. Non vuole una riforma, vuole un referendum sulla "sua" riforma. Un referendum che inevitabilmente spaccherebbe il paese, e farebbe percepire la nuova architettura costituzionale come il progetto di una parte, nella quale gli altri non potrebbero riconoscersi. Dalle riforme condivise si passerebbe alle riforme "divisive".
Avendo deciso di imboccare questa strada, Berlusconi ha fatto una mossa che, per chi conosce la sua attenzione per il sistema della comunicazione, era prevedibile. Si è materializzato su Facebook. Da tempo, e non solo in Italia, si sottolinea che Internet non è di per sé uno strumento di democrazia e che, anzi, proprio l´insieme delle nuove tecnologie può dare sostegno al crescente populismo.
Si torna così all´interrogativo iniziale. Come contrastare questa pericolosa deriva? Contare solo sulla dialettica interna alle forze politiche, sperare nel dissenso dei finiani, cercare pontieri tra maggioranza e opposizione perché la minacciata eversione costituzionale venga ricondotta nel più ragionevole alveo della "buona manutenzione costituzionale"? Guardiamo pure in questa direzione, anche se la sconsolata ammissione del pontiere per eccellenza, Gianni Letta, riferita da Eugenio Scalfari, non autorizza alcun ottimismo.
Il compito dell´opposizione si è fatto più difficile, perché non basta contrapporre una bozza Violante ad una bozza Calderoli. Bisogna contrastare Berlusconi sul terreno che lui stesso ha scelto, quello della mobilitazione dell´opinione pubblica che dovrebbe sostenere l´impresa di riforma. Ma bisogna fare un passo oltre la registrazione di questa difficoltà, mostrando a tutti che cosa sia effettivamente diventata la questione della riforma costituzionale: una sfida sul destino della democrazia italiana.
Se così stanno le cose, vi è una responsabilità più ampia di quella che riguarda partiti e gruppi di opposizione. Vi è una responsabilità collettiva legata ad una cittadinanza attiva, alla necessità che tutti prendano la parola. La difesa della democrazia non è stata mai affidata a maggioranze o minoranze "silenziose". Proprio perché le tecnologie hanno fatto diventare "continua" la democrazia, continua dev´essere pure l´azione dei cittadini. E oggi il silenzio si rompe in molti modi, da quelli tradizionali a quelli che si affidano alla faccia democratica delle tecnologie, né plebiscitaria né populista. Di tutto questo bisogna parlare, per non lasciare solo il Presidente della Repubblica nella difesa della Costituzione, per scongiurare un cambiamento di regime, per non rassegnarsi al destino di spettatori. Esattamente quello che il Cavaliere vuole.
Fenomenologia dell´elettore scettico
di Ilvo Diamanti
Alle regionali 15 milioni di elettori non hanno votato. È l´astensione più elevata del dopoguerra, considerando tutte le elezioni di rilievo nazionale dal ´46 ad oggi (referendum esclusi). Ma il fenomeno ha subito una accelerazione significativa nella seconda Repubblica. Se consideriamo le 13 regioni dove si è votato due settimane fa, la partecipazione è scesa dall´87% nel 1994 all´81% nel 2008 – alle elezioni politiche (3 punti in meno rispetto al 2006). Dal 75% nel 1994 al 70 % nel 2009 – alle europee (5 punti in meno rispetto al 2004). Infine, dall´82% nel 1995 al 64% del 2010 alle regionali (8 punti in meno rispetto al 2005). Insomma, a seconda delle elezioni, tra 2 e oltre 3 (anzi, quasi 4) persone su 10, ormai, non votano. E il dato si allarga nelle elezioni amministrative dei comuni oltre 15 mila abitanti, dove, in caso di ballottaggio, tra il primo e il secondo turno la percentuale di votanti scende ulteriormente.
Da ciò la tentazione di evocare un "partito dell´astensione", considerando il non-voto come un voto. Il primo in Italia, viste le dimensioni. Per usare una formula nota (di Mario Caciagli e Pasquale Scaramozzino): il "voto di chi non vota". Tuttavia, è difficile ricondurre quelli-che-non-votano a "un" partito, visto che sommano componenti molto diverse e contrastanti. Vi si incontrano: (a) quelli che non votano per forza maggiore; (b) le persone marginali – apatiche e disinteressate; (c) quelli che esprimono protesta contro il sistema; (d) quelli che non si sentono rappresentati; (e) quelli che, al contrario, si fidano, chiunque vinca; (f) quelli convinti che il loro voto non conti; (g) e quelli che, invece, intendono usare il voto come "ammonimento" ai partiti – soprattutto di governo. Sfruttando, a questo fine, le elezioni amministrative o europee.
Insomma, l´area dell´astensione si è dilatata, ma ha assunto, al tempo stesso, significati molto diversi. Tanto che la quota degli astenuti "per forza maggiore" – un tempo prevalente – oggi appare ridotta. Mentre è cresciuta quella degli "intermittenti" (come li definisce Paolo Segatti). Che scelgono "se" votare a seconda delle occasioni. Non è, ovviamente, un fenomeno solo italiano. Anzi. L´Italia è tra i paesi europei dove l´affluenza elettorale resta più elevata. Tuttavia, nel nostro paese, questa tendenza, negli ultimi anni, è cresciuta in modo rapido e impetuoso. Per alcune ragioni, in parte specifiche.
a) Il rovesciamento e il rimescolamento continuo del sistema partitico. Il che ha reso sempre più difficile non tanto identificarsi, ma almeno "affezionarsi" a un soggetto politico, visto il turbinio di sigle, aggregazioni e leader. Pensiamo al Pd, al Pdl. Alla galassia della Sinistra. Unico partito ad aver mantenuto lo stesso marchio dai tempi della prima Repubblica: la Lega. Non a caso, il prodotto più riconoscibile sul mercato elettorale.
b) Il cambiamento e la diversità delle leggi elettorali hanno disorientato l´elettore. La logica maggioritaria del voto utile ha, inoltre, spinto a votare per un partito o un candidato competitivo. Quindi, non sempre – e sempre meno – per quello più vicino.
c) La personalizzazione dei partiti, il declino dell´identità a vantaggio della fiducia, della partecipazione a favore delle tecniche di marketing. Hanno reso i "prodotti" del mercato elettorale volatili e deperibili.
d) Il mutamento della società, del contesto culturale e del territorio. Sottolineato dal profondo mutamento territoriale dell´astensione. Se consideriamo le 20 province dove alle regionali recenti il fenomeno è cresciuto maggiormente rispetto alle europee del 2009, solo 2 sono del Sud (Crotone e Avellino). Le altre sono del Centro-nord e comprendono realtà a forte tradizione democristiana (Sondrio) ma soprattutto di sinistra (Livorno, Rimini, Pesaro Urbino, Siena). Zone ad alta partecipazione, anche per questo colpite – più delle altre – dall´astensione.
Non è più corretto, quindi, considerare il "voto" come la "regola", trattando il "non-voto" come un comportamento "deviante". Quasi fossimo ancora al tempo delle fedeltà di partito. Perché quel tempo è finito. E quelle fedeltà si sono erose profondamente. Se utilizziamo una scala che misura l´orientamento degli elettori verso i partiti (sondaggio di Demos, febbraio 2009, campione nazionale rappresentativo, 1000 casi), la quota di coloro che esprimono vicinanza – e quindi appartenenza esclusiva – verso un solo partito appare molto ridotta. Intorno al 10% del totale, mentre il 20% si dice lontano da tutti. La maggioranza, invece, è costituita da elettori "tiepidi". Incerti fra diversi partiti. Rispetto ai quali si dicono – più che vicini – "non lontani". Incerti anche "se" votare. Si tratta, peraltro, degli elettori politicamente più interessati e informati.
Da ciò il declino del senso di appartenenza; la disponibilità a cambiare voto e partito. Anche senza salti di schieramento, visto che alcune fratture restano. Una, soprattutto: scavata da Berlusconi.
Tuttavia, in caso di elezioni amministrative, anche queste fratture scompaiono. E nello stesso giorno, gli stessi elettori, in elezioni diverse, possono decidere di votare per candidati di schieramenti opposti. A Venezia, a Lecco, come in numerosi altri comuni: per la Lega alle regionali e, al contempo, per un sindaco del Pd. Non era così nella prima Repubblica, quando tutti – o quasi – votavano sempre e allo stesso modo, in tutte le elezioni.
Oggi, invece, un´ampia quota di elettori decide di volta in volta. Per chi e "se" votare. Ciò costituisce un problema soprattutto per i partiti maggiori, frutto di aggregazioni complesse. Con un´identità opaca. Poco presenti nella società. Il Pd. E a maggior ragione il Pdl: il più colpito alle ultime elezioni. Ma nessuno ne è immune. Perché nessuno dispone di un elettorato fedele, come i partiti di massa della prima Repubblica. Neppure la Lega. Che dal 1992 ad oggi ha visto oscillare le sue percentuali di voto – oltre che il numero di elettori. Dal 10% al 4%. Per poi tornare al 10%. Non è stata la fedeltà a favorirne la risalita degli ultimi anni. Semmai, la capacità della Lega di intercettare domande locali, rivendicazioni territoriali, sentimenti di incertezza. Oltre all´insoddisfazione verso gli altri partiti. Ma ora che governa a Roma, in Veneto e nel Piemonte sfruttare i vantaggi di chi fa la maggioranza e l´opposizione, al tempo stesso: le riuscirà più difficile.
Il tempo dell´elettore fedele è finito. Siamo nell´era dell´elettore scettico. Non è privo di valori, non è senza preferenze politiche. Ma ha bisogno di buone ragioni per votare un partito o un candidato. E prima ancora: per votare.
STORIA. La proposta di legge urbanistica messa a punto nel 1963 dal ministro Dc Sullo. Affossata dallo stesso scudocrociato, fu il primo (e ultimo) tentativo di regolamentare lo sviluppo delle nostre città.
Era il 3 aprile 1963… il secolo scorso. I meno giovani tra un momento ricorderanno il senso di quella data, per i più giovani sarà invece l’occasione per sapere qualcosa di quella che lo storico inglese Paul Ginsborg ha (cortesemente) definito “una delle pagine più infelici della storia politica della Repubblica”. Quel giorno, dunque, in testa alla prima pagina del Popolo, organo ufficiale della Dc, apparve una “precisazione degli ambienti responsabili della Democrazia cristiana”. Precisazione tanto anonima quanto facilmente attribuita all’allora segretario del partito Aldo Moro. “Lo schema di legislazione urbanistica – si leggeva nella nota – è stato inviato direttamente dal ministro competente all’esame del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro prima di sottoporlo all’approvazione del Consiglio dei ministri. Pertanto, per quanto siano apprezzabili talune disposizioni, è chiaro che nello schema non è in alcun modo impegnata la Dc”.
Il ministro (dei Lavori pubblici) chiamato in ballo dalla precisazione era Fiorentino Sullo, democristiano riformista: piantato in asso seccamente, e così buttata a mare ogni prospettiva di una reale pianificazione urbanistica in Italia. Di più: Sullo verrà di lì a poco estromesso da ogni incarico prima di governo, poi anche di partito, né verrà più eletto parlamentare. Sopravvivrà trent’anni a questa sconfitta, annegando in acuta sofferenza (che lo porterà alla morte) quella che fu per lui e per molti altri una vera tragedia. Un passo indietro, a spiegazione di tutto. Nel febbraio 1962, appena entrato nel quarto governo Fanfani (un tripartito con Pri e Psdi, l’anticamera del centrosinistra), Fiorentino Sullo aveva mobilitato le migliori intelligenze dell’urbanistica italiana per stendere un progetto di legge di riforma urbanistica, la prima del dopoguerra.
A luglio il progetto era pronto: si trattava del primo (e ultimo) serio tentativo di fare i conti con i problemi della rendita, della speculazione fondiaria, del caotico sviluppo urbano che ha devastato il Paese. La riforma si fondava su due elementi, nuovi per l’Italia ma già comuni in molti paesi europei. Per un verso si concedeva agli enti locali il diritto di esproprio preventivo di tutte le aree fabbricabili incluse nei piani regolatori. Sarebbero stati poi gli stessi comuni a realizzare le opere di urbanizzazione (strade e acqua, elettricità e fogne), e quindi a rivendere ai privati i terreni così attrezzati: certo ad un prezzo più alto, ma controllato.
Per un altro verso si introduceva il principio del diritto di superficie: i nuovi proprietari sarebbero entrati in possesso solo di quanto veniva costruito ma non del terreno che sarebbe rimasto ai comuni così come avviene per esempio da un secolo e mezzo nell’Inghilterra da tempo in mano a trinariciuti comunisti. Più tardi (in una intervista concessa sedici anni dopo) Sullo avrebbe sottolineato che “lo Stato, allora, aveva ancora i quattrini per fare gli espropri, eravamo in pieno boom economico. Avremmo potuto ancora salvare il destino di alcune grandi città, Milano, Torino, Roma, Genova….”
Nella primavera del 1963, alle viste delle elezioni politiche generali, il lungimirante progetto di riforma provocò la furibonda reazione della destra interna ed esterna alla Dc. Uno per tutti, il Tempo accusò Sullo di intenzioni “bolsceviche” e di voler “nazionalizzare la terra”. Tale e tanta fu la cagnara che lo stesso ministro raccontò poco dopo (nel libro “Lo scandalo urbanistico”, Firenze, 1964) che i suoi parenti gli avevano chiesto atterriti se egli intendeva davvero privarli dei loro diritti di proprietari.
Per fronteggiare gli attacchi, Sullo cercò l’appoggio del presidente del Consiglio, ma Amintore Fanfani se ne lavò le mani spiegando che tutto dipendeva da Moro, allora al vertice del partito. Sullo si rivolse allora a Moro che rispose senza mezzi termini che costruttori e piccoli proprietari erano in rivolta con quel che significava a meno di tre settimane dalle elezioni.
Sullo non esitò allora a replicare di essere disposto a sacrificare la seconda parte del suo progetto, a lasciar cadere insomma la distinzione tra proprietà e possesso del suolo. Non bastò. Il ministro chiese allora di poter spiegare in tv a tutti gli italiani la vera natura delle sue proposte. Richiesta respinta. Ed ecco invece d’improvviso, e senza che Fiorentino Sullo ne sapesse nulla, la “precisazione” ufficiale della Dc. Ne abbiamo riferito all’inizio il passo con cui il partito scindeva seccamente le proprie responsabilità da quelle del suo ministro. Ora il seguito, tutto mirato a tranquillizzare l’elettorato: la Dc “persegue l’obiettivo di dare la casa in proprietà a tutti gli italiani senza limitazione alcuna nella tradizionale configurazione di questo diritto. Anche nella legislazione urbanistica saranno pienamente rispettati, per quanto riguarda la Dc, i principi costituzionali e i diritti dei cittadini”. Da quel giorno di riforma urbanistica non si parlò più.
La storia dei tentativi di riforma urbanistica è nelle pagine di eddyburg , e nei libri spesso segnalati in questo sito. Una storia molto triste, su cui occorre riflettere per comprendere bene perchè siamo giunti al punto più basso della nostra storia recente e - quindi - come si può fare per riprendere il cammino nelle condizioni di oggi.
C'era una volta l'urbanistica. Quella scienza inesatta perché politica che disegnava le città sulla base delle esigenze economiche e sociali di chi le abitava, cercando di armonizzare il progetto architettonico con il contesto ambientale. Quel faticosissimo esercizio prima intellettuale e poi materiale attraverso cui i governi territoriali dialogando o confliggendo con i cittadini hanno trasformato le città, a volte con successo più spesso malamente, assumendosene tuttavia la responsabilità culturale e politica nel confronto con i propri cittadini.
La nobile funzione pubblica di regolare lo sviluppo urbano piegandolo all'urgenza dei bisogni collettivi sembra definitivamente estinta. Forse era inevitabile, troppo generosa negli intenti, ingenua come sono ingenui i buoni sentimenti che rifuggono dall'acidità di un reale contraddittorio e indomabile; ma anche debilitata dal suo eccesso di illuminismo, di quella volontà di ordinare ciò che di per sé è disordinato: un po' come mettere le mutande al mondo.
Sia come sia, pietà l'è morta.
I funerali si sono celebrati a Roma, giovedì e venerdì scorso, guarda caso tra le navate di un tempio dell'architettura contemporanea, l'Auditorium di Renzo Piano. E' stata una cerimonia fastosa, in cui il verbo architettonico ha raggiunto il popolo dei muratori, e una manciata di chierichetti-amministratori a scodinzolare e gongolare. Si doveva ragionare intorno al futuro della capitale, che è la città più grande e complessa e maltrattata d'Italia, e ciascuno ha tratteggiato il proprio. Bello, brutto, così così, non importa. Si trattava solo di sventolare suggestioni e proiettare visioni.
E' stata una narrazione molto coinvolgente, contrappuntata da torri da erigere e muretti da abbattere, sviluppi abitativi verticali e sistemi fognari orizzontali, nuvole sognanti e lampioni lampanti, abbattimenti ricostruzioni riconversioni, piazze piazzette fontanelle, alziamo qua, prendiamo lì, l'austerità ottocentesca, la marmellata novecentesca, la periferia chissenefrega. Ecco il futuro di Roma. Pezzi e pezzetti, strapuntini sparsi, un po' di monumentalità architettonica. Uno slancio creativo decontestualizzato e indifferenziato, stagliato su una modestissima panoramica dell'esistente che oltretutto fa anche un po' schifo.
Qualcuno in città aveva sospettato che la conferenza urbanistica (urbanistica?) di Alemanno sarebbe stata una vetrina infiocchettata, uno specchio delle vanità politiche della destra che si sente ormai padrona. L'avevano pure dichiarato comitati, movimenti, associazioni, sindacati, Municipi ed esclusi vari, qua e là, senza tuttavia ricevere riscontri significativi: c'era il timore di apparire ostili alla contemporaneità più o meno progressista, di prendersela con Calatrava, Fuksas, Piano, Meier e tutti gli altri (ma siamo matti?). Be' è stata perfino peggio. Ma non per ciò che si è proposto, che si è ipotizzato, per le nuove idee che pure sono affiorate. Ma per la semplice ragione che è andata perduta un'occasione di progettare organicamente la città, di comporre un minimo di quadro urbanistico che delinei ciò che bisogna fare di Roma. Insomma, una conferenza urbanistica senza urbanistica.
Che il sindaco Alemanno non abbia minimamente idea di come andare avanti, di come gestire la città e di come prefigurarla, è cosa nota a tutti, perfino a lui. Ed è per questo che l'incontro fieristico che si è svolto all'Auditorium l'aiuta in questa sua strutturale inconcludenza. Nessun intento pianificatorio, un po' di progetti disaggregati ed episodici e l'imminente trasferimento dei beni demaniali di cui far mercimonio. Quanto al piano regolatore approvato due anni fa, basta continuare a far finta di niente, magari implementarlo di cubature se il mercato lo ritiene necessario, accoglierne qualcosa di conveniente, e per il resto è carta straccia.
Ormai nessuno più a Roma si arrocca intorno a quel piano, che sappiamo non essere indenne da numerose e pesanti incongruenze, esito di un compromesso politico tra urbanistica negoziata e urbanistica partecipata. Ma è tuttavia un tentativo di coordinare lo sviluppo futuro della città sulla base di un ragionamento e di un senso: condivisibile o meno, si configura come una pianificazione organica. Prevede che la città cresca intorno a uno schema policentrico, conferma la vincolistica sul sistema dei parchi e sull'Agro romano, prefigura un consistente intervento risanatore sui tessuti urbani intermedi, e così via.
Ma è proprio questa «pretesa» di determinare il dove e il cosa che la destra romana (la destra tutta) vuole definitivamente superare e liquidare. Intanto, facendo capire che Roma è nata e cresciuta così, con un esteso centro storico congestionato da funzioni urbanistiche pesanti, e così deve restare; con la conseguenza che tutto il resto fino all'estrema periferia continuerà a essere un gigantesco contenitore di case d'abitazione sovraccaricato di traffico e sottodimensionato di servizi. L'idea insomma di alleggerire la città storica, e finalmente riconsegnarla al suo ruolo di bene culturale «naturale», per trasferire più in là le grandi attività e i poli funzionali, e così dare slancio urbanistico alle periferie, viene di colpo affondata. Eppure, senza voler ricorrere ad argomentazioni disciplinari, chiunque, anche in Campidoglio, sarebbe in grado di elaborare questa semplice equazione a saldo zero.
E' che la cultura del sindaco e dei suoi è un po' limitata. Preferiscono che tutto resti com'è, perché intervenire è difficile e perché in fondo è meglio non scombinare troppo, vivacchiando alla giornata e passando la nottata. Per il resto, godiamoci quanto altri hanno realizzato, completiamo quel ch'è già in corso, magari ritocchiamo e così facciamo finta di avere qualche idea, e poi domani è un altro giorno.
Si pensava che il peggio fosse l'urbanistica contrattata con il mercato. Ma nessuno pensava che saremmo arrivati all'urbanistica del chissà chi lo sa.
il manifesto, 10 aprile 2010
Lontano da Parma
di Guglielmo Ragozzino
In un articolo di Eric Dupin sulla Francia, Le Monde diplomatique - uscirà con il manifesto giovedì 15 aprile - parla di un paese diviso in due. A fianco di una Francia ben conosciuta che galleggia sulla crisi, c'è un'altra metà «invisibile». È quella di lavoratori, pensionati, disoccupati, di uomini e donne che non contano niente e che nessuno rappresenta. In Italia la situazione è simile, forse peggiore.
Il bello dell'Italia è che ormai, dopo le recenti elezioni, non c'è più neppure un velo di ipocrisia. I cinquemila industriali riuniti a Parma per il forum «Libertà e benessere: l'Italia al futuro», contornati dai loro cortigiani, di giornali, televisioni, università; da assistenti e segretarie, da politici e sindacalisti, finanzieri e banchieri, hanno svolto la loro proposta di riforma istituzionale.
Dopo tanto tergiversare, dopo lunghe discussioni e perdite di tempo su come incrinare il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, mettendo in gioco partite Iva, lavori a Cococo, referendum contro l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ora c'è l'occasione di restaurare la selezione naturale, quella che nel capitalismo italiano mancava dai primi anni quaranta del secolo scorso. Oggi, con l'arrivo di Berlusconi, sarà un'apoteosi.
La selezione naturale nella visione vincente dovrebbe assicurare la tenuta del sistema industriale lasciando ai margini artigiani e piccolissimi imprenditori, negozi a gestione familiare, liberi professionisti. Tutti costoro rallentano la ripresa del tasso di profitto: sono scorie inutili. A Parma si è lasciato che qualcuno di loro prendesse la parola, dentro il forum o fuori, in segno di solidarietà imprenditoriale; come se tra Colaninno, Tronchetti Provera, Marchionne e un imprenditore varesino non più in grado di pagare gli stipendi a dieci o venti dipendenti ci fosse qualche legame, al di là di una sterile ideologia di classe. Ma il governo nazionale, presente in forze per onorare il nuovo patto confindustriale non ha niente da offrire all'impresa minore e a centinaia di migliaia di lavoratori che ne sono espulsi. Una buona parola e una promessa di ricorrere al capitalismo compassionevole: un ruolo che ormai il ministro Tremonti interpreta da par suo.
Tra gli operai dell'Eni di Porto Torres, intervistati l'altra sera ad Anno zero all'Asinara, c'era un tipo che raccontava dei suoi 15 anni di lavoro in fabbrica; da straniero era rimasto senza lavoro e senza permesso di soggiorno. Era insieme emigrato, operaio, disoccupato. Parlava un italiano perfetto, era uno di noi, dovremmo dirgli grazie e chiedergli scusa. E soprattutto trovargli un altro lavoro. L'Eni potrebbe rispondere di essere tenuto a una logica da multinazionale. Tutti sanno però che finché era «pubblico», contava ben di più nel mondo multinazionale e non metteva gli operai in condizione di «occupare» un'isola per difendere il posto di lavoro.
Della metà del nostro paese rimasta senza rappresentanza, una buona parte ha scelto di non votare a fine marzo per segnare il proprio distacco - il distacco di ciascuno - dalle istituzioni politiche. Rimane forte la solidarietà tra gli esclusi e rimangono forme di resistenza esemplare.
Le manifestazioni della libertà di stampa, del No B day, dell'acqua bene comune, quella di Libera a Milano, le carriole entrate a L'Aquila per toglier le macerie del terremoto, sono occasioni per stare insieme, per guardare il futuro. Per dire, insieme, che occorre organizzarsi: la sconfitta non dura mai in eterno.
la Stampa, 11 aprile 2010
Sarkozy l’autoipnosi è fallita
di Barbara Spinelli
C’è un metodo in Francia - lo chiamano metodo Coué - che s’adatta molto bene ai tempi che traversiamo: tempi di glorie politiche forti ma illusorie, di autosuggestioni, di esorbitante fiducia in sé, di bolle. È successo nella finanza con la crisi del 2007-2009, succede nella vita degli individui, succede spesso in politica. Nicolas Sarkozy, che da astro glorioso che era (in Francia ed Europa) è divenuto un presidente che inciampa e cade di continuo, è figlio del pensare positivo propagandato nella seconda metà dell’800 da Emile Coué, il farmacista che fondò in Lorena una scuola di psicologia applicata. La dottrina è semplice: all’essere umano basta convincersi di essere un grande, di acciuffare lesto il successo, di riuscire in quel che più brama (il potere, di solito) e tutto procederà alla meraviglia. Avrà successo, sarà un astro. L’immaginazione della grandezza, più ancora della volontà, esaudirà il desiderio.
Il magico motto che i pazienti del farmacista-psicologo dovevano ripetere venti volte a voce alta, la mattina e la sera, era: «Ogni giorno, da tutti i punti di vista, sto sempre meglio». È la formula che spiega l’ascesa di Sarkozy, ma anche la sua odierna caduta, in particolare dopo le regionali di marzo. D’un tratto c’è dramma all’Eliseo, ogni parola è fatta per ferire il presidente, per deprimerlo.
È significativo che ad abbatterlo, nei sondaggi e nell’umore, sia in questi giorni il veleno dei rumori sulla sua vita privata: proprio lui, che ha costruito la propria figura sulla fusione tra pubblico e intimo, ne paga adesso il prezzo. Il rumore sulla crisi del matrimonio pare lo terrorizzi: «Lo ha gettato in stato di trance», dicono i collaboratori. Comunque lo indispone più del necessario, del normale. È dovuta scendere personalmente in campo Carla Bruni, mercoledì in un’intervista alla radio, per calmare la bufera e in primo luogo lui, lo sposo abituato a vivere nella bolla dell’ottimismo che d’un colpo vede la bolla scoppiargli davanti al naso. Inattesa portavoce dell’Eliseo, è spettato a lei correggere l’aria mefitica del Palazzo: fitta di rabbia, vendetta, paranoie. Il consigliere di Sarkozy, Pierre Charon, è giunto fino a denunciare complotti, orditi non si sa da chi. Forse da un’altra donna, Rachida Dati, l’ex ministro della Giustizia non più gradita al presidente. Forse dalla finanza mondiale. Il rumore è un «atto di destabilizzazione», come il terrorismo o la speculazione monetaria. Più gentilmente fredda, meno agitata, Carla constata che «la rumeur è sempre esistita ed è inerente all’essere umano».
La vasta paura del rumore è un sintomo. Ne nasconde altre, che vanno dilatandosi e che un adepto del pensare positivo fatica ad ammettere. C’è la discesa nei sondaggi, ominosa per Sarkozy che si nutre copiosamente di sondaggi. C’è la paura di non riuscire la rottura annunciata: specie quella, ardua, delle pensioni. C’è la paura che chissà, visto l’esito delle regionali, Martine Aubry o altri candidati socialisti potrebbero vincere le presidenziali del 2012. C’è la paura che la dissidenza nel proprio partito s’estenda: ieri è stata la volta di Alain Juppé, ex premier, candidato potenziale alla successione del capo. Paura, smarrimento, nervosismo che si riacutizza: il pensare positivo che esaltò Sarkozy secerne oggi queste passioni tristi. Il metodo Coué, auto-ipnotico, sta fallendo. Sta dimostrandosi, come già nell’800, un placebo.
Lo spettacolo e i sondaggi, due ingredienti essenziali dell’autosuggestione, si ritorcono contro l’ipnotizzato. Un giornale scrive, a proposito del presidente e della sua smodata scommessa sulla telecomunicazione: «Chi zappa col telecomando viene zappato», scacciato via dallo schermo per noia o sazietà. L’iper-potenza che dominava all’Eliseo, agile, svelta, vittoriosa (ci fu chi parlò di un Kennedy, di un felice intruso apparso nei compunti saloni presidenziali) è divenuta iper-impotenza, scrive il settimanale Marianne. Con più di quarant’anni di ritardo, la storia sembra dar ragione a Guy Debord e alle sue tesi sulla Società dello Spettacolo: «La vita intera delle società (...) si annuncia come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto quello che era direttamente vissuto s’è ritirato nella rappresentazione. Lo spettacolo non è un supplemento del mondo reale, una sua decorazione. È il cuore dell’irrealismo della società reale». Sarkozy aveva fabbricato la propria scalata sullo spettacolo, sull’ubiquità della propria immagine. Figlio del ’68 e della televisione, aveva trasformato in piano d’azione l’amaro verdetto di Debord: «Gli spettatori non trovano quello che desiderano. Desiderano quello che trovano».
In questo pseudomondo vive il capo dello Stato, dove vince chi recita 40 volte al giorno l’identico mantra, fino a crederci. Erano altrettante promesse-mantra la rottura, l’apertura alle idee di sinistra, soprattutto le riforme, questa parola martellata come si fa coi verbi difficili nei nidi d’infanzia (così Berlusconi che proclama «grandi, grandi, grandi, grandi riforme»). In parte la rottura è avvenuta: non regna più, all’Eliseo, l’atmosfera arcana dei tempi di De Gaulle e Mitterrand, il linguaggio ampolloso che piacque tanto ai francesi e dopo la guerra li persuase d’esser vincitori. Già Giscard ruppe con una verbosità fattasi indigesta.
Invece delle riforme resta poco, e quel che resta ha cominciato a irritare non poco i francesi: il famoso scudo fiscale, che fissava un limite del 50 per cento alle tasse sui redditi, ha privilegiato i più ricchi e non ha fermato la fuga di capitali all’estero. La televisione pubblica, cui è stata vietata la pubblicità, è asservita all’esecutivo. Un mestiere chiave, quello degli insegnanti, è stato umiliato con discorsi sprezzanti e tagli, cavalcando un malumore che sembrava diffuso ed era invece una foto istantanea del Paese, scambiata per storia lunga. La vista corta ha reso Sarkozy cieco alle sofferenze che s’affastellavano e anche muto, perché per dire qualcosa avrebbe dovuto pensare negativo. Sofferenze come quelle manifestatesi nei suicidi alla Telecom (46 fra il 2008 e oggi), oltre che alla Renault. Collere come quelle esplose in questi giorni nelle regioni occidentali colpite da Xynthia, la tempesta. Senza alcuna consultazione locale, lo Stato ha deciso di demolire 1510 case. Una decisione forse inevitabile sul piano tecnico, ma attuata da uno Stato che resta prevaricatore e lontano, contrariamente ai giuramenti di Sarkozy.
Ma è soprattutto il respiro affannato e nervoso che lo ha logorato, l’origine vera della destabilizzazione è qui. Lo hanno consumato i tempi che s’accorciano, l’attitudine a essere non l’uomo della provvidenza ma l’Uomo del Presente: di tutti i presenti, man mano che vengono e passano. Era liberista in economia, poi è sopraggiunta la crisi e ora è per il modello sociale francese. La verità di lungo periodo non l’ha tuttavia detta mai, sulla grandeur nazionale sfatata ogni giorno dai fatti del mondo. Il «gran dibattito sull’identità nazionale», da lui avventatamente inaugurato nel 2009, conferma il respiro breve, la corsa frettolosa ai consensi ambigui: l’iniziativa ha dato le ali non al suo partito, non all’Eliseo, ma all’estrema destra. L’Uomo del Presente era inoltre ricco di parole, non di azioni: i francesi non l’hanno stavolta tollerato. Hanno avuto la reazione di Camus: «Ho orrore di coloro le cui parole vanno più lontano delle azioni». Lo scrittore lo scrisse in una lettera del 1946, su violenza e marxismo. Vale anche per la dolce violenza del moderno coaching e del pensare positivo.
Il politico che vive nella bolla o che segretamente si sente un «illegittimo» (Sarkozy lo confessò al filosofo Michel Onfray, in un’intervista del marzo 2007) ha bisogno di autostima, subito. Istericamente anela all’immediatezza: il coaching che lo allena presto, senza lunghe analisi psicologiche o politiche, è il fatale metodo Coué cui si aggrappa e si condanna.
«No alla privatizzazione delle ferrovie da parte dell'Unione europea. Non vogliamo vedere aumentare gli incidenti!» «Sviluppo a lungo termine di un sistema ferroviario integrato di proprietà pubblica, responsabile verso la società e di grande qualità». Parole d'ordine che rimbalzano tra lavoratori, dalla Grecia alla Spagna, dalla Svizzera all'Italia, dall'Inghilterra alla Germania, dal Belgio all'Irlanda e, percorrendo un unico binario, si trasformano in una grande mobilitazione contro la privatizzazione dei trasporti. Martedì, alle ore 11, i ferrovieri provenienti da tutta Europa manifesteranno a Lille, in Francia, davanti all'Agenzia Ferroviaria Europea (A.F.E.) «contro la distruzione sistematica delle reti ferroviarie nazionali, dell'occupazione e degli standard di sicurezza in seguito alle liberalizzazioni del trasporto ferroviario europeo». Verranno a chiedere migliori condizioni di lavoro, garanzia dei diritti, lavoro a tempo interminato e regolamentato. «L'apertura della concorrenza, contenuta nei pacchetti ferroviari della Ue, permette alle autorità nazionali di privilegiare gli interessi della concorrenza prima della sicurezza», denunciano. Sicurezza che non deve invece essere sacrificata in nome del profitto. Promotori dell'iniziativa - aperta a tutti perché, ricordano, temi quali il lavoro, la sicurezza, i diritti non riguardano solo i ferrovieri - i sindacati britannici (Rmt, National Union of Rail Maritime & Transport Workers, il ramo trasporti delle Trade Unions) che lanciano un appello unitario europeo per la sicurezza ferroviaria. «L'Afe è nata per imporre ai lavoratori e agli utenti del trasporto ferroviario una organizzazione e criteri di funzionamento basati unicamente sul profitto per gli azionisti privati; dunque un aumento dello sfruttamento dei Lavoratori, una rimessa in discussione della sicurezza ferroviaria», scrivono i sindacati nel documento che indice l'iniziativa e spiega anche la scelta del luogo della protesta. Durante il vertice bilaterale di Parigi il nostro ministro delle infrastrutture e trasporti, Altero Matteoli, e il segretario di stato ai trasporti francese, Dominique Bussereau, hanno siglato una dichiarazione congiunta che, testualmente, «sancisce la comune volontà politica di ampliare la cooperazione tra i due Paesi, con particolare riguardo alla liberalizzazione del sistema ferroviario».
Chissà se in quella stessa dichiarazione si è affrontato in modo «congiunto» anche il tema della «sicurezza» ferroviaria. Perché la causa delle tragedie che si sono verificati fino ad ora - «non chiamiamoli incidenti», dicono - va ricercata proprio nella politica delle liberalizzazioni e privatizzazioni dell'Unione Europea; come ricordano da sempre, in tutte le lingue, i lavoratori delle ferrovie che chiedono, ancora una volta, di essere ascoltati. A dar manforte ai loro timori, intanto, c'è la sequela di incidenti che si susseguono con cadenza impressionante. L'ultimo è avvenuto a Recco (Genova). Un treno che faceva manutenzione sui binari è andato a sbattere contro una galleria e s'è incendiato. Fuoco e fumo, molta paura e cinque lavoratori impegnati nei lavori alla massicciata per conto di Rete Ferroviaria Italiana finiti in ospedale, il più grave dei quali con 60 giorni di prognosi. Le indagini sono in corso e per ora ci sono solo ipotesi sulla dinamica dell'incidente. Il sostituto procuratore - Luca Scorza Azzarà - ha rubricato il fascicolo, al momento, contro ignoti per «lesioni colpose». Contro i tagli dei treni, per il finanziamento al trasporto ferroviario delle merci, per una migliore qualità del trasporto ferroviario regionale e pendolare, sempre il 13 aprile, a Roma, ci sarà una manifestazione con presidio davanti alla sede di Ferrovie indetta da Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uil Trasporti, Fast Ferrovie, Ugl Af e Orsa Ferrovie.
Danilo Broggi, maganer vicino alla Lega, a un passo dalla nomina a direttore generale di Expo 2015 spa. Francesco Magnano, geometra di fiducia di Silvio Berlusconi, verso la poltrona di assessore regionale all´Urbanistica o all´Ambiente della nuova giunta del Pirellone.
Le condizioni dello scambio sarebbero state poste dal premier, prima al coordinatore regionale del Pdl Guido Podestà, che gli perorava ad Arcore la riconferma di Stefano Maullu. Poi al governatore Roberto Formigoni per dare il suo via libera alla sua giunta.
Il Carroccio, in cambio, oltre ad incassare un nuovo posto di peso nell´Expo conserverebbe per Davide Boni la delega del Territorio in aggiunta a quella della Casa, lasciata libera dall´Udc. Inoltre, otterrebbe le Attività produttive finora gestite da Romano La Russa, che passerebbero ad Andrea Gibelli, vice governatore in pectore del Carroccio. Il fratello del ministro della Difesa, in questo caso, correrebbe per la presidenza del consiglio regionale.
Con la nomina di Magnano, che non è risultato eletto perché occupava solo il nono posto del listino di Formigoni, Berlusconi, metterebbe una seria ipoteca sul suo sogno: Milano 4. Un villaggio di 1.200 appartamenti sulle sponde del Lambro, in Brianza. Un investimento da ben 220 milioni. A pochi metri dalla sua residenza di villa San Martino, ad Arcore. Magnano, infatti, potrebbe giocare un ruolo decisivo. Il geometra di Berlusconi, oltre ad essere amministratore di diverse società immobiliari, è consulente della Idra, l´immobiliare di famiglia del premier, che ha presentato il progetto del nuovo villaggio alla giunta di centrodestra che governa Arcore. Spetta, però, alla Regione decidere le eventuali varianti alla valutazione ambientale dei piani territoriali. E quello del parco regionale Val di Lambro, presieduto dal ciellino Emiliano Ronzoni, è in netto contrasto con il progetto.
Per la famiglia del premier sarebbe una sorta di rivincita dopo il naufragio del progetto di trasformare in quartiere residenziale la Cascinazza, un´area protetta sulle sponde del Lambro a Monza, che nel frattempo è stata venduta da Paolo Berlusconi.
Si intrecciano sempre più quindi la partita dell´Expo con quella della nuova giunta del Pirellone. A pochi giorni dalla riunione tra i soci di Expo 2015 spa per cercare di trovare una posizione comune sull´eventuale acquisto delle aree dove si svolgerà la manifestazione, attualmente di proprietà di Fondazione Fiera e gruppo Cabassi, tutto sembra ancora in alto mare. Tanto che la Fondazione non inserirà l´argomento nell´ordine del giorno della riunione di lunedì. Nel frattempo, si rafforza sempre più l´ipotesi che Danilo Broggi, ex presidente di Confapi e attualmente ad di Consip, società per azioni del ministero dell´Economia, molto vicino sia alla Lega che a Paolo Berlusconi, venga nominato il 22 dall´assemblea dei soci di Expo direttore generale della società. Anche se nelle ultime ore circola anche un altro nome gradito al Pirellone. Quello di Antonio Giulio Rognoni, potentissimo direttore generale di Infrastrutture lombarde, la società che ha costruito in tempi record il Pirellone bis.
Lunedì 26 aprile, a quattro giorni dall´appuntamento al Bie a Parigi, la società Expo 2015 presenterà davanti a ministri e autorità il progetto definitivo della manifestazione all´auditorium del nuovo polo fieristico di Rho-Pero. Previsti gli interventi di Renzo Piano, Gualtiero Marchesi e di monsignor Erminio De Scalzi. L´amministratore delegato di Expo Lucio Stanca comunque è fiducioso. «Stiamo lavorando per avere la lettera di garanzia firmata da Berlusconi entro la prossima settimana - ha precisato ieri - anche sulle aree siamo alle battute finali». Ignora la questione del direttore generale («mi occupo di cose più importanti»). Mentre replica alle critiche di Pdl e Lega: «Ho un cda in cui sono rappresentate tutte le istituzioni e la coalizione che le sostiene. Le decisioni sono state prese sempre all´unanimità».
«La Lega cerca l´accordo con la sinistra perché non vuole il referendum. Ma è un errore. Sto facendo una gran fatica per convincere Umberto, ma ci riuscirò». Il referendum dobbiamo farlo e dovrà esserci un solo quesito. Perché la "Grande Riforma" va fatta salire su un vagone unico, un solo disegno di legge». Presidenzialismo, federalismo, giustizia. Sono questi i tre corni del progetto (non la legge elettorale) che Silvio Berlusconi si è piazzato da qualche giorno in bella vista sulla scrivania di Palazzo Chigi. Un disegno che tecnicamente sta ancora prendendo forma, ma che negli obiettivi del Cavaliere ha già assunto una precisa fisionomia. E una scadenza: il 2013. Quando si chiuderà la legislatura e anche il mandato presidenziale di Giorgio Napolitano. Due appuntamenti che nella sua "road map" segreta vanno via via sempre più sovrapponendosi.
Dopo la conferenza stampa di ieri a Parigi e nei colloqui avuti l´altro ieri sera ad Arcore, il premier ha tracciato con i fedelissimi il percorso che intende seguire nei prossimi tre anni. Una strategia puntellata di precauzioni e preoccupazioni. È infatti convinto che con il Senatur «dovrò spezzarmi in due» per persuaderlo. Ed è poi cosciente che con Gianfranco Fini sarà tutto più complicato. A Via del Pebiscito, guardano infatti con diffidenza alle mosse del presidente della Camera: il feeling con Pier Ferdinando Casini, il dialogo con l´opposizione, la sponda con Giorgio Napolitano. Eppure, ragiona il presidente del consiglio, «non si è accorto che il capo dello Stato si sta comportando bene. Anche oggi è stato corretto». L´inquilino di Montecitorio, invece, «sta sbagliando, il referendum spazzerà via tutte le ambiguità».
Nella traiettoria che il premier ha tracciato, del resto, ci sono già dei punti fermi: non intende, ad esempio, segnare le riforme con la sola bandiera del federalismo. «Non ripeteremo l´errore del 2006. Il referendum solo sulle tesi leghiste era destinato alla sconfitta. Ma se puntiamo sul presidenzialismo e su un pacchetto unico e complessivo, gli italiani capiranno». Il referendum confermativo non prevede quorum e per questo la sfida del Cavaliere consiste nel persuadere elettori sul merito della «svolta». «L´Italia - ragionava ieri tornando in Italia da Parigi - è ormai pronta per il presidenzialismo. La gente vuole scegliere direttamente e io continuo a fare politica solo perché credo di poter lasciare il segno». Per di più, con un solo disegno di legge la campagna elettorale non potrà concentrarsi solo sul capitolo giustizia. Che Palazzo Chigi considera il più delicato. Sta di fatto che l´orizzonte del riforme, per Berlusconi, sta diventando sempre più lo strumento per accreditarsi con una veste nuova a fine legislatura. Un nuovo profilo per presentarsi di nuovo alle urne per candidarsi alla guida - da Palazzo Chigi o dal Quirinale - della «Terza Repubblica».
«Lasciare il segno», un refrain che ormai il Cavaliere ripete a tutti. Un risultato da conseguire nei prossimi tre anni per non rischiare «un ritorno alla Prima Repubblica». Un traguardo, però, che impone il superamento dei dubbi "lumbard" e «l´abbattimento» delle resistenze del presidente della Camera. Basti pensare a quel che dice della legge elettorale. Il modello semipresidenzialista francese va costruito senza il doppio turno perché l´attuale sistema «ha funzionato bene, ha tutelato il bipolarismo e la stabilità, ha portato in Parlamento solo cinque gruppi. Non accetterò mai che venga cambiato. Lo sappia anche Gianfranco». Il suo timore "ufficiale" è che si ritorni ad un meccanismo che favorisca «i boss locali e il malaffare». Quello "ufficioso" è fondato sulle paure che il doppio turno coalizzi tutti gli «anti-Berlusconi» mentre la Lega può correre da sola al primo turno.
Persino le richieste pervenute da Bersani rafforzano l´opzione referendaria. «Io vorrei l´accordo con la sinistra, lo vorrei tanto, ma temo che saremo costretti a fare da soli. Lavorare solo sul Senato federale e sulla riduzione dei parlamentari, come chiede il segretario Pd, equivale a non fare niente. Vedo che pure Violante sostiene questa tesi. Ma a che serve? La verità è che non hanno un leader, non hanno uno in grado di "tenere", di difendere le mediazioni come fece Togliatti nel ´48. Non sapranno resistere a Di Pietro e a quel Grillo. Dovranno dirci di no e noi procederemo con il referendum».
Il percorso triennale studiato da Berlusconi terminerà dunque con la legislatura. E negli ultimi giorni, il presidente del consiglio ha ricominciato a parlare del suo «futuro» in politica con uno sguardo di lungo periodo. «Io - si è sfogato con i suoi - vorrei tanto poter fare un passo indietro. Comportarmi come con le mie aziende: ho trovato una persona di cui fidarmi come Fedele che le gestisce benissimo. Ma un Confalonieri in politica non l´ho trovato». Eppoi ha azzardato un paragone che ha lasciato tutti di stucco e ha insinuato il sospetto anche tra lo staff: «Mi dicono che nel 2013 sarei troppo vecchio, eppure io vedo quanto è attivo Napolitano. E allora perché non posso andare avanti io che sono pure più giovane?».
Perché il comune di Roma ha riunito archistar come Piano, Richard Meier, Calatrava e Fuksas (incluso Krier, escluso malgrado le sue proteste quel Salingaros che vuole costruire settant'anni dopo l'arco di Libera come porta dell'Eur...), all'Auditorium per parlare del futuro di Roma? In un presente predisposto al servilismo nei confronti del potere, abbiamo così perso l'abitudine al progetto da confondere i ruoli. Il futuro delle città non si può certo delegare al firmamento degli architetti. Questi possono dare forma a un'idea di città, che però nasce da scelte che sono di esclusiva pertinenza dei cittadini attraverso le forme della democrazia. Sempre che non si voglia confondere il Sindaco col Papa Re, chiamando a raccolta gli architetti del Principe. La debolezza di un'idea del futuro della città, com'è quella che si sta faticosamente assemblando dal Campidoglio tra Formula 1 all'Eur, Velodromi fatti saltare con la dinamite e una serie d'interventi ciascuno chiuso nel proprio recinto (questo hanno in comune Nuvola, Maxxi, Città dello Sport, Ara Pacis...) si riflette nell'architettura. L'architetto è come una spugna, assorbe quello che lo circonda: per questo la chiesa romana di Meier è superiore alla Teca dell'Ara Pacis, conosciuta dai tassisti come Museo Valentino, nella cui forma insicura l'esperto può ritrovare i tentennamenti capitolini. Non aiutano i dieci quesiti, a metà tra il burocratese e i cartigli dei Baci Perugina, proposti agli illustri invitati. Ecco svelato l'arcano! La riunione serviva da scenografia per annunciare che Richard Meier acconsente alla richiesta di modifiche alla teca dell'Ara Pacis, cancellando il muretto che si sovrappone alla visione delle facciate di San Rocco e San Girolamo.
Si può capire Alemanno, che le elezioni regionali hanno avvisato di una crisi nel rapporto con quell'elettorato che - un po' per caso un po' per protesta - lo ha spedito in Campidoglio... Appena eletto aveva dichiarato che avrebbe demolito l'Ara Pacis, ed adesso ha qualcosa per il piccone ... Si capisce meno il masochista Meier, che ha definito «stupenda» l'idea... Paolo Berdini ha messo in evidenza la ragione urbanistica - al di là delle dichiarazioni sul rapporto da recuperare tra Largo Augusto ed il Tevere, che certo non passa per poche decine di metri pedonalizzati - dei lavori annunciati. L'abbattimento del muretto distrae dalla realizzazione di un parcheggio sotterraneo, che dovrebbe sostituire quello abortito del Pincio, in una posizione inopportuna se non si vuole rinunciare per sempre a un Lungotevere dolce, passeggiata restituita ai pedoni e percorsa al più da un tram, assolutamente diverso dall'attuale arteria di scorrimento veloce. Questa stupenda demolizione rappresenta anche, se non un'offesa architettonica a Roma, qualcosa forse di peggio, un borbonico facite ammuina.
L'Ara Pacis di Meier in sé è poca cosa - e dunque non ha molto da perdere da un'alterazione (anche se questo non giustifica il cinico realismo che Meier ha dimostrato in quest'occasione). Non c'è però soltanto l'Ara Pacis in questo luogo: c'è il Mausoleo d'Augusto, costruito in relazione precisa con il Pantheon, e che ha generato (come sembrano dimostrare le più recenti ricostruzioni archeologiche della sua forma), il Mausoleo di Adriano. Una sorta di triangolo ideale: Castel Sant'Angelo, Pantheon, Augusteo, di grande importanza per comprendere il senso della città. Largo Augusto Imperatore fin dalla sua realizzazione si è rivelato uno dei luoghi più deboli della Roma del Novecento fascista, dove è tanto forte il sentimento della perdita di ciò che è stato demolito (il vecchio Auditorium della Corea, dove ha diretto Gustav Mahler all'inizio del '900), quanto metafisicamente pesante il nuovo. Qualcuno ricorderà Dov'è la libertà di Roberto Rossellini. Totò interpreta la parte di un barbiere di via dei Pontefici, condannato all'ergastolo per aver tagliato la gola all'amante della moglie, scarcerato per buona condotta dopo quasi trent'anni, e che non ritrova più la città in cui era cresciuto in questa gelida esibizione di travertino e colonne. Per restituire senso al luogo, bisogna lavorare sulle relazioni, sul gioco delle sovrapposizioni temporali, con leggerezza, altro che paranoia dei dettagli! E c'è una questione di principio, la difesa del diritto d'autore dell'architetto, cioè della sua libertà d'immaginazione, minacciata dall'arroganza di una politica debole che vuole sembrare forte. Alemanno ha già imposto a Renzo Piano la formula vetro e travertino per il mezzo grattacielo annunziato all'Eur. Non andrebbe incoraggiato a indossare improprie vesti neroniane. Ne può guadagnare il mediocre teatrino della politica, non certo il futuro della città. Rischio il conflitto d'interessi, facendo parte del gruppo Cellini che ha vinto il concorso per il nuovo assetto di Largo Augusto. Per ridare carattere a questo luogo, oggi sospeso tra capolinea degli autobus ed interventi irrisolti, sarebbe molto più importante dare inizio al cantiere per la sua realizzazione, che non segare muretti.