Per capire se l’attuale maggioranza ricandiderà nel 2011 il sindaco uscente, bisognerà sfogliare la margherita fino all’ultimo petalo. Per capire quale candidato metterà in campo l’opposizione, bisognerà attendere almeno l’autunno. La città verrà colta impreparata dalla campagna elettorale, e sarà chiamata a decidere in base a una "scelta di campo": modalità logora, dietro la quale si nasconde spesso la mancanza di idee. Per questo è necessario aprire fin d’ora il dibattito, chiedendoci in che direzione orientare il futuro di Milano. Di certo, Milano non può affidare il proprio futuro (solo) all’Expo.
Anche perché l’Expo, al di là della retorica, è sempre più confinato nel recinto espositivo, non avendo accolto i ripetuti inviti a sperimentare un modello diffuso, a basso costo, basato sulla riqualificazione di strutture esistenti. Un’Expo volta soprattutto alla realizzazione di opere infrastrutturali, non tutte indispensabili all’evento, un’Expo che reperirà le risorse necessarie alla realizzazione del sito consegnando nelle mani degli enti locali la "valorizzazione" immobiliare, fin qui sdegnosamente negata.
Il futuro di Milano non può essere devoluto neanche al nuovo piano di governo del territorio. Che non decolla perché non risponde neppure agli interessi degli operatori; o almeno, della maggior parte di essi. Pensato prima e durante la crisi, appare ora inadatto, poiché prevede di realizzare i servizi pubblici impiegando le risorse generate dalle trasformazioni private, oggi al palo. Un piano introflesso su Milano, che liberalizza il mercato edilizio rinunciando in larga misura a controllarne gli esiti. Un piano che non aggredisce il problema prioritario: l’inquinamento atmosferico e i danni che determina alla salute. Come dimostrano le difficoltà delle due linee di metropolita in cantiere, la mancanza di una politica della mobilità su area vasta, la costruzione di parcheggi sotterranei in pieno centro, l’abbandono dell’Ecopass e il lancio del bike-sharing senza piste ciclabili.
Vi sono quindi molte buone ragioni per sostenere che né i grandi eventi, né la programmazione ordinaria hanno davvero coinvolto i cittadini. Ecco dunque un possibile obiettivo per i candidati sindaci: ricostruire una dimensione comunitaria, che valorizzi il capitale sociale di Milano. Una città colta, ricca di università, aperta all’Europa, capitale del terzo settore, attiva nel volontariato, non può essere gestita come un’azienda (tanto meno come un condominio), né governata da un’oligarchia. Milano gioca il proprio futuro sulle competenze delle persone che la abitano e sulla coesione sociale. Come raggiungere questo obiettivo? Qui si può solo suggerire il punto di partenza: ascoltare le voci di Milano, per censire le aspettative, conoscere ciò che già avviene, per scoprire le molte energie che chiedono di offrire il proprio contributo. Ascoltare chi costruisce ogni giorno un pezzo della nostra comunità può aiutare a rendere questa città più moderna, più dinamica, più accogliente.
Cerco le buone notizie, per non passare come l’eterno pessimista. Questa settimana ne avevo trovata una: il sindaco Moratti annuncia un grandioso piano per rimediare alle buche delle strade. Una buona notizia? No. Pessima: la definitiva attestazione di una città che va a rotoli. Se scorrete ogni tanto le cronache di altre città d’Europa, quelle alla quali Milano indica spesso se stessa quale esempio, non avrete mai incontrato la notizia di un sindaco che deve "decretare" lo stato di calamità delle sue strade ed emettere una "grida" al riguardo.
Nelle città normali, e Milano non lo è, la sistemazione delle strade è un fatto di ordinaria manutenzione, routine, come lavarsi i denti il mattino. Per capire l’anomalia v’invito a osservare con attenzione le poche notizie di cronaca dall’estero che le televisioni nazionali, ormai dedite solo al gossip o ai minuti particolari degli sgozzamenti domestici, pur sempre passano sui nostri video: le strade e le piazze delle città europee si presentano bene, ben tenute e senza buche, non sono inutili selve di pali, i marciapiedi sembrano puliti e sgombri da autovetture.
Se poi avete la fortuna di viaggiare all’estero, meglio se in automobile e alla fine dell’inverno quando gelo e pioggia hanno dato il meglio di sé, non siete costretti alla gimcana tra una buca e l’altra per evitare di rimetterci le sospensioni e, se siete in moto, di franare a terra con quel che ne consegue. A Milano è tutto diverso. L’inverno passa, l’asfalto di pessima qualità si sbriciola, i chiusini stradali sprofondano e l’asfalto se ne viene via: lungo le rotaie dei tram si aprono solchi profondi e micidiali.
È il momento della grande rivincita dei villani in Suv che finalmente provano l’emozione del fuoristrada e il piacere di affrontare le pozzanghere come nei Camel Trophy, per la gioia dei pedoni innaffiati da capo a piedi. Il sindaco vuol provvedere: ha aperto gli occhi. La prossima "grida" sarà sulla carta igienica delle scuole e degli asili comunali.
Notizia numero 2: gli alberi di Abbado. Siamo a livello pollaio. Che cosa dobbiamo aspettarci ancora dalla fertile mente dalla nostra Minerva di Palazzo Marino in trepida attesa degli sponsor, la mitica figura entrata nell’olimpo cittadino? È ora delle grandi innovazioni istituzionali: niente elezioni, facciamo delle primarie per un sindaco sponsor all’insegna del vecchio proverbio "a caval donato non si guarda in bocca". Notizia numero tre: la Beic – Biblioteca europea di informazione e cultura – quella che doveva nascere a Porta Vittoria, non si farà più. L’assessore Masseroli sta già pensando a un riassetto urbanistico della zona. Si nutrivano speranze di trovare i soldi per la Biblioteca tra gli stanziamenti per le celebrazioni dell’Unità d’Italia. Pure di questo nulla, dell’Unità d’Italia alla Lega non importa un fico secco e l’ultimo baluardo della cultura milanese a seguire. In questa tragicommedia dello scambio di ruoli di plautina memoria ecco dunque la Lega nei panni del Barbarossa: «... la primavera in fior mena tedeschi / pur come d’uso. Fanno Pasqua i lurchi / ne le lor tane e poi calano a valle." (G. Carduci – Il parlamento). Alberto da Giussano chi lo fa? Con la primavera arriva la Lega: i barbari.
«Secondo le stime dell'Unesco, l'Italia possiede fra il 60 e il 70 per cento dei beni culturali mondiali» così recita il rapporto Eurispes 2006. «Il 72 per cento del patrimonio culturale in Europa si trova in Italia e ben il 50 per cento di quello mondiale sta nel nostro Paese» così ha dichiarato il presidente Berlusconi in una conferenza stampa a Londra il 10 settembre 2008.
Secondo un ministro siciliano «il 60 per cento dei beni culturali mondiali ha sede in Italia e, fra questi, il 60 per cento in Magna Grecia e, fra questi ultimi ancora, il 60 per cento in Sicilia».
Ma secondo un assessore toscano «l'Italia ha da sola il 60 per cento dei beni culturali del mondo, ma il 50 per cento dei beni culturali italiani è concentrato in Toscana». Secondo il vice sindaco di Roma, l'Urbe da sola «ha il 30-40 per cento dei beni culturali del mondo». Sommando queste percentuali, risulta che l'Italia da sola supera di gran lunga il 100 per cento dei beni culturali del pianeta.
Ovviamente questi dati Unesco non esistono e le cifre vengono di volta in volta improvvisate: sintomo forse di orgoglio nazionale, certo di superficialità.
Eppure, l'Italia è davvero molto importante sotto il profilo del patrimonio culturale. Ma la sua centralità non risiede nella quantità bensì nella qualità del suo patrimonio, e in particolare in tre diversi fattori: la secolare armonia fra le città e il paesaggio, la diffusione capillare del patrimonio e dei valori ambientali, la continuità d'uso in situ di chiese, palazzi, statue, dipinti. In Italia i musei contengono solo una piccola parte del patrimonio artistico, che è sparso per le città e le campagne: in questo insieme, che è il prodotto di un accumulo plurisecolare di ricchezza e di civiltà, il totale è maggiore della somma delle sue parti. C'è tuttavia un quarto fattore non meno importante, il "modello Italia" nella cultura della conservazione.
Il principio della "pubblica utilità" del patrimonio culturale è un forte elemento di continuità della storia nazionale italiana e la legge del 1909 stabilì la preminenza del pubblico interesse sulla proprietà privata per tutte "le cose immobili e mobili che abbiano interesse storico, archeologico, paletnologico o artistico", vietandone l'alienazione quando siano di proprietà pubblica, e dando al ministero della Pubblica Istruzione compiti di sorveglianza e conservazione.
L'originario disegno di legge conteneva inoltre altri principi fra cui la tutela del paesaggio, che venne cancellata dal Senato, dove siedevano molti rappresentanti dell'aristocrazia e della grande proprietà fondiaria.
Ma di tutela del paesaggio si parlava ormai molto anche in Italia per influenza di altre esperienze, fra cui importantissime quelle degli Stati Uniti. Durante la presidenza di Theodore Roosevelt (1901-1909) si era svolta la più vasta campagna della storia per la protezione dell'ambiente naturale, con la creazione di sei National Parks, diciotto National Monuments, cinquantuno Federal Bird Reservations e centocinquanta National Forests. Fra i pionieri del conservationism americano c'era stato George Perkins Marsh, primo ambasciatore americano in Italia per vent'anni (1861-1882), che in Italia scrisse il suo libro Man and Nature (1864), subito tradotto anche in italiano.
La tutela della natura come obbligo morale verso le generazioni future e il forte legame fra la salvaguardia della natura e l'identità nazionale furono caratteristici non solo del conservationism americano, ma anche di simili movimenti in Europa, per esempio in Germania, in Francia, nel Regno Unito. Specialmente eloquente nel contesto inglese fu John Ruskin: secondo lui, il paesaggio va tutelato in quanto è fonte di intense esperienze etiche ed estetiche non solo per il singolo, ma per la collettività dei cittadini.
Col crescere dell'industrializzazione, crebbero i pericoli per il paesaggio italiano, e si sviluppò il movimento protezionistico: nacquero associazioni e movimenti d'opinione, e si arrivò nel 1905 a una norma ad hoc per proteggere la pineta di Ravenna. Ma la prima legge organica fu promossa nel 1920 dal ministro della Pubblica Istruzione, Benedetto Croce.
«Un altissimo interesse morale e artistico legittima l'intervento dello Stato» scrive Croce, poiché il paesaggio «altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria». La legge Croce fu approvata nel 1922, pochi mesi prima dell'avvento del Fascismo. Per 17 anni, il regime di Mussolini non cambiò nulla nelle norme di tutela, ma nel 1939 il ministro Giuseppe Bottai ne avviò un'organica riforma, e promosse due leggi parallele sulla tutela del patrimonio e sulla tutela del paesaggio. Quelle leggi, anche se opera di un governo fascista, di specificamente fascista non ebbero nulla: furono, anzi, una nuova scrittura più dettagliata e completa delle norme dell'Italia liberale, la legge Rava del 1909 e la legge Croce del 1920-22.
Tanto poco "fasciste" furono le due leggi Bottai che, dopo la guerra e la rovinosa caduta del Fascismo, la Repubblica ne collocò il nucleo generatore fra i principi fondamentali dello Stato. L'articolo 9 della Costituzione dice infatti: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». La perfetta continuità fra le leggi di tutela dell'Italia liberale, le due leggi approvate da un governo Mussolini, e infine l'articolo 9 della Costituzione repubblicana sorprenderà solo chi ragiona per etichette e appartenenze, e non calandosi nelle complessità della storia delle idee. Ancor più sorprendente potrebbe essere l'evidente continuità fra le norme di tutela degli Stati italiani di antico regime (per esempio Roma e Napoli) e la cultura del patrimonio e della conservazione che si diffonde in Europa dopo la rivoluzione francese.
Ho fin qui raccontato una storia tutta "in crescendo" e potrei continuarla ancora aggiungendo leggi e norme più recenti, in particolare la fondazione del ministero dei Beni Culturali (1975) e, più recentemente, il Codice dei Beni Culturali e Paesaggistici (2004, con modifiche del 2008), che ho contribuito a scrivere, e che ha modificato le leggi del 1939, mantenendone tuttavia la sostanza e lo spirito.
Devo però finire su un tono completamente diverso, dichiarando senza mezzi termini che questo complesso sistema di tutela (il più antico e probabilmente ancor oggi, sulla carta, fra i migliori del mondo) funziona oggi sempre meno. Qualche dato può aiutarci a capire quel che accade oggi in Italia. Sempre più drammatica è la devastazione del paesaggio, e basti ricordare che in 15 anni, dal 1990 al 2005, il 17 per cento delle campagne italiane è stato coperto di nuove costruzioni; che ogni anno si costruiscono in media fabbricati per oltre 250 milioni di metri cubi; infine, che la crescita degli insediamenti mediante nuove costruzioni è quasi 40 volte maggiore del modestissimo incremento demografico (pari solo allo 0.4 per cento).
L'armonico rapporto città-campagna costruito attraverso i secoli sta cedendo terreno a un incontrollato urban sprawl, che ospita ormai circa un quarto della popolazione e delle attività produttive. L'antica forma urbis sta esplodendo, e la sua espansione indefinita ne vanifica non solo i confini, ma anche il centro. Nel nuovo paesaggio di suburbi, lo spazio restante tra gli agglomerati perde il carattere di filtro e assume quello di terra di nessuno, mentre il terreno delle campagne, coperto dal cemento, perde per sempre le funzioni ecologiche che aveva esercitato. Un territorio eccezionalmente fragile, soggetto a frane, inondazioni e terremoti, viene sempre più abbandonato a se stesso, e mentre si avviano gigantesche opere pubbliche (per esempio il ponte sullo Stretto di Messina) quasi nulla vien fatto per consolidare le aree più a rischio.
Mentre restano in vigore le leggi di tutela, che anzi vengono via via migliorate nel tempo, si creano di quando in quando "deroghe" ed "eccezioni", oppure condoni: in tal modo, chi ha compiuto un reato distruggendo una porzione di paesaggio può estinguerlo pagando allo Stato o al Comune una piccola multa. Poiché questi condoni sono fatti periodicamente (specialmente dai governi di destra), chiunque sa che può violare impunemente la legge, aspettando solo pochi anni prima di "mettersi in regola" con una multa.
Sul fronte della tutela del patrimonio culturale, si registra una profonda crisi di risorse umane e finanziarie. Da molti anni non si fanno più nuove assunzioni di personale, e gli addetti delle Soprintendenze hanno oggi un'età media di 55 anni, cioè sono destinati ad andare in pensione nei prossimi 5-10 anni al massimo. Nel 2008, il governo Berlusconi ha tagliato i fondi del ministero dei Beni Culturali di circa un miliardo e mezzo di euro, rendendo quasi impossibile ogni intervento, anche i restauri d'urgenza resi spesso necessari (per esempio, dopo il crollo di una volta della Domus Aurea di Nerone lo scorso 30 marzo). Di fronte a queste carenze, si è diffusa l'idea di "privatizzare" il patrimonio culturale o di vendere una parte dei monumenti, sulla base di un preteso "modello americano" che molti menzionano e quasi nessuno conosce davvero.
Intanto, il crescente peso politico della Lega Nord, un partito nato con il progetto di operare la secessione delle regioni del Nord dal resto d'Italia, rende sempre più probabile una riforma costituzionale in senso "federalista", i cui enormi costi per il cittadino nessuno si ferma a calcolare.
Per tracciare il perimetro di questa crisi, almeno un terzo punto dev'essere velocemente accennato. Fra le ragioni della continua distruzione del paesaggio e del patrimonio italiano non c'è la carenza di leggi; al contrario, vige in questo campo una sorta di "accanimento terapeutico", per cui le leggi sono anche troppe, e per questo è difficile osservarle, anche perché spesso si sono sedimentate nel tempo in modo incoerente, creando un labirinto di conflitti di competenza. Citerò a tal proposito il caso più grave, il caos terminologico che si è venuto a creare intorno alle tre parole-chiave "paesaggio", "territorio", "ambiente".
Il "paesaggio", lo dice l'articolo 9 della Costituzione come abbiamo visto, deve essere tutelato dallo Stato, e in particolare dal ministero dei Beni Culturali; ma il "territorio", dice l'articolo 117 della Costituzione, dev'essere regolato e pianificato non dallo Stato centrale, bensì dalle Regioni e dai Comuni; infine, l'"ambiente" è di competenza mista, e comunque a livello dello Stato centrale se ne occupa un altro ministero, detto appunto "dell'Ambiente".
Non si tratta di una dispiuta astratta. Se, per esempio, si deve decidere se distruggere o no una grande pineta sulle coste del Tirreno, chi dovrà prendere le decisioni in merito, e dare i relativi permessi? Lo Stato, la Regione, il Comune? La normativa è talmente intricata, specialmente dopo la riforma costituzionale del 2001, che vi sono ogni anno numerosi casi di conflitto di competenza davanti alla Corte Costituzionale.
Nessun partito politico oggi attivo in Italia, senza nessuna eccezione, ha posto questo tema al centro dell'attenzione, per esempio in occasione delle elezioni politiche del 2008 o delle elezioni regionali del 2010. Eppure sono sorte in questi anni in Italia centinaia, forse migliaia di associazioni di cittadini, piccole e grandi, che fanno campagne di informazione e di difesa dei rispettivi territori. Questo "particolarismo italiano", che oggi sembra aggiungersi alle tante altre forze di disgregazione del Paese, potrebbe forse avere in sé -io lo spero- qualità positive, ma certamente non basta.
Per salvaguardare il prezioso patrimonio italiano, per evitare che quanto resta del paesaggio possa esser distrutto, occorre ripartire dai diritti delle generazioni future, e sulla base di quelli costruire (o ri-costruire) un quadro istituzionale e legislativo credibile, funzionale, efficace.
Cari compagni del manifesto, poiché sono convinto che il vostro giornale possa e debba avere un ruolo importante nella vicenda referendaria sul diritto all'acqua, e poiché in questa vicenda ho deciso di starci, vorrei segnalare alcune questioni che dovrebbero essere tenute presenti nella campagna appena iniziata e che ci accompagnerà nei mesi prossimi. Con una premessa. L'avvio è stato straordinario: centomila firme raccolte in due giorni sui quesiti referendari. Questo significa almeno quattro cose: esistono grandi temi sui quali è possibile mobilitare le persone; la disaffezione per la politica è l'effetto di una politica drammaticamente impoverita; è possibile modificare l'agenda politica con iniziative mirate e fondate sull'azione collettiva; la leadership, pure nel tempo dell'immagine trionfante, non si identifica necessariamente con la personalizzazione o con il carisma, vero o presunto che sia.
Nessun trionfalismo, d'accordo. È stata imboccata una strada difficile, e molti e forti interessi sono già in campo per bloccare questo cammino. Ma un risultato politico è già davanti a noi. Un tema nascosto nelle pieghe di un decreto è divenuto oggetto di grande discussione pubblica. I partiti cominciano a muoversi e, anche quando lo fanno in modo sgangherato, danno la conferma che siamo di fronte a un tema ormai ineludibile. Un tema davvero globale che, senza retorica, riguarda il governo del mondo. Guerre dell'acqua minacciano il nostro futuro. Un grande studioso, Karl Wittfogel, ha descritto il dispotismo orientale anche attraverso la costruzione di una «società idraulica», che consentiva un controllo autoritario dell'economia e delle persone.
Questa vicenda storica ci ricorda che il tema dell'acqua è sempre stato intrecciato con quello del potere, e proprio con poteri assai forti si devono ora fare i conti: questo referendum si distingue da tutti quelli che l'hanno preceduto perché riguarda l'assetto e la distribuzione del potere in una materia decisiva per la vita delle persone.
Ma, proprio perché stiamo parlando di un potere concreto, non ci si deve impantanare in una guerriglia ideologica. Bisogna smontare gli argomenti usati per difendere l'assetto attuale e quello progettato, con precisione e senza trascurare i dettagli, seguendo il metodo indicato da Corrado Oddi nel suo intervento di domenica su questo giornale. E allora:
a) sottolineiamo che non siamo di fronte alla tradizionale alternativa tra proprietà pubblica e proprietà privata. L'acqua appartiene ai beni comuni, che sono caratterizzati dal fatto di essere «a titolarità e tutela diffusa», il che vuol dire che sono le persone e i loro bisogni che individuano gli interessi da garantire: per l'acqua è necessario un regime giuridico coerente con questa sua natura. Questa non è una posizione astratta, ma si ritrova in disegni di legge presentati al Senato dalla Regione Piemonte e dal gruppo del Pd, dove viene proposta appunto una nuova classificazione dei beni. Questo è il mutamento qualitativo che il referendum vuole realizzare, indicando un orizzonte nel quale compaiono altri beni comuni, dall'aria alla conoscenza;
b) ricordiamo al ministro Ronchi che significa poco o nulla insistere sul fatto che la proprietà formale dell'acqua rimane in mano pubblica. Fin dalla grande ricerca degli anni Trenta di Berle e Means sulla scissione tra proprietà e controllo e dai contributi dei giuristi italiani sulla distinzione tra proprietà formale e sostanziale, è un punto acquisito che il potere sta nelle mani di chi ha l'effettivo governo del bene;
c) contestiamo che gli indubbi limiti di molte gestioni pubbliche obblighino a concludere che l'unica soluzione stia nel privato. A parte le smentite venute anche dalle privatizzazioni italiane, quando si è di fronte a un bene comune bisogna ripensare il pubblico non rifugiarsi nel privato. I quesiti referendari sono strutturati proprio in modo da indicare questa via, partendo dalla esclusione del profitto e considerando nuove modalità di gestione del bene, andando oltre l'ottica di uno Stato regolatore che si rifugia nella creazione di una nuova autorità indipendente;
d) prepariamo e diffondiamo materiali che trasformino ogni quesito referendario in una formula sintetica immediatamente comprensibile; che forniscano i dati sul costo dell'affidamento ai privati, con riferimento puntuale all'aumento delle tariffe; che analizzino casi concreti come quello di Aprilia; che indichino le soluzioni possibili, da aziende pubbliche rinnovate a modelli riconducibili alla logica delle comunità di lavoratori e utenti di cui parla l'art. 43 della Costituzione;
e) evitiamo l'ennesima puntata delle polemiche interne alla sinistra: quali che siano le posizioni ufficiali assunte più o meno strumentalmente dai partiti di opposizione, i primi due giorni di raccolta delle firme hanno anche mostrato una grande adesione degli iscritti a quei partiti. Il tema dell'acqua, come tutti i grandi temi, ha l'effetto benefico di rendere autonome le scelte politiche. Non immiseriamo questa occasione in inutili ripicche;
f) parliamo più di Bernard Delanoe, e della pubblicizzazione dell'acqua nella vicina Parigi, e meno di Evo Morales, con tutto il rispetto per la sua azione;
g) dobbiamo essere consapevoli che una battaglia è stata già vinta, che la campagna per la raccolta delle firme e poi quella referendaria produrranno una mobilitazione che, quale che sia l'esito finale, non lascerà le cose come prima.
Auguri a tutti noi.
Qui il sito del Forum per l'acqua bene comune, che ha indetto ilmreferendum
In quello stesso spazio televisivo dov´era nato sedici anni fa il "miracolo" berlusconiano, ieri si è scatenato l´inferno del Cavaliere: il numero due del Pdl, cofondatore del partito e terza carica dello Stato, che contesta pubblicamente la sua leadership e critica la sua politica, rispondendogli colpo su colpo, chiamandolo per cognome, e poi durante la replica concitata del premier si spinge sotto il palco col dito alzato, negando le accuse e restituendole. Il partito è sotto shock per la ferita inferta in diretta al corpo mistico del leader più ancora che al suo ruolo, per il delitto inconcepibile alla sovranità perenne berlusconiana, per il primo gesto di autonomia e di indipendenza del quindicennio, vissuto non solo come una rottura ma come un sacrilegio. Il Cavaliere, abituato alle apoteosi, resta palesemente senza copione, sotto lo sguardo delle telecamere e degli italiani, in uno psicodramma che è insieme privato e di Stato, come tutto ciò che lo riguarda. I numeri sono tutti dalla sua. Ma il sipario del suo lungo talk show con l´Italia è irrimediabilmente strappato. Ci vorrebbe infatti Hitchcock, più che qualche scienziato della politica, per spiegare lo spettacolo inedito di ieri, la profondità teatrale della ferita in scena, la tempesta in arrivo sul fondale.
I volti, le mani, i gesti, contavano più delle parole, come accade nei rari momenti della verità, quando davvero i nodi vengono al pettine. Qui il nodo è talmente aggrovigliato, e da anni, che può scioglierlo solo la spada. E infatti finirà così. Cozzano insieme, con il fragore spettacolare di ieri, due mondi alleati ma inconciliabili, due figure politiche legate ma divaricate, due uomini che si devono reciproca riconoscenza ma non si sopportano più, e infine e soprattutto, due culture politiche che la velocità del predellino e la cartapesta televisiva non sono riuscite a fondere, perché negli ultimi due anni sono cresciute in direzioni opposte e per questo dovranno separarsi. Una è una cultura conservatrice in senso moderno, repubblicana e costituzionale. L´altra è estremista e rivoluzionaria, proprietaria e post-costituzionale.
Dopo le elezioni regionali, vinte grazie alla Lega, il premier ha fatto capire a tutto il sistema che questo finale di legislatura si giocherà a destra e nel governo interamente sotto il segno della diarchia Bossi-Berlusconi. Fini è escluso, ridotto a un ruolo di comprimario, fuori dall´asse ereditario, estraneo anche alle strategie che preparano il futuro: nessuna riforma interessa in realtà il Cavaliere, il patto con Bossi riguarda esclusivamente il federalismo e la difesa blindata di questa legge elettorale. Tutto il resto, è specchietto per le allodole (o per qualche oppositore perennemente con la mano tesa, abituato a ballare alla musica altrui), paesaggio di comodo per i telegiornali di regime, meccanismo tecnico di divagazione parlamentare, per puntare in realtà alle uniche cose importanti per il Cavaliere, l´eliminazione della par condicio televisiva, il blocco delle intercettazioni, il lodo Alfano costituzionale per fermare definitivamente ogni inchiesta della magistratura. Assorbita An nel Pdl, assorbiti molto più facilmente gli ex colonnelli rivelatisi semplici brigadieri, Fini se non voleva degradare se stesso a colonnello aveva davanti a sé la scelta obbligata di una strada indipendente ed autonoma. Ha deciso di rendersi autonomo, restando nel partito, e questa scelta da sola lacera la ragione sociale del Pdl e dello stesso berlusconismo.
Berlusconi è pronto a rompere con chiunque e quasi a qualsiasi prezzo, pur di affermare la sua sovranità indiscussa: ed è pronto a negoziare con chiunque e a un prezzo ancora più alto, pur di riaffermare il suo comando. Ciò che non può accettare è la lesione continua, visibile e manifesta, del suo busto imperiale, che è il vero simbolo fondatore e imperituro del Pdl, secondo la sua concezione. Ciò che non può reggere è un´opposizione organizzata, pubblica e permanente, che lo ingabbi al di là dei numeri a suo favore in una discussione quotidiana, in una trattativa senza fine, in una contestazione alla luce del sole, ingigantita nel gioco parlamentare e mediatico. Che tortura diventerà, in questo schema, la discussione sul Dpef? Che rischi correranno le spericolate misure sulla giustizia ad uso personale? Che logoramento subirà la potestà suprema del leader unico, obbligato ogni volta ad infilarsi nei corridoi delle notti democristiane dei lunghi coltelli?
Ma sono soprattutto la cultura politica, la natura leaderistica, la simbologia carismatica e vagamente messianica del Cavaliere che risultano incompatibili davanti al gesto di un numero due che stravolge i ruoli, lotta alla pari, punta sull´età e sullo scudo istituzionale, e rovescia il tavolo-altare della beatificazione perenne del Supremo. Quei gesti di Fini sono l´inferno di Berlusconi, la prova che un´altra destra è possibile, l´annuncio che la democrazia interna può mandare in tilt un partito nato per essere un blocco unico e nient´altro, la promessa di un´alternativa che risolve alla radice il gioco della successione promessa e dell´eternità praticata dal premier.
Ciò che i Bondi ieri hanno visto sul volto del Cavaliere è il dopo-Berlusconi, improvvisamente anticipato ad oggi come in una premonizione televisiva, in un corto-circuito politico ed emozionale (molto più emozionale che politico) senza precedenti. Senza la finzione della calza sulle telecamere, dei finti cieli sui fondali, dei cori egemoni per "Silvio", l´irruzione della realtà e della verità ha sconvolto il palinsesto del Pdl, rendendo il Cavaliere per la prima volta afasico politicamente, incapace di condurre al suo esito un´assemblea e una giornata giocate tutte di rimbalzo, sui nervi, e clamorosamente senza nemmeno una conclusione politica. Un rovesciamento spettacolare per un leader che da casa interviene addirittura nei talk show, li domina al telefono togliendo la parola a tutti, per dire ciò che vuole, salutare e andarsene con l´ultima parola che conta.
Va visto con rispetto il travaglio del Cavaliere, che alla sua età e dopo tanti successi entra nell´inesplorato della guerriglia politica dentro casa, ipnotizzato da quella crepa che gli scandali estivi di un anno fa, il castello di contraddizioni e di bugie in cui si era avventurato, gli hanno aperto sotto i piedi: che i voti perduti delle regionali hanno allargato, e che Fini ieri ha indicato con quel dito alzato, perché le telecamere metaforicamente la mostrassero agli italiani. E va seguito con attenzione il passaggio spericolato del presidente della Camera, tradito dai suoi che avevano da tempo trovato un padrone e oggi gridano al tradimento, dimostrando che il dissenso in quel partito è un esercizio sicuramente rischioso (vedremo adesso il killeraggio della stampa di famiglia, che già si è distinta per il pestaggio degli eretici e dei critici), probabilmente impossibile.
Fini tenterà di restare nel Pdl parlando alla parte più moderata della destra e del Paese, ma intanto preparerà le sue truppe risicate, perché dovrà andarsene, più presto che tardi. Il Cavaliere ondeggerà tra paternalismo e pugno di ferro, e alla fine romperà definitivamente. Ma non solo con Fini, con tutto. Incapace di reggere, chiederà il giudizio di Dio nelle elezioni anticipate, per riavere dal voto quel che perde con la politica, tentando di andare al Quirinale con il controllo diretto della maggioranza parlamentare, trasformando il populismo nella religione finale: ieri il documento votato dal partito lo dice esplicitamente, quando spiega che il Pdl non è un partito ma un "popolo", che si riconosce nelle "democrazie degli elettori", e dunque non può contemplare il dissenso. L´avventurismo sarà la fase suprema, l´ultima, del berlusconismo al potere.
Il più grosso conflitto ambientale-energetico della storia del Cile ha un decisivo risvolto italiano: Enel. Per difendere la Patagonia cilena dalle enormi dighe progettate da Endesa il vescovo Luis Infanti e i leader del movimento Patagonia Sin Represas sono in missione in Italia. In particolare partecipano come “azionisti critici” il 29 aprile all'assemblea dell'Enel che acquisendo Endesa è diventata azionista di maggioranza dell'impresa Hydroaisèn, proprietaria di diritti dell'acqua e promotrice dell'iniziativa.
Il progetto è di cinque grandi dighe nel cuore della Patagonia cilena, nei fiumi Baker e Pascua, duemilatrecento chilometri a sud di Santiago del Cile. L'energia verrebbe portata a Nord da un elettrodotto altrettanto lungo, una fila di tralicci senza precedenti. Da una parte, dalla parte del progetto, ci sono le promesse di indipendenza energetica, tutta in fonti “pulite”, quali sarebbero le dighe. Dall'altra, dalla parte degli oppositori, non c'è solo l'accusa di devastazione ambientale in una delle ultime macro-aree intatte del pianeta, e lungo i ben 2.300 chilometri necessari per l'elettrodotto.
Ci sono anche divergenze sulle fonti energetiche e questioni di proprietà. I fiumi sono privati, e su questo punto l'iniziativa Patagonia sin represas si salda con la campagna per la rinazionalizzazione dell'acqua in Cile, che fu venduta ai privati dal regime militare. Punto di riferimento della campagna è il senatore Guido Girardi che ha lanciato il logo “Recuperiamo l'acqua per il Cile” e che spiega: “la nostra è stata una delle privatizzazioni più spinte del mondo, non si tratta solo di gestione degli acquedotti ma di concessioni private permanenti sulla proprietà delle fonti e dei corsi d'acqua.” Nel caso specifico del progetto Hydroaysen, il “consiglio per la difesa della Patagonia” non chiede solo di bloccare il progetto delle dighe, ma chiede a Enel di restituire i diritti dell'acqua, acquisiti da Endesa quando Pinochet privatizzò anche i fiumi. “È legale, ma eticamente è una situazione insostenibile, chiederemo a Enel di trovare il modo di restituire questa concessione al popolo cileno” dice il vescovo della regione di Aysen.
Luis Infanti, nato a Udine ma da 35 anni in Cile, ha anche scritto una lunga lettera pastorale, un saggio divulgativo teologico-scientifico e pratico, intitolato significativamente “Dacci oggi la nostra acqua quotidiana”. Dal punto di vista energetico, al posto delle grandi dighe – una tecnologia che Patagonia sin Represas definisce “pesante e obsoleta” - gli oppositori insistono sul risparmio energetico e sul solare, sull'eolico e sulla geotermia. La stessa Enel, con la sua Endesa, ha avviato interventi del genere in Cile, con nuovi capta-tori solari nel deserto del Nord.
La polemica sulle grandi dighe è aperta in tutto il mondo. All'interno della Banca Mondiale, che ne ha finanziate molte, si era aperta una fase di revisione critica sull'opportunità ambientale e persino energetica di questi enormi progetti.
Ma paradossalmente sono state le esigenze internazionali di impegni per la riduzione delle emissioni da petrolio e da gas a far risorgere lo spettro delle dighe giganti. In Brasile la controversia – tra magistratura statale e federale - è in questi giorni sul progetto Belo Monte , contestato anche da artisti internazionali come Sting e Cameron. In Cile il governo è sostanzialmente favorevole al progetto delle 5 grandi dighe ma ufficialmente non si sbilancia. Il neo eletto presidente Pinhera non vuole provocare la opinione pubblica, che secondo i sondaggi dell'anno scorso sarebbe al 52-55% contraria. Per ora i problemi del terremoto hanno posto in secondo piano la questione dighe. Tutto è ancora sotto procedura d'impatto ambientale. Attualmente il duello di carte bollate è ad alto livello. L'impresa Hydroaysèn ora deve rispondere a 1.114 osservazioni presentate dalla “Commissione dell'Ambiente”, una sorta di Arpa cilena che fa anche le Procedure di Valutazione Ambientale. Il Consiglio di difesa della Patagonia aveva riversato sugli uffici della Commissione migliaia di osservazioni firmate dai cittadini, con tanto di scene teatrali di consegna delle casse di documenti. Di queste osservazioni la Commissione ha selezionato una parte, e l'impresa ha chiesto tempo fino al 30 giugno per rispondere. Juan Pablo Orrego, coordinatore di Patagonia Sin Represas, ieri a Milano per il convegno della rivista Valori sull'azionariato critico in vista delle assemblee degli azionisti di Eni ed Enel, ha confidato le sue preoccupazioni. “Enel-Endesa e il loro partner cileno Colbun stanno per dare il via a una nuova offensiva di pubbliche relazioni per conquistare il consenso. Stanno arruolando nuovi manager di alto livello, e soprattutto l'ex direttore della Televisione Pubblica, Daniel Fernandez. La nostra campagna per difendere la Patagonia, una delle ultime zone incontaminate del pianeta è sostenuta da molte organizzazioni nordamericane. Ma ci è difficile arrivare all'opinione pubblica italiana, che potrebbe condizionare Enel”.
A meno di nuovi colpi di scena – comunque possibili, perché queste vicende così cariche di umori sono sempre imprevedibili nel breve periodo – lo scontro tra Fini e Berlusconi sembra ora spostarsi sul piano di una lunga e difficile guerra di posizione. Adesso, dopo uno scambio di inaudita violenza, i due contendenti sembrano aver fatto entrambi un passo indietro: ma nulla lascia pensare che si tratti di una tregua; piuttosto di un disimpegno tattico, per poter manovrare meglio, e guadagnare linee più vantaggiose. E intanto, ipnotizzati dallo spettacolo, sono in troppi a dimenticare che se la politica si riduce solo a questo tipo di contese, siamo tutti perduti, veramente; e che mentre si svolge la non proprio titanica lotta, il Paese a rischio, e stiamo tutti cominciando ad affondare. Ma qui dovrebbe cominciare un altro discorso.
È evidente che il Presidente del Consiglio ha subito in questi giorni un duro colpo d´immagine – tanto più grave per lui, che d´immagine vive. Egli ha ora bisogno innanzitutto di recuperare ruolo e statura – la "maestà" della funzione e del carisma costruiti mediaticamente intorno alla sua persona – così gravemente sminuiti e sfregiati dal discorso e dai gesti di Fini. Ha già iniziato a farlo ricordando l´anniversario della Liberazione con parole per lui inconsuete, e cercando di nuovo un dialogo con l´opposizione. Gli anni che lo aspettano saranno per lui tutti in salita: e sarà ben difficile – se ne sta convincendo anche il leader dell´opposizione – che il suo orizzonte possa ancora coincidere con la fine fisiologica della legislatura.
Berlusconi era in difficoltà, a dire il vero, già da prima. Non era uscito bene dalle elezioni, malgrado il risultato del Lazio debba essere considerato un suo successo personale. I veri vincitori vanno cercati altrove: Bossi, naturalmente, e insieme, il silenzioso ed enigmatico Tremonti, che sta portando un pezzo importante del Pdl del Nord a una confluenza di fatto con la Lega, lungo un asse che prefigura la nascita di un blocco culturale e sociale, prima ancora che politico, quale da anni non si vedeva in Italia. Un esito che non confligge con l´idea sempre più "bavarese" di Bossi: fare del controllo completo del Nord il perno di un´Italia minore, arroccata, divisa e sotto l´ala protettrice della Chiesa.
È ben possibile che il presidente del Consiglio sia più o meno consapevole di tutto ciò, e che, in fondo, non gliene importi più di tanto. L´impressione è che egli – in certo senso – abbia rinunciato ormai a far politica, se con questa si intende il tentativo di imporre al Paese una visione, un disegno, una strategia, e di realizzare obiettivi di carattere generale. Ci ha provato, nell´esordio della sua carriera, e in qualche modo c´è persino riuscito. Ma è da tempo ormai che non ha più nulla da proporre, se non la statua vivente di se stesso e del suo passato, l´icona delle emozioni che aveva saputo una volta suscitare, e che sopravvivono nello stato mentale di una parte rilevante di italiani (ci sarebbe da capire perché). Non ha più nemmeno da difendere il suo partito (dice ormai, non a caso, il suo "popolo"). E questa rinuncia è – credo – il suo modo, più o meno consapevole, di accettare realisticamente il proprio declino, e di preparare, nonostante tutto, il lieto fine della sua incredibile storia: l´ascesa al Quirinale – l´unica cosa che gli stia ormai veramente a cuore. Che in queste condizioni – al di là di molte altre ragioni – sia ben difficile avviare con lui una stagione di riforme mi sembra il minimo che si possa pensare: credo che Bersani su questo abbia perfettamente ragione.
Per Fini, invece, la partita è appena iniziata. Egli sì, che ha un´ispirazione e un progetto: dare finalmente all´Italia quello che egli stesso ha chiamato una destra "moderna". Per riuscirvi, ha bisogno di numeri e di idee. I primi, per ora non sembra averli, ma può conquistarli, se gli si lasciano tempo e mezzi sufficienti, e se saprà muoversi bene. Il suo bacino potenziale è assai più ampio di quanto le cifre risicate di questi giorni lascino supporre. Quanto alle idee, vedremo: il lealismo costituzionale e la difesa dei diritti sono una buona base di partenza, ma non bastano. Bisogna mettere in campo una strategia economica, una cultura politica, una proposta complessiva sul sistema-Italia. È giusto che la sinistra segua con interesse e attenzione il suo tentativo: ma, per carità, eviti gli abbracci. Fini deve rimanere, con assoluta chiarezza, una controparte, un avversario. Finalmente, "normale", al di fuori dell´eterno eccezionalismo della nostra ormai troppo lunga transizione. Ma pur sempre il protagonista di un altro schieramento.
Doveva essere varata per la ricostruzione dopo il terremoto dell’Abruzzo. Ma passati dieci mesi il decreto non è ancora stato approvato
Congelata la norma sul bollino di garanzia anticlan per chi rifornisce i costruttori
«White list», l’avevano chiamata. «Lista bianca», ovvero l’elenco dei fornitori delle imprese di costruzione ai quali le prefetture avrebbero dovuto dare il bollino di garanzia antimafia. Da dieci mesi, quando una legge dello Stato l’ha introdotta, è scomparsa nel nulla e nessuno sa ufficialmente perché. Eppure era contenuta in un emendamento durante la discussione in Parlamento sul decreto per l’Abruzzo, varato dal governo il 28 aprile 2009. Fortissime erano state le pressioni dei costruttori, per i quali il sistema del vecchio certificato antimafia, in generale poco efficace, in questo caso è del tutto inutile.
Come hanno ormai da tempo accertato innumerevoli inchieste giudiziarie, la criminalità organizzata si infiltra nel settore edilizio prevalentemente attraverso il canale delle forniture: materiali di cava, calcestruzzo, bitume, movimenti di terra. Per non parlare dello smaltimento dei rifiuti e delle discariche. Tutte attività sostanzialmente incontrollabili con gli attuali meccanismi, perché riguardano il rapporto diretto fra il fornitore e il costruttore, il quale raramente è nelle condizioni di scegliere: il calcestruzzo e il bitume non possono essere trasportati per centinaia di chilometri, così chi li produce ha il monopolio naturale nell’area di propria competenza.
A forza di insistere, la lobby dei costruttori era riuscita a fare breccia in Parlamento, approfittando anche dell’allarme sulle possibili infiltrazioni criminali che si era sparso dopo il terremoto dell’Aquila. Nel decreto era stato quindi infilata una norma che oltre, a stabilire l’obbligo della tracciabilità finanziaria per tutti i subappalti e le forniture, prevedeva anche la «costituzione, presso il prefetto territorialmente competente, di elenchi di fornitori prestatori di servizi, non soggetti a rischio di inquinamento mafioso, cui possono rivolgersi gli esecutori dei lavori». Secondo il copione tipico di tutte le leggi italiane, l’applicazione di questa norma era stata però affidata a un successivo decreto della Presidenza del consiglio. Da emanarsi, e qui è il primo ostacolo, su proposta di ben cinque ministri: Interno, Giustizia, Economia, Sviluppo Economico, Infrastrutture. Un concerto polisinfonico con ben cinque direttori d’orchestra, che rendeva già irrealistica la previsione un mese, contenuta nella legge, per scrivere le norme di attuazione. Ma di mesi da allora ne sono passati ben nove e di quel decreto nemmeno l’ombra. Né risulta che qualcuno ci stia pensando.
Eppure la «white list» ha fatto capolino successivamente in altri due provvedimenti: la legge sui lavori per l’Expo 2015 di Milano e il piano straordinario per le carceri. E sarebbe stata estesa a tutti i lavori pubblici dal decreto anticorruzione. Peccato che quel decreto, approvato dal consiglio dei ministri in pompa magna il primo marzo, ancora non sia arrivato in Parlamento. A causa, sembra, di alcuni problemini: fra i quali ci sarebbe, appunto, quello della «white list».
C’è chi nel governo avrebbe sollevato questioni di privacy. Chi, invece, sostiene la problematica applicabilità di una norma del genere. A partire dai controlli necessari per compilare l’elenco. Anche se il numero delle imprese che operano nei settori considerati sensibili è di circa tremila, una trentina in media per ogni prefettura.
Altri puntano il dito verso la difficoltà concreta di mettere il bollino antimafia su un fornitore di calcestruzzo o bitume, oppure su una discarica di rifiuti, senza rischiare di scoprire in seguito che quel bollino era finito su una ditta controllata dalle cosche. Più facile allora compilare, anziché una «white list», una «black list»: sarebbe sufficiente scriverci sopra i nomi delle imprese i cui amministratori o azionisti fossero stati condannati. Ma questo sistema non metterebbe i costruttori al riparo delle infiltrazioni: chi potrebbe infatti garantire sulla non mafiosità delle ditte fuori dalla lista nera? Insomma, un cane che si morde la coda. Finché qualcuno non deciderà che è arrivato il momento di assumersi le proprie responsabilità.
Nell’articolo di domenica scorsa intitolato «Che cosa farà Fini quando sarà grande» avevo cercato di capire quale sarebbe stato lo sbocco politico dello scontro tra Berlusconi e Fini partendo da un presupposto: il presidente del Consiglio non ha alcun interesse alle future sorti del partito da lui fondato, non è su di esso che si basa la sua fortuna politica e il suo potere.
I fatti avvenuti subito dopo, la drammatica e pubblica rottura con il cofondatore, le reazioni della Lega, hanno clamorosamente confermato quel presupposto. Lo stesso Berlusconi ne ha fornito la prova più evidente quando ha ricordato che il Pdl non si chiama «partito della libertà» ma «popolo della libertà». Il rapporto dunque non è tra lui e un partito ma tra lui e il popolo, un rapporto diretto, senza mediazioni, carismatico e populista.
Quale sia quel popolo è tutto da vedere, ma le sue dimensioni quantitative debbono esser ben presenti: rappresenta (comprendendovi anche le liste collegate nelle ultime elezioni regionali) il 37 per cento dei votanti i quali, a loro volta, sono stati il 65 per cento del totale del corpo elettorale. Compresi in quel 37 per cento anche gli elettori che simpatizzarono per Fini. Difficile valutarne il numero ma il netto dei berlusconiani doc è comunque al di sotto di un terzo di quelli che hanno messo le schede nell’urna.
Molti osservatori sostengono che la stragrande maggioranza degli italiani non è interessata a questi temi che sanno di muffa e di politichese. Concordo, ma resta il fatto che il governo è comunque la sede dove vengono decise le questioni che toccano da vicino gli interessi di tutta la nazione, dei ceti sociali che la compongono e dei singoli individui.
Per tutto l’Ottocento il corpo elettorale delle nazioni europee non superava mediamente il 15 per cento della popolazione attiva. In Italia era nettamente al di sotto di quella media: l’elettorato era soltanto maschile, c’era un limite di censo al di sotto del quale si era esclusi dal voto, gli elettori erano per conseguenza nettamente al di sotto del 10 per cento. Un’oligarchia di proprietari fondiari con una spolverata di professionisti e di dirigenti aziendali, che si allargò lentamente fino a comprendere una parte degli impiegati pubblici e di piccoli imprenditori e un primo nucleo di operai specializzati. Non toglie che quei governi, sorretti da un consenso così ristretto, decidessero della felicità o dell’infelicità dei governanti, in gran parte contadini, braccianti, manovalanza generica.
Bisogna dunque stare attenti quando si batte il tasto di interesse o non interesse degli italiani. Il concreto individuale fa inevitabilmente parte del concreto collettivo; la politica del governo, sostenuto da una maggioranza parlamentare che vota a comando, incide su quel concreto, lo manipola lo indirizza, ne tiene conto o lo trascura, distribuisce felicità e sacrifici. Se tutto questo non interessa – e spesso accade – si tratta di incultura o di stato di ipnosi. Non è bene.
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Il fatto più evidente dell’attuale situazione consiste nel disfacimento diventato sempre più rapido in questi ultimi mesi del sentimento di unità nazionale. Mentre si celebra proprio oggi la ricorrenza del 25 aprile 1945, cioè la liberazione dal nazifascismo e l’inizio della democrazia e della storia repubblicana (giugno 1946) e mentre si celebrerà il 5 maggio l’impresa garibaldina, l’imbarco dei Mille a Quarto, il loro sbarco a Calatafimi e poi, in pochi mesi, la battaglia del Volturno, l’incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele e infine la nascita di lì a poco dello Stato italiano; mentre queste ricorrenze incalzano, quello Stato che ha 150 anni di vita, si sta disfacendo sotto i nostri occhi.
Quelle ricorrenze hanno perso ogni significato epico non suscitano entusiasmi e neppure tenerezza, neppure orgogliosa memoria, neppure condivisione di valori. «Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor» cantava il Manzoni. Ma dove mai? Siamo mille miglia lontani da quell’unità auspicata dai nostri grandi, mai realizzata nel profondo se non nel fango delle trincee, nei sacrifici dei più deboli, nelle speranze di quanti, malgrado tutto, hanno costruito, hanno prodotto, hanno dato un volto moderno, hanno tentato di estirpare i vizi e seminare le virtù civiche.
Magro è stato il raccolto ma tuttavia sufficiente per continuare a sperare e ad avanzare verso il futuro. Ma ora tutto sembra dissolto. Lo Stato si disfa sotto gli appetiti e la cupidigia; la nazione sta cessando di esistere nell’indifferenza sempre più diffusa. Non c’è un soprassalto collettivo contro ciò che avviene sotto i nostri occhi. L’indignazione è diventata quasi una professione di pochi.
Quando questo avviene, quando l’indignazione resta in appalto a poche voci, il segnale è quello d’una campana a morto mentre ci vorrebbe il suono di campane a martello che battessero da tutti i campanili. Quando il regionalismo arriva al limite di imporre nelle scuole maestri e docenti nati sul territorio e capaci di insegnare il dialetto locale come presupposto alla capacità di insegnare cultura, vuol dire che è in atto la scissione non più silenziosa ma dichiarata orgogliosamente dalla nazione e dallo Stato che la rappresenta.
Carlo Azeglio Ciampi si è dimesso per ragioni d’età dalla presidenza del comitato per le celebrazioni dell’Unità d’Italia. Conoscendolo io credo alla sua motivazione, ma proprio perché lo conosco da quarant’anni posso testimoniare della sua amarezza per il disfacimento morale e politico che è sotto gli occhi di tutti. Dell’unità nazionale e costituzionale Ciampi è stato uno dei più validi assertori. Possiamo ben comprendere la sua tristezza e l’amarezza che la pervade.
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C’è chi guarda soltanto all’albero e chi è responsabile della foresta. È normale che un individuo ed una famiglia guardino all’albero della propria felicità ed è normale che una classe dirigente si dia carico dei problemi dell’intera foresta, la faccia potare, ne faccia tagliare le piante secche e ne faccia germogliare nuovi arbusti.
Ciò che non è normale è una classe dirigente che guardi anch’essa soltanto ad un suo albero mandando tutto il resto in malora. Ciò che non è normale è quando il senso civico si trasforma in puro egoismo e localismo e i paesi si cingono di torri e porte e mura merlate e difendono il territorio dalla contaminazione degli altri.
Una Chiesa cristiana dovrebbe denunciare chi compie questa strage dell’impegno civico. La coscienza nazionale dovrebbe denunciarla.
La Lega di Bossi, dopo la vittoria che gli ha consegnato il comando delle Regioni del Nord, sta seguendo questa strada: torri e mura merlate si moltiplicano nei Comuni e nelle Province leghiste; le Regioni incoraggiano e danno senso politico a questo scempio. Da Palazzo Grazioli Berlusconi acconsente e chiede contropartite. Alla Lega ha concesso il Piemonte ed il Veneto, i suoi ministri, la Gelmini in testa, forniscono i necessari supporti legislativi; il federalismo fiscale, per ora rimasto scatola vuota, dovrà essere una priorità nelle prossime settimane. In cambio Berlusconi chiede analoga priorità per la legge sulle intercettazioni, per il lodo Alfano, per il processo breve se la Corte costituzionale boccerà la legge sul legittimo impedimento, e sulla riforma della Giustizia così come l’ha pensata e redatta il suo avvocato Ghedini.
Questo è lo scambio. Dopo la rottura con Fini, che proprio su questi punti ha attaccato la politica del governo, Bossi ha minacciato le elezioni anticipate, poi ha tirato indietro la mano se i decreti attuativi del federalismo saranno approvati con precedenza assoluta. Il monito ha Fini come destinatario: attento, se vorrai metterci del tuo nei decreti sul federalismo, se incepperai il meccanismo da noi pensato e voluto, andremo alle elezioni e addio Fini e finiani.
Così funziona la diarchia tra Bossi e Berlusconi. L’albero cui guardano è il medesimo: il loro potere e l’incrocio degli interessi, io guardo le spalle a te e tu le guardi a me. Fini deve essere distrutto, la sinistra è irrilevante, Napolitano dovrà rassegnarsi e avrà il nostro rispetto e perfino le nostri lodi fino a quando sgombrerà il Quirinale.
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Può funzionare questo sistema? Esso si basa sull’irrilevanza del centrosinistra, sulla rassegnazione del Presidente della Repubblica e sull’indifferenza passiva dell’opinione pubblica democratica.
Ebbene, pur con tutto il pessimismo che mi rattrista io non credo che questi tre presupposti ipotizzati dal tandem Berlusconi-Bossi corrispondano alla realtà.
Bersani proprio ieri ha lanciato un appello a tutte le forze d’opposizione includendovi anche Fini, affinché stringano tra loro un patto in difesa della Costituzione repubblicana di fronte alla deriva che si sta verificando. È un passo avanti nella giusta direzione, ma contemporaneamente il segretario del Pd dovrebbe indicare alcuni punti concreti che possano costituire il nerbo di un nuovo futuro governo. L’alternativa non è soltanto un problema di schieramento ma è soprattutto un problema di contenuti. In questo caso i contenuti riguardano soprattutto i temi dell’occupazione, della crescita, del fisco.
Ho letto con molto interesse la proposta di Carlo De Benedetti (sul «Foglio» di giovedì scorso) sulla riduzione delle imposte sul reddito dei lavoratori, sul cuneo fiscale e sulla tassazione «delle cose» (immobili, cespiti patrimoniali) il fatto che sia l’editore di questo giornale non mi impedisce di dire che mi sembrano proposte valide che un governo di centrosinistra dovrebbe far proprie.
Quanto al presidente Napolitano, puntare sulla sua "amichevole neutralità" come fanno Berlusconi e Bossi sarà una delusione per loro. Napolitano farà ciò che gli compete senza guardare a chi giovi o chi danneggi. Lo abbiamo sentito ieri alla Scala e lo sentiremo il 5 maggio dallo scoglio di Quarto. Nel discorso alla Scala ha incoraggiato le riforme e in particolare il federalismo, purché condivise e nel quadro dell’unità nazionale. Ha avuto gli applausi di Calderoli e Berlusconi. Buon segno ma di scarso significato poiché le riforme, a cominciare dal federalismo, sono finora scatole vuote e la condivisione dovrà misurarsi con i contenuti di merito. Napolitano dal canto suo firmerà le leggi se può firmarle. Le respingerà se non saranno conformi secondo quanto gli compete di accertare. Non farà sconti. E se Bossi e Berlusconi pensano che sia facile ottenere dal Capo dello Stato lo scioglimento anticipato delle Camere, stiano certi che il percorso non sarà affatto facile e se ci sarà una maggioranza parlamentare per formare un nuovo governo, Napolitano adempirà rigorosamente al dovere di accertarne e convalidarne l’esistenza.
Quanto all’indifferenza della pubblica opinione democratica, quest’ipotesi riguarda direttamente noi e quanti come noi e ciascuno con le sue modalità considerano con preoccupazione il disfacimento del paese e la deriva che ne risulta. Si tratta di un’ipotesi senza fondamento. I nostri lettori ci confortano a proseguire questa battaglia di democrazia e di libertà. È ciò che abbiamo sempre fatto e sempre faremo.
Da nord a Sud, da Est a Ovest, nell´hinterland di Milano il premier Silvio Berlusconi ha impiantato una colonia di uomini di fiducia capaci di mandare in porto progetti edilizi in grado di modificare in profondità il tessuto urbano in cui sono inseriti. Tra gli arruolati spicca, da tempo, il geometra Francesco Magnano, da ieri sottosegretario nella giunta regionale del Formigoni IV. È al nome del factotum di Idra, l’immobiliare di famiglia del presidente del Consiglio, che sono legate le operazioni più importanti.
Arcore, Macherio, Monza, Segrate, i vertici del quadrilatero in cui il Cavaliere ha rinchiuso le sue fortezze. L’ultimo intervento, in ordine cronologico, è quello in riva al Lambro, da realizzare ad Arcore, alle spalle di Villa San Martino, residenza brianzola del Cavaliere. Milano 4: un investimento da 220 milioni di euro, 25 palazzine da quattro piani ciascuna, pari a 150mila metri cubi di volumi edificabili. Tutto all’interno di un parco regionale, oggi sottoposto a vincolo ambientale.
Per superare l’evidentemente resistibile ostacolo, lo scorso 2 febbraio Magnano e il pidiellino Antonino Brambilla, per l’occasione nella doppia veste di assessore al Territorio della Provincia di Monza e consulente di Idra, si sono presentati dal sindaco del Comune brianzolo per ottenere la concessione edilizia. Arriverà in cambio di 20 milioni di euro in oneri di urbanizzazione. «Al Comune di Arcore non è stato depositato alcun progetto», si è affrettato a precisare ieri Magnano, davanti ai microfoni, ai margini della cerimonia di presentazione della nuova giunta. Eppure il sogno di Milano 4 marcia spedito, sottotraccia. Tanto che in municipio circola una dettagliata proposta di intervento con cifre, metri e destinazione degli edifici della nuova cittadella.
Un punto d’onore per Berlusconi, che a Monza, sull’area della Cascinazza, ha dovuto fare un passo indietro, e che ora non è più disposto a tollerare altri ritardi. Al punto da schierare l’esperto numero uno della sua galassia per gli affari edilizi, il geometra nato a Brancaleone nel 1949, trapiantato a Macherio.
È proprio in Brianza che l’imprenditore del Biscione e Magnano si conoscono nel maggio del 1990, pochi giorni dopo la seconda vittoria del Milan berlusconiano in Coppa dei Campioni. L’occasione arriva con la compravendita dei terreni attorno a Villa Belvedere, 286mila metri quadri. Nella trattativa tra il proprietario, Augusto Erba, e Idra si inserisce proprio Magnano. È Sergio Roncucci, dirigente dell’allora Finivest e consulente di Idra, a contattarlo. Il geometra, che gode di ottime credenziali tra i funzionari dell’ufficio tecnico comunale, fa valutare i terreni 575 milioni di lire. In realtà verranno versati altri 4 miliardi e 400 milioni in nero sul conto di Erba, che poi mettendosi in regola con un condono fiscale farà venire a galla la verità.
Per Idra arriveranno le accuse di frode fiscale, appropriazione indebita e falso in bilancio. Dalle prime sarà assolta, per la terza scatta la prescrizione. In quei giorni, però, l’operato di Magnano è considerato eccellente. Promosso sul campo, la regia indiretta dell’affare, e di quelli futuri, è affidata alle sue mani. La consulenza gli frutta 300 milioni del vecchio conio.
Niente prebende ma un incarico diretto per Paolo Romani, sottosegretario alle Telecomunicazioni e luogotenente di Berlusconi nella giunta di Monza, con l’incarico di assessore all’Urbanistica fino a gennaio. Il progetto originario prevedeva la nascita di Milano 4 all’ombra della regina Teodolinda, sull’area della Cascinazza. Una zona di 723mila metri quadri considerata inedificabile dal Pai (Piano di assetto idrogeologico) perché bastano due gocce d’acqua per mandarla a mollo. Nell’ottobre del 2007 la Istedin di Paolo Berlusconi, proprietaria dei terreni, cede tutto a Brioschi sviluppo Immobiliare e Axioma Real Estate per 40 milioni di euro, con la promessa di un’integrazione di 60 milioni nel caso fosse modificata la destinazione d’uso. Variante certificata dal Pgt firmato dal sottosegretario alle telecomunicazioni e ribattezzata dai monzesi la "Variante Romani" [vedi estratto allegato f.b.].
A Segrate, dove già esiste Milano 2, si gioca la partita del Golfo Agricolo: 657mila metri quadri dove il senatore Gianpiero Cantoni, appoggiato da Dell’Utri, vuole realizzare un golf circondato da case e da un centro commerciale. «Per i lavori di realizzazione girano i nomi di aziende vicine a Berlusconi», denuncia Fernando Cristofori, capogruppo dell’opposizione di centrosinistra. Come andrà a finire a Segrate lo si vedrà. Certo è che né televisioni, libri, giornali e neppure la politica hanno distolto il tycoon di Arcore dal suo primo amore: il mattone. Perfino all’Aquila, dove ha scelto anche le piastrelle dei pavimenti, ne sanno qualcosa.
La metro di Parma non si farà. Dopo anni di lavoro, il Cipe ha ritirato il finanziamento a un'opera priva di senso. Tutto bene, dunque. Non proprio perché nel frattempo sono stati già spesi molti soldi pubblici per progettazione, personale, acquisto o noleggio di macchinari, anticipazioni finanziarie. Altri ancora ne serviranno per l'indennizzo dell'impresa che aveva vinto l'appalto. La morale è che le amministrazioni pubbliche che gettano al vento denaro pubblico non vengono punite. Anzi, a Parma arriverà quel che resta del finanziamento statale.
La metro di Parma non si farà. Dopo anni di lavoro, il Cipe ha ritirato il finanziamento a un’opera priva di senso, e un decreto dal linguaggio mediamente oscuro ci ha messo sopra una pietra tombale. (1) Il tutto, dopo che sono stati spesi parecchi milioni di denaro pubblico – per nulla. Non essendo una storia solo parmigiana, è giusto raccontarla e usarla per qualche riflessione.
UN PROGETTO SENZA CAPO NÉ CODA
Nel maggio del 2005 il Cipe, su spinta dell’allora ministro alle Infrastrutture Lunardi, di origini parmigiane, aveva deliberato un finanziamento di 210 milioni a fondo perduto per la metropolitana di Parma, ridente città che notoriamente si gira con ben altri mezzi. Il comune (giunta di centrodestra) aveva spinto molto per avere questi soldi, impegnandosi a metterci il resto (96 milioni, dati i preventivi di allora). La Regione (retta dal centrosinistra) ci aveva messo il timbro. Si era costituita la società Metro Parma, con amministratori e dipendenti. Erano stati fatti (e rifatti) i progetti. Si era finanche fatto l’appalto, vinto da una cordata bipartisan: l’associazione temporanea di imprese (Ati) Pizzarotti-CoopSette-Ccc. Nel frattempo, una serie di persone aveva detto che il progetto non aveva senso, non solo perché non serviva, ma anche perché (proprio in quanto semi-inutile) non avrebbe avuto abbastanza passeggeri da coprire i costi di esercizio, figuriamoci quelli di costruzione. In una serie di incontri pubblici (a cui ha partecipato anche uno degli scriventi) si era denunciato quello che si profilava come un colossale spreco di denaro pubblico, oltre che una “pillola avvelenata”, destinata a gravare sul bilancio comunale per decenni. Ne scrivemmo anche su lavoce.info[link Boitani, Scarpa, 13.06.2005]. Nulla da fare. Poi, alle elezioni del maggio-giugno 2007 il sindaco Ubaldi, dopo due mandati, ha ceduto il testimone a un suo braccio destro, l’attuale sindaco Vignali, eletto con un programma incentrato sulla metro; d’altronde, il suo antagonista era l’assessore regionale Peri, il quale aveva controfirmato il progetto: evidentemente, le pillole avvelenate esercitano un’attrazione bipartisan. Nel frattempo, il costo era salito a 318 milioni, cui andavano sommati 15 milioni l’anno per la gestione del metrò, e le risorse statali erano scese a 172 milioni: non veniva cioè finanziato l’acquisto del materiale rotabile (37 milioni) che doveva accollarsi il comune. Il nuovo sindaco ha cercato (non sappiamo con quanta convinzione) i finanziamenti aggiuntivi per andare avanti, senza però trovarli. Risultato: non se ne fa nulla. Tutto bene quello che finisce bene, dunque? Purtroppo no.
ANCHE NON FARE HA UN COSTO (MA, TANTO, LO PAGHIAMO NOI…)
Uno dei principi fondamentali dell’economia come “triste scienza” è che non esistono pasti gratuiti: tutto ha un costo. E i costi di questa operazione (conclusasi con un assoluto “nulla”) sono effettivamente elevati. La società Metro Parma ha operato per alcuni anni per mettere insieme il progetto. La progettazione è stata rivista diverse volte, per soddisfare i rilievi tecnici avanzati dal Cipe e per risolvere l’interferenza con le Ferrovie dello Stato. In tutto questo, dai bilanci di Metro Parma, che il comune si guarda bene dal rendere pubblici, risultano costi complessivi di circa 12 milioni (costi di progettazione e stipendi di chi ha diretto questa impresa). L’Ati, e in particolare la sua componente più vocale, la Pizzarotti, dichiara che (tra Metro Parma e questa impresa) in realtà i costi già sostenuti ammonterebbero a circa 26 milioni, tra progettazione, assunzione di personale, acquisto e/o noleggio di macchinari, anticipazioni finanziarie e altro. A questo andrà poi aggiunto l’indennizzo che chi si è aggiudicato l’appalto intende chiedere, e a cui ai sensi di legge ha diritto, anche se in misura da determinare. Vedremo quanto sarà, ma applicando parametri normali si potrebbe giungere ad altri 30 milioni. Chi paga? Il decreto, al comma 7, sancisce che “l’indennizzo è corrisposto a valere sulla quota parte del finanziamento non ancora erogata”. Apparentemente, dunque, con soldi dello Stato. Comunque, che i fondi siano statali o locali poco cambia. Sono soldi pubblici. Dei quali nessuno, a quanto pare, sarà chiamato a sostenere responsabilità politiche e meno ancora finanziarie; paga Pantalone, cioè – in ultima analisi – i cittadini italiani. D’altronde, anche se oggi il Pd di Parma canta vittoria, le responsabilità politiche sono piuttosto diffuse tra comune e Regione.
LEZIONI DA TRARRE
La principale lezione è una amara conferma. In questo paese non è che le responsabilità politiche siano un optional: non esistono proprio. Se provate a parlarne vi guardano in modo strano. E proprio coloro che invocano soavemente la “sovranità” della politica nei processi decisionali si adontano se osate chiedere valutazioni accurate dei costi e dei benefici delle opere pubbliche da effettuare prima che la politica scelga. Ma dove è finita la regola secondo cui la “sovranità” si deve sempre accompagnare alla “responsabilità” (politica)? Decine di milioni buttati per non fare nulla. Ma non esiste una cosa che si chiama “danno erariale”? E non esiste da qualche parte una Corte dei conti? Le amministrazioni pubbliche che gettano al vento denaro pubblico non vengono punite. Anzi: quel che resta del finanziamento statale, dopo le varie deduzioni per indennizzo, può essere devoluto integralmente, dice il decreto al comma 8, – su richiesta del comune di Parma – ad “altri investimenti pubblici”. Una manciata di milioni a quella amministrazione resta comunque garantita. Secondo quale logica? Per quali priorità nazionali, visto che di fondi nazionali si tratta? Non è dato sapere. Sembra proprio che, in un modo o nell’altro, quei soldi a Parma dovevano finire. Chissà, forse servono a garantire l’equilibrio geopolitico nel nascente federalismo zoppo…
Vedi la corrispondenza per eddyburg di Andrea Bui del giugno 2008
Patto rispettato: la Carfagna lo aveva promesso in campagna elettorale
Ischia, i carabinieri all’alba sequestrano immobili per 4.500 metri quadrati e 11 milioni di euro, denunciando 51 persone per abusivismo edilizio. Roma, poche ore dopo: il Consiglio dei ministri approva un decreto legge che congela, in tutta la Campania, le demolizioni delle strutture abusive. Ruspe bloccate fino al 30 giugno 2011. Un decreto di pochi articoli e via: sentenze e processi, durati decenni, diventano improvvisamente carta straccia. “È il buongiorno di Stefano Caldoro”, commenta l’europarlamentare dell’Idv Luigi de Magistris. “Il presidente della Regione, con il consenso del Governo, ha dato il via libera al sacco edilizio della camorra. Uno schiaffo alla giustizia: con un gesto hanno cancellato le sentenze che consentivano le demolizioni”. E sono tantissime. Nei prossimi giorni, per esempio, a Camaldoli rischia di saltare la demolizione di una beauty farm del potente clan Polverino. Per salvarla, utilizzando il decreto, sarà sufficiente uno stratagemma: infilarci qualcuno che dichiara di non avere altra casa in cui abitare. Trentamila demolizioni previste, dalla Procura Generale, nel solo distretto di Napoli. Circa sessantamila in tutta la Campania. Quando il decreto sarà pubblicato, si potranno demolire soltanto le strutture abusive posteriori al 2003, molte delle quali, però, non sono ancora giunte all’ultimo grado di giudizio. L’ultima demolizione risale ad appena nove giorni fa.
È il 15 aprile. Sant’Antonio Abate, hotel La Sonrisa: demolita una mansarda di 400 metri quadri realizzata dalla società Ipol e poi affittata all’albergo. A difendere la Ipol, in una valanga di ricorsi e contro-ricorsi, un avvocato napoletano: Carlo Sanno. Parliamo dello stesso Sanno, parlamentare del Pdl, che ha firmato il disegno di legge, approvato ieri dal Governo, con il quale si bloccano le ruspe e si autorizza, di fatto, una nuova sanatoria. Curioso. E fu proprio in un comizio a Sant’Antonio Abate – il luogo delle ultime 5 demolizioni effettuate – che Mara Carfagna, ministro per le Pari Opportunità, promise che le ruspe, in Campania, sarebbero state fermate: a patto che Stefano Caldoro vincesse le elezioni regionali. “Studieremo una legge regionale, d’intesa con il governo, per fermare le demolizioni”. Caldoro ha vinto. E le ruspe ora rischiano la paralisi. Potremmo chiamarlo l’editto di Sant’Antonio Abate. Un’opera buona e caritatevole, ha spiegato ieri il ministro Carfagna: “Il Governo non poteva assistere impassibile al fatto che, con gli abbattimenti, molte donne con bambini, anziani, addirittura disabili, tutti senza un'altra abitazione, venissero lasciati in mezzo a una strada”. Donne, anziani, bambini e disabili senza abitazione. Vediamo un po’: il 10 dicembre, a Sant’Antimo, è stata abbattuta una villa da 800 metri quadri. Non era una stamberga per diseredati. Se non bastasse, era priva di cemento armato poiché – spuntata veloce come un fungo – era costruita con acqua sabbia e polvere. Ma il ministro ragiona così: “Questo decreto è necessario per fare chiarezza e avviare un percorso virtuoso che riporti la legalità anche nell'edilizia campana”. Il decreto – che riguarda gli “immobili stabilmente occupati” da soggetti che “non hanno altra abitazione” e “costruiti entro il 31 marzo 2003” – presenta una sola eccezione: si demolirà, comunque, se esistono “pericoli per la pubblica o privata incolumità”. Riguardo i “vincoli paesaggistici”, invece, il provvedimento apre il cancello alle interpretazioni: dispone una “ricognizione” sui “vincoli di tutela paesaggistica”. “Ricognizione”. Le strutture che violano il paesaggio, nel frattempo, “rischiano” di restare in piedi. È questo il “percorso virtuoso” che porterà “la legalità nell’edilizia campana”. E infatti: Legambiente impugnerà il decreto, perché qui, le demolizioni, rappresentano la vera sfida alla camorra e alla speculazione selvaggia. Nel 2000, quando fu demolito il Villaggio Coppola – otto torri da 12 piani, con porticciolo e chiesa annessa – il presidente della commissione d' inchiesta sui rifiuti, Massimo Scalia, dichiarò: “Il clima è cambiato: il ripristino della legalità è la condizione per uno sviluppo senza collusione con la criminalità organizzata”. Dieci anni dopo, il clima cambia per decreto, si bloccano le ruspe nella regione dove soltanto a Salerno – secondo l’Agenzia del Territorio – esistono 93mila fabbricati (o ampliamenti) non dichiarati in catasto. Non si tratta necessariamente di fabbricati abusivi, precisa l’Agenzia, ma un fatto è certo: esistono 93mila strutture “fantasma”. Soltanto a Salerno.
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Schema di decreto legge recante "Disposizioni urgenti per garantire le immunità degli Stati esteri dalla giurisdizione italiana in conformità alle norme internazionali e differimento dei termini relativi alle elezioni per il rinnovo dei Comitati degli italiani all'estero e del Consiglio generale degli italiani all'estero e sospensione delle demolizioni edilizie nella provincia di Napoli"
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II Presidente della Repubblica
Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione
Visto il regia decreto-legge 30 agosto 1925, n. 621, convertito con modificazioni dalla legge 15 luglio 1926, n. 1263;
Vista 1a legge 23 ottobre 2003, n. 286 recante "Norme relative alla disciplina dei Comitati degli italiani all'estero";
Visto l’articolo l0, commi 1 e 2, del decreto - legge 30 dicembre 2008 n. 207 recante proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni finanziarie urgenti;
Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di prevedere la sospensione dell'efficacia dei titoli esecutivi nei confronti di Stati od Organizzazioni internazionali allorché sia pendente un giudizio dinnanzi ad un organo giudiziario internazionale diretto all'accertamento della propria immunità dalla giurisdizione italiana;
Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di provvedere a1 differimento del termine previsto dall'articolo 8 della citata legge, fissato al 31 dicembre 2010, anche al fine di consentire l'approvazione di un provvedimento di riforma degli organi di rappresentanza dei cittadini italiani all'estero e la conseguente modifica delle modalità e delle procedure previste per il rinnovo del Comitati degli italiani all’estero;
Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di sospendere le attività di demolizione di fabbricati destinati a civile abitazione nella provincia di Napoli in dipendenza sia della gravissima situazione abitativa, che ne risulterebbe ulteriormente compromessa, che degli effetti dell’applicazione della sentenza n. 199 del 2004;
Vista 1a deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del …….. sulla proposta del Presidente del Consiglio e dei Ministri degli affari esteri, della giustizia e delle infrastrutture e dei trasporti:
Emana
il seguente decreto-Iegge
………
Art. 3 (Disposizioni urgenti per il disagio abitativo nella provincia di Napoli)
1. Al fine di fronteggiare la grave situazione abitativa esistente nella provincia di Napoli e di consentire un'adeguata ed attuale ricognizione delle necessità di tutela dell'ambiente e del paesaggio, sono sospese fino al 31 dicembre 2011 le demolizioni di immobili, esclusivamente destinati a civile abitazione, disposte a seguito di condanna penale, purché riguardanti immobili occupati stabilmente da soggetti sforniti di altra abitazione.
2. Si procede, in ogni caso, alla demolizione, ove dal Comune competente siano stati riscontrati pericoli per la pubblica o privata incolumità derivanti dall' edificio del quale sia stata disposta la demolizione in sede penale.
Acquedotti e vestigia, pianure a verde, olivi, pini, casali, molti abbandonati, intorno a Roma si stendono campagne morbide e antiche che, nell’ 800, facevano sognare paradisi in terra (ignorando la povertà) a stuoli di pittori del nord. Per la sua commistione di antico e natura l’Agro romano che dal mare ai monti avvolge la capitale è un territorio che uno Stato sano preserverebbe come uno scrigno: sia per attirare gli stranieri innamorati dei paesaggi italiani ancora integri, sia per foraggiare con verdure, frutta, carni e formaggi il buon appetito degli abitanti della capitale. È invece un territorio che ha sofferto molte invasioni di cemento e altre ancora, e potenzialmente non meno devastanti, ne deve temere adesso. Non a caso qualche domenica mattina fa nel quartiere del Casilino hanno sfilato cittadini con un’idea chiara in testa: «Vogliamo il parco, no alla cementificazione selvaggia». Protestavano affinché gli oltre 140 ettari di agro romano del comprensorio non vengano sventrati da edifici, palazzoni, strade, affinché il verde e l’archeologia si salvino. Questa urgenza la «manifesta» con chiarezza un libro che l’esito del voto laziale rende ancora più utile: è Il riscatto dell’agro. L’agricoltura a difesa del paesaggio (172 pagine con foto, Minerva). L’ha curato per il precedente assessorato all’agricoltura della Regione uno dei nostri editorialisti, Vittorio Emiliani, e attraverso saggi di più autori su più discipline e foto racconta quel territorio, il suo sogno di bellezza, le ferite, gli sventramenti, i pericoli che corre.
L’ACCELERATORE SULL’EDILIZIA
Roma, ricorda Emiliani, era il più vasto comune agricolo d’Italia, oggi non più. Dal 2000 al 2007, registra il curatore, la città ha premuto sull’acceleratore «della nuova edilizia, fra l’altro tutta di mercato». Per più ragioni. Tra le principali: i Comuni italiani sempre più in affanno possono usare quanto ricavano dagli oneri di urbanizzazione per ogni tipo di spesa quando con la legge Bucalossi del 1977 erano obbligati a reinvestirli e a non alterare il suolo; per di più, la mazzata, senza più l’Ici sulla prima casa le amministrazioni hanno un bisogno estremo di raccattare soldi e far costruire è il sistema in teoria più diretto. Esiste, è vero, l’emergenza- casa. La vivono per primi sulla pelle i giovani precari, gli anziani, gli immigrati, le famiglie con redditi modesti. Si costruisce per loro dunque? Emiliani snocciola un dato che chiarisce come sia un pretesto: gli alloggi sfitti, vuoti o usati precariamente sono ben 245mila, e non solo nel centro.
Un dato. Nel suo saggio Francesco Erbani, giornalista, registra come nella provincia romana dal 1990 al 200 le aziende agricole siano scese da 72 mila a 60 mila e gli ettari coltivati da248 mila a 193 mila ettari (meno 22%). Ritiene che la lobby edilizia condizioni il Campidoglio chiunque sia il sindaco. Alla giunta Veltroni imputa il milione e 300 mila metri cubi costruiti nell’area di Caltagirone a Tor Pagnotta.
Segnala allarmato il progetto di un’autostrada fra Roma e Latina «che intaccherebbe gravemente la riserva naturale di 6 mila ettari di Decima Malafede». E ricorda che la giunta comunale di Alemanno vuole trasformare i casali abbandonati in abitazioni, con, annesse, «isole ecologiche per il deposito temporaneo di rifiuti ingombranti, di fatto ancora discariche, legali, ma discariche ». «Ci sono ben 200 casali abbandonati – osserva l’ex assessore all’agricoltura Daniela Valentini – Alemanno ha avviato una battaglia per recintarli e costruire. Altro invece andrebbe fatto e lo avevamo proposto per recuperarli senza devastazioni: invece di villette a schiera ristrutturiamoli e trasformiamoli in servizi di qualità per la metropoli, dagli asili a centri di accoglienza per malati. Avevamo stanziato due milioni di euro per i privati affinché li ristrutturino creando servizi partendo dall’agricoltura: era una risposta avanzata, così l’agro romano rimane intatto e diventa vivo. L’idea di Alemanno è invece spregiudicata e devastante, dice di costruire perché mancano le case». Con la sintonia politica con la Regione, la strada per costruire è spianata.
Sessantamila demolizioni. Sessantamila abitazioni abusive da abbattere. Sessantamila segnali di legalità che vanno in fumo: è tutto nelle mani del Consiglio dei ministri che, oggi, deciderà se fermare le ruspe. Qui il governatore Stefano Caldoro, e il suo Pdl, avevano puntato le urne mirando al calcestruzzo: avevano promesso una sanatoria e le promesse, si sa, vanno mantenute. Ogni promessa è debito , si dice da queste parti, dove da sempre, i clan, dominano il ciclo del cemento. Edificano selvaggiamente e, attraverso le costruzioni, controllano economia e territorio. La cittadina di Marano in qualche decennio s’è abusivamente mangiata il Vomero, per intendersi, e i clan Nuvoletta prima, e Polverino poi, si sono arricchiti di soldi e potere. Stesso discorso per i Casalesi, o per i Mallardo di Giugliano, che su 16 mila abitanti conta ben 400 edifici sequestrati.
È qui, in questo contesto devastato dal binomio camorra e cemento, che il ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, ha dichiarato senza alcun imbarazzo: “Se saremo noi ad amministrare la Campania, studieremo una legge regionale, d’intesa con il governo nazionale, per fermare le demolizioni. Ne ho parlato con Gianni Letta e ho investito direttamente il governo del problema”. Caldoro ha vinto, la promessa dev’essere mantenuta, a partire da oggi, se il Consiglio dei ministri lo vorrà. Può sembrare strano, ma questa storia dello “stop” alle demolizioni, trova il suo fondamento proprio nelle Pari opportunità. L’ultimo condono edilizio risale al 2003 e leggiamo cosa scrivono – inneggiando all’articolo 3 della Costituzione e al suo principio d’eguaglianza dinanzi alla legge – i 14 senatori: “L’applicazione del condono non è risultata sempre uniforme”. Si sono “configurate disparità di trattamento tra i cittadini della Repubblica”. In altre parole, vi sarebbero state diverse modalità d’accesso al vecchio condono, nelle varie regioni italiane, e i cittadini campani sarebbero stati penalizzati.
E quindi: il disegno di legge – che “mira a evitare le discriminazioni” – prevede l’interruzione delle demolizioni, anche per le sentenze passate in giudicato, purché riguardino costruzioni antecedenti al 31 marzo 2003. Si può presentare regolare domanda entro il 31 dicembre e via alla sanatoria. Ma non è tutto: “La sanatoria si applica anche agli abusi edilizi realizzati in aree sottoposte alla disciplina del codice dei beni culturali e del paesaggio”. E quindi: anche gli abusi in aree soggette a vincoli paesaggistici sarebbero sanate. E non c’è soltanto il Pdl a tifare per il condono. C’è anche il Pd. Con il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, convinto sostenitore dello “stop” alle demolizioni. Con qualche distinguo – per esempio: sulle aree idrogeologiche a rischio – ma pur sempre favorevole. Eppure, basta guardarsi attorno, per comprendere che condonare significa incrementare lo scempio: “Un’indagine sull’abusivismo edilizio, pubblicata nel 2009 dall’Agenzia del Territorio – dice Giuseppe Ruggero di Legambiente – sostiene che la provincia di Salerno detiene la maglia nera, in Italia, in fatto di illeciti ambientali: 93 mila particelle, che al catasto risultano aree verdi, sono coperte da cemento illegale”. Altri dati forniti da Legambiente: nell’Agro sarnese-nocerino, un tempo noto per la sua terra e i suoi pomodori, negli ultimi sei anni sono stati cementificati illegalmente 300 mila metri quadrati.
E ancora: 27 mila persone denunciate, negli ultimi 20 anni, per abusi edilizi, ovvero il 10 per cento della popolazione residente. La sola Procura di Nocera inferiore, tra il 2004 e il 2008, ha indagato circa 6 mila persone per violazioni urbanistiche. Tra il novembre 2007 e il luglio 2008 i carabinieri hanno denunciato 171 persone e sequestrato 35 fabbricati rurali per un valore di 14 milioni di euro. In quest’area, a fronte di 3479 ordinanze di demolizione, emesse a partire dal 1998, fino al 2009 ne sono state eseguite soltanto 42. La Gdf di Salerno tra il 2007 e il 2008, sulla costiera amalfitana, ha denunciato 377 persone e sequestrato 127 strutture. In soli due mesi del 2009, a Napoli, ben 1.200 denunce di abusi edilizi. “L'industria illegale dell'abusivismo edilizio rappresenta uno dei principali volani dell'imprenditoria camorristica”, dice Ruggero di Legambiente. “Speculazioni e abusivismo hanno da un lato depredato il territorio e dall'altro sono serviti a riciclare una enorme quantità di soldi di frutto di attività illecite. I rilevanti interessi economici hanno portato la criminalità organizzata di fatto a “governare” in campo urbanistico molti comuni dell'hinterland partenopeo”. Oggi in Campania e in Italia governa il Pdl: erano previste 60 mila demolizioni. Le ruspe erano pronte. Ma c’è chi è pronto a fermarle.
Condono napoletano
di Francesca Pilla
Una leggina ad hoc per rilanciare l'abusivismo, sospendere i 65 mila abbattimenti disposti dal centrosinistra e confermare la promessa elettorale del neopresidente Caldoro. Accade in Campania, la regione d'Italia con il territorio più devastato dagli scempi edilizi. La difesa del Pdl: «È una questione di bisogno e di ordine pubblico». Legambiente: «Così si ridà fiato alle ecomafie». E De Luca (Pd) si schiera con il condono
Gli hanno dato il nomignolo di "decreto anti-ruspe", ed è una leggina cucita apposta per la regione Campania, per ridare fiato all'abusivismo e confermare le promesse fatte in campagna elettorale dal neopresidente Stefano Caldoro e dal centrodestra. Obiettivo è sospendere i 65mila abbattimenti delle costruzioni illegali disposte dalla precedente giunta Bassolino e riaprire i termini del condono previsto fino al 2003. «Una follia», è la prima parola che pronuncia Michele Buonomo, presidente di Legambiente Italia: «I casi di abusivismo si contano a decine di migliaia, gli abbattimenti sulle dita di due mani, una percentuale da prefisso telefonico. La riapertura dei termini è una presa in giro per gli onesti - continua incalzando - favorisce l'iniquità, penalizza chi rispetta le leggi e premia chi le viola».
La questione è ovviamente politica. Il testo della proroga doveva essere presentato per la fine di questa settimana, ma ormai è sicuro che slitterà all'inizio della prossima. Probabilmente il decreto sarà presentato dalla stessa presidenza del consiglio per superare i veti dei tecnici dei ministeri dell'ambiente e dell'interno. Un problema particolarmente sentito, quello dei condoni, da parte dello stesso Berlusconi e di diversi parlamentari campani, tanto che già nel 2003 quando la giunta guidata dalla sinistra approvò una delibera contro la sanatoria, il governo chiese l'intervento della Corte costituzionale per conflitto tra poteri. La consulta diede ragione allo Stato e Bassolino fu costretto a far marcia indietro, ma con una nuova legge, del 2004, si riservò gli abbattimenti nelle aree vincolate. Ora torna tutto in dubbio, e si rischia di far finire in un unico calderone le case spuntate nelle zone a rischio e in quelle soggette a vincoli paesaggistici. «Ritengo che questa iniziativa non sia positiva - spiega Ugo Leone, preside dell'Ente parco Vesuvio - e fra l'altro vanifica tutti gli sforzi che stiamo facendo e che hanno portato alla firma di un protocollo d'intesa con l'assessore all'urbanistica della regione Campania per procedere alla realizzazione, in comune, di abbattimenti dichiarati abusivi nei 13 comuni del Parco». Anche perché tutta la zona rossa attorno al vulcano è un dedalo di manufatti realizzati contro le regole: «Questo sarà un premio a quei candidati - spiega Leone - che nella campagna elettorale hanno fatto della revisione dei confini della zona rossa, una battaglia elettorale per acquisire consenso».
In realtà nel centrodestra campano ne fanno una questione di "bisogno" e ordine pubblico. Le misure infatti dovrebbero riguardare solo gli abusi di "necessità", riguardanti le prime case. Eppure il primo firmatario del disegno di legge che deve riaprire i termini è il senatore del Pdl Carlo Sarro, avvocato in privato della Ipol, società che ha realizzato diversi locali abusivi, tra cui quelli dati in affitto alla Sorrisa per le location di trasmissioni Rai. Ma anche nel Pd campano gli animi sono divisi, se infatti il neocapo dell'opposizione in regione Vincenzo De Luca mercoledì si era detto favorevole al decreto: «Potrebbe essere uno strumento utile», il partito era andato dalla parte opposta. Così ieri De Luca ha corretto il tiro: «Sì alla moratoria degli abbattimenti di abitazioni abusive, purché si escludano una serie di casi gravi» e precisa che «non potranno in nessun modo esser sanate le costruzioni realizzate in aree a forte rischio ambientale, sorte in zone di rilevante interesse paesaggistico, frutto di speculazioni edilizie della malavita organizzata».
Per il presidente di Legambiente resta il fatto che il ddl sarebbe «un'autorizzazione a continuare»: «Plasticamente - spiega Buonomo - il numero di abusi è pari a una città come Caserta. Una nuova apertura ridarebbe fiato anche alle ecomafie. Ricordiamo che la maggior parte delle costruzioni illegali vengono realizzati da società in rapporto con la camorra». Quanto alla parte "popolare" del provvedimento per Legambiente la strada da seguire è quella dell'edilizia sociale: «Si faccia una seria politica in questo senso. Se non c'è riuscito il centrosinistra che ci provi il centrodestra. Il piano casa non basta, mettiamo in condizione le famiglie di avere un'abitazione, o almeno di costruirla secondo criteri di legalità».
ISCHIA
Ruspe no stop Un leninista guida la rivolta abusiva
di Adriana Pollice
Il nuovo corso in Campania, sancito dalla virata a destra decretata dall'ultima tornata elettorale, si annuncia anche con il nuovo via libera al partito del cemento. A chi è rimasto nella terra di mezzo, cioè tra gli ultimi abbattimenti e l'approdo alla camera del decreto ideato apposta dal governo per bloccare le ruspe in regione, non resta che guardare l'abitazione andare giù. Ieri è toccato a Nunziatina Mirabella, un'anziana signora di Torre del Greco, in provincia di Napoli.
La notizia non deve aver colto di sorpresa la procura partenopea, in prima linea nella lotta all'abusivismo, visto che da mesi le forze politiche, in particolare il Pdl, provavano a bloccare gli abbattimenti. «Per ora leggo solo indiscrezioni di stampa - il commento del procuratore aggiunto di Napoli, sezione reati ambientali, Aldo De Chiara - quindi preferisco aspettare di conoscere i contenuti del provvedimento per entrare nel merito. Certo, il messaggio è quello che è ma non dobbiamo alimentare l'impressione che ci siano posizioni pregiudiziali da parte nostra». Più esplicito il procuratore generale, Vincenzo Galgano: «Questo è il Paese in cui bisogna adattarsi a tutto. Molte cose che vengono fatte in spregio delle regole vengono poi protette, non è una novità. Così si demolisce il nostro lavoro». L'argomento abbattimenti era stato oggetto di uno specifico incontro con il sottosegretario Gianni Letta: «Mi limitai a rappresentare qual era la situazione e la necessità da parte nostra di dover dar corso ed eseguire le sentenze definitive - spiega ancora il procuratore Galgano - Il sottosegretario con grande cortesia prese atto delle mie parole e ci salutammo». Stesso referente anche per il neo governatore Caldoro, che pare però riuscire a portare a casa il blocco delle demolizioni, nonostante il Consiglio Superiore della Magistratura aveva annunciato di voler adottare su scala nazionale il "Protocollo Napoli", un'ipotesi che sembra adesso tramontare.
Non si è salvato neppure il Grand'Hotel La Sonrisa, il celebre albergo di Sant'Antonio Abate, location di trasmissioni di successo della Rai come Napoli prima e dopo condotto da Caterina Balivo, glorie locali e nazionali alle prese con la canzone napoletana: Marisa Laurito, Milva, Amii Stewart, Peppino Di Capri, Gloriana e Lina Sastri, Fred Bongusto, accompagnati dalla Grande Orchestra di Giuseppe Anepeta e il balletto di Toni Manin, roba da far rimpiangere le sceneggiate di Mario Merola. A guardarlo da fuori sembra il castello delle fiabe, il logo della Disney Cinema, tutto torrioni e bandierine, bianco e rosso. Stanze barocche in broccati bordeaux e piscine moresche dominate dal bianco e dall'azzurro, tripudi di fontane e statue in bronzo. Location di matrimoni da sogno, consigliato nei forum per futuri sposi che non badano a spese, a volte criticato, «un po' volgare» si legge in un post subito prima di altre lodi alla cucina della casa. La struttura è proliferata nel tempo a partire da un'antica villa settecentesca, tutto un susseguirsi di abusi poi condonati, fino agli ultimi che sono andati giù, dopo la sentenza del Consiglio di Stato. Le ruspe hanno smantellato la sopraelevazione da 400 metri quadrati, dove erano state ricavate dieci lussuose camere di albergo, una mansarda e un torrino parte della coreografia del complesso turistico.
Ieri sera a Ischia, uno degli epicentri della rivolta contro i seicento abbattimenti previsti, si organizzavano le truppe dei resistenti, tema dell'incontro esteso anche ai procidani: «Validità dei condoni e concessioni in sanatoria». Il decreto "salva cemento" era stato già annunciato prima delle elezioni da Mara Carfagna, capolista del partito del neogovernatore Stefano Caldoro, al presidente del comitato per il diritto alla casa di Ischia e Procida, che in caso contrario minacciava lo sciopero del voto. Una promessa impegnativa perché significa estendere l'applicabilità del vecchio condono del 2003 anche alle aree soggette a vincolo, come appunto l'ex isola verde. L'ultima volta le domande di sanatoria furono più di novemila, una ogni 2,5 famiglie. Dal 1981 al 2006, secondo i dati di Legambiente, sono stati costruiti 100 mila vani abusivi. Nel comune di Forio, il più grande dell'isola, vennero sequestrati nel solo mese di febbraio del 2004 ben duecento cantieri fuorilegge.
Ma gli interessi sono tanti e i sostenitori sono anche a sinistra, persino a sinistra dell'estrema sinistra: Gennaro Savio, uno dei capi della rivolta popolare contro le demolizioni, esponente del partito comunista marxista-leninista (un vero e proprio fenomeno locale, già protagonista di exploit alle urne) e figlio del segretario, Domenico Savio, li aveva portati in piazza a centinaia prima delle elezioni regionali sostenendo il diritto agli "abusi di necessità" con l'impegno categorico però a non votare.
Ischia e il condono salva-ville
Pronto un decreto che il governo approverà d’accordo con il governatore Caldoro: salverà dalle ruspe le ville della provincia di Napoli
Votare, gli ischitani hanno votato. Forse non tutti. Forse non i più arrabbiati, quelli che rischiavano di vedere la propria casetta abusiva travolta dalle ruspe azionate dalla procura di Napoli. Sono seicento. Molti di loro avranno certamente dato retta a Gennaro Savio, il capo della rivolta popolare contro le demolizioni, esponente del partito comunista marxista leninista, figlio del segretario di quella formazione politica Domenico Savio. Emulo di quel Paolo Monello sindaco comunista di Vittoria, in Sicilia, che a metà degli anni Ottanta si era fatto paladino dell’«abusivismo per necessità», li aveva portati in piazza a centinaia prima delle elezioni regionali con questo programma politico: «Essendo il potere politico dominante di centrodestra, di centrosinistra, di centro e i partiti e i movimenti a loro affini responsabili dell' abusivismo edilizio e dei conseguenti abbattimenti delle prime case di necessità non possono e non devono essere votati». Ragionamento senza una grinza. Da duro e puro, qual è Gennaro Savio. Gli scontri Il 28 gennaio la polizia fronteggia gli ischitani contrari alle ruspe Ma far fallire completamente le elezioni, in un'isola dove il Pdl aveva sfiorato alle politiche il 65% era un'utopia. Le preferenze sono comunque arrivate. E ora va onorata una promessa: fermare le ruspe per decreto. Un decreto già annunciato prima delle elezioni da Mara Carfagna, capolista del partito del neogovernatore Stefano Caldoro, al presidente del comitato per il diritto alla casa di Ischia e Procida, che in caso contrario minacciava lo sciopero del voto. Il provvedimento sarà varato dal consiglio dei ministri di venerdì e sospenderà fino al 2011 le demolizioni nell’intera provincia di Napoli in attesa che la giunta Caldoro sistemi le cose. Magari con un tocco di bacchetta magica: estendendo l'applicabilità del vecchio condono edilizio del 2003 anche alle aree soggette a vincolo, come è appunto Ischia. Chiamiamo la cosa con il suo nome: una schifezza. Alla faccia di chi ha sempre rispettato le leggi. E perpetrata in modo ancora più sfrontato di quello che stava per passare qualche anno fa in Sicilia, quando la Regione aveva progettato una sanatoria per le abitazioni costruite senza permesso sulla costa. Al ministero dei Beni culturali hanno letteralmente i capelli dritti. Sono convinti che un decreto del genere possa rappresentare un precedente devastante, e sono pronti alle barricate. C’è solo da sperare che reggano un pochino più di quelle che aveva annunciato nel 2003, al tempo dell'ultima sanatoria, l’ex ministro dell’Ambiente Altero Matteoli, poi travolte in Parlamento. Ma è inutile illudersi: a sperare saranno in pochi. Anche nel Pd, i cui esponenti hanno sempre criticato violentemente la logica dei condoni, c’è chi si frega le mani. Se l'europarlamentare Andrea Cozzolino giudica l’iniziativa del governo «indecente», il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, che aveva conteso a Caldoro la poltrona di governatore della Campania, si è detto addirittura «favorevole» al blocco delle ruspe per decreto. Mettendoci davanti questa piccola foglia di fico: «Vanno verificati nel merito i contenuti». Per non parlare del sindaco di Forio d’Ischia, il democratico Franco Regine, che dopo aver rivelato come il suo Comune abbia chiesto con una sua delibera al governo, su proposta dell’Udc, di estendere il condono edilizio anche alle zone vincolate», ha tirato pubblicamente un sospiro di sollievo: «Sarebbe stato un disastro generale, è positivo attenuare l’impatto che deriverebbe da tante demolizioni». Nemmeno una parola, invece, sull’impatto che l’uso scellerato del territorio ha avuto finora. A Ischia l’ultimo condono edilizio ha fatto registrare più di novemila domande di sanatoria: una ogni 2,5 famiglie. Dal 1981 al 2006, secondo i dati di Legambiente, erano stati costruiti 100 mila vani abusivi. Nel comune di Forio, il più grande dell’isola, vennero sequestrati nel solo mese di febbraio del 2004 ben duecento cantieri fuorilegge. E il condono del 2003 non ha certamente fermato le betoniere. Negli ultimi dieci anni sono spuntate in Campania costruzioni abusive al ritmo di 16 al giorno. Inutile dire che l’ipotesi di estendere il blocco delle demolizioni all’intera provincia di Napoli ha ingolosito sindaci e assessori del circondario. Quanto questa nuova sanatoria si possa conciliare con l’affermazione della legalità, in un territorio dove è la camorra a farla da padrona, è una spiegazione che i suoi responsabili dovranno fornire. Basti pensare che secondo il rapporto Ecomafia 2009 i due terzi dei comuni campani sciolti dal 1991 per infiltrazioni mafiose «lo sono stati proprio per abusivismo edilizio».
Qui l'appello di eddyburg. Inviate le adesioni a
mpguermandi@gmail.com
«Io, Abbado, il verde e un’idea per la città
Il sogno è finito. Peccato»
di Renzo Piano
Le città sono immobili. Talvolta bellissime, ma immutevoli come la pietra di cui sono fatte: sono i suoni, gli odori, la gente e gli alberi ad animarle. Tutto ciò che è effimero e cambia le rende sempre nuove ed inattese, le tiene vive. Mi chiedo cosa sarebbe a Parigi Place des Vosges senza i suoi tigli.
Ci passo sotto tutte le mattine andando in studio, scandiscono il passare del tempo e il susseguirsi delle stagioni: è una delle tante cose che gli alberi fanno in una città. Mi domando se continuerei lo stesso a passarci ogni mattina, oppure se cambierei strada per incontrare altri alberi. Un delicato gioco d’equilibrio, un’alchimia tra durevole e passeggero; forse è questo il segreto di una città felice?
Sono architetto, e naturalmente sono innanzitutto sedotto dalla città costruita: la sua è una bellezza edificata dal tempo. È il tempo che rende le città così complesse e così ricche, specchio come sono di infinite vite vissute tra le loro mura. Le città belle sono una delle più straordinarie e complesse invenzioni dell’uomo, veri monumenti allo stratificarsi del tempo. Ma sono gli alberi a scandire il tempo che ha reso belle queste città. Sono loro la finestra aperta sul ciclo della natura, che poi è anche il ciclo non eterno della nostra vita. E ci ricordano che anche noi facciamo parte della natura, con tutte le conseguenze del caso. Per questo guardare un albero in un dialogo silenzioso è una piccola ma profonda seduta di autoanalisi. Un momento di silenzio e di meditazione, una breve pausa dedicata allo spirito. Con gli alberi si stringe un patto di complicità contro il tempo che passa. Si scambiano promesse alla fine di ogni stagione, e ci si dà appuntamento al ritorno di quella successiva.
Piantare gli alberi in città è un gesto d’amore, ma è anche un gesto generoso che altri godranno dopo di te. Nel farlo sai che solo tra cinquant’anni quell’albero sarà adulto e svolgerà la sua straordinaria missione. Se ne era già accorto Cicerone quando scriveva «Serit arbores, quae alteri saeclo prosint» (i vecchi piantano alberi che gioveranno in un altro tempo).
Niente di nuovo, ma non bisogna dimenticarlo. Sembra un gesto umile e semplice ma è un gesto carico di significato e di fiducia nel futuro. Ci sono alberi antichissimi, come il pino di Matusalemme in California o l’abete rosso Old Tjikko al confine tra Svezia e Norvegia, che sono cresciuti quando l’uomo non aveva ancora inventato la ruota. Neppure il deserto del Sahara esisteva, e l’Europa del Nord era mezza coperta dai ghiacciai.
Italo Calvino, cresciuto col padre botanico sulle alture di Sanremo, fa vivere la sua intera vita al giovane Barone Rampante sugli alberi di Valle Ombrosa, in Liguria, per ribellione e per scelta poetica. Ed il giovane Barone vive, si innamora, milita e viaggia sino in Spagna senza mai scendere dagli alberi. Straordinaria metafora della magia degli alberi, che anche in città rappresentano una parentesi di trascendenza...
Ma la città ha bisogno di alberi anche per una ragione molto più pratica e concreta. C’è un effetto termico detto effetto città per cui la pietra, i mattoni e l’asfalto si infuocano d’estate elevando la temperatura media di 4/5 gradi.
Questo effetto è enormemente mitigato da un importante presenza di alberi e dal loro fogliame. L’ombra sotto gli alberi non crea solo uno straordinario spazio urbano e sociale, ma abbassa anche la temperatura in modo considerevole. Gli alberi contribuiscono anche a modificare l’umidità relativa verso un maggior conforto fisico. Infine collaborano, come è noto, all’assorbimento del CO2 emesso dal traffico.
Per fare un esempio, 100mila alberi compensano lo smog prodotto da 5.000 automobili.
Se vogliamo quindi che le città diventino luoghi più vivibili, e che non facciano pagare un eccessivo prezzo al loro essere luoghi di vita associativa e di scambio, allora hanno anche bisogno degli alberi che così assumono un ruolo tutt’altro che decorativo.
Ho lavorato su questo tema, come architetto e urbanista, in molte città in giro per il mondo, fianco a fianco con straordinari botanici e uomini di scienze.
Mi sono sentito dire che gli alberi in un contesto urbano hanno bisogno di terra per le radici, e gliela abbiamo data. Mi sono sentito dire che gli alberi in città soffrono, e abbiamo trovato il modo di farli stare bene. D’altronde, se soffrono gli alberi figuriamoci la gente e i bambini. Mi hanno fatto notare che alcuni alberi provocano allergie, e abbiamo selezionato piante che non emettono pollini. E poi che perdono le foglie, e bisogna raccoglierle: giusto. E poi che coprono le insegne dei negozi: vedete voi. E infine, che rubano spazio ai parcheggi per le automobili. E su questo hanno ragione: gli alberi prendono inevitabilmente il posto dei parcheggi e del traffico automobilistico.
Ma è proprio quello che ci vuole: questo è l’aspetto più importante, nella visione umanisticamente corretta delle nostre città nel futuro. Occorre assolutamente salvarle dal traffico e dall’enorme quantità di parcheggi che le stanno soffocando. Più parcheggi si fanno e più traffico si attira, come la fisica insegna. Alcune città più dotate di trasporti pubblici l’hanno capito: a Londra è vietato costruire parcheggi in centro, a Stoccolma per disincentivare l’uso dell’auto una fermata del tram non è mai più lontana di trecento passi, e se il mezzo non arriva entro venti minuti il passeggero mancato ha diritto al taxi gratis. Occorre mettere tutte le risorse per costruire trasporti pubblici e dotare le nostre città di parcheggi di cintura. È chiaro che gli alberi in città hanno un ruolo importante in questa visione. C’è chi, cinicamente, dice che questo non avverrà mai. Scommettiamo che sì? È ormai inevitabile: spendiamo meno in parcheggi e sottopassi, e investiamo nel traffico pubblico.
E poi costruiamo una cintura verde come baluardo alla crescita scriteriata ai bordi delle città, rinforziamo i parchi urbani, cogliamo ogni possibile occasione di riconversione industriale o ferroviaria per aumentare gli spazi verdi e sfruttiamo ogni occasione ragionevole per dotare di alberi le strade, le piazze, i viali dei centri urbani. Così salveremo le città. Insomma, bisogna piantare alberi nelle città, e bisogna farlo con le Soprintendenze, perché si deve valutare ogni volta il rapporto sottile tra la città costruita, storia e monumento, e l’effimero degli alberi che cadenzano le stagioni. Gli alberi così fragili e vulnerabili diventano testimoni di una rivoluzione che è ormai irrinunciabile. Cito ancora Calvino, che nelle Città invisibili ci esortava a riconoscere in ogni città, anche la più brutta, un angolo felice. E in un angolo felice c’è sempre un albero.
Così quando Claudio Abbado, con la sua ormai famosa richiesta di remunerare «in natura» il suo ritorno alla Scala, mi chiese di aiutarlo a piantare alberi a Milano risposi con entusiasmo. Non solo perché c’e un nesso tra gli alberi e la musica (ambedue nel segno della leggerezza, del momentaneo e del passeggero) ma anche perché sono metafora di una visione diversa del futuro nostro e delle nostre città bellissime. Certi progetti hanno bisogno di un grande disegno e non sempre le amministrazioni ne sono capaci. Ho pensato che con gli alberi a Milano si potesse ricreare quell’equilibrio che è il segreto di una città felice. Anche perché si sta preparando all’Expo 2015, proprio sul tema della natura e della sostenibilità. Purtroppo devo prendere atto che la città di Milano non intende proseguire su questa strada. Peccato.
Il divorzio di Milano dagli alberi di Piano
di Stefano Bucci
MILANO— Il divorzio c’è stato, indubbiamente. Da una parte il maestro Claudio Abbado e i suoi novantamila alberi come compenso per tornare a dirigere alla Scala dopo 24 anni d’assenza (appuntamento già fissato il 4 e il 6 giugno) affiancato da Renzo Piano, l’uomo del Beaubourg e dell’Auditorium di Roma, che quegli stessi alberi avrebbe dovuto collocare (i primi avrebbero dovuto essere 220 frassini lungo l’asse via Dante-Castello-Cordusio). Dall’altra, il Comune di Milano (con tutti i suoi tecnici) da sempre assai critico, più o meno velatamente, nei confronti del progetto di Piano.
Ieri, a quanto pare, lo stop definitivo che ha portato Piano a dire: «Non ci sono più le condizioni per andare avanti». E questo perché, secondo il Comune, il progetto (che avrebbe dovuto prendere il via nella primavera 2011 e concludersi nel 2015) potrebbe essere realizzato solo trovando gli sponsor, «una ricerca di cui si dovrebbero però occupare direttamente» (per l’appunto) Piano, Abbado e il loro Comitato (dove compaiono il giurista Guido Rossi, l’ingegner Giorgio Ceruti, l’architetto Alessandro Traldi, il paesaggista Franco Giorgetta, la coordinatrice Alberica Archinto).
Piano, a questo punto, avrebbe dunque detto basta. Anche se il Comune non sembra così drastico: «Il progetto è davvero troppo oneroso, la situazione economica attuale non lo permette e non vogliamo esporci a facili critiche». Ma, allo stesso tempo, il sindaco di Milano Letizia Moratti si dice «disponibile a piantare quei 150 alberi destinati al "cuore" della città» ( una piccola parte della tranche iniziale di 3.500 tra centro e periferia). Per Piano il gran rifiuto del Comune è colpa di una visione deformata di questo progetto inteso solo «da un punto di vista semplicemente decorativo». Mentre per lui si tratta di qualcosa che contribuisce a migliorare la qualità generale di vita di Milano (seguendo, secondo un’idea da tempo a lui cara, quello che già hanno fatto città come Londra, Stoccolma, la stessa New York).
Appunto per questo Piano avrebbe voluto partire proprio dal centro: «Dove lo smog colpisce di più, dove l’aria è irrespirabile, dove la gente ha soltanto voglia di andare via, di scappare». I contrari hanno sempre visto in quegli stessi alberi (tutti da piantare per terra, nessuno nei vasi) un elemento che avrebbe rovinato la prospettiva della città. Mentre molti commercianti vedrebbero negativamente quelle chiome verdi che potevano oscurare le insegne e i tecnici parlano di troppo poco spazio tra le radici e i «sottoservizi» (metropolitana e altro). Tutto questo proprio nell’anno in cui la giapponese Sejima, direttrice della Biennale di Venezia, propone una mostra per «analfabeti dell’architettura», magari quegli stessi analfabeti che si ricordano con entusiasmo di una Piazza Santo Spirito a Firenze, di un Prato della Valle a Padova e di tutte quelle belle piazze e strade d’Italia piene d’alberi.
postilla
Se è consentito ai comuni mortali di esprimere modeste opinioni su alte sensibilità urbane ed estetiche, che di solito sfuggono al terrigno uomo della strada e della periferia, direi che si può trarre un insegnamento positivo da tutta quanta la vicenda: il Doppio Brodo Archistar stavolta invece di bollire l’opinione pubblica ha cucinato gli incolpevoli protagonisti. Che, speriamo proprio, da persone intelligenti quali sono potrebbero anche trarne altrettanto intelligenti conseguenze. Ovvero che la loro sensibilità, attenzione alla storia, all’estetica, al quadro internazionale ecc. ecc. risulta del tutto sprecata (per usare un eufemismo) in un contesto dove riflessioni e proposte del genere servono nel migliore dei casi come pudica foglia di fico per nascondere altre vergogne. Ad esempio che quella passeggiata di alberi cascava nel nulla strategico, era un gioiello della corona senza corona, buttato lì sulla pelata di un re nudo da far pena. Che va guardato per quello che è.
Insomma, forse in altri contesti si può forzare un pochino, e raccontare per le riviste di viaggi che tutto lo sviluppo della città si deve al grande architetto che ha firmato il museo, o la fontana nella piazza. Ovviamente non è vero: alla base di tutto ci sono anni di strategie, di sforzi collettivi, di piani e progetti coordinati. A Milano, l’unica strategia che emerge la leggiamo a pezzi e bocconi sui giornali da parecchi anni, almeno quando qualche cronista riesce a orecchiare particolari fra un consiglio di amministrazione e una sagrestia brianzola. Vada in pace, architetto Piano, guarderemo da qui volentieri - con un po' di invidia - le cartoline dei suoi progetti in altre città che li sanno digerire meglio (f.b.)
Una volta, l’urbanistica di rito ambrosiano funzionava così: l’operatore privato (il Ligresti di turno) comprava a quattro soldi un’area agricola; l’amministratore pubblico (il comune) la toccava con la bacchetta magica di una variante di piano e questa diventava edificabile; il costruttore costruiva, ci faceva su un guadagno stratosferico e ringraziava, con una bella stecca, la mano di chi aveva agitato la bacchetta magica. Oggi, nell’era di Roberto Formigoni e dell’Expo, il rito ambrosiano cambia. Fa tutto lui, Formigoni: il venditore, il compratore, lo speculatore immobiliare. Il presidente della Regione Lombardia ha deciso infatti di acquistare l’area su cui si terrà l’Expo 2015. A vendere è la Fondazione Fiera (ente pubblico della Regione, in mani cielline). A comprare, e pagare, è Finlombarda (finanziaria pubblica della Regione, in mani cielline). A operare e far costruire sarà Infrastrutture lombarde (altra azienda regionale, sempre in mani cielline). Insomma: Formigoni stabilisce il prezzo, lo fa pagare, agita la bacchetta magica che permetterà di costruire, e poi nel 2015, a Expo fatto, rivenderà a prezzo maggiorato e incasserà.
“L’Expo sarà fatto con investimenti pubblici e quindi tutti i vantaggi andranno al pubblico”, garantisce. Staremo a vedere. Intanto un paio di cose sono certe: il sindaco di Milano, Letizia Moratti, è stato del tutto esautorato dall’affare Expo (“Scacco alla Regina” si dice fosse il nome in codice dell’operazione di Formigoni); e l’amministratore delegato della società di gestione dell’Expo, Lucio Stanca, è stato addirittura umiliato (ha cercato invano per settimane i soldi per comprare le aree e ora si deve fare da parte). Trionfa Formigoni, che diventa il vero regista della partita da qui al 2015. E gongola Giulio Tremonti, il ministro dell’Economia che ha negato finora i soldi a Letizia Moratti e a Lucio Stanca e ora brinda a champagne perché ci pensa Roberto, “uno di noi” (come diceva il suo slogan elettorale). Felice anche la Lega, che all’Expo non ha mai creduto troppo. “È una soluzione che dà alla società la possibilità di lavorare meglio”, ha dichiarato Leonardo Carioni, il leghista che rappresenta il ministro Tremonti nel consiglio d’amministrazione della società guidata (per ora) da Stanca. Sarà presto sostituito?
Chissà. I rumors danno in arrivo, come suo sostituto, Luigi Roth, di fede ciellina e obbedienza formigoniana, che era ai vertici della Fiera. La Regione (e il comune, se vorrà rientrare nella partita e se troverà i soldi per una quota più piccola) diventano direttamente operatori immobiliari. Comprano un’area che ora è a verde agricolo e inedificabile. La pagheranno (ma a debito) a un prezzo ben più alto del valore agricolo (la cifra che gira è attorno ai 200 milioni di euro). Si assumono tutti i rischi di un imprenditore privato, in tempi grami, di crisi nera. E sperano domani, a Expo finito, di rientrare rivendendo i gioielli. Cioè la possibilità di costruire sull’area. Quanto? L’indice d’edificabilità indicato è 0,6 ossia un totale di 600 mila metri quadri. Ma il nuovo piano di governo del territorio (Pgt) in approvazione a Milano innalza l’indice a 1 per questa che considera “zona di trasformazione speciale”: dunque si potrà costruire ben 1 milione di metri quadri, e con un mix funzionale libero, a gentile discrezione degli operatori. È il rito ambrosiano 2.0.
L'AQUILA - Guido Bertolaso non diventerà cittadino onorario dell'Aquila. La proposta di conferire lo status al capo della Protezione Civile - avanzata da quattro consiglieri comunali del centrodestra-è stata bocciata. Bocciata dalla commissione statuto e regolamenti del Comune. Sedici i voti contrari, solo due i favorevoli. Due, invece, gli astenuti.
Una votazione maturata al termine di un dibattito acceso. Molti consiglieri comunali, durante la seduta che si è svolta l'altra sera, hanno preso la parola per invitare i promotori dell'iniziativa a ritirare la proposta in quanto «improponibile, e non solo per il coinvolgimento del capo della Protezione Civile in alcune inchieste giudiziarie». Al momento del voto, alcuni esponenti del centrodestra hanno abbandonato l'aula lasciando così, soli, due colleghi favorevoli. Un pasticcio «aggravato» per Luigi D'Eramo (consigliere della Destra) «anche dalla giunta Cialente che ha accompagnato la trasmissione della proposta con un parere. Una sorta di invito a rinviare tutto a un altro momento». «La figura di Bertolaso divide la città» ha commentato il presidente della Commissione Statuto e Regolamenti, Giuseppe Bernardi «ritengo che nei prossimi mesi si potrà invece valutare di riconoscere, simbolicamente, la cittadinanza onoraria a tutte le organizzazioni di volontariato, tra cui la Protezione Civile che si sono attivate per L'Aquila».
«È l'ennesima brutta figura dopo quella della contestazione del consiglio comunale nella notte della commemorazione delle vittime - è stato invece il commento del commissario delegato per la ricostruzione, Gianni Chiodi, che è anche presidente della Regione Abruzzo - su una cosa di questo genere L'Aquila rischia di avere una pessima reputazione. E se c'è una persona che deve avere la cittadinanza onoraria, è proprio Bertolaso. È stata attribuita a personaggi che hanno avuto a che fare con L'Aquila per situazioni meno importanti che non hanno segnato la storia della città, come invece avvenuto con il capo della Protezione Civile nazionale che si è occupato della emergenza causata da una tragedia epocale». Tace per il momento - su questa vicenda - il sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, da sempre vicino a Bertolaso.
La notizia della bocciatura è stata, invece, accolta positivamente da parte dei rappresentanti dei comitati cittadini sorti all'indomani del terremoto del 6 aprile 2009, tra tutti il «3e32». «L'assistenza alla popolazione cittadina rappresenta un diritto - ha detto Sara Vegni - e non qualcosa che più volte è passato come un 'regalo' da parte del Governo e della Protezione civile». «Bertolaso? Non ha mai incontrato i parenti delle vittime. Ed essendo note le responsabilità del suo dipartimento sugli allarmi inascoltati prima della tragedia, non mi sembra un fatto di poco conto» dice Antonietta Centofanti, del comitato vittime della Casa dello Studente.
Altro che cittadinanza ufficiale! Su eddyburg abbiamo puntualmente denunciato – quando ancora da ogni parte si applaudiva al Commissario e al suo Duce per la splendida riuscita del dopo terremoto – quanto fosse criticabile l’insieme delle scelte effettuate dalla potente coppia. Esse sono consistite n’ideologia della moltiplicazione delle “Milano due”, trasformata in microlottizzazioni sparpagliate sul territorio in insediamenti posticci, nei quali l’unico elemento di socialità è la televisione a casa, e l’abbandono al degrado dell’unica realtà capace di ridare anima ai territori terremotati, la città dell’Aquila. Il libro, a cura di Georg Frisch,Non si uccide così anche una città? (Clen, Napoli, 2009, € 10) ha documentato e denunciato il delitto. Nella prossima edizione dell’iniziativa di eddyburg , “Una città, un piano”, esamineremo la vicenda del dopo terremoto in tutto il suo spessore.
Chiunque sappia quello che è successo e sta succedendo, e per colpa di chi, inorridisce al pensiero che qualcuno abbia voluto dare un premio al Commissario e, indirettamente, al suo Duce. E vede nella decisione del Consiglio comunale della città due volte colpita un gesto dovuto, consapevole e chiaro, senza se e senza ma.
Sentiremo parlare degli avvoltoi aquilani che ridevano per il terremoto. Ma tra qualche tempo. Forse. La legge di Berlusconi sulle intercettazioni prevede che i giornali possano pubblicare i materiali di un'inchiesta solo a conclusione delle indagini preliminari. Nemmeno un riassunto del contenuto sarà consentito. Poi, ieri, un'altra perla: non si potrà registrare una conversazione di cui si è parte, a meno che la persona registrata non commetta un reato. Se una donna vuole incastrare il violentatore che in quel giorno non si esibisce nel suo sport preferito, rischia fino a quattro anni di carcere. È il cosiddetto «emendamento-D'Addario». Lo stesso vale per le riprese pirata, i «fuori-onda» che hanno fatto la storia di Striscia, Le iene, Report, Annozero e in genere della tv d'inchiesta.
Da questi dettagli si capisce meglio perché il disegno di legge, all'esame della commissione giustizia del senato, sia il più atteso da Berlusconi, insieme alla riforma della giustizia. Cancellare il diritto di cronaca è questione di fondamentale importanza per chi ci ha regalato il Tg1 di Minzolini. Non stupisce che in un paese in testa alle classifiche per corruzione si voglia spuntare un'arma senza la quale giornalisti e magistrati sono poteri dimezzati, non più controllori ma controllati. In un paese, non lo ricorda quasi più nessuno, divorato dal conflitto di interessi.
Stupiscono invece i commenti positivi di alcuni esponenti del Pd, solo perché nel disegno di legge al posto di «evidenti indizi di colpevolezza» ora si parla di «gravi indizi di reato» per consentire le intercettazioni. Basta un passo avanti e due indietro del centrodestra per tirare avanti. La gravità della situazione non è sfuggita invece alla Federazione nazionale della stampa che ha già convocato una manifestazione per il 28 aprile, giorno del nostro trentanovesimo compleanno. Sarà un buon modo per festeggiarlo.
La prima mossa del governatore Caldoro
La Campania grazia le ville abusive
di Antonio Salvati
E pensare che qualche giorno fa l’ex capo dell’Antimafia napoletana, quel Franco Roberti ora procuratore capo di Salerno, aveva annunciato l'avvio delle demolizioni degli abusi edilizi in Costiera amalfitana. Tempo perso, visto che adesso il Governo è pronto ad approvare un decreto legge che dovrebbe sospendere le procedure di demolizione delle abitazioni abusive in Campania, per dare modo alla Regione di legiferare e riaprire i termini del condono edilizio.
Potrebbe essere questo il primo atto della nuova «era Caldoro» e a comunicarlo è Carlo Sarro, senatore del Pdl che già aveva tentato di fermare le ruspe inserendo una sospensione nel decreto milleproroghe. L'emendamento avrebbe consentito la riapertura dei termini del condono fino al 31 dicembre 2010 per abusi commessi entro il 31 marzo 2003, ma venne bocciato dalla Commissione affari costituzionali. Così il testo è stato trasformato in una proposta di legge firmata dai senatori del Pdl in Campania. «Ma in questi giorni il presidente Caldoro ha sollecitato il governo a una soluzione più veloce rispetto alla via parlamentare». Il neo governatore della Campania - spiega Sarro - avrebbe «interloquito con il presidente Berlusconi e con il sottosegretario Letta e l'ipotesi di decreto potrebbe essere in tempi brevi all’esame del Consiglio dei Ministri».
Il decreto sarebbe arrivato sul tavolo del pre-consiglio dei ministri di ieri mattina su proposta del ministero delle Infrastutture. Ma i tecnici di alcuni dicasteri - in particolare dell’Ambiente e dell’Interno - avrebbero espresso alcune riserve, considerando il rischio di vanificare gli effetti delle sentenze penali di condanna a carico di chi costruisce abusivamente. È dal novembre scorso che le ruspe, scortate dalle forze dell’ordine, girano in lungo e in largo tutta la Campania. Nel casertano e nel napoletano, soprattutto, epicentro dell’abuso edilizio dove sono oltre trentamila gli edifici da abbattere a seguito di sentenze inappellabili. Diecimila costruzioni abusive sono state individuate solo nell’agro Aversano, la terra controllata dal clan dei Casalesi. Il record spetta al comune di San Cipriano d'Aversa, poco più di tredicimila abitanti spalmati su un territorio di sei chilometri quadrati di superficie. Solo qui si contano 1380 abitazioni abusive: più di tutte quelle che esistono in Francia.
Sono mesi che in tutta la regione si susseguono cortei e proteste di piazza contro le ruspe. Proprio ieri, a Torre del Greco, in quattrocento hanno sfilato per chiedere di fermare le demolizioni. Tre mesi fa, a Ischia, il malcontento degli abusivi si era manifestato anche con tensioni e scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Aspetta di leggere il testo del decreto Aldo De Chiara, procuratore aggiunto di Napoli in prima linea nella lotta all’abusivismo: «Non posso pronunciarmi su un decreto che non ho letto, oggi sarebbe prematuro commentare l’iniziativa dell’Esecutivo senza conoscere il testo - ha risposto sollecitato sull’argomento - Aspetto di leggere il testo del decreto».
Si dice incredulo, invece, il leader regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli: «A questo punto manca solo il condono per gli abusi non ancora commessi. E cosa diranno i proprietari di immobili già demoliti? Bisognerebbe farglieli ricostruire».
La Sardegna sempre più esclusiva
di Nicola Pinna
Sette stelle possono vantarle in pochi. Ma la Costa Smeralda non si poteva privare di questo primato. E dopo sette anni di battaglie burocratiche la Colony capital di Tom Barrack ha conquistato il permesso che sognava: gli alberghi migliori di Porto Cervo e dintorni diventeranno ancora più lussuosi. Più grandi e più splendenti.
Il restyling, che il patron della Colony progettava dal 2002, ora può partire. Storia vecchia e dimenticata quella del blocco delle costruzioni a due passi dal mare imposto dall'ex governatore Renato Soru. Ieri la Regione ha dato l'ultimo parere necessario e così Tom Barrack, il magnate texano che ha acquistato gli alberghi più lussuosi realizzati (nel 1962) da Karim Aga Khan, è pronto a lucidare i suoi gioielli. I russi, gli arabi e gli altri magnati che ogni estate passano le vacanze in Sardegna lo chiedevano da tempo. Ora sono stati accontentati. Ma per la prossima estate non ci sarà il tempo di concludere i lavori, che prevedono un investimento di 80 milioni. Il progetto di ampliamento riguarda i quattro super-resort della Colony: Cala di Volpe, Pitrizza, Hotel Cervo e Romazzino. Le volumetrie cresceranno del 25% e le stelle passeranno da cinque a sette.
Per concludere la trattativa, Tom Barrack, ha trattato col presidente della Regione, Ugo Cappellacci, e ieri c'è stato l'ultimo passaggio: la «verifica di coerenza volumetrica con il contesto paesaggistico e ambientale». Nessuna colata di cemento, ma lavori di ristrutturazione a basso impatto. Compresa la realizzazione di nuove suite, centri benessere e altre stanze, per così dire, un po' meno lussuose. Il Comune di Arzachena (il paese che vanta un territorio da favola come quello della Costa Smeralda) avrà grandi benefici da questa operazione: cinque milioni di euro per le concessioni e altri due milioni per realizzare nuove opere pubbliche.
Il Cala di Volpe, il più bello dei quattro alberghi, è un lusso alla portata di pochissimi. Di gente che può permettersi di chiedere sei Ferrari grigie per una gita tra i tornanti della Gallura. E che ha il coraggio di rispedirle indietro perché una è di colore diverso. La suite presidenziale è ai primi posti della classifica di Forbes sulle stanze più costose del mondo. Quando Jacques Couelle l'ha disegnato, nel 1963, l’aveva immaginato come un villaggio sospeso sull'acqua e invecchiato dal tempo: un diamante incastonato in quel gioiello che era la nascente Costa Smeralda . L'ha voluto sobrio, stile rustic-luxurious.Ora tutto sarà ancora più scintillante. Compresa la suite presidenziale: 30 mila euro a notte per 70 metri quadrati, tre camere da letto, due salotti, piscina privata e una piccola palestra.
La suite era nata per teste coronate e affini. Margareth d'Inghilterra aveva organizzato una festa nel 1967, Carlo d'Inghilterra e Diana avevano passato alcuni giorni della luna di miele. Ma chi vuole risparmiare può ripiegare su una «normale» doppia: 2300 euro a mezza pensione.
Tramonta il sogno di Soru
di Jacopo Iacoboni
Non è solo superlusso, è (anche) il tramonto postumo della politica di Renato Soru; molto più che un Evento: un segnale dello spirito del tempo.
Durante un'estate in cui si battè per far pagare a russi e sauditi una tassa sul lusso, l’ex governatore che voleva impedire gettate di cemento entro 12 km di costa, e forse sognava di guidare un Pd vittorioso, confidò: «E’ gente che vive come in una soap opera». Ce l’aveva col mondo-Billionaire di Briatore ma anche i proprietari di yacht, i frequentatori degli alberghi di Barrack, nani e ballerine delle estati lelemorate.
È tutto finito, ora. La Sardegna vuole godere, non studiare i nuraghi. A Soru piaceva La Maddalena, «piccola Parigi» cantata da Mario Soldati. Amava Irgoli, e Capo Comino, un’oasi unica, gli olivi, il mare che si avvicina. Ma il mare - a forza di non ammetterlo la sinistra le becca sempre - è anche quello dei tramonti incantati dall’hotel Cala di Volpe, che estasiavano Faye Dunaway e l'Aga Khan, dove oggi magari incontri il Cavaliere in bandana, o la sera puoi assistere alla saga kitsch di Zucchero che insulta le signore... Anche quello, indimenticabile
Sono passati quarant'anni da quel 22 aprile del 1970 che era stato dichiarato in tutto il mondo "Giornata della Terra" (Earth Day), la prima "giornata" delle tante che sono poi seguite nel nome "della Terra", "dell'ambiente", "dell'ecologia". Quante speranze e quante delusioni in questi quarant'anni.
La primavera del 1970 arrivava portata dal vento dei grandi movimenti di contestazione ambientali: contro le esplosioni atomiche nell'atmosfera, che stavano avvelenando con atomi radioattivi le acque e il corpo di tutti i viventi, umani compresi;contro i pesticidi clorurati persistenti, denunciati dal libro di Rachel Carson Primavera silenziosa; contro il piombo tetraetile, il "miracoloso" additivo per benzina che permetteva alle automobili di correre rombando e che lasciava uscire dai tubi di scappamento il velenoso piombo in forma volatile, respirato da tutti gli abitanti delle città; contro il "miracoloso" catalizzatore mercurio che le industrie chimiche scaricavano, velenoso, nell'aria e nelle acque; contro il petrolio sversato dalle petroliere in tutti i mari e oceani.
Arrivava dopo la sequenza di frane della Calabria e dopo la grande alluvione di Firenze, Venezia e Trento che aveva fatto vedere ancora una volta la fragilità del nostro territorio. Il mondo intero scopriva, in quella lontana primavera, l'"ecologia", la parola magica che prometteva, ricordando le ineludibili leggi della natura, un mondo più pulito e meno violento, in cui le singole persone e l'intera comunità mondiale, nei paesi capitalisti, in quelli comunisti e in quelli del terzo mondo, poteva sperare di cancellare almeno alcuni degli errori delle scelte economiche del passato.
Naturalmente anche allora c'erano i volonterosi portavoce degli inquinatori, grandi e piccoli, che negavano i pericoli ambientali; d'altra parte la compagnia petrolifera di stato, l'ENI, aveva fatto fare uno studio in cui dimostrava che la prevenzione dei guasti ambientali sarebbe costata, anche solo in termini di soldi, meno di quanto il paese avrebbe dovuto spendere se si fosse continuato con frane, alluvioni, inquinamenti, congestione urbana.
In quel 1970 c'erano anche governanti che vollero vederci chiaro; l'allora presidente del Senato Fanfani convocò una serie di audizioni, durate tre mesi, di studiosi e senatori di tutti i gruppi, sui "Problemi dell'ecologia"; nel 1971 fu approvata all'unanimità (cosa anche allora non comune) una mozione che elencava le azioni che sarebbe stato necessario intraprendere per avere un ambiente migliore. Il governo del tempo nel 1973 predispose e pubblicò la prima relazione sullo stato dell'ambiente, meritevole di essere letta ancora oggi.
Si può ben dire che da quella lontana "Giornata della Terra" si sia messa in moto, per alcuni anni, una politica di revisione delle leggi esistenti, di nuove leggi in difesa delle acque, dell'aria, di modifica dei cicli produttivi, di identificazione e eliminazione dalle merci di molte sostanze dannose. Nei decenni passati da allora sono nati e morti partiti verdi, associazioni ambientaliste, sono state scritte miliardi di parole, si sono tenute diecine di conferenze "ecologiche", si sono moltiplicate le cattedre universitarie. Ma, purtroppo, è diminuita l'indignazione per le violenze all'ambiente, sono quasi scomparse le speranze. Più o meno a partire dal 1990 sono aumentate, a parole, le dichiarazioni di amore ecologico, ma nello stesso tempo l'abusivismo e i condoni edilizi hanno soffocato gli spazi urbani, la divinizzazione dell'automobile e dei consumi ha convinto la maggior parte delle persone che il successo economico deve mettere in secondo o terzo piano la difesa dell'aria e delle acque.
La privatizzazione delle coste e delle spiagge, dei terreni soggetti a usi pubblici, una dissennata compiacenza verso il turismo di assalto, ha portato all'erosione delle spiagge e alla distruzione di vaste estensioni di boschi; l'abbandono dell'agricoltura delle zone collinari e montuose ha reso più frequenti le frane e le alluvioni, i cui danni si stanno facendo più gravi perché le presenze umane si sono insediate nei fondovalle, lungo il corso o addirittura "dentro" il corso dei fiumi e dei torrenti e delle lame, proprio nelle zone in cui ogni pioggia più intensa spazza via strade e case e vite umane. L'abbandono di molte attività industriali ha lasciato vasti terreni contaminati con i rifiuti spesso nocivi che percolano nelle acque sotterranee e aspettano da anni le promesse "bonifiche".
Ben orchestrate operazioni pubblicitarie negano le responsabilità umane per i guasti ambientali e mascherano di "verde" e di "biologico" mode consumistiche, dai deodoranti ai divani, dalla benzina alle minicar. Quarant'anni di "ecologia" a parole non sono riusciti ad evitare che in molte zone d'Italia (per non parlare dei problemi planetari) manchi l'acqua, che molte grandi città del Nord abbiano un'aria così inquinata da costringere gli amministratori a vietare la circolazione, almeno per alcune ore domenicali alla settimana. Grandi città, a cominciare da quelle pugliesi, adornano i tetti con graziosi pannelli fotovoltaici, pagati con incentivi pubblici, ma sversano ancora parte delle fogne nel terreno o nel mare. Si susseguono affollate tavole rotonde sulla migliore raccolta differenziata, ma i sacchi dei rifiuti, nel Sud finiscono nei campi e nelle discariche spesso gestite dalla criminalità organizzata, e nel Nord finiscono negli inceneritori inquinanti che si moltiplicano perché i contributi statali assicurano un alto prezzo per l'elettricità che essi producono spargendo fumi nocivi nei polmoni degli abitanti vicini. Alcune buone leggi, come quella sulla difesa del suolo, sono state abrogate, altre sono state attenuate nei vincoli necessari.
Che ambiente fa, che ambiente farà domani ? L'Italia possiede incredibili ricchezze ambientali e culturali che potrebbero farne una guida per tutti i paesi industriali e arretrati, se ritrovassimo la carica di speranza e di volontà politica, la forza di indignazione, che attraversò il paese quarant'anni fa ? Ci riusciremo ?
Le mani di Roberto Formigoni sull´Expo. Sarà la Regione, infatti, ad acquistare i terreni attualmente di Fondazione Fiera e gruppo Cabassi. La proposta del governatore, che dribbla i dubbi sulla compravendita manifestati dal ministro Giulio Tremonti, è stata formalizzata ieri nell´incontro tra i soci di Expo 2015. Il sindaco Letizia Moratti potrà partecipare, ma di fatto è stata messa nell´angolo. Come l´ad Lucio Stanca, che potrebbe essere affiancato presto da un direttore generale.
Roberto Formigoni dribbla i dubbi del ministero dell´Economia sull´acquisto delle aree e mette le mani sull´Expo 2015. Sarà la Regione attraverso Finlombarda, oppure una newco composta da Regione, Comune e Provincia a comperare i terreni attualmente di Fondazione Fiera e del gruppo Cabassi dove si svolgerà la manifestazione nel 2015. La proposta è stata formalizzata ieri dal governatore all´incontro tra i soci di Expo 2015 spa, in cui si doveva scegliere tra l´ipotesi di acquisire il solo diritto di superficie dell´area o quella dell´acquisto vero e proprio. Si è scelto per la seconda. «La soluzione preferibile - spiega Formigoni - per superare l´impasse cui la società di gestione ha cercato di porre rimedio in questi mesi. Eravamo pronti a farlo da soli, ma ben venga la partecipazione degli altri soci pubblici anche con quote differenti. Lavoreremo in tempi strettissimi perché le idee le abbiamo chiare. Tutti i cittadini devono sapere che l´Expo sarà fatto con investimenti pubblici e quindi tutti i vantaggi andranno al pubblico. Questo spazza via ogni ipotesi o sospetto di un vantaggio privato». La nuova società, infatti, avrà solo il compito di acquistare le aree, che naturalmente aumenteranno di valore dopo la manifestazione del 2015.
Il sindaco Letizia Moratti non sembra preoccupata dai vincoli posti al suo bilancio dal patto di stabilità: «L´acquisto da parte degli enti pubblici - dice - è un segnale importante perché gli enti pubblici avranno poi anche i vantaggi delle eventuali plusvalenze rispetto agli investimenti che verranno fatti». Lucio Stanca, amministratore delegato della società di gestione dell´Expo, è soddisfatto anche se ora non sarà più lui a trattare. «Un´ottima soluzione - commenta - molto più lineare e istituzionale». Anche se in realtà la sua idea iniziale era che fosse la società di gestione ad acquistare le aree. Persino il presidente della Provincia Guido Podestà, che in mattinata si era improvvisamente convertito all´ipotesi dell´acquisto del solo diritto di superficie, nel pomeriggio corregge il tiro: «Siamo disponibili a partecipare con una quota ancora da definire».
Il ministero dell´Economia ufficialmente tace, anche se la proposta di Formigoni di fatto lo solleva dalle spese per l´acquisto dei terreni. Il suo rappresentante nel cda di Expo 2015 spa, Leonardo Carioni, della Lega, non sembra avere dubbi: «È una soluzione che dà alla società la possibilità di lavorare meglio». Anche i vertici della Fondazione Fiera sembrano soddisfatti e aspettano di incontrare al più presto chi tratterà per il Pirellone. Sanno di poter contare finalmente su un acquirente con un portafoglio più ricco di Comune e Provincia.
Chi attacca l´operazione senza mezzi termini è, invece, l´opposizione di centrosinistra. «Con questa mossa di Formigoni la Moratti non toccherà più palla e il governatore sarà l´unico regista dell´Expo» incalza Matteo Mauri del Pd. Gli fa eco il deputato Vinicio Peluffo: «Per un problema politico tutto interno al centrodestra, vale a dire il disinteresse del governo a investire sulla società di gestione, siamo di fronte all´ennesima scelta che moltiplica le spese e fa perdere tempo nel decidere chi fa cosa».
Resta ancora da capire quando Berlusconi firmerà la lettera di garanzia dei finanziamenti, che la società di gestione dovrà presentare con il dossier definito di candidatura al Bie a Parigi entro il 30 aprile. «Il presidente la dovrebbe firmare proprio in queste ore» assicurava ancora ieri la Moratti. Mentre Formigoni preferiva non sbilanciarsi e aggiungeva prudentemente: «Lo dice lei».