La Banca Centrale europea acquisterà obbligazioni dei paesi deficitari. Cioè venderà titoli «buoni» per prendersi quelli «tossici». Chi pagherà questa operazione? I già indebitatissimi contribuenti...
Torna la sfiducia sui mercati e ieri l’Italia, per collocare l’ennesima emissione, ha dovuto maggiorare il tasso d’interesse. Possibile che mille miliardi siano insufficienti a ripristinare la fiducia nel debito sovrano di Eurolandia? Ecco qualche cifra per aiutarci a rispondere a questa scomoda domanda. I soldi stanziati equivalgono all’8,4% del PIL dell’Unione Europea, ma coprono il 10,6% del suo debito pubblico complessivo, poca cosa quindi. Bastano appena a coprire fino al 2012 il deficit del Portogallo, della Spagna e forse anche dell’Irlanda (500 miliardi di euro), ma se il contagio si estende anche all’Italia e al Belgio, allora bisognerà ricorrere a ulteriori iniezioni di denaro. I mercati si chiedono dove troveremo tutti questi fondi, ricorrendo a un ulteriore indebitamento? Poiché non illudiamoci è il debito il cavaliere bianco che dovrebbe salvare dalla bancarotta la giovane moneta europea.
Tutti sanno che l’Europa non ha a disposizione la liquidità stanziata nel fine settimana e quindi la deve creare. E lo farà indebitandosi. La Commissione Europea venderà obbligazioni per 60 miliardi di euro usando come collaterale i 141 miliardi stanziati per il suo bilancio. Questi soldi andranno a rimpinguare il fondo d’emergenza della bilancia dei pagamenti europea, già usato nel 2008 per correre in aiuto di altri paesi dell’Unione: Lituania, Romania e Ungheria. Allora però l’esborso fu di appena 15 miliardi di euro.
I paesi membri ed il FMI stanzieranno 440 miliardi di euro; l’ammontare che ogni stato dovrà fornire dipenderà naturalmente dal peso economico che ciascuna nazione riveste nell’Unione, ciò significa che i tedeschi dovranno pagare di più dei portoghesi. Ma dato che nessuno ha a disposizione tanto contante tutti andranno sul mercato e venderanno obbligazioni, in altre parole s’indebiteranno.
In un déjà vudell’acquisto dei beni tossici delle banche da parte del Tesoro americano, la Banca Centrale europea s’impegna poi a intervenire sul mercato internazionale per acquistare le obbligazioni dei paesi deficitari, spingendosi fino al mercato repo, quello dove finiscono quelle spazzatura prima di andare in bancarotta, e le acquisterà ogni volta che sarà necessario. E dato che non ha fondi a sufficienza per farlo dovrà vendere titoli “buoni” per acquistare quelli “tossici”. Tutte queste decisioni, naturalmente, vanno contro gli accordi di Maastricht e di Lisbona che vietano alla Banca Centrale Europea di comportarsi come una banca centrale di uno stato sovrano.
Non è però detto che questa strategia funzioni o che basti ad arginare la sfiducia nel debito sovrano dei mercati. Sebbene sulla carta il grande salvataggio di Eurolandia sembri perfetto ed infatti lunedì i mercati si sono concessi una giornata di totale euforia -, in pratica però si tratta di un gigantesco indebitamento di cui nessuno è a conoscenza delle modalità. Tra le domande che gli operatori si pongono ce ne sono alcune che pesano più di altre: il fondo di stabilità è una garanzia di solvibilità o un semplice fondo? Il mercato vuole sapere cosa succederà quando non ci saranno più soldi nelle sue casse e bisognerà “salvare” l’ennesima nazione. Quali le condizioni per accedere al fondo e chi lo monitorerà, l’UE, il FMI o tutti e due? Quando entrerà in vigore e sarà operativo questo fondo?
Ma anche se trovassimo una risposta a tutte le domande tecniche esistono dietro l’angolo altri ostacoli: il meccanismo di salvataggio proprio perché va contro lo spirito dell’Unione e poggia sull’indebitamento dovrà essere ratificato dai parlamenti di ciascun paese ed in alcuni di questi, ad esempio la Germania e l’Olanda, questa potrebbe essere un’impresa non facile. L’intervento della BCE anche se “sterilizzato”, e cioè tenuto lontano dalla creazione di moneta nell’Unione, rappresenta una minaccia per l’indipendenza delle banche centrali e farà gravitare le aspettative di inflazione e naturalmente la posizione debitoria di Eurolandia. Infine rimane la questione della ristrutturazione del debito dei paesi deficitari. La Spagna ha già detto che quest’anno taglierà il deficit dell’0.5% e dell’1% l’anno prossimo, con un tasso di disoccupazione al 22% ci si chiede come farà a farlo. Il Portogallo ha annunciato tagli dell’1% nel 2010 e del 1,5% nel 2011, ma si tratta di poca cosa di fronte alle dimensioni del debito pubblico europeo.
Il problema più serio è chi nel lungo periodo si accollerà il debito, i già indebitatissimi contribuenti europei? E tutte le piazze affari concordano che costoro non ce la fanno a tirare ulteriormente la cinghia. A che serve salvare l’Europa se per farlo dobbiamo sacrificarne gli abitanti?
L'Italia non è la Grecia, possiamo dormire sonni tranquilli. Ce lo dicono tutti, persino le società di rating si sono fatte più prudenti. Eppure c'è qualcosa che lega l'Italia alla Grecia: è la risposta alla crisi globale, un'opportunità per il capitalismo colpito al cuore da se stesso che tenta di ripartire utilizzando gli stessi meccanismi che l'hanno quasi affondato.
Il primo obiettivo è modificare i rapporti di forza cancellando regole, resistenze e contropoteri per avere mano libera sulla forza lavoro, spazzando via o inglobando i sindacati. Un processo coerente con la riduzione di spazi democratici e l'accentramento delle decisioni in pochissime mani in atto nella sfera politica e istituzionale. È il sogno di una governabilità garantita dalla cancellazione delle regole democratiche e degli anticorpi.
Il Congresso della Cgil doveva tentare di sciogliere questo nodo. Dentro la crisi, con un governo servile verso i poteri forti e aggressivo con i deboli senza potere, va in scena lo smantellamento dei diritti dei lavoratori attraverso la cancellazione di regole, garanzie e contropoteri. Il lavoro frantumato dalla globalizzazione è libero di agire senza alcun controllo politico - quello sociale ridotto al lumicino per l'inadeguatezza dei sindacati rispetto a una sfida, appunto, globale. Saltate le sicurezze e dunque le speranze di futuro, chi lavora è solo di fronte a chi lo comanda, non più classe ma numero, insieme di individui. La precarietà è una condizione che comprende l'intera vita delle persone.
Ai sindacati viene imposta una scelta: adeguarsi, rinunciare al conflitto e accettare le nuove regole «oggettive» in cambio di un lasciapassare ai luoghi del comando con un ruolo da uscieri, legittimati non più dagli «azionisti di riferimento», non dagli iscritti e dal mondo del lavoro, ma dalle controparti, governi e padroni. Uscieri a cui affidare crescenti pezzi di welfare privatizzati. Altrimenti, fuori dal gioco e dai tavoli (truccati).
Due le scelte possibili per la Cgil, dopo la controriforma dei contratti realizzata con un accordo separato imposto ai lavorati espropriati anche della parola. La prima è avanzata da una minoranza della Cgil, i metalmeccanici Fiom insieme a dirigenti e settori importanti: non basta dire no allo smantellamento delle regole, serve una risposta diversa da sostenere con un forte movimento di lotta. L'unità con Cisl e Uil, complici delle controparti, è un obiettivo da ricostruire. Chi non sa che uniti si vince e divisi si perde? Oggi però questa unità non è praticabile.
La seconda scelta è quella della maggioranza epifaniana della Cgil: non possiamo restare nell'angolo, un sindacato esiste in quanto contratta, dunque riprendiamo posto ai tavoli di trattativa. All'unità sindacale non c'è alternativa e chi lo mette in dubbio finisce fuori gioco. Non basta. Per sancire questa svolta la maggioranza ha imposto la modifica delle regole interne alla Cgil, a partire dallo statuto. E le categorie (in cui può crescere la mala erba del dissenso) perdono il diritto di parola. Proprio come l'insieme dei lavoratori.
La Cgil cambia natura? Un passo in questa direzione è stato sancito da un Congresso debole nei contenuti, fortissimo nell'esclusione del pensiero critico.
Un passo pericoloso, ma strada è ancora lunga.
Procede a marce forzate la Grande Festa dello smantellamento dello Stato in favore del profitto privato. Qualche esempio. Da anni è in corso la vendita del patrimonio immobiliare pubblico, anche se le due società a cui Tremonti nel 2002 prevedeva di cederlo in blocco («Patrimonio dello Stato S.p.A.» e «Infrastrutture S.p.A.») hanno prodotto un gettito minimo rispetto alle previsioni. Di fronte a quel decreto, la Frankfurter Allgemeine affibbiò al nostro governo di allora (non poi tanto diverso da quello di oggi) l’etichetta di "talibani di Roma". Ma mentre la svendita del patrimonio statale va più lentamente del previsto, Comuni, Province e Regioni si danno da fare, anche perché secondo la L. 133 del 2008 (art. 58) devono allegare al bilancio di previsione il «piano delle alienazioni immobiliari». E infatti Treviso vende la chiesa di San Teonisto (sec. XIV), che al Comune fu donata nel 1811 dal viceré d’Italia; Prato getta sul mercato il monastero di San Clemente (fondato nel 1515), già destinato ad archivio comunale; la provincia di Salerno mette in vendita Palazzo d’Avossa (sei-settecentesco), sede della locale Soprintendenza. Esemplare il caso di Verona: il Comune, con l’avallo del direttore regionale ai Beni Culturali Soragni, vende Palazzo Forti, donato alla città nel 1937 per destinarlo alla Galleria d’Arte moderna, che ancora vi ha sede. Il Comune ne ha mutato la destinazione d’uso (da culturale a commerciale), e utilizzerà l’incasso (33 milioni) per l’acquisto di un’area che, secondo un piano dello stesso Comune, potrà essere cementificata (280.000 metri cubi). Intanto, sulla base del "federalismo demaniale" promosso da Calderoli, il Comune chiede la proprietà degli immobili del demanio dello Stato siti in Verona (mura, forti, bastioni, porte antiche e altri beni vincolati): visti i precedenti, è facile immaginare quel che ne farà. Intanto il ministero della Difesa «ha debuttato a Venezia al salone del turismo immobiliare», annuncia lietamente ItaliaOggi (16 aprile): saranno destinati «a fini turistici» fari di tutte le coste italiane, il forte Cavour dell’isola Palmaria (di fronte a Portovenere), caserme in centro città a Firenze e a Venezia. A Brescia è in vendita la centralissima caserma Gnutti, dal nucleo sei-settecentesco, dopo che il Comune ha approvato (2009) variante urbanistica e cambio di destinazione d’uso. Modifiche interessate, visto che i Comuni, se adeguano le normative urbanistiche e le destinazioni d’uso alla nuova vocazione turistica della Difesa e del Demanio, possono ottenere fino al 15% del ricavato. Stratega dell’operazione Difesa, secondo La Sicilia (13 aprile) è il ministro La Russa, sull’attenti davanti alle soverchianti forze del mercato. Scatta intanto il "federalismo demaniale", figlio non tanto minore del "federalismo fiscale" della L. 42/2009. Il testo Calderoli prevedeva il trasferimento a Comuni, Province e Regioni di beni del demanio marittimo e idrico, caserme e aeroporti, nonché monumenti vincolati, salvo quelli appartenenti al «patrimonio culturale nazionale». Questa inedita categoria, non prevista nel Codice dei Beni Culturali, presuppone quella non meno inedita di «patrimonio culturale regionale»: si straccerebbe così con una sola mossa l’art. 9 della Costituzione, secondo cui il patrimonio culturale è elemento costitutivo della Nazione, peraltro «una e indivisibile» (art. 5). Spezzettare il patrimonio e sbriciolare lo Stato è la stessa identica cosa. Qualche giorno dopo il ministro Bondi si vantò (giustamente) di aver ottenuto che il patrimonio storico-artistico fosse escluso dalle devoluzioni; ma non mancano tentativi di reintrodurre la norma. In ogni caso, che ne sarà del nostro paesaggio se «tutti i beni appartenenti al demanio marittimo e idrico» verranno dismessi dallo Stato (art. 5), perdendo la loro natura di bene demaniale? Per sua natura, il demanio marittimo e idrico è di proprietà pubblica perché comprende beni comuni di uso collettivo; ma il decreto Calderoli non prevede (come sarebbe possibile) il passaggio dal demanio statale a quello regionale, bensì la sdemanializzazione, per cui tutto, comprese le coste, diventa istantaneamente commerciabile, e dato lo stato comatoso delle finanze locali molto verrà gettato sul mercato. L’art. 6 prevede infatti l’attribuzione gratuita degli immobili già demaniali a "fondi immobiliari" di proprietà privata, purché i privati versino nel medesimo fondo proprietà di valore equivalente: ed è chiaro che solo i grandi costruttori sono in condizione di farlo. Perché qualcosa si salvi da questa svendita, le amministrazioni competenti devono chiederlo nel termine iugulatorio di 30 giorni. In altri termini, il demanio dello Stato viene disfatto e degradato a una condizione residuale; i suoi beni vengono polverizzati e ceduti al miglior offerente (o al peggiore). La svendita viene etichettata come "valorizzazione", ignorando cinicamente che secondo il Codice dei Beni culturali la valorizzazione ha l’unico fine di «promuovere lo sviluppo della cultura» (art. 6).
Riparte intanto puntuale il condono edilizio, che mediante una minima ammenda sanerà tutti gli abusi contro il paesaggio (la scadenza è il 31 dicembre 2010, ma anche questa è una festa mobile). E mentre in Campania le costruzioni abusive sono oltre il 20%, in buona parte da riciclaggio di introiti della camorra, il governo appronta un "decreto antiruspe" bloccando l’abbattimento, già deciso, delle costruzioni abusive. Allo "stato d’eccezione" che alcuni protagonisti della politica pretendono per se stessi si aggiunge un "paesaggio d’eccezione", in cui le norme di legge non valgono nulla, e le strutture della tutela vengono o asservite o defenestrate. Un bell’esempio è l’ordinanza 3840 del presidente del Consiglio, che assegna al sindaco di Milano, in quanto commissario per l’Expo 2015, il potere di agire in deroga (fra l’altro) al Codice dei Beni Culturali e alle norme su esproprio, opere idrauliche e contratti pubblici: cinque anni di azzeramento delle leggi in nome dell’emergenza. È la logica con cui alla Protezione Civile si assegnano commissariamenti d’ogni sorta (anche l’archeologia di Roma e Pompei, anche l’allestimento del Museo Nazionale di Reggio Calabria). Il ricorso al commissariamento, giustificato in nome dell’urgenza, non è neutro: al contrario, delegittima l’amministrazione ordinaria avviandone la finale dissoluzione, proclama la vittoria delle nomine politiche sulle competenze tecniche, accresce l’arbitrarietà delle decisioni e ne riduce la responsabilità. Precisamente il contrario della funzionalità di un’amministrazione, pubblica o privata che sia.
Al banchetto della Grande Festa ci sono queste ed altre ricche portate, ma nessuno le mette in fila leggendo l’intero menu; anzi, la segmentazione dei provvedimenti oscura la percezione del processo d’insieme. Ancora abbiamo nelle orecchie le sinistre risate di chi a poche ore dal terremoto d’Abruzzo si spartiva gli appalti. Non meno sinistre sono le manovre in corso, sotto gli occhi di tutti a cominciare dall’inerme "opposizione", per dividersi il grande bottino. Questa spartizione non è il frutto casuale delle leggi, è anzi vero il contrario: decisa la spartizione, si confezionano leggi ad hoc, e quel che resta della macchina dello Stato opera per disfarlo. Il nobile assetto di valori della Repubblica è calpestato ogni giorno, sostituito da un continuo negoziato al ribasso, nello spirito (non dimentichiamolo) non della Costituente, ma della Bicamerale. Mitridatizzati dal veleno che, boccone dopo boccone, assorbiamo ogni giorno, sapremo trovare nella Costituzione un ultimo
Col decreto n. 199 torna la logica del “ciascuno è libero a casa sua”. Senza controlli. “Ciascuno è padrone a casa sua”. E’ uno dei punti forti della “filosofia” politica con la quale Silvio Berlusconi ha “sedotto” milioni e milioni di italiani insofferenti di leggi, regolamenti, vincoli tesi a far prevalere, prima di lui, l’interesse generale. No, con la Casa delle Libertà devono trionfare gli interessi individuali. Meglio se cementizi. E ora arriva bel bello il ministro Sandro Bondi col decreto n.199/17.3.10, che “semplifica” (attenzione) le procedure per l’autorizzazione paesaggistica agli “interventi di lieve entità” (attenzione, due volte). Il ministro ha tenuto in vita il Codice per il paesaggio e però vara norme che lo aggirano. Il pacco plana su città in cui – basta girare l’occhio nella Roma di Alemanno – l’abuso è già la norma, con insegne, le più trucide, dovunque, anche in piena area storica, coi maxi-cartelloni tornati a vigoreggiare (contro tale giungla la Rete dei Comitati avanza domani una proposta di legge popolare), con balconi divenuti verande chiuse. Uno spettacolo da metropoli stracciona. Il decreto proposto diventa dunque la legalizzazione preventiva dello sfregio al paesaggio.
E l’opposizione parlamentare? Non pervenuta. Eppure il provvedimento prescrive tempi, di fatto, impossibili. “Il procedimento autorizzatorio semplificato deve concludersi con un provvedimento espresso entro 60 giorni dal ricevimento della domanda”. Se poi la Soprintendenza rigetta la richiesta e l’interessato ricorre, l’organo di tutela ha appena 30 giorni di tempo per dire di sì o di no. Ora, le Soprintendenze ai Beni architettonici, in quasi tutta Italia, sono afflitte da una tale carenza di tecnici che ognuno di questi si trova a dover sbrigare, nei 200 giorni lavorativi, un migliaio di pratiche, appena 4 o 5 al giorno. Aggiungiamoci le perentorie “semplificazioni” alla Bondi e avremo una alluvione di carte. Quando il parere del Soprintendente è vincolante, i giorni per esprimerlo scendono a 25…
Una parte di queste “semplificazioni”, va detto, non si applica ai centri storici (purché definiti però da piani urbanistici comunali), cioè alle zone “A” tutelate dalla legge-ponte per l’urbanistica nel 1968 quando l’Italia ancora pianificava. Ma il paesaggio non è fatto soltanto di centri storici, e inoltre vi sono Comuni che non li hanno definiti, oppure non li tutelano in modo rigoroso. Dunque, dentro quelle mura secolari, le semplificazioni berlusconiane potranno produrre sfracelli. Intanto il decreto prevede aumenti delle volumetrie fino al 10 per cento (zone A escluse): è la logica del Piano Casa che per ora è un flop clamoroso, ma loro ci riprovano. Riguarda la chiusura di balconi e terrazze, la tinteggiatura (spesso fondamentale per il paesaggio, urbano e non) delle pareti esterne e la stessa copertura degli edifici esistenti. Con quali materiali? Non si sa. Mentre è importante sapere se si tratta di coppi tradizionali, di lastre di pietra o invece di tegole marsigliesi o di plastica. Libertà, finalmente, anche per una selva di abbaini, canne fumarie, comignoli, terrazzine, lucernari. E’ o no la casa delle libertà per padroni e padroncini? Alla faccia della “lieve entità”. Poi ti affacci da questi edifici e ti appare (era ora!) una colorata e autorizzata foresta di cartelloni e di insegne pubblicitarie, i primi fino a 12 mq. Più tende e tendoni, con quelle vezzose “mantovane” che a Roma e altrove esibiscono scritte pubblicitarie. Una gioia per la vista. Tutto “semplificato”, cioè libero.
Capitolo “pesante” quello dell’adeguamento alle norme antisismiche: tutta Italia è a rischio, esclusa la Sardegna, la corona delle Alpi e la pianura padana (in parte). In questo caso l’autorizzazione “veloce” investe pure i centri storici. Così come le regole per il contenimento energetico. Esclusi controlli penetranti, i pericoli di stravolgimento a base (nel primo caso) di cemento appaiono incombenti. Altre semplificazioni minacciano gli alvei, già depredati, di fiumi e torrenti. I leghisti sono convinti (una fesseria, secondo i tecnici) che la mancata escavazione di ghiaia a monte provochi alluvioni a valle. Una tesi ovviamente cara ai cavatori di sabbia e ghiaia. Ora accontentati per decreto. Lo stesso per il ripascimento delle spiagge, da realizzare con sabbia dello stesso tipo. Non come al Poetto di Cagliari, dove quella magnifica spiaggia bianca – racconta l’ex parlamentare verde Sauro Turroni, uno dei più competenti e combattivi – venne sostituita con una rena grigia, quasi cementizia. Perché non c’era stata nessuna verifica tecnica di livello. E così sarà ora, sempre di più, sempre più estesamente, nell’Italia inquinata dal berlusconismo, dove “ognuno è padrone a casa sua”. Anche Claudio Scajola il quale può comunque godersi la vista del Colosseo.
Il dibattito nato attorno alle proposte di referendum sulla gestione dell'acqua vede in campo tante voci. Capisco che non è facile sfuggire alle schematizzazioni che di posizioni tendono a riconoscerne solo due: chi promuove i referendum è a favore dell'acqua pubblica, tutti gli altri sono per la privatizzazione. Capisco che non è facile, ma ci provo lo stesso. Io e tanti ecologisti del Pd condividiamo l'obiettivo fondamentale dei promotori dei referendum: impedire la privatizzazione forzata e obbligatoria dei servizi idrici voluta da questo governo, affermare il principio che i servizi idrici non sono un affare del mercato. E, detto per inciso, rivendichiamo come nostro merito quello di avere portato su questa stessa posizione quasi tutto il Pd, che nella sua pur breve storia aveva mostrato su tale materia indirizzi non proprio univoci (chi si ricorda il disegno di legge dell'allora ministro Lanzillotta, che equiparava l'acqua ai servizi locali di rilevanza economica?). Dopo di che, molti di noi hanno dubbi di metodo e di merito sull'iniziativa referendaria. Non è un'opinione, è un fatto, che negli ultimi 15 anni ogni volta che si sono raccolte firme a sufficienza per indire un referendum e poi si è andati al voto, la partecipazione è rimasta ben al di sotto del quorum. Il rischio assai concreto è che un'eventuale ripetizione dello stesso scenario - francamente probabile - suoni come certificazione dello status quo, come definitivo via libera alla privatizzazione dei servizi idrici. Qualcosa di analogo del resto è accaduto in altri casi recenti: per esempio con il referendum sulla fecondazione assistita, e ancora se ne pagano le conseguenze.
Quanto al merito dei quesiti, io non penso affatto e non ho mai sostenuto - come mi fa dire Andrea Palladino sul manifesto - che nel caso dell'acqua «la questione centrale è quella del prezzo». Invece ritengo, questo sì, che accanto al tema del carattere pubblico del servizio idrico - assolutamente centrale - ce n'è un altro non meno importante: quello di un uso razionale della risorsa acqua, che è un bene naturale scarso e che va utilizzato con parsimonia. Perciò, io credo, mentre è sacrosanto riaffermare il principio che il costo dei servizi idrici dev'essere in parte a carico della fiscalità generale, bisogna al tempo stesso fare in modo che la tariffa soddisfi due condizioni entrambe decisive: una fascia sociale che dia a tutti la disponibilità di acqua per i bisogni essenziali (40/50 litri per persona al giorno; oggi il consumo pro-capite è ben sopra i 200), forme di progressività che scoraggino gli sprechi e gli usi impropri. Questi criteri, che si è cercato di calare nella proposta di legge del Pd, sono gli stessi che animano da decenni le mobilitazioni del movimento ecologista sul tema. Tacciarli, come fa Daniela Preziosi sempre sul manifesto, di «cautele bersaniane condivise dall'area vicina a Legambiente», o considerarli, come fa ancora Palladino, una sorta di stampella offerta a gestioni inefficienti e opache del servizio idrico fino a quella, famigerata, di Acqualatina, mi pare ridicolo.
Il concetto espresso dal senatore Della Seta (Pd) era chiaro: dato che l'acqua è una risorsa scarsa ne va regolato l'uso attraverso il prezzo, che in Italia è troppo basso. Per quanto riguarda la questione del prezzo sociale è utile ricordare che questa tipologia è molto spesso finanziata dal pubblico e non dai gestori idrici privati. Questo avviene, ad esempio, con Acqualatina, dove la tariffa sociale è pagata dalla Provincia di Latina. (a.p., d.p.)
Meno male che c'è Ignazio La Russa a preoccuparsi dei festeggiamenti per il 150°. Stando a una sua intervista (ad Antonella Rampino, su La Stampa) il programma è ricchissimo, e le intenzioni del ministro della Difesa, aspirante coordinatore degli eventi, sono assai serie: annuncia, in accordo con il presidente del Consiglio, l'intenzione di dar vita «accanto ai convegnoni», a «un evento popolare». E che c'è di più «popolare» della televisione? Infatti, ecco affacciarsi Festival di Sanremo, Lega Calcio, e Coni. Siamo a posto. Cavour e Garibaldi, Mazzini e Cattaneo, Gioberti e Pisacane, riposino il loro sonno eterno, tranquilli. Apicella canterà dai microfoni di Rai-Mediaset, in un tripudio di sfilate di carri armati, giacché, come spiega il solerte ministro, «bisogna far coincidere le quattro feste delle Forze armate con le celebrazioni».
Insomma, tra canzonette e marce militari, anche noi, malgrado la Lega, e i suoi sussulti antinazionali, ricorderemo l'Unità. Malgrado la Lega, appunto: e per una volta sono d'accordo con Ernesto Galli della Loggia, che sul Corriere della Sera, ha ammonito Calderoli e Bossi: «Non si governa un Paese contro la sua storia». Aggiungo, che coloro che con sufficienza o arroganza, deprecano, fuori tempo massimo, il Risorgimento e irridono all'Unità, sono semplicemente estranei a una pur minima conoscenza della storia: possono anche tentare di governare «contro» di essa, in quanto la ignorano.
Il Risorgimento, intanto, non fu un fatto italiano: esso si colloca in un contesto europeo frutto di un moto che fu tra gli effetti di lungo periodo della Grande Rivoluzione del 1789. Il nazionalismo della prima metà dell'Ottocento ha un carattere progressivo: basti scorrere gli scritti di Marx ed Engels, o i loro carteggi, per rendersi conto di quanto peso abbiano quei moti, a cui i fondatori del «socialismo scientifico» guardarono con attenzione e simpatia. Il Risorgimento italiano, collocato nell'ambito dei movimenti nazionalpatriottici del XIX secolo, mentre servì a cancellare residui di Stati paternalistici, fondati su concezioni proprietarie del potere, ebbe un carattere indubbiamente emancipatorio su vari piani, da quello economico-sociale a quello politico, non trascurando l'ambito della cultura. Una larga fetta della migliore produzione letteraria o di teoria politica italiana si colloca in quella fase ed è frutto di scrittori e pensatori che hanno espresso variamente l'istanza unitaria. Che era tutt'altro che un mero bisogno di statualità, che pure rappresentava un'esigenza significativa in un Paese frammentato, sottoposto all'estro ghiribizzoso di piccoli, mediocri o mediocrissimi sovrani locali, spesso mandatari di poteri reali lontani, a cominciare da quello degli Asburgo che faceva il bello e il cattivo tempo nella Penisola.
Ma quello era anche un Paese economicamente bloccato; solo l'Unità gli diede la spinta decisiva per avviare il decollo industriale, e la sua trasformazione capitalistica: insomma, ne rese possibile ciò che chiamiamo lo «sviluppo». Esso, con tutti i suoi enormi limiti (denunciati da una schiera di studiosi, politici e intellettuali: Antonio Gramsci per tutti) costituì un dato di progresso, a dispetto, appunto, delle contraddizioni e delle sperequazioni, prima fra tutte quella Nord- Sud.
Già, proprio qui, come è noto, si appunta l'angusta polemica della Lega degli ignoranti: il Sud che drenerebbe le risorse realizzate dal Nord. A costoro bisognerebbe innanzi tutto ricordare che lo squilibrio tra le due aree, al di là delle situazioni storiche pregresse, è stato favorito da un processo di industrializzazione che si è localizzato nelle regioni settentrionali, a scapito del Mezzogiorno; e ribadire che quel Sud, fu ed è tuttora un mercato essenziale per le imprese produttrici del Nord; e infine, rammentare che i protagonisti di quel terzo moto unitario (il secondo è stata la lotta di liberazione nazionale contro il nazifascismo, del '43-45), ossia gli immigrati meridionali a Torino, Milano e nelle altre aree industriali, resero possibile la fortuna delle imprese (e degli imprenditori) ivi collocate.
E se nel Risorgimento e nella Resistenza, l'opera dei meridionali fu limitata - ma non irrilevante -, nelle migrazioni Sud/Nord degli anni Cinquanta/Sessanta, sono stati i meridionali poveri a fornire il «materiale umano» per le industrie del Nord, dopo aver costituito carne da macello, accanto ai poveri del resto d'Italia, nei due conflitti mondiali e nelle altre guerre fasciste.
D'altra parte, l'Unità fu un affare anche per il Mezzogiorno, malgrado le storture e gli errori, gravissimi. Per tanti versi, lo sappiamo, «è andata male»; ma fu il moto unitario, e lo Stato nazionale, a ricuperare il Sud, inserendolo in circuiti dai quali secoli di monarchia borbonica (oggi rivalutata dai soliti revisionisti), l'aveva tenuto fuori. Così la presa di Porta Pia, il 20 settembre 1870, mise fine a un regime tirannico e oscurantista come quello del Papa. Che, nelle sue rinnovate manifestazioni, non più statuali, ma simboliche (oltre che economico-finanziarie), non ha chance alcuna di essere restaurato, a dispetto dei Concordati vecchi e nuovi, e della crescente ingerenza delle gerarchie nella vita politica. Anche questo lo si deve al Risorgimento, e al processo unitario: sul quale, oggi come allora, dobbiamo esprimere tutte le riserve critiche, da studiosi, e da cittadini consapevoli (innanzi tutto informati), ma che possiamo e dobbiamo considerare un punto di non ritorno. Perciò a quei personaggi pittoreschi che ostentano la cravatta verde, marchio di una inesistente «Padania», e sputano su Garibaldi, Mazzini, e Cavour (inneggiando al «federalista» Cattaneo, dimenticando che si tratta di uno dei più coerenti e convinti sostenitori dell'Unità!), ci permettiamo di dare un modesto consiglio: prendano tra le mani un manuale di storia, e comincino a leggerlo. Non è mai troppo tardi per imparare.
Per un anno ha camminato nelle strade romane di Tor Pignattara, è entrata nei palazzi e nei negozi. «Secondo la nostra ricerca questo quartiere è fra quelli più a rischio. C’è un pericolo banlieue perché c’è una seconda generazione di immigrati che è alla ricerca di una propria identità. Sono giovani che subiscono angherie e prima o poi reagiranno. Il disagio si sente, si tocca, e può diventare una polveriera».
Stefania Della Queva è una delle ricercatrici che ha lavorato per la facoltà di sociologia dell’università Cattolica di Milano per studiare «processi migratori e integrazione nelle periferie urbane». Dopo avere letto questa ricerca il ministro Roberto Maroni ha annunciato il rischio-banlieue per l’Italia. Nella relazione presentata dal professor Vincenzo Cesareo si rileva anche che le periferie critiche possono diventare «recruitment magnets», calamite di reclutamento, «ovvero luoghi di incubazione e progettazione di eventi eversivi».
Tor Pignattara è una delle sei aree studiate dai sociologi della Cattolica. «Dal 1997 al 2007 - dice Stefania della Queva - in questo quartiere gli immigrati sono aumentati dell’81%. In alcune strade vedi quasi soltanto bengalesi con negozi alimentari e internet point e cinesi con ristoranti e laboratori. Meno visibili i romeni, impegnati nei cantieri. La tensione è pesante. «Non siamo più a casa nostra», dicono gli italiani, che accusano soprattutto i bengalesi di sporcare la città, di fare chiasso fino a notte fonda davanti ai loro negozi, di infestare i condomini con gli odori di aglio e altre spezie… Ci sono stati assalti ai negozi di stranieri. Finora i giovani bengalesi, in gran parte nati in Italia, non hanno reagito, ma c’è il pericolo che una scintilla provochi l’esplosione. Per i bambini la scuola funziona, anche se la percentuale di stranieri alle elementari Pisacane (l’82,2%) è la più alta d’Italia. Alle medie Pavoni è del 28,5%. I problemi iniziano dopo, quando i giovani non trovano più un luogo dove incontrare gli altri giovani del quartiere e si riuniscono in gruppi etnici».
L’Italia non è la Francia ma i segnali di allarme non mancano. «Le banlieue parigine - racconta Rita Bichi, docente di metodologia della ricerca sociale - hanno la loro ossatura nei palazzoni periferici di edilizia popolare anni ‘50 poi occupati da chi arrivava dalle ex colonie. Là c’è stata una ghettizzazione pesante. Da noi le banlieue sono a pelle di leopardo, occupano pezzi di periferia e anche centri storici. Ma ciò che manca, anche in Italia, è quella che noi sociologi chiamiamo mixité, mescolanza, quella voglia di conoscenza reciproca che caccia gli stereotipi e abbassa le paure. Nel 2005 in Francia protagoniste della rivolta sono state le seconde e terze generazioni di francesi che non si sentivano francesi. Da noi queste generazioni stanno crescendo adesso».
Due le zone di Milano sotto inchiesta: via Padova e San Siro - Gratosolio. «Uno dei problemi più seri - dice il ricercatore Davide Scotti che ha seguito via Padova - è rappresentato dagli adolescenti che arrivano qui tramite il ricongiungimento familiare. Sognano di trovare la ricchezza e si trovano in case fatiscenti, magari con una famiglia per stanza, nelle quali non se la sentono di invitare i compagni di scuola italiani. Qui le tensioni sono soprattutto fra le diverse etnie, in particolare fra magrebini e sudamericani. I rapporti fra italiani e immigrati in questi ultimi mesi sono meno tesi che in passato. Dopo gli incidenti, tutti hanno interesse a tenere un profilo basso. La tensione nasce dalla coabitazione non governata di persone arrivate da tutto il mondo. Qui l’edilizia è soprattutto privata e i privati affittano badando soltanto al denaro. Non ci sono custodi sociali, come nelle case comunali. Un’azienda svizzera affitta stanze in ex albergo. L’hotel degradato è diventato il rifugio dei transessuali. Il presidente della zona 2, che voleva visitare il palazzo, è stato accolto con il lancio di wc dai balconi. Il nuovo si costruisce quando si capisce che l’integrazione non può essere un obiettivo ma una conseguenza. Faccio un esempio: non si organizza un "torneo di calcio per l’integrazione" ma un torneo aperto a tutti. Se va bene, potrà nascere la scintilla giusta».
I ricercatori hanno lavorato anche lontano dalle metropoli. «Qui ad Acerra - dice Emiliana Mangone - sarà difficile arrivare ad una integrazione fra italiani e immigrati perché c’è divisione anche fra gli italiani. Siamo poco lontano da Napoli e in sette anni la popolazione è aumentata del 19,8%. Migliaia di napoletani sono venuti ad abitare qui e c’è ancora una distinzione netta fra loro e gli acerrani doc. La periferia è cresciuta in modo abnorme, causa "immigrazione" dal capoluogo e anche perché il centro storico, davvero malridotto, è stato abbandonato dagli acerriani. Nei "bassi" ora ci sono soltanto immigrati dell’Est, soprattutto donne, e magrebini. Gli africani sono nelle campagne, pronti a lavorare per pochi euro al giorno. Anche questa potrà diventare una banlieue, quando gli immigrati chiederanno una vita migliore. E anche perché le tensioni della città sono arrivate da noi, ad esempio con la trasferta dei gruppi disoccupati organizzati».
Sesta e ultima inchiesta nella città di Chieri, sulle colline piemontesi. «È stata scelta quasi a caso - spiega Paolo Parra Saiani - per capire cosa succede in una città "normale". Abbiamo studiato i numeri e fatto tante domande. Questa sembra davvero un’isola felice. Non c’è un’alta criminalità, non ci sono ghetti. Ma i residenti doc e gli stranieri arrivati da 70 paesi diversi vivono in mondi paralleli e separati. Lo straniero è arrivato anche qui. La convivenza ancora no».
«L'acqua è un bene comune, di proprietà collettiva, essenziale e insostituibile per la vita». La disponibilità e l'accesso all'acqua potabile fa parte dei «diritti inviolabili e inalienabili della persona umana, diritti universali non assoggettabili a ragioni di mercato». La Puglia segna un colpo sul terreno della buona amministrazione e della buona politica. Il primo atto della seconda giunta Vendola è una riforma senza precedenti dell'acquedotto pugliese. Il ddl approvato ieri sarà il primo ad approdare nel nuovo consiglio regionale. «Contiamo di approvarlo definitivamente entro l'autunno», spiega l'assessore Fabiano Amati.
E' un provvedimento straordinario per quello che c'è scritto ma anche per come è stato costruito. Questa versione infatti nasce grazie a due diverse delibere dell'ottobre scorso che hanno istituito un tavolo paritetico formato da 5 esperti scelti dalla regione e 5 esperti scelti dal comitato pugliese «acqua bene comune» e dal forum italiano dei movimenti per l'acqua.
Il risultato finale è quasi una bestemmia ai tempi del decreto Ronchi. Il ddl trasforma il più grande acquedotto d'Europa in un «soggetto di diritto pubblico senza finalità di lucro che persegue il pareggio di bilancio» (art. 5). La regione pagherà di tasca propria una quota minima vitale di acqua (stabilita in base alle tabelle Oms) a ogni cittadino pugliese. Tra i nuovi principi che regolano il «servizio idrico integrato» (art. 2) si stabilisce che deve essere «privo di rilevanza economica e sottratto alle regole della concorrenza», affidato «esclusivamente» a una «azienda pubblica regionale» in grado di garantirlo secondo «efficacia, efficienza, trasparenza, equità sociale, solidarietà, senza finalità lucrativa e nel rispetto dei diritti delle generazioni future e degli equilibri ecologici». La regione istituirà due fondi per l'acqua: il primo garantirà i livelli essenziali a livello locale, il secondo (fondo di solidarietà internazionale) finanzierà il sostegno a progetti di «cooperazione decentrata e partecipata» nei paesi in via di sviluppo.
Il ddl precisa infine che gli eventuali utili nel bilancio dell'Aqp saranno finalizzati «esclusivamente al miglioramento del servizio».
Ma come sarà gestita in concreto la nuova società? Il ddl prevede un «consiglio di sorveglianza» aperto a «lavoratori, associazioni ambientaliste, consumatori, sindacati e rappresentanti di comuni e cittadini». Ai vertici dell'Aqp siederanno un presidente e un vicepresidente scelti direttamente dal presidente della regione.
Gli altri tre membri del consiglio di amministrazione invece saranno eletti da un'assemblea di tutti i comuni pugliesi, in base al principio una testa, un voto. Ogni sindaco esprimerà al massimo due preferenze e avrà tanti voti quanti sono i cittadini residenti nel comune all'ultimo censimento. I vertici durano in carica tre anni, possono essere rinnovati una sola volta anche non consecutiva e in caso di gravi inadempienze o inerzia possono essere revocati dal presidente della regione.
Soddisfatti i comitati pugliesi. «E' un disegno di legge inedito nel merito e nel metodo - commenta Margherita Ciervo del comitato regionale «acqua bene comune» - primo perché si sceglie una ripubblicizzazione vera e la partecipazione». E poi perché «sicuramente è la prima volta in Italia e forse anche in Europa che una legge sull'acqua viene scritta in modo congiunto da istituzioni e comitati attraverso un tavolo ufficiale e non una semplice consultazione».
Ovviamente la strada dell'approvazione definitiva non è priva di difficoltà. Finora l'Aqp era una spa a totale partecipazione pubblica. Per prima cosa la Puglia (che possiede l'87% delle azioni) dovrà comprare il restante 13% dalla regione Basilicata. Secondo una stima di Ernst & Young si tratta di una spesa di 12,2 milioni di euro. E poi ci si aspetta sicuramente una battaglia col governo Berlusconi. «La concessione dell'Aqp scade nel 2018 - spiega Amati - sembra lontano ma per la burocrazia è un attimo». Senza contare che non tutto il Pd (vedi area dalemiana) è favorevole a una soluzione di questo tipo per la gestione dell'acqua.
Ma che in Puglia la questione sia piuttosto sentita dai cittadini lo dimostrano le firme raccolte per i tre referendum sull'acqua pubblica: in soli tre week-end ne sono state raccolte 48mila. Ben oltre l'obiettivo prefissato e già quasi un decimo del totale necessario. Sarà un autunno caldo.
Oggi si può contribuire a invertire la rotta per fermare il saccheggio dei beni comuni andando a firmare i tre referendum sull'acqua. Lo hanno capito in tantissimi accalcati ogni giorno ai banchetti di raccolta firme. Il movimento referendario intorno all'acqua "bene comune" costituisce il più entusiasmante segnale di vitalità politica da molto tempo a questa parte. Lo hanno capito centinaia di migliaia di persone, pur frastornate dalle imitazioni fasulle come il referendum dell' Idv o la petizione del Pd che "il meglio è nemico del bene", soprattutto quando a proporre soluzioni migliori rispetto ai tre referendum è chi per anni non ha fatto nulla di concreto per fermare la deriva liberista, la privatizzazione, il saccheggio in cui il nostro paese si è abbandonato. A partire dalla "fine della storia" e dal collasso della prima repubblica.
La battaglia referendaria sull' acqua come bene comune, è oggi una civilissima epifania italiana di un violento scontro globale prodotto da una nuova grande trasformazione che, come quella descritta da Polanyi agli albori della modernità, cerca sempre più di concentrare nelle mani di pochi la ricchezza di tutti. Intorno ai nostri banchetti si sta svolgendo la battaglia antropologica fra la persona, dotata di diritti e doveri costituzionali, e l'homo oeconomicus, furbo, speculatore, irresponsabile e pronto a tutto pur di arricchirsi ancora un po'. Una battaglia furibonda che, in una diversa e più drammatica declinazione, abbiamo visto in questi giorni nelle piazze di Atene. Da una parte comunità di persone in carne ed ossa, portatrici di diritti e di preoccupazioni politiche e culturali che affondano le radici nel passato e gettano ponti verso il futuro. Dall'altra le corporation, realizzazione mostruosa dell' homo oeconomicus, che massimizzano il profitto di brevissimo termine senza scrupoli né preoccupazioni per il bene comune, per la storia, per la natura, per la stessa sopravvivenza.
E' la battaglia dell' interesse privato contro il bene comune, qualcosa di ben più grande e ben diversamente complesso rispetto alla riduzione, utilizzata da tanti politici in Italia ed Europa, dell' economia e della finanza contro la politica. Lo scontro è quello fra una retorica bipartisan sulla crescita, lo sviluppo, l'efficienza, la meritocrazia, che altro non è che arbitrio dei Consigli di Amministrazione e una realtà di lavoratori di migranti di persone ordinarie sempre più soccombenti e spremute da processi sociali determinati solo dal profitto. Quasi sempre politica e capitale finanziario stanno dalla stessa parte, che non è quella delle persone.
In questa battaglia non è ammesso non schierarsi, perché la scelta è tra aprire la via a nuovi modelli di governo democratico ed ecologico dell' economia o rilegittimare il modello dominante in crisi e collocarsi così dalla parte del capitale anziché delle persone e delle comunità.
Caro senatore Della Seta, cercare di delegittimare come "schematiche" le posizioni chiare e oneste di quanti dicono «solo chi firma i tre referendum vuole l'acqua bene comune», costituisce una strategia che non sta dalla parte delle persone e dei loro bisogni ma da quella dei Consigli di Amministrazione e del chiacchiericcio da super-vertici tecnocratici. Suvvia! Ha firmato perfino Franceschini!
Oggi, dopo vent'anni, siamo finalmente giunti alla fine della fine della storia. Le code ai banchetti referendari in Italia, come i lavoratori disperati nelle piazze in Grecia, dicono al mondo che bisogna invertire la rotta.
I beni comuni devono rimanere fuori dalle logiche di mercato. Possono essere gestiti solo nell’interesse del territorio cui appartengono, del suo sviluppo e dei suoi abitanti. Guardando al passato si trovano soluzioni di grande modernità, come quelle che le comunità hanno adottato da sempre per amministrare i boschi o gli alpeggi Quando il bene comune diventa una merce
Circa 250 mila cittadini hanno firmato per il referendum "L’acqua non si vende" che, senza scendere in tecnicismi, ha lo scopo di fermare la privatizzazione dell’acqua pubblica. Io sto con loro, firmo; non solo, ma sono a favore delle proposte che stanno arrivando da più parti per rendere effettiva la possibilità delle amministrazioni locali di dichiarare il servizio idrico «privo d’interesse economico», escludendolo così dal pacchetto di servizi da "liberalizzare" secondo il decreto Ronchi. Questo decreto, infatti, consente la privatizzazione degli acquedotti e dei vari servizi idrici collegati, previa gara d’appalto. Così facendo si consentirà a potenti gruppi di interesse economico di trattare l’acqua come fosse una qualunque merce, e quindi di farci pagare non tanto un servizio, come oggi accade in situazioni di gestione pubblica, ma il bene stesso, come se esso appartenesse a chi ce lo "vende". Il privato ha come fine quello di fare utili, le strade possono essere due: aumentare i prezzi o risparmiare sugli investimenti. Sono contro la privatizzazione dell’acqua non perché sia contro la privatizzazione tout court, ma perché il modo di procedere di questo decreto sta consegnando le reti idriche nelle mani di capitalisti senza imporre loro nessuna regola che li obblighi a proteggere l’essenza di quello che è un bene comune.
Questo è l’acqua: una cosa di tutti. Una cosa che tra l’altro comincia a scarseggiare a livello planetario, e quindi fa gola a livello economico. Non va semplicemente comprata e venduta però, va gestita affinché tutti ne abbiano, perché non ci siano sprechi, perché non venga inquinata, o usata per fini industriali e rimessa in circolo senza essere depurata, perché ce ne sia ancora per tanto tempo.
Vorrei però che fosse chiara una cosa: la ragione dell’avversione alla privatizzazione non risiede in una presa di posizione aprioristica contro il privato. In linea teorica nulla vieterebbe una corretta gestione dell’acqua da parte di un privato che se ne assumesse il servizio. Il problema è che una corretta gestione di un bene comune può essere realizzata solo da un attore fortemente radicato sul territorio, che si ponga come obiettivo lo sviluppo di quel territorio, la sua protezione e quella dei suoi abitanti e dei loro diritti. Ed è molto difficile che questo avvenga affidando la gestione dell’acqua anziché a enti locali a società di capitali o a banche.
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Lcacqua però è soltanto lo spunto per fare una riflessione più ampia. Perché qui stiamo perdendo di vista una cosa intoccabile: i beni comuni devono esulare dalle logiche di mercato. Il che non significa che ci sia una formula esatta per la loro gestione. Intendo dire che non è detto che debba per forza essere lo Stato a farsene carico, deve invece poter partire una reale condivisione: che sia proprietà collettiva a gestione privata, che sia tutto pubblico o che sia un mix delle due cose non ha importanza, perché ci sono formule alternative, vecchie e nuove. Stiamo vendendo o svendendo tutto, dando in gestione a chi ha come unico fine l’accaparramento, mentre certe cose non si dovrebbero toccare. Ricordo un grande del Barolo, l’indimenticato Bartolo Mascarello, che si scagliò contro la curia di Alba, rea secondo lui di aver venduto a dei privati delle vigne storiche, vigne che erano a "beneficio collettivo", tra i migliori cru di Langa.
È solo un esempio delle tante risorse comuni che la nostra Italia sta perdendo, e che avevano resistito anche alle spinte più privatistiche tipiche dell’Ottocento e Novecento. "Vicinie", "partecipanze", "comunaglie", "ademprivi", "società degli originari", demani comunali: boschi, terreni agricoli, spiagge e coste, pascoli, terreni a uso civico che per secoli erano a disposizione di tutti, di cui la comunità si faceva carico per mantenerli e sfruttarli con senso del limite e garanzie per il futuro. Proprietà collettive o insieme di risorse naturali gestite dal Comune, dalla parrocchia, da gruppi di famiglie, reti di vicinato e associazioni, secondo regole complesse che risalgono in molti casi anche al Medioevo. Sono quelli che inglese si chiamano "commons". Ci sono ancora esempi in Emilia, con le partecipanze agrarie che hanno origine ai tempi delle prime formazioni comunali e ancora oggi si trasmettono per discendenza diretta di padre in figlio: enti privati di diritto pubblico che hanno un regolamento per l’assegnazione (a rotazione) delle terre per il diritto d’uso e di coltivazione. Oppure pensiamo alle regole che le comunità si sono sempre date per la raccolta di erba, frutti di bosco, funghi e legname nei terreni comuni.
Perché dobbiamo ridurre tutto a una dicotomia tra pubblico e privato, che è stucchevole quasi quanto quella tra destra e sinistra? Guardo al passato e vedo soluzioni di grande modernità, che potrebbero aiutarci nella gestione dell’acqua, nel ripristino dei pascoli, nel mantenimento dei boschi e degli alpeggi (che stanno tra l’altro diventando sempre più terreno di sfruttamento a danno dei malgari, i quali ogni anno si vedono aumentare arbitrariamente gli affitti per basi d’asta dove spesso corrono da soli, perché gli unici rimasti a fare quel lavoro). Guardo al passato e vedo geniali soluzioni per lo sfruttamento locale delle biomasse (sfalci e legnami da buttare); luoghi dove costruire orti collettivi gestiti magari dai pensionati a beneficio della comunità; un paesaggio difeso e valorizzato; reti idriche locali, all’avanguardia ed efficienti, che garantiscono acqua a tutti, a prezzi tendenti allo zero, se non del tutto gratis.
Bisogna ridare dignità giuridica a queste antiche forme di gestione, perché realizzano ciò che né il pubblico puro, né il privato puro sono in grado di garantire: i beni cui tutti hanno diritto, le risorse delle nostre terre, mari e acque. Ci metto anche il cibo, perché la stessa dignità va riconosciuta a forme di partecipazione collettiva in tema di cibo: che cosa sono i gruppi d’acquisto solidali, gli orti collettivi urbani o il modello della community supported agriculture nato negli Stati Uniti, in cui si prevede l’acquisto anticipato di tutta la produzione di un agricoltore da parte di un gruppo di cittadini che poi si vedono recapitare a casa regolarmente, perfettamente maturi e in stagione i prodotti? Sono cose né pubbliche né private, né leghiste né comuniste, né passatiste né utopiche. Modelli che funzionano, collettivi e innovativi, al di là di schemi stantii che ormai hanno solo più questi scopi: fanno arricchire qualcuno, scarseggiare le risorse di tutti, perdere la nostra libertà, il senso di far parte di una comunità e di avere potere sulle nostre stesse vite, lasciandoci da soli, a pagare bollette sempre più salate.
Non va sottovalutato il valore simbolico e politico delle affermazioni del ministro della Repubblica Roberto Calderoli. Non va sottovalutato il segnale che danno al Paese, proprio perché quel segnale viene dalla forza di governo che appare di gran lunga la più compatta, e sempre più determinante all´interno della coalizione.
Certo, anche nelle celebrazioni del 1911 e del 1961 non erano mancati momenti polemici, alimentati dalle forze intellettuali e politiche che si sentivano in qualche modo ai margini del processo (repubblicani, socialisti e cattolici, nel 1911), o non si riconoscevano per intero nell´orizzonte culturale che improntava le celebrazioni (e che risentiva ampiamente, nel 1961, dell´egemonia politica della Democrazia Cristiana). Erano momenti di riflessione - talora anche segnali di delusione, come già nel 1911 - che dialogavano con un´impostazione "forte" e prevalente delle celebrazioni e dell´identità: non ne mettevano in discussione le fondamenta né la svilivano. Erano, insomma, posizioni nobili. Avevano a che fare con un´idea alta di nazione, facevano parte a pieno titolo di quel confronto culturale di cui le identità si nutrono.
Non è così oggi, e le parole del ministro Calderoli - nel loro non eccelso profilo culturale - appaiono realmente contundenti proprio per questo: proprio perché non si infrangono contro un solido e condiviso muro ideale ma rivelano ancor di più, semmai, la fragilità crescente - pericolosamente crescente - delle barriere che sono state erette. La vicenda stessa delle celebrazioni ufficiali, del resto, ha mostrato più del dovuto quella fragilità. Ha illuminato anch´essa il dramma di un paese che sembra impaurito dal futuro e infastidito dal passato.
La riflessione deve muoversi allora su due versanti. Deve riguardare le dinamiche politiche che queste e altre sortite leghiste possono innestare (poco importa se contraddette o "interpretate" da altre forze del governo), ma anche - e soprattutto - lo "stato della nazione". Sul primo versante appare in tutta la sua pericolosità il rinsaldato connubio fra l´offensiva leghista - che i risultati elettorali avevano inevitabilmente preannunciato - e una egemonia del premier che da tempo mette sempre più apertamente in discussione i tratti costituzionali essenziali della Repubblica (anche per questo, forse, l´intervento del cardinale Angelo Bagnasco assume un valore particolare e in qualche modo impegnativo anche rispetto al riemergere di umori anti-risorgimentali che nel mondo cattolico non sono mancati).
La pericolosità del connubio fra Berlusconi e Bossi è aumentata a dismisura proprio dallo "stato della nazione", e il confronto con il 1911 e il 1961 è purtroppo illuminante. Nel 1911 il paese era attraversato sì da contraddizioni sociali e da tensioni anche forti ma si era ormai avviato all´industralizzazione e a forme democratiche meno incompiute: in quello stesso anno, ad esempio, il governo annunciava la riforma elettorale che avrebbe portato di lì a poco al suffragio universale maschile. Si pensi anche al centenario dell´unità nazionale, nel 1961: era celebrato nel pieno del "miracolo economico", e le euforie del boom nascondevano semmai le contraddizioni pur esistenti, sia nel presente che nel passato.
Oggi, invece, vengono al pettine tutti i nodi di una crisi della Repubblica che aveva avuto la sua incubazione negli anni ottanta e il suo primo esplodere all´inizio del decennio successivo. Superati i momenti più drammatici di quel trauma il paese scelse - nella sua grande maggioranza - di non fare i conti con quei nodi. E quindi di aggravarli. Nel 1993 un bel libro di Gian Enrico Rusconi aveva come titolo Se cessiamo di essere una nazione. C´è da chiedersi se in un prossimo futuro non dovremo ricorrere a un titolo ancor più pessimistico.
Dalle spiagge ai fiumi e alle caserme
Mario Sensini,
«Federalismo» e «demanio» son già, prese a sé stanti, due parole o, forse meglio, due concetti difficili da capire. Ma nel «federalismo demaniale» proposto dal governo come primo passo concreto di quella che un tempo si chiamava devolution, e che da qualche giorno riempie la cronaca politica italiana, si rischia davvero di perdere la strada. Che significa veramente? Cosa cambia per noi cittadini? Quanto ci costa? E, alla fine, chi ci guadagna?
Entro poche settimane il Parlamento, che sta esaminando il decreto legislativo che lo attua, e il governo, che dovrà poi recepirne le indicazioni prima di trasformarlo definitivamente in legge, dovranno dare risposte concrete. Il testo è vago, e i quesiti in ballo sono tanti. Almeno quanto è alta la posta in gioco, perché dietro quelle due parole così misteriose si nasconde una partita che vale miliardi di euro. Che può significare la fortuna di una città, ma anche la rovina di un’amministrazione incapace. Proviamo a capire.
La posta in gioco
Il Codice civile del 1942 stabilisce che lidi, spiagge, porti, fiumi, laghi, acque pubbliche, miniere, aeroporti, beni storici, archeologici e artistici, ferrovie, grandi strade, acquedotti, caserme, foreste appartengono allo Stato e sono gestiti dal Demanio. Nel frattempo, però, la nostra Repubblica è cambiata. Per la nuova Costituzione non è più formata solo dallo Stato, ma anche da Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane. E dunque anche loro hanno diritto ad avere e a gestire una parte del patrimonio pubblico.
Il decreto all’esame del Parlamento prevede, appunto, che a essi possano essere trasferiti alcuni beni demaniali, e introduce un concetto del tutto nuovo, la valorizzazione degli stessi. Non si parla di beni culturali, ma di spiagge, fiumi, laghi, immobili e terreni, caserme inutilizzate, miniere e piccoli aeroporti, per un valore di 3,2 miliardi di euro. È una valutazione a spanne, ma attendibile, fatta dal Demanio considerando i beni pubblici oggi inutilizzati. Sono valori sottostimati, calcolati sui prezzi ai quali sono iscritti nel bilancio pubblico, ma è comunque una «quota irrisoria» del patrimonio pubblico, come ha detto il direttore dell’Agenzia del Demanio, Maurizio Prato, l’altro giorno in Parlamento.
Un patrimonio sconosciuto
Calcolato con gli stessi parametri il patrimonio pubblico vale 49,7 miliardi di euro, anche se a prezzi «di mercato», secondo l’istituto di ricerche «Scenari immobiliari», ne vale quattro volte tanto, 200 e passa miliardi di euro, escludendo dal conto le università e i loro beni, il patrimonio artistico e culturale, il Demanio militare. E si tratta sempre di valori stimati, perché un censimento di tutti i beni pubblici, per assurdo che sia, non esiste. Lo stanno costruendo in questi giorni, perché lo impone l’ultima Finanziaria. Il termine concesso a tutte le amministrazioni per comunicare i beni posseduti scadeva il 31 marzo scorso, ma siamo ancora a metà dell’opera. Ci vorrà tutto il 2010, spiegano al Tesoro, per avere i dati completi.
Rendite misere
Anche se hanno un valore «irrisorio» rispetto al resto, alle Regioni e agli enti locali potrebbero andare 10 mila terreni e altrettanti immobili, 5 mila chilometri di spiagge, 234 corsi idrici, 550 chilometri quadrati di specchi lacustri. Un sacco di roba. Che oggi non rende praticamente nulla: secondo il Demanio 237 milioni di euro, ai quali vanno sottratti i costi di manutenzione (sconosciuti pure quelli!). Cedendoli a Regioni ed enti locali, comunque, lo Stato non ci rimetterà nulla, perché ridurrà i trasferimenti a chi li prenderà in carico per una somma pari a quella rendita (per giunta risparmiando sui costi di manutenzione). L’idea di base è quella di far fruttare questo patrimonio, girandolo a chi ha i mezzi per farlo rendere davvero: ad esempio i Comuni, che possono cambiare la destinazione d’uso di immobili e terreni con una variante urbanistica, oppure le Regioni, che oggi non hanno incentivi a legiferare sul turismo marittimo, che pure è di loro competenza, perché i canoni di concessione delle spiagge (la miseria di 97 milioni l’anno) li incassa lo Stato.
Valorizzare o vendere?
Mettere a reddito, però, può anche essere la premessa per vendere, visto che gli enti locali sono sempre a corto di soldi. E oggi non c’è una regola che gli impone di usare le somme incassate dalle privatizzazioni per ridurre il debito, come invece è obbligato a fare lo Stato. Anche se valgono poco, quei beni garantiscono comunque un pezzettino del debito pubblico, che domani sarebbe scoperto. Un problema molto serio, ma non l’unico, che il Parlamento e il governo dovranno chiarire.
Tempi troppo stretti?
Sciolti i nodi e varata la legge (si deve fare entro il 21 maggio), inizierà la corsa contro il tempo: entro il 21 agosto tutte le amministrazioni pubbliche centrali dovranno dire quali immobili e terreni vogliono tenersi e perché, e un mese dopo l’Agenzia del demanio pubblicherà l’elenco dei beni disponibili. Per la verità una prima lista all’Economia già ce l’hanno ed è su quella base che hanno stimato i 3,2 miliardi dei beni trasferibili. Ma la tengono chiusa a chiave in un cassetto, proprio perché, dicono, la scelta deve essere «motivata e responsabile». Entro il 21 dicembre Regioni ed enti locali dovranno, a loro volta, dire quali di quei beni vogliono prendersi. A partire dal 21 gennaio 2011 potranno essere varati i decreti per l’attribuzione ai nuovi proprietari. Tempi strettissimi anche a giudizio dell’Agenzia del demanio, che non a caso ha suggerito al governo di allungarli. Immaginiamo tuttavia che tutto fili liscio, e che dai primi mesi dell’anno prossimo il processo sia in moto. Chi ci assicura che la caserma abbandonata nel centro della città sia bonificata, restaurata, liberata dalle erbacce, se non dagli occupanti abusivi?
Si vota su Internet
La palla a questo punto passa agli amministratori locali. Sindaci, governatori, presidenti di provincia dovranno indicare sui siti Internet dell’amministrazione cosa intendono fare con i beni ricevuti. E qui entriamo in gioco noi contribuenti. Sì, perché la legge prevede che su questi progetti si possano indire delle consultazioni pubbliche, anche telematiche, tra i cittadini. Si vota, signori. Si può dire sì o no al nuovo supermercato o al nuovo albergo, al cinema o al museo. Le amministrazioni locali non sono obbligate a consultare i cittadini, ma le più avvedute e sagge lo faranno. E in quei casi la parola del popolo sarà legge. Ve l’immaginate il nuovo sindaco che, infischiandosene di quel che vogliono i suoi concittadini, decida di fare un bel centro commerciale al posto di un giardino pubblico?
«Non facciamola diventare una corsa all’oro»
Pierluigi Panza – intervista a Giulia Maria Crespi
«Atrii muscosi» e «fori cadenti» finiranno in mano ad avidi governatori e sindaci senza scrupoli pronti a far cassa affidando le spiagge ai bagnini e le rovine ai baristi?
Forse non accadrà nulla di tutto ciò, ma «prevenire è meglio che, poi, criticare». Questo lo slogan della combattiva Giulia Maria Crespi, presidente onorario del Fai.
«Sono d’accordo con l’allarme lanciato ieri da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. I provvedimenti federalisti sul passaggio del patrimonio dallo Stato alle Regioni non sono ancora andati alla Camera; meglio bloccarsi ora, una volta approvati sarebbe più difficile modificarli».
Non che tutto vada protetto, nemmeno per la Crespi, perché altrimenti potremmo recintare l’intera Penisola...
«Sì, è vero, tanti immobili sono inutili, crollano e sono lì a far niente. E trovo che sia giusto affidarli a qualcuno perché possano servire a fruttare qualche soldo! Ma mi spaventa il passaggio del patrimonio dallo Stato alle Regioni, perché si apre una falla pericolosa nella nostra Costituzione. La Corte costituzionale ha ribadito nel 2007 che la tutela del paesaggio è di esclusiva competenza dello Stato».
La Crespi porta a sostegno della propria valutazione gli «omenoni» della Repubblica, anzitutto Einaudi, che diceva di non dividere «l’Italia in pillole».
«D’accordo, il processo di regionalizzazione è inarrestabile. Ma c’è un bene che la Costituzione affida con chiarezza allo Stato: questo è la tutela del patrimonio artistico e paesaggistico, perché i beni demaniali sono di tutti. E trovo che sia pericoloso passarli alle Regioni perché in questo momento c’è un’inarrestabile e avida corsa a depredare il territorio, e questa cosa spaventa. Avendo eliminato l’Ici, un errore grave, i Comuni saranno spinti a voler fare soldi altrove».
Insomma, bisogna sottrarre il «patrimonio» a quelli che fanno la corsa al «denaro». Quasi un ossimoro. Ma una soluzione c’è già: non cedere i beni vincolati.
«Sì, lo so, e in questo è stato bravo il ministro Bondi a ribadire che niente di quanto è vincolato si può toccare. Ma mi chiedo: sarà davvero così?».
Lei aveva timore, ricordiamo a Giulia Maria Crespi, anche quando entrò in vigore il codice Urbani; qualcuno parlava di Colosseo che sarebbe stato venduto. Poi con Rutelli il codice è stato approvato ed è diventato operativo con Bondi.
«La mia paura è che si terrà poco conto del vincolo, nonostante l’altolà di Bondi».
Per ovviare a questo rischio va tutelato il ruolo delle sovrintendenze, veri organi periferici, già «federalisti», dello Stato centrale.
«Trovo che il parere delle sovrintendenze debba rimanere, debba restare vincolante sul patrimonio e anche su ogni struttura urbanistica che va a incidere su paesaggi vincolati. È vero che le sovrintendenze sono organi sul territorio, ma si rifanno a una legge nazionale. Le Regioni potrebbero agire autonomamente».
Se i beni passassero alle Regioni, ma restassero anche le sovrintendenze, si creerebbero problemi decisionali...
«Anche se un terreno è vincolato, la Regione diventa più forte della sovrintendenza. Oggi un padre vende persino la figlia per denaro, figuriamoci se non si venderanno i terreni! Il patrimonio deve essere fonte di finanziamento per il turismo, invece siamo scesi al sesto posto. Il nostro patrimonio è una riserva aurea per turismo consapevole e di qualità».
Cosa teme di più?
«Ad esempio che tutte le spiagge vadano in concessione. S’inizia con il realizzare un gabinetto, poi un bar che diventa ristorante, quindi gli si aggiunge un negozio. E così la distruzione del patrimonio è fatta. Penso anche alle sponde dei laghi: vede cosa hanno già fatto? Si fanno abusi e poi non si tolgono. Se si trasferisce agli enti locali anche questo aspetto si apre una falla pericolosissima. Anche se per alcuni immobili inutili va bene. So che stanno predisponendo un elenco di beni che possono essere ceduti».
Sotto tiro ci sono anche i poligoni di tiro!
«È grave anche questo. I poligoni andrebbero sistemati e aperti come giardini. Anche quello di Milano, lungo viale Certosa. Per ora non è stato permesso».
Le strade deserte del centro storico, le case puntellate ma sventrate dove parlano nel silenzio i segni impolverati della vita e della morte. «L’Aquila è una città fantasma, presidiata dall’esercito. Manca la cosa fondamentale: il lavoro, le imprese non possono ripartire perché mancano i soldi», denuncia il sindaco Massimo Cialente. Ci sono i due miliardi stanziati dal governo, ma «non stanno arrivando i fondi dello Sviluppo Economico», il ministero di Claudio Scajola. «44 milioni di euro per i commercianti, 250 milioni per il rilancio economico e produttivo. Li aspettiamo da mesi ma non arrivano», spiega il sindaco. Linfa indispensabile per riattivare il cuore de l’Aquila, là dove è possibile riaprire negozi e servizi. Per la ricostruzione si devono aspettare i tempi dei progettisti, ma le richieste di finanziamento per le case del centro non possono ancora essere fatte. I mutui, però «abbiamo dovuto ricominciare a pagarli», racconta una donna e almeno gli interessi le banche li pretendono. E presto gli aquilani dovranno pagare le tasse per case che non hanno più.
«Abbiamo ricostruito una città temporanea con tante sigle: il progetto C.a.s.e. di Berlusconi, i Map, moduli temporanei, i Musp per i ragazzi, riaperti 64 centri commerciali» nel territorio, riassume Cialente, ma l’Aquila centro è una «città morta». L’effetto G8 non è durato, ammettono anche i funzionari comunali. Subito fuori dalla «zona rossa» una yougurteria ha appena riaperto e la domenica è piena. «Sono stata fortunata», spiega la gestrice, pugliese-aquilana. È potuta tornare a casa perché la Banca d’Italia ha risistemato le abitazioni danneggiate. Ma nel centro chiuso al transito regnano solo silenzio, vigili del fuoco, pochi operai e le macerie, se pur meno di prima grazie al «popolo delle carriole». Turisti si aggirano in tour organizzati. «Meglio così - dice il sindaco - almeno non cala l’attenzione». Tornare «ci fa bene, ci rimette in contatto con la città», commenta Milena, vigilessa aquilana che ci accompagna nella zona off limits.
«Qui tutto è rimasto come un anno fa», Suor Nazzarena, missionaria della Dottrina cristiana che qui gestisce una scuola, scuote la testa e pensa che non basteranno dieci anni per ricostruire il centro. Poche le promesse mantenute: «I tedeschi per riscattare l’eccidio si sono dati da fare a Onna, e i francesi grazie a Carla Bruni contribuiscono al restauro della Chiesa delle Anime sante, s’è attivato il Kazakistan, ma da Obama ancora niente…».
Il sindaco continuerà a chiedere la «tassa di scopo», ma per Berlusconi sarebbe un danno d’immagine. La gente è stanca, si divide fra chi apprezza le «casette» di Silvio e chi ne denuncia le pecche. «A Balzano 2 ci sono le fogne a cielo aperto», dice un ragazzo del comitato 3.32, che contrappone il passaparola del «cittadino giornalista» all’informazione «incompleta quando non falsa». Come quando un tg spacciò come «festa per un bar riaperto la riunione del consiglio comunale per chiedere il blocco delle tasse».
L’economista Marco Vitale si sente «l’uomo più infelice del mondo, e lo sa perché?».
Dica, professore.
«Perché Milano, città che amo profondamente e dalle enormi potenzialità, è governata in modo pessimo. E non parlo solo di ordinaria amministrazione: per dire, le buche o il traffico caotico. Ciò che manca è un pensiero, un’idea forte, un impegno profondo per rilanciare davvero la capitale morale».
E gli Stati generali promossi da Letizia Moratti dove li mettiamo?
«Ma non scherziamo: li hanno fatti per mettersi d’accordo tra di loro in questa fase finale di mandato: ma sono inutili, perché questi non sono capaci di fare niente».
Manca un’idea, lei dice. Ma non c’è l’Expo?
«Una buona intuizione, poi si è visto che disastro hanno combinato: litigi nella maggioranza e fra istituzioni, un anno di paralisi, e meno male che Tremonti ha impedito alla Moratti di gestire tutto da sola».
Non salva niente di questo sindaco?
«Che cosa dovrei salvare? Una politica ridotta, come ha spiegato Guido Martinotti a Repubblica, a marketing e comunicazione? Una volta i politici non sapevano parlare, facevano e basta. Adesso hanno imparato l’importanza della comunicazione e fanno solo quello. L’ho scritto nel mio libro "Passaggio al futuro, oltre la crisi attraverso la crisi": qua ci si riempie la bocca di riforme senza risolvere i problemi, e questa liturgia senza fede purtroppo viene seguita anche nella pragmatica Milano. Quando poi fanno qualcosa è pure peggio».
A che cosa si riferisce?
«Prenda il Piano di governo del territorio: è impantanato e comunque, se dovesse passare così com’è, sarebbe un disastro».
Perché?
«Troppo sbilanciato sul lato degli interessi immobiliari, che hanno ormai assunto un peso schiacciante. Non esiste più una visione del bene comune, e questo è l’effetto di un’altra grave stortura».
Quale?
«A Milano lo strapotere non viene esercitato dai partiti, ma dalle sette. La prima è Cielle, centro di potere straordinario. Per diventare primario devi essere ciellino: alla faccia dell’apertura che ha sempre caratterizzato l’anima vera di questa città».
Un quadro a tinte fosche. E l’opposizione?
«Sì, buonanotte».
Prego?
«Non esiste, io non la vedo né la sento. Sta lì, attorcinata attorno a se stessa, chiusa nelle sue stanze a baloccarsi di primarie senza occuparsi dei problemi veri della gente».
L’anno prossimo si vota per il sindaco, chi dovrebbe candidare il centrosinistra?
«No guardi, è proprio questo l’errore. A sinistra devono capire che prima bisogna costruire un progetto credibile e una squadra che lo possa realizzare. Il candidato viene dopo. La smettano di cercare l’oggetto misterioso e si diano da fare. L’uomo che ha amministrato meglio Milano si chiamava Radetzky, lui sì che amava la città. E il miglior "sindaco" è stato Sant’Ambrogio. Purtroppo non ci sono più».
Opposizione bocciata, dunque.
«Assolutamente sì. Ha tagliato i ponti con la città, riducendosi a fare discorsi tipici delle oligarchie burocratiche. Per non parlare dei patti che ha contratto...».
Può spiegare, professore?
«Se Cielle fa quello che vuole, è anche grazie all’accordo di ferro stipulato con la Lega delle Cooperative: una mano lava l’altra, e gli interessi veri della città vanno a farsi benedire».
Gli antichi consideravano la democrazia il governo dei poveri. Esiste democrazia, si legge nella Politica di Aristotele, quando il potere supremo dello stato è nelle mani della moltitudine che è fatta di poveri, sempre più numerosi dei ricchi, i quali vogliono governi oligarchici. Ma per noi moderni la democrazia è governo di tutti perché governo di una società di individui che si prendono cura direttamente di se stessi, non vivendo né sulle spalle di famiglie aristocratiche né su quelle degli schiavi. I moderni hanno adattato la democrazia alla società di mercato, la quale ha bisogno di una moltitudine non di poveri ma di consumatori, di gente cioè né troppo ricca né troppo povera; essi hanno promosso una trasformazione fondamentale dalla quale si deve far cominciare la storia della cittadinanza democratica: la fine del lavoro servo e schiavo. Per questa ragione, tutte le democrazie moderne sono fondate sul lavoro, anche quelle che non lo scrivono nella loro costituzione.
Lavoro, eguaglianza politica e di rispetto, libertà individuale sono intimamente connessi. E alla loro base vi è l´idea che l´individuo sia il bene primario, una persona intraprendente e attiva che vede nel lavoro non soltanto un mezzo per soddisfare bisogni materiali primari, ma anche per esprimere i propri talenti e le proprie capacità. Dignità della persona e lavoro dignitoso hanno dato vita a un connubio etico sul quale le democrazie moderne si sono consolidate.
Non è che questa associazione tra lavoro ed eguaglianza politica abbia eliminato le ingiustizie o liberato il lavoro dal peso della necessità. Essa ha tuttavia contribuito a considerare la fatica del vivere come una condizione che può essere umanizzata, benché mai vinta. Avere diritti politici ha contribuito a fare del lavoro una condizione sociale soggetta a regole e a responsabilità mutue e condivise. Il secondo Novecento è stato il secolo che ha dimostrato concretamente gli effetti umanizzanti della democrazia nel mondo del lavoro. Gli scienziati politici che si occupano dei processi di democratizzazione sono generosi di dati che dimostrano il miglioramento socio-economico e culturale che la trasformazione democratica porta con sé: migliori condizioni lavorative, diritto all´assistenza e contributi previdenziali, servizi sociali alle famiglie e scuole pubbliche decenti. Verrebbe da concludere che, se questo è vero per le società di recente democratizzazione (come per esempio molti stati dell´America Latina), ancora di più lo sarà per quelle con una democrazia consolidata.
Ma il paradigma democrazia-benessere non pare davvero così granitico, e quel che può valere per le società di recente democratizzazione sembra non reggere bene nelle nostre società. Dove due fenomeni si sono manifestati negli ultimi anni: la diminuzione del lavoro associato ai diritti e la crescita della povertà. Per esempio, come le cifre ci dicono quasi ogni giorno e il nostro Presidente della Repubblica ci ricorda regolarmente, gli incidenti sul lavoro sono ormai fatti ordinari. È ragionevole dire che un lavoro dissociato dalle garanzie di sicurezza è lo specchio di una società nella quale il lavoro non è più pensato in termini di diritti, ma è tornato ad essere sacrificio e pura fatica semplicemente. E inoltre, un lavoro dissociato da alcune basilari certezze, un lavoro messo nella cornice del rischio anziché in quella dell´opportunità e della possibilità è un lavoro che cambia di identità e da condizione associata a diritti e dignità passa ad essere luogo di diseguaglianze sociali crescenti e di paura della povertà. In tutti i casi, ad essere messa a repentaglio è proprio la relazione tra lavoro e indipendenza, la condizione appunto della cittadinanza democratica. Questo è il segno della crisi sociale e culturale delle democrazie consolidate.
È sulla povertà che occorre riflettere (non per legalizzarla con la social card, come ha fatto il governo italiano in uno dei suoi primi provvedimenti), e in modo particolare sulla relazione tra un lavoro sempre più povero di diritti e il rischio sempre meno aleatorio di povertà. Il presente insicuro del lavoratore a contratto a tempo determinato è una porta aperta alla sua povertà futura. Un lavoro senza diritti è come un passaporto all´indigenza. Ma non è che il presente sia meno a rischio. Non soltanto perché c´è un´oggettiva diminuzione di opportunità di impiego, ma anche perché si è consolidata nel frattempo la pratica di accettare lavori senza diritti; questo rende i lavoratori naturalmente più vulnerabili e deboli ma anche più disposti a barattare la loro libertà e sicurezza in cambio di pochi soldi in più. E la propensione a dissociare lavoro e diritti induce ad associare il lavoro con una fatica qualunque, in cambio di denaro. E questo è a un tempo segno e premonizione della paura più grande, che è la povertà.
La povertà genera vergogna, fa vergognare. Non è solo segno di nuda necessità. In una società dove il consumo e la pubblicità sono il paradigma quotidiano di rappresentazione di sé e delle relazioni con gli altri, non riuscire a possedere determinati oggetti rende esposti al riconoscimento da parte degli altri come esseri falliti, persone da emarginare. La povertà è uno stigma, peggiore di qualsiasi lavoro misero e mal pagato, peggiore di un lavoro senza diritti. E´ comprensibile che sia così poiché in una società che si regge sulla condizione dell´eguaglianza, non avere un´eguale considerazione (non importa in relazione a che cosa) genera i più intollerabili sentimenti: l´umiliazione e il risentimento. Sentimenti intollerabili perché mentre non cambiano in meglio la condizione di chi li subisce, impediscono la crescita di altri sentimenti senza i quali una società democratica rischia l´interna disgregazione: l´empatia e la solidarietà. È per questa ragione che l´associazione del lavoro al diritto non solo non può essere considerata come un optional del quale si può fare a meno, ma è a tutti gli effetti un fattore di stabilità democratica.
Pareva tutto facile, sulla carta. Chi mai poteva opporsi all’idea di usare meglio tanti beni statali a volte abbandonati passandoli a Regioni, Province e Comuni? È vero o no, come spiegò Giulio Tremonti, che «c’è un enorme patrimonio ed è una pazzia che sia gestito da un ufficio a Roma dove non sanno quanto vale» e dunque «è giusto che lo Stato abbia beni nazionali e simbolici ma non che faccia la mano morta al contrario su beni che hanno senso se gestiti localmente»? Macché: il «federalismo demaniale» sta incontrando obiezioni maggiori del previsto. E non solo delle opposizioni, degli ambientalisti o dei guardiani di quello che Croce chiamava «il volto della patria».
Alcuni si chiedono fino a che punto lo Stato possa trasferire agli enti locali spiagge, caserme, stazioni, terreni o edifici vari senza intaccare quel patrimonio che è la vera garanzia di «ultima istanza» per l’immenso debito pubblico. Altri, come uno studio del Servizio bilancio della Camera, confermando il rischio di «affievolire gli strumenti di garanzia dello Stato», segnalano che il passaggio «a titolo non oneroso» di tanta ricchezza immobile potrebbe impedire di destinare all’abbattimento del debito i proventi delle dismissioni visto che lo Stato è obbligato a farlo ma gli enti locali no. Altri ancora, come il direttore dell’Agenzia del demanio Maurizio Prato, ammettono scetticismo sui tempi: è plausibile che entro 30 giorni ogni amministrazione dica esattamente quali beni vuole mantenere e che entro 180 giorni arrivi il primo decreto della presidenza del Consiglio con l’elenco dettagliato di questi beni da «restituire», dicono i leghisti, al territorio? Per non dire dei contrasti tra le Regioni, che vorrebbero rastrellare tutto e redistribuire, e gli altri enti che vorrebbero al contrario che questa «restituzione» fosse diretta e senza intermediari. Insomma: un caos. Sul quale ha gioco facile chi chiede, sia a sinistra sia nella maggioranza, di veder bene i conti prima di sbagliare il passo.
Al di là degli aspetti tecnici, sui quali Calderoli è convinto di trovar la quadra («Se il debito degli enti locali rientra nel debito pubblico generale, allora anche il patrimonio degli enti locali rientra nel patrimonio pubblico») c’è qualcosa di fondo che non è chiaro: siamo sicuri che non saranno tolti al demanio certi gioielli di famiglia? Certo, il governo ha giurato che non verranno smistati i beni culturali. Ma resta quel dubbio sottolineato dal presidente stesso del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici Franco Karrer al Sole 24 Ore: «Finora, valorizzare ha voluto dire dismettere » . Cosa che Vittorio Emiliani ha tradotto brusco così: i Comuni, «indebitati dalla demagogica soppressione dell’Ici sulla prima casa, saranno portati a vendere il prima possibile».
Una forzatura polemica? Sarà... Ma è difficile immaginare un Comune con l’acqua alla gola che, potendo dire «questo lo voglio, questo no», si faccia carico di un pezzo di patrimonio da valorizzare investendo soldi che non ha. Più facile che punti a prendere tutto ciò che può sfruttare o vendere per fare cassa. La domanda chiave è: sfilati al demanio statale, tutti quei beni resteranno inalienabili e cioè di proprietà dei cittadini italiani per essere dati solo «in gestione» agli enti locali? O potranno essere ceduti anche a «fondi comuni di investimento» in cui gli enti locali possono essere soci di minoranza di privati che cercano solo l’affare? Le risposte finora non sono state nette. E finché il nuovo testo non sarà definito, come dice Italia Nostra, «è difficile scartare i peggiori sospetti».
Quando Rosarno è salita agli onori delle cronache per la tragica rivolta del gennaio scorso, il rosarnese Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa dal 1999 (lascerà il prossimo ottobre), ha provato “dolore, perché un luogo relegato alla marginalità otteneva gli onori delle cronache per un episodio così terribile”; e “stupore, perché Rosarno è stato sempre un paese di emigranti: ad esempio, nella famiglia di mio padre sette fratelli su sette sono emigrati e mio nonno, Salvatore come me, è stato sia in Argentina sia a New York”. Ma non solo, perché “Rosarno all’inizio del ‘900, dopo le bonifiche e grazie alle coltivazioni di agrumeti che rendevano molto, ha anche accolto altri calabresi provenienti da zone ancor più povere, come l’Aspromonte, e nel giro di pochi anni la popolazione crebbe da poche migliaia a 20 mila abitanti: tanti rosarnesi di oggi discendono da quell’esperienza di immigrazione interna, da quel tempo in cui Rosarno era chiamata “Americhedda”, piccola America, quindi i fatti di gennaio sono stati un paradosso nel paradosso”.
Facciamo un passo indietro. Sempre a Rosarno, 1980, altro tragico evento, l’assassinio di Peppino Valarioti, intellettuale e dirigente del Pci locale, per mano della ‘ndrangheta in una storia mai chiarita fino in fondo (ancora oggi non c’è nessun responsabile). Che ricordi ha di quei giorni?
Ho avuto modo di conoscere Valarioti personalmente, quando dopo molti anni ritornai a Rosarno da archeologo per fare degli scavi negli anni ‘70. Mi legava a lui una grandissima simpatia. Valarioti faceva parte di una specie molto rara nel Sud: intellettuale, giovane, radicale nelle sue posizioni e soprattutto deciso a rimanere a Rosarno, a restare nella sua terra. Non voglio criticare con questo chi va via, perché dovrei criticare anche me stesso, ma lui rappresentava qualcosa di importante: una speranza. E quando fu ucciso venne meno proprio questo, la speranza. Non era un magistrato che aveva mandato qualche capomafia all’ergastolo, era semplicemente una persona che aveva deciso di non scendere a compromessi ed è morto per questo.
Dagli anni ’80 a oggi la civiltà culturale della Calabria, del Sud, ha fatto ulteriori passi indietro?
Ho l’impressione che la situazione non sia molto cambiata. Alcune reazioni individuali ci sono, ma manca la capacità di organizzare un movimento, anche per colpa dei partiti che non sono stati in grado di rappresentare la voglia di rinnovamento e offrire un’immagine diversa. Anzi, hanno proprio fallito i partiti. Pur con qualche tentativo generoso: penso all’assessore Domenico Cersosimo, dell’ultima giunta Loiero, per i suoi investimenti considerevoli nella scuola con l’introduzione di meccanismi per aiutare soprattutto le fasce più svantaggiate, i più poveri.
Eppure l’unica certezza per la Calabria pare essere l’arretratezza a cui la condanna soprattutto una criminalità antichissima nella liturgia, ma modernissima nella capacità di esser protagonista dell’economia.
Pensando sempre a Rosarno, l’immagine dei cartelli stradali bucherellati dai proiettili indica proprio questo, il degrado di un posto che ha pur dato i natali a un discepolo di Platone, Filippo di Medma. Invece è un luogo sotto la cappa di una ‘ndrangheta che ai miei tempi faceva piccole estorsioni, piccole rapine, “controllava” i campi. Poi l’evoluzione: mantenendo sempre gli stretti legami familiari e sociali, ma alzando la mira sul traffico internazionale di droga e di armi, raggiungendo guadagni incredibili. Ma quel qualcosa di molto arcaico rimane, come rimane il pellegrinaggio annuale delle ‘ndrine al santuario della Madonna di Polsi.
Ci sono state, però, anche delle grandi illusioni: come il porto di Gioia Tauro che, se a pieno regime, potrebbe garantire migliaia di posti di lavoro in più. Ma resta, appunto, un’illusione, perché?
Forse perché, nel caso specifico, è nato male quel porto. È stato devastato uno dei più bei luoghi della Calabria, distruggendo olivi secolari, spianando tutto con i camion della ‘ndrangheta. E non per un porto: doveva sorgere il quinto centro siderurgico d’Italia in un momento in cui gli altri quattro non funzionavano più. Era l’epoca della lotta tra poveri, il “boia chi molla” della rivolta di Reggio contro Catanzaro capoluogo. Si porta dietro questa maledizione il porto.
Le responsabilità politiche non mancano. Anche il centrosinistra, che ha governato dieci anni prima della recente vittoria di Scopelliti, è ampiamente responsabile, non crede?
Sì e al di là di quello che è stato fatto o meno, rimprovero alla sinistra di non essere più in grado di costruire una speranza, ma non solo al Sud dove l’immobilismo produce effetti ancor più gravi. Non c’è più un’idea, tutto viene sistematicamente copiato: come il federalismo dalla Lega, copiare dal Carroccio è una moda poi. Invece, parlare di unità d’Italia è ora rivoluzionario, come nel 1848. C’è stata qualche eccezione a sinistra, bisogna ricordarlo, come Nichi Vendola, la sua storia è la più bruciante sconfitta del Pd: il piano era perdere in un colpo solo la Puglia e Bari, e a volerlo, diciamolo, era un normalista (il riferimento è a Massimo D’Alema, che in gioventù studiò alla Normale senza però conseguirne il diploma, ndr).
Mentre la crisi del Sud è senza fine, al Nord non si può neppure più cantare “Bella ciao”… perché anche gli intellettuali non parlano più, non fanno sentire la loro voce?
È vero, è una cosa che manca sempre di più. Gli intellettuali sono sempre più ridotti al silenzio, all’auto-bavaglio. Scetticismo? Sfiducia? Stanchezza? In parte anche eterna capacità di trasformismo, come dal 1922 al ’43, perché per afferrare piccole briciole di potere molti sono pronti a genuflettersi davanti a chiunque o almeno a tacere, ambiguamente.
In un’Italia sempre più spaccata e divisa almeno il sindacato cerca ancora, pur tra mille contraddizioni e limiti, di trovare ancora dei simboli, per questo la manifestazione nazionale oggi è proprio a Rosarno.
È positivo se dentro il simbolo, però, c’è qualcosa. Perché i simboli se sono vuoti si consumano in fretta: qual è il progetto del sindacato per l’Italia? Anche questo, a dir il vero, non mi è molto chiaro.
Mentre il presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Sergio Zavoli dichiara che «la credibilità della Rai è crollata, perché non si rispettano autonomia e qualità», il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi le infligge il colpo mortale annunciando una campagna pubblicitaria a favore dell´energia nucleare sulla tv di Stato a colpi di spot. Reduce dall´incontro con il suo amico Putin, ultimo esemplare di comunista autentico in circolazione, il nostro premier non esita così a dissipare l´autonomia residua della televisione pubblica, certificandone la subalternità strumentale alla politica del governo nell´indifferenza o addirittura con l´acquiescenza dei dirigenti di viale Mazzini.
Quello di Berlusconi è un ragionamento inquietante nella sua banale semplicità: il progetto del ministro Scajola - già, proprio quello degli 80 assegni "neri" per un valore di 900 mila euro utilizzati per pagare più della metà di una casa al Colosseo per la figlia - prevede di iniziare i lavori della prima centrale nucleare in Italia entro tre anni. Ma, avverte lo stesso presidente del Consiglio, «prima di individuare il luogo in cui realizzare una centrale nucleare, bisogna che cambi l´opinione pubblica italiana». Da qui, la fulminante idea degli spot sulle reti della Rai per «fare una vasta opera di convincimento».
L´energia, dunque, come un fustino da lavatrice o una confezione di pannolini. Paghi uno e prendi due. Magari con i punti fedeltà, i bollini premio o lo sconto convenienza. Una campagna pubblicitaria, più che di informazione e persuasione, che fa torto innanzitutto alla vera pubblicità, onesta, trasparente, corretta e veritiera. Come quelle per le creme miracolose che promettono di far crescere i capelli, i muscoli o il pene.
C´è tutta la cultura politica - si fa per dire - di Berlusconi in questo annuncio. Il presidente del Consiglio non chiede al servizio pubblico di dedicare alla questione energetica i talk show televisivi, i programmi di approfondimento, trasmissioni d´inchiesta o eventualmente di confronto e di dibattito. No, pretende d´imporre la logica della propaganda governativa, come ai tempi infausti del Minculpop, il Ministero della cultura popolare di marca fascista. Un lavaggio del cervello, insomma, a livello di massa.
La televisione pubblica come megafono del potere. La tv di Stato come tv di regime. La Rai come succursale o dépendance di Palazzo Chigi.
Si dirà, magari, che così è sempre stato. Ma francamente la degenerazione del servizio pubblico non era mai arrivata fino a questo punto di totale subalternità e asservimento alla politica. Tanto più che - ricordiamolo sempre - il capo del governo è anche il principale concorrente della Rai, il suo competitor diretto sul mercato degli ascolti e della pubblicità. E quindi, il maggior beneficiario della crisi che attanaglia l´azienda di viale Mazzini.
Il governo di un Paese civile e democratico non può, tuttavia, affrontare legittimamente una scelta fondamentale come quella energetica a colpi di spot, di slogan, di effetti speciali. Se fosse vero - come dice Berlusconi - che oggi il 54% degli italiani considera necessario il ritorno all´energia atomica, che cosa ne facciamo del restante 46%? Li esentiamo dal canone d´abbonamento alla Rai? Oppure, li dirottiamo tutti sulle reti Mediaset?
La questione in realtà è troppo seria e importante per essere risolta con una campagna pubblicitaria. Qui non si tratta di vendere un prodotto commerciale o di "piazzare" una merce. Si tratta piuttosto di discutere apertamente, dati e cifre alla mano, per confrontare pareri e opinioni diverse attraverso il contraddittorio più ampio. La decisione evidentemente non può essere rimessa al ministro Scajola, già troppo occupato a maneggiare assegni di provenienza quantomeno sospetta.
Nel 1987 fu un referendum abrogativo a respingere a larga maggioranza la scelta nucleare. Giusto o sbagliato che fosse quel responso, al momento rappresenta tuttora la volontà popolare. E per ribaltarla, occorre semmai una consultazione pubblica libera dalle suggestioni e dagli imbonimenti propagandistici del regime televisivo.
Ammesso che i lavori per la costruzione della prima centrale inizino davvero entro tre anni, ce ne vorranno almeno altri dieci per realizzarla. Nel frattempo, rischieremo di perdere la "chance" delle fonti rinnovabili, aggravando ulteriormente la nostra dipendenza energetica che vale per il petrolio, per il gas o per il carbone come pure per l´uranio. E intanto la Rai continuerà ad andare alla deriva, o naufragherà definitivamente, tra i diktat, gli spot e gli slogan governativi.
ROMA Quasi 10 mila terreni, 9.127 fabbricati, 5.050 chilometri di spiagge, 69 laghi naturali per un'estensione di 550 chilometri quadrati, e poi le miniere e i piccoli aeroporti. Beni che oggi appartengono allo Stato e che domani con il federalismo demaniale, prima tappa concreta della "devolution" ormai avviata in Parlamento, potranno essere trasferiti a Regioni, Province, Comuni e alle future Città metropolitane. Gratuitamente, e con un unico scopo, la valorizzazione. Si, perchè tutto quel ben di Dio oggi ha un valore stimato di 3,2 miliardi di euro, ma frutta una miseria: appena 189 milioni l'anno secondo la Ragioneria generale dello Stato.
Qualche esempio? Il demanio marittimo rende allo Stato 97 milioni di euro l'anno, cioè 190 euro per ogni 100 metri di spiaggia, le miniere fruttano appena 347 mila euro, mentre dai canoni di concessione per l'uso delle acque pubbliche si ricavano 2,7 milioni, meno di quanto si guadagna dalla gestione dei beni confiscati alle mafie (2,8 milioni). E questo succede non solo per incuria o inefficienza. Il fatto è che se lo Stato è il padrone, spesso non ha gli strumenti adatti per far fruttare il suo patrimonio. Torniamo alle spiagge: le Regioni hanno la competenza legislativa sul turismo, ma i canoni demaniali li riscuote lo Stato. Così i Governatori non hanno alcun incentivo a legiferare bene sulla materia. Lo stesso discorso vale per gli immobili. Le caserme in disuso sono state trasferite al demanio dello Stato, ma lo strumento per valorizzarle, trasformandole in alberghi o in centri commerciali, cioè la variante urbanistica, è in mano ai Comuni. E poi c'è la polverizzazione delle competenze, che ad esempio non ha mai reso possibile la navigazione del Po. Eppure alleggerirebbe non poco il traffico al Nord, se si pensa che su una sola chiatta possono starci 80 camion.
Ce n'è abbastanza per cambiare il sistema, anche se il federalismo demaniale approdato in Parlamento con il decreto legislativo del governo, da approvare entro il 21 maggio, e che comunque non contempla in nessun caso la cessione dei beni storici e culturali, lascia indefinite parecchie questioni ed apre una lunga serie di nuovi problemi. Il primo è il criterio con il quale i beni dovranno essere trasferiti, che non è chiaro, ma che rischia di segnare il destino dell'intero processo federalista. Saranno ceduti alle Regioni e da queste alle loro province e comuni, come chiedono i governatori che vogliono imboccare la strada del "regionalismo", oppure partendo dal basso, cioè dai comuni, come vogliono i sindaci che puntano al "municipalismo"?
Il decreto non lo dice. Il testo portato in Parlamento prevede che lo Stato compili un elenco dei beni cedibili, che Regioni ed enti locali scelgano cosa prendersi e che l'attribuzione si faccia considerando le dimensioni territoriali, le funzioni esercitate e la capacitˆ finanziaria degli enti che li domandano. Giustissimo. Non ha senso dare ad un comune di mille abitanti una caserma di 500 mila metri quadri, perchè non avrebbe mai le risorse economiche per poterla valorizzare. Questo è un caso-limite, ma la capacità finanziaria di ciascun ente locale è destinata a cambiare, e di parecchio, con il federalismo fiscale e con l'intervento della perequazione statale e regionale. Che tuttavia arriveranno solo in un secondo momento, comunque dopo il federalismo demaniale.
E ancora, cosa succederà al debito pubblico italiano, che è in parte garantito da questi beni di cui si spoglia? Anche se quei 3,2 miliardi rappresentano una minima parte del patrimonio pubblico, iscritto nel bilancio dello Stato per un valore di 49,5 miliardi (ma che a prezzi di mercato ne vale almeno 200), il problema esiste. Finchè i beni devoluti dallo Stato restano di proprietà degli enti locali che li riceveranno, in teoria cambia poco. Ma se li vendono? Lo Stato è obbligato a usare i proventi delle sue dismissioni per la riduzione del debito pubblico, ma Regioni, Comuni e Province non hanno questo vincolo. Pare che l'orientamento del governo sia quello di imporre anche a loro la medesima regola. Potrà anche essere così, ma se i beni, una volta valorizzati, vengono conferiti a un fondo immobiliare, dove entrano i privati, che succede?
C'è, poi, un problema di equilibrio. Cedere beni che possano essere messi a frutto ècome mettere benzina nel serbatoio di Regioni ed enti locali. Ma non di tutti. Di quei 3,2 miliardi di beni trasferibili, addirittura un quarto sta in un'unica regione, il Lazio (859 milioni). Il Veneto (364 milioni) ne ha più della Lombardia (315) che però ha il doppio degli abitanti. Liguria e Marche hanno quasi la stessa popolazione, ma la prima ha beni demaniali cinque volte superiori alla seconda (184 milioni contro 38).
I problemi da risolvere sono tanti e rilevanti, ma forse non tali da mettere in discussione il progetto. Del resto quei pochi esempi di federalismo demaniale già attuati in Italia funzionano. E non è certo un caso se la provincia autonoma di Trento, proprietaria del tratto dell'Adige che scorre nel suo territorio, abbia il piano di gestione delle acque più avanzato di tutta Europa.
[Non molto coerente la conclusione con il resto dell'articolo! - n.d.r.]
Nei giorni del terremoto, ci avevo creduto anch'io che il governo stesse reagendo bene all'emergenza. Tenevo a bada il mio antiberlusconismo, e mi ripetevo: chissà, stavolta, forse...".
Poi, però, è partita per l'Aquila Sabina Guzzanti. Partita, come dice nel suo film, dopo i grandi della Terra, le suore, i boy scout, gli studenti e George Clooney. Partita in luglio a vedere quel terremoto che si era trasformato in evento mediatico e in gigantesca occasione di propaganda per un Berlusconi che, grazie alla tragedia, risaliva lentamente nei sondaggi.
Così, era partita la Guzzanti, senza un gran progetto, con una vaga idea di film, una troupe fatta di tre donne e una camera digitale, nessuna particolare aspettativa. Certo non quella di rimanerci impigliata quasi un anno, di accumulare 700 ore di girato, di vivere un'esperienza che lascia il segno e infine di conquistare un posto d'onore (special screening) al Festival di Cannes.
Ed ecco 'Draquila': un film che non fa ridere nonostante la nota e feroce capacità di satira della regista e il titolo apparentemente ironico. Un film che non fa piangere nonostante il tema e il sottotitolo 'L'Italia che trema'. Un film sul potere e non sul dolore. Un film duro, a volte sarcastico, ma strettamente logico che porta avanti come un treno la sua tesi. Ovvero: l'Aquila è un laboratorio; un test che dimostra come si possano cambiare i patti sociali, alterare i principi costituzionali e di fatto sparare allo Stato col silenziatore, in modo che i cittadini non se ne accorgano. Il tutto spiegato stavolta senza urli faziosi, ma con raggelata pacatezza. Ed è piaciuto ai selezionatori di Cannes questo linguaggio secco a ciglio asciutto, con una punta acida, da sana scuola Michael Moore: stessa voce fuori campo, stesse domande tanto pertinenti da diventare impertinenti, stessi siparietti grafici con fatti e numeri, stesso montaggio serrato di testimonianze, opinioni e facce diverse, ma tutte travolte dal soffio della storia.
Uomini e donne in tendopoli militarizzate costretti a seguire la dieta dell''attendato' (no alcol, né caffè, né Coca-Cola); i senzatetto con nuova casa assegnata dal premier innamorati persi di Berlusconi; il vecchio professore che fa resistenza barricandosi nel suo appartamento: "Se quelli ti pigliano sei finito"; l'urbanista, teorico delle newtown, che spiega come un centro commerciale è molto meglio di un centro storico e una feroce sequenza sulla tenda del Pd vuota di uomini ma con molta spazzatura e avanzo marcito di panino con frittata.
Niente sinistra, Protezione civile militarizzata e un premier che spopola. Cominciamo dalla solitudine del panino?
"Troppo splatter, tutto verde e muffo. Questo è un film rigoroso, il panino non l'abbiamo inquadrato".
Rigoroso e spietato. J'accuse di 93 minuti che va ben oltre L'Aquila...
"Questa è l'intenzione. L'Aquila è una cartina di tornasole del malessere del Paese intero. Ho visto tutti gli ingredienti della nostra crisi: l'assenza di un'opposizione; il dilagare della propaganda; la speculazione; la criminalità organizzata; l'indifferenza della gente; l'impotenza di chi cerca di far qualcosa e resta solo; lo Stato parallelo che nasce mentre quello vero neanche se ne rende conto. È un film su come si costruisce una dittatura".
Anche 'Viva Zapatero' era un film sull'arroganza del potere. Cosa cambia qui?
"Noi: popolo italiano. In cinque anni siamo cambiati molto. Non si vede più una capacità di reazione, si è affievolito il ricordo della vita democratica, se ne è persa finanche la nostalgia. Si reagisce all'indignazione adattandosi, ci si costruisce una vita parallela, piccole strategie di resistenza. È così che se all'Aquila ti dicono 'questo lo decide il capocampo', non ti viene da rispondere: 'Ma chi è il capocampo? Chi lo ha nominato? Che rappresenta? In base a cosa è pubblico ufficiale?'. Si obbedisce come se fossimo finiti tutti nel club di Topolino".
Che cosa le fa più paura in Berlusconi?
"A me non fa nessuna paura Berlusconi. Penso che sia uno squalo che come tale mangia tutto ciò che trova intorno. Non ho niente contro gli squali, sono creature come le altre, basta che stiano al loro posto in fondo all'Oceano. Se invece uno squalo passeggia in via del Corso, mi preoccupo".
Spiegazione della metafora?
"Berlusconi non è arrivato al potere con strumenti democratici, perché in democrazia non si può fare il premier controllando tv e giornali e gestendo in prima persona la propaganda. La cosa che più mi ha colpito all'Aquila è quanto la televisione sia stata più forte del terremoto. La gente non distingue più tra realtà e finzione, anzi la realtà televisiva è spesso più forte di quel che vedono e sentono. Donne raccontavano di aver imparato dai loro nonni a fuggire alla prima scossa, ma il 6 aprile sono rimaste nelle loro case, solo perché il telegiornale le aveva rassicurate. Un uomo ha perso due figli perché quella notte li ha rimessi nei loro lettini, convinto dai media che non ci fosse alcun pericolo. Terribile dirlo, ma la propaganda all'Aquila è stata più forte degli antenati e persino dell'istinto di sopravvivenza. Quando sono le gambe prima ancora del pensiero a farti scappare se la terra trema. È chiaro adesso di che potere sto parlando?".
Chiaro. Ma allora come mai nel film ha fatto parlare tanti berlusconiani pazzi del premier che mostravano la meraviglia della casa assegnata con tanto di pentole e spumante in frigo?
"Perché non sono faziosa come si dice. E volevo capire e ascoltare. Capire come si possa rinunciare a una bellissima città, fatta di persone e monumenti, di vita e memoria per sostituirla con diciannove quartieri senz'anima, spuntati dal nulla, ai bordi di una strada statale, lontani fra loro che aspettano solo un centro commerciale. Un tempo mi era impossibile anche pensare di parlare con uno che vota Berlusconi. L'Aquila mi ha cambiato, voglio parlare con tutti. E tutti avevano una gran voglia di parlare. Nessuna intervista è durata meno di un'ora. Spesso si dilungavano fino a tre, quattro ore. Ancor più spesso me ne andavo io, se no si faceva notte. È così che sono arrivata a 700 ore di girato".
Ma non la riconoscevano? Non la identificavano come un nemico?
"Non mi riconosceva quasi nessuno. Non apparendo su Canale 5, ho questo vantaggio. Mi chiedevano solo: 'Lei di che televisione è?'. Io rispondevo: 'Nessuna, stiamo facendo cinema'. E loro: 'Brava! E quando va in onda?'. Non c'era verso. Persino ai posti di blocco i militari insistevano: 'Va bene cinema, ma cinema di che rete?'".
Nelle note di regia però lei ha scritto: "Ho scoperto di amare questo Paese". Perché?
"Perché come l'Aquila questo Paese lo stiamo distruggendo. E come spesso accade, ti accorgi di quanto ami qualcuno e di quanto sia prezioso, solo quando lo stai perdendo. Oddio, non sarò mica diventata patriottica!".
Accapigliarsi a Firenze, è una onesta tradizione. Anche il Primo maggio è una mirabile tradizione. Di accapigliarsi, e proprio a Firenze, per il Primo maggio, non si sentiva il bisogno. Ne scrivo – la disputa avviene anche in altre città, e la posta riguarda tutti – rallegrandomi di stare dalla parte dell´attaccamento al passato. Centovent´anni più o meno, non è un passato vetusto, in un Paese di antichità come il nostro, ma è quello comune al resto del mondo, e di cui andare fieri. È il giorno in cui non si lavora per far festa alle otto ore e alla dignità del lavoro. Dopo che sono crollati gli argini delle feste comandate, sabati e domeniche comprese, a servizio dei quali è stato rifatto l´uomo e anche la donna, una legge toscana ha stabilito che quattro feste siano inderogabili, salvi i servizi necessari alla sicurezza pubblica e alla tutela dei cittadini: il 25 e il 26 dicembre, Capodanno, e il Primo maggio.
L´intenzione sottintesa è di preservare qualche cerchietto rosso nel calendario, rosso di Natale o di scioperi: neanche le dita di una mano. L´intenzione ragionata è di consentire ai membri di una comunità, dalla famiglia in su, di avere almeno in quei giorni di gala un riposo e una festa comune. La legge prevede bensì deroghe "concertate" quando ci siano necessità speciali o eventi straordinari. Si capisce che a Torino durante l´esposizione della Sindone la deroga sia venuta in modo concertato.
A Firenze il sindaco Renzi aveva tempestivamente provveduto con un´ordinanza dello scorso dicembre ad annunciare la chiusura dei negozi per il Primo maggio. Alla cui vigilia però, cedendo alle pressioni della Confesercenti, ha annunciato di voler autorizzare l´apertura. Ciò che è avvenuto ieri d´autorità, come a Milano e in parecchie altre città. La motivazione offerta è la crisi economica: poco persuasiva, non perché la crisi non ci sia, ma perché c´era già a dicembre, e non le gioverebbe molto un giorno in più di apertura. A Firenze venerdì 30 è anche in programma la notte bianca, e si è sostenuto che i reduci dalla moltitudine attesa per la notte avrebbero popolato la città anche il giorno dopo: una sindacalista ha commentato che gli avventori del giorno dopo avrebbero trovato bar chioschi e ristoranti aperti, ma avrebbero potuto fare a meno di comprarsi il golfino. L´effetto paradossale sarebbe di far lavorare le persone nel commercio, alcune decine di migliaia, la notte "bianca" e la giornata dopo, festa del lavoro. Che la notte bianca sia un pretesto è provato dalla quantità di altre città, in Toscana e fuori, in cui si vuole aprire il Primo maggio.
La discussione ha affrontato un tema interessante come la riduzione della convivenza e della "modernità" al consumismo, cui il Primo maggio festivo si opporrebbe come un´anticaglia. Dopo i sindacati, anche tutte le associazioni di consumatori hanno indetto lo sciopero degli acquisti, avvertendo che il Primo maggio è la festa del lavoro e non del consumo. L´economicismo dei fautori dell´apertura, sia detto con tutto il rispetto che i soldi pretendono, ha ispirato qua e là un´inavvertita premura da borseggiatori: «Il punto è – così il responsabile di Confesercenti a Milano – che si tratta di un sabato d´inizio mese, la gente ha lo stipendio in tasca e può spendere». Il punto, si obietta peraltro, è che molta gente ha le tasche vuote e i famosi outlet sono sempre di più luoghi domenicali in cui si va con la famiglia a guardare quanto costano le cose e mangiare un gelato. Il presidente di Unicoop toscana, Turiddo Campaini, cui si accredita o si addebita una personale sobrietà vicina all´ascetismo, ha escluso di aprire i suoi mercati, e va facendo discorsi interessanti – e non di beneficenza – sulla crescente inadeguatezza del gigantismo degli ipermercati. Ma tutto questo è secondario. Devono esserci giorni in cui i soldi sono secondari, in cui il tempo non sia denaro. Feste di liberazione. Giorni – pochissimi, abbiamo visto – in cui si sospenda d´essere uomini d´affari, e si sia semplicemente uomini, e donne e bambini. Chi lavora in un esercizio commerciale, grande o piccolo, assunto o precario, con orari che fanno sorridere o piangere, come preferite, al ricordo della conquista eroica delle otto ore, non è affatto "libero" di accettare o no la richiesta del suo datore di lavoro. Non c´è parità fra padrone e dipendente, né ci si può appellare al padrone buono e comprensivo. I commessi che abbiano prenotato il weekend con famiglia da qualche parte, o abbiano deciso di partecipare a qualche manifestazione del primo maggio, o di starsene in casa in poltrona, metteranno a repentaglio il proprio posto o anche solo la propria serenità per dire: «Preferirei di no, grazie». Piuttosto che chinare la testa e ascoltare in cuffia il concerto di Piazza San Giovanni mentre infilano l´ennesima scarpa col tacco alto a una signora di Parigi o a un signore di Milano. I sindacati che hanno proclamato lo sciopero – bel paradosso, scioperare il Primo maggio, la storia a ritroso – non si propongono tanto la bellezza della lotta quanto una minima misura di tutela dei lavoratori dalle ritorsioni. A Firenze la disputa oppone il Comune ai sindacati e probabilmente anche alla Regione, che si propone di rivedere la licenziosità di aperture domenicali e festive: disputa in famiglia, per così dire. Come nella tradizione. Costarono care, le dispute in famiglia. Mi dispiace che il Comune di Matteo Renzi, giustamente fiero di aver restituito a fiorentini e viaggiatori lo spazio sociale del Duomo, la piazza bella piazza, figuri questa volta come liquidatore del tempo liberato del Primo maggio, e di una bella memoria. «In Comune lo sanno che noi lavoriamo già tutte le domeniche?», si è domandata una commessa del centro. Invece, un negoziante: «Ma in che mondo vivono i sindacati?». Ecco, a me è ora sembrato un gran complimento. In un altro mondo.
Un Palazzo Marino bis, o torre Moratti. Il Comune ha scartato le alternative— acquisti d’uffici, traslochi— e deciso di realizzare il suo grattacielo in zona Garibaldi, una sede di 35 mila metri quadri per 1.600 dipendenti di fronte al Pirellino di via Gioia. Un’operazione da 100 milioni di euro finanziata dalla cessione di altri immobili, dall’anagrafe di via Larga a via San Tomaso, a largo Treves, ancora non s’è deciso quali: «Con i ricavi supereremo i costi di costruzione — stima l’assessore allo Sviluppo del Territorio, Carlo Masseroli — risparmiando anche sulle spese di gestione delle vecchie sedi», qualcosa come 50 milioni l’anno più altri 20 di manutenzione straordinaria. Bando e concorso di progettazione saranno pronti a luglio, Palazzo Marino selezionerà dieci architetti per il confronto di idee e sceglierà la migliore a marzo 2011. Due gli obiettivi: chiudere i cantieri nel 2013 e «superare il Pirellone bis di Formigoni». È una battuta, Masseroli, questa sfida ad alta quota? «Vedremo».
Il Comune completa il mosaico Milano Porta Nuova, il piano di riqualificazione del quartiere Isola-Garibaldi-Varesine: «Vogliamo contribuire al laborioso travaglio della città». Inaugurato e quasi pronto Palazzo Lombardia, la macchina dei lavori privati sta rispettando i tempi e consegnerà i primi edifici nel 2011: la torre di Cesar Pelli sul podio di fronte alla stazione (grande quanto piazza della Scala, 7.500 metri quadri) e gli uffici Varesine. «Questa è una delle prime cinque grandi opere in corso in Italia» dice Manfredi Catella, ad di Hines Italia, società capofila nel progetto: «Porta Nuova rappresenta, da sola, il 10 per cento del volume delle costruzioni in Lombardia». In numeri: 1,2 miliardi di investimenti (300 milioni appaltati negli ultimi sei mesi), 600 operai che saliranno a 2 mila nel 2011, altri 10 mila nell’indotto. «Abbiamo vissuto un 2009 difficile, ma procediamo a ritmi serrati, fiduciosi, in controtendenza rispetto al mercato».
I cantieri sono blindati, gli operai entrano col badge, sorvegliati, i tornelli sembrano quelli di San Siro, il lavoro nero sta fuori, alla porta. Dentro, si lavora a un quartiere «aperto» alla città, «interamente permeabile». Rampe e scale mobili introducono alla piazza circolare, sollevata a sei metri d’altezza, bagnata dalle fontane e impreziosita da un porticato in legno, vetro e metallo disegnato da Pelli (è previsto anche un ascensore panoramico); l’arrampicata alla torre maggiore ha raggiunto quindici piani su 32; nei giardini in via De Castillia è in costruzione il Laboratorio dell’arte, la nuova «stecchetta» degli artigiani; in via Confalonieri sono state gettate le basi del Bosco verticale progettato da Stefano Boeri (opere edilizie da maggio) e delle residenze convenzionate col Comune (3.500 euro al metro); mentre lo scheletro del grattacielo Solaria (143 metri) prende forma nel metallo. Hines ha iniziato la vendita del secondo lotto di alloggi: «Le richieste superano l’offerta». Trenta sono già stati assegnati, ne restano altri 370: il costo medio, 9 mila euro al metro.
l decreto in discussione sul federalismo demaniale dovrebbe essere il più «leggero» dei tre previsti per attuare il federalismo fiscale. Ma rischia di finire in secca o di venire approvato chiudendo gli occhi sul baratro. Esso trasferisce, in modo «non oneroso», agli Enti locali spiagge, rade, lagune, laghi, foci di fiumi, aeroporti regionali, miniere, terreni agricoli inutilizzati, caserme, edifici che non siano «di valore culturale» (concetto già ambiguo, chi stabilisce quel valore?), ecc. Secondo stime attendibili, lo stock immobiliare pubblico è pari a 1 miliardo di mq, circa il 20 % del totale nazionale. Tempo massimo per il varo del decreto: il 21 maggio. I lavori della Bicamerale tuttavia sono appena cominciati, fra non pochi ostacoli. Ma la Lega preme, senza posa.
Le prime osservazioni inquietanti provengono dal Servizio bilancio della Camera: il gigantesco trasferimento demaniale può «far affievolire gli strumenti di garanzia dello Stato» impedendo anche di destinare i proventi delle dismissioni alla riduzione del debito pubblico. Gli enti locali infatti, a differenza dello Stato, non sono obbligati a ripianare con essi il debito. Potrebbe così peggiorare il «saldo di bilancio strutturale della Pubblica Amministrazione». Ci manca solo questo. Ma il ministro Calderoli semplifica: niente paura, avanti verso il federalismo. Lui e Bossi hanno fretta.
Il fine di questo colossale trasferimento di demanio? La sua «valorizzazione». Termine dei più ambi- gui. «Finora, valorizzare ha voluto dire dismettere», dichiara al Sole 24Ore il presidente del Consiglio Superiore dei LL.PP, Franco Karrer. I Comuni, del resto, indebitati dalla demagogica soppressione dell’Ici sulla prima casa, saranno portati a vendere il prima possibile. Purtroppo il mai abbastanza deprecato Titolo V della Costituzione ha separato tutela e valorizzazione, anche se poi si è cercato di ricucire i due termini. Proprio il Codice dovrebbe essere una garanzia contro svendite e speculazioni irresponsabili nei Comuni con l’acqua alla gola. Ma dove sono i piani da esso previsti? La suprema Corte ha ribadito, in gennaio, che non si possono variare a piacimento i piani urbanistici né derogare da essi per alienare beni demaniali (lo permetteva un Dl Berlusconi del 2008). Per ora, tuttavia, vanno avanti soltanto i Piani Casa imposti da Roma. In Sardegna quello del centrodestra, detto Piano Cemento, punta a far saltare i validi piani paesaggistici della giunta Soru. Insomma, dove non ci sono, i Piani non si fanno, e dove c’erano, si fanno saltare. Fossi nel Pd, indurirei subito l’opposizione a questo pasticciato e pericoloso demanio federale. Con esso Bossi e Berlusconi ci portano verso il precipizio.❖
Fiumicino, 10 miliardi con danno ambientale
di Alessandro Ferrucci
Tre nuove piste per il Leonardo da Vinci, un’opera più costosa del Ponte di Messina, al centro la famiglia Benetton. Ma nessuno ne parla
TERRA. ARIA. ACQUA.
Manca il fuoco, per completare i quattro elementi. Ma ci sono i soldi. Tanti, tantissimi, forse come non se ne sono mai visti prima. Anche oltre i 6,3 miliardi stanziati per il “Ponte di Messina”. No, quelli non bastano per raddoppiare l’Aeroporto di Fiumicino. Ce ne vorranno almeno 10. Eppure nessuno ne parla. Silenzio. Dagli imprenditori coinvolti, agli organi di Stato, fino a gran parte della politica. Zitti tutti. Gli unici pronti ad alzare la voce sono uno sparuto gruppo di cittadini di Maccarese e Fregene, frazioni di Fiumicino, alle porte di Roma. Sono loro a gridare “aiuto, vogliono cementificare le nostre vite”.
Quindi ecco la terra: per realizzare l’opera sono necessari 1.300 ettari; aria: la motivazione data da Aeroporti di Roma è che il traffico aereo sulla Capitale raggiungerà, da qui al 2044, i 100 milioni di passeggeri, rispetto agli attuali 36. Acqua: la zona prescelta è a un chilometro, in linea d’aria, dal litorale, zona bonificata negli anni ’20 da contadini veneti e ora dedita ad agricoltura.
LA “MACCARESE SPA”E GLI IMPRENDITORIDI TREVISO
Agricoltura specializzata. In mano, per oltre il 98 per cento, alla “Maccarese spa”, società nata negli anni ’30, di proprietà prima della “Banca Commerciale” e poi del gruppo “Iri”, ma nel 1998 acquistata dalla famiglia Benetton per circa 93 miliardi “con l’impegno di mantenere la destinazione agricola e l’unitarietà del fondo”, come recita l’accordo. Già, a meno di un esproprio. “Se l’Enac (il braccio operativo del ministero dei Trasporti, ndr) dovesse decidere che quella zona è necessaria per realizzare un’opera fondamentale per la collettività, allora verrebbero avviate le pratiche per ottenere le terre”, spiega una fonte di AdR. Tecnicismi, che nascondono ben altro. Proviamo l’equazione: la “Maccarese spa” è di Benetton. Gemina possiede il 95 per cento di Adr. Gemina è di Benetton. Cai, quindi la nuova Alitalia, sta concentrando sulla Capitale quasi tutto il suo traffico aereo nazionale e internazionale. I Benetton, dopo Air France, il gruppo Riva e Banca Intesa, sono i quarti azionisti di Cai con l’8 e 85 per cento. Insomma gli “united colors” rivenderebbero allo Stato, quello che dallo Stato hanno acquistato, per poi ottenere i finanziamenti utili a realizzare un qualcosa da loro gestito e sul quale lavoreranno direttamente quanto indirettamente. “Questione di lobby, di business sulla testa delle persone – spiega Enzo Foschi, consigliere regionale del Lazio per il Pd –. Perché vede, non c’è alcuna necessità di raddoppiare, nessuna. Basterebbe organizzare meglio l’aeroporto e nell’attuale sedime. Anche così il ‘Leonardo da Vinci’ sarebbe in grado di sopportare il raddoppio di passeggeri”. Invece “si uccideranno le prospettive di un territorio – continua Foschi – vocato all’agricoltura, al turismo e all’archeologia, per le necessità di pochi, di pochissimi. È una vergogna”. Una vergogna “silenziosa”. Come detto, il Fatto ha più volte contattato gran parte della politica laziale per avere delle risposte. Dai big, come il neopresidente Renata Polverini, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, fino a consiglieri e assessori. Niente da fare. O al massimo un “sì, leggiamo e vedremo se intervenire. Grazie”. “Sono mesi che poniamo interrogativi, sempre inevasi – spiega Marco Mattuzzo del ‘Comitato fuoripista’ –. Siamo choccati da tanto silenzio, ci sentiamo soli e inermi. Abbiamo interpellato tutti, compreso l’Enac per capire. Risultato? Non volevano darci neanche le informazioni di cui abbiamo diritto”. Almeno per capire dove e quando.
Tutto nasce nell’ottobre del 2009. Conferenza stampa convocata da AdR. Toni pacati, sorrisi grandi. Pacche sulle spalle e l’atteggiamento di chi dice: siamo alla svolta, chi non lo capisce è fuori dal mercato. È fuori tempo. L’occasione è presentare a governo ed Enac il piano di sviluppo. Il presidente di AdR, Fabrizio Palenzona, spiega: “Sono previsti investimenti per 3,6 miliardi di euro fino al 2020, nell’ottica di un progetto che punta a una capacità di 55 milioni di passeggeri nel 2020 e di 100 milioni nel 2040”. Attenzione alle cifre: i 3, 6 miliardi sono solo per arrivare ai 55 milioni; per toccare quota 100 c’è chi osa sparare quel numero iperbolico: 10 miliardi (“Basta moltiplicare il costo per il numero di passeggeri” ci spiega la nostra fonte in Adr). E per questo è necessario “un grande patto tra investitori e istituzioni – continua Palenzona – attraverso un quadro certo di regole e tariffe per consentire un così ingente piano di investimenti privati: un piano che ha il sostegno di imprenditori che rischiano, mettono soldi nel mercato, ma hanno bisogno di certezze”.
“Tariffe”, la parola magica. Come conferma Gilberto Benetton: “Il tutto è vincolato nella prima fase all’ottenimento di un aggiornamento delle tariffe, nella seconda fase a una nuova convenzione che preveda anche un ritorno sugli investimenti futuri”. Dichiarazione rilasciata sempre a ottobre, poco prima di un incontro ufficiale a Villa Madama, Roma. Presente anche il responsabile divisione corporate e investment banking di Intesa Sanpaolo, Gaetano Miccichè. Guarda caso “Intesa” è il terzo socio di maggioranza in Cai.
LA PREOCCUPAZIONE DELLE BANCHE E LE CONDIZIONI
I soldi ci sono. Eccoli. Loro chiedono un adeguamento. L’adeguamento c’è. Dalla legge finanziaria presentata il 23 dicembre del 2009, si legge: “È autorizzata, a decorrere dall’anno 2010, e antecedentemente al solo periodo contrattuale, un’anticipazione tariffaria dei diritti aeroportuali per l’imbarco di passeggeri in voli all’interno e all’esterno del territorio dell’Unione europea, nel limite massimo di 3 euro per passeggero, vincolata all’effettuazione di un autofinanziamento di nuovi investimenti infrastrutturali urgenti”. Più urgenti di un raddoppio? C’è un “però”: AdR ha ottenuto un incremento di imbarco pari all’inflazione programmata del 2009 (l’1,5 per cento, quindi da 5,17 euro a 7,57). Ma secondo quanto riportato il 6 aprile da il Sole 24 Ore a firma Laura Serafini, AdR non ritiene di essere in grado di finanziare l’opera con le norme attualmente vigenti sulle tariffe. “Lo potrà fare solo con un nuovo sistema, tutto da negoziare con l’Enac entro la fine del 2010, che secondo quanto già dichiarato dai vertici di AdR dovrebbe riconoscere allo scalo la stessa convenzione data ad Autostrade, che dunque garantirebbe aumenti per i prossimi 34 anni (la concessione AdR scade infatti nel 2044)”. Da qui lo scoglio: manca la garanzia che il ministero dell’Economia, chiamato ad approvare quel contratto assieme al ministero dei Trasporti dia il via libera a questo tipo di contratto. E le banche non vogliono rischiare. Vogliono vedere “nero su bianco”. Per questo AdR pretende che il calcolo dell’inflazione parta dal 2001. “Quindi il raddoppio lo paghiamo noi cittadini – interviene Marco Mattuzzo –.Eppoi c’è qualcuno che vuole venderci la storia che conviene a tutti avere un aeroporto del genere. Anche a chi vedrà la propria casa rasa al suolo. Lo sa una cosa? Ora nessuno comprerebbe una casa ‘condannata’. A meno che non sappia niente del piano. Quindi il danno lo subiamo già ora”. Non solo case, anche aziende. Nella zona interessata (nella pagina accanto c’è la piantina) vivono duecento famiglie e operano venti aziende, alcune delle quali affittuarie della “Maccarese Spa”. Gente che da anni lavora la terra, investe, cresce, offre primizie al mercato romano. Percorrere le tante stradine che costeggiano i campi è come fare un viaggio nelle “quattro stagioni”: da una parte i prodotti dell’inverno, poi ecco i primi frutti della primavera. E così via. “Noi siamo qui dal 1987 – interviene il signor Caramadre, dell’omonima cooperativa –, e ci occupiamo di orticoltura biologica. Se sono disposto ad andarmene? Ma lei si rende conto quanto tempo ci vuole per mettere in piedi un’azienda del genere? Cosa vuol dire piantare e aspettare i frutti? Non siamo mica una fabbrica che compra i componenti e li mette in funzione. Per noi i periodi diventano anni, dai dieci ai quindici”. Quindi di vendere non se ne parla “anche perché non ci darebbero mai la cifra necessaria per aprire una nuova attività – continua –. Così siamo all’interno di una forma ricattatoria: o cedi alla cifra che decidiamo, o vai in giudizio civile. Quindi 7-8 anni per arrivare a sentenza. E nel frattempo mi hanno raso tutto al suolo”.
WWF, VASCHE,NATURA E INQUINAMENTO
Secondo il master plan presentato a ottobre da AdR simile se non identico a quello studiato dall’Iri negli anni ’60, dei 1300 ettari, l’8,2 per cento verrebbe destinato a hotel, centri commerciali, uffici, congressi e ancora. Ben 106,6 ettari, “1.066.000 metri cubi di nuove costruzioni” come denunciano dal comitato. E non importa se nella zona esistono due riserve del Wwf, un Parco Romano, se sotto alcune “zolle” sono stati ritrovati degli importanti reperti archeologici. Non importa se non lontano, in linea d’aria, incide una delle discariche più grandi d’Europa, quella di Malagrotta. Non importa se già adesso la qualità della vita è complicata per gli abitanti della zona, investiti da alti livelli di inquinamento acustico, elettromagnetico, oltre che ambientale. Secondo uno studio realizzato dalla dottoressa Antonella Litta, referente per la provincia di Viterbo dell’Associazione italiana medici per l’ambiente, “esistono evidenze sempre più consistenti, legate al traffico aereo, di come numerosi inquinanti, introdotti nel corpo umano, inducano processi infiammatori cronici che determinano uno stress cellulare progressivo a carico di organi e tessuti, aprendo la strada a patologie gravi come aterosclerosi e cancro”. Sarà un caso, le due persone che ci hanno guidato tra i campi di Maccarese, sono sotto chemioterapia. E la Asl competente non ha ancora realizzato uno screening specifico per valutare la situazione della zona. Interpellati i responsabili, ci hanno spiegato che esistono solo dei dati ricavabili da altri studi, quelli di routine.
“Sì, è tutto molto sconcertante – afferma Filiberto Zaratti, ex assessore all’Ambiente della giunta precedente –. Emerge con chiarezza il classico investimento immobiliare, nel quale potranno intervenire i soliti ‘paperoni’. A prescindere dalla reale utilità, che non c’è. Inoltre parlano di aumento dell’occupazione. Ma siamo seri, prenda quanti sono attualmente impiegati al Leonardo da Vinci e li rapporti al traffico passeggeri. Poi veda”. Bene, ecco qui: “A 36 milioni di traffico, corrispondono 2623 dipendenti, di cui circa 635 a tempo determinato – spiegano da Fuoripista. Quindi 80 occupanti ogni milione di passeggeri. Al contrario AdR parla di mille addetti ogni milione. Al 2044 sarebbero 100 mila posti di lavoro diretti”. Il Fatto ha cercato di sentire tutte le parti. Ha chiamato Gemina, ha interpellato l’Enac. Per capire. Anche con loro, niente da fare. L’Ente nazionale ha risposto che i “tecnici stanno ancora valutando, quindi è presto”. Gli uomini di Benetton si sono chiusi dietro un inespressivo no comment. E chi lavora con loro ci ha parlato a voce bassa e sotto una promessa: “Mi raccomando, io non vi ho detto niente. Non fate mai il mio nome altrimenti mi licenziano”. Già, l’importante è tenere la voce bassa. Anche se in ballo ci sono 10 miliardi di euro.
Il primo volo, Andreotti e il Vaticano Montanelli: “Una rapina”
di Luca De Carolis
IL RITRATTO di questo scandalo fatto di miliardi sprecati e intrecci oscuri lo dipinse Indro Montanelli sul Corriere della Sera: “Il caso dell’aeroporto di Fiumicino è molto peggio di un furto, di una rapina a mano armata o di un’incursione di briganti”. Era il 27 dicembre 1961, oltre un anno dopo l’inaugurazione dello scalo romano: tardiva. Fiumicino doveva essere pronto per il 1950, l’anno del Giubileo. E invece venne inaugurato nell’agosto 1960, per entrare davvero in funzione nel gennaio 1961. Erano trascorsi 14 anni di lavori, per una spesa complessiva attorno agli 80 miliardi di lire: quasi 50 miliardi in più di quanto preventivato. Un fiume di denaro persosi nei mille rivoli del sottopotere democristiano. La vicenda inizia nel 1947, quando il ministro dell’Aeronautica, Mario Cingolani, istituisce un comitato per la costruzione del nuovo aeroporto di Roma. I tecnici vogliono realizzarlo nell’area di Casal Palocco, vicino Ostia. Ma il comitato, presieduto dal generale Matricardi, dirotta la scelta su un’area paludosa a Fiumicino, porto della Capitale. I terreni appartengono ai Torlonia, ma a gestirli è un ex gerarca fascista, Nannini, in ottimi rapporti con l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giulio Andreotti. Poco tempo prima, un privato aveva comprato un appezzamento attiguo per 60.000 lire all’ettaro. Il comitato Matricardi paga ogni ettaro 754.000 lire. Finisce il 1950, l’Anno Santo: prima scadenza non rispettata. A dirigere l’ufficio progetti per l’aeroporto arriva il colonnello Giuseppe Amici: sodale di Nannini, con eccellenti entrature in Vaticano. In sette anni, Amici spende oltre venti miliardi per Fiumicino, ma sui terreni non compare neppure un muro. “Chi fa osservazioni gravi contro Amici non è tra le persone oneste” tuona Andreotti. Nel 1957, Giuseppe Togni diventa ministro dei Lavori pubblici, con l’incarico di occuparsi di Fiumicino. Per gli appalti è battaglia, con minacce incrociate. Nel febbraio 1959 il presidente della commissione tecnica per Fiumicino, il generale Fernando Silvestri, si spara un colpo di pistola alla tempia. Andreotti è serafico: “Caso ereditario, suo padre si uccise alla stessa età”. Si annuncia che l’aeroporto sarà pronto per le Olimpiadi del 1960, ma i lavori vanno a rilento. Per salvare la faccia, il 20 agosto del ’60 Togni e il ministro della Difesa Andreotti inaugurano Fiumicino. Ma lo scalo diventa operativo solo la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1961. Tre mesi dopo, la pista numero uno sprofonda. Il fondo in calcestruzzo e cemento ha ceduto di schianto. Sull’onda dello scandalo, si forma una commissione d’inchiesta parlamentare. Socialisti e comunisti chiedono le dimissioni di Andreotti, senza esito. La commissione non prende provvedimenti, mentre Amici viene promosso generale. Nel 1963, la Procura di Roma archivia tutto. “Chissà quanti altri Fiumicino ci aspettano” commenta Montanelli: profetico
Sulla pelle dei viaggiatori
quella “tassa” da 3 euro
di Chiara Paolin
Per sapere cosa succede in Italia basta leggere BusinessWeek. Già lo scorso 4 febbraio la rivista economica raccontava come i Benetton stessero muovendo terra e cielo per far finalmente decollare il progetto AdR, la società Aeroporti di Roma che gestisce il nascente hub capitolino. Franco Giudice, direttore generale AdR, annunciava serafico: “Intendiamo raddoppiare utili e ricavi entro il 2019 incrementando il traffico e le concessioni commerciali”. Ma come? Finora lo scalo romano per i trevigiani è stato un affare a metà. Entrati nel 2005, si sono accollati 70 milioni di spese per il rinnovo della stazione (intonsa dagli anni ‘60) e altri 170 per nuove strutture. Hanno tentato di convincere gli altri soci di Gemina, società che controlla AdR al 96%, a una forte ricapitalizzazione. Solo qualche mese fa Luciano, gran patron della casa veneta, parlò apertamente di 500 milioni di euro da sborsare, ma Mediobanca (che ha il 13%), Silvano Toti (che vanta un 12%, in pegno però a Unicredit e Intesa) e gli altri piccoli azionisti (Premafin, Generali, Unicredit, Fassina) fecero spallucce. Così i Benetton, che non amano perder tempo né denaro (specie dopo la batosta Telecom), si sono rimboccati le maniche. La megaholding di famiglia Edizione Srl (11 miliardi di euro il fatturato), azionista di maggioranza in Gemina (31%), ha deciso di coinvolgere nuovi soci tramite la controllata Sintonia, società lussemburghese che fa da ponte tra Edizione e Gemina: è lì, nel comodo paradiso fiscale, che il fondo sovrano cinese Gic e la nota banca d’affari Goldman Sachs hanno deciso di prender parte al gioco romano dell’AdR. E vai col primo risultato: potenziare la cordata. Ma per cambiare rotta serve denaro. L’ultimo bilancio AdR segna un utile netto di 5,2 milioni di euro: un bel miglioramento sul -8,3 milioni dell’anno scorso, ma briciole per l’impero dei veneti. I quali, subito dopo aver approvato i conti 2009, hanno votato il nuovo Cda: dentro un rappresentante cinese e presidenza a Fabrizio Palenzona, che ricopre la stessa carica anche in Gemina. Perché il doppio incarico? Palenzona è l’uomo di fatica dei trevigiani: sarà lui a dover sbrogliare la questione del cosiddetto adeguamento delle tariffe, ovvero una nuova tassa da 3 euro che pagheranno tutti i passeggeri per foraggiare nuove opere a Fiumicino (e Malpensa). L’accordo dei Benetton con il governo è di investire 3,6 miliardi da qui al 2020, ma solidi introiti devono giungere dalla tassa viaggiatori, oltre che dai diritti pagati dalle compagnie aeree. A decidere l’introduzione dell’obolo sarà il Cipe: oggi il bonus varrebbe oltre 100 milioni l’anno visto che nel 2009 sono passati da Fiumicino 34 milioni di viaggiatori. I quali diventeranno però il triplo nei prossimi vent’anni (secondo AdR). Per ora, l’incarico di Palenzona è sbloccare la richiesta dei veneti. Lui il piglio sicuro ce l’ha, e dichiara: “Per l’adeguamento delle tariffe aeroportuali c’è un iter in corso. Dovrebbe essere convocato un Cipe per la seconda lettura, dopo la prima avvenuta a novembre. Poi ci sono state le elezioni e penso che al prossimo Cipe se ne parlerà”. Del resto Palenzona è un pezzo d’uomo capace di conquistarsi nel tempo cuori poco teneri come quello di Enrico Cuccia e amicizie pericolose come quella di Giampiero Fiorani, che lo accusa di aver trafficato con lui all’epoca della Banca di Lodi. Accuse rispedite al mittente e schiacciate da una fantastica ascesa al potere con conseguente accumulo di mille incarichi: da presidente della Federazione padroni e padroncini di tir, business cui venne introdotto dal suo mentore Marcellino Gavio, fino all’ingresso come consigliere in Mediobanca via Crt-Unicredit. Insomma, un mastino dei trasporti lanciato dai Benetton prima sulle autostrade e adesso sulle piste di Fiumicino. Anche perché Palenzona, studiando Economia a Pavia, fece amicizia con quel giovane assistente universitario di nome Giulio Tremonti che nemmeno sognava di diventare un giorno ministro dell’Economia (e vicepresidente del Cipe).