loader
menu
© 2026 Eddyburg

Nuova attenzione per il Colosseo assediato dal traffico e afflitto da problemi di manutenzione è stata manifestata in questi giorni da autorità governative e cittadine. Questo lascia ben sperare nella disponibilità di maggiori finanziamenti e nell’attuazione di nuovi interventi. Se ne avverte infatti la necessità per garantire la conservazione del monumento e per assicurargli la possibilità di sostenere il crescente afflusso di visitatori e di raggiungere le condizioni di decoro che esso merita. Sono compiti non facili se si considerano la mole, la vetustà, le menomazioni inferte all’anfiteatro nel corso dei secoli da parte di eventi naturali e dall’uomo. Il compito più delicato consiste però nel porre attenzione a quanto vi è ancora da studiare riguardo ai caratteri strutturali, funzionali ed alle trasformazioni subite dall´edificio nel tempo.

Allo studio, alla manutenzione ed all’agibilità del Colosseo si è provveduto per molto tempo quasi esclusivamente con una liberalità della Banca di Roma, ora UniCredit Banca di Roma, la quale con una convenzione stipulata nel 1994 assegnò alla Soprintendenza 40 miliardi di lire per attività riguardanti il Colosseo. Quell´importo, rivalutato, corrisponde oggi a circa 30 milioni di euro. Per circa dieci anni tale disponibilità ha consentito di tenere aperto il Colosseo, garantendone tra l’altro il funzionamento quotidiano, i lavori necessari per la sua completa apertura, l´adeguamento alle norme di sicurezza, la videosorveglianza interna, le biglietterie automatizzate, gli ascensori per il pubblico. Si riuscì a ripristinare una porzione del piano ligneo dell’arena, individuando e seguendo l’antico schema costruttivo, per rendere praticabile lo spazio su cui si eseguivano i combattimenti gladiatorii e le altre rappresentazioni anfiteatrali. Un lavoro assai rilevante, di carattere sperimentale, fu eseguito poi sulla facciata del Colosseo, nella parte prospiciente la via dei Fori Imperiali, per l’ampiezza di tre fornici e per l´intera altezza dell’edificio, al fine di individuare i criteri più efficaci e meno aggressivi per la ripulitura delle superfici dalle incrostazioni accumulatesi nel tempo e in parte dovute all’inquinamento atmosferico. L’intervento aveva anche la finalità di ottenere una stima reale dei costi per la ripulitura di tutto il monumento. Queste attività furono studiate con grande perizia scientifica e poi dirette da architetti, archeologi e restauratori della Soprintendenza con la partecipazione di numerosi tecnici esterni. A tutti si deve anche lo svolgimento di ricerche e la predisposizione di progetti per interventi da eseguirsi successivamente, come le cancellate esterne del monumento. Di queste sono stati realizzati prototipi in ferro battuto sulla base delle tracce e degli incassi lasciati nei travertini dai cancelli antichi per riproporne la forma e per determinarne i costi.

Il programma degli interventi finanziati dalla Banca di Roma prevedeva tra l’altro indagini su aspetti statici, architettonici nonché di ordine storico e archeologico la cui conduzione fu affidata ad una commissione costituita da rappresentanti delle Facoltà di Ingegneria, Architettura e Lettere delle tre università di Roma, che per anni hanno dedicato la loro attenzione allo studio del Colosseo. A tal fine furono eseguiti sondaggi intesi a verificare la situazione idrogeologica, il rischio sismico con numerose altre ricerche che consentirono di acquisire un’ingente mole di informazioni e di formulare indicazioni sugli interventi necessari per la conservazione del monumento. Indagini furono svolte anche con la collaborazione di istituzioni scientifiche, quali l’Istituto Archeologico Germanico, a cui si deve la ricostruzione del sistema di elevazione degli animali feroci dai sotterranei al piano dell´arena mediante ascensori e botole che si aprivano sul pavimento ligneo.

La convenzione con l’UniCredit Banca di Roma è ancora attiva: l’erogazione delle somme ha infatti proceduto secondo i tempi necessari allo svolgimento di indagini minuziose, alla realizzazione di interventi conservativi molto complessi, all’esecuzione di lavori sperimentali, agli studi per la ricostruzione del piano dell’arena, alla progettazione per il delicato inserimento di impianti e strutture di servizio, come gli ascensori per il pubblico, senza offesa per l’integrità fisica del monumento e per i suoi caratteri formali. I risultati sono ben evidenti, a cominciare dai travertini della facciata ripuliti dalle incrostazioni nere dell´inquinamento senza cancellare patine e variazioni cromatiche dovute all’azione del tempo ed alla storia del monumento. Il criterio adottato dovrebbe costituire un modello alternativo alla pratica della drastica rasura a cui sono periodicamente sottoposti i travertini delle chiese romane per finalità del tutto estranee alla loro conservazione. La perdurante disponibilità dei fondi concessi dall’UniCredit Banca di Roma a puro titolo di liberalità, di cui restano ancora da impegnare almeno tre milioni e mezzo di euro, rende anche evidente l’attenzione con cui sono stati impiegati i finanziamenti. Su nessun monumento antico è possibile eseguire lavori ingenti in tempi brevi senza fare più danno che bene.

Il commento di Giovanni Losavio, fra i massimi esperti nazionali di legislazione in materia di beni culturali e paesaggio, nella sua acribia giuridica rileva puntualmente gli elementi fortissimi di criticità che il regolamento attualmente in discussione in sede di Commissioni parlamentari e che riportiamo in allegato, presenta.

Già in altre occasioni eddyburg ha sottolineato come la vulgata della “semplificazione” sia usata con disinvoltura a sostegno di provvedimenti che di fatto sanciscono deroghe pericolose dalle norme vigenti e garantiscono per atti, gare, assegnazioni e quant’altro percorsi privilegiati al riparo da meccanismi di controllo.

Anche in questo caso, il sospetto che si riaffaccia in più di un articolo, laddove, ad esempio, vengono distorti e snaturati ruolo e funzioni delle soprintendenze e delle commissioni locali, è che con questo strumento si contribuisca all’affossamento dell’operazione di copianificazione paesaggistica sancita dal Codice come passaggio ineludibile per una tutela condivisa del nostro paesaggio.

Maria Pia Guermandi

Osservazioni allo schema di Regolamento deliberato dal Consiglio dei Ministri in tema di procedimento semplificato di autorizzazione paesaggistica per gli interventi di lieve entità.

L’articolo 146, comma 9, del Codice dei beni culturali e del paesaggio rimette ad un Regolamento la disciplina di procedure semplificate di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica per interventi di lieve entità “in base a criteri di snellimento e concentrazione dei procedimenti”, che tuttavia non possono contraddire la prioritaria esigenza della adeguatezza del provvedimento abilitativo all’interesse di tutela in concreto perseguito pur in relazione a minori trasformazioni dell’assetto fisico dei luoghi protetti.

1

Essenziale contenuto del proposto regolamento è innanzitutto la definizione degli “interventi di lieve entità”, indicati nella minuta casistica dell’allegato elenco, le cui “specificazioni, rettificazioni ed integrazioni” il comma 2 dell’art.1 rimette ad un decreto del Ministro per i beni e le attività culturali di concerto con i Ministri dello sviluppo economico e dell’ambiente. La definizione degli interventi di minore entità è materia correttamente assunta dal presente Regolamento adottato a norma dell’art. 17, comma 2, della legge n.400 del 1988 e dunque soltanto al livello di quella formale fonte normativa può essere modificata.

2

Alla esigenza di celerità non può essere sacrificata l’adeguatezza dell’esercizio della funzione di verifica e il termine (sessanta giorni) prescritto dall’art. 3, comma 1, per la conclusione del procedimento non può ritenersi appropriato se comporta la riduzione a venticinque giorni (rispetto ai quarantacinque della procedura ordinaria) del termine dato al soprintendente per esprimere il suo parere, come prevede il successivo art. 4, comma 6. Obbiettive esigenze funzionali non consentono di ridurre, neppure nella procedura semplificata, il già contenuto termine di

quarantacinque giorni, sicché conseguentemente si impone la dilatazione del termine complessivo fissato nell’art.3 (da sessanta a novanta giorni).

3

Criticammo a suo tempo la previsione dell’art. 146, comma 9, del “Codice” che rende meramente facoltativa la convocazione della conferenza di servizi nella ipotesi in cui il soprintendente non abbia reso il parere nel prescritto termine. Escludere del tutto tale facoltà nel procedimento semplificato (comma 6 dell’art.4) sembra disposto che incide senza obbiettiva ragione sull’esercizio di una facoltà discrezionale la cui opportunità può essere apprezzata in concreto, rispetto alla particolarità del singolo caso, dalla “amministrazione competente”.

4

Il comma 5 dello stesso art. 4 prevede il ricorso amministrativo improprio al soprintendente contro il rigetto della domanda pronunciato dalla “autorità competente” nel caso di preliminare “valutazione negativa” (precedente comma 4). Contro l’esigenza di speditezza si pone un simile rimedio, che impropriamente conferisce al soprintendente un potere censorio tipico del rapporto di supremazia gerarchica. Si impone quindi la soppressione di un simile ricorso che snatura la figura istituzionale dell’organo della tutela statale, partecipe con diverso ruolo del procedimento.

5

Così come del tutto impropria è l’attribuzione (comma 8 dell’art. 4) al soprintendente, nella ipotesi in cui abbia espresso parere divergente dalla determinazione della “amministrazione competente”, della competenza alla pronuncia del conclusivo provvedimento di rigetto. E’ attribuzione che essenzialmente modifica il ruolo dell’organo della tutela statale (consultivo pur se con espressione di parere vincolante) nel procedimento di rilascio della autorizzazione paesaggistica, così come è concepito dall’art. 146 del “Codice”.

6

Assolutamente in conflitto con la disciplina, vincolante al riguardo, del “Codice” è il disposto del comma 10 dell’art.4 che declassa a meramente obbligatorio, non vincolante, il parere del soprintendente in tutte le ipotesi in cui il luogo sul quale debba cadere l’autorizzazione sia oggetto di una specifica disciplina, normalmente dettata dal piano paesaggistico, dunque si deve ritenere presente nella quasi generalità dei casi. Nessuna analogia sussiste tra questa disposizione e quella del comma 5 dell’art. 146 del “Codice” (criticata per altro da Italia Nostra) che configura come non vincolante il parere del soprintendente soltanto a conclusione, non solo del procedimento di revisione dei vigenti piani paesaggistici, ma pure dell’attuato adeguamento ad essi degli strumenti urbanistici applicabili nella specie, adeguamento infine oggetto di positiva verifica da parte del ministero, su richiesta della regione.

7

Non può non rimanere obbligatorio il parere delle “commissioni locali per il paesaggio” che invece il comma 12 dell’art. 4 declassa a meramente facoltativo. Basterà rilevare che la istituzione delle commissioni locali volute dall’art.148 del Codice assicura presso l’”autorità competente” quell’”adeguato livello di competenza tecnico-scientifica” cui è condizionata la delega da Regione ad ente locale in ordine all’esercizio del potere di rilascio della autorizzazione paesaggistica.

Roma, maggio 2010.

Traffico di droga, contrabbando di griffe della moda falsificate in Cina, sfruttamento di manodopera clandestina. E - ancora - riciclaggio di denaro sporco, appalti truccati per le opere pubbliche e racket. Le cosche della mafia e della ’ndrangheta sono sempre più attive sui porti laziali. Già nel 2000 erano stati smascherati traffici illeciti riconducibili alla famiglia Rinzivillo e ad alcuni clan minori. Ora però non si tratta più di situazioni episodiche. Ma di un sistema strutturato. E soprattutto pericolosamente in fase di rapida espansione. Secondo l’ultimo rapporto della Direzione investigativa antimafia al ministero dell’Interno, infatti, «sul litorale nord, in special modo nei comuni di Ladispoli, Cerveteri, Santa Marinella e Civitavecchia, si riscontra la presenza di alcune ramificazioni dei sodalizi Gallo, Misso, Mazzarella e Veneruso, attivi nel narcotraffico». E anche Luigi De Ficchy, capo della procura di Tivoli dopo una lunga parentesi all’antimafia, ha sottolineato come il porto di Civitavecchia sia diventato «approdo di importanti partite di droga».

Secondo l’antimafia, i porti del sud, da Gaeta a Formia, da Nettuno a Anzio, sono ormai terreno di battaglia dei clan della camorra. Dopo aver investito in attività immobiliari e commerciali, ora le cosche stanno organizzando vere e proprie basi operative. Sono segnalati continui tentativi di racket sulle attività commerciali, fenomeni diffusi di caporalato sia per chi lavora a terra, sia sul personale imbarcato. E nel basso Lazio, oltre a controllare parte della compravendita dell’immenso mercato ortofrutticolo di fondi, la camorra adesso comincia a condizionare il florido mercato del pesce.

Il litorale romano fino a poco tempo fa era spartito fra gang di albanesi, rumeni e fra gli eredi della banda della Magliana. Ora sono stati costretti a scegliere: o finire stritolati dalle cosche, oppure mettersi al servizio delle stesse cosche. E la maggior parte dei piccoli delinquenti a scelto di «mettersi a padrone». L’antimafia sta cercando di monitorare anche i flussi di denaro collegati alle operazioni immobiliari legate allo sviluppo dei nuovi porti turistici di Ostia e Fiumicino. Alcuni movimenti di soldi sarebbero «sospetti». Diversa la matrice delle infiltrazioni nel litorale nord. La camorra - spiegano i magistrati - avrebbe puntato il porto di Civitavecchia perché meno sorvegliato rispetto a quelli di Napoli e Gioia Tauro, un tempo importanti terminali del narcotraffico. E poi nella zona di Civitavecchia sono in corso importanti infrastrutture pubbliche. Appalti ricchissimi, che fanno gola alle cosche.

Ma sono anche un modo di celebrare la fine dell´inverno (che secondo molti calendari agrari termina il 30 aprile) e l´arrivo della bella stagione con i suoi raccolti. Ce ne sono in ogni territorio, città e regione: alcuni hanno resistito, si celebrano ancora, e quasi tutti sono legati al cibo. È il caso delle "Virtù teramane": la tradizione le vuole legate al primo maggio ma oggi, visto che le tradizioni sono malleabili, si celebrano anche la prima domenica del mese. È un rito di cui voglio parlare perché ci insegna qualcosa. Anche se la società che l´ha concepito non esiste più è perfettamente valido e attuale per questi tempi spreconi e distratti, in cui l´individualismo sfocia quasi automaticamente nell´egoismo.

Diremo che se quando sono nate si doveva "fare di necessità virtù", oggi le "Virtù" sono diventate una necessità.

Già il nome è una meraviglia: "le Virtù". Se raccontiamo cosa sono però acquisterà ancor più poesia, significato, bellezza. Si tratta di un piatto, una ricetta di Teramo, ma è diffuso con altre varianti in tutto l´Abruzzo, tanto da essere pure stato esportato in certe comunità romane.

Protagoniste, come sempre in questi casi, sono le donne le cui virtù, in questo caso, stavano nel riuscire a fare bene questa preparazione complessa, per cui non esiste un´unica regola e in cui il savoir faire è decisivo. Sono virtù perché la base di partenza sono gli avanzi rimasti nella dispensa dopo l´inverno: legumi secchi, pasta di varie tipologie, resti del maiale che la donna doveva essere brava a recuperare e riutilizzare. I legumi allora andavano essiccati in casa con sapienza perché durassero il più a lungo possibile e dovevano essere conservati con molta cura per salvarli da tarli e muffe. Chi ne aveva tanti e ancora buoni era una brava donna di casa. Il piatto unisce poi questi "avanzi" alle verdure nuove come legumi freschi e i primi frutti dell´orto, e poi pasta fresca e carne, come pezzetti di prosciutto, cotenne, polpettine fritte. Una generica lista d´ingredienti comprende un mare di cose: fagioli, ceci, lenticchie, fave, cicerchie, piselli, carote, zucchine, bietole, indivia, scarola, lattuga, cavolo, cavolfiore, rape, cicoria, spinaci, finocchi, misericordia, aglio, cipolla, menta, maggiorana, salvia, pipirello, aneto (ingrediente decisivo), sedano, prezzemolo, carciofi, prosciutto crudo, cotenna, carne di manzo, carne d´agnello, noce moscata, pepe, chiodi di garofano, lardo, parmigiano, pasta di semola di grano duro di varia qualità, carne tritata, olio d´oliva, sugo di carne mista alla "macellara" e pasta fatta in casa con uova. Però non c´è una ricetta unica, l´abilità (altra virtù) sta nel saper rendere questa infinita lista d´ingredienti che comporta un´altrettanto lunga preparazione qualcosa di diverso da un semplice minestrone: amalgamato, omogeneo, equilibrato, delizioso, con le diverse parti - che hanno diversi tempi di cottura - singolarmente cotte a puntino. È una ricetta low cost, perché si deve utilizzare ciò che c´è in casa e ciò che si può raccogliere nei campi, ma ci vuole tempo.

Non soltanto è illuminante perché ci insegna il valore del risparmio, del riuso e del riciclo, perché è un inno contro lo spreco che ci attanaglia sempre più ed è uno schiaffo alla povertà e alla crisi (4.000 tonnellate di cibo edibile buttate via ogni giorno nella sola Italia!), ma è anche un simbolo di condivisione e di appartenenza a una comunità. Le famiglie devono offrirla ai vicini e ai parenti. Mandano qualche "coppino" (ciotola) di virtù nelle altre case e pure ai poveri. Dimenticarsi di qualcuno spesso dava anche adito a litigi, causava l´incrinarsi di rapporti o ne sanciva la rottura. In origine era il pranzo che la promessa sposa elaborava per la futura suocera dimostrando la sua bravura a fare tanto con poco. C´è anche un dettaglio curioso: la suocera in quell´occasione regalava alla ragazza un gioiello molto bello in filigrana d´oro detto la "presentosa". Alcuni dicono che il nome derivava dal fatto che la ragazza si "presentava" alla famiglia allargata, altri però sostengono che in realtà il nome attiene a quella «presuntuosa che si vuole prendere mio figlio!»

Quando mi dicono che il cibo buono costa caro gli rispondo citando le Virtù teramane, perché oltretutto sono un piatto di una bontà rara. E se una volta erano fatte davvero a costo zero, oggi non ci fanno certo svenare. Ma più che consigliare di riproporle ovunque tali e quali e non soltanto in quel di Teramo cogliamo invece il senso di questa tradizione: bisogna tornare alla cucina degli avanzi, essere parsimoniosi con il cibo non quando lo comperiamo facendo le pulci su pochi centesimi che sono decisivi per il reddito del contadino ma dopo che lo abbiamo messo in frigorifero, prima di buttarlo. Le virtù ci insegnano che il cibo è prezioso, ha valore e non soltanto prezzo, che possiamo tirare fuori cose geniali da ciò che ci avanza. Ci riconducono anche al significato sociale del cibo, a una reciprocità che in tempi di crisi tremebonda e spesso drammatica diventa un elemento economico rivoluzionario. Cerchiamo nel nostro piccolo di realizzare le Virtù a casa nostra, e partiamo da maggio: facciamone il mese della lotta allo spreco in campo alimentare. Per noi, per il Pianeta e per chi ne ha un dannato bisogno. Che la tradizione si rinnovi e che dimostri la sua modernità.

Aggiungo: facciamo pure i "presentosi". Vorrei proporre ai grandi chef creativi, stellati e meno stellati, di mettersi un poco al servizio della cucina degli avanzi e di inventare per noi nuove ricette atte a recuperare e riutilizzare gli ingredienti che abbiamo in casa. I piatti della tradizione che molte osterie continuano a proporre sono già un barlume: timballi, ripieni per paste come tortellini e agnolotti, zuppe con il pane raffermo. Ma vorrei che i cuochi più avanguardistici provassero anche loro a cimentarsi con il tema dello spreco. Visto che sono gli attuali preziosi e giustamente celebrati custodi del nostro savoir faire culinario (una volta erano le nonne, ma i tempi cambiano) sarebbe bellissimo che ci regalassero qualche novità anche in questo campo. Non finiremmo mai di esser loro grati. Pubblichiamo insieme un libro sulle ricette degli avanzi: potrebbe essere l´inizio del futuro della gastronomia, partendo dal passato. Ecco come si fa a passare dal fare di necessità virtù al rendere le Virtù una nostra necessità. Perché sono parte fondamentale del diritto di tutti al bello e al buono.

Postilla

L’antica minestra “le Virtù” è “anche un simbolo di condivisione e di appartenenza a una comunità”, scrive Petrini. Infatti raccontavano nel Teramano che quella minestra era anche una produzione collettiva del villaggio: ciascuno portava nella pentola comune i prodotti della sua madia e del suo orto. E raccontavano ancora che, ai tempi del Regno, alla vigilia del Primo maggio i Carabinieri arrestavano a scopo precauzionale, e mettevano in guardina, i “caporioni” sindacali, i combattenti delle lotte dei contadini, per evitare che essi organizzassero la festa e, con questa, un’occasione festosa di mobilitazione e di presa di coscienza, preludio di lotte future. Per far parteciparte i loro uomini alla solidarietà di classe e di villaggio le donne portavano loro le gavette con la loro generosa porzione di Virtù.

Il Mezzogiorno alle volte deve piangere se stesso. Come prova la storia di ordinaria follia che qui raccontiamo. L´Auditorium progettato e donato da Oscar Niemeyer a Ravello, inaugurato il 30 gennaio è stato utilizzato un solo giorno (il 7 maggio) e rischia di restare chiuso sine die. Il Comune, che ne è proprietario, non ha né le risorse né le professionalità per gestirlo.

Tuttavia, rifiuta di darlo in comodato alla Fondazione Ravello, di cui esso stesso fa parte. Così un capolavoro architettonico, realizzato con i fondi europei per 18 milioni di euro, sembra condannato a rimanere, se non una ennesima cattedrale, una preziosa cappella, abbandonata nel deserto culturale del Sud.

I lettori di questa rubrica forse ricorderanno le polemiche che divisero le organizzazioni ambientalistiche su questa iniziativa: a favore Legambiente e Wwf, contraria Italia Nostra, secondo uno spartiacque che si richiamava all´eterna querelle tra innovatori e tradizionalisti. Noi in questo caso parteggiammo per i primi, ricordando l´errore commesso negli anni Sessanta dai conservatori (al di là di ogni distinzione politica) impedendo la costruzione di una casetta di Wright sul Canal Grande e dell´ospedale di Le Courbusier alle Fondamenta Nuove. A Ravello sembrava che gli innovatori avessero, questa volta, avuto alla fine la meglio.

Per valorizzare turisticamente, durante tutto l´anno, un luogo così raro, nel 2002 la Regione Campania, la Provincia di Salerno, il Comune di Ravello e la Fondazione Monte Paschi di Siena avevano creato la Fondazione Ravello affidandole, per Statuto, il compito di «promuovere e coordinare iniziative culturali, scientifiche ed artistiche che facciano dei siti storico-artistici di Ravello la sede di manifestazioni di prestigio nazionale ed internazionale». Da allora la Fondazione ha rinnovato e potenziato il Festival musicale e intrapreso altre iniziative collegate al nuovo Auditorium, adatto a "destagionalizzare" il turismo e capace di ospitare gli spettacoli anche nei mesi freddi.

Ora, si dà il caso che, quando il progetto dell´Auditorium fu varato, il Comune era amministrato dalla lista "Insieme per Ravello". La lista civica all´opposizione – "La Campana" – era invece contraria. I partiti di destra, centro e sinistra sono frantumati e fanno parte, mischiati, delle due liste.

Alle elezioni del maggio 2006, per 14 voti, ha vinto "La Campana", storica avversaria dell´Auditorium: il quale, per ironia della sorte, si è trovato a dipendere proprio da chi, fin dall´inizio, lo aveva avversato. Così, quando la costruzione dell´Auditorium è arrivata quasi alla fine, la querelle si è spostata sul problema della gestione, e dopo estenuanti trattative si è approdati a un "atto di comodato" sottoscritto dal sindaco (2 ottobre 2009), grazie al quale la gestione dell´Auditorium veniva affidata alla Fondazione.

Risolto il problema? Tutt´altro. La firma del sindaco doveva essere convalidata dal consiglio comunale, ma il vice-sindaco avversava l´atto di comodato, definendolo «carta straccia». Così, dopo l´inaugurazione (29-31 gennaio 2010), gestita dalla Fondazione, l´Auditorium è rimasto chiuso e ora tutto legittima il timore che tale resterà a tempo indeterminato. Per essere valorizzato, sarebbe invece necessario elaborare tempestivamente la pianificazione delle iniziative concertistiche ed altre, selezionare il direttore e formare il personale, mettere in gara l´affidamento dei servizi, ecc.

Ravello ha la duplice fortuna di possedere uno splendido Auditorium e di essere socio di una Fondazione capace di gestirlo in modo eccellente. Ma il 22 aprile scorso il consiglio comunale ha bocciato l´atto di comodato già sottoscritto dal sindaco. Il sindaco stesso ha votato contro il documento che recava la sua firma. Oggi il capolavoro di Oscar Niemeyer, costato alla Fondazione dieci anni di impegno, all´Unione Europea 18 milioni di euro, alle maestranze tre anni di lavoro, è chiuso. E non sappiamo per quanto tempo lo resterà.

Postilla

Il giornalismo italiano a volte deve piangere se stesso. Certamente alcuni giornalisti ignorano la coerenza. Ha senso criticare l’abusivismo edilizio e l’illegittimità urbanistica, che certamente – come spesso ci ricorda la Repubblica - dominano in vaste zone del Mezzogiorno, e poi trascurare il fatto che le critiche all’Auditorium di Ravello sono nate in primo luogo per l’illegittimità di quell’intervento, in palese contrasto col piano paesaggistico approvato con legge dalla Regione Campania (lo abbiamo dimostrato per tabulas in questo sito, e non solo)? Ha senso criticare ogni giorno l’arbitrio dei governanti, così diffuso ai nostri giorni, e poi trascurare il fatto che quell’intervento illegittimo è avvenuto solo perché un “Governatore” l’ha imposto contra legem? Che un giornalista trascuri di considerare le ragioni di merito per cui un “generatore di traffico” posto in quel luogo sia devastante per l’intera area della penisola amalfitana può non stupire: giornalisti capaci di comprendere il territorio ne sono rimasti pochi, e Antonio Cederna è solo un ricordo. Né stupisce che un giornalista non riesca a distinguere un’opera di Oscar Niemeyer da quel discutibile edificio, progettato dall’architetto Zeccato. Ma potrebbe evitare di affermare che Niemeyer ha “donato” l’auditorium, quando esso è stato progettato dal Comune sulla base di un suo schizzo e pagato dal contribuente.

Commentando l’articolo di un altro giornalista della Repubblica (Giovanni Valentini, 5 dicembre 2004) scrivevamo allora che egli, nel difendere l’Auditorium dalle critiche dimenticava, tra l’altro, «che l'unico motivo di opposizione non era "l'impatto ambientale", ma una serie molto più ricca di ragioni. Tra queste la palese illegittimità dell'intervento. L'illegittimità era già stata rilevata dal TAR in occasione della presentazione del nuovo PRG, che difatti non fu mai approvato. Ne ha preso atto di nuovo il TAR alla deliberazione del progetto. La ripetuta pronuncia del TAR è stata convalidata in prima istanza dal Consiglio di Stato, che ha negato al Comune la sospensiva». Concludevamo dicendo che l’illegittimità dell’intervento era stata «implicitamente riconosciuta da quanti (Bassolino, Di Lello) hanno dichiarato che cambieranno la legge pur di far fare l'auditorium. Se la legge non mi va bene la ignoro, la scavalco, e se non mi riesce ne faccio un'altra che mi vada bene. E' un bell'esempio che i pubblici poteri danno, in una regione infestata dalla camorra!»

Che oggi quell’esempio sia stato seguito dalla maggioranza dei governanti è evidente a tutti. Chi oggi giustamente protesta farebbe bene a verificare la coerenza delle sue posizioni.

Mentre la marea della corruzione monta come un oceano in tempesta, il presidente del Consiglio promette che i singoli responsabili pagheranno per gli errori, che le mele marce verranno selezionate e scartate. E così tutto potrà continuare come prima. Ma si tratta di una rassicurazione che non rassicura poiché più i giorni passano più appare chiaro che qui non si tratta di casi individuali ma di una rete nazionale di illecito, di un vero e proprio sistema di arricchimento alimentato e coperto anche da norme specifiche, come quella sulla Protezione Civile. In aggiunta c´è che questo è un tempo di crisi economica grave, e la corruzione, il furto delle risorse pubbliche, sono un delitto se possibile ancora più grave.

Non ci sono ancora dati statistici capaci di confermare la relazione diretta tra regime democratico e sviluppo economico; quella stabilita dagli studiosi è solo una relazione indiretta. Ci sono invece dati certi sulla relazione, diretta, tra corruzione e sviluppo economico o benessere generale. La triangolazione di questi tre fattori - democrazia, sana politica, sviluppo economico - è uno dei temi più studiati e anche quello che ci offre molti interessanti argomenti per contestare la favola delle mele marce. Detto a rovescio, è provato che indirettamente la democrazia serve a mitigare gli effetti economici negativi della corruzione. La prima e fondamentale ragione di questa "utilità" della democrazia sta nel fatto che il meccanismo elettorale consente ai cittadini di mandare a casa i politici corrotti (se un paese dovesse affidarsi solo ai tribunali, non avrebbe una società civile efficiente e libera). In buona sostanza, è l´effetto di deterrenza delle elezioni che dovrebbe riuscire a tenere sotto controllo i politici, ed è la sconfitta elettorale la punizione più efficace (proprio perché, come si vede, gli uomini di potere tendono a non volersene andare spontaneamente). Molto più chiara è la relazione tra salute politica e sviluppo economico. Detto a rovescio, la corruzione politica ha effetti diretti di impoverimento della società.

Perché corruzione e impoverimento vanno insieme? La risposta ci viene dalla natura stessa della corruzione. La corruzione è "l´abuso dei pubblici uffici o delle funzioni pubbliche per scopo di arricchimento" di privati o/e di gruppi. L´obolo offerto in vista di un calcolato guadagno dagli uomini d´affari ai politici può andare sia nelle tasche di un singolo ministro sia in quelle di un partito. La corruzione per il partito (che comunque non riguarda questo nuovo sistema di illecito) è corruzione. La natura del fatto non cambia con l´identità dell´«utilizzatore finale». La necessità che ha di celarsi alla legge e all´informazione qualifica la corruzione come una gravissima violazione di tutti principi, non solo quelli morali, etici, giuridici e politici, ma anche quelli economici. E veniamo così alla relazione diretta tra corruzione e impoverimento.

Lo scambio di favori - sul quale si raccontano casi tra i più bizzarri in questi giorni - agevola privati che operano nell´impresa, in quella delle costruzioni o industriale, commerciale o dei servizi. L´impresa del signor Anemone ha fatto grandi affari con i politici italiani in barba alle regole della libera competizione. Come un baro, il corruttore trucca il gioco e si arricchisce con e a spese di tre cose: il denaro dei contribuenti, le leggi e le norme, i potenziali competitori. Prestando attenzione a questa terna (fatale in tutti casi di corruzione) si intuiscono gli effetti devastanti che la corruzione ha sull´economia di un paese. E siccome nel caso della corruzione il danno è sempre fatto a tutte e tre insieme le vittime (le finanze dello stato, le leggi, il mercato) risulta evidente che davvero la corruzione deturpa la società democratica impoverendo l´intera società.

Impoverisce per l´ovvia ragione che si alimenta con i soldi che sono di tutti e che violando la trasparenza delle regole (per esempio quelle per l´attribuzione di appalti nelle Grandi opere o nei lavori pubblici ordinari) fa saltare il principio che presiede al contenimento dei costi: competenza su un piede di parità. La corruzione è un caso vero e proprio di attentato monopolistico all´economica di mercato. E una delle conseguenze perverse di questa turbativa delle buone pratiche è che gli imprenditori, sapendolo, si premuniscono in anticipo e si preparano a fare quello che fan tutti. Ecco spiegata la ragione per la quale la storia delle "mele marce" è una favola: la corruzione deve farsi sistema per avere successo; deve essere messa in conto da tutte le imprese che vogliono lavorare per il pubblico.

L´effetto escalation della corruzione - e la prova che la storia delle mele marce è una favola per gli stupidi - è molto ben descritto da queste parole usate da due studiosi (Shleifer e Vishny) a proposito del paese governato da Vladimir Putin: «Per investire in una compagnia russa, uno straniero deve corrompere ogni agenzia coinvolta nella transazione, inclusi il ministero degli esteri, quello dell´industria e dello sviluppo economico, quello delle finanze, il governo locale dell´area dove avverrà l´investimento, la banca centrale, l´ufficio centrale delle opere pubbliche e così via. L´ovvio risultato è che gli stranieri non investono in Russia». E qui siamo nella perfetta condizione di impoverimento generale a causa dell´arricchimento di pochi o pochissimi per vie illecite. Gli impoveriti non fanno notizia. Ne farebbero, e farebbero un gran rumore, se la democrazia funzionasse. E qui veniamo al punto: la democrazia ha le regole adatte per disincentivare la corruzione mandando a casa i politici corrotti. C´è da pensare, proprio perché questo teorema è noto a chiunque, che chi vive di corruzione non ami la democrazia e voglia fare di tutto per imbavagliarne la voce libera e pubblica. Questa è una storia di casa nostra.

E’ impressionante la forza che possiede la stupidità, nella vita degli Stati europei e in quella dell’Unione. La crisi economica iniziata nel 2007 avrebbe dovuto insegnar loro un po’ d’intelligenza supplementare, e persuaderli che i tempi dell’incertezza erano finiti, che la politica doveva riacquistare un primato, che l’ora di un governo europeo era infine sopraggiunta. Invece si direbbe che la crisi non abbia impartito lezione alcuna, nonostante le grandi spese che l’Unione si sta sobbarcando. Si versano soldi in quantità e nelle nazioni si predispongono piani di sacrifici dolorosi, ma come dissero a suo tempo Fruttero e Lucentini: la cretineria prevale, e quel che l’Europa sa far meglio è l’ottusa «manutenzione del sorriso». L’euro vacilla sempre più, ma i capi di governo fingono letizia, immaginando di suggestionare i mercati col buon umore.

Della tempesta non parlano, per non dover parlare delle proprie responsabilità, e sperano che come per miracolo i mercati si calmino. Intanto pagano e questo non è male, ma pagare non è tutto quel che occorre. La politica, hanno l’impressione di averla già fatta. La leadership, di averla già esercitata: con il trattato di Lisbona, con qualche vertice fra i governi più importanti. Così vivacchiano ancor oggi, grosso modo soddisfatti.

La costituzione è fallita in questi anni, ma il trattato di Lisbona ha preso il suo posto e il grosso è fatto. L’unico elemento positivo della crisi è che i governi non se la prendono più con gli eurocrati di Bruxelles, d’un tratto. In cuor loro sanno perfettamente che se l’Europa è considerata nel mondo un’impresa minacciata di morte, la colpa è degli Stati e dei politici nazionali.

Il cretino molto spesso si dissimula dietro le vesti del pragmatico, del moderato, di chi pretende di aver appreso la feconda arte della disillusione, dello spirito blasé. Nessuna passione lo agita più, nessuna grande idea innovatrice, se non il desiderio di posti e di cariche. L’Inghilterra è maestra in quest’arte solo apparente del disincanto, impastata in realtà di illusioni e incanti: illusione di potercela fare da sola, come nazione erede di un impero; incanto che occulta i fatti reali e riempie il vuoto con l’affaccendarsi più che col fare. In questi giorni c’è chi parla addirittura di rivoluzione in Gran Bretagna, e tutti sono eccitati perché per la prima volta gli inglesi fanno l’esperienza, molto continentale, di un governo di coalizione. Ma al momento, l’esperienza è un guscio vuoto. Tutto quello che i liberal-democratici di Clegg hanno fatto è retrocedere nella loro battaglia europeista, pur di fare un governo giovane, fotogenico e ilare con Cameron, l’antieuropeista. Il colmo è stato raggiunto, il giorno dell’accordo, da Graham Watson, deputato liberale al Parlamento europeo. «Sull’Europa non c’è problema», ha detto alla Bbc: primo perché nell’euro l’Inghilterra non entrerà comunque; secondo perché l’Unione ha già operato tali e tanti cambiamenti, da quando ha approvato il trattato di Lisbona, che il riposo e le pantofole sono più che legittimi. Per un bel po’ di tempo, ha aggiunto, altri trasferimenti di sovranità non sono né previsti né auspicati.

Così ragionano i pragmatici, o meglio i rinunciatari, quasi camminassero in una fresca radura e non in mezzo a incendi. Proprio ora ci vorrebbero nuovi trasferimenti di sovranità, perché l’Europa diventi finalmente un soggetto politico credibile (credibile davanti ai mercati, agli Stati Uniti, alla Cina, all’India) e proprio ora i suoi dirigenti dicono, come quando ti si accampano davanti un secondo e un terzo mendicante: «Abbiamo già dato».

Eppure quasi ogni giorno la cosa appare evidente: la crisi che traversiamo e i sacrifici che saranno chiesti ai cittadini sono tali, che senza trasformazioni decisive dell’Unione c’è poco da sperare. Non lo affermano solo i mercati, che non sembrano credere nell’Europa ma di cui si può pensare: hanno l’istinto del gregge, ascoltano il primo che passa.

L’Europa e l’euro sono ritenuti moribondi anche da politici americani di primo piano come Richard Haass, direttore del Council of Foreign Relations e consigliere di vari presidenti. Anche dall’ex governatore della Federal Reserve Paul Volcker. Lo storico Niall Ferguson, esperto in declini di imperi (romano, britannico, americano), lo dice a chiare lettere, su Newsweek: «La grande decisione che l’Unione deve prendere non è se salvare la Grecia. È se trasformarsi in Stati Uniti d’Europa, o essere una versione moderna del sacro romano impero, una bislacca accozzaglia “a geometria variabile” che prima o poi si frantumerà». Economicamente l’Europa sta meglio degli Stati Uniti. Ma questi non muoiono perché sono un sistema politico federale, dunque un soggetto visibile. Dietro il dollaro c’è uno Stato, che riequilibra le disparità interne: «In America il salvataggio del Michigan viene fatto dal Texas in modo automatico, attraverso la ridistribuzione del reddito e i proventi della tassa sulle imprese». Dietro l’euro c’è un’armatura e dentro l’armatura un cavaliere inesistente.

Bisogna davvero esser lenti a capire e sconfinatamente svogliati, per pensare dopo il tremendo biennio 2007-2009 che i mercati e l’economia siano tutto, e talmente bravi ed efficaci da dettar legge. Che la moneta unica e la prosperità del vecchio continente possano sussistere senza un potere politico, alle spalle, che coincida con l’area dell’euro. Che mercati e agenzie di rating restino infallibili, abilitati a ripetere i disastri e le bolle speculative degli ultimi anni. Nonostante questo suo impazzimento, l’economia continua a essere l’idolo davanti al quale la politica, svuotata dal di dentro, senza timoniere, molto pragmaticamente si adatta.

È come se l’Europa non avesse, nel proprio bagaglio, una grande cultura fatta di scetticismo verso i mercati e il predominio dell’economia: una cultura che ha prodotto guerre fratricide ma ha anche saputo difendersi da esse inventando la democrazia, la separazione dei poteri, l’autonomia della politica, lo Stato sociale. Una cultura che nel dopoguerra ha dato vita a un’unione di Stati consapevoli dei propri limiti e decisi a mettere insieme le proprie vecchie sovranità. Un’unione che ha custodito inoltre il Welfare, in modo da spegnere in anticipo gli estremismi scatenati nel secolo scorso dalla questione sociale.

È come se nella nostra storia non ci fosse stata, contro il predominio del mercato e dell’economia, una lunga tradizione che va dalle visioni etiche e politiche di Condorcet e Adam Smith alle proposte sociali e politiche di Beveridge e Keynes. È dal Settecento che l’Europa produce idee in questo campo, oggi dimenticate. Condorcet, che pure credette nella razionalità degli economisti a lui contemporanei, vide già allora i pericoli: «Agli occhi di una nazione avida, la libertà non sarà più che la condizione necessaria alla sicurezza delle operazioni finanziarie».

L’euro è nato con questo vizio, fondamentale. Il mercato e le banche erano tutto, il grande demiurgo era a Francoforte. La politica era chiamata a garantire la libertà necessaria alla sicurezza delle operazioni finanziarie. L’armonia si sarebbe imposta spontaneamente, e al peggio non urgeva pensare. Invece il peggio è venuto. È già qui fra noi. Si può fingere che non esista, e dare alla finzione il nome di pragmatismo. Ma il pragmatismo senza una trasformazione dell’Europa non è pragmatismo né tanto meno disincanto. È un’ideologia con aspirazioni egemoniche acutissime. Ha la forza della stupidità quando impigrisce. La forza di bloccare i nuovi necessari trasferimenti di sovranità, come nei desideri degli inglesi o della Corte costituzionale tedesca. Ha il potere, magari gratificante ma enormemente inutile, di chi è addetto alla manutenzione del sorriso mentre la crisi economica si abbatte sulle società e le democrazie per spezzarle.

Volevano una Sardegna sfregiata. Non più torri nuragiche tra il Golfo degli Angeli e l’Asinara ma giganteschi mostri d’acciaio, pale eoliche più alte della cupola di San Pietro, 200 tonnellate di peso ciascuno. Dovevano sorgere sotto il Limbara cantato da Fabrizio De Andrè e il monte Ortobene dei pastori di Grazia Deledda. Erano i primi anni Duemila, col centrodestra al governo della Sardegna guidata, a fine legislatura, da un assessore tecnico alla Programmazione, Ugo Cappellacci, commercialista figlio del papà-commercialista che curava gli affari di Silvio Berlusconi tra Costa Smeralda e Porto Rotondo.

Era stata scritta una sentenza di condanna ad metalla dal Sulcis alla Nurra, perfino davanti a basiliche dell’arte romanica. Numeri da incubo: 2.814 aerogeneratori, uno ogni otto chilometri quadrati (in Germania, fra le nazioni leader per le energie pulite, il rapporto era di una pala per 23 chilometri quadrati). Sarebbe stato uno scempio. Emanuele Sanna, oggi sindaco Pd di Samugheo nell’Oristanese, ex presidente del Consiglio regionale negli anni ’80 quando la Regione dei Quattro Mori era guidata dal sardista Mario Melis, presidente del comitato sardo per il paesaggio, nel 2002 denunciava in convegni e articoli manovre losche: “L’eolico che ci stanno proponendo rischia di essere più inquinante del petrolio e del carbone”. A vantaggio dei laureati sardi senza lavoro? No. “I benefici – scriveva Sanna - sono facilmente individuabili fra le imprese italiane e straniere che su scala europea dànno la caccia ai siti meno costosi per intercettare non tanto il vento quanto incentivi finanziari e fiscali”.

I signori con la valigia

Una profezia? No. Buon fiuto politico. In quegli anni i Comuni dell’Isola erano meta quotidiana di “signori con la valigia” per promettere ai sindaci posti di lavoro a gogo e vagonate di soldi in nome del vento, dell’energia pulita destinata a trasformarsi in affare sporco e untuoso. La Sardegna – con quelle strategie sciagurate - sarebbe diventata “il territorio più eolizzato del Pianeta”. Vigeva la regola del progetta e raddoppia. Perché se l’Italia intera doveva produrre entro il 2012 circa 2.000 Megawatt di energia dal vento, solo in Sardegna erano previsti impianti per 4.000. Alla Regione guidata dal centrodestra ridens (tra i presidenti Mario Floris ex Dc, Mauro Pili pupillo del re di Arcore e Villa Certosa, Italo Masala ex An col superassessore Cappellacci filius) in soli due anni erano state presentate istanze “per 81 parchi eolici con un totale di 2814 aerogeneratori e una capacità produttiva di 3.765 Megawatt”.

I boss bussavano, gli assessori aprivano le porte. Per fortuna quella catastrofe paesaggistica viene evitata. Nella primavera 2004 la Regione passa al centrosinistra presieduto da Renato Soru. I primi atti sono di svolta radicale, in linea col programma elettorale. Si evita subito di gravare l’isola di servitù energetica oltre che di quelle, già pesantissime, militari. Il 23 luglio si fa tabula rasa del pasticciaccio. Tutte le autorizzazioni concesse a destra e manca, a imprese nazionali ed estere, a qualche amichetto da “cricca” locale più o meno legato ad ambienti massonici, vengono annullate. Perché? La nuova giunta rileva che, contrariamente a quanto disposto dalle leggi, “non era stato valutato l’impatto ambientale” e “non è stata rispettava la legislazione vigente”. Protestano in tanti, la Confindustria sarda agisce per conto terzi. È un no all’eolico? Alle energie pulite? No. È un no alla speculazione, all’arrembaggio energetico.

Eolico sì, ma (legge del 29 maggio 2007) “solo nelle aree industriali o in siti già compromessi o degradati ad esse contermini”. Non è il caso di sconvolgere colline e vallate con una selva di campanili d’acciaio che, tra l’altro, “arricchiscono l’estero aggravando i conti economici nazionali” senza risolvere il caso-energia. Che per la Sardegna si trasforma in caro-energia, essendo l’unica regione italiana senza metano aggravando per questo i bilanci di tutte le aziende industriali, anche non energivore.

Il ritorno della destra

Il resto è cronaca recente. Il centrosinistra litigioso e rissoso perde la guida politica della Regione. Che nel 2009 è nuovamente a regia centrodestra eterodiretta da Arcore e palazzo Grazioli. Cappellacci toglie i paletti issati dalla giunta Soru. In viale Trento tornano “i signori con la valigia”. Fa capolino il faccendiere Flavio Carboni. Ha i disco verde di Loris Verdini e può intrattenersi quanto vuole con Ugo Cappellacci. Tutti lì, per agitare i fili mossi dal vento. Ma anche quei fili dànno la scossa.

La procura della Repubblica di Napoli ha chiesto gli arresti domiciliari per il senatore del Pdl Vincenzo Nespoli. Appena due mesi fa, durante la campagna per le elezioni regionali il nostro eroe - che è anche sindaco di Afragola - aveva presentato una proposta di legge per aprire la strada ad un nuovo condono edilizio, il quarto della serie. Vinte trionfalmente le elezioni in Campania, la destra è passata all'incasso e in uno dei recenti consigli dei ministri si è già previsto il primo passo, e cioè il blocco delle demolizioni. Di sanatoria edilizia si continuava comunque a parlare e, finalmente, il teorico dei condoni ha rotto gli indugi. Il ministro dell'Economia Tremonti ha proposto di aprire le procedure di sanatoria anche per gli oltre due milioni di edifici che erano stati recentemente scoperti dagli uffici del Catasto.

Nel 2009 i tecnici di questi uffici avevano infatti effettuato il confronto tra le mappe catastali, quelle che certificano la legittimità delle nostre case, e le recenti foto satellitari. Solo con un controllo limitato al 25% dell'intero territorio si è scoperto che mancavano all'appello 571 mila edifici. Oltre due milioni sull'intero territorio nazionale costituite per lo più da edifici che hanno deturpato i luoghi più belli del paese e il paesaggio agricolo. Sono le ville di Ischia, della costa amalfitana, dell'Appia antica, delle coste siciliane e calabresi. In un paese normale sarebbe stata allertata la Guardia di Finanza per accertare caso per caso i motivi delle mancate denuncie e per applicare i provvedimenti previsti dalla legge: dall'acquisizione dei beni al patrimonio pubblico alla demolizione.

Siamo nel pieno di una crisi morale che investe il cuore delle strutture pubbliche e ci si aspetterebbe un segnale di discontinuità con il passato, teso a dimostrare che esistono ancora le regole del vivere civile, come il rispetto del paesaggio. Al contrario il centro destra presenta l'ennesimo condono. Siamo ormai nell'Italia fai-da-te. La serie delle sanatorie edilizie è infatti così ininterrotta e sistematica da non lasciare scampo. Nel 1985 il governo Craxi sana gli abusi storici. Nel 1994 il primo governo Berlusconi onora le promesse elettorali del "padroni a casa nostra". Nel 2003 sempre Berlusconi approva la terza sanatoria che farà felici e ricchi tutti i proprietari dei capannoni del nord-est. Lo scorso anno si aprono le porte al piano casa: chiunque ha una "villa" - così si è espresso lo statista brianzolo - potrà alzarla di un piano a prescindere dalle regole urbanistiche.

Come ha ben argomentato ieri su queste pagine Ugo Mattei, c'è un lucido disegno per disarticolare lo stato, annullandone ogni ruolo e prerogativa. Con il nuovo condono si distruggerà per sempre l'autorità dello Stato. Ne sarà certo felice il senatore Nespoli, così da ripagarlo un po' dell'amarezza della persecuzione giudiziaria. Ma come è possibile che nessuna forza politica di opposizione faccia sentire la sua voce per sfidare la destra sul terreno della legalità?

Aderite all’appello di eddyburg

Per l’amministrazione regionale è la terza batosta nel giro di un anno e segue di pochi mesi la sentenza definitiva con cui il Consiglio di Stato ha bocciato i vincoli disposti per notevole interesse pubblico sull’area circostante al sito archeologico. La legge 45 stabilisce che il provvedimento cautelare trimestrale ora cassato dai giudici di piazza del Carmine non è ripetibile, quindi l’ordinanza firmata ieri mattina dalla seconda sezione presieduta da Rosa Panunzio - consigliere Tito Aru, relatore Antonio Plaisant - dovrebbe chiudere la contesa almeno sul fronte amministrativo. I legali della Regione - Roberto Murroni, Giampiero Contu, Paolo Carrozza e Vincenzo Cerulli Irelli - hanno prodotto in aula il decreto del 12 settembre col quale il sovrintendente ai beni architettonici e paesaggistici Fausto Martino ha annullato due nullaosta concessi dal comune di Cagliari al gruppo Cualbu per l’edificazione di parte delle aree. I giudici l’hanno però ritenuto irrilevante ai fini del giudizio, trattandosi di un’iniziativa esterna alla Regione assunta in autonomia dal ministero dei Beni Culturali e comunque del tutto slegata dal provvedimento di inibizione. Fra l’altro si trattava di copie dei documenti originali, prive delle firme del responsabile del procedimento e del sovrintendente. E’ passata al contrario la linea dei difensori del gruppo Cualbu - Antonello Rossi e Pietro Corda - e di quelli del comune di Cagliari (Ovidio Marras, Marcello Vignolo, Massimo Massa e Carla Curreli) per i quali l’iniziativa cautelare non si reggeva su alcun presupposto: «Il provvedimento cautelare impugnato - hanno scritto i giudici nell’ordinanza - non è assistito da elementi idonei sul piano motivazionale e istruttorio a comprovare la sussistenza di concrete ragioni di urgenza correlate alla protezione degli interessi paesaggistici affidati alle cure della Regione».

La Regione quindi non avrebbe più alcuno strumento per intervenire con provvedimenti di chiusura dei cantieri, che a questo punto restano di competenza del ministero dei Beni Culturali. E’ stato infatti il Consiglio di Stato, nella sentenza di fine luglio, a confermare la possibilità che le sovrintendenze decidano di imporre un nuovo vincolo sull’area oggi edificabile. Un’ipotesi sollecitata nei giorni scorsi anche da Italia Nostra, che ha inserito Tuvixeddu fra i dieci siti italiani di assoluta importanza culturale minacciati dall’aggressione del cemento. E’ poi del 12 settembre scorso il decreto firmato firmato dal sovrintendente ai beni architettonici e paesaggistici Martino, che rilevate una serie di vizi procedurali nei nullaosta paesaggistici concessi dal comune a Coimpresa li ha ritenuti illegittimi. Se le valutazioni di Martino dovessero essere estese all’insieme del quadro autorizzativo in possesso del gruppo Cualbu per Tuvixeddu i cantieri potrebbero essere nuovamente chiusi. Ma a questo punto, con la Regione ormai inerme dopo la sequenza di sconfitte davanti ai giudici amministrativi, tutto dipende dalle decisioni dello Stato.

Ma lo Stato prepara nuovi vincoli

C’è però un’altra speranza all’orizzonte della Regione e delle associazioni ambientaliste che vorrebbero proteggere la necropoli punica di Tuvixeddu dal cemento: il sovrintendente regionale ai beni architettonici e paesaggistici Fausto Martino ha avviato il procedimento per la dichiarazione di interesse culturale di una parte dell’area interessata agli interventi di Coimpresa.

Si tratta del giardino e delle pertinenze di villa Muscas, dove il piano del gruppo Cualbu sostenuto dal comune di Cagliari prevede la realizzazione di un ristorante e di uno spazio ricreativo. Il sito era già protetto dal vincolo indiretto ed è piuttosto lontano dalla zona dei ritrovamenti archeologici. Se però il Ministero deciderà, come l’iniziativa di Martino fa prevedere, di imporre un vincolo diretto per notevole interesse culturale per Coimpresa sarebbe una complicazione in più. In un raggio di cento metri dal villino sarebbe vietata qualsiasi trasformazione, di conseguenza il progetto dovrebbe essere in parte rivisto. Per Martino «la villa e il parco sono tra gli ultimi esempi che segnano il prestigio di una classe dirigente ottocentesca cui vanno ascritte le trasformazioni che faranno di Cagliari una città europea».

Intanto nell’accesissimo dibattito che circonda le vicende politico-giudiziarie legate a Tuvixeddu interviene anche l’assessore regionale ai lavori pubblici Carlo Mannoni, che parla del decreto di annullamento dei nullaosta comunali firmato da Martino: «Mi permetto di invitare addetti e non addetti ai lavori a leggere e rileggere quel decreto - scrive Mannoni - vi troveranno un pezzo della storia di Cagliari, anche recente, dove qualche "cattivo" è ora meno cattivo e dove qualche "buono" è ora forse molto, molto meno buono di prima. Ritengo, però, che siano importanti, in questo decreto, non tanto l’annullamento dell’atto autorizzativo comunale le cui gravi patologie sono ben evidenziate, quanto le motivazioni che lo Stato, quello con la esse maiuscola nella veste del suo Soprintendente regionale, ha posto a base dello stesso provvedimento. Motivazioni che coincidono con quelle contenute nell’atto di indirizzo su Tuvixeddu da me indirizzato l’11 gennaio 2007 come assessore regionale ad interim dei beni culturali, ai dirigenti responsabili in materia paesaggistica. Con tale atto mettevo in evidenza come il colle di Tuvixeddu-Tuvumannu venisse definito dal Ppr area di notevole interesse pubblico e perciò "funzionale alla predisposizione di programmi di conservazione e valorizzazione paesaggistica" ed invitavo gli stessi dirigenti, ai sensi del Codice Urbani, a ordinare la sospensione dei lavori "in quanto capaci di pregiudicare il bene paesaggistico per il quale il Ppr della Regione prevede il recupero o la riqualificazione".

1. Limiti inevitabili ma contenibili di un piano comunale in un’area metropolitana – Unprogetto di PGT che elude i problemi del “quadro metropolitano”

1. Ingeneroso e non corretto sarebbe attribuire al Comune di Milano la responsabilità, nella sua interezza e fors’anche in larga parte, della omissione di una efficace aggressione dei complessi problemi di inquadramento metropolitano della sua pianificazione comunale od addirittura della mancanza di una pianificazione territoriale-urbanistica relativa all’intera area metropolitana della quale il Comune egemone stesso (il cui territorio non risulta però molto esteso) costituisce il nucleo centrale.

Corretto appare evidenziare, in apertura del presente breve documento, la rilevanza che sembra sia da attribuire ad “attenuanti” da riconoscere al Comune di Milano quanto al tema “quadro metropolitano”.

Pare sufficiente ricordare

- che, per varie ragioni, sfocata ormai purtroppo risulta la prospettiva della creazione della “città metropolitana” pur prevista dalla Costituzione solo di recente, in seguito alla riforma del suo titolo V intervenuta nel 2001

- che sia la maggioranza sia l’opposizione hanno alcuni anni orsono in vario modo “remato contro”, quando è stata decisa la creazione della provincia di Monza (il cui territorio arriva a qualche chilometro di distanza dai confini del Comune di Milano)

- che tale sviluppo non ha certo reso più probabile la soluzione del problema del “governo metropolitano milanese”.

Si possono subito aggiungere cenni

- ai limiti della possibile “supplenza” della Regione che è chiamata ad esercitare i suoi poteri di pianificazione territoriale al fine di affrontare alcuni dei problemi in considerazione che non sono, però, solo dell’area metropolitana milanese, ma della più vasta regione metropolitana costituita da parte rilevante della Lombardia

- nonché ai limiti di una possibile parziale supplenza della Provincia, che, in base alla L.r. n. 12/2005, può, come è noto, esercitare solo poche funzioni di pianificazione territoriale utili a fini di governo dell’area metropolitana.

Le doverose constatazioni testè indicate non consentono, però, di giustificare la disattenzione per i problemi del “quadro metropolitano” che caratterizza il progetto di piano in esame e che, a maggior ragione, desta perplessità se si considera la prospettiva dell’Expo 2015.

Non difetta, in verità, nella relazione illustrativa del documento di piano il riconoscimento della necessità di affrontare alcuni problemi che si pongono a livello di “regione metropolitana” (indicata rilevando che essa va, da un lato, da Orio al Serio a Malpensa e, dall’altro, da Como a Lecco) ed altri problemi che si pongono a livello di area metropolitana milanese (della quale risulta evidenziata l’impianto storicamente radiale).

Viene correttamente affermata “la necessità di ripensare urbanisticamente Milano entro un assetto metropolitano vasto” e più volte risulta evidenziato (per quanto superfluo) che “ non c’è un confine urbanistico tra la città di Milano e i comuni limitrofi”.

All’enunciazione del tema dell’inquadramento metropolitano non fa seguito, però, lo svolgimento del tema stesso.

Non si riscontra neppure l’indicazione di tentativi esperiti in applicazione del principio di copianificazione o solo del principio di collaborazione con gli altri enti interessati e di alcune possibili soluzioni mediante il ricorso a c.d. azioni di “governance metropolitana”.

In particolare, da un angolo di visuale attento alle suddette esigenze di inquadramento è da richiamare l’attenzione su un aspetto da considerare più problematico di altri, quello relativo al sistema infrastrutturale della mobilità, per evidenziare che non sembra sufficientemente affrontato il tema delle relazioni di scala metropolitana; ciò a fronte del previsto rilevante incremento delle funzioni urbane.

Deboli appaiono le scelte relative al rafforzamento del rapporto con il contesto metropolitano (si ha nella sostanza la sola conferma di progetti in corso) e il disegno di nuove linee di forza (LDF), prevalentemente previste dentro i confini comunali, non accompagnato dall’indicazionedella capacità di spesa alla quale fare riferimento per asserire la sostenibilità delle trasformazioni urbanistiche programmate.

Ancora più debole appare l’ipotesi di un tunnel stradale che desta rilevanti perplessità sotto l’aspetto infrastrutturale (ancora più traffico in centro città) e sotto il profilo urbanistico (invasività delle uscite nel tessuto urbano) e appare finanziariamente di dubbia credibilità, perché nebulosa risulta l’ipotizzata soluzione mediante ricorso a project financing.



2. É configurabile un condivisibile disegno di rilevanza strategica?

A tal proposito sia, in primo luogo, consentito rilevare che il disegno di rilevanza strategica del Comune egemone dell’area metropolitana del quale trattasi dovrebbe comunque presentare, per ovvie ragioni, respiro metropolitano.

Difficilmente concepibile era ed è per lo stesso un disegno di rilevanza strategica di angusto respiro comunale.

A tale conclusione si deve pervenire a maggior ragione in quanto, come è già stato rilevato, ristretto risulta il territorio del Comune di Milano ed elevata è la complessità territoriale – urbanistica dell’area metropolitana in cui esso ricade.

In ogni caso è da rilevare, pur evidenziando il già sopra indicato quadro di difficoltà, che sarebbe stato comunque possibile individuare alcuni obiettivi di una pianificazione angustamente comunale suscettivi, però, della qualificazione di “rilevanza strategica”.

E, però, da un angolo di visuale attento, in particolare, al documento di piano non sembra che detti obiettivi siano facilmente individuabili e che possa essere asserita la riconoscibilità di un “progetto di sviluppo”.

Ciò vale a meno che non si ritenga che siano da assumere a tale rango quelli che vengono indicati come “elementi di innovazione” che caratterizzano lo strumento urbanistico in considerazione ed a loro volta risultano caratterizzati, come infra si vedrà, dalla manifestazione di un elevato “favor” per le scelte che il mercato vorrà fare.

Quando si discute dei possibili obiettivi di rilevanza strategica di un piano urbanistico, la mente non può non correre, in primo luogo, alle grandi trasformazioni e, quindi, agli ambiti di trasformazione individuati con il documento di piano.

Essi, cadendo in una enfatizzazione, sono stati con il documento stesso indicati come “motore” per lo sviluppo della città.

Occorre chiedersi cosa si intende per “sviluppo della città” e se sia credibile l’affermazione secondo cui gli ambiti stessi “costituiscono le aree strategiche per il rinnovamento dell’intero tessuto comunale, i nodi della rete infrastrutturale e ambientale, in grado di riqualificare ampie aree oggi degradate e dismesse e di restituire alla città spazi oggi interclusi e “sottratti” al godimento della città”.

Certo la mera previsione della possibilità di realizzare negli ambiti di trasformazione determinate quantità di Slp e della possibilità di trasferire in alcuni (in parte da quelli di essi ricadenti nel parco agricolo sud) ulteriore superficie lorda di pavimento non fa di per sè configurare, insieme alle previsioni contenute nelle varie schede ad essi relative, un disegno strategico.

Ciò anche perchè molte scelte, come già si è detto e infra meglio si vedrà, risultano del tutto rimesse al mercato.

In particolare da un angolo di visuale attento agli ambiti di trasformazione

- si osserva che molti giochi risultano già fatti in attuazione del documento di inquadramento previsto dalla l.r. n. 9/99, che ormai da parecchi anni trova applicazione e che, di recente, è stato oggetto di modifiche

- che con il documento di piano si ha, rispetto al documento di inquadramento, una evidente conferma metodologica

- che inquietanti possono risultare alcune scelte adombrate per gli scali ferroviari che costituiscono le poche residue occasioni di riqualificazione di parti abbastanza estese della città sicuramente da non perdere

- che da un angolo di visuale attento alle previsioni di sviluppo e alla loro sostenibilità è da aggiungere che condivisibile appare la seguente affermazione fatta, in linea teorica, in tema di consumo di suolo, densità e dotazione di servizi: “la discriminante principale per occuparsi di sostenibilità fin dalla scala urbanistica, come dicono gli inglesi, è non consumare green field e preoccuparsi, invece di edificare nuove parti di città sul “brown field” vale a dire sulle aree insalubri sugli scali ferroviari in disuso e o sulle aree industriali dismesse o in procinto di esserlo”.

- che però, occorre chiedersi se non siano da considerare contrastanti, in modo stridente, con detta affermazione l’individuazione, in un parco che è e dovrebbe rimanere agricolo, di c.d. “ambiti di trasformazione peri-urbana”, e la loro inaspettata conformazione edificatoria con l’attribuzione di un indice di edificabilità, che, data anche la localizzazione degli stessi, non appare certo basso (0.20 mq per mq) e che si prevede venga, almeno in parte, in loco utilizzato (non certo ai soli fini previsti dal piano territoriale del parco stesso).

Inoltre, sempre quanto alla sostenibilità, ci si chiede quante e quali attente verifiche siano state fatte con rifermento alle densificazioni (solo alcune delle quali non si dubita possano risultare opportune) che, in parte, conseguirebbero al trasferimento su alcune superfici di diritti edificatori attribuiti ad aree destinate a verde pubblico ed anche a detti ambiti ricadenti nel parco agricolo sud Milano.

Alle considerazioni sopra svolte occorre aggiungere che la possibilità di individuare, se non un disegno strategico, alcuni obiettivi di rilevanza strategica non sembra si possa riscontrare neppure da un angolo di visuale attento alla “città pubblica” ed alla politica dei servizi, con riferimento alla quale è anche necessario esprimere i rilievi che infra verranno in breve esposti.



3. Quali sono gli elementi di maggiore innovazione caratterizzanti il progetto in esame – Eccessi di benevolenza per il mercato e di “delega” allo stesso

Gli elementi di innovazione individuabili fanno configurare un disegno unitario

- insuscettivo, a nostro avviso, come già si è detto, dell’assunzione al rango di disegno di rilevanza strategica

- e che, pur tuttavia, è un disegno politico amministrativo che merita una attenta considerazione.

Detto disegno unitario sembra sia da individuare se, al contempo, si considerano

- la scelta di omettere, nella sostanza, qualsiasi previsione relativa alle funzioni insediabili e, quindi, di operare non al fine di promuovere mirate scelte polifunzionali, ma di consentire al mercato di fare pressoché liberamente opzioni;

- la scelta di liberalizzare le densificazioni e non solo di limitarsi ad incentivarne alcune considerate opportune in relazione ad un progetto di sviluppo;

- quella avente ad oggetto l’attribuzione di un indice unico, acriticamente deciso, con riferimento a qualsiasi ambito territoriale, e in applicazione del quale si avrebbero trasferimenti di superfici lorde di pavimento che risulterebbero tutti consentiti senza la prescrizione della applicazione di coefficienti di ponderazione relativi alle funzioni che vengono insediate e alle localizzazioni che in concreto vengono promosse;

- quella di offrire spazi alla società civile ed anche al mercato, per quanto riguarda la creazione di servizi alle persone, ben oltre il limite conseguente ad una corretta applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale.

La “filosofia urbanistica” che fanno configurare tali scelte (il coordinamento tra le quali risulta agevolmente individuabile) è quella di una grande apertura nei confronti del mercato, che sembra spinta oltre il limite al di là del quale si potrebbe molto probabilmente avere, di fatto, una compressione del ruolo della pianificazione.

Al mercato indubbiamente occorre, in sede di esercizio delle funzioni di pianificazione urbanistica, prestare molta attenzione, ma occorre anche evitare che si configuri una sostanziale “concessione” al mercato stesso di larga parte del ruolo della pianificazione. Oltretutto amare esperienze maturate negli ultimi tempi suggeriscono di evitare una qualsiasi “beatificazione del mercato”.

Da un angolo di visuale attento allo sviluppo urbanistico-edilizio non pare, infatti, che le sue performance siano da considerare eccelse.

Auspicabile deve essere considerato (se ne conviene) il superamento di inutili e giustamente vituperati “lacci e lacciuoli” da urbanistica c.d. veterodirigistica, non anche il passaggio ad una politica urbanistica contraddistinta da un sostanziale abbandono del metodo della pianificazione.

Certamente si può confidare nella volontà del Comune di Milano di evitare detto abbandono.

E, però, per il momento, per evidenziare alcuni degli inconvenienti cui, a nostro avviso, potrebbe dar luogo l’applicazione del “modello” caratterizzato dai suddetti elementi di innovazione e di parziale “abdicazione” preso in esame, di seguito, al contempo, si svolgono brevi considerazioni e si formulano alcuni interrogativi.

a) Poiché al contempo opportune appaiono scelte di pianificazione attente al perseguimento di obiettivi di polifunzionalità o mixité funzionale ed il soddisfacimento di esigenze di flessibilità, può non essere assunta come una inevitabile dannazione un preciso calcolo della capacità insediativa.

Dai documenti del progetto di PGT - che pur, quanto alle funzioni da insediare si rimette, quasi del tutto e comunque troppo al mercato - si desume che sono previsti 1.787.000 abitanti teorici (Milano oggi ne conta quasi 1.300.000). Un quarto dell’intero territorio comunale dovrebbe essere investito da grandi trasformazioni insediative per 12 nuovi milioni di mq di slp e una quantità almeno doppia di slp sembra che potrebbe essere realizzata nella città esistente.

Ne risulta un dimensionamento che appare quasi incredibile, in particolare se si considera l’attuale fase di rallentamento del mercato immobiliare, e si confrontano i dati con quelli degli ultimi quindici anni (un periodo ritenuto notoriamente eccezionale sotto il profilo dello sviluppo nel corso del quale sono stati programmati, e non tutti realizzati, poco meno di 5 milioni di mq).

Si tratta comunque di quantità da considerare cospicue, soprattutto perché prive di adeguate e proporzionate compensazioni (servizi ed infrastrutture).

b) Occorre comunque chiedersi che senso possa essere riconosciuto ad un’azione di pianificazione che non risulti contraddistinta anche da previsioni, sia pur non rigide ma di massima, relative alle varie funzioni insediative. In assenza di dette previsioni, stante l’impossibilità di considerare tutte alla stessa stregua le funzioni, quale credibilità è da riconoscere alle risultanze di verifiche di sostenibilità non solo ambientale ma anche urbanistica (in merito si richiama incidentalmente il documento sulla VAS che questo Istituto ha approvato e diffuso nello scorso autunno e che al presente viene allegato)?

c) In assenza delle suddette previsioni di massima quali credibili riferimenti sono possibili per la politica dei servizi (e per il piano dei servizi)?

d) Certo, anche in considerazione della crisi dello “stato sociale” e con esso del welfare urbano, sono più di ieri da favorire apporti, oltre che della società civile e del volontariato, anche del mercato alla soluzione dei problemi relativi ai servizi alle persone.

Occorre, però, chiedersi se non sia eccessiva la delega che, per quanto riguarda i sevizi stessi, fa configurare il progetto di PGT e più precisamente il progetto del piano dei servizi con il quale il Comune (vedi art. 8 delle NTA del PS) si spingerebbe a riconoscere, anche agli operatori privati (oltre che a soggetti del mondo del volontariato etc.) che realizzano i servizi, diritti edificatori suscettivi di trasferimento.

É da considerare sempre giustificata l’attribuzione di tale premio che sembra ispirato da un eccesso di benevolenza per il mercato così come, peraltro, almeno in parte, la decisione di gettare la spugna quanto alla disciplina delle funzioni?

Forse non si cade in una esasperazione polemica se si asserisce che, dato il suddetto premio, oltre misura favorite potrebbero risultare alcune iniziative private aventi ad oggetto servizi alle persone (quali cliniche etc.) ed al contempo potrebbero invece risultare insufficienti quelle aventi ad oggetto altri servizi.

Ci si chiede inoltre se, almeno in parte, non venga gettata la spugna anche quanto a distribuzione territoriale dei servizi e razionalità degli investimenti, con conseguenze non esplorate sui costi di gestione nel lungo periodo.

e) Non sono certo da manifestare pregiudizi negativi per “densificazioni” che in determinate realtà sono anche da promuovere per contenere il consumo di suolo. E, però, occorre chiedersi se sia il caso di rimettere per molte zone agli operatori privati ed al mercato ogni decisione, così trascurando, anche, le esigenze di una disciplina tipo-morfologica e di tutela di valori paesaggistici urbani. Si torna a ripetere che al mercato vanno lasciati spazi, anche ampi, ragionevolmente individuati e non vanno, però, date acriticamente deleghe in contrasto con il metodo della pianificazione.

Per usare termini cui è stato ricorso da chi ha redatto il progetto ci si chiede

- quando sono da “valorizzare le aree porose” ed a quali condizioni,

- quando è da considerare ragionevole promuovere “isole piene”

- ed ancora a quali condizioni “consolidare ed irrobustire i nodi” e dar luogo alla “crescita della città nella città”?

Ci si deve limitare ad attendere risposte dal mercato che, come si è detto, non va trascurato e, però, neppure beatificato?

Non saranno in qualche caso da paventare quelli che, forse peccando di un eccesso polemico, in un documento sulla politica urbanistica del Comune abbiano tempo addietro indicato come sviluppi da “costipazione urbanistica”?

f) Quanto alla disciplina tipo-morfologica ed alla tutela dei valori paesaggistici, da un lato, occorre riconoscere l’approfondimento delle analisi effettuate (che non risulta però pienamente soddisfacente per quanto riguarda gli ambiti urbani a disegno urbanistico riconoscibile) e, dall’altro, sono da lamentare un deficit di “indirizzi specifici” atti ad orientare la qualità degli interventi a tutela dei valori paesaggistici ed i limiti che presentano le regole tipo-morfologiche relative ai suddetti ambiti a disegno riconoscibile e agli ambiti di rinnovamento urbano.



4. Il modello perequativo prescelto ed i suoi limiti

All’espressione di apprezzamento per la decisione comunque di applicare il principio della perequazione che appare doverosa occorre aggiungere la seguente manifestazione di perplessità per i limiti che il modello prescelto presenta.

a) In primo luogo non è dato riscontrare elementi di giudizio atti a far affermare che ricorre in modo certo l’ipotesi di scelte perequative al servizio della pianificazione e più precisamente al servizio di un progetto di sviluppo.

In casi quali quello in esame, stante l’impossibilità di affermare il testé indicato rapporto di servizio, sono da manifestare preoccupazioni per le distorsioni delle scelte e del processo di pianificazione che l’applicazione del modello perequativo potrebbe indurre.

b) Quanto all’ambito di applicazione del modello, sembra sia da lamentare

- da un lato l’esclusione dallo stesso delle aree destinate a “servizi alle persone” che (se non già di proprietà pubblica), sembrerebbe si voglia riservare a iniziative dei privati ed evitare che, in forza di scelte perequative – compensative, possano divenire oggetto di acquisizione indolore da parte dell’Amministrazione (vedi a tal proposito i rilievi già sopra formulati).

- e, dall’altro, l’esclusione delle aree già di proprietà pubblica cui ben anche può ritenersi sia, nell’interesse pubblico, opportuna l’attribuzione di diritti edificatori utilizzabili anche al fine del perseguimento di obiettivi di edilizia residenziale sociale.

c) Contraddistinta da sommarietà appare la previsione (apparentemente semplice e naturale) di un indice unico, che in quanto tale, date le diversità che presentano varie parti del tessuto urbano, finisce con l’essere un indice da perequazione zoppa.

In altri termini non è stata considerata l’esigenza di quella che, ricorrendo ad un apparente ossimoro, può essere indicata come una differenziazione dell’indice unico da prevedere in relazione alla necessaria constatazione di diverse situazioni omogenee (ad esempio zone periferiche e zone semicentrali).

d) Occorre anche rilevare la semplicità o sommarietà che contraddistingue la normativa che disciplina l’applicazione di detto modello perequativo.

In breve l’utilizzazione dei diritti edificatori attribuiti alle aree che rientrano nell’ambito di applicazione del modello viene disciplinata omettendo di dare un qualsiasi rilievo

- alle funzioni per le quali essi vengono utilizzati,

- alla localizzazione delle slp da esse derivanti

- ed alla provenienza delle slp stesse.

Tale rilievo è da considerare relativo anche (si badi bene) al contemplato trasferimento di diritti edificatori conseguenti all’indice generosamente ed inaspettatamente attribuito ad alcune parti del Parco sud agricolo (che è il solo diverso dal c.d. indice unico).

A causa della testé denunciata carenza della normativa succulente potrebbero comunque risultare, per alcuni operatori, le operazioni di trasferimento di diritti volumetrici.

Non si dubita dell’opportunità di semplificare le normative, ma forse, per quanto riguarda la disciplina del modello perequativo del quale trattasi, può essere affermato che si è configurato un eccesso di semplificazione che si auspica venga superato.

e) Inoltre è da osservare che non risultano, in alcun modo, indicate le ragioni per le quali il Comune di Milano non ritiene di esercitare la facoltà concessa dal primo comma dell’art. 11 della L.r. n. 12/2005, quella di prevedere l’obbligo delle cessione, con le convenzioni relative a piani e programmi urbanistici interessanti ambiti di trasformazione aventi c.d. rilevanza territoriale, oltre che delle aree relative a standard o cd dotazioni urbanistiche, anche di aree per c.d. “compensazioni urbanistiche”, la cui utilizzazione a fini di rilevante interesse pubblico perseguiti con la politica dei servizi potrebbe risultare importante.

g) Considerati i suddetti limiti si deve ritenere che, in sede di redazione del progetto del PGT, si sia caduti in una enfatizzazione quando (vedi pag. 172 della relazione) è stato scritto quanto segue: “l’introduzione della perequazione urbanistica consente di ripensare alla città in relazione a considerazioni precise di sostenibilità ambientale e morfologica a partire da diritti certi e da valutazioni più precise di natura economica finanziaria”. Incidentalmente ci si chiede in particolare quali siano state le “... considerazioni precise di sostenibilità ambientale e morfologica...” fatte ai fini della disciplina relativa all’applicazione del modello perequativo suddetto.



5. Le scelte relative all’edilizia residenziale sociale

Ingeneroso e non corretto sarebbe non riconoscere che, in sede di redazione del progetto del PGT, alle esigenze di edilizia residenziale sociale è stata prestata attenzione.

Diverse sono le disposizioni che risultano inserite al fine di promuovere interventi appartenenti a detta categoria.

Occorre, però, paventare che a una nozione che già forse è divenuta molto ampia di edilizia residenziale sociale si venga ad aggiungere, per quanto riguarda il Comune di Milano, una nozione ancora più ampia, ovverosia quella in base alla quale sono da assumere come interventi di ERS (vedi art. 9 delle NTA del piano delle regole) quelli che “... assolvono ad esigenze abitative – di durata indeterminata o a carattere temporaneo – di interesse generale per aumentare l’offerta di servizi abitativi a prezzi inferiori al mercato risultanti da appositi atti deliberativi comunali di carattere programmatico o specifico”.

Tale rinvio, senza (nella sostanza) reti, può destare, per ovvie ragioni, qualche preoccupazione. Inoltre è da osservare che comunque sembra si faccia esclusivo affidamento, ai fini del perseguimento degli obiettivi di edilizia residenziale sociale, su iniziative private e, quindi, ancora una volta su un’intensiva applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale.

A tal proposito si osserva che occorre non dimenticare

- che il mercato non è solidale

- che non si può far dipendere dalle iniziative degli operatori privati (che nell’attuale fase potrebbero non risultare numerose) il perseguimento di obiettivi di grande rilevanza sociale, quali quello dell’edilizia abitativa per le fasce sociali più deboli.

Inoltre occorre ricordare che, in modo virtuoso, i Comuni possono e, a nostro avviso, debbono, per quanto possibile, contribuire al perseguimento dell’obiettivo della creazione di alloggi destinati all’affitto permanente a canone sociale (sicuramente suscettivi dell’assunzione ad ogni effetto tra i servizi pubblici) mediante l’acquisizione indolore, ricorrendo alla “leva urbanistica”, di aree da utilizzare o far utilizzare per interventi aventi detta finalità.

É sicuramente da lamentare che con il progetto di piano del quale trattasi, da un lato, sia stato deciso di non esercitare la suddetta facoltà di chiedere cessioni di aree per la cd compensazioni urbanistiche, in applicazione del già sopra richiamato primo comma dell’art. 11 della L.r. 12/2005, e, dall’altro, sia stato omesso di prevedere l’obbligo, almeno nel caso degli ambiti di trasformazione di maggiore rilevanza, della cessione gratuita al Comune di aree per interventi di edilizia residenziale sociale in applicazione del comma 258 dell’art. 1 della L. n. 244/2007. Si ricorda che scelte in tal senso non possono certo considerarsi risolutive degli assillanti problemi che si pongono in materia di edilizia residenziale sociale, ma si aggiunge che esse possono valere al fine di creare piccoli demani utili per perseguire gli obiettivi dell’housing sociale (latamente inteso).

Non trattasi certo di scelte cui non attribuire rilevanza e da considerare come optional, a maggior ragione dopo l’abbandono del modello espropriativo già da tempo di fatto intervenuto.

Si confida conclusivamente in revisioni ed integrazioni del progetto di PGT tali da superare parte rilevante dei rilievi sopra espressi e da far escludere la ricorrenza di un’ipotesi di piano che dice di non voler essere un piano.



Sono allegati al documento altro documento sulla VAS relativa al PGT e alcuni contributi personali dei seguenti componenti del Consiglio Direttivo della Sezione: D’Agostini Sergio, Imberti Luca, Pareglio Stefano, Pogliani Laura, Ranzani Piero, Vascelli Vallara Umberto, Vitillo Piergiorgio.

Detti allegati sono consultabili su www.inu.it

Il parziale sblocco del cosiddetto federalismo demaniale non deve ingannare. L’avvio del censimento dei beni pubblici da "devolvere" alle autonomie locali è poco più che un passo nel vuoto del mitico "federalismo italiano". Il più drammatico "effetto collaterale" della tragedia greca che ha sconvolto i mercati, infatti, riguarda proprio il federalismo fiscale.

Nel governo berlusconiano e nella maggioranza forzaleghista nessuno ha il coraggio di dirlo pubblicamente, al Paese e al Parlamento. Ma è ora di chiarire l’equivoco. Il federalismo fiscale non si fa più. E’ ormai fuori dall’agenda della legislatura. Il vessillo della Lega, l’obiettivo mistico vagheggiato da Bossi fin dai tempi dell’ampolla pagana sul Dio Po, sventola ormai solo nelle adunate padane del Carroccio. Ma non sventola più sui palazzi romani, da Palazzo Chigi a Via XX Settembre.

Anche se non lo confessa, perché non può farlo per evidenti ragioni politiche, quella bandiera l’ha ammainata Giulio Tremonti per ragioni economiche. Costretto dal collasso della Grecia e dall’attacco della speculazione contro la moneta unica e i debiti sovrani di Eurolandia. Il ministro del Tesoro deve alzare le mani. Per il federalismo fiscale non c’è un euro a disposizione. Dopo mesi di silenzi e di equivoci sul costo effettivo dell’operazione, è ormai chiaro a tutti che non ci sono le risorse necessarie per farla decollare. Fatta la legge delega, una scatola vuota costruita solo per accontentare la Lega, ora non c’è niente da mettere dentro i decreti delegati.

C’è un vincolo "interno", che pesa come un macigno. E’ il debito degli enti locali sul versante sanitario, che a legislazione vigente impone ad almeno quattro regioni (Lazio, Campania, Calabria e Molise) di ripianarlo a colpi di inasprimenti fiscali. Ed è, più in generale, il costo stimato del federalismo tanto caro al Senatur. L’ultima stima, aggiornata sui bilanci delle regioni nel 2008, l’ha fornita la Commissione tecnica paritetica per il federalismo, nel rapporto curato da Luca Antonini e appena depositato in Parlamento. E’ una cifra scioccante: per assicurare il passaggio al federalismo nelle materie strategiche (cioè sanità, istruzione e assistenza sociale) occorrerebbero quasi 133 miliardi di euro calcolati in termini di spesa storica (caratterizzata da sprechi, iniquità e inefficienze di ogni genere). La riforma federale, com’è noto, ruota intorno al principio dei "costi standard" delle prestazioni, cioè quelli considerati ottimali secondo i livelli dei servizi raggiunti dalle regioni più efficienti. Ebbene, anche a voler dimezzare l’esborso necessario, nel passaggio dalla spesa storica a quella standard, il federalismo fiscale costerebbe allo Stato non meno di 60 miliardi. Dove può trovarli, il pur fantasioso Tremonti, dentro un bilancio pubblico in cui non c´è un centesimo neanche per finanziare uno 0,1 per cento di sgravi dell’Irpef sulle famiglie meno abbienti?

Ma c´è soprattutto un vincolo "esterno", che è tornato più che mai a gravare sulle antiche disinvolture contabili del Paese. C’è un prestito ad Atene da 5,5 miliardi, da approvare nei prossimi giorni. C’è una manovra aggiuntiva in agguato, tra l’estate e l’autunno, che porterà l’insieme delle misure di contenimento del deficit e del debito a sfiorare i 30 miliardi. E c’è un’Europa in questo momento a forte impronta tedesca, ben rappresentata dalla Commissione europea e dalla Bce, che in cambio del colossale piano di aiuti per difendere i debiti sovrani esige cure draconiane dagli stati membri più esposti. L’Italia è tra questi, nonostante le chiacchiere consolatorie del governo. Quando in una "normale" giornata sui mercati finanziari gli speculatori "puniscono" la Borsa di Milano e quella di Madrid, mentre premiano quella di Francoforte, c’è con tutta evidenza un giudizio di merito che non riguarda solo l’alta esposizione debitoria di uno Stato, ma l’inadeguatezza competitiva di un intero Sistema-Paese. E quando a Bruxelles nasce un "superpotere" che impone ai singoli governi di anticipare alla prima parte dell’anno i programmi di stabilità e irroga sanzioni più severe ai paesi che sforano, fino ad imporgli un deposito cauzionale "in caso di politiche di bilancio inadeguate", allora è evidente che l’Italia non ha più alcun margine di autonomia.

Siamo a tutti gli effetti un Paese "a sovranità limitata". Per questo, nonostante gli artifici verbali del "mago dei numeri" che abita al ministero dell’Economia, non ci sono e non ci saranno i soldi per il federalismo fiscale. Sarebbe il caso di ammetterlo, con grande onestà e assoluta chiarezza. Ma le conseguenze politiche di questo riconoscimento sono devastanti. Chi può assumersi questo compito immane? Nessuno ha il coraggio, tra Berlusconi, Bossi e Fini, che "Economist" in uscita oggi definisce sprezzantemente "The three Stooges", i "Tre marmittoni", riprendendo una vecchia serie televisiva americana degli anni ‘40. «L’effetto della decentralizzazione federale – scrive persino il settimanale inglese – sarà quello di aumentare la spesa, non certo di ridurla».

Per questo, dichiarare apertamente di fronte ai cittadini e alle Camere che il federalismo fiscale salta, significa proclamare sostanzialmente finita l’attuale maggioranza e virtualmente conclusa la presente legislatura. Nelle condizioni attuali, interne e internazionali, tutto questo può avere due sbocchi. Uno porta dritto alle elezioni anticipate. Bossi e i suoi ministri, a Roma, non possono incassare la sconfitta sul federalismo, senza pagare un pegno elevatissimo nelle valli padane dove hanno trionfato grazie a quel feticcio verde sospeso tra politica e mitologia. Dunque la Lega, se con il federalismo perdesse la sua "ragione sociale", aprirebbe subito la crisi e punterebbe al voto anticipato. Anche Berlusconi, a sua volta inguaiato dagli scandali nel Pdl e imbrigliato dai Poteri Forti delle tecnocrazie europee, sarebbe pronto a cavalcare la rabbia leghista, e a tornare alle urne. Ci sarebbe già una data, secondo i bene informati: marzo 2011.

Ma c’è una variante, ed è proprio l’Europa. Con questa crisi rovinosa, e con il fucile puntato della speculazione sul mercato dei titoli di Stato, non c’è spazio per elezioni anticipate. Sarebbero un suicidio, che il Paese rischierebbe di pagare con la bancarotta. Il presidente della Repubblica non scioglierebbe mai le Camere, e un governo di salute pubblica, magari con Mario Draghi premier, otterrebbe davvero una maggioranza "in dieci minuti", come disse Casini qualche mese fa. Per questo, alla fine, lo sbocco più probabile di questa situazione porta a una crisi di fatto, anche se non di diritto. Ad un impasse totale: né elezioni anticipate, né riforme. Il nulla, cioè. Un governo di pura sopravvivenza, sotto tutela e praticamente "commissariato" da Bruxelles, che per i prossimi tre anni si limita a non fare e a non spendere, per non dover poi portare i libri in tribunale. E’ il peggiore degli incubi. Non solo per Berlusconi che ormai, comunque vada, si avvicina al capolinea. Ma per tutti gli italiani che aspettano più lavoro, più crescita, meno sprechi e meno tasse.

La madre, la moglie, la figlia, la suocera. Il fratello della fidanzata, il cognato, la ragazza dell’amico del figlio, l’ex ragazza. L’amante, la segretaria, l’autista. Il figlio del giardiniere della casa di campagna. Il capo di gabinetto, il capo dell’ufficio legislativo, il capo del dipartimento, l’archivista, il dirigente Rai, il giornalista, il regista, il produttore, il generale. L’assistente del generale. Il ragioniere, suo genero l’attore. L’ex moglie. La sorella. Il miglior falegname della città, come lo chiama Bertolaso, ha la mappa dettagliata delle parentele e delle relazioni fino al quinto grado, coppie di fatto e clandestine comprese, dei suoi clienti. Siccome è preciso - la mole di lavoro, del resto, possente - annota in un quadernetto. A volte col solo nome di battesimo. Altre volte col solo indirizzo. In casi di intimità estrema con l’iniziale, con un nomignolo affettuoso.

Il miglior falegname della città è generoso: non segna cifre, niente importi, non un pagato o da pagare come succede, per dire, a chiunque di voi porti il cappotto in lavanderia. No, con le case ai Fori o a Cortina non funziona così. A volte dimentica persino di aver realizzato i lavori o di aver fatto dono di un appartamento. Nel mucchio può succedere. Poi capita anche che qualcuno pretenda di pagare, per i lavori ottenuti: una bizzarria, una forma di moralismo che va compresa e assecondata. Qualcuno certamente ha pagato. C’è chi ha persino conservato le ricevute, gente d’altri tempi. Per il resto: tutto in un conto unico. In cambio di che cosa lo dirà la magistratura, voi intanto siete liberi di immaginare per quale motivo un falegname così prodigioso da esser divenuto il titolare delle ristrutturazioni per conto dei servizi segreti oltre che delle più costose e grandi opere pubbliche degli ultimi anni si adoperasse a riparare tapparelle a casa della suocera del funzionario del ministero, si figuri se disturba, ci mancherebbe.

La moglie di Guido Bertolaso lavorava per lui. Non è vero che l’abbia fatto solo prima che Anemone si aggiudicasse gli appalti, come ha detto suo marito in conferenza stampa. Il falegname con gli occhiali a specchio faceva lavoretti per Bertolaso - in casa e in ufficio - da molto, molto prima che la signora rimettesse a posto i giardini del Salaria Village. Una piccola menzogna, certo, nel monte di falsità e nella palude di corruttela che la cricca gelatinosa ha costruito e poi abitato per anni. Bisogna partire da quelle spudorate menzogne (omissioni? dimenticanze?) e tirare il filo. Basta, davvero. Devono andarsene, la cloaca di corruzione non può ingoiare il paese intero. Lo divoreranno. Non lasciamoglielo fare. Pretendiamo le dimissioni di chi ha corrotto e chi si è fatto corrompere, pazienza se strilleranno che è una congiura, una gogna, un complotto. Hanno sempre fatto così: colti in flagrante, messi di fronte all’evidenza dei fatti hanno protestato cose tipo: state violando la privacy. Loro invece stanno violando l’ultimo residuo di dignità. Anemone ha avuto anche i lavori di ricostruzione della scuola di San Giuliano, quella dove morirono 27 bambini e un insegnante. Di terremoto in terremoto hanno fatto miliardi e lasciato a noi le macerie. Non sono gli italiani senza lavoro né speranze a dover lasciare il paese. Sono loro che devono andarsene. Ricostruiremo da capo. Staremo meglio.

ROMA - Fiumi e laghi che attraversano più regioni, come il Po e il Garda, rimarranno in capo allo Stato. Così come il Quirinale, le sedi di Camera e Senato e quelle degli altri organi di «rilevanza costituzionale». Spiagge e caserme dismesse passeranno invece agli enti locali. Mentre in commissione bicamerale compare la bozza di parere sul federalismo demaniale - che prevede un via libera condizionato al progetto leghista - è braccio di ferro tra Carroccio e opposizione sul calendario. La Lega è decisa a portare la creatura del ministro alla Semplificazione Roberto Calderoli al prossimo Consiglio dei ministri utile, probabilmente quello della prossima settimana, mentre Pd, Idv e Api hanno chiesto qualche giorno in più per risolvere i nodi ancora aperti, costi dell´operazione demaniale in testa.

La bozza sul primo tassello del federalismo fiscale è stata discussa ieri dalla bicamerale. A sorpresa presente il leader leghista Umberto Bossi, arrivato a dar manforte a Calderoli. La proposta di parere messa a punto da Marco Causi (Pd) e Massimo Corsaro (Pdl) pone alcuni paletti in grado di dare qualche nuova indicazione sulla faccia che assumerà l´Italia federalista. Per quanto riguarda il demanio idrico, i relatori hanno suggerito di escludere i beni «di ambito sovra regionale», come appunto il Po e il Lago di Garda, da quelli trasferibili. Gli specchi d´acqua «chiusi e privi di emissari di superficie», come il Lago di Bracciano, andrebbero invece alle province. Per il resto i beni del demanio idrico e marittimo, come le spiagge, saranno trasferiti alle regioni, anche se una quota dei proventi derivanti dalle concessioni andrà alle province.

Secondo il parere, entro un anno andranno quindi individuati i beni del ministero della Difesa, le caserme dismesse, da trasferire agli enti locali. Sono previste anche sanzioni per gli enti che non rispetteranno gli obiettivi per cui hanno richiesto l´assegnazione di un bene. Ad ogni modo le spese per la gestione non peseranno ai fini del Patto di stabilità interno per un importo pari a quanto lo Stato già spendeva per la gestione dello stesso bene. Se un ente venderà il bene ricevuto dovrà usare l´85% dell´incasso per abbattere il suo debito (in caso di attivo dovrà reinvestire) mentre il 15% andrà al fondo per l´ammortamento dei titoli di Stato. La bozza della bicamerale suggerisce poi che ogni 2 anni vengano attribuiti agli enti locali i nuovi beni «eventualmente resisi disponibili».

Dopo la discussione del testo la Lega ha fatto sapere di voler portare il federalismo demaniale al più presto al Consiglio dei ministri. Un modo per centrare l´obiettivo della sua approvazione entro un anno dall´entrata in vigore della delega, e cioè il prossimo 21 maggio. L´opposizione ha invece chiesto più tempo per affinare il testo. Bossi ha smentito qualsiasi tipo di problema sulla questione dei costi («col federalismo lo Stato ci guadagna») o con Tremonti («con lui è tutto a posto») ma ha sottolineato: «Vedo che la sinistra vuole allungare un po´ i tempi». Anche per questo il Senatur si è fatto vedere nel pomeriggio alla bicamerale insieme a Calderoli, che da mesi è al lavoro sul decreto demaniale, il primo tassello della realizzazione pratica del progetto federalista approvato un anno fa. E sul calendario ha vinto il centrodestra, approvando a maggioranza (contrario il Pd) la proposta che fissa il voto sul parere per mercoledì prossimo. Il democratico Francesco Boccia ha avvertito che la fretta potrebbe essere letale. L´Udc deciderà nei prossimi giorni il proprio orientamento: «Ci siamo riservati di riesaminare il testo che ha accolto alcune nostre spiegazioni», ha spiegato il centrista D´Alia. Critica l´Api, che con Linda Lanzillotta ha sottolineato il rischio di un «supermercato del patrimonio», mentre l´Idv ha chiesto i costi del provvedimento contro il quale ieri i Verdi hanno organizzato un sit-in di denuncia di fronte a Montecitorio.

Nelle prossime settimane si aprirà una potente campagna mediatica che, oltre a far scomparire le responsabilità della crisi, tenterà di ridurre la spesa pubblica assestando un altro colpo alle condizioni di vita dei lavoratori. Se non vogliamo far vincere ancora "mano lesta", cioè il partito di coloro che nonostante il tragico fallimento del neoliberismo continuano a proporre le stesse ricette, dovremmo iniziare a fare proposte efficaci e immediatamente comprensibili. Partendo, ad esempio, dalla grande opportunità offerta dalla vicenda della protezione civile.

Diego Anemone, un modesto e giovane uomo d'affari, aveva nel granaio così imponenti provviste economiche da potersi permettere di pagare un milione di euro per aiutare ad acquistare casa ad un solo ministro. Stando alle anticipazioni giudiziarie, c'è una fila interminabile di uomini politici o alti dirigenti statali che non disdegnavano concreti favori da Anemone: ristrutturazioni di case, manutenzioni, fornitura di mobili. Tutti soldi anticipati dall'imprenditore ma che rientravano nel suo portafogli con giganteschi interessi attraverso l'affidamento di opere pubbliche. Ricchezze che venivano alimentate da una spesa pubblica senza controllo. Dicono le indagini in corso che il solo Angelo Balducci pretendeva il 10% dell'importo dei lavori. Mettiamoci gli altri soggetti tecnici, dai direttori dei lavori ai collaudatori amministrativi e tecnici e arriviamo a somme da capogiro.

La Corte dei Conti ha stimato in oltre 60 miliardi di euro l'ammontare dei soldi che vengono sottratti dalle casse dello Stato attraverso il sistema della corruzione. Ad ogni cittadino italiano vengono sottratti mille euro all'anno, una impressionante tassa aggiuntiva occulta. A metterci le mani nelle tasche non è soltanto la cricca. C'è il sistema delle grandi opere, a cominciare dal Ponte sullo Stretto che ha già fatto guadagnare ricche prebende ai soliti noti. C'è il buco nero dell'Anas. C'è l'alta velocità ferroviaria, costata alle casse dello stato 51 miliardi di euro che sono andati ad ingrossare i bilanci di non più di venti grandi imprese nazionali. Ma di questo, ovviamente, la severissima Confindustria non parla: preferisce accanirsi contro ogni spesa a favore dei lavoratori e non ha interesse a mutare questo indecente stato delle cose. Uno dei centri vitali dello stato, quello della spesa per le opere pubbliche, è sequestrato da una struttura di potere di uomini politici, di tecnici compiacenti e di imprese che spesso controllano i grandi mezzi di informazione. Tagliando questo sistema malavitoso un comune di duemila abitanti potrebbe avere un ritorno di 2 milioni all'anno. Una cifra utile a interrompere la spirale degli ultimi anni in cui i comuni per fare cassa sono stati istigati a vendere beni pubblici o a incrementare la realizzazione di nuovi inutili quartieri. Con quei soldi si potrebbero mettere in sicurezza le scuole, curare i parchi, i beni culturali o lasciare aperti i pochi servizi sociali ancora esistenti. Il comune di Roma avrebbe in dote quasi tre miliardi all'anno, molto di più dei 500 milioni stanziati dal governo con grandi squilli di tromba.

Mettere fine a un sistema perverso che fa affluire miliardi a pochi speculatori e ad un sistema politico marcio è un modo efficace per evitare un ulteriore taglio dello stato sociale. Ma la sinistra è muta, incapace di incalzare su un terreno estremamente favorevole. Per tornare ad essere credibili basterebbe chiedere che il controllo della spesa per le opere pubbliche e per la sanità sia affidato a galantuomini estranei alla politica e con il conseguente taglio di spesa evitare ogni altra macelleria sociale.

Parla Ivan Cecconi, presidente dell'Istituto per la trasparenza degli appalti pubblici: «La spartizione dei finanziamenti è stata legalizzata. Imprenditori e politici si spartiscono la torta delle commesse di stato. Che ci costano due o tre volte di più del loro prezzo di mercato»

Le inchieste di questi giorni sono un «cascame» della vecchia Tangentopoli, una trasformazione di un animale che tende sempre a risorgere. Ivan Cicconi, direttore dell'Istituto «Itaca» per l'innovazione e trasparenza degli appalti e la compatibilità ambientale, finanziato dalle regioni. Si occupa di tangenti e corruzione nella pubblica amministrazione dai tempi della prima tangentopoli. E' un attento analista delle tematiche legate agli appalti. «Quello che accade oggi è molto peggio del sistema scoperchiato dalle inchieste di mani pulite» ripete più volte, mentre prepara l'intervento che terrà questa mattina a Milano ad un convegno di Libera dedicato, appunto, al rapporto tra Mafia e appalti.

Perché dice che questo momento è peggiore di Tangentopoli?

Tangentopoli era un sistema occulto che aveva delle regole. Si celebrava fuori dal funzionamento economico delle imprese e dell'amministrazione pubblica, era palesemente parallelo. C'era una cupola forte di partiti con tesorieri che avevano il controllo puntuale di tutto quello che avveniva e una cupola altrettanto forte di imprenditori, le maggiori imprese nazionali, che per far funzionare il sistema passavano soldi dalle imprese ai partiti. La situazione è peggiorata perchè il sistema di relazione fra politici, boiardi di stato e imprese ha inquinato il rapporto fra pubblico e privato; è entrato nei meccanismi, nella gestione della spesa pubblica e nella gestione delle stesse imprese attraverso un fenomeno poco indagato e poco analizzato dalla stampa nazionale che è la privatizzazione della spesa pubblica attraverso società di diritto privato controllate da comuni, regione, province e stato.

E' un riferimento a modalità per realizzare le opere come il project financing?

Esatto. Mentre la spesa pubblica durante tangentopoli aveva un carico dal 5 al 10% della tangente occulta ma che doveva essere contabilizzata, oggi il sistema è entrato nei meccanismi strutturali e il totale della spesa pubblica è diventata una sorta di tangente. La spartizione si celebra in maniera quasi palese, alla luce del sole, con opere che non sopportano il peso del 5% in più ma diventano il doppio o il triplo del costo reale che hanno. Un esempio tipico è quello dell'alta velocità: la Corte dei Conti in una relazione del 2008 e la stessa Autorità di Vigilanza sui contratti pubblici in una relazione del 2009 attesta che i costi sono stati quattro, cinque volte superiori delle infrastrutture fatte con le stesse tecnologie realizzate in Spagna e Francia.

Nelle notizie di questi giorni sulle inchieste grandi appalti c'è un esempio di questa nuova tangentopoli?

Le vicende che emergono sono un fatto residuale, è il cascame di tangentopoli senza più le cupole forti dei partiti e degli imprenditori. Chi celebra queste cerimonie dei favori? Boiardi di stato che hanno pezzi di potere, Balducci piuttosto che Bertolaso, che approfittano della loro situazione di potere per avere favori e il politico di turno. Gli imprenditori gestiscono scatole vuote: Anemone o Tarantini fanno affari gestendo favori. E' il cascame perché Balducci o Bertolaso con la cupola dei partiti e i tesorieri che controllavano i flussi non si sarebbero mai permessi di fare queste operazioni. Il sistema vero della nuova tangentopoli è il keinesismo alla rovescia che si celebra nelle istituzioni e nella spesa pubblica privatizzata. Nelle migliaia di società miste costituite da comuni, provincie e regioni che consentono di spendere denaro pubblico senza nessun controllo e con sistemi di nomina delle società e dei cda gestiti da questo sistema partitocratico senza nessun partito.

Quali sono, se ci sono, sistemi di contrasto a questo nuovo sistema?

Ci sono due strade: adeguarci seriamente alle norme europee sugli appalti pubblici. Sul piano delle procedure in Italia ci sono le stesse procedure che ci sono in Europa. Il problema è la definizione degli istituti contrattuali del rapporto pubblico-privato, degli oggetti che si affidano tramite le procedure: le gare e le opere pubbliche regolate dalle direttive europee. Abbiamo modificato profondamente gli istituti contrattuali definiti dall'Europa e li abbiamo adattati consentendo di fatto il trasferimento di un potere enorme alle imprese. L'altro elemento di contrasto è la trasparenza, ovvero rendere evidente il tutto, con norme che non sono applicate.

Un esempio di una norma non applicata sulla trasparenza?

Le vicende di cronaca degli ultimi giorni riguardano affidamenti secretati. Rendere segreto l'affidamento per il G8 o per la ricostruzione de L'Aquila è semplicemente una follia, una forzatura della normativa. Questi hanno potuto fare quello che hanno fatto anche per questo motivo: erano liberi di fare quello che volevano. Esistono norme sul sistema delle nomine delle società: nella finanziaria 2007 si obbligano i comuni e gli enti loclai a pubblicare sui siti le nomine delle società partecipate, con le rispettive restribuzioni. Viene applicata dal 10% dei soggetti obbligati.

La crisi riduce gli spostamenti ma non l'uso dell'auto. Due persone su tre si muovono su quattro ruote, quasi sempre da sole. I numeri dell'Isfort consentono di tracciare il bilancio della mobilità insostenibile. E rivelano: oltre il 70% della mobilità è sulle tratte sotto i dieci chilometri. Proprio quelle per cui il governo non spende niente

Leggera discesa del numero di passeggeri per chilometro, aumento dell'uso dell'auto (che interessa il 65,3% delle persone che si spostano), nuove motivazioni e antiche richieste. L’istituto di formazione e ricerca per i trasporti (Isfort), ha presentato i risultati dell’Osservatorio Audimob sulle dinamiche della mobilità degli italiani negli ultimi dieci anni, dal 2000 ad oggi. Si tratta di un’indagine seria sulla mobilità degli italiani nei giorni feriali, con 15.000 interviste all'anno su di un campione rappresentativo della popolazione, che vengono svolte da dieci anni. Nella presentazione è stato sottolineato anche il limite dell’indagine e cioè che utilizzando il telefono fisso per l’intervista esclude quanti possiedono soltanto il cellulare come immigrati, giovani e nuove famiglie, di certo fasce in aumento e che in futuro sarà opportuno monitorare.

Secondo i risultati dell’indagine gli italiani si muovono di più, ma in modo diverso rispetto al passato. Si allungano i km percorsi ogni giorno e di conseguenza anche il tempo dedicato al trasporto aumenta, cresce anche l’uso dell’automobile, nonostante i tanti proclami per la mobilità sostenibile, ma cambiano anche le motivazioni degli spostamenti ed il loro carattere sistematico.

In dieci anni aumentano del 17,8% i passeggeri/km ma non in modo uniforme: fino al 2004 calano drasticamente, poi vi è una fase di autentica espansione, infine dal 2008 comincia di nuovo il declino a conferma che la domanda di mobilità è strettamente legata all’andamento economico del paese. Nel decennio Il numero medio degli spostamenti pro capite è rimasto stabile ed è pari a tre al giorno, mentre cresce del 3,2% il tempo medio impiegato per muoversi (da 59,6 a 62,8 minuti) e soprattutto crescono del 4,9% le distanze medie percorse da ogni cittadino ogni giorno passando da 30 km a 34,9 km.

Davvero interessante analizzare la distribuzione degli spostamenti sulla base della lunghezza chilometrica. Gli spostamenti fino a 2 km passano dal 2000 al 2009 dal 37,7% al 31,1%, quelli di corto raggio tra 2 e 10 km restano stabili intorno al 42%, crescono invece in maniera decisa quelli di media distanza tra 10-50 km che passano dal 18,1% al 24%. Infine quelli oltre 50 km hanno un peso molto limitato, il 2,1% nel 2000 diventato il 2,8% nel 2009.

Questi numeri inducono due riflessioni immediate: il 73,3% dei cittadini che si spostano non fa più di 10 km ma la spesa per gli investimenti per soddisfare questa domanda di mobilità urbana non supera il 6% degli investimenti della legge obiettivo, perché vengono privilegiate nuove autostrade che incrementano il traffico motorizzato e nuove tratte ad alta velocità ferroviaria che collegano comuni capoluogo di regione. Scelte ponderate alla domanda effettiva degli spostamenti dovrebbe invece privilegiare investimenti sui nodi per ferrovie urbane, metropolitane e tramvie, il cui funzionamento interessa più dei due terzi delle persone che si muovono.

La seconda riguarda la crescita della domanda di mobilità tra 10 e 50 km che è evidentemente correlata alla crescita insediativa nei comuni della prima, seconda ed anche terza cintura metropolitana, con il relativo spopolamento delle grandi città, nonché nuovi poli commerciali e di servizi localizzati fuori dalle città. E’ l’effetto dello sprawl urbano a bassa densità che sta consumando territorio prezioso, informe e senza un disegno, che non essendo servito da reti di trasporto collettivo induce una domanda crescente e basata sull’uso dell’auto.

Anche le motivazioni degli spostamenti stanno cambiano secondo l’indagine Isfort: nel 2009 il 31,2% si sposta per lavoro (nel 2000 erano il 34,6%), lo studio assorbe il 4,8% (nel 2000 erano il 5,1), la gestione familiare cresce al 31% (nel 2000 era il 26,3%), la gestione del tempo libero si attesta sul 32,9% (mentre era il 34% nel 2000). Interessante anche vedere il dato intermedio del 2005 dove non era arrivata ancora la crisi economica che ha aumentato la disoccupazione, dove gli spostamenti per il lavoro erano attestati al 37,3% (nel 2000 erano il 34,6%) mentre gestione familiare e tempo libero erano entrambi sotto il 30%.

In modo analogo crescono gli spostamenti occasionali e rari (+3,6% e +4,6%) e diminuiscono quelli sistematici e regolari (-8,3%).

Si tratta di fenomeni ben connessi alle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro (flessibilità/precarietà/lavoro a distanza), dei comportamenti delle persone che vedono crescere gli spostamenti per la gestione della famiglia e dei servizi, la spesa, il centro commerciale, l’ospedale, posizionati sempre più a distanza dalla propria abitazione, quindi il risultato anche delle politiche insediative ed urbanistiche degli ultimi 20 anni.

In auto da soli

Lo studio Isfort passa poi ad analizzare i mezzi utilizzati per gli spostamenti che confermano un crescente dominio dell’automobile, la diminuzione percentuale di chi usa bus e tram e metropolitano e di quelli che si spostano a piedi ed in bicicletta. Infatti l’auto passa dal 59, 3% degli spostamenti nel 2000 al 65,3% del 2009 e di questi ben il 57,7 viaggia solo. Nello stesso periodo chi si sposta a piedi passa dal 21,4% degli spostamenti al 17,3%, chi usa la bicicletta dal 3,8% al 3,7%, chi usa bus/tram/metropolitane passa dal 5,3% al 4% degli spostamenti così come è diminuito chi usa il treno, ma cresce la quota di spostamenti con più mezzi in combinazione, dall’1,8% al 3,6%. E’ chiaro dai dati che c’è stato negli anni un “travaso” di viaggi dalle singole modalità di trasporto, per la gran parte collettivi, alle combinazioni di mezzi, la cui spina dorsale è rappresentata da un vettore pubblico, e questo è l’unico dato positivo delle tendenze in atto.

Nello studio sono anche visibili significative differenze tra piccole e grandi città, dove l’auto prevale in modo deciso nelle prime, mentre la congestione delle seconde induce un uso maggiore del trasporto pubblico.

L’automobile consolida la sua posizione ed anche i dati delle emissioni nei trasporti di C02, nonostante l’efficienza dei veicoli sia migliorata, è cresciuta al 28% mentre nel 1990, anno della sottoscrizione del protocollo di Kyoto, era il 23%, quindi è di tutta evidenza il fallimento delle politiche italiane nel contenimento delle emissioni nei trasporti.

L’anno 2009 è stato un anno di forte crisi anche nei trasporti e mobilità, gli spostamenti calano del 2,3%, ed i passeggeri/km dell’8% e per la prima volta da un decennio gli spostamenti si accorciano. Secondo Carlo Carminucci, direttore dell'Isfort ed ideatore dell’indagine, ancora non ci sono dati sufficienti per capire se si tratta solo di una frenata transitoria legata alla crisi o dell’inizio di un nuovo ciclo che inverte la tendenza di questo decennio.

Assai utile anche la parte dello studio che indaga sulle ragioni delle scelte da parte dei cittadini ad esempio del perché si utilizza poco il mezzo pubblico: il 17% perché non ha un servizio vicino a casa, mentre per l’82,9% il servizio esiste ma non è comodo ed accessibile (70%), impiega troppo tempo (42%), gli piace guidare (8%), il trasporto pubblico è di scarsa qualità (4,8%) e solo per l’1,8% costa troppo.

Quindi è la scarsa capillarità ed accessibilità, la frequenza e gli orari inadeguati, l’interscambio inefficiente e scomodo, il tempo troppo elevato, che inducono la maggioranza dei cittadini ad usare l’auto privata in modo crescente. Ma anche il nodo della scarsa informazione emerge con evidenza dall’indagine. Ben il 33,7% non conosce orari e percorsi, ed un altro 17% solo i percorsi ma non gli orari: in pratica la metà di chi si sposta non sa nulla del trasporto pubblico.

Vorrei ma non posso

Quindi sono stati dieci anni dove è cresciuta la mobilità insostenibile, e questo deve indurre una riflessione spietata. Secondo la mia opinione diversamente che dagli anni 90, le città non sono più state protagoniste di politiche attive, di Piani urbani della mobilità di area vasta improntati alla sostenibilità, perché si sono fatte tante chiacchiere e pochi fatti, perché il ritornello di questo decennio sono tornate le grandi opere mentre gli investimenti per le reti ed i veicoli per la mobilità urbana sono scomparsi dall’agenda del governo.

A questi si aggiunga l’arretratezza delle aziende di trasporto incapaci di offrire servizi adeguati, a costi efficienti, con piani di informazione mirati all’utenza reale e potenziale, nonché gli effetti dello sprawl urbano sulla mobilità dei cittadini tutta basata sull’automobile, è evidente che il risultato era quasi scontato.

Del resto lo stesso studio Isfort ha indagato sulla propensione al cambiamento tra i cittadini, che vorrebbero diminuire per il 27% l’uso dell’auto ed aumentare per il 34% l’utilizzo dei mezzi pubblici. E’ un chiaro segnale di disponibilità e di speranza che non può essere buttato a mare ma raccolto e soddisfatto. Perché non è vero che “è stato tutto inutile” quello che si è fatto in questi dieci anni, ma è stato troppo poco e non è bastato per invertire la tendenza verso la mobilità sostenibile.

Per saperne di più: Dieci anni di Osservatorio Audimob. Rapporto ISFORT su “Stili e comportamenti degli italiani”. Sintesi del rapporto e presentazioni su www.isfort.it

Un tunnel di quattro chilometri sotto il parco cintato più grande d’Europa. È l’idea del Consorzio che gestisce il polmone verde di Monza e la Villa Reale per mettere in comunicazione le grandi arterie viarie a est e a ovest della Brianza. Nei giorni scorsi l’ente ha depositato nelle stanze del Comune la delibera per lo studio di fattibilità. Il progetto è affidato alla Sembenelli Consulting di Milano, azienda specializzata nella realizzazione di gallerie urbane. Gli ambientalisti però sono già sul piede di guerra.

Oggi l’unica via di collegamento tra la tangenziale est da una parte e la statale 36 dall’altra è rappresentata da viale Cavriga, che taglia in due l’oasi. Strada ad una sola corsia per senso di marcia, aperta solo dalle 8 del mattino alle 8 della sera. Una striscia d’asfalto lunga due chilometri, intasata ad ogni ora del giorno, che è uno degli incubi degli automobilisti brianzoli. L’opera di interramento prevede l’ingresso da porta Villasanta per poi sbucare in superficie all’altezza del Rondò dei Pini, due chilometri oltre le mura del Parco, proprio dove oggi si sta realizzando l’altra galleria, la più lunga d’Italia in ambito urbano, sulla Valassina.

La prima fase dei lavori prevede l’aggiornamento dei dati del traffico, fermi a metà degli anni Novanta, e la proiezione di quelli di attraversamento del tunnel. «Questo permetterà di formulare ipotesi di introito dell’esercizio tramite l’applicazione di pedaggi» si legge nella delibera del Consorzio. In un secondo momento verrà varato il progetto definitivo con il tracciato esatto della galleria, l’indicazione di una serie di parcheggi sotterranei e il sistema di svincoli ai due ingressi. «Il traffico locale e quello di attraversamento oggi sono insostenibili - dice il sindaco di Monza, Marco Mariani - un intervento del genere risolverebbe la situazione» Aggiunge l’assessore al Parco, Pierfranco Maffè: «Ogni azione utile a togliere le macchine da viale Cavriga è ben accetto. Certo, i costi sarebbero alti». In disaccordo Bianca Montrasio, presidente del comitato che difende l’area: «Scavare sconvolgerebbe l’ecosistema di una zona preziosissima: ci sarebbero sicuramente più danni che vantaggi».

Il teatro della gens Flavia è un colosso malato, il tempo, l’inquinamento, l’assurdo traffico che lo circonda come un micro-terremoto continuo e costante, lo hanno reso fragile, a rischio. Per salvarlo è pronto un piano da 23 milioni di euro, soldi italiani e anche giapponesi sembra, per provare a togliere il colore del buio dalle pietre bianche, a 18 anni dal primo grande tentativo di restauro, finanziato nel 1992 dalla Banca di Roma.

Quattro giorni fa, proprio accanto ai resti di una bellissima statua equestre di recente ritrovata ed esposta, il distacco di cinquanta centimetri di malta romana ha fatto tornare alto l´allarme sulle condizioni del Colosseo, la paura che qualcosa di peggio possa accadere nel monumento più visitato del mondo. Ma l’intero cuore monumentale della città eterna è a rischio, divorato dallo smog e dalle polveri corrosive, da quell’effetto "antropico" che vuol dire passaggio, mano e calore dell’uomo. Sono a rischio la Domus Aurea e le Mura Aureliane, il Palatino e i Fori, ma anche, ricorda Giuseppe Proietti, soprintendente ai Beni Archeologici di Roma, «gli antichi acquedotti romani, chilometri e chilometri di resti da mettere in sicurezza, quei ruderi che ci sembrano belli e suggestivi, ma in realtà versano in condizioni drammatiche, e in alcuni punti minacciano ferrovie e abitazioni». Una scacchiera difficile dove i monumenti sono gestiti dallo Stato e le "aree" che li circondano dal Comune di Roma, dal Campidoglio, con una mai risolta querelle di responsabilità che di fatto ha lasciato che il traffico continuasse ad assediare capolavori delicatissimi, patrimonio dell’umanità.

Bisogna allora salire sul secondo corridoio del Colosseo per ritrovare la luce, ma lo sguardo subito viene ferito da gigantesche reti metalliche color ruggine che proteggono l’anello esterno, mentre le teche di una bella mostra sui gladiatori sono così sporche che si fa fatica a vedere l’interessante ricostruzione di abiti ed armi che racchiudono. Ancora più scarno è il bookshop, pochi libri, pochi titoli, anche i gadget sembrano poveri, e nonostante tutto la gente di mette in fila, compra, spende. Ma è da qui, dal corridoio più alto finora visitabile, che si vedono i restauri in corso finanziati dalla soprintendenza, e che porteranno alla fine dell’estate all’apertura del terzo anello, e di una parte dei sotterranei.

E infatti basta seguire gli sguardi dei visitatori per capire che sono i corridoi e i sotterranei dell’antica cavea a catturare l’attenzione, là dove si svolgevano le lotte dei gladiatori, e gli animali sbucavano nell’arena larga 3.357 metri quadrati da botole interrate, attraverso un ardito e complesso sistema di ascensori. Un circo inaugurato nell’80 d. C. dall’imperatore Tito, con ottanta giorni di feste e giochi venatori e i cui effetti speciali sono stati restituiti soltanto forse da Ridley Scott, con la descrizione delle venationes, vere e proprie danze di morte tra uomini e animali, vietate poi, nell’era cristiana, dall’imperatore Teodorico.

Ma il Colosseo, grande vecchio dell’arte mondiale, ha bisogno di attenzioni e di cure permanenti. Già oggi la manutenzione ordinaria costa circa 700mila euro l’anno, ma sono questi fondi, spiega Adriano La Regina, a lungo soprintendente ai Beni Archeologici di Roma, «che dovrebbero essere raddoppiati e mantenuti costanti». «Il Colosseo - dice La Regina - soffre dei suoi quasi duemila anni di Storia, ha bisogno di un monitoraggio incessante, molte volte ci siamo trovati di fronte ad episodi gravi che ci hanno costretto a chiudere intere parti del monumento. Ricordo un episodio davvero drammatico, quando nella parte che si affaccia su Colle Oppio sembrava che stessero crollando alcuni pilastri... Fummo costretti a chiudere, consolidare. Certo, oltre alla vecchiaia, ci sono i mali di sempre che affliggono il Colosseo, lo smog che corrode i travertini e deturpa l’ambiente tutto intorno, e che per decenni ha fatto sì che il Colosseo, oltre ad essere il simbolo di Roma, fosse anche uno gigantesco spartitraffico...».

Adesso, sembra, l’area intorno all’anfiteatro Flavio dovrebbe finalmente diventare una sorta di archeo-isola, anche se non ancora quel giardino archeologico immaginato e sognato da ambientalisti come Antonio Cederna. «Uno degli interventi più urgenti per il Colosseo - aggiunge Adriano La Regina - è la ripulitura. Un’opera già iniziata con i restauri degli anni Novanta e di cui sono visibili alcuni spicchi più chiari degli altri. L’altro intervento fondamentale, per l’estetica del monumento, sarebbe la sostituzione delle cancellate. Allora fu necessario costruirle in quel modo, ma oggi non sono più accettabili. Ma forse, prima di tutto, se davvero si riuscisse a creare un’isola pedonale attorno a tutta l’area monumentale centrale, sarebbe un risultato straordinario».

Certo è difficile pensare ad una "zona franca" con il volume di auto che assedia Roma. E che violenta con il rumore anche i visitatori del Colosseo, almeno nei corridoi esterni. All’interno invece è come se il frastuono venisse assorbito, i simboli e i fantasmi del passato sono forti e potenti, gli spettacoli, le belve, ma anche la via crucis, le croci di ferro, la Roma cristiana, e poi l’abbandono, l’anfiteatro che viene saccheggiato, il primo terremoto che nel 1349 ne mina le fondamenta, papa Sisto V che nel 1550 trasforma il Colosseo in una filanda. Le prime campagne di scavo che nell’Ottocento svelano la presenza degli ipogei. I visitatori passeggiano, con le audioguide nelle orecchie, sono migliaia in queste primavera tardiva che spesso promette pioggia, i ragazzi delle scuole si fanno le foto con il telefonino, i portatori di handicap possono salire con i loro ausili fino al secondo anello e da qui vedere le rovine. Tra le cui pietre cresce una vegetazione antica, dove i botanici trovano ancora tracce di piante esotiche, altrove scomparse. Un altro segreto, tra i tanti, del Colosseo.

Meno male che c'è Ignazio La Russa a preoccuparsi dei festeggiamenti per il 150°. Stando a una sua intervista (ad Antonella Rampino, su La Stampa) il programma è ricchissimo, e le intenzioni del ministro della Difesa, aspirante coordinatore degli eventi, sono assai serie: annuncia, in accordo con il presidente del Consiglio, l'intenzione di dar vita «accanto ai convegnoni», a «un evento popolare». E che c'è di più «popolare» della televisione? Infatti, ecco affacciarsi Festival di Sanremo, Lega Calcio, e Coni. Siamo a posto. Cavour e Garibaldi, Mazzini e Cattaneo, Gioberti e Pisacane, riposino il loro sonno eterno, tranquilli. Apicella canterà dai microfoni di Rai-Mediaset, in un tripudio di sfilate di carri armati, giacché, come spiega il solerte ministro, «bisogna far coincidere le quattro feste delle Forze armate con le celebrazioni».

Insomma, tra canzonette e marce militari, anche noi, malgrado la Lega, e i suoi sussulti antinazionali, ricorderemo l'Unità. Malgrado la Lega, appunto: e per una volta sono d'accordo con Ernesto Galli della Loggia, che sul Corriere della Sera, ha ammonito Calderoli e Bossi: «Non si governa un Paese contro la sua storia». Aggiungo, che coloro che con sufficienza o arroganza, deprecano, fuori tempo massimo, il Risorgimento e irridono all'Unità, sono semplicemente estranei a una pur minima conoscenza della storia: possono anche tentare di governare «contro» di essa, in quanto la ignorano.

Il Risorgimento, intanto, non fu un fatto italiano: esso si colloca in un contesto europeo frutto di un moto che fu tra gli effetti di lungo periodo della Grande Rivoluzione del 1789. Il nazionalismo della prima metà dell'Ottocento ha un carattere progressivo: basti scorrere gli scritti di Marx ed Engels, o i loro carteggi, per rendersi conto di quanto peso abbiano quei moti, a cui i fondatori del «socialismo scientifico» guardarono con attenzione e simpatia. Il Risorgimento italiano, collocato nell'ambito dei movimenti nazionalpatriottici del XIX secolo, mentre servì a cancellare residui di Stati paternalistici, fondati su concezioni proprietarie del potere, ebbe un carattere indubbiamente emancipatorio su vari piani, da quello economico-sociale a quello politico, non trascurando l'ambito della cultura. Una larga fetta della migliore produzione letteraria o di teoria politica italiana si colloca in quella fase ed è frutto di scrittori e pensatori che hanno espresso variamente l'istanza unitaria. Che era tutt'altro che un mero bisogno di statualità, che pure rappresentava un'esigenza significativa in un Paese frammentato, sottoposto all'estro ghiribizzoso di piccoli, mediocri o mediocrissimi sovrani locali, spesso mandatari di poteri reali lontani, a cominciare da quello degli Asburgo che faceva il bello e il cattivo tempo nella Penisola.

Ma quello era anche un Paese economicamente bloccato; solo l'Unità gli diede la spinta decisiva per avviare il decollo industriale, e la sua trasformazione capitalistica: insomma, ne rese possibile ciò che chiamiamo lo «sviluppo». Esso, con tutti i suoi enormi limiti (denunciati da una schiera di studiosi, politici e intellettuali: Antonio Gramsci per tutti) costituì un dato di progresso, a dispetto, appunto, delle contraddizioni e delle sperequazioni, prima fra tutte quella Nord- Sud.

Già, proprio qui, come è noto, si appunta l'angusta polemica della Lega degli ignoranti: il Sud che drenerebbe le risorse realizzate dal Nord. A costoro bisognerebbe innanzi tutto ricordare che lo squilibrio tra le due aree, al di là delle situazioni storiche pregresse, è stato favorito da un processo di industrializzazione che si è localizzato nelle regioni settentrionali, a scapito del Mezzogiorno; e ribadire che quel Sud, fu ed è tuttora un mercato essenziale per le imprese produttrici del Nord; e infine, rammentare che i protagonisti di quel terzo moto unitario (il secondo è stata la lotta di liberazione nazionale contro il nazifascismo, del '43-45), ossia gli immigrati meridionali a Torino, Milano e nelle altre aree industriali, resero possibile la fortuna delle imprese (e degli imprenditori) ivi collocate.

E se nel Risorgimento e nella Resistenza, l'opera dei meridionali fu limitata - ma non irrilevante -, nelle migrazioni Sud/Nord degli anni Cinquanta/Sessanta, sono stati i meridionali poveri a fornire il «materiale umano» per le industrie del Nord, dopo aver costituito carne da macello, accanto ai poveri del resto d'Italia, nei due conflitti mondiali e nelle altre guerre fasciste.

D'altra parte, l'Unità fu un affare anche per il Mezzogiorno, malgrado le storture e gli errori, gravissimi. Per tanti versi, lo sappiamo, «è andata male»; ma fu il moto unitario, e lo Stato nazionale, a ricuperare il Sud, inserendolo in circuiti dai quali secoli di monarchia borbonica (oggi rivalutata dai soliti revisionisti), l'aveva tenuto fuori. Così la presa di Porta Pia, il 20 settembre 1870, mise fine a un regime tirannico e oscurantista come quello del Papa. Che, nelle sue rinnovate manifestazioni, non più statuali, ma simboliche (oltre che economico-finanziarie), non ha chance alcuna di essere restaurato, a dispetto dei Concordati vecchi e nuovi, e della crescente ingerenza delle gerarchie nella vita politica. Anche questo lo si deve al Risorgimento, e al processo unitario: sul quale, oggi come allora, dobbiamo esprimere tutte le riserve critiche, da studiosi, e da cittadini consapevoli (innanzi tutto informati), ma che possiamo e dobbiamo considerare un punto di non ritorno. Perciò a quei personaggi pittoreschi che ostentano la cravatta verde, marchio di una inesistente «Padania», e sputano su Garibaldi, Mazzini, e Cavour (inneggiando al «federalista» Cattaneo, dimenticando che si tratta di uno dei più coerenti e convinti sostenitori dell'Unità!), ci permettiamo di dare un modesto consiglio: prendano tra le mani un manuale di storia, e comincino a leggerlo. Non è mai troppo tardi per imparare.

Per un anno ha camminato nelle strade romane di Tor Pignattara, è entrata nei palazzi e nei negozi. «Secondo la nostra ricerca questo quartiere è fra quelli più a rischio. C’è un pericolo banlieue perché c’è una seconda generazione di immigrati che è alla ricerca di una propria identità. Sono giovani che subiscono angherie e prima o poi reagiranno. Il disagio si sente, si tocca, e può diventare una polveriera».

Stefania Della Queva è una delle ricercatrici che ha lavorato per la facoltà di sociologia dell’università Cattolica di Milano per studiare «processi migratori e integrazione nelle periferie urbane». Dopo avere letto questa ricerca il ministro Roberto Maroni ha annunciato il rischio-banlieue per l’Italia. Nella relazione presentata dal professor Vincenzo Cesareo si rileva anche che le periferie critiche possono diventare «recruitment magnets», calamite di reclutamento, «ovvero luoghi di incubazione e progettazione di eventi eversivi».

Tor Pignattara è una delle sei aree studiate dai sociologi della Cattolica. «Dal 1997 al 2007 - dice Stefania della Queva - in questo quartiere gli immigrati sono aumentati dell’81%. In alcune strade vedi quasi soltanto bengalesi con negozi alimentari e internet point e cinesi con ristoranti e laboratori. Meno visibili i romeni, impegnati nei cantieri. La tensione è pesante. «Non siamo più a casa nostra», dicono gli italiani, che accusano soprattutto i bengalesi di sporcare la città, di fare chiasso fino a notte fonda davanti ai loro negozi, di infestare i condomini con gli odori di aglio e altre spezie… Ci sono stati assalti ai negozi di stranieri. Finora i giovani bengalesi, in gran parte nati in Italia, non hanno reagito, ma c’è il pericolo che una scintilla provochi l’esplosione. Per i bambini la scuola funziona, anche se la percentuale di stranieri alle elementari Pisacane (l’82,2%) è la più alta d’Italia. Alle medie Pavoni è del 28,5%. I problemi iniziano dopo, quando i giovani non trovano più un luogo dove incontrare gli altri giovani del quartiere e si riuniscono in gruppi etnici».

L’Italia non è la Francia ma i segnali di allarme non mancano. «Le banlieue parigine - racconta Rita Bichi, docente di metodologia della ricerca sociale - hanno la loro ossatura nei palazzoni periferici di edilizia popolare anni ‘50 poi occupati da chi arrivava dalle ex colonie. Là c’è stata una ghettizzazione pesante. Da noi le banlieue sono a pelle di leopardo, occupano pezzi di periferia e anche centri storici. Ma ciò che manca, anche in Italia, è quella che noi sociologi chiamiamo mixité, mescolanza, quella voglia di conoscenza reciproca che caccia gli stereotipi e abbassa le paure. Nel 2005 in Francia protagoniste della rivolta sono state le seconde e terze generazioni di francesi che non si sentivano francesi. Da noi queste generazioni stanno crescendo adesso».

Due le zone di Milano sotto inchiesta: via Padova e San Siro - Gratosolio. «Uno dei problemi più seri - dice il ricercatore Davide Scotti che ha seguito via Padova - è rappresentato dagli adolescenti che arrivano qui tramite il ricongiungimento familiare. Sognano di trovare la ricchezza e si trovano in case fatiscenti, magari con una famiglia per stanza, nelle quali non se la sentono di invitare i compagni di scuola italiani. Qui le tensioni sono soprattutto fra le diverse etnie, in particolare fra magrebini e sudamericani. I rapporti fra italiani e immigrati in questi ultimi mesi sono meno tesi che in passato. Dopo gli incidenti, tutti hanno interesse a tenere un profilo basso. La tensione nasce dalla coabitazione non governata di persone arrivate da tutto il mondo. Qui l’edilizia è soprattutto privata e i privati affittano badando soltanto al denaro. Non ci sono custodi sociali, come nelle case comunali. Un’azienda svizzera affitta stanze in ex albergo. L’hotel degradato è diventato il rifugio dei transessuali. Il presidente della zona 2, che voleva visitare il palazzo, è stato accolto con il lancio di wc dai balconi. Il nuovo si costruisce quando si capisce che l’integrazione non può essere un obiettivo ma una conseguenza. Faccio un esempio: non si organizza un "torneo di calcio per l’integrazione" ma un torneo aperto a tutti. Se va bene, potrà nascere la scintilla giusta».

I ricercatori hanno lavorato anche lontano dalle metropoli. «Qui ad Acerra - dice Emiliana Mangone - sarà difficile arrivare ad una integrazione fra italiani e immigrati perché c’è divisione anche fra gli italiani. Siamo poco lontano da Napoli e in sette anni la popolazione è aumentata del 19,8%. Migliaia di napoletani sono venuti ad abitare qui e c’è ancora una distinzione netta fra loro e gli acerrani doc. La periferia è cresciuta in modo abnorme, causa "immigrazione" dal capoluogo e anche perché il centro storico, davvero malridotto, è stato abbandonato dagli acerriani. Nei "bassi" ora ci sono soltanto immigrati dell’Est, soprattutto donne, e magrebini. Gli africani sono nelle campagne, pronti a lavorare per pochi euro al giorno. Anche questa potrà diventare una banlieue, quando gli immigrati chiederanno una vita migliore. E anche perché le tensioni della città sono arrivate da noi, ad esempio con la trasferta dei gruppi disoccupati organizzati».

Sesta e ultima inchiesta nella città di Chieri, sulle colline piemontesi. «È stata scelta quasi a caso - spiega Paolo Parra Saiani - per capire cosa succede in una città "normale". Abbiamo studiato i numeri e fatto tante domande. Questa sembra davvero un’isola felice. Non c’è un’alta criminalità, non ci sono ghetti. Ma i residenti doc e gli stranieri arrivati da 70 paesi diversi vivono in mondi paralleli e separati. Lo straniero è arrivato anche qui. La convivenza ancora no».

«L'acqua è un bene comune, di proprietà collettiva, essenziale e insostituibile per la vita». La disponibilità e l'accesso all'acqua potabile fa parte dei «diritti inviolabili e inalienabili della persona umana, diritti universali non assoggettabili a ragioni di mercato». La Puglia segna un colpo sul terreno della buona amministrazione e della buona politica. Il primo atto della seconda giunta Vendola è una riforma senza precedenti dell'acquedotto pugliese. Il ddl approvato ieri sarà il primo ad approdare nel nuovo consiglio regionale. «Contiamo di approvarlo definitivamente entro l'autunno», spiega l'assessore Fabiano Amati.

E' un provvedimento straordinario per quello che c'è scritto ma anche per come è stato costruito. Questa versione infatti nasce grazie a due diverse delibere dell'ottobre scorso che hanno istituito un tavolo paritetico formato da 5 esperti scelti dalla regione e 5 esperti scelti dal comitato pugliese «acqua bene comune» e dal forum italiano dei movimenti per l'acqua.

Il risultato finale è quasi una bestemmia ai tempi del decreto Ronchi. Il ddl trasforma il più grande acquedotto d'Europa in un «soggetto di diritto pubblico senza finalità di lucro che persegue il pareggio di bilancio» (art. 5). La regione pagherà di tasca propria una quota minima vitale di acqua (stabilita in base alle tabelle Oms) a ogni cittadino pugliese. Tra i nuovi principi che regolano il «servizio idrico integrato» (art. 2) si stabilisce che deve essere «privo di rilevanza economica e sottratto alle regole della concorrenza», affidato «esclusivamente» a una «azienda pubblica regionale» in grado di garantirlo secondo «efficacia, efficienza, trasparenza, equità sociale, solidarietà, senza finalità lucrativa e nel rispetto dei diritti delle generazioni future e degli equilibri ecologici». La regione istituirà due fondi per l'acqua: il primo garantirà i livelli essenziali a livello locale, il secondo (fondo di solidarietà internazionale) finanzierà il sostegno a progetti di «cooperazione decentrata e partecipata» nei paesi in via di sviluppo.

Il ddl precisa infine che gli eventuali utili nel bilancio dell'Aqp saranno finalizzati «esclusivamente al miglioramento del servizio».

Ma come sarà gestita in concreto la nuova società? Il ddl prevede un «consiglio di sorveglianza» aperto a «lavoratori, associazioni ambientaliste, consumatori, sindacati e rappresentanti di comuni e cittadini». Ai vertici dell'Aqp siederanno un presidente e un vicepresidente scelti direttamente dal presidente della regione.

Gli altri tre membri del consiglio di amministrazione invece saranno eletti da un'assemblea di tutti i comuni pugliesi, in base al principio una testa, un voto. Ogni sindaco esprimerà al massimo due preferenze e avrà tanti voti quanti sono i cittadini residenti nel comune all'ultimo censimento. I vertici durano in carica tre anni, possono essere rinnovati una sola volta anche non consecutiva e in caso di gravi inadempienze o inerzia possono essere revocati dal presidente della regione.

Soddisfatti i comitati pugliesi. «E' un disegno di legge inedito nel merito e nel metodo - commenta Margherita Ciervo del comitato regionale «acqua bene comune» - primo perché si sceglie una ripubblicizzazione vera e la partecipazione». E poi perché «sicuramente è la prima volta in Italia e forse anche in Europa che una legge sull'acqua viene scritta in modo congiunto da istituzioni e comitati attraverso un tavolo ufficiale e non una semplice consultazione».

Ovviamente la strada dell'approvazione definitiva non è priva di difficoltà. Finora l'Aqp era una spa a totale partecipazione pubblica. Per prima cosa la Puglia (che possiede l'87% delle azioni) dovrà comprare il restante 13% dalla regione Basilicata. Secondo una stima di Ernst & Young si tratta di una spesa di 12,2 milioni di euro. E poi ci si aspetta sicuramente una battaglia col governo Berlusconi. «La concessione dell'Aqp scade nel 2018 - spiega Amati - sembra lontano ma per la burocrazia è un attimo». Senza contare che non tutto il Pd (vedi area dalemiana) è favorevole a una soluzione di questo tipo per la gestione dell'acqua.

Ma che in Puglia la questione sia piuttosto sentita dai cittadini lo dimostrano le firme raccolte per i tre referendum sull'acqua pubblica: in soli tre week-end ne sono state raccolte 48mila. Ben oltre l'obiettivo prefissato e già quasi un decimo del totale necessario. Sarà un autunno caldo.

Oggi si può contribuire a invertire la rotta per fermare il saccheggio dei beni comuni andando a firmare i tre referendum sull'acqua. Lo hanno capito in tantissimi accalcati ogni giorno ai banchetti di raccolta firme. Il movimento referendario intorno all'acqua "bene comune" costituisce il più entusiasmante segnale di vitalità politica da molto tempo a questa parte. Lo hanno capito centinaia di migliaia di persone, pur frastornate dalle imitazioni fasulle come il referendum dell' Idv o la petizione del Pd che "il meglio è nemico del bene", soprattutto quando a proporre soluzioni migliori rispetto ai tre referendum è chi per anni non ha fatto nulla di concreto per fermare la deriva liberista, la privatizzazione, il saccheggio in cui il nostro paese si è abbandonato. A partire dalla "fine della storia" e dal collasso della prima repubblica.

La battaglia referendaria sull' acqua come bene comune, è oggi una civilissima epifania italiana di un violento scontro globale prodotto da una nuova grande trasformazione che, come quella descritta da Polanyi agli albori della modernità, cerca sempre più di concentrare nelle mani di pochi la ricchezza di tutti. Intorno ai nostri banchetti si sta svolgendo la battaglia antropologica fra la persona, dotata di diritti e doveri costituzionali, e l'homo oeconomicus, furbo, speculatore, irresponsabile e pronto a tutto pur di arricchirsi ancora un po'. Una battaglia furibonda che, in una diversa e più drammatica declinazione, abbiamo visto in questi giorni nelle piazze di Atene. Da una parte comunità di persone in carne ed ossa, portatrici di diritti e di preoccupazioni politiche e culturali che affondano le radici nel passato e gettano ponti verso il futuro. Dall'altra le corporation, realizzazione mostruosa dell' homo oeconomicus, che massimizzano il profitto di brevissimo termine senza scrupoli né preoccupazioni per il bene comune, per la storia, per la natura, per la stessa sopravvivenza.

E' la battaglia dell' interesse privato contro il bene comune, qualcosa di ben più grande e ben diversamente complesso rispetto alla riduzione, utilizzata da tanti politici in Italia ed Europa, dell' economia e della finanza contro la politica. Lo scontro è quello fra una retorica bipartisan sulla crescita, lo sviluppo, l'efficienza, la meritocrazia, che altro non è che arbitrio dei Consigli di Amministrazione e una realtà di lavoratori di migranti di persone ordinarie sempre più soccombenti e spremute da processi sociali determinati solo dal profitto. Quasi sempre politica e capitale finanziario stanno dalla stessa parte, che non è quella delle persone.

In questa battaglia non è ammesso non schierarsi, perché la scelta è tra aprire la via a nuovi modelli di governo democratico ed ecologico dell' economia o rilegittimare il modello dominante in crisi e collocarsi così dalla parte del capitale anziché delle persone e delle comunità.

Caro senatore Della Seta, cercare di delegittimare come "schematiche" le posizioni chiare e oneste di quanti dicono «solo chi firma i tre referendum vuole l'acqua bene comune», costituisce una strategia che non sta dalla parte delle persone e dei loro bisogni ma da quella dei Consigli di Amministrazione e del chiacchiericcio da super-vertici tecnocratici. Suvvia! Ha firmato perfino Franceschini!

Oggi, dopo vent'anni, siamo finalmente giunti alla fine della fine della storia. Le code ai banchetti referendari in Italia, come i lavoratori disperati nelle piazze in Grecia, dicono al mondo che bisogna invertire la rotta.

I beni comuni devono rimanere fuori dalle logiche di mercato. Possono essere gestiti solo nell’interesse del territorio cui appartengono, del suo sviluppo e dei suoi abitanti. Guardando al passato si trovano soluzioni di grande modernità, come quelle che le comunità hanno adottato da sempre per amministrare i boschi o gli alpeggi Quando il bene comune diventa una merce

Circa 250 mila cittadini hanno firmato per il referendum "L’acqua non si vende" che, senza scendere in tecnicismi, ha lo scopo di fermare la privatizzazione dell’acqua pubblica. Io sto con loro, firmo; non solo, ma sono a favore delle proposte che stanno arrivando da più parti per rendere effettiva la possibilità delle amministrazioni locali di dichiarare il servizio idrico «privo d’interesse economico», escludendolo così dal pacchetto di servizi da "liberalizzare" secondo il decreto Ronchi. Questo decreto, infatti, consente la privatizzazione degli acquedotti e dei vari servizi idrici collegati, previa gara d’appalto. Così facendo si consentirà a potenti gruppi di interesse economico di trattare l’acqua come fosse una qualunque merce, e quindi di farci pagare non tanto un servizio, come oggi accade in situazioni di gestione pubblica, ma il bene stesso, come se esso appartenesse a chi ce lo "vende". Il privato ha come fine quello di fare utili, le strade possono essere due: aumentare i prezzi o risparmiare sugli investimenti.
Sono contro la privatizzazione dell’acqua non perché sia contro la privatizzazione tout court, ma perché il modo di procedere di questo decreto sta consegnando le reti idriche nelle mani di capitalisti senza imporre loro nessuna regola che li obblighi a proteggere l’essenza di quello che è un bene comune.

Questo è l’acqua: una cosa di tutti. Una cosa che tra l’altro comincia a scarseggiare a livello planetario, e quindi fa gola a livello economico. Non va semplicemente comprata e venduta però, va gestita affinché tutti ne abbiano, perché non ci siano sprechi, perché non venga inquinata, o usata per fini industriali e rimessa in circolo senza essere depurata, perché ce ne sia ancora per tanto tempo.


Vorrei però che fosse chiara una cosa: la ragione dell’avversione alla privatizzazione non risiede in una presa di posizione aprioristica contro il privato. In linea teorica nulla vieterebbe una corretta gestione dell’acqua da parte di un privato che se ne assumesse il servizio. Il problema è che una corretta gestione di un bene comune può essere realizzata solo da un attore fortemente radicato sul territorio, che si ponga come obiettivo lo sviluppo di quel territorio, la sua protezione e quella dei suoi abitanti e dei loro diritti. Ed è molto difficile che questo avvenga affidando la gestione dell’acqua anziché a enti locali a società di capitali o a banche.

***


Lcacqua però è soltanto lo spunto per fare una riflessione più ampia. Perché qui stiamo perdendo di vista una cosa intoccabile: i beni comuni devono esulare dalle logiche di mercato. Il che non significa che ci sia una formula esatta per la loro gestione. Intendo dire che non è detto che debba per forza essere lo Stato a farsene carico, deve invece poter partire una reale condivisione: che sia proprietà collettiva a gestione privata, che sia tutto pubblico o che sia un mix delle due cose non ha importanza, perché ci sono formule alternative, vecchie e nuove. Stiamo vendendo o svendendo tutto, dando in gestione a chi ha come unico fine l’accaparramento, mentre certe cose non si dovrebbero toccare. Ricordo un grande del Barolo, l’indimenticato Bartolo Mascarello, che si scagliò contro la curia di Alba, rea secondo lui di aver venduto a dei privati delle vigne storiche, vigne che erano a "beneficio collettivo", tra i migliori cru di Langa.

È solo un esempio delle tante risorse comuni che la nostra Italia sta perdendo, e che avevano resistito anche alle spinte più privatistiche tipiche dell’Ottocento e Novecento. "Vicinie", "partecipanze", "comunaglie", "ademprivi", "società degli originari", demani comunali: boschi, terreni agricoli, spiagge e coste, pascoli, terreni a uso civico che per secoli erano a disposizione di tutti, di cui la comunità si faceva carico per mantenerli e sfruttarli con senso del limite e garanzie per il futuro. Proprietà collettive o insieme di risorse naturali gestite dal Comune, dalla parrocchia, da gruppi di famiglie, reti di vicinato e associazioni, secondo regole complesse che risalgono in molti casi anche al Medioevo. Sono quelli che inglese si chiamano "commons". Ci sono ancora esempi in Emilia, con le partecipanze agrarie che hanno origine ai tempi delle prime formazioni comunali e ancora oggi si trasmettono per discendenza diretta di padre in figlio: enti privati di diritto pubblico che hanno un regolamento per l’assegnazione (a rotazione) delle terre per il diritto d’uso e di coltivazione. Oppure pensiamo alle regole che le comunità si sono sempre date per la raccolta di erba, frutti di bosco, funghi e legname nei terreni comuni.

Perché dobbiamo ridurre tutto a una dicotomia tra pubblico e privato, che è stucchevole quasi quanto quella tra destra e sinistra? 
Guardo al passato e vedo soluzioni di grande modernità, che potrebbero aiutarci nella gestione dell’acqua, nel ripristino dei pascoli, nel mantenimento dei boschi e degli alpeggi (che stanno tra l’altro diventando sempre più terreno di sfruttamento a danno dei malgari, i quali ogni anno si vedono aumentare arbitrariamente gli affitti per basi d’asta dove spesso corrono da soli, perché gli unici rimasti a fare quel lavoro). Guardo al passato e vedo geniali soluzioni per lo sfruttamento locale delle biomasse (sfalci e legnami da buttare); luoghi dove costruire orti collettivi gestiti magari dai pensionati a beneficio della comunità; un paesaggio difeso e valorizzato; reti idriche locali, all’avanguardia ed efficienti, che garantiscono acqua a tutti, a prezzi tendenti allo zero, se non del tutto gratis.


Bisogna ridare dignità giuridica a queste antiche forme di gestione, perché realizzano ciò che né il pubblico puro, né il privato puro sono in grado di garantire: i beni cui tutti hanno diritto, le risorse delle nostre terre, mari e acque. Ci metto anche il cibo, perché la stessa dignità va riconosciuta a forme di partecipazione collettiva in tema di cibo: che cosa sono i gruppi d’acquisto solidali, gli orti collettivi urbani o il modello della community supported agriculture nato negli Stati Uniti, in cui si prevede l’acquisto anticipato di tutta la produzione di un agricoltore da parte di un gruppo di cittadini che poi si vedono recapitare a casa regolarmente, perfettamente maturi e in stagione i prodotti? Sono cose né pubbliche né private, né leghiste né comuniste, né passatiste né utopiche. Modelli che funzionano, collettivi e innovativi, al di là di schemi stantii che ormai hanno solo più questi scopi: fanno arricchire qualcuno, scarseggiare le risorse di tutti, perdere la nostra libertà, il senso di far parte di una comunità e di avere potere sulle nostre stesse vite, lasciandoci da soli, a pagare bollette sempre più salate.

© 2026 Eddyburg