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All´origine della crisi che l´Unione europea e l´euro stanno attraversando c´è il peso esorbitante che il sistema finanziario ha da tempo raggiunto sull´economia mondiale. A fine 2007 il Pil del mondo era stimato in 54 trilioni di dollari; per contro gli attivi finanziari globali ammontavano a più di 240 trilioni, cioè più di quattro volte tanto. Ciò significa che il mondo arriva a produrre, in media, appena 150 miliardi di dollari al giorno, mentre il sistema finanzario può mobilitare ogni giorno parecchi trilioni di dollari per influire sui beni ed i servizi che esso produce, sul modo in cui sono distribuiti, sul loro prezzo. Nessuna economia - nemmeno quella Ue, la più grande del mondo - può reggere a lungo una situazione del genere, in cui l´economia reale, che dovrebbe poter usare la finanza come strumento necessario per un suo equilibrato sviluppo, è in realtà totalmente assoggettata ad essa.

Se si pone mente alle origini effettive della crisi, gli interventi decisi nelle scorse settimane dalla Ue per sostenere il bilancio pubblico della Grecia, ed erigere una barriera difensiva per proteggere altri paesi da attacchi analoghi, equivalgono a tirare su il ponte levatoio d´una fortezza per impedire che oggi entrino gli assedianti, sperando che domani se ne vadano. Purtroppo gli assediati sono pochi, e dispongono di scarse risorse; mentre gli assedianti sono numerosi, hanno risorse quasi infinite, e hanno pure qualche amico tra gli assediati. Il solo mezzo per evitare una drammatica sconfitta sarebbe ridurre il loro numero e le risorse di cui dispongono. Fuor di metafora, sarebbe il momento di porre mano a una riforma incisiva del sistema finanziario. E bisognerebbe farlo presto, perché le riforme di questo tipo si riescono a fare soprattutto quando i governi e gli operatori economici hanno paura.

Lo scopo principale della riforma del sistema finanziario dovrebbe essere quello di ridurne le dimensioni complessive. In concreto andrebbero ridotte sia le dimensioni delle maggiori società finanziarie dei diversi paesi - quelle troppo grandi per fallire, costate finora ai contribuenti americani ed europei circa 15 trilioni di dollari - sia il perimetro delle loro attività, a cominciare da quelle non regolate sui mercati di borsa. I mezzi di cui si discute allo scopo di ridurre la mole delle società finanziarie, grandi gruppi che tra l´altro posseggono anche delle banche, sono principalmente due. Una consiste nello stabilire un limite percentuale fisso sia sui depositi che una banca può detenere sul totale dei depositi bancari del paese, sia sul totale delle passività, incluse quelle fuori bilancio, rispetto al Pil del paese stesso. In una recente proposta di legge presentata al Senato Usa da due democratici, Sherrod Brown e Ted Kaufmann, il primo limite era indicato nel 10 per cento, il secondo nel 2 per cento. Un altro mezzo per far dimagrire le società finanziarie consisterebbe nel separare di nuovo le banche commerciali, che si occupano di depositi e prestiti, dalle banche di investimento che operano soprattutto nella compravendita di imprese.

La grandezza di una società finanziaria o di una banca non si misura però soltanto dai suoi depositi e dagli attivi dichiarati in bilancio. Creando migliaia di società formalmente indipendenti, i cosiddetti Veicoli d´Investimento Strutturato, tutti i gruppi finanziari hanno trasferito fuori bilancio, e reso praticamente invisibili alle autorità di regolazione, capitali che sovente sono di molto superiori a quelli inscritti a bilancio. È questo il regno della finanza ombra, in merito alla quale esistono autorevoli studi che concludono tutti allo stesso modo: se non si elimina o si riduce drasticamente il peso della finanza ombra, non c´è alcuna possibilità di regolare il sistema finanziario per ricondurlo al suo ruolo di servitore invece che di padrone dell´economia.

La riduzione della finanza ombra richiede però che si intervenga sulla fabbricazione di titoli artificiosi, di cui è impossibile valutare il rischio, e che per di più sono scambiati al di fuori dei mercati regolati come le borse. Ci sono tuttora in giro per il mondo almeno 650 trilioni di dollari di derivati scambiati "al banco", come fossero merendine. E frammisti a questi ci sono i titoli costituiti da enormi pacchi di mutui ipotecari, riciclati come obbligazioni, che le banche hanno venduto ai loro SIV per poter continuare a concedere prestiti, perché in tal modo non incidono più sulle loro riserve. Una riforma indispensabile dovrebbe quindi consistere nel divieto alle società finanziarie di cartolarizzare i crediti, o almeno nel circoscrivere tale possibilità a una modesta percentuale.

Sono forse, riforme del genere, fantasie di qualche intellettuale fuori del mondo? Non esattamente. È vero che il Brown-Kaufmann Act è stato appena bocciato (il 6 maggio) dal Senato americano, con l´appoggio di 27 senatori democratici su 59: quando si dice l´importanza di avere amici tra gli assediati. Però la proposta di porre un limite alle dimensioni delle maggiori istituzioni finanziarie registra consensi crescenti, tra cui i presidenti di due banche della Federal Reserve, Kansas City e Fed; dell´ex presidente della stessa Fed, Paul Volcker; economisti dell´Fmi; direttori e ricercatori di centri di ricerca di primo piano, come il Center for Economic and Policy Research, e perfino parlamentari repubblicani. A favore della separazione delle banche commerciali dalle banche di investimento si è pronunciato in più occasioni nientemeno che il governatore della Banca d´Inghilterra, Mervin King. E la Financial Services Authority britannica, un organo che più neo-liberale non potrebbe essere, ha diffuso a fine 2009 un rapporto in cui formula indicazioni dettagliate per una indispensabile regolazione del mercato dei derivati.

In Usa l´occasione per una vera riforma del sistema finanziario fu perduta a fine settembre 2008, quando il governo, il Congresso e i banchieri erano terrorizzati dalla possibilità che "tutto ci cadesse sulla testa" (parola di Henry Paulson, allora ministro del Tesoro). Non fu fatto nulla, e pochi mesi dopo la riforma era diventata impossibile. Oggi sono i governi Ue, e non poche istituzioni finanziarie, a partire dalla Bce, ad aver paura che crollino sia l´euro che l´Unione. Sarebbe il momento per provare a rimettere la finanza al servizio dell´economia, invece di limitarsi a voler accrescere la sorveglianza o la trasparenza di un sistema finanziario che così com´è resterà per sempre opaco. Mentre le riforme "lacrime e sangue" che sono state imposte alla Grecia e presto ad altri stati - dove riforme vuol dire tagli a pensioni, salari, servizi sociali, sanità, scuola - hanno tutta l´aria di provviste che gli abitanti della fortezza sull´orlo dell´inedia lanciano ai pasciuti assedianti, illudendosi che si convincano a levare l´assedio.

Quasi pronta la «manovra correttiva». Un puzzle di tagli alla spesa pubblica in cui è certo solo chi dovrà pagare il conto. Confermata la sanatoria per due milioni di immobili abusivi. Preoccupazioni e occupazioni nelle università e negli enti di ricerca. Intanto le associazioni presentano il rapporto sui diritti: «Welfare martoriato»

L'immagine restituita da tutti i governi dell'Unione europea è questa: manovre straordinarie per far tornare il prima possibile i conti pubblici dentro i parametri di Maastricht (3% nel rapporto deficit/Pil, 60% in quello debito/Pil), in modo da «evitare l'attacco dei mercati finanziari» ai titoli di stato di questo o quel paese. Con la probabilità assai concreta di aggravare la recessione, mentre tutti stanno lì a pregare per la «ripresa». E se per l'Italia e i «mediterranei» l'immagine era già nota, per Gran Bretagna, Francia e Germania (sia pure con manovre per ora assai più leggere) si tratta quasi di uno choc. Basti pensare che Angela Merkel aveva vinto le elezioni promettendo una «riduzione delle tasse». Ora le aumenta, tagliando al tempo stesso la spesa statale.

Il tutto avviene senza che nessuno, o ben pochi, ricordino il motivo dell'improvviso dissesto dei bilanci pubblici di paesi fino a ieri mattina «virtuosi»: il salvataggio del sistema finanziario. Insomma, di banche, fondi, speculatori vari, ecc, che ora vanno all'assalto dei loro «salvatori», attirati come sempre dall'odore del sangue. Altrui.

La manovra italiana, non a caso, è quella più avvolta nel mistero. Oggi il governo dovrà illustrarla, quanto meno nelle linee generali, alle parti sociali e agli enti locali. Ma fino a ieri sera sono circolate soltanto voci e «bozze» smentite subito dopo la loro parziale pubblicazione. Nel governo, in realtà, ci sarebbe stata una contrapposizione tra il ministro dell'economia, Giulio Tremonti, e Silvio Berlusconi. Con il primo a pretendere non solo un ricavo finale di 24-25 miliardi, ma fatto con «interventi strutturali». Ovvero «macelleria sociale» a scapito di dipendenti pubblici, pensionati e pensionandi, spesa sociale, sanità, istruzione, ecc. Impagabile la tempestività del Pd, con Enrico Letta che invitava il governo a «fare una manovra che comprenda riforme come il fisco e il welfare» (stesso ragionamento fatto da Vittorio Feltri, sul Giornale). Mentre il Cavaliere, fin qui «ottimista» fino al ridicolo, sarebbe preoccupato di non «mettere la faccia» su una manovra tutta lacrime e sangue. I sondaggi glielo sconsigliano.

L'inevitabile (e temporaneo) prevalere del secondo ha quindi prodotto un girotondo di ipotesi e smentite, che probabilmente è servito anche a «sondare» l'umore dell'opinione pubblica e delle infinite controparti. Partorendo infine un provvedimento fatto, come al solito, di una pletora di misure tampone pensate per non irritare troppo chi dovrà pagarne il costo. L'unico problema è che il saldo finale è elevato; perciò a qualcuno (parliamo di interi settori sociali) piacerà davvero poco.

La prima cassa, nella tradizione tremontiana, viene dall'ennesimo condono edilizio, chiamato pudicamente «regolarizzazione catastale». Punta a far registrare oltre due milioni di abitazioni su cui, fin dalla costruzione, non viene pagata alcuna tassa. Con la solita «una tantum» gli evasori si metteranno a posto. Per invogliarli a farlo, i comuni potranno incamerare il 33% delle «nuove fonti fiscali» scoperte nel frattempo. Una misura decisiva a rabbonire gli amministratori locali, che si vedranno tagliare ancora una volta i finanziamenti (una cifra oscillante tra i 7 e i 10 miliardi in tre anni, a seconda delle «bozze» uscite finora). Sempre nell'ottica «federalista», nelle regioni del sud verrebbero sospese le tasse alle nuove imprese.

Da propaganda di regime - stile «oro alla patria» - l'insistenza sul taglio del 10% agli emolumenti per ministri e sottosegretari; poi si scopre che riguarderà al massimo solo la parte eccedente gli 80mila euro annui. Conferme assolute riceve il taglio delle «finestre di anzianità» utili per andare in pensione (una sola l'anno, come nella scuola; da tre a nove mesi di lavoro in più), nonché la rateizzazione delle liquidazioni per i dipendenti pubblici. Ulteriori risparmi verrebbero da tagli alla spesa dei singoli ministeri, dalla riduzione delle consulenze e delle altre «spese di rappresentanza» (convegni, mostre, missioni, formazione, ecc). Blocco del turnover per altri tre anni: per cinque che vanno in pensione entrerà soltanto una persona.

A terra gli istituti di ricerca, con Isae, Isfol e altri enti che verranno sciolti e accorpati presso «altre istituzioni» (lasciando a spasso i precari, sia «storici» che di fresca assunzione). Caccia al «falso invalido», con almeno 100.000 controlli l'anno da assegnare all'Inps. La riorganizzazione degli enti previdenziali «entra e esce» dal testo, ma viene data ormai quasi per certa. Niente notizie, invece, sull'inasprimento fiscale a carico di bonus e stock option per megadirigenti.

Qualche flebile segnale antievasione arriva dal recupero di una misura fortemente voluta da Vincenzo Visco (odiatissimo ministro del tesoro del centrosinistra): la «tracciabilità» degli assegni diventa obbligatoria al di sopra dei 5.000 euro (o 7.500, chissà). Ah, quante firme dovranno mettere i futuri Anemone per contribuire all'acquisto di altre «case Scaiola»...

COMMENTO

Il danno economico della bellezza distrutta

di Sandro Roggio

Succederà, è facile immaginarlo, che le agenzie di rating che certificano l'affidabilità dei conti di un paese si accorgano, prima o poi, che i beni comuni contano: soprattutto, la poliedrica bellezza del paesaggio delle regioni italiane è una ricchezza che se la comprometti è per sempre. Succederà, prima o poi, che un ambasciatore ci faccia notare che il nostro debito pubblico rischia di aumentare se si disperdono le risorse patrimoniali. Perché tra i presupposti per stare nel mondo civile non ci sono solo i bilanci statali in regola, ma pure lo stop allo sciame di insediamenti illegali che avanza nella nebulosa di altre illegalità blandite. Un danno, quegli accumuli di case dove ciclicamente occorre spendere denaro pubblico: se va bene per sistemazioni alla rinfusa, se va male per soccorrere i poveracci ai quali viene a mancare la terra sotto i piedi.

Il condono edilizio è la carta pronta da giocare nel momento in cui si inasprisce una crisi incerta. E poi basta annunciarlo e in pochissimo tempo altra edilizia illegale si aggiunge alle indecenti preesistenze. E anche il condono catastale, quello degli «immobili fantasma», dispiegherà effetti nefasti.

Per questo deve restare la domanda: su cosa l'Italia può contare per assicurarsi una prospettiva di benessere? E bisogna spiegare che non gli è rimasto molto altro che la bellezza: basta guardarsi attorno da nord a sud per capire che è una fondamentale risorsa, nonostante le aggressioni subite dal territorio. Almeno il paesaggio non si delocalizza, né si replica.

Possibile che non lo sappiano? Che non capiscano il danno alle imprese che esportano i loro prodotti grazie al mito del Belpaese che fa da sfondo a ogni réclame? E agli operatori turistici che faticano a tenere alla larga i vacanzieri dai posti brutti, che purtroppo sono in crescita?

Le politiche della destra del nostro paese sono un misto tra insipienza e malafede. L'obiettivo è prendere da ogni luogo restituendo poco o nulla e secondo le convenienze di cricche organizzate per ogni occasione (basta vedere cosa si sono inventati per le «emergenze» catastrofi nella «Shock economy» all'italiana).

Il territorio è colpito dal malgoverno ordinario, bastano e avanzano le pessime scelte già fatte, come i piani-casa bene accolti pure nelle regioni governate dalla sinistra, mentre ci aspettiamo i contraccolpi dal federalismo demaniale. Un nuovo condono sarebbe davvero troppo. Resta l'interrogativo sulle reazioni dell'opinione pubblica al complesso di questi provvedimenti e sulla reale determinazione a controbattere del primo partito di opposizione.

Postilla

Intanto un condono edilizio già c’è, è stato approvato dal Consiglio dei ministri ed è in attesa di ratifica da parte del Parlamento. Qualcuno se ne è accorto e si prepara a contrastarlo? Per ora, solo i firmatari dell’appello di eddyburg. A proposito, tu lo hai firmato?

Il flop della gestione emergenziale

Il piano rifiuti del governo naufraga sotto i colpi della crisi economica. Ieri è stata bloccata la contestata costruzione di una seconda discarica nel Parco Nazionale del Vesuvio. E l'emergenza, passata la campagna elettorale, è dietro l'angolo

«Il Consiglio si impegna a proporre alle autorità competenti l'esclusione della Cava Vitiello dai siti destinati alla ubicazione di impianti di discarica», si legge nel documento approvato ieri dal Consiglio Provinciale di Napoli, una svolta ambientalista che si può comprendere a pieno solo se si legge il primo punto del testo approvato: «Coinvolgere la Regione Campania per un'ulteriore rifunzionalizzazione degli impianti Stir». Tradotto per i non addetti ai lavori, non ci sono i soldi per aprire un secondo sversatoio a Terzigno, in pieno Parco Nazionale del Vesuvio, dopo quello di cava Siri, che probabilmente costerà all'Italia una nuova procedura di infrazione della Comunità europea, che probabilmente ce ne comminerà anche una terza per i Cip6, la tassa che si paga sulla bolletta dell'energia elettrica per le rinnovabili e che invece finisce nelle tasche delle multinazionali dei termovalorizzatori. La prima condanna, arrivata a marzo, per aver messo in pericolo la salute dei cittadini campani ci sta già costando circa 500 milioni di euro di fondi comunitari congelati a Bruxelles. Di più, la provincia - a cui il governo ha affidato per decreto il ciclo rifiuti - si ritrova con le casse vuote e nessuna idea di come prendere in mano lo smaltimento dei rifiuti, ma a Roma, a Palazzo Santa Lucia e Palazzo Matteotti siedono esecutivi di destra e allora non si può gridare al disastro, meglio chiedere con cortesia al presidente Caldoro di riprendersi il problema utilizzando una formula gentile come «rifunzionalizzazione degli impianti» che si traduce nel fatto che il commissariato straordinario non ha messo in piedi nessun ciclo integrato dei rifiuti. È il miracolo dell'immondizia campana, problema risolto in tempo per far vincere le destre in campagna elettorale, ritornato a galla a urne chiuse.

Tra lanci di monete da parte dei comitati civici e primi cittadini che rivendicavano il diritto a scaricare per primi l'immondizia a Terzigno, come fosse una gara, o addirittura che chiedevano la gestione di sversatoi e termovalorizzatori, provocando la rumorosa protesta dei cittadini - «andate a informarvi», «ma chi vi ha eletto?» i commenti più gentili - sono venuti fuori alcuni dati. La cava Siri, attualmente in funzione ma prossima a esaurirsi, ha una capacità di 750mila metri cubi, cava Vitiello ha una capienza cinque volte più grande, 3.500.000 tonnellate, in grado da sola di ingoiare spazzatura per quattro anni, nascondendo ancora la portata del fallimento della politica a livello nazionale e locale. Per questo il sottosegretario Bertolaso non aveva esitato a schierare l'esercito contro le popolazioni per difendere la scelta dei dieci siti da mettere a discarica. Perché la raccolta differenziata in provincia di Napoli galleggia intorno al 16%, quando per legge dovrebbe raggiungere il 65% entro il 2012. I comuni virtuosi continuano a mandare il compost in Sicilia e in Veneto quando in regione sono già pronti 12 siti di compostaggio che, misteriosamente, non entrano in funzione. Non solo, la discarica di Chiaiano è già piena a metà e l'inceneritore di Acerra, inaugurato dall'ineffabile duo presidente del consiglio & l'uomo della protezione civile, continua a non funzionare, tra nuvoloni grigi che intossicano il paese e la linea 1 che dovrà rimare ferma fino a giugno per un misterioso guasto, l'ennesimo. Bertolaso però a dicembre scorso ha dichiarato vinta la battaglia della Campania e ha tolto le tende, lasciando oltre 20 milioni di debiti e le province con l'acqua alla gola. In quanto alle bonifiche, poi, è notte fonda. Nel Parco Nazionale del Vesuvio ci sono dieci discariche abusive e centinaia non censite ufficialmente.

Il miracolo proprio non funziona e allora il consiglio provinciale prova con le buone a bussare dal governatore proponendo di «modificare, unitamente alla Regione Campania, gli atti amministrativi relativi alla attuale programmazione del ciclo dei rifiuti, da trasmettersi al Governo Centrale e al Parlamento Europeo affinché possano essere riviste le posizioni sia economiche che legislative adottate da questi ultimi Enti» per consentire «la riduzione del volume di rifiuti conferiti nelle discariche, nonché la realizzazione di impianti ecocompatibili». Sarebbe bastato ascoltare i comitati.

I COMITATI

Cava Vitiello, la farsa della Provincia di Napoli

Stamane (ieri, ndr) si è tenuta la seduta monotematica del Consiglio Provinciale di Napoli sul tema dei rifiuti ed in particolare sull'apertura della seconda discarica nel Parco del Vesuvio, la Cava Vitiello. In presidio presso la sede del Consiglio in Piazza Santa Maria la Nova si sono radunati i cittadini dei comitati dell'area vesuviana e quelli di Chiaiano e Marano. I cittadini chiedono la chiusura delle discariche di Chiaiano (Cava del Poligono) e Terzigno (Cava Sari), il "no" deciso all'apertura della discarica di Cava Vitiello nel Parco Nazionale del Vesuvio, e un piano provinciale dei rifiuti fondato sul Tmb (trattamento meccanico biologico) e sulla differenziata porta a porta. Un piano, quello proposto dai comitati, che vedrebbe la chiusura delle discariche attuali ed una uscita dall'emergenza definitiva, senza più buchi da riempire e territori da devastare. Una delegazione di circa venti attivisti della zona vesuviana e di Chiaiano e Marano è stata autorizzata ad assistere alla seduta del consiglio.

La "farsa" messa a punto dalla giunta Cesaro è cominciata ben presto con le linee guida tracciate dall'assessore all'Ambiente Giuseppe Caliendo, che ha annunciato che la Provincia intende proseguire sulla strada delle discariche e degli inceneritori. Caliendo ha aggiunto il parere negativo dell'ente di Piazza Matteotti all'apertura della discarica di Cava Vitiello. Peccato che ben presto si è cominciato a comprendere le reali intenzioni della Provincia. L'ordine del giorno presentato dai capigruppo della maggioranza è stato ben presto destrutturato dai comitati presenti in aula.

La Provincia annuncia che le attuali discariche di Terzigno (Cava Sari) e Chiaiano (Cava del Poligono) hanno un'autonomia di ancora 12/16 mesi, dando però nel caso di Chiaiano dei dati di conferimento assolutamente sbagliati. La Provincia segnala in 800 tonnellate al giorno il conferimento che secondo gli enti locali è invece di 1300 tonnellate al giorno. Ciò ci racconterebbe dei tempi notevolmente minori. La Provincia non dice apertamente quando saranno chiuse le due discariche, e addirittura per la Cava Sari parla di un utilizzo prolungato «fino al raggiungimento degli obiettivi del piano provinciale». Non solo, ma i capigruppo di Cesaro annunciano il parere contrario all'utilizzo della nuova discarica di Cava Vitiello nel Parco del Vesuvio «a condizione che vengano raggiunti gli obiettivi del piano». La cosa assurda è che la Provincia si impegna a presentare il famoso piano di cui sopra entro il prossimo 31 dicembre. Insomma tutto sarebbe subordinato al raggiungimento degli obiettivi di un piano che non esiste nemmeno.

Il consigliere provinciale del Prc Tommaso Sodano, che ha presentato un suo ordine del giorno bocciato dal consiglio, ha specificato che «la Provincia dal primo gennaio è l'ente preposto alla gestione delle discariche del territorio provinciale, dunque non si può scaricare su altri enti responsabilità diretta dell'ente».

In questo modo la Provincia dimostra di non avere la benché minima idea di come si gestisca un piano rifiuti. Nell'ordine del giorno, la maggioranza di destra della Provincia fa continuo riferimento alla Regione che però ha competenze solo sugli inceneritori. I consiglieri provinciali delle destra hanno dimostrato ancora una volta di non voler decidere per non assumersi le responsabilità davanti ai cittadini.

LEGAMBIENTE

«Il sottosegretario ha lasciato una bomba a tempo»

Un gruppo di cittadini del vesuviano circonda Raffaele Del Giudice, direttore di Legambiente Campania, all'uscita dalla Sala del consiglio di Santa Maria La Nova. Non hanno potuto assistere alla seduta straordinaria sul caso Terzigno causa posti per il pubblico limitati, ma non sono andati via. Il loro interlocutore è un volto noto tra gli attivisti antidiscarica, tra i protagonisti della video inchiesta sui rifiuti Biùtiful cauntri di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero. «Nessuna buona notizia, cosa hanno detto? E che devono dire...» spiega, il no all'apertura della seconda discarica nel Parco Nazionale del Vesuvio è una notizia di quelle che non servono a rassicurare.

Del Giudice, l'assessore provinciale all'ambiente anche oggi ha rivendicato come giusta la decisione di aprire il primo sversatoio della cava Sari. Ma lì non vigono le leggi europee per le aree protette?

La motivazione è che si trattava di un'ex discarica legale, ma è una scusa che non regge. Era stata chiusa perché non a norma con l'impegno a bonificarla e invece si sono sommati carichi inquinanti a carichi inquinanti, rendendo il ripristino dei luoghi sempre più difficile. E poi non si considera il consumo di suolo in un luogo di pregio, dove per statuto l'ente parco dovrebbe proteggere la biodiversità.

Eppure ribadiscono che lo sversatoio è a norma e non produce danni per la popolazione e l'ambiente.

È impossibile stimarne l'impatto perché la provincia è la prima a non avere gli elementi. Non hanno volumi di conferimento certi e nemmeno la caratterizzazione dei rifiuti sversati, in questo modo non è possibile individuare l'entità dei danni. Il sottosegretario Guido Bertolaso è stato bravissimo a nascondere i dati fino all'ultimo, ha imposto una coltre di silenzio militarizzando le aree così come tutto il fumo mediatico è servito a nascondere il fatto che non avevano un reale piano per i rifiuti. La sola cosa certa che ha fatto è stata individuare le zone per le discariche in modo da prendere tempo, lasciando la bomba a tempo innescata, pronta a esplodere tra quattro anni.

Una parte dei sindaci del vesuviano però continua a difendere il piano Bertolaso.

Sì, sono gli stessi che nel loro intervento in consiglio hanno confuso una discarica con gli Stabilimenti di tritovagliatura e imballaggio (sono i vecchi Cdr rimodulati per triturare e impacchettare gli scarti di talquale, ndr), sono gli stessi che fingono di non vedere che gli impianti di compostaggio ci sono, sono dodici, e non si domandano come mai non entrano in funzione. La domanda vera è una: con chi ha contrattato il piano rifiuti Bertolaso? Non con le popolazioni, allora sorge il dubbio che la controparte siano state le banche, proprietarie delle ecoballe ricevute in garanzia dalla Impregilo in cambio dei finanziamenti, le stesse che spingono per mantenere questo modello fallimentare a base di rifiuti, discariche e inceneritori tenuti in vita con i Cip6.

Si è ristretto lo spazio pubblico, quello a verde, quello per i servizi della New Town di Bazzano. Con 21piastre antisismiche e 1200 appartamenti Bazzano è l’insediamento abitativo più vasta del progetto Casa, per realizzarlo sono stati espropriati terreni in gran parte agricoli. E, come gli altri del progetto Case, un dormitorio: per rendere vivibile una permanenza che non sarà breve si aspettano i servizi.Maora il decreto 3701 del capo della Protezione civile restituisce al proprietario una fetta significativa del terreno espropriato con il risultato di ridurre gli spazi per i bambini e per gli anziani, per le attività commerciali e sociali. Un decreto che modifica quello dell’agosto 2009, pare, in base ad un accordo preso in precedenza.

E che dà la misura di come il diritto, a L’Aquila, abbia confini molto labili con l’arbitrio. Dal primo febbraio scorso, infatti, Bertolaso non ha più i poteri di commissario che sono passati al presidente della Regione Gianni Chiodi.

Esempio numero due: piazza D’armi, nella parte nuova all’ingresso della città. Esiste un progetto dell’architetto Cucinella per spazi verdi, un teatro, un mercato. Ma al posto di tutto questo , su richiesta di padre Quirino Salomone, rettore di san Bernardino, è sorta una chiesa e una mensa ecclesiastica. Il sindaco Cialente dice: «Si tratta di strutture provvisorie, saranno rimosse quando il complesso di San Bernardino sarà ripristinato». Obietta una militante dei comitati cittadini, Pina Lauria: “La struttura provvisoria è costata 4 milioni, 3 sono venuti dalla Protezione civile, dalle donazioni degli italiani, uno dalla raccolta fondi del giornale il Centro. Quante case si sarebbero potute riparare con 4 milioni?”. Sono due situazioni che raccontano quello che un cittadino aquilano, Piero De Santis chiama, in assemblea: «Lo sfasamento».

“Quelli che non hanno niente da fare”, oppure gli ingrati, o ancora gli abusivi: così la destra benpensante in cerca di visibilità qualifica il popolo delle carriole. Ma sabato, il tendone dei comitati a piazza Duomo è stato teatro di un salto di qualità. Posti in piedi e presenze da grandi occasioni: ci sono il sindaco Cialente, il presidente della Regione Chiodi, il capo dell'unità di missione Gaetano Fontana. Sono lì ad ascoltare gli "ingrati" del Collettivo 99, del 3e32 , di Azzero CO2 che presentano i risultati del lavoro di uno dei "tavoli" in cui si è organizzata l'assemblea cittadina.

Il tema è la ricostruzione sostenibile: L'Aquila deve guardare al futuro: "Sarebbe un suicidio – dice Piero De Santis - costruire oggi con criteri antiquati, in deroga alle norme vigenti. Qui si fa tutto in deroga". Annalisa Taballone illustra la simulazione sulle 5400 case classificate E, quelle che hanno subito i danni maggiori. «Già adesso - spiega – gli interventi di riqualificazione energetica sono obbligatori e possono essere portati al 55% in detrazione. La nostra proposta è che quella stessa cifra sia assegnata dallo Stato a fondo perduto".Con a ricostruzione eco-compatibile "lo stato risparmierebbe11 milioni annui e i cittadini risparmierebbero sulle bollette".

Luca Santarossa, economista, spiega che puntare sulla green economy, significherebbe prendere di petto un'altra delle tragedie del terremoto: «Un piccolo distretto industriale per le energie rinnovabili darebbe un lavoro qualificato a circa mille degli 8500 disoccupati de L’Aquila».

Il confrontocon le istituzioni non è certo idilliaco ma molto civile. Ettore Di Cesare: "Chiodi ha detto a Porta a Porta ‘si procede col dovuto riserbo'. Ma quale riserbo? Abbiamo il diritto di sapere". Antonio Perrotti: «C'è un disegno dilatorio e fuorviante". Luca Santarossa: «Questi incontri lasciano il tempo che trovano. Ci vuole continuità di confronto». Dai rappresentanti istituzionali vengono alcune notizie importanti e alcune aperture. Intanto il calcolo dei costi sulla ricostruzione, per Cialente fra i 18 e i 20 miliardi per l'intero cratere. Per Fontana, solo su L'Aquila, 7miliardi e300milioni. Il 25maggio è programmato un incontro al ministero dell'economia. "Chiamate tutta la città", dice Perrotti, "facciamoci sentire". Mattia Lolli: “C’è una minaccia di sgombero per Case matte, eppure è proprio lì che i comitati elaborano le loro proposte”. Risponde il capo dell’unità di missione: “La prossima riunione facciamola a Case matte”. Per i comitati è una cosa importante ma non basta: chiedono regolamenti per lademocrazia partecipata. Sulla eco-ricostruzione Cialente, Chiodi e Fontana sembrano addirittura rilanciare: per le prime case classificate E il contributo pubblico copre tutti i costi. Ma i problemi cominciano con le seconde case, secondo Fontana “il ragionamento dovrebbe essere non sul singolo alloggio ma sulla ricostruzione della qualità urbana”. Bisogna vedere se Tremonti farà orecchie da mercante.

Un pasticcio dietro il quale può celarsi il solito maledetto imbroglio: un nuovo maxi-condono edilizio. Il terzo da quando il Cavaliere-immobiliarista è sceso in campo. Disastrosamente per il Belpaese, in ogni senso. Così si può sintetizzare l’idea del duo Berlusconi-Tremonti di immettere nella manovra straordinaria la regolarizzazione catastale delle cosiddette “case fantasma”, peraltro già in atto in forma ordinaria. Da sola essa è infatti destinata a fruttare poco più di 1,5 milioni di euro. Che balzerebbero tuttavia a 6 (sulla carta) con un nuovo condono. Un gioco di sottomano. Per il quale la spesa dei Comuni sarebbe, come si sa, più alta del ricavato, a meno di non riuscire ad esigere sull’unghia dai condonati sanatoria e oneri di urbanizzazione evasi. Operazione delle più accidentate per “fare cassa”. Delle più facili, invece, per incoraggiare altro abusivismo edilizio, sovente promosso, totalmente “in nero”, dai vari racket, con ricadute spaventose – come testimoniano le continue frane omicide – su periferie, campagne e paesaggio. Secondo i dati di Legambiente, il 45 % degli illeciti edilizi si concentra in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, al quale va aggiunto l’8,3 di Roma.

Cerchiamo di capirci qualcosa di più. Dal 2007 l’Agenzia del Territorio sta indagando su due differenti tipologie: a) le case fantasma, appunto, sconosciute al fisco, circa 2 milioni, individuate sovrapponendo alle mappe catastali (aggiornate, di fatto, soltanto nelle ex asburgiche Trieste e Gorizia) le fotografie aeree del territorio; b) i fabbricati ex rurali, circa 870.000, già nei catasti comunali e che però possono non essere più pertinenze agricole. Si sa così per certo che le case fantasma si trovano soprattutto al Centro-Sud, col record assoluto di irregolarità a Salerno, seguita da Roma e Cosenza; col primato per Kmq a Napoli e Avellino (ma fra loro c’è Varese, patria di Umberto Bossi), e con quello per densità ogni 100 abitanti ad Avellino, Viterbo e Potenza.

Gettito stimabile, 1,5 miliardi, forse qualcosa di più. Ma unicamente se i titolari di questi fabbricati fantasma (sono anche box, capannoni, laboratori, ecc.) decideranno di pagare tutto e subito in termini di Ici, Irpef e tassa rifiuti sin qui evase. Tuttavia questi edifici fantasma è probabile che siano anche abusivi. In tal caso dovrebbero essere affidati alle ruspe. Ecco allora spuntare un nuovo condono. Poderoso, vergognoso, immorale incentivo, in ogni caso, ad altre illegalità edilizie diffuse, ad altre cementificazioni dissennate e criminali. A quel punto lo Stato italiano – accentrato, decentrato, regionale o federale che si voglia – potremo considerarlo inesistente. Cioè, anch’esso, fantasma. Come 2 milioni di fabbricati che, pare incredibile, lo popolano, a sua insaputa.

Diciotto anni fa, quando venne ammazzato Giovanni Falcone, i telefoni cellulari erano degli aggeggi grossi, rudimentali, dal funzionamento poco conosciuto e ancora poco diffusi. Il commando di Cosa Nostra che aspettò dal casotto dell’Enel di Capaci il corteo di macchine del giudice e della moglie telefonò parecchio, aspettando di azionare l’esplosivo. Furono individuati soprattutto per quel motivo: con un’iniziativa che poteva sembrare impossibile, ma che funzionò, tutto il traffico telefonico di quelle ore da e per Palermo fu schedato e analizzato, con risultati memorabili che portarono nel giro di un anno agli arresti del commando. Tutto sembrava risolto, o meglio quasi tutto: restavano alcune telefonate in Italia e in America ad utenti impossibili da rintracciare. Poi ci fu la bomba di via D’Amelio contro Paolo Borsellino e di nuovo i telefoni fecero la loro parte: «inquietanti» tabulati legavano uomini della mafia a utenze dei servizi segreti. Erano gli ultimi mesi della Prima Repubblica, quella strana cosa che un quarto della popolazione italiana non ricorda perché non aveva ancora l’età della ragione e di cui ora sente parlare come di fatti strani, muggiti e sospiri, che sembrano provenire da un mondo preistorico: carabinieri che trattarono con Cosa Nostra, nuovi patti politici da assicurare, Falcone e Borsellino uccisi perché troppo vicini alla verità e al potere. Un tipico modo italiano di passare il tempo.

Ma non credo fosse mai successo che membri del governo di Washington si esprimessero così francamente nei confronti del governo italiano deciso ad intervenire sui metodi di indagine antimafia attuato con i telefoni. Hanno detto, in pratica: se voi attuate queste vostre intenzioni, danneggiate anche noi e la nostra azione contro il crimine organizzato. Argomenti del genere sono stati usati nel recente passato contro i governi del Messico, del Venezuela, della Colombia, ma mai nei confronti di un paese europeo. Perché lo hanno fatto? Sicuramente perché all’Fbi si ricordano ancora di Giovanni Falcone che li aiutò non poco a stroncare l’importazione di eroina dalla Sicilia negli Stati Uniti; sicuramente si ricordano di quel Tommaso Buscetta che nel 1984 (otto anni prima delle rivelazioni italiane) raccontò all’Fbi che Giulio Andreotti era il referente politico di Cosa Nostra; e forse anche perché vedono - con sorpresa - un governo europeo adottare leggi che vanno solo ad oggettivo vantaggio delle mafie. E per quanto riguarda l’Italia non capiscono perché il nostro governo passi il suo tempo ad insultare il presidente Barack Obama, un oscuro dirigente di nome Bertolaso si diverta ad insultare l’ex presidente Clinton e il presidente del Consiglio abbia legami così stretti con Putin. Dal loro punto di vista, tutto ciò è molto strano, ma si sa che loro non conoscono le nostre finezze e il nostro modo di giocare al gioco del potere. Nella storia della mafia siciliana in America - una storia potente, che è arrivata anche a bussare alle porte del potere politico - alcune cose giocavano a suo favore, nel grande mercato: la famiglia, la violenza, la determinazione ad emergere, la capacità di destinare una bella fetta degli alti profitti del crimine per corrompere poliziotti, politici e giudici.

Ma c’erano anche due cose che non funzionavano nel modello: il tradimento possibile di un membro della famiglia stessa e l’uso incauto del telefono. Gli infami si cercava di ucciderli prima che testimoniassero, mail telefono (ovvero la parola che ti può fare impiccare) era una croce quotidiana, a partire da quelli a gettone all’angolo della strada. Un tallone d’Achille, che la polizia peraltro poteva utilizzare a costi veramente bassi: una chiavetta e degli impiegati che ascoltano, esperti di dialetto. Poi vennero le microspie e con loro le bonifiche elettroniche, l’infiltrato con il microfono incerottato sulla pelle, le cimici sempre più piccole, le microcamere grandi come un bottoncino, le Sim che conservano ogni bava di memoria e i siciliani in America vennero ridotti all’angolo persino nello smaltimento di rifiuti nel New Jersey, che era il loro feudo.

A diciotto anni dall’uccisione di Falcone e Borsellino, senza neanche troppi eufemismi, i magistrati ci dicono che le cose non andarono come noi pensavamo. In pratica, ci spiegano che gli uccisori furono solo la manovalanza che agì per conto di altri. Ed è una storia fatta di pentiti e di intercettazioni e - specificità italiana - di ricatti, di mezze parole, di carte che ricompaiono dopo vent’anni, di trattative che chissà se sono andate a buon fine o se fallirono fin dall’inizio.

Viviamo non tanto senza sapere dove andremo,ma piuttosto da dove veniamo. Il governo fa quello che fanno i gendarmi di fronte alla folla di curiosi che si presenta sulla scena di un delitto: "Via, via, circolare, non c’è niente da vedere", poi mettono le transenne e chiamano rinforzi. Il presidente del Consiglio non va alle commemorazioni di Falcone, se ne guarda bene: il tema, d’altra parte,non gli è mai interessato. Altri membri del governo lodano l’integrità del magistrato ucciso. Lui si che era bravo e rispettoso. Ah già, è morto.

Tra pochi giorni in parlamento metteranno in votazione il bavaglio. Non si ascolta la gente per bene per telefono, non si deve violare la privacy, anche se si tratta di un mafioso; che poi non si sa se è un mafioso o non per caso un’ottima persona (anzi, può darsi che sia le due cose insieme). Non si deve scrivere niente di processi in corso, se no galera e multe da portare al fallimento i giornali. Non si possono intercettare i politici. Si possono intercettare i preti solo col premesso scritto del vescovo. Se si sente qualcosa di sconveniente, bisogna distruggere subito tutto. La televisionenon deve parlare di mafia, perché facciamo brutta figura all’estero. Gli scrittori sono invitati a occuparsi d’altro. Dice Berlusconi: per me Vittorio Mangano è un eroe, perché non ha parlato e i magistrati lo torturavano perché parlasse e mi mettesse nei guai. E va bene, sia lode all’eroe. Ma, sorge un dubbio: che cosa avrebbe dovuto dire, sotto tortura, il vecchio stalliere? Un caso è molto citato dai sostenitori del bavaglio e della privacy: quello del finanziere Stefano Ricucci che al telefono diceva "ma che me frega, io stasera mi faccio Anna Falchi" e la cui esternazione telefonica venne pubblicata dai giornali. Terribile. Chissà che trauma. Ma non era scritto su tutti i rotocalchi che stavano insieme?

Molti lettori nell’ultimo anno hanno espresso il loro disagio di fronte alle centinaia di pagine di colloqui privati, telefonate e messaggi intercettati dalla magistratura e finiti in tempo quasi reale sui giornali. Penso alle liste piene di nomi, pubblicate senza distinzioni di ruoli e responsabilità, o ai dialoghi privati riprodotti senza chiarire i necessari contesti di riferimento. Penso, per esempio, alle intercettazioni riguardanti le inclinazioni sessuali dell’inquisito Angelo Balducci, che nulla hanno a che fare con l’inchiesta che ha smascherato gli affari della «cricca» dei lavori pubblici, ma che sono state passate ai quotidiani e sono finite direttamente nelle case degli italiani. Un’anomalia, di cui parla in modo esaustivo Luca Ricolfi nell’articolo che trovate qui sotto. Un’anomalia che avremmo dovuto affrontare da tempo.

L’idea che l’Italia si sia trasformata in una società di guardoni, incollati allo spioncino delle procure in attesa di una nuova rivelazione, mi inquieta. Da mesi ne discutiamo in questa redazione, cercando di darci dei limiti quando la sera, nella fretta della chiusura, ci troviamo di fronte a centinaia di pagine di verbali e intercettazioni. Pensiamo che si debba pubblicare solo ciò che è significativo per far comprendere un’inchiesta, illuminante per i lettori.

Resto convinto che in uno Stato di diritto e in una democrazia sana spetti alla magistratura la valutazione degli indizi e delle prove e che debbano essere i tribunali e non i giornali a emettere le sentenze. L’idea di una giustizia sommaria somministrata sull’onda delle emozioni e dell’indignazione è qualcosa che mi ha sempre fatto paura e che in passato ha fatto danni che non si dimenticano. Sarebbe il tempo di aprire una discussione vera e approfondita sul rispetto della privacy, dei diritti degli inquisiti e sulla tutela che andrebbe garantita a chi finisce suo malgrado in un’inchiesta senza averne colpa.

Si potrebbe allora dire che la legge in discussione al Senato arriva al momento opportuno. Purtroppo non è così, anzi accade il contrario: il disegno di legge sulle intercettazioni è così palesemente sproporzionato e ha un sapore talmente vendicativo da risultare inaccettabile e da soffocare ogni possibilità di riflessione.

Nei mesi in cui riemergono prepotentemente la corruzione e gli intrecci tra la politica e gli affari e in cui la nostra classe dirigente mostra il suo volto più arrogante e spregiudicato, la nuova legge suona come l’estremo rimedio per coprire l’illegalità e garantire impunità. Non si capisce come siano collegate la necessità di offrire maggiore privacy e vere garanzie agli indagati con la limitazione dei tempi delle intercettazioni o l’obbligo che per autorizzarle ci voglia un collegio formato da tre magistrati. Rendere più faticosa, farraginosa e intempestiva la possibilità di intercettare va nella direzione di indagini più serene e rispettose o finisce per essere un favore a chi delinque? Prima ancora del diritto di informazione mi sta a cuore la possibilità che la magistratura possa continuare ad indagare a fondo, sia messa nelle condizioni di operare senza inciampi. Perché se anche fossimo liberi di pubblicare ogni atto e ogni intercettazione ma ai pubblici ministeri fosse impedito di lavorare, allora mi chiedo cosa ci resterebbe da raccontare.

Se il problema invece è quello di evitare di pubblicare le trascrizioni di telefonate di persone che non sono coinvolte nelle indagini o se è importante tutelare il segreto istruttorio, perché allora vietare anche di dare notizia degli atti di indagine (anche sotto forma di riassunto) fino al rinvio a giudizio degli indagati? È surreale pensare che si debba dare notizia di un arresto ma non si possa spiegare ai lettori perché quella persona è stata arrestata.

La legge in discussione prevede poi, in caso di violazione, di non condannare tanto i giornalisti quanto gli editori con multe che arrivano a sfiorare il mezzo milione di euro. Una mossa odiosa e subdola che punta a spaccare le aziende editoriali e a terrorizzarle in tempi di crisi economica, oltre che a demandare non ai direttori ma agli amministratori il controllo su ciò che si pubblica.

È tempo che i giornali e i giornalisti tornino a fare inchieste senza aspettare di essere imboccati dagli inquirenti e senza diventare ogni settimana il megafono di una diversa procura. Che si rifletta su ciò che è corretto pubblicare smettendo di giocare a chi rivela un particolare più degli altri anche se questo non aggiunge nulla ma anzi può distruggere qualcuno. È ora che il Parlamento abbia un sussulto e ripensi ad una legge che avrebbe effetti devastanti sulle inchieste.

È chiaro che questa legge ha poco a che fare con le preoccupazioni dei lettori e le sensibilità ferite di cui parlavo prima, mentre ha molto a che fare con una difesa corporativa e di casta. Ma non della casta dei giornalisti, quanto di quella dei politici.

Per Andrea Filpa, docente di urbanistica all’università di Roma 3, troppo spesso la costruzione di nuovi porti turistici è legata alla voglia di realizzare investimenti edilizi consistenti e fare affari a scapito del territorio.

Si vogliono costruire nuovi porti: ce n’è davvero bisogno?

«I posti barca ci sono, dovremmo chiederci se la richiesta è spinta da una reale domanda o da una richiesta di investimento. Dovremmo guardare alla Francia: la Bretagna che ha preferito preservare l’equilibrio delle proprie coste costruendo cale secche, piuttosto che nuovi porti».

In cosa consistono?

«La barca resta parcheggiata a secco e viene calata in acqua solo quando viene usata: è una soluzione economica che non rovina le coste. La mia impressione è che in Toscana l’investimento nel porto barca abbia sostituito l’investimento nelle seconde case. La soluzione della cala secca ha un difetto, non consente di trasformare la costruzione del porto in un affare».

Cosa pensa delle edificazioni realizzate a corredo dei porti?

«La concezione in voga dagli anni Sessanta in poi ha trasformato la realizzazione di un porto turistico in un volano per un investimento edilizio molto elevato. Gli esempi di Cala Galera e di Punta Ala sono, purtroppo, significativi. Certo, un porto ha bisogno di alcuni servizi, ma non è sempre detto che ci si debba reinventare una città, con residenze, alberghi e negozi».

E’ mancata un’opera di programmazione?

«Mi meraviglia che la Regione abbia impostato una giusta politica di contenimento delle costruzioni negli ambienti rurali, per salvaguardare le colline, e non abbia pensato di fare altrettanto per quanto riguarda il litorale. C’è solo un divieto a realizzare nuovi porti sulle coste sabbiose che viene tranquillamente disatteso, come nel caso di Talamone, con un’operazione che formalmente è di riqualificazione, ma in realtà è di costruzione di un nuovo porto. Se la Regione non svolge con convinzione un ruolo di programmazione rischia di dare spazio a singole iniziative che possono portare a costruire un porto in ogni Comune».

la Stampa

Immobili fantasma. I Comuni aprono alla sanatoria

di Alessandro Barbera

Sarebbe il terzo condono edilizio del governo Berlusconi in sedici anni. Il primo risale al 1994, il secondo al 2003. Gli esperti del settore lo aspettano da tempo, come se si trattasse dell’inevitabile cura ad un male impossibile da debellare, l’abusivismo. Se le indiscrezioni verranno confermate, si tratterà di una delle voci più importanti della manovra da 28 miliardi che il governo dovrebbe varare la prossima settimana: sei miliardi di gettito stimato per mettere in regola più di due milioni di immobili. Fabbricati censiti dall’Agenzia del Territorio, ma in molti casi sconosciuti a catasto e al fisco. Le reazioni delle associazioni ambientaliste e dell’opposizione sono tutte negative: Legambiente, Pd, Italia dei Valori su tutti.

La questione ieri ha tenuto banco in una lunga riunione fra Giulio Tremonti, Roberto Calderoli e i vertici dell’Anci guidati da Sergio Chiamparino. «Non abbiamo discusso di questo, e comunque non siamo entrati in dettagli tecnici. L’Anci era e resterà contro i condoni indiscriminati», spiegherà il sindaco. «Però è bene chiarire una cosa: su questi temi è inutile mettere la testa nella sabbia. Quando si discute di immobili fantasma, non si parla necessariamente o solo di abusi. Quando mi capita di volare sui tetti di Torino, e mi capita spesso, non ho mai avuto la sensazione di vedere un panorama diverso da quello delle mappe catastali. Eppure quando abbiamo provveduto a rivedere gli estimi abbiamo trovato di tutto». Da immobili di lusso accatastati come rurali a diritti di cubatura realizzati e non denunciati.

Sanatoria a parte, sulla quale i Comuni attendono ragguagli, Chiamparino ha deciso di tenere aperto il dialogo con il governo. «Ci è stato chiesto di farci carico della partecipazione ad una manovra che ha un evidente interesse nazionale ed europeo. Siamo pronti a fare la nostra parte come Anci a due condizioni: che ci siano le risorse mancanti nel 2010 e una ridefinizione del patto di stabilità interno». La manovra prevede un taglio alle spese dei Comuni pari a due miliardi di euro per il 2011, altrettante per il 2012. In cambio l’Anci ha già ottenuto il sì a 500 milioni di maggiori risorse nel 2010 per coprire alcune voci di spesa, fra cui quelle legate alle prestazioni sociali, mentre è ancora oggetto di trattativa il Patto di stabilità. I Comuni sono disposti a rinunciare ad un po’ di risorse purché il governo renda più flessibile la gestione dei bilanci, e di fatto gli conceda anche più autonomia nell’imporre le tasse.

L’emersione e regolarizzazione degli immobili fantasma, secondo le stime del governo, da sola basterebbe a restituire ai Comuni ciò che la manovra gli toglierà. E’ uno dei pezzi del più complesso mosaico del federalismo fiscale al quale il governo lavora da tempo. Se sarà rispettata la tabella di marcia di Tremonti e Calderoli, nel prossimo decreto attuativo, entro l’estate, ci saranno anche le norme che dovrebbero permettere l’attribuzione ai Comuni del catasto.

Tremonti e Berlusconi

Dopo aver speso la terza sera consecutiva a discutere (e litigare) dei contenuti della manovra, ieri Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi si sono divisi i compiti. Il ministro dell’Economia, prima di incontrare l’Anci, è salito al Quirinale per mettere al corrente Giorgio Napolitano su come procede il lavoro sulla manovra.

Se tutto andrà come lui vorrebbe, quando il Capo dello Stato sarà rientrato dalla visita di Stato negli Stati Uniti, il provvedimento sarà stato approvato. Nel frattempo il premier, collegandosi via telefono con una manifestazione Pdl, ha teso a rassicurare sui contenuti. «La manovra non sarà punitiva, non colpirà la sanità, né la scuola, né l’università». Neanche una parola sulle voci di dissidi con Tremonti, il quale nel frattempo, avrà nuovamente contatti riservati con i vertici di Cisl, Uil e Confindustria.

Le misure

Tremonti resta determinato a chiudere la partita entro martedì, al massimo mercoledì. Teme ripercussioni sui mercati e le lamentele delle tante categorie chiamate a dare un contributo alla manovra. Ieri, saputo del blocco contrattuale esteso anche alle forze di polizia, sono insorte tutte le associazioni di categoria: Silp, Siulp, Sap. I medici insorgono contro la possibile reintroduzione di un ticket da 7,5-10 euro sulla specialistica, il Comune di Roma dice no all’ipotesi di introdurre un pedaggio per il grande raccordo anulare di Roma. La protesta più insidiosa per Tremonti resta però quella, invisibile al pubblico, degli alti burocrati. La manovra prevede il taglio del 10% e per due o tre anni (la prima bozza non lo specifica) della parte di retribuzione eccedente i 75mila euro l’anno. Dal taglio sono interessate pressoché tutte le categorie, tranne coloro che ricevono solo una retribuzione da contratto. Di tutte le norme volute da Tremonti, è quella che gli ha provocato più problemi nel governo e con Berlusconi.

la Repubblica

Abusi edilizi, 5 miliardi dalla sanatoria

fuori legge un milione e 300mila case

di Luisa Grion

C´è un piano già pronto ed è anche già pronta la «scusa» per farlo passare. Uno dei piatti forti della manovra del governo Berlusconi potrebbe essere ancora una volta il condono edilizio, o meglio una nuova edizione di quello già «scaduto» nel 2004.

Far emergere i due milioni di case «fantasma», non registrate al Catasto, non basterà infatti a far quadrare le misure sui conti pubblici. Dal controllo incrociato fra la mappatura fotografica realizzata dall´Agenzia del Territorio e le abitazioni effettivamente denunciate dai proprietari potrebbe derivare un gettito non superiore al miliardo e mezzo di euro. Dal settore edilizia invece il governo conta di ricavarne 6. La differenza potrebbe appunto essere colmata riaprendo i termini del vecchio condono. Tanto più che - da quanto risulta a Legambiente - in Italia sono fuorilegge 1.296.000 case.

La scusa per riprendere in mano il provvedimento scaduto è questa: c´è una regione, la Campania, che è stata esclusa dalle misure varate nel 2004; riaprire i termini - dunque - vorrebbe dire «dare a quei cittadini le opportunità di esercitare un diritto riconosciuto agli altri». E´ così infatti che sulla questione si è più volte espresso il senatore del Pdl Carlo Sarro che del «caso Campania» ha fatto una questione personale. Il vecchio condono permetteva infatti di sanare gli abusivismi effettuati fino a marzo 2003 attraverso una domanda da presentare entro il 2004. Ma l´amministrazione campana di allora (giunta Bassolino) - sostiene un gruppo di senatori Pdl capitanati da Sarno - propose una interpretazione restrittiva che ne impedì l´adesione. Stessa cosa - commentano - avvenne per parte della cittadinanza marchigiana e emiliana. Ora, visto che in seguito la Corte costituzionale dichiarò illegittimi due provvedimenti sull´abbattimento degli immobili varati dalla regione, i termini vanno riaperti. Con buona pace della difesa del territorio.

Di fatto Sarno e i colleghi campani già lo scorso febbraio avevano presentato un disegno di legge che - riferendosi sempre agli abusivismi commessi entro il 2003 - chiedeva di prorogare la sanatoria alle domande presentate entro dicembre 2010. Poche settimane prima avevano provato, senza successo, a far passare lo stesso testo nel decreto Milleproroghe. Ora siamo al terzo tentativo: c´è già un piano di condono pronto e c´è la «scusa» per farlo passare. Non solo, ad aprile il governo ha varato un decreto che blocca le demolizioni degli immobili in Campania (come promesso dal Pdl in campagna elettorale) fino al giugno 2011 per «fronteggiare la grave situazione abitativa nella regione».

La base per lanciare un nuovo condono è dunque definita, ma Legambiente è pronta a dare battaglia. «Si annuncia una sanatoria di proporzioni mai viste, la più grande mai realizzata nel paese - commenta il presidente Vittorio Cogliati Dezza - Se così sarà il territorio subirà la mazzata finale, sarà riattizzata la piaga dell´abusivismo edilizio, restituito fiato e ossigeno alla malavita organizzata che sul ciclo del cemento illegale vive e vegeta. Risanare i conti pubblici svendendo l´Italia a furbi ed ecomafiosi è una scelta che non potrà che ritorcersi contro il paese e la sua crescita». Varare condoni - sostiene Legambiente - alimenta il vizio: solo dal 2003 ad oggi sarebbero sorte altre 210 mila costruzioni abusive.

il manifesto

Il fantasma del condono

di Antonio Sciotto

Tremonti infila nella manovra l'ennesima sanatoria, quella degli immobili «fantasma» e degli altri abusi edilizi. Che dovrebbe portare al governo 6 miliardi e mezzo sui 27 previsti

Nella manovra tutta-tagli messa a punto dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti ci sarebbe anche il condono edilizio. Ieri l'opposizione e le associazioni ambientaliste sono insorte, anche perché questa volta per il paesaggio sarebbe un colpo durissimo: l'entità del «sanato» sarebbe infatti ben maggiore rispetto ai passati condoni (ben 3 dal 1985), dando l'ok praticamente a qualsiasi immobile. Anche quelli costruiti abusivamente nelle zone più vincolate per motivi storici e naturalistici. Un vero mostro.

L'allarme viene dai senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, che hanno analizzato la voce di gettito messa in bilancio da Tremonti: «Si tratta di sei miliardi - spiegano - Vuol dire il doppio del gettito atteso dall'ultimo condono, quello varato nel 2003 dal tandem Berlusconi-Matteoli, e significa che in questo caso verrebbero ammessi alla sanatoria anche gli immobili abusivi realizzati in aree vincolate e quelli frutto di grandi speculazioni che vedono spesso coinvolte le ecomafie. Davvero un bel regalo per la criminalità organizzata, e un bello schiaffo per i cittadini onesti». Netto no al condono anche da Verdi e Idv.

Quante sarebbero le costruzioni coinvolte nella sanatoria?Si tratterebbe di oltre due milioni di immobili «fantasma», sparsi in tutto il Paese, scoperti nel 2009 incrociando le mappe catastali e le immagini satellitari di Google. Come spiegava una settimana fa sul manifesto l'urbanista Paolo Berdini, «solo con un controllo limitato al 25% dell'intero territorio si è scoperto che mancavano all'appello 571 mila edifici. Oltre due milioni sull'intero territorio nazionale, costituiti per lo più da immobili che hanno deturpato i luoghi più belli del paese e il paesaggio agricolo. Sono le ville di Ischia, della costa amalfitana, dell'Appia antica, delle coste siciliane e calabresi».

Questo sarebbe già il quarto condono edilizio realizzato in Italia, dopo quello del governo guidato da Bettino Craxi (1985), e i due di Berlusconi (1994 e 2003). Senza contare, ovviamente, il recente Piano Casa, anch'esso un lasciapassare all'abusivismo, per fortuna in gran parte arenato nella sua applicazione. Ma intanto, anche solo annunciando i condoni, si invita chi vuole fare abusi a costruire, tanto poi potrà sanare.

Quest'anno ci sono già stati due tentativi di varare dei condoni, su iniziativa della maggioranza. A provarci a fine gennaio erano stati i senatori del Pdl Carlo Sarro e Vincenzo Nespoli con un emendamento al «milleproroghe». La sanatoria riguardava gli abusi edilizi commessi fino al 31 marzo 2003: tutti gli interessati avrebbero potuto presentare domanda anche nel caso in cui avessero già ricevuto in passato uno stop alla loro richiesta di condono. Venivano poi bloccati tutti i procedimenti sanzionatori avviati. L'emendamento è stato fermato dalla dichiarazione di inammissibilità da parte della Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama.

Gli stessi senatori Pdl avevano poi presentato a metà febbraio un ddl: prevedeva la riapertura dei termini del condono scaduto a fine 2004 fino al 31 dicembre 2010 e dava la possibilità di estendere la sanatoria anche alle violazioni commesse nelle aree sottoposte a vincolo paesaggistico e ambientale. Il ddl non è poi andato avanti. Infine è di aprile lo stop alle ruspe che stavano abbattendo le case abusive in Campania: un decreto ha deciso, «al fine di fronteggiare la grave situazione abitativa nella regione», di sospendere fino al 30 giugno 2011 le demolizioni di immobili destinati esclusivamente a prima abitazione purchê riguardanti immobili occupati da famiglie sfornite di altra abitazione.

Ermete Realacci (Pd) lancia l'allarme sull'«effetto annuncio», pericoloso ancor prima del varo della legge: «Il solo effetto annuncio delle precedenti sanatorie Berlusconi, nel 2003 generò 40 mila nuove case illegali, con un incremento della produzione abusiva superiore al 41% tra 2003 e 2001. Lo stesso nel 1994: durante i mesi di discussione del provvedimento furono costruite 83 mila case fuorilegge».

Annuncia battaglia Vittorio Dezza, presidente di Legambiente: «Le costruzioni illegali, il cemento selvaggio e impoverito, l'assenza o il mancato rispetto di piani regolatori e paesaggistici - dice - in un paese ad altissimo rischio di dissesto idrogeologico portano danni non solo all'ambiente, ma come hanno dimostrato le cronache, anche in termini di vite umane».

NEW YORK - Non è interferenza, ma un messaggio chiaro dagli Stati Uniti sullo Stato di diritto, il senso delle regole, il ruolo essenziale della magistratura. «Nessuna norma ostacoli l´ottimo lavoro dei magistrati italiani, le intercettazioni telefoniche sono uno strumento essenziale delle loro indagini». Il sottosegretario alla Giustizia Lanny Breuer soppesa bene le sue parole, parlando alla commemorazione di Giovanni Falcone. Breuer è un uomo chiave nella collaborazione tra i due paesi su terreni strategici della sicurezza: la lotta alla mafia e al terrorismo internazionale. «Niente – dice l´esponente dell´Amministrazione Obama – deve impedire ai magistrati italiani di continuare la missione svolta finora». Responsabile del Dipartimento penale, Breuer non è uno sprovveduto, non è un marziano sbarcato in Italia senza informazioni sulla situazione della giustizia. Nel bel mezzo della battaglia sulle intercettazioni, con il tentativo di mettere il bavaglio alla stampa, la sua uscita provoca naturalmente dei contraccolpi a Washington. Tutti italiani. Si muovono il nostro ministero degli Esteri, e quello della Giustizia: per ottenere il più rapidamente una smentita delle parole di Breuer. Per evitare l´impressione che l´Amministrazione Obama sconfessi l´attacco alle intercettazioni e all´informazione, le telefonate da Roma a Washington sono roventi. L´unica cosa che il governo Berlusconi ottiene è una nota dell´Ambasciata Usa a Roma. Che non smentisce né corregge le parole di Breuer ma si limita a precisarne il contesto: «Ha elogiato la collaborazione tra le giustizie dei due paesi». Un intervento quasi sibillino: per tutto ciò che non dice, e per la forza con cui ribadisce il sostegno ai magistrati italiani.

A Washington le bocche sono cucite, solo "off-the-record" e a condizione di non citare le fonti, si può ricostruire il retroscena dell´evento. Mancano solo tre giorni all´arrivo qui del presidente Giorgio Napolitano: incontrerà Barack Obama e la Speaker of the House, Nancy Pelosi. Mai come in questo momento i responsabili della politica estera americana sono aggiornati su quanto accade in Italia: nessuna sfumatura dello scontro sulla giustizia sfugge a chi sta preparando sul versante Usa il summit Obama-Napolitano. Sanno di doversi muovere su un sentiero strettissimo, in un equilibrio delicato e precario. «Il governo italiano è un alleato prezioso degli Stati Uniti, nell´impegno comune in Afghanistan l´Italia ha versato ancora di recente un pesante tributo di sangue». Alla Casa Bianca e al Pentagono non si vuole mettere a repentaglio la cooperazione su quel fronte strategico, dov´è in corso l´escalation militare e si prepara la grande offensiva su Helmand. E tuttavia questa è un´Amministrazione i cui valori sono chiari. Mai come ora c´è stato nelle stanze del potere di Washington un "clan italo-americano" schierato tutto a sinistra. Nancy Pelosi, l´ultraprogressista di San Francisco che è la seconda autorità del partito democratico dopo il presidente. Janet Napolitano, superministro degli Interni alla Homeland Security. Leon Panetta capo della Cia. E poi l´uomo dei programmi, John Podesta che dirige il Center for American Progress, il think tank di riferimento di Obama, il cui manifesto riformista uscirà tra breve alle edizioni del Mulino.

È una squadra che ha una conoscenza dell´Italia del tutto insolita per la classe dirigente americana. E i cui valori sono molto vicini, come si ribadisce nell´entourage di Nancy Pelosi, a quelli di Giorgio Napolitano. Nessuna smentita quindi alle parole di Breuer, che esprimono una cultura del diritto e della trasparenza, una scelta di civiltà prima ancora che un´ideologia. È la trasparenza che, per una coincidenza singolare, veniva esaltata proprio ieri da un editoriale del New York Times, il giornale di riferimento del partito democratico Usa. L´editoriale s´intitola: «Un´informazione completa nelle aule di giustizia». Commenta la sentenza della Corte suprema del New Jersey che ha ribadito il diritto di accesso della pubblica opinione americana, attraverso i giornali, a «tutte le istruttorie giudiziarie, anche quando non arrivino fino ad avere pubblicità nel dibattimento in tribunale». Trionfa la Costituzione, «i cittadini non possono essere all´oscuro sulle indagini di rilevanza pubblica». Dixit il New York Times, e la Corte suprema del New Jersey.

Gerardo D’Ambrosio

«Dopo la cricca si sono messi fretta»

Intervista di Oreste Pivetta

Il senatore Pd: «Norme spaventose che uccidono le inchieste e spingono verso uno Stato autoritario»

Una legge contro il diritto di informare e di essere informati, una legge che intimidisce i magistrati, una legge che allunga i processi. Gerardo D’Ambrosio, che fu il capo del pool di Mani pulite a Milano ed ora è senatore e nella commissione giustizia del Senato, è durissimo:

“Vogliono impedirci di sapere le cose. Anche quelle di rilevanza sociale. Unanorma spaventosa. Così scivoliamo neppure tanto lentamente verso uno stato autoritario”.

Come la possiamo definire questa legge: ad personam, ad castam, ad clan…

“Fino alle dimissioni di Scajola, il disegno di legge dormiva. Poi si sono messi fretta. Ci fanno lavorare fino alle tre, alle quattro del mattino. Va bene lavorare.Maper che cosa? Tutto ha preso una piega drammatica e un iter rapidissimo, dopo le vicende relative alla Protezione civile, alle deroghe sugli appalti pubblici per le grandi opere, alla scoperta che solo una certa impresa veniva beneficiata da un certo andazzo e certi personaggi venivano beneficiati dall’impresa in questione... La preoccupazione della maggioranza è comunque forte, perché la reazione non s’è fatta attendere. Tanto è vero che il presidente del consiglio ha convocato il relatore. Che, faccio notare, è relatore di una commissione parlamentare, rappresenta il parlamento e dovrebbe essere garante dell’autonomia del parlamento nei confronti del governo”.

Si legge di una infinità di mail inviate alla Presidenza della Repubblica, perché Napolitano non firmi. C’è un problema di costituzionalità?

“Certo. Si chiama in causa l’articolo 21 della Costituzione, là dove si dice che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e censure… E in questo caso si impone il silenzio fino all’udienza preliminare, fino quindi al rinvio a giudizio. Con sanzioni pesantissime non solo per i giornalisti, non solo per i direttori,maa carico pure degli editori…”

Non solo per gli editori dei giornali.Anche per gli editori che pubblicano libri d’inchiesta…

“Malgrado la nostra durissima battaglia, la norma che prevede la responsabilità sociale, cioè la responsabilità dell’editore, è rimasta intatta, con ammende che vanno da64 mila e cinquecento fino a 464mila e settecento euro… Una cifra enorme capace di mettere in ginocchio una infinità di testate e soprattutto una minaccia che trasforma l’editore in controllore ferreo dei giornalisti e del direttore. Inutile che da tante parte, anche dai giornalisti, si rivendichi l’indipendenza del direttore: con quella minaccia sul capo l’indipendenza scompare. Scompare la stessa determinazione a cercare notizie, a promuovere inchieste. Anche perché la legge non prende in considerazione il concetto di ‘rilevanza sociale’. Il problema che si poneva era quello di conciliare l’articolo 15 della Costituzione, che tutela la segretezza e la libertà delle comunicazioni, con l’articolo 21, che prevede il diritto di informare e di essere informati, e con l’articolo 24, sui diritti di difesa. Che cosa avveniva? Che per rispettare il diritto di difesa le intercettazioni fatte andavano subito depositate, a meno che, per ragioni che riguardano lo sviluppo dell’indagine, il pm decidesse di depositarle alla fine dell’indagine preliminare. Il deposito apriva la falla, perché al difensore veniva consegnata tutta la documentazione, intercettazioni utili e intercettazioni estranee, senza alcuna selezione. Abbiamo fatto introdurre noi il concetto di ‘pertinenza all’indagine’. E’ chiaro che un avvocato difensore può aver interesse a far uscire una notizia piuttosto che un’altra…”.

Questo riguarda comunque ancora l’informazione. E per i magistrati?

“Hanno affidato la responsabilità di esaminare e consegnare il materiale delle intercettazioni ad una tribunale collegiale di tre membri, che non potranno più partecipare ai processi per i quali hanno deciso sull’uso delle intercettazioni. Non solo: un pm che rilasciasse qualsiasi dichiarazione concernente un processo (la formulazione è estremamente generica) potrebbe essere sospeso. Potrebbe essere sospeso qualora comparisse nel registro degli indagati e basta una denuncia, che chiunque volesse liberarsi di un magistrato scomodo potrebbe presentare. La conseguenza sarà comunque l’allungamento dei tempi. Altro che processo breve”.

E sulla pubblica amministrazione?

“Non hanno preso neppure in considerazione l’idea che la corruzione prevede una caratteristica che è propria della criminalità organizzata: cioè l’omertà. Perché corruttore e corrotto non hanno interesse e denunciare. E quindi limitando le intercettazioni la corruzione ha via libera…”.

Stefano Rodotà

«La privacy? Alibi del disegno eversivo»

intervista di Andrea Carugati

«Il Parlamento è immobile, la stampa sarà imbavagliata e la magistratura è già intimidita»

Mi accusavano di essere troppo pessimista e invece ecco qui, e bisogna usare le parole giuste: siamo davanti a un cambiamento di regime ».

La pacatezza del professor Stefano Rodotà non nasconde la durezza dei concetti.

«La libertà di espressione è un elemento fondativo delle democrazie e se viene toccata c’è oggettivamenteun cambiamentodi regime. Anche perché non è il solo pilastro che scricchiola».

Rodotà è al sit in del popolo viola in piazza Montecitorio e indica con la mano il portone della Camera.

«Il Parlamento è ormai chiuso, come ha ammesso lo stesso Fini, la magistratura intimidita, l’Università come fucina di sapere critico è sotto attacco. C’è un’insofferenza verso tutti i controlli, si vuole zittire l’opinione pubblica. Neppure ai tempi di Craxi...».

Perché torna a quel periodo?

«Anche allora c’era questa insofferenza, ma non si arrivò mai all’ attacco frontale contro tutte le istituzioni di garanzia».

Lei che è stato Garante dovrebbe essere il più sensibile alla privacy violata dalle intercettazioni...

«E infatti già molti anni fa con altri giuristi abbiamo scritto una proposta di legge per porre riparo agli eccessi nella pubblicazione, in particolare per quanto riguarda persone estranee alle indagini o aspetti non inerenti, come le abitudini sessuali. Per evitare questi rischi basta che i magistrati convochino le parti per eliminare tutto ciò che non è rilevante per le indagini. Si fa la ripulitura e le intercettazioni “dubbie” devono essere inserite in un archivio riservato, coperte dal segreto e sotto la responsabilità del magistrato. Mentre ciò che è rilevante, una volta conosciuto dalle parti è pubblicabile. Così si tutela la privacy e il diritto all’informazione ».

E allora perché non viene fatto?

«Perché l’argomento della privacy è solo un pretesto per forzare lamano sull’informazione, un argomento usato in perfetta malafede. Si dovrebbe fare uno stralcio per le norme che tutelano la privacy, e passerebbero all’unanimità. E invece sono partiti dalle intercettazioni per arrivare al divieto di pubblicazione di tutti gli atti di indagine, ma ormai lo scarto tra l’obiettivo dichiarato e quello reale è sotto gli occhi di tutti... con questa legge avremmo conosciuto gli atti della strage di Ustica, avvenuta nel 1980, solo nel 2000. Per non parlare del caso Scajola e dei furbetti delle banche».

Alcuni manifestanti lo fermano: “Perché in piazza non c’è il Pd?” «Non dovete chiederlo a me, dal 1994 non ho più avuto nulla a che fare. Ma non mi sono ritirato a vita privata, sono un militante».

Comevaluta il lavoro delle opposizioni su questo tema?

«È stato un buon lavoro, una vera opposizione parlamentare. Però insomma, nel passato non solo il Pci ma anche la Dc e l’Msi quando c’era una battaglia parlamentare campale la sostenevano con iniziative nel Paese, anche in piazza. È anche un modo per dare una mano a chi sta in Parlamento, per farlo sentire meno solo. E invece tutto questo non è avvenuto».

Non c’è adeguata consapevolezza dei rischi per la democrazia?

«Questa legge è coerente con un disegno eversivo di attacco ai poteri di garanzia. Se si vuole fermare non si può andare in vacanza. Vogliono coprire la nuova ondata di corruzione, diversa rispetto ai tempi di Tangentopoli: questa è concimata istituzionalmente, a partire dalle ordinanze di protezione civile costruite per agire fuori dai controlli».

Crede che nel Paese ci siano le energie per una reazione?

«Certamente sì, e lo dimostrano le 540mila firme raccolte in un mese sul referendum per l’acqua. Altrimenti non avrei promosso un appello... ».

Pensa che il ddl sia incostituzionale?

«C’èuna palese violazione dell’articolo 21 della Costituzione, e anche dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, come dimostra il caso dei due cronisti francesi condannati dalla magistratura e “assolti” dalla Corte perché anche atti segreti possono essere pubblicati se coinvolgono figure pubbliche e rispondono all’interesse generale alla conoscenza. Credo che la Corte europea, se interpellata, farà vergognare i nostri parlamentari».

Come valuta la retromarcia del Pdl sul carcere per i giornalisti?

«È solo una finzione, perché restano il divieto di pubblicazione e le maxi multe per gli editori, una sorta di “censura di mercato”, che spingerà gli editori a condizionare i giornalisti per evitare sanzioni».

Le divisioni nel Pdl porteranno ad altre correzioni del ddl?

«Dico che non bisogna arretrare di Un millimetro. Più cresce la mobilitazione, più tutti saranno obbligati a un supplemento di riflessione»

Berlusconi vuole alternative ai tagli pesantissimi alla spesa pubblica di Tremonti

di Luisa Grion

«Serve -ha detto il premier- una discussione nel Pdl». Ma il Tesoro ha fretta e prepara una stretta per gli statali e un´addizionale sulle pensioni d´oro.

Il governo serra le fila, l´opposizione parte all´attacco. Il varo dei provvedimenti che dovrebbero rimettere in sesto i conti pubblici non ha più una data certa: si pensava a martedì, ma potrebbe slittare fino a giovedì o venerdì della prossima settimana. Berlusconi ora vuole che sul testo vi sia la massima coesione nella maggioranza e nello stesso Pdl e - prima del Consiglio dei ministri - intende riunire la consulta economica del partito o l´ufficio di presidenza. Rallentamenti che si riverseranno anche sulla presentazione del testo alle parti sociali prevista inizialmente per lunedì .

Il governo quindi resiste alle pressioni del ministro Tremonti - che ieri sera ha avuto una cena a palazzo Grazioli con il premier e Gianni Letta - e prende tempo. Ma in attesa di limare il contenuto del testo e trovare gli accordi si accendono le polemiche e si moltiplicano le proteste. Pierluigi Bersani, leader del Pd, ci va giù deciso: «Il governo la smetta con la penosa propaganda del tipo "non metteremo le mani nelle tasche degli italiani". La smetta con annunci di lotta all´evasione che si risolvono sempre con condoni, fino a veri e propri riciclaggi di Stato». Il Paese, ha detto Bersani, «ha un problema vero: serve coraggio, serve una vera manovra economica che non sia ulteriormente depressiva, che non sia l´ennesimo tirare a campare». La ricetta, per il Pd, è una sola: «Bisogna alleggerire rapidamente il lavoro, l´impresa e le famiglie e mettere il carico sulla rendita e sulle ricchezze».

Il governo smentisce le accuse: «Non ci saranno nuove tasse, né interventi sulle pensioni» ha ribadito il ministro Sacconi. Ma le sue parole non sono bastate a calmare le polemiche della categorie interessate: dirigenti pubblici in primis, chiamati (se con stipendio superiore agli 80-100 mila euro annui) ad un contributo di solidarietà del 10 per cento. Una misura, a detta dei tecnici, di applicazione non scontata perché a parlare di taglio secco dello stipendio si può incorrere nel rischio di anticostituzionalità per mancato rispetto dei contratti collettivi di lavoro: più facile, semmai, agire sui fondi per i risultati raggiunti o con un´una tantum fiscale. Comunque sia, i dirigenti sono sul piede di guerra: «Se ci mettono un dito nell´occhio arriveremo allo sciopero - promette Antonio Zucaro, vicepresidente del sindacato di categoria Cida-Fp - non ci stiamo ad essere additata come l´unica categoria detentrice di sprechi e privilegi». Alta tensione anche nella scuola, dove la Flc-Cgil annuncia la mobilitazione e pensa ad un possibile sciopero generale.

Statali e previdenza, due anni di una tantum

e spunta un condono edilizio da 6 miliardi

di Roberto Petrini

Mail, tabelle, scambi concitati di telefonate, tecnici mobilitati: il lungo week end della «Finanziaria» 2011-2012 da 27,6 miliardi è cominciato ieri e, se la tabella di marcia imposta da Tremonti in modo ultimativo, sarà rispettata si concluderà nella notte di lunedì. Anche se, secondo voci circolate ieri, non è escluso che la data di martedì salti e si vada verso un mini rinvio. E nelle ultime ore è spuntata anche l´ipotesi di un condono edilizio ben più consistente di quello relativo alle cosiddette case fantasma: la sanatoria potrebbe essere allargata ad altre fattispecie e portare nelle casse dello Stato fino a 6 miliardi di euro.

«Sacrifici», aveva annunciato, per primo Calderoli, e per pensionati e statali sarà così. La parola chiave che emerge con maggiore nettezza nelle ultime ore è «una tantum», o meglio «due tantum», giacché il prelievo straordinario varrà per il 2011 e 2012. Le categorie interessate sono molte (sebbene alcuni avanzino questioni di costituzionalità): in primo luogo gli statali che guadagnano più di 80 mila euro lordi annui, si tratta di una platea di circa 20 mila individui tra i quali figurano dirigenti di prima fascia, magistrati, professori universitari, dirigenti di seconda fascia delle agenzie fiscali, diplomatici e prefetti. Per la parte eccedente gli 80 mila euro di queste buste-paga il prelievo una tantum sarà del 10 per cento. L´altra una tantum biennale riguarderà le pensioni d´oro: è possibile che il tetto oltre il quale si sarà sottoposti al prelievo del 10 per cento salga dai 3.500 ai circa 5.000 euro. Dalla «tassa» tuttavia resterebbe escluso il settore privato: un intervento sarebbe possibile sugli stipendi alti attraverso i sostituti di imposta, ma in questa fase viene categoricamente escluso ogni intervento patrimoniale.

Sta lievemente cambiando nelle ultime ore il profilo dell´intervento sulle finestre pensionistiche che frutterà 1,6 miliardi. Le finestre per l´uscita in «vecchiaia» (65 anni) dovrebbero scendere da 4 a 1 (e non essere solo dimezzate come si è detto fino ad oggi), mentre per quelle di anzianità si valuta un dimezzamento (da 2 a 1) oppure un mantenimento dell´attuale livello.

Nell´ambito previdenziale, oltre alla riforma del sistema di erogazione delle indennità di accompagnamento per gli invalidi che saranno legate al reddito, si prepara una cancellazione degli enti previdenziali minori, come quelli dei marittimi, dei musicisti e dei dipendenti postali. Altri risparmi verranno dall´accorpamento degli enti di ricerca, come l´Isae e l´Isfol, da taglio alle consulenze, alle missioni e da un sforbiciata del 15 per cento alla spesa corrente. Oltre alla riforma del patto di stabilità per gli enti locali e tagli per 4 miliardi per Regioni e Comuni.

Resta confermato anche il congelamento del contratto di lavoro per gli statali, il blocco degli automatismi per il 2010, il raddoppio (da tre a sei mesi) dei tempi di attesa per ottenere la liquidazione e la conferma del blocco del turn over. Colpite anche le indennità di ministri e sottosegretari: il taglio sarà del 10 per cento, il doppio di quanto annunciato in un primo momento dal governo. Dalla manovra naturalmente non sarà esente la spesa sanitaria che dovrebbe subire un taglio di 2,5 miliardi con una stretta sui farmaci e l´istituzione dei centri di acquisto regionali. Resta in bilico l´ipotesi della reintroduzione di un ticket sulla specialistica da 7,5 euro.

Sulla lotta all´evasione si preannunciano misure «forti»: oltre all´intensificazione degli strumenti di contrasto come il «redditometro», si parla di una reintroduzione della tracciabilità del denaro contante introdotta dal governo Prodi. Una misura che non sorprenderebbe perché nei giorni scorsi è stato reintrodotto l´obbligo di segnalare l´elenco dei clienti e dei fornitori.

La commissione Giustizia del Senato ha approvato a maggioranza gli emendamenti del governo al disegno di legge sulle intercettazioni. Sono previste limitazioni inaccettabili ai poteri dell’autorità giudiziaria, una cappa plumbea di silenzio nei confronti delle indagini penali in corso. Inoltre, sanzioni severe per i giornalisti che contravvengono al nuovo regime e, soprattutto, per gli editori che consentono le pubblicazioni illegittime. Una disciplina che lascia stupefatti e che, se dovesse diventare davvero legge dello Stato, cambierebbe il volto delle indagini penali e di parte dell’informazione nel Paese.

Nonostante le critiche, le osservazioni e le proteste di una porzione consistente dell’opinione pubblica, l'azione non si è fermata. Non sono serviti i problemi economici urgenti, gli scandali della «cricca», il crollo di credibilità della classe politica, la necessità di affrontare finalmente il nodo della corruzione. In altre parole, le vere urgenze. La priorità, per il governo, era, ed è rimasta, tagliare le unghie alla magistratura che indaga e togliere voce e penna ai giornalisti che informano. Ne prendiamo atto con sconcerto, cercando di fare un bilancio di ciò che il Parlamento sta predisponendo.

In materia di indagini è risaputo che le intercettazioni costituiscono mezzo insostituibile di accertamento di molti gravi reati. Circoscrivere i casi nei quali esse possono essere disposte e stabilire che esse non possono durare più di un periodo prestabilito fisso di settantacinque giorni, e poi automaticamente cessare anche se stanno emergendo elementi utili ad individuare i responsabili, significa rinunciare ad uno strumento fondamentale nella lotta al crimine. Uno strano regalo alla criminalità, da parte di chi di tale lotta, dell’ordine pubblico e della difesa dei cittadini fa, almeno a parole, la sua bandiera. Un regalo, addirittura, alla criminalità organizzata, se è vero, che, come hanno spiegato gli esperti della materia, le restrizioni peseranno anche nelle indagini contro mafia, ’ndrangheta e camorra.

In materia d’informazione dovremo abituarci a non conoscere più nulla sulle indagini disposte dall’autorità giudiziaria. Se un ministro si fa pagare una casa a sua insaputa, non lo sapremo, perché i giornalisti non potranno più pubblicarlo. Come non sapremo più se un parlamentare, un presidente o un sindaco hanno peculato, rubato, si sono fatti corrompere o comprare e sono per questo indagati. A ciò conduce, inesorabilmente, l’avere previsto che non sarà più consentito pubblicare nulla, neppure «il contenuto» non più coperto da segreto, delle investigazioni giudiziarie in corso.

Le sanzioni previste per i contravventori sono, d’altronde, molto elevate. Chi dall’interno degli uffici rivela il contenuto di atti coperti da segreto investigativo sarà punito con la reclusione fino a sei anni, e in tale pena incapperà pure il giornalista che pubblicherà la notizia. Chi pubblica atti di un’indagine penale non più coperti da segreto, ma di cui è comunque vietata la pubblicazione, rischierà l'arresto fino a 30 giorni o il pagamento di un’ammenda da 1000 a 5000 euro, che sarà raddoppiata nel caso si tratti di un’intercettazione. Per l’editore del giornale che pubblicherà la notizia vietata è prevista una sanzione pecuniaria che potrà arrivare a 464.000 euro.

A quanto si è appreso, il varo definitivo in commissione del disegno di legge è stato sospeso fino a lunedì prossimo. In materia di sanzioni la novità più devastante è la pesantissima sanzione pecuniaria prevista per gli editori, che rischierà di alterare la relazione d’indipendenza che ha caratterizzato, fino ad oggi, il rapporto fra proprietà e direzione dei giornali. Pensate a che cosa accadrà quando, se si verificherà un’infrazione prevista dalla nuova legge, l’editore saprà di rischiare ben 464.000 euro. Credete davvero che, di fronte al pericolo di fallire e di chiudere l’azienda, si farà scrupolo d’imbavagliare, lui stesso, i direttori e i giornalisti? A quest’ulteriore scempio, a quanto pare, nessuno, nel palazzo, pensa di rimediare. La libertà di stampa è l’ultima delle preoccupazioni. L’importante è creare un clima d’intimidazione complessiva in grado di bloccare ad ogni costo le notizie.

Si obietterà, a mali estremi, estremi rimedi. Gli abusi della stampa, con la pubblicazione di notizie coperte dalla privacy, con quella, indiscriminata, d’intercettazioni che non c’entrano con le indagini, con la demolizione mediatica di colpevoli ed innocenti, esigeva una reazione adeguata. L’obiezione è del tutto inconferente: a parare gli abusi sarebbe più che sufficiente la rigorosa applicazione della legge vigente sulla privacy, l’originaria previsione del divieto di rendere pubblici gli atti irrilevanti per le indagini e la predisposizione di un archivio riservato nel quale depositare provvisoriamente tali atti in attesa di una loro distruzione.

La realtà è che, con un colpo solo, governo e maggioranza (con l’avallo, magari, anche di qualche oppositore) vogliono indebolire la magistratura, rendere meno incisive le indagini, evitare che politici e potenti finiscano in prima pagina in ragione delle loro malefatte. Un’indebita limitazione del controllo di legalità e del diritto d’informare che, se dovesse passare, cambierebbe inevitabilmente la costituzione materiale. Speriamo che, nel frattempo, qualcuno che ha potere si accorga che è, anche, violazione della Costituzione formale.

Caro Direttore,sono trascorsi diciotto anni dalle stragi di Capaci e via D´Amelio. Quasi due decenni, nel corso dei quali abbiamo atteso che fosse fatta luce su ragioni e responsabili di quelle stragi in cui hanno perso la vita undici persone, uomini e donne delle istituzioni. Abbiamo saputo da sempre, per usare le parole di Giovanni Falcone, che sono morti perché lo Stato non è riuscito a proteggerli. Oggi, sappiamo anche che proprio dentro lo Stato c´è chi ha fatto di tutto perché non si scoprisse la verità. E non mi riferisco alle oscure trame che a più riprese sono emerse da indagini giudiziarie e inchieste giornalistiche, senza mai trovare conferme definitive. Parlo di fatti concreti e gravissimi, che non possono essere tacciati di mero complottismo o di faziosa mistificazione.

Perché è un fatto che in tutto questo tempo, mentre la società reagiva alle stragi abbracciando e promuovendo la cultura della legalità, mentre l´ala militare di Cosa Nostra finiva in galera e la politica partecipava in pompa magna alle commemorazioni, la storia giudiziaria sulle stragi del ´92 è stata lasciata marcire in un deposito dello Stato a Bagheria, tra muffa ed escrementi, come raccontato da Attilio Bolzoni sul vostro giornale. È un fatto che oggi, a lavorare su quelle carte, ci siano solo un poliziotto e quattro magistrati. È un fatto che questi quattro magistrati si trovino a lavorare oberati dalle mille incombenze di una procura che opera in uno dei territori a maggiore densità mafiosa con solo 11 sostituti sui 16 previsti dalla pianta organica. Ed è un fatto che quando i procuratori che stanno indagando sulle stragi hanno chiesto ai servizi segreti le carte su Vito Ciancimino, si sono visti recapitare solo ritagli di giornale.

Sono questi fatti che mi fanno dire con certezza che c´è uno "Stato" che non vuole arrivare alla verità sulle stragi del ´92 e con essa, alla verità su un capitolo fondamentale della storia italiana.

Non si spiegano altrimenti le mille anomalie riscontrate dai giudici che indagano sul fallito attentato dell´Addaura. Anomalie vergognose, come la vicenda della scomparsa degli identikit dei presunti killer di Capaci, alcuni dei quali recuperati su una vecchia copia di Repubblica. Se all´epoca fosse stata in vigore una legge come quella cui si vuole oggi arrivare con il ddl intercettazioni, non avremmo avuto neppure quegli identikit.

E proprio parlando del ddl intercettazioni, non si può non sottolineare come questo disegno di legge, nato con un intento garantista, sia in realtà un bavaglio per la libertà d´informazione e un ulteriore freno per le indagini di magistratura e forze dell´ordine, indagini di mafia comprese.

La giustizia deve espletarsi nei tempi più rapidi possibili: è questo di cui ha bisogno il Paese, non di una legge del genere, né di tutelare la privacy dei boss. Il Paese ha bisogno di guardare in faccia la verità, non di nasconderla.

Il Paese deve sapere cosa e chi si nasconde dietro Capaci e via D´Amelio, così come dietro il fallito attentato dell´Addaura e le morti di Agostino e Piazza. Senza questa luce di giustizia si rischia di disperdere quell´immenso patrimonio di valori e pratiche di legalità, quell´impegno antimafia che la società è riuscita a costruire anche e soprattutto nel ricordo di Falcone e Borsellino. Per tutti questi motivi, dopo diciotto anni, non possiamo restare ciechi e muti dinanzi al deposito di Bagheria dove è stata seppellita la verità e dinanzi alle difficoltà della procura che sta cercando di riesumarla.

Eppure, cieca e muta è stata finora la politica, spesso animosa e scalpitante persino nel commentare le partite di calcio. Cieche e mute sono state le istituzioni, che saranno di sicuro in prima fila a celebrare gli anniversari del 23 maggio e del 19 luglio. Non mi piacciono le polemiche, ma alla politica e alle istituzioni, chiedo di risvegliarsi dal torpore e agire: prima di tutto, per mettere la magistratura nelle condizioni di portare avanti in tempi rapidi e con strumenti e forze adeguati le indagini sull´attento fallito dell´Addaura, sui mandanti di Capaci e via D´Amelio e sugli omicidi di Antonio Agostino ed Emanuele Piazza (vicende che oggi sembrano legate da un unico filo). Non si tratta solo di investire maggiori risorse, ma anche di fare chiarezza una volta per tutte sulle tante lacune con cui sono state condotte in vent´anni le indagini, di verificare e favorire l´effettiva collaborazione tra magistrati, forze dell´ordine e servizi segreti, di accertare le responsabilità di quanto accaduto nel deposito di Bagheria. Senza dimenticare anche tutto ciò che è custodito negli archivi della commissione parlamentare antimafia.

In altre parole, bisogna fare ordine in questo «disordine perfetto» che avvolge le stragi del ´92 e che impedisce di fare luce su quanto successo dopo, con le stragi del ´93, e sulla lunghissima stagione di sangue che spesso è stata definita come «un colpo di Stato strisciante».

Mi rivolgo pertanto al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affinché, come ha sempre fatto, sia garante dello stato di diritto. Sono sicura che il presidente Napolitano condivida la preoccupazione per una verità che continua a tardare. Una verità senza la quale non può esservi giustizia. E neppure democrazia.

Lo spezzatino del Belpaese

di Valentino Parlato

Mai la discussione sul federalismo (fiscale, demaniale e quant'altro) è stata così intensa e animata come in questa fase di celebrazione dei 150 anni dell'unità d'Italia. Viene da dire che gli opposti si tengono. Ma il tema è centrale e ha largo spazio sulla stampa.

A porre la questione sul tavolo (senza il minimo riferimento a Cattaneo, Dorso e altri ancora) è stata la Lega, che con «Roma ladrona» metteva in causa lo stato centrale e puntava esplicitamente alla Padania, a separare e autonomizzare le ricche regioni del Nord dalla miseria e dal malaffare del Sud. Avendo mente fredda e occhi aperti è difficile contestare che lo stato centrale sia un disastro dal punto di vista amministrativo, economico e anche morale.

Adesso, con la crisi, il ministro Tremonti deve fare tagli che già si annunciano sul fronte del sociale: pensioni, pubblico impiego, salari (licenziamento «a voce» e aumento dell'orario di lavoro). Viene da dire che se Tremonti sottoponesse a una seria inchiesta le spese e gli abusi della amministrazione centrale e avviasse un serio piano contro l'evasione fiscale potrebbe risolvere molti problemi di bilancio, non castigando i più deboli, ma rimettendo a regime la macchina dello stato. Insomma siamo al punto che Il Tempo (che non è certo un foglio di sinistra) ha messo in testa alla sua prima pagina il seguente titolo e sommario: «Menù a prezzo politico. Nuova buvette. Ristorante su una terrazza per il personale di Palazzo Chigi. Vista sui tetti di Roma e prezzi stracciati. Ecco dove non ci danno un taglio».

Ma domandiamoci: le Regioni che dovrebbero essere i soggetti del federalismo funzionano meglio, quanto a sprechi e corruzione? Insomma il federalismo - visto come è oggi l'Italia - sarebbe la frantumazione dell'Italia in bande, gruppi di potere, tra loro concorrenti e di tutto preoccupati salvo che del benessere dei cittadini della loro federazione e dell'unità d'Italia. Con il rischio che, come abbiamo la delocalizzazione delle industrie, avremmo la delocalizzazione dei poteri regionali nei territori degli antichi occupanti del nostro paese: franchi, alemanni, normanni, arabi ...

A questo punto Giorgio Ruffolo, già nel suo libro «Un paese troppo lungo» e pochi giorni fa con un articolo su Repubblica del 12 maggio ha avanzato la proposta delle macroregioni: l'Italia divisa in due stati federali tra Nord e Sud. Insomma contro il regionalismo a spiccioli il federalismo all'ingrosso, che secondo Ruffolo sarebbe più razionale e produttivo e sulla base di un patto unitario tra le due macroregioni porrebbe concretamente al centro la famosa questione meridionale, sempre reale e presente, ma largamente dimenticata dai politici e dagli uomini di cultura.

A questa proposta di Ruffolo ha prontamente replicato Eugenio Scalfari sulla Repubblica del 16 maggio. Per Scalfari (e per Napolitano, aggiunge) questo sarebbe l'obiettivo della Lega e sarebbe la fine dell'Italia, con un nord europeo e un sud magrebino. O quasi. Il Nord con l'euro e il Sud «con qualche fiorino di antica e non commendevole memoria». Fortunatamente Scalfari non condivide neppure il federalismo regionale e anch'io penso che la strada federalista sia un disastro. Ma se proprio è inevitabile mi sembrano più ragionevoli le macroregioni, con le quali il problema dell'unità si porrebbe più realisticamente evitando lo spezzatino.

La «cricca demaniale» Coste e laghi alle regioni

Primo sì. Di Pietro vota con la Lega e attacca il Pd

di Matteo Bartocci

Il federalismo è salvo. Sul filo di lana la Lega porta a casa il primo mattoncino della riforma fiscale che chiede dagli anni '90. La delega al governo scadeva domani ma la «bicameralina» ha approvato a maggioranza il parere sul primo decreto che trasferisce i beni demaniali dello stato agli enti locali: 17 sì (Pdl, Lega, Svp e Idv), 3 contrari (Udc/Api) e 10 astenuti del Pd. Oggi pomeriggio il cosiddetto «federalismo demaniale» sarà approvato anche dal consiglio dei ministri e si avvierà un gigantesco processo di trasferimento politico ed economico dal quale tornare indietro sarà molto difficile.

La proprietà e la gestione dei grandi laghi del Nord sarà trasferita alle regioni. Così tutte le coste e tutto il demanio idrico (sorgenti, fiumi e laghi regionali, etc.). Beni che le regioni dovranno comunque gestire - così impone la delega con un termine sinistro - pompando al massimo la loro «valorizzazione funzionale». Tra i beni alienabili dunque foreste, aree agricole, immobili, zone portuali dismesse, le strade non statali e gli aeroporti non «di interesse nazionale».

Sono esclusi i beni culturali e, soprattutto, buona parte del demanio militare (caserme dismesse, vecchi alloggi o poligoni in disuso, etc.): una torta da 2 a 4 miliardi di euro che rimane appannaggio della «Difesa spa». Secondo una stima ufficiale dell'agenzia del Demanio a conti fatti si tratta di 18.959 beni (tra immobili e terreni) per un valore di libro di 3,2 miliardi. Una cifra che opportunamente rivalutata è ragionevole almeno raddoppiare. La maggior parte di questi sono nel Lazio: ben 860 milioni di euro. Piemonte, Lombardia e Veneto insieme ne raccolgono per 880 milioni. In Basilicata, Calabria, Molise e Puglia restano le briciole: sul loro territorio hanno beni demaniali per appena 312 milioni.

Bossi può esultare: «Iniziamo a portare a casa quello che si può». E per l'occasione il Carroccio trova un alleato inedito come Antonio Di Pietro. Il leader dell'Idv organizza addirittura una conferenza stampa col ministro Calderoli per rivendicare il sì del suo partito al federalismo e per criticare apertamente l'astensione del Pd: un atteggiamento secondo lui «preconcetto», con cui «il Pd non ha avuto il coraggio di assumersi le sue responsabilità». «L'Idv - attacca Di Pietro - non si astiene mai, perché non è politica la politica che non decide, non sono buoni pastori quelli che non sanno indicare la strada. Chi non è né carne né pesce è bene che se ne stia alla finestra. La Lega e l'Idv - conclude - hanno il coraggio di confrontarsi sui temi veri».

In concreto, il partito di Di Pietro ha ottenuto che nel testo siano richiamati gli articoli 5 e 114 della Costituzione. Un contributo su cui perfino lo stesso Calderoli maramaldeggia un po': «Anche se si tratta di una cosa scontata a volte è utile ricordare che l'acqua calda è calda». Mentre Francesco Boccia del Pd, membro della «bicameralina», è furioso con l'ex ministro delle Infrastrutture: «Ha perso un'altra occasione per dimostrare la sua affidabilità ma le bugie hanno le gambe corte, faccio fatica a ricordare i contributi politici dell'Idv. L'80% del testo approvato dalla commissione - conclude Boccia - è stato modificato grazie al Pd».

Tra le altre novità importanti c'è un fondo di perequazione che prevede che il ricavato della vendita dei beni vada per il 75% a riduzione del debito degli enti locali, il restante 25% andrà all'ammortamento del debito nazionale. I beni potranno essere ceduti a fondi immobiliari pubblici ma aperti a privati e soggetti istituzionali. Il relatore di maggioranza sul decreto, Massimo Corsaro del Pdl (un ex An milanese vicino a La Russa) tira un sospiro di sollievo: «Siamo riusciti a fare il primo dei decreti nei tempi previsti, dando legittimità all'intero percorso e con una cospicua partecipazione alla redazione del testo da parte di tutti i gruppi».

Il Pd è stato a lungo incerto sul provvedimento. Da un lato ha lavorato al massimo per riempire di contenuti (e qualche paletto) una decreto iniziale pericolosamente vago. Dall'altro si è diviso su chi voleva votare sì (gran parte dell'area ex Ds e lo «zoccolo duro» degli amministratori locali) e chi invece voleva votare no come gli ex popolari. Dario Franceschini l'astensione finale la spiega così: «Il testo è stato molto migliorato ma non in modo soddisfacente». Linda Lanzillotta, rutelliana dell'Api. indica che il re è nudo: «Il federalismo demaniale fa partire una massiccia operazione di vendita del patrimonio di tutti che andrà a vantaggio di pochi, per di più con il rischio di alimentare la speculazione immobiliare». E sul piano politico invece «si consente alla Lega di dire che il federalismo è partito mentre è chiaro che il governo non è in grado di dire quali saranno i costi e che la crisi impone di rinviare tutto a data da destinarsi».

In effetti questo primo passo federalista potrebbe anche essere l'unico. Giulio Tremonti è come al solito sibillino quando parla di numeri: «Il trasferimento di immobili tra soggetti pubblici di fatto ha un valore economico nullo o irrilevante». Una gigantesca partita di giro essenzialmente a vantaggio di Roma e del Nord. «La vera difficoltà risiede nella vendita del patrimonio immobiliare», ammette Tremonti, facendo capire che potrebbero essere anche altri interventi, in futuro, a «semplificare» la materia. «La riforma che si sta compiendo assume di fatto una valenza di carattere costituzionale e quindi ha un elevato valore simbolico», conclude il ministro. Eclissati e completamente innocui i «finiani». Immortale un titolo del Secolo che parlava di questo provvedimento come una puntata di «Scherzi a parte». Evidentemente ridere piace a tutti.

VERDI IN RIVOLTA

Bonelli: «Così il decreto consegna l'Italia agli affaristi»

di Iaia Vantaggiato

«La più grande speculazione immobiliare ed edilizia nella storia della Repubblica italiana». Così il presidente dei Verdi Angelo Bonelli definisce l'approvazione del decreto sul federalismo fiscale. «Molti sono soddisfatti - dice - noi invece siamo disgustati anche per il modo bipartisan con cui si è deciso di vendere l'Italia».

Lei protesta ma intanto il decreto è passato grazie al voto di Di Pietro e all'astensione del Pd.

Se non ci fosse Berlusconi, Di Pietro potrebbe stare benissimo dentro un governo di destra. Del resto fu proprio Di Pietro, quand'era ministro per le infrastrutture, a impedire la chiusura della società per il ponte sullo stretto ed è sempre grazie a lui che prima o poi, con la realizzazione del corridoio tirrenico-maremmano, ci ritroveremo con la Maremma tagliata in due da un'autostrada.

Almeno Di Pietro ha votato.

Se allude all'astensione del Pd, molti se ne sono già pentiti nel senso che avrebbero volentieri votato a favore. All'interno di questo governo non esiste nessuna opposizione di centrosinistra. A questo punto la distanza tra noi e loro prima ancora che politica è culturale.

Ma di questo decreto non salviamo proprio nulla?

Con questo provvedimento lo stato trasferisce, con qualche eccezione, tutti i beni demaniali agli enti pubblici e sin qui niente di male.

Quand'è allora che nascono i problemi?

Quando con l'alienazione dei beni, cioè con la loro vendita, se ne consente anche una contestuale variante urbanistica. Con questo meccanismo tutte le superficie agricole e non sinora appartenute allo stato potranno diventare terreno edificabile.

Il Parlamento non può intervenire, magari con qualche paletto?

I decreti legislativi non sono emendabili dal Parlamento che può solo esprimere «pareri» non vincolanti. E tra l'altro nel parere già espresso non c'è nessun paletto.

Ma una parte dell'articolo 58 era stata dichiarata incostituzionale.

Sì, ma solo sino a dove si dice che l'inserimento degli immobili nel piano di alienazione ne determina la conseguente classificazione come patrimonio disponibile e ne dispone la destinazione urbanistica.

Vale a dire?

Che una volta che hai comprato un pacchetto di immobili dallo stato ne puoi fare quello che vuoi. Del resto se ci fossero i paletti verrebbe meno la possibilità di valorizzare il bene e dunque il fine dell'intera operazione.

Lei parla di valorizzazione economica ma se l'ente locale decidesse, chessò, di trasformare una caserma militare in una scuola sarebbe una cosa buona, no?

Il problema non sono le caserme ma, per esempio, i terreni agricoli. Non crederà mica che a comprarli saranno i coltivatori? Su quei terreni si tufferà solo chi è intenzionato a realizzare operazioni edilizie con ricadute urbanistiche e ambientali enormi.

L'Italia nelle mani di costruttori e immobiliaristi, come lei dice.

E di speculatori. Pensi al demanio idrico di cui è stata mantenuta l'indisponibilità a eccezione delle sorgenti minerali e termali.

Che c'entarno le sorgenti con gli speculatori?

Le sorgenti si chiamano «Fiuggi», «Rocchetta» e qualsiasi altra marca le venga in mente. Allo stato rendono pochissimo ma dietro c'è un giro d'affari miliardario. A chi andranno?

Le spiagge almeno ce le hanno lasciate.

Sì, ma con la possibilità di realizzare canoni di concessione di 99 anni. Il che equivale a venderle.

Postilla

Pauroso il segnale politico e culturale che emerge da questa vicenda. Dagli articoli che riportiamo registriamo tre punti: (1) il larghissimo consenso all’obiettivo della priorità della “valorizzazione economica” su qualunque altro obiettivo; (2) l’accettazione comune della liceità, per raggiungere questo obiettivo, di alienare beni pubblici, di spezzettare beni strutturalmente unitari e addirittura di modificare le destinazioni urbanistiche derogando alla pianificazione; (3) la reiterata ammissione che il “federalismo all’italiana” di per sé è un buon obiettivo politico, del quale è importante solo concordare i modi.

Sui primi due punti convergono – sia pure con sfumature diverse – sia Di Pietro (il quale non sembra avere altri meriti politici se non la sua giusta intransigenza nei confronti di Berlusconi e del conflitto d’interessi) sia i Democratici. Sul terzo il consenso sembra ancora più vasto. Al punto che perfino Valentino Parlato, nell’articolo che pubblichiamo più sopra, aaccetta come ultima spiaggia – per evitare lo “spezzatino” – la rottura dell’Italia nelle macroregioni che Giorgio Ruffolo aveva proposto.

A nessuno (o a troppi pochi) viene in mente che il “federalismo”, predicato e praticato per dividere ciò che è unito, è una contraddizione in termini, e che la rottura dello stato unitario è una negazione della storia, dal Risorgimento alla resistenza e alla Costituzione, giustificata solo in alcuni dal rapace egoismo dei più ricchi e dei più ciechi rispetto al futuro, in altri dalla rassegnazione all’impossibilità di migliorare lo stato quale oggi doroteismo, craxismo e berlusconismo lo hanno ridotto.

Una volta il padrone che voleva liberarsi di te scriveva nero su bianco e spediva per raccomandata: «Gentile collaboratore, le comunichiamo che non intendiamo avvalerci ulteriormente della Sua prestazione». Troppo freddo, burocratico, e poi «verba volant, scripta manent». Tutto dev'essere più agile, rapido, confidenziale e, soprattutto, inutilizzabile ai fini di eventuali rivalse. Così il governo del fare e dell'amore che ha a cuore l'interesse generale - cioè quello del più forte - ha deciso di risparmiare carta e francobollo semplificando le procedure: per comunicare a un lavoratore con contratto a termine che deve tornarsene a casa basterà una parola, pronunciata magari nello spogliatoio o alla macchinetta del caffè: «licenziato». Parola che si può anche declinare secondo l'idioma del territorio con un «fora d'le bale», o «jatevenne». Mentre il giuslavorista Ichino precisa che il «licenziamento orale» previsto nell'emendamento del governo vale non tanto per i contratti a termine quanto per quelli a tempo indeterminato, l'immarcescibile ministro Sacconi giura che il suo scopo è di favorire i lavoratori. I quali ringraziano, naturalmente a voce. Anche il presidente Napolitano ringrazia, forse solo oralmente, governo e maggioranza per aver ignorato i suoi richiami contro l'imposizione dell'arbitro al posto del giudice nelle vertenze del lavoro.

Invece. Per essere messo al lavoro per una settimana o un mese, un operaio o un centralinista in lista d'attesa con un contratto «job on call» (lavoro a chiamata), può già oggi essere convocato via sms o e-mail: in questo caso della parola del padrone deve restare traccia, per consentire al nuovo caporale di depennare definitivamente dalla lista il «soggetto» convocato, qualora non prenda servizio entro 48 ore.

Parole come «licenziato» che fanno testo e parole proibite, inaccessibili come quelle pronunciate al telefono da un imprenditore per corrompere un politico, o quelle di un politico per elencare le condizioni, le percentuali, le prestazioni dovute dall'imprenditore in cerca d'appalto pubblico. Così come proibite saranno le parole del mafioso al politico o all'imprenditore, e viceversa. Vietato indagare, registrare, raccontare. La verità è sempre relativa. E' il trionfo della privacy, la fine dello stato di polizia. Basta con le intercettazioni telefoniche, le inchieste giudiziarie compromettenti per il potere e le inchieste giornalistiche irrispettose verso i potenti. Che siano a Montecitorio come a Palazzo Chigi, in Confindustria come in Cosa Nostra. In piazza si possono mettere solo le pubbliche virtù, non i vizi privati, né quelli pubblici.

Dunque da oggi chi sbaglia paga? Prendiamo in parola il presidente del Consiglio e la sua voglia improvvisa di legalità, nata dal vortice dello scandalo Scajola, dalle paure del caso Bertolaso, dal "sistema" di scambio tra appalti di Stato e favori privati che si allarga ogni giorno di più sotto le poltrone traballanti del suo governo. C´è una strada maestra per fare sul serio dimostrando che il governo intende stroncare questo andazzo e attaccare frontalmente il malaffare: il premier si rivolga al Parlamento e blocchi la vergogna della legge sulle intercettazioni telefoniche, in nome della libertà d´indagine, della libertà di stampa e del diritto dei cittadini di essere informati, fondamento di ogni democrazia.

È altrettanto vergognoso, e incomprensibile, che non ci sia una mobilitazione generale di tutto il mondo dell´informazione, dalla stampa alla radio-televisione a Internet. Qui non è una questione di destra o sinistra, ma un problema di diritti fondamentali, del loro esercizio, del dovere di informare e del diritto di conoscere e sapere. È un tema di libertà, nel quale si mette in gioco quel soggetto fondamentale delle democrazie occidentali che è la pubblica opinione: ciò che distingue un regime da un sistema aperto, con un libero mercato del consenso basato sulla trasparenza e sull´accesso alla conoscenza e all´informazione.

Diciamo subito che le intercettazioni sono una parte del problema: ma diventano la formula-richiamo per far intendere ai cittadini che il governo si preoccupa soltanto di tutelare la loro privacy. Chi vuole infatti essere ascoltato nelle sue private conversazioni? Non è forse giusto garantire la libertà di tutti, evitando abusi ed eccessi? Ma gli abusi e gli eccessi sono un falso di Stato. Due anni fa il Guardasigilli ha detto che «una grandissima parte del Paese è intercettata e il numero delle intercettazioni è assolutamente ingiustificato in base al numero degli abitanti e all´ordinamento giuridico». Bene. In realtà i telefoni intercettati in Italia nel 2009 sono 120 mila, che tenendo conto del giro vorticoso di schede e utenze usate dai criminali e delle proroghe corrispondono a meno di 80 mila cittadini, vale a dire lo 0,2 per cento della popolazione. Ecco il falso: aggravato dalla circostanza che il numero dei "bersagli" (come si dice in termine tecnico) intercettati è sceso di 5 mila unità nel 2009 rispetto all´anno precedente, che il costo per lo Stato è fortemente diminuito e che l´80 per cento degli ascolti, addirittura, riguarda reati di criminalità organizzata.

Dunque, che cosa deve temere il cittadino? L´unico interesse generale da tutelare è la garanzia che non venga violata - come talvolta è accaduto, per colpa della pubblicazione affrettata degli atti sui nostri giornali - la riservatezza di persone che non hanno nulla a che vedere con le indagini, quando le loro conversazioni non sono rilevanti per l´inchiesta. Ma per rimediare a questo problema, abbiamo avanzato da tempo una proposta: un´udienza stralcio davanti ad un giudice terzo in cui le parti, e la magistratura ovviamente tra queste, si assumano una precisa responsabilità, stabilendo che cosa è rilevante ai fini processuali e che cosa è insignificante. Ciò che non ha peso per l´accertamento giudiziario deve essere distrutto o secretato, e certamente a questo punto devono scattare sanzioni durissime per chi lo diffonde o lo divulga su un giornale. Mentre ciò che ha un rilievo per l´inchiesta può essere divulgato perché è giusto che l´opinione pubblica conosca i meccanismi attraverso cui si realizza non solo la fattispecie di un reato, ma talvolta un vero e proprio sistema criminale di rilevanza sociale.

Il problema può dunque essere risolto facilmente, in fretta e alla radice. Ma qui, invece, l´obiettivo è quello di tutelare i potenti dal rischio di essere intercettati dal magistrato che cerca prove per un reato e dal pericolo di vedere quelle conversazioni-prova pubblicate dai giornali. E in particolare si punta a tutelare quella particolare categoria di potenti - gli uomini politici - che deve sottoporsi al giudizio della pubblica opinione, e dunque teme l´"accountability", il dover rendere conto del proprio operato, la trasparenza delle sue azioni. Ovviamente, una larga parte del mondo politico condivide il principio della responsabilità e del rendiconto. Ma il governo, con ogni evidenza, vuole evitarlo. Ecco dunque la ricerca di norme congiunte che da un lato rendano più difficili, più limitate, più ristrette le intercettazioni e dall´altro renda addirittura impossibile ai giornali pubblicare non solo i verbali delle conversazioni legittimamente registrate, ma le notizie stesse delle inchieste giudiziarie.

Con questo sistema si crea dunque un doppio "vuoto", uno nell´area delle indagini penali e l´altro nell´informazione che i cittadini hanno il diritto di ricevere su queste indagini. I criminali verranno aiutati: la pubblica opinione verrà invece sottoposta ad un regime di tutela, con il divieto di conoscere e di sapere ciò che avviene nel mondo della giustizia, negli ambienti del crimine, in quella zona critica dove i suoi stessi rappresentanti politici vengono talvolta colpiti da un´iniziativa giudiziaria.

Poiché siamo davanti ad un terremoto politico e di potere, ben più che penale, dentro il mondo impaurito del governo e del sottogoverno, è molto difficile non pensare che la sordità parlamentare e la fretta della destra berlusconiana per far approvare la legge siano una vera e propria operazione di salvaguardia in corso d´opera. Il ministro Scajola è un testimone esemplare di questo riflesso politico di difesa e d´attacco: le intercettazioni sul G8 infatti hanno messo in movimento il piano inclinato che ha fatto ruzzolare il ministro davanti all´opinione pubblica, non alla magistratura. Dunque, se con una mano il governo paralizza le intercettazioni o le limita drasticamente, e con l´altra impedisce semplicemente che i giornali informino i cittadini, un caso Scajola non si verificherà mai più. Il Parlamento voterà obbediente, i telegiornali magnificheranno la difesa della privacy, qualche giornale strepiterà e gli altri volteranno pagina: incombe o no il campionato del mondo di calcio? Che c´è di meglio, direbbe il saggio Confalonieri, per distrarsi un po´?

E invece siamo davanti ad un vero e proprio test per il circuito di funzionamento della nostra democrazia. Sul piano delle indagini, con l´irragionevole limite prefissato alla durata delle intercettazioni, con l´impossibilità di usare gli ascolti per fare altre registrazioni, se emerge dai nastri l´ipotesi di un diverso reato, gli effetti sono evidenti: non ci sarebbe stata l´inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, sarebbe già saltata l´inchiesta sul G8 e la Protezione Civile, si sarebbe bloccata l´indagine di Trani su Rai e Agcom con le pressioni del presidente del Consiglio per bloccare Santoro e la Dandini, sarebbero saltate le prove che a marzo hanno consentito l´arresto a Milano di sette persone sospettate di traffico d´armi con l´Iran, sarebbe diventato molto più difficile documentare la tangente da 10 mila euro per il consigliere comunale milanese Milko Pennisi del Pdl.

L´operazione è completata con il bavaglio alla stampa. Nessuna notizia potrà infatti essere pubblicata d´ora in poi su qualsiasi atto, nominativo, verbale che abbia a che fare con un´inchiesta in corso. L´obbligo al silenzio per i giornali dura fino alla chiusura delle indagini preliminari, cioè per un periodo di tempo che nella media va in Italia dai quattro ai sei anni e che in qualche caso patologico arriva fino ai dieci. L´opinione pubblica sarà dunque all´oscuro dei grandi reati e delle grandi inchieste per anni e anni, in forza di un divieto tombale di Stato, che blocca l´informazione. Le sanzioni sono pesantissime: carcere fino a due mesi, ammende da 2 a 10 mila euro per "pubblicazione arbitraria", galera fino a sei anni per la "talpa". In più, con una sanzione fino a 465 mila euro a notizia nei confronti delle aziende editoriali (che il Guardasigilli chiama l´"ente") si obbligano gli editori ad adottare specifici "codici di condotta" a loro salvaguardia: ciò comporta che l´editore abbia un suo interesse autonomo, collegato ma distinto da quello del giornalista, a far sì che non si pubblichino determinate notizie. Si spinge cioè l´editore a intervenire nei contenuti di un giornale, cosa che in un sistema sano non avviene, pur avendo l´editore la piena potestà sulla parte che lo compete, fino a decidere la sostituzione del direttore. Infine, la pressione del governo sull´Ordine dei giornalisti, perché il disegno di legge impone al pubblico ministero di informare "immediatamente" l´Ordine su chi ha violato il decreto di pubblicazione, e in più prevede la sospensione dall´esercizio della professione fino a tre mesi.

Il quadro è chiaro. Con il risultato che gli indagati potranno fare dichiarazioni sulle inchieste a cui sono sottoposti e i giornalisti non potranno replicare, non conoscendo gli atti. E con il rischio che nel divieto di trasparenza e nel silenzio di Stato si gonfi fuori da ogni responsabilità istituzionale una bolla di voci sulle indagini, di allusioni e di sospetti che potranno essere usati a piacimento e fuori da ogni controllo di legittimità: anche come arma politica, e soprattutto da chi controlla i mezzi d´informazione e ha già dimostrato ampiamente e con successo di saper killerare con false notizie i suoi critici.

Entreremo dunque in una fase di ricatti sospesi, di calunnie e di allusioni. Con giornali dimezzati, magistrati limitati, cittadini disinformati. Insieme con le leggi ad personam e il conflitto d´interessi questa censura di Stato è il terzo elemento che trasforma l´anomalia berlusconiana in un regime. L´opposizione non sembra consapevole del pericolo, il mondo dell´informazione nemmeno, dunque il governo va avanti. Ma ci sono battaglie che devono essere combattute indipendentemente dai rapporti di forza: lo faremo.

Lettera aperta al sindaco di Milano, Letizia Moratti. Che qualche giorno fa ha proposto un'equazione tra immigrati clandestini e criminalità. Parole che non sembrano suffragate da analisi e studi approfonditi. Perché i dati di una ricerca della Fondazione Rodolfo Debenedetti su otto comuni del Nord Italia e il primo censimento dei senzatetto a Milano offrono una lettura ben diversa della situazione. A partire dal fatto che quasi tutti gli immigrati passano per una condizione di irregolarità prima di ottenere il permesso di soggiorno.

Caro Sindaco,

è di qualche giorno fa la sua equazione tra immigrati clandestini e criminalità: “ il clandestino che non ha un lavoro regolare normalmente delinque” ha dichiarato e reiterato successivamente. Ci risulta difficile pensare a un clandestino con un lavoro regolare. Ci sta quindi dicendo che tutti i clandestini sono delinquenti? E sulla base di quali dati giunge a una tale inquietante conclusione?

Le poniamo queste domande perché i dati di cui disponiamo ci portano a conclusioni molto diverse dalle sue. E crediamo che il dovere del primo cittadino sia quello di documentarsi prima di alimentare pregiudizi diffusi.

Tra ottobre e novembre 2009, laFondazione Rodolfo Debenedettiha condotto un’indagine sugli immigrati in otto comuni del Nord Italia, tra cui Milano. L’innovativo metodo di campionamento (per blocchi di abitazioni anziché in luoghi frequentati da alcuni immigrati) rende la ricerca l’unica in Italia a essere rappresentativa degli immigrati irregolari. Tutti i comuni interessati hanno dato il patrocinio (gratuito) all’indagine, tranne il comune di Milano, che oltretutto è quello in cui sono state raccolte il maggior numero di interviste. Né lei né l’assessore alle Politiche sociali ci avete ricevuto quando abbiamo chiesto un incontro per illustrarvi l’indagine e per chiedervi di renderne edotta la cittadinanza.

I RISULTATI DELLE NOSTRE RICERCHE

Ecco alcuni dei principali risultati che abbiamo conseguito e che saremmo lieti di esporle in maggiore dettaglio se ce ne concederà la possibilità.

Primo, non ci sono differenze significative fra immigrati regolari e irregolari nella percentuale di chi dichiara di avere avuto problemi con la giustiziain Italia.

Secondo, sappiamo da altre fonti (Istat) che la probabilità di essere denunciati è più alta per gli immigrati irregolari che per quelli regolari, ma comunque è ben inferiore al 100 per cento da lei ipotizzato. Rapportando i numeri dell’Istat alla popolazione totale degli immigrati irregolari, si può stimare che circa il 18% degli irregolari è stato oggetto di una denuncia nel 2005. Almeno un quarto delle denunce riguarda, però, reati legati all’immigrazione clandestina in quanto tale e non crediamo che il senso delle sue parole fosse “è irregolare chi è irregolare”.

Terzo, l’irregolarità è una condizione da cui quasi tutti gli immigrati sono passati. Il 60% degli immigrati attualmente regolari da noi intervistati ha vissuto un periodo non breve di irregolarità. Sono arrivati senza permesso di soggiorno e hanno dovuto attendere diversi anni prima di essere regolarizzati. I tempi di attesa medi per il rinnovo o la concessione del permesso di soggiorno sono infatti di 3 anni. Non abbiamo ragione di ritenere che in questo lasso di tempo gli immigrati diventino tutti delinquenti.

Quarto, durante il periodo in cui non si ha un regolare permesso di soggiorno si incontrano maggiori difficoltà nel trovare lavoro perché non si può passare per i canali di assunzione legali: a Milano solo il 55% degli immigrati irregolari lavora e il 31% sostiene di essere in cerca di un lavoro. Anche chi trova lavoro, ha per lo più impieghi saltuari e a condizioni peggiori, forse perché sotto il ricatto del proprio datore di lavoro (salari dal 20 al 30 per cento più bassi a parità di altre condizioni, turni di notte, meno ore totali ma concentrate nei week end, etc.). Circa il 40 per cento degli irregolari sono impiegati nell’edilizia dove vengono spesso disattese norme elementari di sicurezza sul lavoro. In quest’ultimo caso, il reato è commesso dal datore di lavoro, non certo dall’immigrato.

Quinto, gli immigrati irregolari sono fortemente ghettizzati nel tessuto urbano. In via Padova il 25% degli immigrati intervistati è irregolare. L’indice di segregazione abitativa (un indice delle differenze nella distribuzione degli immigrati rispetto alla popolazione autoctona) per gli immigrati irregolari a Milano è il più alto tra i comuni considerati. Il primo censimento dei senzatetto a Milano condotto nel 2008 (1) anche in questo caso senza ricevere il patrocinio del Comune, ha messo in luce che il 68% dei senza fissa dimora a Milano è straniero (in totale 619 persone) e, di questi, il 13% non ha un permesso di soggiorno. Molte sono badanti che hanno perso il lavoro e la casa al tempo stesso. Sono persone che in gran parte potrebbero essere reinserite nel tessuto sociale.

Lasciamo comunque a Lei l’interpretazione di questi dati e soprattutto il loro utilizzo nella definizione di politiche più appropriate per gestire il fenomeno dell’immigrazione nella nostra città. Le suggeriamo di parlarne anche coi Suoi colleghi sindaci e con i ministri competenti perché il problema dell’immigrazione non può essere affrontato da un solo Comune. In questi colloqui per favore faccia precedere l’analisi dei dati, gli studi di fattibilità, alle parole. Ad esempio, faccia presente al Ministro Gelmini che la sua proposta di limitare le presenze di immigrati in ogni quartiere al 30 per cento, come nelle scuole, comporterebbe deportazioni in massa degli immigrati. Dal solo quartiere di via Padova bisognerebbe spostare più di mille immigrati trovando loro un alloggio in quartieri con bassa densità di immigrati.

I dati che le abbiamo voluto ricordare testimoniano il fatto che ci stiamo muovendo su di un terreno minato, trattandosi di fasce di popolazione che vivono in condizioni di marginalità e che, in assenza di alternative, possono finire nelle braccia delle organizzazioni criminali. Non crediamo che sia interesse di nessuno, neanche di chi vuole cavalcare sentimenti diffusi per raccogliere qualche consenso in più, gettare benzina sul fuoco.

Cordialmente

Tito Boeri, direttore scientifico fondazione Rodolfo Debenedetti

Marta De Philippis, responsabile dell’indagine sull’immigrazione irregolare nelle otto città italiane



L’indagine è stata condottada Michela Braga e Lucia Corno, due ricercatrici dell’Università Bocconi, con il sostegno della fondazione Rodolfo Debenedetti.

I lettori ricorderanno che il governo Berlusconi aveva emanato due documenti, entrambi denominati “piano casa”. Il primo (cui si riferiscono la sentenza della Corte costituzionale e l’articolo di Lungarella che la commenta) era sostanzialmente la ripresentazione di un provvedimento già varato dal governo Prodi e poi bloccato, che prevedeva qualche modesto intervento di edilizia abitativa pubblica. Il secondo, che non è mai diventato atto normativo statale, è quello che ha sollecitato più attenzione, ed era volto a premiare i proprietari immobiliari piccoli e grandi sollecitandoli ad ampliare gli edifici esistenti in deroga ai piani e ai vincoli. Questo secondo provvedimento è diventato efficace solo attraverso le leggi che i “governatori” regionali, minchioni alcuni complici altri, si sono affrettati a predisporre.

Ora la Corte costituzionale ci rivela che anche il primo provvedimento nascondeva il tentativo di adoperare la parola “sociale” per affidare ai privati le competenze, rigorosamente pubbliche, di provvedere a rendere accessibile l’alloggio a chi non può rivolgersi al mercato. Lo emenda con argomentazioni che hanno una portata più ampia del tentativo di furto sventato (e.s.)

Accolte dalla Corte costituzionale alcune delle eccezioni di legittimità costituzionale mosse dalle regioni al cosiddetto piano casa promosso dal governo con la legge 133/2008 (di conversione del D. L. 112/2008). Le regioni avevano eccepito sulla costituzionalità dell’articolo 13 della legge (relativo all’alienazione degli alloggi di proprietà pubblica) e di tutti i commi dell’articolo 11 (piano casa), ad eccezione dei commi 7, 10 e 13 (quest’ultimo limita la possibilità per gli immigrati di accedere al fondo per l’erogazione di contributi per il pagamento dei canoni).

Con la sentenza n. 121 del 26 marzo 2010, il giudizio della corte favorevole, totalmente o parzialmente, alle regioni ha riguardato tre tematiche: a) il contenuto del piano; b) le sue modalità di attuazione; c) il destino del patrimonio di alloggi pubblici. Ognuna di esse ha grande importanza. Ma la prima, per quanto si vedrà, è quella sulla quale gli effetti della pronuncia possono essere più dirompenti.

Un “anche” che vale un piano

La corte ha ritenuto parzialmente fondata la questione di legittimità posta dalle regioni relativamente al comma 3 dell’articolo 11, che elenca gli interventi attraverso cui può essere attuato il piano nazionale di edilizia abitativa. Le regioni contestavano la legittimità costituzionale della norma ritenendo che con essa lo stato non si limita a fissare obiettivi e indirizzi di carattere generale ma dettaglia la tipologia degli interventi e definisce le procedure di attuazione dei programmi regionali. I giudici l’hanno pensata differentemente e, senza mettere in discussione la lista degli strumenti e delle modalità tecniche per l’attuazione del piano, hanno appuntano la loro attenzione solo su un anche contenuto nella descrizione dell’intervento catalogato alla lettera e): “realizzazione di programmi integrati di promozione di edilizia residenziale anche sociale”.

La contestazione delle regioni che la corte ritiene legittimamente fondata sembra riguardare un aspetto marginale della questione. Ma, ad una più attenta riflessione, ciò che viene posto in discussione non è l’esclusione dal piano dei programmi integrati non finalizzati esclusivamente all’edilizia sociale, bensì la finalità stessa del piano casa, riconducendo la sua ragione d’essere esclusivamente alla promozione di interventi edilizi per le fasce deboli della popolazione; il che implica ribaltare totalmente l’obiettivo del piano.

Un piano di edilizia abitativa senza aggettivi

Le iniziative che è possibile promuovere attuando le norme dell’articolo 11 della legge 133/2008 hanno, come finalità principale, il sostegno all’economia in una fase negativa del ciclo congiunturale, stimolando la domanda delle attività edilizie tramite “un piano nazionale di edilizia abitativa” (comma 1) “rivolto all'incremento del patrimonio immobiliare ad uso abitativo attraverso l'offerta di abitazioni di edilizia residenziale” (comma 2). Ciò che il piano si propone di promuovere è la costruzione di abitazioni con una netta preponderanza di quelle da offrire a prezzi di mercato. Che questa sia la finalità del piano è il lessico stesso a rilevarlo, o meglio le carenze lessicali che in esso si riscontrano. In tutto il testo dell’articolo l’espressione edilizia residenziale sociale o alloggio sociale ricorre solo tre volte. Per due volte essa è evocata in forma neutra con il richiamo ad un decreto interministeriale di definizione di quell’espressione. La sola volta in cui il richiamo è di “sostanza”, è proprio quella della lettera e) del terzo comma, dove l’inserimento della parola anche tra edilizia e sociale, diventa un inciso quasi posto ad evidenziare che la realizzazione di interventi costruttivi finalizzati ad incrementare l’offerta di alloggi a condizioni meno onerose di quelle di mercato costituisce un’eccezione in un contesto generale il cui obiettivo è la produzione di abitazioni i cui canoni e prezzi di vendita sono definiti esclusivamente dall’incontro della domanda e dell’offerta.

Un sociale che diventa norma

La sentenza della corte trasforma in norma quella che doveva essere l’eccezione, con l’escamotage di dare per acquisito ciò che non lo era affatto, e cioè che il piano per l’edilizia abitativa fosse esclusivamente un piano di edilizia residenziale sociale in tutti suoi strumenti e iniziative e non poteva essere parzialmente sociale con riferimento ai soli programmi integrati.

Le motivazioni con cui i giudici considerano fondata l’eccezione di legittimità costituzionale relativa alla particolare norma in questione dà, infatti, per acquisito che tutte le altre norme dell’articolo 11 sono “orientate alla finalità generale dell’incremento dell’offerta abitativa per i ceti economicamente deboli” e che la formulazione del comma 3 lettera e) “deve ritenersi costituzionalmente illegittima, in quanto consente l’introduzione di finalità diverse da quelle che presiedono all’intera normativa avente ad oggetto il piano nazionale di edilizia residenziale pubblica”. Se si deborda dal settore dell’edilizia residenziale pubblica, argomentano i giudici, il piano nazionale perde il suo carattere sociale. Ma la corte esclude “che la potestà legislativa dello stato possa essere utilizzata per altre finalità, non precisate e non preventivamente inquadrabili nel riparto di competenze tra Stato e Regioni”. Se il piano non dovesse essere esclusivamente indirizzato all’edilizia sociale, ma comprendesse anche interventi di edilizia abitativa di mercato, si introdurrebbe un “corpo estraneo in un complesso normativo statale, il quale trae la sua legittimità dal fine unitario dell’incremento del patrimonio di edilizia residenziale pubblica”. La previsione che con i programmi integrati possano essere realizzati interventi di edilizia residenziale non aventi carattere sociale è in contraddizione “ con le premesse che legittimano l’intera costruzione. Infatti, la potestà legislativa, che lo Stato esercita per assicurare il quadro generale dell’edilizia abitativa, potrebbe essere indirizzata in favore di soggetti non aventi i requisiti ritenuti dalla stessa legge essenziali per beneficiare degli interventi. L’eventuale diversa destinazione dei programmi dovrebbe essere valutata in un contesto differente, allo scopo di valutare a quale titolo lo stato detti tale norma”.

L’edilizia sociale costa soldi pubblici

La dichiarazione di illegittimità costituzionale di quell’“inserimento extrasistematico […], in un complesso di norme, tutte orientate alla finalità generale dell’incremento dell’offerta abitativa per i ceti economicamente deboli”, della congiunzione anche tra residenziale e sociale nella lettera e) del terzo comma dell’articolo 11, rende di immediata evidenza la labilità dell’impronta sociale dell’intera architettura del piano casa e la conseguente accentuazione dell’esiguità delle risorse di finanza pubblica che si riteneva di destinarvi. La cifra a cavallo dei 700 milioni di euro con la quale è stato finanziato finora il piano casa, e che non pare possa crescere, almeno nel periodo breve-medio (si può ipotizzare fino alla fine della legislatura), avrebbe prodotto un effetto limitato anche nell’ipotesi in cui la realizzazione di alloggi di edilizia residenziale sociale fosse stato un obiettivo parziale e secondario. L’ipotesi di impiegare risorse statali tanto limitate se poteva trovare una qualche motivazione per un piano di edilizia abitativa a prevalenza di mercato, perde ogni plausibilità se il piano, come afferma la corte, deve avere l’esclusivo obiettivo di incrementare l’offerta di edilizia residenziale sociale.

Senza intesa niente accordi

La corte ha ritenuto parzialmente censurabile di illegittimità costituzionale anche il comma 4. Questa norma prevede che il piano casa venga attuato attraverso accordi di programma promossi dal ministero delle infrastrutture e dei trasporti e approvati con decreto del presidente del consiglio dei ministri previa delibera del Cipe e d’intesa con la conferenza unificata. Gli accordi di programma hanno il compito di massimizzare l’efficacia delle iniziative che vengono intraprese rendendole consone alla dimensione del fabbisogno abitativo da soddisfare nei diversi contesti. Il loro contenuto è pertanto fondamentale e non può che essere definito a livello regionale, là dove si può avere una buona conoscenza delle caratteristiche della domanda economicamente debole di servizi abitativi. Se non ché la norma in questione consentirebbe al presidente del consiglio di approvare comunque gli accordi di programma qualora, su di essi, non si raggiungesse l’intesa entro 90 giorni dalla loro presentazione. I giudici hanno ritenuto costituzionalmente non legittima l’attribuzione, con questa norma, di un ruolo di predominio dello stato sugli altri soggetti che devono concorrere all’accordo di programma. L’approvazione unilaterale dell’accordo di programma renderebbe inutile l’intesa che la stessa norma prevede, violando il principio della leale collaborazione tra lo stato e le regioni.

La velocità non deve soffocare le competenze

La violazione di questo principio è anche alla base della decisione di ritenere fondata la questione di legittimità costituzionale relativa al contenuto del comma 9. Questa norma prevede che il piano possa essere attuato con le procedure previste per la realizzazione dei lavori relativi alla infrastrutture strategiche e gli insediamenti produttivi disegnate dal codice degli appalti. Le procedure di approvazione di tali lavori rendono, di fatto, marginale il ruolo delle regioni ed espropriano i comuni delle loro competenze in materia di pianificazione urbanistica.

Il ricorso a tali procedure è giustificato dalla volontà di rendere più celeri i tempi di realizzazione delle opere. Il rispetto di questa esigenza deve, però, salvaguardare gli ambiti di competenza dei diversi livelli istituzionali coinvolti. Il contrasto tra questi due propositi risulta evidente, suggerisce la corte, quando l’estensione agli interventi di edilizia abitativa delle procedure di accelerazione ipotizzate per le infrastrutture strategiche vengono poste, come fa il comma 9, in alternativa al ricorso agli accordi di programma quale strumento tipico per l’attuazione del piano casa, come esplicitamente previsto dal comma 4 dell’articolo 11.

Dichiarando l’illegittimità costituzionale del comma 9, la corte ha ritenuto, perciò, di dovere affermare la prevalenza della tutela delle competenze delle regioni in materia di edilizia residenziale pubblica sulle pure ragionevoli esigenze di speditezza nelle procedure di approvazione e realizzazione delle iniziative.

Le case le vendono i padroni

La corte costituzionale con la sentenza sul piano casa ha riaffermato l’esclusiva competenza delle regioni in fatto di alloggi pubblici. I primi tre commi dell’articolo 13 della legge 133/2008 regolamentano gli interventi per la “valorizzazione del patrimonio residenziale pubblico”, un modo eufemistico per dire piani di alienazione. I giudici hanno ritenuto fondati i rilievi di costituzionalità formulati dalle regioni sul secondo e sul terzo comma. Il primo si è salvato dalla censura della corte perché ritenuto sostanzialmente innocuo, limitandosi esso a prevedere la conclusione, in sede di conferenza unificata, di accordi tra i ministeri delle infrastrutture e dei trasporti e per i rapporti con le regioni, da un lato, e regioni e enti locali dall’altro, per semplificare le procedure di vendita. Non è necessario bocciare la norma, afferma in sostanza la corte, perché mentre già con precedenti sentenze si era sancito “che la gestione del patrimonio immobiliare degli Iacp rientra nella competenza residuale delle regioni, [si] deve rilevare come la norma censurata nel presente giudizio non attribuisca allo stato alcuna possibilità di ingerenza in tale gestione”. Il tentativo fatto dalla stato, con la legge finanziaria per il 2006, di imporre la vendita degli alloggi pubblici, fu tacciato di incostituzionalità.

Se lo stato non può imporre alle regioni la sottoscrizione degli accordi per la vendita degli alloggi, la corte non poteva non ritenere fondata la questione di legittimità posta relativamente alla norma (comma 2) che pretendeva di dettare i contenuti degli accordi stessi. Stabilire in partenza che gli accordi devono determinare il prezzo di vendita degli alloggi in proporzione al canone di locazione, riconoscere il diritto di opzione all'acquisto all'assegnatario, destinare i ricavi delle alienazioni a interventi per alleviare il disagio abitativo, costituisce un’ingerenza dello stato che limita la discrezionalità di scelta delle regioni e pone un ostacolo alla loro piena autonomia in una materia sulla quale la corte si è più volte espressa.

Per la stessa esigenza di evitare, con l’attribuzione di una facoltà che esse già detengono, “un’intromissione dello stato in una materia che non gli appartiene”, la corte ha bocciato anche il comma 3 dell’articolo 13, il quale attribuisce alle amministrazioni regionali e locali la facoltà di stipulare convenzioni con società di settore per lo svolgimento delle attività strumentali alla vendita dei singoli beni immobili. Inoltre non è consentito allo stato di attribuire agli enti locali la possibilità di stipulare tali convenzioni, i cui contenuti potrebbero essere in conflitto con le normative emanate dalle regioni, alle quali solo compete di regolamentare la materia della gestione degli alloggi pubblici.

CAGLIARI. Berlusconi l’aveva detto: il piano casa darà alle famiglie la possibilità di realizzare una cameretta in più per i bambini. Difficile pensare che il premier possa sentirsi stretto nelle sei ville galluresi in cui trascorre vacanze dorate con amici e stuoli di fanciulle.

Eppure è certo che una dalle sue società, la Idra Immobiliare spa, ha chiesto alla commissione paesaggistica regionale il pronunciamento di compatibilità per un progetto di ampliamento che riguarda la Certosa, prima residenza estiva del premier, teatro di festini e ricevimenti popolati di leader politici e veline: si tratta di un numero imprecisato di bungalow, strutture probabilmente abitabili piuttosto lontane dal corpo centrale della villa, che forse il capo del governo intende destinare agli ospiti. La richiesta è legata al primo piano casa, a quell’insieme di norme un po’ confuse varate dalla giunta Cappellacci all’alba della legislatura secondo le indicazioni del governo nazionale. Il piano paesaggistico regionale elaborato dall’amministrazione Soru impedirebbe qualsiasi aumento di volumetria nella sterminata area che circonda la residenza, ma grazie al piano casa regionale - ispirato dallo stesso Berlusconi - la Idra Immobiliare non dovrebbe avere alcuna difficoltà ad ottenere il nullaosta della commissione, malgrado alcuni componenti dell’organismo di valutazione abbiano manifestato perplessità: il terreno disponibile è vasto ma i bungalow, simili a tucul di disegno africano, provocherebbero un impatto visivo sgradevole. A confermare l’esistenza del progetto e dell’istanza di ampliamento è stato il presidente della commissione, l’artista Pinuccio Sciola: «Abbiamo fatto in tempo soltanto a dargli un’occhiata - ha spiegato il celebre scultore di San Sperate - ma il procedimento è in corso, la pratica risale a circa una settimana fa». Berlusconi, attraverso la Idra, già nel 2006 aveva realizzato pesanti interventi edilizi a villa Certosa e sulla spiaggia, imponendo il segreto di Stato. Dopo l’intervento degli ambientalisti e poi della Procura l’amministratore della società Giuseppe Spinelli era finito sotto processo a Tempio: tredici capi d’imputazione contestati dall’allora procuratore capo Valerio Cicalò, tutti riferiti ad abusi edilizi e violazioni delle norme ambientali. Spinelli però era stato assolto dal giudice Vincenzo Cristiano perchè una parte dei lavori era autorizzata e il resto risultava condonato in tempi diversi. Il nuovo progetto edilizio di Berlusconi sembra scorrere sui binari della piena legalità e sulla scia di atti pubblici: per ottenere il via libera dalla Regione la società immobiliare si è agganciata saldamente alle norme del piano casa, una corsia preferenziale disegnata dagli uffici dell’assessore all’urbanistica Gabriele Asunis per chi non si accontenta di quanto è già costruito. Così la blasonata e chiacchieratissima villa Certosa è finita nel calderone dei progetti di ampliamento piovuti sulla commissione del paesaggio, costituita poche settimane fa: fino ad oggi le richieste sono ventidue, quasi tutte riguardano aumenti di volumetria in superfici vicinissime al mare, alcune nella fascia dei trecento metri. Ci sono hotel, villaggi turistici e lussuose ville private: nessuna traccia di case familiari, nessuno sembra guidato dall’impellente necessità di realizzare uno spazio vitale per bimbi in arrivo. Alcuni progetti sarebbero di qualità imbarazzante: «È presto per dare giudizi - taglia corto Sciola - abbiamo appena avviato il lavoro, vedremo nei prossimi giorni».

La Forestale esamina tutti i progetti

Nuove cubature anche nei villaggi di Ligresti e di Mazzella

Il piano casa ha lanciato una nuova corsa al cemento e la procura della Repubblica ha deciso di verificare se le richieste avanzate da operatori turistici e privati, pronti ad allargarsi verso il mare, siano in linea con le norme del piano paesaggistico regionale e del codice Urbani. Non c’è ancora un’inchiesta: il nucleo investigativo del Corpo forestale è impegnato da giorni in uno screening dei progetti e degli atti conseguenti depositati nei comuni e negli uffici regionali. L’assalto alle coste è in corso: in provincia di Cagliari risultano istanze di accesso al piano casa presentate dal Tanka Village del gruppo Ligresti e dal Pullman-ex Timi Ama di Giorgio Mazzella, due strutture enormi che aspirano a occupare nuovi spazi sulla costa di Villasimius. Fra le residenze private candidate alla crescita spicca quella del leader dei Riformatori Massimo Fantola, a Santa Margherita di Pula: è sotto verifica da parte del Corpo forestale. Ma il numero delle istanze è destinato ad aumentare soprattutto grazie all’approvazione il 12 maggio del disegno di legge che precisa le competenze del Suap, lo sportello unico per le attività produttive creato dall’amministrazione Soru il 5 marzo 2008: doveva servire ad accelerare, fino a ridurli a venti giorni, i tempi delle pratiche autorizzative per l’avvio di un’iniziativa imprenditoriale. Una sorta di autocertificazione, utile per scavalcare le lungaggini burocratiche. Quella norma prevedeva una procedura semplificata anche per le autorizzazioni edilizie, ma non specificava se il riferimento fosse per gli edifici legati all’impresa: era scontato che lo fosse. Ma se la giunta Soru pensava solo a capannoni, fabbriche e uffici necessari per lavorare l’esecutivo guidato da Ugo Cappellacci ha fornito con il ddl un’interpretazione estensiva della norma, una rilettura esplicativa proposta dagli assessori all’urbanistica Gabriele Asunis e all’industria Sandro Angioni: la giunta ha chiarito che all’interno delle attività economiche e produttive per beni e servizi che hanno diritto alla procedura Suap sono comprese anche quelle edilizie ad uso residenziale. Come dire che una legge elaborata per agevolare l’impresa ha finito per aiutare i privati. La via da seguire è molto semplice: chi progetta di costruire un hotel, ma anche una villa, può rivolgersi a una ditta, che a sua volta presenta l’elaborato al Suap con le autocertificazioni e gli atti indicati dalle norme. In venti giorni la pratica si considera espletata. Insomma: si può aprire il cantiere. Una via breve graditissima alle imprese immobiliari, che potranno far girare le betoniere senza attendere l’esito dei procedimenti di autorizzazione. È chiaro che questa procedura non salva dal rischio legato ai controlli: Comuni, Regione e polizia giudiziaria potranno verificare la regolarità degli atti e la conformità alle norme paesaggistiche e ambientali. Ed è quello che sta facendo il nucleo investigativo del Corpo forestale, un lavoro di controllo su quello che ormai si delinea come un passaggio storico per la Sardegna: dal rigore ecologista del piano paesaggistico targato Soru all’opportunità per chiunque abbia denaro da spendere di portare nuovo cemento in siti delicatissimi, dove ormai nessuno pensava si potesse più mettere su un solo mattone. (m.l)

Il commento di Giovanni Losavio, fra i massimi esperti nazionali di legislazione in materia di beni culturali e paesaggio, nella sua acribia giuridica rileva puntualmente gli elementi fortissimi di criticità che il regolamento attualmente in discussione in sede di Commissioni parlamentari e che riportiamo in allegato, presenta.

Già in altre occasioni eddyburg ha sottolineato come la vulgata della “semplificazione” sia usata con disinvoltura a sostegno di provvedimenti che di fatto sanciscono deroghe pericolose dalle norme vigenti e garantiscono per atti, gare, assegnazioni e quant’altro percorsi privilegiati al riparo da meccanismi di controllo.

Anche in questo caso, il sospetto che si riaffaccia in più di un articolo, laddove, ad esempio, vengono distorti e snaturati ruolo e funzioni delle soprintendenze e delle commissioni locali, è che con questo strumento si contribuisca all’affossamento dell’operazione di copianificazione paesaggistica sancita dal Codice come passaggio ineludibile per una tutela condivisa del nostro paesaggio.

Maria Pia Guermandi

Osservazioni allo schema di Regolamento deliberato dal Consiglio dei Ministri in tema di procedimento semplificato di autorizzazione paesaggistica per gli interventi di lieve entità.

L’articolo 146, comma 9, del Codice dei beni culturali e del paesaggio rimette ad un Regolamento la disciplina di procedure semplificate di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica per interventi di lieve entità “in base a criteri di snellimento e concentrazione dei procedimenti”, che tuttavia non possono contraddire la prioritaria esigenza della adeguatezza del provvedimento abilitativo all’interesse di tutela in concreto perseguito pur in relazione a minori trasformazioni dell’assetto fisico dei luoghi protetti.

1

Essenziale contenuto del proposto regolamento è innanzitutto la definizione degli “interventi di lieve entità”, indicati nella minuta casistica dell’allegato elenco, le cui “specificazioni, rettificazioni ed integrazioni” il comma 2 dell’art.1 rimette ad un decreto del Ministro per i beni e le attività culturali di concerto con i Ministri dello sviluppo economico e dell’ambiente. La definizione degli interventi di minore entità è materia correttamente assunta dal presente Regolamento adottato a norma dell’art. 17, comma 2, della legge n.400 del 1988 e dunque soltanto al livello di quella formale fonte normativa può essere modificata.

2

Alla esigenza di celerità non può essere sacrificata l’adeguatezza dell’esercizio della funzione di verifica e il termine (sessanta giorni) prescritto dall’art. 3, comma 1, per la conclusione del procedimento non può ritenersi appropriato se comporta la riduzione a venticinque giorni (rispetto ai quarantacinque della procedura ordinaria) del termine dato al soprintendente per esprimere il suo parere, come prevede il successivo art. 4, comma 6. Obbiettive esigenze funzionali non consentono di ridurre, neppure nella procedura semplificata, il già contenuto termine di

quarantacinque giorni, sicché conseguentemente si impone la dilatazione del termine complessivo fissato nell’art.3 (da sessanta a novanta giorni).

3

Criticammo a suo tempo la previsione dell’art. 146, comma 9, del “Codice” che rende meramente facoltativa la convocazione della conferenza di servizi nella ipotesi in cui il soprintendente non abbia reso il parere nel prescritto termine. Escludere del tutto tale facoltà nel procedimento semplificato (comma 6 dell’art.4) sembra disposto che incide senza obbiettiva ragione sull’esercizio di una facoltà discrezionale la cui opportunità può essere apprezzata in concreto, rispetto alla particolarità del singolo caso, dalla “amministrazione competente”.

4

Il comma 5 dello stesso art. 4 prevede il ricorso amministrativo improprio al soprintendente contro il rigetto della domanda pronunciato dalla “autorità competente” nel caso di preliminare “valutazione negativa” (precedente comma 4). Contro l’esigenza di speditezza si pone un simile rimedio, che impropriamente conferisce al soprintendente un potere censorio tipico del rapporto di supremazia gerarchica. Si impone quindi la soppressione di un simile ricorso che snatura la figura istituzionale dell’organo della tutela statale, partecipe con diverso ruolo del procedimento.

5

Così come del tutto impropria è l’attribuzione (comma 8 dell’art. 4) al soprintendente, nella ipotesi in cui abbia espresso parere divergente dalla determinazione della “amministrazione competente”, della competenza alla pronuncia del conclusivo provvedimento di rigetto. E’ attribuzione che essenzialmente modifica il ruolo dell’organo della tutela statale (consultivo pur se con espressione di parere vincolante) nel procedimento di rilascio della autorizzazione paesaggistica, così come è concepito dall’art. 146 del “Codice”.

6

Assolutamente in conflitto con la disciplina, vincolante al riguardo, del “Codice” è il disposto del comma 10 dell’art.4 che declassa a meramente obbligatorio, non vincolante, il parere del soprintendente in tutte le ipotesi in cui il luogo sul quale debba cadere l’autorizzazione sia oggetto di una specifica disciplina, normalmente dettata dal piano paesaggistico, dunque si deve ritenere presente nella quasi generalità dei casi. Nessuna analogia sussiste tra questa disposizione e quella del comma 5 dell’art. 146 del “Codice” (criticata per altro da Italia Nostra) che configura come non vincolante il parere del soprintendente soltanto a conclusione, non solo del procedimento di revisione dei vigenti piani paesaggistici, ma pure dell’attuato adeguamento ad essi degli strumenti urbanistici applicabili nella specie, adeguamento infine oggetto di positiva verifica da parte del ministero, su richiesta della regione.

7

Non può non rimanere obbligatorio il parere delle “commissioni locali per il paesaggio” che invece il comma 12 dell’art. 4 declassa a meramente facoltativo. Basterà rilevare che la istituzione delle commissioni locali volute dall’art.148 del Codice assicura presso l’”autorità competente” quell’”adeguato livello di competenza tecnico-scientifica” cui è condizionata la delega da Regione ad ente locale in ordine all’esercizio del potere di rilascio della autorizzazione paesaggistica.

Roma, maggio 2010.

Il Corriere della Sera (il «Corriere dello Zar» scriveva il nostro Luigi Pintor) questa volta ha proprio esagerato affidando a Piero Ostellino la richiesta di condanna a morte di quel poco di stato sociale che ancora c'è in Europa.

Ostellino comincia con una citazione del Washington Post, che è un annuncio di morte: «L'eccezione europea, il modello sociale più generoso del pianeta, ha i giorni contati». E prosegue: «Lo stato sociale moderno è oggetto di statolatria. L'attributo sociale è il distintivo residuale delle politiche progressiste del Novecento». Tutto questo sistema - sempre secondo Ostellino - massacra «il singolo individuo, non protetto da una qualche corporazione, e le aziende che operano sul mercato». E poi ancora c'è l'accusa ai «media che invece di guardare dentro la macchina dello stato moderno e denunciarne costi e pericoli»... «ancora tacciono, vuoi per conformismo, vuoi per riflesso degli interessi extraeditoriali dei loro editori».

Morale della favola: lo stato sociale moderno è dannoso e va liquidato a vantaggio degli interessi extraeditoriali dei media, che, evidentemente, non toccano il Corsera nel cui consiglio d'amministrazione figurano (copio dal Corsera) Piergaetano Marchetti, Giovanni Bazoli, Luca Cordero di Montezemolo, Diego della Valle, Cesare Geronzi, Antonello Perricone, Giampiero Pesenti e Marco Tronchetti Provera. Tutte persone rispettabilissime, ma i cui sani interessi sono tutti «extraeditoriali».

Da tutto questo argomentare possiamo trarre almeno tre conclusioni:

1) l'attuale crisi è colpa di quel poco di stato sociale che c'è. Cioè delle pensioni, dei salari, dell'assistenza sanitaria, della scuola pubblica e di quant'altro. Morale: lo stato sociale va liquidato al più presto con tagli a pensioni, salari e quant'altro;

2) si proceda al più presto alla detassazione di capitali, profitti e rendite, aumentando la tassazione dei redditi di lavoro, gli unici che non riescono a evadere il fisco;

3) cancellando quel poco di stato sociale che c'è e anche la Costituzione (che dice che l'Italia è «una repubblica fondata sul lavoro) si deve concludere che a comandare nel nostro paese (e anche sui media) debbono essere gli interessi forti dei capitalisti e degli sfruttatori.

Ps. Vorrei chiedere allo stimato amico Ferruccio De Bortoli come e perché si è lasciato sfuggire questa «stravaganza» autolesionista anche per il Corriere. Sono proprio così forti gli interessi «extraeditoriali» da sfidare anche il comune buon senso? Molto più saggia la signora Emma Marcegaglia, che ha rifiutato di prendere il posto dell'ex ministro Scajola e ha detto no al Cavaliere. Ostellino invece si dichiara sua coraggiosa avanguardia.

Questo non è un articolo di commento, è un articolo di protesta. Sarà, perciò, breve, diretto, persino un po’ rozzo e brutale. Altri esporranno, spero, pacatamente le loro ragioni, io qui mi limiterò a urlare le furibonde ragioni dei miei oppressi e i miei oppressi sono i lavoratori salariati vittime della vessazione fiscale.

Protesto perché nel nostro Paese, al principio del nuovo secolo e millennio, la principale causa d’ingiustizia sociale è la sperequazione fiscale. Protesto da dipendente pubblico perché la principale forma di sperequazione fiscale non è tra Nord e Sud (come vorrebbe una parte politica i cui elettori hanno finanziato le loro imprese con l’evasione fiscale e con il lavoro nero) ma tra salariati (per lo più dipendenti statali) e lavoratori autonomi. Protesto perché, sul piano fiscale, la popolazione italiana è divisa in due parti.

Da un lato c’è un ceto produttivo (quelli a cui le tasse le prelevano alla fonte), dall’altro un ceto di parassiti evasori (per lo più commercianti, liberi professionisti, imprenditori). Protesto perché, per colmo della beffa, la prima metà è quella più povera, la seconda quella più ricca, la quale diventa ancora e sempre più ricca grazie al sangue fiscale succhiato ai più poveri. Protesto perché sono stufo di pagare con il mio modesto stipendio di ricercatore universitario la scuola d’élite al figlio del ristoratore dove una volta al mese posso forse permettermi di andare a mangiare il pesce, perché sono stufo di pagare con quel modesto stipendio la polizia che sorveglia la sontuosa villa del dentista da cui mi sono fatto otturare un dente cariato, perché sono arcistufo di pagare le strade su cui sfreccia con il suo SUV corazzato il commercialista arricchito o il pronto soccorso a cui ricorre in una notte sbagliata l’imprenditorello impippato, protesto perché non ne posso più di pagare con i miei 1500 euro mensili la escort da duemila euro a botta al riccastro viziato.

Lo Stato Moderno, ombrello della convivenza civile, nasce sulla base di un patto preciso: sottomissione contro protezione, soggezione (anche fiscale) contro sicurezza. In questi giorni assistiamo a una versione caricaturale, degenerata, di quell’antica alleanza. Una violenta cricca internazionale di grassatori dell’alta finanza decide, dai suoi grattacieli dorati di New York, Lussemburgo o Shanghai, una razzia ai danni della povera gente di alcune antiche e dissestate nazioni mediterranee. E i governanti di quelle nazioni che fanno? Per ergere una barriera finanziaria a difesa della loro gente non trovano di meglio che salassare ulteriormente i già vessati salariati e pensionati. Io contro questa barzelletta di democrazia protesto e denuncio la rottura fraudolenta del contratto sociale.

La più grande democrazia moderna, quella statunitense, comincia da una protesta fiscale. No taxation without representation. Niente tasse senza rappresentanza politica, urlarono i ribelli delle colonie della Nuova Inghilterra. Non essendo questi - purtroppo o per fortuna, per fortuna o purtroppo - tempi di rivoluzioni, io propongo di invertire la formula: no representation without taxation. Si tolgano i diritti civili, a cominciare dal diritto di voto, a tutti gli evasori fiscali (prima, però, bisognerebbe, ovviamente, pescarli). Chi di fatto non fa parte del consesso civile statale che si costruisce e conserva grazie al contributo fiscale di tutti, non ne faccia parte nemmeno di diritto. Altrimenti, il paradosso è che un ceto di evasori fiscali, parziali o totali, continuerà a eleggere un ceto politico che poi ne preserverà il privilegio d’immunità, perpetuando questa tremenda ingiustizia sociale. Contro la quale io, personalmente, protesto e spero protestino in tanti.

Potrebbe essere stata raccolta in uno dei banchetti lungo l'itinerario della marcia per la pace Perugia-Assisi la simbolica firma 500.000 (mezzo milione) che ci consente di entrare in una nuova fase della nostra campagna per l'acqua bene comune. Naturalmente continueremo a raccogliere firme fino al 21 luglio perché il peso politico è direttamente proporzionale al loro numero, ma registriamo che finora si è fatto meglio che per l'aborto e il divorzio.

«Mission accomplished», «missione compiuta», verrebbe da dire evocando la follia di bushiana memoria, nel giorno in cui, significativamente assente Emergency cacciata da Kabul, si ritorna a parlare di una guerra assurda prima ancora che incostituzionale. Una guerra di aggressione, camuffata da missione di pace, di cui i nostri politici parlano oggi solo perché ha lasciato sul terreno altri due militari italiani. Dimenticando i tanti civili afghani uccisi e i quattro milioni di euro al giorno che ci costa.

«Missione compiuta», dunque, quanto meno dal punto di vista delle forme giuridiche necessarie per investire la Corte Costituzionale sull'ammissibilità dei tre referendum con i quali il popolo italiano ha la possibilità concreta di invertire la rotta sull'acqua, rifiutando la teoria e la prassi della privatizzazione dei servizi pubblici e del bene comune. Certo la battaglia è ancora lunghissima e sarà molto difficile vincerla in un'Italia in cui un altro bene comune fondamentale, quello della libera informazione critica, è stato già privatizzato da molto tempo. Infatti il 1994, anno della legge Galli che rende possibile la gestione privata del Servizio idrico integrato, è anche l'anno della discesa in campo di chi della libera informazione (tanto pubblica che privata) e della Costituzione che ripudia la guerra ha fatto più di altri strame. Presto i lettori dei giornali "normalizzati" che hanno fatto la fila ai banchetti del Forum cominceranno a domandarsi perché di quelle file non si dia alcuna notizia. Presto ci si domanderà perché ai talk show televisivi si parli di ogni rissa politica e non si dia invece conto di questa straordinaria mobilitazione democratica.

Il primo mezzo milione di firme è un segno che va oltre l'acqua. Dimostra che rispetto, inclusione, condivisione e pace possono prosperare soltanto all'interno di un settore pubblico efficiente, attento al bene comune e non colluso con gli interessi privati. Sostiene Ronchi che solo i privati possono apportare i 4-5 miliardi annui necessari per ristrutturare i nostri acquedotti e che quindi la loro gestione «va messa a gara». In verità nel decennio successivo all'entrata in vigore della legge Galli e della sua logica del profitto gli investimenti nel settore sono crollati e le tariffe aumentate.

In un paese in cui non dominasse il Caimano si "metterebbe a gara" lo spettro delle frequenze (un bene pubblico sovrano, secondo la definizione della Commissione Rodotà) che rende oggi alla collettività 50 milioni l'anno, a fronte dei 5 miliardi di sterline che la Gran Bretagna vi ricava annualmente. Ecco qui oltre quattro miliardi di denaro pubblico per riparare gli acquedotti, cui aggiungerne immediatamente un altro abbondante da dare magari alla scuola: quello che ci costa la carneficina afghana.

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