loader
menu
© 2025 Eddyburg

Quel che c’è di buono nel Piano del territorio

di Ivan Berni

Ci sono due modi di leggere l’intesa fra maggioranza e opposizione, a Palazzo Marino, sui tempi di approvazione del Pgt, il Piano di governo del territorio. Il primo è che, così facendo, l’opposizione regala al sindaco Moratti e alla sua scassata maggioranza un risultato che altrimenti non sarebbe mai stato raggiunto. Il secondo è che, pur nella netta distinzione dei ruoli, maggioranza e, soprattutto, opposizione stanno finalmente privilegiando l’interesse della città sull’interesse "particulare", di schieramento e di partito.

Per come sono andate le cose, stavolta si può propendere per la seconda ipotesi. Il lunghissimo e accidentato negoziato che ha visto protagonisti l’assessore Masseroli e i capigruppo dell’opposizione, qualche esito di rilievo l’ha messo sul piatto. Lo stralcio del tunnel sputatraffico da Linate a Rho, che ci si augura preluda al definitivo accantonamento; l’aumento al 35% della percentuale dell’housing sociale (ovvero case a prezzo calmierato, in una città dove non si fa edilizia popolare da più di un ventennio); l’incremento delle aree a verde; la previsione di un nuovo metrò leggero "circle line" sul confine urbano.

Un complesso di modifiche che ha portato, beneficamente, a ridurre l’ambizione annunciata del nuovo Pgt. Ora si parla di una città che punta ad avere un milione e 600mila abitanti, obiettivo ragionevole e persino sostenibile, contro la previsione temeraria di 2 milioni di residenti, dalla quale si era partiti un anno fa. Il capogruppo del Pd Pierfrancesco Majorino parla di «riduzione del danno», mutuando la definizione dalla nota strategia di gestione delle tossicodipendenze, ma forse si può riconoscere anche qualche miglioramento nell’impianto complessivo del provvedimento. Non che tutto sia finito in rosa. Resta il gigantesco nodo del Parco Sud, per il quale Masseroli si oppone alla riduzione dell’indice edificatorio da 0,20 a 0,10. E resta il mistero della "perequazione", nebbioso meccanismo attraverso il quale si teme, con qualche buona ragione, una crescita smisurata delle cubature nelle aree di pregio e più promettenti dal punto di vista immobiliare.

Il Pd ritirerà gli emendamenti ostruzionistici, lasciando in votazione quelli che, parola di Masseroli, anche il centrodestra è pronto a votare. Questo dovrebbe consentire l’approvazione del Piano urbanistico entro il 28 giugno, data oltre la quale è praticamente impossibile che il provvedimento venga davvero adottato prima della scadenza della legislatura, nella primavera del 2011. L’intesa, tuttavia, non comporta un voto positivo sul Piano – che infatti riceverà il no in aula da tutte le opposizioni – e nemmeno il salvagente della garanzia del numero legale. Insomma, sarà la maggioranza con le sue sole forze a dover approvare il Piano di governo del territorio, com’è naturale in democrazia. Sempre che le sue non compattissime fila resistano alle sirene delle partite del Mondiale di calcio e alla tentazione di qualche resa dei conti interna.

Se il quadro, nelle prossime settimane, non muterà, va colto un segnale importante: un Consiglio apertamente snobbato dal sindaco e che, più volte, ha dato prova di scarso impegno civico verso la città, si riscatta mettendo mano alla più importante riforma urbanistica degli ultimi vent’anni. Non è un regalo dell’opposizione a Letizia Moratti e al centrodestra. È una scelta per la città, che l’opposizione ha interpretato pensando anche alla scadenza del 2011 e all’eventualità che la maggioranza cambi di segno. E che l’inquilino principale di Palazzo Marino non sia più Letizia Moratti. Perché fra l’attuale insufficienza di regole e un Pgt pessimo, frutto della sola maggioranza e dettato dagli interessi del mattone, forse valeva la pena di spendersi. Purché se ne renda sempre conto ai cittadini. Con trasparenza, rigore e senza consociativismi.

"Troppi rischi per il Parco Sud salvate l’agricoltura dal disastro"

intervista a Carlo Petrini, di Stefano Rossi

Parco Sud, ultima chiamata. O il parco agricolo si aggancia al treno dell’Expo per un indifferibile rilancio o muore. E a quel punto sarà irrilevante se il Comune acquisirà o no le aree protette. Finiranno per essere edificate comunque e un altro presidio ambientale verrà distrutto. È preoccupato e deluso Carlo Petrini, fondatore di Slow food, di fronte all’intreccio fra Pgt, Expo 2015 e Parco Sud, pur premettendo di non conoscere nel dettaglio i meccanismi del Piano di governo del territorio.

Petrini, cominciamo col dire che il Parco Sud sarà un serbatoio di volumetrie, sia pure da costruire in città.

«Se il parco serve per giustificare altro cemento è una iattura e io sarei fortemente contrario. Il Parco Sud è un patrimonio che Milano deve valorizzare ma mancano idee chiare e managerialità. L’agricoltura italiana è al collasso, i comparti sono tutti in passivo. Latte, grano, riso, carne non rendono niente. La situazione è drammatica, il disastro incombente di proporzioni bibliche. Anche l’agricoltura nel Parco Sud è obsoleta, marginale, da reinventare con un forte legame con la città».

Come?

«Accorciamo la filiera con le vendite ai consumatori, senza una intermediazione che si mangia tutto il profitto. A Milano ci vorrebbero dieci mercati diretti, come quello di largo Marinai d’Italia, una volta al mese, con una burocrazia pazzesca. Incoraggiamo i giovani a fare i contadini con contratti agrari a lungo termine, mentre gli attuali proprietari fanno contratti capestro di un anno. Eppure spesso si tratta di proprietà pubblica, come gli ospedali. È vergognoso, perché l’agricoltura ha bisogno di tempi lunghi. Serve però una progettualità politica, economica e sociale, mentre - ahimè - vedo un’attenzione molto maggiore all’edificabilità. Se però il sistema agricolo non torna produttivo, Milano si mangerà anche la biosfera del Parco Sud, contro le norme europee sul contenimento della CO2».

Che cosa potrebbe fare il Parco Sud contro l’inquinamento?

«Avrebbe un enorme valore se ci fosse un’agricoltura sostenibile. Certo non penso agli allevamenti intensivi, seconda causa di produzione di CO2 dopo il riscaldamento e prima dei trasporti».

Ma ora cosa si coltiva nel Parco Sud?

«Dal censimento avviato da Slow food emerge che si producono riso e cereali, c’è un po’ di allevamento. Dal punto di vista storico quel sistema agricolo è fra i più prestigiosi d’Europa. Il riso è buono ma è venduto grezzo, non c’è un impianto di pilatura per la raffinazione. Così si guadagna troppo poco, occorre ridare dignità a questo settore e a chi ci lavora».

Anche con l’agriturismo, avendo la città a due passi?

«Forme integrative di reddito per i contadini mi stanno bene ma è l’attività primaria a dover essere redditizia. Altrimenti piste ciclabili nei campi, agriturismo fasulli dove si mangia pesce alla faccia della filiera corta, visite alle fattorie didattiche non servono a nulla».

Se il Comune acquisirà le aree con la perequazione volumetrica potrà far rivivere il Parco Sud?

«Il Comune deve incentivare i produttori con affitti adeguati, creare i mercati diretti, sostenere i Gruppi d’acquisto solidali e i sottoscrittori dei prestiti individuali. Investire in agricoltura può far rendere il capitale e ti fa risparmiare sugli acquisti».

L’Expo è un’occasione irripetibile.

«Sicuro. Però il tempo passa, non parlo con il sindaco Moratti da otto mesi. Si pensa alle infrastrutture, a cosa fare dell’area Expo e di quelle circostanti dopo l’Esposizione ma se non si punta su contenuti progettuali, sulla cultura del cibo, non si vede perché uno dovrebbe venire a Milano. Sono anime pie ad aspettarsi 20 milioni di visitatori andando avanti così».

E' certamente legittimo leggere il documento di Barack Obama sulla strategia di sicurezza nazionale americana come un'operazione di «cosmesi linguistica» priva di qualsiasi discontinuità reale rispetto all'era Bush, come autorevolmente ha fatto venerdì scorso su questo giornale Tariq Ali misurandola sulla parabola della guerra in Afghanistan e sulla questione israelo-palestinese. Ma è legittimo anche, spero, riconoscere al linguaggio una valenza non meramente cosmetica bensì performativa, e riconoscere nell'impianto culturale del testo di Obama una svolta di 180 gradi rispetto a quello omologo di Bush jr del 20 settembre 2002. Si sa del resto che rispetto all'operato di Obama sempre ci si divide fra il disincanto chi sta agli atti e l'incantamento di chi punta sulla sua visione del mondo; non stupisce dunque che sia così anche stavolta. Ma leggendo in sequenza i due testi, quello di George W. Bush e questo, è davvero difficile non rovesciare la diagnosi della continuità reale che permane sotto il maquillage di una discontinuità apparente in quella, opposta, di una discontinuità radicale che si afferma malgrado la continuità della guerra.

Fra i due testi, del resto, corre meno di un decennio che però vale un'epoca: la discontinuità è nei fatti prima che nelle idee, e l'ha scavata la storia prima che la politica. Il documento di George W.Bush uscì esattamente un anno dopo l'attacco alle Torri gemelle, quando già tutti gli osservatori e i pensatori più avvertiti del pianeta avevano saputo leggere in quell'evento il sintomo della configurazione del mondo globale e delle sue inedite ed esplosive contraddizioni; eppure, a distanza di dodici anni dalla caduta del Muro di Berlino, Bush poteva ancora consentirsi di giocare tutto l'armamentario ideologico della Guerra fredda e tutto il trionfalismo occidentale sulla fine della Guerra fredda per riconfermare arrogantemente la volontà di potenza degli Stati uniti come destino, un destino attaccato ma non intaccato dall'«incidente» dell'11 settembre.

Per Bush, l'ordine mondiale era ancora una creatura nelle mani della potenza americana, uscita trionfalmente vincente dal confronto col Nemico comunista; per ripristinare l'ordine dopo l'attacco di Al Quaeda, bastava ripristinare l'immaginario del Nemico, trasferendolo dal comunismo all'Islam e agli «stati canaglia» e spostando la linea del fronte dalla cortina di ferro al Medioriente. Di nuovo, e terribile, ci mise la dottrina della guerra preventiva e infinita, la prassi della sfigurazione della Costituzione all'interno e del diritto internazionale all'estero, la tortura, Guantanamo, le corti speciali e quant'altro. Era un'analisi completamente sbagliata, in primo luogo perché il nuovo nemico terrorista era reticolare e non statuale, virale e non territoriale, nasceva dall'interno e non dall'esterno dell'Occidente e dei suoi misfatti, e la trasposizione su di esso del vecchio Nemico della Guerra fredda era puramente fantasmatica; ma quell'analisi ebbe la sua nefasta presa sull'immaginario americano e mondiale, e diventò la base della teoria e della pratica dello «scontro di civiltà», corredato di un vessillo - l'esportazione con la forza all'estero dei valori democratici traditi all'interno - e di un corollario - il neoliberismo come braccio economico della guerra all'estero e della de-costituzionalizzazione all'interno.

Niente di questa devastante armatura ideologica sopravvive nel testo di Obama. Non la certezza della potenza come destino, ormai ridimensionata dall'emersione nel frattempo avvenuta delle potenze mondiali nuove, e sostituita dalla consapevolezza che la leadership americana va rifondata in un tempo «di transizione» e di cambiamemnto globale. Non l'arroganza neoliberista, nel frattempo sconfitta dalla «più grande recessione con cui ci siamo trovati a confrontarci dalla Grande depressione in poi». Non l'analisi del nemico, che non è più l'Islam ma «uno specifico network terrorista», e non ha più il volto fantasmatico dell'Altro ma «è tra noi, qui a casa». Non la dottrina nefasta della guerra preventiva e infinita, sostituita da quella della «guerra necessaria e giusta», nefasta anch'essa ma quantomeno meno dilagante, e consapevole che dalle ultime guerre l'America è stata «indurita» e indebolita.

Non lo sfregio della Costituzione, cui viene contrapposto il richiamo imperativo alla legalità. Non la crociata dell'esportazione della democrazia, perché «la nostra leadership morale deve basarsi sulla forza dell'esempio e non sull'imposizione del nostro sistema ad altri popoli». Non lo schema dello scontro di civiltà, perché la forza dell'America sta e resta nella miscela di colori e di culture che l'ha fatta crescere. E nemmeno, infine, quell'idea esclusivamente militare della sicurezza che faceva del testo di Bush la bandiera oscurantista di un paese assediato e senza speranza: per Obama, «sicurezza» vuol dire anche crescita sostenibile, investimento sul futuro, sulla conoscenza e sulle giovani generazioni, il nemico non è fatto solo di terroristi ma anche di armi atomiche, rischi ambientali, trappole tecnologiche. E' vero, la guerra in Afghanistan resta, e tanto più dopo i fatti di ieri il Medioriente si ripresenta come l'«hic Rhodus» di Obama. Ma non è poco quello che è cambiato.

Nessuna spiegazione può giustificare o mascherare il crimine commesso da Israele e nessun pretesto può motivare l’idiozia del suo governo e del suo esercito. Israele non ha inviato i suoi soldati a uccidere civili a sangue freddo, in pratica era l’ultima cosa che voleva che accadesse, eppure una piccola organizzazione turca, dall’ideologia fanatica e religiosa, ostile a Israele, ha arruolato alcune centinaia di pacifisti ed è riuscita a fare cadere lo Stato ebraico in una trappola proprio perché sapeva come avrebbe reagito e fino a che punto era condannato, come una marionetta, a fare ciò che ha fatto. È stato un atto criminale destinato a riaccendere la spirale di odio e vendette.

Quanto deve sentirsi insicura, confusa e spaventata una nazione per comportarsi come ha fatto Israele! Ricorrendo a un uso esagerato della forza (malgrado aspirasse a limitare la portata della reazione dei presenti sulla nave) ha ucciso e ferito civili al di fuori delle proprie acque territoriali comportandosi come una masnada di pirati. È chiaro che queste mie parole non esprimono assolutamente consenso alle motivazioni, nascoste o evidenti – e talvolta malvagie – di alcuni dei partecipanti al convoglio diretto a Gaza. Non tutti sono pacifisti animati da intenzioni umanitarie e le dichiarazioni di alcuni di loro riguardanti la distruzione dello stato di Israele sono infami. Ma tutto questo ora è irrilevante: queste opinioni non prevedono, per quanto si sappia, la pena di morte.

L’azione compiuta da Israele ieri sera non è che la continuazione del prolungato e ignobile blocco alla striscia di Gaza, il quale, a sua volta, non è che il prosieguo naturale dell’approccio aggressivo e arrogante del governo israeliano, pronto a rendere impossibile la vita di un milione e mezzo di innocenti nella striscia di Gaza pur di ottenere la liberazione di un unico soldato tenuto prigioniero, per quanto caro e amato. Il blocco è anche la continuazione naturale di una linea politica fossilizzata e goffa che a ogni bivio decisionale e ogni qualvolta servono cervello, sensibilità e creatività, ricorre a una forza enorme, esagerata, come se questa fosse l’unica scelta possibile.

E in qualche modo tutte queste stoltezze – compresa l’operazione assurda e letale di ieri notte – sembrano far parte di un processo di corruzione che si fa sempre più diffuso in Israele. Si ha la sensazione che le strutture governative siano unte, guaste. Che forse, a causa dell’ansia provocata dalle loro azioni, dai loro errori negli ultimi decenni, dalla disperazione di sciogliere un nodo sempre più intricato, queste strutture divengano sempre più fossilizzate, sempre più refrattarie alle sfide di una realtà complessa e delicata, che perdano la freschezza, l’originalità e la creatività che un tempo le caratterizzavano, che caratterizzavano tutto Israele.

Il blocco della striscia di Gaza è fallito. È fallito già da quattro anni.

Non solo tale blocco è immorale, non è nemmeno efficace, non fa che peggiorare la situazione, come abbiamo potuto constatare in queste ore, e danneggia gravemente anche Israele. I crimini dei leader di Hamas che tengono in ostaggio Gilad Shalit da quattro anni a questa parte senza che abbia ricevuto nemmeno una visita dai rappresentanti della Croce Rossa, che hanno lanciato migliaia di razzi verso i centri abitati israeliani, vanno affrontati per vie legali, con ogni mezzo giuridico a disposizione di uno stato. Il prolungato isolamento di una popolazione civile non è uno di questi mezzi. Vorrei poter credere che il trauma per la sconsiderata azione di ieri ci porti a riesaminare tutta questa idea del blocco e a liberare finalmente i palestinesi dalla loro sofferenza e Israele da questa macchia. Ma la nostra esperienza in questa regione sciagurata ci insegna che accadrà invece il contrario: che i meccanismi della violenza, della rappresaglia e il cerchio della vendetta e dell’odio ieri hanno ricominciato a girare e ancora non possiamo immaginare con quale forza.

Ma più di ogni altra cosa questa folle operazione rivela fino a che punto è arrivato Israele. Non vale la pena di sprecare parole. Chi ha occhi per vedere capisce e sente. Non c’è dubbio che entro poche ore ci sarà chi si affretterà a trasformare il senso di colpa (naturale e giustificato) di molti israeliani, in vocianti accuse a tutto il mondo.

Con la vergogna, comunque, faremo un po’ più fatica a venire a patti.

Traduzione dall’ebraico di A. Shomroni

La Repubblica ed. Milano

Accordo sulla rivoluzione urbanistica ma resta fuori il nodo del Parco Sud

di Stefano Rossi



Dopo cinque mesi e mezzo di ostruzionismo, sul Piano di governo del territorio maggioranza e opposizione raggiungono un accordo. Mediazione faticosa e incompleta, che esclude il Parco Sud, sul quale ci si confronterà in aula. Soddisfatta il sindaco Letizia Moratti, con tutto il centrodestra. Polemica, malgrado l’intesa, l’opposizione, che annuncia voto finale contrario. Ma le nuove regole lasciano perplessi gli urbanisti: «Milano potrà sostenere altri cento milioni di metri cubi di costruzioni?» si chiede Federico Oliva del Politecnico.

Pgt, ora si può. L’accordo politico cercato invano fin dallo scorso 15 dicembre, quando il primo consiglio comunale sulle nuove regole urbanistiche fu vanificato dalla mancanza del numero legale, è stato raggiunto ieri. Non totale, perché resta fuori il Parco Sud, ma ampio. Non definitivo, perché l’opposizione voterà comunque contro il provvedimento, ma l’ostruzionismo, (va ricordato, anche interno al Pdl), è finito: in cinque mesi erano stati smaltiti appena 244 dei 1.395 emendamenti originari. Ora i 1.151 rimasti si ridurranno a un centinaio: una cinquantina sul Parco Sud, una ventina della maggioranza di carattere tecnico e infine i diciannove che recepiscono i risultati delle trattative.

Così il Piano di governo del territorio sarà adottato, si calcola, il 28 giugno. A luglio i tecnici lo riscriveranno in base alle modifiche. Pausa concordata ad agosto, i trenta giorni per le osservazioni di associazioni e cittadini scatteranno a settembre. Da ottobre, la corsa per l’approvazione in seconda lettura in tempo per la campagna elettorale della rielezione del sindaco, che ieri è scesa in aula a festeggiare «un lavoro molto costruttivo, grazie al quale Milano potrà beneficiare di uno sviluppo più armonioso, nell’interesse pubblico. Sarà una città più verde, con più edilizia sociale, più infrastrutture e servizi sociali più vicini alle abitazioni. La maggioranza ha dimostrato di saper governare e questo spesso significa essere capaci di ascolto e di mediazione». La Moratti ha rinunciato al viaggio a Shanghai a metà giugno per seguire le sedute di Consiglio.

Attenzione, l’avverte però in aula il capogruppo del Pd, Pierfrancesco Majorino: «Non è finita. Non solo voteremo contro, pensiamo anche che il centrodestra non ce la farà per il 2011. Abbiamo ridotto il danno del Pgt e in alcuni casi lo abbiamo migliorato». Poi una battuta ad uso del suo partito: «Ai colleghi che frequentano altri palazzi dico che il confronto duro dall’opposizione paga, le cose non vanno chieste alla maggioranza per favore e con timidezza».

Il centrosinistra giudica di aver portato a casa parecchio. Il tunnel dalla Fiera da Rho a Linate caro al centrodestra è quasi fuori gioco, venendo subordinato al giudizio di fattibilità del Piano urbano della mobilità. Inoltre non potrà avere contributi pubblici. Sugli Ambiti urbani di trasformazione (Atu), i grandi progetti urbanistici, si costruiranno 3 milioni di metri cubi in meno sui 7-8 previsti.

Negli stessi Atu il verde aumenta di un milione di metri quadrati, mentre la quota di housing sociale è portata al 35% e resa obbligatoria (tranne allo scalo Farini: 20 per cento). È più stringente per le Ferrovie l’obbligo di investire in infrastrutture i ricavi della dismissione dei loro scali: «In particolare sulla metropolitana leggera Circle Line», dice il verde Enrico Fedrighini. Per l’area Expo è sancita una sostenibilità ambientale anche dopo il 2015.

«Resta fuori il Parco Sud», sottolinea Milly Moratti (Milano civica). Il centrodestra ha rifiutato di ridurre a 0,10 (da 0,20 del Pgt) l’indice edificatorio, ma porterà in aula la mediazione dello 0,15 offerta al tavolo. Nessun chiarimento sulla perequazione: «Ma il regolamento verrà redatto dal consiglio e il meccanismo sarà vigilato da una Authority pubblica», spiega il capogruppo Pdl, Giulio Gallera.

«Accordo all’insegna del pragmatismo - sostiene l’assessore all’Urbanistica, Carlo Masseroli - anche l’opposizione ha lavorato per il bene della città. Non avere regole è peggio che averle, sebbene non del tutto condivise». Il leghista Matteo Salvini, soddisfatto per l’esito generale della trattativa, vuole «l’obbligo di una buona classe energetica, la "B", per le nuove costruzioni. C’è il consenso di Assimpredil». Il clima è favorevole, ieri è stato approvato un emendamento bipartisan per fissare nel regolamento edilizio un livello minimo elevato di ecosostenibilità.

Scompare la tradizionale destinazione d’uso: residenziale, industriale, commerciale, terziaria. Ogni area è libera. A evitare che si metta una discoteca (una fabbrica no, le industrie insalubri vengono espulse dalla città) vicino a un ospedale dovrà pensare una forte regia pubblica, costante di tutto il Piano. O i Piani attuativi per singole aree, quando previsti.

[Gli spazi pubblici ]

Milano è grande 180 milioni di metri quadrati. Un terzo viene destinato a spazi pubblici, compresi però quelli esistenti. Nella categoria rientrano strade e piazze, giardini e parchi ma anche negozi e laboratori artigiani. Supermercati, ospedali, impianti sportivi ne fanno parte quando non sono considerati sovralocali per le loro dimensioni (come lo stadio Meazza). Gli spazi pubblici, meno appetibili economicamente, non sono conteggiati nella volumetria. L’idea è che il costruttore li inserirà più volentieri in progetto, perché non gli toglieranno cubatura e daranno pregio agli edifici. È il metodo adottato a Londra, Barcellona, Lione.

[Indice volumetrico ]

L’indice generale per qualune area cittadina è di 0,50 metri quadrati per metro quadrato di superficie. Questa è la soglia minima, un tetto massimo non c’è ma il Pgt non ha per ora previsto zone dove salire sopra i 2, come in via Stephenson. L’attribuzione dell’indice non significa che ogni area sia edificabile, apre semplicemente la via alla perequazione.

[Perequazione ]

Una delle maggiori novità del Pgt. Perequare significa scambiare l’indice assegnato a un’area non edificabile con denaro o con la possibilità di costruire di più in un’altra proprietà. Come contropartita, il Comune acquisisce l’area il cui indice è stato perequato. L’unico modo, si sostiene, di rendere pubblico e fruibile il Parco Sud. La giunta non ha reso noti i criteri di funzionamento della Borsa o Banca dei diritti volumetrici, ancora non istituita. Il centrosinistra ha ottenuto che sia messa sotto il controllo di una Authority pubblica.

[Densificazione ]

Un altro dei punti qualificanti del Piano. Densificare vuol dire che si costruirà lungo gli assi più infrastrutturati da strade di grande calibro, ferrovie, metropolitane. La densità è consentita se comprende una quota proporzionale di servizi.

[rottamazione ]

È speculare alla densificazione. Il Pgt prevede la distruzione parziale e graduale di diversi quartieri periferici ormai deboli per età e qualità del costruito. Andranno riedificati con criteri nuovi, fra i quali il risparmio energetico.

[Risparmio energetico ]

Il Pgt ne parla molto e molto ci sarebbe da fare. Solo lo 0,5% delle case milanesi si guadagna la categoria A, quella con consumo fra 1,5 e 3 litri di gasolio per metro quadrato all’anno. La media milanese è di 20. Centrosinistra e Lega vorrebbero obblighi più stringenti nel Piano[. Su questi temi sarebbe favorevole anche Assimpredil.

[Ambiti di trasformazione]

Gli Atu sono grandi aree con uno o pochi proprietari. Tipicamente, gli scali ferroviari in via di dismissione come Farini, Porta Genova, Greco, Lambrate (1.280.000 metri quadrati) il demanio militare (1.400.000 metri quadrati a Baggio). Il valore complessivo supera i 6 miliardi. Saranno oggetto di funzioni complesse, vedi l’ipotesi di stadio a Baggio, ma certamente ospiteranno anche molte abitazioni, uffici, spazi commerciali. Il Comune impone che almeno il 50% sia destinato a verde (l’opposizione per Farini ha strappato il 65%, housing ridotto al 20), dunque vedremo molti grattacieli. Ma per i progetti dettagliati è presto.

[Housing sociale ]

In tutti gli Atu e nelle altre aree di densificazione era contemplata una quota di housing sociale che il centrosinistra è riuscito a rendere obbligatoria (30mila case in tutto). Appartiene al Pgt l’idea che l’housing sociale sia diffuso e non concentrato in quartieri-ghetto.

[Forma e dimensioni]

Da città radiocentrica, Milano si deve trasformare in una rete di 88 quartieri, ciascuno con piazza, scuola, parco, parcheggio, negozi, pista ciclabile, metrò, impianto sportivo e così via. In alcuni casi (Greco, Bovisa, Porta Romana, Ortles, Lambrate) il Pgt vuole reinventare una identità compromessa dalla delocalizzazione delle industrie. Il modello della città reticolare è Londra, per il rapporto fra la compattezza delle aree costruite e la miglior qualità degli spazi aperti ci si è ispirati a Madrid e Barcellona. Si vuole aumentare la popolazione, anche se da 2 milioni di abitanti si è scesi a 1,6. E poiché non si vuole consumare altro suolo, Milano si svilupperà in altezza.



la Repubblica ed. Milano

"Troppe nuove costruzioni senza verde e servizi così la città andrà in crisi"

intervista a Federico Oliva, di Teresa Monestiroli

Federico Oliva, presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica e professore del Politecnico, che cosa ne pensa del Piano di governo del territorio?

«Qualche riserva ce l’ho, anche se il fatto che Milano si dia delle nuove regole dopo trent’anni è positivo. Gli ultimi interventi, seppur importanti, sono stati del tutto casuali, senza alcuna strategia».

Che cosa non la convince?

«Prima di tutto il fatto che a parole il Pgt aspira a una dimensione metropolitana, ma di fatto non è così. Tutte le aree di trasformazione sono all’interno dei confini di Milano, le stesse linee metropolitane si fermano dove finisce la città. Il Piano non ha il respiro metropolitano che dovrebbe».

Un domani arriveranno i piani di cintura urbana della Provincia che si occuperanno dell’hinterland.

«Milano è una città piccola come territorio e quasi interamente costruita. Concentrare tutte le volumetrie della perequazione all’interno della città rischia di non essere sostenibile».

Il rischio è un’eccessiva densificazione?

«Sì. Nel Pgt si parla di 36 milioni di metri cubi in più (pari a 12 milioni di metri quadrati di superficie da edificare) solo nelle aree di trasformazione. A questi ne vanno aggiunti almeno il doppio, 72 milioni, come possibilità di intervento nelle aree già edificate. Su questo secondo punto il piano è molto generoso».

Il totale supera i 100 milioni di metri cubi.

«Appunto. Non mi spavento di fronte a questi numeri, quello che mi preoccupa è se la città è in grado di sostenerli. Una città che già soffre di eccessiva densità in alcune zone, di mancanza di verde, spazi pubblici, servizi e infrastrutture».

Masseroli ha sempre difeso il suo Piano sostenendo la necessità di avere uno strumento più flessibile e meno rigido del vecchio piano regolatore. L’assenza di regole non è pericolosa?

«Il passaggio a un piano più flessibile è importante ed era necessario. Il problema è che questo nuovo impianto comporta una capacità gestionale che non vedo nell’amministrazione pubblica. Quando indebolisci il sistema delle regole devi avere una forte capacità di gestione per bilanciare».

Uno dei punti cruciali della trattativa è stato il tunnel Rho-Linate. Lei è favorevole o contrario?

«Contrario. Il progetto del tunnel sostiene ancora una volta le automobili come strumento di mobilità privilegiato. L’uso dell’auto va ridotto e basta. Invece Palazzo Marino fa ricorso a una serie di palliativi, come Ecopass, che non risolvono il problema dell’inquinamento. Il tunnel è solo un ulteriore incentivo a muoversi in macchina per la città, anche se poi le auto finiranno sotto terra. Cosa succederà vicino alle rampe?».

C’è stato un acceso dibattito anche sulle volumetrie nel Parco Sud.

«Non sono contrario di principio alla compensazione di volumetrie per acquisizione di aree da parte del Comune, il problema è che la perequazione genera grande edificabilità che sarà localizzata in città».

Che problemi potrebbero esserci?

«Aumentare la densità di abitanti, o di terziario, genera problemi di mobilità, per esempio. Ma anche carenza di servizi. Masseroli continua a insistere che tutte le nuove trasformazioni urbanistiche avverranno su ferro, servite quindi da una mobilità di massa ed ecologica. Mi auguro che questo principio venga rispettato perché sappiamo bene che gli ultimi grandi interventi hanno fatto affidamento solo sull’auto, dalla Bicocca a Citylife».

Il Pgt porterà in città l’housing sociale.

«Bene, purché per housing sociale si intenda edilizia in affitto a canone sociale e non vendita a prezzi calmierati perché è di questo che Milano ha bisogno

Il Corriere della Sera ed. Milano

Urbanistica, accordo Pdl-Pd

di Maurizio Giannattasio

Addio al vecchio piano regolatore. Dopo sei mesi di battaglie a colpi di emendamenti in aula, maggioranza e opposizione sono riusciti a trovare l’accordo: il piano del governo del territorio verrà adottato entro il 28 giugno. In tempo utile per arrivare all’approvazione definitiva entro gennaio 2011 prima della scadenza del mandato Moratti. Resta fuori dall’accordo il Parco Sud: gli emendamenti dell’opposizione non verranno ritirati.

Nove sedute per dare il via alla rivoluzione urbanistica e ritirare gran parte dei 1.350 emendamenti che hanno bloccato a lungo il Pgt. Alla fine ne dovrebbero rimanere un centinaio. Le trattative condotte in grande solitudine dall’assessore Carlo Masseroli sono state faticose. Alla fine, la «mediazione», a detta di maggioranza e opposizione è stata al rialzo, anche se rimangono le differenze e i distinguo.

Partiamo dal vero ostacolo: il tunnel Expo-Linate. È tutto rimandato al Piano urbano della mobilità che stabilirà la necessità o meno dell’opera infrastrutturale. Con un codicillo: se il Pum dovesse approvare il tunnel, non potranno essere comunque utilizzati soldi pubblici per la sua realizzazione.

Altro capitolo l’housing sociale. La mediazione ha portato a un innalzamento della quota di edilizia sociale negli scali ferroviari e negli ambiti di trasformazione urbana: non potrà essere inferiore al 35 per cento. Significano circa 30 mila alloggi a canone moderato. Tranne che nello Scalo Farini dove la quota si fermerà al 20 per cento in quanto il resto sarà destinato a verde. Anche qui c’è un vincolo: le plusvalenze derivanti dal cambio di destinazione verranno investiti nel trasporto pubblico, in particolare nella Circle Line meneghina come chiesto dal verde Enrico Fedrighini. Altro risultato: sono stati ridotti i metri cubi di volumetrie nelle aree di trasformazione urbana: 3 milioni di metri cubi di cemento in meno. In compenso, si è alzata la percentuale di verde con un milione di metri quadrati in più.

Niente accordo invece sul Parco Sud. Gli indici di scambi volumetrici restano fermi allo 0,15 per cento. Pari a circa 4.800.000 metri quadrati da costruire nel resto della città, 1 milione e 600 mila metri quadrati in meno rispetto a prima. Il centrosinistra non ci sta. E gli emendamenti sul Parco Sud non verranno ritirati.

«È un momento molto importante per la città— attacca il sindaco Letizia Moratti —. C’è stato un lavoro molto importante del consiglio comunale e la maggioranza ha dimostrato una grande capacità di ascolto e di mediazione con l'opposizione e l’opposizione ha lavorato nell’interesse della città».

«Il Pgt resta pericolosamente ambiguo sul meccanismo della perequazione — replica il capogruppo del Pd, Pierfrancesco Majorino che nonostante l’accordo ha annunciato il voto contrario del Pd — ed è solo grazie al nostro atteggiamento così duro se siamo riusciti a ridurre 3 milioni di metri cubi di cemento, ad aumentare 1milione di metri quadrati di verde e a portare il tunnel stradale Linate-Expo su un binario morto». E avverte la maggioranza: «Bene l’accordo, ma il centrodestra dovrà garantire sempre il numero legale».

La lista nera di un banditore

Arianna Di Genova – il manifesto

Dopo aver finto di essere caduto dalle nuvole e aver recitato la parte dell'offeso con il suo stesso governo («mi hanno esautorato», si lamentava di fronte alla imponente lista di tagli che di fatto censurava ogni manifestazione culturale in Italia) ora il ministro Bondi gongola e ha ritrovato il sorriso. Di più, si lancia in sperticati elogi: «Ringrazio il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, il ministro Tremonti e il dottor Gianni Letta per la sensibilità che hanno dimostrato», stralciando la black list di fondazioni e istituti.

Ha anche assicurato i suoi di non sentirsi per nulla arrabbiato e di essere pronto a mettersi «al lavoro come sempre, con l'assoluta convinzione della necessità e giustezza della manovra, coinvolgendo tutti i colleghi ministri, presidenti dei gruppi parlamentari e l'intero mondo della cultura su come e in che modo ridurre le spese inutili, salvaguardando le eccellenze...».

Questo il suo editto pauroso. Perché non è poi così vero che i tagli agli istituti di cultura e al pensiero libero tout court siano stati scongiurati o ridotti di importanza: la discrezionalità politica e ideologica non è preferibile al calderone caotico della lista. Il ministro, infatti, deciderà quali rami recidere, in base a motivazioni imperscrutabili e certamente non tarate su ragioni economiche. Bondi potrebbe disporre che i fondi non debbano più andare alla Casa Buonarroti perché magari ama più Raffaello che Michelangelo; oppure, che Galileo sia ormai desueto con quell'ossessione della terra rotonda che gira intorno al sole o ancora che la Magna Grecia sia da cancellare perché le generazioni future si «istruiranno» con l'iPad e non spolverando antichi reperti di civiltà sepolte.

In un teatrino politico alla ricerca del consenso acritico (le parole di Mariastella Gelmini sulla manovra sono illuminanti al riguardo: «le promesse di Berlusconi sono state tutte confermate. Tutela dei ceti deboli, senza tagli alle pensioni, alla sanità, alla scuola, ai centri di ricerca e al fondo per l'università...»), un paese colto, costituito di individui consapevoli e formati non è augurabile, è anzi fattore urticante. Assoggettare è una ricetta migliore. Così come l'editoria costretta a rimettere i suoi diritti nelle mani del governo di turno. E va ribadito che non è un'umiliazione per la cultura ricevere contributi e sostegni pubblici perché il suo campo magnetico non è esattamente il mercato, ma la ricerca, la libertà degli studi, la passione intellettuale. E un welfare serio non si sognerebbe mai di abbrutire un paese lasciandolo al palo, deprivato del futuro e a corto di cervelli (dopo averli istigati alla fuga). Per non toccare poi il tasto dell'occupazione in questo settore e dei livelli agghiaccianti di depauperamento e depressione raggiunti già oggi, con il progressivo dimagrimento (fino in alcuni casi alla sparizione) dei finanziamenti.

Non siamo di fronte a una manovra economica, ma a una farsa politica in cui l'arma di Tremonti è un silenziatore delle coscienze. Basta mettere in fila i termini del «confronto con la crisi»: editoria, scuola, ricerca, università, cultura. E come mai nelle voci «contabili» sono sparite le spese militari?

Un attacco alla storia e al patrimonio d’Italia

Il Tirreno

La scure del taglio dei contributi a enti culturali colpisce indirettamente anche Grosseto, almeno in un caso, che ci riguarda. Nella lista dei 232 c’è l’Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia, cui l’Isgrec è associato e di cui da anni la direttrice è membro del consiglio di amministrazione. Oggi è annunciato lo stralcio di questo capitolo della finanziaria, per intervento del Presidente della Repubblica. Rimane la consapevolezza che la cultura può continuare a essere il luogo verso cui far convergere i primi tagli della spesa pubblica. Ricerca scientifica, università, scuola sono oggetto non di investimento sul futuro, ma di riduzione di un impegno statale, che la comparazione con l’Europa rivela tra i più bassi.

Abbiamo letto, nella lista: Domus Galileiana, Accademia Chigiana, Gabinetto Vieusseux... Una volta cancellata la regolare tabella in cui sono iscritti gli enti di rilievo nazionale sostenuti dal Ministero dei beni culturali, il 30% dei risparmi sarebbe stato distribuito a chi Premier e membri del Governo scegliessero di sostenere, a loro arbitrio. Non vi leggiamo, come qualcuno ha sostenuto, un sovrappiù di libertà, in quanto rinuncia della politica al controllo sulla cultura, inevitabile se la finanzia. È l’opposto: cancellazione di regole e cultura sotto tutela. Ma anche il segno di un processo di desertificazione della cultura, che asseconda - o produce? o è prodotto da? - un dilagare di modelli veicolati da un brutto mercato. L’Insmli, di cui siamo parte, conserva e gestisce un pezzo non piccolo di patrimonio dello Stato: archivi storici consegnati nel 1949 al suo fondatore, Ferruccio Parri. Analogamente, l’Isgrec nel suo territorio rende fruibili fondi archivistici di interesse collettivo. Quanto vale il patrimonio pubblico in beni culturali per chi ha pensato questi tagli? Non più del Comitato per la celebrazione del quarto centenario dalla morte di Alberico Gentili, che cadeva nel 2008! Non sappiamo prevedere, ora, il seguito di questa storia; niente ci autorizza ad essere ottimisti.

Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea

Su questa vicenda, l’opinione su eddyburg: Il colore della cultura

«Chi semina vento raccoglie milioni» titolavo l’anno scorso una mia rubrica sulle lucrose speculazioni facilitate dalla installazione senza limiti e con fragilissime regole delle torri eoliche in quasi tutte le regioni italiane.

Che non avessimo tutti i torti lo hanno provato, da allora ad oggi, i numerosi provvedimenti giudiziari, con arresti, denunce e provati coinvolgimenti della criminalità organizzata che hanno colpito l´imprenditoria ambigua, fiorita ai margini di industrie di assoluto rispetto, grazie ad un sistema di incentivi considerato il più alto del mondo. Il che suscita una propensione al lucro illecito che infetta in modo trasversale amministrazioni di colore opposto. Se appena ieri è stato il centrodestra ad essere investito in Sardegna dall’autorità giudiziaria per i parchi eolici anche off shore in via di realizzazione, recentemente è qualche ex assessore della giunta Lojero in Calabria ad essere chiamato a render conto di una tangente di 2 milioni e 400mila euro per facilitare l’installazione del parco eolico di Isola Capo Rizzuto «di interesse delle multinazionali amiche», secondo una testimonianza raccolta dall´autorità giudiziaria. Dabbenuomini della politica e professionisti del malaffare non correrebbero certi rischi se i margini di profitto assicurati dietro l´usbergo santificante dell´energia pulita non fossero altissimi. Se, però, torno a richiamare l´attenzione dei lettori sull´argomento non è solo per sottolineare la deriva criminale che ne è scaturita ma per dare notizia di un recentissimo dossier (3 maggio 2010) su «L´eolico in Italia» che fornisce un quadro strutturale aggiornatissimo, anche sul piano delle varie situazioni regionali.

Il dossier è a cura degli Amici della Terra, Italia Nostra, Altura, Cnp, Mountain Wilderness, Lipu Puglia, Ola e il contributo di comitati e associazioni ambientaliste di tutte le regioni italiane. La cosa più nuova che vi abbiamo scoperto è che «gli incentivi possono essere riconosciuti anticipatamente ai titolari degli impianti anche su stime previsionali per l’anno successivo, effettuando un conguaglio a chiusura d’anno con i dati reali di produzione. È evidente che per il gestore della centrale eolica questo si traduce in un ulteriore vantaggio non trascurabile, paragonabile all’accesso al credito agevolato. È altrettanto palese come la stessa società abbia tutto l’interesse a sovrastimare le previsioni di produzione per lucrare sulla disponibilità per circa un anno della differenza di importo, utilizzabile eventualmente per altri investimenti: un prestito a tasso zero. Nessun altro imprenditore potrebbe vantare simili agevolazioni finanziarie. Ancor più per l’eolico off-shore (in alto mare), l’incentivazione è stata maggiorata di un ulteriore 50% rispetto all´eolico a terra, sebbene progetti di questo tipo fossero già stati proposti, e quindi ritenuti remunerativi, prima di tale incremento».

C’è da chiedersi come sia possibile in un periodo di lacrime e sangue, mentre le università sono allo stremo e la Finanziaria taglia a destra e a manca e vengono chiuse perché non c’è più un euro prestigiose istituzioni culturali, e le aziende languono per i ritardati pagamenti dello Stato, che nessuno proponga una riduzione degli assurdi sprechi per l’eolico. Non sarebbe ora di porre un freno? Di definire il mai varato Piano energetico nazionale con norme ferree e programmazione certa? A fine 2009 già scempiavano il paesaggio italiano 4400 torri con una produzione, seppur di scarsa qualità ed efficienza pari al 2% del fabbisogno elettrico (il più delle volte l´imprevedibilità dei venti impone di tenere una riserva "calda", cioè in funzione, di energia tradizionale, con ulteriori costi per far fronte alla domanda), a sua volta corrispondente a una frazione infinitesimale, lo 0,6%, del fabbisogno energetico.

Quanti "anemoni" ci sono dietro questa follia? Comunque nel 2003-2004 le agevolazioni ammontavano a 211 milioni, nel 2007 a 450. Negli anni seguenti si presume un incremento esponenziale.

Le recenti polemiche sul regolamento urbanistico di Campiglia, quanto oggetto di dichiarazioni da parte dell'assessore Marson alla Commissione del Consiglio Regionale competente in materia di assetto del territorio, richiamano alla mente la narrazione di Vezio De Lucia nel suo ultimo libro "le mie città".

Non si vuole di nuovo recensire quel libro, ma molto di quel libro precipita naturalmente nel dibattito odierno. Infatti, illustrando un percorso che mobilita, prima ancora dell'intelletto, delle capacità tecniche e professionale, la coscienza, l'etica dell'agire professionale e politico, De Lucia richiama l'attenzione su una tendenza, o forse sarebbe meglio dire deriva, che sembra accompagnare molte parabole degli uomini politici: il riflusso figlio esclusivamente delle logiche di potere, dei giochi di forza e della carriera politica, che inevitabilmente conduce a sposare interessi particolari assunti come alleati in campo.

Illustrando proprie esperienze ci richiama all'importanza dei piani territoriali di coordinamento, ad una loro forza e cogenza, a fronte dell'evanescenza normativa, della struttura narrativa di strumenti che hanno finito per lasciare campo libero agli interessi particolari che attraversano i nostri territori.

E d'altra parte se l'assessore Marson dice "che dovremo riprendere in mano l'intera questione" per ridefinire il rapporto tra piano strutturale e regolamento urbanistico, qualcosa che non funziona ci deve essere.

E allora se è così appare utile ricordare che in Toscana si è data una interpretazione estrema del principio di sussidiarietà che è stata veicolo della atomizzazione comunale dell'urbanistica e della complessiva perdita di controllo delle trasformazioni; appare utile annotare che troppe volte ragion politica e accordi politici, o di potere che dir si voglia, hanno piegato la logica urbanistica; sembra ancora necessario ricordare che il progressivo affidamento delle trasformazioni urbanistiche, per l'individuazione delle realizzazioni con il bando aperto delle proposte per la formazione del regolamento urbanistico, come con i concorsi per il cofinanziamento degli interventi per la realizzazione di edilizia a canone controllato o sostenibile, ha di fatto finito spesso per relegare l'amministrazione pubblica al ruolo di notaio che avvalla scelte ed interessi altrui.

In questo contesto la citazione del libro di De Lucia appare utile non solo perché ripropone all'attenzione temi e problemi che sono il nocciolo del fare urbanistica, ma anche perché richiama ad un rigore professionale, oltre che disciplinare, che sono le uniche vere armi con le quali si possono affrontare le complesse vicende del governo del territorio, con le quali resistere al sistema degli interessi che via via si sono fortificati perchè l'Italia ha fatto del mattone, della relativa facilità di accumulare denaro speculando sul passaggio dei terreni da agricoli a edificabili, una pratica diffusa, un volano di sviluppo a discapito della nostre risorse (perché di tutti):identità culturale e integrità fisica.

Incrociando le vicende urbanistiche toscane e la lettura di un libro: le prime come espressione dei tempi e dei bisogni, la seconda come occasione per riallineare buone prassi e priorità del governo del territorio, si può insomma sperare di riavviare un cammino positivo a partire da una capacità di confronto che negli ultimi anni è mancata o è stata ridotta a comunicazione unidirezionale.

La memoria e il futuro

editoriale di Gianfranco Capitta


Via via che scopre i suoi "assi" da poker, la manovra di Tremonti perde il carattere della "cecità ingenua" per quanto sanguinaria, o del destino cinico e baro, e acquista un carattere organizzato e cosciente, che rispecchia bene lo spettro culturale del ministro commercialista e dei suoi ispiratori leghisti col forcone. Uno spettro non ampio ma sincero, direbbe il cantautore. Che ha in prima fila e massimo orrore la "cultura", in tutte le sue forme e in tutti i suoi schieramenti. Perché oltre che inutile è dannosa, e fondamentalmente esterna all'unità concettuale che nasce, cresce e si chiude entro i confini della monade televisiva berlusconiana. E certo molesta e irriverente, e sommamente pericolosa, per le giovani generazioni di trote messe a ripascimento.

Non ci sono molte altre spiegazioni per il taglio, tanto netto quanto concretamente censorio, messo a segno contro tutte le fondazioni e gli istituti culturali, di ogni parte e di ogni spessore, ma che tutti assieme raccattavano una manciata di spiccioli rispetto al montepremi di dodici miliardi annui della stagata manovriera. Ma rifilare di quel pugno di milioni le uscite dell'erario consolida e chiarisce la politica cieca della scuola targata Gelmini, il ricatto all'informazione, la dissennata gestione dei beni culturali in format coiffeur, i tagli drastici e progressivi a tutto lo spettacolo.

Con la manovra si toglie a tutto questo il pericoloso gene riproduttivo, quello che rende possibile la coltivazione insieme della memoria e del futuro. Vale per gli istituti culturali e per quelli scientifici, per quelli che funzionano finora egregiamente e con coraggio, e per quelli che magari hanno anche disperso fondi e possibilità dietro alle chimere balenate da quella politica che oggi li sega alla radice.

Insomma un vero disastro che lascia sempre più le istituzioni culturali in balìa degli enti locali e delle loro risorse prosciugate dai trasferimenti dello stato a loro volta tagliati. Con il risultato di trasformare la prospettiva di un oscuro federalismo nella certezza di un campanile esasperato. E il riferimento non è necessariamente alla Roma di Alemanno o al Nord a guida leghista.

Nella civilissima Toscana, ad esempio, i sindaci di Prato e di Firenze - l'uno di destra e l'altro del Pd - hanno decapitato d'imperio istituzioni importanti come il Metastasio e il Maggio Musicale, solo per «esemplificare» la propria volontà di cambiamento e «discontinuità», ma soprattutto di giovanilismo («la bellezza dell'asino», lo definivano le nonne). Nulla hanno potuto opporre i conti in ordine e la qualità artistica davanti alll'impulso podestale a mostrare la propria potenza.

E nel campo dello spettacolo ci sono a livello centrale due casi da vero manuale di scienza finanziera di governo. Uno è il Centro sperimentale di cinematografia cui vengono tagliati i fondi (e Bondi potrà farci poetici versi dopo la figuraccia cannense e la debacle aquilana); l'altro è la soppressione tout court dell'Ente teatrale italiano, con i suoi tre teatri storici e le centinaia di dipendenti (di cui solo una minima parte potrebbero essere riassorbiti dal ministero del medesimo Bondi). L'Ente è stato davvero in passato bacino di coltura di clientele e favori governativi, ma attualmente, e pur con un cda dominato dall'attuale maggioranza, è l'unico che persegua le sue finalità istituzionali: che sono anzi tutto la promozione del nuovo nel campo dello spettacolo, la formazione del pubblico, la diffusione dei nostri artisti all'estero in collaborazione con le istituzioni di altri paesi. Ma i teatri, come il cinema, gli studi storici, gli archivi, le biblioteche, gli istituti di ricerca, le arti (quelle visive sembrano partorire nell'informazione corrente solo quello che ne pensa Sgarbi), producono pensiero e non voti, semmai d'opposizione. Per questo dovrebbero stare al loro posto, anche, o tanto più, se ora questo viene eliminato. E come era scritto una volta sui tram, «non disturbare il manovratore». Piuttosto e in fretta, cercare di licenziarlo.

Una mannaia sulla memoria

di Roberto Ciccarelli


Le Fondazioni Gramsci, Basso, Sturzo e Feltrinelli, il nucleo più attivo dell'Associazione delle istituzioni di cultura italiane (Aici), stanno preparando un documento da rendere pubblico entro poche ore che lanci un appello al mondo della cultura mondiale contro la decisione del governo di azzerare i fondi statali per le attività degli istituti e gli enti culturali italiani.

Flavia Nardelli, segretario generale dell'Istituto Sturzo, giudica «insensato» il taglio ai 232 istituti culturali che «decapita la cultura e la memoria italiana». Ma la cosa più grave, aggiunge, «è che mette un marchio d'infamia sul modello virtuoso più interessante di collaborazione tra pubblico e privato». L'articolo 7, comma 22 della manovra finanziaria stabilisce che lo Stato cesserà da subito «di concorrere al finanziamento degli enti, istituti,fondazioni e altri organismi».

Il 30 per cento della cifra risparmiata andrà inoltre a costituire un fondo destinato a finanziare attività di enti che ne facciano «documentata e motivata richiesta». Diversamente dalla cifra diffusa ieri, il fondo messo a disposizione nell'ultimo triennio per questi enti non sarebbe di venti, ma di circa sei milioni di euro.

A preoccupare sono le modalità improvvisate, come spesso accade nelle politiche governative che si occupano di formazione e conoscenza, con le quali negli ultimi tre giorni il provvedimento è stato definito. La diffusa impressione è che al ministero dell'Economia abbiano messo nel calderone misure molto diverse e non si siano resi conto che su provvedimenti di questo genere, di bassa rilevanza economica ma di alto impatto simbolico, possa esistere un consenso trasversale.

Nella tabella ministeriale stabilita per il prossimo triennio 2008-2011, i contributi statali sono un decimo rispetto al bilancio dello Sturzo, per altri il 20 per cento e per altri ancora è più rilevante. Nella maggioranza dei casi permette di avviare processi virtuosi attraverso i quali catalizzare nuovi fondi, mettendo a disposizione del pubblico servizi e archivi di cui lo Stato non si occupa più. «Si colpisce una realtà virtuosa - aggiunge Flavia Nardelli - facendola sembrare un mondo di mangiatori ad ufo. Questa immagine la rifiutiamo. Noi anzi dovremmo essere ringraziati per il lavoro che facciamo».

Non è solo la cifra complessiva a contare, ma il peso simbolico di una decisione presa con il piglio del contabile. Si tratta di un costo molto contenuto che però è altamente produttivo. Il provvedimento colpisce innanzitutto gli enti che si occupano della storia e delle culture politiche «forti» nel nostro paese, quelle del movimento operaio come la Fondazione Basso, la Fondazione Gramsci o Feltrinelli e quelle cattoliche dello Sturzo. Ancora più grave è l'indifferenza e la distrazione con le quali, per risparmiare una manciata di euro, si sacrifica un patrimonio culturale che fino ad oggi, a dispetto dei tagli che procedono ormai da un ventennio, ha trovato un modo per essere valorizzato.

Giuseppe Vacca, direttore del Gramsci, pensa che questo sia un attacco al modello no-profit adottato dalle fondazioni e dagli istituti di ricerca per finanziare la ricerca. «Non è una novità per le politiche della destra - afferma - questa è la sua idea del rapporto tra stato e società tra pubblico e privato, tra governare e appropriarsi di risorse pubbliche. Lo si è visto in Grecia, negli Stati Uniti con Bush. Oggi lo vediamo in Italia». «Siamo un pezzo indispensabile della ricerca, in parte della formazione altamente specializzata non sostituibile da altre istituzioni - aggiunge - Noi siamo un pezzo della internazionalizzazione della ricerca italiana largamente interconnessa con le ricerche internazionali».

Giacomo Marramao, direttore della Fondazione Basso, ha contattato personalmente 150 studiosi in tutto il mondo, liberali e conservatori, di destra e di sinistra, per sollevare lo scandalo. Annuncia anche che scriverà una lettera a Tremonti denunciando la «miopia» dei tagli all'università e alla ricerca, come quelli alle fondazioni culturali. A suo avviso il governo è del tutto incapace di colpire le sacche di speculazione e di evasione fiscale, né di ricavare le cifre per rimettere in moto politiche sociali e di sostegno alla produzione.

«Scienza e sapere sono diventati da tempo la maggiore forza produttiva - afferma - dovrebbe saperlo Tremonti che conosce Marx. Questo è un governo che ha come imperativo categorico gli interessi di un uomo e della sua azienda che si sono impadroniti di un paese. Ma non hanno fatto i conti che siamo in una sfera pubblica europea e globale. Coinvolgeremo studiosi di tutto il mondo per difendere questo patrimonio».

APPELLO AGLI INTELLETTUALI

«Il progetto ora è chiaro Dobbiamo darci una mossa»

R. Ciccarelli intervista Gerardo Marotta


Mecenate, viaggiatore della cultura e cittadino del mondo. Militante della funzione civile e pedagogica della filosofia. Jacques Derrida lo descrisse circondato da «un'aura di seduzione irresistibile». Sono molte le vite, e i progetti, che l'avvocato Gerardo Marotta ha sperimentato da quando 35 anni fa ha fondato a Napoli l'Istituto Italiano degli studi filosofici. La sua reazione contro il taglio di 3 milioni di euro al suo Istituto è indignata. «Quella del governo è un'offesa all'Italia e all'Europa». Per questo ha promosso un appello al Presidente della Repubblica Napolitano, già sottoscritto da migliaia di persone, contro i tagli alla ricerca e alla cultura.

Come ci si sente ad essere definito un ente inutile?

Se l'istituto è inutile, allora è inutile anche il Collegio di Francia. Le confesso però di essere contento che lo trattino come un ente inutile. Stia sicuro che non voglio suicidarmi. Quello che conta non è la mia sopravvivenza, ma che gli intellettuali e le forze sociali prendano il coraggio di parlare chiaro contro questo governo. Vico disse che «prima vennero le selve, poi le caverne, i tuguri e infine le accademie». Oggi stiamo tornando ai tuguri. I nostri non sono tempi meno orribili dei sei secoli di anarchia e miseria in cui visse l'Italia. Io voglio capire se Napoli e l'Italia sono la mucillagine che dice De Rita oppure se da qui può nascere una nuova resistenza.

Quale progetto si nasconde dietro questi tagli agli istituti culturali?

Non credo che segua una strategia razionale. Avverto però qualcosa di ben peggiore: l'inerzia. L'incapacità di dare prevalenza al pubblico rispetto al privato. È questo l'atteggiamento che hanno avuto i governi di destra e di sinistra negli ultimi anni. Tutto viene dimenticato, anche se ti regalano una buona accoglienza quando ti ricevono a Roma.

Che cos'è oggi un'istituto di cultura, avvocato?

L'università impartisce le cognizioni utili per i professionisti, ingegneri avvocati o medici, e non apre alla vita e alla mente. Quello che vale qui è l'interesse privato del professore, non quello pubblico. Gadamer disse una cosa meravigliosa a questo proposito: «Dio creò l'università. Poi arrivò il diavolo e creò il collega». Gli istituti hanno un compito molto più ambizioso. Sono istituzioni che aprono a nuove forme contrattuali fra lo Stato e la società civile, ridefiniscono i ruoli dell'intervento pubblico e di quello privato, si radicano nel territorio. I 10 miliardi che Ciampi stanziò a nostro favore nel 1993 ci permisero di creare centinaia di scuole estive, biblioteche, enti e centri di ricerca in tutto il meridione come in Europa. 2700 giovani hanno ricevuto grazie a noi borse di studio. Storicamente è stato questo il ruolo delle accademie europee prima che Talleyrand gli cambiasse il nome in «istituti». La loro idea della ricerca e della produzione della cultura è ispirato al sodalizio disinteressato tra intellettuali in nome del publique.

Qual è la differenza tra il governo italiano che continua a tagliare scuola università e cultura e quello francese che ha destinato 7,7 miliardi alla ricerca?

L'italia non è da mettere in conto. È un paese che sta perdendo tutto, memoria, identità e pensiero. Ma non pensi che in Francia o in Germania la situazione sia migliore. Se andiamo nel profondo della loro situazione culturale, i ricercatori fanno una vita tremenda, sono insormontabili le difficoltà che affrontano. C'è una lotta feroce per conquistare non dico un posto, ma una borsa di studio. La loro condizione di lavoro è disperante. Sono paesi che hanno rifiutato le loro tradizioni intellettuali. Al punto che hanno reso facoltativo l'insegnamento della filosofia nelle scuole. Per fortuna, l'Italia non ha ancora trovato questo coraggio. Voglio fare una provocazione.

Prego...

Farò appello alla Svizzera, il paese che in Europa subisce meno la crisi. Che destini una parte infinitesimale delle sue immense ricchezze a edizioni di classici, a convegni e borse di studio. Faccia ardere la fiamma sopita della civiltà europea.

Ritiene che basti?

Può essere un segnale in un momento in cui rischiamo di diventare l'appendice geografica dell'Asia. L'Europa non ha voluto creare una federazione di Stati, né darsi una costituzione. Si accontenterà di fare da portaerei sul Mediterraneo? Trova piacevole fare il deposito di rifiuti tossici? La nostra sciagura è di avere politici che hanno costumi deteriori, pensano al particolare, si odiano, ignorano il bene comune. Siamo vittime del loro vuoto mentale. A meno che l'Europa non rilanci l'appello di Pericle che disse ad Atene di smettere di fare guerre e diventare la scuola dell'Ellade. Questo continente deve raccogliere la sua eredità culturale, l'unica che gli resta dopo la perdita dell'egemonia politica ed economica sul mondo.

A prima vista, si direbbe che due siano ormai le visioni della crisi divampata nel 2007, e dei modi di sormontarla in Italia. Da una parte c’è il film proiettato dal presidente del Consiglio per anni: la crisi è un fulmine, che non turba il cielo sereno sopra le nostre teste. La chiamano crisi, ma non è tale. Sono i giornali, le istituzioni internazionali, ad angosciarci con le loro aritmetiche cupe. Dovrebbero tacere, lasciar fare i governi. Ben diversa la visione di Tremonti, che usa metafore tutt’altro che confortanti: «La situazione non è bella. Siamo alpinisti aggrappati a una parete verticale, non possiamo traccheggiare».

Tremonti vede il disastro ma anch’egli proietta un suo film, quando paragona il marasma a un videogioco. Sullo schermo irrompe un mostro, dal nulla: o lo uccidi o perisci. Non c’è sguardo lungo. Abbatti l’orco, e passi al successivo. Non c’è tempo per traccheggiare ma neppure, molto, per pensare. Inoltre il videogame puoi spegnerlo.

Così muore il reality show che Berlusconi manda in onda sin da principio: un mondo finto, chiuso. Una sorta di quartiere sigillato, inaccessibile alle ambasce delle metropoli, simile a Milano-2 costruita negli Anni 70.

In America i quartieri sono chiamati gated community, comunità corazzate da grossi cancelli, che proteggono da incursioni esterne e spesso sono dotate di circuiti televisivi stile Mediaset o Tg1, dispensatori di distrazioni. Il reality non dice il reale; lo fa. La negazione della crisi, fino all’allarme di Tremonti, è stata un ingrediente base del film berlusconiano. Anche la negazione dei mostri nascosti (mafia, suoi patti con l’anti-Stato) è ingrediente di rilievo.

Per questo non è appropriato parlare, a proposito della manovra, di sacrifici. Quello che urge da noi non sono sacrifici, ma un’autentica disintossicazione, unita a non meno urgenti operazioni verità sulla democrazia minacciata. Si tratta di uscire dallo show, di entrare nella realtà, di vederla. Si tratta di rompere con gli usi e costumi vigenti dietro le comunità transennate: il vivere alla giornata, il non guardare lontano, il non voler sapere la verità sullo Stato e su se stessi. Il compito affidatoci è una gigantesca disillusione, più che una rinuncia ai beni che avevamo. Il disilluso possedeva vizi, oltre che beni: volontariamente scelse d’illudersi. Anche Manovra è parola sciapa, che implica un guidatore e masse di guidati. Meglio parlare di un comune, benefico risvegliarsi.

In fondo l’esperienza è simile a quella traversata dal cattolicesimo, dopo lo scandalo della pedofilia. Il clero ha coperto reati atroci, e ora s’accinge a punirli. Ma il compito del risanamento spetta all’intera Chiesa, e la Chiesa non si riduce alla gerarchia: per definizione, è il popolo riunito dei fedeli. Lo spiega magistralmente, sul sito del Regno, il vicedirettore della rivista Gianfranco Brunelli. Perché l’istituzione riacquisti credibilità, deve pensarsi come parte del popolo di Dio, incorporare le vittime, parlare con loro più che a loro: non c’è esclusivamente il clero, da curare. Guarire significa concepire la Chiesa «non solo come istituzione ma come popolo di Dio»: giacché «Dio è delle vittime. Dio è nelle vittime. Là egli si è fatto sentire. Là la Chiesa lo può vedere in maniera privilegiata, poiché là sempre egli manifesta il suo Spirito (Matteo 25)».

Da secoli la Chiesa ispira regni e repubbliche, e oggi come ieri la teologia aiuta a capire, soprattutto in democrazia, il farsi della politica. Lo squasso economico mette quest’ultima a dura prova, e il rimedio anche qui non consiste nel salvare gerarchie e caste ma l’intero popolo della politica: composto di governati e governanti, fondato su sofisticati equilibri fra vari poteri che si bilanciano.

L’Italia economicamente sta meglio della Grecia (grazie al governo Prodi, essenzialmente), ma in molte cose i Paesi si somigliano. Atene è precipitata perché una classe di governanti, per anni, proiettò chimere: visse senza guardar lontano, fino a truccare - in casa, in Europa - le cifre del proprio bilancio. Lo fece per immunizzare caste, politici. Non pensò (qui è la somiglianza) che in custodia aveva tutto il popolo della politica, e in primis i poveri, le vittime, i contribuenti che pagano per gli evasori, i meno organizzati e garantiti. Epifani che annuncia scioperi anti-manovra ha comportamenti immodesti e suicidi: cos’ha dato il sindacato agli italiani, quando bocciò la vendita di Alitalia a Air France, se non più licenziati e fardelli più grevi sulle spalle dei contribuenti?

Degli aspetti tecnici della manovra si sa poco, ma ci sono elementi che fanno impressione: alcune misure sono spudoratamente copiate dal governo Prodi, abbattuto due anni fa. Restano memorabili gli insulti a Visco, stratega agguerrito dell’anti-evasione: fu dipinto come vampiro, nei videogame dell’attuale maggioranza. Ora le sue misure (tracciabilità dei redditi) sono riesumate, e Tremonti non può dar torto a quel che Visco scrive sul sito della Voce: «Se si ritiene che la riduzione dell’evasione sia utile, andrebbero reintrodotte integralmente le misure varate dal governo Prodi e subito abrogate dal governo Berlusconi».

Ma le similitudini tra Grecia e Italia sono innanzitutto politiche. In ambedue i casi, il rigore riesce a due condizioni: se la tecnica è buona, e se la democrazia ha le virtù raccomandate dall’Ocse alla finanza: correttezza, integrità, trasparenza. Per imporre rigore, infatti, i governi devono avere la legittimità etica di chi non tratta il «popolo della politica» come mezzo, ma come fine.

Sulla prima condizione si può sospendere il giudizio. Ma la seconda condizione di sicuro in Italia manca. Questo è un governo che ha passato più tempo a proteggere premier e politici dai processi, che a far politica per gli italiani. Questo è un governo cui l’ex presidente Ciampi chiede solennemente la verità sui pericoli corsi dalla democrazia nelle stragi inaugurate dall’eccidio di Falcone e Borsellino (Repubblica, 29 maggio). Questi sono giorni in cui il partito fondato da Berlusconi è sospettato di un patto con la mafia, che dopo Tangentopoli avrebbe convogliato su Forza Italia i voti di vaste aree del Sud in cambio di favori e promesse.

La crisi, come a Atene, disvela i trucchi ottimisti del film berlusconiano ma anche i suoi scantinati tenebrosi. L’evento fondamentale dei giorni scorsi è stato il discorso di Piero Grasso, mercoledì a Firenze nella commemorazione della strage dei Georgofili. Il procuratore nazionale antimafia non cita Berlusconi e Dell’Utri - non ha le prove - ma dice cose gravi: «Cosa nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione», e le stragi del ’92-93 volevano causare disordine per dare «la possibilità a un’entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa Nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato d’incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste». Grasso in genere è uomo prudente. Nel ’98, con altri magistrati, archiviò l’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri ritenuti mandanti occulti del terrore mafioso.

Il procuratore disse queste verità già allora. Per motivi non chiari, il verbale rimase però nascosto. Lo dissotterrano Lo Bianco e Sandra Rizza, in un libro che uscirà il 10 giugno per Chiarelettere («L’agenda nera»). Se Grasso torna a parlarne oggi è perché ha deciso di abbandonare le autocensure. In parte perché nuovi pentiti testimoniano. In parte perché, grazie alla crisi, il Truman Show berlusconiano si sfalda. Può darsi che la bolla sopravviva un po’, come nel film di Peter Weir. Ma il «popolo della politica» difficilmente si farà persuadere ancora da miraggi e occultamenti dell’incantatore di Palazzo Grazioli. Questo non è tempo di mostri che irrompono nel videogame. Ci sono mostri da stanare, non visibili perché non programmati per esserlo. È vero: «La situazione non è bella». Che diventi, almeno, vera.

DOMANI la manovra arriverà finalmente in Parlamento. Domani il governatore Mario Draghi leggerà la sua relazione annuale alla Banca d´Italia. Domani, alla riapertura delle Borse, si vedrà se i mercati si saranno stabilizzati o lanceranno nuovi attacchi contro i fondi sovrani e contro l´euro.

Nel frattempo la manovra ha perso per strada alcuni pezzi. La soppressione delle Province è stata per ora abbandonata. I tagli e i congelamenti stipendiali di alcune categorie, tra le quali i magistrati, sono stati attenuati.

L´opposizione parlamentare, mai consultata durante l´iter del decreto, si è incattivita. La Cgil, anch´essa platealmente ignorata, ha preannunciato lo sciopero generale per il 25 giugno. Ma l´impianto e i saldi del decreto sono quelli approvati dal Consiglio dei ministri: 24 miliardi nel biennio 2011-2012 per riportare il deficit entro la soglia del 3 per cento fissata dalla Commissione europea e dal Consiglio dei ministri dell´Unione.

Si può dunque dare un giudizio sull´insieme di questi fatti, anche se non saranno pochi gli emendamenti che il decreto subirà nel corso del dibattito parlamentare. Ma affinché il giudizio sia adeguatamente documentato occorre articolarlo sui tre obiettivi che la manovra si propone: risanamento del bilancio, equità, crescita.

La Confindustria questo giudizio l´ha già dato: positivo per quanto riguarda il risanamento del bilancio, negativo per quanto riguarda la crescita. Analogo giudizio hanno dato la Cisl e la Uil.

La Cgil è stata negativa sia sulla crescita sia sull´equità. L´Europa ha plaudito sull´abbattimento della spesa pubblica ma ha raccomandato di far di più per la crescita; identica l´opinione del Fondo monetario e dell´Ocse. La Banca centrale europea teme una crescita troppo lenta. Timori analoghi ha manifestato Draghi parlando qualche giorno fa. Ascolteremo domani la sua relazione.

Intanto la speculazione attende con le armi al piede, incoraggiata dagli articoli dell´ «Economist» e del «Financial Times». Vedremo domani se sui mercati splenderà il sole o diluvierà.

* * *

I 24 miliardi di aggiustamento erano e sono necessari. Semmai ci si può chiedere perché tanta urgenza. Potevano esser tagliati alla fine di giugno o addirittura in settembre e il governo avrebbe avuto più tempo per studiar meglio i provvedimenti e consultare l´opposizione e tutte le parti sociali.

Se la fretta ha avuto come motivazione la difesa dei titoli emessi dal Tesoro, a nostra opinione quella motivazione è sbagliata: la manovra di riduzione della spesa non incide sulle aste dei Bot e dei Btp, come non hanno inciso sull´andamento dei titoli spagnoli gli aggiustamenti di spesa approvati dal governo di Madrid.

Comunque, forse troppo in fretta, quell´aggiustamento Tremonti doveva farlo e l´ha fatto. Le vere ragioni della fretta derivano probabilmente dalla contrapposizione politica tra lui e Berlusconi che infatti - nonostante le smentite di rito - è arrivata ormai al calor bianco e non fa presagire nulla di buono. Ma questo è un altro discorso, che si sta svolgendo tutto in stretto gergo politichese e perciò di ardua traduzione.

* * *

Metà della manovra pesa sui dipendenti dello Stato, l´altra metà sulle Regioni e sui Comuni. Dal punto di vista geografico il peso maggiore si scaricherà sul Mezzogiorno perché la cosiddetta fiscalità di vantaggio in favore degli investimenti nel Sud è aria fritta come è aria fritta l´intero capitolo dedicato all´aumento della produttività: quando la domanda langue, l´investimento non è stimolato in misura apprezzabile e l´edilizia privata e pubblica sono ferme, la produttività resta un´aspirazione consegnata ad un improbabile e comunque lontano futuro.

Nel frattempo ci sono 2 milioni di giovani tra i 20 e i 30 anni di età che sono scomparsi dalla scena, hanno interrotto gli studi, non hanno alcuna formazione professionale, non si sono neppure iscritti negli elenchi dei disoccupati. Due milioni di fantasmi, in buona parte concentrati nel Sud e in Veneto, ai quali nessuno pensa salvo i genitori che debbono mantenerli. Una situazione assurda e inaudita, un bacino potenziale per le organizzazioni criminali come unica contropartita all´inedia.

La logica dei tagli e dei congelamenti previsti per i dipendenti pubblici è formalmente corretta: hanno avuto negli anni scorsi incrementi retributivi decisamente maggiori di quelli dei dipendenti privati e quindi possono «star fermi per un giro» per riallinearsi con i loro colleghi del privato.

Questa «fermata» si effettua tuttavia su livelli stipendiali molto bassi, pari mediamente a 1.200-1.300 euro netti mensili. Il taglio complessivo supera mediamente il 20 per cento se vi si comprendono liquidazioni e altri compensi; cioè riduce la media in prossimità dei 1.000 euro. E´ vero che di altrettanto si riduce la spesa pubblica la quale, ricordiamolo, è cresciuta dal 2007 al ritmo di 2 punti di Pil all´anno. Ma l´incremento stipendiale degli statali rappresenta solo una parte dell´aumento di spesa e neppure la parte maggiore. Forse si sarebbe dovuto operare con più incisività sul resto.

Infine un´altra motivazione, in questo caso politica: gli «statali» votano in maggioranza a sinistra. Il loro scontento non peserà se non marginalmente sul consenso raccolto dal governo. «Abbasso gli statali» è uno slogan che viaggia in tandem con quello di «Roma ladrona»: piace alla Lega e questa è una ragione in più per spiegare le scelte che il governo ha compiuto.

* * *

L´altra metà dell´aggiustamento grava su Regioni (8 miliardi), Comuni (3 miliardi), Province (0,6 miliardi). Lo Stato riduce per 11,6 miliardi i suoi trasferimenti. Gli Enti locali vedano loro dove tagliare, grasso ce n´è. Oppure aumentino le imposte di loro competenza. O infine taglino i servizi.

Credo che grasso da tagliare effettivamente ci sia e sarà un bene se verrà eliminato. Non vorrei che crescessero i debiti con le banche. Ma potranno anche affittare o vendere i beni demaniali in corso di trasferimento. Nel complesso questa parte della manovra non sembra pessima. Colpirà più i Comuni (che hanno però meno grasso) che le Regioni.

La Lega, una volta tanto, è divisa. Alcuni pensano che il centralismo di Tremonti faccia a pugni col federalismo; altri vedono nella manovra un colpo di frusta che affretterà il federalismo fiscale. La verità non sappiamo quale sia perché il federalismo è tuttora un oggetto misterioso. Una cosa peraltro è evidente: il federalismo avrà comunque un costo e un governo senza soldi non sarà in grado di affrontarlo fino a quando il fabbisogno non si sarà stabilizzato e il deficit non sarà rientrato nelle norme europee. Perciò se ne parlerà nel 2012 se tutto va bene. Aggiungo un´osservazione a proposito di federalismo: il passaggio all´autonomia fiscale e istituzionale, se sarà effettivo e non simulato, sarà un fatto rivoluzionario e accentuerà la disparità tra Regioni efficienti e Regioni – cicala, gran parte delle quali si trovano nel Sud.

Sull´inefficienza sudista sono state ormai scritte intere biblioteche e i numeri del resto stanno a dimostrare che non si tratta di opinioni ma di fatti. Pochi ricordano tuttavia che il livello di reddito disponibile per i meridionali è meno della metà del reddito del Nord. Dunque: gestione amministrativa inefficiente, livello delle risorse bassissimo.

Come sarà finanziato nel Sud il passaggio dall´inefficienza all´efficienza? Ci sarà una diminuzione di occupati, un taglio di consulenti, un taglio di pensioni di invalidità, insomma una compressione del potere d´acquisto dei meridionali. Questo è certo. E´ anche inevitabile e necessario. Perfino utile. Ma quella è gente che si è arrangiata per sopravvivere. Chi li deve aiutare per non crepare di stenti? O debbono arruolarsi nella camorra e nella ´ndrangheta? Le donne nella prostituzione e i maschi nella malavita?

Ci vorrà dunque un trasferimento dal Nord al Sud in quella fase; sarà cospicuo e durerà per molti anni. Impegnerà le finanze pubbliche che dovranno «metter le mani nelle tasche». Di chi? Di quali contribuenti? Ci avete pensato?

Aggiungo un´altra osservazione: il nostro Sud è qualcosa di simile alla Grecia rispetto all´Europa. La speculazione lo sa. Perciò concentrerà il tiro sull´Italia in corrispondenza all´attuazione del federalismo.

Finirà nel solo modo possibile: un federalismo al Nord e un´accentuazione di centralismo statale al Sud. Italia a due velocità. Sono prospettive raccapriccianti.

* * *

Tutto ciò detto, credo che Tremonti abbia fatto quello doveva. Molti errori, molte lacune nel risanamento del bilancio, ma l´aggiustamento ci sarà. Non al cento per cento ma almeno al 51.

Questo risanamento vuol dire che i conti non erano sani. Ci si poteva pensare prima. Molti l´avevano previsto da un pezzo. Furono insultati e chiamati anti-italiani. Tutto ciò è arcinoto e Tremonti e Berlusconi lo sanno benissimo: il fatto che continuino a insultare la sinistra nel momento stesso in cui si dimostra che la sinistra non faceva che certificare la realtà, è semplicemente vergognoso.

Ora però è il momento di dare un giudizio sulla parte della manovra riguardante la crescita economica. Ebbene non c´è assolutamente niente da dire in proposito per la semplice ragione che provvedimenti per la crescita nel decreto non ci sono. Non ce n´è neanche l´ombra. Lo stesso ministro dell´Economia, nella conferenza stampa con cui ha presentato il decreto, ha detto che la ripresa sarà molto lenta.

Bisognerebbe stimolarla, ma ci vogliono soldi che non ci sono. Ne hanno dilapidati un bel po´ nei due anni di governo ma ora la cassa è vuota, l´avanzo netto delle spese correnti è sotto zero, lo stock del debito è risalito al 117 del Pil.

Stimolare la ripresa, incrementare l´aumento del Pil, si ottiene con uno sgravio fiscale sul ceto medio, sul lavoro dipendente, sul cuneo fiscale. Per finanziarlo bisogna colpire l´evasione e i patrimoni. Non con un prelievo «una tantum» ma con un´imposta sulle cose per tassare di meno i redditi e accrescere così la domanda.

Lotta all´evasione e spostamento dell´onere tributario dalle persone alle cose per portare l´incremento del Pil dall´1 per cento almeno al 2.

Questo bisognerebbe fare. Tremonti non l´ha neppure pensato, perciò su questa questione merita uno zero. E´ sperabile che il Parlamento lo obblighi a pensarci seguendo così le indicazioni dell´Ocse, del Fmi, della Commissione europea, della Bce, della Confindustria, della Cgil, dell´opposizione parlamentare. Del Capo dello Stato. E anche dell´odiato Mario Draghi.

ROMA - La scure della manovra economica s´abbatte sull´intero tessuto culturale italiano. L´elenco degli enti che non riceveranno più i fondi del governo include gli istituti più importanti, blasoni delle diverse geografie politico-culturali, dalla Fondazione Einaudi a quella Gramsci, dalla Feltrinelli alla Ugo Spirito, dalla Cini all´Istituto Croce, dal Centro Gobetti allo Sturzo, dall´Istituto storico per il movimento di Liberazione al Gabinetto Vieusseux e alla fondazione Olivetti. Milioni di volumi, chilometri di documenti d´archivio, anche un vasto patrimonio museale che rischia di bruciarsi per mancanza di fondi. Alla vigilia del centocinquantesimo compleanno dell´Italia, un´intera tradizione culturale viene decapitata. «Siamo privati della nostra carta d´identità nazionale», sintetizza Franco Salvatori, presidente dell´associazione che rappresenta larga parte degli enti azzerati. «E tutto questo per risparmiare non più di venti milioni di euro: più o meno questa la cifra con cui il governo finanziava i duecentotrentadue istituti liquidati».

In un primo tempo era circolata una "short list" delle fondazioni colpite dalla manovra, poco più di settanta, in cui comparivano anche istituzioni importanti come l´Istituto di studi filosofici di Napoli, ma il danno sembrava limitato. In un secondo momento è stata diffusa una seconda lista molto più lunga, che include il Gotha della cultura italiana nelle sue varie discipline, la Società dantesca e la Domus mazziniana, l´Accademia nazionale di San Luca e l´Accademia Olimpica, e un lungo elenco di istituti ora sull´orlo del fallimento. «Noi rischiamo di chiudere», dice Gianni Perona, direttore scientifico dell´Istituto nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. «I finanziamenti ministeriali costituiscono il pilastro che regge il funzionamento ordinario. A causa della crisi, le fondazioni bancarie sono diventate meno generose». L´allarme investe molte altre sigle, anche luoghi della memoria di grande valenza simbolica come il museo di via Tasso a Roma, o centri come quello Sperimentale di Cinematografia. «Quei fondi», spiega Lucia Zannino, segretaria della Fondazione Basso e dell´Associazione degli Istituti Culturali, «costituiscono l´ossigeno per la gestione ordinaria. In gioco non è soltanto la vita culturale delle società, ma un patrimonio librario e archivistico di straordinario valore».

Un azzeramento che appare demagogico, non giustificato dalle risorse risparmiate. «Forse vogliono giocarsi la carta delle duecentotrenta sigle, per fare un po´ di scena», suggerisce il professor Salvatori, presidente della Società Geografica Italiana, anch´essa a rischio. «Si sacrifica la storia culturale nazionale per nulla. A meno che non vi sia una volontà punitiva». Quel che colpisce è il passaggio delle competenze dal ministero dei Beni Culturali al ministero dell´Economia e alla presidenza del Consiglio. Un articolo del decreto stabilisce che il 30% delle risorse ricavate potrà essere elargito a quegli istituti che ne facciano "documentata" richiesta. Tuttavia chi decide quali istituti salvare e quali affossare non è più Sandro Bondi, ma Tremonti e Berlusconi. Gli studiosi mostrano perplessità. «Cosa c´entrano il ministro delle Finanze e il premier con valutazioni di merito sugli istituti culturali?», si domanda Perona. «Non era mai accaduto finora».

Bossi sindaco di Milano. Improbabile. Ma la boutade del senatur è il segno di una grossa difficoltà. Letizia Moratti non è amata, non solo dai leghisti ma anche dalle anime della sua maggioranza. Mal tollerata dall'area «laica» e non particolarmente apprezzata neppure dai ciellini che le preferiscono Formigoni. L'elezione del sindaco di Milano del prossimo anno è l'unico test elettorale prima della scadenza delle legislatura. E se non fosse per le debolezze dell'opposizione, mai come ora la battaglia sarebbe apertissima.

Il futuro di Letizia

Su cosa si gioca la partita? Non solo su alchimie politiciste, ma piuttosto su questioni molto concrete: soldi e cemento. Il prossimo sindaco sarà chiamato a gestire Expo 2015, il fiore all'occhiello fortemente voluto da donna Letizia. I problemi non mancano, con Formigoni pronto a mettere i capitali per comprare le aree di Expo e rubare la scena al sindaco. C'è però un'altra questione, meno patinata, forse, ma ancora più sostanziale. Ieri il consiglio comunale è tornato a discutere del Piano di governo del territorio (Pgt). Si tratta del primo piano regolatore dal 1954 (poi rivisto nel 1980) che è destinato a cambiare la faccia di Milano. Gli interessi in gioco sono enormi. Gli immobiliaristi largamente foraggiati dalle banche hanno già trasformato la città in un cantiere e spingono perché il piano venga approvato in fretta. Invece la discussione ha segnato il passo. Molte sedute del consiglio sono fallite perché la stessa maggioranza, che ha presentato 200 emendamenti, ha mancato il numero legale. E adesso i tempi sono strettissimi: otto mesi in tutto. Da qui le continue manovre per strappare un accordo con l'opposizione. Se il Pgt passerà, Letizia Moratti sarà chiamata a garantire che i progetti previsti vengano realizzati nel prossimo mandato. Se invece non passerà, saranno ben pochi quelli che la vorranno rivedere ancora a Palazzo Marino.

Lavori in corso

Milano è un cantiere a cielo aperto. Basta passare accanto alla stazione Garibaldi per vedere crescere palazzi come funghi. Qui in meno di due anni è sorto il grattacielo delle nuova Regione, il Pirellone 2, voluto da Formigoni. Lo stesso sta avvenendo alla ex Fiera dove tutto è pronto per la costruzione dei «tre grattacieli storti» di Citylife. Sono solo due dei tanti progetti faraonici già in programma. Tutto è nato sotto la giunta Albertini che approvò grandi piani edilizi a macchia di leopardo senza alcuna visione d'insieme e grazie a continue varianti del vecchio piano regolatore. L'Expo ha offerto alla Moratti l'occasione per dare un marchio forte allo sviluppo di Milano. E il Pgt, dopo decenni di far west, promette di dare delle regole generali al di là del grande evento del 2015. O almeno dovrebbe. In realtà si tratta di una vera e propria deregulation che spiana la strada ai privati. «Sanno meglio del pubblico cosa costruire - ha spiegato candidamente l'assessore allo sviluppo del territorio, Carlo Masseroli - basta destinzioni d'uso e vincoli, basta lungaggini amministrative. Basta con un sistema vincolistico che fa tanto Unione Sovietica».

I tre pilastri

Il Pgt prende via dalla legge regionale 12 del 2005 che dà mandato ai comuni di pianificare lo sviluppo urbano. Si basa su tre pilastri: densificazione, perequazione e sussidiarietà. Oggi i milanesi sono circa 1 milione e 300 mila. Masseroli punta ad un aumento di 700 mila abitanti. E' per questi nuovi cittadini che bisognerebbe costruire ovunque. Densificare: se non c'è posto sul terreno, puntare al cielo. L'indice di edificabilità non sarà più dello 0,65% in tutta la città ma cambierà a seconda delle circostanze. Eppure questa ipotesi demografica è piuttosto irrealistica. Negli ultimi 30 anni Milano ha perso mezzo milione di abitanti (-30%) per un fisiologico calo demografico e perché molti sono stati spinti ad uscire dalla città per il costo troppo alto proprio delle case. Previsioni più accorte parlano al massimo di 50 mila milanesi in più nei prossimi venti anni soprattutto grazie all'afflusso di stranieri e al loro maggiore tasso di natalità. D'altronde Milano è già la quarta città per densità abitativa in Europa (7084 abitanti per chilometro quadrato), dopo Parigi, Barcellona e Atene. Con 700 mila new entry andrebbe a 11.427 abitanti per chilometro quadrato. Una cifra enorme.

L'altra parola d'ordine è perequazione. Si tratta di una sorta di borsa dei diritti volumetrici i quali potranno essere contrattati e scambiati tra privati e con l'amministrazione pubblica. Un vero e proprio escamotage per poter costruire grattacieli in terreni piccoli. Là dove la superficie del terreno non permetterebbe di costruire palazzi di enorme volume, basterà andare a comprare o scambiare le volumetrie di altri terreni, prendendole anche là dove non ci sono. A Milano c'è un grande bacino verde e agricolo: il Parco Sud. Per Il Comune e per gli immobiliaristi diventerà una specie di banca delle volumetrie che permetterà di costruire in centro e di sconvolgere il polmone verde della città. Secondo Legambiente, negli ultimi 15 anni 30 progetti hanno trasformato 12 milioni di metri quadri di territorio: in 40 anni Milano ha consumato il 37% delle aree agricole. Il ratto delle volutmerie del Parco Sud non farà che peggiorare le cose. E chi fornirà i servizi per tutte queste nuove case e questi nuovi abitanti? I privati! E' il principio della sussidiarietà secondo cui il pubblico interviene solo là dove il privato non arriva, o non ha interesse a farlo. Quanto ai monumenti, Masseroli ancora una volta è chiaro: «Il rapporto con la sovrintendenza va oliato, per me tutto ciò che ha oltre 50 anni più che tutelato va buttato giù».

Patto col diavolo

Il Pgt finora ha incassato solo il parere negativo dell'ordine degli architetti e degli urbanisti. Gli emendamenti in tutto sono 1.395, 200 della stessa maggioranza, 200 circa del Pd e 650 dei consiglieri di opposizione Milly Moratti, Giuseppe Landonio e Patrizia Quartieri che hanno redatto un vero e proprio piano alternativo, frutto di molto studio e di una vasta partecipazione della cittadinanza (info www.chiamamilano.it). La maggioranza per chiudere in tempo cerca un accordo con il Pd. La settimana scorsa si è continuato a trattare anche fuori dall'aula. La giunta potrebbe rinunciare, almeno per il momento, al faraonico piano del tunnel che dovrebbe collegare Rho a Linate, un'arteria che sconvolgerebbe la città. E ha già concesso una quota di housing sociale: 35% di costruzioni, di cui il 5% per le case popolari (a Milano ci sono 20.710 richieste di case popolari in attesa). Un analogo scambio verrebbe fatto per gli spazi verdi cui verrebbe dedicata una quota minoritaria in cambio del permesso di costruzione dei grattacieli. E' ciò che, ad esempio, accade all'ex scalo Farini (le arie dismesse delle ferrovie sono una delle miniere di terreno più grandi e desiderate dai costruttori). Ma il punto fondamentale riguarda il Parco Sud sul quale il Pd non ha mai avuto una posizione netta: basti pensare alla politica dell'ex presidente della provincia Filippo Penati.

C'è poi un ricatto ben più forte. Pgt vuol dire soldi e lavoro per un grosso indotto, anche per cooperative di «sinistra» che si dividono la torta con la Compagnia delle opere. Se non si investe sul mattone, si dice, visto che l'industria non c'è più, su che altro si può investire per far girare l'economia? La risposta non è semplice, e il rischio economico è alto. Quello politico invece è evidente. Se il Pgt passerà, magari grazie ad un accordo con il Pd, la Moratti avrà ancora un possibile futuro. Altrimenti per lei sarà molto dura.

«Parco Sud, volumi finti creati per fare finanza»

(intervista alla consigliera di opposizione Milly Moratti)

Da mesi, al Negozio Civico Chiamamilano, i consiglieri d'opposizione Patrizia Quartieri, Giuseppe Landonio e Milly Moratti discutono del Pgt con i cittadini mentre continuano la loro battaglia in consiglio comunale per un altro piano di Milano. Ne parliamo con Milly Moratti.

Cosa non va in questo Pgt?

Fare un piano di governo del territorio è giusto. Fino ad ora si viveva su continue varianti al vecchio piano. Varianti che a volte erano legate alle esigenze della città che cambia, ma che spesso erano scorciatoie per aggirare le regole. Questa fu la procedura anche ai tempi di tangentopoli. Il problema è che il Pgt non è un piano regolatore: sancisce una vera e propria deregulation che non tiene conto delle esigenze di vivibilità, della funzionalità, dell'ambiente e della bellezza della città. Si tratta piuttosto di un piano che risponde squisitamente ad esigenze di mercato. L'assessore Masseroli non a caso è un manager che si vanta di non intendersi di urbanistica.

Ma regge almeno sul piano del mercato? Smuove l'economia?

Non regge. Si basa sul presupposto teorico di un forte aumento demografico che oltre a non essere sostenibile non è credibile. Il rischio è che ci sia un eccesso di offerta di abitazioni, oltretutto per una fascia di reddito alta, sproporzionata alla domanda che resterà bassa, sia in termini quantitativi che qualitativi. I nuovi milanesi per lo più saranno stranieri e non potranno comprarsi nuove case da 7 mila euro al metro quadro.

Ma allora che interesse possono avere Comune e immobiliaristi per un affare così rischioso?

Non è un'operazione urbanistica e architettonica. Gli ordini degli architetti e degli urbanisti hanno bocciato il piano. E non è nemmeno una buona operazione economica ma piuttosto finanziaria. Si creano volumetrie fittizie inventando indici di edificabilità sul Parco Sud, si scambiano queste volumetrie come azioni in borsa, e le aziende le possono depositare in banca per fare bilancio. E' una concezione di tipo speculativo lontano dall'economia reale. Un modello vecchio, distante del prodotto, cioè la casa, la città e chi la abita. Scompare la destinazione d'uso: significa che si costruisce non si sa cosa, per chi e perché.

Gli immobiliaristi sostengono che in tempi di stagnazione del mercato è il momento di costruire e comprare a prezzi bassi, perché prima o poi risaliranno.

Un bell'azzardo. Queste sono le stesse pratiche neoliberiste e di deregulation che hanno generato la crisi mondiale. Non dico che le istituzioni debbano rinunciare a fare da volano all'economia, ma puntare su questo tipo di economia è datato oltre che sbagliato. Non si crea mercato e affari per tutti: si fanno gli interessi di una ristretta cerchia immobiliaristi, che a Milano sono sempre gli stessi.

L'Italia è sconvolta da fenomeni di corruzione legati proprio alla casa. Milano è immune?

La logica dell'emergenza ha prodotto i disastri che ora sono sotto gli occhi di tutti. Il ragionamento che si fa a Milano è il seguente: togliamo lacci e lacciuoli al mercato, i tempi saranno più veloci e dunque non ci sarà più bisogno di corruzione per aggirare regole e procedure. Di fatto si stanno legittimando le stesse pratiche dei tempi di tangentopoli (vedi la questione delle volumetrie, ieri come oggi). E gli attori non sono cambiati.

Quanto si gioca sul Pgt il futuro del sindaco Letizia Moratti?

Credo sia il punto di caduta. Mentre Expo, con tutti i ridimensionamenti, rimane una vittoria del sindaco, il Pgt non è popolare. Credo che in campagna elettorale su questo si possa giocare una battaglia decisiva.

E allora perché il Pd sembra pronto all'accordo sul Pgt?

I grandi partiti, tutti, continuano ad avere una visione ancorata al vecchio modello economico chiuso che non tiene conto dei problemi ambientali e sociali. Un modello aperto allacciato al prodotto più che alla finanza è ancora lontano dalla politica. Vogliamo una città a misura d'uomo, non di investimento. Sul meccanismo che regge il Pgt, cioè l'invenzione di volumi virtuali sul Parco Sud, non siamo disposti a cedere e ne faremo oggetto d'informazione fino alle prossime elezioni.

Il pericoloso gioco del mattone di immobiliaristi e banchieri

Il Piano generale del territorio (Pgt) pone grossi problemi per la tenuta sociale e ambientale della città. Ma almeno dal punto di vista economico, si dice, tutto ciò porterà sviluppo e lavoro. E' davvero così o il Pgt farà solo gli interessi dei grandi immobiliaristi? E se anche per loro non si rivelasse un affare?

Il condizionamento dei prìncipi del mattone è forte. Non a caso la discussione sul Pgt fu anticipata da una richiesta di commissariamento del comune di Milano da parte del re della casa, Salvatore Ligresti. Il cantiere Milano vale non meno di 8 miliardi, per l'85% anticipati dal gotha finanziario e bancario (Intesa San Paolo, Unicredit, Mediobanca). Un investimento ad alto rischio visto che molte imprese immobiliari sono in sofferenza.

Un anno fa è fallito Zunino, che aveva grandi progetti in corso nel quartiere Santa Giulia e sull'area dell'Ex Falck a Sesto San Giovanni. La vendita dei nuovi alloggi di lusso nei grattacieli di Citylife, sull'area dell'ex Fiera, non decolla, mentre volano i costi di costruzione: Citylife ha avuto bisogno di ricapitalizzare, ora prevede di fare grattacieli meno storti e ha chiesto di poter costruire più case che uffici. Il punto è che il mercato immobiliare vive per la prima volta da molti anni una fase di stagnazione, che si è aggravata sull'onda della crisi dei subprime americani. Benché il sistema italiano goda di meno volubilità, (l'80% degli italiani possiede una casa) investire sul mattone espone a rischi maggiori. In Italia da tre anni le vendite sono in calo (non accadeva del 1985: nel 2007 -4,7%, nel 2008 -14,8%, nel 2009, -11%). Per il residenziale il mercato dal 2005-2006 si è ridotto di un terzo, il fatturato si è fermato a 90 miliardi di euro (-10%), registrando un crollo per le abitazioni sotto i 200 mila euro e sulle nuove abitazioni dove si è accumulato molto invenduto.

La domanda per le vendite diminuisce per la crisi e per le difficoltà di accedere a un mutuo, e dunque si alza la domanda e il costo degli affitti. I prezzi hanno raggiunto l'apice nel 2006, dal 2007 hanno cominciato a calare, ma a Milano calano molto poco (-0,2% dice la Camera di commercio). Per tutto il settore il Sole24ore prevede ancora calo o stagnazione fino al 2012. A Milano si parla di una diminuzione del 3,5. In questa situazione il rischio è che le nuove abitazioni rimangano invendute e che un'eccessiva offerta non venga riassorbita da un domanda che soffre la crisi. La scommessa di banche e immobiliaristi, invece, si basa sull'assunto che proprio grazie alla crisi i prezzi sono bassi, non solo per le case ma anche per i materiali di costruzione e i terreni, e che dunque sia questo il momento di comprare e costruire nella convinzione che presto i prezzi ricominceranno a salire. Un azzardo. E intanto l'acquisto di volumetrie, terreni e concessioni edilizie serve a tenere a galla i bilanci aziendali. Si investe sulle case come su azioni in un gioco che ha poco a che fare con l'urbanistica e molto con le speculazioni finanziarie. Data la fase di stallo, è essenziale il supporto finanziario. Un sostegno che si basa molto sui rapporti politici e economici tra banchieri e immobiliaristi che spesso siedono allo stesso tavolo negli stessi consigli di amministrazione.

Condono o sanatoria. La differenza potrebbe essere più nel suono della parola, nell’effetto che fa, che nella sostanza. Per il governo significa un’operazione da 6 miliardi di euro che sono indispensabili per reggere la manovra da 24 miliardi di euro appena approvata dal consiglio dei ministri. Per gli ambientalisti vuol dire sanare un milione e quattrocentomila abitazioni sconosciute al catasto e in gran parte abusive. Con effetti devastanti per un territorio già martoriato. Certo, in teoria condono e sanatoria sono diversi. Il primo elimina gli effetti anche penali. La seconda ha un valore fiscale. Però quello che sulla carta è distinto, nella sostanza potrebbe essere simile. Anzi, c’è chi arriva a dire – perfino tra gli ambientalisti – che una sanatoria abborracciata, potrebbe essere addirittura peggio di un condono: ugualmente devastante, ma meno redditizia. Il danno e la beffa.

“Non ci sarà condono”, promette Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Ecco allora l’ipotesi della sanatoria degli “immobili fantasma”, cioè non censiti al catasto. Che sono abbastanza per costruire una metropoli grande più di Roma. L’Agenzia del Territorio si sta occupando di due tipi di immobili: 1,4 milioni di case “fantasma” e 870mila fabbricati ex rurali. Finora si sa questo: entro il 31 dicembre 2010 i proprietari di immobili non censiti dovranno presentare, ai fini fiscali, la dichiarazione di aggiornamento catastale. Una sanatoria accompagnata da un giro di vite: per contrastare il fenomeno degli immobili fantasma è previsto che i contratti di compravendita e mutuo debbano contenere a pena di nullità i dati catastali esatti.

Tutto chiaro? Mica tanto. Le associazioni ambientaliste storcono il naso: “La sanatoria richiede per forza un condono”, sostiene Stefano Ficorilli del Wwf. Aggiunge: “E’ vero, non tutte le case fantasma costituiscono un illecito penale. Ma è certo il contrario: un immobile abusivo è per forza fantasma”. Insomma, la sanatoria dovrebbe riguardare anche le case costruite illegalmente (che sono gran parte del milione e quattrocentomila). E qui gratta gratta spunta il condono: se il proprietario denuncia al catasto il proprio immobile abusivo immediatamente dovrebbe scattare la denuncia penale (salvo prescrizione). “Quindi – sostiene il Wwf – deve necessariamente essere previsto un condono. Non è pensabile che una casa sia in regola da un punto di vista fiscale (sanatoria) e non da quello urbanistico (condono). Quale proprietario pagherebbe per mettere in regola un immobile da abbattere? Nessuno”.

Il condono, però, serve anche per raggiungere i 6 miliardi di entrate previste dal Governo. Con l’oblazione pagata dai proprietari delle case abusive – si calcola 5mila euro per unità immobiliare – il gioco sarebbe fatto visto che almeno un milione delle case fantasma sarebbero illegali e che dal condono del 2004 sono stati costruiti 350mila edifici fuorilegge. Insomma, il terzo “colpo” di spugna” edilizio dell’era Berlusconi sembra alle porte. Che si chiami condono o sanatoria. Ma quali saranno gli effetti? “Per il territorio sarà una sciagura”, prevede Ermete Realacci (Pd), “soprattutto se sarà confermato il termine aperto fino alla fine dell’anno”. L’annuncio avrebbe un effetto “criminogeno” perché darebbe il via al solito boom di abusi realizzati in vista della sanatoria. Ma molti sollevano il dubbio che, anche da un punto di vista economico, la sanatoria sia vantaggiosa: “Un pagamento una tantum, parziale, è meno redditizio per le casse dello Stato di una politica basata sul rispetto costante delle norme fiscali e urbanistiche”, sostiene Stefano Pareglio, professore di Economia Ambientale all’Università Cattolica. Aggiunge: “Soprattutto, però, si crea nei cittadini la convinzione che chi commette un abuso e aspetta il condono paga meno di chi rispetta le regole”. Il che in Italia, purtroppo, non è lontano dal vero.

La sanatoria, però, non convince nemmeno i comuni. Salvatore Perugini, sindaco di Cosenza e vice-presidente dell’Anci, sospira: “Siamo contrari anche sul piano del metodo. Ci hanno convocato, ma non ci hanno dato la possibilità di interloquire. E poi non si capisce che cosa ci aspetti: con il condono pagavi un’oblazione e da quel momento la casa era in regola e dovevi versare l’Ici. Ma se si trattasse soltanto di una manovra fiscale, resterebbe soltanto l’Ici, che tra l’altro adesso sulla prima casa neanche si paga”. Insomma, il danno ambientale, senza un consistente beneficio economico. E poi, a parte il carico di lavoro per i comuni, c’è la questione della sicurezza: “Se un immobile non risulta al catasto significa che non è passato al vaglio comunale. Quindi – spiega Perugini – una volta regolarizzato costringe i comuni a realizzare le opere di urbanizzazione (strade, scuole, allacci)”. Per garantire agli abitanti, che hanno costruito abusivamente, condizioni di vita dignitose pagate dalla collettività. Infine: “C’è il pericolo che le case fantasma siano realizzate a rischio... vicino a un fiume o in una zona franosa”.

«Io, compagno eretico, accuso Venturina»

Zucconi: il Pd dovrebbe ascoltare di più.

E questo paese è un dormitorio senza identità

In Toscana ci sono buoni principi e cattiva prassi. Non c’è una visione del futuro e non ci sono anticorpi. Manca l’aspetto educativo della politica

«La Toscana, il Pd toscano, dovrebbe farne tesoro, invece le critiche le vive con sofferenza. Il partito dovrebbe ascoltare di più, essere più dinamico. Se non lo capisce vuol dire che è in crisi». Parola di un ex. Un ex di lusso come Massimo Zucconi, fino al 2004 uno degli uomini di punta dei Ds piombinesi, dirigente pubblico e dal 2002 al 2007 presidente della società Parchi Val di Cornia. Oggi, quasi sostituendo l’opposizione nel Consiglio comunale di Campiglia Marittima, è la vera spina nel fianco della giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Rossana Soffritti. È stata la sua lista civica, «Comune dei cittadini» — l’anno scorso ha incassato il 18,5% — a sollevare un caso che rischiava di passare inosservato. Quello di un piano strutturale che fino al 2020 prevede un massimo di 650 alloggi da costruire, ma che secondo i «civici» grazie al regolamento urbanistico approvato dal Comune il 12 maggio, consentirebbe già per i prossimi cinque anni la costruzione di oltre 700 alloggi grazie all’edilizia sociale (che premia il costruttore) e lo sfruttamento delle cosiddette aree critiche.

Zucconi siete i responsabili di uno scontro politico che in Val di Cornia non si vedeva da almeno quindici anni. Stupisce che il grimaldello di questa situazione sia un ex del partito...

«Sono stato iscritto prima al Pci, poi al Pds e ai Ds. Me ne sono andato nel 2004 dopo una serie di tensioni che si erano create proprio a partire dai temi urbanistici». Spieghi meglio... «Non ho condiviso i piani regolatori di questo territorio fin dal 1995. Alcune scelte che hanno riguardato il parco di Rimigliano a San Vincenzo dove il Comune ha permesso la costruzione di un grande albergo. Era il ’96 e io da consigliere comunale di Campiglia non votai il piano regolatore perché secondo me conteneva già i germi di una logica espansiva. Oggi infatti ci troviamo con una quantità di alloggi smisurata e una qualità abitativa che peggiora».

Siete stati accusati dai sindaci di Piombino, Suvereto e Campiglia di «sfacciataggine» e «smemoratezza». Loro difendono la bontà della pianificazione territoriale in Val di Cornia. È davvero tutto da buttare?

«Mi riaggancio a quanto ha detto l’assessore Anna Marson. Dico che i principi contenuti nella legge 1 del 2005 che tutela il paesaggio sono di buon governo. Un altro discorso è come viene applicata questa legge. Dobbiamo però riflettere sulla natura stessa dei piani strutturali, che sono piani di principio, ma non fanno quello che l’urbanistica dovrebbe fare: scelte concrete sul territorio. Disciplinare e localizzare gli interventi».

Vuol dire che i Comuni applicano male la legge toscana?

«Il punto critico sono i regolamenti. Che ogni Comune si fa e approva. Nel caso di Campiglia il regolamento tradisce il piano strutturale. La Toscana può essere presentata come una terra di buoni principi, ma con una prassi che spesso li contraddice. Condivido quanto dice il presidente Enrico Rossi che l’identità della nostra regione è fatta di patrimonio culturale, di centri storici e campagna. Ma non mi sembra ci sia una seria volontà di tutela del nostro territorio se nelle campagne consentiamo di fare di tutto trascurando agricoltura e paesaggio». È una critica anche al Pd toscano? «Credo che la Toscana nei suoi gangli istituzionali e politici non sia così consapevole e convinta della strategia che viene annunciata. A mio parere c’è una debolezza politica. Guardo a Campiglia dove secondo me è venuto meno anche l’aspetto educativo della politica con gli amministratori lasciati da soli nello scontro tra interessi privati e interessi generali. C’è un appiattimento del dibattito, qui l’opposizione è da 15 anni in silenzio. E se penso ai Ds e al Pd locale sono decenni che non vedo un comunicato del partito, ma solo del sindaco e dei tecnici del Comune. Credo non ci sia una visione del futuro e senza anticorpi abbiamo subito le pressioni degli interessi immobiliari. È mancata la politica. In Toscana c’è uno scarto troppo ampio tra la fase dell’enunciazione e la pratica. Si predica bene e si razzola male. Non avremo tutte le ragioni, ma il confronto è necessario. Qui criticare è quasi come essere eretici».

E voi con la lista civica ne avete approfittato...

«Abbiamo intercettato il voto di protesta. I dieci anni del sindaco Silvia Velo (oggi parlamentare) sono stati anni di silenzi che hanno mortificato la democrazia e la trasparenza del Comune. Non hanno saputo gestire le cave e gli impianti produttivi sono stati realizzati in campagna lasciando degradare il centro. Venturina è un dormitorio, non c’è una piazza, non c’è identità».

Eppure lei fino al 2007 e ancora oggi da dirigente al Comune di Piombino è a stretto contatto con gli uomini e il partito che critica...

«Sono sempre stato un dirigente pubblico e tuttora lo sono. Ho scelto di dedicarmi alla costruzione dei parchi, alla società Parchi Val di Cornia. In quel momento mi sono reso conto quanto valga il nostro patrimonio paesaggistico e più cresceva la mia sensibilità più mi staccavo dalla politica. Sono uscito nel 2007 dalla gestione dei parchi da uomo libero. Il mio mandato cessava, ma credo che non fossi nemmeno più gradito. La mia lista civica non vuole diventare un partito, solo riportare la discussione e la trasparenza in Consiglio comunale. Se non ci fossimo stati noi nessuno avrebbe detto nulla su questo regolamento».

Il regolamento ammette il raddoppio degli alloggi in edilizia sociale. Ma secondo i tecnici del Comune ciò non avverrà «per mancanza oggettiva di spazio fisico a disposizione». Insomma il raddoppio ci sarà o no?

«Questo mi sembra un principio inedito nell’urbanistica: l’autoregolazione dei costruttori. Ogni considerazione è superflua. Così come è scritta quella norma vuol dire raddoppio. Se il Comune non vuole davvero il raddoppio degli alloggi deve fare una cosa molto semplice: cancellare la norma».

Vezio De Lucia

«Volevo soltanto migliorare,

e sono diventato un pretesto»

Il padre del piano strutturale dei Comuni di Campiglia, Suvereto e Piombino, l’architetto Vezio De Lucia, nei giorni scorsi aveva criticato il regolamento urbanistico di Campiglia. Quello che rischia di far aumentare il numero di alloggi previsti fino al 2020 già nei sui primi cinque anni di attuazione.

I sindaci dei tre comuni, Rossana Soffritti, Gianni Anselmi e Giampaolo Pioli martedì hanno scritto una lettera anche per criticare le parole del noto urbanista. Eccone un passaggio: «Stupisce che l’architetto di scagli contro sue medesime scelte». E ancora: «Limitare esclusivamente al numero degli alloggi il contenuto di un regolamento urbanistico denota un approccio al tema meramente ideologico e, cosa più grave, denuncia un appannamento deontologico che fa il paio con l’opportunismo politico: entrambi aspetti aggiuntivi e preoccupanti del degrado etico che ci avvolge».

Ieri De Lucia ha voluto replicare ai sindaci. Ecco il testo del suo comunicato: «Come sempre, quando mancano gli argomenti, si ricorre agli insulti (mi si accusa nientemeno di "appannamento deontologico" e "opportunismo politico". Perbacco). Nell’intervista al Corriere Fiorentino mi sono limitato a dire che si è bruciata, in un brevissimo periodo, una previsione di lungo periodo. E ho aggiunto: "O il mio lavoro era sbagliato o con questo regolamento c’è stato un eccesso". Questo è tutto. Non ho accennato neanche alle aree critiche (le cosiddette aree degradate non compatibili con i centri abitati, ndr) che, nel piano strutturale, sono definite come limitate porzioni di territorio che confliggono con l’assetto urbanistico nel quale sono inserite (edifici abbandonati, sottoutilizzati o destinati a funzioni improprie). L’obiettivo del piano era la riqualificazione ambientale e paesaggistica, e in questo senso va letta anche la norma che, solo per alcune aree critiche, non fissa il dimensionamento. Succede invece che una previsione volta a migliorare esteticamente e funzionalmente luoghi degradati viene utilizzata come pretesto per sovradimensionare il regolamento urbanistico (e si accusa me di appannamento deontologico)».

Alessandro Grassi

«Nessun raddoppio di alloggi, chiariremo tutto»

Lettera del coordinatore dell’ ufficio urbanistica Val di Cornia

Caro direttore, la notizia di una quantità così rilevante di edilizia sociale tutta a carico dei privati sarebbe stata, per il Comune di Campiglia Marittima, una cosa di cui andare fieri. Siccome, purtroppo, la cosa non è vera, mi spiace deludere le attese delle tante famiglie che non trovano la casa in affitto.

Mi dispiace soprattutto per coloro i quali, pur distanti dalla vita delle comunità locali, si sono affrettati a sentenziare giudizi senza aver approfondito più di tanto la proposta di piano o, più semplicemente, fidandosi di dossier, di letture e giudizi altrui.

Innanzi tutto mi preme tranquillizzare Vezio De Lucia che in più di una occasione, dopo la conclusione del lavoro sul piano strutturale, si è espresso con giudizi poco lusinghieri sulla Val di Cornia. Dico a De Lucia che i regolamenti urbanistici di Campiglia e Suvereto sono perfettamente coerenti al «suo» piano strutturale, sia sotto il profilo normativo che per i principi fondativi e strategici.

Nello specifico è bene ricordare che l’edilizia sociale riguarda la possibilità di realizzare alloggi da destinare permanentemente alla locazione. Il legislatore ha ulteriormente introdotto, suppongo per facilitare la sostenibilità finanziaria da parte di capitali privati, la possibilità di una locazione temporanea, generalmente compresa tra i 10 e i 30 anni.

Non si tratta quindi di nuove «case popolari» ma di un nuovo strumento a disposizione dei Comuni per coniugare governo del territorio e politica della casa.

L’equivoco dei 300 alloggi sociali a Campiglia nasce da una forzata interpretazione della norma contenuta nel nuovo piano comunale, che recita testualmente: «La realizzazione di n˚1 alloggio a canone sociale per ogni alloggio di edilizia libera realizzato come premio in aggiunta al limite stabilito nella presente scheda». Scusate tanto, ma quale razza di «premio» sarebbe la possibilità di realizzare alloggi da destinare permanentemente alla locazione ad un canone che non supera i 300 euro mensili? Si conoscono le difficoltà dei bandi regionali sull’affitto e del sistema di fondi immobiliari a rilevanza locale per la costruzione di edilizia sociale privata?

Il premio individuato dalla norma di piano prevede la possibilità di realizzare ulteriori alloggi liberi (rispetto al numero indicato nella norma) nella misura pari a quelli sociali. Siccome poi lo spazio fisico è comunque limitato dalle prescrizioni di verde, parcheggi, strade, e così via, diciamo che sarà quasi impossibile andare oltre qualche unità di alloggi aggiuntivi. Detto quindi che la teoria del raddoppio del dimensionamento del piano nasce da una errata interpretazione normativa, che sarà certamente chiarita in sede di osservazioni, ribadisco la piena conformità del regolamento urbanistico al piano strutturale di Vezio De Lucia.

Aspetto di vedere altrettanto equilibrio nei futuri piani comunali in Toscana, unitamente ad un’attenta valutazione politica sui tempi e sui costi della pianificazione, sulla continua e ininterrotta attività di adeguamento del Ps al Pit e al Ptc, prima di affrontare il rapporto tra piano strutturale e regolamento urbanistico.

«Rivedere il rapporto tra piani strutturali e regolamenti urbanistici». Probabilmente nemmeno ieri mattina si riferiva al caso specifico di Venturina, ma l’assessore regionale all’urbanistica Anna Marson, nel corso della prima riunione della commissione territorio e paesaggio in Consiglio regionale, è andata a toccare proprio il punto. Quello contestato dai comitati di cittadini, dalle liste civiche e da noti urbanisti e professori (Vezio De Lucia, Rossano Pazzagli, Massimo Zucconi e ultimo il direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis). Il cuore o il fattore principale del contestato sviluppo urbanistico nei comuni di Campiglia Marittima e Suvereto: il rapporto tra piano strutturale e regolamento urbanistico con quest’ultimo che secondo il fronte del no ha «bruciato» già nei primi cinque anni il numero di alloggi previsti dal piano strutturale pensato da De Lucia che ne prevedeva 650 fino al 2020.

Il tema è questo. Da una parte i piani strutturali, dall’altra i margini di manovra e di interpretazione delle norme dei Comuni. E su questo, Venturina o non Venturina, ha puntato l’assessore che ieri mattina avrebbe anche telefonato ai sindaci di Suvereto, Campiglia e (sicuramente) Piombino dopo la lettera pubblicata ieri dal Corriere Fiorentino in cui, forse con troppa irruenza, vengono duramente criticate le dichiarazioni rilasciate al nostro giornale dall’assessore. «Il rapporto tra piano strutturale e regolamento urbanistico — ha detto Marson in commissione — è problematico perché i regolamenti tendono ad allocare subito tutte le quantità edificabili previste dai piani strutturali (come è successo a Venturina secondo i comitati, ndr). Oltretutto, visto che in situazioni di crisi come quella attuale il mercato non assorbe tutta l’edilizia, a trovarsi in difficoltà sono gli stessi Comuni».

L’assessore ha riconosciuto l’importanza dell’autonomia dei Comuni, «ma tali autonomie vanno accompagnate da strumenti di indirizzo, monitoraggio e valutazione adeguati». E infine ha confermato quanto aveva già detto lunedì sulla legge 1 del 2005 (norme per il governo del territorio che la Toscana ha varato quando al posto della Marson c’era Riccardo Conti): «Ha introdotto elementi positivi, ma va rivista in alcuni punti chiave, a partire dal rapporto tra i piani strutturali, di medio-lungo periodo (come quello di Campiglia, Suvereto e Piombino, ndr) e i regolamenti urbanistici che dovrebbero invece corrispondere al mandato di un sindaco » . Da Campiglia però arriva un nuovo allarme. A lanciarlo sempre la lista civica guidata da Massimo Zucconi, urbanista, ex uomo di punta dei Ds piombinesi che alle elezioni del 2009 ha raggiunto il 18,5%. «Il regolamento urbanistico ignora completamente il centro storico, dal quale scompaiono progressivamente i residenti. Degli oltre 700 nuovi alloggi previsti nei prossimi 5 anni, solo 24 sono localizzati a Campiglia e tutti in discutibili aree di espansione nel paese nuovo. Ma la cosa ancora più sconcertante è che dei 299 alloggi di edilizia sociale (destinati ai residenti e alle fasce sociali più deboli), neppure uno è destinato a Campiglia e al centro storico. Gli alloggi di edilizia sociale previsti dal regolamento urbanistico appaiono più come "premio edificatorio" per coloro che costruiranno nuove case a Venturina: un meccanismo che raddoppia le volumetrie nelle zone dove sono già previste troppe nuove case, mentre ignora del tutto le esigenze del riuso del centro».

Postilla

Mentre prosegue il dibattito sui piani urbanistici dei comuni della Val di Cornia (si veda in proposito la tempestiva rassegna stampa del sito Il comune dei cittadini), il nuovo assessore regionale all’urbanistica sottolinea uno dei nodi della discutibile gestione della legge urbanistica toscana attuato ai tempi dell’assessore Riccardo Conti, emerso nella denuncia di Vezio De Lucia a pèroposito del Piano strutturale dei comuni della Val di Cornia («il mio piano urbanistico» Bruciato il mio piano urbanistico»): il rapporto tra l’assetto a lungo termine del piano strutturale e quello a breve termine del regolamento urbanistico. Il primo dovrebbe indicare, secondo la stessa legge regionale, le condizioni che le caratteristiche del territorio pongono alle potenziali utilizzazioni, ed essere riferito al lungo periodo (tendenzialmene “a tempo indeterminato”), il regolamento urbanistico dovrebbe definire le previsioni a breve periodo, tendenzialmente commisurate al quinquennio del mandato amministrativo (il “piano del sindaco”). Le possibilità di trasformazione edilizia definite dal Piano strutturale dovrebbero insomma costituire il contenuto di molti, successivi Regolamenti urbanistici. In molti comuni è invece prassi, tollerata se non incoraggiata negli anni scorsi dalla giunta Martini-Conti, esaurire in un solo quinquennio tutta l’edificabilità teoricamente consentita per l’eternità dal Piano strutturale. Una follia, che ha indotto molti a ritenere ormai del tutto inutile l’articolazione del piano regolatore generale in due distinti strumenti: appunto, in Toscana, il Piano strutturale e il regolamento urbanistico.

L’errore del rapporto scorretto tra Piano strutturale e Regolamento urbanistico è comunque un aspetto della più generale impostazione errata del rapporto tra regione e comuni, che è stato predicato e praticato dalla giunta Martini-Conti. Questa ha sostanzialmente lasciato mano libera ai comuni (salvo che per le grandi infrastrutture), trascurando il fatto che esistono interessi - quali quelli del paesaggio - che travalicano le competenze comunali, e che la sommatoria delle decisioni dei comuni possono pesantemente compromettere l’assetto territoriale regionale. Come è puntualmente avvenuto nella Regione Toscana.

L’assessore: “Qualcosa non ha funzionato. troppe critiche, legge da ripensare” - Arriva sul tavolo della Regione il dossier sulla Val di Cornia, sul Web appello dei comitati ai cittadini

CAMPIGLIA (Livorno) — I comunicati, le lettere dei comitati dei cittadini. Ma anche le critiche di importanti urbanisti — da Vezio De Lucia a Massimo Zucconi — sono entrati a far parte di un piccolo dossier che l’assessore regionale all’urbanistica Anna Marson prenderà in analisi già nei prossimi giorni. Comunque sia, la chiaccherata con l’assessore parte proprio da qui. Dal caso del piano strutturale e del successivo regolamento urbanistico di Campiglia-Venturina e di Suvereto che in questi giorni sta agitando, e non poco, la Val di Cornia.

Cittadini e associazioni stanno protestando con le reciproche amministrazioni comunali, accusandole di aver stravolto i buoni propositi contenuti nel piano strutturale realizzato proprio dal noto urbanista De Lucia che, ad esempio, per Campiglia prevedeva di realizzare un massimo di 650 alloggi da qui al 2020 e che invece già il primo di tre regolamenti urbanistici potrebbe innanzare a oltre 700. Secondo comitati e urbanisti, con una sorta di escamotage perfettamente legale che è l’edilizia sociale (in alcuni casi consente ai costruttori di raddoppiare gli edifici come una sorta di premio) e in seconda battuta con la previsione delle aree critiche (zone degradate non compatibili con l’abitato che veranno sostituite da case).

Il tema è sì in questo caso la Val di Cornia, ma più in generale la tenuta della legge regionale sull’urbanistica. Un tema che l’assessore Marson affronterà presto. Per sgomberare il campo dai sospetti. «Di sicuro nel rapporto tra piano strutturale e regolamenti urbanistici c’è qualcosa che non funziona — spiega — non so quanta sia la responsabilità di chi ha scritto quella legge o se il problema stia nel fatto che non sono stati realizzate linee di indirizzo adeguate sul come applicare la norma. Certamente, dovremo riprendere in mano l’intera questione, ma non è detto che sia necessario rivedere la legge, anche se le critiche su questo aspetto della normativa regionale arrivano da più parti. Prima voglio sentire tutti i soggetti coinvolti, anche perché alcune valutazioni sono condivise dagli stessi Comuni».

L’assessore Marson domani, tra le altre cose, farà il suo esordio nella prima riunione della commissione regionale ambiente e territorio. Probabilmente qualche consigliere regionale le chiederà una presa di posizione o chiarimenti sulle vicende della Val di Cornia e più in generale sul rapporto tra piani strutturali e regolamenti urbanistici varati dalle amministrazioni comunali. «Non c’è solo il caso di Campiglia o Venturina — continua l’assessore — le critiche che ci arrivano un po’ da tutta la regione ci impongono una riflessione. Il fatto che il regolamento urbanistico abbia esaurito tutte le quantità edificabili previste dal piano strutturale è un caso molto diffuso in Toscana, non riguarda solo la Val di Cornia. In questo momento sto cercando di valutare come muovermi».

Intanto, mentre la lista civica «Il Comune dei Cittadini» ha chiesto un incontro all’assessore Marson, sui siti internet del movimento e sui blog dei cittadini, come quello di Uniti per Suvereto, non si discute di altro che dei due regolamenti urbanistici — quello di Campiglia e di Suvereto appunto — approvati il 12 maggio scorso. Su facebook, sui forum online i «civici» incitano i cittadini e le associazioni di categoria a presentare in questi due mesi di tempo le osservazioni per ribaltare quanto previsto dai regolamenti urbanistici. E tornare al vecchio piano strutturale.

«Il mio piano strutturale è stato bruciato». O meglio, «il mio piano era un ragionamento, una previsione di lungo periodo che è stata bruciata in un periodo brevissimo. Allora, i casi sono due: o il mio lavoro era sbagliato o con questo regolamento c’è stato un eccesso». A parlare è l’urbanista Vezio De Lucia, il padre del piano strutturale di Campiglia-Venturina, Suvereto e Piombino. De Lucia è un urbanista di fama, ha lavorato come consulente di amministrazioni comunali, provinciali e regionali in numerose città e territori del Lazio, della Toscana e dell’Emilia Romagna. Per Venturina, il suo piano strutturale prevedeva un massimo di 650 alloggi e che questi fossero realizzati entro il 2020 attraverso tre regolamenti urbanistici. Il 12 maggio il Comune di Campiglia, con i voti della maggioranza, ha dato il via libera a un regolamento che sulla carta rispetta il piano realizzato da De Lucia. Ma che prevede deroghe all’edificazione di ulteriori alloggi nelle cosiddette aree critiche (zone degradate con attività incompatibili con i centri abitati) che secondo il comitato Comune ai Cittadini «sarebbero schizzate in modo improprio» e attraverso l’edilizia sociale che premia i costruttori ai quali è consentito realizzare alloggi aggiuntivi.

Due clausole che per la lista civica capeggiata dall’urbanista Massimo Zucconi, ex presidente della società Parchi Val di Cornia, hanno consentito al Comune di Campiglia guidato da Rossana Soffritti di aumentare già con il primo dei tre regolamenti urbanistici previsti il numero di alloggi consentito dal piano strutturale (713 contro 650). «Un piano strutturale deve cercare equilibrio tra domanda e offerta, non c’è dubbio che a Campiglia si possano costruire case — spiega De Lucia — visto che c’è domanda, ma il punto è che un piano strutturale non può seguire l’offerta altrimenti perde tutte le sue caratteristiche di tutela».

Secondo l’urbanista, la vicenda di Campiglia-Venturina «non è l’unica in Toscana e questa storia dei regolamenti urbanistici successivi al piano strutturale mettono in discussione la bontà della legge toscana, la sua efficacia. Se il regolamento assorbe e anzi supera le previsioni del piano, la sussistenza dei due atti è inutile. Ed è del tutto inutile anche un piano strutturale di lungo termine (quindicennale) come questo. Probabilmente la nuova giunta regionale dovrà affrontare questo tema».

Rossano Pazzagli, ex sindaco di Suvereto (dal 1995 al 2004 come indipendente, appoggiato da una coalizione di centrosinistra), il Comune che ha approvato lo stesso giorno di Campiglia il suo regolamento urbanistico, è ancora più netto: «Corriamo gli stessi rischi di Campiglia e Venturina. Bisognerebbe interrogarsi sul perché chi ha fatto il piano strutturale non è stato messo nelle condizioni di fare anche i regolamenti urbanistici visto che si è voluto interrompere il rapporto con De Lucia e affidare la pratica a un altro consulente. Così è chiaro che la coerenza tra i due piani viene meno. In questa zona, è vero, c’è una pressione turistica e ovviamente c’è la pressione immobiliare, della rendita. Due fattori a cui le amministrazioni pubbliche dovrebbero resistere».

A Suvereto, tra l’altro, proprio ieri un comitato di cittadini (Uniti per Suvereto) ha denunciato sia «i 700 alloggi in cinque anni previsti a Campiglia, più di quanti ne prevedeva il piano strutturale in quindici» che i rischi cui va incontro il piccolo comune: «A Suvereto oltre a nuovi alloggi e capannoni si prevede di costruire, ampliare, un centro commerciale subito fuori il centro storico medievale, lungo le mura antiche. Ci auguriamo che le osservazioni dei cittadini e delle associazioni di categoria possano ribaltare una previsione che farebbe fare un salto indietro alla qualità di Suvereto. Ma temiamo che al di là del nostro Comune, stiano suonando gravi campanelli di allarme per l’intera Val di Cornia».

L’ex sindaco che dice? «L’impressione è che le aree critiche e l’edilizia convenzionata siano il grimaldello per rispondere agli appetiti imprenditoriali. Si predica bene e si razzola male, questa la linea data dall’ex assessore Riccardo Conti. Il Pd toscano fa buone leggi, buoni principi, ma poi nei piani regolatori si fa altro».

Loretta Napoleoni

La bancarotta resta

dietro l’angolo

Olanda e Germania sono tra i pochi Paesi di Eurolandia che questa settimana non hanno dovuto presentare in fretta a furia misure d’austerità. A differenza dell’Italia, sulla quale sta per cadere la scure di Tremonti, queste nazioni sono solide e per ora Non corrono il rischio di essere trascinate nel gorgo dell’insolvenza. Le altre, Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna e Gran Bretagna, da settimane lottano per la sopravvivenza.

La situazione è gravissima: come un de-ja-vu della crisi dei mutui spazzatura americani, solo che questa volta alla radice c’è il debito sovrano. Due anni e abbiamo raggiunto l’ultimo anello della catena di Sant’Antonio della finanza globalizzata: a chi passare il debito? Alla Banca Centrale Europea (Bce)? Improbabile. Secondo uno studio della Royal Bankof Scotland, quello accumulato da Grecia, Spagna e Portogallo ammonta a circa duemila miliardi di euro, di cui almeno un miliardo si trova nei forzieri di Eurolandia. Economisti e analisti finanziari concordano che neppure la partecipazione attiva della Germania potrebbe sanarlo. Non ci sono abbastanza soldi. Ciò significa che per evitare il crollo del sistema bancario qualcuno dovrà fallire. La prima in lizza è la Grecia. Sui mercati ormai tutti la danno per spacciata, solo la Bce le presta i soldi. I mille miliardi di euro messi a disposizione da Eurolandia non hanno convinto i mercati e senza di loro non si può procedere alla ristrutturazione del debito greco per ridurlo a cifre “pagabili”. Non rimane che la bancarotta e la successiva ristrutturazione come è successo per Argentina e Islanda. Nell’attesa che si arrivi a questa decisione e per attutire al massimo il colpo, la Bce rastrella sul mercato le obbligazioni greche, naturalmente utilizzando i soldi di noi i europei.

Salverà questo sacrificio il sistema bancario? Non è facile dirlo. Come avvenne nel 2008, i prestiti interbancari all’interno e verso Eurolandia si stanno atrofizzando, segno che i mercati temono il peggio. Il Libor, il London Interbank Offered Rate, quello al quale le banche si approvvigionano a vicenda, è risalito ai massimi del 2009, quando si temeva un congelamento totale dei prestiti interbancari. Allora intervenne la Riserva Federale, ma la Bce non ha i muscoli monetari per farlo. Fa paura pensare di essere tornati a quei momenti tragici del dopo Lehman e ancora più si teme il parallelo con la grande depressione del 1929 quando ci trovammo di fronte ad una crisi con due picchi, il secondo, quello micidiale, coincise con il crollo delle banche.

A tenere le redini del destino di Eurolandia non sono i ministri delle Finanze ma il mercato. Ed è per accattivarsi le sue simpatie che si è lanciata l’austerità, parola impronunciabile fino a poche settimane fa. Eppure da anni gli indicatori economici sono fuori dei paletti imposti dal trattato di Maastricht, solo mesi fa si sarebbero potute introdurre misure meno drastiche e improvvisate senza avere il fiato del mercato sul collo. Ma ormai lo sappiamo bene, questa classe politica lavora solo quando c’è la crisi e in gioco c’è la sua sopravvivenza, non quella del Paese che rappresenta, il resto del tempo fa spettacolo e campagna elettorale. Le misure varate rispecchiano questa triste verità. Fatta eccezione della Gran Bretagna, dove un nuovo governo di coalizione è stato da poco eletto sulla piattaforma di austerità, tutti gli altri Paesi hanno raffazzonato una serie di tagli che colpiscono quella fetta sempre più piccola della popolazione che paga le tasse e che invece bisognerebbe sostenere nei momenti recessivi. Chi negli ultimi vent’anni ha intascato più del 60%della crescita del Pil, dagli Hedge Funds al crimine organizzato, non viene toccato perché ha imboscato i guadagni, ha evaso il fisco o semplicemente opera nel mondo dell’illegalità. Ecco uno dei motivi per cui i cittadini europei questa austerità non la vogliono.

In Italia si cerca di addolcire la pillola con l’usuale propaganda: si abbattono i salari nominali e quelli sociali,ma ci si vanta di non aver aumentato le tasse. Viene spontaneo pensare che il motivo sia solo lo scarso numero di chi le paga. Si condanna l’ennesimo obbrobrio edilizio per poterlo accatastare invece di far pagare una penale salatissima a chi lo ha commesso e costringere costoro anche ad abbattere queste costruzioni come avviene in Inghilterra e nella maggior parte dei Paesi civili.

Propaganda, demagogia, austerità, neppure il bavaglio alla stampa salveranno la nostra classe politica e i loro tirapiedi dalla crisi economica. Che si tratti della tanto attesa resa dei conti?

Paolo Leon

Ma la speculazione si può fermare

Il coro è unanime: l’Europa ci chiede di rientrare rapidamente nei parametri che legano deficit e debito al Pil per evitare il pericolo greco, e cioè la corsa speculativa contro i titoli di Stato dei paesi maggiormente indebitati o in deficit. E già non ci siamo: la speculazione guarda al deficit o al debito? In Italia dovrebbe guardare al debito, in Spagna e Portogallo al deficit, ma non è la stessa cosa, perché è molto più facile ridurre il deficit del debito. Ergo: noi dovremmo essere sotto pressione più degli altri paesi,ma non lo siamo, come mostrano i rendimenti dei nostri BOT. In realtà, sia noi sia l’Europa sembriamo ipnotizzati dalla speculazione, e non ci è offerto altro ricorso se non quello di strozzare la ripresa, far crescere la disoccupazione, ridurre ancora di più il cosiddetto modello sociale europeo (istruzione, sanità, previdenza, sussidio di disoccupazione) e la sua “tecnostruttura” (l’impiego pubblico).

Non nego che occorrano misure per ridurre la spesa pubblica o aumentare le entrate, ma queste misure sarebbero molto meno dure se, contemporaneamente, l’Europa e noi cercassimo di tagliare l’erba sotto i piedi alla speculazione finanziaria. La Germania lo sta facendo alla grande: ha appena limitato la speculazione al ribasso contro i titoli di Stato in euro commerciati nel paese, e sta per approvare una legge che allarga la limitazione ad ogni speculazione al ribasso (gli Usa l’hanno proibita fin dal 2005). Ricordo cos’è la speculazione al ribasso: si vendono titoli nell’attesa di comprarli più tardi ad un prezzo più basso, e si possono vendere titoli anche senza possederli, per ricomprarli a prezzo più basso domani e consegnarli all’originale acquirente (naked shorting); questa seconda speculazione è quella più deleteria.

Quando la Merkel ha annunciato la nuova misura, il resto d’Europa non l’ha seguita. Non esiste una Consob europea, i mercati europei sono meno regolati di quello americano, né la Banca Centrale Europea poteva imporre una propria deliberazione in proposito. Nessuno ha spiegato perché la Germania si è mossa da sola, né chi stia proteggendo in Europa la speculazione al ribasso: il Parlamento sarà chiamato a votare su un decreto legge di austerity fiscale, senza che sia stato spiegato perché si sia di fronte ad una nuova crisi finanziaria.

Il caso della Grecia è chiaramente una scusa, perché per quanto grande quel debito, si tratta pur sempre di un’infima quota del debito europeo e del patrimonio europeo. C’è un grande difetto di trasparenza in Europa, ma non sappiamo nemmeno quali posizioni abbia sostenuto a Bruxelles il nostro paese in merito alla lotta alla speculazione, né se esiste una qualsiasi azione italiana per portare in Europa le stesse riforme che Obama sta mettendo in atto su banche e società finanziarie. Il timore è che non si voglia affatto lottare e il sospetto atroce è che la manovra di restrizione sul bilancio pubblico sia vista come un’opportunità per ridurre il ruolo dello Stato, sconfiggere lo Stato sociale o, alla peggio, passati due anni, tornare a largheggiare nella spesa pubblica in tempo per nuove elezioni.

L’assessore al territorio: coinvolgere i cittadini non è una perdita di tempo - Sul Vespucci: "Giusto renderlo più funzionale ma ha comunque dei limiti fisici" - Gli outlet: "Bisogna valutarne la costruzione se danneggiano il commercio"

Marson forse ancora non lo sa, ma Castello e l’aeroporto, prima che questioni politiche, sono psicodrammi fiorentini. Da saggia intellettuale che vuole ridare una cifra razionale alla politica, non entra nella mischia delle pressioni e degli interessi contrapposti, ma enuncia i criteri delle scelte. «La Regione deve tenere fede ai suoi impegni. Il parco è stato deciso come strumento di compensazione legato all’impatto sanitario del termovalorizzatore. Quest’ultimo e il completamento della Perfetti-Ricasoli sono già stati definiti dal governo regionale, l’atto di indirizzo del consiglio impegna a procedere con il coinvolgimento dei cittadini al fine di ottenere il massimo di condivisione sociale».

Se la pista parallela va a mangiare ettari di parco, addio pista parallela? Anche lei, come utente di Peretola, si è scontrata con i limiti operativi dell’aeroporto. «E’ giusto renderlo più funzionale ma i limiti fisici della sua collocazione riducono l’ipotesi di farlo diventare un aeroporto con collegamenti internazionali diretti. Occorre invece avviare un dibattito pubblico istruito su scelte tecniche concrete. E cominciare a integrare le due società del Galilei di Pisa e del Vespucci». 


Su Castello è al tempo stesso più severa e più elastica. «Le intercettazioni che ho letto testimoniano una insufficiente cultura del processo decisionale pubblico per la definizione degli assetti futuri. C’è stata una evidente sottovalutazione della posta in gioco».

Si riferisce, ipotizziamo, all’ex sindaco Domenici e alle parole che usava nelle sue telefonate con l’assessore Biagi. «Parliamo - dice lei - di carenze cognitive. Se ci fosse stato un ampio processo partecipativo fondato sul dibattito pubblico, queste carenze sarebbero state compensate».

Marson batte e ribatte sull’ampliamento della partecipazione dei cittadini al meccanismo decisionale. «All’inizio può sembrare che ciò faccia perdere tempo, ma poi la condivisione elimina i veti incrociati e accelera il processo decisionale. La Scuola dei marescialli è l’esempio di ciò che non è augurabile, è stato distruttivo per Castello. Se attraverso la partecipazione si fosse giunti a definire ciò che è praticabile e ciò che non lo è, non si sarebbe che migliorata la situazione. Di fronte a indirizzi e scelte concrete, anche il proprietario dell’area potrebbe essere disponibile a rivedere i termini dell’accordo».

Dunque, Marson non dice sì o no al parco di Castello o alla Cittadella dei Della Valle: dice che non si può un giorno mettere a Castello una cosa, il giorno dopo un’altra. E che solo attraverso scelte precise è possibile riavviare un rapporto con il privato, Ligresti, per arrivare a una soluzione che accontenti tutti. «Piacerebbe molto anche a me sapere che cosa dice la relazione Pericu sulla convenzione tra Ligresti e il Comune di Firenze. Capisco che una certa riservatezza serva. Ma quando si apre un dibattito, se lo si rende pubblico si eleva il tono». 


Dietro Castello e aeroporto, c’è il grande tema dell’uso del territorio. Marson è favorevole al Piano di indirizzo territoriale, varato pochi mesi fa dalla Regione o ne individua un limite nell’eccesso di autonomia di scelta concesso ai Comuni? «Il paesaggio di questa Regione ha un valore simbolico, è l’icona del bel territorio, fatto di natura e cultura, cioè di geografia e lavoro degli uomini. Ma anche qui, talvolta, gli amministratori si rivelano non all’altezza della qualità culturale di cui i toscani sono intrisi. Porsi il problema nei termini di chi ha l’ultima parola sulle decisioni territoriali, a me sembra sbagliato. Ad ogni potere deve corrispondere un contropotere, alla autonomia del Comuni devono corrispondere meccanismi di valutazione e di controllo della Regione. La legge 1 affida grande autonomia ai Comuni, la Regione partecipa solo all’avvio del piano strutturale mentre è assente nella fase di approvazione del regolamento urbanistico, quello che fissa concretamente le realizzazioni sul territorio. Siamo stati un po’ travolti da questa novità, dall’autonomia dei Comuni, non abbiamo creato strumenti che fossero capaci di correggere l’esercizio di quella autonomia laddove non funzionasse. Intendo così la lettera del procuratore Quattrocchi sul caso di Montespertoli. Se tu Regione vai avanti nel riconoscere l’autonomia di scelta dei Comuni, devi dotarti dei meccanismi di correzione quando essa devia».


Dunque, Marson annuncia un maggiore controllo regionale sul territorio. Sostiene l’idea di un uso il più moderato possibile, privilegia la riqualificazione e la ristrutturazione. Già, ma secondo quali parametri? A Firenze il sindaco Renzi parla di piano strutturale senza aumento di volumetrie, anche se a Castello la posta in gioco prevede centinaia di migliaia di nuovi metri quadrati. «Il Comune di Firenze dovrà rivedere le norme Quadra e anti-Quadra, ne discuteremo insieme. Vede, allargare il territorio urbanizzato, oltre a ridurre gli spazi agricoli una volta per tutte, porta a serie complicazioni. Una: le società di pubblica utilità non riescono più a sostenere i costi di allargamento della rete dei servizi. Riqualificare e ristrutturare è una buona risposta anche alle nuove esigenze abitative. Non sempre per dare una abitazione occorre costruire nuove case, come le cooperative stanno cominciando a scoprire».

Renzi l’ha chiamata? «No».


Ultima battuta, gli outlet. «Occorre valutare quanto costruirli ai confini della città ne danneggino il commercio tradizionale. Le società che li costruiscono sono spesso finanziate da fondi di investimento dedicati. Possibile che la Toscana non sia capace di usare questi strumenti di raccolta del credito per realizzare cose utili alla collettività, aree di insediamento dell’industria manifatturiera, ad esempio? E’ una scommessa che vorrei vincere».

l'Unità

«Tav, Cittadella, Foster: ecco tutti i miei dubbi»

di Osvaldo Sabato

Le villetta di Monticchiello, che fecero infuriare Alberto Asor Rosa, il nuovo capannone di 360 metri cubi della Laika a San Casciano, poi le inchieste fiorentine su Castello e Quadra, passando per Montespertoli e Barberino del Mugello. Non sono stati anni facili per l’urbanistica in Toscana spesso nell’occhio del ciclone.

Con la nuova giunta del neo governatore Enrico Rossi il governo del territorio è toccato all’urbanista Anna Marson docente all’università di Venezia (ex assessore per un anno e mezzo col l’allora presidente Zoggia, ora responsabile nazionale enti locali Pd). Un tecnico, senza tessera di partito ma, come ammette lei stessa, «proposta dall’Italia dei Valori ». Appena giunta nella stanza dei bottoni dell’urbanistica toscana dimostra di avere le idee chiare sulle cose da fare per recuperare «la governance e il rapporto di comando e controllo della Regione sui comuni» per trovare «il coordinamento giusto» in modo «da consentire alla Regione di esercitare la propria funzione di indirizzo». Se lo slogan elettorale di Rossi era «Toscana, avanti tutta» quello di Anna Marson è «volumi zero» e «partecipazione dei cittadini sulle scelte urbanistiche».

Il Pd metropolitano di Firenze l’accusa di essere troppo movimentista, ma lei non fa una piega; «mi confronterò, anzi vorrei incontrarli» dice la professoressa impegnata con la Cgil vicentina sul caso Dal Molin, ora titolare delle deleghe che per dieci anni sono state del democratico Riccardo Conti, non nasconde di essersi sentita una sorta di Alice nel paese delle meraviglie nella sua prima esperienza di assessore a Venezia «circondata da relazioni e avvenimenti tra il misterioso e lo strampalato ». Ora la professoressa Marson dovrà dire la sua sul nuovo piano strutturale del sindaco di Firenze Matteo Renzi.

La Regione pensa ad una deroga sui tempi? «So che è stato chiesto un primo incontro» rivela Anna Marson «quindi prima di dare dei giudizi vorrei capire la posta in gioco». Nessuna «preclusione ideologica» alla deroga, spiega l’assessore di Rossi. Castello, aeroporto di Peretola, tunnel tav e stazione Foster senza la verifica di impatto ambientale «in Italia non c’è mai stata una valutazione che si sia conclusa con il diniego dell’opera» ricorda Marson, non sono che alcuni tasselli della partita urbanistica che si dovrà giocare nel capoluogo toscano. «Su Castello la Regione non può giocare un ruolo secondario» anticipa Anna Marson. Come per il parco della piana «in questo caso è stato attivato un processo di ascolto» ricorda l’assessore «ma non di partecipazione».

La cittadella viola? «Bisogna verificare fino a che punto è fondamentale concedere al privato tanti volumi edificabili in più rispetto a quelli che servirebbero per lo stadio» è la sua tesi. È cauta. Come sullo sviluppo dello scalo di Peretola «per me la priorità non è la nuova pista ma la messa in rete dei due scali di Firenze e Pisa». Parole spesso in controcorrente, come la sua posizione sul sotto attraversamento Tav «soluzione scelta senza un confronto fra le alternative » dice Marson «avrei voluto un confronto fra le diverse ipotesi per capire meglio i pro e i contro, ma non è stato così». È musica per i comitati anti Tav.

«La stazione di Foster ? Interviene in un territorio, che dal punto di vista idrogeologico è molto complesso» osserva l’assessore regionale «potrebbero esserci dei cedimenti con possibili contenziosi lunghi dei proprietari di superficie che chiederanno i danni, allungando così i tempi e il costo dell’intervento ». Non solo. «Sotto Firenze c’è una città etrusca e romana, non mi sembra un intervento facile» avverte la professoressa.

Il Corriere Fiorentino

«Non sono una movimentista di professione»

Marson si dà un decalogo. Ma senza fare dietrofront

Il neo assessore all’urbanistica: meno mattone, più riutilizzo

di Mauro Bonciani

La giunta regionale di ieri è iniziata proprio affrontando la parte del programma che riguarda l’urbanistica e Anna Marson, la docente universitaria indicata dall’Idv come assessore (scelta al centro di molte polemiche), ha capito subito che il suo ruolo non sarà facile. E lei rilancia, senza sconti, né retromarce. Ma anche senza anatemi.

Assessore Marson, lei è il nome più «nuovo» della giunta, tutti sapevano che Rossi voleva un tecnico alla sanità ma nessuno si aspettava il bis con l’urbanistica: come è andata?

«Ad inizio della "fatidica" settimana in cui Rossi ha varato la giunta Pancho Pardi mi ha chiesto il curriculum. Poi giovedì sera il presidente mi ha chiamato e mi ha chiesto di vederci; lo abbiamo fatto, ci siamo scambiati opinioni sulla gestione del territorio, ho condiviso le sue idee ed ho detto di sì».

Dalla sua precedente esperienza come amministratore sono passati 11 anni: è perché la politica si affida ai tecnici solo nelle emergenze come lei ha scritto?

«La politica, giustamente, reclama suoi esponenti e rappresentanti e solo eccezionalmente affida l’urbanistica ai tecnici. In questo caso l’eccezionalità sta nel fatto che per troppo tempo le infrastrutture hanno avuto la meglio come energie e risorse sull’urbanistica. Ora c’è la consapevolezza che nell’attuale crisi il ruolo del territorio è fondamentale. Che non si può svenderlo».

È movimentista come molti le rimproverano?

«Non sono movimentista di professione... — sorride Marson —ma su alcune singole questioni mi sono trovata su quelle posizioni. E non sono neppure "verde", nel senso che so benissimo che la natura va protetta ma anche che il rapporto tra natura e uomo è parte dello sviluppo, anche economico, a patto di non distruggere il territorio».

Può spiegare perché in un suo saggio ha usato la parola marionette riferendosi ai sindaci e citando gli esempi di San Casciano e Montespertoli?

«La ringrazio della domanda perché mi dà l’opportunità di spiegarmi. Con la parola marionette non intendevo assolutamente offendere i sindaci, anzi. Intendevo sottolineare che i primi cittadini dei piccoli Comuni si trovano in qualche modo a non poter decidere, a vedersi imposte decisioni da aziende e promotori molto più "pesanti" di loro. Volevo evidenziare la crescente impotenza di sindaci e concittadini nell’esercitare la sovranità sul territorio e il paesaggio. Ma oggi sia Montespertoli che San Casciano, con nuovi sindaci giovani, dimostrano che le cose possono cambiare».

Cambierà idee o ruolo, adesso che è assessore regionale?

«So benissimo che ora il mio ruolo è diverso, che consiste nel mediare tra posizioni diverse e anche distinte e lo farò, ma trovando soluzioni più avanzate. E bisognerebbe riprendere a formare personale urbanistico nelle strutture comunali come faceva il centrosinistra negli anni Settanta».

Sarà possibile conciliare decisioni in tempi brevi, come il sì ad insediamenti produttivi in sei mesi, e partecipazione?

«Lo spero e lo auspico. Esiste già un atlante delle aree produttive da riutilizzare o con spazio ancora disponibile, attrezzabili ecologicamente e qui si può lavorare per snellire le procedure e attrarre investitori che si fermino in Toscana, non mordi e fuggi». Come si fa a consumare meno suolo e incentivare il riutilizzo delle aree dismesse? «Approfondirò subito questo tema, in collaborazione anche con le associazioni dei costruttori perché spesso la rendita immobiliare delle aree da riutilizzare è più alta per i proprietari di quella di aree "vergini", ma per le imprese significa procedure complesse. Dobbiamo far sì che le condizioni siano favorevoli per tutti».

Parlando della Laika ha detto che il terreno per il nuovo stabilimento poteva essere dato in affitto, invece che fatto acquistare. Pensa di introdurre questa pratica in Toscana?

«In Europa esiste da tempo e si può fare anche da noi, magari dando il terreno in concessione per 99 anni anche se non è facile perché in Italia gli espropri sono a prezzi di mercato. Si potrebbe però creare un fondo immobiliare e un’agenzia ad hoc per le aree da destinare ad insediamenti produttivi».

Ha affermato che potenzierà la partecipazione dei cittadini alle scelte: come?

«Applicando meglio la legge regionale, soprattutto sulle grandi opere come non è stato fatto per il tunnel dell’Alta Velocità a Firenze e come dovrà accadere per il Parco della Piana».

Compatibili ampliamento dell’aeroporto e Parco della Piana?

«Prima integriamo efficacemente lo scalo di Firenze e quello di Pisa e poi vediamo se, come e quanto serve ampliare il Vespucci».

E cosa pensa del corridoio tirrenico

«Che, qualunque sia il progetto, è fondamentale bloccare usi impropri dei territori limitrofi e garantire che i profitti che ne derivano vadano alla collettività».

Per concludere, obiettivi dei suoi primi 100 giorni?

«Portare avanti il mio programma, stilare un elenco di buone pratiche in Regione che già esistono. E proporre un tavolo di cooperazione e concertazione con le amministrazioni locali».

La Nazione

Marson: «Più potere ai tecnici»

di Stefano Cecchi

NON VESTE Prada ma molti sindaci (soprattutto del Pd) sospettano lo stesso sia il Diavolo. Anna Marson, neo assessore regionale all’urbanistica in quota Idv, appare per loro come il Belzebù girotondino, pronto a ingessare la Toscana sotto le insegne di un ambientalismo da crociata. All’idea, lei si fa una risata grassa e rotonda come una mina marina: «Ringrazio dell’attenzione che mi viene dedicata, ma con i sindaci spero di parlare presto, e direttamente, delle questioni che li riguardano».

Facciamo un passo indietro, allora. Il suo nome non è mai comparso nei toto-giunta. Poi...

«Poi sono esplosa improvvisamente, come un vulcano».

Quando l’ha saputo?

«La sera prima delle nomine mi ha telefonato Rossi che aveva visto il mio curriculum».

Il suo nome risulta averlo fatto in extremis Pancho Pardi...

«Qualche giorno prima lui aveva parlato con me chiedendomi il curriculum. Ho ragione per credere sia successo così».

Evangelisti non lo conosceva...

«No, non frequento il partito».

Che rapporti ha dunque con l’Idv?

«Ho grande apprezzamento per le battaglie di Di Pietro. La stagione di Mani pulite è stata molto importante per l’Urbanistica».

Dell’Idv le piace di più l’anima che molti definiscono giustizialista o quella girotondina?

«Io ho condiviso molte delle battaglie dei “girotondi”. Ovviamente non potendo esistere un partito-girotondo, quando si ragiona dell’Idv bisogna farlo su un altro piano».

Di Pietro o De Magistris: con chi andrebbe più volentieri a cena?

«Con Di Pietro».

Torniamo all’urbanistica: molti leggono la sua scelta come una rivoluzione copernicana col passato: una lettura giusta?

«Rivoluzione copernicana è parola grossa. Diciamo che mi piacerebbe immettere nella pubblica amministrazione una cultura un po’ diversa. So che sarà faticoso».

Chiede tempo?

«Penso che dovreste darmi almeno uno o due anni. Sempre se non mi faranno fuori prima».

In questo senso ha più paura del Pdl o del Pd?

«Di nessuno dei due. Non perché sono incosciente, ma perché credo che le questioni culturali legate all’urbanistica siano trasversali rispetto ai partiti».

Che giudizio dà del lavoro svolto dal suo predecessore Conti?

«L’assessorato era diverso, comprendeva più deleghe. Mi pare che lui abbia privilegiato quella alle infrastrutture rispetto all’urbanistica».

Ergo?

«Ciò ha portato un po’ a una trascuratezza dell’urbanistica e anche a una sua subordinazione».

Da professoressa che voto darebbe a Riccardo Conti?

«L’approccio che ho con i miei studenti è quello di farli maturare prima di dare loro un voto».

Non eluda la domanda...

«Mi scusi ma ho frequentato la scuola Montessori. Forse mi ha rovinato per sempre».

Proviamo con gli esempi: lei nel caso Monticchiello come si sarebbe comportata?

«Prima di rispondere vorrei approfondire quale sia effettivamente lo spazio di intervento diretto che la Regione può avere, ed è giusto che abbia, con i Comuni».

Un nodo fondamentale per la sua azione da assessore...

«La vecchia impostazione di comando e controllo sui Comuni è stata dismessa. In questo momento siamo in una fase in cui le magagne vengono fuori solo quando sono oramai realizzate».

Asor Rosa e i “comitati” chiedono per questo un ritorno alle decisioni centralistiche..

«Che io non condivido. In questo, sono federalista».

Eppure c’è chi dice che grazie a lei i “comitati” sono entrati nel governo regionale...

«Io non faccio parte dei comitati di Asor Rosa. Ho solo partecipato ad alcuni eventi sul territorio portando il mio contributo».

Però si sente più vicina alle scelte urbanistiche fatte dalla scorsa giunta regionale o alle critiche sollevate da Asor Rosa?

«Difficile rispondere. Una cosa è stare fuori, altra fare l’amministratore. Credo che anch’io per questo sarò criticata. Ciò detto, non ho certo intenzione di diventare un Riccardo Conti o di seguire le sue politiche».

Ha più punti di contatto con Beppe Grillo o con Conti?

«Con nessuno dei due, in quanto donna».

Una cosa che vuole realizzare da assessore?

«Dare maggiore competenza, anche sociale, ai tecnici che si occupano di urbanistica».

A proposito: chi sono quelli che lei ha definito i lupi di sinistra?

«Tutti quelli che si erano accordati col senatore del Pdl Maurizio Lupi per fare quella proposta di legge sull’urbanistica».

Quella proposta non è passata…

«Ma molti, nei fatti, hanno portato lo stesso avanti

Il Senato dà il via libera alla conversione in legge del decreto che sospende le demolizioni delle case abusive in Campania. E lo fa nella stessa giornata in cui a Casalnuovo vengono rasi al suolo altri due fabbricati costruiti senza licenza.

Un intero pomeriggio è durata la discussione in Senato. E se la parola passa ora alla Camera, c´è da registrare una importante modifica rispetto al testo che portava la firma del governo: il decreto che secondo la prima versione doveva limitarsi ad un solo articolo e doveva essere applicato esclusivamente alle abitazioni che fossero stabilmente occupate da chi non possedeva un´altra casa, e che non si trovassero in territori tutelati da vincoli paesaggistici, allarga ora le sue maglie e concede una sospensione degli abbattimenti anche alle abitazioni costruite in aree vincolate.

Una sospensione di più breve durata, però: il blocco delle demolizioni nelle zone paesaggisticamente protette avrà durata solo sino al 31 dicembre di quest´anno, termine però entro il quale la Regione dovrà provvedere alla «rivisitazione del regime vincolistico». È la speranza, lasciata a chi abbia edificato in area a vincolo, di ritrovarsi a gennaio 2011 fuori da quella limitazione ed essere messo così alla pari con gli altri casi per i quali il blocco degli abbattimenti è confermato fino al 30 giugno. Resta inteso che il provvedimento riguarda solo immobili costruiti entro il 31 marzo del 2003.

In aula hanno votato contro Pd, Idv e Udc, ma la maggioranza ha fatto sentire il proprio peso, nonostante le pressioni contrarie esercitate, fuori dall´aula, anche da associazioni ambientaliste come il Wwf e il Fai. I cui presidenti, rispettivamente Stefano Leoni e Giulia Maria Mozzoni Crespi, ieri hanno confermato anche il proprio parere negativo sulla sanatoria delle cosiddette «case fantasma». «Un terzo condono edilizio - spiegano - che sarebbe devastante per il territorio del Paese e deludente per i conti pubblici». E mentre a Roma si discuteva, a Casalnuovo venivano abbattuti due edifici abusivi ancora allo stato grezzo, non abitati. A Casalnuovo sono quindi ricominciate le operazioni di demolizione. Operazioni iniziate all´alba, per evitare eventuali scontri con la popolazione, sotto lo sguardo vigile delle forze dell´ordine. I due edifici, in via Vecchiullo, sorgevano circondati da altri palazzi ugualmente abusivi, in un quartiere interamente fuorilegge edificato nel 2006.

Per firmare l’appello di eddyburg contro il decreto

Quale che sia l’esito parlamentare dell’infausto provvedimento sulle intercettazioni, un rilevante successo la campagna di stampa contro la legge-bavaglio l’ha già raggiunto: e cioè la mobilitazione dell’opinione pubblica, giuristi, intellettuali, editori, giornalisti, studenti e cittadini comuni, tutti schierati in difesa della libertà d’informazione, correttamente intesa come libertà di essere informati e quindi come libertà di informare.

Una confortante manifestazione di quella società civile, certamente sollecitata dall’impegno dei giornali e in prima linea del nostro, che spesso viene evocata come in una seduta spiritica. E che improvvisamente si materializza e si esprime come in un prodigio. Il post-it incollato sulla bocca di tanti lettori e di tante lettrici rappresenta ormai il simbolo di questa ribellione popolare, la bandiera di un’opposizione diffusa che va al di là dei numeri e dei seggi in Parlamento. Quel foglietto giallo, una delle più grandi "invenzioni minime" del nostro tempo, diventa così il distintivo di un’opinione pubblica - di destra, di centro o di sinistra - che si sente espropriata di un suo diritto fondamentale e perciò reagisce per riappropriarsene. Vogliamo sapere, insomma, per poter giudicare.

«Un individuo libero e attento ai suoi bisogni e interessi - scrive Eugenio Scalfari nel suo ultimo libro Per l’alto mare aperto - sente la necessità di inventarsi lo Stato, appunto come entità astratta, e la cittadinanza come status di massa, fondata sull’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge». Ecco, il cittadino, lo Stato e il governo. Qui il governo in carica non amministra lo Stato né difende il cittadino, ma tende piuttosto a imporre una legge autoritaria e repressiva attraverso cui conculca, viola, calpesta i diritti dei cittadini.

Nella falsa retorica del regime mediatico, il ministro della Giustizia proclama che la legge-bavaglio serve a difendere - nell’ordine - la privacy, il diritto di cronaca e infine la funzione investigativa. Ma si tratta chiaramente di un artificio, o di un’ipocrisia bella e buona, per occultare lo spirito e la sostanza di un provvedimento liberticida. È vero infatti che occorre garantire un equilibrio fra questi tre diritti costituzionali, ma l’ordine semmai andrebbe invertito o comunque adattato alle circostanze, al caso specifico: la tutela della legalità, innanzitutto, come superiore interesse collettivo, poi l’informazione e quindi la riservatezza individuale.

Non c’è dubbio che abbiamo assistito finora a molti abusi nella gestione delle intercettazioni, telefoniche e ambientali, all’interno e all’esterno della sfera penale. Da strumenti d’indagine "straordinari", spesso si sono trasformate in strumenti "ordinari"; da mezzi di ricerca della prova sono diventate prove in sé. Ed è fuori discussione che bisogna preservare il singolo cittadino dalla "gogna mediatica", a maggior ragione quando è incolpevole o addirittura estraneo alle indagini. Le intercettazioni tuttavia restano assolutamente necessarie nella lotta al malaffare e alla criminalità organizzata, tanto più in un Paese come il nostro contagiato da una corruzione endemica e infiltrato dalla mafia, dalla camorra e dalla ‘ndrangheta.

La controriforma del governo Berlusconi - sulla quale perfino il presidente del Senato, Renato Schifani, sembra nutrire ora qualche ripensamento - non mira affatto a correggere e a sanare queste disfunzioni, bensì a colpire l’anello debole della catena, a punire i giornalisti, a mettere il bavaglio o la museruola alla libertà di stampa. Più che a contenere i costi per l’organizzazione della giustizia e a evitare i danni per i terzi incolpevoli, il disegno di legge del ministro Alfano punta in realtà a ridurre il diritto all’informazione, anzi a negarlo e mortificarlo. Non sono insomma la tutela del segreto investigativo e la difesa della privacy i veri obiettivi di questo provvedimento, quanto piuttosto la protezione della "casta", il blackout sugli scandali di regime, il controllo dei giornali e dei telegiornali o magari la loro sottomissione al potere politico.

Nel nostro Codice, è già scritto del resto che le intercettazioni devono essere usate con la massima prudenza, solo quando ricorrono gravi indizi di reato e quando sono «assolutamente indispensabili al fine della prosecuzione delle indagini». Che cos’altro c’è bisogno di aggiungere, di precisare, di limitare? Non abbiamo difficoltà a riconoscere, come convengono da fronti opposti il giudice Carlo Nordio e l’avvocato Giuliano Pisapia nel loro dialogo editoriale intitolato In attesa di giustizia, che a volte l’uso o l’abuso delle intercettazioni configura una "incivile violenza" o addirittura "una barbarie". Più che punire i giornalisti o sanzionare gli editori di giornali, però, sarebbe opportuno individuare a monte le responsabilità effettive, impedendo che chi ha l’obbligo istituzionale di tutelare il segreto investigativo finisca poi per violarlo impunemente.

Proprio in forza del diritto all’informazione, i giornalisti hanno invece il dovere professionale e deontologico di divulgare tutte le notizie di cui entrano in possesso, una volta accertata l’attendibilità della fonte da cui provengono e verificato l’interesse generale ad apprenderle. Si può anche discutere allora sulla necessità di un Codice di autoregolamentazione in materia, da definire magari insieme ai magistrati, per darsi una disciplina migliore, rispettare ancora di più l’attività giudiziaria e la riservatezza dei cittadini. Ma di fronte a un interesse superiore della collettività la politica deve fare un passo indietro e rimettersi eventualmente a un’iniziativa del genere, se non vuole soffocare la libertà di stampa e quella d’opinione.

Postilla

Ha ragione Valentini quando scrive di “una confortante manifestazione di quella società civile, certamente sollecitata dall’impegno dei giornali”. In questa occasione la stampa si è mobilitata in modo eccezionale e il suo impegno è stato decisivo nella mobilitazione a difesa del bene comune primario dell’informazione, base della democrazia. Ma altri beni comuni non hanno visto né vedono un impegno confrontabile. Eppure molti altri beni comuni sono a rischio, trovano nella società civile reazioni altrettanto decise, ma ottengono uno spazio assai minore, un sostegno assai più misurato, una visibilità straordinariamente minore dagli organi che, informando, formano l’opinione pubblica: pensiamo alla campagna per la difesa dell’acqua pubblica, ad esempio. Altri temi ancora trovano i mass media del tutto distratti, assenti, addirittura disinformati o contro informati: come il caso della costruzione dopo il terremoto in Abruzzo (dove per mesi il nostro sito fu l’unico a denunciarne i turpi errori). E che vogliamo dire del furto del patrimonio comune che sta avvenendo con il cosiddetto “federalismo demaniale”? In realtà su tutti i temi connessi al territorio, alla sua tutela, alle condizioni di vita che le sue trasformazioni determinano, i mass media sono assenti.

Il flop della gestione emergenziale

Il piano rifiuti del governo naufraga sotto i colpi della crisi economica. Ieri è stata bloccata la contestata costruzione di una seconda discarica nel Parco Nazionale del Vesuvio. E l'emergenza, passata la campagna elettorale, è dietro l'angolo

«Il Consiglio si impegna a proporre alle autorità competenti l'esclusione della Cava Vitiello dai siti destinati alla ubicazione di impianti di discarica», si legge nel documento approvato ieri dal Consiglio Provinciale di Napoli, una svolta ambientalista che si può comprendere a pieno solo se si legge il primo punto del testo approvato: «Coinvolgere la Regione Campania per un'ulteriore rifunzionalizzazione degli impianti Stir». Tradotto per i non addetti ai lavori, non ci sono i soldi per aprire un secondo sversatoio a Terzigno, in pieno Parco Nazionale del Vesuvio, dopo quello di cava Siri, che probabilmente costerà all'Italia una nuova procedura di infrazione della Comunità europea, che probabilmente ce ne comminerà anche una terza per i Cip6, la tassa che si paga sulla bolletta dell'energia elettrica per le rinnovabili e che invece finisce nelle tasche delle multinazionali dei termovalorizzatori. La prima condanna, arrivata a marzo, per aver messo in pericolo la salute dei cittadini campani ci sta già costando circa 500 milioni di euro di fondi comunitari congelati a Bruxelles. Di più, la provincia - a cui il governo ha affidato per decreto il ciclo rifiuti - si ritrova con le casse vuote e nessuna idea di come prendere in mano lo smaltimento dei rifiuti, ma a Roma, a Palazzo Santa Lucia e Palazzo Matteotti siedono esecutivi di destra e allora non si può gridare al disastro, meglio chiedere con cortesia al presidente Caldoro di riprendersi il problema utilizzando una formula gentile come «rifunzionalizzazione degli impianti» che si traduce nel fatto che il commissariato straordinario non ha messo in piedi nessun ciclo integrato dei rifiuti. È il miracolo dell'immondizia campana, problema risolto in tempo per far vincere le destre in campagna elettorale, ritornato a galla a urne chiuse.

Tra lanci di monete da parte dei comitati civici e primi cittadini che rivendicavano il diritto a scaricare per primi l'immondizia a Terzigno, come fosse una gara, o addirittura che chiedevano la gestione di sversatoi e termovalorizzatori, provocando la rumorosa protesta dei cittadini - «andate a informarvi», «ma chi vi ha eletto?» i commenti più gentili - sono venuti fuori alcuni dati. La cava Siri, attualmente in funzione ma prossima a esaurirsi, ha una capacità di 750mila metri cubi, cava Vitiello ha una capienza cinque volte più grande, 3.500.000 tonnellate, in grado da sola di ingoiare spazzatura per quattro anni, nascondendo ancora la portata del fallimento della politica a livello nazionale e locale. Per questo il sottosegretario Bertolaso non aveva esitato a schierare l'esercito contro le popolazioni per difendere la scelta dei dieci siti da mettere a discarica. Perché la raccolta differenziata in provincia di Napoli galleggia intorno al 16%, quando per legge dovrebbe raggiungere il 65% entro il 2012. I comuni virtuosi continuano a mandare il compost in Sicilia e in Veneto quando in regione sono già pronti 12 siti di compostaggio che, misteriosamente, non entrano in funzione. Non solo, la discarica di Chiaiano è già piena a metà e l'inceneritore di Acerra, inaugurato dall'ineffabile duo presidente del consiglio & l'uomo della protezione civile, continua a non funzionare, tra nuvoloni grigi che intossicano il paese e la linea 1 che dovrà rimare ferma fino a giugno per un misterioso guasto, l'ennesimo. Bertolaso però a dicembre scorso ha dichiarato vinta la battaglia della Campania e ha tolto le tende, lasciando oltre 20 milioni di debiti e le province con l'acqua alla gola. In quanto alle bonifiche, poi, è notte fonda. Nel Parco Nazionale del Vesuvio ci sono dieci discariche abusive e centinaia non censite ufficialmente.

Il miracolo proprio non funziona e allora il consiglio provinciale prova con le buone a bussare dal governatore proponendo di «modificare, unitamente alla Regione Campania, gli atti amministrativi relativi alla attuale programmazione del ciclo dei rifiuti, da trasmettersi al Governo Centrale e al Parlamento Europeo affinché possano essere riviste le posizioni sia economiche che legislative adottate da questi ultimi Enti» per consentire «la riduzione del volume di rifiuti conferiti nelle discariche, nonché la realizzazione di impianti ecocompatibili». Sarebbe bastato ascoltare i comitati.

I COMITATI

Cava Vitiello, la farsa della Provincia di Napoli

Stamane (ieri, ndr) si è tenuta la seduta monotematica del Consiglio Provinciale di Napoli sul tema dei rifiuti ed in particolare sull'apertura della seconda discarica nel Parco del Vesuvio, la Cava Vitiello. In presidio presso la sede del Consiglio in Piazza Santa Maria la Nova si sono radunati i cittadini dei comitati dell'area vesuviana e quelli di Chiaiano e Marano. I cittadini chiedono la chiusura delle discariche di Chiaiano (Cava del Poligono) e Terzigno (Cava Sari), il "no" deciso all'apertura della discarica di Cava Vitiello nel Parco Nazionale del Vesuvio, e un piano provinciale dei rifiuti fondato sul Tmb (trattamento meccanico biologico) e sulla differenziata porta a porta. Un piano, quello proposto dai comitati, che vedrebbe la chiusura delle discariche attuali ed una uscita dall'emergenza definitiva, senza più buchi da riempire e territori da devastare. Una delegazione di circa venti attivisti della zona vesuviana e di Chiaiano e Marano è stata autorizzata ad assistere alla seduta del consiglio.

La "farsa" messa a punto dalla giunta Cesaro è cominciata ben presto con le linee guida tracciate dall'assessore all'Ambiente Giuseppe Caliendo, che ha annunciato che la Provincia intende proseguire sulla strada delle discariche e degli inceneritori. Caliendo ha aggiunto il parere negativo dell'ente di Piazza Matteotti all'apertura della discarica di Cava Vitiello. Peccato che ben presto si è cominciato a comprendere le reali intenzioni della Provincia. L'ordine del giorno presentato dai capigruppo della maggioranza è stato ben presto destrutturato dai comitati presenti in aula.

La Provincia annuncia che le attuali discariche di Terzigno (Cava Sari) e Chiaiano (Cava del Poligono) hanno un'autonomia di ancora 12/16 mesi, dando però nel caso di Chiaiano dei dati di conferimento assolutamente sbagliati. La Provincia segnala in 800 tonnellate al giorno il conferimento che secondo gli enti locali è invece di 1300 tonnellate al giorno. Ciò ci racconterebbe dei tempi notevolmente minori. La Provincia non dice apertamente quando saranno chiuse le due discariche, e addirittura per la Cava Sari parla di un utilizzo prolungato «fino al raggiungimento degli obiettivi del piano provinciale». Non solo, ma i capigruppo di Cesaro annunciano il parere contrario all'utilizzo della nuova discarica di Cava Vitiello nel Parco del Vesuvio «a condizione che vengano raggiunti gli obiettivi del piano». La cosa assurda è che la Provincia si impegna a presentare il famoso piano di cui sopra entro il prossimo 31 dicembre. Insomma tutto sarebbe subordinato al raggiungimento degli obiettivi di un piano che non esiste nemmeno.

Il consigliere provinciale del Prc Tommaso Sodano, che ha presentato un suo ordine del giorno bocciato dal consiglio, ha specificato che «la Provincia dal primo gennaio è l'ente preposto alla gestione delle discariche del territorio provinciale, dunque non si può scaricare su altri enti responsabilità diretta dell'ente».

In questo modo la Provincia dimostra di non avere la benché minima idea di come si gestisca un piano rifiuti. Nell'ordine del giorno, la maggioranza di destra della Provincia fa continuo riferimento alla Regione che però ha competenze solo sugli inceneritori. I consiglieri provinciali delle destra hanno dimostrato ancora una volta di non voler decidere per non assumersi le responsabilità davanti ai cittadini.

LEGAMBIENTE

«Il sottosegretario ha lasciato una bomba a tempo»

Un gruppo di cittadini del vesuviano circonda Raffaele Del Giudice, direttore di Legambiente Campania, all'uscita dalla Sala del consiglio di Santa Maria La Nova. Non hanno potuto assistere alla seduta straordinaria sul caso Terzigno causa posti per il pubblico limitati, ma non sono andati via. Il loro interlocutore è un volto noto tra gli attivisti antidiscarica, tra i protagonisti della video inchiesta sui rifiuti Biùtiful cauntri di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero. «Nessuna buona notizia, cosa hanno detto? E che devono dire...» spiega, il no all'apertura della seconda discarica nel Parco Nazionale del Vesuvio è una notizia di quelle che non servono a rassicurare.

Del Giudice, l'assessore provinciale all'ambiente anche oggi ha rivendicato come giusta la decisione di aprire il primo sversatoio della cava Sari. Ma lì non vigono le leggi europee per le aree protette?

La motivazione è che si trattava di un'ex discarica legale, ma è una scusa che non regge. Era stata chiusa perché non a norma con l'impegno a bonificarla e invece si sono sommati carichi inquinanti a carichi inquinanti, rendendo il ripristino dei luoghi sempre più difficile. E poi non si considera il consumo di suolo in un luogo di pregio, dove per statuto l'ente parco dovrebbe proteggere la biodiversità.

Eppure ribadiscono che lo sversatoio è a norma e non produce danni per la popolazione e l'ambiente.

È impossibile stimarne l'impatto perché la provincia è la prima a non avere gli elementi. Non hanno volumi di conferimento certi e nemmeno la caratterizzazione dei rifiuti sversati, in questo modo non è possibile individuare l'entità dei danni. Il sottosegretario Guido Bertolaso è stato bravissimo a nascondere i dati fino all'ultimo, ha imposto una coltre di silenzio militarizzando le aree così come tutto il fumo mediatico è servito a nascondere il fatto che non avevano un reale piano per i rifiuti. La sola cosa certa che ha fatto è stata individuare le zone per le discariche in modo da prendere tempo, lasciando la bomba a tempo innescata, pronta a esplodere tra quattro anni.

Una parte dei sindaci del vesuviano però continua a difendere il piano Bertolaso.

Sì, sono gli stessi che nel loro intervento in consiglio hanno confuso una discarica con gli Stabilimenti di tritovagliatura e imballaggio (sono i vecchi Cdr rimodulati per triturare e impacchettare gli scarti di talquale, ndr), sono gli stessi che fingono di non vedere che gli impianti di compostaggio ci sono, sono dodici, e non si domandano come mai non entrano in funzione. La domanda vera è una: con chi ha contrattato il piano rifiuti Bertolaso? Non con le popolazioni, allora sorge il dubbio che la controparte siano state le banche, proprietarie delle ecoballe ricevute in garanzia dalla Impregilo in cambio dei finanziamenti, le stesse che spingono per mantenere questo modello fallimentare a base di rifiuti, discariche e inceneritori tenuti in vita con i Cip6.

I primi sindacati di base fecero capolino nella storia del conflitto sociale italiano in una stagione straordinaria. Era il secondo «biennio rosso», '68-'69, un altro mondo. La cosa più «riformista» - termine al tempo considerato dispregiativo non solo dall'«estremismo di sinistra» - nata in quell'epoca, quando i Cub della Pirelli emettevano i primi vagiti, fu lo Statuto dei lavoratori di cui oggi si festeggia il quarantennale e che in tanti vorrebbero seppellire.

Nell'arco di questi quarant'anni è cambiato quasi tutto nel mondo del lavoro. Anche i sindacati di base sono cambiati, si sono moltiplicati e spesso frantumati in microvertenze, in qualche caso si sono persino aziendalizzati. La tendenza prevalente è stata a dividersi, bruciando parte delle energie in una guerra intestina e nella contrapposizione ai sindacati confederali «traditori». Quante volte le vertenze di base sono state caratterizzate dall'autoreferenzialità, un prodotto diretto della politica del «più uno», un giorno o anche solo un'ora in più di sciopero rispetto alla mobilitazione indetta dai sindacati «venduti»?

La nascita nello scorso weekend dell'Usb - l'Unione sindacale di base - è una buona notizia. In primo luogo perché segna un'inversione di tendenza rispetto ai processi di frantumazione che riguardano, oltre al mondo del lavoro, anche le sue rappresentanze sindacali. È un segnale interessante che le Rdb, l'Sdl, parte delle Cub e altre formazioni minori si mettano insieme e che i ferrovieri dell'Orsa, accompagnati da diverse esperienze sindacali non confederali come i Cobas, guardino con interesse a questo processo di semplificazione. Se non si è obnubilati dall'antica pratica novecentesca per cui a sinistra di chi si ritiene l'unico vero rappresentante dei lavoratori non può e non deve esserci nulla, a costo di impegnarsi direttamente a far terra bruciata, non si può non accogliere la novità intervenuta in campo sindacale con atteggiamento positivo. Dunque, tanti auguri, Usb.

Infine, è apprezzabile che al centro dell'attenzione della nuova costellazione sindacale siano stati posti «gli ultimi» della filiera lavorativa postfordista, globalizzata e neoliberista: i precari e gli immigrati, i più sfruttati e meno tutelati, agiti dal capitale e sempre più spesso dalla politica, prima ancora che come forza lavoro di riserva, come una sorta di grimaldello per smantellare i diritti di tutti, contrapponendo gli uni agli altri, i penultimi agli ultimi, cercando di scatenare la guerra dei poveri. Una bella sfida, anche per Cgil, Cisl e Uil.

Se è vero che la riunificazione di sigle sindacali di base risponde a un'esigenza di semplificazione, è altrettanto vero che si profila all'orizzonte la nascita di un quarto sindacato, tendenzialmente affiancato e contrapposto alle tre confederazioni storiche. L'Unione sindacale di base potrebbe essere tentata di imboccare scorciatoie, rischiando di sommare ai propri vizi antichi di cui vorrebbe liberarsi, i vizi altrui.

Il congresso della Cgil appena concluso a Rimini ha segnato una svolta, almeno rispetto alle principali scelte degli ultimi due anni. La Cisl e la Uil, firmatarie di un accordo separato con il governo e le organizzazioni padronali che controriforma il sistema contrattuale, sono oggi un po' meno distanti dal sindacato di Corso d'Italia e si annuncia un progressivo rientro della Cgil in una logica concertativa. Questo può aprire spazi al sindacalismo di base, ma anche ricacciarlo dentro una logica settaria e incentrata più su una moltiplicazione di microconflitti che sulla costruzione di una politica sindacale capace di finalizzare i conflitti ai risultati.

Al contrario, la presenza di un nuovo potenziale soggetto sindacale competitivo potrebbe aiutare il sindacato guidato da Guglielmo Epifani a ritrovare una sua strada, autonoma, in un contesto politico e sociale che rende il conflitto obbligatorio: per ottenere risultati, naturalmente, e anche per ricostruire un feeling con le persone che vuole rappresentare. Sicuramente, l'entrata in scena dell'Usb rende oggi ancor più irrinviabile una legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacali.

© 2025 Eddyburg