Sono passati 911 giorni da quando Milano ha vinto la gara internazionale per l’Expo 2015 (era il 31 maggio 2008). Ora mancano solo 19 giorni all’esame del Bie (il Bureau international des expositions) di Parigi, che deve ufficializzare la candidatura. Ma Milano non ha ancora risolto neppure il primo problema: dove farlo, l’Expo. Ha bruciato un paio di manager che avrebbero dovuto realizzare l’evento (prima Paolo Glisenti, poi Lucio Stanca), ha perso tempo in interminabili litigi tra partiti, gruppi e cricche, ha sfrondato i bilanci perché i soldi sperati all’inizio, ora non ci sono. E adesso? Tutto rischia di saltare perché non è stato trovato un accordo su come acquisire i terreni a nord di Milano previsti per l’Expo.
Lo stallo nelle decisioni
Perché è così difficile? Che cosa impedisce di trovare una soluzione? Giuseppe Sala, il manager che ha assunto la guida di Expo spa, sa che non dipende da lui. La decisione sulle aree è nelle mani di tre persone: Roberto Formigoni, Letizia Moratti, Guido Podestà, cioè i politici al vertice di Regione, Comune e Provincia di Milano. Sono loro che non hanno ancora trovato un accordo. Perché? Per spiegare l’attuale rebus delle aree, bisogna capire una sproporzione, una differenza, uno scarto: tra le iniziali aspettative di guadagno per gli operatori (altissime) e ciò che è rimasto invece oggi sul tappeto (molto meno). Nel 2007, quando l’Expo è stato pensato, politici e operatori economici speravano di partecipare a uno dei ricorrenti banchetti italiani, grandi eventi o terremoti, in cui una cascata di soldi pubblici arriva ad accontentare amici e amici degli amici. Nella convenzione iniziale, sottoscritta nel giugno 2007 dal Comune di Milano e dai due proprietari dell’area prescelta (Fiera e gruppo Cabassi), si prevedeva di cedere i terreni in concessione all’Expo per vederseli restituiti nel 2017 con i diritti a costruire un milione e mezzo di metri cubi di uffici, residenza, spazi commerciali. Come l’intero quartiere di Milano-Bicocca. E in un’area già ben infrastrutturata, con strade, mezzi pubblici, metropolitana, parcheggi, aree verdi... Un bingo.
La speculazione quasi mancata
Tre anni dopo, le cose sono cambiate. Invece dell’Expo “pesante”, molto costruito, è prevalso un progetto “leggero”, con poco cemento e grandi orti: un immenso giardino botanico in cui i paesi partecipanti potranno presentare le loro coltivazioni, con serre e terreni che riproducono le biodiversità, i climi del mondo e le loro tipicità alimentari. Secondo l’architetto Stefano Boeri, autore con altre archistar internazionali del concept plan del nuovo Expo e oggi candidato sindaco a Milano, i metri cubi di cemento sopravvissuti sono circa 350mila. Solo un quarto dell’ipotesi iniziale. Ecco allora da dove nasce la litigiosità che ha impedito finora a Regione, Comune e Provincia di mettersi d’accordo.
Prima c’era da mangiare per tutti,e comunque si litigava per avere i posti migliori a tavola. Ora in tavola è rimasto uno spuntino e i commensali fanno fatica a rinunciare a quanto era stato apparecchiato. I due commensali principali sono, appunto, i proprietari dei terreni. Cabassi, per una piccola parte. E la Fondazione Fiera di Milano. Che vuol dire, semplificando un po’ ma non troppo, Roberto Formigoni. Ecco perché Formigoni sta facendo da mesi il braccio di ferro contro tutti: deve recuperare il più possibile della tavola imbandita. Come? Diventando egli stesso immobiliarista, un inedito immobiliarista pubblico, che oggi compra le aree e dopo l’Expo le valorizzerà. Letizia Moratti e Podestà preferivano invece il comodato d’uso. Staremo a vedere chi vincerà. Con un problema: le aree oggi sono agricole, dunque hanno un valore basso; può un’istituzione pubblica come la Regione pagarle più del loro valore (l’ultima offerta era di 90 milioni di euro per il tratto di Cabassi), in nome di una speculazione immobiliare futura?
L’ipotesi Ortomercato
A questo punto Stefano Boeri spariglia: “Andiamo a fare l’Expo all’Ortomercato: un’area già pubblica. È la soluzione migliore”. Replica Giuliano Pisapia, altro candidato sindaco del centrosinistra: “No, è meglio impiantare l’esposizione universale del 2015 negli spazi già attrezzati della nuova Fiera”. A entrambi replica Giuseppe Sala, il gran manager di Expo spa: “Impossibile fermare per sei mesi le attività della Fiera. E impossibile spostare altrove per sei mesi tutte le attività dell’Ortomercato. L’area scelta resta quella. I politici decidano come acquisirla e ce lo dicano in fretta. C’è molto da lavorare, per recuperare il tempo perduto”.
Niente case Aler, né appartamenti confiscati alla mafia, alle famiglie rom dei campi regolari: gli alloggi li trovi il prefetto attraverso i privati. Sono bastati l´intervento del ministro Maroni e poco più di un´ora al tavolo convocato ieri in prefettura per smantellare uno dei punti cardine del piano nomadi, che ancora pochi giorni fa l´assessore alle Politiche sociali Mariolina Moioli assicurava non si sarebbe toccato.
Ora, a destra, tutti plaudono alla decisione, aggiungendo: avanti tutta con lo sgombero di Triboniano entro fine ottobre. Ma in realtà ci sono ancora punti in sospeso. Primo: la convenzione firmata da prefettura e Comune vincola la chiusura dell´insediamento alla sistemazione delle famiglie regolari. Vuol dire che chi ha titolo a stare nel campo potrebbe presentare, e vincere, un ricorso al Tar. Secondo: le associazioni del terzo settore - e con loro Curia e Caritas - non sono disposte ad accettare di stracciare i contratti già firmati per le case Aler.
«Ci si impegnerà per trovare una soluzione alternativa ma stiamo parlando di sistemare persone, serve cautela» ammonisce il prefetto Lombardi. A lui è arrivata la patata bollente della ricerca di nuove case, e chissà se seguirà il "consiglio" del vicesindaco De Corato: «C´è anche il patrimonio enorme della Curia, visto che ci invita spesso a essere solidali con i rom». Ma il vicesindaco è stato superato a destra dai suoi compagni di partito nella gara a chi chiedeva più forte di non dare le case Aler ai rom. Così ora il capogruppo Pdl in consiglio comunale, Giulio Gallera, può dirsi «estremamente soddisfatto: sarebbe stato un grave errore creare corsie privilegiate rispetto a chi è in graduatoria». E l´europarlamentare ex An Fidanza: «È una vittoria politica del Pdl e una vittoria del buon senso». Certo, il fatto che a "risolvere" tutto sia stato un ministro del Carroccio fa segnare punti - nella gara di esternazioni a cui la città ha assistito - agli alleati leghisti. Il presidente del consiglio regionale, Davide Boni, riconosce a Maroni «il merito di aver disinnescato ogni tipo di tensione tra i milanesi» e il capogruppo leghista in Comune Matteo Salvini aggiunge: «Se la Lega gestirà sicurezza e politiche sociali sarà una garanzia per tutti».
Un auspicio che rimanda a un altro nodo della vicenda, perché il vertice ha sconfessato la linea dell´assessore Moioli, che ieri si è limitata a dire: «Il progetto va avanti, è tutto a posto». Il voltafaccia del Comune, di certo, non piacerà al mondo cattolico, e la sintesi la fa Pasquale Salvatore dell´Udc: «Questa vicenda si trascinerà come quella della moschea di viale Jenner. È semplicistico dire che provvederà il gran cuore di Milano». La palla rimandata alle associazioni: su questo picchia duro l´opposizione, che sperava in altre soluzioni e che giudica quella di ieri - parole del capo della segreteria del Pd, Filippo Penati - «una sceneggiata di pessima qualità». Uno «scaricabarile inaccettabile che evidenzia l´incapacità della giunta di affrontare i problemi», per il candidato Pd alle primarie Stefano Boeri. «Il segno di una sconfortante sconfitta della politica», per un altro candidato, Valerio Onida. Roberto Cornelli, segretario del Pd metropolitano, ricorda la proposta di usare le case confiscate alle mafie e attacca: «Più di 300 sgomberi dal 2007, questo l´unico atto concreto sui rom della giunta Moratti, che dimostra ancora una volta di non saper gestire le difficoltà sociali, scaricandole sulle associazioni».
Prima l’allarme per l’Accademia della Crusca, ora quello per la Nazionale. Beni dello Stato, patrimonio culturale dell’Italia, che non hanno più neppure i soldi per pagare gli stipendi o saldare le bollette. Che ne pensa presidente Rossi?
«Che non possiamo permetterci di assistere a questo sfascio. Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi non saprei definirlo in altro modo che un progressivo e inarrestabile svuotamento dello Stato. Vado al ministero dell’Industria e non trovo un ministro, vado all’Anas e mi dicono che non ci sono i soldi per fare le strade, vado ai Beni culturali per farmi tramite di appelli disperati e anche lì allargano le braccia impotenti».
A Ida Fontana, direttrice della Nazionale, il ministero avrebbe garantito i fondi per l’apertura pomeridiana delle sale almeno fino a marzo. E Bondi propone un piano d’emergenza per integrare lo scarso personale utilizzando come bibliotecari ex dipendenti dell’Eti, l’Ente teatrale chiuso da luglio.
«Ma non è in questo modo che uno Stato provvede a una delle sue istituzioni più importanti. La Nazionale è un bene fondamentale, servono fondi veri per tenerla in vita e permetterle di funzionare a pieno ritmo. Come si può pensare che il pomeriggio sia chiusa? Sarebbe normale che stesse sempre aperta piuttosto, quale altro luogo sennò andrebbe reso accessibile a tutti a qualsiasi ora? Mi chiedo perché di fronte a questo nessuno s’indigni. Secondo me le coscienze dovrebbero ribellarsi».
Il governo taglia su tutto, dove trovare i soldi?
«Perché l’Italia non mette a gara le frequenze del digitale come hanno fatto gli altri paesi? Forse perché quelle frequenze fanno comodo al signore che ci governa e che invece di preoccuparsi di finanziare la Nazionale sta smantellando lo Stato?».
Ida Fontana è venuta a parlare anche con lei, però.
«E io l’ho ricevuta e le ho detto che faremo tutto il possibile per aiutarla, anche se la Regione sta scontando le enormi difficoltà imposte dai tagli del governo. Abbiamo anche parlato di un paio di proposte che, mi rendo conto solo a parlarne, sono del tutto inadeguate ai bisogni. La prima è quella di supportare associazioni di volontariato che formino giovani in biblioteconomia, potrebbero imparare sul campo e dare una mano al personale, una sorta di servizio civile insomma. L’altra idea è di chiedere a qualche nostro custode, su base volontaria, di spostarsi alla Nazionale, senza sguarnire la Regione naturalmente. Si tratterebbe di qualche unità, vedremo».
Crusca e Nazionale fanno parte del patrimonio dello Stato. Secondo Schiavone e Primicerio la loro gestione non si può "delegare" e neppure pensare che concedere l’autonomia sia sufficiente.
«Anche questo è paradossale. Lo Stato dà l’autonomia a Nazionale, Riccardiana, Marucelliana, Medicea Laurenziana, Governativa di Lucca, Universitaria di Pisa. Per cosa? Per poi abbandonarle a se stesse. Autonomia non vuol dire abbandono».
Il sistema Italia può reggere ancora in queste condizioni?
«Non credo proprio. Questo smantellamento dello Stato sta modificando nel profondo la struttura materiale del paese. Non importa fare colpi di Stato per ottenere effetti devastanti sulla tenuta democratica e civile, per cambiare le cose è sufficiente che lo Stato perda le sue funzioni primarie. E tutto questo a fronte di capitali che vengono importati dall’estero pagando appena il 5 per cento di tasse e di liquidazioni milionarie che, certamente, vanno ad importanti personalità ma che evidenziano sempre di più la gigantesca sperequazione sociale».
Cosa risponde a Bondi?
«A lui bisogna rivolgere la famosa battuta usata nella contestazione studentesca: "Una risata vi seppellirà"».
«Apprezzo la buona volontà del ministro Sandro Bondi di trovare una soluzione in calcio d’angolo, ma finchè il ministro non tratterà le questioni di Firenze in modo unitario e organico, il governo sarà esposto, giorno dopo giorno, a figuracce sulla stampa». Il sindaco Matteo Renzi reagisce così le iniziative prese dal ministro per «salvare» la Nazionale. Come dire, quello che serve alla città è ben altro.
«Una volta il David, una volta il Maggio, una volta è la Nazionale, una volta sono le scritte sui muri dell’Accademia e degli Uffizi. Noi siamo pronti a collaborare, ma loro devono smetterla di inseguire i problemi senza trovare soluzioni definitive», dice il sindaco. Uno scontro Firenze-Roma? Lo vedremo l’8 ottobre, quando Renzi incontrerà proprio il ministro Bondi. Un incontro già fissato da qualche giorno per discutere di tutte le questioni aperte: dalla legge speciale al teatro della musica. Adesso anche della biblioteca.
Renzi ricorda di aver già fatto presente al sottosegretario Bonaiuti il caso della biblioteca: «Riproporrò l’argomento a Bondi: purtroppo il Comune non è proprietario dell’immobile né della biblioteca: possiamo solo fare una pressione politica». Del resto, «la biblioteca rientra nel pacchetto della specialità di Firenze, di quelle cose cioè che rendono Firenze una realtà eccezionale. Lo hanno capito tutti, speriamo lo abbiano capito anche i ministri del governo che avevano promesso a Firenze una legge speciale».
Sulla vicenda v. anche l’ articolo di ieri su eddyburg
Capannoni dismessi, centri commerciali senza clienti, aree industriali in disarmo. Con il Piano Casa che la Regione si accinge ad approvare, qualsiasi immobile, anche il più malmesso, potrà essere trasformato nella gallina dalle uova d’oro: una bella palazzina fitta di appartamenti, da vendere o affittare a prezzi di mercato, tranne una quota del 30% da dare in locazione a canone agevolato.
E’ questa una delle innovazioni - insieme all’aumento dei premi di cubatura per le attività artigiane (dal 10 al 20%) e alla possibilità di sopraelevare - messe a punto dall’assessore all’Urbanistica Luciano Ciocchetti di concerto con l’assessore alla Casa Teodoro Buontempo. Ventritré articoli che scardinano e rendono aggirabili, nel Lazio, tutti i piani regolatori dei Comuni: un complesso sistema di deroghe e varianti che sembrano confezionate apposta per fare un regalo al sindaco Gianni Alemanno e alla sua più volte dichiarata intenzione di modificare il Prg della capitale.
Ma cominciamo dall’inizio del documento. Cioè dall’articolo 2, che definisce gli ambiti di applicazione. Rispetto al Piano Casa della giunta Marrazzo, l’esecutivo di centrodestra strizza l’occhio ai «furbetti» del mattone: non solo per gli edifici «ultimati e legittimamente realizzati» si possono infatti effettuare interventi di ampliamento, ristrutturazione, sostituzione edilizia con demolizione e ricostruzione in cambio di cubatura (dal 20 fino al 50%), ma pure per quelli «oggetto di richiesta di concessione in sanatoria» per i quali «sia stato rilasciato relativo titolo abilitativo» oppure sia stato «autocertificato». Una norma che mette sullo stesso piano chi rispetta la legge e chi preferisce chiudere un occhio, tanto un condono prima o poi arriva.
Come non bastasse, aree ed edifici tutelati da vincoli paesaggistici perdono la loro inviolabilità: basta ottenere uno specifico nulla osta dalla «soprintendenza competente». Idem per casali e complessi rurali storici, che potranno essere abbattuti e ricostruiti, come pure gli immobili già esistenti nelle aree protette. Un esempio per tutti: nel parco dei Castelli romani (finora esentato dall’applicazione del Piano Casa) tutti e 400mila i residenti, volendo, potranno allargare le proprie villette dal 20% (entro un massimo di 62,5 metri quadrati) fino al 35%.
Ma il vero atto sovversivo, quello che fa saltare tutte le previsioni urbanistiche dei Comuni, è l’articolo 3bis: «Interventi finalizzati al cambiamento di destinazione d’uso da non residenziale a residenziale». Laddove, «in deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici ed edilizi comunali vigenti o adottati», sarà possibile ampliare del 30% qualsiasi tipo di edificio a destinazione non residenziale (purché dismesso) a due condizioni: che il cambio di destinazione d’uso a residenziale riguardi «almeno il 75% della superficie utile lorda esistente» e che, «al fine di agevolare le richieste di alloggi in locazione a canoni calmierati, almeno il 30% della superficie oggetto di intervento sia destinata alla locazione per 20 anni, con possibilità di riscatto a partire dal decimo anno, a un canone determinato sulla base di criteri» decisi dal Comune. Col risultato mettere a rischio ogni progetto urbanistico, contenuto nei vari prg cittadini.
Altra chicca. L’articolo 7, «Programmi integrati di riqualificazione urbana e ambientale», che i Comuni potranno adottare, di nuovo, «anche in variante della strumentazione urbanistica vigente» sulla base di «iniziative pubbliche o private, anche su proposta di privati, consorzi, nonché imprese e cooperative». Progetti volti, in sostanza, «al rinnovo del patrimonio edilizio e al riordino del tessuto urbano attraverso interventi di sostituzione edilizia con incrementi volumetrici e modifiche di destinazione d’uso di aree e di immobili». Eccolo lo strumento che consentirà ad Alemanno di radere al suolo e ricostruire Tor Bella Monaca. Una delle operazioni più sostenute dalla lobby dei costruttori.
Di Carlo: "Così si distrugge l’urbanistica della città"
Intervista di Paolo Boccacci
«Questa è chiaramente un’ipotesi di modifica della legge scritta dalla parte più retriva e più estremista che si occupa di edilizia nel Pdl. È come se ci fossero le impronte digitali di coloro che l’hanno scritta difendendo gli interessi del partito del cemento. E posso fare degli esempi precisi che descrivono bene l’operazione»
Mario Di Carlo, Pd, ex assessore regionale alla Casa e vice presidente della Commissione Urbanistica della Pisana, non ha dubbi: la nuova legge è un regalo ai costruttori.
«Il primo dato da considerare» aggiunge «è clamoroso: il responsabile della struttura tecnica del Comune prende il posto del sindaco e del consiglio comunale e le decisioni sui piani di recupero vengono sottratte all’assemblea elettiva».
E gli altri esempi?
«Sulle aree vicine al mare si possono demolire edifici costruendo altrove con un premio di cubatura addirittura del 50%, ma mentre la giunta precedente prevedeva la cessione dei terreni sulla costa che diventavano di proprietà comunale, ora invece rimangono dei proprietari, con l’unico obbligo di renderli fruibili pubblicamente. Ma c’è dell’altro che può distruggere i piani regolatori del Comuni, compreso quello di Roma».
Che cosa?
«La trasformazione della destinazione d’uso dei capannoni che diventeranno case con un premio di cubatura del 30%. Tutti quelli che hanno comprato, pagandoli profumatamente, terreni edificabili, avranno la concorrenza dei padroni delle ex strutture produttive dove, tra l’altro, spesso le attività si fermeranno con il risultato di licenziare gli operai, penalizzando anche l’occupazione».
Un altro nodo è quello della possibilità di ristrutturare quartieri interi anche con progetti di privati.
«La cosa assolutamente inaccettabile è che si aprirà anche un mercato generalizzato dei diritti edificatori. Mi spiego meglio: mentre prima il premio di cubatura andava al singolo proprietario, adesso in questo caso il 50% va calcolato su tutti gli edifici compresi nel piano di recupero. Per cui anche chi non demolisce vende la cubatura al proprietario accanto, che invece abbatte e ricostruisce, per permettergli di aumentare i metri cubi».
Postilla
Di tutto, di più: nella nuova versione del piano-casa Polverini style, la pulsione alla deregulation si esprime in termini così violenti da travalicare verso una vera e propria sovversione delle regole non solo urbanistiche, ma pure democratiche, laddove, ad esempio, scavalca le prerogative delle assemblee elettive (Consigli comunali).
Giustamente il titolo sottolinea quella che, con un provvedimento di tal genere, diventerebbe automaticamente l’area a maggior rischio: l’agro romano.
Da troppo tempo obiettivo di appetiti edificatori purtroppo sostenuti in maniera bipartisan da ammnistratori e politici, l’agro romano si appresta a divenire palestra privilegiata dei mirabolanti effetti del piano casa berlusconiano.
E a poco serviranno le armi ormai spuntate degli organi di tutela che appena qualche mese fa introdussero, su un’ampia zona dell’agro fra Laurentina e Ardeatina, un vincolo paesaggistico in virtù del quale il ministro Bondi si autoattribuì il titolo di difensore del paesaggio romano.
Come prevedemmo da consumate Cassandre (v. l’opinione del 2 dicembre: Avviso di vincolo), la versione finale di quel vincolo, accogliendo quasi tutte le osservazioni presentate e con l’introduzione di alcuni funanbolismi lessicali da manuale, depotenziò drasticamente la valenza di quel provvedimento di tutela. In attesa che acconcio provvedimento ne compisse il sovvertimento: il cerchio si chiude. (m.p.g.)
Venezia muore di turismo. Muore lentamente e inesorabilmente dei 21 milioni di visitatori che ogni anno calano in laguna, consumano i masegni di Piazza San Marco, alitano in faccia ai mosaici della Basilica, comprano una maschera, mangiano un panino, buttano una lattina per terra e - grazie dello spettacolo - se ne vanno.
A puntare il dito, la penna e l’amarezza contro quella che una volta era la prima industria della città e ora è la sua rovina è Cathy Newman, giornalista del National Geographic e vincitrice della terza edizione del Premio giornalistico dell’Istituto veneto di Scienze Lettere e Arti consegnato ieri mattina a Palazzo Franchetti.
La Newman si è aggiudicata il riconoscimento per un articolo lucido e malinconico apparso sulla rivista nell’agosto dell’anno scorso che avrebbe dovuto - o dovrebbe - far impallidire gli amministratori. Di certo non fece piacere all’allora sindaco Massimo Cacciari perché la città ne uscì a pezzi a cominciare dal titolo del servizio, "Vanishing Venice", letteralmente "Venezia evanescente", tradotto "Venezia, l’assedio" e introdotto da una fotografia a doppia di pagina di Piazza San Marco che gronda turisti come un alveare.
Per scriverlo, la Newman passò diverso tempo in città, parlò con parecchie persone, osservò molto, ascoltò tutto e se ne tornò negli Stati Uniti un tantino sconcertata su come era stato possibile far scivolare la città più bella del mondo in un contenitore architettonicamente meraviglioso ma semivuoto di abitanti, di negozi, di artigiani, di anima e quindi di vita.
La giornalista arriva al nocciolo della questione alla terza riga. «Da secoli Venezia minaccia di sparire sotto le onde dell’acqua alta ma questo è probabilmente l’ultimo dei suoi problemi». Perché il primo dei suoi problemi, quello di cui tutti parlano e nessuno affronta, è l’invasione di turisti. «C’è chi dice che quelle di Venezia siano ferite auto inflitte, frutto della brama di spremere al turista fino all’ultimo yen, dollaro o euro che sia» scrive la Newman e ricorda due numeri: 60 mila gli abitanti, 21 milioni i turisti.
Anche ieri mattina a Palazzo Franchetti - presenti il presidente dell’Istituto Veneto Gianantonio Danieli, Gherardo Ortalli di Italia Nostra e il presidente della stampa estera in Italia Maarten Van Aalderen - la giornalista americana ha sottolineato la peculiarità di Venezia e dell’essere veneziani che «comprensibilmente, significa avere un complesso di superiorità». «Il veneziano è spesso cinico - ha detto la Newman - Un giorno chiesi a una nobildonna chi sarebbe stato l’ultimo veneziano se fossero rimasti solo i turisti e lei rispose che non lo sapeva ma che di sicuro si sarebbe fatto pagare bene».
Ad ascoltarla, in sala, meno veneziani di quanti meritasse l’evento e, tra i non molti, Franca Coin, l’ex assessore al Turismo Augusto Salvadori e Tiziano Scarpa, che ha ricevuto una menzione per l’articolo «Com’è pazza Venezia» uscito l’anno scorso sull’Espresso.
La Newman non fa sconti a nessuno elencando i negozi che hanno chiuso, stigmatizzando il business dei matrimoni (il triplo di quelli dei residenti), definendo il Carnevale «un delirio commerciale». «Nel frattempo i progetti per salvaguardare la città compaiono e scompaiono con la regolarità delle maree - scrive ancora - La posta in gioco però è altissima: il turismo a Venezia genera ogni anno entrate per un miliardo e mezzo di euro. Ma a volte svaniscono anche le città».
Signor ministro, quella che si appresta a leggere è l’ennesima lettera che le viene indirizzata di questi tempi per lamentare le tristi condizioni economiche che affliggono un’istituzione culturale. Sono d’accordo con lei: c’è qualcosa di insopportabilmente petulante non scevro di una vaga supponenza in queste lamentele in nome della cultura. La cultura: una roba — come senz’altro deve averle detto più di una volta qualche suo collega in Consiglio dei ministri — che non produce un centesimo ma sta sempre a chiedere soldi.
Di soldi, questa volta, ha bisogno, un urgente e disperato bisogno, la Biblioteca Nazionale di Firenze. La Biblioteca — non sto certo a dirlo a lei, che di sicuro lo sa benissimo, ma a qualche lettore distratto — è la nostra massima istituzione libraria, il luogo della Penisola dove è conservata la stragrande maggioranza del nostro patrimonio a stampa specie degli ultimi due secoli. Oltre ai libri di ogni tipo, giornali, riviste, opuscoli: tutto ciò che in Italia si è pensato e scritto da un certo momento in avanti sta qui, in questi depositi, in questi schedari, in queste sale. Per far funzionare e mantenere le quali è stato speso quest’anno 1 milione circa di euro, cui il suo ministero ha contribuito con la cifra modesta di 716 mila euro (escluso il pagamento degli stipendi): cifra modesta in sé e tanto più, vorrà convenirne, rispetto all’importanza dell’istituzione finanziata. Che però, ciò nonostante, l’anno prossimo si vedrà decurtare la cifra suddetta a meno della metà: 350 mila euro. Si aggiunga, per completare il quadro, il blocco del turn over: in cinque anni il personale della Biblioteca è diminuito del 60 per cento.
Il risultato lo si può immaginare. La catalogazione dei libri, ripresa solo grazie alla generosità del Monte dei Paschi, copre solo il 10 per cento (il 10 per cento!) dei volumi pubblicati negli ultimi due anni; dappertutto arredi vecchi che cadono a pezzi, scarsa pulizia e per finire — e quel che più conta — è stato annunciato che ormai restano in cassa solo poche decine di migliaia di euro per pagare il personale della ditta che si occupa della distribuzione dei volumi al pubblico, il cui contratto scade alla fine di novembre. Dopo, quindi, bisognerà ridurre drasticamente anche gli orari di apertura della Biblioteca. In pratica, per un’istituzione come questa, l’inizio della fine.
Vede, signor ministro, se i soldi non ci sono, non ci sono, chi non lo capisce? (naturalmente per un certo tipo di cose non mancano mai, ma lasciamo perdere) e dunque nessuno intende farle una colpa di una cosa (l’entità del bilancio del suo ministero) che non dipende certo da lei. Ciò che però colpisce — che almeno colpisce le persone come me che hanno un qualche interesse diretto in questo genere di faccende — è il modo tranquillo, mi viene da dire quasi disinvolto e distratto, spesso addirittura infastidito verso chi se ne lamenta, con cui lei vive e rappresenta all’esterno questa situazione di penuria.
Lei è niente di meno che il ministro preposto all’arte, al cinema, ai musei, ai teatri, alle biblioteche, di un Paese che non è il Paraguay o il Madagascar (degni peraltro del più incondizionato rispetto), ma che è l’Italia. Lei sa che senza quelle cose, senza i musei, le biblioteche, il cinema, l’opera, l’Italia non è niente. «Noi» non siamo niente. Senza di esse anche la nostra storia, anche l’oggi citatissimo e celebratissimo Risorgimento, non significano più nulla, l’Italia scompare. Ma non solo l’Italia (come forse a qualcuno piacerebbe). Scompaiono anche, mettiamo, la provincia di Verona o quella di Bergamo; le quali senza le cose di cui stiamo dicendo diventerebbero nient’altro che due floridi distretti economici senza passato, senza radici, che potrebbero stare qui come in Cina o in Romania. Ricchi ma insignificanti: come tutto ciò che non ha identità.
Vede, signor ministro, nessuno le chiede di darsi fuoco per protesta davanti al ministero del Tesoro. Ma il Paese — per essere più modesti almeno quella sua parte che condivide il contenuto di questa lettera — le chiede se non altro di condividere pubblicamente le sue preoccupazioni, di dare a esse voce intervenendo nell’arena pubblica non solo per stigmatizzare questo o quell’indirizzo ideologico a lei sgradito. Ci acconteremmo che lei non si stancasse di spiegare all’opinione pubblica e alla classe politica che ogni euro sottratto alle biblioteche, ai musei, al cinema, ai teatri, è una ferita aperta nella nostra storia. Insomma: alla fine non le chiediamo altro che di condividere una pena, di partecipare a un dolore. Mi creda, se lei lo facesse sarebbe già moltissimo. Con il mio ossequio.
Con la caduta del primo governo Prodi è venuto meno il progetto di una buona politica ed è prevalsa la partitocrazia dei partiti facendo riprendere le demagogie populiste - Sono senza veli i tratti portanti della politica berlusconiana, il suo porre al centro interessi personali e di azienda anche a costo di colpire le basi della democrazia e recare durissimi colpi all’informazione
In uno scenario sempre più degradato la crisi italiana appare ormai senza ritorno. "Metodo Boffo" come prassi quotidiana, dossier caraibici, protezione parlamentare a un esponente politico indagato per reati di camorra, sino a quel che sembra affiorare in Abruzzo: i rifiuti invadono di nuovo non solo Napoli ma l’intero paese. Ogni sguardo al sistema Italia ripropone tutti i nodi di una transizione drasticamente fallita, o mai iniziata. Illumina il riemergere, in forme modificate e aggravate, della crisi istituzionale ed etica che aveva portato al tracollo dei primi anni Novanta.
Fu travolto allora il sistema dei partiti su cui si era basata per mezzo secolo la storia italiana, dopo meno di vent’anni è entrata in agonia quella che era stata enfaticamente chiamata seconda repubblica. Neppure un vero sistema, a ben vedere: piuttosto un "disequilibrio" di forze politiche che hanno basato la loro sopravvivenza e la loro fortuna soprattutto sulle debolezze degli avversari. Forze poco provviste di reali culture costituenti e incapaci al tempo stesso di disegnare un insieme di regole sociali e di orientamenti programmatici. Incapaci anche solo di abbozzare un progetto credibile per un paese attraversato da sconvolgimenti profondi, in primo luogo sul terreno del lavoro e dell’etica collettiva.
Sembrano insomma intrecciarsi e precipitare insieme, in questi mesi, gli effetti di malattie antiche e le macerie indotte da storture recenti, in un finale di partita di cui si vedono bene rischi e derive ma non si intravedono possibili alternative, o perlomeno uscite di sicurezza.
Per molte ragioni gli anni Novanta, nei loro differenti versanti, sembrano oggi lontanissimi. Crollata la «prima Repubblica», e smorzatasi presto la prima esplosione di illusionismo berlusconiano, svanì anche la speranza che il rinnovamento potesse muovere dalla parte migliore della nostra storia precedente. Già con la caduta del primo governo Prodi – se non nel corso di esso – venne di fatto accantonato un progetto di «buona politica» capace di resistere all’emergere di una inedita «partitocrazia senza partiti». Quasi paradossalmente, poi, il primo governo guidato dal leader di un partito post-comunista, Massimo D’Alema, vide non il rafforzamento ma l’ulteriore travaglio di quel partito e al tempo stesso la capitolazione – altamente simbolica – di una roccaforte storica del «riformismo rosso» come Bologna. Tramontava così l’ipotesi che il rinnovamento potesse esser guidato dalle forze che si erano in qualche modo opposte alla degenerazione della «Repubblica dei partiti» già dall’interno di essa. Ciò poneva in primo luogo agli eredi del vecchio Pci il problema di un rinnovamento radicale, che non venne.
Ripresero così campo – sul versante leghista come su quello berlusconiano – ipotesi e demagogie populiste e antipolitiche, sempre più debolmente contrastate nell’area del centrodestra dalle forze che mantenevano un qualche legame con la storia precedente, dall’Udc ad An. Forze costrette progressivamente a scegliere fra la «berlusconizzazione» e l’emarginazione, in un processo che ha avuto una forte accelerazione negli ultimi due anni e il suo definitivo approdo in questi mesi. Appaiono da tempo senza veli i tratti portanti della politica berlusconiana, il suo porre al centro interessi personali e di azienda anche a costo di colpire a fondo le basi stesse della democrazia e recare durissimi colpi all’informazione («Non ci può essere libertà per una comunità che manca di strumenti per scoprire la menzogna» scriveva Walter Lippmann novanta anni fa). Appare senza veli, anche, il sempre più pervasivo «sistema delle cricche», con i processi che esso innesca in una democrazia ormai immemore della normalità e in una «società incivile» in sotterranea espansione. Di qui la pericolosità dello scenario attuale. Di qui l’esasperazione del clima da parte di un premier sempre più debole e sempre più sottoposto al condizionamento della baldanzosa truppa di Bossi e Calderoli. Umiliato e reso al tempo stesso più aggressivo dalla necessità di degradarsi in uno squallido «mercato dei deputati» per puntellare i traballanti residui di quella che fu una trionfale maggioranza.
È l’esito di un processo. È l’esito del percorso che ha portato il "berlusconismo" a diffondere nella politica e nella società nuove forme di estraneità alla democrazia e alle regole collettive, esasperando al tempo stesso tendenze negative già presenti. E senza che si siano innescati anticorpi adeguati. Lo rivela l’evoluzione stessa di quella parte della destra – un tempo ex o post fascista, e comunque "nazionale" – che è approdata alla più completa subalternità al premier ed è priva di voce persino di fronte alle dissennatezze e alle provocazioni leghiste. È al tempo stesso illuminante, infine, la difficoltà di dar corpo a una «destra normale»: difficoltà certo non nuova nel nostro Paese, come l’ultimo Montanelli non si stancava di dire. Al di là delle contingenze dello scontro politico, inquinato dalle sopraffazioni e dai veleni del premier e dei suoi sottoposti, ne aveva recato testimonianza la stessa manifestazione di Mirabello: con le sue composite presenze, con il differenziato modularsi del discorso di Gianfranco Fini, con gli applausi e le incertezze che lo accompagnavano.
Sull’altro versante, un centrosinistra incapace di fare i conti sia con il Paese reale che con se stesso non contribuisce certo a dissipare la sensazione di un disfacimento e di una frantumazione senza freni: quasi mancasse la consapevolezza della drammaticità della situazione, dell’urgenza di costruire argini e sbocchi convincenti. È su questo terreno però che si giocherà il futuro del Paese, e non solo quello più immediato.
GROSSETO — Vent’anni di solitudine tra le montagne di Marche e Umbria. La galleria della Guinza, poco più di un buco cementificato teatro di rave party, discariche abusive e scorribande notturne, è da tempo un monumento in negativo, l’emblema della «grande incompiuta», la Grosseto-Fano, codice stradale E-78, conosciuta dai più come «Strada dei due Mari». Un sogno progettato più di mezzo secolo fa, ma rimasto in parte nella fase onirica, per mettere in contatto il Tirreno e l’Adriatico attraverso l’Appennino. Qui, nel «buco nero» della rete stradale che avrebbe dovuto rendere più vicine Marche, Umbria e Toscana, l’altro ieri è iniziata la protesta che per tre giorni unisce istituzioni, cittadini, imprenditori, industriali, sindacalisti, politici e parlamentari di tre Regioni (Toscana, Umbria e Marche) e 5 Province (Perugia, Pesaro-Urbino, Arezzo, Siena, Grosseto).
Tutti uniti appassionatamente, tra comizi, tavole rotonde, ma anche bistecche, concerti dal vivo e bicchieri di buon vino, per protestare a pancia piena e sollecitare i lavori a volte lentissimi e spesso inesistenti dell’infrastruttura.
C’è anche un accampamento davanti alla galleria più isolata d’Italia. Tende dove trascorreranno la notte alcuni degli amministratori arrivati a decine dalle tre Regioni attraversate dalla «strada dimezzata». Siamo nel paese di Mercatello sul Metauro, cinquecento metri di altezza, tra le province di Pesaro-Urbino e Perugia, dove appunto sorge la galleria incompiuta e dove è iniziata la riscossa.
«È solo l’inizio, vogliamo indignare tutta l’Italia per questo spreco di denaro pubblico e questi ritardi incomprensibili — dice il presidente della Provincia di Pesaro Urbino, Matteo Ricci —. Noi resteremo qui sino a domenica. Poi ci saranno altre iniziative sino a quando l’opera non sarà completata. È troppo importante per i nostri territori, sarebbe un balzo in avanti per imprese, industrie, lavoratori e liberi professionisti e naturalmente per il turismo».
Solo per la galleria incriminata sono stati spesi 60 milioni di euro e ancora mancano asfalto e illuminazione. La seconda ferrovia [sic], quella sull’altra carreggiata, non è stata neppure finanziata. E non è un esempio isolato. Nei 251 chilometri di lunghezza della «Due Mari», da Grosseto a Fano, sono diversi i lotti di completamento non finanziati in Toscana e nelle Marche. In Umbria, poi, non è stato progettato niente.
Per concludere la strada ci vorrebbero ancora quattro miliardi di euro. Troppi. Lo ha ribadito lo stesso ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, che ha detto di lavorare a un project financing, l’unico modo per ottenere denaro fresco dei privati. Con il risultato di un probabile pedaggio sull’arteria.
Si vedrà. Intanto ieri «il popolo della Guinza» ha discusso, organizzato tavole rotonde, proposto e riproposto, pensato e progettato. E approntato bracieri succulenti, ascoltato musica sino a tardi per poi dormire al fresco delle tende. «Una manifestazione bipartisan senza bandiere politiche — spiega Marco Vinicio Guasticchi, presidente della Provincia di Perugia —; le Province che si vuole cancellare sono protagoniste di un nuovo modo fare politica. Qui si consuma la rivolta costruttiva degli amministratori».
Oggi e domani si continua con parlamentari, amministratori regionali, industriali. Stamani, all’alba, per i coraggiosi delle tende sveglia e colazione al campo davanti al «buco nero». E preghiera laica affinché il miracolo si compia.
Forse, mai prima d’ora l’Unione Europea aveva attraversato una crisi così radicale. Non perché prima d’ora non vi fossero mai stati dissidi fra gli stati membri sulle politiche comunitarie, ma perché per la prima volta il dissenso riguarda i principi fondamentali sui quali l’Unione è nata. Il governo francese e quello italiano sono alla testa di questa crisi e portano la diretta responsabilità di un ritorno arrogante ad una politica delle frontiere quanto addirittura delle espulsioni di massa. L’Articolo 19 della Carta dei Diritti dell’Unione Europea stabilisce che «le espulsioni collettive sono vietate». Nel testo di questo articolo riecheggia la storia europea del Novecento, quelle terribili tragedie che portano i nomi di Olocausto, genocidio e pulizia etnica, la persecuzione e il massacro di individui colpevoli di appartenere a un gruppo etnico o nazionale o di professare una religione. Ebrei e gitani subirono morendo a milioni la conseguenza di una delle più orrende ideologie che abbia prodotto il nostro continente: la stigmatizzazione collettiva, la persecuzione di individui a causa della loro appartenenza a una comunità che non si conforma per una qualche ragione alla cultura e ai modi di vita della comunità nazionale di maggioranza. Le radici dell’Unione Europea sono nei campi di sterminio - da questa memoria occorrerebbe partire quando si giudicano le azioni dei governi.
Non consoliamoci dicendo che gli zingari espulsi in questi mesi dalla Francia, e quelli che il governo italiano promette di espellere ed espelle dal nostro paese, non sono spediti nei campi di concentramento; che, anzi, come nel caso francese, sono "invitati" ad andarsene e accompagnati alle frontiere con in tasca il biglietto di viaggio (di sola andata) pagato con le tasse dei contribuenti. La forma "civile" dell’accompagnamento al confine non cambia la natura gravissima del fatto al quale stiamo assistendo senza, purtroppo, preoccuparci abbastanza: una discriminazione collettiva, una violazione della libertà delle persone - tra l’altro europee - in ragione della loro identità, per ciò che sono. In violazione di un altro articolo della Carta dell’Unione, l’Articolo 21: «È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali».
È triste e molto preoccupante che nessuna voce laica, nessuna voce politica si sia immediatamente alzata con chiarezza e coerenza per criticare queste proposte o decisioni, per esprimere dissenso e orrore per una pratica che il nostro governo ha reso se così si può dire ordinaria. È sconfortante vedere come la cultura dei diritti umani non sia patrimonio solido della politica culturale dei partiti e dell’opinione pubblica; come solo la Chiesa si alzi per criticare queste decisioni, che solo essa senta il dovere di ricordarci che il nostro paese, come la Francia, ha sottoscritto la Carta dei diritti e quindi anche gli Articoli 19 e 21; che dunque nessun governo europeo può autonomamente decidere in riferimento a una politica europea che stabilisce sostanzialmente il diritto di insediamento e di movimento; che i problemi di integrazione vanno affrontati con politiche di integrazione non con politiche di espulsione. Un discorso che è squisitamente politico e che, soprattutto, è essenziale per la vita dell’Unione. Eppure non sembra appartenere al linguaggio della nostra politica, dei nostri politici.
È significativo che questa recrudescenza della politica cosiddetta della sicurezza avvenga in queste settimane; significativo, perché sembra l’effetto di un’azione la cui regia fa capo a governi che cercano di distogliere con la propaganda contro i Rom l’attenzione per le difficoltà nelle quali versano le loro economie e di mettere a tacere la loro crisi di legittimità. È un caso che tra i punti del programma che il nostro governo ha sfornato (e del quale relazionerà tra qualche giorno il suo leader) vi sia in primo piano quello della sicurezza? È un caso che il Presidente Sarkozy, con un governo nella bufera per scandali e corruzione, con un consenso alle politiche economiche bassissimo, voglia distrarre l’opinione pubblica del suo paese aprendo un contenzioso con l’Unione Europea su un punto cruciale come questo? Il montante nazionalismo usato come espediente per salire nei sondaggi: in Italia come in Francia è questa la strategia che sta dietro la propaganda del "pugno duro" con gli zingari e gli immigrati. Anche a costo di mandare in frantumi una nobile cultura politica comunitaria. Il dissenso che si è aperto nell’Unione Europea prefigura una sfida gravissima ai valori dei diritti umani e della dignità delle persone sui quali è nata l’Unione.
Per la prima volta in Italia una grande manifestazione contro i poteri criminali promossa da un giornale locale , il Quotidiano della Calabria, è riuscita a portare in piazza decine di migliaia di persone, settecento associazioni, centinaia di sindaci, portando a Reggio Calabria l'immagine e la pratica di un'altra Calabria che ha voglia di una svolta radicale. Nessuna forza politica sarebbe stata in grado di fare altrettanto, segno evidente che esiste un grande vuoto lasciato dalla Politica rispetto alle istanze reali delle popolazioni.
Per la prima volta sul palco non abbiamo assistito alla solita passerella della classe politica, ai soliti discorsi e impegni solenni, ma hanno parlato i testimoni della lotta alla borghesia criminale col suo braccio armato: la 'ndrangheta. Hanno preso la parola , tra le lacrime, i genitori del piccolo Domenico di soli undici anni, ucciso nel corso di una resa di conti tra clan in un campo di calcio a Crotone. Don Pino de Masi di Libera, che lotta ogni giorno nelle terre confiscate alla 'ndrangheta a Rosarno, subendo attentati e minacce continue. Un imprenditore edile, Saffioti di Palmi, che non si è arreso, malgrado gli abbiano distrutto più volte capannone e mezzi meccanici. E tanti cittadini e giovani di un'altra Calabria, quella che non fa notizia sui grandi media (che per altro hanno ignorato una manifestazione di questa portata).
Per la prima volta, a Reggio Calabria, un alto magistrato, il procuratore capo Di Landro, ha parlato dal palco tra gli applausi della folla, composta soprattutto da giovani delle scuole e di tante associazioni. La manifestazione era nata come reazione all'ennesimo attentato subito dalla magistratura reggina e ha visto, come mai prima era accaduto, una parte della Calabria solidarizzare con questa parte dello Stato .
A 150 anni dall'Unità d'Italia stiamo assistendo, lentamente e in forme non eclatanti, a una rilegittimazione dello Stato nel Mezzogiorno , grazie al lavoro di quei magistrati, amministratori, forze dell'ordine che si battono contro il sistema di potere mafioso dominante. Ma anche grazie alle forme della società civile organizzata che si batte per un altro modello di società. I ragazzi di Addio Pizzo a Palermo che applaudono i poliziotti dopo gli arresti di Provenzano e company, sono stati imitati da altri giovani del sud che oggi solidarizzano con questa parte dello Stato. Se questa battaglia andrà avanti e otterrà successi visibili, se porterà anche ad un drastico cambio di classe politica, assisteremo a una svolta epocale nel rapporto tra lo Stato nazionale e le popolazioni meridionali.
P.S. Proprio oggi ricorre il 40° anniversario della morte dei cinque anarchici calabresi eliminati sull'autostrada del sole a 56 km da Roma. Portavano documenti importanti sulla strage di Gioia Tauro del 22 luglio del 1970 e sulle trame di Valerio Borghese. Per molto tempo, fino a che non ci mise le mani il giudice Salvini, questa strage è rimasta coperta dall'oblio. Per la prima volta oggi, a Frosinone e a Reggio Calabria, i cinque coraggiosi anarchici del sud verranno ricordati dai compagni che li conobbero e dai giovani che sono rimasti emotivamente coinvolti dalla loro storia. Avremo uno Stato realmente democratico solo quando si sarà fatta luce su tutte, proprio tutte, le stragi di Stato che hanno sconvolto questo paese.
È opinione diffusa che legalità e morale pubblica non siano, per gli italiani, imperativi essenziali. In parte perché la loro memoria sarebbe corta oltre che selettiva: i misfatti dei politici evaporano presto, l’esempio che viene dall’alto manca, e di rado le sentenze giudiziarie sfuggono al destino d’esser subito degradate a pareri, opinabili come ogni parere.
Non solo: esponendo la «sua verità», ieri in un video, Fini ha denunciato la confusione tra affari piccoli come la casa di Monaco e affari ben più criminosi, condannando la stampa usata dai politici «come manganello» per liquidare l’avversario. L’esempio, lui vuole darlo: «Se dovesse emergere che mio cognato è proprietario, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera. Non per personali responsabilità, ma perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe». È il venir meno di tale etica che crea nei cittadini cinico disorientamento.
L’operazione Mani Pulite suscitò grandi speranze, ma anch’essa fu breve e, soprattutto, non aiutò a restaurare la cultura della legalità. Sfociò anzi in un’accentuazione della corruzione. Al punto che ci furono magistrati, come Gherardo Colombo, che abbandonarono il mestiere e ricominciarono da zero, insegnando ai giovani quel che era stato sradicato dai cervelli: il senso della legge, la Costituzione. Il magistrato che aveva indagato sulla P2 e sull’assassinio di Ambrosoli constatò due cose. Primo: «Tra prescrizioni, leggi modificate, abrogate, si è arrivati a una riabilitazione complessiva dei corrotti». Secondo: «Lo strumento del processo penale è inadeguato a riaffermare la legalità quando l’illegalità sia particolarmente diffusa e non esistano interventi che in altri campi vadano nella stessa direzione. Diventa una spirale, crea sfiducia e disillusione».
Le intuizioni che Colombo confidava il 17 marzo 2007 a Luigi Ferrarella, sul Corriere, s’inverano più che mai in questi giorni. Lo scandalo della casa di Montecarlo sommerge più pesanti misfatti, come la corruzione di magistrati, testimoni, parlamentari, e a nulla servono gli strumenti di giustizia visto che la politica non intende far pulizia da sola in casa propria, senza attendere l’ultimo grado dei processi. Non si dà per vinta neanche quando le inchieste sono fondate: il 22 settembre una maggioranza di deputati è giunta a usurpare il potere giudiziario, definendo «non decisive ai fini della colpevolezza di Cosentino» le intercettazioni che confermano la sua complicità con i camorristi casalesi.
La stessa rottura dentro la destra tende a farsi opaca, equivoca: sembrava che la legalità fosse il punto dirimente ma forse non era vero, forse non era che parvenza: fame di vento, come nel Qohelet biblico. Sembrava che Fini avesse puntato il dito sull’anomia che caratterizza l’odierno regime, e invece c’è il rischio che anche quest’intuito («Il garantismo non può essere impunità», ha detto ieri) sia involucro senza sostanza.
Quando fu cacciato dal Pdl, il 29 luglio, si ebbe l’impressione che qualcosa di nuovo nascesse: una destra la cui bussola è il rispetto della legge, la costituzione, la separazione dei poteri. Sembrò addirittura che Fini fosse più ardito della sinistra, mai entusiasta su questi fronti. Sul periodico online della Fondazione FareFuturo, da lui presieduta, Filippo Rossi parlò perfino di vergogna, il 19 agosto: «Il pensiero corre ai sensi di colpa per non aver capito prima. Per non aver saputo e voluto alzare la testa».
Da quel giorno sono passate poche settimane, e la vergogna quasi è svanita. Oppure era vergogna, sì, ma di che? non del conflitto d’interessi per anni accettato, non delle 40 leggi ad personam, non della foga calunniatrice esibita dal finiano Bocchino contro Prodi durante l’affare Telekom-Serbia, non dell’abitudine all’illegalità che ha spinto Berlusconi a disfarsi di Fini. Se la rieducazione alla legalità stesse davvero a cuore alla destra finiana o a Casini, non assisteremmo allo spettacolo singolare che si sta recitando: non una battaglia che restituisce maestà alla legge, ma un negoziato-scambio attorno allo scudo costituzionale che proteggerebbe Berlusconi dalla giustizia: un lodo che comunque infrangerebbe quell’articolo 3 della Costituzione che prescrive la legge eguale per tutti. Il negoziato tra Pdl e la finiana Giulia Bongiorno è completamente surreale. Ciascuno sa che Berlusconi, prima di far politica e dopo, ha ignorato la legge: arricchendosi con soldi non puliti, ospitando il mafioso Mangano a Arcore e chiamandolo eroe, sfuggendo più volte alla giustizia.
Quel che i finiani dicono da settimane è che la battaglia legalitaria cesserebbe, se solo finissero le calunnie contro il Presidente della Camera diffuse da giornali tributari di Palazzo Grazioli ( Giornale, Libero). In queste ore le calunnie si sono moltiplicate, con la pubblicazione di un documento pescato nei Caraibi che rivela come la casa di Monaco sia stata acquistata dal cognato di Fini, ed è per questo che i finiani hanno smesso le trattative sullo scudo. Più che una trattativa è un baratto - io ti do il lodo, tu cessi il linciaggio - ma in politica e nei Tg gli eufemismi abbondano: è tregua sulla giustizia, quella di cui si parla.
In realtà il baratto non avrebbe dovuto neppure cominciare. Così accade quando la democrazia funziona, e l’eccezione italiana conferma l’anestesia delle sue classi dirigenti, rese insensibili all’infrazione etica e ai suoi camuffamenti verbali. Ma in fondo, la minaccia di rompere è ancora più assurda. Perché avviare trattative, se basta un giornale per stroncarle? Perché interromperle, dando a credere che i metodi di Berlusconi sono una deludentissima sorpresa? Se tutto è scambiabile, perché perorare la morale («La legge è eguale per tutti. Non si deroga solo perché si appartiene al ceto politico», ha detto venerdì Fini)? Perché promettere un sì al governo, mercoledì, se - così ancora Fini - «questo è un momento buio della democrazia»? Come fidarsi di chi imputò a Prodi i rifiuti napoletani, e oggi che i rifiuti tornano dichiara con Bertolaso: «C’è qualcosa che non mi torna»?
Può darsi che il divario fra parole e azioni sia prudenza: meglio aspettare l’ora in cui il premier sbaglierà i conti, perderà la maggioranza. Resta il disagio procurato da una verità subordinata alle convenienze. Resta il dubbio che l’obiettivo non sia restaurare il senso della legge, ma proteggere l’uno e/o l’altro contendente.
Difficile in queste condizioni che gli italiani riscoprano la legalità. Quel che scorgono è una lotta tra boss che si minacciano, si ricattano. Le parole di Rossi nell’editoriale di FareFuturo sulla vergogna perdono peso: la testa s’alza o s’abbassa, a seconda. Si vota per le intercettazioni a Cosentino, e intanto si preparano scudi immunitari. Si celebrano i veri eroi Borsellino e Falcone, e non si protesta per l’indegno silenzio del premier sull’assassinio camorristico del sindaco Vassallo a Pollica.
Gli italiani sono meno colpevoli di quanto si creda. Nei sondaggi non vengono mai rivolte giuste domande (per esempio: approvate il politico tutelato se delinque?). Mal informati, mal interrogati, mal trattati, per forza hanno idee torbide sulla legge. Oggi non vedono battaglie per una democrazia pulita. Vedono, per tornare alle parole di Colombo, che la «società del ricatto» dilaga. Che «la giustizia è l’unica sede nella quale si pensa che debbano essere accertate le responsabilità. Oggi, chiunque dica al mattino una cosa e la sera il contrario, è irresponsabile di entrambe le dichiarazioni».
Molti stanno firmando una lettera di Giuseppe D’Avanzo al premier, in cui gli si chiede di rinunciare esemplarmente allo scudo. Non stupisce che i firmatari siano oltre 105.000. Stupisce che non siano di più: vuol dire che sono ancora tanti, i legalitari che si nutrono di vento.
Non sono gli scandali di corte a far notizia ma la loro esibizione, l’esposizione compiaciuta dei peccati e delle impunità come si usava un tempo con le lenzuola, sporcate dal sangue delle mogli dopo la prima notte di nozze e appese ai balconi dei paesi. Prendete l’insediamento alla presidenza del Consiglio di Stato di Pasquale de Lise, lo stesso De Lise che insieme con Balducci gestiva l’assegnazione delle case del Vaticano ad amici e famigli, lo stesso De Lise che Lunardi racconta di aver incontrato quando gli serviva una casa, lo stesso De Lise costretto un mese a giustificarsi in affanno davanti ai giudici di Perugia per un versamento da 250 euro finito sul suo conto corrente. La compravendita di un appartamento, spiegò. E la cosa è finita lì.
Mercoledì scorso De Lise è diventato presidente del Consiglio di Stato per volontà di Silvio Berlusconi. Per la cerimonia (una cosa discreta: ottocento inviti, copia del discorso d’insediamento rilegata e offerta a ciascun ospite, cerimonia proiettata sui maxischermi di quattro sale minori di Palazzo Spada) è stata chiamata a corte la cricca al completo. Da Giacomo Caliendo, sottosegretario alle Finanze, indagato per associazione segreta nell’inchiesta sulla P3, a Mario Sancita, consigliere della Corte dei conti, indagato per corruzione assieme al costruttore Anemone. Presenti anche i ministri di Berlusconi in gran spolvero, i prelati di Propaganda Fide (le duemila case di proprietà del Vaticano da mettere a disposizione dei potenti del paese), gli amici dei circoli romani, i costruttori pariolini sotto inchiesta. Da qualche parte, nelle seconde file, c’era anche Luciano Violante che il senso dello Stato non lo tradisce mai.
E’ l’Italia, bellezza. Lobbisti, palazzinari, indagati, piduisti, triduisti, governisti, vaticanisti… leggendo le carte dei processi che li riguardano, ci sarebbe da nascondersi: invece si mettono il vestito buono di tintoria e di presentano al gran galà del potere, facce di bronzo e sorrisi di ferro, immarcescibili, impuniti, inimitabili. Per loro è solo una passerella, un red carpet per mostrare al paese che i giudici passano, le inchieste pure ma loro restano, avvitati dentro i loro abiti blu, nelle loro auto blu, in cima ai loro scranni. Peccato che di quest’Italietta si parli poco e male. I giornali ne scrivono distrattamente; i circoli politici, anche quelli che per mestiere dovrebbero vigilare e far opposizione, s’occupano d’altro.
In una settimana dai dirigenti del centrosinistra abbiamo contato quindici lanci di agenzia su Nichi Vendola che dovrebbe occuparsi di Puglia, altro che primarie... Non una riga, una parola, sul sindaco (Pdl) di Castelvolturno che, a due anni dalla strage di camorra nel suo paese, ha dichiarato di non voler commemorare i sei nigeriani ammazzati. Se ne devono andare tutti. Anche con i piedi davanti, vivi o morti, e per fortuna ci sono i Casalesi che sanno fare il mestiere loro… Se dieci anni fa il sindaco di Corleone, qualunque fosse il suo partito, si fosse rifiutato di commemorare una vittima di mafia, sarebbe stato rimosso dal suo incarico per ordine del Quirinale, ripudiato dalla politica e inseguito a pernacchie per il resto della sua esistenza. Sul sindaco di Castelvolturno che, di fatto, loda la camorra e le sue esecuzioni in piazza, le uniche parole di rassegnato stupore sono arrivate dai giudici di Caserta che ogni giorno tentano di raddrizzare l’àncora col ginocchio. Da quartieri nobili della politica, silenzio. E poi ci stupiamo che a Castelvolturno la Lega abbia preso il 15%.
Prima di perdere nelle urne abbiamo perso nella società. Registrando, senza mai reagire, lo smottamento del comune sentire verso i piani bassi della civiltà. In compenso ci rallegriamo di poter regolare in pubblico i nostri conti politici personali, produciamo ogni giorno fondazioni e pronunciamenti, lucidiamo i muscoli in vista della guerra…
Domani nella battaglia pensa a me, scriveva Shakespeare. Pensiamo a loro, nella battaglia. Agli impuniti che sfilano le celebrare se stessi, ai nigeriani d’Italia ammazzati a fucilate dai camorristi e ammazzati di nuovo da un sindaco che sputa sulla loro morte. Pensiamo alle cose che accadono, prima di abituarci definitivamente ad esse.
La denuncia sulle pagine del Fatto quotidiano di martedì scorso di Ferruccio Sansa e Salvatore Cannavò sulla riconversione immobiliare della Fincantieri ha la forza di aprire gli occhi all’opinione pubblica e, speriamo, anche se non conviene farsi molte illusioni a quella sparuta parte della politica che non è ancora sul libro paga dei potenti immobiliaristi sull’irreversibile declino che rischia il sistema Italia se non viene tagliato di netto il dominio della rendita fondiaria.
Hanno ragione infatti i due giornalisti: quale imprenditore può ancora avere la voglia di rischiare investimenti in un qualsiasi settore produttivo se di fronte alla speculazione immobiliare è stata aperta con benedizione bipartisan un’immensa autostrada? Sono venti anni che colpo dopo colpo sono state smantellate tutte le regole di governo del territorio e della tutela dell’ambiente. I piani regolatori che, con tutti i limiti che ben conosciamo, tentavano di delineare un futuro condiviso alle nostre città sono stati sostituiti concetti come la “valorizzazione immobiliare” e “l’accordo di programma” per superare ogni previsione urbanistica.
Ad esempio, a Sestri Ponente il piano urbanistico destina l’area della Fincantieri come zona industriale. Non sarebbe dunque possibile realizzare villette, ipermercati e ogni altra sorta di speculazione. Lo stato liberale, che pure aveva a cuore l’iniziativa economica privata, aveva trovato nell’urbanistica un efficace punto di equilibrio tra interessi della collettività e interessi della proprietà, limitandone lo strapotere e imponendo vincoli.
Oggi siamo in un’altra prospettiva sociale e culturale. I liberisti forsennati alla Tremonti (è a lui che si devono infatti buona parte delle leggi sulla “valorizzazione immobiliare”) non tollerano più neppure questo dignitoso compromesso di interessi. Con i piani casa che tutte le regioni hanno approvato gli edifici industriali possono cambiare destinazione e avere anche un gigantesco premio di cubatura. Così la collettività deve rassegnarsi a subire sempre e comunque il dominio della proprietà immobiliare anche se questa è pubblica o dichiaratamente speculativa.
Gli esempi sono ormai infiniti. La Fintecna, società pubblica, sta portando a termine la valorizzazione degli uffici del ministero della Finanze all’Eur: al loro posto case di lusso con vista sul laghetto. Le regole urbanistiche hanno vincolato l’intero quartiere dell’Eur come area storica, ma con l’accordo di programma si supera tutto. Intanto gli uffici sono oggi in affitto in immobili privati e tutti noi paghiamo un fiume di soldi alla rendita immobiliare: e poi ci continuano a dire che non ci sono soldi! A Torino per risanare la casse del San Paolo si decide di costruire un grattacielo in spregio di ogni norma urbanistica. La vicenda delle aree dell’ex fiera di Milano sono un caso da antologia: per far cassa si vuol costruire una mostruosa quantità di cemento calpestando ogni regola di buon senso e urbanistica. A Salerno un ex sindaco di centrosinistra ammalato di manie di grandezza vuole seppellire il lungomare sotto un valanga di cemento, tanto con le deroghe si può fare. E l’elenco riguarda tutta l’Italia, come è dimostrato dal recente volume La colata (edizioni Chiarelettere 2010) curato da Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve, Giuseppe Salvaggiulo e Ferruccio Sansa.
Con il caso Fincantieri tocchiamo con mano che se non si taglia il dominio della rendita immobiliare, che -è bene precisarlo- non esiste negli altri paesi della civile Europa, il nostro declino economico e civile non si interromperà. Il problema non è Berlusconi: il vero nodo che stringe alla gola l’Italia è quello di un’opposizione politica incapace di avere un’idea di sviluppo lungimirante in grado di favorire gli investimenti produttivi veri. A solo titolo di esempio si può citare la folle corsa al cemento favorita dai quindici ininterrotti anni delle amministrazioni di centro sinistra di Francesco Rutelli e Valter Veltroni a Roma. Settanta milioni di metri cubi (sic!) regalati alla speculazione immobiliare in una città che non cresce più da vent’anni e che anzi ogni anni espelle migliaia di famiglie che non possono più permettersi di sostenere i folli prezzi delle abitazioni.
Il ripristino delle regole del governo delle città e del territorio è il primo elemento per poter rilanciare lo sviluppo produttivo del nostro paese. Chiudere la fase del sacco urbanistico dell’Italia è l’unica occasione che ci resta per favorire reali investimenti produttivi.
La monnezza in Campania stava tornando da mesi, ma parlarne era vietato quasi fosse una bestemmia. Ora si scopre che non si era risolto nulla, solamente tamponato: il più delle volte nascosto
"Perché gli abbiamo creduto a Berlusconi, e mo' come se ne uscirà?". "Lo sapevo che tornava la monnezza e che Berluscone non aveva risolto niente. Questa è la politica". Sono le prime due frasi che ascolto da una radio locale che lascia sfogare i napoletani, che qui chiamano il primo ministro rendendo al singolare il suo nome: Berluscone, che avevano considerato il risolutore dell'emergenza rifiuti. Oggi tutto è tornato come prima, ad appena un anno dal decreto legge del 31 dicembre del 2009 che sanciva la fine dello stato di emergenza e del commissariamento straordinario. In realtà da mesi stava lentamente tornando la spazzatura ovunque ma parlare di nuova emergenza rifiuti sembrava impossibile, era vietato come la peggiore delle bestemmie. Ma il centro di Napoli è tornato a puzzare come una discarica, la provincia di Caserta ha nuovamente le strade foderate di spazzatura, la popolazione è tornata a ribellarsi per l'apertura di nuove discariche, terrorizzata che queste raccolgano non solo i rifiuti leciti ma anche quelli illeciti, come sempre accaduto nelle discariche campane. Non si era risolto nulla. Solo tamponato. Il più delle volte nascosto. In certi territori lontani dai riflettori, lontani dall'attenzione dei media, la spazzatura non è mai scomparsa dalle strade. Ora il grande bluff si è compiuto e mostra la sua essenza. Ed a pagarne il prezzo, come era prevedibile, è il territorio, la salute delle persone, l'immagine di Napoli nuovamente carica di spazzatura. Chi diffama Napoli, verrebbe da chiedere al primo ministro? Le foto, chi racconta lo scempio? O le strade sommerse di rifiuti? La città torna a sopportare la monnezza con i fazzoletti sui nasi quando l'odore è troppo acre perché il caldo fa marcire i sacchetti. I mercati rionali costruiscono le proprie bancarelle sulla spazzatura non raccolta del giorno prima, e le persone fanno la spesa camminando tra rifiuti. Per lo più le persone ormai fanno finta di niente. Sperano solo che le montagne non arrivino ai primi piani come successo l'ultima volta. L'alba sul nascente governo Berlusconi si era levata liberando Napoli e la Campania dalle tonnellate di spazzatura; ora il tramonto cala su un governo meno coeso e che molti vedrebbero allo sbando, dietro le piramidi di spazzatura che tornano, identiche. L'emergenza rifiuti si fondava su un problema che sembrava insormontabile. Le discariche campane erano satolle e la magistratura, valutandole illegali, le chiudeva impedendo ulteriori conferimenti. Non c'era più spazio per i rifiuti, e le strade divenivano nuove discariche, che non avevano bisogno di approvazione e che non si poteva per decreto chiudere o riaprire. Le strade, tutte, dai quartieri più popolari del centro storico e delle periferie, a quelli collinari, costituivano le naturali valvole di sfogo. Si bruciava in campagna spazzatura per ridurla in cenere, cenere meno voluminosa e più comoda da smaltire, e così facendo si è avvelenata la terra. L'intervento del governo ha reso territorio militare le discariche: alla magistratura quindi è stato impedito di chiuderle e ai cittadini di avvicinarsi per controllare cosa accadesse a pochi metri dalle loro case. Questo provvedimento, accettato come un male inevitabile, doveva servire a dare ossigeno alle amministrazioni per costruire alternative che però non sono mai partite. La raccolta differenziata è la vera vergogna della Campania e di Napoli. Non si riesce ad organizzarla al meglio nemmeno nei piccoli centri. Si pensi ai tanti comuni dell'Avellinese e del Beneventano che hanno le campagne invase dalla spazzatura, ma sono troppo periferici per fare notizia. Ad oggi Napoli ha solo poche aree in cui viene svolta la raccolta porta a porta, l'unica davvero efficace perché implica un controllo dal basso del cittadino sul cittadino. Raccolta che per legge avrebbe dovuto raggiungere già il 40% dei rifiuti conferiti mettendo in moto un circolo virtuoso che la città aspetta ormai che arrivi dal cielo, come fosse un miracolo. La stessa Asìa, in un volantino da poco distribuito nell'unico quartiere dove la differenziata porta a porta è attiva da due anni - i Colli Aminei - , si è detta preoccupata perché il quantitativo di rifiuti indifferenziati negli ultimi mesi è aumentato, come se quel quartiere che doveva essere la testa d'ariete, la punta di diamante di un'area devastata, si fosse reso conto che i suoi sforzi e il suo virtuosismo valgono quanto una goccia in un mare di disservizi. E a quel punto a che serve differenziare. Meglio buttare tutto nella solita montagna di monnezza. Si sa che i termovalorizzatori non sono mai realmente partiti. Non quello di Napoli, non quello di Salerno, non quello di Santa Maria la Fossa e quello di Acerra è partito solo in parte. Anche su questo piano quindi le cose non sono andate come il governo aveva promesso e il risultato è stato il totale fallimento di un processo che non poteva contare solo sul senso civico dei cittadini. Avevano promesso di non aprire più discariche ed invece ne stanno aprendo un'altra nel parco del Vesuvio, in un'area di interesse naturalistico rarissima. L'emergenza rifiuti è stata manna per la politica campana ed è stata utilizzata per costruire un meccanismo di consulenze e appalti emergenziali. Se hai intere provincie sommerse, devi necessariamente stanziare danaro straordinario. E quindi consulenti e imprese sui quali non può esserci controllo serrato. L'equilibrio su cui si regge il ciclo dei rifiuti in Campania è estremamente fragile. Per mandare in tilt una macchina che è tutt'altro che oleata, basta bloccare il flusso di danaro che arriva nelle casse delle provincie e dei comuni. Basta far finire i soldi in un groviglio di appalti e subappalti. A Napoli l'Asìa, l'azienda che fornisce i servizi di igiene ambientale alla città, ha circa 3000 dipendenti e affida parte dei sevizi a Enerambiente, società veneta dedicata ai servizi ecologico-ambientali e alla gestione integrata dei rifiuti, che di dipendenti ne ha 470. A sua volta Enerambiente attinge per la gestione dei rifiuti alla cooperativa Davideco che ha 120 dipendenti e agli interinali che forniscono almeno altri 150 dipendenti. In questa catena infinita di appalti e subappalti lievitano i costi e le clientele e quest'anno trascorso dal decreto di fine emergenza non è servito a mettere in moto il circolo virtuoso di cui la città aveva bisogno, ma a oliare nuovamente la macchina dello spreco e del ricatto. Dopo l'inchiesta che ha visto Nicola Cosentino accusato dall'Antimafia di Napoli di essere stato un riferimento politico della camorra attraverso il settore rifiuti, in queste ore, sembrerebbe realizzarsi di nuovo ciò di cui si è scritto: la centralità della monnezza in Campania che arriverebbe persino, attraverso Nicola Cosentino, a configurarsi come una pistola puntata alla tempia del governo. Ovvero, come tramite di ogni rapporto tra Berlusconi e il politico casalese ci sarebbe la gestione del ciclo dei rifiuti. Nel dibattito politico di questi ultimi mesi si è fatto riferimento a come Cosentino, leader indiscusso del Pdl in Campania, avesse dalla sua molti sindaci, i consorzi, la vicinanza di imprenditori e quindi potesse formalmente, se solo lo decidesse, bloccare il meccanismo di raccolta rifiuti. Il voto alla Camera, se si crede all'ipotesi di un Cosentino imperatore nel settore dei rifiuti, con il no all'utilizzo delle intercettazioni sembrerebbe essere un dono fattogli per cercare di riportare la nuova emergenza a una "normalità" di gestione consolidata. Ma questo può saperlo solo Cosentino stesso. Quanto ai bassoliniani, che nel settore rifiuti hanno fatto incetta di voti e clientele, certamente non risulteranno in questa fase concilianti verso la situazione e anche dal loro versante ci sarà ostruzionismo e voglia di tornare ad avere prebende e potere attraverso la crisi. O si tratta con loro o tutto si ferma. Serve ricordare che l'emergenza rifiuti in Campania è costata 780 milioni di euro l'anno. Questa è la cifra quantificata dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti nella scorsa legislatura che, moltiplicata per tre lustri (tanto è durata la crisi), equivale a un paio di leggi finanziarie. In tutto questo la camorra naturalmente continua il suo guadagno che cresce ad ogni passaggio. Nei camion che serviranno alla nuova emergenza, nel silenzio caduto sul ciclo rifiuti perché i roghi nelle campagne continuano a gestirli i clan, bruciando rifiuti, sino al business dei terreni dove chissà per quanti decenni verranno depositate le ecoballe ormai mummificate il cui fitto viene pagato direttamente nelle loro mani. Non mi stancherò mai di dirlo: se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati, diverrebbero una montagna di 15.600 metri di altezza,
IL SOTTOATTRAVERSAMENTO ED IL NODO FERROVIARIO:
ALCUNE QUESTIONI DI INTEGRAZIONE
A SCALA METROPOLITANA E REGIONALE
1. Nodo ferroviario e trasformazioni territoriali
Le realizzazioni della nuova stazione ferroviaria di Belfiore e del vicino sottoattraversamento urbano rappresentano trasformazioni di grandissimo rilievo non soltanto per la Città di Firenze, ma anche per la sua area metropolitana, e più in generale per la Toscana.
Esse infatti sono destinate a modificare profondamente i profili di accessibilità urbani, metropolitani e regionali, soprattutto in relazione alla mobilità di medio-lunga percorrenza, influenzando così l’evoluzione urbanistica e territoriale di ampie parti di città.
Pertanto, la definizione di questi interventi dovrebbe accompagnarsi ad una approfondita riflessione sul ruolo svolto dalle stazioni – e più in generale dal sistema di trasporto ferroviario – alle differenti scale territoriali. Il problema infatti non è soltanto assicurare una adeguata progettazione architettonica al fabbricato viaggiatori, o minimizzare gli impatti urbanistici ed ambientali degli scavi sotto il centro storico fiorentino; si tratta anche di definire approfonditamente le modalità di inserimento del nuovo impianto – e dei nuovi servizi – nel complesso quadro funzionale della mobilità di livello locale ed intermedio. Considerata la rilevanza delle trasformazioni attese, lo scopo dovrebbe essere quello di ovviare, almeno in parte, alle macroscopiche distorsioni che nel corso degli ultimi decenni hanno caratterizzato lo sviluppo di un’area metropolitana sempre più dipendente dai sistemi di trasporto motorizzati individuali.
2. La nuova stazione AV di Belfiore
e la gestione del nodo ferroviario fiorentino
La soluzione prescelta per l’attestamento dei treni ad alta velocità nell’area urbana di Firenze assume come punto fermo la realizzazione di una infrastruttura ad essi dedicata, formata dal sottoattraversamento e dalla nuova stazione di Belfiore.
Tale soluzione persegue in via prioritaria obiettivi di funzionalità ferroviaria, volti a superare l’attuale ripartizione di attestamenti fra le tre stazioni di Santa Maria Novella, Rifredi e Campo di Marte, certamente non ottimale sia dal punto di vista sia della circolazione dei convogli, sia della congruenza con l’assetto urbanistico fiorentino.
La nuova stazione diventerà, in sostituzione dei tre scali citati, l’unico attestamento dei treni AV dell’intera Toscana, tendendo così a configurarsi come polo di massima accessibilità a livello regionale. Nel contempo, visto il suo carattere sostanzialmente specializzato a servizio di poche categorie di treni, essa non potrà che qualificarsi come “quarta” stazione di un sistema di scali urbani già oggi piuttosto articolato, e carente sotto il profilo della reciproca integrazione funzionale. Queste due circostanze sono destinate a porre complesse questioni di coesistenza con i servizi di trasporto pubblico esistenti, facenti capo alle altre stazioni. Si tratta, da un lato, dei servizi ferroviari regionali, che continueranno probabilmente a fruire soprattutto della stazione di Santa Maria Novella, alleggerita dai vincoli indotti dalla circolazione dei treni di lunga percorrenza, e dall’altro, della futura rete tranviaria, che proprio in questa stazione troverà il suo principale nodo di corrispondenza urbano.
In questo senso, sarebbe quanto mai necessario chiarire, in via preventiva, quali debbano essere le relazioni tra i diversi servizi ed i corrispondenti impianti, sapendo che i servizi di lungo raggio traggono molta della loro ragion d’essere dall’integrazione con efficienti sistemi di adduzione metropolitana e regionale. Infatti, è evidente che, per sostenere efficacemente il trasporto ferroviario, i treni AV non dovrebbero collegare soltanto Firenze a Roma e Milano, ma anche Arezzo a Bergamo e Scandicci a Pozzuoli. Un obiettivo di questo genere richiede evidentemente adeguati sistemi di corrispondenza nelle grandi stazioni metropolitane, da configurare come grandi hub della rete ferroviaria nazionale, adottando orari sincronizzati secondo l’esempio della Svizzera, della Germania, dei Paesi Bassi e di molti altri paesi europei.
Un chiarimento di questo genere richiederebbe una chiara definizione del modello di esercizio da sviluppare all’interno del nodo, che indichi con chiarezza quali debbano essere le linee di servizio del sistema cadenzato regionale (memorario), identificando anche le fermate da effettuare ed i corrispondenti capilinea urbani. Traendo spunto dall’esperienza di moltissime aree metropolitane europee, tale modello potrebbe comprendere anche un piccolo numero di linee ad elevata frequenza, sviluppate sul modello della RER parigina o delle S-Bahn tedesche (vedi figura seguente), a sostenere la mobilità di carattere più strettamente metropolitano utilizzando la potenzialità di circolazione liberata sulla rete storica deviando i treni di lunga percorrenza sulla nuova linea AV.
Sulla base di un tale esercizio, sarebbe possibile chiarire il ruolo delle quattro stazioni urbane, avendo comunque cura di precisare le modalità di interscambio tra i diversi ranghi di servizio, in assenza del quale la rete ferroviaria tenderà inevitabilmente a segmentarsi in più sistemi non integrati fra loro, con notevole limitazione dei benefici generati da investimenti pubblici tanto importanti, quali quelli richiesti dalla realizzazione della dorsale AV Milano-Bologna-Firenze-Roma.
3. Potenzialità e limiti del sottoattraversamento urbano
(in un contesto di rete)
Le riflessioni relative al modello di esercizio del sistema ferroviario a scala metropolitana e regio-nale non potrebbero trascurare poi il sottoattraversamento urbano, che appare funzionalmente legato alla stazione AV di Belfiore. E’ importante infatti sottolineare che, nel caso di Firenze, il tunnel scavato sotto il centro storico verrà utilizzato esclusivamente da treni a lunga percorrenza, che lo percorreranno senza effettuare fermate intermedie.
Si tratta di una scelta peculiare, che non trova molti riscontri europei: più spesso, in altre metropoli come Monaco di Baviera, Francoforte o Zurigo, la realizzazione dei sottoattraversamenti ferroviari urbani si è orientata soprattutto a supporto dei servizi regionali e metropolitani: i tunnel presentano in questi casi numerose fermate intermedie, che consentono di amplificare ad intere conurbazioni i vantaggi di accessibilità ottenuti rispetto ai centri storici (vedi foto seguente).
Nel caso fiorentino, nessuna riflessione sembra essere stata finora sviluppata sul ruolo potenzialmente attribuibile ad infrastrutture tanto costose, anche rispetto alle esigenze della mobilità locale. Pesa anche in questo caso la sostanziale assenza di chiari riferimenti programmatici relativi allo sviluppo dei servizi ferroviari afferenti al nodo, considerati nel loro complesso.
4. Alcune riflessioni conclusive
L’ampio dibattito sviluppatosi nell’ultimo decennio, relativamente all’attestamento fiorentino dell’alta velocità ferroviaria, ha esplorato numerosi temi di sicuro rilievo per l’assetto urbanistico ed ambientale della città. Nel contempo, esso ha forse lasciato in secondo piano questioni altrettanto importanti, che riguardano l’inserimento dei nuovi impianti all’interno del sistema di trasporto metropolitano e regionale. Ne derivano alcune potenziali incongruenze, tali da ridimensionare considerevolmente i benefici generati da interventi assai costosi per la mano pubblica.
Una più approfondita riflessione, relativa al necessario riassetto del sistema degli attestamenti ferroviari urbani, ed alle potenzialità di sviluppo dei servizi metropolitani, pare oggi più che mai necessaria, anche alla luce degli obiettivi di riordino della mobilità locale intorno al sistema di trasporto pubblico.
La definizione di un modello di esercizio, capace di guidare lo sviluppo dei servizi ferroviari e metropolitani, rappresenta un passaggio tecnicamente ineludibile per definire prospettive di sviluppo del nodo ferroviario, adeguate alla complessità delle problematiche attuali. La disponibilità di un coerente modello di questo genere consentirebbe peraltro di programmare lo sviluppo del nodo per fasi funzionali successive, assicurando al contempo:
- la migliore funzionalità dei servizi nell’assetto infrastrutturale odierno, caratterizzato dalla compresenza di più stazioni principali (Santa Maria Novella, Rifredi, Campo di Marte);
- una più attenta identificazione delle prestazioni che dovranno essere conseguite dai potenziamenti infrastrutturali futuri;
- e in definitiva un miglior inserimento funzionale dei nuovi impianti all’interno del sistema di trasporto urbano, metropolitano e regionale.
La memoria sul nodo AV di Firenze, redatta il 13 settembre per il comitato IDRA, è stata distribuita nel corso di una commissione del Consiglio Regionale toscano. Il testo, completo di immagini è scaricabile in calce.
Pancia in dentro, petto in fuori! At-tenti! Finalmente una buona notizia per la scuola italiana: i professori vengono licenziati a mazzi, i soffitti cascano in testa, le strutture fanno schifo e compassione, ma in compenso possiamo tutti tirare in aria i berretti e gridare hurrà per il solenne protocollo d'intesa firmato tra la ministra Gelmini, beata ignoranza, e il sor La Russa, il colonnello alla parata militare.
In alto i cuori! Il protocollo d'intesa si ammanta di notevoli paroloni, roba forte qui nel Berlusconistan, come ad esempio «conoscenza e apprendimento della legalità e della Costituzione». Ma questa è la teoria, roba da comunisti. È la pratica che è più interessante, e prevede: «cultura militare», «arrampicata», «tiro con l'arco e con la pistola» (ad aria compressa, aggiunge pietoso il documento), senza contare «nuoto e salvamento» e «orienteering».
Insomma, una specie di incrocio tra i littoriali, il sabato fascista e i film con Alvaro Vitali, il tutto sotto l'occhio vigile di La Russa e della sciura Gelmini, eletta dalla lobby dei cacciatori nella patria della Beretta, pistola italiana. Protocollo d'intesa denominato «Allenati per la vita», che insegna tra le altre cose anche il «pernottamento in luoghi ostili», cosa che potrebbe tornare utile alle ragazze che restano bloccate nottetempo nei cessi di Palazzo Grazioli.
Non basta. A coronare il virile cimento arriverà alla fine una «gara pratica tra pattuglie di studenti» che varrà come credito formativo. «Mamma, non rompere che c'ho tre in matematica, perché ho preso ottimo nel passo del giaguaro!». È così che si forma una classe dirigente, imparando a dire signorsì. Non si parla di bombe a mano e di sommergibili rapidi e invisibili, ed è una notevole pecca dell'iniziativa (forse mancano i fondi), ma siamo certi che qualcuno porrà rimedio.
Il tutto agli ordini di un centinaio di ufficiali in congedo, consapevoli che, dalle strutture alle finalità, dalle scale alle camerate, un liceo può somigliare perfettamente a una caserma. Il tutto, manco a dirlo, sponsorizzato da enti pubblici e privati, il che significa che l'ora di attività ginnico-militare (sic!) o la visita al poligono saranno finanziate dall'illuminata industria italiana: perché avere cittadini quando si possono avere soldati semplici?
L'intesa è per ora regionale (Lombardia) e riguarda le scuole medie superiori, ma non disperiamo: la nostalgia è una brutta bestia e la tentazione di vestire da Balilla anche i più piccoli si farà strada presto. Scritta in un esilarante burocrat-militarese, la circolare che informa la popolazione pare di suo un capolavoro satirico. E addirittura strepitoso è il passaggio teorico in cui si spiega che tanto dispiego di mezzi di aria, di cielo e di terra (e di pistole ad aria compressa) ha tra le altre finalità «il contrasto del bullismo». Insomma, qualcosa tipo: «Mamma, c'era un bullo, ma l'ho fatto secco». Molto educativo.
Naturalmente si sa come andrà a finire. Niente soldi per la benzina del cerchio di fuoco, due proiettili per settecento studenti, corsi di orienteering nel cortile della scuola e - se piove, nevica o tira vento - fornitura di speciali scarponi in cartone pressato, nella più pura tradizione dell'esercito italiano.
E fin qui, naturalmente, al netto di incidenti, sempre possibili di fronte a una truppa riottosa e bambocciona come ci si immagina quella degli studenti. «Capitano, me so' sbagliato... Ho spezzato le reni al prof di greco!». Triste destino di un popolo imbelle a cui si chiede, «per fare gruppo», di mettere l'elmetto a scuola. Cosa che del resto chiedono ormai anche le mamme più avvertite. «Mettiti l'elmetto Gino, che in aula ti casca il soffitto sulla capoccia». Cronache italiane, insomma. Alalà!
Vorrei proporre alcune riflessioni attorno alla nozione di "razzismo di Stato". Queste riflessioni si oppongono a un'interpretazione molto diffusa delle misure prese di recente dal governo francese, dalla legge sul velo fino all'espulsione dei rom. Questa interpretazione vi vede un'attitudine opportunista che mira a sfruttare i temi razzisti e xenofobi a fini elettorali. Questa supposta critica riprende il presupposto che fa del razzismo una passione popolare, che lo considera la reazione impaurita e irrazionale degli strati retrogradi della popolazione, incapaci di adattarsi al nuovo mondo, mobile e cosmopolita. Lo Stato è accusato di venir meno ai propri principi mostrandosi compiacente nei confronti di queste popolazioni. Ma al tempo stesso questa critica rafforza la posizione dello Stato in quanto rappresentante della razionalità di fronte all'irrazionalità popolare. Questa posizione, adottata dalla critica "di sinistra", è esattamente la stessa in nome della quale la destra da una ventina d'anni a questa parte ha adottato un certo numero di leggi e di decreti razzisti. Tutte queste misure sono state prese in nome di una stessa argomentazione: ci sono problemi di delinquenza e di degrado causati dagli immigrati e dai clandestini, che rischiano di scatenare il razzismo se l'ordine non viene ripristinato. Bisogna quindi sottoporre questi atti di delinquenza all'universalità della legge, per evitare che creino dei disordini razzisti.
È un gioco delle parti che è in atto, a sinistra come a destra, dalle leggi Pasqua-Méhaignerie del 1993. Consiste nell'opporre alle passioni popolari la logica universalista dello stato razionale, cioè di dare alle politiche razziste di Stato una patente d'antirazzismo. Sarebbe l'ora di rovesciare questa argomentazione e di sottolineare la solidarietà tra la "razionalità" statale all'origine di queste misure e questo avversario complice e comodo - la passione popolare - che essa sfrutta per meglio brillare. Nei fatti, non è il governo che agisce sotto la pressione del razzismo popolare e in reazione alle passioni cosiddette populiste dell'estrema destra. È la ragion di Stato stessa che alimenta il razzismo, a cui affida la gestione immaginaria della propria legislazione reale.
Una quindicina di anni fa avevo proposto il termine di razzismo freddo per designare questo processo. Il razzismo con cui abbiamo oggi a che fare è un razzismo freddo, una costruzione intellettuale. È, prima di tutto, una creazione dello Stato. La natura stessa dello Stato è di essere uno Stato di polizia, un'istituzione che stabilisce e controlla le identità, i luoghi e gli spostamenti, un'istituzione in lotta permanente contro tutto ciò che sfonda le identità da lui stabilite, anche quando questo sfondamento delle logiche identitarie è costituito dall'azione dei soggetti politici. Questo lavoro è reso più pressante dall'ordine economico mondiale. I nostri Stati sono sempre meno in grado di contrapporsi agli effetti distruttori della libera circolazione dei capitali sulle comunità di cui devono occuparsi. Ne sono incapaci, tanto più che non lo vogliono nemmeno. Ripiegano quindi su ciò che resta in loro potere, la circolazione delle persone. Prendono come oggetto specifico il controllo di quest'altra circolazione e presentano come obiettivo la sicurezza delle popolazioni nazionali minacciate dai migranti. Si tratta, in altri termini, più precisamente della produzione e gestione del sentimento di insicurezza. Questa attività diventa sempre più la ragion d'essere degli Stati e il mezzo della loro legittimazione.
Di qui un uso della legge che ottempera due funzioni essenziali: una funzione ideologica, che si configura nel dare costantemente corpo al soggetto che minaccia la sicurezza; e una funzione pratica, che porta a ridefinire costantemente la frontiera tra il dentro e il fuori, a creare costantemente delle identità fluttuanti, suscettibili di far cadere "fuori" quelli che finora erano "dentro". Legiferare sull'immigrazione ha voluto dire, in un primo tempo, creare una categoria di sub-francesi, facendo cadere nella categoria fluttuante degli immigrati persone che erano nate sul territorio francese da genitori nati francesi (i giovani francesi delle banlieues di seconda o terza generazione). Legiferare sull'immigrazione clandestina ha voluto dire far cadere nella categoria dei clandestini degli "immigrati" regolari. È sempre la stessa logica che ha portato all'uso recente della nozione di "francese di origine straniera". Ed è questa stessa logica che ha preso di mira oggi i rom, creando, contro il principio della libera circolazione nello spazio europeo, una categoria di europei che non sono veramente europei, allo stesso modo in cui ci sono dei francesi che non sono veramente francesi.
Per costituire queste identità in sospeso lo stato non si preoccupa di cadere in contraddizione, come si è visto con le misure relative agli "immigrati". Da un lato sono state varate delle leggi discriminatorie e delle forme di stigmatizzazione fondate sull'idea dell'universalità civile e dell'eguaglianza di fronte alla legge. Sono quindi previste sanzioni e/o vengono stigmatizzati coloro le cui pratiche si oppongono all'eguaglianza e all'universalità civica. Ma, dall'altro lato, all'interno di questa cittadinanza simile per tutti sono state imposte delle discriminazioni, come quella che distingue i francesi "di origine straniera". Dunque, da un lato tutti i francesi sono eguali e guai a coloro che non lo sono, e dall'altro tutti non sono eguali e guai a coloro che lo dimenticano!
Il razzismo attuale è quindi prima di tutto una logica statale e non una passione popolare. E questa logica statale è sostenuta in primo luogo non da non si sa bene quali gruppi sociali arretrati, ma da una buona parte dell'élite intellettuale. Le ultime campagne razziste non sono per nulla il frutto dell'estrema destra cosiddetta "populista". Sono state condotte da un'intellighentia che si rivendica come tale e di sinistra, repubblicana e laica. La discriminazione non è più fondata sull'argomento delle razze superiori e inferiori. Ma si articola in nome della lotta contro il "comunitarismo", in nome dell'universalità della legge e dell'eguaglianza di tutti i cittadini nei confronti della legge e in nome dell'eguaglianza dei sessi. Anche in questo caso, non si fa troppo caso alle contraddizioni; questi argomenti sono avanzati da gente che, in altre occasioni, fa ben poco caso all'eguaglianza e al femminismo. Nei fatti, l'argomentazione ha soprattutto l'effetto di creare l'amalgama richiesto per identificare l'indesiderabile: l'amalgama tra migrante, immigrato, arretrato, islamista, machista e terrorista. Il ricorso all'universalità è nei fatti utilizzato a vantaggio del suo opposto: l'insediamento di un potere statale di decidere a discrezione chi appartiene e chi non appartiene alla classe di coloro che hanno il diritto di essere qui, il potere, in breve, di conferire e di annullare delle identità. Questo potere ha un correlato: il potere di obbligare gli individui ad essere identificabili ad ogni istante, a mantenersi in uno spazio di visibilità integrale nei confronti dello Stato.
Vale la pena, da questo punto di vista, di tornare sulla soluzione trovata dal governo francese al problema giuridico posto dalla proibizione del burqa. Era difficile fare una legge che fosse specifica per alcune centinaia di persone di una religione determinata. Il governo ha trovato la soluzione: una legge che impone la proibizione generale di coprirsi il volto nello spazio pubblico, una legge che riguarda al tempo stesso la donna con il velo integrale e il manifestante con il volto dissimulato o coperto da un foulard. Il foulard diventa così l'emblema comune del musulmano arretrato e dell'agitatore terrorista. Questa soluzione - adottata, come parecchie altre misure sull'immigrazione, con l'astensione benevola della sinistra - fa riferimento al pensiero "repubblicano". Ricordiamoci delle furiose diatribe del novembre 2005 contro i giovani dal volto coperto e con il cappuccio che agivano di notte (in occasione della rivolta delle banlieues). Ricordiamoci del punto di partenza del caso Redeker, il professore di filosofia minacciato da una fatwa islamista. Il punto di partenza della furiosa diatriba antimusulmana di Robert Redeker era stato... la proibizione dello string a Paris-Plage (l'iniziativa estiva del comune di Parigi, con la spiaggia lungo la Senna). In questa proibizione, decretata dal sindaco di Parigi, Redeker vi aveva visto un atto di compiacenza nei confronti dell'islamismo, una religione il cui potenziale di odio e di violenza si era già manifestato nella proibizione di essere nudi in pubblico. I bei discorsi sulla laicità e l'universalità repubblicana si riassumono in definitiva nel principio che si deve essere interamente visibili nello spazio pubblico, sia questo fatto di pavé oppure di spiaggia.
Concludo: è stata spesa molta energia contro una certa forma di razzismo - quella incarnata dal Fronte nazionale - e contro una certa idea di razzismo come espressione dell' "uomo comune bianco", che rappresenta gli strati arretrati della società. Buona parte di questa energia è stata recuperata per costruire la legittimità di una nuova forma di razzismo: razzismo di Stato e razzismo intellettuale "di sinistra". Sarebbe forse tempo di riorientare il pensiero e la lotta contro una teoria e una pratica di stigmatizzazione, di precarizzazione e di esclusione che oggi costituiscono un razzismo che viene dall'alto: una logica di Stato e una passione dell'intellighentia.
Oltralpe sono in molti a pensare che in Italia la legge non sia più uguale per tutti. Ieri ne abbiamo avuto l’ennesima conferma. Il Parlamento ha respinto la richiesta di autorizzazione all’uso di intercettazioni nei confronti di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario indagato per presunti rapporti con il clan dei Casalesi. L’applauso che ha accolto i risultati della votazione sembrava celebrare l’ennesima vittoria dei politici sui poteri giudiziari, ormai identificati da una buona fetta dei parlamentari come il «nemico ».
L’ostilità tra esecutivo e magistratura fornisce anche una possibile chiave di interpretazione del giallo della votazione. Al conteggio finale dei sì mancavano una quindicina di voti, presumibilmente finiti tra i no. Qualcuno che non doveva si è schierato con il Popolo della libertà. Diserzioni importanti poiché questo governo è appeso ad una corda sfilacciata, che può cedere in qualsiasi momento. Ma è chiaro che ciò non avverrà mai su una questione come le intercettazioni dei parlamentari. C’era infatti d’aspettarsi che su questo voto la fedeltà al proprio partito e leader contava ben poco poiché votando no si proteggevano i propri interessi. Legislazioni, votazioni e prassi ad personam sono ormai la manifestazione di quello che europei ed americani definiscono contaminazione Italia: come il Bel Paese si sta trasformando nel regno dell’illegalità.
E mentre l’illecito prende piede nella quotidianità, confinando fette sempre più sostanziose della nostra economia nel sommerso, le critiche degli stranieri sono concentrate sulla gestione delle istituzioni dello Stato e sul dilagare dell’attività del crimine organizzato. La presunta attività di riciclaggio all’interno dello IOR, che ha portato al sequestro di 23 milioni di euro, ha riempito le prime pagine dei maggiori quotidiani stranieri. Una singolare triangolazione bancaria trasferiva denaro dai conti dello IOR accesi presso il Credito Artigiano a beneficiari sconosciuti presso la JP Morgan di Francoforte e presso la Banca del Fucino. Nelle sale cambi del villaggio globale e nelle banche centrali occidentali l’idea del «riciclaggio in confessionale» fa tremare molti, specialmente a chi ha intrattenuto attività professionali con lo IOR, cioè la maggioranza delle banche e delle finanziarie internazionali.
All’estero ci si chiede come sia possibile che il braccio bancario del Vaticano continui a seguire una prassi da paradiso fiscale, autorizzando pagamenti su conti cifrati, un’attività che va contro la regola d’oro bancaria: «conosci il tuo cliente», imposta a tutte, ma proprio tutte, le banche occidentali.
Ancora più incomprensibile è il comportamento della Banca d’Italia, l’organo di vigilanza, che non ha bloccato questa prassi prima che lo facesse la magistratura. Perché allo IOR si riserva un trattamento con i guanti bianchi mentre trasferimenti analoghi su conti cifrati da parte di qualsiasi altra banca italiana avrebbero provocato come minimo sanzioni salatissime?
Duepesi e due misure è il mantra che sale dal nostro paese. E spesso chi ci guadagna è il crimine organizzato la cui attività si intromette tra le maglie ormai recise dell’uguaglianza della legge. A Gioia Tauro approda una nave battente bandiera liberiana carica di esplosivo, sette tonnellate di T4, la stessa sostanza usata nell’attentato a Falcone e a Borsellino, abbastanza per far saltare in aria tutto il porto. Pare che provenga dall’Iran e sia destinata alla Siria. Transita a Gioia Tauro insieme ai seimila container che entrano ed escono quotidianamente dal porto più trafficato del Mediterraneo.
Non è la prima volta che soffiate ed intercettazioni allertano le autorità portuali, l’antidroga e l’antiterrorismo; controllare ogni giorno anche una frazione infinitesimale di seimila container è fisicamente impossibile. La scoperta di grosse partite d’armi e di cocaina a Gioia Tauro in transito o destinate alle ‘ndrine hanno infatti fatto il giro del mondo più volte. Chi vive all’estero si domanda come mai queste scoperte non avvengano anche a Barcellona o a Istanbul. Perché il crimine internazionale predilige questo porto calabrese lontano da qualsiasi grosso centro commerciale? E la risposta più logica che fino ad ora si è trovata è che a Gioia Tauro è più facile farla franca.
Corso Vittorio Emanuele potrebbe diventare la quarta via commerciale del mondo (occidentale). Con i suoi 50 mila visitatori al giorno - stima fatta al netto delle nuove aperture di marchi come Gap e Banana Republic dall’operatore immobiliare Beni Stabili - è stato calcolato che l’anno prossimo l’arteria dello shopping milanese sarà dietro solo alla Fifth Avenue di New York (150 mila passaggi medi al giorno), gli Champs-Élysées di Parigi (100 mila) e Oxford Street di Londra (90 mila).
Ad arricchire l’offerta commerciale del centro saranno tre nuovi centri commerciali che nei prossimi mesi saranno inaugurati nei palazzi che un tempo ospitavano i cinema Excelsior, Ambasciatori e Corallo. Spazi polifunzionali con vetrine di diverse marche, food shop e ristoranti aperti anche la sera. Il primo a inaugurare sarà il negozio Coin e Ovs Industry, l’ex Oviesse: sei mila metri quadrati che prenderanno il posto della multisala Excelsior-Mignon, chiusa nel 2008 per mancanza di spettatori. Un’operazione da 80 milioni di euro che, per l’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli, contribuirà «a rivitalizzare il quartiere, insieme all’arrivo di grandi marche che negli ultimi mesi hanno scelto Milano come nuova piazza commerciale».
Il centro dell’intrattenimento - solo qualche anno fa corso Vittorio Emanuele era la via del cinema - , si sta lentamente trasformato nella promenade dello shopping per eccellenza. Chiuse le sale, infatti, gli spazi sono stati tutti convertiti alla moda. Sia quella a prezzi stracciati come Zara, che ha preso il posto del cinema Astra di corso Vittorio Emanuele, sia quella dei grandi stilisti come Dolce e Gabbana che hanno trasformato il Metropol in viale Piave da cinema a passerella. Solo nel caso del Mediolanum di Largo Corsia dei Servi la sostituzione è stata di altro tipo: al posto delle poltroncine rosse infatti sono arrivate le panche della palestra Skorpion, che sta ancora terminando i lavori di riqualificazione.
La morfologia del centro dunque negli anni è radicalmente cambiata, diventando una zona di passaggio esclusivamente diurno, visto che alle sette di sera spegne le luci. «I cittadini sono liberi di andare al cinema dove vogliono - ribatte Masseroli - . E se scelgono le multisale della periferia dobbiamo prenderne atto e far sì che il centro si trasformi come chiede il mercato. Questa è la flessibilità di cui Milano ha bisogno. Non solo. La zona tornerà ad essere residenziale dal momento che gli uffici stanno via via spostando le loro sedi in altri punti della città. Sono certo che questo porterà con sé una maggior vivibilità anche serale».
Resta il fatto che delle 141 sale di proiezione cinematografica che si contavano nel 1970, oggi ne sono rimaste solo 17. E nonostante il nuovo modello di multisale il numero di schermi si è più che dimezzato passando da 254 a 103. In compenso, fa notare il Comune, i dieci cinema che negli ultimi anni hanno chiuso i battenti per mancanza di spettatori, sono stati trasformati (tre sono ora in ristrutturazione) in 93 mila metri quadrati di negozi, uno spazio pari alla superficie totale di Harrod’s a Londra. Ma distribuito nel centro città e (quasi) tutto dedicato alla moda. Come il Teatro Versace, quartier generale di Versace e dove Donatella organizza anche eventi musicali, o come lo Spazio Astoria, che sulle ceneri di un cinema porno oggi ospita le sfilate dell’alta moda. E ancora la "design gallery" Visionnaire di piazza Cavour, nata al posto del cinema Cavour.
postilla
Qualche volta fanno invidia, quelli che abitano esclusivamente il proprio mondo fantastico, fatto di grandi idee, e da questo traggono magari la forza per trasformarle in realtà. Come Masseroli, il quale pare si sia vantato di essere soprattutto un manager, e di non capire gran che di urbanistica. Però, detto fra noi, non pare ci voglia un luminare di settore per capire la differenza tra Fifth Avenue, Champs-Élysées, e Corso Vittorio Emanuele. Come direbbe Petrolini, “basta un paio di scarpe nuove”, ovvero farsi passin passetto prima il percorso dall’abside del Duomo a San Babila, e poi ritentare l’esperimento anche solo per qualche sezioncina contenuta di Midtown, o quando l’Arc del Triomphe continua ad essere una prospettiva irraggiungibile fra le cime degli alberi. Per capire che fare paragoni è strumentale, sciocco, fazioso. Per capire anche, guardando il panorama internazionale con occhi un po’ meno foderati di compiaciuto prosciutto, che il modello delle vie commerciali tutte identiche (perché “così vuole il mercato”) è buono solo per quei paesi sottosviluppati dove una classe dirigente locale cavernicola e arrogante ritiene chissà perché moderno e auspicabile sconvolgere la complessità urbana con artificiose iniezioni di luci al neon, che sarebbero forse suonate magnifiche un paio di generazioni fa, quando Petula Clark cantava “Downtown” (in Italia, forse in assenza di corrispettivi, la canzone si chiamava "Ciao Ciao"), ma oggi, come ci spiegano ad esempio molto bene le ricerche della New Economics Foundation, rischiano di seppellirci sotto una montagna di fuffa. Insomma di questa modernità da filmetto anni ’60 ne abbiamo abbastanza, anche chi non se ne è ancora accorto (f.b.)
DOWNTOWN
When you're alone and life is making you lonely
You can always go - downtown
When you've got worries, all the noise and the hurry
Seems to help, I know - downtown
Just listen to the music of the traffic in the city
Linger on the sidewalk where the neon signs are pretty
How can you lose?
The lights are much brighter there
You can forget all your troubles, forget all your cares
So go downtown, things'll be great when you're
Downtown - no finer place, for sure
Downtown - everything's waiting for you
Don't hang around and let your problems surround you
There are movie shows - downtown
Maybe you know some little places to go to
Where they never close - downtown
Just listen to the rhythm of a gentle bossa nova
You'll be dancing with him too before the night is over
Happy again
The lights are much brighter there
You can forget all your troubles, forget all your cares
So go downtown, where all the lights are bright
Downtown - waiting for you tonight
Downtown - you're gonna be all right now
And you may find somebody kind to help and understand you
Someone who is just like you and needs a gentle hand to
Guide them along
So maybe I'll see you there
We can forget all our troubles, forget all our cares
So go downtown, things'll be great when you're
Downtown - don't wait a minute for
Downtown - everything's waiting for you
«Milano, maggio 2015, viene finalmente inaugurata l’Esposizione Universale più attesa della storia. L’enorme lavoro preparatorio, migliaia di cittadini che hanno portato idee e proposte in centinaia d’assemblee locali, ha dato i suoi frutti. L’Expo milanese sarà il primo a impatto zero: nessuna speculazione, nessuna nuova edificazione ma un grande lavoro di recupero, riutilizzo e valorizzazione del patrimonio urbano esistente; 200.000 visitatori attesi al giorno che si muoveranno solo con mezzi di trasporto pubblico a emissione zero. Per l’occasione Milano si è rifatta il look; il nuovo bosco urbano realizzato al posto del vecchio quartiere fieristico è il simbolo della prima città mondiale ad aver risolto i problemi energetici e della mobilità con un ricorso totale a energie rinnovabili, con una rete di linee pubbliche e percorsi ciclabili che non hanno paragone al mondo. I quartieri periferici sono stati trasformati in tante cittadelle dove cultura, socialità e vivibilità sono le nuove parole d’ordine. Il Parco Sud è diventato il principale fornitore di alimenti biologici alla città e costituisce il più vasto sistema di agricoltura periurbana d’Europa; una rete wireless gratuita fruibile da milioni di persone quotidianamente ha reso la metropoli più ricca dal punto di vista culturale, cognitivo, scientifico e tecnologico; il 40% del territorio comunale pedonalizzato. Questi sono solo alcuni dei fiori all’occhiello del Rinascimento ambrosiano. Insomma oggi Milano è una città dove chiunque vorrebbe vivere e il modello cui tutte le metropoli si ispirano per superare i problemi che stanno portando il pianeta al collasso….Purtroppo non sarà così…»
Sono passati tre anni da quando scrivemmo questa visione onirica di un Expo impossibile, introduzione del dossier contro la candidatura di Milano per Expo 2015. Da allora è successo di tutto, sono cambiate tante cose, non i motivi e le ragioni che ci portano oggi, settembre 2010, a continuare a lottare contro Expo e le logiche che stanno dietro il grande evento.
Il modello economico-sociale, sino al 2007, anno di esplosione della crisi che stiamo conoscendo, si è fondato sulla finanziarizzazione di ogni spetto della vita sociale, con intreccio fondamentale tra ciclo immobiliare e mercati finanziari, con la cartolarizzazione dei crediti concessi per l'acquisto della casa, con tutti i dispositivi finanziari di cui si è parlato. Parlando ad esempio della Spagna, tanto celebrata per le sue varie 'Esposizioni' assistiamo al crollo del ciclo finanziario immobiliare che ha travolto l'economia ed ha portato a una disoccupazione superiore al 20 per cento. Lo sfruttamento estremo delle risorse territoriali e la privatizzazione totale delle sue risorse sono componenti ineliminabili delle logiche di valorizzazione, analogamente accade per la privatizzazione ed esternalizzazione di quelli che un tempo erano definiti servizi pubblici, sia che si tratti di reti infrastrutturali che di reti di servizi alle persone. Inoltre il modello, da noi noto come “modello lombardo”, esalta la precarizzazione di ogni rapporto di lavoro. Questo modello di gestione del territorio è infine privo di qualsiasi dimensione strategica; crea e deve comunque ricostruire costantemente le basi del consenso alla propria gestione del potere e del territorio, in questo la mobilitazione mediatica attorno ai grandi eventi e l'altra faccia rispetto alla mobilitazione mediatica dei sentimenti di paura e razzismo.
In questo quadro “pre-crisi” Expo 2015 serviva per ristrutturare, ridefinire e ricomporre centri di potere economico, politico e finanziario, a perpetuare modello e profitti; oggi serve per drenare le poche risorse pubbliche rimaste e beni comuni da privatizzare, scaricando, secondo logiche da shock economy, sui territori e la collettività, i costi della crisi e della speculazione finanziaria e immobiliare. Nonostante tre anni di tagli, privatizzazioni, promesse future e deroghe legislative l’operazione non decolla, anzi il pesce Expo puzza sempre più di marcio, non solo per i sempre più evidenti appetiti delle organizzazioni criminali sugli appalti di Expo.
Expo è diventato un ospite ingombrante per gli stessi che avevano cavalcato a fini propagandistici ed elettorali, l’assegnazione della rassegna a Milano e all’Italia. Malgrado le sparate roboanti dei vari sponsor politici di Expo e le rassicurazioni tremontiane, appare evidente che soldi non ce ne sono, idee men che meno, e che l’unica certezza è che per fare Expo si devono regalare soldi, sottoforma di diritti edificatori, ai proprietari delle aree, per realizzare una rassegna che anche i meno scettici vedono già fallimentare sotto tutti i punti di vista. Non a caso i balletti e le lotte intestine al blocco politico-economico maggioritario nel paese sul controllo di Expo: o Expo resta un business finanziario e garantito con denaro pubblico o crolla tutta l’impalcatura e nessuno vuole rimanere con il cerino acceso in mano, a meno di non trovare nuovi equilibri e nuovi garanti, anche in materia di controllo sociale e dei “malumori” di piazze e territori.
La lettura a posteriori delle cronache dell’estate milanese conferma quest’analisi, anche in virtù di alcuni fatti, di portata nazionale, che ben si addicono a essere applicati alla vicenda Expo.
Innanzi tutto la vicenda Expo Spa. Dietro l’uscita di Stanca e la sua sostituzione con Sala nel ruolo di amministratore delegato, uomo vicino alla Compagnia delle Opere, è ben visibile la volontà del sistema di potere formigoniano, fino a questo punto abbastanza defilato, a prendere pieno controllo dell’operazione Expo, non accontentandosi più di gestire la parte infrastrutture e solo indirettamente, tramite Fiera, le vicende legate al sito Expo. Quest’accelerazione a riaffermare il proprio ruolo da parte di Formigoni è quasi contemporanea all’intreccio di inchieste e arresti che colpiscono esponenti di spicco della Regione Lombardia, uomini della Cdo, imprenditori, cosche, scoperchiando un marciume che va dalla movimentazione terra, allo smaltimento rifiuti, alle bonifiche con evidenti riscontri dell’interesse di ‘ndrangheta e mafia per partecipare al business di Expo. Le inchieste coinvolgono anche l’area di Santa Giulia, uno dei progetti fiore all’occhiello con cui la Moratti aveva presentato al B.I.E. la Milano del 2015.
Queste inchieste non fanno che confermare un quadro già evidente tre anni fa: Expo è una grande opportunità per ‘ndrangheta e mafia, lo strumento ideale per lavare soldi sporchi e arricchirsi di profitti puliti. In questi anni diverse inchieste della Magistratura hanno evidenziato il problema, solo Moratti, De Corato, Formigoni e il Prefetto sembrano non vederlo, preferendo distogliere l’attenzione dei milanesi, individuando di volta in volta pericolosi soggetti, cui rivolgere accuse e deliri securitari (rom, centri sociali, quartieri meticci, occupanti di case per necessità). Come se non bastasse, alla piovra criminale si somma la piovra politica, spesso affine alla prima come le indagini sembrano evidenziare, e in particolare il sistema di potere e clientelare che Formigoni e gli uomini della Compagnia delle Opere hanno in tutta la regione.
Oggi tutta l’operazione Expo si può dire sia gestita da uomini Cdo: da Sala, A.D. di Expo Spa, a Fiera, proprietaria delle aree, al tavolo Lombardia controllato da Formigoni, che si occupa di tutte le opere infrastrutturali, ai comuni più interessati all’evento (il sindaco a Rho, Masseroli l’uomo del PGT di Milano, i comuni della Brianza interessati da Pedemontana e altri progetti previsti in nome di Expo). La vicenda dell’acquisto delle aree, inoltre, rende ancora più chiaro che gli appetiti affaristici sono tanti e che s’intrecciano alle lotte intestine alla destra per le prossime elezioni amministrative. Lotte che sono già emerse sull’approvazione del Piano di Governo del Territorio di Milano.
Ed è proprio quest’ultimo strumento normativo a fornire le garanzie migliori per il business Expo. Infatti, il PGT, approvato a luglio e che dovrà passare in seconda votazione entro marzo 2011, sancendo la completa deregolamentazione urbanistica e il trionfo dei diritti volumetrici, permette di trasformare in diritti edificatori i soldi che non ci sono, per buona pace di Boeri e di quanti pensano ancora all’Expo-Gulliver gigante buono. Le volumetrie enormi previste dal PGT unite al trionfo della sussidiarietà nella gestione di quelli che erano i servizi pubblici (tema e business caro alla Cdo, ma anche alle Coop, come del resto il mattone) permetteranno ai privati che investono in Expo di trovare ben laute ricompense.
Saprà la città evitare tutto questo? E come? Questa è la scommessa dei prossimi mesi, salvo implosione su se stesso di Expo complice la borsa chiusa di Tremonti. La prossima campagna elettorale sicuramente si giocherà anche su chi la sparerà più grossa e darà più garanzie sul tema Expo. Già oggi assistiamo a un riposizionamento di tutta una serie di soggetti politici ed economici, trasversali agli schieramenti, sia in chiave nazionale che milanese. Strani feeling, candidature improvvise, riconoscimenti reciproci. In questo senso la candidatura di Boeri a sindaco, sostenuta dal PD, non è solo l’ennesima ambizione dell’archistar buono per tutte le stagioni (dal CERBA nel Parco Sud, a Ligresti, ai grattacieli di Garibaldi, al masterplan di Expo). Leggiamo in quest’operazione la volontà del pallido PD milanese e del sistema economico che vi ruota attorno, di volersi erigersi a garanti dell’operazione Expo e di quanto contenuto nel PGT, magari con un po’ di case in più per le Coop (già interessate al business Expo tramite la proprietà di Euromilano sull’area di Cascina Merlata). Soprattutto vediamo il centro sinistra ambire a un ruolo rispetto ai centri del potere economico-finanziario di alternativa credibile alla destra nel portare avanti grandi eventi e grandi opere, in un clima di maggior disciplinamento e controllo sociale e di accettazione di tagli e sacrifici. Come leggere se no le tante dichiarazioni estive di Penati e Boeri che reclamavano soldi e attenzioni per Expo? Siamo al ridicolo, con la proposta di nuove aree dove fare la rassegna (da Arese a Porto di Mare) e con Tremonti che si erge a paladino degli Expo-scettici, dopo aver devastato scuola, università e ricerca per trovare i soldi per le grandi opere. Così come fa sorridere l’ingenuità di chi scopre solo oggi i rischi speculativi legati a Expo e propina prima un inutile referendum dal sapore elettorale, imbarcando chi continua a ritenere l’evento una grande opportunità per la città, un referendum utile solo alla campagna elettorale di Boeri.
Un paese normale avrebbe già chiesto scusa al mondo e risparmiato soldi per altri impieghi ben più urgenti visto lo stato di crisi che vive l’Italia. Ma le iene del grande evento, banche e speculatori vari non si arrendono e confidano che nel sempre più confuso clima politico italiano, Expo vada avanti in nome dell’orgoglio patrio e dell’emergenza nazionale. Tutti amici, tutti fratelli, tutti sul carro con il sacco da riempire e guai a chi contesta. Sembra un fumetto e invece è il contesto in cui si annuncia l’ennesimo autunno di crisi e di lotte cui la politica non sa più rispondere se non con insofferenza bipartisan e ricette sociali ed economiche a senso unico. Chi critica i signori della crisi, i Marchionne, i finti sindacalisti o riformisti teorici del meno diritti e più precarietà, è considerato alla stregua di un pericoloso terrorista. Ai territori stufi di essere saccheggiati o inquinati si risponde con le manganellate, come con gli Aquilani a Roma, o a Chiaiano. Così come con i manganelli si risponde a chi lotta per difendere il posto di lavoro e la dignità dello stesso. E mentre accadeva questo, in un agosto silenziosamente bipartisan sono state rinnovate le deleghe alla Protezione Civile in materia di grandi eventi, Expo incluso, a chiarire che comunque non esiste altro Expo che non quello che hanno in mente lorsignori, costi quel che costi.
Solo un soggetto manca nella tragi-farsa: la popolazione della metro-regione Milano, coloro che pagheranno i costi diretti di Expo, così come sono assenti le tante vittime indirette, i “tagliati” nella scuola e nei servizi pubblici, i precarizzati. Sembra che Expo cali dall’alto e i soldi maturino nelle fantomatiche serre. Sappiamo bene che non è così, che la città sta già pagando i costi di Expo uniti e sommati a quelli della crisi. E sappiamo che le tasche degli italiani sono già troppo impoverite per poter arricchire una casta privilegiata ingorda e arrogante. Sappiamo anche che il prossimo voto milanese non risolverà la partita, se non si esce dalla logica “degli expo” o delle “olimpiadi” e non si pensa a un progetto di città, di convivenza sociale, di pubblico e bene comune, di nuovo welfare su scala metropolitana. Tutto questo manca nel dibattito, non solo milanese, perché non è funzionale alla metropoli onnivora cara al capitalismo globalizzato e che Milano ben rappresenta. Ma i bisogni e le emergenze restano e quindi la necessità che siano le persone, le popolazioni, i soggetti attivi sul territorio a ritornare protagonisti, condividendo saperi e percorsi reticolari di lotta e rivendicazione, a partire dalle emergenze più immediate: fermare il PGT di Milano (con ricadute positive a cascata sui PGT dei comuni metropolitani) e avviare un percorso virtuoso di ripensamento sulla città metropolitana, sul concetto di servizi pubblici e di mobilità, d’interesse pubblico e bene comune; uscire da Expo 2015 e costruire un movimento più ampio per l’abolizione della Legge Obiettivo (quella delle grandi opere e dei grandi eventi in deroga a tutte le norme e poteri speciali nelle mani di pochi); rilanciare la città con un patto sociale basato su un nuovo modello di welfare metropolitano, che garantisca continuità di reddito, servizi pubblici.
Comitato No Expo, settembre 2010;
info@noexpo.it
Fincantieri: via 2500 posti, meglio il cemento
di Ferruccio Sansa
Genova. Addio a Rex, Andrea Doria e Michelangelo. Fincantieri punta sul mattone. La sirena da decenni ogni mattina annunciava l’inizio del turno di lavoro. Migliaia di tute blu entravano nei cantieri. E le navi, alte come grattacieli, crescevano davanti alla città. Transatlantici capaci anche di conquistare il Nastro Azzurro, diventati in passato il simbolo dell’Italia. Così come, all’opposto, la decisione di Fincantieri di tagliare 2.480 posti è la fotografia di un Paese in crisi. Addio, lo storico cantiere di Sestri Ponente sarà riconvertito. Riva Trigoso e Castellammare di Stabia saranno chiusi. Si punterà sull’Adriatico, Monfalcone e Marghera.
Un maremoto per una delle industrie italiane d’eccellenza: la cantieristica. Una decisione che, però, nasconde retroscena inediti. In Liguria c’è chi, senza voler comparire, dà una lettura politica della decisione: “È il riflesso della scomparsa di Scajola dalla scena e del trionfo del Carroccio. I cantieri si concentrano sull’Adriatico, dove governa la Lega, così si puniscono le regioni di centrosinistra”.
Chissà. Ma a leggere le 50 pagine della bozza del “Piano Industriale 2010-2014 Fincantieri” presentato all’azionista Fintecna c’è un altro punto che colpisce: i cantieri lasciano posto al cemento. In un periodo di crisi per il settore navale, meglio puntare su un’attività più sicura. Forse le casse di Fincantieri ne trarranno beneficio, ma per Genova sarà una sberla in faccia: per i posti di lavoro persi, ma anche perché si disperde un patrimonio unico di competenza e tecnologia. Eppure Fincantieri punta in quella direzione: i cantieri di Castellammare di Stabia e Riva Trigoso saranno dismessi. Non solo: per aumentare esponenzialmente il valore delle aree saranno realizzate operazioni immobiliari.
Una scelta che non stupirebbe se fosse realizzata da una società immobiliare, ma qui siamo di fronte al gigante mondiale della cantieristica. Di proprietà pubblica, per giunta. Ma basta visitare Castellammare di Stabia (Napoli) e Riva Trigoso per capire l’operazione. Prendete proprio Riva Trigoso. Siamo alle porte delle Cinque Terre, uno dei tratti di costa più integri d’Italia. Gli stabilimenti Fincantieri sono accanto alle spiagge: cambiando destinazione d’uso ai capannoni il valore delle aree schizzerebbe alle stelle. L’idea sarebbe proprio questa: utilizzare le strutture a mare degli stabilimenti per realizzare l’immancabile porticciolo, magari per maxi yacht. E sulla riva trasformare il cantiere in residenze. Non importa che la Liguria abbia già 29 mila posti barca, uno ogni 47 abitanti. Che il cemento sia arrivato ovunque. Ma l’attrazione di Fincantieri per il cemento non risparmia Genova, come racconta Mario Margini, assessore comunale ai Lavori Pubblici: “Con Fincantieri e il Governo sei mesi fa eravamo praticamente arrivati a un accordo che prevedeva investimenti per 200 milioni. I cantieri di Sestri Ponente dovevano essere spostati verso il mare, lasciando libera un’area di decine di ettari dove la società voleva realizzare immobili”. Un’ipotesi, però, legata allo sviluppo dei cantieri. “L’accordo era praticamente concluso”, racconta Margini, “poi nessuno si è fatto più sentire”. E due giorni fa la brutta sorpresa: Fincantieri “riconverte” Sestri Ponente. Addio alle navi, ci sarà spazio solo per produzioni meccaniche. Strano destino, quello di Genova. Città delle grandi industrie, delle partecipazioni statali, che oggi si riconvertono in una sorta di operatori immobiliari. La febbre del mattone che, con la benedizione di centrosinistra e centrodestra, si è già mangiata le coste sta trasformando in appartamenti anche industrie, colonie, ospedali, perfino ex manicomi.
E qui entra in gioco Fintecna che si presenta come finanziaria nel settore industriale e dei servizi, una società pubblica che detiene il 99% di Fincantieri. Nel 2007, quando la Sanità ligure era al collasso (non che adesso vada molto meglio) fu lanciata un’operazione di cartolarizzazione per trasformare il patrimonio immobiliare ospedaliero in denaro contante. Finirono all’asta 390 cespiti, 134 mila metri quadrati coperti e 2,6 milioni di terreni. Soprattutto i due storici manicomi liguri: i padiglioni di Quarto, una delle zone residenziali più ambite di Genova, e l’ospedale psichiatrico di Cogoleto, difficile immaginare un luogo più bello – e pregiato economicamente – per quelle costruzioni che ospitarono tanta sofferenza.
Alla fine la gara se l’aggiudicò Fintecna Immobiliare con un’offerta di 203 milioni. Molti storsero il naso: per risanare la Sanità pubblica, i beni della Regione furono ceduti a una società del Tesoro. Gli imprenditori privati attaccarono: “Puzza tanto di aiuto mascherato”.
Fintecna, che si occupa di riconversioni e ristrutturazione delle attività risanabili, fa rotta sul mattone. Intanto i cantieri rischiano di passare da 6.047 dipendenti nel 2009 a 3.910 nel 2014 (in America, invece, i lavoratori del gruppo cresceranno di 900 unità per costruire le navi della Marina). Colpa della crisi e della concorrenza soprattutto asiatica che morde ai polpacci: le commesse per le navi da crociera sono 10 (nell’ultimo decennio erano state 32), le navi militari sono passate da 21 a 11. Spariti i traghetti. Tengono solo i maxi yacht. Meglio puntare sui condomini. Ma Genova non sarà più la stessa: perderà i posti di lavoro e una parte importante della sua anima. Come scriveva il poeta Giorgio Caproni: “Genova tutta cantiere”.
La rivolta sulle gru contro il pasticcio-Tremonti
di Salvatore Cannavò
Tutto il gruppo di Fincantieri è in mobilitazione. Operai sulle gru, scioperi spontanei, sindaci in allarme, famiglie in apprensione per una ristrutturazione del gruppo che potrebbe rappresentare un disastro sociale rilevante. Tra i più allarmati ci sono i sindaci che oggi si ritroveranno a Roma per discutere con i sindacati che da parte loro chiedono un incontro urgente al governo e proclamano per il 1 ottobre una manifestazione a Roma. A Castellammare, vicino Napoli, gli operai sono saliti su una gru esponendo uno striscione con la scritta “Il cantiere non si tocca, lo difenderemo con la lotta”. Un gruppo di operai della Fincantieri di Palermo ha bloccato l'ingresso ai cantieri mentre a Sestri, in Liguria, gli operai sono scesi in corteo all'interno dello stabilimento. I lavoratori di Riva Trigoso, ancora in Liguria, la più colpita dal piano, hanno invece occupato la direzione aziendale.
Sui due cantieri destinati alla chiusura, tra l'altro, Castellammare e Riva Trigoso incombe l'ipotesi di una grande speculazione commerciale e immobiliare. Tutto nasce dal piano di ristrutturazione aziendale reso pubblico dal quotidiano La Repubblica. Un piano drammatico, con la perdita in Italia di 2450 posti di lavori e con la chiusura del cantiere campano di Castellammare di Stabia e quello di Riva Trigoso, il ridimensionamento del cantiere di Sestri Ponente e di quello di Palermo. Ma la perdita dei posti di lavoro potrebbe triplicarsi se si considerano le ditte di appalto che nella cantieristica navale sorgono come funghi.
L'azienda motiverebbe la ristrutturazione con il calo della domanda di navi da trasporto per via della crisi. In effetti nel 2009 la Fincantieri ha avuto ordinativi per 1,75 miliardi contro i 2,52 del 2008 e i 4,23 del 2007, anno record. Sono due anni che la domanda mondiale di navi è in declino, situazione che ha portato alla recente chiusura della danese Odense Shypard o alla riduzione delle commesse di StX France e StX Finlandia, principali concorrenti europei di Finantieri. Anche in Estremo Oriente si sono verificate le prime difficoltà per i cantieri cinesi o sudcoreani (Daewoo e Samsung). L'azienda, in una nota diramata ieri sera, afferma di “non aver preso alcuna decisione” ma nella sostanza non smentisce le indiscrezioni. “Il nostro scopo – spiega il documento – è quello di salvaguardare al massimo i livelli occupazionali ed evitare quindi di dover ricorrere a strumenti di natura non congiunturale. Ma se il mercato dà segnali di ripresa per le navi da crociera è anche vero che è totalmente piatto per tutti gli altri settori”.
Il nodo, in realtà, ruota attorno al governo perché Fincantieri è un'azienda di proprietà statale, controllata da Fintecna che a sua volta è posseduta dal Tesoro, cioè da Tremonti. E con una crisi che si trascina da almeno due anni la mancanza di visione strategica del governo è lampante. Vero è che l'esecutivo non ha molto a cuore lo “sviluppo economico” visto che il ministro competente è assente da oltre quattro mesi. Ma, paradossalmente, il ligure Claudio Scajola non lesinava attenzione alla cantieristica vista la rilevanza degli stabilimenti di competenza elettorale – Sestri Ponente, Riva Trigoso e Muggiano – che con i tre nordestini di Monfalcone, Trieste e Marghera, quello di Ancora, quello di Bari, quello di Castellammare di Stabia e quello di Palermo compongono i dieci insediamenti produttivi della Fincantieri in Italia. La beffa del piano, però, è che mentre si prevedono tagli consistenti in Italia si pianificano nuove assunzioni, 900, negli Stati Uniti, alla Fincantieri Marine Group appena acquisita, forti delle nuove commesse garantite dalla Difesa Usa in una sorta di delocalizzazione di Stato.
Ecco quindi che il ruolo del governo torna in primo piano. Tutte le dichiarazioni politiche chiedono un intervento, il Pd chiede “nuove commesse”, il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, si dichiara pronta “ad azioni eclatanti” mentre il ministro del Welfare, Sacconi si limita a dire di “non aver ricevuto alcuna comunicazione”. Fiom, Fim e Uilm per un giorno dimenticano le divisioni Fiat e trovano l'unità: tutti annunciano che si opporranno fino alla fine alla chiusura dei cantieri e chiedono immediatamente di essere convocati a Palazzo Chigi.
Noi donne e uomini dei movimenti sociali territoriali, della cittadinanza attiva, del mondo dell’associazionismo laico e religioso, delle forze sociali, sindacali e politiche, del mondo della scuola, della ricerca e dell’Università, del mondo della cultura e dell’arte, del mondo agricolo, delle comunità laiche e religiose
che in questi anni e in tutti i territori
- abbiamo contrastato la privatizzazione del servizio idrico, perché sottrae alle collettività un diritto essenziale alla vita;
- abbiamo promosso e partecipato, nel Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua o in altri percorsi, a iniziative ed azioni, socializzando i saperi e le esperienze, rafforzandoci reciprocamente, allargando la sensibilizzazione e il consenso;
- abbiamo promosso con oltre 400.000 firme una legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua e la sua gestione partecipativa;
- abbiamo promosso mobilitazioni territoriali, manifestazioni nazionali e appuntamenti internazionali per riappropriarci di ciò che a tutti appartiene, per garantire a tutte e tutti un diritto universale, per preservare un bene comune per le future generazioni, per tutelare una risorsa naturale fondamentale;
-abbiamo promosso una campagna referendaria che si è conclusa con lo straordinario risultato di oltre un milione e quattrocentomila firme raccolte;
consapevoli del fatto che
- il voto referendario apre una stagione decisiva per l’affermazione dell’acqua bene comune e della sua gestione pubblica e partecipativa;
- la battaglia dell’acqua è assieme una battaglia contro il pensiero unico del mercato e per una nuova idea di democrazia;
- la privatizzazione e la mercificazione dell’acqua e del servizio idrico è incompatibile con conservazione della risorsa acqua, degli ecosistemi e più in generale dell’ambiente;
- una vittoria ai referendum della prossima primavera potrà aprire nuove speranze per un diverso modello economico e sociale, basato sui diritti, sui beni comuni e sulla partecipazione diretta delle persone;
facciamo appello a tutte le donne e gli uomini di questo paese
perché, in questi mesi che ci porteranno al referendum si apra una grande stagione di sensibilizzazione sociale sul tema dell’acqua, e si produca, ciascuno nella sua realtà e con le sue attitudini e potenzialità, uno straordinario sforzo di comunicazione sull’importanza della vertenza in corso e sulla necessità del coinvolgimento di tutto il popolo italiano, con l’obiettivo di arrivare all’affermazione dei tre referendum abrogativi.
Tutte e tutti assieme possiamo affermare l’acqua come bene comune, sottrarla alle logiche del mercato, restituirla alla gestione partecipativa delle comunità locali.
Tutte e tutti assieme siamo coinvolti nel problema e possiamo divenire parte della soluzione.
Il tempo è ora. Perché si scrive acqua e si legge democrazia.
Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
Comitato Promotore dei referendum per l'Acqua Pubblica
Perciò il governo vuole sciogliere le camere
Servizi pubblici in saldo. Referendum a rischio
di Ugo Mattei
Sono da oltre un mese negli Stati Uniti e vedo quindi le cose italiane da una certa distanza e in una prospettiva comparativa che mi consente una percezione non offuscata dal dettaglio quotidiano della polemica politica. Mi occupo anche qui di beni comuni e constato che il referendum italiano attira l'attenzione di molti miei interlocutori, accademici e non. Tutti si dimostrano colpiti dalla brutalità del tentativo con cui il governo italiano cerca di «lisciare il pelo» (qui mi dicono brown-nose) alle multinazionali mettendo sul piatto una torta così ricca. Tutti mi dicono che neppure i più sensibili alle corporation fra i senatori di questo paese (e qui in California Dianne Feinstein lo è molto) oserebbero neppure proporre tanto e tanto in fretta. Qui al saccheggio dei beni comuni come «uscita dalla crisi» certamente mirano in tanti (amministrazione Obama compresa) ma la cosa avviene in modo più graduale, senza tanto brutale piratesco coraggio. Infatti, mi dice un'osservatrice acuta, questa italiana non sarà affatto una privatizzazione ma una ennesima corporatization, ossia un trasferimento diretto (e colluso) alla corporation, entità che ormai scavalca la divisione tradizionale fra pubblico e privato (e lo sappiamo bene dopo la reazione alla crisi finanziaria). Proprio come il movimento globale per i beni comuni ma con motivazioni ed effetti opposti.
E allora in questa prospettiva più ampia emerge un'interpretazione dell'incomprensibile farsa della crisi della destra (e della balbettante opposizione della sinistra) italiana, meno legata allo scontro fra singoli ego dei nostri improbabili politici. Teniamo in considerazione infatti che in prospettiva globale l'Italia è da sempre un paese semiperiferico a sovranità limitata (da Europa, Nato, Fmi e Vaticano) perché tutte le scelte importanti sono eterodirette (economia ed esteri sono almeno dalla «seconda repubblica» in mano a due maggiordomi, rispettivamente di Fmi Ocse e Nato). Ebbene la questione di grande rilevanza economica in ballo in Italia oggi è il referendum contro la corporatizzazione finale dei servizi, ed è proprio questo movimento di popolo che preoccupa i cosiddetti poteri forti globali.
Berlusconi non è in grado di mantenere quanto promesso: di lui non ci si fida più. Di qui la fortissima pressione per lo scioglimento delle Camere, che nel nostro diritto costituzionale significa «rinvio di un anno» del referendum. In effetti il decreto Ronchi è una «legge provvedimento» che dispiega i suoi effetti a data certa, sicché solo il referendum vinto entro il 2011 effettivamente disinnescherebbe la soluzione «corporatizzatrice» finale che sta tanto a cuore al potere globale. Insomma, dal punto di vista economico (il solo rilevante davvero) rinviare significa costringere il popolo sovrano (non sensibile agli interessi multinazionali come i suoi rappresentanti parlamentari) a chiudere le gabbie a buoi fuggiti, con gran brindisi in borsa delle corporation. Ecco spiegata la fibrillazione. Naturalmente a Camere sciolte si aprirebbe una questione costituzionale del tutto nuova nel nostro paese.
È costituzionalmente ammissibile il rinvio di un anno, provocato da organi di democrazia indiretta (Governo e Parlamento), che svuota interamente di significato uno strumento di democrazia diretta? Possono i rappresentanti del Popolo Sovrano togliere la parola al Popolo Sovrano che rappresentano? Evidentemente in caso di scioglimento anticipato delle Camere saranno gli organi di garanzia preposti al controllo della coerenza costituzionale del nostro ordinamento (Corte Costituzionale e Presidente della Repubblica) a doversi pronunciare. Noi riteniamo che si debba arrivare a un contestuale rinvio di un anno degli effetti della legge Ronchi sottoposta a referendum, in modo da evitare questo strappo costituzionale.
In altre parole, in caso di scioglimento, non a fine 2011 ma a fine 2012 dovrebbe scattare l'obbligo di «messa a gara», evitando di far fuggire i buoi prima che si possano chiudere le stalle. Ricordiamo che una volta venduti i servizi pubblici diviene difficilissimo recuperarli alla proprietà pubblica, perché scattano i requisiti di riserva di legge e indennizzo a tutela dei beneficiari privati della corporatizzazionesaccheggio. Insomma una bella questione da approfondire giuridicamente per capire quali forme tecniche debba prendere la nostra sacrosanta questione di sostanza costituzionale provocata da quella brutale struttura di provvedimento-saccheggio a data certa del decreto Ronchi che tanto colpisce gli osservatori di queste parti.
Che gli effetti politici del Referendum siano già ora una corsa bipartisan contro il tempo, per scappare col bottino prima che il popolo si pronunci, è già evidente a Torino. Infatti Chiamparino, adempiendo con zelo anche ai desiderata regionali bipartisan di Bresso e Cota, sta premendo sull'acceleratore della corporatizzazione del trasporto pubblico torinese (Gtt). Sebbene un comitato di cittadini stia raccogliendo molte firme per chiedere una moratoria almeno fino all' espletamento del referendum sul Decreto Ronchi (sulla base del quale la «messa a gara» sta avvenendo) il sindaco non sente ragioni.
Per un futuro più potabile
di Guglielmo Ragozzino
A Firenze l'assemblea dei movimenti in difesa dell'acqua pubblica, per passare dalla raccolta delle firme al referendum. E alla vittoria che impedisca di trasformare l'oro blu in merce. Da Cochabamba all'Amiata, dal generale al particolare, la lotta continua
FIRENZE - Antonio che ha il microfono chiama alla presidenza tutti insieme i diecimila militanti che hanno raccolto le firme tra aprile e l'estate. È una battuta, ma i rappresentanti di quei diecimila, venuti in centinaia a Firenze alla casa del Popolo di S. Bartolo a Cintoia, non ci trovano niente da ridere, anzi applaudono convinti. Tutti sanno cosa è stato il lavoro di raccolta e mobilitazione. Sanno poi che ora occorre proseguire. Come si passi dalla raccolta delle firme al referendum e alla vittoria che stabilisca che in questo paese l'acqua non è una merce, ma un diritto, un bene comune, inalienabile, non è facile stabilirlo. L'assemblea consiste proprio in questo: misurare l'ostacolo e trovare strategie e tattiche, alleanze e percorsi per superarlo. Non esaltazione, ma lavoro ragionevole.
Il discorso ufficiale per un'Assemblea sui referendum futuri in Italia lo tiene Oscar Oliveira che arriva da Cochabamba per dare una mano e chiedere aiuto. Poi altri toccano il tema delle dighe sul Tigri e dell'imperativo morale di salvare Hasankeyf, una delle più antiche città del mondo. Si parla della falda dell'Amiata che è, o era, la maggiore dell'Italia centrale e ora si è abbassata di 200 metri, perdendo miliardi di litri, anche e soprattutto per i prelievi dell'Enel e dei suoi impianti geotermici. Probabilmente quelli di Astrid non capirebbero, ma così la democrazia universale dell'acqua ha avuto una giusta cornice. Dal generale al particolare, l'obiettivo comune e la lotta intelligente sull'acqua potabile, della città e del circondario, da difendere e da salvare. Tra gente dell'acqua i discorsi sono semplici e condivisi.
Per semplicità di discussione si fanno emergere quattro temi: il futuro dell'acqua con le vertenze locali e la possibilità di arrivare a una moratoria generale, il quorum da raggiungere con il punto essenziale del finanziamento per la campagna verso il voto, la gestione pubblica partecipata e infine il pianeta acqua: Cochabamba, il Kurdistan, l'Amiata.
Viene descritto in primo luogo con precisione (da Marco Bersani) il calendario che aspetta il movimento ed è tra il giuridico e il lunare. Noi lo riportiamo, secondo gli appunti, ma senza certezze, anzi con beneficio d'inventario: la Corte di Cassazione il 1 ottobre chiude il rubinetto alla raccolta di firme - ci sono i tre referendum di Di Pietro, uno dei quali è sulla privatizzazione dell'acqua e potrebbe sempre materializzarsi una richiesta per un referendum sconosciuto. Poi c'è la verifica delle firme, con l'eventuale proposta di accorpare richieste referendarie simili. Questa fase dura fino al 31 ottobre. Fino al 15 dicembre la Cassazione riflette, per poi scaricare, con una sentenza, il problema alla Corte Costituzionale che entro il 10 febbraio deciderà della proponibilità dei referendum: tutti o qualcuno. E già questo è un terreno minato. Qualche giorno prima, il 20 gennaio, la Corte indica il giorno in cui delibererà. Questo perché fino a tre giorni prima è possibile indirizzare memorie alla Corte. Quindi un'altra data da ricordare: tre giorni prima della decisione, finiscono i giochi e la Corte si ritira.
Poi, se tutto va bene, la gimkana continua. Tocca al governo, sempre che esista ancora e sempre che non abbia inventato una serie di leggi per ottenerne l'esclusione di tutti i referendum o almeno di quelli che ci stanno a cuore in modo surrettizio. Tocca al governo decidere la data dei referendum, tra il 15 aprile e il 15 giugno. In quel periodo ci sarà anche un voto amministrativo, per esempio a Milano e spetterà al governo accorpare i referendum alle elezioni, oppure scegliere date diverse. Difficile immaginare una data diversa da quella più sfavorevole ai referendum.
Se questi sono gli ostacoli e le insidie principali, di certo ve ne sono altri disseminati e ancora oscuri. Spetta a un gruppo di giuristi, esperti e affezionati ai problemi della democrazia e dell'acqua, il compito di affrontare nel modo migliore le difficoltà. Franco Russo tra gli altri ha ben descritto la fase. Servono persone capaci di praticare la Corte oltre che i movimenti, serve gente con un buon tasso di credibilità presso gli alti magistrati. Devono però spiegare bene cosa stanno facendo, confrontarsi con il movimento. Da qui nasce una proposta che oggi discuterà l'assemblea plenaria, di un convegno di carattere giuridico e liquido insieme, per mettere a punto la strategia e la tattica.
Si discute molto di moratoria e di moratorie, quella generale e quelle locali. Concordano tutti e tutte sul punto dell'ingiustizia di una serie di decisioni irrimediabili sulla gestione idrica in molte località, quando sono state raccolte firme in quantità e pendono i referendum. La volontà popolare è stata disprezzata: qualcuno vuole imbrogliare la situazione tanto da rendere impossibile tornare indietro. Alcuni fanno presente la disparità delle situazioni locali: non si chiude la stalla della moratoria quando i buoi sono scappati.
In generale è difficile il confronto con gli altri, con quelli che non hanno ancora messo l'acqua al centro della democrazia per la quale lottano. Come si apre il discorso ai milioni di voti che serviranno a giugno inoltrato, quando, finite le trappole, si andrà a votare per il referendum?
Il problema delle alleanze si presenta sempre davanti a un movimento ragionevole; e questo lo è. Oggi (per voi che leggete) si deciderà di partecipare il 16 ottobre alla giornata di lotta della Fiom, si andrà per scuole (e fuori dalle scuole) per convincere gli studenti che ne vale la pena e che si lotta anche per loro e con loro; quando in dicembre, a Cancun il mondo discuterà di acqua, anche l'Italia del movimento non farà mancare il suo appoggio, solo perché c'è altro da fare, monitorare la Cassazione. E ci sarà anche un nuovo 20 marzo - sarà il 19, per motivi di calendario - quando tutto il movimento, ma tanti e tante di più si daranno appuntamento a Roma per sostenere il nostro referendum.
Altrove, in altre riunioni si parla d'altro. Quanti soldi servono per il referendum? A chi li si chiede, chi li amministra? Dobbiamo contare solo sulle nostre forze, è giusto tassarsi ancora? Avere un tesoriere non snatura il movimento? Domande, domande
Il diritto umano all'acqua
Appena proclamato, già svilito?
di Riccardo Petrella
Questa settimana verificheremo, in due circostanze, se i gruppi dominanti degli Stati, che si sono opposti alla risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite (Riag) del 28 luglio scorso - che ha riconosciuto l'accesso all'acqua potabile ed ai servizi igienici come un diritto umano fondamentale - saranno riusciti a sminuirne la portata e ad annacquarne il contenuto. La prima circostanza, la più importante ai nostri fini, è l'approvazione giovedì 23 settembre a Ginevra da parte del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite del rapporto dell'esperto indipendente sul «diritto umano all'acqua e ai servizi igienici» (Recdu).
La seconda circostanza è rappresentata dalla conferenza di valutazione dello stato di realizzazione degli «Obiettivi del millennio per lo sviluppo» che si terrà da lunedì a mercoledì 22 settembre a New York nella sede dell'Onu.
Come è noto, l'obiettivo della riduzione al 2015 della metà delle persone che nel 2000 non avevano accesso all'acqua potabile e ai servizi igienici figura fra gli obiettivi retoricamente più enfatizzati in questi ultimi anni. Se il rapporto dell'esperto indipendente al Consiglio dei diritti umani dell'Onu è approvato nella sua stesura attuale esso rappresenterà un passo indietro notevole rispetto alla risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 28 luglio. Per tre motivi.
Anzitutto perché il Recdu non riconosce il diritto umano fondamentale all'acqua in quanto tale ma si limita a considerare che «i diritti umani all'acqua e ai servizi igienici sono diritti componenti del diritto a uno standard di vita adeguato e quindi dei diritti contenuti all'art. 11 dell'International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (Icescr)». Il che significa, contrariamente a quanto riconosciuto dalla Riag, che per il Consiglio dei diritti umani dell'Onu il diritto all'acqua non esiste in se stesso, ma è di natura strumentale alla realizzazione del diritto ad uno standard di vita decente. Questo e inaccettabile e sminuisce il valore della Riag.
Secondo motivo: legando il diritto all'acqua alla Convenzione Icescr e non all'International Covenant on Civil and Political Rights (Iccpr) secondo la quale i diritti da essa coperta sono giustiziabili, l'approvazione del Recdu mantiene la tesi (difesa dagli Stati contrari alla Riag) che il diritto umano all'acqua non può e non deve far parte dei diritti umani giustiziabili, cioè a dire per i quali è possibile portare davanti alla giustizia gli Stati e altri soggetti pubblici e privati in caso di non rispetto del diritto. Anche in questo caso si tratta di un «declassamento» della natura e dell'importanza del diritto all'acqua, inaccettabile e infondato.
Terzo motivo, ancora più forte e preoccupante dei precedenti: il Recdu «riconosce che gli Stati sono liberi di optare per l'implicazione di soggetti non-statali nella gestione dei servizi idrici». Questo significa in maniera chiara e categorica: a) la piena legittimazione data da parte dell'organismo dei diritti umani dell'Onu alla privatizzazione dei servizi idrici e alla loro inclusione nella sfera mercantile. Le grandi imprese multinazionali private dell'acqua, così come la Banca Mondiale e tutti gli altri organismi internazionali «pubblici» implicati nella politica dello «sviluppo», in particolare la Commissione dell'Unione europea, non mancheranno di utilizzare questa decisione per spingere in favore dell'ulteriore privatizzazione e finanziarizzazione borsistica dei servizi idrici. Non solo, anche il governo Berlusconi non mancherà l'occasione per cercare di legittimare il decreto Ronchi e sostenere che questo è conforme ai principi del diritto all'acqua riconosciuto dall'Onu!
b) l'affermazione che secondo il Cdu non v'è incompatibilità tra diritto umano fondamentale all'acqua e privatizzazione dei servizi idrici, il che è assolutamente mistificatorio perché, per definizione, nel mercato non vi sono diritti né obblighi riguardo eventuali diritti (il mercato può addirittura togliere la proprietà di un bene e, grazie ai meccanismi di dominio oligopolistico, ridurre in polvere la cosiddetta libertà d'investimento). L'approvazione del Redcu rinforzerebbe l'egemonia ideologica culturale in materia di diritti umani e sociali e dei beni comuni della teologia capitalista universale.
Occorre reagire, specie in Italia e dall'Italia dove più di un milione e quattrocentomila cittadini hanno firmato in favore di tre referendum miranti, per dirla in breve, all'abrogazione delle disposizioni legislative approvate dal governo Berlusconi allo scopo di privatizzare i servizi idrici (e l'acqua). Un mail-bombing gigantesco lunedì e martedì prossimi al Consiglio dei diritti umani dell'Onu e al Segretario generale delle Nazioni Unite sarebbe un'azione molto efficace.
Per quanto riguarda la conferenza delle Nazioni Unite sugli «Obiettivi del millennio per lo sviluppo», tutto indica che i gruppi dominanti degli Stati del «Nord» cercheranno, con l'aiuto e la complicità dei loro simili dei paesi del «Sud» e delle agenzie dell'Onu, di dimostrare - e fare approvare nella risoluzione finale della conferenza - che se l'obiettivo della riduzione di metà delle persone senza accesso ai servizi igienici non sarà raggiunto, l'obiettivo relativo al dimezzamento della popolazione senza accesso all'acqua potabile sarebbe stato di già realizzato.
Una grande conquista, proclameranno, che confermerebbe, diranno, la giustezza delle scelte e delle politiche operate in questo campo dai dirigenti mondiali (compresa quindi la privatizzazione dei servizi idrici e la mercificazione dell'acqua, dichiarata bene economico dall'Onu nel 1992).
I dati ufficiali confermano i progressi realizzati a proposito dell'acqua potabile, soprattutto in Cina e in Brasile (e in quest'ultimo paese grazie alla campagna «un milione di cisterne»). Si tratta però, in generale, di dati risultanti da mistificazioni statistiche. Al di là delle cifre, gli affamati, gli assetati, gli abitanti delle baraccopoli, i poveri assoluti, i senza lavoro si conteranno ancora al 2015 in miliardi.
I dominanti sono incapaci - non è una sorpresa - di far cambiare rotta al mondo. Il fallimento della società mondiale fondata sui principi della sovranità e della sicurezza «nazionali», cioè dei più forti, e sulla ri-universalizzazione del capitalismo è totale. Occorrerà nei mesi che verranno attaccarsi a tale fallimento e inventare, a partire dai beni comuni e dalle città, una nuova mobilitazione altermondialista.
Ricordo che l'Icescr è stato ratificato da 160 Stati ma non ancora (a dicembre 2008) dagli Stati Uniti
Al rientro a tarda notte nell’umida padania dall’ultima giornata di relazioni e discussioni napoletana della Scuola estiva di Eddyburg, mi sono trovato nella buca delle lettere l’ultimo numero del patinato bollettino comunale di Monza.
Beh, di sicuro, il progresso è inarrestabile. Mentre nelle sale del Parco Metropolitano delle Colline, o tra i filari di viti dell’Eremo, si discettava di ricchezza collettiva urbana, dei modi migliori per valutarla e farne usi meno scellerati della media, in altre lontane sale e ambienti tono e sostanza erano assai diversi. Come mi conferma una paginetta del succitato bollettino comunale.
Recita, testuale:
Polo di Sviluppo … una superficie lorda di pavimento terziaria e produttiva avanzata di 94.924 metri quadrati, e residenziale di 31.600.
Si tratta dell’ultima trovata della giunta pidiellina-leghista, ovvero la variante al piano di governo del territorio per l’ormai famosa area della Cascinazza. Che importa se solo qualche anno fa di poli di sviluppo terziario produttivi avanzati non ne parlava nessuno, e fra quei prati gli sviluppisti a oltranza sognavano e declamavano l’indispensabilità di un bel quartiere residenziale, incluse stradine a cul-de-sac con rotatorie per l’inversione di marcia del furgone ombrellaio-arrotino!
Quello che conta è il metro cubo, scambiabile con denaro sonante nella quota cosiddetta “di mercato”, ovvero decisa a tavolino dagli amici degli amici. E per giustificare l’alluvione delle cubature con una funzione qualunque si segue la strada maestra della neodemenza demografica indicata dai ciellini milanesi: previsioni spropositate di crescita della popolazione, da 120.000 a 180.000 abitanti in una manciata di anni. Tanto poi inventarsi nuove denominazioni per il metro cubo approvato e realizzato è facile, no? Lo leggiamo tutti i giorni sui giornali, il turbine di tribunali, residenze per anziani, giovani, oran-goutan scapoli o quaternario avanzato, che va e viene dalle desolate periferie meneghine.
Poi via col malloppo, e chi s’è visto s’è visto.
Deve essere gente che da giovane ascoltava certa musica d’autore italiana, e ancora si ricorda benissimo, a modo suo, quel solenne finale: Ma Noi Non Ci saremo.
Non sarebbe possibile, magari, cambiare ritornello?