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l crollo alla Casa dei Gladiatori, poi centinaia di foto dei lettori a Repubblica.it: una galleria degli sfregi al patrimonio culturale

C´è lo storico e scenografico carcere di Ventotene, costruito dai Borboni alla fine del Settecento, dove il fascismo rinchiuse il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, insieme a Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso e dove Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrissero nel 1941 quel "Manifesto" che avrebbe dato vita all´Unione europea : rimasto in uso fino al 1965, il penitenziario è stato evacuato e mai ristrutturato (segnalazione di Arturo Bandini da Roma).

C´è il primo castello del Mediterraneo, a Casaluce (Caserta), edificato nel 1024 da Rainulfo Drengot e diventato poi convento dei frati Celestini, "abbandonato all´incuria del tempo" (segnalazione di Michele Fedele). In Molise, provincia di Campobasso, c´è l´antica città romana di Saepinum che risale al II-III secolo a.C. e versa "in stato di disinteresse e di abbandono", minacciata per di più dall´installazione di un imponente parco eolico nelle vicinanze (segnalazione di Francesco Palladino: "Stanno per distruggere uno dei siti archeologici più suggestivi della regione").

C´è anche l´edificio razionalista della Manifattura Tessile di Moncalieri, a Torino, costruito nel 1951 dagli architetti Mario Passanti e Paolo Perona, "in totale abbandono da anni" (segnalazione di Andrea Mariotti). E ci sono, insieme a questi, altre centinaia di monumenti, palazzi, castelli, chiese, piazze, fontane in rovina o in pericolo che, da un giorno all´altro, possono fare la stessa fine ingloriosa della Domus dei Gladiatori di Pompei: come le mura rinascimentali di Padova, lunghe 11 chilometri, ricoperte di erbacce e di costruzioni (Fabio Bordignon); il castello di Cusago, alle porte di Milano, fatto costruire da Bernabò Visconti tra il 1360 e il 1369 per sfuggire alle epidemie,assediato dall´incuria (Gianni Politi); l´Acquedotto alessandrino di Roma, trasformato in parcheggio per auto (Ivan) o l´antico porto di Traiano, a Fiumicino, già crollato più volte e ora aperto al pubblico soltanto due giorni al mese (Gaetano Palumbo); la Cittadella di Ancona, uno degli esempi di fortezza bastionata più pregevoli dell´Italia centro-meridionale, "destinata al completo degrado" (Fabio Barigelletti); la Domus romana di piazza Matteotti a Pesaro, "condannata alla sepoltura" (Roberto Malini) .

È un Atlante del Malpaese, per molti aspetti inedito e inquietante, quello che centinaia di lettori di Repubblica e cittadini della Repubblica – armati semplicemente di macchina fotografica o anche solo di telefonino – hanno compilato in questi giorni, rispondendo all´ appello del giornale per cercare di salvare i monumenti a rischio. Il nostro sito è stato bombardato di foto e segnalazioni da tutt´Italia, per effetto di una mobilitazione popolare che supera le aspettative e dimostra una sensibilità assai diffusa per la tutela del nostro patrimonio storico, artistico e culturale.

Da un capo all´altro della Penisola, se ne ricava un impressionante inventario di opere preziose costruite dall´uomo nel corso dei secoli e poi dimenticate, dismesse, vilipese. Un catasto del degrado monumentale, da Nord a Sud, regione per regione. Una sorta di grande "Museo degli orrori" che fa rabbia e vergogna a tutti noi: tanto più che il turismo è tuttora la nostra principale industria nazionale e questo si fonda, oltre che sulle bellezze naturali, sull´attrattiva di un "giacimento" unico al mondo.

Sono immagini sconcertanti e avvilenti. Un insulto alla storia, all´arte e alla cultura. E quindi, anche all´identità nazionale, al nostro codice genetico, all´anima stessa dell´Italia.

E sono proprio queste, insieme e oltre la Domus dei Gladiatori, le vere colpe del ministro Biondi e di tutti coloro che l´hanno preceduto. Lo stato generale di abbandono e di degrado in cui versa gran parte del nostro patrimonio storico e artistico è di per sé un atto d´accusa contro i responsabili politici e amministrativi che avrebbero dovuto provvedere alla sua conservazione, alla sua tutela e magari alla sua valorizzazione. Siamo di fronte, invece, a una dissipazione di beni e risorse che abbiamo ricevuto in eredità dalle generazioni precedenti e che, di questo passo, non riusciremo a riconsegnare intatti a quelle future.

Eppure, questo è il nostro "oro nero". Queste sono le "materie prime" di cui lamentiamo a piè sospinto la mancanza. In un Paese dove bisogna arrivare al limite dell´insurrezione popolare per impedire le trivellazioni petrolifere in Val di Noto, scrigno inestimabile del barocco siciliano, lasciamo andare in rovina monumenti e opere d´arte che potrebbero essere fonte di lavoro e di ricchezza.

Spesso, come ha ammesso lo stesso Bondi nel caso della Domus, non è neppure questione di fondi: Pompei è la prima méta turistica italiana e in pratica si autofinanzia con il ricavato dei biglietti. Si tratta piuttosto di incuria, di inefficienza, di incompetenza. Nel cortocircuito burocratico tra ministero, Regioni, Province, Comuni e Sovrintendenze, il potere si esercita più che altro attraverso il veto e così si disperdono anche le responsabilità. Alla fine, non si capisce neppure più di chi sia la colpa.

Nonostante l´impegno e la militanza delle associazioni ambientaliste, tra cui in prima linea il Fondo per l´ambiente italiano, Legambiente e Italia Nostra, a volte tende a prevalere un atteggiamento d´impotenza o di rassegnazione. Ma i soldi non sono tutto. E lo dimostrano i miracolosi salvataggi di tanti beni artistici a opera del Fai che dal 2003 promuove in collaborazione con Banca Intesa San Paolo un censimento nazionale intitolato "I luoghi del cuore" o la campagna "Salvalarte" che Legambiente porta avanti con encomiabile costanza da oltre dieci anni a questa parte: dal 1996 l´associazione presieduta da Vittorio Cogliati Dezza ha segnalato al Ministero dei beni culturali 980 opere da salvare tra monumenti, chiese, siti archeologici, ma anche sculture e affreschi. E sono più di una ventina quelle che, su intervento di Legambiente, sono state già recuperate e restaurate per essere restituite alla collettività.

Anche in questo campo, evidentemente, è necessario coniugare i nobili ideali con il pragmatismo. E dove lo Stato o gli enti pubblici non sono in grado di intervenire, per mancanza di fondi o per esigenze di tagli, si deve ricorrere al volontariato, all´iniziativa privata, a forme di partnership o di sponsorizzazione con imprese italiane e straniere che magari possano anche "adottare" un monumento o un palazzo. Meglio affiggere una targa con il marchio o il logo di un´impresa piuttosto che un cartello con la scritta "chiuso a tempo indeterminato".

Amiamo questa terra È la nostra cultura

di Carlo Petrin

La metafora di un´Italia che cade a pezzi in molti luoghi del Paese si è tramutata in realtà concreta: l´alluvione in Veneto, il crollo a Pompei, in queste ore esondazioni e smottamenti al Sud. Non è stata la prima volta e, malauguratamente, non sarà l´ultima. Vedere un pezzo del Nord Est sott´acqua per giorni, quasi nel silenzio generale, ha fatto male a chi ama l´Italia. Essere all´estero mentre la Domus dei Gladiatori si sbriciolava è stata una doppia ferita: l´eco della notizia fuori dai nostri confini è stata degna della gravità del fatto, sovrastando il resto, perché il mondo ama la nostra terra soprattutto per la straordinaria bellezza che ospita. Per la nostra cultura.

La politica ci ha messo un po´ a distrarsi da se stessa: giusto per dire che su Pompei non ha responsabilità, per fare tardiva presenza nei luoghi colpiti dall´alluvione o per non perdere un´altra occasione di visibilità mediatica. Sembra che molta parte del mondo politico non ami più l´Italia.E siamo proprio sicuri che anche il popolo che esso rappresenta non abbia smesso di farlo da tempo? Perché chi ama qualcosa ne ha cura, lo custodisce, lo alimenta, ne immagina il futuro e cerca di prevenire ogni danno all´oggetto del proprio affetto. La cura non può essere un rimedio, come ci stanno dimostrando accorrendo affannati sui luoghi dei disastri. Essa deve partire prima, da più lontano, e raccogliere frutti dopo, lontanissimo.

Di fronte agli avvenimenti degli ultimi giorni, e anche ai drammi personali che molte persone stanno affrontando con grande dignità, è forse giunto il momento di rinunciare a cercare responsabilità dirette: senza cura sono tante e così concatenate che non se ne uscirebbe. Bisogna intervenire, certo, ma è inutile puntare il dito perché in fondo siamo tutti responsabili. Se è vero che il territorio è un bene comune, allora è colpa di tutti. Da decenni lo stiamo violentando senza ritegno: chi nel suo piccolo, chi alla grande. E spesso i più prodighi nel farlo sono quelli che ne fanno bandiera, che confondono l´amore per i propri luoghi con una possessività invasiva, degna del peggior amante. Il nostro territorio, bene comune, appartiene a noi come al mondo intero, assumiamocene la responsabilità, e torniamo a prendercene cura. Iniziando a conoscerlo, a studiarlo a scuola: la conoscenza prepara all´amore e solo l´amore garantisce la cura.

La galleria di fotografie che Repubblica.it sta raccogliendo tra i lettori, che immortalano beni culturali in stato di abbandono o di sfacelo, sfregiati da vandali comuni o amministrazioni pubbliche non meno vandaliche è davvero una galleria degli orrori. La cosa più sconvolgente è la capillarità di questi casi: sono ovunque. Immensi o minimi: fa lo stesso. Perché è la stessa cosa lasciare che un monumento che ha duemila anni crolli o che una spianata di cemento occupi un campo da coltivare. Una villetta abusiva sfregia il territorio come un graffito su un reperto archeologico. La distruzione di un antico terrazzamento per far posto a nuove vigne che trasformano le colline in scivoli è come la facciata decrepita di un vecchio palazzo che ha fatto la storia di una città.

Dimentichiamo che l´unica ricchezza di cui non potrà mai fare a meno questo Paese è il nostro territorio, perché è lui in primis che esprime la grandezza della nostra cultura, tutto ciò che ci piace identificare come "Italia". E se un´industria, com´è stato detto, potrà anche «fare a meno dell´Italia», gli italiani invece non possono permetterselo. Non possono permetterselo gli agricoltori che poi sono sempre i primi a subire le conseguenze dei dissesti idrogeologici, ma non possono permetterselo nemmeno i nostri concittadini più urbanizzati. Ci vuole cura del territorio, amore sincero. Un amore che parte dal locale, da quel campo dove con passione si fa piccola agricoltura, dal quel rio che lo irriga con acque pulite e sicure, dai bordi delle strade statali disseminate di rotonde (che però fanno tanto "politica del fare"), dalla piazzetta anche più insignificante. Amore che puntualmente poi arriva al globale: al "Made in Italy" che gira per il mondo, ai luoghi turistici che entrano nelle classifiche dei posti più affascinanti del Pianeta, ai nostri monumenti simbolo.

Con la prospettiva della cura, succede che una piccola parte contribuisce a preservare il tutto. Da questo punto di vista l´agricoltura di piccola scala è più che virtuosa. Perché con essa si difende diversità, restano integri pezzi di terra, ambienti e paesaggi, circolano i saperi collegati, si fa cultura. Eppure da più parti si sostiene che essa sia "di nicchia", che non sia competitiva, non economicamente rilevante, difficile da esportare, terribile da distribuire con i grandi canali che si sono creati. Invece la realtà è che è diffusa in tutte le regioni e presidia il territorio con azioni minime ma indispensabili. Per esempio la manutenzione degli argini, la pulizia dei boschi o dei fossi. Sia chiaro: se si difendono queste pratiche si sta difendendo il Colosseo. Se si evita una colata di cemento inutile si difende un bene culturale.

A pelle sembrerebbe condivisibile la preoccupazione del Governatore Zaia che dice: «Prima i soldi al Veneto e poi a Pompei». Ma se si ragiona in termini di cura e relazioni, di cause ed effetti, di educazione e futuro, si vede bene che non siamo di fronte a due opzioni alternative. La cosa che più tristemente ha sorpreso della sciagura che ha colpito il Veneto è stata la relativa indifferenza del resto del Paese, per quasi una settimana mentre l´acqua laggiù non defluiva. Pompei invece ha subito invaso i giornali di tutto il mondo. Ma pur con due trattamenti mediatici così diversi quegli eventi sono stati causati dalla stessa storia di sciatteria e avidità. E possono essere rimediati solo se, da subito, si mettono entrambe queste voci a pari merito, in cima alla lista delle priorità di ognuno.

Postilla

Si può non condividere il riferimento di Valentini all’”oro nero” che le ricchezze dell’Italia costituiscono. Ricorda troppo la logica meramente mercantile che fu lanciata, ai tempi di Craxi, da un ministro ai beni culturali che parlava di “giacimenti culturali” da trattare come si trattano le miniere: estrarre, manipolare, trasformare in altre merci, vendere. Si può criticare ogni debolezza nel difendere la traduzione d’ogni bene in merce. Ma certamente va condivisa la denuncia, e lo stimolo a ogni cttadino responsabile ad adoperarsi per individuare, segnalare e difendere ogni tassello del nostro patrimonio (che non è solo “nostro”, ma dell’umanità intera).

MILANO — «Vede? Quelli sono gli appartamenti progettati da Zaha Hadid. E qui al centro dall’estate vedremo "spuntare" il primo dei tre grattacieli. Li faremo tutti e tre, magari quello di Daniel Libeskind un po’ meno storto. Ma non sarà molto diverso perché le torri sono il simbolo di Citylife». Claudio Artusi, amministratore delegato della società che sta realizzando il progetto urbanistico sull'area delal ex Fiera di Milano, punta il dito verso il cantiere. Difficile immaginare oggi gli alberi, i palazzi, le torri, il museo: separato dal resto della città da un muro nemmeno troppo alto c'è una specie di grande cratere. Dice però Artusi: «Ora Citylife ha azionisti, governance, finanziamenti. la macchina è partita e non si fermerà fino a lavoro concluso».

Però il socio (con opzione di uscita) Ligresti ha detto che l'iniziativa è difficile e vi occorre l'appoggio delle banche.

«L'ingegner Ligresti ha senz'altro un punto di osservazione più ampio del mio. Però Generali e Allianz hanno confermato di restare con aumenti di capitale, acquisendo la quota di Lamaro-Toti e, per quanto riguarda la compagnia triestina, manifestando la volontà di rilevare eventualmente anche quella dello stesso Ligresti. Come capo azienda una maggior affidabilità da parte degli azionisti non potevo immaginarla. E per quanto riguarda le banche, se ci fossero state difficoltà qualche defezione ci sarebbe stata nel pool dei sei istituti che ha invece confermato il contratto di finanziamento da 1,4 miliardi, non crede?».

Lamaro o Ligresti usciranno dal general contractor Tre torri?

«Con Tre torri abbiamo i contratti su due lotti di appartamenti. Sugli altri progetti Citylife si è solo impegnata a chiedere a Tre torri la prima proposta, che non è vincolante. Quindi il "diritto" si ferma alla partecipazione alla gara. Insomma: dell’assetto di Tre torri e di altri general contractor ci premono solo qualità e competitività».

Quanto avete già utilizzato delle risorse a disposizione?

«Finora 550 milioni su 1,4 miliardi e i soci hanno versato 320 milioni, più o meno la metà di quanto si sono impegnati in termini di equity. Su 100 euro 70 provengono dai finanziamenti bancari e 30 dai mezzi propri messi a disposizione dagli azionisti. L’altra risorsa è rappresentata dagli incassi da vendite: più sono, meno devono versare gli azionisti».

La crisi vi ha fatto modificare i piani. Come?

«L’area del progetto è di 366 mila metri quadri, di cui 170 mila dedicati al parco, il terzo in città per dimensioni. Originalmente era previsto che il 55% della cubatura totale fosse residenziale e il 45% destinato a uffici e locali commerciali. Le dinamiche di mercato non sono facili da prevedere, ma abbiamo aumentato la possibile quota riservata agli appartamenti fino al 70%. E stiamo riflettendo se destinare al r esi denziale l a t orre Li beskind».

Timore di uffici sfitti? A Milano non mancano.

«E resteranno sfitti: significa che l’offerta non risponde alle esigenze degli operatori. Noi scommettiamo su Milano e pensiamo ci sarà richiesta di location di "classe A"».

Gli appartamenti quanti saranno? «Più o meno 1.100-1.300». Si parla di prezzi piuttosto alti.

«È tutto trasparente. Finora abbiamo messo in vendita 450 apni di prezzo, secondo la disposizione su strada o su parco e il piano, sono ampie: da 6-6.700 euro fino a 11.500. Criticità nella domanda sono più legate ai timori legati a comprare sulla carta o a trovarsi a vivere con i cantieri ancora aperti, meno al fattore prezzo. La casa è un bene rifugio e in un certo senso crisi e incertezza favoriscono l’investimento.

C’è ancora un ricorso sugli oneri da versare al Comune.

«Sì, "ballano" 18 milioni. Citylife deve versare al Comune, fra opere e denaro, circa 220 milioni. I principali contributi in opere sono 25 milioni per la Metro 5,16 per il parco pubblico; in denaro 45 milioni per il museo di arte contemporanea, 12 per il Vigorelli, 8 per il Padiglione 3».

Ci sono timori sull’impatto ambientale.

«Citylife sarà a "emissioni zero"...».

Però aumenteranno la popolazione che vive e lavora in zona e il traffico

«Abbiamo calcolato circa 5 mila persone residenti e 5 mila che vengono ogni giorno per lavorare, più l’afflusso al parco, al museo di arte contemporanea, al centro commerciale. Per quanto riguarda i residenti, Citylife sarà la zona pedonale fra le più ampie d’Europa e tutti le famiglie dovrebbero disporre di almeno due posti auto. Sul traffico: vogliamo confrontarlo con quello che periodicamente veniva richiamato dalla Fiera?»

Caro Augias,

alcuni giornali hanno preso l'iniziativa di creare un fondo di solidarietà per le popolazioni venete alluvionate. Ero ben disposto ad inviare il mio contributo quando ho ascoltato la dichiarazione del presidente della regione Veneto, nella quale affermava che gli aiuti del Governo per il Veneto, dovevano prevalere su quelli da inviare a Pompei. Ho sempre pagato le imposte pur essendo per una parte della mia vita lavorativa lavoratore autonomo quelli che spesso eludono o evadono. Pago come napoletano una tassa sui rifiuti solidi più alta di quella che per esempio paga mio figlio residente a Rho (Mi), ricevendo in cambio un servizio schifoso. Soffro nel vedere la mia terra in mano alla camorra con connivenze spudorate da parte di politici di tutte le aree, devo sopportare anche le reprimende che noi del sud non abbiamo senso civico in quanto non saremmo pronti a combattere la mafia e la camorra. Quest'affermazione di Zaia francamente non l'ho digerita, mi sembra stupida oltre che offensiva. Ogni anno il sito di Pompei incassa milioni di Euro, in base alla logica tanto cara a Bossi quei soldi dovrebbero restare a Pompei, o no?

Giuseppe Antinolfi - Napoli
angius48@libero.it

P rovo a immaginare le ragioni per le quali Zaia, presidente del Veneto, se ne sia uscito con l'espressione "Quei quattro sassi di Pompei". L'alluvione del Veneto in un primo tempo era stata effettivamente sottovalutata da tutti: governo e media; Zaia voleva dare un messaggio forte e semplice per i suoi elettori stimando che il livello della sua 'constituency' non sia molto elevato. Eccetera. Ciò detto, la frase rimane stupida oltre che vergognosa. Mettiamo pure da parte un'eredità archeologica unica al mondo, i capolavori che Pompei contiene; l'eco della tragedia che dopo tutto Pompei rappresenta. Il luogo è una miniera d'oro; tenuto in modo più dignitoso lo sarebbe ancora di più. Definirlo "Quattro sassi" è una vera asineria. Per fortuna mi ha scritto Andrea Maronese (da Treviso) parole di grande saggezza che equilibrano quelle sciagurate di Zaia: «Sono uno studente di Storia dell'Arte dell'Università di Venezia. Luca Zaia presidente della mia Regione avrebbe definito una "vergogna" lo stanziamento di fondi per "quei quattro rovinassi", invocando maggiori cifre per il Veneto. Anche se ci possono essere delle priorità, quelle di Zaia restano parole incivili. Quei "quattro rovinassi" sono le macerie anche della mia Storia. Inoltre non mi piace che si speculi con toni populisti sulla tragica alluvione patita dai miei concittadini. Una tragedia che oltretutto è conseguenza della distruzione del patrimonio paesaggistico veneto. Il Veneto e Pompei sono due tristi episodi della stessa catastrofe: il degrado civile».

Su Sandro Bondi, ministro per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) pende la sfiducia richiesta da Pd e Idv e avallata probabilmente da un’area assai più vasta di Montecitorio. Il detonatore sono stati sicuramente i crolli di Pompei, ma i capi di accusa contro questo evanescente ministro, sono ben altri e ben più pesanti. Come si capì fin dalla «decapitazione» del vertice del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, a partire dal suo presidente Salvatore Settis e con grande peso attribuito alla sorella archeologa dell’avvocato-deputato Ghedini.

Al Collegio Romano, dal 1975, si sono avvicendati fior di personaggi (Spadolini, Biasini, Ronchey, Paolucci, Veltroni), ma anche personaggini (la vedova Parrino o Facchiano). I quali però non hanno mai assunto quell’incarico «a mezzo servizio» con altre incombenze. Sandro Bondi invece – per supponenza, per sottovalutazione o per consapevole volontà di indebolire tutto l’apparato della tutela – ha dedicato sicuramente più tempo a coordinare il sempre più crivellato Partito della Libertà, unitamente a Verdini e a La Russa, che non a dirigere la difficile, pericolante barca del suo ministero, dal quale dipendono (e ho detto poco) cultura e spettacolo, con un patrimonio strepitoso, sterminato, insidiato, e con mezzi scarsi, sempre più scarsi.

Mai il Ministero dei Beni Culturali è stato così prono alle decisioni del collega dell’Economia, lasciandogli usare per i tagli a capitoli di spesa già all’osso, la sega elettrica, non l’accetta. Con risultato che musei, biblioteche, archivi sono alla canna del gas. Di più: di fronte ad una vera e propria emergenza, nulla ha fatto di concreto per mantenere in servizio dirigenti di alto valore internazionale messi fuori invece, inesorabilmente, a 67 anni o, ancora peggio, grazie ad uno sciagurato quanto cieco decreto-Brunetta con quarant’anni di anzianità, quindi, in più di un caso, ad appena 62 anni chi era entrato nell’amministrazione subito dopo la laurea (Pittarello in Piemonte, Fornari a Parma-Piacenza, ecc.). Risultato: un ministero denutrito e disossato, privato di ottimi quadri centrali (Proietti, Lolli Ghetti, ora De Caro) e periferici (Guzzo a Pompei, presto Martines in Puglia). Col dilagare di gestioni “ad interim” affannate e ovviamente deboli o debolissime.

Sandro Bondi ha dimostrato subito di essere subalterno al «ghe pensi mi» di un premier che del resto adora e del suo braccio operativo Bertolaso. Ha di buon grado spalancato le porte ai commissariamenti della Protezione Civile pur sapendo che così il suo ministero veniva privato di pezzi fondamentali di competenze e di funzioni.

Non si è opposto al commissariamento dell’archeologia di Roma e Ostia Antica, nonostante la sollevazione di tutti gli archeologi (inzialmente affidato a Bertolaso poi passato all’Aquila). Né alla nomina di un vice «attuativo» nella persona dell’assessore capitolino alla pianificazione. Anche nella dolorosa vicenda di Pompei ha seguito l’altro adoratore di Berlusconi, Mario Resca, nello svalutare i propri tecnici, gli archeologi in particolare (stimati ovunque, come i nostri direttori di musei).

Quando si è verificata la tragedia dell’Aquila con la distruzione di quel centro storico mirabile e di tanti altri abitati antichi, si pensava che – come in tutti i precedenti terremoti – il MiBAC assumesse la regìa degli interventi su città, monumenti, ecc.. Quando all’Aquila si è presentato da privato cittadino (perché appena pensionato) il coordinatore dei restauri della Basilica di San Francesco in Assisi, Giuseppe Basile, munito di una sua assicurazione e portando il contributo dell’Associazione Cesare Brandi, lo stesso è stato subito rimandato a casa, «non serviva». Così come sono state rifiutate altre offerte qualificatissime di collaborazione.

Lo stesso strutturista che aveva salvato San Francesco in Assisi, Giorgio Croci, noto in tutto il mon- do, è stato chiamato una quindicina di giorni dopo il sisma per Colle- maggio e con una dotazione di fon- di irrisoria rispetto ad Assisi. Dove Veltroni aveva riversato risorse importanti e, con la regìa dell’allora direttore generale del Ministero, Mario Serio, mobilitato quadri interni ed esterni del più alto valore: Antonio Paolucci, Maria Luisa Polichetti, l’appena citato Basile, Marisa Dalai, Bruno Toscano e tanti altri. Coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Come all’Aquila...

La cultura? Deve rendere. È stato un caposaldo della «filosofia» del governo Berlusconi, che ha trovato un fedele esecutore in Bondi. Difatti è stato inserito a forza, nonostante i rilievi più sensati, quale direttore generale alla valorizzazione, poi anche come commissario a Brera (con lautissima remunerazione, contro stipendi indecorosi, nemmeno 2.000 euro, per i direttori di musei), l’ex ad di McDonald’s e presidente del Casinò di Campione, Mario Resca, che non sapeva nulla del settore, che ha accumulato banalità. Con loro il MiBAC avrebbe privilegiato i musei maggiori, quelli che possono «rendere». Come se arte e cultura non fossero valori «in sé e per sé», da diffondere, da spiegare, da far capire e amare nelle scuole (qualcuno sa dov’è finita la didattica?), ma merci, hamburger, bibite gassate, da vendere profittevolmente. Come se i grandi musei del mondo non fossero spesso gratuiti o comunque non ricevessero (il Louvre all’80%) iniezioni di denaro pubblico.

Paesaggio addio. Sull’attuazione del Codice per il Paesaggio Bondi ha dato il meglio di sé, nel senso che ne ha lasciato marcire per mesi e mesi l’attuazione, non curandosi minimamente di avviare la tanto attesa co-pianificazione MiBAC-Regioni. Col risultato che – come ha dimostrato la recente accurata indagine di Vezio De Lucia e Maria Pia Guermandi per Italia Nostra – i piani sono di là da venire mentre speculazione privata e abusivismo riprendono vigore, in attesa di nuovi condoni, di nuove licenze di «fare da sé» senza passare dalle maglie della tutela. Che fino a pochi anni fa all’estero ci invidiavano e di cui dovremo presto piangere l’estinzione.

Il caso

Scavi di Pompei, per mesi

rimasti senza guida

A Pompei c’era indubbiamente una emergenza, ma poteva essere risolta attribuendo al soprintendente – che per un decennio è stato il bravissimo Pietro Giovanni Guzzo, andato in pensione a 67 anni dopo 40 di onorato servizio in Calabria, Puglia, Emilia-Romagna e Roma – i poteri straordinari per tagliare tempi e pro-cedure. No, si è voluto nominare un commissario, Marcello Fiori, che, invece di intervenire sulle emergenze, ha investito fondi cospicui in mostre, ricostruzioni virtuali, ricostruzioni (discutibili) di parti del teatro romano, piste ciclabili . Mancavano solo le corse con le bighe.

La Corte dei conti ha notato, ben prima dei crolli, che la gestione «non sembra rispondere all’esigenza di tutelare l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni derivanti da calamità naturali», ecc. A queste quasi profetiche osser- vazioni il ministro Bondi aveva risposto esaltando l’opera di Fiori. Pensionato Guzzo, ha lasciato per mesi e me- si senza guida Pompei. Spazio ai manager! In ottobre ha nominato Jeannette Papadopoulos che al MiBAC cura i rapporti internazionali e che potrà dedicare 2-3 giorni a Pompei e Napoli. Auguri sinceri.

Un édifice effondré à Pompéi, symbole d'un pays en état de catastrophe culturelle

Philippe Ridet – Le Monde

La Maison des gladiateurs et ses fresques qui s'effondrent entièrement, dimanche 7 novembre, à Pompéi, faute d'un entretien constant. Le tapis rouge du Festival du cinéma de Rome envahi par des centaines de mani-festants protestant, le jour de l'inauguration, contre les coupes dans la culture. Le Musée d'art moderne de Naples qui ne par-vient plus à payer ses factures d'électricité et menace de réduire ses heures d'ouverture. L'Opera qui a chi revoir à la baisse les contrats des techniciens. Tous ces événements disent «l'état de catastrophe culturelle » qui menace aujourd'hui l'Italie. La politique de rigueur budgétaire décrétée par le gouvernement (29 milliards d'euros d'économies en 2011 et 2012) se traduira par une reduction de 58 millions d'euros pour le secteur de la valorisation des biens culturels, et de plus de 100 millions pour le Fonds unique pour le spectacle (FUS). C'est également rude pour les collectivités locales: elles ne pourront dépenser plus que 20% des sommes allouées par l'Etat par le passé pour l'organisation d'événements culturels. «Ces restrictions sont un vrai désastre, se désole Umberto Croppi, adjoint à la culture de la capitale romaine. Une exposition comete celle du Caravage à Rome cette année ne sera plus possible. Or, elle a attire 500 00o visiteurs, rapporté 30 millions d'euros, dont 15 millions à l'Etat. » Cela ne fait pas fléchir le gouvernement : «La culture ne se mange pas», répond Giulio Tremonti, ministre de l'économie d'un pays qui compte le plus grand nombre (45) de sites classes au patrimoine de l'Unesco. Coeur d'activité de l'Italie Pour protester contre les coupes budgétaires, de nombreux musées, bibliothèques et sites archéologiques étaient fermés vendredi 12 novembre, d'autres étaient ouverts gratuitement. Le 22 novembre, les acteurs, réalisateurs, scénaristes et techniciens de cinéma sont également appelés par les syndicats à une grève générale. «Quand une entreprise est en difficulté, elle se concentre sur le coeur de son activite, or le coeur de l'activité de l'Italie, c'est la culture », explique l'adjoint à la mairie de Genes, Andrea Ranieri. « La culture n'est pas la cerise sur le gateau, c'est le gateau », renchérit le president de l'association des communes italiennes. Le gateau est mal en point. Au-delà de la polémique, c'est toute la gestion du patrimoine culturel italien qui est en cause. Sa sauvegarde et l'économie qui en découle. «Ce n'est pas seulement une maison qui s'effondre à Pompei, s'inquiète Maria Pia Guermandi, membre de la direction de l'association Italia Nostra, mais la crédibilité du pays. Nous ne sommes plus en mesure de gérer tout cela. » «Faute d'argent » L'art et la culture, qui devraient étre une des principales ressources de l'Italie, font l'objet de peu d'investissements, alors que le tourisme représente 12 % du PIB. De 7 milliards d'euros en 2008, année de l'élection de Silvio Berlusconi, le budget de la culture est tombe à 5milliards en 2010, soit 0,21% du budget de la nation. Musées de province presque vides, aires archéologiques ne recevant que quelques visiteurs par jour: l'Italie souffre de trop de richesses, et de trop peu d'argent pour les entretenir et attirer du public. «La valorisation de l'exceptionnel patrimoine apparait loin d'être optimale», conclut un rapport de la Fondation Ambrosetti, presente le 12 novembre dans le cadre de la manifestation Florens 2010, con sacrée à la valorisation du patrimoine. De son ceoté Sandro Bondi, le ministre de la culture, se débat entre l'intraitable ministre de l'économie et des milieux culturels aux abois. Pour manifester son opposition aux reductions budgétaires, il a bouclé un conseil des ministres. Mais il defend l'esprit de la réforme en dénoncant «la culture de l'assistance» qui a prévalu jusqu'alors. Son projet? Multiplier les fondations publiques et privées pour entretenir les Brands sites et les musées sur le modèle du Musée égyptien de Trin. Mais l'écroulement de la Maisons des gladiateurs pourrait porter un coup fatal au ministre de la culture. Après avoir maladroitement declare que le site s'était effondré «faute d'argent» pour l'entretenir, il a accuse les infiltrations d'eau d'être la cause de ce désastre, ce qui est en partie exact. «le me demettrais si j'étais responsable a. a-t-il répété, mercredi io novembre, au Parlement. L'opposition devrait déposer une motion de censure à l'encontre de celui qui a désormais gagné le sur-nom de « ministre des maux culturels ».

The glory that was Rome crumbles as Berlusconi tries to make past profitable.

Philip Willan – The Times

The Italians of the past created the richest cultural heritage in the world — so diverse and fragile, in fact, that the Italians of today are at their wits' end trying to preserve it. The collapse of the House of the Gladiators in Pompeii a week ago was viewed by many as a metaphor for Silvio Berlusconi's Italy: reality's revenge on a party-loving Prime Minister who lives in the here and now with scant regard for either the distant past or the future. Mr Berlusconi and his Culture Minister, Sandro Bondi, believe that Italy's art treasures should pay for themselves. With appropriate promotion and publicity, ticket-paying tourists will flock through the turnstiles, sponsors will finance restoration projects and ancient monuments will be brought back to life as a backdrop to modern cultural activities such as concerts or fashion shows, they argue. To put this philosophy into practice Mr Bondi last year appointed Mario Resca, the former head of McDonald's Italy, to manage the country's 450 museums and archaeological sites on a more profitable basis. Other "supermanagers" are to be brought on board to supplement the scant business sense of the ministry's professional archaeologists and art historians and to spearhead the valorizzazione, or monetisation, of the nation's cultural heritage. Art world professionals have found themselves sidelined by managers from the Civil Protection Department, brought in to tackle emergencies such as Pompeii and licensed to work around the bureaucratic red tape that usually slows construction and restoration. The policy has backfired, however, with most of Italy's major cultural attractions closed yesterday because of a one-day strike over the budget cuts. Critics said that the Government's approach was short-sighted. "The collapse [of the House of Gladiators] has inflicted a terrible wound on Italy's reputation in the field of restoration," said Maria Pia Guermandi, a councillor for the heritage organisation Italia Nostra. "It wasn't just a house that came down but an entire patrimony of credibility." Ms Guermandi said that the emergency commissioners who had overseen restoration work since they were given responsibility for the site two years ago had acted with little sensitivity, operating with excavators and Bobcats on a site "where you should only intervene with a soft brush". The policy of augmenting the number of visitors to the country's best-known sites was also misguided, she said. At the Colosseum, where slabs of plaster plunged to the ground seven months ago, visitors have been given access to a greater area of the monument and there have even been nighttime visits. Mr Resca is also eager that the Uffizi Gallery in Florence, visited by 1.6 million people last year, should do more to challenge the supremacy of the Louvre, which had 8.5 million visitors. "People are looking for short-cuts," Ms Guermandi said. "The Uffizi is one-twentieth the size of the Louvre. It is dirty, smelly and when it rains water runs down the wall in one of the rooms." Mr Bondi, a Berlusconi loyalist who has been criticised for his willingness to accept swingeing cuts to the Culture Ministry's budget, due to go down from 1.4 billion to 1.2 billion next year, has so far resisted calls for his resignation over the Pompeii collapse. He insists that the incident was unforeseeable. However, critics say that the collapse could have been prevented because it was heralded by a series of lesser stability problems in neighbouring buildings, but that the Government had diverted funds from conservation to promotion. The weekly magazine L'Espresso published details yesterday of what it said were non-essential expenditures authorised by the emergency commissioner. They included 51,000 for a visit by the Prime Minister that did not take place. Pietro Guzzo, who was superintendent of Pompeii from 1995 until 2009, said: "It probably wouldn't cost as much as people think to get the site in order. There are the universities and the archaeology schools, such as the British School at Rome, who do great work. With a grand collaborative plan it can be done. It's just a question of method." Archaeologists said that the House of the Gladiators was one of a myriad treasures at risk from under-funding and neglect. They argued that it was time to return to ordinary administration of the country's threatened sites, restoring control to the ministry's professionals. Lists of the monuments at risk included Nero's Golden House in Rome, the dome of Florence's Cathedral, Bologna's twin towers and a host of little-known archaeological sites in southern Italy.

Credo che sia arrivato il momento di descrivervi, per sommi capi e senza pretese di completezza o sintesi, come Nairobi sia sorta – è una città di fondazione – ed evidenziare alcune dinamiche che hanno influito più di altre nel processo di traformazione. Senza questo quadro di riferimento diventa difficile comprendere alcuni meccanismi che regolano la vita urbana della città, apprezzare lo sforzo e la capacità di migliaia di persone nel affrontare una vita quotidiana in cui anche l’acqua potabile è praticamente un bene di lusso, e cogliere appieno la profonda inequità nell’allocazione e nella gestione delle risorse che da sempre, anche dopo l’indipendenza, si perpetua e ha sancito il benessere e il malessere dei Kenioti.

La città coloniale

Fin dall’inizio, da quando la città fu fondata dagli Inglesi nel 1899 come deposito degli approvvigionamenti per la ferrovia (l’Uganda Railway che doveva collegare Mombasa al lago Vittoria) ci sono state più Nairobi. Da una parte, la città pianificata (secondo le regole europee) e debitamente servita da infrastrutture che teneva conto solo delle esigenze della popolazione europea (impiegati della ferrovia e amministratori della colonia) e dei commercianti, sia Europei che Asiatici. Parallelamente, cominciava a crescere un altra città, né pianificata nè dotata di servizi, abbandonata a se stessa, occupata dai lavoratori Africani, impiegati nei lavori più umili o in economie informali di pura sussistenza.

La divisione era allo stesso tempo spaziale e razziale, divideva la città in quattro settori distinti: a nord e a est il settore asiatico (quartieri di Parklands, Pangani and Eastleigh); a est e sud-est il settore africano (quartieri di Pumwani, Kariokor, Donholm); tra sud-est e sud c’era un’altra piccola enclave asiatica; nel settore a nord e a ovest c’erano le aree europee. (Vedi Fig.2). Vorrei qui mettere in evidenza un primo elemento di questa particolare suddivisione, e questo richiede una precisazione di carattere geografico.

Il Kenya si estende a cavallo dell’equatore sulla costa orientale dell’Africa e Nairobi si trova nella parte meridionale, ai margini del cuore agricolo del paese. L’altitudine di Nairobi varia notevolmente: tra i 1460 mt e i 1920 mt sul livello del mare, e quindi con notevoli differenze climatiche e ambientali. L’altitudine minore si registra nei pressi dell’Athi River lungo il confine sud-orientale della città, quella maggiore sul confine occidentale.

Percorrendo la città circolarmente, si incontrano paesaggi tra loro molto diversi. Ad occidente, laddove gli Europei si erano insediati, il clima è fresco, ventilato e la zona è ricca di vegetazione, addirittura ci sono parchi e foreste. Ad oriente, la temperatura si alza, stare al sole può diventare insopportabile, la terra è arida o semi-arida, ci sono pochi alberi e la coltivazione è pressochè impossibile, se non sussidiata dall’irrigazione meccanica. E qui che agli Africani fu in un qualche modo consentito di accamparsi.

Ma torniamo alle regole coloniali vigenti nella città di Nairobi nella prima metà del XX secolo. Attraverso l’emanazione di decreti reali, gli Africani furono spostati nelle aree meno appetibili - sia da un punto di vista di vivibilità ambientale che di produzione agricola - mentre il Vagrancy Act - una legge che limitava i movimenti degli indigeni al di fuori delle riserve – e altri decreti, ivi compresi quelli relativi alla demolizione di strutture non autorizzate e alla segregazione residenziale, consentivano invece di regolare e controllare il centro urbano.

Siccome nella città coloniale non vi erano stati inseriti quartieri residenziali per gli Africani, se non in pochissime quantità e generalmente riservati a coloro che lavoravano nelle case degli europei e più tardi ai civil servant, gli altri dovettero a loro modo farsi posto nella città, andando a formare quelli che verranno poi definiti quartieri informali o slum.

Molti Africani approdavano in città dopo essere stati depradati delle loro terre dagli Europei che volevano fare del Kenya una nuova Australia: “a white man land”. La costruzione della ferrovia, che serviva per trasportare materie prime dall’interno dell’Africa orientale alla costa, si era rivelata più costosa del previsto e occorreva compensare la spesa con altri servizi: il trasporto di merci kenyote. Ma quali merci, visto che il Kenya non era provvisto di ricche materie prime come metalli o petrolio? Il Kenya era stato colonizzato per poter accedere e collegare l’entroterra ugandese al mare, più che per sfruttare le sue risorse, ma poi si rivelò una terra molto fertile, sfruttabile per colture da esportazione (te e caffe), e così fu incentivata da parte dei colonizzatori britannici l’insediamento degli europei nelle “White Highlands” the terre più fertili del Kenya, che originariamente appartenavano soprattutto alla nazionalità dei Kikuio. Migliaia di persone che vivevano nelle aree della Rift Valley, e nelle aree appena fuori Nairobi, per esempio in Kiambu, Limuru, Ruiru, Kikuyo si trovarono senza terra e quindi senza alcun mezzo di sussistenza.

Alcuni migrano a nord, per poi essere nuovamente cacciati all’indomani delle due guerre mondiali, quando agli ex militari britannici vennero regalate delle terre, mentre altri raggiunsero la città di Nairobi. Alla fine della Prima Guerra mondiale, i primi otto quartieri informali, tra cui Kibera, Kangemi, e Kileleshwa, si andavano consolidando, e quella che diventerà una caratteristica saliente di Nairobi - una divisione socio-spaziale della città - prendeva forma.

Al settore europeo di Nairobi era assegnata una gran quantità di terra, l’ottanta per cento del suolo residenziale urbano a cui corrispondeva il 10% della popolazione, e quindi aveva la più bassa densità abitativa per ettaro; alle aree degli indigeni africani, corrispondeva invece un’ altissima densità abitativa. Alla fine del 1926 gli Europei possedevano 2,700 acri di terra, gli asiatici, prevalentemente originari dell’India, circa 300 acri, mentre gli Africani ufficialmente nulla se non le case che erano state assegnate loro.

Intanto il centro della città si arricchiva di nuovi edifici pubblici, compresa la Town Hall e il tribunale. Un nuovo piano, “The Plan for a settler capital”, veniva elaborato nel 1927: si basava sugli esempi delle città coloniali sudafricane rafforzando la suddivisione spaziale per etnie e mirava a normare gli usi, controllare l’accesso alla città, demolire gli insediamenti considerati insani.

Ma la produzione di spazio, nonostante i decreti e la forza impiegata dal regime coloniale, rimaneva alquanto contestata. La concezione africana dello spazio e della sua utilizzazione riusciva in qualche modo ad affermarsi in aree come quella di Pumwani.

All’indomani della seconda Guerra mondiale a Nairobi c’erano circa 77,000 persone, un notevole aumento rispetto alle 40,000 che c’erano nel 1938. Di nuovo, l’aumento di popolazione era dovuto in gran parte al fatto che un’ ulteriore massa di africani si ritrovava espropriata della terra e in condizioni di indigenza.

Nel 1948 veniva elaborato un nuovo piano per Nairobi, il “Masteplan for a Colonial Capital” che mirava a consolidare i confini della città, piuttosto che ad allargarli, ad arricchire il centro per trasformarlo, anche simbolicamente, in una capitale coloniale, a individuare aree industriali e attraverso le “Neighbourhood Unit Planning” a creare aree residenziali, distinguendole di nuovo in base all’etnia.

Nel periodo coloniale, il nuovo ordine imposto dagli Europei – in termini di concezioni e modelli spazio-temporali e di ordine politico e sociale, - aveva creato nuove identità (l’Europeo-ricco da una parte e l’Africano-povero all’altra estremità, con gli Asiatici nel mezzo) e si affermava come dominante. Il modello di urbanità imposto dal regime coloniale diventava la norma ed espressione della città formale, ovvero della città “autentica”. L’altra parte, la città costruita dagli Africani in maniera spontanea senza piani, si affermava come la città informale, cioè al di fuori della norma. A questo modello eurocentrico corrispondenva non solo una discriminazione su base etnica, che certamente era alla base della separazione, ma anche una discriminazione su base economica: i bianchi erano ricchi e i neri poveri.

All’indomani dell’indipendenza

Non erano mancati momenti di opposizione al regime coloniale: il movimento dei Nandi (1905-1907) e poi quello dei Mau Mau (1952-1960) furono quelli più importanti e violenti, ma nel 1963, repentinamente e pacificamente, fu raggiunta l’indipendenza grazie alla forza combinata dei nazionalisti, che raggruppava partiti politici, sindacati e associazioni etniche.

Nel frattempo la struttura della società era cambiata e un’altra classe di Africani, tra quella dei si stava formando. Il regime coloniale aveva avuto bisogno dei vari leader delle comunità per governare il paese, così come era stata necessaria la formazione di un esercito di civil servant Africani (dai maestri agli impiegati dell’amminitrazione coloniale) per la gestione quotidiana e capillare del paese. Questa “piccola borghesia”, andava pian pianino acquisendo una sua posizione economica e politica e sarà questa che formerà il governo della Republica del Kenya.

Con l’indipendenza gli Europei se ne ritornano in Europa e le loro terre venivano acquisite dalla “piccola borghesia” o dallo stesso governo. Attraverso il cosidetto “Million Acre Scheme”, finanziato con l’aiuto del governo Britannico e della Banca Mondiale, 1200 milioni di acri furono distribuiti a 35,000 famiglie. Altri programmi simili avrebbero dovuto redistribuire il resto delle ex terre agricole europee; invece oltre metà delle terre furono comprate direttamente dagli Africani più abbienti.

E così la stratificazione della ricchezza su base etnica si trasforma in una stratificazione su base puramente economica. Il Kenya diventò una classica “società neopatrimoniale” in cui i gruppi etnici o nazionalità –entità abbastanza flessibili nell’epoca pre-coloniale - si rafforzavano e si trasformavano i vere e proprie “tribù politiche” in competizione tra loro per l’accaparramento delle risorse disponili.

Il rapporto tra gruppi etnici e politica è assai complesso e molto legato a questioni di “identità”, “essere” e “appartenenza” come Patrick Chabal fa notare (consiglio l’interessante libro Africa: The politics of suffering and smiling, 2009). Il regime d’ordine che si instaura all’indipendenza e che previlegia di volta in volta il gruppo etnico a cui appartiene il capo dello stato e si tradurrà in una conduzione della stato volta a promuovere il benessere individuale e del clan dell’elite al potere, non può essere descritto solo attraverso il significato moderno di “corruzione”.

Mi riprometto di ritornare su questo aspetto e di spiegare meglio quello che Chabal intende, in un altra pagina di questo diario, riprendendo anche la questione della terra e quello che essa rappresenta nell’immaginario dei kenioti e di come questa sia il contenzioso più importante anche nelle trasformazioni urbane di Nairobi.

Quello che mi preme ora mettere in evidenza è che la nuova elite africana, per una lunga serie di ragioni – tra cui l’eredità coloniale, la smania per la modernità e la difficoltà di conciliare l’interesse locale della propria comunità di origine e l’interesse generale della nazione - optò per la continuità delle strutture governative coloniali e per una accentuata stratificazione di classe. Nel Kenya indipendente, così come nel Kenya di oggi, l’esclusione sociale su base etnica, perpetuata dal regime coloniale, si trasforma in un esclusione sociale su base socio-economica. La smania dell’elite di arricchirsi e di previligiare la propria comunità di origine, piuttosto che dell’equità sociale e dell’interesse generale a scala nazionale, diventerà il motore del modello segregativo della città.

Volendo riassumere in cosa consiste l’eredità coloniale nel processo delle trasformazione urbane nominerei subito il modello segregativo, di cui ho già parlato. Ma si eredita anche l’incapacità di gestire la crescita urbana e gli slum, delle politiche territoriali volte ad evitare il coinvolgimento/partecipazione della popolazione povera della vita urbana; insediamenti a bassa densità e destinati ad una minoranza; e la mercificazione della casa e dei suoi componenti.

L’enorme disparità in densità e utilizzo del suolo di oggi è una manifestazione di questa segmentazione sociale: i nuclei ad alto reddito, che rappresentano il 10% della popolazione di Nairobi occupano oggi il 64% della superficie residenziale mentre i nuclei a basso reddito, che rappresentano il 55% della popolazione occupano solo il 6% della superficie.

Alla città regolare, pianificata, infrastrutturata e in un qualche modo controllata, luogo del potere, delle classi agiate e dei cosiddetti espatriati, delle banche internazionali, degli alberghi di lusso, dei mall e degli uffici, si contrappone “la città degli slum” costituita da agglomerazioni spontanee e per natura dei materiali “temporanee”, dove vivono migliaia di persone che di fatto sono esclusi dai beni e i servizi urbani di base come l’acqua, le fognature, i trasporti, le strutture sanitarie, le scuole e gli asili. E’ un spesso anche l’esclusione da un lavoro regolare e adeguatamente retribuito, dalla rappresentanza politica e dai processi decisionali.

Nel mezzo, c’è una middle class che certamente cresce e che lascia una traccia sempre più marcata nella città. Occupa quartieri di palazzine in cemento armato construite in varie epoche, ma che negli ultimi dieci anni si sono diffusi a macchia d’olio, occupa le case costruite dal governo e poi vendute o affittate ai suoi civil servants, occupa quartieri che dovevano essere di edilizia popolare ma che per i prezzi troppo alti non sono accessibili alla lower class. Assomigliano a quelle palazzine che vi ho decritto nel diario 3, dove io stessa ho vissuto per un paio di settimane.

Ma ora voglio parlarvi degli slum i quartieri dove metà della popolazione urbana del Kenya vive, facendo una premessa. Possiamo identificare una serie di caratteristiche comuni agli slum di tutto il mondo: possesso della terra molto incerto e non sancito da leggi; abitazioni precarie, costruite con materiali di fortuna e non rispondenti a standard abitativi minimi; altissima densità; una distribuzione sul territorio complessa, ma spesso in aree marginali e non ancora richieste dal mercato; assenza o scarsità di servizi (luce, acqua potabile, fognature, raccolta rifiuti); tassi di mortalità più alti che in altre zone. Ma ogni città, ogni slum ha delle caratteristiche peculiari, che dipendono dal processo di formazione dello slum stesso (qual’era il nucleo originario, le motivazioni dell’insediamento, le trasformazioni successive), i gruppi etnici prevalenti (ogni gruppo etnico ha una sua cultura, concezioni peculiari dello spazio e della vita sociale); l’età media degli abitanti; la permanenza media degli abitanti nello slum; il rapporto tra proprietari e affittuari, ecc.

Quello che io mi accingo a descrivere è la realtà di Nairobi, e in particolare faccio riferimento a due slum: Mathare (Fig. 6) e Kibera (Fig.7)

Gli slum di Nairobi

Cosa sono gli slum

Slums, favelas, barrios, baraccopoli, insediamenti informali, sono parole che indicano dei quartieri costituti perlopiù da baracche addossate le une alle altre, costruite con vari materiali di fortuna (generalmente di scarto o di scarsa qualità) in assenza di un piano di lottizazione o simile, senza allacciamenti alla rete fognaria, elettrica e dell’acqua potabile. A Nairobi la densità abitatita negli slum varia da 15.000 a 85.000 persone per Km quadrato (vedi Fig.9).

Questi quartieri crescono per aggiunte progressive di unità, non comprendono scuole, servizi pubblici, strade o quant’altro ci si aspetterebbe da un quartiere ben pianificato e costruito. Può succedere che con il tempo, una serie di attività collettive e di servizio – dispensari farmaceutici, scuole, cliniche, servizi igienici, vengano costruiti. Spesso con l’aiuto di associazioni e la collaborazione degli abitanti, più raramente, con l’aiuto del governo o dell’amministrazione locale.

Gli slum si insediano su terre “libere”, generalmente alla periferia delle città, dove esiste meno “pressione” e dove il mercato immobiliare non si è ancora organizzato, ma possono anche svilupparsi in zone centralissime (un esempio è Kibera), vicino a fabbriche, in aree alluvionabili o a rischio, dove la pianificazione non prevede l’insediamento umano.

Le terre occupate possono essere pubbliche o private, e l’occupazione può essere illegale (squattering) oppure legale, nel senso che il proprietario ha concesso il permesso a queste persone di insediarsi (dietro pagamento di un affitto). Si può anche essere in presenza di una lottizzazione regolare, ma poi i lotti possono essere a loro volta frazionati e affittati o venduti, e poi edificati in assenza di un permesso a costruire.

Insomma la casistica è assai ampia e le condizione di occupazione del suolo, delle baracche e delle relazioni economico-sociali tra abitanti e possessori della terra e delle strutture dipende molto dalle condizioni socio-politiche locali. Questo fattore incide moltissimo sulla composizione sociale dello slum, e rappresenta un elemento chiave per capire le dinamiche di sviluppo del quartiere e delle variabili da considerare qualora si volesse intervenire per migliorare le condizioni abitative.

Vivere negli slum non è gratis

Vorrei specificare, che praticamente nessuno degli abitanti vive in queste baracche gratis. E’ da non credere, ma anche vivere in una baracca costa! Non solo ma alcuni servizi, l’acqua potabile in particolare, costa di più che in un quartire formale o addirittura in un quartire della high class dove i servizi pubblici sono arrivati. Negli slum infatti la fornitura d’acqua è lasciata completamente al servizio privato, che se ne approfitta.

La stragrande maggioranza degli slum dweller è in affitto, e paga la pigione al “proprietario della baracca”, che spesso è un “absentee landlord” cioè qualcuno che vive altrove (in una casa vera e propria) e che possiede ben più di una baracca. Spesso questo absentee landlord ha ottenuto la terra – originariamente pubblica o common land - come “dono” da un politico, che spesso gli ha anche rilasciato un certificato che ne attesta la proprietà. Ovviamente questa allocazione di terra ad un privato e per usi privati è illegale, la Costituzione non permetterebbe l’uso di terra pubblica per fini privati, ma è successo. Questa pratica, di dispensare terre pubbliche ai propri parenti, e agli appartnenti al proprio gruppo etnico, si chiama land grabbing ed è stata praticata fin dai primi anni dell’indipendenza e non è per niente scomparsa. E’ una delle forme più diffuse di corruzione insieme a quella dell’appropriazione indebita di fondi pubblici attraverso contratti fraudolenti.

Praticamente questi absentee landlord si fanno un sacco di soldi: la terra non l’hanno pagata, ma percepiscono settimanalmente una rendita, su cui ovviamente non pagano le tasse. Non c’è quindi da stupirsi che ci siano persone che hanno interesse a mantenere gli slum così come sono!

Chi sono le persone che vivono in questi quartieri

Per lo più persone normali che non hanno trovato altrove un alloggio adeguato alle loro possibilità di spesa. Sono persone che non hanno un impiego stabile e retribuito adeguatamente, oppure famiglie numerose che devono sopravvivere con un solo stipendio, donne con prole che non hanno altro aiuto al di fuori di se stesse. Tanti giovani provenienti dalle zone rurali in cerca di lavoro, di un opportunità nella vita che sia qualcosa di più della mera sussistanza che ti offre la campagna (sempre che non si siano ondate di siccità o altre calamità naturali). Talvolta, come mi è capitato di conoscere, persone con uno stipendio che potrebbe consentirli una sistemazione migliore, ma che per risparmiare (in genere per l’educazione dei figli) vive qui.

La città in Kenya, come in tutta l’Africa più generalmente, costrituisce ancora una forte attrattiva. Non sempre per le reali possibilità che questa offre, ma più per le potenziali opportunità che possono rappresentare. Le condizioni abitative nella casa di origine nei villaggi sono spesse migliori, o sembrano meno degradanti, di quelle che si ottengano trasferendosi in città e soprattutto a Nairobi. Ma qui, in città, ci sono tutta una serie di servizi, soprattutto la possibilità di studiare, di incontrare persone, di trovare un lavoro – per quanto precario sia – che in campagna.

Raramente i migranti rispondono allo stereotipo dell’abitante povero, analfabeta, e mal adattato. Essi provengono da tutte le classi sociali, e tendenzialmente con lo stesso livello di formazione scolastica, reddito e lavoro di quelli che da sempre hanno vissuto in città, anzi sono spesso quelli ad avere un educazione superiore alla media a lasciare il villaggio per andare in città, quelli meno ‘educati’ tendono a muoversi, in altri villaggi.

Il fatto di vivere in uno slum è uno step accettabile, il primo gradino della scala sociale, l’accesso alla città, in attesa di trovare un posto migliore, magari di studiare, farsi una posizione e quindi poi muoversi in un quartiere appena meglio.

La baracca: non più capanna e non ancora appartamento

La diversità degli slum di manifesta nelle risposte diverse alle necessità (dormire, mangiare, guadagnare, etc.) in una società in trasformazione. Il risultato è spesso di una contaminazione tra ancestrali tradizioni locali e modernità che passa attraverso l’uso generalizzato di beni di consumo e di tecnologie d’importazione (il cellulare primo fra tutti). Il legame con il mondo rurale di origine, è molto forte, e solo a livello di relazioni sociali, ma persiste nell’organizzazione spaziale città degli slum. La dimensione del villaggio e della casa rurale non scompare del tutto come riferimento culturale, comunitario e spaziale. Questo legame a livello di organizzazione spaziale e ambientale non è così evidente a prima vista perchè l’esportazione e l’adattamento della casa rurale nel contesto denso della città trasfigura i connotati e le qualità del modello originario.

La casa nello slum, come quella del villaggio, è fatta di materiali poveri reperibili sul luogo terra prima di tutto; nel caso della città sono soprattutto materiali di scarto come terra, cartone, lamiera, stoffa, pezzi di plastica, e quant’altro di recuperabile si trova nelle discariche. Non è certamente dotata di tutti i comfort di una casa “adeguata”, come d’altronde non lo è una casa rurale. Nello slum ogni nucleo familiare ha generalmente una sola stanza che serve un pò a tutto: l’ambiente è flessibile e c’è spesso commistione tra esseri umani e animali, la vista si svolge soprattutto all’esterno. Dove si trova il focolare. In campagna, il focolare trova spesso riparo in un altra capanna, per riparasi dalle piogge.

Il problema di questo modello abitativo “rurale” è che nella sua trasportazione e adattamento all’ambiente urbano si densifica, aumentando il carico antropico che diventa insostenibile per la terra e l’ambiente.

Che si è fatto per gli slum?

Con l’indipendenza il progetto era quello di eliminare tutti gli slum e di sostituirli con case adeguate, immaginate nella forma di palazzine moderne in cemento. Il governo aveva piani ambiziosi: assicurare ad ogni famiglia un’ unità abitativa accettabile che corrispondeva a due stanze, una cucina separata e un bagno. Le strutture che non corrispondevano a questi standard erano da demolire, con il risultato che molti abitanti furono espulsi dal centro urbano per andare ad ingrossare le periferie informali

La Banca Mondiale aveva cominciato a promuovere i primi progetti di site and services e di upgrading. Alla base c’era l’applicazione del principio del self-help, ovvero “aiutare i poveri ad aiutare se stessi”. Site and service significa che agli abitanti viene concesso un appezzamento attrezzato con I servizi minimi: allacciamento alle fognature, all’acqua corrente e all’eletricità, mentre è lasciato a ciscun individuo la responsabilità di costruirsi l’abitazione. Questa concessione non era gratuita, ma prevedeva un cifra da pagare a rate per andare a “recuperare i costi” e rendere il processo replicabile.

Lo slum upgrading è invece quel processo di recupero degli slum mediante la graduale sostituzione delle baracche con insediamenti umani più vivibili, dove i residenti abbiano possesso sicuro della terra, infrastrutture e servizi primari, e abitazioni adeguate. Si andava affermando una nuova ortodossia: dall’edilizia pubblica popolare ( e sussidiata) si passava ad un edilizia popolare nelle mani del mercato, sollevando l’impegno ‘storico’ degli stati a provvedere per la popolazione più disagiata. Si preparava così la strada al ritiro massiccio del governo statale e locale nella fornitura di servizi che sarebbe avvenuta negli anni seguenti.

Il governo kenyota, nell’impossibilità di provvedere alle abitazioni necessarie e diventando il problema dei quartieri informali sempre più pressante, tenta strade alternative. Sulla scia del nuovo approccio promosso dalla Banca Mondiale, passa anch’esso all’ approccio più ‘pragmatico’ dell’upgrading e del site&service. Il primo progetto di questa generazione fu quello di Dandora che si prefiggeva di creare 6,000 lotti dotati di infrastrutture destinati a famiglie a basso reddito. Dati i costi, queste unità, andarono però a beneficiare le classi medie e alte e non i poveri per cui erano state inizialmente costruite.

A metà anni ’80 avviene un altro cambiamento, nell’approccio ai problemi degli insediamenti da parte della Banca Mondiale e di conseguenza alle altre agenzie e giù sino ai governi. Il mancato recupero dei costi dei progetti precedenti di upgrading (ritenuti quindi degli insuccessi prima di tutto finanziari), i programmi di aggiustamento strutturale - che spingevano alla privatizzazione dei servizi pubblici, delle risorse naturali, decentramento amministrativo e deregolazione del mercato (spesso in cambio della rinegoziazione del debito che i paesi via via accumulavano nei confronti dell’IMF) – e il ruolo strategico riconosciuto alla città come motore della crescita economica, fanno si che si individua un modello di intervento orientato ad un impegno minore dello stato verso il fare, e un impegno maggiore verso il far fare, ovvero verso le enabling strategies che significa “mobilitare risorse e capacità imprenditoriali per incrementare la produzione di abitazioni e infrastrutture”.

Negli anni ’90, di nuovo, il governo Keniota, sulla nuovo sulla scia delle raccomandazioni della Banca Mondiale, cambia approccio: anzichè assumersi il ruolo di fornitore principale di alloggi, crea incentivi che possano facilitare il recupero dei quartieri informali da parte sia di privati che di ONG. Il Mathare 4A Development a Nairobi, che è anch’esso un progetto di slum upgrading, rappresenta l’applicazione di questo approccio. Seppur una qualche infrastruttura fu fornita e qualche miglioramento ottenuto, che questo metodo di intervento fu fallimentare; soprattutto perchè non compresero nè i bisogni primari degli abitanti, né il fatto che la maggior parte degli abitanti erano affittuari e non proprietari delle baracche esistenti.

Le cose da allora non sono cambiate molto, ci sono certamente più progetti, ma gli slum continuano ad esistere e la maggior parte dei progetti, seppur riuscendo a migliorae le condizioni di un certo numero di abitanti, rimangono una goccia in mezzo al mare.

Sia i programmi del passato che anche i più recenti progetti, pur nella diversità delle soluzioni proposte, sono simili nella rappresentazione del problema. Il modo in cui il problema è posto riflette una lettura univoca della realtà, che assume la città come un fenomeno sociale ed economico sostanzialmente omogeneo, e paragonabile a quello dei paesi occidentali. Il modello implicito di riferimento, perchè è sulla base del distanziamento della realtà dal modello, che un fenomeno viene considerato un problema, è una città in cui tutti si muovono con lo stesso tipo di razionalità, in cui le regole del mercato valgono per tutti e sono condivise, e che vi sia uno stato in grado di applicare le norme del diritto moderno, e che le esigenze e le aspirazioni individuali non possono che passare attraverso un’abitazione adeguata che consiste in una struttura di cemento (o simile) dotata di acqua corrente (possibilmente potabile), bagno collegato alle fognature, ed elettricità

Perchè, nell’era dell’abbondanza esistono ancora gli slum?

Ad oggi i dati quantitative sugli slum di Nairobi rimangono incerti, non solo perchè la popolazione negli slum cambia velocemente (una percentuale di abitatante è certamente transitoria) ma anche perchè la stessa quantificazione ha una sua “ragione politica” a seconda degli interessi dei diversi attori. Rivelare numeri alti permette di presentare il problema dello slum come “drammatico”, un caso eccezionale, degno di attenzione e quindi di fondi. Viceversa, ridurre la quantità al ribasso permette di considerare il problema sia “trascurabile” che affrontabile, non impossibile da risolvere.

Quindi da una parte abbiamo i numeri che le varie agenzie di sviluppo e ONG fanno circolare, strumentali per il reperimento dei fondi e il finanziamento dei progetti, che sono tantissimi, soprattutto nello slum di kibera, dove pare che ci sia una associazione attiva per ogni 50 abitanti. Dall’altra abbiamo i numeri presentati dal governo, che hanno convenienza a ridurre il problema.

Certamente l’aspetto “quantitativo” ha il suo peso, ma credo che occorra riflettere sull’aspetto qualitativo del problema, e ancora prima ragionare non tanto nè solo su quale sia il problema, ma su quail basi definiamo che un fenomeno sociale un problema.

I dati del Nairobi Urban Sector Profile (Un-Habitat, 2006) riferiscono che a Nairobi oltre il 60% della popolazione vive negli slum, quindi a fronte di una popolazione urbana stimata intorno ai 3 milioni di abitanti, oltre il milione e mezzo vive in uno dei tanti quartieri informali che costellano la città e ne riempono gli interstizi. Secondo lo stesso documento è inoltre previsto che la popolazione che vivrà negli slum raddoppierà nei prossimi 15 anni. Pensare che nei prossimi 15 anni non saremo capaci di trovare una risposta a questo problema è assai deprimente!

Quello che è preoccupante invece, dal mio punto di vista, è rappresentare il dilagare degli slum come se fosse un problema “naturale”, una calamità, qualcosa al di fuori del sistema, sul quale non possiamo interagire. Non solo e tanto perchè ci rende inermi, ma soprattutto perchè riflette uno schema mentale e una posizione ideologica per cui i fenomeni non sono considerati i prodotti di quello stessa sistema socio-politico ed economico nel quale viviamo. Come possiamo essere arrendevoli e semplicemente anche solo pensare che il numero di persone che vivranno in queste condizioni duplicherà nel giro di 15 anni. Solo i barbari accetterebbero questo sistema!

Certamente il problema, non è semplice, soprattutto se questo assume valori quantitativi come quelli di Nairobi, e se calato all’interno di una realtà di paese non ricco, e di uno stato che denuncia carenze di risorse.

Quello che mi chiedo ogni volta che leggo un articolo, un libro su questo argomento e ogni volta che entro in uno di questi quartieri è: perchè oggi nell’età dell’abbondanza, della democrazia, dei diritti, della tecnologia, ci sono ancora persone che vivono nell’indigenza e sono soggette a uno stile di vita che da un punto di vista della lunghezza della vita e della salute, certamente è di una categoria infinitamente inferiore.

Ma credo che, per quanto banale possa essere, il problema principale sia quello di una volontà politica capace di fare accettare al popolo Keniota (e a tutte le agenzie e associazioni che intendono adoperarsi per dare una mano) che occorre individuare un modo per redistribuire più equamente le ricchezze e i benefici, che non si può accettare di far vivere migliaia e migliaia di persone senza un minimo di servizi, quando dall’altra parte si investono risorse per costruire una “world class city” fatta di superstrade, aeroporti, centri commerciali ricchissimi e via di seguito. Perchè è questo che sta succedendo a Nairobi. Nelle prossime pagine del mio diario vi racconterò di alcune opere in corso, dei progetti del governo, ma anche delle micro-imprese che si stanno portando avanti in tanti slum per migliorare le condizioni degli abitanti.

Uno spettacolo a metà

di Alessandro Robecchi

È il momento, gente. Tirate fuori dal cassetto quel biglietto di prima fila che avete comprato due anni fa in attesa del grande spettacolo, fatelo strappare all'ingresso e prendete posto. Il più grande fuggi fuggi di topi mai visto sarà superbo. Siamo gente attenta, da queste parti, sappiamo distinguere tra roditori. Ci sono topini che fuggono dopo anni e anni di tentennamenti convenienti. Ratti astutissimi che fuggono dalle azioni Mediaset come scommettitori che capiscono al volo quando un cavallo è bolso. Ci sono topi generici che passano ad altre navi correndo sulle funi. Altri che negano di esser mai stati imbarcati e addirittura alcuni che negano di esser mai stati topi. Ci sono toponi terzisti che frugano nel loro archivio di elogi al capitano della nave ora in panne alla ricerca di qualche riga mellifluamente critica, da esibire come salvacondotto in caso di controllo. Ci sono topi pensosi che all'improvviso si levano le fette di salame dagli occhi. E addirittura topi che dicono «io l'avevo detto», e non avevano detto niente. È il bello della biodiversità: tanti topi gambe in spalla, con il ratto più grosso, ormai ammaccato, che scappa anche lui, da Seul, un uomo in fuga per non parlare con la stampa, per non esporsi ai frizzi e lazzi di giornali stranieri che non gli farebbero sconti. E questo per non dire delle tope (sorry...), che cominciano a chiacchierare sui divertimenti segreti nelle varie tane, anche loro in fuga, anche loro capaci di annusare la fine del baccanale. Riempiono verbali e pagine di indiscrezioni con la stessa velocità con cui riempivano coppe di champagne e siparietti cochon. Spettacolo glorioso: solo noi che comprammo il biglietto per tempo possiamo godercelo appieno. Stupiti e divertiti. Solo, un po' irritati dal sonnecchiare eterno dei gatti, che davanti a questo immenso fuggi fuggi di topi sembrano storditi, inani, incapaci. Un 25 luglio senza 25 aprile, ecco. Insomma, uno spettacolo a metà.

Perché cade l'anomalo

di Michele Prospero

Quali sono le forze sociali che hanno innescato la crisi sistemica del berlusconismo? Le stesse che tra il 1992 e il 1994 tentarono una soluzione modernizzatrice alla crisi della repubblica dei partiti. E cioè la grande impresa e la finanza, alcune porzioni di classe politica, taluni settori delle alte gerarchie del mondo cattolico, i delicati comparti tecnici dell'amministrazione e della banca centrale, la grande stampa. Si tratta di una èlite ampia che, quando percepisce l'usura definitiva dei meccanismi di potere, reagisce con appelli molto ascoltati ed efficaci al senso perduto della responsabilità nazionale. Questo composito arco di forze ha la potenza sociale, culturale e politica necessaria per spezzare gli ingranaggi del sistema di governo usurato e ritenuto la causa del declino, ma poi non riesce a guidare la transizione verso altri sbocchi. Ciò perché è forte abbastanza ma non egemonico.

Nel 1992 questo ceppo più combattivo dell'èlite modernizzatrice covò la rivolta interna al sistema politico che assunse le forme del movimento referendario. Per le debolezze di un'alleanza politica e sociale condotta con le categorie fragili della vecchia borghesia illuminata, l'assalto al cuore della partitocrazia si concluse con il trionfo della inaspettata soluzione populista. La crisi degli Anni 90 vide infatti non solo una profonda regressione politica e istituzionale ma anche un passaggio di consegne all'interno del blocco economico dominante: dalla capacità declinante di influenza della grande impresa all'attivismo corsaro della piccola imprenditoria disseminata negli spazi locali. La grande metamorfosi di quegli anni vide il successo di un nuovo tipo di borghesia, che è economicamente centrale ma politicamente periferica e preferisce pensare in termini di territorio e non di stato. Al disegno iperdemocratico del ceto medio cognitivo che gestiva i rumorosi movimenti antipartito subentrò ben presto il prosaico calcolo economico di un pezzo benestante di società che sperimentava l'ebbrezza della secessione fiscale e si rinchiudeva nella geocomunità coesa come zona di resistenza e di recuperata competitività.

Ciò si verificò perché con la crisi-crollo della Dc, annunciata prima ancora degli eventi dell'89, nel territorio dinamico del neocapitalismo molecolare del nord era comparso un nuovo ceto sociale ramificato che respingeva la mediazione e la sintesi politica tradizionale e perseguiva una sua immediata auto-rappresentazione con una classe politica ruspante e periferica. Sulle tendenze antipolitiche di questo rude e sconfinato microcapitalismo a conduzione familiare, ostile a ogni civiltà giuridica a tutela del lavoro, l'èlite modernizzatrice non riesce a incidere perché in esso è inesauribile una mentalità antielitaria e cova uno spirito di vendetta contro il ceto politico, il pubblico impiego, la ricerca.

Al di là del biopotere berlusconiano, anche dopo l'usura del corpo fisico del capo, esistono estese fasce sociali che persistono in una manifestazione di profonda alienazione politica. Quando è al potere questo blocco sociale conduce (non solo per le evidenti carenze tecnico-politiche della leadership berlusconiana) alla catastrofe: evasione fiscale, lavoro nero, abbattimento delle politiche pubbliche. Nella crisi del berlusconismo non si rintraccia perciò una mera questione di rivalità e di ambizioni personali che spinge al duello finale per il comando. C'è qualcosa di più durevole: una sorta di regolarità della politica che dopo 16 anni riemerge e manda tutto in aria. È la regolarità per cui si rivela impossibile governare una società complessa e differenziata con la privatizzazione del potere. Una seconda regolarità che riaffiora è che risulta arduo reggere le sfide globali dell'innovazione con una coalizione sociale retta dal micro capitalismo territoriale che ha costruito la propria soggettività politica nelle forme dell'antipolitica più virulenta.

Questo mondo, con l'uscita di scena del cavaliere, ha perso la testa politica che la proiettava al potere ma non scompare nel vasto radicamento nei territori. Che le istanze antipolitiche del micro capitalismo territoriale possano essere intercettate per intero da Fini e da Casini pare assai dubbio. Entrambi hanno scelto la via del recupero della rappresentanza, della ragionevolezza, e il sud appare al centro del loro disegno. Un rigonfiamento della Lega è inevitabile dopo il crepuscolo del cavaliere. Essa è destinata a crescere nel territorio ma a giocare un ruolo più marginale nel sistema politico. Una sua evoluzione nelle forme pragmatiche di forza dell'efficienza amministrativa sembrerebbe urtare contro la predilezione del carroccio per le più aggressive politiche dell'immaginario (criminalità, clandestini, immigrazione) con le quali cattura un rilevante consenso operaio e il sostegno dei ceti popolari più marginali.

Il populismo è la forma politica espressa dal micro capitalismo territoriale che rifiuta la rappresentanza. Pensare di sconfiggere il populismo degli interessi economico-fiscali con il populismo partecipazionista dei gazebo, delle primarie, dei partiti liquidi è del tutto illusorio. I ceti medi cognitivi di norma soccombono al cospetto dei ceti medi mobilitati in vista del rude interesse economico. La questione politica del lavoro si ripropone proprio per questo come centrale anche per rendere efficace la transizione politico del dopo Berlusconi. Nell'estate del 1992 il lavoro fu coinvolto nei giochi della politica ma in una sorta di rivoluzione passiva. L'arma alla fine spuntata della concertazione fu concessa in dono in cambio dell'accettazione della purulenta politica del sacrificio imposto dal vincolo europeo. Vista dal punto di vista del lavoro, la seconda repubblica è stata una sventura. Declassamento economico, perifericità sociale, precarietà normativa, evanescenza politica e rimozione culturale.

Il lavoro senza più rappresentanza è finito, qualche volta addirittura in larga maggioranza, nelle braccia minacciose del micro capitalismo territoriale che lo ha attratto con le efficaci politiche identitarie che contrapponevano la bella comunità locale all'intruso straniero che pretendeva beni pubblici ormai residuali (asili nido, case popolari, assistenza sanitaria). Se l'èlite responsabile e modernizzatrice che progetta oggi il necessario defenestramento di Berlusconi pensa di procedere nell'azione chirurgica sbrigativa solo con la perizia della manovra e senza ripensare il significato politico del lavoro si sbaglia di grosso. Solo una ricostruzione di uno spazio politico del mondo del lavoro può arginare il populismo della micro borghesia dei territori che quando è al governo in posizione egemonica conduce alla catastrofe.

Quanto ha risparmiato il proprietario di tre case in Italia e una all’estero - Ecco la cronaca di due anni e mezzo di manovre e del loro impatto sui ricchi contribuenti

Il signor X è un benestante, diciamo pure un superbenestante. È anche piuttosto pignolo ed è solito annotare su un diario le notizie economiche più rilevanti per se stesso e per la sua famiglia. Questa è la storia di un caso emblematico, il caso di quegli italiani - non molti ma neppure pochissimi - che hanno un ottimo reddito e un cospicuo patrimonio, magari in parte nascosto al fisco. È la storia delle sorprese, tutte piacevoli, riservate loro, nonostante la peggiore crisi del dopoguerra, dagli ultimi due anni e mezzo di manovre. E puntualmente ricostruite in un immaginario ma realistico diario di famiglia.

Superbenestante, dicevamo. Il signor X possiede, oltre a un buon numero di obbligazioni e di azioni, tre appartamenti in Italia e uno all’estero. Su quest’ultimo non ha mai versato un euro al fisco. Sugli immobili italiani, invece, ha sempre pagato le tasse. Un carico pesante come pesante è il timore che un giorno o l’altro possa essere scoperta la sua evasione sulle attività oltreconfine: si troverebbe a pagare l’intera imposta, più gli interessi, più le sanzioni.

Poco importa dove lavora X, se sia un libero professionista, un manager o un commerciante. Basterà sapere che guadagna più di 75 mila euro, soglia oltre la quale si applica l’aliquota massima. Residenza: Roma. Abitazione signorile in pieno centro: salone, cucina, 3 camere, 2 bagni, ingresso e ripostiglio per lui sua moglie e i suoi due figli. Sempre a Roma, X è proprietario di altri due appartamenti: un bilocale in periferia affittato a 750 euro al mese e un’abitazione di 80 metri quadri in zona semicentrale affittato a 1.300 euro. Cinque anni fa, consigliato da due amici stranieri, X ha anche comprato un delizioso immobile nel centro di Parigi al prezzo di 500 mila euro per darlo in affitto. Gli amici, - uno inglese e uno statunitense - hanno fatto altrettanto comprando altri due immobili di identico valore nello stesso stabile della capitale francese.

È il 29 maggio 2008. Appena tre settimane fa si è insediato il quarto governo Berlusconi. Il signor X scrive sul diario: «Oggi è entrato in vigore il decreto che abolisce del tutto l’Ici». Breve antefatto per capire la questione: il governo Prodi aveva cancellato l’Ici al 40% dei proprietari di case, in gran parte con redditi medio-bassi. Il nuovo esecutivo Berlusconi ha esteso l’esenzione a tutti gli altri. Continua il signor X: «Facciamo un po’ di conti. Sulla mia abitazione finora io pagavo il 4,6 per mille e quindi versavo 790 euro l’anno. Ora non li pagherò più. Un bel risparmio».

Arriva l’autunno. Sul diario del signor X è evidenziata una nuova data: 2 ottobre 2009. Seguita da un commento: «Sono passate appena le 13,30, il Tg1 ha dato una notizia tranquillizzante: "Sì della Camera al decreto sullo scudo fiscale". Si pagherà solo il 5% delle attività detenute all’estero e tutto sarà regolarizzato. Niente imposte pregresse, niente sanzioni, niente interessi, e soprattutto pieno anonimato». «Facciamo due conti - continua X - il mio appartamento a Parigi vale 500 mila euro. Applicando il 5% mi trovo a dover pagare solo 25 mila euro e stop. Molto peggio andrà ai miei amici stranieri: anche loro possono usufruire dello scudo ma con costi di gran lunga maggiori. L’inglese si troverà a pagare il 10% (il doppio) ma dovrà aggiungervi tutte le imposte dovute per cinque anni, più gli interessi maturati. Conti ancora più salati per il mio amico americano: costo iniziale del 20% (100 mila euro) più imposte e interessi. E poi c’è un’altra differenza di non poco conto: io conservo l’anonimato, loro no».

Passano i mesi: la primavera 2010 porta con sé una bufera economica di proporzioni giganti. È la crisi dell’euro. Tutto sembra precipitare: i paesi europei preparano feroci finanziarie taglia-deficit. Il signor X scrive: «Il governo di Londra ha già alzato dal 40 al 50% l’aliquota massima, quella che si applica ai superbenestanti. Portogallo e Spagna prendono analoghe misure. Persino Sarkozy, accusato di favorire i ricchi, annuncia l’aumento della loro aliquota dal 40 al 41%. Qui in Italia, invece, nessuno pensa di chiedere qualcosa a chi guadagna di più. Neppure le proposte di opposizione, sindacati e Confindustria di aumentare le tasse sulle rendite finanziarie, oggi ferme al 12,50%, vengono prese in considerazione. Eppure altrove si paga molto di più sugli interessi: il 20% in Gran Bretagna, il 25% in Germania, il 27% in Francia. La manovra di Tremonti è passata e io mi trovo a non aver pagato neppure un euro».

C’è ancora una pagina fondamentale scritta sul diario del signor X, forse la più importante. E una data: 4 agosto 2010. «Oggi il governo ha approvato uno dei decreti sul federalismo fiscale e ha introdotto, a partire dall’anno prossimo, la cedolare secca sugli affitti. In sostanza, chi dà in affitto un’abitazione, invece di pagare l’aliquota Irpef, che per noi benestanti arriva al 43%, pagherà solo il 20%. Quasi nullo, invece, il risparmio per chi ha redditi bassi: dal 23 al 20%. Ecco allora cosa cambia per me e per la mia famiglia: dai due appartamenti che affitto ricavo 24.600 euro l’anno. Con il vecchio regime Irpef pagavo circa 9 mila euro di tasse. Con la cedolare ne pagherò 5 mila. Risparmio: 4 mila euro l’anno».

Riassunto finale: il signor X risparmia quasi 5 mila euro l’anno sulle attività immobiliari in Italia, regolarizza quelle all’estero pagando solo il 5%, non versa un euro in occasione della manovra taglia-deficit, e continua a poter contare su una tassazione di favore sul proprio tesoretto finanziario. Una manna dal cielo. Anzi da Palazzo Chigi.

Domenica prossima le forze progressiste milanesi sceglieranno il candidato per le elezioni a sindaco di Milano. Sarà, comunque vada, una bella prova di democrazia. Per la prima volta da quindici ininterrotti anni di dominio della “politica” si sono confrontati quattro esponenti della società civile da sempre schierati culturalmente e socialmente, lasciando giustamente in panchina la troppo screditata politica. Valerio Onida è uno dei migliori esponenti di quella cultura costituzionale di cui abbiamo così tanto bisogno; Giuliano Pisapia è uno stimato avvocato, da sempre schierato con la parte debole della società milanese; Michele Sacerdoti ambientalista è uno storico punto di riferimento dei comitati milanesi; Stefano Boeri è uno degli esponenti in vista della cultura architettonica. E’ un buon segno che persone di questo livello abbiano sentito il bisogno di cimentarsi per la sfida amministrativa, ci dice che la società civile può riappropriarsi di spazi per quindici anni preclusi da una politica che ha oscurato ogni ricchezza culturale.

C’è poi un fatto specifico che rende particolarmente interessante l’esito delle primarie. All’interno del quartetto si confrontano due differenti concezioni della città. Tre dei candidati sostengono che in questi anni Milano è stata sepolta sotto una mostruosa quantità di cemento e di asfalto e che è ora voltare pagina e di anteporre agli interessi speculativi quelli dei cittadini. Onida ha detto in proposito parole molto lucide: si deve voltare pagina e fermare la dissennata corsa ad una cementificazione senza fine e la fase dei progetti calati dall’alto.

Il quarto candidato, Stefano Boeri, non appartiene a questa cultura. Non che non abbia mutato in questi ultimi tempi il suo atteggiamento sul futuro della città, ma perché pesa come un macigno la sua sovraesposizione in questi anni in cui a Milano si è potuto costruire dappertutto. Boeri è stato infatti uno dei più attivi progettisti delle trasformazioni urbane promosse da Hines, Pirelli Re, Ligresti e altri. E’ stato consulente del sindaco Moratti e, pur essendosi dimesso da poco, ha avuto un ruolo chiave nella predisposizione del master plan per l’Expo 2015. Boeri, insomma, è stato uno dei protagonisti della cultura della privatizzazione della città, del predominio degli interessi della proprietà fondiaria, delle grandi opere che ha trionfato in questi anni. Peraltro, come noto, è stato anche progettista delle opere per il G8 alla Maddalena coordinate dall’indimeticabile “Cricca”.

La destra ultra liberista milanese del sindaco Moratti, attraverso la cultura della cancellazione dell’urbanistica, sta perseguendo la costruzione di una nuova Milano per 1.800.000 cittadini, mezzo milione in più degli attuali. Si pensa insomma di tornare agli anni ’70 quando grazie al potente sviluppo industriale la popolazione era arrivata proprio a quel valore. Da allora Milano ha assistito ad una gigantesca chiusura di una miriade di attività produttive ed ha subìto il predominio della speculazione immobiliare pubblica e privata. Oggi che le fabbriche hanno lasciato il posto a ogni tipo di speculazione e i prezzi delle case sono senza controllo (a City life Ligresti vende a 8.500 euro!). Costruire per mezzo milione di nuovi abitanti è dunque un obiettivo folle, dettato soltanto dagli smisurati appetiti della proprietà fondiaria e degli istituti finanziari.

Sembra insomma che nel futuro di Milano ci sia soltanto il sogno del cemento. In assenza di alcuna politica industriale di livello nazionale, tutte le carte del futuro produttivo della grande metropoli, oltre che al settore finanziario e terziario, sono affidate al cemento. In questo senso, nasce la candidatura per ospitare l’Expo internazionale del 2015. Dietro all’ingannevole slogan della “capitale mondiale dell’agricoltura e della sostenibilità” si nasconde solo la devastante cementificazione delle ultime aree libere residue, dei pochi polmoni verdi rimasti. E poi, di quale tutela dell’ambiente può seriamente parlare chi ha permesso che – come a Pioltello e Santa Giulia e tanti altri casi minori – di costruire mostruose speculazioni su un mare di veleni che oggi attenta la salute dei milanesi? Onida, Pisapia e Sacerdoti, hanno le carte in regola per rappresentare una cultura nuova che segni un punto di discontinuità.

Speriamo che l’effervescenza culturale che ha segnato queste settimane milanesi non vada perduta e si avveri il sogno di un grande urbanista come Lodovico Meneghetti, che nel suo recente Promemoria di urbanistica (Politecnica, 2010) dice tra l’altro “avendo assistito al tradimento della mirabile costruzione storica valsa fino alla guerra…. riguardo al problema del verde agrario preteso e tradito dall’Expo proponiamo un nostro modello d’azione utopica come potendo da subito far cessare la colata di materia edile che sta colando dappertutto”. Ecco, Milano ha bisogno di utopia e non di altro cemento.

Nell'icona: una proposta dell'arch. Boeri: "Il bosco verticale"

Bell’esempio davvero, per i ragazzi del Beccaria. Lì, di fronte alle finestre sbarrate dell’istituto di pena minorile di Milano, si consuma l’ultimo scandalo di concessioni edilizie facili, di veleni sepolti e mai bonificati, di controlli assenti e responsabilità liquide in nome del dio cemento.

I sigilli disposti dalla Procura all’area dell’ex cava-discarica di Geregnano, ai confini ovest della città, tra i nuovi centri direzionali in costruzione e il capolinea della metropolitana di Bisceglie, raccontano dell’ennesimo cortocircuito tra profitto privato e salute pubblica. Pesticidi, diossina, metalli pesanti, pcb, solventi clorurati, idrocarburi: quasi due milioni di metri cubi di rifiuti indifferenziati e nocivi, accumulati quando non era reato scaricarli nelle cave dismesse, che sgocciolavano nella falda. Bonificarli sarebbe costato troppo, 700 euro al metro quadro: meglio una più economica, ed epidermica, messa in sicurezza. Qui sopra dovevano sorgere due torri d’appartamenti di 30 piani, un falansterio di uffici da 40 piani, un nido e un asilo. Nonostante la prima indagine comunale sui terreni, datata 1998-99, avesse urlato quei rischi. Nonostante un parere della Regione Lombardia del 2002 che ammoniva dal costruire sulle aree contaminate. Nonostante le sospensive e le richieste di integrazione della Conferenza dei servizi. Chi ha chiuso gli occhi? Chi ha approvato il progetto senza ordinare, come scrive il pm Paola Pirotta, «una preventiva e completa rimozione dei rifiuti ivi stoccati»? Quanto costa bonificare un’area da 300mila metri quadri? E quanti siti a rischio contano Milano e provincia?

BONIFICHE, CAPPING, BARRIERE IDRAULICHE E IL CERINO

La vicenda dell’area Bisceglie è una perfetta miniatura di come funzionino le cose nella città dell’Expo, dei palazzinari che non dormono mai, delle istituzioni che continuano a passarsi tra loro il cerino acceso e delle formiche che, nel loro piccolo, si incazzano. Sono gli abitanti del comitato di zona, che cominciano ad accumulare una pila di documenti, analisi di rischio, pareri e verbali che alla fine fanno coagulare in un esposto alla magistratura: da qui i sigilli di ieri. Le carte dell’Asl e dell’Arpa parlano chiaro: dagli hotspots piazzati a campione sui terreni, emerge l’elenco del veleno su cui dovrebbero dormire 4mila persone, dislocate in 1300 appartamenti. Dibromoetano 1.2, tricloropropano 1.2.3, stirene: sostanze letali, già nella falda in sospensione, giù in profondità.

Il consiglio di zona spedisce mozioni e diffide al Comune, i quotidiani cominciano a dare voce ai malumori degli abitanti contro le due società costruttrici, l’Antica Pia Acqua Marcia di Francesco Caltagirone e la Residenze Parco Bisceglie di Edoardo De Albertis, padre di Carla, ex assessore della giunta Moratti. Eppure, il 14 maggio 2009, Palazzo Marino approva (autorizzazione numero 310/152) il Progetto Operativo di Bonifica e Messa in Sicurezza con tutte le sue integrazioni. Di bonifica, nel piano, ce n’è poca: un metro di scavo nel sottosuolo. Per il resto, si passa a procedure di "capping": verrà tappato col cemento e isolato con un enorme telo di polietilene da un millimetro e mezzo di spessore, un sistema di tubi provvederà alla captazione e allo sfogo dei gas dal sottosuolo, una rete di sbarramenti idraulici farà il resto. Previsto anche un periodo di monitoraggio di non meno di dieci anni.

Non basta. Accanto al Comitato Calchi Taeggi si schierano Legambiente e Italia Nostra, che spedisce un esposto di tre pagine al sindaco Letizia Moratti il 18 dicembre 2008. Niente, si va avanti. La Conferenza dei servizi, organo che associa Comune, Provincia, Arpa e Asl, sorveglia e insieme spezzetta le responsabilità. Viene costituito un Osservatorio, ulteriore stratificazione e diluizione dei controlli sull’ex cava di Geregnano: oltre alle quattro istituzioni della Conferenza, partecipa un delegato della Regione, uno del Consiglio di zona, la direzione dei lavori, le due società incaricate della bonifica, le due cooperative supabbaltatrici, il comitato dei residenti. Tengono sette riunioni a partire dal 30 settembre 2009, l’ultima volta, prima dei sigilli, si riuniscono il 7 ottobre 2010. C’è soddisfazione per il vantaggio sul cronoprogramma, la messa in sicurezza è invece «come da programma - si legge nel verbale - in fase iniziale essendo stata realizzata la barriera idraulica e rimanendo da eseguire le attività di capping che costituiranno la fase 2». Tutto va bene, madama la marchesa. Segue sopralluogo.

Rileggere l’elenco dei partecipanti e scorrere le dichiarazioni di ieri è un altro utile esercizio. «Non è una procedura nella quale la Provincia avesse compiti di controllo», garantisce il presidente Guido Podestà. «Piena fiducia ai miei uffici», rassicura l’assessore comunale ai Lavori pubblici, Carlo Masseroli, il teorizzatore della Milano da due milioni di abitanti (oggi sfiora il milione e 300mila). «Non è una responsabilità che abbiamo da soli, ma insieme ad altre istituzioni», sottolinea invece da Palazzo Marino Letizia Moratti. «L’Arpa ha svolto la sua attività in maniera irreprensibile. La responsabilità? Del Comune», ribatte il governatore Roberto Formigoni. È davvero così? È sempre così? Cosa stabilisce la legge?

INTERESSE NAZIONALE, REGIONALE, COMUNALE

«È un casino». In maniera popolarescamente efficace, il medico ed esperto in legislazione sulle bonifiche Edoardo Bai, membro di Legambiente Lombardia, certifica il groviglio normativo. «I siti sono divisi in base al livello di inquinamento. La Sisas di Pioltello e Rodano e l’Acna sono di interesse nazionale. C’è un livello intermedio, di interesse regionale. L’area Calchi Taeggi, così come quella di Santa Giulia, sono di interesse comunale. I controlli normativi sono affidati alla Conferenza dei servizi, ma è il Comune ad approvare i progetti. i controlli sul campo sono invece demandati all’Arpa. O all’Asl in caso di pericolo imminente per la salute». Santa Giulia-Montecity è un altro emblema di questo groviglio. L’area è quella dietro la stazione di Rogoredo, dove sulle ceneri delle officine della Montedison sono sorti i nuovi uffici di Sky e un quartiere residenziale che doveva essere il fiore all’occhiello dell’immobiliarista Luigi Zunino. La firma di Norman Foster sui palazzi, quella di Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche, sullo smantellamento dei veleni dell’area. Morale: bonifica mai effettuata (Grossi finisce nei guai), smagliature nei controlli, i sigilli della Guardia di Finanza che arrivano il 20 luglio 2010, un pezzo di quartiere chiuso sotto gli occhi dei residenti, che nel frattempo avevano già acquistato. Pagano tutti, a partire dai bambini: l’asilo a loro destinato poggiava su mercurio e cloroetilene e non è mai stato aperto, carcassa colorata con giardino avvelenato. I bimbi del quartiere sono stati spostati dal Comune un chilometro più in là. Peccato che le pareti di quella struttura grondassero amianto e lana di roccia.

Grossi e Arpa, dunque Regione, dunque Formigoni. Un intreccio che aveva il suo precedente nella vicenda della Sisas di Pioltello, una delle discariche più pericolose d’Europa, in attesa di bonifica dal 9 dicembre 1985, quando una sentenza del Tribunale ordinò di smaltire in maniera definitiva i metalli pesanti, l’acetilene, il nerofumo e i fusti lì contenuti, 290mila tonnellate di rifiuti industriali. Provvedimento mai eseguito, la società fallì nel 2000, il caso finì alla Corte di Giustizia Europea di Strasburgo e una nuova sentenza di condanna, stavolta a carico del governo italiano, cominciò a far scattare il tassametro delle multe: a oggi, siamo a 490 milioni di euro. Per ovviare al problema, nel 2009 Giuseppe Grossi si era proposto alla Regione come salvatore della patria: appalto da 120 milioni di euro, più 44 in nero, la richiesta del re delle bonifiche. Che, arrestato, mollò tutto nel luglio scorso, chiedendo indietro 25 milioni di euro di rimborso dalla Regione.

Storie nere, quelle delle discariche, che attirano interessi pericolosi e le brame della ‘ndrangheta. Scene da Gomorra, come a Santa Giulia, dove i camion di notte scaricavano il materiale scaricato di giorno. Ombre lunghe, come alla cava Bossi tra Pero e Bollate, pienissima area Expo, dove un laghetto artificiale era stato trasformato dalla famiglia Mandalari in una discarica abusiva a cielo aperto da 70mila metri quadri col colpevole silenzio del Comune di Bollate e della Regione. E ancora ‘ndrangheta a Desio, Seregno e Briosco, ancora una discarica abusiva a cielo aperto scoperta nei tre paesi brianzoli dalla polizia provinciale nel settembre 2008, ancora terreni presi in affitto dai comuni e imbottiti di veleni senza che nessuno se ne accorgesse. Ma è quando discariche e cemento si incontrano che si crea, troppo spesso il cortocircuito. Perché le aree più inquinate sono le più appetite dai costruttori? E conviene davvero acquistare un terreno da bonificare, anche solo in parte?

VIZI ITALIANI E IL SUPERFUND STATUNITENSE

«Le aree inquinate - sostiene Bai - sono ormai le uniche dove si può costruire in grande. Il resto è già stato edificato». Gli esempi recenti, a Milano, non mancano. I cinque immigrati che protestano in cima a una torre della multietnica via Imbonati da una settimana per il permesso di soggiorno forse non sanno che quella Potsdamer Platz in miniatura che li circonda era l’ex Carlo Erba, rudere industriale dieci anni fa e oggi luccicante coacervo di uffici. La Fiera a Rho, il Politecnico all’ex gasometro alla Bovisa, i grandi progetti nascono sulle macerie del boom economico. «E la legge 152 del 2006 - aggiunge Bai - il Testo Unico in maniera ambientale, col principio del giusto profitto viene incontro ai grandi costruttori. Porti via un po’ di rifiuti, perché tutti non si può, il resto lo metti in sicurezza perché meglio di così non si può, in cambio delle costruzioni. Poi il privato fa il furbo, non mantiene le promesse, e il gioco è fatto».

C’è poi una specifica lombarda, la legge regionale 126 del 2009, la contestata "legge Grossi" (proprio lui): con le sue forme di compensazione di tipo urbanistico, concede a chi bonifica la licenza di poter costruire altrove con notevoli vantaggi fiscali. «Il problema - sostiene Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia - è economico. Perché gli oneri delle bonifiche continuano a ricadere sul pubblico. Non è sempre facile che il sistema dei controlli sia così rigoroso. E soprattutto, non c’è nessuno che si faccia carico di un’intera bonifica, anche se la messa in sicurezza o lo smaltimento tramite microorganismi non sono nemmeno così economici, visto che il pompaggio di acqua dalla falda deve essere sempre controllato e a tempo indeterminato. E a Milano e dintorni la quantità di siti contaminati è enorme».

Solamente in città sono 36. Si arriva a 80 con la provincia, cifra che raddoppia se si conta la Brianza. E si escludono le aziende a rischio incidenti, la cui lista tra il milanese e il monzese (la Icmesa, la Snia Viscosa e l’Acna sono i tre esempi più famigerati) sfiora il numero mille. «Le ex cave usate come discariche - spiega il consigliere comunale Enrico Fedrighini, dei Verdi - sono quelli dove anche l’intervento di bonifica è più pericoloso. Perché devi andare a scavare e rischi di mischiare materiali già tossici, spingendoli verso la falda. E poi: tutto questo materiale, dove lo sposti, in un altro buco? E dove? Aggiungiamo la lentezza delle burocrazie, centrali e periferiche: l’Italia sullo smaltimento dei rifiuti tossici è la tartaruga d’Europa, troppe responsabilità sulle firme di documenti sono sulle spalle di semplici funzionari, che hanno paura a firmare qualsiasi cosa. C’è anche un problema di organico, a Milano. Il settore Ambiente del Comune è poverissimo, conta solo cinque persone che devono fare fronte a tutti questi problemi».

Costi, controlli e lentezze, sulla nostra pelle. Come uscirne? «Negli Stati Uniti - risponde Bai - esiste il Superfund, e funziona. È una tassa per le bonifiche che pagano gli imprenditori, un fondo da cui si attinge ed è controllato dall’ente pubblico». Qui siamo a Milano, Italia, e non è così semplice. «Un sistema per tagliare la testa al toro - prova Fedrighini - ci sarebbe, evitando il giro di subappalti e le bonifiche al risparmio. L’ho proposto anche alla giunta, che pare interessata. L’idea è semplice: fidejussione del privato costruttore, e gestione degli interventi da parte del Comune, o della Regione, tramite aziende iscritte a un albo con determinati parametri economici ed etici. È una soluzione a costo zero. E definirebbe le responsabilità. Che sarebbero finalmente, senza ombra di dubbio, politiche: del sindaco e dei governatori».

La pianura veneta ridotta a uno stagno. Ma per il governo l’unica emergenza era il traffico. I poteri emergenziali usati per costruire un’autostrada a monte dei fiumi esondati in questi giorni

Dinanzi a un’alluvione di vastissime proporzioni come quella che sta mettendo in ginocchio il Veneto, cosa c’è di meglio che bucare una montagna per farci passare automobili e tir? Un tunnel di 6,5 chilometri tra Malo e Castelgumberto, proprio in mezzo al torrente Timonchio - che più giù, in pianura, si trasforma nel Bacchiglione, il fiume che ha inondato Vicenza - e al fiume Agno, che in valle risorge sotto il nome Frassine, quello che ha sommerso Padova. Sì, perché la vera emergenza in Veneto è il traffico. E per risolvere il problema delle code, in un territorio dove la terra è sostituita da capannoni ormai svuotati dalla crisi, ci vuole una nuova autostrada: 94 chilometri di asfalto, 50 di raccordi, per oltre 800 ettari di cemento gettato proprio tra le Prealpi e la pianura sommersa dai fiumi. Nella zone delle “risorgive”, dove l’abbondante acqua penetrata nella ghiaia a monte torna in superficie, alimentando gli affluenti del Brenta. Serve la Protezione civile per fare le autostrade, in Italia. Il 31 luglio 2009 «su proposta» di Guido Bertolaso, Berlusconi assegna i poteri emergenziali propri delle calamità naturali a Silvano Vernizzi per costruire la Pedemontana, un raccordo tra la A4, la A 27e la A31 in uno dei territori più urbanizzati del mondo. Quando poi i fiumi esondano, interviene il governo. Bertolaso e Berlusconi fanno forse l’ultima apparizione insieme (il sottosegretario è andato in pensione l’11 novembre) nella pianura veneta trasformata in un immenso stagno, con danni per centinaia di milioni di euro. Dicono che il governo ci sarà, a fianco degli alluvionati. Bertolaso aggiunge che «la sciagura poteva essere prevenuta se si fossero fatte opere di messa in sicurezza che noi chiediamo da anni». La Pedemontana è forse una di queste? Allora perché la Protezione civile ha sottoscritto i poteri straordinari per il traffico a Vicenza, invece di nominare magari un commissario alla sicurezza idrogeologica della zona?

Quella dichiarata il 5 novembre dal Consiglio dei ministri è la terza emergenza ancora in vigore a Vicenza. La prima era stata dichiarata il 26 giugno 2009 e poi prorogata fino al 211, per un tifone che aveva colpito la provincia. Ma pochi giorni dopo il governo dichiara la vera emergenza. È il traffico nelle province di Treviso e Vicenza. Con un’ordinanza ferragostana (la 3802 del 15 agosto 2009) il governo nomina Silvano Vernizzi commissario straordinario per la realizzazione delle Pedemontana Veneta. Una strada la cui storia affonda le radici nella prima Repubblica. Doveva essere un raccordo tra le circonvallazioni dei paesi prealpini, negli anni ‘90. Poi, dopo Tangentopoli, si trasforma in una superstrada con 40 uscite per incanalare il traffico locale delle fabbrichette che sorgono come funghi. Infine si trasforma in una autostrada a pedaggio, con solo 17 uscite, 20 chilometri di percorso in più fra le montagne della valle dell’Agno con 15mila metri di tunnel, il resto da costruire dentro una trincea scavata nel terreno profonda fino a 9 metri, sul territorio di 32 comuni. A proporre l’opera è la Pedemontana Veneta spa, inizialmente una società pubblica partecipata da regione, enti locali, da Autostrade spa e alcune banche (San Paolo, Unicredit, Antonveneta). Poi, con un blitz nella sede di un notaio veronese, nel dicembre 2005 i privati, senza nessuna gara d’appalto, ne acquisiscono il controllo: 1.500 azioni della società passano da banche e società pubbliche a una cordata capitanata da Impregilo (la stessa del Ponte di Messina e dell’inceneritore di Acerra), comprendente il consorzio Cps (al cui interno figurano la Maltauro, Rizzani De Eccher, Mantovani) e strane società, come la Adria Infrastrutture, nel cui cda siede anche Claudia Minutillo, ex segretaria particolare del governatore berlusconiano, il doge Giancarlo Galan. Ma l’affare salta, quando l’opera viene messa a gara. Nonostante l’opzione riservata al proponente, dopo una serie di ricorsi, la Pedemontana viene assegnata al consorzio Sis Scpa, con sede a Torino, controllata per il 60 per cento della Cacyr Vallehermoso, multinazionale spagola delle costruzioni, e per il 40 per cento dal gruppo Fininc Spa, proprietà dalla famiglia torinese dei Dogliani. Il cui capostipite, il settantenne Matterino Dogliani, affianca la produzione di vino nel cuneese all’attività bancaria (era presidente della Banca di Credito Cooperativo di Bene Vagienna), passando per le speculazioni immobiliari nelle Langhe (è lui a costruire il contestatissimo Boscareto Resort di Serralunga d’Alba di cui parla diffusamente La colata, fortunato libro edito da Chiarelettere). Matterino Dogliani fa da presidente del consorzio, che curerà non solo la costruzione, ma anche la gestione della strada. Che nascerà in project financing, una tecnica per la quale il privato mette i soldi per l’opera e la gestisce per un periodo sufficiente a rientrare nell’investimento. Ma l’accordo con la Regione, che bandisce l’appalto, è tutto a favore del privato. Se il numero di autovetture che transiteranno nell’autostrada a pedaggio sarà inferiore alla quota di 840milioni di veicoli/km annui la Regione dovrà versare un contributo annuo di 20milioni di euro circa per 39 anni. Un debito che i governatori della regione non hanno mai messo a bilancio. Il privato non ci rischia un euro.

L’autostrada passa in zone fortemente urbanizzate, ricche di agricoltura di qualità e taglia il terreno di una villa prepalladiana. I ricorsi dei cittadini si sprecano. Ed è qui che la Regione chiama in causa la Protezione civile. Che nomina Silvano Vernizzi commissario straordinario, col compito di approvare il progetto definitivo dell’opera sostituendo «ad ogni effetto, visti, pareri, autorizzazioni e concessioni di competenza di organi statali, regionali, provinciali e comunali». La firma del supercommissario «costituisce variante agli strumenti urbanistici e comporta dichiarazione di pubblica utilità, urgenza e indifferibilità dei lavori». Poteri amplissimi. Ma ciò che più salta all’occhio, nell’ordinanza di Bertolaso, è il potere di derogare a una delibera Cipe del 2006, che ha stanziato il contributo pubblico all’opera, sottoponendolo però a un lungo elenco di prescrizioni e raccomandazioni. Di queste, secondo i comitati Salute e difesa del territorio, che si battono per mitigare i danni della Pedemontana, ben 48 non vengono rispettate. L’obbligo di redigere «appositi studi di dettagli per la compatibilità idraulica per le opere di attraversamento dei corsi d’acqua e per i siti di cantiere ricadenti in aree golenali o nei pressi di aree sottoposte a rischio esondazione o alluvione». E ancora «lo sviluppo in dettaglio degli interventi di sistemazione idraulica in corso d’opera e la risoluzione delle interferenze dell’opera con la rete idrografica»; la «salvaguardia dei pozzi e degli acquiferi destinati al consumo umano». Prescrizioni di cui il commissario Vernizzi non sembra aver voluto tener conto, dall’alto della sua carica a doge delle autostrade. Vernizzi, infatti, oltre a essere commissario governativo per la pedemontana, ha svolto lo stesso ruolo per la costruzione del passante di Mestre, l’irrinunciabile autostrada dell’entroterra veneziano entrata in tilt lo stesso giorno dell’inaugurazione, con decine di chilometri di coda. Vernizzi è anche ad di Veneto Strade Spa (con una paga di 160mila euro annui), società controllata da Regione e province, che gestisce 1.400 km di strade locali. È stato presidente della commissione Via regionale, la stessa che ha fornito il via libera nella valutazione d’impatto ambientale della Pedemontana. È un alto dirigente della Regione, segretario a infrastrutture e mobilità (stipendio 170mila euro). E per nome dell’ex governatore Galan, attuale ministro dell’agricoltura, ha partecipato a numerose spa regionali, sotto diretto controllo politico (Ferrovie venete srl, Interoporto di Rovigo spa, C.R.S. Spa, Metropolitana del Veneto Srl, Veneto infrastrutture servizi Srl, Vi.abilità spa). Con l’arrivo del leghista Zaia ha mantenuto il suo posto. Così come l’altro uomo forte dell’asfalto in Veneto, Renato Chisso, assessore regionale alla mobilità. Chisso avrà molto da lavorare: per i prossimi anni si immagina una nuova colata, da realizzare col rito veneto: project financing, spa pubbliche di controllo politico, stretta rete tra istituzioni e imprenditori rampanti. Si prevede la Valdastico sud, la Valdastico nord, il grande raccordo anulare di Padova, la camionabile Padova-Venezia, la Cesena-Venezia, la Nogara-adriatica, il sistema delle tangenziali venete, la Romea commerciale, il raddoppio dell’A4, e ancora decine di bretelle e tangenziali. «Da quando nel 1990 è stato redatto il piano regionale dei trasporti la quantità di traffico su ruota è salita dall’84 a oltre il 90 per cento, in un territorio dove il 40 per cento del suolo è urbanizzato», spiega Ilario Simonaggio, segretario regionale della Filt-Cgil. «E intorno alla Pedemontana, nella delicata zona delle risorgive che alimenta tutti gli acquedotti veneti, si progetta di edificare ancora».

Le autostrade in Veneto sono un affare perché intorno ad esse si può costruire. La legge regionale urbanistica [il Piano territoriale regionale di coordinamento – n.d.r.] prevede che «le aree afferenti ai caselli autostradali (...) per un raggio di 2 km dalla barriera stradale sono da ritenersi aree strategiche di rilevante interesse pubblico. Dette aree sono da pianificare sulla base di appositi progetti strategici regionali». Intorno alla nuova Pedemontana decide la Regione, sottraendo il governo del territorio ai comuni e ai loro piani regolatori. Qualche imprenditore vicentino espropriato non ha neppure nascosto la sua felicità. Non tanto per i valori di esproprio (il terreno agricolo è ceduto a 16 euro al metro quadro, molto meno del Passante). Nelle aree di sua proprietà intorno alla nuova strada potrebbero sorgere alberghi, appartamenti, centri direzionali e commerciali. Un fiume di cemento intorno al fiume d’asfalto. In Veneto a debordare non è solo l’acqua.

PADOVA. Uno che aveva detto, anzi aveva scritto che sarebbe successo, è Luigi D’Alpaos, ordinario di idraulica all’Università di Padova. D’Alpaos faceva parte della commissione De Marchi - con Ghetti, Ramponi e Tonini, il top della cultura idraulica italiana - che esaminò la situazione dei fiumi veneti dopo l’alluvione del ’66 e indicò gli interventi per evitare il bis. Solo uno è stato realizzato, sul Livenza. Niente sul Piave, niente sul Brenta e meno ancora sul Bacchiglione.

Stiamo viaggiando con totale incoscienza verso il tris. Finiremo di nuovo sott’acqua, arriveranno un’altra volta i soccorsi, vedremo le gare di solidarietà, le collette generose che non sai mai dove finiscono. E sentiremo dire che tanta acqua così non si era vista neanche nel ’66.

Professor D’Alpaos, il presidente Zaia dice che è andata peggio del 1966: sono caduti 50 centimetri d’acqua in 48 ore, mentre allora furono solo 20.

«Il presidente Zaia è giovane. Forse era piccolissimo all’epoca dell’alluvione del ’66».

Non era ancora nato.

«Mi piacerebbe parlare una volta con lui e magari anche con il ministro Galan».

Per dire cosa?

«Per raccontare loro la storia vera. Non ho i dati per ragionare intorno all’evento di questi giorni, mi auguro che siano messi a disposizione di tutti. Però conosco molto bene la situazione del 1966: sono bellunese, se faccio riferimento alla valle dove abito, l’Alpago, caddero 760 millimetri di pioggia in 36 ore».

Ah, non 20 centimetri?

«No. Ma cosa mi dice questo dato? Niente: dovrei conoscere l’estensione del territorio colpito e la distribuzione dell’intensità delle piogge nel tempo, per fare confronti. Mi fa tenerezza questa gente che va allo sbaraglio sulla base di un numero insignificante che qualcuno ha riferito loro».

Chi sarà stato?

«A me lo chiede? Può darsi che qualche stazione abbia registrato in 48 ore 50 centimetri. Ma è sconvolgente? Se ho detto che al paese mio ce ne sono stati 76 in 36 ore. E’ sconvolgente che vengano propalate informazioni che non vogliono dire niente».

L’ingegner Cuccioletta del Magistrato alle Acque dice che la colpa è della Regione, perché lo Stato ha ceduto la competenza.

«E lui dov’era, cosa faceva quando esistevano le Autorità di bacino e la competenza era loro? Il Magistrato alle Acque è un sopravissuto a se stesso. Tecnicamente parlando è squalificato. Io vedo che ognuno cerca di sottrarsi a qualsiasi possibile responsabilità, invece tutti hanno sbagliato, chi per una parte chi per l’altra. L’importante è non sbagliare per il futuro. La sicurezza idraulica deve diventare prioritaria».

Cosa aveva suggerito la commissione De Marchi?

«C’erano due strade possibili: adeguare alle massime portate di piena i corsi vallivi dei fiumi o decapitare temporaneamente i colmi di piena trattenendoli con invasi da costruire. Si optò per una serie di serbatoi anti-piena».

Da collocare dove?

«Uno a Pinzano per il Tagliamento, di circa 100 milioni di mc. Uno a Ravedis per il Cellina, di 20-25 milioni di mc e un altro a Colle di 60 milioni di mc per il Meduna. Tutto questo per ridurre la portata di piena del Livenza».

E sugli altri fiumi?

«Per il Piave veniva suggerito un serbatoio a Falzè di 90 milioni di mc, che era in grado di controllare qualsiasi piena. Per il Brenta-Bacchiglione alcuni invasi vicino all’Astico e sui corsi d’acqua che formano poi il Bacchiglione a Vicenza, quindi Timonchio-Leogra e Retrone».

Quante di queste opere sono state realizzate?

«Solo quella di Ravedis e solo perché ne era prevista l’utilizzazione irrigua e idroelettrica. Il Bacchiglione non ha nessun serbatoio elettroirriguo a monte. Sul Brenta c’è il sistema del Cismon che fa capo al lago del Corlo: non so come abbia operato, sta di fatto che stavolta il Brenta ha avuto portate modeste. Per fortuna di Padova».

E i canali della bonifica?

«La rete dei consorzi ha un ruolo secondario. Va in crisi per le piogge più brevi e più intense, che non preoccuno il grande sistema idrografico, ma producono i vari episodi di allagamento ripetuto».

Quindi siamo stretti da due emergenze parallele?

«Una l’abbiamo creata noi in questi 50 anni, quella della rete idraulica minore: un terreno agricolo ha una portata 10 litri al secondo per ettaro, l’area urbanizzata li fa diventare 150-200. I centri del Veneto sono andati estendendosi in barba a tutti i problemi idraulici, pianificati da tecnici scellerati e da sindaci che chiudono i fossi per farci sopra piste cicblabili».

C'è una riflessione preliminare da fare, a proposito delle giornate di relazioni e discussioni che si sono svolte a Teano tra il 23 e il 26 ottobre. E non riguarda il loro contenuto, ma quanto è avvenuto all'esterno e dopo il loro svolgimento. Dell'assenza della tv sarebbe francamente ingenuo lamentarsi, e non lo farò. Ma il comportamento della grande stampa democratica merita almeno un cenno, perché illustra un fenomeno, certo non nuovo, ma sempre più marcato e grave. Di cose anche culturalmente e politicamente importanti che avvengono nel Paese si dà notizia al loro annunzio, quando esse appaiono nuove, vendibili come prodotti freschi al pubblico dei lettori-consumatori. Dopo si tace, perché la merce-notizia è diventata già obsoleta, come ogni prodotto del capitalismo vorace del nostro tempo. E soprattutto non si dà conto dei contenuti. Credo che cada ormai sotto l'esperienza di molti un fatto sempre più generalizzato: non ci sono giornalisti a dar conto di iniziative culturali o politiche se non vi sono presenti grandi leader o vedette di una qualche notorietà, che consentano di rendere appetibile la notizia, farla apparire come un leggero gossip. Laddove c'è puzza di serietà, i giornalisti non vengono inviati. Col risultato che gli organi di stampa che lottano contro un'Italia che si va disfacendo, contribuiscono all'opera dando conto solo delle mosse dei leader, dei loro maneggi e litigi. L'immagine dominante dell'Italia, così, è quella che parla attraverso il politichese delle piccole e frantumate oligarchie di quel che resta dei partiti.

A Teano, una delle esperienze più originali e più singolari sono state le testimonianze dei sindaci dei piccoli comuni. Un primo dato sorprendente: la loro giovane età. Ragazze e ragazzi, già sindaci. Nei loro comuni, costoro hanno avviato, spesso con successo, importanti attività: dalla raccolta differenziata a pratiche di accoglienza degli extracomunitari, dalla difesa dell'acqua pubblica a politiche attive di difesa del territorio e dell'ambiente. Un'Italia della buona amministrazione, del rispetto della legalità e del bene comune è sfilata sotto i nostri occhi, avanguardia di una nuova cultura politica che i media non sanno intercettare. Erano sindaci del Nord e del Sud, ma anche del Centro. E sottolineo il Centro non solo per riprendere una saggia riflessione fatta da Asor Rosa sulle pagine di questo giornale. Ma anche per continuare a mettere in discussione questa divaricazione dualistica dell'Italia, fondata sull'economicismo del Pil e su una stantìa retorica novecentesca. L'Italia è molto più intrecciata e composita di quanto possa dire questa scolastica contrapposizione. Nord e Sud, nella misera esemplificazione mediatica dei nostri giorni, sono ormai Bianco e Nero, Progresso e Arretratezza, Vizio e Virtù Ma è davvero così? Se rimaniamo a questa schematica geografia dei valori, dovremmo chiederci: quanto Sud c'è al Nord? Non è meridionale la pratica di tante industrie del Nord di affidare alla criminalità i rifiuti tossici destinati alle campagne della Campania o della Calabria? Non è meridionale la cementificazione e la distruzione del territorio del Nordest, oggi ampiamente verificata dal suo sprofondamento nell'acqua dopo alcuni giorni di pioggia? E non è nordica la raccolta differenziata dei rifiuti messa in atto in tanti comuni della Campania o della Puglia, o il coraggio dei giovani meridionali nel manifestare in massa contro la criminalità organizzata, la dignità umana e civile degli operai di Pomigliano, che hanno espresso il 37% dei no al referendum voluto dalla Fiat?

La permanenza di una visione dualistica non solo cattura poco della realtà effettuale del nostro Paese, ma comincia a diventare pericolosa. Chi non si è accorto di ciò che sta montando oggi nel Sud della penisola? Un tardivo e recriminatorio leghismo meridionale si sta diffondendo in molti ambiti della società - destinato a creare nuove lacerazioni - per invocare antistoriche autonomie, per consegnare pezzi di società a nuove oligarchie politiche che hanno perduto il loro ruolo nazionale.

A Teano è stata elaborata e sottoscritta una Carta di principi irrinunciabili. Non va gettata nel dimenticatoio, ma fatta valere come un documento vivo, attorno a cui raccordare le forze sociali e politiche realmente preoccupate della tenuta della compagine nazionale e al tempo stesso impegnate a ricucire la tela frantumata della sinistra italiana. Questo doppio registro può fare anche delle ristrette forze che hanno organizzato l'iniziativa nel comune campano un punto di riferimento importante, portatore di valori politici e civili di ampia risonanza. Esso può diventare un centro promotore di iniziative unitarie, che concorrano a due fini distinti ma fortemente coincidenti. Occorre ricordare che la frantumazione della sinistra è anche una lacerazione dell'Italia? Che la difesa dell'unità del Paese non è una nostalgia patriottarda, né una difesa del centralismo, ma la condizione di una visione classista dei problemi del nostro tempo? Che lo Stato-nazione è ancora una trincea importante per combattere in Europa e nello scenario mondiale?

Ma ciò che nelle dirigenze dei partiti è litigiosità, divisione, rissosità incomponibile, nei movimenti, nelle vertenze locali, nei mille comitati che pullulano nel Paese è solo scollegamento, assenza di comunicazione, isolamento. Sui problemi reali le forze attive nei vari territori sono largamente concordi. Si pensi alla questione dell'acqua pubblica, al lavoro precario, all'aggressione al territorio e all'ambiente, al cibo «buono, pulito e giusto», come dice Petrini. Occorre perciò un grande sforzo di raccordo nazionale su questi singoli temi. Inventare momenti di unificazione su questioni determinate in cui confluiscano tutte le esperienze e le competenze maturate a livello locale. È ora che questa Italia nuova in incubazione appaia nella sua unitarietà, si imponga come nuovo progetto di società all'immaginario collettivo degli italiani. È ora che gli attivisti e i leader formatisi nelle lotte, numerose e talora sconosciute, di questi ultimi anni, emergano come nuovi gruppi dirigenti, locali e nazionali, portatori di visioni generali. L'esperienza di Teano e la sua Carta dovrebbero mettersi al servizio di questo processo.

http://www.amigi.org

Sempre maggiore è l’attenzione al tema dei cosiddetti "green jobs" o lavori verdi. Pare infatti che attualmente l’offerta occupazionale sia nel contesto urbano sia in quello rurale possa riguardare fin da subito fino a 4 milioni di nuovi posti di lavoro nel mondo industrializzato e una cifra anche superiore nei Paesi in via di sviluppo. A rilevarlo il rapporto: "Green Jobs: Towards decent work in a sustainable, low-carbon world" realizzato da due Agenzie delle Nazioni Unite: l’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) e l’OIL (Organizzazione internazionale del Lavoro), che verrà presentato il prossimo 16 novembre a Milano (auditorium Regione Lombardia) nel corso del convegno "Progettare, lavorare, pensare il futuro della terra", organizzato dalla Fondazione culturale di Banca Etica e dalla Fondazione Roberto Franceschi nell’ambito del progetto Gjusti (Green Jobs, Università, Scuole, Territorio, Imprese). Tra i relatori l’ecologista

E’ un trend positivo confermato anche dall’andamento degli investimenti destinato a raddoppiare dagli attuali 1.370 miliardi di dollari l’anno a 2.740 miliardi entro il 2020. In Germania per esempio i capitali scommessi in tecnologie sono addirittura quadruplicati e toccheranno il 16% dell’intera produzione industriale con una forza lavoro superiore a quella delle industrie di macchine utensili e auto. Lo studio analizza inoltre gli sbocchi di occupazione verde nell’agricoltura, industria, servizi, nella pubblica amministrazione, sostenendo che queste opportunità possano rappresentare una via d’uscita dalla crisi.

Grazie ai finanziamenti Cariplo le due Fondazioni hanno avviato il progetto nella Zona 9 di Milano e nell’Oltrepò Pavese e coinvolto tre Istituti Scolastici di istruzione secondaria, l’Università Bicocca di Milano, l’Università degli Studi di Pavia, il sindacato, il mondo imprenditoriale, la Pubblica Amministrazione. Dal sondaggio svolto dall’Istituto Piepoli sui temi e sulle proposte emerse nei due seminari risulta che il 58% degli intervistati si è impegnato in progetti di sostenibilità ambientale negli ultimi tre anni. Mentre la società di consulenza Boston Consulting si è concentrata sulla situazione negli Stati Uniti con un recente focus che sostiene che nei tre settori in cui ci sono migliori prospettive vale a dire trasporti, efficienza energetica e generazione di energia i posti di lavoro verdi dovrebbero passare dagli attuali 570 mila a 2,4 milioni entro il 2020 secondo lo scenario più ottimista (1,1 milioni secondo quello più pessimista), con un incremento dunque del 300%. Tra i futuri obiettivi politici: assicurare una continuità ai cosiddetti lavori sostenibili anche quando verranno a mancare i finanziamenti del governo, creare ulteriori opportunità di occupazione. Il futuro di queste opportunità d’impiego dipende dunque molto dalla velocità con cui verranno create e dalla loro capacità di durata.

“Per Pompei le risorse ci sono, si tratta di saperle spendere", affermava due anni fa Sandro Bondi, annunciando che il 28 ottobre 2008 Berlusconi avrebbe visitato il sito archeologico più famoso del mondo. Chissà se il ministro per i Beni culturali sapeva che per quella visita il commissariato straordinario voluto da lui medesimo stava bruciando un pacco di soldi. "Sessantamila euro per la visita del presidente del Consiglio", recita la voce della contabilità del commissariato, cui vanno aggiunti 11 mila euro per la "pulizia delle aree di visita del Presidente del Consiglio" e 9.600 euro per "l'accoglienza". Giustificazione dell'uscita: promozione culturale. Lavoro e migliaia di euro sperperati, visto che il Cavaliere a Pompei non ci metterà mai piede.

I soldi destinati alla visita del premier non sono gli unici, incredibili "investimenti" che i due commissari straordinari voluti da Bondi (prima il prefetto Renato Profili, poi Marcello Fiori della Protezione civile) hanno autorizzato durante la loro gestione per rilanciare il sito. "L'espresso" ha trovato l'elenco di (quasi) tutte le spese effettuate dalla struttura, denaro che forse sarebbe stato meglio utilizzare nella manutenzione e nel restauro dei templi e delle Domus degli scavi. "Ora è tardi, la scuola dei Gladiatori è crollata e non si può tornare indietro", dice un tecnico che chiede l'anonimato: "È una roba vergognosa, pazzesca, ha ragione il presidente Napolitano".

Tra stipendi da record, consulenze, operazioni di marketing e bizzarrie in odore di Cricca, a Pompei ci hanno mangiato in tanti. La lista comprende di tutto: ci sono 12 mila euro pagati per rimuovere 19 pali della luce; 100 mila per il "potenziamento dell'illuminazione" delle strade esterne al sito; 99 mila finiti a una ditta che ha rifatto "le transenne". Oltre 91 mila euro sono andati a un Centro di ricerche musicali per l'installazione di planofoni (strumenti per la diffusione del suono nello spazio), e 665 euro sono serviti a cambiare le serrature di un punto di ristoro. Quasi 47 mila euro sono serviti per metter in piedi l'evento "Torna la vite"; 185 mila per il progetto PompeiViva: soldi dati alla onlus romana CO2 Crisis Opportunity fondata da Giulia Minoli, figlia di Gianni e Matilde Bernabei, che ha avuto Gianni Letta come testimone di nozze. Lo sposo? Salvo Nastasi, direttore generale del ministero dei Beni culturali. Al piano di valorizzazione è stata chiamata anche Wind: importo previsto, 3,1 milioni di euro.

Le convenzioni, a Pompei, costano caro: 547 mila euro sono stati spesi per un progetto intitolato "Archeologia e Sinestesia" curato dall'Istituto per la diffusione delle Scienze naturali, altri 72 mila sono state dati all'associazione Mecenate 90 (presidente onorario il solito Gianni Letta, presidente Alain Elkann) per un'indagine conoscitiva sul pubblico, e ben 724 mila all'Università di Tor Vergata "per lo sviluppo di tecnologie sostenibili".

Qualche maligno sostiene che ci possa essere un conflitto d'interessi: Fiori, si legge nel suo curriculum, è stato docente universitario del corso "Pianificazione degli interventi per la sicurezza del territorio" proprio a Tor Vergata. Supermarcellino, come lo chiamano gli amici, fedelissimo di Guido Bertolaso, ex vice-capogabinetto di Rutelli, è l'uomo-chiave degli ultimi 18 mesi, l'esperto che afferma di aver speso il 90 per cento dei 79 milioni di euro a disposizione "per la tutela e la messa in sicurezza". Sarà, ma sono molte le spese che stonano. Passi per i 1.668 euro per i nuovi arredi del suo ufficio, ma forse i 1.700 euro per la divisa del suo autista o i 4 mila per la sua "parete attrezzata" poteva risparmiarli. Come i 10 mila per un altro ufficio presso l'Auditorium, i 113 mila per lo spettacolo "Pompei in scena" o i 955 mila per il "progetto multimediale" alla casa di Polibio.

A sei giorni dai crolli, sulle pietre della scuola dei Gladiatori sgambettano tre cani randagi, nonostante la Protezione civile abbia deciso di dare alla Lav ben 102 mila euro per "l'arresto dell'incremento" dei quadrupedi. La città antica è deserta, diluvia. "Stia attento alla pioggia, perché l'acqua qui uccide", raccomanda l'unico guardiano che si incontra in un'ora e mezza di visita. "La colpa di chi è? Dico solo che vedo sprechi, e troppa gente che litiga su cosa fare. E si sa che mentre 'o miedeco sturéa, 'o malato se ne more".

SIENA. La ricerca di petrolio e di idrocarburi come il metano, dopo l'approvazione della legge 30 luglio 2010, n. 122, è ripartita velocissima in Italia e il Ministero dello Sviluppo Economico è stato lesto a concedere e far approvare dagli enti locali tanti dei permessi di ricerca richiesti. Si stima che oggi siano in azione 700 trivelle e che in 100 nuove aree di perforazione stiano per cominciare i lavori! Si pensa sempre che il problema sia per gli altri, ma da giugno è attiva la concessione che riguarda l'area del fiume Bruna nel comune di Roccastrada per la ricerca di metano e petrolio. Quindi la probabilità di vedere pozzi estrattivi tra la Maremma e il Chianti è molto più alta di quello che ci si può immaginare. Le stime petrolifere affermano che

Nel sottosuolo italiano si possono nascondere cento milioni di tonnellate di petrolio, a grande profondità, circa 800-1200 metri, una goccia (4 per cento) nell'oceano del fabbisogno nazionale, ma che sembra far gola lo stesso.

Ora non vi è senese che, andando in giro nel mondo, non sentisse ovunque magnificare la bellezza della nostra terra. In effetti, se la guardiamo con occhi diversi dai nostri che vivendoci tutti i giorni non sappiamo apprezzarne la specificità, il territorio della nostra provincia è il risultato miracoloso della forza della natura e di un sapiente intervento dell'uomo nel piegarla alle proprie necessità. Una sequenza di pozzi petroliferi tra Castellina in Chianti e San Giovanni d'Asso, solo per citare due comuni che hanno dato parere positivo alla richiesta d'esplorazione del sottosuolo a una società australiana (che risulta non avere dipendenti), che potrebbe avere effetti devastanti per inquinamento e modifica della morfologia del territorio è l' immagine che presto si presenterà agli occhi dei turisti di tutto il mondo. Perché dal 4 agosto 2010, la società Heritage Petroleum ha presentato alla Provincia di Siena anche la documentazione per il VIA sulla istanza denominata "Cinigiano", oltre a quella già raccontata su questo quotidiano on line nel precedente articolo denominata "Siena", e l'iter burocratico si avvia, nel silenzio dei media, alla sua approvazione.

Come si fa la ricerca di idrocarburi? Si provocano delle esplosioni e si studia la generazione e il moto delle onde rifratte e riflesse, misurandole con degli strumenti chiamati geofoni. Individuato il giacimento, si crea un pozzo esplorativo che nel nostro caso dovrebbe essere di rilevanti dimensioni dovendo trivellare per almeno 1000 metri di profondità. Potrebbero interferire con le falde acquifere termali, per esempio, di rilevante importanza nella nostra provincia, da Rapolano a Bagno Vignoni. La gestione dei rifiuti e del materiale di risulta come i fanghi oleosi potrebbe essere importante, come il ripristino degli ambienti inquinati dai pozzi.

Ma agli australiani, se non per imposizione, potrebbe non interessare tutto ciò (non sono interessati nemmeno alla propria terra – cfr. Diamond “Collasso”), e in poco tempo potrebbe essere devastato un territorio costruito più o meno sapientemente in secoli dall'uomo. E non dimentichiamoci che al largo dell'isola d'Elba, in una delle zone più protette dal punto di vista ambientale, c'è una istanza per trivellazioni marine, proprio davanti alle coste in cui andiamo ogni estate a fare il bagno...

Lexdc Siena, da il cittadino online

Oltre 120 comuni e mezzo milione di persone colpiti dalla piena del Bacchiglione, che ha causato tre vittime, oltre 10.000 sfollati ed un miliardo di danni. Come sempre ci si domanda, a posteriori, se qualcuno aveva previsto ciò che poi è accaduto e se si potessero prevenire o quantomeno mitigare gli effetti catastrofici di eventi naturali che tendono a riprodursi con sempre maggiore frequenza. In questo caso una precisa risposta può essere trovata con la lettura del Piano di Assetto Idrogeologico predisposto nel 2007 dall’Autorità di Bacino Brenta-Bacchiglione. Il piano infatti indicava in modo puntuale gli interventi necessari per contrastare il pericolo di alluvioni. Tra questi in particolare la formazione di bacini di espansione, la realizzazione di opere di laminazione, l’adeguamento delle sezioni idrauliche, le sistemazioni arginali, la necessaria manutenzione dei manufatti, il potenziamento delle idrovore lungo tutto il corso dei fiumi Brenta e Bacchiglione e dei loro affluenti e nei principali nodi idraulici quale quello della città di Padova. Il tutto per una spesa complessiva prevista di 668.919 mila euro.

Quante di queste opere sono state realizzate in questi anni? A quanto pare poco o nulla, se è vero quanto affermato dal Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta in un’intervista del 9 novembre, nella quale si denuncia il fatto che, dopo la frammentazione delle competenze operata negli ultimi anni, sono venuti a mancare persino i fondi per le manutenzioni delle canalette e degli argini, mentre la cementificazione del territorio ha prodotto un cambiamento della velocità di scolo e l’esondazione dei canali.

668 milioni possono sembrare una cifra enorme, ma in realtà sono di molto inferiori alla spesa di un miliardo considerata oggi necessaria dal Presidente della Regione per far fronte ai danni provocati dall’onda di piena del Bacchiglione: una spesa che dovrebbe servire a ripristinare le opere ed i fabbricati danneggiati, ma che ancora una volta non metterà in sicurezza il territorio.

Tutto ciò conferma come purtroppo la salvaguardia idrogeologica del territorio non sia mai stata una priorità nelle scelte politiche e di bilancio dei governi nazionali e regionali degli ultimi decenni, tant’è che - come documentato in questi giorni dal WWF - i finanziamenti per il Ministero dell’Ambiente - nella finanziaria di Tremonti e nonostante le proteste della Prestigiacomo - sono quelli che sembrano destinati a subire uno dei più drastici tagli, passando dai 1.649 milioni del 2008 ai 513 previsti per il 2011. Anche nella finanziaria regionale si era previsto un taglio di 26 milioni per le politiche di salvaguardia: taglio che si può auspicare verrà annullato a seguito dei tragici eventi del 2 novembre.

C’è quindi da sperare che, dopo le solenni dichiarazioni di questi giorni, realmente si modifichino gli indirizzi e le priorità delle politiche territoriali passando dalla gestione delle emergenze alla prevenzione, ponendo un freno alla cementificazione ed investendo nelle infrastrutture per la salvaguardia dell’ambiente piuttosto che in nuove infrastrutture stradali di cui francamente non si sente la necessità.

Da questo punto di vista, un segnale positivo sembra giungere dall’ultimo Consiglio Comunale di Padova, che all’unanimità ha votato un progetto di legge da presentare in Regione per lo studio e per la redazione di un progetto preliminare finalizzati al completamento dell’Idrovia Padova-Mare, una delle grandi incompiute della nostra regione che potrebbe felicemente integrare le funzioni di salvaguardia idraulica (funzionando come canale scolmatore per le piene del Brenta e del Bacchiglione, con una capacità di 400 mc/sec) con quelle trasportistiche (alternative all’assurda camionabile voluta dalla Regione) e che potrebbe altresì costituire un fondamentale elemento di riqualificazione ambientale e paesaggistica di tutti i territori attraversati.

Priorità d’investimento dunque, ma anche riordino e concentrazione delle competenze, nonché approfondimento ed aggiornamento degli studi e delle cartografie tecniche. E’ infatti piuttosto sconcertante osservare che molte delle aree alluvionate nei giorni scorsi non corrispondono affatto a quelle indicate a rischio idraulico dalla “Carta delle fragilità” dell’ultimo Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale della Provincia di Padova, mentre decisamente più azzeccate risultano le previsioni derivate dagli studi effettuati dal professor Luigi D’Alpaos con un sofisticato modello matematico bidimensionale. Tanto più preoccupante appare la sottovalutazione del rischio evidenziata dalla cartografia del PTCP, se si considera che tutti i piani intercomunali e comunali di questi anni proprio su questa cartografia si sono basati per la pianificazione delle nuove espansioni e trasformazioni urbane e per la redazione delle relative valutazioni di compatibilità idraulica.

Padova, 11 novembre 2010

L´episodio di Pompei è l´ultimo atto del degrado dei beni culturali: uno stato di abbandono che distrugge la memoria storica e i suoi luoghi più importanti - Sono vitali alla riflessione storica e ricorrono nell´arte e nella letteratura - Sono parte della nostra tradizione e parlano delle nostre origini - Non basta dichiarare l´emergenza ma occorre "curare" il dissesto idrogeologico senza inutili strumentalizzazioni

Secondo il grande storico dell´arte cinese Wu Hung (professore a Chicago), nella cultura cinese manca il senso delle rovine, e i pittori e calligrafi cinesi si astennero dal rappresentarle; le eccezioni sono dovute a influssi della cultura europea. In Europa, al contrario, la presenza delle rovine è vitale nella riflessione storica come nell´arte e nella letteratura. Per Chateaubriand (in una celebre frase del Génie du Christianisme, 1802), «tutti gli uomini hanno una segreta attrazione per le rovine», a causa di un sentimento del sublime destato dal contrasto fra la condizione umana e la caduta degli imperi, che le rovine testimoniano ed evidenziano. Secondo un saggio di Georg Simmel (1919) «il fascino della rovina sta in ultima analisi nel fatto che un´opera dell´uomo possa esser percepita come un prodotto della natura», della sua potenza distruttrice. J. B. Jackson, che il New York Times definì «il massimo scrittore sulle forze che hanno forgiato la terra occupata dalla nazione americana» scrisse nel 1980 un prezioso libretto, The Necessity for Ruins.

Secondo Jackson (americano, ma nato e morto in Francia), le città americane fanno enormi sforzi per costruirsi una memoria storica artificiale, creata a partire da oggetti visibili che vengono reinterpretati come monumenti, landmarks; ma anche creando dal nulla rovine fittizie, prêtes-à-porter di marca hollywoodiana, come i saloons "ricostruiti" in tante piccole città del Nevada. Anche le finte rovine hanno una prodigiosa efficacia sociale: presuppongono e incorporano le rovine della storia e quelle dell´immaginazione, ricreano un passato "vero" non perché dimostrabile, ma perché "tipico". Il gesto di invenzione della tradizione viene implicitamente legittimato come "ricostruzione" di una tradizione "autentica", che interpreta un´esigenza quasi religiosa di memoria collettiva. Scrive Jackson: «solo le rovine danno un incentivo efficace per la rinascita, per un ritorno alle origini. È necessario un intervallo di morte o di oblio, prima che possa davvero parlarsi di rinnovamento o di riforma».

Pensieri consolanti, in un Paese che va, moralmente e fisicamente, in rovina? È davvero necessario che Pompei e la Domus Aurea cadano a pezzi, per innescare nei cittadini una qualche voglia di riscossa? Dopo la frana di Giampilieri di un anno fa (18 morti), dobbiamo aspettare che franino l´una e l´altra sponda dello Stretto per accorgerci che non basta "dichiarare l´emergenza" come fece allora il governo, ma bisogna "curare" il dissesto idrogeologico anziché posare le prime pietre di un faraonico Ponte? Ma la riflessione sulle rovine, nella tradizione occidentale, non è consolatoria, è tragica.

Il detto famoso di Beda il Venerabile («Finché starà il Colosseo, starà Roma; e finché starà Roma, starà il mondo») non è un grido di trionfo, è un ammonimento e un allarme. Scrivendo nell´VIII secolo, Beda non si riferiva al Colosseo nel suo pieno fiorire, luogo di spettacoli che accolse per secoli decine di migliaia di spettatori, ma già (come oggi) a un gigantesco rudere che continua a morire a ogni istante, eppure vive ancora. Perciò le foto di Jack London a San Francisco dopo il terremoto del 1906 indugiano su chiese semidistrutte, ma ancora in piedi, su edifici in frammenti, ma riconoscibili. Fra la rovina (il frammento) e l´intero c´è una corrente di senso: fin quando la rovina è riconoscibile, invita il lavoro della memoria, la pietà della ricostruzione, l´intelligenza della riflessione storica. Perciò le rovine segnalano sì un´assenza, ma al tempo stesso incarnano, sono una presenza, un´intersezione fra il visibile e l´invisibile. Ciò che è invisibile (o assente) è messo in risalto dalla frammentazione delle rovine, dal loro carattere "inutile" e talvolta incomprensibile, dalla loro perdita di funzionalità (o almeno di quella originaria). Ma la loro ostinata presenza visibile testimonia, ben al di là della perdita del valore d´uso, la durata, e anzi l´eternità delle rovine, la loro vittoria sullo scorrere irreparabile del tempo.

Memoria di quel che fummo, le rovine ci dicono non tanto quel che siamo, ma quello che potremmo essere. Sono per la collettività quel che per l´individuo sono le memorie d´infanzia: alimentano la vita adulta, innescano pensieri creativi, generano ipotesi sul futuro. Così le rovine (dei monumenti, delle istituzioni, dei valori) ci ricordano col loro crollo quotidiano che non possiamo essere solo spettatori. Nel segno della morte, alzano una barriera fra i viventi, sono segno di contraddizione: di qua chi al crollo reagisce con sdegno e volontà di rimedio, di là i distruttori di mestiere, che nei crolli e nelle rovine vedono solo occasioni di far bottino, e a chi si sdegna rispondono con battute e sberleffi, e l´inevitabile, miserevole invito a "non strumentalizzare" (è successo, in alcune servili reazioni dopo il recente crollo a Pompei).

Ma nelle rovine di quel che fu Roma peschiamo almeno questa citazione (da Seneca): è capace di indignazione solo chi è capace di speranza. Guardiamo dunque attentamente le rovine che si addensano intorno a noi, ma guardiamole con occhi allarmati. Hanno molto da dirci, se sappiamo interrogarle. Se non le consideriamo "inevitabili", ma prodotto di incuria a cui porre rimedio. Lasciamo alla loro morte morale chi danza cinicamente sulle rovine. Prendiamoci la vita, la lezione etica e politica che viene dalla memoria e dalla solidarietà collettiva, dalla volontà di rinascita. L´Italia lo merita.

L´intimazione da Bastia Umbra è la penultima mossa d´una partita abilmente giocata: dimettersi, visto il punto morto nel quale sta, affinché siano ridefiniti programmi e confini dell´area governativa; è sottintesa l´incompatibilità del nuovo corso con l´attuale mezza signoria (deve fare i conti con la Lega); altrimenti l´uscita dei ministri Fli e l´avaro sostegno esterno, concesso o negato nei singoli casi, aprono la fase agonica.

Lo junior non poteva impedire la fusione (chiamiamola fagocitosi): ha salvato un nucleo, mentre i colonnelli convolavano al banchetto; meglio perderli che trovarli; da allora raccoglie consensi contestando l´impronta abnorme della politica governativa; una destra degna del nome prende sul serio Stato, interesse collettivo, legalità, dialettica parlamentare. Il conflitto era nelle cose: Dominus Berlusco, analfabeta in politica, va allestendosi un regno amorfo, fondato sul potere economico e mediatico, mentre i modelli rinascimentali italiani, superando l´anarchia comunale, sviluppavano strutture statali. Siccome i controcanti lo disturbano, risponde a modo suo: s´era acquisito larga parte dello stato maggiore An; accerchia l´antagonista; minaccia d´espellerlo (gesti da Sant´Uffizio o Politburo); infine, gli scatena addosso i giornali della casa. Sinora risulta perdente: contro Tortuga è nato un nuovo partito, della destra pulita; non sappiamo quanti voti conti ma in stile, idee, lessico, sbaraglia l´invasore pifferaio.

Dopo diciassette anni suonano male, moneta falsa, gli slogans con cui s'era impadronito della piazza: resta spaventosamente ricco, gonfiandosi ogni giorno (Dio sa quanto abbia accumulato dal 1994); è l´unica sua abilità, strepitosa, unica al mondo, con i rischi contro cui voleva premunirsi mediante scudi immunitari. Tolti i famigli, cortigiani, sgherri, odalische, strimpellatori, ruffiani, postulanti vari, prima o poi svaniscono i fumi della sbornia: trent´anni d´ipnosi televisiva lasciano guasti permanenti e i sopravvissuti li pagheranno cari nelle decadi future, ma qualcosa rimane dell´atavico discernimento; gl´Italiani sono gente cinica, notava Leopardi («Discorso sopra lo stato presente» dei loro «costumi»), filosofi d´istinto, anche i più ignoranti, quindi vedono le cose quali sono sotto belletto, parrucche, maschere. Sarà una partita interessante: pifferi, tamburi, tromboni, contro sguardi svegli, equazioni d´interesse, sentimenti; ed esito dubbio, molto temibile essendo l'Olonese. Guai a chi lo considera innocuo (vedi le nefaste furberie bicamerali), ma non ha più materia d´incantesimo: qualunque cosa dica o mimi, suona vecchia; l´hanno visto irresistibile solo pro domo sua; cederà voti alla Lega, né stupirebbe un cospicuo travaso nell´autentica destra.

Dove siamo e cosa sia augurabile, lettori curiosi possono indurlo dalla stampa equidistante (tale afferma d´essere, usando metri variabili). Ecco tre reperti. Il primo (E. Galli della Loggia, Corriere della Sera, 1 novembre 2010) parla chiaro: abbiamo un governo inerte; non capisce gli avvenimenti, remoto dal paese, stupidamente arroccato; chi lo guida commette imperdonabili défaillances, mentre reggi coda ipocriti, fautori della linea dura, alle sue spalle ne dicono d´ogni colore; in patologie simili i partiti vivi s´interrogano su quel che non va, cominciando dal capo «ingombrante»; non ha idee; s´è reclutato un personale da corte dei miracoli; bassi livelli intellettuali, maniera «plebea». Da quanti anni lo sapevamo. Il secondo diagnosta (S. Romano, ivi, 3 novembre) interviene a difesa enumerando i mirabilia governativi: nel libro dei sogni figurano invisibili opere pubbliche e persino «il recupero dell´evasione fiscale»; passando al premier, spende l´eufemismo «goliardico», salvo ammettere che i fatti de quibus stiano «divertendo il mondo» e lui parli troppo, malaccorto. Infine, auspica pace tra i due: se no, andiamo alle urne; abominevole l´ipotetico governo tecnico. Il terzo medico (P. Battista, ivi, 8 novembre) deplorava i dissidi interni, ammonendo lo junior, quasi non fosse in ballo il modo d´intendere politica, Stato, governo. Stavolta definisce «irrealistico», quindi «velleitario», il disegno d´un centrodestra che non abbia più B. «suo indiscusso e carismatico leader». Seguono rilievi deprecatori sull´anomalia d´un presidente della Camera che intima al premier d´andarsene: se crisi dev´essere, avvenga nelle aule; e la sfiducia non tocchi le questioni della spesa. Poi l´ammette, il nuovo partito è cosa seria, «forza politica vera», «anima autentica». Mosso da «consiglieri rancorosi», voleva liquidare il dissenso in sede disciplinare, pessima idea. Vero, ma era impossibile comporlo politicamente: B. vuol essere padrone nel partito, governo, parlamento, Stato, corti giudiziarie, oltre alle aziende e mille società, on shore, off shore, insomma dappertutto; G.F. difende una visione liberale. Severo l´ammonimento finale: non s´immischi in maggioranze spurie, irrispettose della «volontà popolare»; se la rottura è irreversibile, accetti l´ordalia elettorale, anche con l´attuale «orribile» legge (perfidamente combinata in extremis dal secondo governo B., verrebbe ancora comoda).

«It´s very clear», cantava Nat King Cole: gli «equidistanti», o almeno due dei tre, piangono sulla scissione (evento positivo, salutiamolo, il primo da quando è caduto il Caf, quasi vent´anni); volevano il Pdl ubbidiente al «capo carismatico», signore d´una Italia regredita nei secoli; auspicano che dal bagno elettorale esca vittorioso, forte, giovane (succede nell´alchimia, quando il re vecchio, malato, esausto trasmuta); in tale chiave va inteso l´aborrimento della maggioranza nuova emersa dalle Camere e governo-ponte; la qualificano proditoria, postulando una Repubblica plebiscitaria germinata nella cosiddetta «costituzione materiale». In mano ignorante formule tecniche diventano grimaldelli. Le conclusioni discendono a contrario. Piove dalle stelle l´ultima occasione della svolta che scongiuri un futuro caraibico: se hanno la testa sul collo, gl´interessati concertino due punti, regole elettorali e conflitto d´interessi; quando finalmente il quadro sia fisiologico, rimosso il pirata, destra e sinistra giocheranno le rispettive carte.

Pennellate gialle contro piste protette. E un «patto» tra automobilisti e ciclisti per affrontare il nuovo corso delle piste ciclabili cittadine. L’assessore Masseroli vuole andare avanti con le strisce gialle che delimitano le aree per le biciclette. C’è già un progetto pilota che parte da Melchiorre Gioia per raggiungere la periferia Est della città, fino a Forlanini. Pennellate gialle contro piste protette. E un «patto sociale» tra automobilisti e ciclisti per affrontare il nuovo corso delle piste ciclabili. Palazzo Marino intende andare avanti con le strisce gialle «pitturate» sulla strada che delimitano le aree per le biciclette. C’è già un progetto pilota che parte da Melchiorre Gioia per raggiungere la periferia Est della città, fino a Forlanini.

Una scommessa che l’assessore all’Urbanistica, Carlo Masseroli vuole giocare fino in fondo. Anche se i primi risultati non sono stati incoraggianti. Il modello «berlinese» stenta a prendere piede. Come nel caso della Cerchia dei Navigli — con le strisce gialle dal Policlinico alla biblioteca Sormani — dove le auto se ne infischiano delle corsie riservate e invadono prepotentemente lo spazio destinato alle bici. Tanto che il Comune ha dovuto inserire dei piccoli dissuasori per evitare incidenti e invasioni di campo. «Sono convinto che in città — attacca Masseroli — stia maturando la voglia di muoversi anche in bici. La grande sfida è generare delle regole nuove di convivenza tra pedoni, auto, biciclette e moto. Questo è il concetto del progetto pilota che vogliamo realizzare». E a differenza della Cerchia dei Navigli, un vecchio progetto dell’amministrazione, la nuova sperimentazione avrà delle regole ben precise: «Stiamo individuando delle vie dove si possano muovere insieme i vari tipi di veicoli, con dei limiti di velocità e con priorità ciclabile».

Una «rete di mobilità ciclabile» sul modello berlinese, insiste Masseroli, con una segnaletica molto leggera. «Perché non dobbiamo pensare alle piste ciclabili come a delle infrastrutture e neanche come una guerra tra auto contro bici». Restano i comportamenti scorretti degli automobilisti, liberi di scorrazzare negli spazi riservati alle bici: «Stiamo introducendo delle nuove regole ed è chiaro che devono essere assimilate dalla cittadinanza. Non mi stupisce che le prime pennellate trovino una certa incomprensione. Il rispetto delle regole crescerà quanto più la gente userà le piste ciclabili. E le userà quando ci saranno dei percorsi che ti permettono di muoverti veramente in città. È chiaro che per raggiungere questo obiettivo ci vuole un patto sociale tra automobilisti e ciclisti, ci vuole fiducia e ci vuole coraggio».

Per questo, accanto alla sperimentazione nella zona Nord-est, si procederà alla definizione di massima di una «rete ciclabile» dell’intera città. «E chiederemo ai cittadini — conclude Masseroli — di darci i loro suggerimenti via per via, strada per strada. Così da non calare il progetto dall’alto o di entrare in modo violento sulla città, ma di dare a tutti un’opportunità in più».

postilla

Al solito commoventi, queste eroiche “scommesse” dove la posta in palio è sempre la pelle altrui, perché tanto poi ai convegni basta usare la parola magica del “ma il problema è un altro”. No?

Sembrerebbe contenere qualche grano di ragionevolezza, la dissertazione di Masseroli, se non facesse a pugni con tutto il resto del mosaico di cui necessariamente si compone il tema: l’organizzazione urbanistica, l’orientamento prevalente della mobilità e dei rapporti di forza relativi fra i vari modi, le possibilità di rete continua, magari a scala un po’ più ampia del piccolo gruppo di isolati. E poi, molto poi, anche l’approccio psico-sociale-culturale, che come tra l’altro ci insegnano decenni di cultura architettonica e urbanistica non sgorga spontaneo dall’anima, risucchiato su dalla Provvidenza assessorile e da un predicozzo mediatico, ma da quelle forme virtuose di rapporto pubblico/privato che sono i dialoghi fra spazi fisici e comportamenti individuali. Tanto per fare qualche nome noto e riassumere il concetto, si può buttare lì, che so William “Holly” Whyte (sponsor della giovane Jane Jacobs a suo tempo), o per passare ai vivi il danese Jan Gehl. I quali ci raccontano appunto come la civiltà, l’educazione, le pie intenzioni, siano tutte cose sacrosante, ma che è la pubblica amministrazione a doverne tener conto, nelle sue politiche spaziali, che si traducono in regole e interventi diretti coerenti. Non viceversa. Eh? (f.b.)

Brutto mese novembre: era novembre quando il Po, nel 1951, ha allagato il Polesine, la prima grande tragedia nazionale, che riuscì a mobilitare emozione e solidarietà in tutto il Paese, appena uscito dalla guerra, e impegni perché non succedesse più; era il 4 novembre 1966, in pieno boom economico, quando le acque dell'Arno e le fogne di Firenze hanno invaso quella straordinaria città, e le acque dell'Adige hanno invaso Trento e il mare ha allagato Venezia; anche allora emozione e solidarietà e anche allora impegni perché non succedesse più. Era novembre quando ci sono state le grandi alluvioni del Piemonte nel 1994; ormai sempre meno emozione e qualche soldo agli alluvionati in modo che ricostruissero proprio dove le loro case e fabbriche erano state spazzate via. E' novembre ancora adesso che stiamo soffrendo per il dolore di tante famiglie nel Veneto e in Toscana e in Calabria e in Sicilia.

Se il mese di novembre è brutto perché i meteorologi dicono che le piogge intense si formano dallo scontro di masse di aria fredda e calda sulla nostra penisola, stesa là nel Mediterraneo fra Europa e Africa, anche tutti gli altri mesi dell'anno sono cattivi per frane e allagamenti: giugno Versilia (1996); luglio Ofanto e Manfredonia (1972), Valtellina(1987); settembre Soverato in Calabria (2000); ottobre Salerno (1954) e Genova (1970), e così via.

"Calamità naturali", le chiamano, ma la natura non è né buona né cattiva: fa il suo mestiere che è quello di far circolare aria e acqua sugli oceani e sui continenti, così come il "mestiere" dell'acqua piovana consiste nello scendere dalle montagne e dalle colline al mare lungo le strade di minore resistenza, i torrenti, i fiumi i fossi, con maggiore o minore velocità a seconda di quello che incontra sul terreno, cose ben note e prevedibili.

I guasti vengono dal fatto che noi umani ci comportiamo sul territorio come se queste leggi non esistessero, costruendo strade e case, ponti e fabbriche e campi dove ci torna comodo, secondo piani che dovrebbero essere "regolatori", cioè adatti a regolare le scelte sulla base delle leggi della natura, ma che invece non tengono conto di tali leggi, anzi spesso operano contro di loro. L'unico sistema per evitare allagamenti e frane consiste nel predisporre sistemi per rallentare il moto delle acque con la vegetazione e i boschi e nel lasciare libero lo spazio di scorrimento delle acque nel loro cammino verso il mare. Purtroppo le valli sono spesso le zone più desiderabili per le costruzioni; i fondovalle sono stati occupati da strade e città a spese della vegetazione; sono state interrotte le strade naturali predisposte dalle acque per la loro discesa.

E' uscito di recente un libro scritto dall'economista Giovanna Ricoveri, intitolato "I beni comuni" (Jacabook, 2010) in cui viene ricostruito il processo con cui si è formata la proprietà del suolo; in tempi medievali la terra era "del principe", cioè dello Stato, che stabiliva dove dovevano o non dovevano essere costruite le città e i villaggi, come dovevano essere protetti o rinnovati i boschi, con leggi che sono arrivate spesso abbastanza intatte fino allo stato unitario, addirittura fino alla metà del Novecento. Queste leggi stabilivano che non si doveva costruire sulle rive dei fiumi e dei laghi perché si doveva lasciare spazio alle acque di muoversi nei periodi di piena che si manifestano in maniera abbastanza regolare e prevedibile, m,a soprattutto perché erano di proprietà del principe cioè, dello Stato (in termini più moderni erano "demanio statale").

Rive, boschi, fiumi possono essere usati come beni comuni dal "popolo" ma sotto il controllo dello Stato che ne è l'unico padrone nel nome del popolo stesso.

Le opere di salvaguardia del territorio, di pulizia e controllo dei fiumi, sono venute meno; lo stato, ormai ridotto con la lettera minuscola, per far soldi ha venduto e ceduto i beni collettivi cioè la base per la salvaguardia dei cittadini da alluvioni e frane, ha lasciato costruire secondo gli interessi dei proprietari privati dei suoli. Sorprende che in nessuno dei molti programmi dei vari "partiti" che si formano e disfano nell'attuale momento politico, figuri mai la parola "riassetto del territorio", che significa, in primo luogo, difesa del suolo contro l'erosione, almeno dove è ancora possibile farlo, regolazione e sistemazione e pulizia dei corsi di acqua, dai torrenti di montagna ai fianchi delle colline, ai grandi e piccoli fiumi, ai fossi di pianura, con l'unico imperativo di assicurare che l'acqua scorra senza violenza e senza ostacoli verso il mare, suo unico destino finale.

Ciò significa opere di rimboschimento, edificazione secondo criteri che lascino libere le acque di muoversi, dalle valli fino agli scarichi dei tombini urbani i cui intasamenti riescono a paralizzare per ore molte città (e ne sappiamo qualcosa anche da noi in Puglia). Purtroppo queste opere sono "competenza" si fa per dire, di innumerevoli enti, dai piccoli comuni, alle metropoli, alle Regioni, ai Ministeri, ciascuno dei quali opera per suo conto. Eppure una politica del territorio e di "prevenzione civile", ben diversa dalla protezione civile che appalta opere per riparare guasti già avvenuti ma che si sarebbero potuti prevenire, creerebbe posti di lavoro, contribuirebbe alla soluzione di problemi dell'energia e del traffico, offrirebbe occasioni produttive secondo i progetti "ecologici" e sostenibili. Soprattutto stimolerebbe una ripresa della moralità perché la moralità verso la natura è premessa per la moralità privata e pubblica. Sembra che l'uomo abbia perso la capacità di prevedere e prevenire: per questo finiamo così spesso sott'acqua.


Un governatore, Galan, che ha ricoperto il Veneto di cemento ed è stato promosso ministro dell’Agricoltura. La sua ex-segretaria che in pochi anni diventa uno dei più grandi imprenditori del mattone, maneggiando somme a nove zeri con società in Italia e a San Marino. E poi esponenti di spicco del Pdl che la fanno da padroni nel settore delle grandi opere. Succede nel Veneto, regno del centrodestra.

Adesso, però, è arrivata l’alluvione. Quando le acque si saranno ritirate, oltre ai campi devastati potrebbe emergere una storia imbarazzante per il Pdl e la Lega, che oggi tuona contro Roma e Pompei, ma era nella maggioranza di Galan.

“I fenomeni naturali che si sono verificati in Veneto rientrano nella normalità. È normale che in autunno si registrino piogge di tali intensità e durata”. Così la Società Italiana di Geologia Ambientale. Ma allora perché il Veneto è diventato un lago? Il governatore Luca Zaia non ha dubbi: il cemento non c’entra. Chissà, forse anche perché il cemento è una questione spinosa per la sua maggioranza.

Più d’uno da queste parti solleva il dubbio: l’alluvione potrebbe essere conseguenza della cementificazione selvaggia voluta dal centrodestra e soprattutto da Giancarlo Galan, il governatore “Doge” che regnando dal 1995 al 2010 ha costruito come nessun altro. Autostrade, centri commerciali, capannoni, paesi nuovi di zecca (spesso deserti). In pochi anni il paesaggio è stato stravolto. I dati del Centro Studi dell’Università di Padova confermano l’impressione: dal 2001 al 2006 sono state realizzate abitazioni per 788 mila persone, quando la popolazione è aumentata di 248 mila. Sono state rilasciate concessioni per 94 milioni di metri cubi di costruzioni, l’equivalente di una palazzina alta e larga dieci metri e lunga 1.800 chilometri. Nel solo 2002 sono stati costruiti 38 milioni di metri cubi di capannoni. Ma soprattutto: la superficie urbanizzata in Veneto è aumentata del 324% rispetto al 1950 (mentre la popolazione è cresciuta del 32%).

Perché l’acqua diventa disastro

Un cambiamento che può aver trasformato una forte pioggia in un disastro. “La terra lascia penetrare l’acqua, mentre il cemento è impermeabile e favorisce le alluvioni”, spiega Adone Doni, portavoce del Cat, Comitato Ambiente e Territorio della Riviera del Brenta.

Così la pioggia rischia di mettere a nudo la rete di potere del centro-destra. Sono decine di personaggi, magari sconosciuti, che con le loro opere cambiano la vita di milioni di veneti. Come Claudia Minutillo: fino a pochi anni fa segretaria e strettissima collaboratrice di Galan. Poi il grande salto nel mattone: Minutillo, classe 1963, ha i contatti giusti, anche grazie al marito console di San Marino (che ha siglato accordi con la Regione Veneto). In men che non si dica si ritrova a capo di un impero, ha partecipazioni e incarichi in quasi venti società.

Mattoni e giornali

Con la sua Adria Infrastrutture sta puntando a realizzare opere da miliardi: la “Via del mare”, superstrada a pedaggio che collegherà la A4 con Jesolo, il Passante Alpe Adria, 85 chilometri di – contestatissima – autostrada attraverso il Cadore. Poi il Terminal merci al largo di Rovigo e il Terminal di Marghera. Minutillo ha alleati forti: nella Adria Infrastrutture e nella Infrastruttura Sa (finanziaria con sede a San Marino) ecco Alberto Rigotti, il filosofo-imprenditore vicino alla Compagnia delle Opere, che ha comprato il gruppo editoriale E-Polis. L’alleanza dei signori del mattone si cementa nei quotidiani. Dentro E-Polis ci sono Mantovani (storico colosso del settore), Minutillo e Vito Bonsignore, europarlamentare berlusconiano e uno dei signori delle autostrade. Inchiostro e cemento, in Veneto si tengono stretti: Il Gazzettino, storico quotidiano locale, è di Caltagirone (editore anche di Leggo). Insomma, difficile trovare un giornale nemico del mattone.

Intanto il Pd nicchia o si divide. Alcune sue figure storiche, come Lino Brentan, seguono la via del pragmatismo (che l’ha portato nel cda di 11 società autostradali). Pochi criticano la politica del mattone del Pdl. Quasi nessuno fa notare il potenziale conflitto di interessi di figure come Lia Sartori, deputato europeo del centrodestra (con un passato, tra l’altro, nella commissione Trasporti). Proprio lei che è stata assessore regionale ai Trasporti e poi presidente del Consiglio regionale e che attraverso la società di progettazione Altieri ha collaborato con la Mantovani.

Ecco la rete del cemento veneto. In tanti, anche nel centrosinistra, speravano che Zaia prendesse le distanze. Ma non è stato così. E il Governatore adesso rischia di restare impantanato nel fango lasciato dalle piogge.

Per il sistema di potere nel Veneto e I suoi effetti territoriali vedi anche l’articolo di Adone Doni e Mattia Donadel in eddyburg.it

Filo rosso. Disposti a tutto

Concita De Gregorio

Gli ultimi giorni di governo potrebbero passare da Pompei. Pompei che non ha ancora smesso di crollare, si apriva così ieri sera la trasmissione di Fazio e Saviano: quanti tipi fossero e che nomi avessero le prostitute a Pompei. Prostitute e Pompei: così l'Italia sui giornali di tutto il mondo. Il Paese è un bordello per potenti, è Ruby e le altre. E il paese che lascia crollare Pompei. Sulla carta, alla Camera, ci sono i numeri per sfiduciare il ministro della Cultura Sandro Bondi e far esplodere in Parlamento la crisi che da settimane si trascina. La mozione sarà presentata dal Pd, potrebbe essere condivisa da parte del centrodestra, per primi i finiani. Fabio Granata ha detto: «L'Italia e la sua cultura meritano ben altro di un ministro che è sostanzialmente ed esclusivamente solo ministro della Propaganda». Ora che il cerino passato per mesi di mano in mano si è spento, ora che la Lega - da azionista di riferimento qual è - detta le sue condizioni, potrebbe essere Bondi l'imprevisto. Un voto sul disastro in cui precipita il patrimonio culturale nazionale Resto su Pompei. Resto perché questo giornale non ha mai smesso, dai giorni delle parate di Bertolaso (dai giorni in cui si assumevano persone e si annunciava alla stampa la lotta al randagismo, si costruivano passerelle per il passaggio dei potenti e guarda caso venivano giù i Casti Amanti) neppure un momento ha smesso di raccontare, con Luca Del Fra, cosa succede a Pompei. Meglio: cosa non succede. Leggete la lettera che gli archeologi, gli architetti e gli storici dell'arte hanno scritto a Giorgio Napolitano. Caro presidente, «in nome di un managerialismo di facciata, condito da commissari che tanti episodi giudiziari stanno provocando, sono state calpestate e si vogliono calpestare competenze di altissimo livello», intervenga lei, «la misura è colma considerata l’inadeguatezza nella gestione del più grande patrimonio del mondo». Inadeguatezza. Leggete cosa scrive a Bondi Luisa Bossa, già sindaco di Ercolano ora deputata Pd: «Lei ha detto: 'Se avessi la certezza di avere responsabilità in quanto accaduto mi dimetterei". Ci credo. Ma le chiedo: "Se il responsabile non è lei, chi è?". Non veniteci a dire che la casa è crollata per la pioggia. lo stessa - lei se lo ricorderà - le ho chiesto, per due volte, nell'Aula di Montecitorio, a gennaio e giugno di quest'anno, come stessero davvero le cose a Pompei. Segnalai l'uso di mezzi pesanti negli scavi, la mancanza di misure di sicurezza per la stabilità dei cantieri, il deturpamento del Teatro grande durante il restauro, la preoccupazione di studiosi, associazioni e sindacati. Lei mi rispose con garbo e fermezza. Disse che il nostro era disfattismo e che a Pompei si stava facendo un "lavoro straordinario". Ecco il risultato». Disfattismo. Le pareti delle strade italiane sono invase di manifesti. Dicono, sotto la foto di ragazzi e ragazze «Giovani disposti a tutto», è indicato un sito internet. Sono veri o falsi? Giuseppe Provenzano e Bruno Ugolini svelano il mistero: sono falsi. Vi diciamo in anteprima in quale ambito vanno cercati i loro autori: i "disposti a tutto" sono precari, atipici, invisibili. Ma attenzione. Perché i manifesti stanno cambiando. I più recenti hanno un'aggiunta. L'ultima versione è "giovani NON disposti a tutto". Un "non" aggiunto col pennarello, certe rivoluzioni cominciano anche così.

«Ministro, vada via». Sindacati, opposizioni e ambientalisti. Tutti contro Bondi

Luca del Fra

Un ministro sotto assedio: le associazioni, i sindacati, gli organismi territoriali, le forze politiche insorgono dopo le dichiarazioni rilasciate l'altro ieri da Sandro Bondi di fronte allo sfacelo della Schola Armaturarum, mentre la procura di Torre Annunziata ha aperto una inchiesta. Piovono le richieste di dimissioni, mentre il Pd sta preparando una relazione sulla gestione del sito di Pompei, funzionale a chiedere la sfiducia del ministro, dopo che mercoledì avrà riferito al Parlamento. Tiene il profilo basso il procuratore capo Diego Marmo: «Il fascicolo aperto oggi dalla Procura di Torre Annunziata per il crollo della Domus dei gladiatori — ha spiegato — è un atto dovuto, che servirà ad accertare se ci siano state responsabilità». Ma non è certo la prima inchiesta sulla situazione che si è creata a Pompei, già un primo fascicolo, aperto mesi fa per la denuncia di Gianfranco Cerasoli, responsabile Uil per i Beni Culturali, riguardava la gestione del commissario Marcello Fiori, che Bondi si ostina a difendere. «In nome di un managerialismo di facciata, condito da commissari che tanti episodi giudiziari stanno provocando, sono state calpestate e si vogliono calpestare competenze di altissimo livello»: così scrivono a Giorgio Napolitano gli archeologi, gli architetti e gli storici dell'arte di Assotecnici. Chiedono un intervento poiché conclude la loro lettera: «La misura è colma, considerata l'inadeguatezza nella gestione del più grande patrimonio del mondo». È irrituale la richiesta al Presidente della repubblica, ma i toni sono quelli. Il deputato del Pd Luisa Bossa, già sindaco di Ercolano, scrive invece allo stesso Bondi: «Lei ha detto: "Se avessi la certezza di avere responsabilità in quanto accaduto mi dimetterei". Ci credo. Ma le chiedo: "se il responsabile non è lei, chi è?". Non veniteci a dire che la casa è crollata per la pioggia. Io stessa — e lei se lo ricorderà — le ho chiesto, per due volte, nell'Aula di Montecitorio, a gennaio e giugno di quest'anno, come stessero davvero le cose a Pompei. Segnalai l'uso di mezzi pesanti negli scavi, la mancanza di misure di sicurezza perla stabilità dei cantieri, il deturpamento del Teatro grande durante il restauro, la preoccupazione di studiosi, associazioni e sindacati. Lei mi rispose con garbo e fermezza. Disse che il nostro era disfattismo e che a Pompei si stava facendo un "lavoro straordinario". Ecco il risultato». È proprio la mancata assunzione di responsabilità che ha fatto scendere sul piede di guerra tutte le associazioni che riuniscono gli archeologi italiani: «Mi pare che Bondi non abbia compreso quello che è successo a Pompei— dice perplessa Giorgia Leoni, presidente della Confederazione italiana archeologi —: né da un punto di vista fisico, perché la Schola e i suoi affreschi sono praticamente irrecuperabili, visto che erano già stati restaurati pesantemente. Ma il ministro non ha neanche capito che stanno crollando uno per uno proprio quei siti archeologici da lui commissariati: prima le arcate di Traiano alla Domus Aurea, poi il Colosseo e ora Pompei. I commissariamenti portano la sua firma, e le responsabilità di queste gestioni, che hanno mortificato le competenze scientifiche, ricadono su di lui: ne tragga le dovute conseguenze». Anche l'Associazione nazionale archeologi non ha dubbi: «L'attuale compagine governativa si vanta di saper amministrare — insiste il vicepresidente Salvo Barrano —, ma oltre ad aver speso male non ha saputo gestire bene il personale: dei 30 archeologi assunti nel 2009 nessuno è stato destinato a Roma e Pompei, proprio i luoghi dove sono avvenuti i crolli. Ora aspettiamo di sentire cosa dirà Bondi in Parlamento». I democratici stanno lavorando a un documento articolato in quattro punti: «Innanzi tutto c'è l'illegittimità del commissariamento, sancita dalla Corte dei conti — scandisce Matteo Orfini responsabile cultura del Pd —, in secondo luogo la modalità discutibile della spesa, con appalti in deroga mentre nei commissariamenti di Roma si è preferito seguire la prassi degli appalti regolari; si aggiunga, al terzo punto, che gli appalti in deroga sono serviti per iniziative che nulla avevano di urgente ed erano solo fuffa della cosiddetta valorizzazione che ha fatto passare in secondo piano la sicurezza e la tutela; infine siamo profondamente contrari alla trasformazione della sovrintendenza archeologica in fondazione, siti dell'importanza di Pompei dovrebbero restare sotto la vigilanza dello Stato». Da Italia Nostra arriva l'iniziativa di riunire tutte le associazioni per la tutela del patrimonio in un documento che chieda le dimissioni di Bondi: «Le responsabilità del ministro sono oggettive - spiega Maria Pia Guermandi - Pompei è stato il laboratorio di una politica di immagine che nascondesse i tagli alla cultura e ha provocato solo disastri. Non solo la procura, ma anche noi stiamo analizzando i bilanci del commissariamento: mentre si sperperava denaro a nessuno è venuto in mente di fare una semplice cabaletta di drenaggio che avrebbe evitato il disastro alla Schola e poco tempo fa la casa di Polibio, appena restaurata, ha avuto il cedimento di una trave. I soldi sono stati spesi a maggior gloria dell'allora commissario Fiori, la cui gestione continua con la presenza a Pompei di Nicola Mercurio, oggi esponente del PdL e in passato autista di Nicola Cosentino, e da lui assunto. Nessuno si vuole rendere conto che Pompei è una bomba che sta per esplodere per l'incuria, e ora più che mai ha bisogno della cura di archeologi e di tecnici, non di manager.

«È una Caporetto del managerialismo di eventi mediatici»

Luca del Fra - L'Unità

Il piano c'era eccome! Ed è stato anche operativo fino all'inizio dei commissariamenti» — spiega il professor Pier Giovanni Guzzo, e il professor Salvatore Settis gli fa eco: «Bisogna ricacciare in gola tutte queste scempiaggini sui manager a chi le sta dicendo». Arrivano secche come legnate le smentite alle dichiarazioni fatte dal ministro Sandro Bondi il giorno dopo l'ennesimo disastro avvenuto a Pompei. Il crollo della Schola Armaturarum sta facendo il giro del mondo e finalmente i riflettori si accendono sul sito archeologico che tutti ci invidiano e su cui è stato perpetrato uno scempio con piglio davvero manageriale. Il ministro ieri ha invocato un piano per la tutela di Pompei: non si era accorto che era stato già studiato e applicato, ma certo non dai suoi manager e commissari. A parlare è il professore Guzzo, ultimo vero sovrintendente di Pompei fino a inizio 2009: «Si figuri, abbiamo cominciato a lavorarci dal 1997 e per non gravare sul bilancio dello Stato il piano venne finanziato dal World Monument Found, a dimostrazione che anche archeologi e studiosi sanno amministrare e trovare risorse. Nel 1999 il piano è diventato operativo: dei 44 ettari di scavi di Pompei allora solo il 14% era in sicurezza e in pochi anni abbiamo più che raddoppiato arrivando al 31%». Di Pompei parla poco Guzzo, per non alimentare polemiche, ma tiene a precisare: «Tutela e manutenzione non finiscono mai, sono attività da aggiornare continuamente: purtroppo non sono né appariscenti né mediatiche». Insomma interessano poco i supermanager da copertina o da operetta del ministro.

E lui, Bondi, continua indefesso a difendere l'operato di Marcello Fiori, commissario subentrato a Guzzo e rimasto in carica fino a giugno scorso: «La situazione in alcune parti di Pompei è peggiorata durante il commissariamento — spiega senza tentennamenti Gianfranco Cerasoli, responsabile Uil per i Beni Culturali—; le domus su via dell'Abbondanza, guardando a sinistra verso porta Nola, sono a rischio a causa di un terrapieno che preme per le infiltrazioni d'acqua». E non si tratta nemmeno di costruzioni secondarie: «Parliamo delle Case dei casti amanti, dove di recente sono smottati lapilli, di Polibio, di Trebio Valente e perfino delle scale della Casina delle aquile malgrado siano state oggetto dell'intervento del commissario. Ma i tecnici si rifiutano di parlare». A Pompei si è commissariato in base a una falsa emergenza, come ha decretato la Corte dei conti, e poi si è poco badato alla messa in sicurezza: «Della gestione commissariale— spiega Biagio De Felice della Cgil che a Pompei ci lavora — mi ha colpito la mancanza di cultura e l'incomprensione dell'unicità del luogo. Hanno cercato di trasformare gli scavi in una "location" per eventi mediatici anche con spese folli, come i 7 milioni di euro per i discutibili lavori sul Teatro grande. Prendiamo il recupero della Casa dei casti amanti, con ologrammi e multischermi che potevano essere piazzati in qualsiasi altro luogo. Pompei e la sua straordinarietà sono rimaste sullo sfondo. Forse oggi bisogna ritrovare la vera Pompei». ologrammi, spettacolini, immagine.

L'inadeguatezza della gestione commissariale in cifre: 1'80% delle risorse è stato destinato alla cosiddetta valorizzazione invece che alla tutela. È il caso delle Case di Polibio e dei casti amanti dove proprio durante i lavori condotti inopinatamente con mezzi pesanti è avvenuto il primo crollo: entrambe presentate in pompa magna, ma per visitarle occorre una prenotazione e un biglietto supplementare senza riduzioni per anziani e bambini, alla faccia della diffusione della cultura. Malgrado Pompei avesse già una video sorveglianza efficace, ne è stata progettata un'altra che tra le insule pompeiane prevede tralicci così invasivi che i responsabili dei lavori si sono dimessi per la vergogna. Pompei segna la vera Caporetto del managerialismo bondesco, ma Mario Resca, manager di McDonald Italia che l'ineffabile ministro ha trapiantato alla nuova direzione per la valorizzazione del patrimonio, già poche ore dopo l'ultimo crollo invocava un manager da affiancare ai sovrintendenti. Idea ripetuta da Bondi anche ieri: «È la peggiore delle sciocchezze —sbotta il professore Settis—, la vera sfida è trovare professionalità specifiche che abbiano capacità amministrative. Sono stato rettore della Normale di Pisa per 11 anni e nessuno si è mai sognato di volermi affiancare un supermanager”. La realtà è che a Pompei manager e commissari c'erano, a mancare sono stati i sovrintendenti: «Sono state calpestate e si vogliono calpestare competenze in nome di un managerialismo buono per qualsiasi cosa, senza odore e colore, senza qualità».

Una gara per Pompei, ma di bighe

Paolo Berdini – ilfattoquotidiano.it

Appena sei giorni prima del crollo della domus dei Gladiatori sulla via dell’Abbondanza, la cronaca locale del Mattino di Napoli dedicava un’intera pagina al “futuro” del sito archeologico più famoso del mondo. Affermava il sindaco di Pompei, Claudio D’Alessio che “dopo la proposta, mai andata in porto , di allestire set cinematografici nell’area archeologica, l’antica città romana potrebbe diventare punto di riferimento per gli appassionati di cavalli. Potrebbe essere una delle tante iniziative per riportare Pompei al centro dell’attenzione nazionale e internazionale. Ho già avviato uno studio per valutare quali siano le reali condizioni per realizzare un concorso ippico.”. L’articolo diceva poi che si tratterebbe “una sorta di corsa delle bighe dell’antica Roma, riproposta in chiave moderna”.

Straordinario davvero. Il sito archeologico più visitato al mondo e che incassa qualcosa come 20 milioni di euro all’anno, ha bisogno delle bighe per ritornare al centro dell’attenzione. Non ha bisogno di sistematica opera di manutenzione, di completamento dello scavo nelle aree ancora non indagate, di servizi moderni e sempre sofisticati utilizzando le moderne tecnologie, di offerte culturali per aiutare a comprendere la storia urbana dell’antica città. Ha invece bisogno secondo il primo cittadino della corsa delle bighe. Poi arrivano i crolli e veniamo a sapere che, guarda caso, non ci sono i soldi per fare la normale manutenzione.

Il problema è sempre il solito. La pubblica amministrazione viene sistematicamente demolita dai fondamentalisti liberisti che ci governano e da un’opposizione imbelle. Stanno distruggendo le scuole e l’università pubblica, i tagli alla sanità sono ininterrotti; il patrimonio pubblico viene svenduto a pochi soldi. Nel silenzio della politica del palazzo si stanno trasferendo ricchezze dal pubblico al privato: prospera infatti l’istruzione pubblica, le cliniche private ricevono sempre maggiori finanziamenti e il patrimonio immobiliare dello stato andrà a pochi immobiliaristi.

Il gioco è pericolosissimo, perché rischia di minare lo stesso ruolo dello Stato nel nostro paese. Ma è un gioco che fa comodo a molti. A conferma della crisi che attraversa l’Italia vale la pena di riportare dalla stessa pagina del mattino il giudizio entusiasta espresso dalla presidente degli albergatori Rosita Matrone che afferma: “Nel 2008 presentammo come associazione un progetto simile all’ex soprintendente Pietro Guzzo. Proponemmo di realizzare una passeggiata a cavallo all’interno degli scavi. Guzzo non ci ha mai risposto, solo perché, all’epoca, la soprintendenza si è sempre dimostrata chiusa verso le proposta e che arrivano dall’esterno”. Il problema dello sfascio dell’Italia è dunque riconducibile alla rigidità dello stimatissimo ex soprintendente Guzzo.

Una comoda scorciatoia che nasconde le mire sulla privatizzazione di alcuni servizi di Pompei e di parti dell’area archeologica che da tempo sta prendendo forza. Di fronte all’incapacità delle amministrazioni pubbliche a svolgere funzioni “normali”, la soluzione del potere politico ed economico è soltanto quella di demolire ancora di più uno Stato in declino. C’è invece da cimentarsi con il tema difficilissimo -a causa dei guasti che tocchiamo quotidianamente con mano- della ricostruzione delle amministrazioni pubbliche. Tagliando sprechi e inefficienze, ma mantenendo gelosamente le prerogativa di delineare un futuro di cultura e bellezza e non di speculazioni e corse delle bighe.

La gestione emergenziale promette ovunque servizi che non ci sono

Conchita Sannino – la Repubblica

E di rischi trattenuti già a lungo sotto lo stesso cielo archeologico, su cui si posa adesso la carezza autoassolutoria di un ministro. «Ma perché le pietre di un cedimento archeologico sono coperte? Forse per nascondere i pezzetti di affreschi, per raccontare balle? Mah, sarebbe come se a L´Aquila avessero coperto le macerie», sbotta un esigente Pietro Armeni, veneto, al seguito di famiglia ed amici, uno dei 3770 visitatori di ieri, una media ben inferiore agli altri mesi autunnali e agli altri periodi storici. Ma certo: per il fato ostile di un giorno, colpa dell´inverno malinconico che sembra d´un tratto non rispondere più alle invitanti rappresentazioni di Pompei risorta, come dovevano attestare i 79 milioni di euro spesi negli ultimi due anni e mezzo.

Denaro mirato in gran parte su spettacolari concerti, iniziative di promozioni, efficaci promozioni, assai meno per il monitoraggio dei rischi e la messa in sicurezza del sito. È oltre queste transenne che, in una domenica livida, i turisti assaporano il gusto di affacciarsi su macerie millenarie e insieme freschissime. Chissà che lì intorno, anzi lì sotto, nella vertigine tra i crolli di ieri e di oggi, non si aggiri furioso il fantasma di Crescenzio, gladiatore cui inneggiavano le scritte sui muri "parlanti" della città antica, lo stesso atleta che l´eruzione avrebbe sorpreso con la nota dama dal collier di smeraldi, ingioiellata di troppi monili per essere lì, alla settima ora, più o meno l´una del pomeriggio del 24 agosto dopo Cristo, nel quadriportico di Porta di Stabia. Lo racconta anche ieri Mattia Buondonno, la guida dei record, il "Philipe Leroy" degli Scavi che suscita le emozioni dei visitatori illustri, da Bill Clinton al lupanare a Mel Gibson che gli parla in aramaico, da Meryl Streep al matematico Nash che gli faceva, in ogni casa, sempre la stessa domanda.

Ma è abbacchiato anche lui, stavolta. Dallo stesso ingresso da cui, ogni giorno, "Philipe Leroy" dipana la sua favola per cultori e turisti, comincia invece una storia triste, forse preoccupante. Partendo dal Teatro Grande furiosamente rifatto in pochi giorni e tante notti di lavoro dallo staff della Protezione civile. La visita al cuore malato di Pompei.

Proprio a ridosso del teatro, ecco lo spreco e l´abbandono, insieme. Lo spreco di quei grandi prefabbricati trasformati in eterni camerini per attori, lasciati lì, impatto non sostenibile al costo di alcuni milioni di euro, che adesso insistono sull´area del Quadriportico. L´abbandono è quello, a pochissimi metri, dei graffiti antichi, uno di un gladiatore, l´altro raffigura una nave, che stanno sui muri come duemila anni fa: zero copertura sulla parete, zero protezione. Ancora più avanti, prima di svoltare sulla via di Stabia, ecco le assi di legno che chiudono alcuni accessi, sghembe, pericolose, chiodi in evidenza. Sono anomalie su cui indaga, da tre mesi, la Procura della Repubblica di Torre Annunziata. Che stamane, tra l´altro, aprirà un fascicolo «dovuto» sul crollo della Schola Armaturarum. «Il disastro riporta con i piedi per terra lo Stato, ammesso che lo voglia vedere - spiega Biagio De Felice, architetto, voce della Cgil nel grande parco archeologico -. Ci avevano imposto finora la Pompei delle emergenze, poi quella delle apparenze, con decine di milioni spesi nella sola comunicazione. Qui non si tratta di individuare capri espiatori, perché la gestione della Protezione civile, tra sprechi e opinabilissime scelte, ha migliorato alcuni servizi. Qui si tratta di capire quali sono le priorità e a quale prezzo "vendere", o fingere di vendere, il prodotto Pompei. E infine: a beneficio di chi?».

Il denaro speso in questi anni, a sentire De Felice, «ha svuotato la cassa della Soprintendenza, non un soldo dal governo». Prima le gare ad evidenza pubblica dell´allora commissario Renato Profili, l´anziano prefetto poi "destituito" senza motivazioni ufficiali e morto un anno fa; poi la gestione del supercommissario Marcello Fiori e del suo gruppo, uno staff non privo di competenze irrituali, come quella del geometra Nicola Mercurio, già autista del ras del Pdl campano, Nicola Cosentino, e poi capogruppo di quel partito nel piccolo centro di Sant´Antonio Abate, dove almeno grazie a Mercurio arrivavano un po´ di fondi per i resti romani dell´antica Villa in paese. Pazienza se gli archeologici avevano immaginato addirittura di seppellirlo di nuovo, quel sito, pur di non disperdere i fondi in troppi rivoli.

Invece. «Pompei viva», recita continuamente la scritta scolpita nel bronzo dei cancelli nuovi, levigati e bruniti, sugli ingressi di casa del Menandro o dei Casti Amanti, uno slogan che resta il timbro della gestione commissariale, dei poteri in deroga e di una managerialità controversa sulla gestione di materia delicata come la città disabitata, eppure viva, dei pompeiani. Ma basta inoltrarsi lungo gli altissimi lastroni, avanzare sul cocciopesto vero delle antiche dimore o su quello finto prodotto dallo staff dell´ultima gestione romana, e ti accorgi che le Pompei sono due, almeno. Una è la versione patinata, un po´ hollywood, un po´ Adro per via di quel simbolo «Pompei Viva» ripetuto ossessivamente sugli spazi riaperti, stesso titolo della Fondazione (omonima) che non c´è ancora, e di un pacchetto di distinte e affascinanti fruizioni che non ci sono (ancora). L´altra, è la Pompei che si ripiega, a rischio di sbriciolamento.

Alla Regio VI, tredicesima insula, altre quattro assi in legno fradicio ostruiscono il passaggio a una casa. Otto metri oltre, è l´insula XII a denunciare il bisogno di consolidamento: la lunga colonna che sostiene il piano superiore appare gravemente lesionata, il blocco appare letteralmente spaccato in più parti eppure miracolosamente regge: sta in piedi grazie alla forza di gravità che ne impedisce il collasso orizzontale. Ma se arrivasse una scossa di terremoto, neanche tanto elevata di grado, sicuramente queste pietre rotolerebbero giù. Per fortuna, il vulcano non gioca.

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