loader
menu
© 2022 Eddyburg

ArcipelagoMilano.org, 5 febbraio 2019. Una legge dello stato consentirebbe di recuperare parte della rendita da trasformazione urbana a vantaggio della collettività. Ma è completamente disattesa. (m.b.)

Gli oneri urbanistici, come è ben noto, costituiscono lo strumento più adeguato per la tassazione delle rendite emergenti dalla trasformazione urbana e per fornire ai comuni le risorse per il miglioramento delle città: essi vengono imposti nel luogo e nel tempo in cui la rendita di trasformazione si manifesta nonché sotto la diretta responsabilità e il controllo delle amministrazioni pubbliche. Purtroppo gli oneri pagati per prestazioni pubbliche in Italia rappresentano una quota quasi irrisoria delle rendite (fra il 3 e il 5% del valore del costruito, contro il 28-30% della Germania), e gli effetti si vedono bene: le trasformazioni arricchiscono le rendite ma lasciano sul terreno solo briciole per la collettività[1].

Fortunatamente, ma in modo inaspettato, una importante riforma degli oneri di urbanizzazione è stata introdotta nel nostro ordinamento con l’art. 17 del DL 12.9.2014 n. 133, cosiddetto “Sblocca Italia”, e integrata nel Testo Unico delle disposizioni in materia edilizia (DPR 6.6.2001 n. 380, art. 16(L) comma 4.d-ter): esso introduce, al di là degli oneri tradizionali per le urbanizzazioni, un “contributo straordinario” sul maggior valore generato da interventi su aree o immobili in variante urbanistica, in deroga o con cambio di destinazione d’uso (…) in misura non inferiore al 50%”[2]. Si tratta di una norma che finalmente e potenzialmente porta il paese nella schiera dei paesi avanzati e moderni, fortemente federalista e non ambigua. La critica che è stata mossa, di operare un aumento della già elevata tassazione generale o di infierire su un settore, quello edilizio, ancora toccato gravemente dalla crisi, non ha alcuna rilevanza economica: la disposizione opera su un “paradiso fiscale” moralmente illegittimo e iniquo rispetto ad altri settori produttivi e, quanto alla crisi – che è crisi di domanda e non di profittabilità del settore edilizio – essa anzi ne favorisce il superamento in quanto la tassazione viene utilizzata direttamente e totalmente per incrementare la domanda di opere pubbliche e infrastrutture, in un contesto che chiamerei win-win fra settore pubblico e privato.

Alcuni hanno poi subito rilevato che la materia urbanistica ed edilizia è soggetta alla potestà legislativa concorrente delle Regioni (che nel testo del DL viene esplicitamente menzionata) e dunque allo Stato resta solo la possibilità di esprimersi su principi fondamentali. Tuttavia appare del tutto lecito affermare che proprio di un principio generale si tratti, confermato dal fatto che la legge dice esplicitamente che le Regioni possono intervenire solo sul quantum della ripartizione p/p e sulle modalità di versamento e utilizzo del contributo[3]. In mancanza di leggi regionali successive alla legge nazionale, si applica quest’ultima (comma 4bis e 5 del TU).

Dobbiamo dunque considerarci soddisfatti? Purtroppo la risposta non è positiva. E non mi riferisco solo al fatto che molte possibilità esistono ancora di correggere la norma e di ridurre in sede di valutazione i veri plusvalori; ma mi riferisco al fatto che una legge nazionale di principi sia stata, a quasi cinque anni di distanza, quasi totalmente disattesa nella pratica legislativa e attuativa. Nei primi tre anni di vigenza delle legge, essa è stata completamente ignorata dalle Regioni e dalla grandissima maggioranza dei Comuni (oltre che, ed è quasi peggio, dalla nostra “cultura” urbanistica), mentre nel successivo biennio le Regioni l’hanno per la massima parte depotenziata se non disconosciuta con provvedimenti ai limiti – e a mio avviso oltre i limiti – della legalità.

Ho recentemente avviato una raccolta delle decisioni legislative e regolamentari delle Regioni, ancora da completare e verificare, con risultati del tutto sconfortanti. Elenco qui di seguito alcuni principali risultati. Ad oggi mi sembra che le sole regioni che hanno legiferato in modo (quasi) appropriato siano la Liguria (LR 15/2017, con la percentuale del 50%), le Marche (LR 17/2015)[4] e il Piemonte con delibera di Giunta 8 febbraio 2016[5]. La Regione Toscana, con la L.R. 65/2014 aggiornata nel 2017, all’art. 184 afferma: «Con deliberazione della Giunta regionale (…) vengono definite altresì le modalità di attuazione delle disposizioni introdotte con l’articolo 16 del d.p.r. 380/2001» ma non aggiunge alcuna disposizione attuativa. I Comuni sono lasciati soli: alcuni non recepiscono la legge nazionale, altri ci provano con buona volontà definendo criteri propri, altri ancora vanno in senso contrario riducendo gli oneri attuali (Empoli). Un comportamento bizzarro e ambiguo. La Regione Umbria (L. R. 1/2015) cita un contributo straordinario (non quello della legge nazionale), ma lo lega, al di là di ogni immaginazione, alla “adesione volontaria da parte del proprietario alla applicazione di norme premiali”.

Indubitabilmente i peggiori comportamenti sono quelli di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Il Veneto, che comunque possiede un istituto abbastanza simile come il “prelievo perequativo”, dopo aver invano impugnato la norma statale di fronte alla Consulta per violazione delle competenze regionali[6], non ha mai legiferato in materia, lasciando l’incombenza a un pugno di comuni volenterosi. La Regione Lombardia con la LR 12/2005, aggiornata fino al 2017, non ha legiferato ma si è posta palesemente contra legem mantenendo, all’art. 103 comma 1, la dizione: «A seguito dell’entrata in vigore della presente legge cessa di avere diretta applicazione nella Regione la disciplina di dettaglio prevista: a) dagli articoli 4, 5,… 16, … del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380». Una norma palesemente illegittima. E il Comune di Milano si guarda bene dal seguire, come dovuto, la legge nazionale.

La Regione Emilia-Romagna, con la nuova legge urbanistica del dicembre 2017, si rimangia una sua circolare favorevole del 2014 e all’art. 8c1a afferma: «Il contributo straordinario di cui all’art. 16 …. non trova applicazione all’interno del territorio urbanizzato …». Seguono tre pagine di incentivi, sconti sugli standard, premialità volumetriche, riduzione «fino alla completa esenzione» di contributi di costruzione, assegnazione in diritto di superficie di aree pubbliche, abolizione di limiti di densità e di altezza, .…! Il tutto mi pare illegittimo, ridicolo e irresponsabile nei confronti della finanza locale.
Trovo queste posizioni, assecondate dal silenzio della cultura, inquietanti a voler essere minimalisti.

Mentre si moltiplicano le proposte di esperti e istituzioni a favore di una strategia opposta, di riduzione degli oneri per finalità di rilancio edilizio – proposte errate come ho già detto, ma anche totalmente inefficaci per la dimensione già omeopatica degli oneri attuali – si lasciano illanguidire le risorse pubbliche locali e con esse le possibilità di rilancio delle nostre città; e lo si fa disattendendo una legge nazionale e ponendosi, come amministratori, in una posizione oggettiva di procurato “danno erariale”.

Note

  1. Uno studio recente dell’Ufficio Studi della Banca d’Italia ci indica che nel periodo 1950-2012 più di 2/3 dell’aumento del valore reale delle abitazioni è rappresentato dall’aumento del prezzo dei terreni, una percentuale che addirittura sale notevolmente nelle città maggiori.
  2. “L’incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria è stabilita con deliberazione del consiglio comunale (…) in relazione (…) alla valutazione del maggior valore generato da interventi su aree o immobili in variante urbanistica, in deroga o con cambio di destinazione d’uso. Tale maggior valore, calcolato dall’amministrazione comunale, è suddiviso in misura non inferiore al 50 per cento tra il comune e la parte privata ed è erogato da quest’ultima al comune stesso sotto forma di contributo straordinario, che attesta l’interesse pubblico, in versamento finanziario, vincolato a specifico centro di costo per la realizzazione di opere pubbliche e servizi da realizzare nel contesto in cui ricade l’intervento, cessione di aree o immobili da destinare a servizi di pubblica utilità, edilizia residenziale sociale od opere pubbliche.”
  3. La stessa ANCE in una nota del marzo 2016 sul “contributo straordinario” afferma che “la possibilità di poter escludere totalmente la corresponsione di tale contributo non sembrerebbe ammessa”.
  4. Fra le novità del TU sull’Edilizia cui si riferisce, la LR non nomina il contributo straordinario né gli oneri, ma all’art. 3 afferma: «Per quanto non previsto, si applica la normativa statale vigente». Strano modo di acquisire.
  5. La delibera afferma anche che «in sede negoziale potrà essere prevista, quale alternativa al versamento finanziario, la cessione di aree o immobili», prevista dalla legge nazionale. Ma è chiaro che la cessione di aree non colpisce la rendita se i volumi edificabili restano uguali!
  6. Sentenza 68/2016. Si veda anche la conferma nel merito della legge nella sentenza della Consulta 209/2017, nonché nelle sentenze del Consiglio di Stato 4545 del 2010 sul caso pionieristico di Roma e del Tar del Veneto n. 692 del 2017.

Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile.

Wu Ming, 2 luglio 2018. Sulla nefasta convergenza tra pubblico e privato nella città per la "creative class" che nel Student Hotel trova una perverso modello di estrattivismo - sottrazione di risorse materiali e sociali per il profitto di pochi - replicabile in ogni città. (i.b.)

«Everybody should like everybody».

La scritta inizia in via Fioravanti, poi gira l’angolo e si conclude in via Tiarini. È una frase tracciata sul muro, a lettere enormi, di fronte al municipio di Bologna, senza pietà alcuna per la graffitofobia degli amministratori.
È dagli anni zero di Cofferati che ogni giunta dichiara l’allarme «tag» e predispone «task force» per mettere a tacere i muri. A breve la squallida crociata verrà condotta sfruttando il lavoro forzato — pardon, il «volontariato» — dei richiedenti asilo.
Ma la scritta che correrà lungo The Student Hotel non turba gli assessori, e non sarà cancellata. Essa è propaganda del capitale, è marketing, e quindi è legale, bella, e non fa «degrado».

E poi, diciamocelo, che male può mai fare un così bel messaggio, un così innocuo appello all’amore (o al piacionismo?) universale? Così universale e seriale da essere lo stesso —identico — che orienta i passanti a Groningen, lampeggiando dall’alto del mastodontico Student Hotel della città neerlandese.

Che cos’è The Student Hotel

È da lì, dai Paesi Bassi, che The Student Hotel (da qui in poi: TSH) inizia nel 2012 la sua espansione, che oggi raggiunge Barcellona, Dresda, Parigi, Firenze e, con apertura programmata nel 2019, Bologna. Il progetto è quello di 10 strutture in Italia entro i prossimi cinque anni: a Roma, Torino, Milano, Venezia, Napoli, poi di nuovo Roma e Firenze; e poi Madrid, Berlino, Porto, Vienna…

«In tutto, TSH, che a oggi conta 4.400 stanze in 11 località, prevede di avere 65 proprietà operative, in costruzione o pianificate nelle città europee nei prossimi cinque anni. “Presto” anche negli Stati Uniti, Canada e Asia.» (Corriere Fiorentino, 7 giugno 2018)

TSH è uno studentato ma è anche un hotel. Questa sua duplice natura, invece di essere giustificata con la semplice necessità di non lasciare mai camere vuote, diventa essa stessa veicolo di propaganda:
«Ai fondatori di The Student Hotel venne in mente che se le esigenze di alloggio degli studenti, giovani professionisti e giovani viaggiatori fossero state unite sotto lo stesso tetto, si sarebbe potuto creare un ambiente vibrante sorprendente che avrebbe ispirato tutti. » (Comunicato stampa TSH)

Al fondo di questa scelta ibrida in realtà ci sono esigenze materiali, e nulla, proprio nulla, di quel «vibe» che pervade tutto il marketing attorno a TSH è casuale. Ma di questo parleremo più avanti: iniziamo, invece, con lo scomporre il generico «everybody» in soggetti reali; e vediamo quindi cosa effettivamente «piace» a TSH, e a chi «piace» questo brand in rapidissima ascesa.

TSH likes «vacant»

Annunciando il proprio arrivo a Bologna, TSH scrive di aver acquisito «vacant» l’edificio di via Fioravanti 27, dove un tempo si trovavano uffici della Telecom. Vero. Talmente vero che quando l’ha comprato (nella prima metà del 2016) la sua vacuità era diligentemente preservata da un presidio 24 ore su 24 di guardie giurate.

Ciò che TSH omette è che l’ex- Telecom era diventata «vacant» a suon di manganellate, pochi mesi prima, quando le trecento persone che l’avevano occupata con Social Log e l’abitavano erano state sbattute in strada dalle forze dell’ordine. Accadeva il 20 ottobre 2015: la «legalità», ovvero la speculazione immobiliare, era ripristinata.

In realtà TSH conosce benissimo la storia dell’ex-Telecom. Charlie MacGregor, fondatore e amministratore delegato, dichiara in conferenza stampa:
«Non solo ne eravamo al corrente, ma diciamo che questo è quasi il motivo principale per il quale abbiamo scelto proprio quella location […] conosciamo la brutta storia [ dell’ex-Telecom ] ma non ci interessa, ci interessano di più le potenzialità per il futuro […] L’edificio di per sé è bellissimo, si vede che è stato occupato e abusato, ma con un buon lavoro di restauro e design certamente diventerà un importante elemento di riqualificazione dell’intero quartiere.» (Radio Città del Capo, 27 giugno 2016)

L’occupazione è una «brutta storia», un «abuso», ma anche, in modo sibillino, «il motivo principale» per la scelta della «location». Di queste ambiguità è piena, come vedremo, tutta la comunicazione di TSH. Cominciamo con la prima.

TSH likes «multicultural»

TSH fa costante professione di multiculturalismo: «la nostra community: multiculturale, cosmopolita»; oppure: «Join our warm, welcoming multicultural community». Sempre nel sito TSH la Bolognina (il quartiere in cui si trova l’ex-Telecom) viene descritta come «multiculturale, cosmopolita, pop, creativa, divertente» e TSH ci si sente «come a casa».

Ebbene: il multiculturalismo che si trovava all’ex-Telecom occupata, quello dei suoi abitanti cinesi, marocchini, italiani, palestinesi e cubani che si riunivano in una meticcia assemblea di autogestione, è stato manganellato e sgomberato. Al posto di quel multiculturalismo dal basso arriva quello dei nuovi padroni della città, che indossano un vestito variopinto ma sono, come scrive Saskia Sassen, portatori di una sostanziale omogeneità :
«piuttosto che […] includere persone dalle molte estrazioni e culture, le nostre città globali espellono persone e diversità. I loro nuovi padroni, spesso abitanti “part-time”, sono molto internazionali – ma questo non significa che rappresentino diverse culture e tradizioni. Ciò che rappresentano è, invece, la nuova cultura globale del successo – e in questo sono straordinariamente omogenei, non importa quanto diversi siano i loro paesi di nascita e le loro lingue. Essi non sono il soggetto urbano che le nostre città – grandi ed eterogenee – hanno storicamente prodotto. Essi sono, più di ogni altra cosa, un soggetto “aziendale” globalizzato.»

Una conferma involontaria, e quasi caricaturale, dell’uniformità culturale dei futuri ospiti dello studentato ci viene dal già citato comunicato stampa di TSH:
«The Student Hotel offre qualcosa di veramente unico: una scena sociale precostituita e un network all’interno della comunità di giovani con le stesse idee.»

TSH likes «all forms of avante-garde artistic rebellion»

Scrive TSH presentando lo studentato bolognese:
«Portiamo il nostro stile fuori dagli schemi nel Quartiere Navile, meglio conosciuto come Bolognina o la piccola Bologna, un quartiere che ben rispecchia la nostra community: multiculturale, cosmopolita, pop, creativa, divertente. Questa è una zona di Bologna che storicamente ospita una scena underground, tutta graffiti, musica punk rock e anticonformismo artistico applicato in ogni forma d’avanguardia. Chissà perché ci sentiamo come a casa…»

Il fatto che in realtà nessuno abbia mai chiamato «piccola Bologna» la Bolognina è indicativo di quanto tra marketing e realtà i nessi siano labili, e di come non si proceda neppure a una reale conoscenza del territorio tanta è la fretta di metterlo a profitto. In ogni caso se la Bolognina è «storicamente» legata all’underground è grazie a realtà autogestite che sono già state spazzate via dalle trasformazioni urbane e – guarda un po’ – proprio dalla messa a profitto del territorio.

L’unica di queste che sopravviva ancora in Bolognina è Xm24, a cui il Comune non rinnova una convenzione firmata nel 2013 (dopo 11 anni di occupazione) senza alcun valido motivo, salvo misteriosi progetti su quell’edificio e la sottostante voglia di liberarsi del centro sociale. Nonostante la gran pletora di spazi sottoutilizzati, le fantasie dell’amministrazione Merola si riversano fatalmente sugli spazi di Xm24: prima quella di farci una caserma, poi una casa della letteratura, poi un progetto segreto scritto forse con l’inchiostro simpatico… Che altro? Quale associazione, realtà o categoria sociale il Comune utilizzerà contro Xm24 promettendole proprio quello stabile – come se non ce ne fossero altri?

Xm24 in quartiere fa iniziativa politica (spesso proprio sui temi della trasformazione urbanistica) e, sul punto della produzione culturale, dà fastidio perché è un impedimento a che «graffiti, punk rock and all forms of avante-garde artistic rebellion» (così la versione inglesedel sito TSH) possano essere integralmente depoliticizzati e diventino così un’innocua «controcultura» depurata da avversario e conflitto. La cancellazione del murale di Blu, che invece andava proprio nel segno della ripoliticizzazione della street art, non è mai stata digerita dai piddini locali, che ancora la rimproverano a Xm24 . Senza capire che il loro rimprovero è la conferma della necessità e politicità di quel gesto.

Proprio come la «controcultura» diventa generica vivacità, allo stesso modo un vago genius loci «anticonformista» rimpiazza la realtà sociale dei luoghi. Sotto questa ambigua luce un luogo cool come il TSH finisce per essere considerato una naturale evoluzione dell’occupazione che è stata sgomberata per fargli posto:
«ci siamo ritrovati a cenare con degli amici nella palazzina occupata dell’ex Telecom, di fronte alla nuova sede del Comune, che ho scoperto da poco sarà recuperata in un modernissimo studentato della catena The Student Hotel. La città è in continuo fermento!» (Eva Laudace, qui)

Comune e TSH like «creative class»

Lo scimmiottamento dell’underground operato da TSH è perfettamente in linea con il substrato ideologico degli interventi urbanistici del Comune. Non a caso è una seriosa pagina della Fondazione per l’Innovazione Urbana del Comune di Bologna a ospitare il già citato comunicato stampa di TSH dai toni forzatamente giocosi, tutto centrato sull' «ambiente vibrante sorprendente che [ispira] tutti» e sull’invito a «lascia[r] vivere per sempre lo studente che è in te!»

Le premesse delle due operazioni convergenti (quella pubblica e quella privata) sono facilmente riconducibili alla pseudo-teoria della «creative class» di Richard Florida, sviluppata negli Stati Uniti nei primi anni di questo millennio. Secondo Florida la chiave per vincere la competizione tra città e attrarre capitali è nell’essere accoglienti per la cosiddetta «classe creativa» composta da scienziati, docenti universitari, designer, architetti, scrittori… e dai professionisti che applicano quanto da loro ideato. Per ingolosire questa «classe» le città dovranno sostenere le «3T» (Tecnologia, Talento e Tolleranza), e offrire servizi «plug and play», proprio come è lo Student Hotel.

Di questa teoria bisogna dire almeno due cose, in premessa:

1. L’idea stessa che le città debbano essere in concorrenza tra loro è aberrante, e ha vistose conseguenze sulla vita reale delle persone che le abitano. Una politica ispirata alla teoria di Florida non metterà infatti quelle persone al centro, ma le proiezioni immaginarie dei «creativi».

2. Quella della «creative class» non è che la declinazione urbana della più generale «trickle-down theory», la teoria reaganiana secondo cui se i ricchi sono sempre più ricchi qualche goccia colerà giù verso i poveri, e dunque non serve nessuna misura di redistribuzione. C’è questa «teoria dello sgocciolamento» al fondo della flat tax e dei tagli al welfare. Nel mondo di lingua inglese, con una certa efficacia, circola il motto: «the rich pissing on the poor, that’s trickle-down theory».

Ciò detto, è necessario aggiungere che quella della «creative class» è una teoria totalmente screditata in accademia, e pure tra quelle basate sulla «creatività» vince certamente la palma della più farlocca. La teoria di Florida prospera ormai solo tra amministratori che vi cercano una pezza d’appoggio per ciò che hanno già deciso di fare, ovvero privatizzare e svendere la città pezzo a pezzo.

In una pagina un po’ istituzionale un po’ no che si presenta come « blog della Rete Civica Iperbole», ovvero della rete telematica del Comune di Bologna, la teoria di Florida viene esplicitamente richiamata:

«La creatività come motore generale del cambiamento non solo negli stili di vita o nella gestione del tempo libero, ma anche nelle attività produttive e nel lavoro. […] Linea guida è quella delle élites della città creativa, basata sulle 3T di Richard Florida ovvero Tecnologia, Talento e Tolleranza»

Essendo la pagina un po’ ufficiale e un po’ frufru è difficile dire sic et sempliciter che il Comune di Bologna si riconosce nella teoria di Florida e nelle «3T». Forse lo scopo ultimo di questa forma di comunicazione dallo statuto incerto è precisamente quello di non assumersi la responsabilità di concetti che, pure, si è deciso di far circolare. E poi quanto è ridicolo parlare di «3T» proprio a Bologna?

In ogni caso il dialogo tra TSH e l’istituzione sembra sposare in pieno le fantasie di Florida:
«Vogliamo sostenere – ha detto il fondatore [di TSH] Charlie McGregor – la comunità di Bologna nella sua ambizione di diventare un’area a livello mondiale per l’innovazione e il talento».

A cui risponde il Comune:
«La partenza del progetto rappresenta “l’inizio di qualcosa di meraviglioso”, sottolinea Osvaldo Panaro, direttore del settore Marketing e Turismo di Palazzo D’Accursio: ”The Student Hotel” porta in città “una ventata di aria fresca ed un nuovo modo di investire”.» (Rcdc)

TSH likes Comune, Comune likes TSH

Nel 2016, inaugurando le telecamere di sorveglianza (sic!) del mercato di via Albani, a due passi dall’ex-Telecom, il sindaco Merola dichiara:

«Ieri ho avuto un incontro con una società internazionale scozzese, The Student Hotel, che vuole realizzare nell’ex Telecom uno studentato con 300 camere a prezzi contenuti e servizi per gli studenti, così come stanno facendo in molte altre città europee».

[Il prefisso «Mac» nel cognome dell’amministratore delegato ha confuso il sindaco: la compagnia è neerlandese, non scozzese. Poco male. È la svista sui «prezzi contenuti» che, invece, suona meno innocente.]

L’anno successivo l’assessora all’urbanistica Orioli tiene una conferenza coi progettisti del TSH alla fiera mondiale della speculazione immobiliare, il Mipim di Cannes. Al Mipim i privati vendono progetti immobiliari, gli amministratori si vendono le città.

Nello stesso 2017 TSH chiede di sopraelevare lo stabile di un piano, ma senza mettere a disposizione il maggior numero di parcheggi e il verde pubblico che — da standard urbanistici — sarebbero conseguenti all’aumento di cubatura. Con la delibera 199479/2017 il Comune risponde affermativamente: dichiara TSH «edificio di interesse pubblico», concede la sopraelevazione e accoglie la proposta di «monetizzare » gli standard urbanistici, quantificati in 500mila euro.

Invece quindi di far valere gli standard di verde e parcheggi — pensati a tutela della qualità della vita dei residenti — il Comune ne accoglie la loro trasformazione in denaro. Denaro che userà per imporre la propria idea di città, come vedremo.

La «monetizzazione degli standard urbanistici» è una delle più diffuse e perniciose prassi antiurbanistiche. Nel nostro caso, su proposta dell’Unità di Governance per l’Immaginazione Civica (sic), i 500mila euro di TSH vengono destinati alla ristrutturazione della pensilina (tettoia) Nervi, struttura che verrà utilizzata «anche per eventi ad elevato affollamento, con la possibilità di creare sinergie anche con la stessa struttura ricettiva [cioè il TSH] per la rivitalizzazione del Quartiere».

Tradotto:

1. I soldi di TSH, che arrivano al Comune in cambio della rinuncia all’urbanistica di quest’ultimo, alimentano quello stesso mondo di eventi che è il cuore pulsante del marketing di TSH stesso;

2. Con la pensilina Nervi TSH avrà a disposizione un enorme dehors per feste, eventi, apericene ad alto tasso di hipsterismo (questo significa infatti «creare sinergie anche con la stessa struttura ricettiva»);

3. il Comune prende i soldi dei gentrificatori non quindi per lenire le ferite della gentrificazione, ma per gettarvi sale producendo ulteriore gentrificazione. Anzi: più che gettarlo, lo distribuisce con cura come sull’orlo di un Margarita. Da sorseggiare sotto la tettoia Nervi.

4. Il quartiere, svuotato dalle vite di sgomberati e sfrattati, viene rivitalizzato dall’alto, con l’allegria monetizzata dei gentrificatori.

Notevole infine un passaggio della stessa delibera, assunta il 19 giugno 2017, che per giustificare le concessioni a TSH parla della «necessità di mantenere il livello di “città accogliente” che connota Bologna a livello internazionale». Cinque mesi dopo il Comune emetterà i primi Daspo urbani nei confronti di persone «sdraiate su materassi e accerchiate da numerose masserizie », insomma poveri che dormivano in strada. La parola «accoglienza», quando esce dalla loro bocca, ha il tanfo del marcio.


TSH likes gli architetti di chi conta

Il progetto della ristrutturazione dell’ex-Telecom è dell’architetto Matteo Fantoni. La tag cloud che nel suo sito accompagna i disegni del TSH restituisce i soliti specchietti per allodole à la Florida: «vibrant», «young», «innovative» «emotional» «dynamic» «hip» e, naturalmente, «cool».

Non posso fare a meno di chiedermi quali fossero le parole chiave di un altro suo progetto, il Billionaire di Malindi, in Kenya (di cui Briatore, peraltro, sta cercando di liberarsi).

La progettazione strutturale, il coordinamento, la direzione lavori eccetera del TSH bolognese è invece affidata a Open Project, società di architetti che frequenta le stanze dei committenti più importanti. Ha ristrutturato o edificato per CCC, Comune di Bologna, Coop… Anche il centro commerciale Minganti, in Bolognina, è un suo progetto, peraltro premiato al Mapic di Cannes (la fiera sorella di Mipim dedicata agli insediamenti commerciali). Nonostante il premio, il centro Minganti è desolatamente vuoto solo dodici anni dopo l’inaugurazione, abbandonato dal supermercato Coop e anche dalla superstite palestra Virgin.

Di Open Project, infine, è anche il progetto che esibisce l’eccitazione capitalistica della «cooperazione rossa»: il priapico grattacielo Unipol.

TSH ed estrattivismo #1: CDP

La gentrificazione è estrattivismo al quadrato. Non solo, infatti, viene estratto valore dalla società e dalla cultura (o «controcultura») dei quartieri da gentrificare, ma il più delle volte i capitali e gli immobili attraverso i quali avviene l’estrazione hanno una storia di privatizzazione alle spalle, e dunque sono stati — a loro volta, in precedenza —estratti dalla ricchezza sociale.

A Firenze TSH ha aperto nel «Palazzo del sonno», che fino al 2004 era di proprietà del gruppo (pubblico) FS, ed è stato venduto in occasione delle «cartolarizzazioni» dell’allora ministro Tremonti.

Un altro TSH fiorentino verrà costruito nell’ambito dell’enorme operazione sull’ex Manifattura Tabacchi, un’area che ha un passato statale (prima del Monopolio, poi dell’Ente Tabacchi) e un presente privatissimo, nelle mani del fondo Perella Weinberg(che, guarda caso, è anche finanziatore di TSH). A traghettare tra privato e pubblico c’era Cassa Depositi e Prestiti (CDP).

A Roma lo studentato per ricchi aprirà «in un’emergente zona popolare con artisti, artigiani, scrittori, intellettuali e attori» , come la descrive, senza timore del ridicolo, un comunicato congiunto di TSH e CDP. Si tratta dell’area della dogana di San Lorenzo, un tempo demaniale e oggi di una società immobiliare di cui CDP detiene il 75%.

«L’operazione tra Cdp e il gruppo alberghiero è in una fase preliminare che verrà perfezionata in seguito al verificarsi di alcune condizioni come la bonifica, la realizzazione delle opere di urbanizzazione finalizzate alla trasformazione urbana e la definizione di tutti i permessi necessari. Se ne occuperà una joint-venture tra il gruppo alberghiero e l’Area Group Real estate di Cassa depositi e prestiti. Al termine di questa fase preliminare, verrà perfezionata la vendita al gruppo olandese.» (Romatoday, 3 marzo 2017)

Secondo l’urbanista – ed ex assessore della giunta Raggi – Paolo Berdini il prezzo concordato è conveniente soprattutto per TSH:
«Se gli oneri di Cassa Depositi e Prestiti sono la bonifica e i permessi, 90 milioni di euro sembrano un po’ pochi […]. Se questi sono i soldi, vorrei capire cosa si intende per valorizzazione» (Il Fatto, 27 novembre 2017 )

CDP era statale fino alla trasformazione in società per azioni nel 2003, e ancora oggi è all’86% in mano pubblica (che pure la gestisce in senso privatistico). Storicamente CDP raccoglieva il risparmio postale dei cittadini e lo usava per finanziamenti a tasso agevolato agli enti locali, e oggi potrebbe mettere a disposizione risorse per calmierare il mercato immobiliare, sostenere la messa in sicurezza del territorio eccetera… Invece, al contrario, opera sistematicamente a favore della «penetrazione dei grandi interessi finanziari nella società» , finanziando «la svendita del patrimonio pubblico dei comuni e la privatizzazione dei servizi pubblici locali», come scrive Marco Bersani.

È ancora la «tentacolare» CDP a gestire il bando ministeriale per la realizzazione di residenze studentesche per «studenti capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi finanziari». Il bando non può interessare TSH, essendo riservato a onlus, enti locali e soggetti no profit; nondimeno, come dice l’assessora Orioli in un’intervista che parte dalla pensilina Nervi e dal TSH bolognese, «il tema degli studentati è sotto i riflettori». E, aggiunge Orioli, «soggetti, anche internazionali, hanno già manifestato il proprio interesse intercettando i finanziamenti statali disponibili per queste iniziative». Che non ci sia un nesso tra quel bando e TSH è evidente; ma è altrettanto evidente che per Orioli, e per chi pensa come lei, un TSH ha davvero a che fare con le (reali) esigenze di alloggio degli studenti, e questo è già – di per sé – preoccupante.
TSH ed estrattivismo #2: ABP

Nel 2015 TSH riceve un finanziamento di 100 milioni da ABP, fondo pensionistico neerlandese (il conferimento avviene tramite il gestore APG). Quanti sono 100 milioni nell’economia di TSH? Non pochi: per lo studentato bolognese una stima (ormai datata) dell’investimento è di 30-35 milioni di euro, per il «Palazzo del sonno» fiorentino è di 40 milioni.

Lo «Stichting Pensioenfonds ABP» è il quinto fondo pensionistico al mondo. È paradigma d’estrattivismo finanziario: i «suoi» soldi sono quelli degli accantonamenti per pensione di 2,8 milioni di dipendenti pubblici dei Paesi Bassi. Soldi dunque di provenienza pubblica, spediti nell’iperspazio della finanza speculativa.

Ma non basta: ABP stesso era ente pubblico fino al 1996, quando è stato privatizzato. La retorica per far passare la privatizzazione è stata, lassù, la stessa che abbiamo ben conosciuto qui da noi: il «baraccone di stato» doveva diventare una «macchina di gestione finanziaria guidata dal mercato».

[Ovviamente la contrapposizione tra pubblico e «libero mercato» è pura propaganda. Il «libero mercato» ha bisogno della ricchezza pubblica come il vampiro ha bisogno del sangue del la sua vittima; e sempre gli servono politici che indichino bene il punto in cui mordere – anzi, che ci facciano proprio un bel circoletto attorno con il pennarello. L’attuale presidente di ABP, Corien Wortmann-Kool, è una ex parlamentare europea di centro-destra. Qui si può leggere un suo breve intervento contro l’introduzione di clausole sociali nella legislazione comunitaria.]

Una macchina «guidata dal mercato» va dove la porta il cuore, cioè il profitto. Nel dossier «Dirty & Dangerous» l’organizzazione Both ENDS analizza gli investimenti di ABP nei combustibili fossili. E scopre – nonostante le promesse green di ABP e la contrarietà di gruppi di dipendenti pubblici, involontariamente implicati – che nel 2015 e 2016 gli investimenti di ABP in «Gas, oil & coal» sono cresciuti di valore.

Nel 2017, mentre Both ENDS chiudeva il suo dossier, il Comune di Bologna riconosceva a TSH di aver privilegiato «la mobilità sostenibile ed alternativa dotando ciascun posto letto di una bicicletta, progettando perciò 626 posti bici», e usava, il Comune, anche questo pretesto per incassare la «monetizzazione degli standard urbanistici» (si veda al capitoletto TSH likes Comune).

Uno degli impianti a carbone in cui investe ABP è quello (enorme) in costruzione a Batang (Java, Indonesia), da tempo al centro di critiche locali e internazionali. Pescatori e agricoltori che temono per le proprie fonti di sostentamento, durante una protesta, hanno composto sul terreno la scritta
«FOOD NOT COAL!»

La scritta è un appello disperato di povera gente travolta dalla grande opera inquinante. Eppure, in virtù della doppiezza costitutiva del «capitalismo green», quella stessa frase non stonerebbe affatto sul muro dell’area lounge di un TSH, pure finanziato dalla stessa ABP.

Ancora: secondo il network di giornalisti Danwatch, «il fondo pensionistico neerlandese Stichting Pensioenfonds ABP ha 97 milioni di euro in tre banche israeliane» che a loro volta hanno interessi nei territori palestinesi occupati. Gli investimenti europei nei territori occupati, ricorda Danwatch, allontanano la possibilità della soluzione pacifica «a due stati», che è quella ufficialmente auspicata dai paesi UE.

Ma tranquilli, nessun allarme: nei TSH di tutta Europa si tengono i Bed Talks, conferenze di tizi che indossano calze rosse e parlano restando sdraiati a letto. Ascoltando i creativi rossocalzati sarà possibile scoprire, nientemeno,
«COME ANDARE A LETTO CREERÀ LA PACE NEL MONDO […] condivide[ndo] idee per superare le ingiustizie o missioni per pareggiare gli squilibri mondiali, per risolvere, tanto per fare qualche esempio, la crisi dei migranti, per creare macchine in grado di trasformare i rifiuti umani in energia, per sfruttare lo sport c[ome] veicolo di pace nel mondo» (TSH, Bed Talks)

TSH likes prezzi alti

A Dario Nardella, sindaco di Firenze, scappano spesso le parole di bocca. Egli è, in qualche modo, il giullare di se stesso, il fool che dice ciò che un sindaco del Pd non dovrebbe dire, ma che pure un sindaco del Pd profondamente pensa. Ebbene, il 7 giugno scorso dichiara a La Nazione:

«Questo non è uno studentato. È un’offerta nuova che intercetta la classe dirigente di domani. Un segmento di clientela internazionale che prima da Firenze non passava neppure per sbaglio. E poi qui si ha una stanza con 750 euro mensili, comprensivi di utenze, di palestra e di molto altro ancora. Un prezzo in linea con gli standard europei. Fossi uno studente ci verrei subito».

Non uno studentato, dunque, ma un luogo in cui la classe agiata riproduce se stessa. I prezzi poi, verificati sul sito TSH meno di una settimana dopo le dichiarazioni di Nardella, vanno dai 970 ai 1164 euro al mese. Non sono affatto «in linea» con i prezzi fiorentini (per una singola, generalmente, si pagano 350-450 euro al mese), e neppure con «gli standard europei», se non nel senso che anche ad Amsterdam TSH costa molto di più di una normale stanza in affitto. Lo standard europeo di TSH, insomma, è proprio questo eccedere gli standard locali.

Anche le fantasie del suo collega Merola sullo «studentato con [….] camere a prezzi contenuti» saranno smentite non appena TSH Bologna aprirà le prenotazioni. TSH è un albergo-studentato d’élite, che turisti e wannabe possono assaggiare per qualche sera, ma in cui solo veri benestanti passeranno un intero anno accademico. La storica dell’architettura Roos van Strien descrive in questo modo la «comunità» di TSH:
«Con i suoi servizi condivisi, i party organizzati e l’idea generale di avere tutto sotto un solo tetto, TSH si presenta come “comunità completamente connessa”. Ma forse sarebbe più preciso dire che è una moderna e anonima “gated community”. Anche se non ci sono cancelli o barriere fisiche che interdicono l’ingresso a ospiti indesiderati, e se la hall dell’albergo è in effetti accessibile a tutti, TSH è accessibile solo a pochi […] nuove barriere vengono erette dalle sue caratteristiche lussuose ed esclusive, che recintano la “comunità” separandola da chi ne è fuori.»

TSH avrà un effetto dopante sugli affitti per studenti, generando ulteriori difficoltà per normali studenti e studentesse che cercano una casa a prezzi tollerabili – come se non bastasse la pressione dei flussi turistici a far crescere i prezzi. E, a proposito di turisti, l’impasto tra questi e gli studenti ricchi, cifra di TSH che i media italiani hanno rilanciato del tutto acriticamente, è illustrato nelle sue ragioni materiali ancora da van Strien:
«Ottenendo una licenza come hotel, [TSH] ha trovato una scappatoia nel sistema di valutazione della proprietà, sulla base del quale viene fissato il massimale dell’affitto [nella legislazione dei Paesi Bassi]. Un hotel – quali che siano le dimensioni della stanza – può richiedere qualsiasi prezzo. Inoltre, non è vincolato a un contratto [di locazione] e può sfrattare le persone quando più lo ritenga opportuno.»

Per il suo comportamento da «cowboy» nel mercato degli affitti di Amsterdam, l’attivista studentesca Lisa Busink propone di «vietare The Student Hotel».

«Everybody should like everybody», reprise

Pensavo, in chiusura, di proporre una lettura diversa dello slogan che sarà tracciato sul muro del TSH. Non un appello all’amore universale, ma l’istanza di chi sa che sarà odiato, e sa pure perché, e si gioca in anticipo una carta vittimista: «Dovremmo piacervi, perché non vi piacciamo?» Questo pensavo, ma forse le cose non stanno così.

Quando ho pubblicato dei tweet a proposito delle iniziative su TSH di Xm24 e di Cua Firenze (che ha ridicolizzato i Bed Talks mettendo in scena i Bad Talks, un bagno di realtà contro le favole in calzetti rossi), mi ha più volte risposto Cecilia Sandroni, la PR italiana di TSH. Le sue parole dimostrano che non c’è la minima consapevolezza del fatto che possa esistere – e del perché esista – una critica alle loro operazioni: «Lusso?» «Fuffa? Informatevi meglio»

Segue un classico (anche farinettiano): l’«invito».
«se volete visitarlo di persona Benvenuti. Credo che prima di contestare serva sempre valutare sperimentare. Buona giornata ragazzi da una ex studente non facoltosa.» «[…] Se poi vi innamorate del progetto come ho fatto io che sono arrivata a Firenze da studente lavorando e studiando che si fa? ♥»

E infine l’apoteosi, con foto di Charlie MacGregor:
«vi auguro di diventare a 40 anni come lui. Impegnato socialmente, educato, incredibilmente gentile, dalla grande visione e con un infinito ottimismo e fiducia nei giovani. Nato in Scozia vive in Olanda. E pure bello! ;-)»

Il loro non è vittimismo dunque, ma la sincera convinzione di piacere a «everybody». La classe dirigente del capitalismo hip, a furia di essere blandita da istituzioni, media… praticamente da chiunque, neppure immagina un’opposizione. Massimo massimo concepisce una pernacchia. Inevitabilmente, li stupiremo.

Trascrizione dell’intervento all’assemblea della ReTe dei comitati per la difesa del territorio, tenutasi a Firenze il 1° luglio, sui temi del centro storico: espulsione dei cittadini ed estrazione di profitti a vantaggio di pochi. La Città invisibile online, 4 luglio 2017 (p.d.)
Nel presente contributo vorrei offrire alcune chiavi di lettura utili alla comprensione del fenomeno dell’estrattivismo e della monocoltura del lusso in atto nelle città d’arte mercificate e desertificate, ed enucleare alcune prospettive operative di resistenza [1].
Estrattivismo e monocoltura
Con il termine “estrattivismo” si intende il sistema di accaparramento di risorse naturali, loro commercializzazione ed esportazione, contro il volere delle comunità locali e contro gli equilibri dell’ambiente. L’«accaparramento tramite spossessamento» (Harvey) e l’estrazione di rendite monopolistiche perpetrati da imprese multinazionali rientrano nel quadro delle dinamiche coloniali e neocoloniali cui si confanno la militarizzazione del territorio, la violazione di principi di convivenza democratica, la violenza e la repressione. Fondato sulla monocoltura (agro-industriale, industriale e delle megaminiere), il modello estrattivista impoverisce e isterilisce vaste aree geografiche e intere nazioni del sud del mondo. Impoverisce socialmente, poiché, come è stato scritto, depriva, spossessa le popolazioni di progettualità sul proprio ambiente di vita (Zibechi) [2].

Traslato sull’ambiente urbano, l’estrattivismo assume i tratti di accumulazione di capitale a spese della città, che è, per definizione, costruzione collettiva e bene comune, nonché giacimento limitato. Tale modello si manifesta nelle alienazioni degli edifici pubblici, nella privatizzazione delle imprese pubbliche, dei servizi e delle risorse primarie (acqua etc.), nella chiusura di parti di città (si ricordi la cena Ferrari sul Ponte Vecchio), nella locazione di sale monumentali e musei, nella brandizzazione, ossia nella collocazione del marchio cittadino (il brand) sui mercati immobiliari e finanziari globali. Nella creazione del brand, l’Unesco ha un ruolo non secondario (Choay). Si tratta, insomma, di un meccanismo di produzione di denaro attraverso l’acquisizione privata (indebita e sotto costo) di patrimonio pubblico. Senza neanche la contropartita di lavoro dignitoso e impiego di lunga durata che pure era offerta dal capitalismo temperato dalla socialdemocrazia.


Estrattivismo e città d’arte
Nelle città d’arte il fenomeno estrattivo si manifesta drammaticamente, poiché la pressione economica agisce su un’area ristretta, di carattere storico e monumentale. Nel nucleo centrale, la popolazione residente è espropriata dello spazio di vita civica (il quale ha carattere memoriale, antropogenetico, identitario), espropriata dell’agibilità e dei servizi. È letteralmente espulsa a causa dell’innalzamento dei valori immobiliari. La monocoltura turistica non è in grado di mettere in moto spinte riproduttrici di patrimonio, anzi lo consuma irreversibilmente, e tantomeno è in grado – lo si è accennato – di redistribuire efficacemente reddito. È emblematico il fatto che, anche quando la monocoltura turistica opera sotto le spoglie della sharing economy, essa riesce a canalizzare nelle mani di pochi i profitti estratti dalla città di tutti, a concentrare il potere e a far espatriare i proventi.

È il caso del colosso statunitense Airbnb[3]. A dispetto delle premesse (in nome dell’economia della condivisione) Airbnb crea diseguaglianze tra piccoli locatori e grandi agenzie che gestiscono per conto terzi centinaia di appartamenti. Il fenomeno è pervasivo: a Firenze oltre il 18% dell’intero patrimonio immobiliare del centro storico è un b&b promosso dalla piattaforma americana[4]. La massima parte è costituita da interi appartamenti in affitto gestiti da terzi, poche invece le singole stanze presso famiglie. È un dato che dimostra peraltro l’internità dei cittadini alle dinamiche estrattive. Ricordo che a Firenze, nel 2016, si sono registrate 9 milioni e 391.000 presenze (fonte: Città metropolitana di Firenze, Centro Studi Turistici) che hanno insistito principalmente sull’area centrale abitata da 52.527 persone[5].


Turismo
Nel suo ultimo libro – Il selfie del mondo (Feltrinelli, 2017) – Marco d’Eramo ci rassicura: l’età del turismo di massa sta tramontando. Il turismo di massa – in quanto messa in valore delle ferie pagate – è espressione di una società fondata sul lavoro salariato. Oggi, al tempo dell’autoimprenditorialità, dell’erosione dei diritti e del declino delle forme di lavoro tutelato, il turismo di massa non è più in grado di offrire agli investitori una prospettiva luminosa di profitti crescenti. Per queste ragioni l’industria turistica cerca nuove strade e nuove configurazioni. Essa sta infatti indirizzando i propri interessi di mercato verso il nomadismo – un po’ bobó – per studio e lavoro e verso il turismo di lusso (studentati a cinque stelle, resort, “luxury hotel”, spa etc.). Quanto al nomadismo per fame e guerre, è un capitolo che poco interessa all’industria turistica e quindi agli amministratori locali. A Firenze questa mutazione verso il turismo e il consumo di lusso è nell’aria già da tempo.

Lusso
Risultato di diseguaglianze sociali evidenti, espressione della canalizzazione delle ricchezze (sempre più concentrate) verso consumi esclusivi e non raramente predatòri, simbolo di avvenuta ascesa sociale, il lusso è connesso con il mondo della moda, dell’industrial design, delle cure e del benessere, del turismo, dell’immobiliare, etc. Le città d’arte risultano particolarmente indicate per fornire gli scenari di pregio utili a localizzare i consumi di lusso e la propaganda.

Gigantismo
Non è possibile affrontare i temi dell’estrattivismo urbano e della monocoltura turistica senza richiamare le profonde mutazioni territoriali legate alla delocalizzazione della produzione, e alle nuove forme di commercio (e di turismo) online[6]. Il sistema della logistica mondiale mette in atto una drastica semplificazione insediativa, a scala ciclopica. Un nuovo modernissimo gigantismo fondato sulle grandi distanze, sui grandi centri di produzione e di smistamento, colossali sistemi organizzativi di vendita (gli “scaffali elettronici” o le piattaforme turistiche elettroniche, come la citata Airbnb), grandi porti, “grandi navi” e città monocolturali. Fasci di velocissime vie di comunicazione – i “corridoi” – collegano con fluidità produzione e consumatore, le metropoli alle città d’arte. Le aree interne diventano sempre più distanti; il treno si riduce a «metropolitana d’Italia»[7] che taglia i territori, li scarta e li trasforma in puro ostacolo geospaziale.

Le grandi trasformazioni
A queste brame di gigantismo sono riconducibili, a Firenze, il TAV e – in maniera ancor più evidente – il nuovo (progettato) aeroporto che unisce mirabilmente i desideri di sviluppo dell’e-commerce e dell’e-tourism. In linea coi peggiori esempi di accaparramento sudamericano, un imprenditore argentino nei mesi scorsi ha tentato un’operazione di land grabbing al fine di garantirsi le terre su cui costruire l’agognato aeroporto. Le grandi trasformazioni minano alla base lo spazio della convivenza civile. Ma anziché rappresentare un’emergenza per la vivibilità su cui far confluire le attenzioni di governo, gli effetti cantieristici delle grandi opere diventano motivo d’orgoglio per gli amministratori: in una città paralizzata dai cantieri di TAV e tramvie, Nardella – nella relazione sui suoi primi mille giorni da sindaco – affermava trionfale: «governiamo la più grande trasformazione della città degli ultimi 150 anni in termini di riqualificazione e grandi infrastrutture». Grandi opere, enormi ambizioni.

La svendita del patrimonio immobiliare pubblico
Come abbiamo più volte denunciato, gli amministratori, mettendo all’incanto il patrimonio pubblico, e facilitando gli appetiti predatòri degli immobiliaristi, si sono zelantente trasformati in curatori fallimentari dell’ente pubblico. La trasformazione privatistica della Cassa Depositi e Prestiti e del Demanio è stata peraltro congeniale alla metamorfosi della gestione urbana in mera ragioneria. L’arte di attrarre le speculazioni straniere sulla città storica si chiama ora Cultural Real Estate Development. Estrattivismo sedicente “culturale” nel quale i developers si devono muovere senza ostacoli che gli amministratori pubblici si prodigano ad abbattere.
Un esempio. Nelle scorse settimane, una sentenza della Corte di Cassazione ha bloccato i lavori in varie decine di grandi cantieri nel centro città: “se c’è cambio di destinazione d’uso non è restauro”. Cioè: i lavori negli edifici monumentali, se non condotti con i metodi del restauro, sono abusivi. Nessun problema: le pressioni da palazzo Vecchio su palazzo Chigi hanno prodotto un emendamento alla manovra economica che, a sua volta, è andata a modificare il Testo Unico dell’Edilizia[8] e ha spianato il campo. Procedono quindi senza impedimenti: le trasformazioni private sull’ex Borsa Merci, sulla Manifattura Tabacchi, e sulle ex caserme e conventi di San Gallo, il Maglio, Sant’Orsola etc.; l’insediamento della “esclusiva” Fondazione Zeffirelli nell’ex Tribunale in piazza San Firenze; l’hotel a cinque stelle nella ex caserma di Costa San Giorgio, nel Monte di Pietà etc.; i due «ostelli di lusso» (Casa del Sonno ed ex Fiat-Belfiore); la riduzione in appartamenti del Teatro Comunale etc. etc.[9]

Eugenetica urbana
La svendita produce effetti di «eugenetica urbana». Ogni anno mille residenti abbandonano (espulsi) il centro storico. E il Comune ci mette del suo proponendo all’imprenditoria immobiliarista sessanta appartamenti pubblici nella città storica. L’amministrazione comunale giustifica la vendita: “le case all’incanto non hanno i requisiti per divenire case popolari”. Eppure secondo la legge regionale le case sono già classificabili come ERP. Viene il sospetto che non siano tanto le case ad essere inadeguate ad ospitare classi popolari, quanto le classi popolari inadeguate per il quadro urbano prefigurato da Nardella & Co[10]. Sindaco che, ricordiamo, gioiva per i poteri conferitigli dal Daspo urbano – uno «stato di eccezione permanente» (Benjamin) nel governo della città –, affermando che era finalmente «Finita la stagione delle pistole ad acqua» (“Corriere fiorentino”, 11 febbraio 2017); la stagione però pare non essersi ancora conclusa, visto il recente provvedimento (lavaggio dei sagrati per impedirvi lo stazionamento dei turisti) in città già definito “pompa magna”.

Prospettive
Provo ad enucleare tre assi progettuali utili a risollevare le sorti della città: la leva dei beni comuni e il loro uso collettivo; il progetto locale sullo spazio pubblico; l’accoglimento della forza viva dei migranti.

Con l’esperienza della delibera Filangieri, a Napoli è stata messa in campo una possibilità concreta da perfezionare ed estendere alle altre città italiane. La delibera fa leva sulla categoria giuridica di “bene comune” e riconosce ad alcune esperienze autogestite di riappropriazione di edifici dismessi il «valore sociale di ambienti di sviluppo civico», e come tali le ritiene strategiche garantendo le condizioni di sopravvivenza alle microresistenze urbane.

Proprio mentre stiamo parlando, a Mondeggi si festeggiano i tre anni di presidio della tenuta messa in vendita dalla Città metropolitana, tre anni di custodia popolare delle terre e di sperimentazione collettiva di autogoverno. Si tratta di un progetto a scala locale che potrebbe essere declinato in chiave urbana, ad esempio alla scala rionale. Sul modello dell’autonomia municipalista, di rione, teorizzata da Murray Bookchin.

Esempi interessanti, tra gli altri, provengono da: “Facciamocispazio”, laboratorio rionale “dal basso”promosso da comitati e associazioni (Giardino San Jacopino, Leopolda Viva, ex FIAT Belfiore-Marcello, e Tutela dell’ex Manifattura Tabacchi); da inKiostro, luogo di «agibilità sociale» a disposizione per le realtà di movimento attive in un centro storico deprivato di spazi per momenti di incontro, confronto e lotta; o da La Polveriera Spazio Comune che, nell’ambito delle proprie attività in un ambiente dismesso dal DSU (agenzia per il diritto allo studio universitario), mette in relazione un quartiere del centro storico con le produzioni “genuine e clandestine” del contado e lavora per rafforzare l’alleanza città-campagna.

Poiché lo spazio pubblico è testimonianza e garanzia di vita civica, e ne rappresenta la possibilità di riproduzione nel futuro, l’alienazione degli immobili pubblici spossessa la cittadinanza di progettualità sul proprio ambiente di vita. Il progetto locale, urbano e rionale, farà leva dunque sulla presenza – ancora in mano pubblica – di grandi “contenitori storici” che, per localizzazione centrale, qualità architettonica e superficie, costituiscono l’importante occasione per un’intrapresa collettiva che dia vita ad alternative d’uso risolutive dei mali urbani sopra velocemente descritti. Tali immobili rappresentano inoltre la possibilità concreta di restituire all’uso cittadino edifici un tempo luogo del potere e dei soprusi: il palazzo, la caserma, il convento, il carcere, il manicomio. Molti dei quali, essendo edifici nati per la residenza collettiva, possono oggi essere convertiti in luoghi di accoglienza dei migranti e delle migliaia di persone che vivono il disagio abitativo. I rioni trarrebbero forza dalla presenza di questo nuovo afflusso di vita urbana.

Restituire disponibilità e funzioni collettive ai contenitori storici intra moenia contribuisce a restituire ai quartieri centrali quel carattere di promiscuità d’usi e di vissuti, che è il primo presidio contro la mercificazione e la desertificazione degli spazi urbani. Contro la monocoltura del lusso.

[1] Le relazioni tra estrattivismo e turismo nelle città d’arte sono state al centro di un nostro recente proficuo colloquio con Giacomo M. Salerno, svoltosi nell’ambito del dottorato di ricerca in Ingegneria dell’Architettura e dell’Urbanistica (La Sapienza, Roma).

[2] Raúl Zibechi, L’estrattivismo come cultura, “comune.info”, 31 ottobre 2016; Id., La nuova corsa all’oro Società estrattiviste e rapina, camminardomandando/Re:Common, 2016.

[3] Molto ne è stato scritto recentemente su quotidiani e riviste anche a seguito della pubblicazione di uno studio di ricercatori dell’Università di Siena (S. Picascia, A. Romano, M. Teobaldi, The airification of cities: making sense of the impact of peer to peer short term letting on urban functions and economy, “Proceedings of the Annual Congress of the Association of European Schools of Planning”, Lisbon 11-14 July 2017).

[4] Ernesto Ferrara, Case in centro ma ricavi per pochi. Così Airbnb ha invaso l’Italia, “la Repubblica”, 12 giugno 2017, che riprende i dati del succitato saggio di Picascia et al.

[5] Firenze “invasa” dai turisti, la fuga dei fiorentini: via in 20mila dal centro, “Corriere fiorentino”, 13 ottobre 2016.

[6] Su questi temi si veda la riflessione di carattere generale: Giorgio Grappi, Logistica, Ediesse, Roma, 2016. Qui il video della presentazione del libro, a cura di perUnaltracittà.

[7] Così in un filmato pubblicitario delle ferrovie statali, risalente al 2013.

[8] e.f., Avanti con lo “sblocca-edilizia”, “la Repubblica Firenze”, 1 giugno 2017.

[9] Rimando al mio Alienazioni a Firenze. O la metamorfosi dell’urbanistica in ragioneria, “La Città invisibile”, 17 febbraio 2017.

[10] Sempre in tema di alloggi popolari, il 2 marzo 2017 Nardella affermava ai microfoni di una radio locale che «Il vincolo dei 5 anni di residenza è troppo poco, bisogna aumentarlo. […] Vuoi avere un alloggio popolare? Bene, devi essere residente da almeno 10 anni in Italia». Avviandosi verso la sublime conclusione: «Tu, famiglia rom, non mandi il figlio a scuola, allora devi esseri punito e tra la punizione ti levo anche la casa. Non è una questione di razzismo, io combatto il razzismo, ma di civiltà» (cfr. Alessandro De Angeli, Le case impopolari/2 – I numeri di Nardella, ovvero Nardella dà i numeri, “La Città invisibile”, 10 aprile 2017; ma anche Nardella: «Troppi immigrati nelle case popolari. Il rischio è che si creino dei ghetti», “La Nazione”, 3 marzo 2017).

Sarebbe davvero una brutta notizia avere la conferma che un'amministrazione di grande saggezza, meritevole di avere per la sua città il riconoscimento di Capitale della cultura, fosse costretta a dismettere il vistoso patrimonio culturale perunaltracitta.org, 28 maggio 2017

Sono più di un centinaio gli immobili che il Comune di Pistoia ha messo in vendita con il cosiddetto “Piano delle alienazioni e delle valorizzazioni immobiliari”. È sorprendente notare come, con grande disinvoltura, questa amministrazione si sbarazzi di beni che hanno una straordinaria rilevanza storico architettonica, dall’ex Convento di San Lorenzo a parte del complesso delle ex Crocifissine al fabbricato delle ex Scuole Leopoldine. Per non dimenticare poi Villa Benti in piazza San Lorenzo, Villa Baldi Papini in Via dei Pappagalli e il bell’edificio in Via Desideri, angolo Viale Petrocchi. A queste, vanno aggiunte le alienazioni previste dalla Regione, e approvate dal Comune, dell’ex ospedale psichiatrico delle Ville Sbertoli, del Padiglione Lazzereschi e dell’ex Convento di Santa Maria delle Grazie nell’area dell’ex ospedale del Ceppo.

È una parte cospicua del nostro patrimonio culturale che letteralmente potrebbe andare in fumo se le dissennate previsioni dei nostri amministratori avessero un seguito: fatto decisamente grave, tanto più nell’anno in cui Pistoia è stata designata Capitale italiana della cultura! «Una vera capitale della cultura – dice Tomaso Montanari – deve saper guardare lontano: oltre il pensiero unico del presente, oltre la vetrina del marketing». Non crediamo di esagerare se indichiamo il pericolo di una desertificazione culturale e storica della nostra città, del nostro territorio, visto che la sciatteria amministrativa non riesce ad andare oltre l’orizzonte del solito investimento speculativo formato albergo di lusso, residenze di pregio e via discorrendo. Il patrimonio storico e culturale non è del sindaco, appartiene a ogni cittadino, di oggi e di domani, nato o immigrato in Italia, e non può essere dilapidato proprio da coloro che ne dovrebbero essere gli attenti e consapevoli custodi.

Nel Piano delle alienazioni sono inserite anche numerose aree agricole, aree industriali nella zona di Sant’Agostino oltre a numerosi alloggi (una ventina circa), al Complesso “Abetina” (Ecomuseo del ghiaccio) e numerosi lavatoi, alcuni con terreni annessi, sparsi in tutto il territorio comunale. Scopriamo anche che sono in vendita numerose proprietà con una destinazione pubblica, dallo Stadio comunale al Palazzetto dello sport, alla sede dell’Ufficio Tecnico in Via dei Macelli, ben quattro Scuole elementari e tanto altro. Insomma un ampio repertorio immobiliare che farebbe invidia a qualsiasi fondo speculativo internazionale.

A questo ingente patrimonio il Comune ha affiancato le proprietà trasferite dal Demanio statale in seguito al cosiddetto federalismo fiscale. Tra queste spicca l’area dell’ex Tiro a segno, dello splendido lavatoio con terreno annesso di Ponte di Gello, e altri terreni e alloggi. È bene essere molto vigili su queste proprietà perché, se non dovessero essere attuate entro tre anni le destinazioni con le quali il Comune ha giustificato il trasferimento, potrebbero anch’esse essere vendute, visto che al Comune resterebbe ben il 75% del prezzo di vendita: un’occasione difficile da rifiutare. È un vero e proprio attacco ai beni comuni della città che conferma la resa, di questa amministrazione di centro sinistra, allo sfruttamento speculativo del nostro patrimonio collettivo, dei nostri beni culturali, destinati a trasformarsi in “liquidità” pronta ad evaporare al primo stormir di foglie delle crisi finanziarie.

Allora, cosa fare? Aspettare che si attui l’assalto alla diligenza con la conseguente estinzione delle proprietà e, soprattutto, delle funzioni collettive? Riteniamo che il patrimonio comunale non debba essere venduto e comunque, se proprio fosse necessario, prima di alienarlo debba essere gestito nel migliore dei modi. Attualmente il Comune non possiede un servizio destinato a questo scopo: proponiamo quindi
- la revisione del Piano delle alienazioni,
- la contrattazione con le eventuali controparti di scelte già in essere a partire dalla constatazione che - la decisione ultima relativa alle destinazioni degli immobili spetta al Comune, la cui volontà non è subordinata a nessuna forma di pressione se non a quella di operare nell’interesse della collettività,
l’istituzione di un Ufficio di Gestione del patrimonio disponibile che faccia da filtro e selezioni in maniera rigorosa gli immobili da vendere sulla base di scelte seriamente motivate.

Non siamo ingenui, sappiamo che parte del patrimonio pubblico è malmessa, che servono risorse economiche attualmente non disponibili. Ma sappiamo anche che la gestione di parte di esso può essere affidata, a costi ridotti, sia all’autorecupero, sia al cosiddetto privato sociale e al terzo settore, sia agli stessi privati ai quali si offre un’occasione di giusto profitto, ma non di speculazione e privatizzazione del bene.

Per esempio, l’offerta di aree agricole e industriali non può essere messa a disposizione di start up giovanili, di un’imprenditoria sociale che privilegi le produzioni locali? I numerosi terreni e lavatoi non potrebbero essere affidati, dopo averne verificato lo stato di conservazione, alle comunità locali per creare occasioni di attrazione culturale e turistica proprio sulla base di una riscoperta di una architettura e di una storia minore, ma non per questo meno significativa? Gli alloggi in vendita non potrebbero essere affidati in autorecupero, previsto dalla Regione Toscana, a cooperative sociali o a giovani coppie per affrontare l’emergenza abitativa così tanto grave a Pistoia? Il sito dell’Ecomuseo del ghiaccio deve essere venduto? Non è possibile prevederne forme di recupero? Si tratta solo di avere lo spessore culturale e la volontà politica di affrontare in maniera inclusiva le questioni che si pongono.

A questo proposito Tomaso Montanari sostiene: «La religione del mercato sta imponendo al patrimonio culturale il dogma della privatizzazione. Ma se l’arte e il paesaggio italiani perderanno la loro funzione pubblica, tutti avremo meno libertà, uguaglianza, democrazia. L’alternativa è rendere lo Stato efficiente. Ma non basta: dobbiamo costruire uno Stato giusto».

Noi aggiungiamo: dobbiamo costruire un Comune giusto.

Utilizzare i meccanismi della rendita immobiliare per ricavarne le risorse necessarie per il miglioramento della città è un errore, che provoca gravi distorsioni alle regole e gli effetti del governo del territorio. la Repubblica, 14 febbraio 2017

QUANDO si ascoltano Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio e Virginia Raggi promettere che, sì, lo stadio della Roma si farà, viene da pensare che ci sia una maledetta linea d’ombra, nella vita pubblica italiana. Quella linea è l’elezione a una carica pubblica.Quando la varca, il cittadino subisce una mutazione radicale nel linguaggio, nell’etica, nella scala delle priorità. Perfino nella logica. Non è più un cittadino, ormai: diventa il pezzo di un potere immutabilmente uguale a se stesso, chiunque lo incarni.

La città (non solo Roma) si è disfatta, è diventata invivibile, a tratti mostruosa, perché si è smesso di pensarla e di disegnarla. Si è rotto il legame tra la comunità degli uomini e la città materiale: la prima ha cessato di immaginare e modellare la seconda. Il taglio delle finanze locali, l’ignoranza e la corruzione delle classi dirigenti hanno delegato a pochi grumi di interesse privato (palazzinari e banche, in sostanza) lo sviluppo delle città, secondo questa logica perversa: “io amministratore permetto a te speculatore di prenderti un pezzo di spazio pubblico, se in cambio mi fai quei servizi, quelle urbanizzazioni, quelle infrastrutture necessarie alla comunità che io non ho i soldi per fare, né la voglia di pensare”. È la fine dell’urbanistica, e dunque la fine della città pubblica. Questa abdicazione è stata compiuta indifferentemente da destra e da sinistra.

Un simbolo di questa continuità perfetta è stata la figura di Maurizio Lupi: assessore allo Sviluppo del territorio, edilizia privata e arredo urbano del Comune di Milano nella giunta di Gabriele Albertini e poi ministro delle Infrastrutture dei governi Letta e Renzi. La linea Lupi è quella della Legge Obiettivo di Berlusconi del 2001: che resuscita, peggiorata, nello Sblocca Italia di Renzi (e Lupi, appunto) nel 2014. Il motto delle due leggi era lo stesso: “padroni in casa propria”. Parole che volevano solleticare i cittadini, ma che di fatto descrivevano perfettamente le figure di amministratori che si sentono padroni del territorio solo per svenderlo ad interessi particolari. Un pensiero unico che tende ad inghiottire tutti: basti pensare ad Enrico Rossi, che mentre si candida a guidare il Pd e il Paese con idee socialiste, impone ai cittadini della Maremma un’autostrada che essi non vogliono.

Ora è il turno dei 5 Stelle. In campagna elettorale il loro slogan (sommario, ma efficace) era: riprendiamoci il governo della città. Non come 5 stelle, come cittadini. Ed è su questo che hanno avuto il voto di moltissimi romani di sinistra. La prima cosa che i vincitori avrebbero dovuto fare una volta entrati in Campidoglio era dunque ritirare la delibera 132/2014: quella con cui la giunta Marino aveva stabilito che il progetto dello stadio — un progetto della Roma (la società, non la città), che prevede un milione di metri cubi di cemento con destinazione prevalente a uffici per ospitare multinazionali e attività commerciali — fosse “di pubblico interesse”.

Era una battaglia difficile, ovviamente: una battaglia che si poteva vincere solo spiegando molto chiaramente agli elettori la situazione, chiedendo pubblicamente l’appoggio dei romani contro chi minacciava — e minaccia — di mettere in ginocchio la città attraverso cause miliardarie. D’altra parte, tutti sappiamo che per invertire la rotta pluridecennale della privatizzazione delle città occorre una clamorosa rottura della continuità: una rottura che affermi il primato della politica e del bene comune sugli affari e sugli interessi privati. Ma è successo tutto il contrario: e ora ci si viene a dire che lo stadio si farà, vedremo con quante torri e quanta speculazione attorno.

I 5 Stelle vengono quotidianamente passati al microscopio da chi si aspetta (o magari si augura) di poterli dichiarare uguali a tutti gli altri nella corruzione. Ma quello che sta emergendo è qualcosa di diverso, forse di peggiore. E cioè che essi rischiano di essere uguali agli altri nella subalternità allo stato delle cose: in un difetto, e non già in un eccesso, di radicalità. Perché chiunque varca quella famosa linea d’ombra senza una visione, senza un progetto, senza sapere quale città e quale politica vuole, non riuscirà a cambiare niente. Anzi, ne sarà inesorabilmente cambiato.

C’è chi ancora lavora sul tema di fondo della questione urbana e scrive:«Bisognerebbe mettere da parte il lessico alla moda, come governance, stakeholder, spin-off, smart city, spending review, e tornare a parole semplici ma più profonde, come rendita, che riemerge dopo un lungo silenzio, ingegno, che è tipicamente italiano, e lavoro». Uno scritto del 15 dicembre 2012. Un regalo per i nostri lettori. In calce alcuni link utili

Relazione al convegno L’ economia delle città, Roma 15 dicembre 2012, organizzato daalla Fondazione Italianieuropei, dal Centro per la riforma dello Stato e dall’associazione Romano Viviani.

Il titolo di questo seminario – L'Economia delle città – non vuole indicare una branca dell’economia, ma allude al significato originario della parola economia. L'etimologia viene da oikonomia, cioè nomos contenuto in oikos, in una dimora, in uno spazio contenuto. Già nel mondo antico, tuttavia, nomos travolse oikos fino a un ribaltamento semantico della parola, che venne ad indicare l'opposto, cioè un ordine illimitato senza un luogo. Con San Paolo si fa un passo avanti del significato, come Piano Divino della Provvidenza, e va avanti fino alla secolarizzazione illuminista, diventando la mano invisibile del mercato. Ma soltanto oggi si compie lo sconfinamento totale con la finanziarizzazione mondiale. Non so se Giavazzi o Alesina sono consapevoli che la loro tecnica discende dalla teologia paolina; tra i tanti difetti del pensiero economico dominante c’è quello di non riflettere sul suo statuto epistemologico, pur pretendendo di dare lezione a tutti gli altri saperi.

Soprattutto noi italiani dovremmo prestare attenzione al significato originario di oikonomia, poiché le cose migliori le abbiamo fatte quando i produttori sono stati legati a un luogo, dai comuni alle signorie, sino ai tempi nostri. Anche il miracolo economico è stato grande crescita urbana, il triangolo industriale prima di tutto e poi l’invenzione dei distretti industriali ammirati nel mondo. Oggi sono insidiati dalla manifattura dei paesi emergenti, ma rimangono pur sempre un'invenzione nel territorio.

Questa peculiare forma di organizzazione produttiva ebbe il merito di trasformare l’antico gusto artigianale e la coesione sociale in fattori propulsivi della produzione industriale. Può dare ancora molto se sapremo difenderla e rinnovarla, ma certo non sarà più l'energia propulsiva dell’innovazione italiana. L’indebolimento di questo modello rende nudo il Paese di fronte alla sfida competitiva. E’ come se in Germania venisse a mancare il sistema renano, in Francia l’interventismo statale, in Gran Bretagna la forza finanziaria.

Ecco la svolta da compiere. Quello che siamo riusciti a fare di originale con i distretti industriali, dovremmo realizzarlo con la città come grande fabbrica postmoderna dell’innovazione. La vecchia industria aveva una certa indifferenza per il territorio; oggi invece la qualità dei luoghi diventa fattore decisivo per l’agglomerazione delle competenze. Nel distretto industriale la trasmissione delle competenze si realizzava in virtù dell’identità culturale e di legami sociali forti. Il lavoratore creativo, al contrario, ama le differenze, le relazioni aperte, i legami sociali deboli tipici dell’ambiente urbano.

All’inizio della Seconda Repubblica sembrò possibile questa transizione. Le speranze del dopo Tangentopoli nacquero dal Rinascimento di Napoli, Roma, Palermo, Torino, Genova, poi è calata la notte berlusconiana facendo sparire l’agenda urbana dal governo. Questo abbandono ha certamente aiutato la diminuzione della produttività totale dei fattori, che è il principale problema dell’economia italiana, perché l’innovazione si crea soprattutto nelle città. Sono state chiamate “riforme” tutte le leggi sullo sviluppo locale e sulle città, ma erano retorica federalista e ossessiva produzione normativa giunta ormai alla saturazione. Come si fa a gestire un’azienda di trasporti se per quindici anni in ogni legge finanziaria si fa una nuova norma sui servizi pubblici locali? La stessa cosa si può dire per la gestione dei bilanci o per il fisco locale, per le norme edilizie e gli appalti.

Si è discusso qui della necessità di nuove leggi, però bisognerebbe andarci cauti, perché sono di più quelle che dovremmo cancellare rispetto a quelle da approvare. Invece di emanare norme a raffica, bisognerebbe elaborare politiche nazionali, ovvero programmi complessi per le città, come si fa oggi in diversi paesi europei - in Francia, Germania, Olanda e Gran Bretagna – per raggiungere obiettivi concreti per la casa, i trasporti, l'organizzazione culturale e inclusione sociale. Anche da noi c’è bisogno di un impegno nuovo dello Stato nelle politiche urbane, una strategia per creare i capoluoghi dell'innovazione italiana.

Il riformismo urbano ha esaurito la spinta propulsiva degli anni Novanta. E certi difetti iniziali di quella stagione, ad esempio le politiche urbanistiche, alla lunga si sono aggravati. Oggi, certo, non mancano le iniziative di brillanti amministratori, ma l’agenda è la stessa di venti anni fa, con l’aggiunta delle politiche di sicurezza. Se finisce la Seconda Repubblica anche le sue politiche urbane andrebbero ripensate con un’altra impostazione, con un’altra cultura.

Il nuovo riformismo passa anche da una nuova terapia del linguaggio: bisognerebbe mettere da parte il lessico alla moda, come governance, stakeholder, spin-off, smart city, spending review. Questi termini anglofoni spesso coprono un vuoto di idee, dando l’impressione che si stiano dicendo cose nuove. Dovremmo tornare a parole semplici ma più profonde, come rendita, che riemerge dopo un lungo silenzio, ingegno, che è tipicamente italiano, e lavoro.

La prima di queste tre parole condiziona le altre, perché nei momenti migliori della storia nazionale la rendita ha avuto il significato positivo di patrimonio come bene ricevuto in eredità che ogni generazione deve accrescere per la fortuna delle generazioni successive, proprio tramite l’ingegno e il lavoro. Nei momenti di decadenza, invece, la rendita diventa appropriazione senza crescita che impedisce sia l’ingegno sia il lavoro: questa è la crisi italiana di oggi, la trappola della rendita.

Per uscirne dobbiamo ribaltare il paradosso che tante analisi hanno messo in evidenza. Il valore del capitale fisico delle città non è mai cresciuto così tanto, ma alla fine del ciclo immobiliare le città si ritrovano povere di infrastrutture e con i bilanci disastrati. Dove è andata a finire tutta questa ricchezza? Come si spiega questo paradosso tra ricchezza immobiliare e povertà urbana? I plusvalori sono stati acquisiti in gran parte dai proprietari senza alcun merito, non essendo determinati dai loro investimenti, ma da pure rendite di posizione. Nell’intreccio sempre più perverso di economia di carta e di mattone queste valorizzazioni immobiliari sono state succhiate dal tessuto urbano e collocate nel circuito finanziario globalizzato. Le banche che hanno gonfiato i valori nella fase dell'euforia adesso pagano la crisi come sofferenza nei propri assets e fanno mancare il credito alle imprese. Ieri hanno sostenuto troppo la rendita e di conseguenza oggi soffocano la ripresa produttiva.

I sindaci per sopperire ai deficit di infrastrutture e di bilanci hanno inventato la “zecca immobiliare”, cioè stampano carta moneta assegnando ulteriori diritti edificatori in cambio degli oneri di concessione. Ma lo scambio è ineguale, perché le infrastrutture necessarie per i nuovi quartieri costano molto di più degli oneri ricevuti e quindi aumentano il deficit e richiedono un nuovo intervento della zecca, in una spirale perversa e sempre più dannosa per l’interesse pubblico. Questa creazione di nuovi valori immobiliari prescinde dai criteri di adeguatezza, trasparenza e pianificazione, e viene legittimata solo dall'inconsapevolezza del dibattito pubblico circa le conseguenze fisiche ed economiche di tali decisioni.

La bolla immobiliare ha cambiato la geografia italiana espellendo i redditi bassi nell’hinterland e costruendo un enorme pulviscolo edilizio attorno alle grandi città italiane. Anche in questo caso, è rivelatore il linguaggio: noi le chiamiamo ancora con i nomi storici - Roma, Milano, Palermo, Napoli – ma oggi si riferiscono a oggetti geografici molto diversi, anzi a forme post-urbane. E' un triste primato aver realizzato nell'ultimo ventennio i casi più gravi di sprawl in Europa. Sull’area vasta, inoltre, il deficit strutturale è diventato ormai ancora più pesante a causa delle difficoltà di servire con adeguate opere pubbliche il rapido esodo di popolazione. Anzi la spesa pubblica ha aggravato il fenomeno finanziando soprattutto autostrade che favoriscono la dispersione urbanistica, producendo più traffico. E’ stata ignorata l’unica leva che poteva condensare il pulviscolo edilizio, almeno in parte, ovvero la ristrutturazione delle vecchie ferrovie regionali, come hanno fatto i francesi con la R.E.R. e i tedeschi con la S-Bahn. Per il nuovo governo di centrosinistra questo dovrebbe essere un programma prioritario. La realizzazione di una moderna rete ferroviaria regionale dovrebbe avere la stessa importanza che l’alta velocità ha avuto per trenta anni. Le risorse necessarie si possono trovare dalla rimodulazione dell’elenco delle opere nella Legge Obiettivo, la quale oggi quasi ignora le infrastrutture metropolitane su ferro.

L’insostenibile ascesa della rendita è la responsabile occulta di tanti problemi. Ad esempio, l'impoverimento del ceto medio dipende in gran parte dal boom immobiliare. Chi ha acquistato casa oggi si trova il doppio colpo dell’aumento del mutuo e dell’aumento dell’IMU. Trovare una casa in affitto significa spostarsi sempre più lontano dalla città e ai giovani precari spesso viene negata la casa in affitto perché non danno garanzie di uno stipendio fisso. Abbiamo chiesto ai giovani di adeguarsi alla flessibilità e in cambio hanno trovato un mercato delle locazioni sempre più rigido. Anche negli assetti politici e istituzionali si fanno sentire gli effetti perversi della rendita: la Città Metropolitana non è stata istituita perché avrebbe frenato la distribuzione di rendita che i piccoli comuni si sono trovati a gestire intorno alle grandi città. C’è una ragione strutturale che ha impedito quell’innovazione istituzionale.

Il peso degli interessi immobiliari, superiore rispetto a qualsiasi altro settore pubblico, ha in qualche modo distorto anche la vita dei partiti, assegnando il potere a notabili locali. Perfino i territori con tradizioni di buon governo sono stati influenzati dall’onda speculativa. I militanti di sinistra si sono trovati spesso di fronte al bivio se diventare come gli altri o essere irrilevanti nella scena politica. Ma forse il danno più grave è nel modello di sviluppo parassitario, perché i plusvalori della rendita sono di gran lunga superiori rispetto a quelli dei normali profitti industriali, senza neanche la difficoltà di organizzare un ciclo produttivo. L’acqua va dove trova la strada e le risorse disponibili sono attratte dagli usi speculativi a discapito degli usi produttivi.

Non bisogna, tuttavia, criminalizzare la rendita: è pur sempre l’espressione del valore di una città. A produrre l’effetto negativo è la cattiva ripartizione a favore dei proprietari, fenomeno tipicamente italiano, senza analogie in Europa. Se invece una quota consistente e adeguata tornasse al pubblico come investimento infrastrutturale, secondo la pianificazione comunale, la città diventerebbe più bella e quindi aumenterebbe la sua rendita. Da questo circuito virtuoso verrebbero vantaggi sia per la vita pubblica sia per le opportunità private.

Si tratta quindi di scrivere nuove regole della trasformazione urbana a favore della vita collettiva. In tale contesto si deve spingere l'imprenditoria ad abbandonare le pratiche speculative per dedicarsi solo alle innovazioni produttive. La crisi del ciclo rende necessario il ripensamento del modo di produzione dell’edilizia in Italia e non si può solo attendere, come pensa di fare l'establishment, che la crisi passi per ricominciare come prima.

L’urbanistica contrattata non ce la poteva fare a reggere questa potenza di fuoco dell’immobiliare alleato con la finanza. Non solo per la debolezza della politica, ma anche per la crisi delle strutture pubbliche, sempre più impoverite di risorse e di professionalità. Era come andare in guerra con la pistola ad acqua. Il controllo della qualità tecnica è stato sostituito dalle procedure sempre più pesanti fino alla paralisi burocratica, mentre bisognerebbe fare esattamente l’opposto: alleggerire le procedure e restituire la regolazione a tecno-strutture pubbliche di prestigio e di alta professionalità. La rendita si governa con il sapere della rendita. La conoscenza pubblica del fenomeno è essenziale. Ci vogliono agenzie pubbliche che conoscano il mercato immobiliare meglio dei privati, che sappiano condizionarlo con la leva fiscale, con la programmazione e soprattutto facendo sapere ai cittadini come si alloca la ricchezza. Tra le migliori realizzazioni della Provincia di Roma c’è l’Osservatorio della rendita immobiliare, uno strumento molto efficace che fornisce dati precisi, molto utili per il fisco, per gli oneri concessori, per la pianificazione urbanistica.

Per trasformare la città ci vuole anche l’ingegno sociale, non solo individuale o tecnico, come qualità dell’organizzazione civile. Da quando siamo entrati nella civiltà della conoscenza costruiamo città più brutte di prima. Il paradosso lo vedranno meglio gli storici del futuro che saranno stupiti dalla nostra generazione e diranno: crearono l’intelligenza di internet ma costruirono orribili pulviscoli edilizi intorno alle loro belle città.

La modernità novecentesca ha forse esagerato nella pretesa di razionalità. E’ stata l’età dell’urbanistica razionale. La post-modernità, invece, ha esagerato nel senso opposto con l’apologia della frantumazione, limitandosi a sovrapporre l’eclettismo delle archistar. Guardiamo al nord est, ad esempio, che ha un tessuto produttivo molto legato al territorio, alla sua storia e al suo artigianato, ma dimostra di non curarlo affatto e anzi lo dilapida con un sciaguratissimo sprawl. Quando penso alla periferia romana - a questo territorio strappato dal traino dei due cavalli imbizzarriti, quello dell’edilizia troppo pianificata e quello dell’edilizia troppo abusiva - mi chiedo se in futuro ci serviranno ancora i vecchi arnesi della cassetta degli attrezzi o si dovranno invece inventare nuovi strumenti. La città dovrebbe essere un grande laboratorio di ricerca per sperimentare progetti, regole di qualità, pratiche di condivisione con i cittadini.

Prima il sapere della trasformazione era garantito da intellettuali organici - ce ne sono stati di grande valore tra gli urbanisti - poi sono venuti i tecnici di staff - già un po’ meno liberi - e alla fine tecnica e politica si sono separate nella reciproca indifferenza; l’attuale governo tecnico è l'esito emblematico di questo processo. Invece bisogna ricostruire una relazione profonda tra tecnica e politica. Alcuni elementi aiuterebbero, ad esempio: la qualità ed il prestigio dei tecnici che operano nelle strutture pubbliche, ma anche la libera ricerca universitaria impegnata organicamente sul laboratorio urbano, fuori dalle ristrettezze e dalle angustie dell’incarico professionale. E poi équipes di giovani ricercatori, architetti, economisti, archeologi, sociologi, disseminati nei quartieri a studiare a progettare a comunicare.

L’innovazione è un vettore composto da due direzioni: il salto cognitivo e la qualità della cittadinanza e c’è bisogno soprattutto di questa innovazione sociale quando si trasforma la città esistente. Per l’espansione sarebbe ancora sufficiente la vecchia cultura della pianificazione. Oggi la città va ripensata, si tratta di inventare funzioni nuove e luoghi profondamente segnati dai vecchi usi. E' quasi un gioco gestaltico che ci aiuta a vedere le cose in modo totalmente diverso, come immaginare un giardino pensile su un’autostrada urbana dismessa. Quest’invenzione funzionale, però, oggi è frenata dalla rigidità dell’offerta e procede a ondate, prima tutte case, poi tutti uffici, poi tutti ipermercati, adesso di nuovo case e si ricomincia. Bisognerebbe invece diversificare la domanda di funzioni utilizzando le competenze, la concertazione, i concorsi di idee, la promozione internazionale. La capacità di reinventare i luoghi e la biodiversità delle funzioni sono oggi i caratteri che fanno ricca la città. La vera identità urbana non è mai rivolta al passato, ma consiste proprio nello scoprire questi caratteri latenti della trasformazione urbana.

Infine, l’ingegno deve essere applicato all’organizzazione della vita collettiva. E’ incredibile il ritardo delle nostre città, siamo pieni di diavolerie tecnologiche a casa e in ufficio, ma nello spazio pubblico prevalgono sistemi obsoleti. Continuiamo a muoverci nel traffico come talpe in base a quello che abbiamo di fronte, mentre se conoscessimo in tempo reale che cosa succede in città si abbasserebbero i flussi di traffico. La città è anche un’enorme banca di dati che dovrebbero essere accessibili come i suoi luoghi. Si tratta di una conoscenza non solo utilizzata ma anche alimentata dai cittadini: è bastato che prendesse piede quel gioco in internet sulle vecchie foto di famiglia per ottenere un grande archivio di immagini sulla trasformazione urbana. Nei prossimi anni sarà decisivo questo software urbano - l'insieme di codici, di servizi, di modi d’uso dello spazio - e non è solo una sfida per i governi municipali, ma implica anche un salto cognitivo dell’ingegno sociale. Questo è possibile solo se i giovani entrano nel mondo del lavoro, nell’amministrazione pubblica, nella politica.

L’economia urbana può creare lavoro migliorando l’organizzazione della vita in città. Perché questo non rimanga una pia intenzione occorre una revisione critica delle politiche che abbiamo alle spalle. Ogni sindaco in questi venti anni ha raccontato una propria storia di sviluppo dalla new economy alla classe creativa e al marketing urbano, ma in realtà le città hanno partecipato al declino della produttività del Paese, spesso offrendo un rifugio alle imprese che si ritiravano dalla competizione internazionale non solo attraverso l’immobiliare ma anche con le pessime privatizzazioni nelle utilities che hanno rafforzato i monopoli nei telefoni, nell’energia, negli aeroporti. Sotto la retorica della competizione tra le città si è consumata in realtà una perdita di produttività.

Sul lato del consumo, invece, c’è stata la vera innovazione urbana di questi anni, non solo nella morfologia, con gli ipermercati, ma anche negli stili di vita con la gentrification dei quartieri industriali e soprattutto con le iniziative culturali. Proprio da questa innovazione dei consumi è scaturita quell’immagine suadente di diverse città che è stata poi raccontata dai sindaci come innovazione produttiva, in omaggio alla retorica del tempo.

Ora la crisi svela l’equivoco e da un lato mette a nudo la debolezza dei sistemi produttivi urbani e dall’altro rallenta i consumi. Cade quindi l’illusione di creare ricchezza pattinando sull’onda della globalizzazione e dopo cinque anni di crisi mondiale siamo ormai nella fase della Grande Contrazione. Il circuito produzione-consumo, che prima era fortemente esogeno, oggi deve diventare un po' più endogeno, la “via sussidiaria” di cui parla Giulio Sapelli. Non basta più affidarsi alle reti lunghe, ma occorre creare anche occasioni per una relazione stretta tra produzione e consumo all’interno della città, migliorando i servizi della città. L’agenda delle cose da fare su questo è stata già scritta (la mobilità sostenibile, il recupero urbanistico, la riconversione ecologica degli edifici, il ciclo dei rifiuti, l’agricoltura periurbana di qualità, come anche la comunicazione digitale, la cura della persona, la scuola e l’educazione), e si dovrebbe passare a progetti più operativi.

Se questo non è un libro dei sogni implica un ribaltamento della logica dei beni pubblici seguita nel ventennio, ad esempio, i demani e le utilities. Nel vecchio paradigma esogeno questi beni dovevano essere venduti per rafforzare la concorrenza ed è stato l’obiettivo dominante con risultati modesti o controversi. Gli amministratori per venti anni si sono concentrati sugli assetti proprietari delle aziende e molto poco sulla qualità dei servizi, sui contenuti dei servizi. Nel nuovo paradigma endogeno questi beni dovrebbero essere utilizzati proprio come nuove opportunità sia nella produzione che nel consumo. Invece di svendere una caserma a prezzi stracciati forse sarebbe meglio arricchire la città utilizzandola per case in affitto per i giovani, per atelier delle imprese innovative e per strutture del nuovo welfare. La green economy non è una retorica ma una politica industriale. Bisognerebbe partire dal rafforzamento delle aziende che da sempre si occupano di acqua, energia e trasporti. Di certo andrebbero rivoltate come un guanto, eliminando le inefficienze, ma si dovrebbe partire da quelle strutture per farne dei soggetti promotori di politiche di risparmio energetico e per la mobilità sostenibile.

Anche nel settore privato bisognerebbe aiutare la crescita di nuovi gestori di questi servizi di interesse urbano e infine incentivare tutte quelle imprese che nei vari settori mostrano una nuova sensibilità alla cura del territorio, partendo dalle buone pratiche esposte alla recente biennale di Venezia.

Il balzo in avanti più difficile riguarda certamente la classe politica. Conosco tanti bravissimi amministratori locali e mi aspetto che si affermi una nuova generazione che sappia fare meglio di noi, che sappia correggere i nostri errori, che sappia scrivere una nuova agenda di riformismo urbano per i prossimi anni. Ce lo auguriamo per l’Italia, perché soltanto dalle città può ripartire una nuova fase di prosperità per il Paese, altrimenti non ci rimane altro che la retorica inconcludente della crescita che ci propone l’establishment economico. La crescita dei convegni di Davos che non arriva mai perché vorrebbe uscire dalla crisi applicando con maggiore determinazione proprio le ricette che hanno determinato la crisi.

Lo sviluppo non verrà dai tagli alla cieca, come quelli di prima, solo che adesso li chiamiamo spending rewiew. Da tanti anni si procede a sciabolate sui bilanci regionali e comunali, ma la spesa pubblica non è mai diminuita, si è solo diffuso un disordine nelle amministrazioni locali. C’è pericolo che i tagli diventino mentali, nel senso che a furia di cancellare si perda anche la voglia di immaginare nuove politiche.

Da più parti si invocano decisioni urgenti e severe ma vedo poca riflessione su che cosa significa “decidere”. Si dice anche che dobbiamo fare i compiti a casa e significa sostanzialmente che dobbiamo imparare il tedesco, che è una lingua concettuale. I tedeschi, infatti, per dire “decisione” dispongono di due parole: la prima Entscheidung, nel suono richiama il sibilo di una spada che taglia; la seconda. Entschlossenheit, sia nel significato sia nel tono indica il fruscio di un velo che cade. Quest'ultima è una decisione che fa venire alla luce una risorsa originaria troppo a lungo dimenticata, una decisione generativa di nuova vita a partire da un’eredità ricevuta. E’ la politica della città. La macroeconomia propone ormai solo decisioni che tagliano. L’economia urbana è il campo di questa decisione generativa. Per uscire dalla crisi l’Italia deve giocare la carta nascosta delle sue città.

Il fondamentale saggio di Walter Tocci sulla rendita urbana oggi, dell'agosto 2008, è in archivio.eddyburg.it, e precisamente qui.

Una puntuale analisi e una denuncia dell’ennesimo provvedimento legislativo con devastanti effetti sul territorio. Scritto per eddyburg, 19 novembre 2012 (m.p.g.)

Dopo mesi di dibattito, di rinvii, e con maxi-emendamento finale, è stata definitivamente approvata la legge regionale che recepisce il cosidetto decreto sviluppo (art. 5 D.L. 70/2011 convertito, con modificazioni, dalla L. 106/011).
Una brutta legge che, nella disattenzione generale, solo grazie alla mobilitazione delle associazioni ambientaliste e a una tenace opposizione in Consiglio Regionale del Consigliere del P.R.C., ha perso gli aspetti più aberranti e dirompenti dell’originario progetto di legge.

Un provvedimento voluto soprattutto dall’A.N.C.E., insoddisfatta degli esiti del Piano Casa vigente e del tutto disinteressata all’approvazione della nuova L.U.R. in itinere, che, in verità, non piace a nessuno ed è troppo lontana dalle necessità dei costruttori. Un provvedimento condiviso tiepidamente dalle associazioni di categoria e dai sindacati, preoccupati delle difficoltà che il settore edilizio attualmente attraversa. Un testo avversato con convinzione dalle associazioni ambientaliste Italia Nostra e W.W.F., che vedono illusorio affidare ad ulteriore quantità di costruito la soluzione di una crisi che non si risolve immettendo su un mercato già saturo ulteriori alloggi. Abitazioni che, peraltro, non sono destinate a coloro che ne avrebbero effettivo ed urgente bisogno ma che non sono nelle condizioni di acquistarle.

Di seguito, si richiamano gli aspetti di maggiore criticità della normativa approvata che pare somministrare una sorta di doping estremo al fine di dare un nuovo, quanto effimero vigore ad un settore ormai sfiancato. Invece di promuovere processi virtuosi di riqualificazione urbana ed edilizia attraverso l’incentivazione di interventi e di azioni capaci di contemperare iniziativa privata e interesse pubblico, si preferisce puntare unicamente ad una cosistente valorizzazione della rendita fondiaria urbana, innescando pericolosi conflitti fra riuso del patrimonio esistente e qualità dell’abitare, fra occupazione e qualità dell’ambiente.

In primo luogo, i premi di volumetria (fino al 50% del volume esistente) o di superficie (fino al 35%) sono esageratamente generosi sia per gli interventi su edifici residenziali, sia per quelli non residenziali, soprattutto perché al di fuori di ogni controllo, di qualsiasi possibilità di indirizzo da parte dell’ente pubblico.
Ciò che il Comune può fare con propria deliberazione, atteso che i premi volumetrici e di superficie previsti dal D.L. nazionale si applicano comunque e dappertutto, è l’esclusione di alcune zone del territorio comunale dalle premialità aggiuntive previste nel testo di legge regionale.

La normativa si declina sostanzialmente in termini puramente edilizi, una sorta di Piano casa 2, più flessibile del precedente e soprattutto includente le trasformazioni d’uso. Viene escluso il ricorso al trasferimento dei volumi, operazione complessa che avrebbe richiesto un approccio di tipo pianificatorio; non c’è alcuna possibilità di riflessione sull’assetto urbano come non c’è alcuna considerazione per qualsiasi strumento rivolto alla riqualificazione dei tessuti, di parti di città, a ribadire la sostanziale sfiducia dei costruttori per l’urbanistica e per le capacità di gestione delle pubbliche amministrazioni.

L’articolato prevede, inoltre, una indiscriminata monetizzazione degli standard urbanistici, senza condizioni (di nuovo, monetizzazione comunque e dovunque) peraltro attestandosi non alle superfici previste a tale scopo dai P.R.G., ma ai minimi di legge definiti dal D.M. 1444/68. Insomma potrà accadere che gli ambiti più congestionati e centrali della città, quelli in cui più alta è la rendita di posizione e conveniente la trasformazione, diventino ancor più congestionati per l’accrescimento dei carichi insediativi, attestato che gli spazi per verde e parcheggi saranno reperiti altrove, cioè dove possibili e non dove necessari. Si consideri anche che è consentita la possibilità di deroga ai parametri previsti dai P.R.G. per il controllo della conformazione dell’edificato: i soli limiti all’edificazione, rispetto alle densità, altezze e distanze delle costruzioni, sono quelli previsti nel richiamato decreto ministeriale del 1968. La riqualificazione urbana non è in campo, ciò che interessa sono unicamente gli investimenti privati da incentivare.

Può accadere, come accade a Pescara in una zona strategica per lo sviluppo della città, un’ampia area dismessa fra mare e fiume, che progetti edilizi contrastino con evidenza le scelte compiute attraverso un piano attuativo di iniziativa pubblica da poco adottato. Paradossalmente vengono incentivati interventi che compromettono l’attuazione degli scenari di riqualificazione prefigurati dall’ente pubblico: un paradosso che deriva dalla possibilità prevista dal D.M. di avvalersi, nelle more dell’approvazione delle leggi regionali, anche negli interventi di privati, dei permessi di costruire in deroga ai P.R.G.; con la differenza che, nel caso di interventi pubblici la L. 380/01, art. 14, prevede il pronunciamento del Consiglio Comunale, mentre nel capoluogo abruzzese il permesso in deroga ai privati è stato rilasciato senza ritenere necessario tale adempimento.

Si rinuncia, di fatto, alla principale finalità posta alla base del D.M. ovvero quella di “promuovere e agevolare la riqualificazione delle aree urbane degradate” circoscrivendo i compiti della normativa al rilancio del settore delle costruzioni e alla parziale riqualificazione edilizia. Parziale riqualificazione perché:

- la Regione Abruzzo non ha nel suo repertorio normativo nessuna specifica legge sulla sostenibilità delle costruzioni e pertanto le premialità sono attualmente assegnate sulla base della sola classe energetica (10% del volume esistente per edifici residenziali in classe A e 10% della superficie per edifici non residenziali in classe B), parametro importante ma non esaustivo, in un processo di effettiva riqualificazione ambientale del costruito;

- affidato ad interventi di ristrutturazione o di demolizione e ricostruzione puntuali; interventi introversi, concepiti isolatamente, in cui non entrano in gioco i rapporti con il contesto e quindi incapaci di attivare processi di rigenerazione urbana.

Infine, la legge è applicabile anche alle zone agricole nelle quali, attraverso la complementarietà delle destinazioni, è possibile che si accresca l’estraneità degli edifici esistenti alle pratiche agricole. D’altra parte, la complementarietà degli usi prevista nella normativa regionale può essere variata dai comuni solo in ampliamento della casistica predefinita e non già per escludere, eventualmente, le utilizzazioni ritenute incongrue.

In conclusione quella che poteva presentarsi come un’opportunità per incentivare il recupero dell’edilizia esistente, a fronte del contenimento di occupazione di nuovi suoli non urbanizzati, si trasforma in Abruzzo in una potenziale colata di cemento a partire dalle aree in cui maggiore dovrebbe essere l’attenzione agli aspetti qualitativi e di riorganizzazione urbana.

Trattative pericolose quelle tra proprietà privata e potere pubblico. Soprattutto quando la proprietà è del maggior potere cittadino. La trasparenza è d'obbligo e i vantaggi per i cittadini l'obiettivo prioritario. Il Fatto Quotidiano, 10 novembre 2012

Un pezzo di città da riqualificare, una potente società calcistica che potrebbe farsene carico (e completare così il progetto inedito e vincente di uno stadio di proprietà), una sciagurata operazione urbanistica di qualche anno fa e una città con un disperato bisogno di denaro liquido per rientrare nel Patto di stabilità. Sono gli elementi di una vicenda che rischia di incrinare la maggioranza di centrosinistra che governa Torino. Lunedì il consiglio comunale voterà la variante del piano regolatore che darebbe il via libera alla Juventus per la costruzione di una “cittadella bianconera” accanto allo Stadium. Variante che quattro consiglieri del Pd, e l’Idv Giuseppe Sbriglio, minacciano di non votare, e non sono mancati aspri dissapori tra quest’ultimo (ex assessore allo sport di Chiamparino) e l’assessore all’urbanistica Ilda Curti (Pd).

Si tratta di un progetto ambizioso su un’area di (almeno) 260 mila metri quadrati che prevede la costruzione di un centro sportivo (anche per la prima squadra), la nuova sede societaria, un centro di medicina dello sport, un albergo da 120 stanze, un cinema multisala da dieci schermi e - soprattutto - edifici di edilizia privata. La Juventus verserebbe nelle casse comunali 10,5 milioni
di euro (più gli oneri di urbanizzazione previsti per legge) e promette di investirne oltre 40. Il risultato promesso è la rinascita di un quartiere disagiato a tutto vantaggio - come del resto accade in molti paesi d’Europa - di una società calcistica che, grazie allo stadio di proprietà, raddrizza i bilanci e attira turisti.

Cosa agita, dunque, i consiglieri della maggioranza che sostiene Piero Fassino? Il prezzo troppo basso? In effetti meno di euro al metro quadro per il diritto di superficie è tutt’altro che sfavorevole, ma c’è dell’altro. Il problema, in realtà, riguarda una gestione un po’ leggera della vicenda. Chi è accecato dal tifo avverso evoca sudditanza a casa Agnelli, altri - meno prosaicamente - ci vedono l’esigenza di incassare alla svelta.

La giunta, a fine luglio, ha siglato un protocollo con la Juventus senza fissare un prezzo per la vendita ma accettando tout court l’offerta della società di Andrea Agnelli. Inoltre, nel testo della delibera sottoposto al Consiglio pochi giorni fa, è “magicamente” raddoppiata (da 6 a 12 mila mq) l’area destinata all’edilizia residenziale, quella più redditizia, senza che il Comune - come logica suggerirebbe - abbia chiesto un euro in più. A seguito di questo “incidente” è stata disposta una perizia, che tuttavia vedrebbe la luce solo ex post. Cosa accadrebbe se il prezzo non sarà considerato congruo?

C’è poi la questione di ciò che già esiste alla Continassa: l’ex Palastampa ora in gestione alla famiglia Togni (già in contenzioso con la città) e - soprattutto - l’ex Arena rock. Quest’ultima è un’enorme spianata di terra pensata come area concerti costata 5 milioni di euro e mai (dicasi mai) usata in quasi dieci anni, perché assolutamente e palesemente inadeguata. L’Arena rock è oggi un kartodromo, costruito da una società privata che ha vinto una regolare gara pubblica (a cui la Juventus non ha partecipato). Non è un rischio contabile - si chiedono i consiglieri “ribelli” - far finta che alla città quella struttura non sia costata milioni di euro? E soprattutto, chi manda via i concessionari? E a che prezzo? Il rischio, insomma, è che il ricavato della vendita - se la Juventus non accetterà di farsene carico - finisca in risarcimenti e contenziosi con i privati.

Ecco un esempio pisano di come l'accrescimento della rendita urbana, derivante dalle decisioni pubbliche, si traduca in ricchezza privata. Il Fatto quotidiano, 7 novembre 2012

Pisa. Ikea sbarca a Pisa con un super store da 33 mila metri quadrati. I lavori sono già iniziati e la multinazionale del mobile ha in programma di terminarli a fine 2013. Ma il primo affare l’ha compiuto la società che le ha venduto l’area, sulla via Aurelia sud, tra l’aeroporto “Galilei” e l’uscita della superstrada Firenze-Pisa-Livorno, la Navicelli spa, con una semplice variante al piano urbanistico ottenuta dall’amministrazione comunale ha quadruplicato il valore dei terreni avuti pochi mesi prima dello stesso municipio. Da circa 50 euro a 200 euro al metro quadrato. Una plusvalenza gigantesca, da 765mila euro a oltre tre milioni per ottenere quei 15 mila metri quadrati necessari per costruire il nuovo grande magazzino. La Navicelli ha pagato i denari dovuti all’amministrazione comunale con grave ritardo e solo dopo la variante urbanistica che consentiva il nuovo insediamento commerciale e dopo aver incassato la prima tranche dei soldi da Ikea. E dire che la società era nata per favorire il settore nautico.

L'arrivo di Ikea a Pisa è storia lunga. La multinazionale svedese aveva messo gli occhi su un’altra area, nel comune di Vecchiano. La struttura doveva sorgere a ridosso del casello autostradale ma l’amministrazione locale, a pochi giorni dalle elezioni, non se la sentì di dare il via ad un progetto che prevedeva anche un grande centro commerciale e un villaggio turistico. Una colata di cemento. Stoppata a Vecchiano, Ikea trova il sindaco di Pisa Marco Filippeschi pronto a cogliere l’occasione di un investimento da 70 milioni di euro che dovrà dare un posto di lavoro a circa 300 dipendenti diretti. Tanto più che a Pisa la società del mobile ha rinunciato alla colata di cemento che voleva r

ealizzare a Vecchiano, eliminando dal progetto del centro commerciale e il villaggio. Il Comune di Pisa prospetta dunque a Ikea di insediarsi nel proprio territorio scegliendo tra due opzioni: la zona industriale di Ospedaletto oppure l’area che nel 2007 aveva venduto a Navicelli spa, pensata per le aziende della nautica, settore in espansione e alla ricerca di spazi sulla costa. Ikea avrebbe scelto i terreni che nel frattempo aveva acquisito la Navicelli e la cosa non deve essere dispiaciuta all’amministrazione pisana, che non aveva incassato un centesimo dei 765mila euro promessi. C’era bisogno, però, di un’ulteriore variante al piano urbanistico per trasformare le aree da industriali a uso commerciale. E così è avvenuto, con grande soddisfazione di Alessandro Paglia, responsabile di Sviluppo Ikea Italia: “A Pisa si è seguito un iter da tempi record, non solo per l’Italia ma anche rispetto alla media europea e mondiale”.

Sulla carta l’operazione mette tutti d’accordo. Le aree erano state vendute per creare posti di lavoro e nuova occupazione la porterà l’Ikea e poco importa se non sarà l’industria delle barche da diporto. La multinazionale del mobile realizzerà il suo progetto, anche se deve rinunciare alla speculazione edilizia, il Comune ha incassato i soldi che gli doveva Navicelli. Maurizio Bini, capogruppo di Rifondazione comunista in Comune, teme gli effetti della nuova Ikea su una zona già gravata da traffico e pesanti infrastrutture e critica anche la plusvalenza che la Navicelli ha realizzato nell’acquisto e l’immediata rivendita delle aree di Porta a Mare. Dietro Navicelli ci sono personaggi che hanno molti legami con l’amministrazione comunale, dall’ex vice sindaco Stefano Bottai ad alcuni costruttori edili che hanno reso possibile l’operazione Ikea vendendo i loro terreni e che in molti casi sono tra coloro che hanno le mani su tutto quello che si muove sul litorale pisano, dal porto di Marina alla Cosmopolitan di Tirrenia, dal resort del Mary alla società Boccadarno. Due milioni e trecentomila euro di guadagno, senza alcun margine di plusvalenza per le casse comunali, con un paio di atti notarili.

© 2022 Eddyburg