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É consolante apprendere che dal PD viene una proposta, quella relativa alla riforma degli ordini professionali, che ammette anche le associazioni volontarie fra professionisti diversi. Almeno, consolante dovrebbe essere per chi ha, nel tempo, argomentato più volte circa l’inadeguatezza della figura-principe del Grande Architetto come ‘autore’ di urbanistica ‘di diritto’ – e di diritto tendenzialmente esclusivo. Nella patria del diritto d’autore, dove è semisconosciuto, per non dire applicato, il fai use o public domain d’oltreoceano, si tratta quasi di una proposta eversiva.

Ma a guardar meglio si vede poi dove cade questa proposta: in un paese dal quale, al pari della peste dai climi temperati, l’urbanistica si avvia a scomparire, e forse anch’essa, come il morbo, per anni.

Si vede l’oscurità dei grandi squarci di vuoto che promette di aprire l’ “integrazione” dell’articolo 41 della Costituzione sull’iniziativa economica, o l’ “aggiramento” dell’articolo 118 della Costituzione stessa, che combinati “costituzionalizzano” la liceità dell’abuso, purché sia compiuto in piena ‘responsabilità’,e fino a che, naturalmente ex post, non sia stato provato.

Ci si domanda,certo, chi mai sarà tanto dissennato da volere/potere aprire qualsivoglia tipo d’impresa in un paese (e in un continente) impoverito, spaventato, dal futuro oscuro e malcerto: sono davvero i controlli ex ante della pubblica amministrazione il problema. Naturalmente no, ma il plauso peloso degli imprenditori resta…

Guardando ancora, si vede il vuoto aperto dalla possibilità, data ai Comuni, di avvalersi anche loro (debitamente autorizzati dall’esecutivo di Roma) di quelle famose norme sui ‘grandi eventi’ che di recente in Italia hanno generato fra l’altro Draquila e il ddl contro le intercettazioni o legge-bavaglio: già, i Comuni potranno decidere “che cosa” sia da considerarsi per loro “grande evento”, e aggirare come per Draquila (ma come per il G8, come per gli Europei di nuoto, come per le Olimpiadi…) le leggi sugli appalti e ogni altro tipo di norma; indifferibilità e urgenza; emergenza; sicurezza nazionale… Più vicino, si vedono come morsi di tarme i vuoti aperti dalle norme sull’accatastamento dell’abusivo del dl 78/2010 (detto anche Manovra) – come pure da quelle sul taglio delle consulenze a carico degli enti locali.

Chi controllerà ‘ex post’ – chi verificherà la rispondenza alle norme urbanistiche dell’abusivo neo-accatastato, gli Uffici tecnici dei Comuni costretti a non assumere e a non avvalersi di consulenti? Di quei Comuni – questa volta i grandi – che già all’epoca del primo condono ( original) furono costretti a esternalizzare in blocco a società private la verifica delle masse di pratiche confluite ai loro Protocolli? Sulla carta, certo, per i geometri ci sarà molto lavoro – né più né meno come nel 1985 e dintorni; forse anche per ingegneri e architetti; un profluvio di accatastamenti e di autocertificazioni.

E l’Urbanista?, questa figura che già non era né carne né pesce né altro alimento, il cui lavoro consiste (dovrebbe consistere) esattamente nell’apporre le famose norme che giustificano oggi i perfidi controlli ex ante? Che fine farà (o ha già fatto) questo personaggio disgraziato, che ha sulla coscienza (udite!) il peccato grave e imperdonabile di apporre ostacoli alla miracolosa ripresa?

In realtà, l’urbanista è già “postumo”, e sopravvive a se stesso solo in alcune parti del paese le cui classi dirigenti sono intenzionate a non perdere del tutto la faccia – ovvero devono comunque distribuire qualcosa ai propri clientes pianificatori, oppure in quei grandi e costosi parcheggi che sono le università italiane, intente a formare stuoli di pluri-dottorati-masterizzati destinati ben che gli vada a popolare per brevi dolorosi periodi qualche call center, e, se hanno la casa dei genitori, a restarci.

La cosa singolare - vista dall’esterno – è che questi ‘mondi’ separati, queste ’nicchie’, paiono comportarsi come se nulla stesse accadendo – mentre non si tratta di questi mesi o di questi giorni, ma di una storia che continua da anni, e le cui vittime sono tra noi.

Spigoliamo da Repubblica tra ottobre 2009 e giugno 2010:

"Protagonisti di questa sorta di dolenteSpoon River da quell'al di là che è il mondo di chi viene privato del lavoro, e in cui moltissimi rischiano di precipitare, sono i giovanissimi della laurea breve, i diplomati e quelli delle scuole specialistiche. Ragazzi che, sui banchi delle università, hanno studiato come gestire i rischi ambientali e a cui ora non viene dato alcun ruolo nella società attiva."

"Da Strasburgo ci scrive un ragazzo che si è laureato in geologia e ha un dottorato in geofisica. 'L'Italia non ha bisogno di un sismologo, non ha bisogno di un esperto di geotermia e non ha bisogno di persone che studiano e sviluppano lo sfruttamento delle energie rinnovabili'"

"[...]alla metà di maggio, al Comune di Napoli, si sono presentati in 112mila per 534 posti. E in questi giorni al Comune di Varese sono arrivate 150 domande per un posto da educatore part time; a Busto Arsizio, dove cercano 16 tra vigili e impiegati, hanno scritto in duemila; a Treviso una folla di 857 persone si contende un posto da impiegato comunale".

E Draquila è lì, a certificare che, come scrive il ragazzo, “l’Italia non ha bisogno di un sismologo”.

Ma Draquila, con le sue new town, è lì anche a dimostrare, come nel favoloso racconto del Ministro per il Turismo Brambilla, l’Italia in realtà non ha bisogno neppure di un urbanista, dal momento che è il Presidente in Consiglio in persona a studiare a tavolino o dove che sia (comunque ad Arcore) il nuovo assetto della Draquila post-terremoto (terremoto?,ma non avevamo detto che non serviva un sismologo?...).

Figure postume, gli urbanisti, uomini o donne, zombie, morti viventi.

Ma – il punto è -, ma lo sanno? Ai nostri occhi arriva la luce di stelle morte: così, i pregevoli e ricchi siti o portali che si interessano alla materia.

Unica prospettiva realistica, per i loro curatori/frequentatori, una dimensione quietamente, rassegnatamente, fenomenologica: osservare e descrivere quel che succede. O per dir meglio: descriverlo fino a che rimanga legittimo farlo – con o senza iscrizione all’Ordine dei Giornalisti – con obbligo di rettifica entro le 48 ore (norma del ddl intercettazioni rivolta ai blogger).

Attrezzatevi!

CONSIDERANT QUE :

1 La qualité de l'organisation physique, sociale et économique des pays, des régions et des zones rurales et urbaines concerne au premier chef le public et les autorités responsables à l'intérieur de la Communauté et de chaque Etat membre.

2 Ces autorités reconnaissent le rôle crucial de l'aménagement spatial, tant du point de vue national que régional et local, pour réaliser et maintenir une organisation physique, sociale et économique du territoire et un environnement de bonne qualité.

3 Remplir ce rôle dépend de la présence et de la disponibilité à tous les niveaux, aussi bien dans le secteur public que privé, d'urbanistes professionnels compétents et responsables.

4 Il est donc d'intérêt public que ceux qui font appel aux services d'un urbaniste puissent reconnaître et être certain de sa compétence et de sa probité professionelle, dans des conditions reconnues à travers toute la Communauté.

5 Il n'y à pas d'obstacles légaux à la libre circulation des urbanistes et à leur droit de s'établir dans un des Etats membres de la Communauté, mais il y a des différences substantielles entre ces Etats quant à la définition, l'object, le rôle, le champ d'activité, la structure et l'exercice de la profession d'urbaniste, et également quant à la formation, la compétence et les règles de conduite des urbanistes.

LES INSTITUTS NATIONAUX ET LES ASSOCIATIONS SOUSSIGNÉS D'URBANISTES DES ETATS MEMBRES croient nécessaire et urgent de s'unir pour rechercher une harmonisation de toutes les matières en relation avec la profession d'urbaniste à travers la Communauté. Ils se sont en particulier mis d'accord pour collaborer à l'établissement de critères de compétence et de morale professionnelle, qui seront observés par leurs membres et reconnus par les autres. En conséquence ils RECONNAISSENT et DECLARENT :

Qu'il formuleront une définition de l'urbaniste professionel par référence au champ et à la nature des ses activités; à sa compétence, en fonction de sa formation et de son expérience; à son éthique professionnelle en fonction du code de déontologie auquel il est soumis; et à son appartenance à son Institut national ou à son Association.

Que les éléments de cette définition seront formulés dans des annexes au présent Accord et Déclaration, spécifiant :

la nature et le champ d'activités de l'urbaniste professionnel :

les critères de formation et d'expérience professionnelles ;

les règles de morale professionnelle

3 Que cette définition constituera le critère minimal de reconnaissance de l'urbaniste professionnel à travers la Communauté et qui pourra être garanti par un symbole distinctif.

4 Que ceux qui répondent à cette définition seront reconnus mutuellement en tant qu'urbaniste professionnel par les Instituts nationaux et Associations à travers toute la Communauté; que les Instituts nationaux et les Associations seront libres de déterminer des critères plus exigeants pour leurs propres membres et que le critère minimal sera relevé de temps en temps par un accord conclu entre les Instituts et les Associations.

5 Que les Instituts et les Associations soussignés tendront vers l'harmonisation de leurs exigences en ce qui concerne la formation, l'expérience et la morale professionnelle en vue de parvenir en temps utile à la reconnaissance mutuelle des conditions et des qualfications requises pour l'affiliation.

6 Que les Instituts et les Associations soussignés travailleront à l'harmonisation des cycles de formation et des niveaux d'enseignement offerts par les institutions academiques dans les Etats membres respectifs, ainsi qu'a l'établissement d'une commission européenne pour la formation en urbanisme.

7 Que les Instituts et les Associations soussignés coopéreront à l'échange d'informations et à encourager les relations entre leurs membres et avec d'autres organisations concernées par la profession.

8 Que les Instituts et les Associations soussignés collaboreront pour dégager les grands problèmes de l'urbanisme et de l'environnement à incidence européenne et à formuler des recommandations opérationelles.

9 Que les Instituts et les Associations soussignés établiront un Comité de Liaison, forum où se poursuivrera le travail en vue de la réalisation des buts définis par la présente déclaration, qui servira de référence entre la profession et les Institutions de la Communauté, et aidera la promotion et la reconnaissance de la profession d'urbaniste dans chaque pays membre et dans la Communauté.

10 Que les Instituts et les Associations soussignés souhaiteront l'adhésion au présent Accord et Déclaration de tout Institut national ou Association, leur coopération et leur aide pour atteindre les buts énoncés dans le présent Accord, ainsi que leur appartenance au Comité de Liaison.

ANNEXE A: NATURE ET ETENDUE DES ACTIVITIES DE L'URBANISTE PROFESSIONNEL

1. L'Urbanisme est un processus qui regroupe plusieurs pratiques telles que: aménagement du territoire, aménagement régional, planification physique et spatiale, aménagement urbain et rural, environnement, sous leurs aspects socioéconomiques et dans leurs implications.

2. Domaines et nature d l'Urbanisme

L'Urbanisme couvre tous les aspects de l'aménagement, de la mise en valeur des territoires et de l'usage des sols. Il intervient aux différents niveaux interdependants - rural et urbain, métropolitain et régional, national et international. Il rassemble toutes les formes d'activitiés relatives aux phénomènes de développement. Pour ce faire, il oriente, il met en valeur, il contrôle et simule la perpétuelle évolution des milieux dans le respect de l'interêt général.

Ménageant l'avenir, I'Urbanisme contribue au développement harmonieux des Communautés humaines, en simulant les transformations physiques et sociales des milieux, en proposant l'utilisation optimale des ressources, et en prévenant les conflits d'intérêt ou en les atténuant. C'est à la fois une discipline de conception et de gestion, qui s'applique aussi bien à la préservation qu'à la transformation des structures et du patrimoine des régions urbaines et rurales.

L'Urbanisme contribue toujours à mettre en évidence les libertés de choix et les marges de flexibilité.

Projetant pour aujourd'hui et pour demain les différentes conditions d'organisation sociale, physique et économique des territoires dans un environnement de qualité pour les habitants, l'Urbanisme n'est pas forcément déterministe. Il s'inscrit dans l'argumentaire et les mécanismes de décision des institutions publiques et du secteur privé.

A cause de son influence directe sur la vie quotidienne des hommes, I'Urbanisme à évidemment de fortes résonances politiques, et la participation du public en est un élément indispensable.

3 Les qualités réquises pour les Urbanistes

L'Urbanisme demande une approche multidisciplinaire pour intégrer les aspects physiques, sociaux, culturels, économiques, écologiques et politiques du territoire. Les méthodes de l'Urbaniste comprennent l'analyse et la synthèse, la création et la composition, la gestion et l'administration du territoire.

L'Urbaniste se caractérise par son aptitude à travailler en équipe d'Urbanistes avec d'autres professionnels et avec les répresentants des différents groupes intéressés à l'evolution du cadre de vie.

4 Les missions de l'Urbaniste

Chercheur ou praticien, I'Urbaniste propose des politiques d'aménagement et des programmes d'action; il est concepteur de projets et permet leur mise en oeuvre; il participe à la formation des Urbanistes.

Par une synthèse complète, équilibrée et imaginative, les actions professionnelles des urbanistes concourent à:

° identifier les besoins présents et futurs de la collectivité ou de la Communauté et mettre en évidence les opportunités, les enjeux, les contraintes et les implications pour l'action;

° proposer, sous forme de politiques et de plans d'aménagement, les actions nécessaires pour déclencher, organiser et mettre en oeuvre le changement, en s'appuyant sur les données de la recherche;

° assurer la médiation nécessaire à la mise en oeuvre de ces actions;

° contrôler, conduire et modifier, ces plans et ces politiques au fur et à mesure de l'évolution des besoins et des ressources, et selon les directives générales qu'ils reçoivent;

° gérer et évaluer les effets et les implications dès changements des leur apparition.

NATURE ET CHAMP D'APPLICATION DES ACTIVITES DES URBANISTES PROFESSIONNELS

(Annexe A à la Charte Fondatrice)

L'urbaniste est

·Un chercheur

·Un professionnel

·Une source de proposition de politiques et de programmes d'action

·Un concepteur de projets, et

·Un réalisateur

Par les domaines de l'aménagement, l'urbaniste peut contribuer aux activités suivantes :

[omissis, vedi il file .pdf allegato]

Note

La gamme des activités couverte par la profession varie selon le pays membre de l'UE. Dans chaque pays membre, les urbanistes peuvent choisir individuellement de se spécialiser dans différents types d'activités.

ANNEXE B: FORMATION DE L'URBANISTE

1. L'Annexe B constitue le cadre de formation minimum de l'Urbaniste européen. La formation de l'Urbaniste à pour but de lui faire acquérir et de maintenir les compétences nécessaires à l'exercice de la profession définie dans l'Annexe à (Nature et étendue des activités de l'Urbaniste) et l'Annexe C (Devoirs professionnelle de l'Urbaniste). La mise en application et les modalités transitoires sont à définir par les institutions concernées.

2 Le Statut et les Compétences de l'Urbaniste requièrent une formation visant à développer la capacité d'identifier des situations, d'énoncer des diagnostics, et de formuler des solutions grâce à l'assimilation de connaissances interdépendantes d'ordre physique, spatial, technique, social, culturel, économique et politique, par la compréhension du processus global de l'aménagement du territoire et des disciplines et professions connexes dans leurs contributions à celui-ci, et par l'initiation à l'analyse, à la synthèse, à la prospective, à la programmation, à la création, à la conception et à la gestion.

3 Le Contenu de la Formation doit

a) s'étendre aux différentes échelles spatiales et aux différents termes dans le temps,

b) concerner les différents contextes et milieux de vie (rural, urbain, économiquement développé ou non),

c) évaluer et intégrer les nouvelles pratiques et techniques professionnelles,

d) se composer d'une formation académique et d'un stage de pratique professionnelle,

e) comprendre l'étude du champ de l'Urbanisme et des contributions faites à l'Urbanisme par les disciplines et professions connexes,

f) englober un tronc commun minimum de formation qui définit le niveau et la qualité minimum de cette formation, et qui sera adapter progressivement par le Conseil.

4 La Structure d'Organisation de la Formation

a) La formation est de niveau universitaire.

b) La formation est organisée dans le cadre :-

* d'un cycle d'études undergraduate (ler et 2e cycle) et comprend un minimum de 6 ans de formation, soit 4 ans de formation académique à temps plein ou équivalent et 2 ans d'expérience professionnelle inclus dans la formation, ou respectivement 5 ans et 1 an; ou

* d'un cycle d'études postgraduate (3e cycle) et comprend un minimum de 4 ans de formation, soit 2 ans de formation académique à temps plein ou équivalent et 2 ans d'expérience inclus dans la formation

c) Les contributions des disciplines connexes à l'Urbanisme sont intégrees à la formation des Urbanistes pendant toute la durée des études au sein des programmes de cours, des professeurs, et dans le cas des études postgraudate, des étudiants.

d) Les professionnels sont intégrés dans l'enseignement pour réaliser un équilibre entre théoriciens et praticiens au sein du corps professoral.

e) Les établissements d'enseignement ont, en outre, pour tâche de développer la recherche académique dans le domaine de l'Urbanisme et de l'aménagement du territoire.

5 La Spécialisation de l'Urbaniste dans un domaine particulier de l'Urbanisme se réalise

soit antérieurement à ses études en Urbanisme (postgraduate)

soit postérieuerment à ses études en Urbanisme (undergraduate)

soit de maniére complémentaire durant ses études en Urbanisme.

6 Les Formations de Nature Complémentaire dans le domaine de l'Urbanisme sont organisées pour

° la formation continue de l'Urbaniste

° Ia formation des techniciens chargés d'assister l'Urbaniste

° la sensibilisation des professions connexes à l'Urbanisme.

SUPPLEMENT A L'ANNEXE B DE LA CHARTE EUROPEENNE DES URBANISTES

TRONC COMMUN DES PROGRAMMES DE FORMATION DES URBANISTES

Le CEU précise le tronc commun minimum de formation requis pour préparer à l'exercice de la profession d'urbaniste.

Ce tronc commun fait partie intégrante de l'Annexe B à la Charte Européenne des Urbanistes: il est un élément fondamental de la profession d'urbaniste en Europe.

Il est exprimé volontairement dans un langage, et dans un ordre destinés à en permettre l'interprétation pédagogique différenciée par les différents Instituts et établissements de formation des urbanistes en Europe, selon leurs orientations spécifiques.

1. DE LA COMPREHENSION DU MILIEU

La perception et la compréhension du milieu: physique, naturel, humain, social, économique, technologique, bâti. La connaissance et la compréhension des traditions et des mécanismes qui régissent le développement, la vie sociale, la production et l'usage de l'espace, les mécanismes d'évolution des milieux naturels, et de la qualité de l'environnement. Les principes du développement durable. La compréhension des besoins de la personne.

2. DE LA THEORIE ET DE LA METHODOLOGIE

Histoire et philosophie; Théorie; Logique d'acteurs; Notions d'espace; Notions de temps. Politiques urbaines, aménagement du territoire, et urbanisme: marges de manoeuvre, analyses, synthèses, propositions. Méthodologies: analyse, synthèse, proposition/création/conception, médiation, mise en oeuvre, gestion, évaluation.

Choix et conception d'outils appropriés pour agir sur les mécanismes et sur les stratégies d'acteurs. Evaluation des contributions interdisciplinaires et méthodes d'évaluation continue des politiques publiques. Apprentissage de la recherche, et introduction à la prise en compte du temps et des rythmes dans l'évolution des établissements humains.

3. DU CADRE INSTITUTIONNEL

Législation et Administration de l'urbanisme: signification et cadre juridique des pratiques locales, et les règles de l'économie locale; compréhension et analyse pédagogique des différences entre pays. Connaissance et compréhension de l'imbrication des différents niveaux: national, régional, local, et de leurs spécificités propres. Connaissances générales sur les sources statistiques, sur les données financières principales, et sur les indicateurs exploitables (humains, physiques, économiques).

4. DES TECHNIQUES ET DES PRATIQUES PROFESSIONNELLES:

* Montrer la spécificité des méthodes: Identification des besoins; Prospective et anticipation des besoins - stratégies. Formulation du projet et simulations/évaluation des résultats; Capacité de travailler en équipes interdisciplinaires; Relations avec la population; Médiation des conflits; Fondements du Droit appliqué; Gestion et coordination des processus d'aménagement. Production de plans. Aménagement des sites.

* Apprendre les notions d'esthétique et acquérir les bases du travail de conception: Art Urbain; Plans d'urbanisme. Plans d'aménagement.

* Techniques d'expression: Mode, contenu, et transmission des concepts aux autres acteurs professionnels, à la population, aux centres de décision. Moyens d'expression (oraux, graphiques, écrits, informatiques).

5. DES MATIERES PROFESSIONNELLES

Mise en évidence des connaissances, des attitudes et des savoir faire spécifiques aux urbanistes; Responsabilité de l'urbaniste; Ethique/Responsabilité/Hiérarchie; Statuts d'exercice; Déontologie; Evolution des critères de reconnaissance professionnelle; Organisation professionnelle.

[Texte arrêté par l'Assemblée Générale du C.E.U. le 17 novembre 1995 à Athènes]

ANNEXE C: DEVOIRS PROFESSIONNELS

1 Les Urbanistes professionnels doivent se comporter de manière à garantir la bonne réputation de la profession en général et de leur Institut ou Association en particulier. Ils doivent respecter et défendre l'éthique et les règles professionnelles en vigeur dans les divers Instituts et Associations de chacun des Etats membres dans lesquels ils remplissent leur mission.

2 Chaque Institut ou Association rédige le détail de ses propres règles de conduite professionnelles et ce, dans le cadre des principes énoncés ci-dessous que tous les Urbanistes professionnels, appartenant à un Institut ou une Association des Etats membres de la Communauté Européene signataire de l'Accord, doivent respecter.

a) Compétence Prendre les moyens nécessaires et raisonnables pour entretenir leur compétence professionnelle en tout moment, et ce en prenant connaissance des orientations émises par leur Institut ou leur Association. Les Urbanistes doivent s'assurer qu'ils sont bien informés des besoins de la societé dans sa globalité et dans la diversité des disciplines.

b) Responsabilité Intervenir toujours dans l'intérêt de son donneur d'ordres (mandant, employeur ou client), tout en considérant que l'intérêt public doit rester prédominant.

Rendre compte et mettre en évidence tout renseignement utile connu, ainsi que les enjeux et les risques prévisibles dans l'action envisagée.

c) Intégrité Honorer la confiance de son donneur d'ordres (mandant, employeur ou client). Ne pas faire mauvais usage des renseignements dont les Urbanistes professionnels disposent de manière privilégiée.

Eviter les confusions d'intérêt, et particulièrement la situation d'être juge et partie, en s'assurant que toutes les propositions qu'il formule soient conformes à la bonne foi et aux savoir-faire professionnels.

d) Confraternité Chercher à éviter et à éliminer toutes formes de discrimination. Ne compter que sur la valeur professionnelle pour obtenir de nouvelles missions; ne pas chercher à évincer un confrère; informer systématiquement dès les prèmieres démarches tout confrère qui serait intervenu précédemment sur le même sujet avec le même type de mission. Travailler en équipe et collaborer avec d'autres Urbanistes autant que de besoin. Lorsqu'il est employeur, permettre à ses collaborateurs de parfaire leurs connaissances, d'épanouir leurs capacités et d'accroître leur expérience et leur savoir-faire, en permettant l'identification de leur contribution.

e) Rapports avec les autres professions Reconnaître la spécificité des professions connexes, rechercher leur collaboration et recourir à leurs spécialités selon la nature de la mission.

f) Remunération N'accepter pour rémunération de son travail que des honoraires, des appointements ou un salaire, selon les barèmes appliqués, éventuellement publiés par leur Association ou leur Institut Professionnel, à l'exclusion de toute autre remise ou commission; les Urbanistes exerçant à titre honoraire peuvent renoncer à être rémunérés.

g) Publicité Lorsqu'elle est authorisée, la publicité doit être honnête, mesurée, courtoise envers les concurrents, et être basée sur des reférences effectives sans autres intérêts commerciaux.

3 Chaque Association ou Institut Professionnel est responsable de l'observation par ses membres des règles énoncées ci-dessus.

Inseriamo di seguito il preambolo e la “dichiarazione di principi” del documento che l’Associazione nazionale degli urbanisti ha assunto come propria regola e ha trasmesso all’Ordine professionale degli architetti. Nell’attuale ordinamento i laureati in Urbanistica, in Pianificazione urbanistica e territoriale e in Pianificazione territoriale, urbanistica e ambientale (le varie denominazioni assunte dal corso di laurea fondato da Giovanni Astengo nel 1970), nonché i laureati nella facoltà di Pianificazione del territorio (istituita all’università Iuav di Venezia nel 2001) sono inquadrati in una sezione autonoma dell’Ordine degli architetti (parallela rispetto a quelle degli Architetti, dei Conservatori e dei Paesaggisti Il testo, che riteniamo molto positivo, riprende definizioni e principi presenti negli analoghi documenti di altri paesi: come quelle del “codice etico” dello statunitense “ American Institute of Certified Planners” e quella europea dell’ “ Accord et Déclaration Internationale des Urbanistes” In calce è scaricabile il documento integrale.

PROPOSTA di CODICE di DEONTOLOGIA

PIANIFICATORI TERRITORIALI ITALIANI

Adottato il 12 gennaio 2008

Preambolo

L'Associazione nazionale degli urbanisti e dei pianificatori territoriali e ambientali, in vista della predisposizione di appositi Codici deontologici per le nuove figure professionali inserite in appositi Ordini, ha proposto un articolato che si fonda su tre presupposti:

- che i pianificatori territoriali e urbanisti hanno un ruolo costituzionalmente rilevante (art. 117, sia quando si richiamava l'urbanistica fino al 2009. sia quando si richiama dopo il governo del territorio) perché il loro lavoro è destinato a prendere corpo all’interno di una azione di livello istituzionale

- che i pianificatori territoriali e urbanisti, in virtù del primo assunto, esercitano la loro professione esclusivamente nel dominio pubblico, dunque nell'interesse generale; quindi il loro operare ha come fulcro di riferimento il patrimonio e i beni comuni

- che i pianificatori territoriali e urbanisti, proprio per i due punti precedenti, hanno responsabilità non solo verso la loro clientela, quanto anche verso [il] pubblico e, soprattutto, verso le generazioni future; per questo devono esercitare la professione in modo etico e responsabile.

Per questi motivi i pianificatori territoriali esercitano la loro professione esclusivamente per il bene e l'interesse pubblico, e tengono in considerazione la qualità e l'efficienza della loro azione. Il pianificatore territoriale rispetta il territorio come risorsa comunitaria, fragile e limitata, contribuendo, così, alla conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale, favorendo lo sviluppo equilibrato delle comunità locali ed apportando miglioramenti alla qualità della vita. Poiché i pianificatori territoriali hanno responsabilità verso la loro clientela, il pubblico e le generazioni future, gli iscritti devono esercitare la loro professione in modo etico e responsabile. La presente dichiarazione di principi, che precede le norme deontologiche. dovrà essere fonte d'ispirazione e d'informazione per i pianificatori territoriali italiani nell'interesse pubblico generale.

Dichiarazione di princìpi

1. Rispettare ed integrare le necessità delle generazioni future.

I pianificatori territoriali riconoscono che il loro lavoro ha implicazioni intersettoriali e di lungo termine. Affrontando problematiche e rispondendo a bisogni di breve termine, i pianificatori territoriali, riconoscono le necessità future delle comunità, l'esistenza di altre specie e dei loro ambienti, ed evitano di compromettere risorse irripetibili o insostituibili. Essi devono, pertanto, garantire l'equilibrio degli spazi umani, socio­economici e fisici, nonché l'integrità dell'ambiente naturale e di quello antropico nel rispetto di tutte le invarianti territoriali come risorse di interesse pubblico limitate, fragili e insostituibili da consegnare alle generazioni future.

2. Superare o compensare le limitazioni dei confini.

I pianificatori territoriali sono consapevoli che il loro lavoro ha un impatto potenziale su numerose giurisdizioni e campi disciplinari, su molteplici interessi e settori di intervento; devono dunque realizzare la loro pratica professionale in modo olistico e riconoscendone la necessità di ampliarne i confini di interesse.

3. Valorizzare l'ambiente naturale e culturale.

I pianificatori territoriali credono che l'ambiente, le risorse naturali ed il patrimonio culturale debbano essere valorizzati. Assumono il loro ruolo di "sovrintendenti" di questi ambienti, equilibrando conservazione attiva e sviluppo duraturo; stabilendo così con i luoghi rapporti virtuosi.

4. Riconoscere e reagire positivamente di fronte all'incertezza.

I pianificatori territoriali credono che le previsioni di lungo periodo siano molto spesso imprevedibili, e che occorre sviluppare risposte adattabili e flessibili per fare fronte positivamente a quest'incertezza. Devono quindi prestare più attenzione alla costruzione dei temi collettivi e non solo garantire tecnicamente i cosiddetti servizi.

5. Rispettare la diversità.

I pianificatori territoriali rispettano e proteggono la diversità dei valori, delle culture, delle economie, degli ecosistemi, degli ambienti costruiti e dei luoghi distintivi, unici e caratterizzanti.

6. Equilibrare le necessità delle Comunità e degli individui.

I pianificatori territoriali cercano di equilibrare gli interessi delle Comunità con quelli degli individui, e riconoscono che le Comunità comprendono tanto Comunità geografiche che Comunità di interessi.

7. Stimolare la partecipazione del pubblico per una condivisione consapevole.

I pianificatori territoriali credono in una partecipazione pubblica significativa da parte degli individui e dei gruppi, e cercano di articolare le necessità di tutti quelli le cui necessità non sono state rappresentate. Assumono l'imperativo della cooperazione nella pianificazione e condivisione delle scelte.

8. Applicare e comunicare i valori.

I pianificatori territoriali credono nell'applicazione esplicita di questi valori al loro lavoro ed impegno professionale, e nella comunicazione della loro importanza alla loro clientela, ai loro datori di lavoro, ai loro colleghi ed al pubblico. Valori questi che assumono anche il ruolo di disvelatori di appartenenza e quindi di elemento di costruzione di nuova socialità.

Titolo originale: Future Planners: Propositions for the next age of planning - estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini



Il pianificatore del futuro

Quella del “ planner” è una professione moderna. Sin dal suo emergere negli anni ’20 ha avuto alti e bassi, a seguito di mutamenti nelle ideologie politiche e del contesto sociale. É possibile tracciare una storia professionale contemporanea a partire dagli anni ‘80, decennio contrassegnato da una fede politica nel libero fluire del mercato e nella deregulation. Il sistema di pianificazione era considerato un ostacolo all’incremento della crescita economica. Ma oggi assistiamo a un ritorno dell’idea di pianificazione come elemento chiave per consentire uno sviluppo sostenibile legittimato democraticamente.

Quanto emerge chiaramente dalla nostra ricerca è che le risposte per una pianificazione di successo non possono venire dai soli urbanisti, o cittadini, o dall’impresa, ma da tutti e tre. Un funzionario dell’ufficio tecnico di Middlesbrough ha commentato che “… la pianificazione non è l’inizio e la fine di tutto. Ma senza di essa, non si possono ottenere alcuni altri obiettivi economici e sociali”. Esiste un complesso intreccio di responsabilità e sostegno: far corrispondere le aspirazioni della comunità alla capacità di risposta degli urbanisti, e i diritti dei costruttori con le loro responsabilità rispetto all’ambiente e alle città in cui operano.

Centrale, l’impegno dei pianificatori alla creazione di valori pubblici, che comporta comprendere come gli urbanisti possano unire nella realizzazione di spazi sostenibili le forze dell’impresa privata, del terzo settore, e delle stesse comunità.



Un esperto indipendente: valori pubblici e professionali

Il planner dà molto peso alla propria neutralità. Ma il pianificare risulta sempre più politicamente orientato. Ci siamo convinti che non è sempre scontato, che gli organismi pubblici perseguano l’interesse pubblico. E dunque la posizione dell’urbanista in quanto dipendente dell’amministrazione locale, che ha un mandato politico, o come consulente di un soggetto privato, con interessi commerciali, può indebolirne l’immagine di indipendenza e neutralità. Ne può risultare di conseguenza compromessa la percezione pubblica dell’urbanista, indipendentemente dalla sua etica professionale. Molte persone identificano il planner con interessi e poteri apparentemente al di là della loro portata: vuoi attraverso la sua competenza professionale, vuoi per appartenenza politica.

Un’immagine pubblica ancora più importante in un contesto in cui emergono nuove identità professionali impegnate, eticamente consapevoli, orientate a valori pubblici. Come ci ha detto un funzionario municipale di Milton Keynes, “si percepisce davvero di poter fare del mondo un luogo migliore”.

Questi professionisti comprendono di essere inevitabilmente agenti morali, il cui lavoro per riuscire dipende dalla fiducia del pubblico. E si impegnano a svolgere questo ruolo; un funzionario di Middlesbrough ci ha detto: “Potrei guadagnare molto di più … se lavorassi nel settore privato. E molta gente non capisce quanto noi si vada oltre l’orario di lavoro, per l’impegno nel lavoro che stiamo svolgendo”. Gran parte degli urbanisti con cui abbiamo parlato – nel settore pubblico e in quello privato – avvertono istintivamente questa dimensione etica.

La storia dell’ Urbanista Futuro è quella dei nuovi modi in cui viene utilizzata e condivisa la sua conoscenza ed esperienza. I cambiamenti che abbiamo sottolineato, ridefiniscono i rapporti del planner con l’autorità e i decisori, ridimensionando la tendenza della delega, da parte del pubblico, ad una pura conoscenza tecnica. Per essere un soggetto indipendente di realizzazione di valori pubblici, l’urbanista ha bisogno di un modello aperto e collaborativo di consulenza. Deve sempre più “ascoltare in modo diverso”, con una disponibilità a domande varie e impegnative.

Lo spostamento formalizzato verso un sistema di pianificazione spaziale pone l’accento sulle capacità tecniche necessarie all’urbanista, che si tratti di progettazione urbana, della capacità di valutazione di sostenibilità, di mediare fra interessi diversi. Allo stesso tempo , come ha sottolineato Sir John Egan, i pianificatori devono anche sviluppare le capacità relazionali necessarie a guidare processi di “co-produzione”. Questo spirito collaborativo risulterà centrale nello sviluppo della figura del planner per il XXI secolo. Ad esempio, le persone con cui abbiamo parlato hanno tutte sottolineato l’importanza di individuare i limiti delle proprie conoscenze: sapere quando, dove e come rivolgersi a competenze che non possiedono.

A Tower Hamlets un tecnico ci ha detto che “… ci vuole la conoscenza necessaria a individuare un problema … Poi per costruire i collegamenti con le altre risorse adeguate”. Abbiamo rilevato questo ruolo molto ben compreso all’interno del nostro laboratorio: “gli urbanisti contribuiscono alla conoscenza comune portando il contributo di una consapevolezza spaziale”. A The Wash, la cosa è accaduta per la gestione della linea di costa. Il planner non doveva tanto essere un esperto ingegnere, ma “tenere insieme” in rappresentanza della pubblica amministrazione i contributi di altri e gli insegnamenti dell’esperienza locale di altri professionisti.



Nuovi ruoli per il pianificatore

Per comprendere il nuovo ruolo dell’urbanista, è centrale il bisogno di rafforzare la sua indipendenza, ovvero riconoscerne la posizione di esperto nel senso esposto sopra. Ciò comporta anche la comunicazione e lo sviluppo dei nuovi ruoli corrispondenti ai cambiamenti delineati.

Egualmente importante, è esprimere le competenze relative a questi ruoli. Il planner ha sempre più una funzione chiave nella redazione e gestione di progetti per realizzare valori pubblici. Per svolgerla, in futuro dovrà essere in grado di:

• negoziare

• essere indipendente

• mediare

• comunicare

• collaborare

• comprendere i bisogni delle comunità

• essere in grado di pensare per scenari

Nel corso della nostra ricerca abbiamo individuato quattro potenziali ruoli futuri per il pianificatore.

Probabilmente sarà necessario operare in senso trasversale rispetto ad essi; alcuni segnali di questi intrecci si possono già rilevare nel modo di lavorare attuale.



1 - Il planner come facilitatore

Gli urbanisti hanno una grande conoscenza di leggi e norme, nonché la capacità di leggere l’ambiente naturale e costruito: quanto potremmo definire ecologia urbana dello spazio. Essi sviluppano anche una enorme esperienza rispetto a come funziona il sistema. I pianificatori vedono sempre più il proprio ruolo nell’usare tutto questo nel facilitare l’emergere di una visione per una certa area: aiutare le persone ad esprimere aspirazioni, utilizzare le proprie conoscenze e reti per trasformarle in realtà. Ciò significa un uso efficace dei processi di gestione per costruire consenso fra pubblico, privato, cittadini; come i costruttori possono realizzare valori pubblici; come ci si rapporta all’interno delle amministrazioni. Questi processi collaborativi si inseriscono nel superamento del deficit democratico; ad esempio, il planner può giocare un ruolo chiave nell’integrare due livelli di pianificazione gestiti da due diverse autorità.



2 - Lo “scenario planner

La pianificazione per scenari, introdotta da compagnie come la Shell negli anni ‘70, deriva dall’aumento di incertezza e rischio nel mondo d’oggi, e dalla conseguente impossibilità di sapere esattamente cosa riserva il futuro. La serie di scenari è essenzialmente fatta di evoluzioni e simulazioni prodotte in modo collaborativi, pensate per rendere visibili diverse possibili linee di sviluppo, e di predisporre azioni nella prospettiva di un futuro auspicato.

Questa pianificazione per scenari diventerà sempre più importante nel futuro, dato che la nuova politica governativa per la casa la individua come strumento essenziale. In quanto leader nella costruzione degli scenari, il ruolo del pianificatore sarà quello di collegare cause ed effetti esplicitando le implicazioni dell’agire, responsabilizzando costruttori e cittadini nel riconoscere i rischi di lungo termine e i valori di un intervento. La pianificazione di scenario contribuisce ad affrontare la questione del deficit partecipativo, ponendo al centro dell’azione futura flessibilità e reattività.



3 - Il provocatore

Esiste un ruolo importante da giocare per un urbanista “rompiscatole”, nel mettere in dubbio gli assunti di partenza dei cittadini e offrire contesti e prospettive alternativi. Si tratta di un ruolo vitale che contrasta il dogmatismo per sostenere l’innovazione e il cambiamento, nella realizzazione degli spazi naturali e urbani. Mettendo in comunicazione ciò che avviene localmente con quanto cambia a livello nazionale e globale, il pianificatore si inserisce nel processo di sostegno ai cittadini, ai politici e all’impresa, nel comprendere le implicazioni del proprio agire.

Ciò è particolarmente vero, in campo urbanistico, in un contesto di progetti che potenzialmente possono dividere, dove risulta centrale comprendere lo scontro fra valori locali pubblici e non. In modo simile, il mettere in dubbio domande e assunti dell’impresa dal punto di vista dei cittadini, e viceversa, può rappresentare uno strumento vitale nella costruzione del consenso. Questo tipo di “provocazione”, attraverso la sfida costruttiva e la messa in discussione, può risultare importante nell’affrontare a questione del deficit di valori pubblici, già sottolineata, coinvolgendo in modo attivo la percezione dei valori, locali e pubblici, e i loro rapporti.



4 - Il pianificatore come giudice

In un mondo di democrazia multiforme, l’urbanista dovrà trovare un ruolo di arbitro indipendente fra valori globali, nazionali, locali, individuali, futuri. Un mondo che chiederà ai pianificatori di modificare i propri rapporti con le strutture dell’amministrazione locale, e il proprio livello di autonomia. Scollegarsi da quanto è percepito come interesse particolare, dimostrare indipendenza, è importante per riaffermare l’etica professionale e la neutralità di giudizio. Ciò comporta anche chiarezza sui limiti e potenzialità del proprio ruolo – la propria collocazione, il potere – e su cosa esattamente significhi indipendenza. Ciò significa anche essere aperti sui rapporti coi politici, l’impresa, la cittadinanza. Di conseguenza sosteniamo l’idea espressa nel Local Government White Paper e da Kate Barker, che debba diventare di livello più elevato la figura dell’Urbanista Capo nella pubblica amministrazione, come primo passo per affrontare questi problemi.

[… il rapporto originale integrale è allegato alla versione inglese di questi estratti - f.b.]

here English version

Ho letto di recente una tesi di laurea sull'urbanistica partecipata della quale lei è stato relatore.

La lettura di questo lavoro, molto interessante, mi ha aiutato a comprendere alcune delle complesse dinamiche che avvengono, più che nei processi di pianificazione a fianco di essi, ho percepito chiaramente il gioco di posizioni che si compie tra gli amministratori e chi come noi li affianca.

Mi sono ricordato con entusiasmo i periodi in cui lavoravo per strada raccogliendo le storie di vita dei lavavetri del mio quartiere, era la scoperta di un linguaggio di segni e sguardi da decifrare, di piccoli gesti significanti di un mondo oltre le parole.

Allora pensavo con curiosità che fare etnografia volesse dire imparare a comunicare con i gatti. Il gatto è "l'altro" per eccellenza un essere con il quale ci si rapporta ma che non subisce l'addomesticamento, con il quale si deve codificare un linguaggio nuovo fatto con il corpo, fatto di piccoli adattamenti reciproci…

Mi scusi la fantasiosa metafora, non le scrivo per tediarla parlandole di gatti, il fatto è che spesso provando a lavorare mi trovo a dover cercare di stabilire canali comunicativi con gli amministratori locali, scegliendo di posizionarmi su vari livelli lungo la distanza che separa me da loro.

Oggi però mi chiedo se effettivamente tutto questo sforzo sia opportuno, nel senso che non sono più tanto sicuro di voler prendere l'urbanistica come una missione, o meglio comincio a non averne più la possibilità (economica ma anche come risorse di energie), forse insistere col presentarsi ai sindaci dei comuni più disparati, per proporre azioni di sviluppo e sollecitare la creazione di strategie di pianificazione è una fatica inutile, perchè lottare per convincere la gente a muoversi per provare ad evolvere verso livelli di qualità della vita migliori? (ma poi migliori per chi?) quando questa stessa gente non ha mai fatto nulla per cercare di migliorare le proprie condizioni?

Il fatto è che fino ad adesso sono stato troppo legato alla mia terra ed ho avuto la convinzione di dovermi impegnare in qualche modo, per contribuire alla sua evoluzione allora tutto quello che vedevo mi stimolava alla creazione di idee, di ricerche, di possibilità di azione, ma a lungo andare mi sto esaurendo e sto perdendo amore ed energia.

Allora sempre più fortemente mi chiedo cosa significhi lavorare da urbanista in realtà territoriali dove esiste la cultura dello sviluppo, dove esiste civitas, dove i cittadini per primi sono attori locali interessati alla ricerca di modi di sviluppo di tutela dell'ambiente e salvaguardia dei patrimoni.

Esistono davvero questi mondi civili oppure sono un miraggio? si può veramente fare urbanistica senza lottare come Don Chisciotte?

Sono contento che la tesi di Cinzia Rinzafri ti sia stata utile. Ma più della tesi, è la vita a suggerirti gli interrogativi che poni. Non voglio risponderti adesso, preferisco aprire un dibattito sulla tua domanda.. Sono sicuro che qualcuno dei frequentatori di questo sito risponderà, e si aprirà una discussione che potrà essere utile a molti.

Caro Eddyburg,

con alcune amiche, dirigenti di uffici urbanistici comunali, ci siamo incontrati la sera dell’8 marzo scorso. La fortunata coincidenza di poter avere – a Firenze e dintorni – un gruppo di donne, funzionari pubblici, dirigenti nei rispettivi enti (talvolta anche a dispetto del ruolo formale loro assegnato), potrebbe avere un grande significato per dare voce ad una componente tanto importante quanto... silenziosa. Per queste ragioni ti scrivo queste poche righe, sperando che siano ospitate nel sito.

Crediamo che parlare del ruolo delle donne nell’urbanistica o, peggio ancora, di urbanistica al femminile sia una clamorosa sciocchezza. Diversamente, è molto sensato parlare degli urbanisti pubblici, i funzionari che ogni giorno con il loro tenace e competente lavoro sostengono il “mandato sociale” del mestiere di urbanista: la difesa degli interessi collettivi, delle ragioni dei cittadini presenti e futuri, della cultura, dell’ambiente. In poche parole, di tutto ciò che non sta negli interessi particolari di chi promuove le trasformazioni del territorio. Una funzione di garanzia che, per sua natura, non può che essere pubblica. In un tuo eddytoriale era riportato un piccolo episodio: a metà degli anni sessanta, l’ Unione Donne Italiane organizzò un convegno sul tema “Obbligatorietà della programmazione dei servizi sociali in un nuovo assetto urbanistico”, a Roma, il 21-22 marzo 1964. Una grande organizzazione di massa aveva organizzato e svolto una vasta campagna di mobilitazione dell’opinione pubblica, aveva raccolto migliaia di firme in calce a una proposta di legge d’iniziativa popolare, e aveva posto al centro della sua iniziativa un convegno di studi. Quel lavoro ebbe uno sbocco: quattro anni dopo la rivendicazione di spazi maggiori per le cittadine e i cittadini diventò legge.

Mai come ora sarebbe utile ridare voce agli urbanisti pubblici, mettendo in rete le idee e le esperienze, provando ad alimentare il consenso attorno alle ragioni dell’urbanistica pubblica e, di conseguenza, portando ad un diverso riconoscimento del lavoro degli urbanisti che lavorano, stabilmente o temporaneamente, presso comuni, province, regioni e altri enti pubblici. Idee, dibattito e iniziative, nella speranza che queste possano trovare ascolto e – soprattutto – traduzione in migliori condizioni di lavoro nella pubblica amministrazione, mettendo quest’ultima in grado di assolvere pienamente alla propria funzione.

In conclusione, caro Eddyburg, ti chiediamo di ospitare, ogni tanto, qualcuna delle nostre riflessioni, mettendoci a disposizione il “megafono” del sito. Se poi qualcuno degli urbanisti pubblici che frequentano il sito fosse interessato a fornire un contributo, raccontando la propria esperienza o mettendoci a parte delle sue idee, ne saremmo ancor più felici.

Grazie.

Sarei felicissimo se questo tuo appello fosse raccolto. Un paio d'anni fa tentammo dimettere insieme un'associazione degli urbanisti pubblici, ma allora non funzionò: gli UP sono (o almeno erano) troppo occupati dalle loro routine per poter impiegare tempo in un'iniziativa diversa. Forse il tempo è maturo per riprovare, con energie più fresche e più ... femminili! Il bisogno c'è: lo testimonia del resto la lettera di Antonio Sciabica, appena inserita. Lo spazio di Eddyburg è vostro, occupatelo.

Gli omissis e le deformazioni sono volte a proteggere la persona che me l’ha inviato: di questi tempi, non si sa mai.

Oggi. A pranzo con due colleghi. Siamo furiosi con l’Assessore e i suoi dirigenti e il loro modo di sfasciare tutto e lavorare alla cazzo di cane.

Ore 14.00. Chiamo al cellulare il mio direttore, Antonio.

Io: Gli chiedo lumi sulla riunione d'urgenza indetta dall’Assessore.

Antonio: L’Assessore vuole capire come la pensiamo, se abbiamo opinioni.

Io: Il Documento è una schifezza, sarebbe opportuno che L’Assessore decidesse di darsi un progetto chiaro. Gli faccio presente che essere critici con L’Assessore, dall'interno, conoscendo la sua prepotenza, è rischio. Averci convocati tutti è sleale, anche perché fino ad oggi ci hanno trattato a pesci in faccia. Se sei critico sei un sovversivo, perché metti i bastoni tra le ruote. Se stai zitto e dopo le cose non funzionano, è colpa tua perché avresti potuto avvertire e quindi non collabori. Comunque vadano le cose, chi è stato convocato ha torto.

Antonio: Se non avete capito cosa vuole il padrone e come funzionano le cose, voi urbanisti siete dei cretini.

Io: Non è il premio di produzione che ci interessa, ma il territorio e la città. Gli dico che noi abbiamo una certa idea di pubblico che forse non collima con quella dell’Assessore. Se a tutti noi non è del tutto chiaro che cosa lui intende fare, non si può sostenere che siamo tutti cretini. Ci sarà pure una ragione, poi, se tutti i promemoria scritti da ciascuno di noi, pur nella loro disomogeneità esprimono dubbi, perplessità, critiche sul taglio del Documento, a volte anche forti preoccupazioni.

Antonio: Tu sei tra i più critici. Sarebbe bella una pianificazione senza regole, anzi senza pianificazione sarebbe meglio. Se la Giunta ci chiede di fare gli affari della Confindustria, noi dobbiamo assecondarla.

Io: Lo stipendio non me lo dà la Confindustria. lo stipendio lo percepisco perché lavoro per l'interesse pubblico e generale. Ho fatto una scelta precisa nell'iscrivermi a urbanistica e una ancora più forte nell'entrare nella pubblica amministrazione. Io ho fatto il giuramento di fedeltà alle leggi, non al Capo. Uno Stato senza regole non mi piace: è anarco-fascista.

Antonio: Prima di entrare qui sono stato un dirigente in vari uffici privati o parapubblici. So come si fanno le cose. Bisogna garantire alle imprese di poter fare sviluppo. Bisogna quindi attuare il Piano strategico della Giunta.

Io: È na fesseria indecente aver chiamato Piano strategico il collage dei desideri di tutti gli attori. Chi lo ha scritto se ne dovrebbe vergognare, soprattutto per la parte che ci compete. Lo sviluppo non lo fanno le imprese: quelle sfasciano e fanno gli affari loro, ora e subito senza pensare al domani.

Antonio: Se a un commesso di un magazzino gli dicono che deve vendere un profumo che fa schifo, lui il profumo lo deve vendere per portare a casa lo stipendio.

Io: Non sono un commesso, l'urbanistica non è una merce. Non potete farci fare cose che negano mezzo secolo di cultura e di civiltà urbanistica. Fare l'urbanistica nella pubblica amministrazione non è spostare un pacco da un tavolo all'altro, non è servire il padrone. Bisogna pensare al domani con intelligenza e responsabilità nell'interesse generale. Invece che scrivere sciocchezze, perché non vi guardate attorno e cercate di capire che cosa hanno fatto gli altri? Copiate almeno!

Antonio: dobbiamo fare da soli. Me ne frego di chi critica il Documento!

Io: Se fallisci che fai ? [lui ride]. A voi dirigenti abbiamo detto sin dall'inizio che il Documento non si può fare tutto dal di dentro, è velleitario, è superbo e impossibile: c'è bisogno dell'apporto esterno. Devi dire all’Assessore che non è possibile fare il Documento in solitudine da dentro. Oltretutto siamo già oberati dall'ordinario e se non glielo dici, gli tagli le gambe.

Antonio: Costa troppo chiedere collaborazioni e voi non sapete indicarci con chi e per cosa. […] Vi siete bravissimi, dovete avere le idee per l’Assessore.

Io: […]. Non si può ridurre l'urbanistica a codicilli, a cose da avvocaticchi, perchè questo che volete. Il Documento l’Assessore l’ha scritto coi piedi. Hai ridotto il piano a una scatola di cartone vuota! Se uno è chirurgo non si può spacciare per ebanista: bisogna avere la consapevolezza delle proprie capacità.

Antonio: […] L’Assessore vi ha convocato per avere opinioni.

Io: Le idee non si formulano dall'oggi al domani come parlare di pallone al bar. Se chi ha la funzione di coordinare il lavoro non ci riesce e fallisce, che succede: va a fondo tutta la baracca? Ci chiedete idee quando avete l'acqua alla gola.

Antonio: Bisogna che diciate, ad esempio, perché nei paesi con meno di 20.000 abitanti non si possono fare pi zone industriali. Bisogna pensare allo sviluppo. Si farà la concertazione, la VAS, l'Agenda 21.

Io: […] L'Agenda 21 e la VAS vengono utilizzati come grimaldelli che santificano e giustificano tutto. Sai bene che l'agenda 21 è molto malleabile da parte di chi ha il coltello dalla parte del manico. L'istituto delle osservazioni ed opposizioni è democratico: è aperto a tutti. Con l'Agenda 21 invece scegli tu con chi, dove, quando, come e su cosa dialogare.

[…]

Antonio: Dobbiamo eseguire gli ordini.

Io: Non quelli sbagliati.

Antonio: Devi farlo.

Io: No se non c'è l’obbligo di legge.

Antonio: Puoi cambiare organizzazione.

Io: Non è escluso.

Antonio: Ci vediamo giovedì.

Io: Forse. Buona serata.

Sono stato male tutto il pomeriggio e stasera. Adesso prendo un calmante. Domani si vedrà.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE DEL LAZIO

SEZIONE III-Bís

Composto dai Magistrati:

Roberto SCOGNAMIGLIO PRESIDENTE,

Giulio AMADIO CONSIGLIERE

Vito CARELLA CONSIGLIERE, rel.

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso n.12804/2001 r. proposto da Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV), in persona dei Rettore pro-tempore, e da Facoltà di Pianificazione Territoriale, Urbanistica ed Ambientale dell'IUAV, in persona del Preside pro-tempore, rappresentati e difesi dagli avv.ti Sandro Amorosino e Marco Dugato ed elettivamente domiciliati in Roma presso lo studio del primo a Ciro Menotti, 24;

contro

Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica (ora MIUR), in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, presso la cui sede domicilia per legge;

per l'annullamento

- del decreto del Ministro dell'Università e delle Ricerca Scientifica e Teconologica in data 21 maggio 2001, pubblicato nella G.U. del 18 luglio 2001 n. 168, con il quale, (contrariamente a quantodisposto con il precedente decreto 11 maggio 2000 del medesimo Ministro) si é affermato che la laurea in Pianificazione Territoriale Urbanistica ed Ambientale (P.T.U.A.) non é equipollente alle lauree in Ingegneria civile ed Architettura ai fini dell'accesso ai concorsi pubblici per ruoli di urbanista, ma solo ai limitati fini dell'assegnazione delle borse di studio

- dei presupposti pareri del Consiglio Universitario Nazionale in data 8 febbraio e 7 marzo 2001, nei quali si é rovesciato (in senso restrittivo) i precedenti pareri del medesimo CUN in data 16 dicembre 1999 e 16 dicembre 1994;

- di ogni altro atto presupposto, conseguente e comunque connesso;

Visto il ricorso con gli atti e documenti allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio dell'Amministrazione intimata;

Viste le memorie prodotte dalle parti e gli atti tutti della causa;

Alla pubblica udienza del 24.6.2002, relatore il Consigliere Vito Carella, uditi i procuratori delle parti comparsi come da verbale di udienza;

Ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue:

FATTO

Il provvedimento impugnato ha modificato il D.M. 11.5.2000, il quale aveva riconosciuto l'equipollenza della laurea in pianificazione territoriale, urbanistica e ambientale alle lauree in ingegneria civile e in architettura ai fini della partecipazione ai concorsi pubblici. La modifica limita l'equipollenza alla partecipazione ai soli concorsi pubblici per borse di studio, alla stregua del parere rilasciato dal Consiglio Universitario nazionale nell'adunanza dell'8.2.2001.

Avverso tale limitazione ricorrono le parti in epigrafegià indicate che deduconodiversi aspetti del vizio di eccesso di potere e violazione degli art. 3, 4, e 97 della Costituzione.

Si é costituito in giudizio il Ministero intimato, che eccepisce preliminarmente vari profili di inammissibilità dell'impugnativa.

All'udienza del 24.6.2002 la causa é passata in decisione.

DIRITTO

In via preliminare deve essere esaminata l'eccezione sollevata dalla difesa statale di carenza di legittimazione attiva in capo alla Facoltà ricorrente perché organismo mancante di autonoma personalità giuridica rispetto all'Istituto Universitario di cui é parte.

Questa pregiudiziale, ancorché priva di riflessi pratici sullaprocedibilità del ricorso con riguardo alla concomitante presenza nella causa del Rettore in rappresentanza dell'IUAV ricorrente, pub trovare accoglimento con l'estromissione da giudizio della Facoltà di Pianificazione territoriale, Urbanistica ed Ambientale dell'IUAV stesso.

Non meritano accoglimento le altre eccezioni d'inammissibilità dell'impugnazione, per dedotta insussistenza di interesse attuale ad agire, in considerazione del carattere generale del provvedimento censurato.

E' noto, come da consolidata giurisprudenza, che gli atti a contenuto generale, cioé indirizzati ad una collettività o ad una categoria di soggetti nel suo complesso, possono essere connotati da aspetti precettivi di immediata lesività per interessi astrattamente tutelabili. Il decreto ministeriale contestato, non solo é astrattamente e direttamente lesivo degli interessi professionali degli urbanisti e píanificatori territoriali, limitandone l'accesso ai concorsi pubblici, ma é anche pregiudizievole per l'Istituto ricorrente, in quanto il valore legale della laurea rilasciata viene ad essere immediatamente compresso e compromesso dal provvedimento oggetto di impugnazione.

Nel vigente ordinamento, l'imputazione di un interesse ad un Ente pubblico avviene attraverso l'attribuzione di concreti poteri, idonei a consentire la cura, anche a mezzo di attivazione degli strumenti di tutela in via d'azione e per la difesa della propria sfera di competenza quando risulti lesa dai provvedimenti di un'altra Amministrazione.

Nella specie, dunque, non si può sostenere che l'IUAV, il quale ha attivato lo specifico corso di laurea, non abbia poi interesse diretto a protezione concreta sulla questione relativa all'equipollenza di tale titolo.

Nel merito, le tesi dell'Istituto ricorrente vanno condivise.

In proposito, si rammenta che l'originario testo del D.M. 11.5.2000, modificato dal D.M. 21.5.2001, in questa sede impugnato, recepisce un parere dei Consiglio universitario nazionale formulato nell'adunanza del 15.12.1999, il quale ha ritenuto che "nei limiti della partecipazione a pubblici concorsi ed in particolare, come nel caso in esame, per l'assegnazione di borse di studio, possa considerarsi equipollente la laurea in pianificazione territoriale, urbanistica e ambientale alle lauree in ingegneria civile e in architettura".

Nell'adunanza dell'8.2.2001 il C.U.N., con riferimento al quesito posto con richiesta del 17 gennaio precedente, ha affermato in linea generale che "la problematica dell'equipollenza tra titoli di studio universitari richiede oggi un approfondito esame - cui dovranno contribuire il M.U.R.S.T. e gli organismi istituzionalmente connessi con l'esercizio delle attività professionali - a seguito delle nuove disposizioni legislative in tema di didattica negli atenei e, in particolare, dopo che il D.M. n.509/1999 ha introdotto le classi di corsi di studio, precisando nell'art. 4, comma3, che i titoli di studio conseguito al termine di corsi di studio dello stesso livello, appartenenti alla stessa classe, hanno identico valore legale.

Quanto al parere del 15. 12.1999, il Consiglio universitario ha asserito che intendeva riferirlo al solo caso specifico allora prospettato (un concorso per borsa di studio) e ha affermato che rientra nella prassi attuale del Consiglio rilasciare pareri solo in relazione a singoli casi "sui quesiti come oggetto equipollente, non in termini di equipollenze in senso generale, ma con riferimento allo specifico caso che ha generato il quesito e in particolare, quando si tratta di concorsi, esaminando le caratteristiche del bando".

Ha concluso nel modo seguente: "Il C.U.N., nel confermare la sua prassi sopra citata, ribadisce quanto al caso specifico che trattandosi di concorso per l'assegnazione di borse di studio (e quindi per un'attività formativa e non per l'esercizio di una professione) non ravvisa motivo per precludere la partecipazione ai laureati in pianificazione territoriale, urbanistica e ambientale".

ll tenore alquanto ambiguo e sibillino degli enunciati non consente di evincere con chiarezza se il Consiglio universitario, affermando la prassi della decisone "caso per caso", si sia limitato a prendere in considerazione i soli concorsi per borse di studio, oppure in via, indiretta abbia affermato in generale l'esclusione dell'equipollenza per i restanti concorsi pubblici tra lauree in ingegneria e in architettura e laurea in pianificazione territoriale, in tal modo contravvenendo alla prassi conclamata nella stessa adunanza.

Nella prima ipotesi, non é congrua la motivazione del provvedimento ministeriale che esclude la suddetta equipollenzaper i concorsi che non abbiano ad oggetto il rilascio di borse di studio alla stregua di un parere, che invece, non ha considerato l'argomento.

Nella seconda ipotesi, il provvedimento é comunque viziato da mancanza di adeguata e approfondita motivazione nell'unico riferimento al parere del C.U.N., il quale, così interpretato, limiterebbe l'equipollenza ai soli concorsi per borse di studio e, nell'ambito, soltanto a quelli che comportano attività formativa senza accesso alle professioni.

E' noto, infatti, che alcune attività esercitabili dai pianificatori territoriali sono comuni alle attività degli ingegneri civili e degli architetti (cfr. artt. 15 e 17 del D.P.R. 5.6.2001 n. 328, che istituisce l'albo degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori, individuando il settore della pianificazione territoriale come settore comune di attività per tutte le suddette professionalità), così come sono comuni alle tre lauree alcune discipline di studi Universitari (cfr. D.M. 28.11.200, sulla determinazione delle classi delle lauree universitarie specialistiche).

Va considerato, inoltre, che un precedente parere del C.U.N., nell'adunanza del 16.12.1994, aveva riconosciuto l'equipollenza tra le lauree in pianificazione territoriale, in ingegneria civile, in ingegneria edile e in architettura ai fini dell'accesso ai concorsi pubblici per l'esercizio di alcune attività del ruolo di urbanista, in ragione del contenuto formativo dell'ordinamento didattico.

Dunque non sembra giustificata una generale esclusione di equipollenza per tutti i concorsi pubblici di accesso ad attività professionali.

Sussistono, pertanto e in ciascuna delle due prospettate e possibili ipotesi, i vizi di legittimità denunciati dell’Unversità ricorrente.

In conseguenza il ricorso deve essere accolto.

Sussistono motivi di compensazione in ordine alle spese processuali.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio - Sezione III-Bis, estromessa dal giudizio la Facoltà istante, accoglie il ricorso in epigrafe e, per l'effetto, annulla il provvedimento ministeriale impugnato.

Compensa interamente tra le parti le spese e gli onorari di lite.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglia del 24.6.2002.

PUBBLICATA MEDIANTE DEPOSITO IN SEGRETERIA il 12 dicembre 2002

Tuttavia, in questo “Codice della condotta morale e professionale del planner” adottato nel 1981 dall’ American Institute of Certified Planners (me lo ha fornito Fabrizio Bottini) si riscontrano singolari analogia con le più classiche (e con le più avanzate) impostazioni europee. Anche oltre l’Atlantico, dove la committenza (a differenza che in Europa, è largamente privata, le prime responsabilità del Planner sono nei confronti del Pubblico: “Il primo dovere del planner è servire il pubblico interesse”. E sebbene egli debba “ accettare le decsioni del cliente concernenti gli obbiettivi e la natura dei servizi professionali prestati”, egli è sciolto da questo obbligo quando “lo svolgimento dell’azione determina una condotta illegale o incoerente con il dovere primario del planner nei confronti del pubblico interesse”. È certamente una lettura utile per chi ragiona attorno alla figura dell’urbanista.

This Code is a guide to the ethical conduct required of members of the American Institute of Certified Planners. The Code also aims at informing the public of the principles to which professional planners are committed. Systematic discussion of the application of these principles, among planners and with the public, is itself essential behavior to bring the Code into daily use.

The Code’s standards of behavior provide a basis for adjudicating any charge that a member has acted unethically. However, the Code also provides more than the minimum threshold of enforceable acceptability. It sets aspirational standards that require conscious striving to attain.

The principles of the Code derive both from the general values of society and from the planning profession’s special responsibility to serve the public interest. As the basic values of society are often in competition with each other, so also do the principles of this Code sometimes compete. For example, the need to provide full public information may compete with the need to respect confidences. Plans and programs often result from a balancing among divergent interests. An ethical judgment often also requires a conscientious balancing, based on the facts and context of a particular situation and on the precepts of the entire Code. Formal procedures for filing of complaints, investigation and resolution of alleged violations and the issuance of advisory rulings are part of the Code.

The Planner’s Responsibility to the Public

A. A planner’s primary obligation is to serve the public interest. While the definition of the public interest is formulated through continuous debate, a planner owes allegiance to a conscientiously attained concept of the public interest, which requires these special obligations:

1) A planner must have special concern for the long range consequences of present actions.

2) A planner must pay special attention to the interrelatedness of decisions.

3) A planner must strive to provide full, clear and accurate information on planning issues to citizens and governmental decision-makers.

4) A planner must strive to give citizens the opportunity to have a meaningful impact on the development of plans and programs. Participation should be broad enough to include people who lack formal organization or influence.

5) A planner must strive to expand choice and opportunity for all persons, recognizing a special responsibility to plan for the needs of disadvantaged groups and persons, and must urge the alteration of policies, institutions and decisions which oppose such needs.

6) A planner must strive to protect the integrity of the natural environment.

7) A planner must strive for excellence of environmental design and endeavor to conserve the heritage of the built environment.

The Planner’s Responsibility to Clients and Employers

B. A planner owes diligent, creative, independent and competent performance of work in pursuit of the client’s or employer’s interest. Such performance should be consistent with the planner’s faithful service to the public interest.

1) A planner must exercise independent professional judgment on behalf of clients and employers.

2) A planner must accept the decisions of a client or employer concerning the objectives and nature of the professional services to be performed unless the course of action to be pursued involves conduct which is illegal or inconsistent with the planner’s primary obligation to the public interest.

3) A planner must not, without the consent of the client or employer, and only after full disclosure, accept or continue to perform work if there is an actual, apparent, or reasonably foreseeable conflict between the interests of the client or employer and the personal or financial interest of the planner or of another past or present client or employer of the planner.

4) A planner must not solicit prospective clients or employment through use of false or misleading claims, harassment or duress.

5) A planner must not sell or offer to sell services by stating or implying an ability to influence decisions by improper means.

6) A planner must not use the power of any office to seek or obtain a special advantage that is not in the public interest nor any special advantage that is not a matter of public knowledge.

7) A planner must not accept or continue to-perform work beyond the planner’s professional competence or accept work which cannot be performed with the promptness required by the prospective client or employer, or which is required by the circumstances of the assignment.

8) A planner must not reveal information gained in a professional relationship which the client or employer has requested be held inviolate. Exceptions to this requirement of non-disclosure may be made only when (a) required by process of law, or (b) required to prevent a clear violation of law, or (c) required to prevent a substantial injury to the public. Disclosure pursuant to (b) and (c) must not be made until after the planner has verified the facts and issues involved and, when practicable, has exhausted efforts to obtain reconsideration of the matter and has sought separate opinions on the issue from other qualified professionals employed by the client or employer.

The Planner’s Responsibility to the Profession and to Colleagues

C. A planner should contribute to the development of the profession by improving knowledge and techniques, making work relevant to solutions of community problems, and increasing public understanding of planning activities. A planner should treat fairly the professional views of qualified colleagues and members of other professions.

1) A planner must protect and enhance the integrity of the profession and must be responsible in criticism of the profession.

2) A planner must accurately represent the qualifications, views and findings of colleagues.

3) A planner, who has responsibility for reviewing the work of other professionals, must fulfill this responsibility in a fair, considerate, professional and equitable manner.

4) A planner must share the results of experience and research which contribute to the body of planning knowledge.

5) A planner must examine the applicability of planning theories, methods and standards to the facts and analysis of each particular situation and must not accept the applicability of a customary solution without first establishing its appropriateness to the situation.

6) A planner must contribute time and information to the professional development of students, interns, beginning professionals and other colleagues.

7) A planner must strive to increase the opportunities for women and members of recognized minorities to become professional planners.

The Planner’s Self-Responsibility

D. A planner should strive for high standards of professional integrity, proficiency and knowledge.

1) A planner must not commit a deliberately wrongful act which reflects adversely on the planner’s professional fitness.

2) A planner must respect the rights of others and, in particular, must not improperly discriminate against persons.

3) A planner must strive to continue professional education.

4) A planner must accurately represent professional qualifications, education and affiliations.

5) A planner must systematically and critically analyze ethical issues in the practice of planning.

6) A planner must strive to contribute time and effort to groups lacking in adequate planning resources and to voluntary professional activities.

Gentili colleghi,

i segnali quotidiani di crisi - non solo «di fatto» ma anche «di principio» - del governo del territorio e delle città, sono oggi evidenti e indubbi, perché è esplicita e documentata l’invivibilità di molti territori e di molte città del Paese, che non hanno subito, nell'ultimo decennio, «balzi in avanti», come si era sperato quando la coscienza civile, risvegliatasi dopo gli anni delle truffe e delle tangenti ai danni della collettività, sembrava aver indicato con determinazione la necessità di un cambiamento profondo, anche per conseguenza dell'emergere dei cosiddetti «temi globali»; condizioni che imponevano al nostro Paese, alla sua classe politica, a quella imprenditoriale e a quella intellettuale, di riformare il patto con i cittadini: lo Stato doveva riprendere possesso del governo delle trasformazioni, dopo gli anni del liberismo selvaggio, ma soprattutto dopo gli anni del banditismo politico connivente con le mafie e i sistemi criminali.

L’esito di questo «processo di speranza» non è stato solo deludente, ma ulteriormente preoccupante: i fenomeni di corruzione non si sono placati, né l’attenzione per il governo delle trasformazioni territoriali è aumentata, né il supposto riformismo delle politiche urbanistiche ha prodotto condizioni reali per il progresso della vivibilità delle cittadine e dei cittadini del Paese. Ma alla delusione si è aggiunta una nuova preoccupazione, per una prassi emergente che trova la sua legittimazione nella filosofia individualistica che il neoliberismo deregolativo impone, e che oggi sembra essere «socialmente accettabile»: è una prassi che si candida a modificare, piegandolo o spezzandolo, il «principio» e spesso anche la «norma», che originano e sottendono il governo urbano e territoriale, e che nascono dalla collettività per governare l’interesse pubblico. E’ una prassi che sembra non essere più patologica ma organica o per così dire «endemica», come un «furbo parassita» che si è innestato nel corpo dello Stato e nasconde artificiosamente la sua natura per apparire simbiotico, ma producendo, nei fatti, dissesto, congestione, inquinamento, saccheggio, segregazione, che gli «anticorpi» non riconoscono più come malattie ma come manifestazioni normali, di un organismo sano.

Il mestiere dell'urbanista tuttavia implica una prassi che è per «principio» e per «norma» opposta a quella prassi più sopra ricordata, tesa alla sistematica eliminazione della cultura che fin qui ha contribuito a governare il territorio puntando esplicitamente agli interessi diffusi.

Si può senz'altro affermare infatti che la locuzione «urbanistica pubblica» sia una tautologia, allorché essa, nascendo e vivendo per sostanziare tecnicamente delle volontà politiche, non possa essere altro che pubblica, cioè non può esistere - almeno logicamente - un governo privato degli interessi pubblici: sussistendo questo principio, ogni tentativo di deviazione, dovrebbe intendersi illegittimo, sul piano formale e sostanziale, cioè si dovrebbe considerare «patologico».

Oggi però assistiamo, spesso inermi e muti, all'attività eversiva che trova nel corto circuito pubblico, cioè nella rottura della catena logica di decisione pubblica, l'obiettivo principale dell’azione di governo (non solo urbano e territoriale); eversione che produce gravi lesioni alle fondamenta democratiche del Paese. Stiamo assistendo cioè ad una fase in cui gli interessi pubblici non sono il principio ispiratore dell'azione di governo del territorio, ma in cui si teorizza e si pratica la massimizzazione degli interessi individuali tramite l'azione di governo pubblico, a cui la norma prima e la storia poi, si debbono piegare e, nel caso, spezzare, con esisti prevedibilmente disastrosi per le città e il territorio, ma con conseguenze ancor più preoccupanti per la tenuta democratica del Paese.

L'attività urbanistica non si risolve con gli adempimenti tecnici e burocratici previsti dalla legge, ma contiene uno specifico «mandato sociale»: è cioè inscindibilmente legata alla sua origine di disciplina politica e chi si trova a lavorare nella pubblica amministrazione, da urbanista, avendo il principale mandato di controllare (la coerenza e la liceità degli atti e dei fatti) e quello di progettare (il futuro di una città e di un territorio) è quindi depositario del «principio» e della «prassi» di una disciplina che abbiamo definito «d'interesse collettivo». Ma come svolgere l'attività di urbanista della pubblica amministrazione, nel momento in cui si comincia ad insinuare l'inconsistenza del principio nel confronto con la prassi e l'elasticità della norma di fronte alla necessità privata? Come «fare urbanistica» senza le garanzie codificate di interesse diffuso, che sono null'altro che la natura stessa di questa disciplina, e di questa attività?

A partire da queste domande ci siamo convinti che non sia più rimandabile una riflessione tra chi lavora nella pubblica amministrazione come urbanista, nei diversi settori che questa attività multidisciplinare implica. Siamo cioè convinti che il continuo attacco, che ciascuno di noi vive quotidianamente e con sofferenza, all’interesse pubblico dei processi di trasformazione territoriale, stia seriamente demolendo la nostra professione, compromettendone il significato tecnico e sociale.

Siamo sempre più spesso costretti ad attività di difesa e ripiegamento, chiusi nelle scomode e inefficaci maglie della burocrazia per impedire che abbiano corso nuovi danni alla collettività per i vantaggi privati di pochi individui.

Siamo continuamente posti nelle condizioni di piegare le norme, le prassi, le leggi, per liberare il passaggio a potenti interessi economici e a interessi politici paradossalmente poco pubblici.

Vediamo spesso luoghi del territorio e della città che si trasformano all’insegna della speculazione, con la nostra involontaria complicità.

Siamo insomma di fronte ad una prospettiva di oggettiva «vita impossibile dell’urbanistica» e degli urbanisti.

Riteniamo perciò urgente riflettere su questo stato di cose per tentare un’attività di rimedio, che non può che essere associativa: siamo cioè convinti che l’efficacia dell’attività di riforma delle condizioni di «vita» degli urbanisti della pubblica amministrazione, non possa prescindere da una loro unione, per condividere idee ed esperienza, e per sommare le forze che intendono spingere verso il cambiamento.

Per iniziare questo percorso, abbiamo convocato una riunione che si terrà a Bologna, il 16 aprile), alle ore 14.30, a via Zamboni 13. Cordialmente,

Elena Camerlingo, Piero Cavalcoli, Stefano Fatarella

Bologna, 9 maggio 2003

Allegati: Il Giuramento d’Ippocrate

Vezio De Lucia

Subject: Re: urbanisti pubblici

3 febbraio 2003

E' un testo lucido e convincente. Per quanto mi riguarda, non penso di essere presuntuoso se lo trovo "autobiografico", nel senso che riconosco in esso i principi, i valori e i giudizi che hanno informato la mia vita, anche quando sono stato costretto a interrompere il lavoro formale di urbanista pubblico. D'altra parte, proprio come sta scritto nel testo, l'attività urbanistica dovrebbe sempre e comunque essere pubblica. Quest'aspetto spero che possa essere approfondito. Devo confessare che ho letto il documento non senza un po' di invidia, che però, come ci ha insegnato quel grande urbanista pubblico che era Antonio Cederna, diventa facilmente un sentimento positivo: basta trasformarla in ammirazione. Vezio De Lucia

Mariangiola.Gallingani

Rif: urbanisti pubblici

3 febbraio 2003

caro eddy,

il testo sugli urbanisti pubblici è senz'altro condivisibile, tuttavia merita almeno una riflessione di fondo:

la drammatica temperie che si trova a vivere oggi (anche se non da oggi) l'urbanistica pubblica - così come è definita nel testo, nelle sue strette relazioni con ciò che va sotto la definizione di " norma", "garanzia", "legittimità" (ma anche, "legalità"), "principio", "convivenza democratica" - bè, questa situazione di "morte lenta" non riguarda soltanto l'urbanistica, e, soprattutto, non riguarda l'urbanistica in primis.

come è sotto gli occhi di tutti, almeno nel nostro paese, l'oggetto di questo reiterato tentativo di omicidio sono proprio i fondamenti logici che consentono all'urbanistica di essere (o di poter essere ritenuta) ciò che nel testo si dice di lei: esattamente, le norme, il diritto, la legittimità, la stessa nozione di democrazia (vedi la recente vicenda dei giudici e le sue code più o meno discutibili in tema di legittimazione e rappresentanza: conta di più, per seguire le parole di Berlusconi, essere stato eletto dal "popolo", cui costituzionalmente appartiene la sovranità, oppure aver vinto un concorso per un posto di magistrato?).

la malattia mortale, dunque, o almeno le gravi complicazioni che oggi ci troviamo sotto gli occhi, tende secondo me a distruggere prima i fondamenti (non solo dell'urbanistica, ma di molte altre pratiche legate ad un convivere democratico non più ritenuto idoneo), e solo in un secondo tempo, marginalmente, mi verrebbe da dire, ciò che di questi fondamenti vive e da essi trae le ragioni della propria "prassi".

in altre parole, l'urbanistica pubblica potrà (o potrebbe) senz'altro continuare a svolgere i propri compiti di "garanzia" nei confronti del rispetto di ciò che è "legittimo" o costituisce "norma" - così come potrà o potrebbe continuare (o, se proprio vogliamo, "cominciare") a perseguire l'Interesse pubblico.

il fatto è che allo stato sono proprio queste nozioni, interesse pubblico incluso, ad essere oggetto di assalti omicidi, il cui scopo è una violenta e profonda revisione; e alcuni assalti, non da oggi, hanno già avuto successo.

proprio in una situazione come questa, si potrebbe aggiungere, l'urbanista pubblico che si trovi a condividere come "valori" le nozioni oggetto di assalto, come individuo, si trova esposto (o costretto) ad un'esistenza operativa che diviene dapprima solo deprimente, in seguito sempre più schizoide, e che infine, in taluni casi (metaforicamente) sfocia, come è frequente nelle psicosi, nel suicidio:

l'urbanista rinuncia al proprio ruolo, se è fortunato e può permetterselo va in pensione, se non lo è altrettanto cerca occupazioni meno patogene e frustranti, o alle volte combatte e partecipa a gruppi di pressione;

se tuttavia l'urbanista è privo di coerenza etica, la sua vita non diviene affatto "impossibile", e la malattia non conduce alla morte: egli, secondo la migliore tradizione del darwinismo, si adatta - e, naturalmente, continua ad assicurare rispetto della norma e garanzia di legittimità in un contesto in cui norma e legittimità hanno un significato affatto diverso rispetto a quando questa triste storia è cominciata.

e questo proprio perchè l'urbanistica, come il testo riconosce, vanta origini di "disciplina politica" - come tale autonoma da vincoli etici o da finalità sociali proprie, essa stessa legata all'agire politico, intrinsecamente potenziale produttore/sovvertitore di ciò che è "norma".

del resto, non solo l'urbanistica versa in tale situazione; forse si dovrebbe inserire il discorso sugli urbanisti pubblici in quello più ampio di revisione dei fondamenti del diritto...

ciao, mariangiola

Roberto Gianni

Subject: Re: urbanisti pubblici

3 febbraio 2003

Caro Eddy,

dopo una prima sommaria lettura ti anticipo che condivido il documento e l'iniziativa che esso propone. Mi sembra ben delineata l'analisi di questa fase dell'azione urbanistica e corretta la definizione di urbanista pubblico. Farò avere il documento ai miei amici e colleghi perchè se ne possa fare una discussione approfondita. Mi farebbe piacere di essere sugli sviluppi dell'iniziativa. A presto. Roberto Giannì

Sefano Fatarella

Subject: Re: urbanisti pubblici

3 Febbraio 2003

Che dire: il documento lo sento totalmente mio, dalla prima all'ultima parola. Di più: rispecchia fedelissimamente il mio profondo disagio (incazzatura, come più volte ti ho trasmesso) nei riguardi dell'attuale situazione in cui versa lo stato della cosa pubblica e quindi, inevitabilmente, l'urbanistica per sua stessa definizione e funzione così come storicamente si è determinata. Se il documento è il preludio per la costituzione dell'associazione, va benissimo. Lo mando in giro fra tutti i miei colleghi, pubblici urbanisti, regionali e comunali.

Ciao e complimenti all'estensore.

Saverio Orselli

Subject: urbanisti si cresce!

5 febbraio 2003

Caro ingegnere,

forse la mia visione della società è più amara della sua. E forse no. Non credo affatto che l'aver scoperto il tumore delle tangenti significasse automaticamente aver debellato il male. Né tantomeno aver dato vita ad una sorta di rinascimento. In medicina i cicli di chemioterapia non danno alcuna certezza di estirpare il male e così, nella nostra società, l'aver messo in piazza corruzione e corrotti non ha significato naturalmente ritrovare il senso civico perduto. Al contrario, secondo il mio parere, la gente si è sentita come autorizzata a riappropriarsi di quel che pensava le fosse stato sottratto. Con gli stessi mezzi. Ecco perché se il governo avesse proposto un condono edilizio avrebbe incassato più che con tutti gli altri provvedimentucoli che si è inventato. Grazie a Dio, mi vien da dire, non se la sono sentita di arrivare a tanto, anche se in altri campi si erano già spinti oltre.

Oggi il grave problema è che sembra non esistere più il concetto di interesse pubblico. Neppure là dove era fino a ieri il fiore all'occhiello con cui portare avanti i rapporti sociali.

Se in Comuni dalla parte dei cittadini, si eliminano aree per servizi per accontentare privati che vogliono la villetta in centro o la lottizzazione in collina, non è l'urbanistica in crisi ma la politica e i rapporti sociali. Più ancora di bravi urbanisti, nella pubblica amministrazione occorrono amministratori intelligenti, che sappiano prima di tutto mettere in ordine per priorità il bene collettivo - non solo immediato - e i problemi di visibilità allo scopo di poter essere rieletti. Se in un amministratore prevale il proprio interesse elettorale non c'è urbanista che tenga. Salvo che non porti voti.

Oggi la città più che il luogo della convivenza civile e democratica, sembra il luogo ideale per una sorta di Far West dell'ognun per sé, fatto di paura, di diffidenza, di chiusura, di pretesa di poter fare tutto quel che si vuole (soprattutto in auto) e di impedirlo a tutti gli altri. È in questo scenario che devono trovare il proprio ruolo l'urbanistica e gli urbanisti. E il lavoro è semplice e quasi impraticabile: fare capire alla gente che vive spaventata da tutto, che ci sono modi di pensare la città meno terrorizzanti, con luoghi di incontro aperti e ugualmente sicuri, che non siano parcheggi. Manca a questo proposito nelle finalità proposte - o forse non l'ho saputo leggere - un incontro/confronto con la scuola di ogni ordine e grado. Anzi, soprattutto con le classi dei più piccoli. Perché, al di là di quel che ne può pensare la Moratti, se non si inizia con i bambini a scoprire la città in modo diverso, a disegnarla insieme a misura di tutti - e quindi democratica - rimarrà un discorso di livello elevato. Importante certamente, ma non incarnato. Perché il futuro lo costruiranno loro e, almeno in parte, sarà grazie a loro se potremo superare definitivamente l'idea che è meglio essere furbo che intelligente e appassionato.

Un'ultima segnalazione, legata proprio alla realtà infantile: esiste un vasto assortimento di giochi di simulazione di "urbanistica fai da te" al computer, nella quale il bambino si cimenta con la capacità di costruire città in epoche diverse. Giochi spesso guidati da una logica di economia più che di urbanistica, in grado di fornire al giocatore una visione del mondo limitata al puro guadagno, in linea c on il decadentismo diffuso. Non è forse anche questo un possibile campo di azione?

Mi piacciono le provocazioni.

Meravigliosa la citazione d'apertura.

Buon lavoro

Convenimmo anche sul fatto che l’urbanista pubblico ha un ruolo particolarmente rilevante in un momento – quello attuale – nel quale la funzione di strumento dell’interesse collettivo che caratterizza l’urbanistica viene negata , o dimenticata, o considerata marginale. Decidemmo di verificare la possibilità di costituire un’associazione che assumesse questo ruolo come fondativi, e si proponesse di rappresentare ed esprimere gli interessi culturali e professionali degli urbanisti impegnati sul fronte, oggi particolarmente difficile, dell’amministrazione pubblica.

Marco Guerzoni ha scritto questa nota, che condivido pienamente, e sulla quale invito alla discussione. Inserirò in questa stessa cartella le lettere che mi perverranno, che a questo testo esprimano adesione e/o commento.

Ragionando di utilità pubblica dell'urbanistica


«Esistono due modi per uccidere: uno, designato apertamente col verbo uccidere; l'altro, quello che resta di norma sottinteso dietro il delicato eufemismo: "rendere la vita impossibile". E' la forma di assassinio, lenta e oscura, consumata da una folla di complici invisibili. E' un "auto-da-fé" senza " coroza" e senza fiamme, perpetrato da un'Inquisizione senza giudici né sentenza (..)»

(Eugenio d'Ors, La vie de Goya) [1]

1. La «vita impossibile» dell'urbanistica

Ci sono segnali - non pochi e non nascosti - che portano a ritenere l'attuale condizione del governo del territorio e delle città, in crisi non solo «di fatto» ma anche «di principio».

E' evidente, perché esplicita, epidermica e documentata, che la vivibilità di molti territori e di molte città del Paese non ha subito, nell'ultimo decennio, «balzi in avanti», come si era sperato quando la coscienza civile, risvegliatasi dopo gli anni delle truffe e delle tangenti ai danni del territorio (e quindi della collettività), sembrava aver indicato con determinazione la necessità di un cambiamento profondo, anche per conseguenza dell'emergere dei cosiddetti «temi globali»; condizioni che imponevano al nostro Paese, alla sua classe politica, a quella imprenditoriale e a quella intellettuale, di riformare il patto con i cittadini: lo Stato doveva riprendere possesso del governo delle trasformazioni, dopo gli anni del liberismo selvaggio, ma soprattutto dopo gli anni del banditismo politico connivente con le mafie e i sistemi criminali.

L'inizio degli anni novanta quindi, per certi versi, è stato l'espressione quasi euforica della volontà di riscatto, e sarebbe lungo e qui inopportuno elencare i fatti che documentano questa ripresa civile.

Altrettanto complicato è spiegare il perché del fallimento sostanziale di questo tentativo di rinascita. Perché l'euforia si è presto consumata, la corruzione quiescente si è riattivata, e non hanno tardato a risvegliarsi il brigantaggio e le ruberie ai danni del territorio; mentre una «nuova» forma di comportamento socio-economico si è affacciata: il neoliberismo deregolativo.

Ma se i fatti, i comportamenti, e gli esiti di questo stato di cose sono - purtroppo - sufficientemente noti e prevedibili, la novità preoccupante di questa «nuova ondata» è il riconoscimento delle sue prassi come «socialmente accettabili»: la prassi cioè si candida a modificare, piegandolo o spezzandolo, il «principio» e spesso anche la «norma», che originano e sottendono il governo urbano e territoriale.

E' una prassi che trova la sua natura nella filosofia individualistica che il neoliberismo impone, secondo la quale la somma dei comportamenti privati, liberamente competitivi, genera benessere, privato e in fine collettivo; che affonda le sue radici nella concezione dell'inesauribilità delle risorse; che impone la coercizione come principio educatore.

La città e il territorio, nella cultura occidentale, non sono però, in alcun modo, l'esito formale e sostanziale di una siffatta prassi, al punto che in tempi ormai lontani questi stessi comportamenti hanno rappresentato la «patologia» per cui è collettivamente maturata la necessità di formare una disciplina - l'urbanistica - che potesse rimediare a queste deviazioni, che avevano reso invivibili quei luoghi in cui gli uomini hanno deciso di convivere democraticamente.

Oggi, questa prassi sembra non essere più patologica, ma organica o per così dire «endemica». E' come un parassita che si è innestato nel corpo dello Stato e sembra in apparente simbiosi, producendo dissesto, congestione, inquinamento, saccheggio, segregazione, che gli «anticorpi» non riconoscono più come malattie ma come manifestazioni normali, di un organismo sano.

L'urbanistica, in questo senso, non è stata assassinata: è il bersaglio di uno stillicidio poco eclatante, ma sistematico e scientifico, diretto a comprometterne gli organi vitali, tramite un anestetico che rende questo declino «socialmente accettabile».

2. L'interesse pubblico

Il mestiere dell'urbanista implica una prassi che è per «principio» e per «norma» opposta a quella prassi più sopra ricordata, tesa alla sistematica eliminazione della cultura che fin qui ha consentito di costruire e governare il territorio puntando esplicitamente agli interessi diffusi.

Si può senz'altro affermare infatti, che la locuzione «urbanistica pubblica» sia una tautologia, allorché essa, nascendo e vivendo per sostanziare tecnicamente delle volontà politiche, non possa essere altro che pubblica, cioè non può esistere - almeno logicamente - un governo privato degli interessi pubblici: sussistendo questo principio, ogni tentativo di deviazione, dovrebbe intendersi illegittimo, sul piano formale e sostanziale, cioè si dovrebbe considerare «patologico».

Chi svolge l'attività dell'urbanista sa bene infatti che ciascuna decisione di trasformazione urbana o territoriale è l'esito di un processo che parte da una domanda politica - legittimata democraticamente da una collettività - si traduce in contenuti tecnici e formali - validati secondo le norme e le leggi vigenti - per esplicitarsi con atti e fatti che risolvono (o almeno dovrebbero) il problema posto dalla domanda politica iniziale. Si tratta quindi di un processo che ha come principio e fine «il pubblico».

Esiste nei fatti però la possibilità che questa catena pubblica entri in corto circuito. Succede quando la domanda politica non interpreta - per diversi motivi, più o meno consapevolmente - le esigenze della collettività; quando l'interpretazione tecnica non è capace di sostanziare la domanda politica; quando, in fine, il processo decisionale non trova alcun esito, perché i mandati politici sono a termine.

In tutte queste occasioni di fallimento non sussiste mai - in linea teorica - la negazione del principio pubblico, che origina l'urbanistica: si tratta certo di fallimenti, ma connaturati ad incapacità soggettive o impossibilità processuali.

Quando si comincia tuttavia - com'è il caso di questi tempi - a diffondere l'attività eversiva che trova nel corto circuito pubblico, cioè nella rottura della catena logica di decisione pubblica, l'obiettivo principale, si producono gravi lesioni alle fondamenta democratiche del governo. Stiamo assistendo cioè ad una fase in cui gli interessi pubblici non sono il principio ispiratore dell'azione di governo del territorio, ma in cui si teorizza e si pratica la massimizzazione degli interessi individuali tramite l'azione di governo pubblico, a cui la norma prima e la storia poi, si debbono piegare e, nel caso, spezzare, con esisti prevedibilmente disastrosi per le città e il territorio, ma con conseguenze ancor più preoccupanti per la tenuta democratica del Paese.

3. Gli urbanisti della pubblica amministrazione

E' chiaro quindi come l'attività urbanistica non si risolva con gli adempimenti tecnici e burocratici, ma contenga uno specifico «mandato sociale», sia cioè inscindibilmente legata alla sua origine di disciplina politica.

Chi si trova a lavorare nella pubblica amministrazione, da urbanista, ha generalmente due compiti principali: quello di controllare e quello di progettare. Per quest'ultimo caso si tratta dell'attività più propriamente creativa, e significativamente organica alla disciplina, cioè quella di progettare il futuro, dando forma a quel mandato pubblico più sopra accennato.

Nel primo caso invece, gli urbanisti hanno il compito di garantire la coerenza degli atti pubblici e privati, con le leggi e le norme dello Stato e degli enti territoriali. Perciò gli urbanisti della pubblica amministrazione sono anche i garanti del rispetto formale e sostanziale, della democraticità del circuito decisionale in materia di governo del territorio.

Al di là delle propensioni politiche personali, ciascun urbanista della pubblica amministrazione, è quindi depositario del «principio» e della «prassi» di una disciplina che abbiamo definito «d'interesse collettivo».

Se l'analisi fin qui svolta è vera, allora sembra molto problematico, o meglio sembra «naturalmente» problematico, sia moralmente che professionalmente, svolgere l'attività di urbanista della pubblica amministrazione, nel momento in cui si comincia ad insinuare l'inconsistenza del principio nel confronto con la prassi, l'elasticità della norma di fronte alla necessità privata; sembra cioè impossibile «fare urbanistica» senza le garanzie codificate di interesse diffuso, che sono null'altro che la natura stessa di questa disciplina, e di questa attività.

4. Sindacare per difendere e promuovere

I tempi sembrano quindi maturi - verrebbe da dire «purtroppo» - per cominciare a rivendicare il valore pubblico dell'urbanista, e per tutelare la professione di chi, svolgendo questa attività nella pubblica amministrazione, si trova spesso nelle condizioni di dover negare - in modo implicito o esplicito - il proprio lavoro, piegandosi ad una prassi (anche politica) che disattende, negandola, l'urbanistica stessa.

Sembra opportuno allora costituire un'associazione col compito di riaffermare l'urbanistica come disciplina di pubblica utilità, e l'urbanista della pubblica amministrazione come la figura più completa e più idonea a garantire tecnicamente la trasformazione della domanda pubblica in atti e fatti che producono maggiore vivibilità, nel rispetto della democrazia.

Per questo le finalità di una Associazione di Urbanisti della Pubblica Amministrazione dovrebbero essere:

- promuovere la qualità dell'urbanistica e della pianificazione territoriale nelle politiche pubbliche;

- seguire e incoraggiare l'evoluzione professionale, partecipando attivamente alle riflessioni circa la qualificazione e la formazione (iniziale e continua) degli urbanisti;

- informare i giovani diplomati della «missione» del mestiere dell'urbanista;

- affermare l'identità di questa professione nell'ambito della «funzione pubblica»;

- organizzare scambi di esperienza e di analisi tra i diversi modi di esercitare questa professione in Italia e in Europa;

- promuovere l'interdisciplinarietà di questa professione;

- promuovere relazioni con le altre associazioni straniere che hanno medesime finalità;

- costruire una rete di informazione sulle pratiche dell'urbanistica nella pubblica amministrazione (sulla gestione delle risorse, sulla formazione del personale, sul coordinamento degli uffici);

- favorire il trasferimento di conoscenze tra i diversi enti del territorio;

Riuscendo a garantire un'adeguata presenza in ogni Regione, l'associazione potrebbe configurarsi come «gruppo di pressione» in grado di incidere sulle iniziative legislative, oltre che agire positivamente sulle dinamiche reali.

Documento proposto da Marco Guerzoni, urbanistagennaio 2003

[1] E' la stessa citazione che Antonio Gramsci, nel 1930, ha annotato su uno dei suoi celebri Quaderni del carcere.

Premessa

Le riflessioni sulla formazione in scienze della pianificazione sviluppate in queste pagine sono state stimolate da diverse e successive occasioni di discussione. In prima istanza, nascono dal dibattito sviluppatosi negli ultimi due anni in seno al Corso di Laurea in Pianificazione territoriale, urbanistica e ambientale di Reggio Calabria, in relazione all’attuazione della riforma nazionale degli ordinamenti universitari. In secondo luogo, sono state ulteriormente stimolate dal confronto avviatosi nell’istituendo Coordinamento Nazionale dei CdL in Pianificazione, sia in occasione dell’ incontro fondativo organizzato a Venezia dalla Facoltà di Pianificazione dello IUAV nel novembre 2001, sia in un secondo incontro tenutosi a Roma nel febbraio 2002. Infine, una prima versione di questo testo è stata presentata e discussa in un seminario di lavoro tenutosi nel gennaio 2002 presso la Facoltà di Architettura di Ferrara, nell’ambito del Modulo Europeo di Dottorato in Pianificazione dello sviluppo territoriale (EMRDP 1 . Il contributo della discussione collettiva a queste mie idee è, quindi, rilevante e ho cercato quando possibile di evidenziarlo. Tuttavia, mi ritengo interamente responsabile per il modo in cui ho strutturato quelli che ritengo essere gli elementi più rilevanti del discorso e per la prospettiva avanzata.

Voglio anche sottolineare che il mio punto di vista è inevitabilmente condizionato dal contesto istituzionale italiano, anche se ho potuto verificare come molti nodi siano comuni ad altri contesti europei e possano, quindi, essere estesi alla formazione in scienze della pianificazione in generale.

L’argomento si sviluppa a partire da due considerazioni preliminari:

Prima considerazione . Gli ultimi 20 anni, ma soprattutto gli anni ’90 sono stati caratterizzati da importanti mutamenti ideologici e istituzionali nel campo dell’intervento pubblico , che riflettono, in parte, alcuni mutamenti strutturali avvenuti nelle società occidentali in generale. Questi mutamenti non sono necessariamente coerenti; anzi, sono spesso contraddittori. Comportano, tuttavia, l’emergere di una nuova domanda sociale di pianificazione . Parte di questa nuova domanda è esplicita e ha già trovato sbocchi istituzionali, parte è ancora implicita.

Seconda considerazione . Questa nuova domanda di pianificazione, nei suoi diversi aspetti, deve trovare risposte adeguate nella professione e, conseguentemente, nella formazione in scienze della pianificazione. Si impone dunque una riflessione sui contenuti e gli obiettivi della formazione universitaria in questo campo, non solo per rispondere alla nuove esigenze, ma anche per non perdere terreno rispetto ad altre professioni. Le implicazioni della nuova domanda sociale investono la formazione ad almeno due livelli:

l’ampliamento e l’ulteriore diversificazione degli ambiti della pianificazione, in termini di conoscenze, competenze tecniche e strumenti;

una redifinizione del ruolo politico (ruolo istituzionale) della pianificazione e dei pianificatori.

1. I mutamenti della domanda sociale di pianificazione

L’ultimo quarto del XX secolo è caratterizzato da importanti mutamenti strutturali, ideologici e istituzionali nella maggior parte del mondo occidentale. Questi mutamenti hanno modificato in modo significativo il modo in cui la pianificazione è percepita e praticata. La pianificazione all’alba del Terzo Millennio è molto diversa da quella affermatasi nei “gloriosi trent’anni” del secondo dopoguerra. Per capire appieno l’evoluzione sia dell’idea di pianificazione, che della sua prassi, è necessario, in primo luogo, richiamare brevemente i principali mutamenti strutturali avvenuti nella maggior parte delle economie mature negli ultimi due decenni e, successivamente, evidenziare quelli avvenuti nel “discorso” sulla pianificazione e nelle istituzioni di piano. I tre livelli, come si è già detto, sono fortemente interrelati, anche se non necessariamente in modo coerente.

1.1 I mutamenti economici e sociali

Benché vi siano notevoli variazioni tra paesi, alcuni mutamenti possono essere considerati “strutturali” e caratteristici di quello che da molti è stato chiamato il “corso postfordista” delle società occidentali mature. Sono qui richiamati in modo estremamente sintetico:

Fine dell’Età dell’oro della crescita fordista e inizio di un era a basso tasso di crescita, caratterizzata dalla ricerca di un nuovo equilibrio tra “regolazione” e “accumulazione” (mi riferisco qui all’impostazione analitica della scuola francese della Régulation).

Globalizzazione e ulteriore rafforzamento del capitale transnazionale. Supremazia del capitale finanziario sul capitale produttivo.

Crisi fiscale degli stati e sviluppo della mobilitazione per la riduzione delle tasse ( tax revolts).

Fine dei processi di riequilibrio sociale e territoriale; ripresa di dinamiche di polarizzazione sociale e territoriale nella distribuzione di reddito e benessere in generale e riacutizzazione del dualismo tra ricchi e poveri. Riemergere di fenomeni di esclusione sociale anche nei paesi ricchi.

Ulteriore evoluzione dei rapporti sociali di produzione capitalistica e dei modelli di organizzazione produttiva, con un riaffermarsi degli interessi del capitale e dello sfruttamento del lavoro.

Fine della mobilitazione sociale di massa e frammentazione dei movimenti collettivi.

Pieno affermarsi dell’informatica come nuovo paradigma tecnologico, che comporta, tra l’altro, una crescita esponenziale dei sistemi informativi e delle reti di comunicazione.

1.2. Mutamenti ideologici

Questi mutamenti strutturali trovano legittimazione in un generalizzato spostamento ideologico a destra e nel riaffermarsi a livello egemonico di un “discorso” minimalista in tema di intervento pubblico.

Revival dell’ideologia del “laissez faire”, con i suoi corollari neoliberali della competitività, della flessibilità, della deregulation, delle privatizzazioni.

Archiviazione dell’approccio Keynesiano e, in generale, del paradigma “interventista” (affermarsi del discorso “meno Stato, più Mercato”), benché, come dirò meglio in seguito, questa retorica è contraddetta da un aumento del sostegno pubblico al capitale privato.

Spostamento dell’enfasi politica dal discorso redistributivo (“ equità”) a quello della produttività (“efficienza” ).

Parallelamente, e più nello specifico del dibattito in materia di teoria e politica dello sviluppo, si possono apprezzare alcuni importanti riassestamenti teorici e l’ emergere di nuove preoccupazioni:

Uno spostamento dell’attenzione dalle strategie basate su investimenti in capitale fisso di tipo “hard” (infrastrutture pesanti, investimenti industriali, etc.) a strategie “soft” (investimenti in capitale umano, ricerca e sviluppo, imprenditorialità, servizi avanzati, reti informative, etc.), così come dagli aspetti quantitativi della crescita ad aspetti più qualitativi.

Uno spostamento dall’approccio centralizzato, top-down , sostanzialmente “esogeno” del paradigma interventista dello Stato, ad un approccio decentralizzato, bottom-up , che privilegia l’azione a livello locale, la necessità di “ radicamento” dei processi ( embeddedness ) e l’avvio di processi “endogenamente” ingegnerizzati. E’ importante sottolineare, tuttavia, che il nuovo discorso sul “locale” accoglie diversi approcci, alcuni con una forte portata democratica e progressista, ma altri decisamente funzionali all’ideologia neoliberale e alla dismissione dell’intervento pubblico.

L’emergere di nuovi ambiti di approfondimento scientifico e politico, quali l’ ambiente e la sostenibilità dello sviluppo. A partire soprattutto dal Vertice della Terra di Rio del 1992, si sviluppano gli studi su questi temi e si affermano alcuni discorsi critici sui paradigmi dominanti dello sviluppo.

Assieme al discorso sulla globalizzazione , un riemergere del discorso “regionale”, ridenominato locale.

Il riemergere dell’attenzione alla partecipazione , come elemento fondante dei processi di pianificazione, con particolare enfasi su una sua nuova varietà, la concertazione , benché come dirò in seguito, quest’ultima sia spesso applicata in forma alquanto riduttiva.

1.3. Mutamenti istituzionali

Alcuni dei mutamenti sopra richiamati si sono già concretizzati in termini istituzionali, anche se forma e intensità variano significativamente da un paese all’altro. Si è assistito, in particolare, a:

Una contrazione dell’intervento dello Stato centrale in generale, sia per quanto riguarda il ventaglio delle competenze, sia in termini di spesa.

Una diminuzione delle politiche redistributive (sociali e territoriali) e dello stato sociale ( welfare state ), mentre aumenta il sostegno pubblico – in modo selettivo – all’ ;accumulazione privata.

Una riduzione della tutela del lavoro e un aumento del suo sfruttamento attraverso: riduzione della sicurezza del posto di lavoro, riduzione della previdenza sociale, istituzionalizzazione di forme contrattuali precarie e sottopagate (ciò che in genere passa per “flessibilizzazione” del mercato del lavoro). In generale, si assiste ad una contrazione della componente “fordista” del lavoro (salariati a tempo indeterminato) e ad un aumento dei lavoratori “autonomi” e a tempo determinato.

In Europa, un ruolo crescente delle normative sovranazionali, le quali limitano la sovranità degli Stati membri in numerosi settori tradizionali di intervento pubblico, da una parte, e introducono maggiori vincoli procedurali e normativi, dall’altro. Tra i mutamenti più rilevanti derivanti dall’integrazione europea nell’ultimo decennio va menzionata l’ assunzione di controllo/indirizzo delle politiche territoriali nazionali, attraverso i Fondi Strutturali.

Un processo di decentramento amministrativo, cioè la devolution di numerose competenze politiche alle amministrazioni periferiche, in particolare le competenze in materia di politiche di sviluppo economico . Questo è il risultato in parte di processi nazionali e in parte del discorso europeo sulla sussidiarità.

All’interno del decentramento amministrativo, la progressiva istituzionalizzazione (in modo più o meno formalizzato, a seconda dei paesi) di nuove competenze e procedure in materia di pianificazione a livello “locale”.

1.4. Un paradosso della nuova domanda di pianificazione

I mutamenti sopra schematizzati hanno contribuito, in modi anche contraddittori, a modificare sostanzialmente la domanda sociale di pianificazione. E’ importante, tuttavia, distinguere tra come la pianificazione è “considerata” e come è, nei fatti, “praticata”. Notevoli ambiguità circondano sia il discorso sulla pianificazione, che la sua realtà.

Da una parte, all’interno del discorso neoliberale, la pianificazione è ideologicamente liquidata, come freno al libero dispiegarsi dei meccanismi di mercato. E questo declino nello “status” della pianificazione si riflette nella riduzione del ruolo dello Stato centrale in termini di intervento diretto, indirizzo, regolazione, etc. D’altra parte, però, la “pratica” della pianificazione assume nuova rilevanza e forza a livello locale , come risultato sia del decentramento amministrativo, che delle politiche UE. In Italia, in particolare, i settori in cui gli enti locali hanno ricevuto mandato istituzionale a pianificare si sono enormemente allargati. Come ha sottolineato Balducci (2001, non solo hanno autorità in materia di pianificazione urbanistica, ma anche, adesso, in materia di pianificazione economica dello sviluppo locale . Nel Sud del paese, la maggior parte dei fondi strutturali destinati alle regioni Obiettivo 1 può essere spesa solo all’interno di progetti “integrati” e “concertati” di sviluppo, che rappresentano una forte domanda virtuale di competenze professionali.

Ci troviamo, così, di fronte a un paradosso: la necessità di pianificazione è ideologicamente marginalizzata e notevolmente ridotta a livello centrale; ma, allo stesso tempo vi è una crescente domanda “reale”di pianificazione a livello locale, parte implicita, parte esplicita, che non sempre si traduce in una domanda “istituzionale” di competenze professionali specifiche (il pianificatore).

2. La nuova domanda di pianificazione e le sue implicazioni per la formazione

La nuova domanda sociale di pianificazione, sia implicita, che esplicita, deve trovare adeguate risposte nell’offerta formativa universitaria. Le implicazioni dei mutamenti sopra sintetizzati sulla formazione possono essere analizzate secondo due chiavi: a) l’ampliamento e la diversificazione delle competenze; b) il ruolo politico della pianificazione e del pianificatore.

2.1. L’ampliamento e la diversificazione delle competenze

In primo luogo, l’evoluzione della domanda sociale di pianificazione comporta un ulteriore rafforzamento del carattere multidisciplinare di questo ambito formativo e, allo stesso tempo, l’inclusione di nuovearee di competenza e/o la revisione di alcune competenze tradizionali. Questo determina una tensione e la necessità di cercare un giusto equilibrio tra, da una parte, l’offerta formativa di tipo “generalista” (per rendere gli studenti in grado di comprendere le diverse ramificazioni della disciplina e le interazioni tra i diversi aspetti) e, dall’altra, l’offerta formativa di tipo “specialistico” (per formare professionisti capaci in almeno uno dei diversi settori di competenza).

In secondo luogo, l’accento sul locale comporta maggiore attenzione al delicato rapporto tra conoscenza delle macrotendenze (e dei grandi paradigmi), da una parte, e conoscenze “di contesto” 2, cioè conoscenze relative alle caratteristiche, ai vincoli, alle potenzialità “specifiche” di un dato territorio, dall’ altra. Le strategie di sviluppo del passato erano in larga misura la trasposizione di modelli “universalistici”; ma ancora oggi, molte strategie di “sviluppo locale” applicano acriticamente ricette derivanti da pochi casi regionali di successo, senza effettuare alcuna operazione di “contestualizzazione”.

Infine, il nuovo quadro istituzionale comporta l’uso di nuove conoscenze “operative”, cioè di nuove metodologie, strumenti e tecniche , sia per l’analisi, che per la pratica della pianificazione.

Di seguito sono elencati alcuni di questi nuovi (o rivisitati) campi di competenza e conoscenza operativa, in ordine sparso. Molti si sovrappongono in una qualche misura e sono trattati separatamente per chiarezza espositiva.

Sostenibilità . Questo è, in realtà, un nuovo “paradigma”, piuttosto che un semplice nuovo campo di ricerca scientifica, e comporta un ripensamento sostanziale dei modelli di sviluppo dominanti, spostando l’attenzione dalla crescita quantitativa alla conservazione delle risorse, agli aspetti qualitativi dello sviluppo e ad una distribuzione più equa del benessere.

Ambiente e salvaguardia ambientale . Nonostante abbia forti implicazioni paradigmatiche, questo è a tutti gli effetti un nuovo ambito di ricerca e competenze, che coinvolge numerose discipline (ecologia, biologia, botanica, zoologia, chimica, geologia, etc.) e comporta lo sviluppo e l’uso di nuove metodologie e strumenti per la valutazione e il monitoraggio del rischio e degli impatti, per la riduzione e il trattamento dell’inquinamento, etc. E’ anche un ambito dove il livell o di regolazione istituzionale è in crescita e, quindi, cresce la domanda di professionalità specifiche.

Patrimonio culturale . Come nel caso dell’ambiente, anche questo è un ambito relativamente nuovo di competenze, rispetto al quale numerose normative e azioni si stanno sviluppando (a livello europeo, ma anche locale) e cresce la domanda di professionalità. In aggiunta alla tradizionale conservazione del patrimonio architettonico, le azioni in questo campo si estendono ad un più ampio ventaglio di risorse: paesaggio, tecnologie, tradizioni, etc.).

Paesaggio . Fortemente intrecciato ai due punti precedenti è il revival di attenzione alla conservazione, valorizzazione e pianificazione del paesaggio: non solo il paesaggio rurale o agricolo – sia nella loro componente formale (estetica), che nella loro componente strutturale – ma anche quelle porzioni “residuali” di territorio ai margini o all’ interno di aree urbanizzate, le quali, avendo perso la loro funzionalità originaria, sono soggette a processi di abbandono e degrado.

Qualità della vita e riqualificazione dell’ambiente costruito . Si diffonde anche un atteggiamento di maggiore attenzione alla “ qualità” del vivere urbano e al miglioramento dell’ambiente urbano stesso, specie per quanto riguarda gli spazi di fruizione collettiva. Questo comporta una crescente domanda di azioni di riqualificazione, assieme alla formulazione e all’applicazione di nuove metodologie di valutazione e monitoraggio della qualità.

Pianificazione dello sviluppo locale . All’interno del più generale processo di devolution e, soprattutto, a partire dal primo Quadro Comunitario di Sostegno, in aggiunta alle responsabilità in materia di pianificazione urbanistica di tipo fisico (piani regolatori ed altri strumenti finalizzati a normare le destinazioni e l’uso del suolo), le amministrazioni periferiche della maggior parte degli stati membri dell’UE sono state investite della responsabilità di pianificare lo sviluppo locale. Questo comporta un’ampliamento delle competenze del pianificatore e una maggiore enfasi sulle discipline economiche – sia in termini di conoscenze teoriche, che di conoscenze operative. D’altra parte, la pianificazione dello sviluppo locale non può basarsi solo sulle teorie e gli strumenti dell’economia: all’interno del nuovo paradigma dello sviluppo sostenibile, un nuovo approccio integrato deve essere costruito, che tenga conto delle variabile economiche, sociali, politiche e istituzionali – in una parola della complessità dei processi – che concorrono allo sviluppo di un territorio (Moulaert 2000).

Pianificazione strategica . Parallelamente all’affermarsi di questa nuova domanda di pianificazione “dello sviluppo” locale, e all’interno di una crisi più generale della pianificazione urbanistica tradizionale di tipo vincolistico, afflitta, soprattutto in Italia, da rigidità e lentezza, si stanno diffondendo nuove metodologie e procedure di pianificazione – che definirò provvisoriamente modelli di “pianificazione strategica”. Questi modelli trovano formalizzazione istituzionale d iversa, a seconda dei paesi, ma si stanno decisamente affermando, anche attraverso la pubblicizzazione estesa di alcune esperienze di successo, diventate quasi paradigmatiche. All’interno di questa “famiglia” di esperienze e modelli, assumono rilevanza strumenti e competenze nuovi, quali il marketing territoriale (per attirare o mobilitare capitali) e la concertazione (tra le parti sociali interessate). Parte integrante delle nuove forme di pianificazione strategica e flessibile – incentivata in modo particolare dall’impostazione europea dei fondi strutturali – è la pianificazione “per progetti”. Si contrappone al paradigma della pianificazione razionale ( “comprehensive” planning ), ma presume forti capacità di “integrazione strategica” dei progetti stessi, per evitare che i progetti stessi si traducano in una mera “lista della spesa”.

Concertazione e partecipazione . Sia la pianificazione dello sviluppo locale, sia la pianificazione di tipo strategico, assegnano un ruolo determinante – quantomeno nel “ discorso” corrente – ai processi di concertazione . Per la professione questo comporta un accentuazione del ruolo di “ regia”. I pianificatori sono chiamati a svolgere un ruolo di “ facilitatore”: devono essere in grado di organizzare e dirigere il confronto, nonché mediare ( negoziare ) tra le diverse parti sociali coinvolte nel progetto/piano di sviluppo locale. Questo ruolo comporta l’acquisizione di conoscenze particolari, che non hanno ancora trovato un loro riconoscimento e una loro collocazione formale nell’offerta formativa in scienze della pianificazione. Nell’ambito della concertazione va anche incluso il timido revival del discorso sulla partecipazione. Quest’ultima ha una portata sociale maggiore della concertazione, nella misura in cui si prefigge di coinvolgere la maggior parte possibile delle popolazioni interessate da piani e progetti e, nelle sue forme più avanzate, di coinvolgere in modo particolare i segmenti più deboli, normalmente esclusi dai processi decisionali (donne, bambini, disoccupati, immigrati e tutte le frazioni sociali marginalizzate).

Valutazione . Con la progressiva istituzionalizzazione di alcune procedure di piano – specie in materia di ambiente, ma non solo – la necessità di effettuare procedure di valutazione formale delle azioni di piano (ex ante, durante ed ex post) è diventata requisito imprescindibile. La conoscenza e l’uso di metodologie e strumenti di valutazione sono diventati un imperativo per la professione.

Gestione e monitoraggio . Nel perseguimento dell’efficienza e dell’ accountability , le amministrazioni locali sono sempre più concepite come “ macchine gestionali”. Aumentano le pressioni per una gestione della cosa pubblica che sia in grado di rispondere e “consegnare” ( deliver ) rapidamente, che sia cioè efficiente e flessibile. Per la professione della pianificazione questo comporta l’acquisizione di conoscenze nel campo della gestione aziendale ( business administration ) e della gestione finanziaria, per poter meglio monitorare e coordinare i diversi e spesso complessi process i di piano, in un contesto che evolve continuamente e richiede rapidi aggiustamenti. In risposta a questi nuovi imperativi si è diffusa la prassi, tra le amministrazioni locali, di subappaltare a fornitori privati – in toto o solo in parte – alcune funzioni e alcuni servizi tradizionalmente di competenza pubblica. Al di là delle valutazioni sull’opportunità e la reale efficacia di tali scelte, anche in questo caso sono necessarie conoscenze specifiche per la gestione e il monitoraggio di queste deleghe o partenariati pubblico-privati.

L’uso di “sistemi informativi” complessi . In forte collegamento con la necessità di coordinare, monitorare, valutare le azioni di piano – e sfruttando gli straordinari sviluppi della tecnologia informatica – si stanno costruendo e si sta diffondendo l’ ;uso di sistemi informativi territoriali , che utilizzano tecnologie di rilevamento e archiviazione avanzati (GIS etc.). In molti programmi universitari di formazione in scienze della pianificazione – ma non solo – la progettazione, la realizzazione e l’uso di tali sistemi sono diventati un campo di specializzazione ben definito.

2.2. Alcuni nodi critici

Se le aree di competenza sopra descritte sono inequivocabilmente elementi forti della nuova domanda sociale di pianificazione, sia essa esplicita o ancora implicita, restano alcune ambiguità – o nodi critici – cui occorre accennare prima di affrontare la questione del ruolo politico del pianificatore.

Il decentramento della pianificazione: fenomeno positivo o negativo? Benché il decentramento amministrativo e la devolution di molte responsabilità di piano agli enti locali debbano essere considerati un rivolgimento istituzionale sostanzialmente positivo, le forme che esso sta assumendo in molti paesi e regioni sono ambigue. Storicamente sostenuto dalla sinistra, come strumento di democratizzazione e autodeterminazione, il decentramento politico/amministrativo è stato recentemente “ appropriato” dalla destra, per legittimare l’abicazione dello Stato al suo ruolo di controllo, indirizzo, coordinamento. In Italia, in particolare, il decentramento amministrativo non ha rappresentato un semplice trasferimento di potere ed una maggiore autonomia decisionale alle amministrazioni locali ( empowerment ): di fatto, si è ridotto il livello complessivo e si è profondamente trasformato il ruolo dell’intervento pubblico. In particolare:

i) Si è verificata una complessiva riduzione delle risorse pubbliche a sostegno delle aree depresse (politiche di riequilibrio territoriale) e le amministrazioni locali devono competere per tali risorse sulla base delle loro capacità progettuali.

ii) Il decentramento ha comportato una contrazione del ruolo di controllo, indirizzo e coordinamento strategico dello Stato centrale (quello che Moulaert chiama “topless bottom-up planning” ), il che solleva il nodo della pianificazione multilivello e dell’ articolazione tra scale territoriali (Moulaert 2002). Questo problema appare particolarmente rilevante in settori, quali la salvaguardia ambientale o le infrastrutture, dove gli in teressi locali possono essere in contrasto con il benessere della collettività più ampia.

iii) Le località dove società e istituzioni non hanno “ maturato” adeguate conoscenze e strumenti “collettivi” di gestione dell’intervento pubblico, o dove le condizioni economiche sono particolarmente critiche, si trovano ora in una posizione più rischiosa di quanto non fosse durante il regime “top-down” dell’intervento dal Centro. Benché il decentramento amministrativo renda la gestione pubblica più direttamente “accountable” da parte dell’ elettorato, l’introduzione di responsabilità amministrative complesse e di pratiche democratiche di governo nelle regioni più depresse può essere un processo molto lento. In alcune di queste regioni e località il decentramento della pianificazione dello sviluppo può rappresentare un semplice decentramento del “governo della crisi e del sottosviluppo” (la soluzione “Pilato”).

Ambiente e sostenibilità: verniciatura o paradigma? Nonostante siano diventate parole chiave nel discorso politico contemporaneo, la nuova attenzione alla salvaguardia ambientale e alla sostenibilità non sembra essere state effettivamente internalizzata. L’assunzione di questi aspetti come veri e propri “paradigmi” analitici e normativi comporta un ripensamento molto più strutturale del significato di sviluppo e la formulazione di modelli e strategie profondamente diversi.

Concertazione: tra chi? La progressiva istituzionalizzazione della pianificazione a livello locale sembra rispondere solo alla componente “esplicita” della nuova domanda sociale. L’attuazione dei nuovi metodi, strumenti e tecniche (pianificazione strategica, concertazione, procedure di monitoraggio e valutazione, etc.) si rivolge a, e coinvolge, soprattutto quei gruppi di interesse capaci di mobilitarsi e di esercitare la loro voce. Esclude, in genere, le componenti più deboli della società contemporanea (immigranti, disoccupati e sottoccupati, poveri, donne, bambini).

Pianificazione integrata o “lista della spesa”? L’approccio “per progetti” è una caratteristica saliente della nuova pianificazione, che dovrebbe combinare funzionalmente la pianificazione dello sviluppo con la dimensione territoriale. In Italia, i Patti territoriali e i Contratti d’area prima, e i PIT (Progetti Integrati Territoriali) e PIS (Progetti Integrati Strategici) nella più recente programmazione regionale legata ai Fondi Strutturali 2000-2006 (Programmi Operativi Regionali) rappresentano gli strumenti attuativi privilegiati di questo approccio. Tuttavia, come ho già detto, affinché la pianificazione per progetti sia efficace e non si traduca in una “lista della spesa”, occorre che i progetti siano effettivamente frutto di un processo di concertazione locale e siano integrati in un qualche disegno strategico. E’ ancora presto per effettuare una valutazione, ma sulla base delle sparse esperienze in corso, specie nel Mezzogiorno, non sembra che queste condizioni siano rispettate.

Locale/globale: un nesso analitico mancante . La nuova enfasi data al “locale” tende a oscurare il ruolo del “globale” e porta ad una sottovalutazione dei vincoli che quest’ultimo impone sulle dinamiche locali. Le località sono considerate singole entità sociali che competono, su basi più o meno uguali, all’interno del mercato globale. L’analisi delle macrotendenze e dei vincoli imposti dai global players sui percorsi di nazioni e regioni – ad esempio il ruolo della divisione internazionale del lavoro guidata dal capitale transnazionale – è generalmente assente. Le relazioni tra locale e locale, al di là delle generiche disquisizioni sul significato di “glocal” , sono sostanzialmente ignorate, così come, più in generale, l’articolazione – spesso in termini di rapporti di dominazione/subordinazione – tra diverse scale territoriali di analisi (Moulaert 2002). A questo proposito è anche importante menzionare il problema delle differenze (Rodriguez 2002; Massey), cioè come specifiche identità culturali – siano esse relative a territori o a gruppi sociali particolari – possono essere integrate nei processi di globalizzazione, evitando sia l’omologazione, che l’esclusione.

2.3 Il ruolo politico della pianificazione .

La pianificazione non è una pratica neutrale. Anche partendo dalla sua più comune definizione – il processo razionale di identificazione di problemi e/o obiettivi, di formulazione di strategie e di progettazione e attuazione di interventi, finalizzati alla soluzione dei problemi e/o al raggiungimento degli obiettivi – i risultati di questo processo, dipendono in larga misura da quali problemi/obiettivi sono identificati, quali strategie, strumenti e interventi sono selezionati e come sono attuati: in sintesi “per chi” e “da chi”. La pianificazione è, dunque, inevitabilmente un’azione “ politica”, che tenta di indirizzare il futuro in relazione ad una particolare prospettiva.

Queste considerazioni assumono particolare rilevanza quando restringiamo il campo alla pianificazione pubblica, cioè a quelle istituzioni e/o quegli attori che operano in nome di o per il cosiddetto “interesse” pubblico”, di cui la pianificazione territoriale è un sottoinsieme particolarmente articolato. Tentare di definire in modo univoco l’ interesse pubblico nella pratica della pianificazione territoriale è esercizio futile, ma si possono richiamare alcune tensioni caratteristiche dell’azione pubblica: a) il trade off tra equità ed efficienza; b) la tensione tra gli interessi particolari e quelli generali o più ampi; c) il diverso orizzonte temporale della legittimazione politica (breve termine) e dell’efficacia attuativa (lungo termine); d) lo scarto tra la retorica del piano (il discorso politico) e la pianificazione attuata (i processi reali). Un progetto, infatti, può avere successo sul piano della redditività economica, ma beneficiare solo alcuni interessi locali; allo stesso modo, un’iniziativa può essere vantaggiosa per la località che la attua, ma andare a detrimento della collettività più ampia; e ancora, un progetto “di bandiera” può essere attuato rapidamente e con successo, ma essere insostenibile nel lungo periodo o sottrarre ris orse a iniziative meno appariscenti e socialmente più utili.

Qual è il ruolo del professionista in questo contesto? Al di là del livello di conoscenze e del campo di specializzazione, il modo in cui il singolo pianificatore si pone rispetto alla sua funzione “pubblica” dipende, evidentemente, da scelte ideologiche ed etiche personali. Tuttavia, un tratto sembra guadagnare consensi: in contrasto con la tradizione tecnocratica, il pianificatore odierno non può più considerarsi “al di sopra” del piano; deve piuttosto operare “all’ interno” del processo di piano. Il suo compito non è tanto “ produrre” il piano, quanto ingegnerizzare e coordinare il “ processo” di piano (Ceccarelli 2002).

3. Alcune proposizioni per un “manifesto” della pianificazione

Cosa comporta tutto ciò per la professione e per la formazione? Dalle considerazioni fin qui sviluppate emerge, a mio avviso, la necessità di affrontare più direttamente alcuni dei nodi identificati e avviare iniziative concrete. Qui di seguito avanzo alcune “proposizioni”, alcune di carattere generale, altre maggiormente orientate a definire le caratteristiche di una pianificazione “progressista”.

3.1 In generale

Tre tasks mi sembrano urgenti per quanto riguarda la professione e la formazione in generale:

1) In primo luogo occorre ridare “visibilità” alla disciplina e alla professione, riaffermandone le specificità. Come ho già affermato, a fronte di una domanda sociale forse più forte che in passato, nel discorso neoliberale dominante il ruolo dell’intervento pubblico è screditato e/o marginalizato. Rilanciare la discussione su funzioni e obiettivi della pianificazione pubblica oggi è fondamentale per ridare legittimità alla professione, ma tale discussione non può essere autoreferenziale (Vendittelli 2002, Indovina e Ceccarelli 2002), cioè chiusa nell’ambito del dibattito accademico. L’importanza della funzione pubblica di indirizzo e armonizzazione delle trasformazioni territoriali deve essere riaffermata nel sociale, in collegamento con la realtà che rappresenta il suo bacino di domanda e di esplicazione: gli enti locali, le imprese, i sindacati, le associazioni, i cittadini. Il dibattito teorico deve essere continuamente verificato e riaggiustato rispetto alla prassi, che può solo avvenire in contesti reali.

2) Nell’ambito più specifico della formazione occorre trovare un giusto equilibrio tra formazione generalista e formazione specialistica . L’ampio spettro di aspetti e competenze che l’esercizio della pianificazione comporta impone, da una parte, una base di conoscenze articolate (dalla storia all’economia, dalla sociologia alle scienze politiche, dalla normativa alla strumentazione operativa) e, dall’altra, l’ approfondimento specialistico in alcuni ambiti (ambiente, sviluppo economico, housing, infrastrutture, urbanistica, etc.). I percorsi formativi devono pertanto articolarsi in modo da garantire l’acquisizione e l’ integrazione funzionale di entrambe queste forme di sapere.

3) Qualsiasi sia l’ambito di specializzazione, la formazione deve favorire l’acquisizione di un approccio integrato alla pianificazione e, allo stesso tempo l’assunzione di una prospettiva di processo più che di prodotto. La formazione multidisciplinare di base deve essere propedeutica ad un’approccio analitico e operativo che sappia integrare i diversi aspetti che concorrono alla formazione/trasformazione del territorio, all’interno di un processo di pianificazione che non si esaurisce nel piano in sé.

3.2 Per una pianificazione “progressista”

In aggiunta alle suddette proposizioni generali, ritengo che la funzione “ pubblica” della pianificazione, in un quadro ideologico e politico che definirò provvisoriamente“progressista”, sia ulteriormente definita da 4 principali attributi:

Posizione “critica”. Un primo attributo fondamentale del pianificatore “pubblico” progressista è, a mio avviso, il mantenimento di una posizione “ critica” rispetto ai discorsi egemonici o dominanti (Moulaert 2002; Edwards 2002). Nella congiuntura contemporanea, in particolare, occorre resistere alla supremazia dell’economico sul sociale , sia in termini di analisi, che in termini di progettazione . Le sollecitazioni ad “accodarsi” alle logiche del mercato e del capitale sono forti. La parola d’ordine “successo competitivo” ha sostituito quella di “benessere collettivo” (Ave 2002). I vecchi paradigmi dell’equità e dell’analisi sociale (marxista) dei processi economici, assieme al nuovo paradigma della sostenibilità devono essere riaffermati con forza.

L’obiettivo dell’equità . La funzione prima della pianificazione è quella di garantire un equa distribuzione dei benefici derivanti dall’intervento pubblico. In effetti, quello che differenzia la pianificazione “pubblica” da quella privata o aziendale è proprio l’enfasi sul “progresso sociale”, cioè su una visione del progresso che include tutti i gruppi sociali, anche quelli socialmente e territorialmente marginalizzati. L’obiettivo dell’equità, come ho già detto, è problematico nella pratica, nella misura in cui deve effettuare compromessi con quello dell’efficienza, anche sul piano della gestione finanziaria e politica delle risorse. Ma è precisamente quello che legittima il ruolo “pubblico” della pianificazione e deve essere riaffermato.

Democrazia e “empowerment”. Fortemente intrecciato alla preoccupazione redistributiva è l’ enfasi sulla pratica democratica e trasparente del processo di pianificazione. Se la pianificazione, come afferma Albrechts (2002) deve essere il veicolo per raggiungere obiettivi che siano condivisi dal maggior numero possibile di persone e integrino il maggior numero possibile di interessi, l’uso di procedure trasparenti e democratiche di concertazione è imprescindibile, specie in contesti sociali fortemente frammentati e conflittuali come quelli attuali. D’altro canto, come ho già detto, i processi di concertazione sono fortemente viziati da relazioni di potere ineguale. Nonostante l’enfasi posta sulla partecipazione e concertazione dai discorsi attuali, troppo spesso i tavoli di concertazione includono solo i gruppi di interesse più forti (proprietari di su oli, imprese immobiliai e di costruzione, imprenditori, etc.), cioè quelli che hanno voce e potere. Nella maggior parte delle aree depresse la mancanza di fiducia tra istituzioni e tra queste e i cittadini è un forte ostacolo alla concertazione, per non parlare della partecipazione. Il pianificatore pubblico deve identificare gli interessi e i bisogni in gioco, anche quelli muti, e creare i “meccanismi” della concertazione, per dar voce e potere ( empowerment) anche ai gruppi esclusi.

Sostenibilità. Infine, il pianificatore contemporaneo deve assumere appieno il paradigma della sostenibilità. Al di là della retorica e dell’uso indiscriminato e ambiguo che se ne fa, il concetto di sviluppo sostenibile ha due dimensioni fondamentali: da una parte significa formulare e attuare progetti/piani che non sottraggano irreversibilmente risorse alle generazioni future; dall’altra, significa formulare e attuare progetti che siano sostenibili nel lungo periodo, cioè che siano “durevoli” e diventino “autopropulsivi” da un punto di vista sociale oltre che economico, attraverso l’integrazione e la valorizzazione di tutte le risorse istituzionali, umane e materiali di un territorio. La costruzione di “capitale sociale” in un ottica sostenibile significa abbassare, tra l’altro, le aspettative di redditività economica degli investimenti. Significa sostituire una visione pubblica dello sviluppo – che dia maggior valore al capitale sociale e al futuro – alla visione privatistica – basata su rapidi ed alti tassi di profitto. Questa visione sostenibile è in totale contrasto con l’attuale concezione e pratica dell’intervento pubblico, che sembra orientata piuttosto alla privatizzazione dei benefici e alla socializzazione dei costi.

Le proposizioni qui avanzate sono fortemente ideologiche e politiche. Mi sembra tuttavia, che rappresentino gli attributi su cui si gioca la distinzione tra l’attuale visione egemonica della pianificazione e – come base minima di partenza – una rivisitata tradizione di riformismo democratico, che non può essere abbandonata.

Per Apollo Medico, per Esculapio, Igea e Panacea giuro, e tutti gli dei e le dee chiamo a testimoni che questo mio giuramento e questa scritta attestazione osserverò integralmente con ogni vigoria e intelligenza.

Il Maestro che mi insegnò quest'arte terrò in conto di padre; e quanto sarà necessario alla di lui vita e quanto avrà bisogno con animo riconoscente gli darò, e i suoi figli considererò come i miei propri fratelli; e, se quest'arte essi vorranno apprendere, senza compensi e senza patteggiamenti insegnerò; delle mie lezioni e dimostrazioni, e di tutto quanto ha attinenza con la disciplina medica, i miei figli e i figli dei miei precettori renderò partecipi, e con essi quanti per iscritto si saranno dichiarati miei discepoli ed avranno prestato giuramento; all'infuori, però, di questi, nessuno.

Per quanto riguarda la cura dei malati prescriverò la dieta più opportuna secondo il mio giudizio e la mia scienza, e i malati difenderò da ogni danno e inconveniente.

Né presso di me alcuna richiesta sarà valida per indurmi a somministrare veleno a qualcuno, né darò consigli di tal genere.

Similmente non opererò sulle donne allo scopo di impedire il concepimento e di procurare l'aborto.

E, invero, proba la mia vita conserverò e immacolata l'arte mia. Né eseguirò operazioni per togliere la pietra ai sofferenti di calcoli, ma ciò lascerò fare ai chirurghi esperti in quest'arte.

In qualunque casa entrerò solamente per recare aiuto ai malati, e mi asterrò da ogni ingiusta azione e immoralità, come da ogni impuro contatto.

E tutto ciò che nell'esercizio della mia professione vedrò e udrò nella vita comune degli uomini, anche se indipendente dall'arte medica, in assenza di permesso, tacerò e terrò quale segreto.

Se a questo giuramento presterò intatta fede e se saprò lealmente osservarlo mi sia data ogni soddisfazione nella vita e nell'arte, e possa avere meritata fama in perpetuo presso gli uomini.

Ma, se al mio giuramento dovessi mancare, o se avessi giurato il falso, possa accadermi tutto il contrario.

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Ippocrate

Nato nell'isola di Cos da una famiglia di origini aristocratiche e di antiche tradizioni mediche, è considerato il medico più famoso dell'antichità, fondatore dell' ars medica antiqua.

A quei tempi l'arte medica veniva tramandata di padre in figlio, e il grande merito di Ippocrate fu proprio quello di "iniziare" alla medicina anche persone non appartenenti all'ambito familiare del maestro, e di modificare l'antico concetto di malattia, secondo il quale questa era dovuta all'intervento degli dei.

Egli osservò che lo stato di salute dipendeva esclusivamente da circostanze umane e seguiva il naturale corso della vita.

Nel suo famoso giuramento gettò le basi di regole comportamentali mediche ancora oggi efficaci e creò il concetto del segreto professionale, mostrando tutta la modernità dei suoi insegnamenti.

Per Ippocrate il compito del medico era quello di osservare i sintomi della malattia e di affiancare la natura nella sua opera guaritrice, per cui aveva bisogno di sviluppare ampiamente vista, udito e tatto.

Nella sua teoria umorale codificò i quattro umori (sangue, bile gialla, bile nera, flegma) che secondo le quantità presenti nel corpo umano erano responsabili dello stato di salute o di malattia.

Numerose sono le opere che ci ha lasciato, tra le quali risaltano in maniera particolare quelle relative alla chirurgia, alla ginecologia, alle epidemie e al comportamento che doveva avere un medico davanti al paziente.

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