Non credo sia errato, e neppure azzardato, affermare che George Bush sia ormai sul viale del tramonto (nonostante il bagno di folla in Albania) e che anche gli Stati Uniti non stiano tanto bene o, addirittura, in una crisi di egemonia; ripeto di egemonia e non di potenza militare. Tutto questo dovrebbe confortare, ma anche preoccupare perché la crisi di egemonia dell’impero più potente del mondo (anche militarmente) può dare brutte sorprese.
Bush è andato in minoranza al Senato e al Congresso e ancora è in corso di disfacimento il suo gruppo di potere, i suoi uomini di governo, e anche il vecchio Powell gli dà contro.
Il fatto è che la politica di «esportazione della democrazia» con la forza delle armi non ha funzionato. Il dato di fatto, abbastanza nuovo, è che gli Usa hanno vinto le guerre d’Afghanistan e Iraq ma non riescono a concluderle. Per un certo verso è peggio della sconfitta in Vietnam: in Iraq e Afghanistan gli Usa continuano a dover essere presenti e a perdere uomini. A proposito di queste due guerre Stefano Silvestri sul Sole 24 Ore del 12 giugno scrive: «Una cosa è certa: le operazioni in Medio Oriente e in Afghanistan hanno dimostrato l’efficacia altissima delle nuove tecnologie e delle nuove impostazioni operative, ma poi hanno anche rivalutato il ruolo centrale dell’uomo, del singolo soldato e della stessa quantità di soldati necessari per esercitare un effettivo controllo del territorio, nonché della migliore strategia per prevalere nei nuovi conflitti.
Siamo ancora lontani da una soluzione a questi problemi». Negli Usa il bilancio della Difesa è salito a 481 miliardi di dollari, ma pochi uomini legati al loro popolo riescono a tenere in scacco la superpotenza, che è obbligata a inviare altri soldati.
Ma non si tratta solo delle guerre che non finiscono, c’è anche la crisi di due istituzioni fondamentali dell’impero americano: la crisi della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale come ben documenta Antonio Lettieri sul sito di «Eguaglianza e Libertà» (www.eguaglianzaeliberta.it). La Banca mondiale non riesce più a fare prestiti in grado di dare un rendimento di almeno un miliardo di dollari per pagare i suoi 13 mila funzionari. Analoga crisi patisce il Fondo monetario internazionale, quello nato per iniziativa di Keynes. Dopo che Brasile e Argentina hanno scelto, con sacrifici certamente, di liberarsi del debito nei confronti del Fondo.
Questi due strumenti del potere Usa sull’intero mondo ormai appartengono al passato, ai tempi della globalizzazione unipolare, cioè Usa. Ora - cito sempre Lettieri - «L’unipolarismo cede il passo alle nuove potenze regionali. Per rappresentare questa nuova realtà è stato coniato un acronimo: i BRICS vale a dire Brasile, Russia, India e Cina. La globalizzazione va avanti ma non c’è più una “guida suprema”, in grado di imporre le sue regole e il suo credo».
E c’è da aggiungere ancora qualcosa su come vanno le cose all’interno degli Usa. Due, mi pare, sono i fenomeni più rilevanti.
Innanzitutto la crisi del ceto medio che è stato il fondamento del modo americano di vita e della relativa pace sociale. Il ceto medio è sempre più indebitato. La bolla edilizia è scoppiata e sono in molti quelli che non riescono più a pagare il mutuo e che vanno in malora.
In secondo luogo c’è la crescita del debito americano con l’estero e l’acquisizione di titoli di stato Usa da parte di altri paesi (credo che in testa ci siano Cina e Giappone). Il punto è che la grande America sta diventando il più grande debitore del mondo. Ma anche questa grande debolezza è grandemente pericolosa. Faccio un esempio assai semplice: supponete di avere un grande debitore, che vi deve un sacco di soldi e non paga. Dovrebbe essere ai vostri piedi, ma si dà il caso che quel debitore è armato, molto ben armato. E allora a voi che cosa resta da fare?
Per Bush non va bene, ma anche noi siamo un po’ preoccupati.
Finché la crescita del prodotto sarà l’obiettivo primo del nostro agire economico, anzi dell’intera nostra esistenza, è inutile sperare uguaglianza, o anche solo meno disuguaglianza: più sfruttamento, più povertà, più esclusione, sono i soli strumenti che ancora (non sappiamo per quanto) possono garantire aumento del Pil. E’ inutile sognare un ambiente risanato o anche solo un po‘ meno inquinato e dissestato, perché l’attività produttiva non può cessare di crescere, e insieme alla produzione cresce la quantità di rifiuti ch’essa rovescia sul mondo mentre diminuiscono le risorse non rinnovabili. E’ inutile illudersi che ogni scoperta scientifica e tecnologica venga debitamente testata e controllata nella sua possibile nocività prima di trovare applicazione industriale e diffusione commerciale, perché questo andrebbe a lederne la capacità competitiva e l’immediato aumento della profittabilità. E’ inutile attendere una reale parità tra uomini e donne perché l’organizzazione industriale planetaria non può rinunciare all’attività di “produzione e manutenzione della forza lavoro” dovunque erogata a costo zero dalle donne e integrata nei meccanismi di accumulazione. E’inutile auspicare pace: nell’attuale situazione di crisi dell’accumulazione come categoria portante del sistema, le guerre, grandi e piccole, sono necessarie per far quadrare i conti del mondo.
Questo, semplificato e concentrato con schematicità volutamente apodittica, è ciò che in queste pagine ho cercato di sostenere, e di cui d’altronde non pochi altri si dicono convinti. E non mi riferisco soltanto a un certo numero di ambientalisti, ai rari economisti fuori dal coro, agli intellettuali di varia estrazione già più volte citati. Penso ad esempio al folto gruppo di studiosi dell’Undp (United Nations Development Programme), che valendosi anche di collaborazioni altamente qualificate, ha dato vita a partire dal 1990 alla preziosa serie dei Rapporti annuali sullo Sviluppo Umano, in cui si analizzano e si affrontano i problemi delle società del mondo con una chiarezza di giudizio, un’ampiezza di sguardo, e soprattutto un coraggio che non ha confronti con altri istituti e raramente anche con singoli osservatori indipendenti; non a caso trovando pochissimo ascolto negli ambienti che “contano”, accademici e politici.
Esemplare in questo senso è il Rapporto del 1996, specificamente dedicato alla crescita, che - si afferma - si è imposta nei rapporti economici e sociali come fine a se stessa, e che come tale, nella sua mera dimensione quantitativa, politici e responsabili di governo perseguono ciecamente, senza preoccuparsi della sua qualità né delle sue conseguenze, anche quando ne sia già accertata la negatività, senza “sforzarsi di evitare una crescita senza lavoro, senza equità, senza libertà, senza radici e senza futuro.” Quando invece sarebbe dovere di chi detta la linea politica ed economica di un paese “domandarsi via via dove la crescita lo sta conducendo, e chi ne trarrà beneficio. La crescita sta creando lavoro? Sta aprendo opportunità per le future generazioni? Risponde alla cultura locale? La gente è partecipe di questo processo?” Insomma - si insiste - che senso ha auspicare crescita senza indicarne fini, contenuti, conseguenze? Senza in sostanza porsi le domande che gli stessi fatti dell’economia dovrebbero suggerire: “Crescita di che cosa, e per chi? Crescita di inquinamento che richieda altri dispositivi antinquinamento? Crescita di criminalità che impieghi schiere di poliziotti? Crescita di incidenti d’auto che comporti tante riparazioni? Crescita di reddito solo per i più ricchi? Crescita di armamenti militari? Non è proprio questo che la gente vuole, e però tutto questo è parte della crescita del Pil.” (1)
Critiche alla crescita come fine primo e irrinunciabile dell’ economia sono state d’altronde formulate in tempi non sospetti - sia pure in termini più moderati, anche perché rapportate a situazioni molto lontane dalla nostra - addirittura dai padri fondatori della disciplina economica. A partire da Adam Smith il quale, pur usando il reddito individuale come indicatore sintetico dello sviluppo economico, non considerava affatto il dato economico strettamente determinante della realtà di un paese sotto tutti gli aspetti. Lo ha notato nel suo lavoro più recente Paolo Sylos Labini: “In tutta ‘La ricchezza delle nazioni’ - scrive - scorre l’idea che lo sviluppo economico è un obiettivo desiderabile solo se serve a promuovere lo sviluppo civile, che è un concetto ben più importante e più ampio, giacché include non solo la ricchezza, la salute e l’istruzione, ma anche la libertà culturale e politica.”(2) E, a conferma di questa posizione che oggi tutti giudicherebbero economicamente eretica, cita un brano tratto dalla “Teoria dei sentimenti morali”: “Che cosa si può aggiungere alla felicità di un uomo in salute, privo di debiti e con la coscienza a posto? In tale situazione ogni ulteriore fortuna può appropriatamente essere detta superflua, e se egli si esalta per tale superflua aggiunta, ciò deve essere l’effetto della più frivola leggerezza”. (3)
Ma a riprendere il discorso di Smith, e a spingerlo su una linea ben più radicale, è John Stuart Mill. Non solo elaborando la nota teoria dello “stato stazionario”, che necessariamente dovrebbe succedere allo “stato così detto progressivo”, in quanto - come, a suo avviso, tutti gli economisti dovrebbero “più o meno distintamente” vedere - “l’incremento della ricchezza non può essere illimitato”, ma con coraggio intelligenza e ironia illustrandone i pregi rispetto al mondo in cui si ritrova. Non gli piace, dichiara, “l’ideale di vita di coloro che pensano che la condizione normale degli uomini sia quella di una lotta per andare avanti; che l’urtarsi e lo spingersi gli uni con gli altri, che rappresenta il modello esistente della vita sociale, sia la sorte maggiormente desiderabile per il genere umano, e non piuttosto uno dei più tristi sintomi di una fase del processo produttivo”; teme il rischio che la bellezza della Terra “venga distrutta dall’aumento illimitato della ricchezza e della popolazione” e che più “nulla sia lasciato all’attività spontanea della natura”; si scusa pertanto per essere tra quelli che “rimangono relativamente indifferenti al tipo di progresso economico che suscita di solito le congratulazioni dei politici: il semplice incremento della produzione e della accumulazione”. (4)
Non accetta tuttavia che il “modo di pogresso umano” del suo tempo debba essere definitivo. E insiste: “spero sinceramente che i nostri discendenti si accontenteranno di essere in uno stato stazionario molto prima di trovarsi costretti ad esso dalla necessità”. Precisando però che “condizione stazionaria del capitale e della poplazione non implica affatto uno stato stazionario del progresso umano”, ma al contrario signfica più spazio per il progresso umano e sociale, e per “perfezionare l’arte della vita”, ciò che sarebbe molto più facile se le menti umane “non fossero più assillate dalla gara per la ricchezza”. Nel frattempo concedendosi di sognare qualcosa di simile a quello che i “No glob” invocano come “un mondo diverso”: freno della crescita demografica, niente enormi fortune, lavoratori ben pagati, orari di lavoro più brevi, tempo libero sufficiente per dedicarsi alle cose amene, e soprattutto migliore distribuzione, leggi che favoriscano l’uguaglianza. Auspicando che per lo meno “finché la ricchezza continuerà a rappresentare il potere, e il diventare più ricchi possibile continuerà ad essere oggetto della ambizione universale, la via per giungere alla ricchezza sia aperta a tutti.”(5)
Come si vede, i primi teorici del capitalismo non sembrano concepirlo come un sistema economico così necessariamente fondato sulla propria ininterrotta esponenziale valorizzazione, alla maniera in cui oggi viene rappresentato; al contrario mostrano di ritenere possibile, e desiderabile, una società in cui l’accumulazione di richezza non si ponga più, né per i singoli nè per la collettività, come l’obiettivo supremo, e in cui vengano privilegiati altri valori e altri piaceri; in cui soprattutto la ricchezza non sia più appannaggio di pochi. Con accenti che parrebbero pensati come la più calzante e puntuale critica del nostro mondo.
Queste idee sono poi destinate a trovare il loro più completo e ricco dispiegamento nel pensiero di Keynes, autore celeberrimo della cui opera però – e davvero non senza motivo – sono note e ampiamente seguite solo quelle parti che, prese a sé stanti, potevano risultare omogenee all’economia dominante e quindi utilizzabili al sostegno delle sue politiche; come ci fa notare Giorgio Lunghini nel poporre e commentare la pubblicazione italiana di un prezioso gruppo di suoi saggi “minori”, apparsi tra le due guerre. In realtà tutta la sua opera è pervasa non solo da una netta severità di giudizio, ma perfino da una sorta di aristocratica insofferenza nei confronti del capitalismo. “Non è intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso, né si comporta come dovrebbe. In breve non ci piace e anzi stiamo cominciando a detestarlo”(6), scriveva nell’ immediato dopoguerra; e se lo sopportava, e anzi si impegnava ad aggiustarlo in qualche modo, era solo perché non vedeva come sostituirlo, almeno per qualche tempo ancora, fermamente rifiutando però di credere alla ineluttabilità delle sue “leggi”. E di questo ampiamente ci parla in “Prospettive economiche per i nostri nipoti”. Dove, riflettendo sul “processo di accumulazione secondo l’interesse composto” verificatosi a partire dal XVI secolo - una quantità “da far vacillare la fantasia” - si dice convinto che “l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico”.
Quando ciò avverrà, quando cioè “l’accumulazione della ricchezza non sarà più un importante problema sociale”, e potremo considerarci “fuori dal tunnel della necessità economica”, la vita umana potrà trasformarsi. Allora “dovremo avere il coraggio di assegnare alla ‘motivazione’ danaro il suo vero valore. L’amore per il danaro come possesso, e distinto dall’amore per il danaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche, che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali.” Fino allora dovremo accettare usura, avarizia, amore del danaro fine a se stesso, e conservare tutte quelle pratiche economiche che, per quanto turpi e ingiuste in sé, sono però “utilissime nel produrre e accumulare capitale” e nel “determinare la distribuzione della ricchezza”. “Ma il momento non è ancora giunto,” diceva. “Per almeno altri cent’anni dovremo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no.” (7)
Correva l’anno 1930. Cento anni non sono ancora trascorsi. Keynes, morto nel 1946, non ha assistito a quella rivoluzione tecnologica che ha scardinato l’organizzazione del lavoro, spalancato voragini nelle statistiche dell’impiego, buttato all’aria regole da sempre date per indiscutibili; non è stato testimone di quello sconvolgimento planetario che l’informatica ha consentito e che abbiamo chiamato globalizzazione; non si è trovato di fronte al tremendo guasto dell’ambiente, lui che prima della guerra si preoccupava di proteggere i monumenti e la bella campagna inglese, ma già allora aveva capito che “le bellezze naturali non hanno valore economico”; non ha visto lo sfrenarsi del consumismo, il moltiplicarsi di vite divorate tra produzione e consumo, cui solo le merci (da fabbricare vendere acquistare possedere usare gettare) sembrano dare ragione e senso, lui che invitava il suo prossimo a dedicarsi a impegni “non economici” una volta soddisfatti i bisogni essenziali, e a “coltivare l’arte della vita”. Soprattutto non ha saputo come clamorosamente e beffardamente la storia avrebbe smentito la sua convinta previsione secondo cui “l’umanità stava procedendo alla soluzione del suo problema economico”; come la soluzione si sia in realtà avverata ma solo per una minoranza, e come l’enorme quantità di ricchezza prodotta non sia riuscita a sconfiggere l’iniquità del mondo. Forse, se avesse avuto vita, molto prima che trascorressero i cent’anni previsti Keynes avrebbe deciso che “l’accumulazione della ricchezza non riveste più un significato sociale importante”. (8)
Oggi politici, economisti, e quanti con l’economia hanno rapporti attivi e decisionali, non debbono affatto “fingere con sè stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no”, come Keynes riteneva - per qualche tempo ancora - inevitabile. Semplicemente sono convinti che solo l’utile sia giusto, e identificano l’utile con l’accumulazione, incredibilmente ancora fiduciosi del suo “significato sociale”. O quanto meno si comportano e si esprimono come se così fosse. Con qualche eccezione. Che non riguarda solo i non molti economisti ecologisti, già sopra citati, e i rari economisti su posizioni di radicale condanna dell’ordine oggi imperante, essi pure più volte menzionati, ma anche alcuni altri del tutto privi di propensioni estremizzanti e però con uno spiccato interesse verso i problemi sociali, i quali nei loro ultimi lavori hanno assunto posizioni decisamente critiche nei confronti della valutazione della crescita come un fatto in sé innegabilmente positivo.
E’ il caso di Giorgio Fuà il quale, nel suo libro intitolato appunto “Crescita Economica”, dopo un’ampia analisi della scarsa validità del Pil come indicatore di benessere e la proposta di usare in sua vece “una nozione di prodotto sociale”, giunge a “domandarsi se l’oggetto studiato – la crescita della produzione di merci – meriti davvero tutta l’attenzione che economisti, politici e pubblico in generale continuano a dedicargli”. Perché, sostiene, ciò che aveva ragion d’essere in una situazione storica in cui la produzione era certo “uno dei fattori principali (anche se non l’unico) da cui dipendeva il benessere”, non vale più oggi, soprattutto nella “parte ricca del mondo”, dove la vastità dei mercati e la quantità di merce prodotta “hanno raggiunto dimensioni tali che ulteriori aumenti non presentano più connotati così nettamente positivi dal punto di vista del benessere della popolazione”: oggi, dice, “dobbiamo smettere di privilegiare questo tema e dedicare maggiore attenzione ad altri temi”. E non accetta il riferimento alla povertà dei paesi terzi come alibi all’inseguimento della crescita, affermando che occorre “contrastare la concezione imperante per cui un singolo modello di sviluppo e di vita (oggi quello centrato sulla crescita delle merci) viene proposto ed accettato come l’unico valido; e apprezzare che ogni popolazione cerchi la via meglio corrispondente alla sua storia, ai suoi caratteri, alle sue circostanze, e non si senta inferiore ad un’altra per il solo fatto che quella produce più merci.” (9)
E’ il caso anche di Paolo Sylos Labini. Fedele a quello che chiama “l’approccio smithiano”, cioè alla necessità per la scienza economica (necessità oggi ampiamente disattesa) di aprirsi alle altre discipline sociali e utilizzarne le analisi, più volte nella sua vasta opera si è trovato a considerare la gravità delle ricadute negative del sistema industriale e della crescita produttiva, in particolare per quanto attiene il dissesto dell’ambiente (10). Ma di recente ha assunto posizioni di dichiarata condanna nei confronti dello sviluppo economico “visto come un bene assoluto”, anche in rapporto ai paesi più poveri. Certo “Lo sviluppo rappresenta un obiettivo socialmente fondamentale fino a quando il reddito individuale della maggioranza della popolazione non raggiunge un certo livello critico. Dopo che la gente in generale è in grado di soddisfare i bisogni essenziali, e di ottenere un certo ammontare di comodità, lo sviluppo economico diviene sempre meno importante e il consumismo tende a diffondersi e ad assumere connotati patologici (…) e cresce in modo tumultuoso il fiume di beni frivoli e perfino dannosi.” Insomma “per i paesi progrediti – circa un quinto dell’umanità – lo sviluppo non è più un obiettivo importante sotto l’aspetto della disponibilità dei beni.” Non si deve inoltre dimenticare che lo sviluppo “Nel suo corso distrugge molti valori tradizionali e determina mutamenti profondi nei modi di vita e nei sistemi di idee: l’ininterrotto processo di adattamento non può svolgersi senza gravi pene”. (11)
Già parecchio prima anche Claudio Napoleoni si era posto domande su questo tema cruciale, e nell’86 - a un paio d’anni dalla sua morte, avvenuta nell’88 - senza esitazioni affermava: “La crescita produttiva materiale, da un certo punto in poi, è sempre creatrice di malessere, anziché di benessere”; e aggiungeva che la crescita non è difendibile nemmeno a favore dei paesi poveri, che vengono costretti ad adeguarsi a “modelli improponibili”, e “condannati a una rincorsa nella quale essi sono sempre e necessariamente perdenti.” (12) E nell’87 ribadiva: “E’ dimostrato che la crescita indefinita di beni materiali da un lato incontrerebbe limiti invalicabili nella esauribilità delle risorse, dall’altro comporterebbe crescenti costi ambientali.” (13).
Un’altra bocciatura drastica e senza attenuanti della crescita viene formulata da uno di coloro che ho indicato come i “critici-complici” del sistema economico attuale, cioè Edward N. Luttwak. Con il pragmatismo al limite della brutalità che gli è proprio, dopo avere ripetuto che l’iniquità è intrinseca alla struttura stessa del “turbocapitalismo”, attacca quanti si dicono convinti che il sistema abbia la soluzione anche per questo problema, e la proponga anzi come “panacea di ogni male”: essa dovrebbe consistere “in una crescita economica perenne e sempre più sostenuta, grazie a nuova teconologia, nuova liberalizzazione e nuova globalizzazione” . Ma non si vede a che serva “il precetto di una crescita più rapida”: in realtà “nessuno spiega né come mantenere elevata nel tempo tale crescita, né perché dovrebbe ridurre le disuguaglianze anziché farle aumentare ancor più (…) E’ illogico ritenere che un processo che si è tradotto in un determinato risultato, in questo caso l’aumentare delle disuguaglianze, solo perché ulteriormente accelerato possa improvvisamente iniziare a generare il risultato contrario”. E conclude affermando “il ricorso ai poteri dello Stato” per “una politica di ridistribuzione del reddito” come “l’unico rimedio possibile all’incessante gonfiarsi delle disparità”, e in sostanza “la necessità di superare questo modello economico”. (14)
Le citazioni potrebbero continuare. Ma, al di là delle non poche posizioni critiche nei confronti della crescita come precetto di un’economia dimentica della propria funzione di servizio e sempre più lontana dalla sua stessa identità di disciplina sociale, si avverte ormai insistente l’insofferenza della realtà quotidiana che per tutti ne consegue. E’ una sorta di insostenibilità culturale, ma anche pratica, sperimentata nella ferialità quotidiana, di un’accumulazione che da astratta categoria economica si fa cumulo concreto di oggetti, sopraffattorio totalitarismo delle cose, inevitabilità della merce; e che trova qua e là voce, anche se spesso incerta, inadeguata, espressione di generico malessere magari affidata alle parole di un cantautore o alle gag di un comico, segnale comunque da non ignorare. Non mancano d’altronde, e si fanno frequenti, anche voci consapevoli e perspicue, a dirne il disagio e la irrimediabile insensatezza.
Esemplare in questo senso è il discorso pronunciato l’aprile scorso, in non so quale occasione celebrativa svoltasi a Roma nella sede del Senato, da Vaclav Havel, presidente della Repubblica Ceca. Ne riporto alcuni brani tra i più significativi: “Quanto è liberatorio, bello e salutare saper dire che non si capisce il mondo, che ci si tormenta per questo, che ci si stupisce di fronte ad esso e non lo si comprende! (…) Perché non stupirci osservando i giovani che non sanno più trascorrere neanche un minuto della loro vita senza i telefoni cellulari? Perché non stupirci vedendoli stare ore e ore a contatto quotidiano con una macchina piuttosto che con un essere umano? Perché non stupirci di fronte al fatto che produciamo energia atomica e poi non sappiamo come smaltire le scorie nucleari? Perché non stupirci vedendo scomparire i boschi, riflettendo sull’aria sempre più inquinata, sul fatto che la gente vive in enormi agglomerati senza il senso della comunità e senza alcuna regola morale? Perché non stupirci della crescita continua della produzione di automobili che ormai paralizzano il traffico in ogni capitale europea? Perché non stupirci del nostro proprio stupore di fronte alla constatazione di quanto e con quale facilità l’arma biologica riesca a distruggere continenti interi, quando siamo noi stessi a costruire queste armi nei nostri laboratori? Perché non stupirci che sempre meno persone – in Europa, in America, in Asia – producano valori concreti e sempre più persone nel contempo si occupino solo di speculazione, diventando ancora più ricchi di chi è in grado di produrli?”( 15) Non riesco a immaginare le reazioni dei presenti. Scandalo, sdegno contenuto, freddi sorrisi di circostanza, pochi doverosi applausi, la cinica indifferenza di sempre? Forse soltanto disattenzione, carte sfogliate, qualche pettegolezzo sussurrato al vicino, ostentata noia. Bisogna pur difendersi da discorsi insoliti e disturbanti.
Non con la sensibilità scoperta e un poco ingenua di un prezioso intellettuale prestato alla politica, ma con solidi argomenti scientifici, dice cose molto simili il fisico teorico Luigi Sertorio nella sua recente “Storia dell’abbondanza”. In essa percorre la vicenda del rapporto tra specie umana e natura, nei millenni svoltosi in condizioni di equilibrio obbediente alle leggi biologiche, fino alla rottura segnata dall’avvento dei motori termici azionati dai combustibili fossili, che ha dato il via all’era tecnologica con “la creazione di strumenti tanto potenti da modificare l’ecosistema proprio nella direzione dannosa per l’uomo”, aprendo all’economia prospettive senza precedenti e consentendo al capitale di accrescere a dismisura se stesso; moltiplicando la produzione di oggetti destinati rapidamente a trasformarsi in rifiuti, e riducendo ogni essere umano a mero consumatore, cioè un canale che collega “un contenitore di risorse, sempre più vuoto, a un contenitore di scorie, sempre più pieno”; incidendo sulla collettività fino a modificarne senso comune e principi etici: “Il benessere è divenuto crescita dei consumi (secondo gli economisti), il consumo è divenuto sinonimo di benessere, e quindi il consumo è divenuto etica”.(16)
In questa critica all’insensatezza della generale ubriacatura efficientistica produttivistica consumistica, a stupirci ancora una volta è Luttwak, da una vita fedele servitore dello Stato americano. “Il libero commercio come ideologia”, “Il danaro come religione”, “Lo shopping come terapia”: così si intitolano tre capitoli del suo libro qui più volte citato, e bastano pochi brani a illustrarne i contenuti. “Molti economisti contemporanei ignorano semplicemente l’eventualità che alcuni preferiscano vivere in un paese dall’economia un po’ meno efficiente (….) danno implicitamente per scontato che le società esistano allo scopo di servire le esigenze della propria economia, anziché l’esatto contrario, e non attribuiscono quindi alcuna importanza alla stabilità dell’occupazione (contano i livelli di profitto), alla preservazione delle tradizioni o alla necessità di evitare che le disparità in termini di reddito e di benessere divengano enormi” (17). “L’essenza politica (del turbocapitalismo) consiste nel trasferimento del potere dalle pubbliche autorità agli interessi economici privati e istituzionali. Ciò riduce inevitabilmente lo spazio di manovra del controllo democratico (…) L’ambiente sociale è sempre più lasciato alla terra di nessuno degli affari privati. Ciò rispecchia la caratteristica più sorpredente di questa nostra epoca turbocapitalistica: il progressivo deteriorarsi del primato della democrazia sull’economia.” (18) “Gli americani si rendono schiavi dei debiti per accumulare ogni sorta di articoli inutili, da potenti autocarri utilizzati come autovetture a statuine di porcellana acquistate in qualche televendita notturna (…) Per pagarsi la loro propensione all’acquisto lavorano ogni anno per un numero di ore superiore a quello di qualunque altro popolo (…) E’ vero che alcuni traggono dal proprio lavoro una soddisfazione tale da vivere per lavorare, ma fra coloro che invece lavorano solo per vivere, molti sono a caccia di straordinari, o perfino di un secondo lavoro, sacrificando la libertà personale e la vita privata pur di poter consumare di più.” (p.19)
George Soros dal canto suo accusa “il malessere e l’instabilità costitutivi di un orientamento di mercato che tutto compenetra”, e spiega: “Incerte sul loro stesso essere, le persone si appoggiano sempre più sul danaro come criterio di valore. E’ considerato migliore ciò che costa di più. Il valore di un’opera d’arte è stabilito in base al prezzo. Le persone meritano rispetto e ammirazione perché sono ricche. Quello che è sempre stato un mezzo di scambio ha usurpato il posto dei valori fondamentali, rovesciando il postulato della teoria economica. Quelle che sono sempre state delle professioni si sono trasformate in affari. Il culto del successo ha preso il posto della fiducia nei principi. La società ha perso il suo punto di riferimento.” (20)
Ma a scrutare in profondità l’”apocalisse culturale” verificatasi sul pianeta Terra nel secolo scorso, in sintonia con la ragione economica e in sua funzione, è Marco Revelli con “Oltre il Novecento”. Cercandone le cause più lontane e all’interno di un’analisi complessa, tra violenze, contraddizioni, catastrofi politiche, cogliendole nel “senso dell’illimitato”, nella “totale assenza di limiti posti alla produzione” fino all’”idea di una totale fabbricabilità” della natura, che qualificano il paradigma socio-economico dell’ultimo capitalismo. Accusandone la costante incongruenza tra mezzi e fini, per cui i fini vengono sopraffatti dall’ ingovernabile potenza dei mezzi, lo strumento tecnologico prevale su ogni scopo e idea, distruttività e produzione obbediscono alla stessa razionalità, e trovando nell’archetipo dell’ “Homo faber” il protagonista e il simbolo della volontà prometeica che lo muove. “Il peccato capitale del XX secolo – il luogo genetico del ‘mostruoso’ che in esso si è rivelato e, insieme, dell’irresponsabilità nei confronti di esso, dell’ incontrollato e dell’eticamente inerte – non sta tanto (o comunque non sta solo) nel delirio dell’ ‘homo ideologicus’, nelle dinamiche visionarie di una volontà malata di irrealismo, di mito e di utopia, ma piuttosto nella pratica smodata e incapace di limiti dell’ ‘homo faber’. Nel ‘realismo’ della sua razionalità irragionevole, trabordante, onnivora. Nella totalizzazione di quella ‘creatività distruttrice’ che connota appunto lo statuto del lavoro senz’opera, del lavoro resosi autonomo da ogni determinazione di contenuto e di senso del suo uso che non sia la mera efficienza, la pura e semplice assolutizzazione del ‘fare’.” (21)
Cose molto simili pensava Claudio Napoleoni. E’ soprattutto in un’ampia e complessa intervista apparsa nell’87 su “Palomar”, che a lungo si sofferma sul tema dei rapporti tra economia e società, con il tono discorsivo e frantumato di chi pensa a voce alta: “La centralità dell’economico…. non si può che prenderne atto, non possiamo chiudere gli occhi di fronte a questa realtà. Però … questa centralità va negata. Con questa avvertenza tuttavia… che sembra solo terminologica, ma le questioni teminologiche non sono mai in realtà solo nominali… Cioè ‘economico’ è una parola molto equivoca.. ‘economico’, ‘economia’, ‘economicità’, sono parole tutte equivoche per una ragione sostanziale. Il complesso di categorie, di discorsi, di ragionamenti, di leggi, di modelli, che appartengono a questo linguaggio sono stati pensati ed elaborati con riferimento ad una realtà sociale determinata, che è quella capitalistico-borghese. Il discorso economico prende consistenza e autonomia proprio in corrispondenza del prender consistenza e dell’autonomizzarsi della vita produttiva, del momento produttivo come dimensione predominante e prevaricante sulle altre.” E allora interrogarsi sulla centralità dell’economico diventa una domanda tautologica, dato che l’economia è questa. “Resta il problema se l’economia possa essere concepita in altro modo,” dice, e continua a riflettere: “Bisognerebbe probabilmente pensare ad un’economia in cui il momento dell’abbondanza – perciò della quiete in qualche modo, della tranquilla fruizione di ciò che si è conseguito – non si configura solo come necessaria base per andare avanti, ma come pacificazione, almeno relativa, rispetto ad una certa condizione storica”. E cita Keynes e Stuart Mill, l’ipotesi di uscita dallo stadio della crescita per entrare nello stato stazionario. Ma occorre tener presente che “uscire dal mondo della produzione significa in fondo uscire dal mondo dell’aggressione”, secondo “una linea in cui l’affermazione della soggettività non solo non coincide con l’affermazione del dominio, ma se ne distingue radicalmente”, e “diventa un’operazione che non si svolge più sotto il segno del soggettivismo”. E ciò significa in definitiva “recepire, confermare, accettare, tenere conto fino in fondo che l’uomo è un finito. Quindi accettare la finitezza non come negatività. Che però, diciamo, è il contrario dell’intera cultura occidentale”. (22)
Note
1)Undp. Human Developpment Report 1996, p. 5
2)Paolo Sylos Labini, Sottosviluppo. Una strategia di riforme, Laterza, Roma-Bari 2001, p.27;
3) Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, Roma, Istituto della enciclopedia italiana, 1991 p. 58, citato da P. Sylos Labini, Adamo Smith, Relazione, op. cit.
4)John Stuart Mill, Principi di Economia Politica, UTET, Torino 1980, cap.VI, pp. 997-1003, passim.
5) Idem. pp. 1001-1002.
6) John Maynard Keynes, Esortazioni e profezie, Il Saggiatore, Milano 1983, p.12.
7) John Maynard Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, in John Maynard Keynes, La Fine del Laissez-faire e Altri Scritti, Bollati Boringhieri, Torino 1991, pp.57-68, Passim.
8) Ibidem.
9) Giorgio Fuà, Crescita economica – Le insidie delle cifre, Il Mulino, Bologna 1993, pp. 106-108, passim.
10) Cfr. Paolo Sylos Labini intervistato in: Carla Ravaioli, Il pianeta degli economisti, op. cit. pp.106-107, 119-122, 156, 185; Paolo Sylos Labini, I limiti della crescita, in Carla Ravaioli (a cura di) Lettera aperta agli economisti, op. cit. pp. 135-139.
11) Paolo Sylos Labini, Sottosviluppo, op. cit. p.142
12) Claudio Napoleoni, Come vorrei il 1987, in “Atti del Forum economico di Saint Vincent”, Supplemento a “I libri del Mondo”, n.1-2, gennaio 1987, pp. 91-93.
13) Cfr. Carla Ravaioli, Tempo da vendere, tempo da usare, op. cit. in appendice alla 2° e 3° edizione, La politica degli orari di lavoro, dialogo con Claudio Napoleoni.p.161
14) Edward N. Lutwak, La dittatura del capitalismo, op. cit. pp. 269-270.
15) Vaclav Havel, L’occidente e l’ossessione del nulla, in “La Repubblica” 5 – 4- 2002, p. 1-14.
16) Luigi Sertorio, Storia dell’abbondanza, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, p. 140.
17) Edward N. Lutwak, La dittatura del capitalismo, op. cit., p.214
18) Idem, p.219.
19) Idem, p.240
20) George Soros, La società aperta rivisitata, in “Reset”, n.34, Febbraio 1997, p.33.
21) Marco Revelli, Oltre il Novecento – La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Einaudi, Torino 2001, p.57
22) La libertà del finito nel “Discorso sull’economia” di Claudio Napoleoni, Conversazione con Claudio Napoleoni, op. cit. pp.15-17
«La globalizzazione è la possente rivoluzione passiva del capitale della nostra epoca, capace di inglobare elementi di socialità, di mondo simbolico e di valori. A questa trasformazione non è sufficiente opporsi solo sul terreno del controllo dello Stato e della gestione del potere. Il riformismo si propone come una forma temperata di questo processo. La riforma della rivoluzione aspira a trascendere questo orizzonte». Concisa ma chiara «piattaforma» del convegno su «la riforma della rivoluzione» che si chiude oggi a Roma, organizzato da Transform, una rete europea di gruppi di movimento, associazioni culturali, riviste, intellettuali, prossima a (ma non coincidente con) la Sinistra europea. Il punto è rimettere a fuoco «cosa è per il nostro tempo la questione della trasformazione», passando però obbligatoriamente attraverso la riformulazione del concetto e della pratica di quella parola, «rivoluzione», tanto cruciale per la sinistra di ogni tempo e paese quanto carica della zavorra di esperienze fallimentari. E non inganni la coincidenza delle date del convegno con il novantesimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre: se indietro guarda Transform, non è a Lenin ma semmai a Gramsci. Non solo perché, genericamente, si tratta oggi di pensare la forma della rivoluzione nel capitalismo globale come Gramsci pensò ai suoi tempi la forma della rivoluzione in Occidente. Ma anche, specificamente, perché di Gramsci può tornare oggi attuale la contrapposizione della «riforma morale e intellettuale» alla «rivoluzione passiva» di cui il capitalismo si avvale per rinverdire continuamente i propri consensi.
Questa almeno è l'ipotesi, in apertura del convegno, di Giuseppe Prestipino, che di Gramsci enfatizza «la concezione 'revisionista' della rivoluzione», ovvero il passaggio da una visione della trsformazione incentrata sulla presa del potere (pur da Gramsci non disdegnata) a un'altra incentrata sulla lotta per l'egemonia: «tras-formare il mondo è meglio che ri-voltarlo, mettendolo sottosopra per lasciarlo, nella sostanza, qual era prima», sintetizza Prestipino. Che legge la globalizzazione nella chiave di una rivoluzione passiva particolarmente efficace, in quanto fa leva su una spoliticizzazione delle masse aiutata e supportata dai grandi apparati massmediatici, il che rende la «riforma intellettuale e morale» più che mai prioritaria. Non solo. Tornare a Gramsci è cruciale, secondo Prestipino, anche per affrontare la questione del rapporto fra «il conflitto originario» capitale-lavoro e i conflitti che oggi si danno attorno all'ambiente, al sesso, all'identità culturale: l'antitesi gramsciana fra dominio e subalternità è in grado di comprenderli tutti (da cui la fortuna odierna di Gramsci nei cultural e post-colonial studies), sì da «congiungere», e non semplicemente sommare o giustapporre, diverse soggettività nel progetto comunista.
Il che però non si dà nella pratica, com'è noto dalla cronaca che non smette di mostrarci le contraddizioni, più che i congiungimenti, fra soggetti e soggettività differenti. Ne offre una prova del resto la sezione del convegno dedicata all'analisi del lavoro, anzi del rapporto fra lavoro e vita. Qui la fenomologia di partenza è la stessa, ma la sua interpretazione diverge considerevolmente non appena entra all'opera un'ottica sessuata. Per Mimmo Porcaro, l'intreccio sempre più compenetrato di lavoro e vita nel capitalismo di oggi va tutto e solo a detrimento della vita: il lavoro la invade e tende a «formalizzare» tutto ciò che in essa alla formalizzazione resiste; in particolare, «quando la vita 'entra' nel lavoro, non sono le capacità relazionali a trasformare positivamente il lavoro, ma è quest'ultimo a imporre le sue logiche alle prime». A tutt'altre conclusione arriva però Lia Cigarini, a partire dall'analisi del lavoro femminile. «Il parziale superamento della divisione tra sfera produttiva e sfera riproduttiva non ha annullato lo specifico legame che le donne hanno con la vita e il lavoro di cura», sottolinea Cigarini, e questo legame, e relative capacità relazionali, le donne lo portano nel lavoro, modificandolo. Di più, le donne non si consegnano in toto alla misura dei soldi e della competizione, e questo può fare barriera contro l'alienazione. Non più segmento marginale ma ormai protagoniste centrali nel mondo del lavoro (ma Antonella Picchio dà a sua volta una lettura diversa e meno ottimista del mercato del lavoro femminile), le donne obbligano a ripensare l'organizzazione del lavoro per tutti, e la pratica femminista del partire da sé può funzionare da precedente per la necessità oggi pressante di incoraggiare la narrazione dell'esperienza di lavoro, passaggio ineludibile - ma complicato, secondo Marco Berlinguer, dalla difficoltà di mettere in contatto narrazioni diverse - per una nuova stagione di conflitto.
La cui immaginazione continua a dover fare i conti con l'osso duro della crisi delle forme politiche moderne, la rappresentanza in particolare, e con l'impermeabilità delle sedi politiche tradizionali al portato dei movimenti e delle culture di movimento: Hilary Wainwright chiude oggi il convegno ragionando di questo. Potere, autonomia, conoscenza, network sono le parole chiave elaborate, o rideclinate, dai movimenti nell'arco lungo di tempo che va dagli anni Sessanta del Novecento a oggi. Scollare il potere dal dominio e abbandonare la tradizionale visione di un'azione politica che cala dall'alto della leadership su una società oggettivata e passiva a favore di una pratica della trasformazione in cui il soggetto del cambiamento mette in gioco e cambia se stesso nel cambiare la realtà, resta «il» punto su cui la «riforma della rivoluzione» deve misurarsi. Pena il capovolgersi della rivoluzione nel suo contrario, di cui la storia ci fornisce troppi esempi.
Da: Giorgio Ruffolo, Lo specchio del diavolo. La storia dell'economia dal Paradiso terrestre all'inferno della finanza , Torino, Einaudi 2006, pp. 131, 9,00 €
Il capitalismo privo di mura
Alla parola globalizzazione, ormai inflazionata, si danno molti, troppi significati. Ne sottolineiamo uno che ci sembra cruciale: la controffensiva capitalistica. Perché? E contro chi ?
Abbiamo già raccontato l'inizio di questa offensiva, quando, nei primi anni Settanta, gli Stati Uniti di Nixon si sottrassero alla disciplina monetaria di Bretton Woods, imponendo di fatto al mondo il dollaro come moneta universale.
Verso la fine degli anni Settanta si scatena la seconda parte della controffensiva, contro lo Stato sociale. Il capitalismo «avanzato» si sottrae alla pressione del lavoro organizzato e dello Stato, esercitata nel quadro del compromesso socialdemocratico.
Quella pressione, effettivamente, era aumentata d'intensità. Il riformismo aveva accentuato la sua pressione sul capitalismo: le sue istanze economiche, la spesa sociale e le istanze salariali, insomma i suoi costi; senza essere capace di aprire alla società nuove prospettive extraeconomiche ideali, nuove forme di gratificazione sociali e culturali. Era rimasto entro un contesto materialistico. Si era appannato cosí il suo carisma, mentre si erano appesantite le sue strutture e le loro conseguenze inflazionistiche.
L'aumento dei costi interni si accompagna con un aumento della pressione competitiva esterna che, nel nuovo clima di instabilità mondiale, spinge le imprese a recuperare la flessione dei profitti con forti aumenti della produttività. Questa è l'origine della «controffensiva», che si sviluppa in tre direzioni.
La prima è una nuova rivoluzione tecnologica. Una applicazione massiccia e sistematica delle innovazioni immateriali (elettronica e informatica) al processo produttivo consente non solo di aumentare la produttività rispetto all'occupazione, ma, soprattutto, di trasformare il lavoro di fabbrica, omogeneo e massiccio, dell'epoca fordista, adattandolo alle esigenze di flessibilità di una produzione altamente differenziata e «istantanea» (come si dice, just in time). 11 che significa sciogliere la falange del proletariato in un ventaglio di gruppi diversificati e mobili fortemente soggetti ai mutamenti capricciosi della domanda; e quindi privati di quella solidarietà e continuità che costituivano la forza del proletariato tradizionale. Ciò rafforza enormemente il potere contrattuale del capitale e indebolisce di altrettanto quella del sindacato.
La seconda è la liberazione dei movimenti di capitale. Ne abbiamo già parlato. È evidente che la possibilità di spostare capitali ingenti in un batter d'occhio (un clic elettronico) da una parte all'altra del mondo attribuisce al capitale un immenso potere discrezionale rispetto alle scelte politiche «democratiche» dei governi: una capacità di ricatto che ne frustra le politiche.
La terza è una controrivoluzione culturale. Il compromesso socialdemocratico si fondava sulla base ideologica del pensiero keynesiano, favorevole all'intervento pubblico sulla domanda e sulla distribuzione delle risorse. La controffensiva capitalistica cavalca la riscossa del pensiero neoliberista, «monetarista» (se vogliamo una personalizzazione alternativa possiamo dire friedmaniano, dal nome di Milton Friedman) che respinge nettamente l'interferenza dello Stato nel Mercato e riporta in auge un idolo che sembrava distrutto: la fede inconcussa nella sua capacità di autoregolazione.
Questa controffensiva assicura al capitalismo due fondamentali vittorie: la riconquista di un rapporto di forze vantaggioso rispetto al lavoro organizzato, disorganizzandolo; la conquista di una posizione di forza rispetto allo Stato nazionale.
Si può dire che nel caso degli Stati Uniti, della ormai sola Superpotenza mondiale, quest'ultimo evento non si verifica? Apparentemente sí. Ma se ne verifica uno altrettanto carico di cambiamento: la compenetrazione simbiotica tra l'élite capitalistica e il sistema politico, mai realizzatasi nel passato in una forma cosí estrema. L'America di Bush non è certo quella di Roosevelt. Somiglia piú a quella guidata da un presidente, generale e conservatore, come Eisenhower, che aveva anticipato profeticamente il predominio del «complesso militare industriale» (oggi dovremmo dire militare-finanziario) sul governo democratico. Inoltre, l'America non è solo la piú forte potenza politica e militare del mondo. È anche il Quartier Generale della finanza mondiale.
La «controffensiva» ha un altro effetto paradossale. La stessa Grande Impresa Industriale, quella cheGalbraith aveva definito la Tecnostruttura, viene invasa dal Mercato. La sua formidabile struttura gerarchica è disarticolata in una rete di centri di decisione largamente dotati di autonomia e collegati da rapporti di «convenienza», piú che di autorità. Il vero fulcro decisionale della grande impresa non è piú quello industriale, ma quello finanziario.
E finalmente, la rappresentante suprema del capitalismo globalizzato, nella società, la sua élite di classe, non è piú la borghesia nazionale, quella esaltata da Marx e da Schumpeter, ma una plutocrazia cosmopolita e apolitica. Il bisticcio si risolve se al termine «apolitica» sostituiamo quello «ademocratica».
INDICE
Doppio Spot (Preambolo)
Parte I – I “fondamentali”
1 - Beni § Servizi
2 - L’anima del sistema
3 – L’informazione-mercato
4 – I servizi-merce
Parte II – I fatti
1 – Globalizzati
2 – Il capitale di sempre?
3 – Il fallimento della sostenibilità
4 – L’inquinamento sociale
5 – Il dolore degli altri
6 - Liberazione a rischio
7 - L’artificializzazione del mondo
8 – I consumi e la guerra
9 – I conti sbagliati
Parte III – Le domande
1 - Il modello mancante
2 – Una crisi diversa
3 – Vecchie sinistre
4 – L’insostenibile crescita
Parte IV – Risposte?
1 – Quali valori
2 – L’accumulazione sociale
3 – Il mondo
4 – Forse l’Europa
Doppio spot ( Preambolo)
“Interrompiamo per qualche minuto di pubblicità,” annuncia il conduttore. E allo schianto delle Twin towers, indefinitamente riproposto e sempre inesorabilmente portatore della stessa carica di insopportabile tragedia, succede una levigata ragazza golosamente intenta a succhiare un cono gelato. Allo strazio di cadaveri e di viventi fatti a pezzi segue il gruppo gioiosamente ciarlero di un villaggio-vacanza, la desolazione di miserabili capanne in macerie dà spazio alla giovanissima coppia abbracciata in groppa a un motorino, il lutto di gente in fuga da ordigni mortali stacca su una bellissima pronta al fascino di una superveloce iperaccessoriata automobile e del suo possessore. La guerra cede alla felicità del consumo. L’ottimismo facile e dozzinale del mercato si alterna all’apocalisse.
E’ accaduto dall’11 settembre in poi, e continua ad accadere, da noi e dovunque, in tv pubbliche semipubbliche private. A volte senza neppure l’annuncio dell’ interruzione pubblicitaria. Come sempre d’altronde: spezzare un film un telegiornale un concerto un dibattito politico con lunghi intervalli di promozione commerciale è stata ed è la regola, e non vuole esitazioni nè pudori. Quella data che a giudizio di tutti avrebbe cambiato il mondo e la storia, e che senza dubbio non poche cose ha cambiato, non ha spostato minimamente la supremazia della merce. Sui televisori di tutto il pianeta continuano a scorrere in sequenza immediata immagini violentemente dissonanti. Nella disattenzione generale, o piuttosto nell’assuefazione a un mezzo che omologa tutti i messaggi, ci raggiunge la rappresentazione di una realtà scissa in due facce opposte ma in sostanza equivalenti, quasi i due termini di un’endiadi, in una sorta di narrazione allegorica, addirittura una metafora, della nostra realtà. Dopotutto perché mai separare merci e guerra? Non sono merci anche le armi? E non è la guerra il luogo del loro consumo?
La domanda mi era presente fin dal primo abbozzo di queste pagine destinate alla riflessione su un tema che senza retorica può definirsi “l’impero delle merci”. Ma dopo l’11 settembre mi si è posta sempre più perentoria, fino a situarsi al centro della materia, e a dettarne una lettura forse di radicale pessimismo, ma temo non lontana dalla verità.
Una volta che si rinuncia alle grandi cause ideologiche, ciò che resta è solo l’amministrazione efficiente della vita... o quasi solo questo. In altre parole, quando il livello di base della politica è costituito dalle attività depoliticizzate e socialmente oggettive di un’amministrazione competente e di un coordinamento degli interessi, l’unico modo per introdurre passione in questo campo, per mobilitare attivamente la gente, è la paura, costituente fondamentale dell’odierna soggettività. Per questa ragione la biopolitica è in definitiva una politica della paura, incentrata sulla difesa contro potenziali persecuzioni o molestie.
E’ questo che distingue una politica di emancipazione radicale dal nostro status quo politico. Qui non stiamo parlando della differenza tra due visioni, o tra due insiemi di assiomi, ma tra la politica basata su una serie di assiomi universali e una politica che rinuncia alla dimensione costitutiva stessa di ciò che è politico, affidandosi alla paura come ultima risorsa di mobilitazione: paura degli immigrati, del crimine, dell’empia depravazione sessuale, di un eccesso di Stato, con il suo fardello di tasse pesanti, delle catastrofi ecologiche, paura delle molestie. Il politicamente corretto è la forma progressista esemplare della politica della paura. Una siffatta (post) politica si basa sempre sulla manipolazione di un ochlos, o moltitudine, paranoide: è la terrorizzante mobilitazione di un popolo terrorizzato.
Così il grande evento del 2006 è stata l’adozione generalizzata delle politiche contro l’immigrazione, con il taglio del cordone ombelicale che le legava ai piccoli partiti dell’estrema destra. Dalla Francia alla Germania, dall’Austria all’Olanda, nel nuovo spirito di un’orgogliosa rivendicazione di identità culturale e storica, ora i partiti più importanti trovavano accettabile sottolineare che gli immigrati sono ospiti, e come tali devono adattarsi ai valori culturali che definiscono la società che li ospita: «E’ il nostro Paese, o lo ami o te ne vai».
L’odierna tolleranza progressista verso gli altri, il rispetto della diversità e l’apertura verso di essa, è contrappuntata da una paura ossessiva di essere molestati.
In breve, l’Altro va benissimo, a patto che la sua presenza non sia invadente, a patto che questo Altro non sia veramente un altro, la tolleranza coincide con il suo opposto. Il mio dovere di essere tollerante verso l’altro significa di fatto che non dovrei avvicinarmi troppo a lui, invadere il suo spazio. In altre parole, dovrei rispettare la sua intolleranza verso un mio eccesso di prossimità. Ciò che emerge sempre più come il diritto umano fondamentale nella società tardo-capitalistica è il diritto a non essere molestato, che è il diritto a rimanere a una distanza di sicurezza dagli altri.
Nella biopolitica postpolitica ci sono due aspetti che non possono che appartenere a due aree ideologiche opposte: quella della riduzione degli essere umani a "nuda vita", a Homo sacer, il cosiddetto essere sacro, l’oggetto delle competenze specialistiche di chi se ne occupa ma è provo, come i prigionieri di Guantanamo e le vittime dell’Olocausto, di qualsiasi diritto; e quella del rispetto per l’Altro vulnerabile, un rispetto portato all’estremo attraverso un atteggiamento di soggettività narcisistica che percepisce il sé come vulnerabile, costantemente esposto a una quantità di potenziali "molestie"». Può esistere un contrasto più netto di quello tra il rispetto per la vulnerabilità dell’Altro e la riduzione dell’altro a "nuda vita" regolata da una competenza amministrativa? Ma se questi due atteggiamenti scaturissero nientemeno che da un’unica radice? Se fossero due aspetti di un unico atteggiamento di fondo? Se coincidessero con quello che si ha la tentazione di definire la versione contemporanea di quel "giudizio infinito" hegeliano che afferma l’identità degli opposti?
Ciò che accomuna questi due poli è proprio il sottostante rifiuto di una qualsiasi causa superiore, l’idea che il fine ultimo della vita sia la vita stessa. E’ per questo che non c’è contraddizione tra il rispetto per l’Altro vulnerabile e l’essere disposti a giustificare la tortura, espressione estrema del trattamento degli individui come Homines sacri.
Nella Fine della fede, Sam Harris difende il ricorso alla tortura in casi eccezionali (ma ovviamente chiunque difenda la tortura lo fa come misura estrema; nessuno sosterrebbe seriamente che si può torturare un bimbo affamato che ha rubato una barretta di cioccolata). La sua difesa si basa sulla distinzione tra l’istintiva avversione che proviamo all’idea di assistere con i nostri occhi alla tortura o alla sofferenza di un individuo e la conoscenza astratta di una sofferenza di massa; per noi è molto più difficile torturare un individuo che ordinare a distanza lo sgancio di una bomba che provocherebbe la ben più dolorosa morte di migliaia di persone.
Dunque tutti noi siamo intrappolati in una sorta di illusione etica, analoga alle illusioni sensoriali. La causa ultima di questa illusione è data dal fatto che, nonostante la nostra capacità di ragionamento astratto si sia sviluppata enormemente, le nostre reazioni etico-emotive sono ancora condizionate da antichi e istintivi moti di compassione di fronte alla sofferenza e al dolore di cui siamo testimoni diretti. E’ questa la ragione per cui molti di noi trovano più ripugnante sparare a qualcuno a bruciapelo che non provocare la morte di mille persone che non possiamo vedere premendo un bottone.
Non sorprende che Harris faccia riferimento ad Alan Dershowitz e alla sua legittimazione della tortura. Per porre fine a questa sensibilità, condizionata dall’evoluzione alla manifestazione fisica della sofferenza altrui, Harris immagina un’ideale "pillola della verità", una tortura efficace equivalente al caffè decaffeinato o alla Diet-Coke: «un farmaco in grado di fornire sia gli strumenti per torturare che quelli per nascondere perfettamente la tortura» –introducono la logica tipicamente postmoderna della cioccolata lassativa. La tortura immaginata da Harris è come il caffè decaffeinato: ci dà il risultato voluto senza doverne subire gli spiacevoli effetti collaterali. Al famigerato istituto Serbskj di Mosca, la struttura psichiatrica del Kgb, fu inventato proprio un farmaco di questo tipo per torturare i dissidenti: un’iniezione vicino al cuore che rallentava il battito e provocava un terrificante senso d’angoscia al prigioniero. A un osservatore esterno sembrava che il prigioniero sonnecchiasse, mentre in realtà stava vivendo un incubo.
Per il povero Marx è proprio una nemesi. Lo hanno crocifisso per quel suo determinismo economico: che vergogna, ridurre tutta la lussureggiante fioritura delle idee al cieco brancolare degli interessi! Engels si provò a spiegare che non era proprio così: che bisognava intendere la cosa con un po' più di un grano di sale. Ma invano. E la vulgata staliniana del marxismo finì poi, compitando in modo barbarico la lezione dei maestri, per ribadire quella versione semplificata. Ma poiché la storia, come il buon Hegel sapeva, si vendica, il goffo catechismo deterministico di Stalin battezzò la più colossale e disumana impresa volontaristica della modernità: l'Unione Sovietica.
Ma ora, che succede? Che il determinismo economico risorge dalle sue ceneri: però, da destra. Una nuova vulgata neoliberista (pare che la nostra epoca non ci lasci che dei nei!) si afferma sotto forma di quello che potremmo chiamare un determinismo mercatistico. A dire la verità, più che di una teoria si tratta di una fede: perché - così come il complesso pensiero marxiano fu pietrificato nelle litanie staliniane - anche la lucida aritmetica degli economisti classici e le geometrie eleganti dei marginalisti sono state immerse in un brodo mistico.
Mercato e Mercati non sono più modelli di scuola, ma divinità imperscrutabili. Così, le società più ricche e più potenti della storia si paralizzano all'inizio di ogni settimana, nell'attesa trepidante dell'apertura delle Borse, le nuove ambigue Pizie del turbocapitalismo.
Quest'ansia è però controllata da una incrollabile certezza. Per sottrarsi allo stress, bisogna essere e mantenersi competitivi. Questo è il Verbo del nostro tempo turbinoso: correre come Alice sul tappeto perverso. Sacrificare ogni lusso - l'educazione, la salute, l'aria pulita, la sicurezza della vecchiaia e una decente prospettiva di lavoro stabile - all'esigenza di stare al passo. E questo passo si misura ormai alla stregua del mondo intero: la competitività è internazionale, o non è.
Ma che cos'è questa competitività internazionale che sola può propiziare la grazia imperscrutabile dei Mercati? Il fatto sorprendente è che nessuno l'ha mai definita. Proprio come Dio. Secondo Paul Krugman, insigne economista americano, che ha scritto nel 1997 un libro brillante sull'argomento, è "un'ossessione pericolosa". E prima ancora, è un concetto vuoto di senso. Non significa niente se applicata, come si fa spesso del suo proprio campo - che è quello del mercato in senso stretto - ai paesi, alle nazioni. Non c'è, del resto, metafora più fuorviante e melensa insieme di quella che rappresenta una economia nazionale come una impresa. L'azienda Italia diventò di moda nei tardi anni Settanta, anche tra gli allora giovani socialisti rampanti: li faceva sentire più moderni, più fichetti. Poi si è banalizzata, è diventata un must del linguaggio politico-manageriale. Più che una moda, però, questa metafora costituisce, dice Krugman, una vera ossessione: pericolosa, se la si prende sul serio. Se davvero si pensa che le nazioni competono tra loro come le imprese; e che ci siano imprescrittibili vincoli dettati da questa gara alla allocazione delle risorse tra usi pubblici e privati o alla distribuzione del reddito tra gruppi sociali.
Il fatto è che un paese non è un'azienda, non è mosso dalle sue motivazioni, non è sottoposto ai suoi limiti. Certo, sono entrambe forme di organizzazione sociale. Ma anche la gallina e l'uomo sono entrambi bipedi. L'impresa è un'attività strumentale promossa e diretta da soggetti precisi rivolti al fine del profitto. Ciò le impone dei vincoli, violati i quali fallisce; e la pone in concorrenza con altri soggetti rivolti allo stesso fine. La comunità nazionale è una collettività esistenziale dalla formazione e dai fini largamente indeterminati. Non ha una posta specifica da perseguire.
Non ha una linea di galleggiamento precisa da mantenere. Le nazioni, ovviamente, possono scomparire in una guerra o in una rivoluzione, ma non in un'Opa. Le società possono disgregarsi, ma non portano i libri in tribunale.
Insomma, le nazioni non corrono su una pista, testa a testa, per massimizzare una performance, perché non c'è nessuna misura di quella performance. Qual è la misura della competitività? A prima vista, sembrerebbe ovvio: il saldo della bilancia dei pagamenti correnti. Ma se così fosse l'economia americana, con il suo deficit esterno mostruoso, sarebbe la meno competitiva del mondo, mentre l'Europa, col suo rilevante avanzo commerciale, se la caverebbe brillantemente.
Non c'è dunque un concorso internazionale che ci obbliga a correre tutti nella stessa direzione. C'è - meglio, ci dovrebbe essere - una gara tra le nazioni per conseguire livelli sempre più alti di benessere. E per concorrere a questa gara, un'alta produttività, garantita da un elevato tasso di innovazione tecnologica, è vitale. Ma questa esigenza, che deve ovviamente tener conto dei risultati del mercato, deve essere armonizzata con le altre che assicurano la coesione sociale: la formazione, la salute, il lavoro, la sicurezza, oggi l'ambiente. Ora, lo stabilire i termini di questa combinazione - questo è il punto - è responsabilità politica della collettività. Essi non possono essere dettati dalle imperscrutabili leggi del mercato: anche perché ci sarebbe - come dire? - un grosso conflitto d'interessi.
Facciamo una congettura. Suppose that, (come diceva il grande Ricardo, per spiegarsi): supponiamo che gli economisti, stanchi di perseguire la cometa fuorviante del Pil (o Pirl che dir si voglia) inventino un metodo nuovo di contabilità sociale, che permetta ad ogni paese di costruire e di scegliere democraticamente la sua propria - diciamo così - WWW (Welfare Wishful Way, un indicatore desiderabile di benessere): una combinazione, necessariamente diversa per ogni paese, di obiettivi riguardanti lo stato auspicabile della ricchezza, della fiscalità, della disuguaglianza, della protezione sociale, della salute, dell'educazione, dell'ambiente. Coerente e, naturalmente, aggiornabile. Il successo di un paese sarebbe misurato non dalla sua capacità di crescere come Frankenstein, senza sapere perché e verso dove; ma dalla misura in cui si avvicina a quell'indice. La sua competitività reale con gli altri paesi sarebbe misurata dallo scarto relativo rispetto a quell'indice. Finalmente sapremmo davvero chi è il più bravo. E gli economisti recupererebbero pienamente la "degnità" sociale di una scienza che è sorta al servizio dell'uomo e non dei ricchi e potenti.
Finalmente, è proprio il caso di dire, un dibattito televisivo ha interrotto il monologo liberista. Non solo presentando il punto di vista scandaloso di Serge Latouche, la «decrescita», ma anche stabilendo nessi con due vicende che con il «pensiero unico» e le sue conseguenze hanno molto a che fare: la lotta della Val di Susa e la rivolta delle banlieues. E' accaduto mercoledì sera nella trasmissione di Gad Lerner, «L'infedele», su La 7, dove ci si è potuti rendere conto che «sviluppo» e «crescita» non sono idoli indiscutibili e ad una dimensione; di più, che «decrescita» non è un equivalente di «declino», e cioè che chi trova insopportabile l'adorazione del Prodotto interno lordo non necessariamente esulta se - come succede in Italia - questo indicatore truffaldino precipita.
Si tratta di altro: del fatto che l'economia non è una misura del benessere sociale, e che anzi venticinque anni di liberismo e le sue conseguenze globali, sociali e ambientali, hanno rovesciato questo presupposto, per cui si deve cercare un modo di vivere in cui l'economia torni al servizio della società. Questo dibattito, in giro per il mondo, in Francia, è molto ampio (come dimostra, ad esempio, la pagina che Le Monde ha dedicato poco tempo fa a «Il progetto locale», il libro di Alberto Magnaghi). In Italia invece è pressoché ignoto ai grandi media e a quasi tutti i politici, che ripetono come un mantra «crescita» e «sviluppo», oltre a scagliare anatemi e poliziotti contro le comunità che si ribellano, in Val di Susa e in centinaia di altri «cortili di casa», tanto da fare dell'intero paese un «cortile» da difendere dai Lunardi e dalle Bresso.
Nella trasmissione di Lerner, a sostenere con diverse sfumature queste tesi erano lo stesso Latouche, Luciana Castellina e Aldo Bonomi, di fronte ad alcuni economisti, i quali parevano stupefatti: Michele Salvati, che proponeva «indennizzi» per i valsusini (e Latouche chiedeva: quanto vale una montagna, un paesaggio?), o uno Zingales che, dagli Stati uniti, rispondeva invariabilmente «più mercato»: i problemi ambientali? Facile, basta «prezzare» l'aria, le foreste dell'Amazzonia... E quando Omeya Seddik, del Mib (Mouvement immigration banlieues), ha spiegato quel che sembra incomprensibile agli economisti, e cioè che l'alta velocità, ad esempio, non offre più movimento, ma provoca selezione sociale ed emarginazione (facendo salire i prezzi delle case, come a Marsiglia, e creando ghetti che prima non esistevano), la risposta è stata l'imbarazzo.
Di questa prima rottura del monologo liberista non possiamo che rallegrarci, qui a Carta. Per anni, in solitudine, abbiamo proposto le tesi di Latouche, cercando in ogni modo di allargare il dibattito anche da noi, e il numero del nostro mensile, Carta Etc. in edicola fino a domenica e intitolato «Prodotto locale pulito», lo testimonia: attorno alla «decrescita», alla storia di questa proposta e alle sue applicazioni scrivono Tonino Perna, Paolo Cacciari, Maurizio Pallante, Mauro Bonaiuti, Giulio Marcon e Alessandro Messina, insomma i principali interpreti italiani della critica allo sviluppo. E non è per caso che ai nostri abbonati, quest'anno, regaliamo l'ultimo libro di Latouche, «Sopravvivere allo sviluppo» (Bollati Boringhieri), più uno a scelta tra i precedenti libri del nostro amico francese. Ps. Per la precisione, agli abbonati regaliamo anche uno a scelta tra i libri di Luigi Pintor (pubblicati sempre da Bollati), fatto di cui andiamo particolarmente orgogliosi e che dovrebbe essere una buona ragione per fare l'abbonamento abbinato ai due giornali: 292 euro (Carta settimanale e mensile più manifesto postale) e 270 (Carta più manifesto coupon).
IL PROFLUVIO di immagini dell´orrore e le molte terribili storie individuali spezzano il cuore collettivo del mondo. Eppure, il realista sociologico che è in me chiede: fra un anno, chi saprà e vorrà sapere della catastrofe dello tsunami che oggi tiene tutti in suo potere? Questa domanda non è oziosa o peregrina. Porta, invece, al centro del tema.
Le catastrofi naturali non sono affatto pure e semplici catastrofi "naturali", ma merce da informazione molto effimera. Sono in tutto e per tutto eventi politici, moments of decision.
Ma nel rapido mutamento dei tipi di catastrofe (per fare solo tre esempi: "Chernobyl" sta per i pericoli globali della tecnologia moderna, "11 settembre" simboleggia i pericoli globali del terrorismo e "tsunami" ha ora rinnovato il ricordo della natura come colpevole, che, indifferente a tutti i tentativi di controllo tecnico-scientifico minaccia la vita sul pianeta) si può riconoscere il fatto che, con la violenza del pericolo percepita su scala globale, lo stato d´eccezione rischia di diventare la regola.
Ora come in passato vengono combattute guerre per il territorio e le risorse. Le guerre tra stati erano la più classica situazione di minaccia della prima modernità, ma nella seconda modernità, dopo la fine della Guerra fredda, le devastazioni e i pericoli simili a quelli generati dalle guerre, che preoccupano l´opinione pubblica mondiale e che turbano e angustiano ogni singolo individuo fin nell´intimo della sua esistenza, devono essere intesi in modo fondamentalmente diverso. Essi non corrispondono affatto al modello della guerra tra stati nazionali, bensì allo schema dell´alternativa tra gli effetti collaterali non intenzionali dei successi scientifici e della modernizzazione (il cui paradigma è Chernobyl, ma anche il vaso di Pandora scoperchiato dalle promesse dell´ingegneria genetica, della genetica umana, della nanotecnologia) e il modello della catastrofe intenzionale (il cui paradigma è il terrorismo di al-Qaeda, che mira alla vulnerabilità universale della società civile); oppure rientrano nel genere delle catastrofi naturali mass-medializzate, che hanno luogo in qualsiasi appartamento - come dire: il mondo nella condizione dell´osservatore coinvolto, senza via di scampo -. Questo nuovo capitolo della società mondiale del rischio si distingue da quelli precedenti per il fatto che le catastrofi naturali non vengono attribuite - come gli esiti collaterali catastrofici dell´agire tecnico o come le catastrofi intenzionalmente prodotte dalle reti terroristiche - a decisioni e attori umani (il governo, l´economia, la scienza), perlomeno non in primo luogo, ma appunto alla "natura assassina" o a "Dio punitore". La domanda politicamente esplosiva su colpa ed espiazione, errore e responsabilità, sollevata dai terremoti politici dopo Chernobyl e l´11 settembre, raramente cade nel vuoto.
Ciò significa che sull´onda della compassione mondiale stati e governi, traballanti per i loro insuccessi, possono svincolarsi dal poco confortevole ruolo dell´accusato e del briccone e assumere quello del soccorritore caritatevole e dell´eroe che organizza gli interventi di solidarietà dopo il disastro (aiuti umanitari, sistema di allarme, ricostruzione). Paradossalmente, le catastrofi naturali rappresentano per i politici ciò che per gli assetati è un´oasi nel deserto: essi possono ristorarsi alla fonte di una legittimazione che zampilla fresca. Magari, chissà, a qualcuno verrà in mente il cancelliere tedesco Schroeder (non sarebbe per la prima volta che si salva da un incombente crollo elettorale grazie a un´inondazione catastrofica); oppure il presidente americano Bush, che spera, nelle vesti di Superman dei soccorsi, di trasformare in fiducia la diffidenza che soprattutto il mondo mussulmano nutre nei suoi confronti.
Le catastrofi tecniche, terroristiche e naturali hanno una cosa in comune: il pericolo non è diretto, non ha indirizzi, non porta un´uniforme, è anonimo, non calcolabile, non prevedibile. Spesso non è nemmeno immaginato e rappresentabile ? fino a quando avviene la catastrofe. Il 10 settembre 2001 chi avesse preso sul serio il rischio terroristico sarebbe stato considerato un pazzo isterico; dopo il 12 settembre 2001 chi non lo prende sul serio è considerato un vile irresponsabile, fuori dal mondo. Questo effetto di conversione dell´esperienza della catastrofe spiega perché spesso chi nega il pericolo virtuale e ipotetico diventi, post hoc, un fondamentalista della difesa preventiva dal pericolo.
Dobbiamo confrontarci con la "diversità" di rischi che non solo sono costati la vita a migliaia di persone e hanno messo davanti agli occhi del mondo la vulnerabilità della civiltà. Essi hanno nello stesso tempo anche reso manifesta la generale mancanza di concetti e di orientamento. Le premesse sulle quali sono costruiti, da un lato, il sistema della sicurezza militare ? il principio della deterrenza ? e, dall´altro, il sistema della sicurezza tecnica ? la padronanza scientifica della natura ? non valgono più. Qui non soccorrono le formule probabilistiche sul rischio, e nemmeno l´arte discreta dello spionaggio militare o la pretesa di dominio della civiltà orientata verso le scienze naturali. Per quanto riguarda le minacce globali prevale la non-conoscenza, forse il non-poter-conoscere; peggio ancora: il non-sapere privo di consapevolezza. Un esempio a questo proposito è offerto dal mutamento climatico. All´inizio nessuno aveva, in senso letterale, alcun sentore del fatto che proprio l´impiego industriale dei cloro-fluoro-carburi (Cfc) come refrigeranti avrebbe contribuito al riscaldamento della terra e quindi al danneggiamento dello strato protettivo di ozono. Si trattò, appunto, di un "non-sapere privo di consapevolezza", che però proprio per questo ha dato un apporto non irrilevante al catastrofico, strisciante effetto collaterale del mutamento climatico.
Parliamo di "società mondiale del rischio" in un senso post-sociale, in quanto nella politica e nella società sia nazionali che internazionali mancano regole che indichino il modo in cui queste minacce indeterminate e non circoscrivibili vanno affrontate e quale strategia di risposta bisogna seguire. Pertanto, ogni nuova catastrofe diventa anche il luogo di svolgimento di un gioco di potere globale attorno alle regole future della politica mondiale. Gli interventi d´aiuto nelle situazioni di crisi possono servire agli Stati Uniti per indebolire agli occhi del mondo le Nazioni Unite sul loro stesso terreno, quello degli interventi umanitari? Oppure ? come in questo caso ? gli Usa lasciano la regia all´Onu?
Si dice che la speranza è l´ultima a morire. Con le nuove minacce, si può affermare che la distanza è la prima a morire. Finora i terremoti erano sempre avvenuti altrove. Anche adesso hanno scosso l´Asia, ma l´Asia è diventata improvvisamente Europa, è ovunque, è vicinissima: non esiste più la categoria degli altri! Non solo le placche terrestri si sono spostate, ma anche i continenti sociali - Asia ed Europa, America e Africa - si sovrappongono. Come è possibile? Non ultimo, perché si è diffusa sottobanco una nuova forma di vita transnazionale: la poligamia di luogo del turista medio. È stato il cosmopolitismo banale del turismo di massa - poco notato e ancor meno considerato - a far sì che negli ultimi vent´anni il terzo e il primo mondo si compenetrassero anche se con scandalosi contrasti ricco-povero. Questa mobilità diffusa - reale ma anche immaginaria e virtuale - ha conferito al disastro una peculiare valenza personale, al di là di tutti i confini geografici e sociali. In questa esperienza di crisi, di vulnerabilità personale, di mancanza di confini e di scambiabilità della propria situazione con quella degli altri il cosmopolitismo - in origine un´idea sublime dei filosofi - comincia, per quanto in modo distorto, a mettere radici nella prassi quotidiana di una solidarietà operativa. Anche la grande inondazione ha i suoi effetti collaterali inattesi: essa fonda la sfera pubblica mondiale. Essa fa dell´"altro", finora escluso, il nostro vicino nella trappola che il mondo è diventato. Costringe a costruire ponti comunicativi e fattivi al di là di tutte le frontiere linguistiche e di tutti i contrasti tra gruppi etnici, nazioni, religioni. Mondi separati cercano le vie della collaborazione. L´abuso ideologico è sempre in agguato, ma una cosa o l´altra potrebbe anche riuscire: un´isola separata, Sri Lanka, cerca di superare le ferite prodotte dalla guerra civile. Un altro stato che soffre di un grave dissidio interno, l´Indonesia, ha ceduto e ora apre ai soccorritori internazionali la provincia di Aceh, dove da decenni è in corso un sanguinoso conflitto con i separatisti. La ragione pragmatica otterrà forse una chance e gli stati vittime sperimenteranno la cooperazione permanente - massimizzando il loro vantaggio nazionale?
Questo sguardo cosmopolita stenta però a farsi largo nelle cronache. Le statistiche sui morti sono un macabro esempio a questo riguardo. Qui domina pressoché incontrastato lo sguardo nazionale. I morti tedeschi sono contati individualmente, "gli altri", invece, sono calcolati a cifre tonde, a migliaia. Il numero dei dispersi e dei feriti rimane imprecisato. Il ministro degli Esteri svedese è addolorato per il "trauma nazionale". Quale trauma? Quello degli indonesiani, degli indiani, dei thailandesi? No, quello degli svedesi! In questo modo viene disconosciuta la quintessenza cosmopolita di questa catastrofe globale e locale nello stesso tempo, dove hanno perso la vita svedesi e italiani e indiani e inglesi e tedeschi e thailandesi e danesi e americani e africani, e? e? e?.
Questo, però, non significa affatto che tutti accettino la stessa definizione del pericolo. Sostenere questo sarebbe un errore sostanziale. Quanto più chiaro diventa che i nuovi pericoli non possono davvero essere calcolati, pronosticati e controllati scientificamente, tanto maggiore è l´importanza delle percezioni culturali che possono differire radicalmente, in relazione ai retroterra storici del primo e del terzo mondo: "Ciò che gli uomini definiscono come reale è reale nelle sue conseguenze" (William Thomas).
E non ci sono nemmeno catastrofi "puramente" naturali. In esse è sempre implicato anche l´agire - o il non-agire - umano. Le barriere coralline che proteggevano dall´inondazione sono frantumate dall´industria edile per farne materia prima, le foreste di mangrovie vengono indecentemente disboscate, i sistemi di allarme non sono installati, il livello del mare si innalza a causa del mutamento climatico, i paradisi promessi al turismo di massa vengono messi in scena a ridosso delle coste, sicché il maremoto si trasforma in un´onda omicida, nel "trauma nazionale" dei paesi del Nord. Mentre nel primo mondo la "natura feroce" è indicata come principale responsabile e quindi viene rimosso l´apporto del proprio agire, nel terzo mondo si sta facendo strada la convinzione che la definizione del pericolo debba includere la minaccia recata dall´Occidente. Perciò, le prime colpevoli del riscaldamento della Terra, del conseguente innalzamento del livello dei mari e quindi, in ultima analisi, di questo disastro sono le nazioni industrializzate con il loro immenso consumo di energia. Questa volta per il presidente americano Bush sarà difficile chiamare alla "guerra contro la natura feroce", ma i movimenti fondamentalisti si potranno vedere confermati nella loro scelta di "terrore contro l´Occidente". La definizione del rischio potrebbe suonare così: per difenderci dalla prossima inondazione mortale dobbiamo proteggerci dalla globalizzazione portata avanti dagli stranieri infedeli e ricordarci delle nostre radici islamiche.
È questa l´ambivalenza politica che emerge con la catastrofe dell´inondazione: essa può contribuire all´affermarsi di uno sguardo cosmopolita, oppure può dare impulso al fondamentalismo antimoderno (non soltanto nell´Islam).
Dopo il terremoto di Lisbona del 1755 gli illuministi convocarono Dio davanti al tribunale della ragione umana. Dopo la catastrofe del reattore di Chernobyl finì sul banco degli imputati la promessa di sicurezza della civiltà tecnico-scientifica. Dopo la catastrofe dell´inondazione asiatica nei paesi colpiti direttamente e più duramente verrà chiamato in causa l´imperialismo della globalizzazione occidentale? Oppure si riuscirà a rendere credibile con aiuti duraturi la promessa occidentale di responsabilità cosmopolita per la sofferenza degli altri?
Traduzione di Carlo Sandrelli
La forte e crescente ondata di malessere del Paese viene dalle condizioni di invivibilità da bassi salari e stipendi che affligge gran parte della popolazione dopo venti anni di brutale redistribuzione della ricchezza. Anche le proteste che naturalmente si rivolgono anzitutto contro le forze di governo originano da questo malessere e approfondendo i dati ci si meraviglia semmai per la debolezza collettiva delle proteste. Per capire le origini del malessere basta guardare i dati sulla distribuzione della ricchezza e quelli su salari e stipendi. L’ultima indagine «il mestiere di sopravvivere» (Venerdì di Repubblica del 19 ottobre) è sconvolgente: si va dai 1300 euro/mese dell’infermiere con 20 anni di anzianità ai 1680 euro della direttrice di Galleria dell’Accademia con 27 anni di anzianità agli 820 euro di una operatrice di call center che lavora cinque ore al giorno alla Vodafone da dieci anni, senza parlare dei tre milioni che lavorano in nero. Trattasi di guadagni di fame, tra i più bassi d’Europa e lesivi della dignità personale.
A tale proposito è allarmante il dato rilevato da una recente ricerca della Banca d’Italia dal titolo: «Il divario generazionale: un’analisi dei salari relativi dei lavoratori giovani e vecchi in Italia» di Alfonso Rosolia e Roberto Torrini. Analizzando i dati Istat e della banca centrale, i due economisti rilevano che: «Alla fine degli anni ‘80 le retribuzioni nette mensili degli uomini tra i 19 e i 30 anni erano del 20% più basse di quelle degli uomini tra i 31 e i 60 anni; nel 2004 la differenza è quasi raddoppiata in termini relativi salendo al 35%». Non solo, ma «nel decennio 1992-2002 il salario mensile iniziale è diminuito di oltre l’11% per i giovani entrati sul mercato del lavoro tra i 21 e i 22 anni presumibilmente diplomati (da 1200 euro mensili a meno di 1100 euro) e dell’8% per i lavoratori tra i 25 e i 26 anni, potenzialmente laureati (da 1300 a 1200 euro mensili). Per entrambe le classi di età i salari di ingresso sono tornati nel 2002 ai livelli di 20 anni prima».
La diffusione del precariato si intreccia coi bassi salari ma non è il principale colpevole. Il precariato, che riguarda sopratutto i giovani, ha altre colpe oltre i bassi salari come l’incertezza che impedisce ogni progetto di vita decente, ma il problema salariale riguarda ormai una maggioranza crescente di cittadini.
Per capire la ratio di questi salari da fame basta dare uno sguardo alle cifre sulla redistribuzione della ricchezza che è stata brutale e profonda soprattutto a partire dagli anni novanta. A farne le spese sono stati i lavoratori dipendenti, gli artigiani, i piccoli autonomi e la classe media: secondo dati della Banca d’Italia in dieci anni la ricchezza (case, titoli e moneta) del 10% delle famiglie più ricche è passata dal 41% al 48% della ricchezza nazionale, quella del 40% delle famiglie di mezzo è passata dal 34% al 29% mentre quella del 50% delle famiglie più povere è passata dal 25% al 23%. La redistribuzione della ricchezza, che è stata una costante del neoliberismo vittorioso nel mondo a partire dagli anni ottanta di Reagan e della Thatcher, è oggi il male profondo che le forze riformiste devono denunciare e combattere se vogliono tener fede alla loro missione politica.
C’è un pericolo oggi: il pensiero liberista dominante, di cui l’ultima opera di Alesina e Gavazzi sul «liberismo di sinistra» è l’inno più recente. In buona sostanza, si tende ad affermare l’idea che la crescita economica risolva tutti i problemi, che mercato e concorrenza, lasciati liberi di esprimersi, daranno risposte a tutti i bisogni del Paese, anche quelli sociali. La realtà è diversa: certo che la crescita è condizione necessaria per una redistribuzione, ma essa non sarà sufficiente come non lo è stata dalla fine degli anni Ottanta al 2000 quando la nostra crescita economica non è stata malvagia e quando i frutti di quella crescita - ecco il punto - sono andati ad arricchire una minima parte della popolazione e ad impoverire le grandi masse.
Se oggi l’Italia è un’azienda indebitata e sottocapitalizzata, come dice Padoa Schioppa, se essa è patria dei più bassi salari d’Europa, va ricordato che, come dicono sempre i dati Bankitalia, essa è anche patria dei cittadini più ricchi d’Europa: la ricchezza in case, titoli e moneta degli italiani è pari a nove volte il Pil, più di 21mila miliardi di euro su 1.540 miliardi di Pil. Per capire come la redistribuzione della ricchezza dell’ultimo ventennio abbia arricchito una minoranza di italiani a spese delle masse, basta guardare alla ricchezza posseduta dai cittadini di altri Paesi europei che non supera mai cinque volte il loro Pil. Sotto quest’aspetto l’Italia assomiglia più agli Stati Uniti che a Francia e Germania, essendo come noto il gigante d’oltre Atlantico il Paese socialmente più diseguale al mondo.
Mentre l’Italia è il Paese più indebitato (105% del Pil) e più povero d’Europa (in 10 anni il Pil unitario è passato da +10% a -5% rispetta alla media europea) gli italiani sono il popolo “mediamente” più ricco d’Europa.
Di fronte a dati di questo genere, in un Paese non complessato dal peso di vecchie ideologie e culturalmente vivo, si svilupperebbe un dibattito serio su una qualche forma di «imposta sui patrimoni, almeno su quelli finanziari» che possa ridurre la condanna certa a 100 anni di sottosviluppo che aleggia sulle teste dei nostri figli e nipoti, che dovranno sobbarcarsi a decine d’anni di sottosviluppo per pagare ogni anno 70 miliardi interessi sul debito pari a tre finanziarie, senza alcun vantaggio per il Paese. Absit iniuria verbis! Come non detto. Da noi gli economisti ed i politici si sbracciano su declino italiano e crescita sotto le medie. Ma quale azienda, con un debito superiore ai suoi ricavi annui riesce a crescere sulle medie? Perché dovrebbe riuscirci un’azienda indebitata e sottocapitalizzata come l’azienda Italia?
Il primo atto ha visto la collisione tra il presidente del Consiglio Romano Prodi e il presidente della Camera Fausto Bertinotti, un botta e risposta di inusitata asprezza. «Il parlamento è improduttivo». « È un giudizio che rivela scarsa dimestichezza con le aule parlamentari». Il secondo atto ha avuto luogo sulle pagine del Corriere della sera, con una pesante, pesantissima intervista al vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Massimo D'Alema. Tema: la «crisi di credibilità della politica» che rischia di «travolgere il Paese» come già accadde all'inizio degli anni Novanta. Svolgimento: critiche sferzanti al sindacato e invocazione di drastici mutamenti istituzionali e costituzionali, a cominciare da una riforma elettorale che riduca il «potere di ricatto delle forze minori» e accresca il potere dell'esecutivo imprimendo al sistema una decisa svolta presidenzialistica.
Così nelle scorse settimane è andata in scena la formale messa all'ordine del giorno della questione delle questioni. Ormai è ufficiale: la «politica» è in crisi, il paese reale non si riconosce più nel paese legale. Sebbene nessuno lo dica a chiare lettere, molti sembrano paventarlo: sullo sfondo torna ad agitarsi lo spettro della repubblica di Weimar.
Non è cosa da poco, comunque la si pensi. Quello della crisi istituzionale è un argomento pericoloso, soprattutto quando approda alle pagine dei grandi quotidiani. Allora, indipendentemente dalla fondatezza degli allarmi e delle interpretazioni, diviene un problema serio, specie in un paese nel quale le istituzioni democratiche non vantano una storia secolare e non godono di indiscusso prestigio. Ma l'allarme di per sé non basta. Se non si accompagna a un'analisi corretta delle cause, può persino portare al peggio. Risposte sbagliate potrebbero generare effetti controproducenti e aggravare il male che si vorrebbe guarire.
Razza padrona
La «politica» è sotto un attacco concentrico nel quale si mescolano due differenti imputazioni. Le si rinfacciano privilegi e costi spropositati. E le si imputa di non sapere risolvere i problemi della società.
Sui costi e i privilegi c'è poco da dire, se non che è un problema vero, come hanno ben documentato Cesare Salvi e Massimo Villone. La loro denuncia è stata accantonata con fastidio dagli addetti ai lavori, che ora probabilmente se ne dolgono, spaventati dalla collera popolare. Non è decisivo se sia collera spontanea o il frutto di campagne orchestrate. Conta che, agli occhi di quanti incontrano ogni sorta di ostacoli nel far valere i propri diritti, l'ansia, le difficoltà, le frustrazioni hanno una causa molto semplice: l'incapacità della «politica». Dietro la quale si intravede subito dell'altro: il privilegio, tanto più odioso; la corruzione; l'indifferenza di chi dovrebbe rispondere a una società dolente e sembra invece badare soltanto a rendite e poteri.
Com'è stato scritto, se non vuole essere travolta la classe politica deve fare un bagno di umiltà. Recuperare la dimensione del servizio e, se questo non riesce proprio a tutti, quantomeno rinunciare a vantaggi e comportamenti da «razza padrona». Per ragioni etiche o anche solo per egoismo razionale. Si guardi dunque al parlamento. E si guardi con pari severità - per limitarci al pubblico - al governo e al sottogoverno; alla miriade di organi rappresentativi privi di effettive funzioni; agli enti locali e alle pubbliche amministrazioni; alle authorities e alla pletora degli enti inutili; all'esercito dei consulenti e agli strapagati vertici delle aziende pubbliche e partecipate. Si colpiscano sinecure, si riducano costi esorbitanti, si eliminino sprechi e privilegi.
È un tema per la sinistra, poiché il discredito delle istituzioni democratiche è una manna per la reazione populista o tecnocratica. Occorre agire subito, con mano decisa e senza indulgenza. Ma è necessario anche aver presente il contesto nel quale ci si muove e il risultato che si intende conseguire. Questo ci porta dritti all'altra questione - l'inadeguatezza e inoperosità della politica - che rivela altri e ben più gravi presupposti..
Inadeguatezza e inoperosità: a ben guardare, questi addebiti non coinvolgono la sfera politica nel suo insieme, ma il parlamento. È la sua presunta inerzia ad apparire - ad essere indicata come - impedimento alle decisioni del governo. Avallando una rappresentazione classica, Prodi ha contrapposto la rigogliosa produttività dell'esecutivo alla sterilità delle Camere. Da un lato - ha dichiarato - la bellezza di 124 disegni di legge; dall'altro, appena dieci provvedimenti varati. È forte qui l'eco delle recriminazioni che nel primo dopoguerra accompagnarono l'inabissarsi dello Stato liberale. Una classe politica attardata in discussioni esasperanti mentre l'incalzare degli eventi avrebbe richiesto decisioni rapide: l'insistita riproposizione di questo quadro propiziò allora l'avvento dell'«Uomo della Provvidenza». È un quadro che si attaglia all'oggi?
Teologia politica
Cominciamo col rilevare un'omissione. Nella legislatura in corso le Camere sono in sofferenza perché il governo non ha una maggioranza stabile al Senato. La consapevolezza di questo fatto influisce gravemente sui lavori della Camera bassa, condizionando calendari, ritmi di lavoro, e ovviamente la produttività del parlamento. Ma solo nel senso che essa ne viene frustrata e impedita.
E come risponde il fecondo governo a questa impasse che con mirabile equanimità il presidente del Consiglio rinfaccia al parlamento? Molto semplicemente, cercando di sostituirglisi nell'esercizio della funzione legislativa. O formalmente, sfornando e reiterando decreti-legge (al punto di costringere il capo dello Stato a richiamare i principi costituzionali di «necessità e urgenza») e pretendendo deleghe (perdipiù general-generiche, con buona pace dei vincoli temporali e materiali stabiliti in Costituzione). O informalmente, arrogandosi la potestà decisionale in materie di competenza parlamentare (come la ratifica dei trattati internazionali) o ponendo la fiducia sui propri disegni di legge, e così blindandoli.
Di questo stato di cose bisognerebbe parlare, piuttosto che strizzare l'occhio all'onda limacciosa dell'antipolitica che si finge di voler contrastare. Su questa profonda mutazione dell'architettura istituzionale e sui suoi presupposti occorrerebbe interrogarsi, invece di mimare rituali omaggi al simulacro della «centralità del parlamento». Senonché, ove lo si riconoscesse, come si potrebbe ricominciare con la litania della «governabilità»? E come sarebbe possibile ritornare alla carica - derubricando il referendum costituzionale dello scorso giugno a irrilevante equivoco - con la richiesta di nuove riforme e nuove Costituenti che cancellino i partiti minori e conferiscano al governo più ampi poteri?
E siamo così al dunque. Un bilancio onesto di questo stato di cose imporrebbe di sfidare i dogmi cardinali della teologia politica che ci affligge da vent'anni a questa parte: da quando una stirpe di politologi provinciali e saccenti ha dato impulso a una stagione di riforme che - colpendo a morte i partiti con basi di massa e imbragando il sistema della rappresentanza in un bipolarismo che fa violenza alla reale composizione politica del Paese - hanno devastato la macchina istituzionale e decretato la sostanziale messa in mora della Costituzione repubblicana.
«Riforme» per un'oligarchia
Il disastro di un parlamento spaccato in due e della contrapposizione tra fazioni quantitativamente equivalenti e quindi capaci di interdirsi a vicenda discende dalle sciagurate riforme dei primi anni Novanta. Che oggi forzature sino a ieri ritenute a ragione illegittime - dallo sbarramento al premio di maggioranza, all'elezione diretta di un premier munito di maggiori poteri - appaiano farmaci miracolosi è solo il segno di una regressione che tuttavia trova ancora rarissimi e troppo timidi oppositori.
Leggendo la recente intervista del Corriere a Massimo D'Alema si rimane allibiti. Gli anni Novanta vi figurano solo come inquietante precedente della crisi odierna. Ma quegli anni furono anche il tempo di riforme che lo stesso D'Alema propugnò e in gran parte promosse, e il cui senso nemmeno una folgorante amnesia potrebbe cancellare.
L'introduzione del maggioritario e del presidenzialismo negli enti locali ha accentuato la frammentazione della rappresentanza e scatenato la crisi delle assemblee elettive. Di qui, a cascata, si è prodotta la stravolgimento dell'ordine costituzionale (la supplenza legislativa del governo e la negazione di fatto dell'autonomia del parlamento; la proliferazione di poteri tecnocratici «indipendenti»; il cortocircuito tra governi tecnici e leaderismo plebiscitario che ha regalato al Paese le avventure del '94 e del 2001) con la quale siamo ancora costretti a fare i conti.
Un nuovo americanismo
È l'ora di dire con chiarezza che gli anni Novanta in Italia sono stati il tempo di una gigantesca rivoluzione passiva che ha prodotto un drastico restringimento degli spazi di partecipazione democratica, la riduzione del ventaglio degli interessi sociali rappresentati (quella che Angelo Panebianco chiama graziosamente «costituzionalizzazione delle estreme») e la traduzione decisionistica della politica in gestione amministrativa. Questa è stata ed è la ratio oligarchica di una «normalità» che gran parte della classe dirigente italiana ha pervicacemente perseguito nell'ultimo quindicennio.
Ma il problema non è esclusivamente italiano e non riguarda soltanto gli ultimi quindici anni. Come mostrano la repubblica monarchica di Bush jr. e l'intera vicenda dell'Unione europea, la deriva oligarchico-tecnocratica è una malattia di tutto l'Occidente, radicata in processi strutturali. Per capire di che cosa stiamo parlando, dovremmo riconsiderare la risposta del capitale al protagonismo di massa - le lotte operaie, i movimenti contro la guerra, il femminismo, le rivolte studentesche - che nel lontano 1975 la Trilateral bollò come «crisi della democrazia», inaugurando la stagione della «governabilità» e delle «compatibilità». Fu questa risposta l'anima della «rivoluzione conservatrice» reaganiano-thatcheriana che si abbatté sull'Europa a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta.
Siamo ancora dentro fino al collo in quella storia, che chiamiamo «neoliberismo» spesso dimenticandoci che essa non ha inciso solo sulla produzione e sulla vita delle persone delocalizzando, precarizzando, privatizzando e finanziarizzando. Ha investito pesantemente anche la sfera pubblica e il politico, determinando una possente regressione a forme premoderne. Come suggeriscono diverse analisi (Giorgio Agamben, Luciano Canfora, Danilo Zolo), la privatizzazione delle istituzioni e della sovranità è il nocciolo duro dell'americanizzazione delle nostre società.
Quando diciamo che i mercati votano, dovremmo sapere che non impieghiamo una metafora. Descriviamo fedelmente un processo in atto, che configura lo spossessamento delle prerogative democratiche delle collettività travolgendo vite, identità, sistemi istituzionali. E alimentando una insostenibile carica di violenza. Prevedere dove tutto ciò condurrà è impossibile, ma certo non si può escludere che generi contraccolpi formidabili, simili a quella «grande trasformazione» che si verificò tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso: allorché la devastazione sociale prodotta dal liberismo provocò il ritorno del politico in forme autoritarie e contribuì alla nascita di regimi reazionari sostenuti da un vasto consenso popolare.
La biscia e il ciarlatano
Questo scenario ribolle sotto la superficie della discussione sulla crisi della «politica». È questa la vera partita quando si parla della transizione italiana deprecandone l'incompiutezza. Non coglierlo - cavalcando il connotato antipolitico della crisi - sarebbe l'ultimo e il più devastante degli errori.
Pretendere interventi di bonifica è indispensabile ma è tutt'altra cosa dal delegittimare. E invece proprio questo sembra il senso di un attacco sferrato contro tutto ciò che è pubblico e in particolare contro le istituzioni della rappresentanza e della partecipazione. A questo proposito è in atto una divisione del lavoro che non può non colpire. Da un lato, poteri imprenditoriali diretti da una indiscutibile razionalità allo scopo. Dall'altro, settori del mondo politico mossi da malintese smanie «modernizzatrici» e da una inesausta ansia di legittimazione.
Tutti, certo, cooperano nella stessa impresa. Ma i primi - come ha ben chiarito Montezemolo all'Assemblea della Confindustria - sanno bene quel che vogliono: una società disciplinata, incardinata in salde gerarchie, comandata da pochi e forti centri di potere «indipendenti». I secondi si illudono di saperlo. Lavorano in realtà per conto terzi. Promuovono trasformazioni che negheranno ogni loro residua autonomia. E rischiano, a danno di noi tutti, di fare la fine di quel ciarlatano di cui Gramsci dice nei Quaderni, raccontando di come venne morso dalla biscia che aveva incautamente stuzzicato.
IL PROGETTO DI COSTRUZIONE di una società autonoma ed economa incontra un largo consenso anche se i suoi fautori si schierano sotto varie bandiere: decrescita, anti-produttivismo, sviluppo riqualificato, o addirittura sviluppo durevole. Ad esempio, lo slogan di antiproduttivismo sviluppato dai Verdi corrisponde esattamente a ciò che gli «obbiettori di crescita», membri della Rete degli obbiettori di crescita per un post-sviluppo (Rocad), intendono per decrescita (1). Stessa convergenza con la posizione di Attac che, in uno dei suoi documenti, si schiera per « l’evoluzione verso una decelerazione progressiva e ragionata della crescita materiale, sotto condizioni sociali precise, come prima tappa verso la decrescita di tutte le forme di produzione devastatrici e predatorie (2)».
Rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare: le otto «r» costituiscono obiettivi indipendenti per l’avvio di un circolo virtuoso. Di fatto, l’accordo sui valori resi auspicabili dalla necessaria «rivalutazione» va ben oltre i fautori della decrescita, visto che alcuni difensori dello sviluppo durevole o dello sviluppo alternativo avanzano proposte similari. Le misure di autolimitazione preconizzate già nel 1975 dalla Fondazione Dag Hammarskjöld sono le stesse di quelle dei sostenitori della decrescita: « Limitare il consumo di carne, contingentare il consumo di petrolio, utilizzare i fabbricati in modo più economico, produrre beni di consumo che durino di più, sopprimere le automobili private, ecc. (3)» Tutti concordano sulla necessità di una forte riduzione del fabbisogno ecologico e, per il resto, sottoscriverebbero volentieri quanto scriveva John Stuart Mill alla metà del XIX secolo: « Tutte le attività umane che non conducono a un consumo irragionevole di materiali insostituibili o che non degradano irreversibilmente l’ambiente, potrebbero svilupparsi all’infinito. In particolare, le attività da molti ritenute tra le più auspicabili e soddisfacenti – educazione, arte, religione, ricerca fondamentale, sport e relazioni umane – potrebbero diventare fiorenti (4)».
Andiamo oltre: in fondo, chi si schiera contro la salvaguardia del pianeta, contro la tutela ambientale e la conservazione della fauna e della flora? Chi preconizza la deregolamentazione climatica e la distruzione dello strato di ozono? In ogni caso, nessun responsabile politico.
Ci sono addirittura dirigenti di aziende, quadri superiori e responsabili economici favorevoli a un radicale cambiamento di linea per evitare alla specie crisi ecologiche e sociali.
Occorre quindi individuare con maggiore precisione gli avversari di un programma politico di decrescita, definire meglio gli ostacoli che si oppongono alla sua attuazione e, alla fine, la forma politica adatta a una società ecocompatibile.
1 - Chi sono i «nemici del popolo»?
DARE UN VOLTO all’avversario è problematico perché le entità economiche quali le società multinazionali che detengono la realtà del potere sono, per loro stessa natura, incapaci di esercitare direttamente questo potere. Come rileva Susan Strange, « oggi, alcune tra le principali responsabilità dello stato in una economia di mercato (...) non sono più assunte da nessuno (5)». Da una parte, «big brother» è anonimo, dall’altra la schiavitù dei sudditi è più volontaria che mai, perché la manipolazione della pubblicità è molto più insidiosa della propaganda... In queste condizioni, come affrontare «politicamente» la mega- macchina?
Risposta tradizionale di una certa sinistra estrema: la fonte di tutti i blocchi e di tutte le nostre impotenze è una entità, «il capitalismo». Senza uscire dal capitalismo, è possibile la decrescita (6)? Per rispondere, è importante evitare ogni dogmatismo, che ci impedirebbe di individuare i veri ostacoli.
Il Wuppertal Institute si è adoperato a proporre molti giochi tra natura e capitalismo, dove tutti vincono, tipo lo «scenario NegaWatt» (7), che prevede la diminuzione a un quarto del consumo di energia senza riduzione dei bisogni da soddisfare. Tasse, norme, bonus, incentivi, sovvenzioni giudiziose potrebbero rendere attrattivi i comportamenti virtuosi ed evitare ingenti sperperi. Ad esempio in Germania, sono stati sperimentati con esiti positivi vari sistemi di remunerazione per gli immobili, calcolati non tanto sull’ammontare dei lavori quanto sulla efficacia energetica delle costruzioni, Per una vasta serie di beni (fotocopiatrici, frigoriferi, automobili, ecc.), il noleggio potrebbe sostituirsi alla proprietà ed evitare la corsa sfrenata alla nuova produzione agevolando un riciclaggio permanente. Ma nulla prova che, cosí facendo, si riesca ad evitare «l’effetto rimbalzo», vale a dire, alla fin fine, l’aumento del consumo-materia.
Un capitalismo eco-compatibile è teoricamente concepibile, ma irrealistico sul piano pratico. Infatti, esso implicherebbe una forte regolamentazione, fosse solo per imporre la riduzione del fabbisogno ecologico. Dominato da società multinazionali giganti, il sistema dell’economia di mercato generalizzata non prenderà spontaneamente la via «virtuosa» dell’eco-capitalismo. Le macchine da dividendi, anonime e funzionali, non rinunceranno alla rapina in assenza di vincoli. Anche se favorevoli a una auto-regolamentazione, i loro responsabili non hanno mezzi sufficientiper imporla ai free riders (passeggeri clandestini), vale a dire alla stragrande maggioranza dei loro soci, ossessionata dalla massimizzazione a breve termine del valore per l’azionista. Se una istanza (stato, popolo, sindacato, organizzazione non governativa, Nazioni unite, ecc.) avesse questo potere di regolamentazione, avrebbe il potere tout court, e potrebbe ridefinire le regole del gioco sociale. In altri termini, potrebbe «ri-fondare» la società.
Certamente si può concepire e augurarsi una certa limitazione del potere a opera del potere stesso, come durante l’era delle regolamentazioni keynesianfordiste e socialdemocratiche. La lotta di classe sembra (provvisoriamente?) bloccata. Il problema è che il capitale ne è uscito vincitore, che ha praticamente arraffato tutta la posta e che abbiamo assistito impotenti, e forse indifferenti, agli ultimi giorni della classe operaia occidentale. Viviamo il trionfo della «onnimercificazione» del mondo. Il capitalismo generalizzato non può non distruggere il pianeta così come distrugge la società, perché le basi immaginarie della società di mercato poggiano sul gigantismo e sulla dominazione senza freni.
Dunque una società della decrescita non può concepirsi se non si esce dal capitalismo. Tuttavia, questa formula comoda si riferisce a una evoluzione storica tutt’altro che semplice... L’eliminazione dei capitalisti, il divieto della proprietà privata degli strumenti di produzione, l’abolizione del rapporto salariale o del denaro getterebbe la società nel caos e in preda a un terrorismo massiccio che tuttavia non basterebbe a distruggere l’immaginario mercantile. Sfuggire allo sviluppo, all’economia e alla crescita non significa quindi rinunciare a tutte le istituzioni sociali che l’economia ha portato con sé (moneta, mercati e anche salariato), ma «re-integrarle » in un’altra logica.
2 - Che fare? Riforma o rivoluzione?
ALCUNE MISURE semplici, addirittura apparentemente anodine, possono dare avvio al circolo virtuoso della decrescita (8). Un programma riformista di transizione fatto di alcuni punti consisterebbe nel trarre le conseguenze «di buon senso» dalla diagnosi effettuata. Ad esempio:
• ritrovare un fabbisogno ecologico uguale o inferiore alla superficie del pianeta, vale a dire una produzione materiale equivalente a quella degli anni 1960-70,
• internalizzare i costi del trasporto,
• rilocalizzare le attività,
• restaurare l’agricoltura contadina,
• stimolare la «produzione» di beni relazionali,
• ridurre lo spreco di energia di un fattore 4,
• penalizzare fortemente le spese di pubblicità,
• decretare una moratoria sull’innovazione tecnologica, fare un bilancio serio e riorientare la ricerca scientifica e tecnica in funzione delle nuove aspirazioni.
Al centro di questo programma, l’internalizzazione delle «diseconomie esterne» (danni generati dall’attività diun agente che ne trasferisce il costo sulla collettività), in linea di principio conforme alla teoria economica ortodossa, consentirebbe di giungere nelle grandi linee a una società della decrescita. Tutte le disfunzioni ecologiche e sociali dovrebbero essere a carico delle aziende che ne sono responsabili. Si pensi all’impatto dell’internalizzazione dei costi di trasporto, dell’educazione, della sicurezza, della disoccupazione, ecc. sul funzionamento delle nostre società! Queste misure «riformiste» – il cui principio è stato formulato fin dall’inizio del XX secolo dall’economista liberale Arthur Cecil Pigou! – scatenerebbero una vera rivoluzione.
Perché le imprese fedeli alla logica capitalista sarebbero ampiamente scoraggiate. Già si sa che nessuna compagnia di assicurazione accetta di assumersi i rischi nucleari, climatici e quelli dell’inquinamento da organismi geneticamente modificati (Ogm). Facile immaginare la paralisi che si verificherebbe con l’obbligo di copertura del rischio sanitario, del rischio sociale (disoccupazione) e di quello estetico. In un primo tempo, poiché molte attività smetterebbero di essere «redditizie», il sistema verrebbe bloccato. Ma non è questa, appunto, un’altra prova della necessità di uscirne e alla stesso tempo una via di transizione possibile verso una società alternativa?
Il programma di una politica della decrescita è quindi paradossale, perché la prospettiva di attuazione di proposte realistiche e ragionevoli ha scarse probabilità di essere adottata e meno ancora di riuscire senza una sovversione totale che passa attraverso la realizzazione di una utopia: la costruzione di una società alternativa. La quale, a sua volta, implica infinite misure particolareggiate, ossia quello che Marx, per l’appunto, si rifiutava di fare: cucinare nelle bettole del futuro. Prendiamo ad esempio il necessario smantellamento delle società giganti. Immediatamente si pongono infiniti interrogativi: fino a quale dimensione? Secondo il fatturato, o il numero di dipendenti? Come assumere i macrosistemi tecnici con unità di piccole dimensioni? Dobbiamo di primo acchito escludere alcuni tipi di attività, alcune modalità (9)?
In ogni caso, si porrebbero innumerevoli e delicati problemi di transizione. Un gigantesco programma di riconversione, ad esempio, potrebbe trasformare le fabbriche di automobili in fabbriche di apparecchi di cogenerazione energetica (10). Grazie a questa, numerose abitazioni tedesche sono produttrici di energia invece di essere consumatrici. Insomma non mancano le soluzioni, ma piuttosto le condizioni per adottarle.
3 - Dittatura globale o democrazia locale?
LA CRESCITA è necessaria alle democrazie consumiste perché in mancanza di una prospettiva di consumo di massa, le disuguaglianze sarebbero insopportabili (già lo stanno diventando a causa della crisi dell’economia di crescita). La tendenza al livellamento delle condizioni è il fondamento immaginario delle società moderne. Le disuguaglianze si accettano solo provvisoriamente, perché l’accesso ai beni dei privilegiati di ieri si è oggi generalizzato e perché ciò che oggi è ancora lusso domani sarà accessibile a tutti.
Per questa ragione molti dubitano delle capacità delle società dette «democratiche » di prendere le misure che s’impongono, e vedono come unica via d’uscita dai vincoli una forma di ecocrazia autoritaria: ecofascismo o ecototalitarismo. Alcuni pensatori nelle più alte sfere dell’Impero ci stanno riflettendo per salvare il sistema (11). Di fronte alla minaccia di una rimessa in questione del loro livello di vita, le masse del Nord sarebbero pronte ad abbandonarsi ai demagoghi che promettono di preservarlo in cambio della loro libertà, pur se a prezzo dell’aggravamento delle ingiustizie planetarie e, a termine certo, della liquidazione di una parte importante della specie (12).
Ben diversa la scommessa della decrescita: il fascino dell’utopia conviviale, coniugata con il peso dei vincoli del cambiamento, può favorire una «decolonizzazione dell’immaginario» e suscitare un numero sufficiente di comportamenti virtuosi in favore di una soluzione ragionevole: la democrazia ecologica locale.
In effetti, molto più sicuramente di una problematica democrazia universale, la rivitalizzazione del locale costituisce una via di decrescita serena. Il sogno di una umanità unificata come condizione di un funzionamento armonioso del pianeta sfugge così alla serie delle false buone idee veicolate dall’etnocentrismo occidentale corrente. La diversità delle culture costituisce indubbiamente la condizione di un commercio sociale tranquillo (13).
È probabile che la democrazia possa funzionare solo se la polis è di piccola dimensione e saldamente ancorata ai propri valori (14). La democrazia generalizzata, secondo Takis Fotopoulos, suppone una «confederazione di dèmoi », vale a dire di piccole unità omogenee di circa 30.000 abitanti (15). Questa cifra consente, secondo lui, di soddisfare localmente la maggior parte dei bisogni essenziali. « Occorrerà probabilmente frazionare in vari dèmoi molte città moderne tenuto conto del loro gigantismo (16)».
Si avrebbero piccole «repubbliche di quartiere», aspettando il riassetto territoriale auspicato da Alberto Magnaghi. Magnaghi immagina « una fase complessa e lunga (da cinquanta a cento anni) di “risanamento”, nel corso della quale non si tratterà più di creare nuove zone coltivabili e di costruire nuove vie di comunicazione strappandole ai terreni incolti e alle paludi, ma di bonificare e di ricostruire sistemi ambientali e territoriali devastati e contaminati dalla presenza umana e, così facendo, di creare una nuova geografia (17)».
Utopia, si dirà? Certamente. Ma l’utopia locale è forse più realistica di quanto si pensi, perché è dal vissuto concreto dei cittadini che nascono le attese e i possibili. « Presentarsi alle elezioni locali – afferma Takis Fotopoulos – dà la possibilità di cominciare a cambiare la società dal basso, sola strategia democratica – contrariamente ai metodi statalisti (che si propongono di cambiarela società dall’alto impadronendosi del potere di stato) e agli approcci detti della “società civile” (che non intendono affatto cambiare il sistema) (18)».
In una visione «pluriversalista», i rapporti tra le varie polities all’interno del villaggio planetario potrebbero essere retti da una «democrazia delle culture». Lontano da un governo mondiale, si tratterebbe di una istanza di arbitraggio minimale tra polities sovrane dagli statuti molto diversi. « L’alternativa che io cerco di offrire (a un governo mondiale) – rileva Raimon Panikkar – sarebbe la bioregione, vale a dire le regioni naturali dove i greggi, le piante, gli animali, le acque e gli uomini formano un insieme unico e armonioso. (...) Bisognerebbe giungere a un mito che consenta la repubblica universale senza coinvolgere né governo né controllo né polizia mondiali. Questo richiede un altro tipo di rapporti tra le bioregioni (19)».
Comunque sia, la creazione di iniziative locali «democratiche» è più realistica di quella di una democrazia mondiale. Se è escluso che si possa rovesciare frontalmente la dominazione del capitale e delle potenze economiche, rimane la possibilità di scegliere il dissenso. È anche la strategia degli zapatisti e del sub-comandante Marcos. La riconquista o la reinvenzione dei commons (usi civici, beni comuni, spazio comunitario) e l’auto-organizzazione della bioregione del Chiapas costituiscono una possibile illustrazione, in un altro contesto, dell’intervento localista dissidente (20).
(Traduzione di M-G. G.)
(1) www.apres-developpement.org
(2) Attac, Le développempent a-t-il un avenir?, Mille et une nuits, Parigi, 2004, p. 205-206.
(3) Camille Madelain, «Brouillon pour l’avenir», Les Nouveaux Cahiers de l’Iued, n° 14, Puf, Parigi-Ginevra, 2003, p. 215
(4) John Stuart Mill, Principes d’économie politique, Dalloz, Parigi, 1953, p. 297; tr. it. P rincipi di economia politica, Utet, Torino, 1979.
(5) Susan Strange, Chi governa l’economia mondiale? Crisi dello stato e dispersione del potere, Il Mulino, coll. «Incontri», Bologna, 1998.
(6) Dibattito già svolto in La Décroissance, n° 4, Lione, settembre 2004.
(7) Proposta fatta dall’associazione NegaWatt, che riunisce una ventina di esperti coinvolti nella padronanza della richiesta di energia e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Si veda www.negawatt.org/index.htm
(8) Senza parlare, inoltre, delle altre misure di salute pubblica come la tassazione delle transazioni finanziarie o la definizione di un reddito massimo.
(9) Ivan Illich pensava che ci sono strumenti conviviali e altri che non lo sono e non lo saranno mai: cfr. Ivan Illich, La Convivialité, Seuil, Parigi, 1973, p. 51.
(10) Cfr. Maurizio Pallante, Un futuro senza luce?, Editori Riuniti, Roma, 2004.
(11) Ne dibattono molto seriamente i membri di una società semi-segreta dell’élite planetaria, il gruppo di Bilderberg.
(12) Cfr. William Stanton, The Rapid Growth of Human Population, 1750-2000. Histories, Consequences, Issues, Nation by Nation, Multi-Science Publishing, Brentwood, 2003.
(13) Si veda l’ultimo capitolo di Serge Latouche, Giustizia senza limiti, Bollati Boringhieri, 2003.
(14) Takis Fotopoulos, Per una democrazia globale, Eleuthera, 1999.
(15) Nella Grecia antica, lo spazio naturale della politica è la città, la quale raggruppa quartieri e villaggi.
(16) Takis Fotopoulos, op. cit.
(17) Alberto Magnaghi, Progetto locale, Bollati Boringhieri, 2000.
(18) Takis Fotopoulos, op. cit.
(19) Raimon Pannikar, Politica e interculturalità, L’Altrapagina, Città di Castello, 1995.
(20) È in ogni caso l’analisi di Gustavo Esteva in Celebration of Zapatismo. Multiversity and Citizens International, Penang, Malesia, 2004.
Titolo originale:Core values – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Edgar Cahn, inarrestabile innovatore sociale, ha passato una vita a tentare di cambiare le cose. Ora ha 72 anni, e nei primi 20 della carriera si è fatto una fama come avvocato e militante dei diritti civili negli USA, lottando per le minoranze etniche, le donne, le comunità indigene. Poi, a 44 anni, ha avuto un infarto che, racconta, “mi ha cambiato la vita per sempre, e in meglio”. Dal letto d’ospedale ha cominciato a sviluppare le idee che avrebbero riorientato le sue prodigiose energie.
“Stando sdraiato là, ho capito di avere le capacità di aiutare qualcuno a misurarsi con un avviso di sfratto, ma di non sapere cosa fare per aiutarlo a trasformare la sua città in un luogo dignitoso per vivere”, racconta Cahn.
Poi è venuto in Inghilterra, alla London School of Economics, per iniziare a lavorare alla sua idea di “ core economy” – a partire dalla premessa che ciascuna persona può essere una risorsa, e che occorre ridefinire la produttività a comprendere sia i valori sociali che i contributi economici.
É un superamento dell’economia tradizionale, e indica che occorre sviluppare un nuovo complesso di valori basati sulle famiglie, le comunità e la società civile, dove assume valore il crescere i figli, tenere uniti i nuclei familiari, prendersi cura degli anziani, rendere tutto il pianeta sostenibile: tutte cose considerate prive di valore nell’economia di mercato, ma essenziali per consentire alle comunità di prosperare, sostiene.
“Ogni capacità che ha consentito alla nostra specie di sopravvivere, come la cura reciproca, la fiducia reciproca, il contare l’uno sull’altro, è stata esclusa dal sistema economico” spiega Cahn. “Così ho capito che non c’era modo di realizzare comunità in cui aver voglia di vivere, se non si ridiscuteva completamente il sistema di valori, cominciando a premiare anche il contributo umano, oltre a quello finanziario”.
Reciprocità
Tornato negli USA a fine anni ‘80, Cahn fonda la banca del tempo, strumento di attuazione della sua core economy. Lavorando sul solo presupposto della reciprocità, le banche del tempo mirano ad attribuire valore all’azione comunitaria, promuovono la produttività e costruiscono reti sociali coinvolgendo gli abitanti del posto nel dare e ricevere servizi. Consentono di accumulare crediti di tempo, partecipando o offrendo servizi a vantaggio dell’intera comunità. Crediti che vengono poi depositati alla banca del tempo e possono essere spesi su una vasta gamma di professionalità e servizi offerti da altri membri della banca.
Il sistema è cominciato con semplici scambi diretti – ad esempio, qualcuno offre un passaggio per fare la spesa in cambio di un’ora di babysitter – ma poi si è evoluto verso modelli più sofisticati, con gruppi comunitari e agenzie sociali che si scambiano formazione, informazione e professionalità. Ora il movimento è internazionale, con banche del tempo presenti in oltre 25 paesi. Ce ne sono 86 già consolidate nel Regno Unito, e altre 36 in corso di sviluppo.
Cahn ritiene che le banche del tempo possano aiutare la società ad affrontare il crescente carico di bisogni: quella che definisce “l’epoca dello tsunami incombente”, la disgregazione delle famiglie, la crisi ambientale.
“I maggiori erogatori di servizi sanitari e sociali non sono dottori o altre professioni specializzate, ma madri e assistenti” spiega Cahn. Nel Regno Unito, “essi forniscono un valore di oltre 87 miliardi di sterline l’anno, non ricompensato. Se possediamo un intero sistema che premia il raggiungimento di obiettivi finanziari, non ce n’è alcuno che premi l’instillare valori nei bambini, prendersi cura di qualcuno, per le aspirazioni comunitarie, la condivisione”.
Le banche del tempo offrono un modello per tutto questo. A King's Cross, Londra, la Croce Rossa gestisce un programma all’interno del quale i partecipanti accumulano crediti di tempo per pagarsi corsi di formazione vocazionali. Cahn spera che, in futuro, si possano usare crediti di tempo per acquistare ricette mediche, entrare nelle strutture ricreative di quartiere, fruire dei servizi nazionali sanitari o dell’istruzione.
Alla fine di un defatigante giro di verifica nel Regno Unito, Cahn spiega di essere “travolto” dalla velocità con cui si sta sviluppando il movimento delle banche del tempo. E cita un recente contratto col servizio sociale per adulti della circoscrizione londinese di Camden, che stabilisce tra l’altro di inserire una componente banca del tempo nella gestione di tre centri diurni di igiene mentale, con gli utenti coinvolti nella co-erogazione del servizio.
Dice: “Ho cominciato nell’epoca di Reagan e della Thatcher, e ragazzi ne abbiamo fatta di strada da allora! I vostri politici che ora parlano ai congressi di partito di coesione sociale sarebbero stati scacciati dal palco a colpi di risate a quei tempi, quindi forse ci stiamo muovendo nella direzione giusta”.
Ma è la possibilità del suo programma di attivare le capacità comunitarie, ad appassionare di più Cahn. “Guado ai modi in cui il vostro governo ha creato una serie di servizi pubblici che sono per molti versi più civili di come facciamo le cose noi negli USA” spiega. “Ma direi che qualcosa da qualche parte non ha funzionato. Se si continua a individuare le persone per quello di cui mancano, di cui hanno bisogno, poi è facile che perdano il senso di quanto hanno da dare. Non è un modo umano di vivere”.
Determinazione
Suo padre, anche lui avvocato dei diritti civili, ha instillato in Cahn sin dalla più giovane età il senso della giustizia. Ma è stata la reazione della famiglia al fidanzamento con una afro-americana all’età di 18 anni a determinarlo a mettere in pratica nella realtà i principi in cui credeva. “Quando ho annunciato il fidanzamento, mi hanno risposto che così stavo buttando la mia carriera” racconta. “Una reazione che mi ha profondamente scioccato”.
Suo padre gli disse che se fosse arrivato ad un matrimonio interrazziale, al massimo avrebbe trovato un posto da custode di stabile. “E sono finito davvero a fare il portinaio, ma mi ha consentito di far studiare legge a mia moglie, poi lei ha fatto studiare me, e abbiamo finito per organizzare la prima scuola di diritto sanitario degli USA, dimostrando che avevano tutti torto”.
La sfida di oggi, giudica Cahn, è di concentrarsi sul passaggio successivo, capire “come si possano costruire ponti fra core economy ed economia di mercato”. Il suo viaggio nel Regno Unito serve anche a finanziare le ricerche della New Economics Foundation su come “praticare dei buchi” nelle economie locali, in modo tale che i fondi diretti alle comunità povere non vengano per dirla con Cahn “mandati direttamente alle multinazionali o a pagare le parcelle di professionisti del ceto medio”.
Spiega: “Se la banca del tempo può mettere le persone su un percorso di apprendimento di capacità e di trovare un’occupazione, benissimo. Ma ancora meglio, se quel percorso fa venire voglia di restare a contribuire al capitale sociale ed economico della comunità”.
Nota: altre informazioni per il Regno Unito timebanks.co.uk e per l’Italia http://www.tempomat.it/ ; sulla e della New Economics Foundation sono già stati pubblicati su queste pagine vari studi, ricerche e articoli (f.b.)
David Harvey, Breve storia del Neoliberismo , Il Saggiatore, 2007.Titolo originale: Brief History of Neoliberalism , Oxford University Press, 2005
David Harvey[1], nel suo ultimo libro pubblicato in Italia traccia in maniera incisiva le origini, l’ascesa, e le nuove tendenze del neoliberismo. Ne critica aspramente gli effetti disastrosi, ne affronta le contraddizioni economiche e politiche interne e ne delinea i rischi per il presente e il futuro. Ripercorrendo le ragioni meno ovvie della neoliberalizzazione, sostiene che non è tanto il progetto finalizzato alla riorganizzazione del capitalismo internazionale a prevalere, quanto il progetto di ricostruzione del potere delle élite economiche. Harvey apertamente sostiene che si tratta di lotta di classe, perché “sembra lotta di classe e agisce come lotta di classe” (p.229) e che quindi come tale occorre trattarla.
Che cos’è il neoliberismo? “Il neoliberismo è in primo luogo una teoria delle pratiche di politica economica secondo la quale il benessere dell’uomo può essere perseguito al meglio liberando le risorse e le capacità imprenditoriali dell’individuo all’interno di una struttura istituzionale caratterizzata da forti diritti di proprietà privata, liberi mercati e libero scambio” (p.10). Harvey vede, quindi, nel neoliberismo (neoliberalism) non un nuovo liberalismo (liberalism) in generale, ma una teoria economica distinta che ha sostituito l’embedded liberalism: cioè quella forma di organizzazione economico-politica che prevedeva l’esistenza, accanto ai processi di mercato, di una trama di restrizioni sociali e politiche e l’utilizzo di politiche fiscali e monetarie definite ‘keynesiane’ che limitavano e orientavano la strategia economica e industriale, al fine di raggiungere la piena occupazione, la crescita economica e il benessere dei cittadini. Il neoliberismo è, per l’autore, una teoria di pratiche di politica economica piuttosto che una completa ideologia politica.
Il fatto che il neoliberismo non sia un’ideologia politica non lo esime dal diventare un progetto di lotta di classe. Anzi, la mancanza di una dottrina vera e propria o di una ideologia, come invece erano ,per esempio, comunismo e il socialismo, lo rende più idoneo ad essere accettato e condiviso, perché apparentemente non schierato, neutro.
La copertina del volume, nell’edizione italiana come in quella inglese, raffigura Augusto Pinochet, Ronald Reagan, Teng Hsiao-ping e Margaret Thatcher. In realtà Harvey, nell’indicare coloro che tra il 1978 e il 1980 compirono le prime importanti azioni verso una svolta nella storia sociale ed economica del mondo, cita come primo Paul Volcker, la cui immagine dovrebbe sostituire quella del dittatore cileno. Volcker, alla guida della Federal Reserve (Fed), cambiò drasticamente la politica monetaria americana, abbandonando le politiche fiscali e monetarie keynesiane a favore di una politica diretta a frenare l’inflazione senza nessun riguardo per le conseguenze, abbandonando le politiche fiscali e monetarie keynesiane a favore di una politica diretta a frenare l’inflazione senza nessun riguardo per le conseguenze sull’occupazione. Ronald Reagan promosse la rivitalizzazione dell’economia americana sostenendo sia le manovre fatte da Volcker al Fed che una serie di politiche finalizzate a contenere i sindacati, deregolamentare l’industria, l’agricoltura e lo sfruttamento delle risorse e a liberare le potenzialità della finanza a livello nazionale e sulla scena mondiale. Teng in Cina fece il primo passo verso la liberalizzazione di un’economia governata da comunisti, adottando il socialismo di mercato al posto della pianificazione centralizzata. Margaret Thatcher con l’obiettivo di riformare l’economia della Gran Bretagna, intraprese una vera e propria rivoluzione nelle politiche fiscali e sociali: contrastò il potere dei sindacati e delle forme di solidarietà sociale che ostacolavano la flessibilità competitiva, ridusse gli impegni del welfare state, privatizzò imprese pubbliche, ridusse le tasse e incoraggiò l’imprenditoria per creare un clima favorevole all’attività economica e agli investimenti stranieri. La stessa Thatcher disse “non esiste la società, esistono solo gli individui di sesso maschile e femminile” (p.33) aggiungendo in seguito “e le loro famiglie” (p.33). Le varie forme di solidarietà sociale quindi sarebbero dovute scomparire per favorire l’individualismo, la proprietà privata, la responsabilità individuale e i valori familiari.
Lo studioso americano analizza perché e come il neoliberismo, nelle sue varie versioni, è diventato la scelta prevalente, volontaria o talvolta indotta, della stragrande maggioranza degli stati, dalle socialdemocrazie occidentali agli stati nati dopo il crollo dell’Unione Sovietica, dal Sudafrica del dopo apartheid alla Cina contemporanea.
Tra le ragioni che portarono al cambiamento sicuramente la crisi dell’accumulazione di capitale occupa un posto di primo piano, per gli effetti sulla disoccupazione crescente, l’accelerazione dell’inflazione e il conseguente diffuso malcontento.
Causa determinante fu la crescita vertiginosa del petrolio OPEC, causata dall’embargo petrolifero del 1973, che diede un enorme potere finanziario agli stati produttori come l’Arabia saudita e il Kuwait. I sauditi dovettero, sotto la minaccia di un intervento militare riclicare i loro petroldollari attraverso le banche di investimento americane, le quali, investirono queste ingenti somme di denaro all’estero: prestiti di capitali ai governi stranieri, in particolare paesi in via di sviluppo. Ma queste operazioni richiedevano la liberalizzazione del credito internazionale e dei mercati finanziari e così il governo statunitense cominciò a sostenere questa strategia a livello globale. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale divennero i maggiori sostenitori del ‘fondamentalismo del libero mercato’ e dell’ortodossia neoliberista, attraverso quell’invenzione chiamata aggiustamento strutturale: implementazione di riforme istituzionali come per esempio tagli alle spese pubbliche, privatizzazioni, leggi sul lavoro più flessibli, erano spesso richieste in cambio di una ri-negoziazione del debito.
Ma non solo. “Stava diventando palpabile la minaccia economica alle posizioni delle classi dominanti” (p.24). Infatti lavoratori e movimenti sociali urbani, alla metà degli anni settanta, si stavano mobilitando per maggiori riforme e servizi sociali e i partiti socialisti e comunisti in molti stati avevano raggiunto posizioni forti o si apprestavano ad affermarsi in una buona parte dell’Europa e anche nei paesi in via di sviluppo. Così come già argomentato da G.Duménil e D.Lévy[2], Harvey arriva quindi a sostenere che la neoliberalizzazione è stata fin dall’inizio un progetto mirante alla restaurazione del potere di classe. A sostegno di questa tesi divengono rilevanti anche i dati forniti sulla redistribuzione della crescita e la disuguaglianza sociale. Negli Stati Uniti dopo l’attuazione delle politiche neoliberiste alla fine degli anni settanta, la percentuale del reddito nazionale percepita dall’1% più ricco della popolazione é cresciuto enormemente, fino a raggiungere, alla fine del XX secolo, il 15%. Ancora, il rapporto tra i salari medi dei lavoratori e gli stipendi dei massimi dirigenti di azienda è passato da 1 a 30 nell’anno 1970 a quasi 1 a 500 nel anno 2000.
Quella svolta, che oggi potrebbe apparirci scontata, avvenne, sostiene Harvey, attraverso tentativi ed esperimenti caotici che vennero formulati in una nuova ortodossia solo alla fine degli anni novanta con quello che poi verrà definito il ‘consenso di Washington’. I modelli neoliberisti, americano e inglese, da allora furono considerati la risposta ai problemi globali. L’Europa, il Giappone, il Messico, l’Argentina, la Corea del Sud, l’Indonesia, per citarne solo alcuni, subirono pressioni notevoli affinché intraprendessero la strada del neoliberismo, e la creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che definiva standard e regole per l’interazione nell’economia internazionale, rappresentò l’apice della spinta istituzionale.
Harvey riporta diverse esperienze neoliberiste (Messico, Argentina, Corea del Sud, Svezia, Cina, accanto a quelle della Gran Bretagna e degli Stati Uniti) e rileva che una prima lettura porterebbe a considerare l’irregolarità dello sviluppo come conseguenza di una diversificazione, innovazione e competizione dei diversi modelli di governance, tutti riconducibili al riconoscimento dell’efficacia delle idee neoliberiste a rispondere a crisi finanziarie di un qualche genere, oppure ad un approccio più pragmatico alle riforme dell’apparato statale per incrementare la competitività a livello internazionale. Un’analisi più approfondita farebbe invece pensare che altre sono le forze in campo: quelle di una classe dominante, che si attuano “ sia nella formazione di idee e ideologie, che tramite investimenti nei think-tanks, formazione di tecnocrati e controllo dei media” (p.134). Di fatto i sostenitori del neoliberismo occupano oggi posizioni rilevanti nelle università, nei media, nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, e degli organi internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Per quanto riguarda i risultati, Harvey afferma che non vi è stata neanche una vera crescita globale, ma piuttosto una redistribuzione di ricchezza e reddito, che ha generato meccanismi di sviluppo geograficamente disuguali attraverso l’‘accumulazione tramite esproprio’.
Vale la pena elencare alcune di queste pratiche, anche per le pesanti e dirette conseguenze che esse hanno sul territorio e sulla città in particolare. Come ha affermato Jessop[3]. le città e le città-regioni acquisiscono un’importanza notevole nel progetto neoliberista: sono considerate i motori della crescita economica e i centri dell’innovazione sociale, politica ed economica e giocano un ruolo importante nel promuovere e consolidare la competitività internazionale, ma, per converso, anche nel favorire lo sviluppo di una pluralità di comunità autorganizzate come dispositivo di sostegno per le inadeguatezze del meccanismo di mercato
Le principali pratiche poste in essere possono essere così riassunte:
1) La redistribuzione intenzionale di ricchezze dai paesi poveri a quelli ricchi attraverso la gestione e manipolazione delle crisi sullo scenario mondiale: per esempio le varie crisi debitorie dei molti paesi in via di sviluppo.
2) Il trasferimento di risorse dal pubblico al privato: privatizzazione e mercificazione di risorse sino ad ora rimaste pubbliche al solo scopo di aprire nuovi campi all’accumulazione di capitale. Dalla privatizzazione dei servizi pubblici (acqua, pensioni, assistenza sanitaria) e delle istituzioni pubbliche (università, ospedali, istituti di ricerca, prigioni) al crescente depauperamento delle ricchezze ambientali comuni e dell’habitat. Dalla mercificazione delle forme culturali alla cancellazione delle strutture di regolamentazione per proteggere la forza lavoro e l’ambiente. Il trasferimento a pochi, attraverso manipolazioni (churning, stock options e hedge funds) di immense ricchezze, a spese di molti: la finanziarizzazione, contrassegnata sempre più da uno stile speculativo e predatorio.
Il trasferimento da parte dello stato del flusso di beni e capitali dalle classi più basse a quelle più alte, soprattutto attraverso le privatizzazioni e i tagli delle spese statali che sostenevano il salario sociale. Per esempio la privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico in Inghilterra sembrò portare ad un beneficio immediato alle classi inferiori, in quanto i beneficiari potevano diventare proprietari a costi relativamente bassi, accrescendo così la loro ricchezza e benessere. Ma a trasferimento compiuto subentrò la speculazione immobiliare, soprattutto nelle aree centrali e più importanti, convincendo o costringendo popolazioni a basso reddito a spostarsi verso la periferia, trasformando complessi di residenza sociale in centri residenziali signorili. Lo stesso sta succedendo a Pechino, dove in nome della rigenerazione urbanistica ( e delle olimpiadi) di gran parte della Pechino antica, moltissime famiglie (si parla di circa un milione di persone) sono costrette a lasciare le loro case.
Riguardo all’ambiente le politiche degli stati neoliberisti sono state e sono discontinue e instabili: se Reagan era indifferente alla questione ambientale, la Thatcher invece prese a cuore il problema e considerò con serietà la minaccia del surriscaldamento globale. Benchè la crescita e l’influenza dei movimenti ambientalisti abbiano contribuito a contenere danni e aumentare la sensibilità ai problemi, Harvey afferma che “il bilancio complessivo delle conseguenze della neoliberalizzazione sull’ambiente è certamente negativo” (p.196). Fa notare che i due principali responsabili della crescita delle emissioni di biossido di carbonio in questi ultimi anni sono gli Stati Uniti e la Cina, ovvero i due paesi che rappresentano le fucine dell’economia globale. Il fabbisogno energetico apre inoltre un’altra serie di problemi che ha ovvie ramificazioni geografiche soprattutto sullo sfruttamento delle risorse naturali e conseguenze geopolitiche, soprattutto nell’Africa subsahariana dove la Cina sta orientandosi alla ricerca di approvvigionamenti petroliferi.
La neoliberalizzazione ha un primato negativo sugli effetti dello sfruttamento delle risorse naturali: la preferenza dei rapporti contrattuali di breve durata spinge i produttori a ricavare il più possibile indipendentemente dalle conseguenze ambientali e produttive a lungo termine, con il conseguente depauperamento di sistemi ecologici, dalle riserve ittiche alle foreste. La spinta per accrescere le esportazioni e ad accordare diritti di proprietà privata nei paesi in via di sviluppo, soprattutto attraverso i “programmi di aggiustamento strutturale”, ha creato enormi danni ai patrimoni boschivi, spesso irreparabili.
Molti permangono i paradossi e le contraddizioni insiti nella teoria neoliberista: la questione del potere monopolistico spesso prodotto dalla competizione stessa; i difetti del mercato che emergono quando individui o imprese non pagano tutti i costi che spetterebbero loro esternalizzando quindi gli impegni passivi[4], l’accesso ineguale, di fatto, alle informazioni da parte di coloro che agiscono sul mercato; l’innovazione tecnologica che può diventare destabilizzante se non controproducente; la tensione tra individualismo e desiderio di una vita collettiva gratificante che conduce alla costruzione di forti istituzioni collettive come i sindacati.
Quando queste tensioni si manifestano, spesso la spinta alla ricostruzione del potere di classe distorce se non addirittura capovolge la prassi neoliberista, producendo contraddizione notevoli tra la teoria e la prassi effettiva, tra gli scopi dichiarati (il benessere di tutti) e i suoi risultati effettivi.
La sfiducia dichiarata nei confronti del potere statale mal si concilia con l’impegno politico a favore di ideali di libertà individuale, il diritto alla proprietà privata e delle libertà delle imprese commerciali, in quanto il rispetto dei contratti e dei diritti individuali richiedono il monopolio da parte dello stato degli strumenti di coercizione per la tutela di queste libertà.
Mentre da una parte si enfatizza il meccanismo virtuoso della competizione, in realtà si aumenta il consolidamento del potere oligopolistico o monopolistico.
La spinta verso il mercato, il consumismo e la trasformazione di ogni cosa in merce può produrre incoerenza sociale; e l’eliminazione di tutte le forme di solidarietà sociale, lascia un vuoto pericoloso. Ecco allora che ‘nuove’ forme di solidarietà e associazionismo sono promosse e ricostruite, spesso su basi diverse dalle precedenti: religiose, morali o si assiste al ritorno di vecchie forme politiche come il nazionalismo, fascismo, etc.
Un aspetto centrale della teoria neoliberista è la questione della libertà (cui nel libro sono significativamente dedicati il primo e l’ultimo capitolo).
Il pensiero neoliberista, osserva Harvey, adottò come fondamentali i valori di dignità e libertà individuali. La parola ‘libertà’ è stata utilizzata e strumentalizzata, per il suo valore universalmente riconosciuto, per raggiungere il consenso popolare sulle pratiche neoliberiste. Sostenendo che i valori della libertà sono garantiti dalla libertà di mercato e di scambio, quindi minacciati non solo dal fascismo, dal comunismo o dalle dittature, ma anche da tutte quelle forme interventiste che sostituivano al libero arbitrio degli individui le decisioni e il benessere collettivo, fu costruita una cultura populista basata sul mercato, fatta di consumismo differenziato e libertarismo individuale. Usando le parole di K.Polanyi[5], Harvey rilegge l’esperienza neoliberista: essa “significa piena libertà per coloro che non hanno bisogno di vedere accrescere i propri redditi, il proprio tempo libero e la propria sicurezza, e una vera e propria carenza di libertà per la gente che invano potrebbe cercare di fare uso dei propri diritti democratici per trovare protezione dal potere di quanti detengono le proprietà”(p.49). Aggiungendo che “trent’anni di libertà neoliberiste, dopo tutto, non hanno solo restaurato il potere di una classe capitalista assai ben definita, anche prodotto immense concentrazioni di potere aziendale nei campi dell’energia, dei media, dei prodotti farmaceutici, dei trasporti e del commercio al dettaglio” (pp.49-50).
Malgrado si parli molto di libertà, come sottolinea Harvey, manca veramente un dibattito serio su quale tra le varie concezioni divergenti di libertà sia la più adatta al nostro tempo. E in questa aspra critica l’autore non risparmia neppure Amartya Sen e il suo famoso testo Lo sviluppo è libertà [6], che “pur essendo di gran lunga il contributo più significativo degli ultimi anni alla discussione, avviluppa nel mantello delle interazioni del libero mercato importanti diritti sociali e politici. Senza un mercato di tipo liberale, sembra dire Sen, nessuna delle altre libertà può funzionare” (p.209).
Molti statunitensi credono che le libertà neoliberiste sostenute da Bush siano le uniche esistenti; e “coloro che sono pienamente inseriti nell’inesorabile logica del mercato e delle sue esigenze scoprono che c’è poco tempo o poco spazio per esplorare le potenzialità di emancipazione, al di fuori di ciò che viene venduto come avventura creativa, svago e spettacolo. […] il regno delle libertà si restringe davanti all’orribile logica e alla vuota intensità delle relazioni di mercato” (p.211).
E’ in questo contesto che emergono culture di opposizione, sia interne che esterne al sistema di mercato, che si oppongono all’etica di mercato e alle pratiche neoliberiste, ma Harvey sostiene che ancor prima di formulare un progetto di società futura occorre avviare un processo politico che consenta davvero di distinguere le alternative possibili e reali.
La ricca bibliografia, in appendice al libro, seppur non esaustiva, poiché non include tutto il minuto e necessario lavoro di coloro che all’interno delle proprie discipline contribuiscono attraverso l’analisi critica a mettere in luce le contraddizioni e negatività della costruzione neoliberista in campi specifici, potrà suggerire approfondimenti e interessanti letture. Schematizzando molto le critiche alla teoria e alle pratiche neoliberiste possono essere riassunte in due filoni: quella che opera dall’esterno del sistema e mette in discussione il sistema stesso e quella che vi opera dall’interno (figurativamente ma anche letteralmente). Il testo di Harvey si colloca nel primo filone, mentre gli scaffali delle librerie sono piene di volumi che possono essere inquadrati nel secondo, che rappresenta la prassi più usata dalle stesse organizzazioni neoliberiste. L’ultimo libro dell’economista Stiglitz[7], La globalizzazione che funziona, ne è un esempio perfetto. Stiglitz, parte da un attenta e utile critica, alle pratiche della Casa Bianca, della Banca Mondiale e di altri organi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e propone una serie di , raccomandazioni per fare funzionare, davvero questa volta, la globalizzazione, che di per se è, a suo parere, ‘ovviamente’ buona. Ma in realtà la sua dialettetica, molto piacevole e ricca di buone parole e nobili concetti, non propone di modificare nulla di sostanziale.
Per chiudere con le parole di Harvey. “La prassi neoliberista ha comportato una “ingente distruzione creativa, non solo di strutture e poteri istituzionali preesistenti […] ma anche nell’ambito della divisione del lavoro, delle relazioni sociali, del welfare, degli assetti tecnologici, degli stili di vita e di pensiero, delle attività riproduttive, dell’attaccamento alla propria terra e degli atteggiamenti affettivi. Facendo dello scambio di mercato un’etica in sé” (pp.11-12).
Ecco che allora sta a noi, come individui e come collettività, come cittadini e come professionisti, ricostruire una società comune e interrogarci di nuovo, dopo anni di disinteresse sul concetto di giustizia sociale all’interno della società contemporanea, e sulle tensioni tra particolarismo e universalismo, tra libertà individuali e benessere collettivo, ancor più inasprite dal neoliberismo[8].
[1] David Harvey distinguished professor di Antropologia al Graduate Center della City University di New York (CUNY), noto geografo, teorico di critica sociale e autore di saggi fondamentali per capire le trasformazioni economiche, politiche e culturali del nostro tempo, ha contribuito al dibattito sociale e politico sul capitalismo globale e il neoliberismo. Tra i suoi libri: L’esperienza urbana, Il Saggiatore, 1989; La crisi della modernità, Il Saggiatore, 1993; Spaces of Hope, Edinburgh University Press, 2000; La guerra perpetua, Il Saggiatore, 2006; Spaces of Global Capitalism. Towards a theory of uneven geographical Development, Verso, 2006; The right to the city in R.Scholar (a cura di) Divided cities, Oxford University Press, 2006.
[2] G.Duménil e D.Lévy, Neoliberal Dynamics. Towards a New Phase, in K.Van der Pijl, L.Assassi e D.Wigan (a cura di), Global regulation.Managin Crises After the Imperial Turn, 2004
[3] Bob Jessop, Liberalism, Neoliberalism, and Urban Governance: A State-Theoretical Perspective, in Antipode No. 34, 2002.
[4] L’esempio più evidente è l’inquinamento, che sia aziende che individui evitano di pagare, scaricando nell’ambiente i rifiuti nocivi che possono produrre degrado e nuocere ad ecosistemi produttivi.
[5]K.Polanyi, The Great Transformation, New York-Toronto, 1944.
[6] A.Sen, Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Milano, Arnoldo Mondadori, 2000.
[7]J.E. Stiglitz, La globalizzazione che funziona, Torino, Einaudi, 2006 .
[8] Sulla giustizia sociale si può vedere: D.Harvey, Justice, Nature & the Geography of difference, 1996, in particolare la Parte IV; M.C.Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana, 2002; e I.M.Young, Justice and the politics of difference, Chichester-UK, Princeton University Press, 1990.
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"La miopia delle élite", è il titolo di un fondo di recente firmato sul Corriere della Sera da Tommaso Padoa Schioppa. In cui si legge tra l'altro: «Le risorse della Terra (dalle foreste ai giacimenti energetici) non potranno non rincarare drammaticamente e infine mancare, se il consumo che ne facciamo continua a espandersi come se fossero illimitate. L'equilibrio della vita non potrà non alterarsi, se quasi due secoli dopo averlo scoperto continuiamo a ignorare l'effetto serra». Intanto un importante convegno milanese - protagonista il Nobel Daniel Kahneman - sollevava seri dubbi sulla ricchezza quale garanzia di felicità, e interrogativi sulla bontà della crescita venivano posti e discussi a Radio 24 Ore. Perfino Legambiente, sempre aliena da ogni riserva sulla crescita, apre un dibattito su Nuova ecologia affermando: «Meno è meglio». La più qualificata informazione straniera è sulle stesse corde. Prima o poi doveva accadere. Dopo anni di libri che chiedono «Sobrietà» (F. Gesualdi), accusano «Il vicolo cieco dell'economia» (J-C. Michéa), interrogano «Sviluppo a tutti i costi?» (C. Hamilton), propongono «Obiettivo decrescita» (M.Bonaiuti), si presentano come «Antimanuale di economia» (B. Maris), incitano «Disfare lo sviluppo» (Arundaty Roy), augurano «Sopravvivere allo sviluppo» (S.Latouche), ecc. Di fronte al lavoro di innumerevoli associazioni che si chiamano «Altreconomia», «Per un'economia diversa», «Finanza etica», «Commercio equo e solidale», ecc. Quando «Decrescita» s'impone come contro-parola d'ordine tra movimenti e gruppi giovanili e dà nome a una nuova rivista. Infatti è accaduto. O quanto meno incomincia ad accadere.
E poi? La domanda me la sono posta infinite volte in qualche decennio di lavoro sulla materia. Criticare la crescita del prodotto significa rimettere in causa l'accumulazione, dunque il capitalismo, dunque l'assetto economico e sociale del mondo, il modo di produrre distribuire consumare di sei miliardi e mezzo di persone. Pur con la più meditata convinzione dell'impossibilità fisica, oltre che logica, di una produzione forzata alla infinita moltiplicazione di se stessa, e con la più motivata certezza non solo dell'assoluta incapacità della crescita a risolvere i problemi sociali d'oggi, ma della sua nocività a tali fini, non ho mai potuto ignorare la terrificante magnitudine della domanda: e poi? Più volte ho anche pensato che la domanda non sia estranea al comportamento di quanti, politici economisti imprenditori opinionisti, continuano a invocare produttività competitività crescita Pil, ignorando ciò che scienziati di tutto il mondo dicono, e loro stessi vedono, non possono non vedere; che sia proprio quella domanda (e poi?) ad atterrirli, a costringerli a guardare altrove, e a recuperare le posizioni consuete. In fondo, così fan tutti...
Temo che questo stia accadendo anche a non pochi tra le fila della sinistra, non solo italiana. In particolare in quella sinistra che, mentre continua ad esprimere la propria condanna dell'attuale «modello di sviluppo», dichiara la necessità di un forte rilancio della produzione e del superamento della crisi, di fatto impegnandosi a rafforzare proprio il modello in essere, e ad esso adeguandosi. Salvo poi impantanarsi tra proposte di operazioni correttive - più salari, più occupazione, meno precarizzazione, contenimento dei prezzi - del tutto incompatibili con un impianto economico che nel massimo sfruttamento del lavoro trova uno dei suoi punti-forza. Illudendosi di tenere ancora in vita una politica a lungo, e non senza successo, praticata dalle sinistre storiche. Un'illusione appunto. Perché quella sorta di patto non scritto che al capitalismo affidava la produzione della ricchezza e alle sinistre consentiva l'impegno di distribuirla il meno iniquamente possibile, è da tempo scaduto. Questo oggi non è più vero. Inutile tentare di giocare le vecchie carte. Oggi una politica di redistribuzione del reddito non ha più corso.
Considerazioni come queste, lo so bene, non sono una risposta alla tremenda domanda «e poi?». E però avere il coraggio di rompere con le vecchie certezze di «sviluppo» salvifico, smetterla di sperare addirittura in un «nuovo modello di crescita» come qualcuno propone, riuscire a recidere quella sorta di schizoide complicità col «sistema» che ha sempre sotteso l'attività delle sinistre (anche quando «morte al capitale!» era il grido di battaglia, «viva la fabbrica!» era, inevitabilmente, l'asse dell'agire politico); insomma rileggere con chiarezza la propria storia , senza scappare dalla domanda «e poi?», può essere un primo passo verso il difficilissimo «che fare», o almeno «che cosa non fare più». E può costituire anche un'attrezzatura mentale per guardare con occhio diverso i problemi attuali. Ad esempio, quando si legge che tra il `94 e il 2003 più di 2,5 miliardi di persone sono state colpite da alluvioni, uragani, desertificazioni, e simili, con un incremento dei fenomeni del 70% in un decennio, rendersi conto che l'ambiente non può essere solo una parola da citare doverosamente nei programmi, ma è una variabile da assumere come decisiva in ogni scelta economica e sociale; non da contrapporre ma da integrare, da sommare addirittura, con i dati su fame, disoccupazione, epidemie nel Sud del mondo. E capire che il neoliberismo non è emendabile; che un'amministrazione di buona volontà può certo correggere o cancellare le più gravi malefatte del malgoverno nostrano, ma non incidere sensibilmente su un mercato sempre più dominato da interessi e vincoli sovranazionali, e men che mai approdare a «un'altra qualità dell'economia», se non si affronta alla radice la doppia débacle ecologica e sociale.
E la radice è il capitalismo neoliberista. «E' tutta una vita che contiamo sulla morte del capitale! Ma le crisi vengono e passano...» Obiettano persone di non sospetta sinistra. Vero. Ma è anche vero che oggi nel mondo stanno accadendo cose insolite. Ne ho elencate un buon numero in apertura. Altre ne aggiungo disordinatamente. Di calamità analoghe a Katrina se ne sono viste molte, ma quando sono gli Usa a rivelasi impotenti di fronte a una devastazione causata dal sistema di cui sono simbolo e guida, è un'altra cosa; e tutti infatti hanno accusato il colpo. Una campagna sindacale mondiale è in atto contro il colosso dei supermercati Wal-Mart : è la prima volta che accade, fino a quando resterà la sola? Fino a quando l'abissale disparità di condizioni di vita e di lavoro tra pezzi di un mondo globalizzato non avrà conseguenze dirompenti? L'oroscopo degli Usa non è roseo, dice a sua volta Paul Samuelson ( L'Internazionale) e ricorda il galoppante debito estero, gli insuccessi irakeni, la guerra come unica garanzia di tener alta la produzione. Fino a quando il mondo potrà continuare a vivere di guerra? Insomma, se l'ambiente sta male, se stanno male due terzi della popolazione del pianeta, nemmeno il capitale gode di gran buona salute. Ma le élites mondiali, nota ancora Padoa Schioppa, hanno lo sguardo corto, e non sembrano avvedersi di tutto ciò. Forse anche loro, alla stessa maniera di gran parte delle sinistre, pensano che la crisi attuale passerà, come sono passate tutte le altre.
«I limiti dello sviluppo», il famosissimo, celebrato quanto vituperato rapporto commissionato dal Club Roma al Mit, che pose i primi seri interrogativi sulle attività umane in rapporto all'equilibrio ambientale, in realtà avrebbe dovuto intitolarsi «I limiti della crescita». «Limits to Growth» è infatti il titolo originale. Probabilmente l'editore italiano, sostituendo «sviluppo»a «crescita», ritenne non solo di rafforzare la funzione promozionale del titolo, ma anche di essere meglio inteso dal pubblico cui si rivolgeva. In effetti nel `72, quando apparve il libro, la parola «crescita» in Italia non era ancora di largo uso nel gergo economico, ed era lontanissima dall'imperativo ossessivamente ripetuto di oggi. «Sviluppo» era invece la parola simbolo dell'euforico ottimismo postbellico. La scelta editoriale rispondeva dunque a una vicenda semantica che, in conformità all'impianto capitalistico e alla sua storia recente, ha modificato via via il significato di sviluppo fino alla sua identificazione con quello di crescita.
La cosa d'altronde non stupisce. «In Usa negli ultimi 150 anni il tempo di lavoro nell'arco della vita si è dimezzato e il reddito individuale è cresciuto di 15 volte», nota Paolo Sylos Labini nel suo ultimo libro (Torniamo ai classici, Laterza 04). Cifre indicative di ciò che l'industrializzazione ha rappresentato per quello stesso proletariato duramente costretto a pagarne fatiche e iniquità: consentendo via via migliori condizioni di vita, alimentari, abitative, sanitarie, più istruzione, pensione sicura, accesso a consumi non di prima necessità, vacanze, sport, attività culturali, ecc. Sono le ragioni per cui le sinistre, storicamente impegnate in grandi battaglie per ridurre quanto possibile lo sfruttamento della classe operaia, di fatto non hanno mai messo in discussione il «sistema».
Prova evidentissima di questa sostanziale assimilazione del «popolo di sinistra» al portato culturale e alla stessa forma antropologica della società capitalistica, la si ebbe dal modo in cui la grande maggioranza del Pci accolse il famoso discorso sull'«Austerità» pronunciato nel `77 da Enrico Berlinguer che affermava la necessità di «uscire, sia pure gradualmente, dai meccanismi e dalla logica che ha presieduto allo sviluppo italiano, dai suoi pesudovalori, e persino dalle abitudini che ha creato», abbandonando «l'illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato sull'artificiosa espansione dei consumi individuali» e sulla «dissipazione delle risorse». E proprio nel rifiuto dell'«insania consumistica» e nella ricerca di valori diversi indicava i presupposti di un «nuovo sviluppo economico e sociale», di «un modo diverso di vivere».
Intuizioni addirittura profetiche e di lucida consapevolezza politica, che avrebbero potuto segnare la prima tappa di un lavoro strategico decisivo verso l'eternamente quanto vanamente invocato «modello alternativo». Ma trovarono solo freddezza o aperto dissenso. Cosa che non si spiega solo pensando alla miseria da cui i più appena emergevano, e dicendo «non si può buttare quello che non si ha, o non si è avuto fino a ieri». Che va letta anche nella sua funzione di formidabile anestetico sociale, e confrontata con anni di caduta del conflitto e perdita di solidarietà; e accusata di fronte alle tremende conseguenze di sempre più forsennati abusi ambientali.
Il 15 gennaio credo che questo dovrebbe essere uno dei nodi su cui interrogarci. Domandandoci perché nessuna attenzione si sia prestata alle voci che ostinatamente tentavano di distinguere tra «crescita» (di merci e reddito) e «sviluppo» (di beni sociali e diritti civili, di scolarizzazione, difesa della salute, libera informazione, rispetto per la natura, parità tra i sessi, partecipazione democratica). Due dimensioni dell'agire economico e sociale di cui la prima è base indispensabile della seconda, che però si capovolge in danno sociale, ambientale e alla lunga anche economico, quando con essa pretende di identificarsi, mentre in realtà la cancella sotto la specie di un produttivismo senz'altro fine che un + davanti al Pil.
E' la posizione con tenacia sostenuta dall'Onu, che nei suoi Rapporti sullo sviluppo umano ha lanciato vere e proprie invettive anti-crescita e feroci critiche dell'aberrante computo del prodotto. Come questa del `96: «Crescita di che cosa, e per chi? Crescita di inquinamento che richieda altri dispositivi antinquinamento? Crescita di criminalità che impieghi schiere di poliziotti? Crescita di armamenti militari? Crescita di reddito solo per i più ricchi? Non è proprio questo che la gente vuole, e però tutto questo è parte della crescita del Pil». E domandandoci perché non si sia riflettuto su cosa ha significato per il Sud del mondo lo «sviluppo» previsto dai programmi di Banca mondiale e Fondo monetario Internazionale, che imponendo la logica quantitativa occidentale ha stravolto vecchie ma vitalissime economie, antiche culture, gioielli paesistici; nella gran parte dei casi non risolvendo affatto i problemi di povertà e disugaglianza, anzi accentuandoli, mentre ha sfacciatamente favorito le grandi compagnie transnazionali.
E ancora: perché, sempre in osservanza del dettato sviluppo=crescita, le sinistre si siano tranquillamente adeguate a quella sorta di grande rimozione della crisi ecologica non a caso prodottasi tra i politici di ogni livello e travasata nel sentire comune: fino a derubricare un problema su cui si gioca il futuro del mondo a semplice disfunzione del sistema, da potersi emendare con qualche correzione legislativa e molta fede nei miracolismo tecnologico. Per poi contrabbandare il tutto sotto le specie di un ossimoro blandamente consolatorio, come lo «sviluppo sostenibile». Tutto questo si somma in un interrogativo non più eludibile: come non vedere che l'incapacità di concepire il benessere sociale se non in termini di crescita produttiva equivale in sostanza all'incapacità di pensare il futuro al di fuori del paradigma capitalistico?
Eppur si muove. Prima il convegno promosso da questo giornale nel settembre 2005, poi l'appello per la stabilizzazione del debito pubblico del luglio 2006, adesso il nuovo convegno «L'economia della precarietà», che si terrà a Roma il prossimo 9 ottobre (appuntamento a partire dalle 9 presso il Centro Congressi Cavour, Via Cavour 50/A), stanno facendo emergere quella che può ben definirsi la Rive Gauche dell'economia politica italiana: un nutrito gruppo di economisti e intellettuali, accomunati non solo da intenti genericamente critici nei confronti delle analisi e delle ricette di policy somministrate dal mainstream di ispirazione neoclassica, ma anche da una «visione» e da una «tecnica» schumpeterianamente intese: ossia, rispettivamente, da un punto di vista circa le caratteristiche fondamentali di questo stato della società, vale a dire «circa quello che è o non è importante ai fini della comprensione della vita in un determinato momento», e da un insieme di procedimenti con i quali concettualizzare questa visione e trasformarla in concrete proposizioni o «teorie».
Una scarsità solo sociale
La «visione» diffusa nella Rive Gauche origina per lo più dall'analisi del processo economico dovuta a Marx, Keynes, Kalecki, Sraffa. La società in cui viviamo, si dice, non è una «società di individui» che offrono ciò che producono e domandano quel che desiderano sotto il vincolo della massimizzazione di utilità scaturenti da preferenze date ex hypothesi, ma una società dominata dal modo di produzione capitalistico, in cui i redditi traggono origine dalla lotta di capitalisti e salariati intorno all'appropriazione del sovrappiù sociale (ma prima ancora, in verità, intorno alla definizione del sovrappiù, la sussistenza essendo un prodotto storico e non un dato di natura) e in cui il processo sociale di produzione, distribuzione, scambio e consumo è guidato dalla domanda aggregata e non dai «risparmi». Di più: è una società in cui il lavoro individuale diventa sociale mediante lo scambio con quell'equivalente generale del lavoro umano che è il denaro e in cui quest'ultimo, funzionando come capitale monetario, impone specifiche «scarsità» di ordine squisitamente sociale, che nessuna parentela hanno con le scarsità ecologiche, ossia con il progressivo esaurimento di talune risorse naturali.
La «tecnica», dal canto suo, si avvale delle analisi messe a punto da (almeno) due dei diversi filoni della critica della teoria economica che traggono alimento dagli autori sopra ricordati: l'approccio classico del sovrappiù e l'approccio del circuito monetario. La condizione di «vitalità» del sistema economico capitalistico, il fatto cioè che il sistema debba assicurare non solo la reintegrazione dei mezzi di produzione impiegati ma anche un determinato saggio del profitto, viene naturalmente collegata alla chiusura del circuito monetario dei prestiti bancari, mentre il conflitto sociale viene a strutturarsi non solo intorno alla quota del sovrappiù appropriabile dalla classe lavoratrice, ma anche e soprattutto intorno alla natura e alla composizione della domanda monetaria per consumi e investimenti.
Sta qui, sia detto per inciso, il motivo per cui dalla Rive Gauche si guarda con «simpatia» al disavanzo pubblico, beninteso nell'ipotesi che vada a finanziare l'intervento statale diretto nella produzione: il sostegno che per questa via si viene a offrire alla stessa sostenibilità finanziaria dell'accumulazione capitalistica può implicare, infatti, una modifica rilevante della distribuzione sociale del potere, giacché il finanziamento in deficit amplia in modo potenzialmente «eversivo» il novero dei soggetti abilitati a esercitare il comando sui mezzi monetari e, sotto certe condizioni, può perfino consentire - come storicamente s'è visto - l'emersione di rapporti di produzione che non ripetono il proprio «senso» dal conseguimento di un profitto monetario.
Da questi riferimenti teorici discende un'analisi della realtà economica italiana e internazionale affatto diversa da quelle dominanti. Non è vero, si rileva anzitutto, che la migliore performance dell'economia americana rispetto a quella europea sia riconducibile alle differenze tra il modello sociale americano, improntato al laissez-faire e alla libera concorrenza, e quello europeo, «ingessato» dalle misure a tutela del benessere dei cittadini: decisivo, piuttosto, appare al riguardo il ruolo del dollaro nel sistema monetario internazionale, in quanto le asimmetrie scaturenti dalla sua duplice caratteristica di mezzo di pagamento e moneta di riserva internazionale consentono agli Stati Uniti di attuare politiche espansionistiche a costi relativamente contenuti e di imporre l'onere dei riaggiustamenti a quei paesi - prima le cosiddette «tigri asiatiche», oggi l'India e la Cina - che, specularmente, adottano modelli di crescita basati sul traino delle esportazioni.
Per di più, oggi la situazione è complicata dal fatto che l'Europa sta cercando (anche se, finora, con scarso successo) di guadagnare all'euro lo status di valuta di riferimento internazionale, e ciò «esige» politiche monetarie severe e politiche fiscali perfino draconiane: se ai membri dell'Unione europea dovesse esser consentito di adottare unilateralmente politiche fiscali espansive, si genererebbero facilmente problemi di free-riding tra un paese e l'altro, ci sarebbero pressioni sulla Bce per monetizzare i deficit e per questa via la politica fiscale verrebbe a «disfare» quella tela che la politica monetaria cerca faticosamente di tessere.
Se dunque i vincoli alla domanda appaiono come i principali responsabili del divario di crescita fra Usa ed Europa, la posizione italiana si connota per l'esistenza di vincoli anche dal lato dell'offerta. Dalla Rive Gauche, infatti, si sottolinea l'importanza che sulla competitività internazionale esercita la specializzazione produttiva, quale emerge dalla tecnologia in uso, dall'abilità innovativa e dalla capacità imitativa delle industrie manifatturiere. Paesi che si specializzano in settori tecnologicamente arretrati tendono infatti a registrare tassi di crescita inferiori a quelli dei paesi che si specializzano nei settori tecnologicamente più avanzati, i quali - con un apparente paradosso che fu posto in luce da Nicholas Kaldor - mostrano anche una dinamica più accelerata del costo unitario del lavoro rispetto ai concorrenti.
È per questo che l'Italia è davvero «the real sick man of Europe», come ha scritto l'Economist. Il nostro paese ha consolidato una specializzazione produttiva fortemente sbilanciata nei settori a basso contenuto tecnologico, ha conservato sostanzialmente immutata la (bassa) quota nelle produzioni ad alta tecnologia e perde sistematicamente terreno nei settori a media tecnologia. Il risultato è un crescente disavanzo della nostra bilancia dei pagamenti, che - non più emendabile attraverso svalutazioni della moneta - mette capo ad una imperiosa richiesta di deflazione salariale e, naturalmente, di precarizzazione del lavoro.
Disobbedire a Maastricht
Si dovrebbe aggiungere che questa dinamica è stata accentuata dai cospicui processi di privatizzazione che hanno avuto corso nel nostro paese dalla metà degli anni Novanta, ma non c'è spazio per dirne qui. Già queste considerazioni rivelano però che la nostra economia soffre di una crisi che è ad un tempo di domanda e di offerta: non solo di domanda, non solo di offerta. Richiede investimenti pubblici e programmazione, perché si riorienti la nostra specializzazione produttiva, si rilanci la ricerca di base, si favorisca la crescita dimensionale delle nostre imprese. Serve quindi una finanza specializzata, che recuperi la missione squisitamente pubblica dell'investimento a lungo termine. Serve accrescere il grado e la qualità dell'istruzione dei nostri lavoratori. Serve infine attuare le garanzie di benessere scritte nella nostra Costituzione per i giovani, i disoccupati, gli invalidi, gli anziani.
È per tutto questo che dalla Rive Gauche si sottolinea l'importanza di una politica fiscale che, «disobbedendo» esplicitamente ad uno dei parametri fissati nell'Annesso al Trattato di Maastricht, stabilizzi il livello del debito pubblico in rapporto al Pil in un intorno dei valori correnti. Se è vero che il core franco-tedesco dell'Unione pratica di fatto una politica neomercantilista, rifiutandosi di rimettere in circolo il surplus della propria bilancia commerciale, e se è vero che una compiuta unione politica europea è ancora di là da venire, non c'è altro modo «progressivo» per scansare l'impatto crescente della deflazione e le sue conseguenze in termini di precarietà e imbarbarimento della vita sociale e civile. Rendere flagrante la contraddizione può forse essere il modo per avviarsi a risolverla attraverso opportune modifiche al Trattato di Maastricht, a cominciare dalla clausola che attribuisce alla Bce la gestione esclusiva della politica monetaria e, per questa via (si ricordi il paragrafo 44 di Produzione di merci a mezzo di merci di Piero Sraffa), della distribuzione del reddito.
La revanche noliberista
Su questi cardini, anche se non solo su questi, si può misurare lo scarto che separa la Rive Gauche dagli altri protagonisti del dibattito sulla politica economica. Anzitutto, dai «bocconiani», che si oppongono recisamente a ogni impiego delle politiche fiscali e di bilancio allo scopo di perseguire il pieno impiego. Essi sanno benissimo che politiche del genere implicherebbero più Stato e meno mercato e ai loro occhi (come già agli occhi di Reagan) lo Stato è il problema, non la soluzione. Non c'è nulla di più infondato, s'intende, ma simili concezioni hanno buona stampa in una società come la nostra, in cui il sistema produttivo declina e la componente di prezzo della competitività è quella prevalente.
Ma non meno grande è la distanza che separa la Rive Gauche da quegli «ambientalisti» che - proprio come Malthus - sentono suonare le campane senza mai sapere dove e, in nome di slogan improbabili, giungono a perorare la causa del risanamento a tappe forzate del nostro debito pubblico, quasi fosse sua la colpa di quell'«eccesso di consumi» che avrebbe messo a rischio addirittura la sopravvivenza del pianeta Terra. Al contrario, dalla Rive Gauche si afferma con decisione che stagnazione e declino economico sono nefasti per l'ambiente e che non c'è possibilità di rimediare ai guasti ecologici e sociali (a cominciare dalle drammatiche emergenze che si vivono quotidianamente nei grandi agglomerati urbani) senza cospicui investimenti pubblici e senza una ristrutturazione delle forme di consumo.
Se la critica della politica economica promossa dalla Rive Gauche possa ambire in un prossimo futuro a contendere l'egemonia dell'ortodossia neoclassica non sappiamo: codesta egemonia, infatti, si fonda sul fatto che la crisi che stiamo attraversando - nel nostro paese, ma non solo - ha preso corpo e forma sul finire degli anni '70 come «crisi dello Stato». Vale la pena ricordarlo: Reagan, la Thatcher e la revanche neoliberista precedono il crollo del Muro di Berlino e l'implosione dell'Unione Sovietica, non possono esserne spiegati. Ma di ciò, eventualmente, un'altra volta.
La giornata romana degli economisti
«Rive Gauche. Critica della politica economica» è il titolo del volume curato da Sergio Cesaratto e Riccardo Realfonzo (manifestolibri, pp. 262, €euro 24), che raccoglie gli atti del convegno promosso da questo giornale il 30 settembre 2005 su «La critica della politica economica e le linee programmatiche delle coalizioni progressiste». Molti degli economisti che hanno contribuito a quel convegno (e molti altri che ad esso invece non avevano preso parte) hanno poi sottoscritto l'appello per la stabilizzazione del debito pubblico, pubblicato da questo giornale nel luglio 2006 (adesso disponibile sul sito internet www.appellodeglieconomisti.com).
Individuare le matrici teoriche della «Rive Gauche» implica ovviamente un certo arbitrio ricostruttivo, specie per la ricchezza della tradizione marxista, neoricardiana e postkeynesiana nel nostro Paese: i meno giovani ricorderanno sicuramente l'aspro scontro che si ebbe nel 1978 a Pavia, in occasione del dibattito organizzato da Giorgio Lunghini su «Scelte politiche e teorie economiche in Italia» (poi confluito nell'omonimo volume curato dallo stesso Lunghini per Einaudi). Crediamo però di non discostarci troppo dal vero se le indichiamo negli approcci, entrambi alternativi al paradigma neoclassico, del sovrappiù e del circuito monetario. Storicamente legati ai nomi di Pierangelo Garegnani e Augusto Graziani e sviluppatisi indipendentemente l'uno dall'altro, essi sono stati recentemente oggetto di una proposta di integrazione da parte di Emiliano Brancaccio: si veda il suo «Un modello di teoria monetaria della produzione capitalistica», in «Il pensiero economico italiano», XIII, 1, 2005, pp. 91-122.
L'incontro che inizia martedì prossimo a Roma, presso il Centro Congressi Cavour (Via Cavour 50/A a partire dalle 9) prevede due sezioni («Impianto neo-liberista dell'Ue. Mezzogiorni e condizioni del lavoro», «Struttura economica italiana, lavoro, salario, precarietà») e una tavola rotonda su «Lavoro, precarietà, welfare: quali capisaldi di politica economica per l'unità a sinistra» (LC)
“Ma a questo modo si penalizzano le imprese!” Così ha reagito il ministro Bersani all’ingiunzione di ridurre drasticamente le nostre emissioni di CO2, inviataci dalla Commissione europea. Opportunamente Verdi e Prc hanno espresso dissenso. Ma dopotutto di che stupirci. Per economisti e politici, quasi tutti, la crisi ecologica è sempre stata poco più che un noioso fastidio, qualcosa che di tanto in tanto disturba la regolarità della produzione, ma risolvibile con modesti interventi tecnici o qualche provvedimento legislativo. Un problema tra i tanti, che mai potrà incidere sulla grande Politica
Ora però, tra catastrofi che senza sosta si moltiplicano e aggravano, l’ambiente sta diventando un fastidio grosso, non più così facile da ignorare, anche perché c’è l’Europa che preme. Bisogna dunque darsi da fare con energie alternative e fervidi inviti al risparmio. Che peraltro serenamente convivono con l’eterna invocazione alla crescita, la sempre più invadente pubblicità che sollecita a consumi di ogni tipo, la grande preoccupazione che il mercato dell’auto non “tiri” abbastanza, malgrado le innumerevoli offerte eccezionali di nuove eccezionali vetture.
Che non solo la qualità ma anche la quantità della produzione non sia più sopportabile dagli ecosistemi, che ciò possa richiedere nuove strategie economiche, e dunque un diverso impianto politico complessivo, ai nostri governanti non passa per la testa. Come a tutti i governanti del mondo d’altronde; anche quelli più impegnati ad attuare Kyoto, a tale scopo incentivando ricerca scientifica e elettrodomestici efficienti. Tutti pronti poi a cavalcare il grande business verde, capovolgendo il problema in risorsa, assimilandolo alla logica imperante. “Per rafforzare la nostra economia,” come ha detto Bush nell’annunciare la sua “svolta verde”.
Nessuno dei leader mondiali sembra nemmeno ascoltare le tante e autorevoli voci secondo cui lo squilibrio ecologico esige non solo la rimessa in causa dell’attuale sistema economico, ma un radicale ripensamento del nostro rapporto con l’ambiente naturale. Ricordando che, pur con la sua particolarissima storia, la sua cultura, le sue grandi conquiste scientifiche e tecniche, anche la specie umana appartiene alla natura, e alla pari di ogni vita ne trae non solo nutrimento e continuità, ma forma biologica. E che è natura tutto ciò che vediamo, tocchiamo, mangiamo, beviamo, respiriamo, come è natura tutto ciò che trasformiamo mediante il lavoro. Che l’ambiente naturale è insomma la base di ogni nostra attività, ed è quello che condiziona e determina, anzi consente, l’esistere dell’economia in ogni suo momento, a cominciare dal suo operare concreto. Perché (parrebbe superfluo ricordarlo) la produzione di qualsiasi tipo è sempre consumo di natura: minerale, vegetale, animale. Ed è sempre la natura che fornisce la materia necessaria ad ogni nostra conquista scientifica e tecnologica, e ai nostri stessi deliri di onnipotenza.
Natura che però non è illimitata, ha dei confini precisi, che sono quelli della Terra. E ha delle leggi che non possono adattarsi a nostro piacere e che invece noi di continuo spensieratamente trasgrediamo. La nostra specie infatti, unica nel mondo vivente, ha perduto l’istinto a limitare se stessa in rapporto alla capacità del proprio habitat; dissennatamente negando ciò che tutte le creature sanno, dimenticando che “Gli alberi non crescono fino al cielo”, come illustra in un suo celebre libro Stephen Jay Gould (Mondadori, 1996). Non solo senza misura sviluppando se stessa, ma un paio di secoli fa dandosi un sistema economico che si regge sulla crescita esponenziale del prodotto, e a tal fine moltiplica i bisogni, veri o immaginari, di ciascuno di noi: il capitalismo industriale. L’attuale crisi ecologica ne è la conseguenza. Ed è un problema da cui nessun altro può prescindere, che tutti poco o tanto li determina, tutti li “contiene”.
“Il capitalismo è incompatibile con l’equilibrio del pianeta,” ha detto Fabio Mussi inaugurando “Sinistra democratica”. “Proprio la devastazione dell’ambiente (…) potrebbe forse imporre la necessità di un sistema produttivo nettamente diverso da quello attuale, e dunque farsi presupposto di un salto logico, di una nuova razionalità economica e sociale”, ha scritto di recente il segretario di Prc Franco Giordano. Alla formazione di questa nuova sinistra concorrono anche i Rosso-Verdi, nati proprio sulla duplice ragione sociale e ambientale, e l’Ars, pure da tempo sollecita della dimensione ecologica. Ch’io sappia, è il primo gruppo politico che mostra di avvertire la reale portata della minaccia che ci sovrasta, e ne indica le cause.
Lo conferma (insieme tracciando una sorta di abbozzo programmatico per la gestione della materia) la lettera inviata giorni fa al Presidente della Repubblica e ai Presidenti delle due Camere, da Franco Giordano, Gennaro Migliore, Giovanni Russo Spena, Roberto Musacchio di Prc. I quali non solo si dicono convinti che “la virata di rotta deve essere decisa, netta”, ma che il problema ambiente “debba assumere una dimensione sovraordinatrice: agricoltura, industria, energia, trasporti, stili di vita, ciclo delle merci (…) tutto deve essere rivisto, ristrutturato, ricalibrato, per rispondere a nuovi parametri di compatibilità”. Nella evidente consapevolezza che non bastano pale eoliche e pannelli solari per ripensare il mondo. Perché di questo in realtà si tratta. Magari ricordando Joseph Stiglitz, Nobel per l’economia, quando dice che produrre inquina, e che “quanto più un’economia produce, tanto più inquina.”
Il terribile uragano che ha distrutto New Orleans ha anche colpito le piattaforme di estrazione del petrolio del Golfo del Messico facendone schizzare il prezzo a 70 dollari. Ma era già arrivato a 65-67, dai 25-30 dollari degli anni scorsi. E sotto Ferragosto ricordavo che il campanello di allarme sui costi e sulla scarsità del greggio risale a 25 anni fa (se non addirittura al 1973) e che da allora non si è fatto nulla, quasi nulla, per rimediare. Perché? Siamo soltanto stupidi e miopi? Non si sbaglia mai a rispondere che lo siamo. Ma questa miopia e il nostro non-fare sono giustificati da un alibi: il mercato. È il mercato — ci viene spiegato da mattina a sera — che con i suoi automatismi provvede a tutto. Guai a far intervenire la nostra «mano visibile». Dobbiamo invece lasciar fare alla «mano invisibile», appunto San Mercato (oppure, per i laici, a Sua Maestà il Mercato). Qualche mese fa l'Economist dava larga evidenza e credito a un saggio di due americani che si intitola «Morte dell'ambientalismo», la cui tesi è che un ambientalismo antiquato (nei suoi concetti e metodi) va rilanciato, appunto, dal mercato e dall'ottimismo. Sì, anche dall'ottimismo. «Pensate — scrivono — se Martin Luther King invece di dire "ho un sogno" avesse detto "ho un incubo"». Pensa e ripensa, io non ci arrivo. Anche io (da ambientalista) ho il sogno di salvare l'ambiente; e ce l'ho proprio perché sono assillato dall'incubo di vederlo distrutto. Il sogno non sostituisce l'incubo; lo presuppone.
Sciocchezzaio ottimistico a parte, il punto è quanto possa fare, in questa partita, il mercato. Sia chiaro: la concorrenza di mercato è uno strumento insostituibile per la determinazione dei costi e dei prezzi. Senza mercato (vedi la pianificazione sovietica) un sistema economico diventa anti-economico. Ciò detto, sua Maestà il Mercato non è un meccanismo salvatutto.
Il caso del petrolio è esemplare. Oggi come oggi il petrolio fornisce il 70% dell'energia usata nei trasporti. Domanda: benzina e diesel derivati dal petrolio sono sostituibili? La risposta è: in non piccola misura, sì. Sono sostituibili con l'etanolo ed equivalenti ricavati da piante zuccherine (anche barbabietola, girasole, mais); prodotti che hanno l'ulteriore pregio di essere «puliti». Però a tutt'oggi il solo Paese che produce olio combustibile e benzina da vegetali è il Brasile. Altrove niente. Niente perché il mercato decreta così, perché ai prezzi di ieri il petrolio costava meno. Ma ai prezzi di oggi, e peggio ancora, di domani? A questo effetto San Mercato ci lascia pericolosamente a terra. Il guaio è che il mercato «vede corto», che non ha progettualità. Il che lo rende inidoneo, e controproducente, nel fronteggiare il futuro.
Il mercato ha anche altri limiti. Ma, restando al tema, l'idea di affidare le nostre speranze — il «sogno» degli scemotti che citavo — a un'analisi (di mercato) di costi-benefici è davvero peregrina. Perché il mercato non calcola e non sa calcolare il danno ecologico. Se abbatto alberi, il mercato contabilizza soltanto il costo di tagliarli, non il danno prodotto dall'abbattimento delle foreste. Se surriscaldiamo l'atmosfera, il mercato registra, tutto giulivo, solo un boom di condizionatori d'aria. Per questo rispetto, Dio ci liberi da San Mercato. Il nostro pianeta non sarà salvato «a costi di mercato»; dovrà essere salvato costi quel che costi.
Scrivono Fabrizio De André e Ivano Fossati, in Smisurata preghiera:
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A Londra quarantamila persone che non si rassegnano ad essere parte della maggioranza e sperano in un un mondo pacifico e rispettoso delle persone e dell'ambiente si sono radunate volontariamente dal 14 al 17 ottobre, animate dal disagio per lo stato delle cose e dalla voglia di condividere con gli altri le preoccupazioni per il domani.
E' un evento molto positivo, tuttavia a due anni di distanza dal forum di Firenze il numero di partecipanti non è aumentato come sarebbe stato necessario, né sono stati prodotti significativi passi avanti nelle riflessioni condotte nei seminari. L'analisi sui diversi mali che affliggono il pianeta è, tutto sommato, matura, ma non si intravedono indicazioni sui rimedi da porre in essere. Anzi, una volta esaurita la disamina dei problemi irrisolti, e indicati gli obbiettivi da raggiungere (dalla pace allo sviluppo sostenibile, dai diritti delle donne al mantenimento dello stato sociale), le parole forti, e spesso urlate, hanno prevalso sull'indicazione delle cose da fare. A che pro gridare "Bush terrorista", inneggiare alla resistenza irachena, applaudire la figlia del Che, simbolo della rivoluzione che fu? E' tutta qui la ricetta per il futuro?Anche la manifestazione lungo le vie di Londra ha avuto lo stesso tenore: basso numero di partecipanti, durezza estrema delle parole (Falluja deve essere la Stalingrado dell'America, ha tuonato dal palco George Galloway, uno dei leader inglesi). Una litania di cori contro Blair, Bush e contro il capitalismo ha accompagnato il corteo, ripetuta incessantemente come le invocazioni alla madonna nelle processioni di paese. Il tutto nella solenne indifferenza dei cittadini inglesi e dei politici, locali ed europei.
Insomma, ho visto con dispiacere che il seme del movimento non è ancora germogliato e temo che non darà presto i frutti sperati.
Quando lo scorso anno due studi hanno descritto come il centro di ricerca della Banca Mondiale avesse sistematicamente manipolato i dati per dimostrare che le riforme neoliberiste sul mercato stessero promuovendo la crescita e riducendo la povertà nei paesi in via di sviluppo non ci fu nessuna reazione di sorpresa da parte dei «circoli» intellettuali, economici e politici che si occupano di politiche dello sviluppo. Gli sconvolgenti risultati dell'analisi svolta dal Robin Broad dell'American University e il rapporto di Angus Deaton della Princeton University e dell'ex direttore del Fondo Monetario Internazionale Ken Rogoff erano l'ultimo atto del collasso di ciò che è stato chiamato Washington Consensus.
Imposto ai paesi in via di sviluppo attraverso la formula dei programmi di «aggiustamento strutturale» finanziati dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, il Washington Consensus ha regnato fino ai tardi anni '90 quando fu evidente che l'obiettivi perseguito - crescita sostenuta, riduzione della povertà e dell'ineguaglianza - era lungi dall'essere raggiunto. Ed è proprio alla metà di questo decennio che il «consenso» viene meno. Il neoliberismo rimane sempre lo «standard», ma molti economisti e tecnocrati hanno ormai perso fiducia in esso.
Washington Consensus Plus
Coscienti dei fallimenti del Washington Consensus, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale stanno ora promuovendo quello che il premio Nobel Joseph Stiglitz ha chiamato con sdegno il Washington Consensus Plus, in base al quale le riforme a favore del libero mercato che pur erano indispensabili non sono state da sole sufficienti. Le riforme finanziarie, per esempio, devono avere sequenzialità, se si vuole evitare debacle come le crisi finanziarie asiatiche degli anni Novanta. Memori della discesa della Russia nel capitalismo mafioso degli anni '90, le due istituzioni ora parlano anche dell'importanza di accompagnare la riforma del mercato con riforme legali e istituzionali che possano far rispettare proprietà privata e contratti. Tra gli altri principi che devono accompagnare gli «aggiustamenti strutturali» ci sono la «buona gestione» e politiche per «sviluppare il capitale umano».
Il mix di riforme istituzionali e sostegno al libero mercato è stato consolidato nei primi anni di questo decennio nei cosiddetti «Programmi strategici per la riduzione della povertà» (in inglese la sigla è Prsp, n.d.r.). Contrariamente a quello che un analista ha definito «neoliberalismo a pugno nudo», i Prsp sono infatti liberal per quanto riguarda i processi decisionali, che devono vedere una consultazione tra le diversi parti interessate tra cui le organizzazioni della società civile. Questo non significa che l'obiettivo dei «programmi contro la povertà» sia diverso da quello del suo antenato - liberalizzazione, deregulation, privatizzazione e commercializzazione della terra e delle risorse -, ma si propone di raggiungerlo attraverso il limitato coinvolgimento delle comunità «interessate». Un coinvolgimento mediato però da organizzazioni non-governative di matrice liberal piuttosto che attraverso la partecipazione dei movimenti sociali. I Psrp sono dunque programmi di aggiustamento strutturale di seconda generazione che cercano di ammorbidire l'impatto negativo delle riforme.
Neoliberismo neoconservatore
Un secondo erede del Washington Consensus è il «neoliberaismo neoconservatore», un approccio che orienta l'operato dell'amministrazione Bush e che ha avuto il suo battesimo con il famoso rapporto del 2000 stilato dalla commissione del Congresso sulle istituzioni multilaterali guidata da Alan Meltzer. Il rapporto sostiene - quantomeno a livello di retorica - una riduzione del debito delle nazioni più povere per dirottare le risorse finanziarie derivanti dalla riduzione del debito alla costituzione di specifici «fondi a concorso». Inoltre, i «fondi a concorso» consentono un coordinamento delle riforme a favore del libero mercato in accordo con la «sicurezza nazionale» statunitense e le strategie delle multinazionali americane.
La «buona» e «cattiva» sinistra
C'è anche un terzo erede del Washington Consensus. Si tratta del «neostrutturalismo», un approccio che viene associato alla Commissione Economica per l'America Latina (Cepal). Secondo la teoria neostrutturalista le politiche neoliberiste sono state troppo costose e a lungo termine non produttive. Per i sostenitori di questo approccio equità e crescita non si escludono a vicenda e potrebbero operare in piena «sinergia». Una minore ineguaglianza dovrebbe infatti sostenere la crescita economica, perché garantisce stabilità politica e macroeconomica, aumenta la capacità di risparmio dei poveri, innalza i livelli di educazione ed espande la domanda aggregata.
I neostrutturalisti propongono quindi politiche di redistribuzione del reddito attraverso politiche sanitarie, educative e abitative. Questo è il tipo di programmi che caratterizza quella che l'opinionista messicano Jorge Castaneda ha chiamato la «buona sinistra» dell'America Latina, riferendosi al governo di Lula in Brasile e all'alleanza governativa «Concertacion» in Cile. Concentrandosi sui trasferimenti per proteggere e potenziare la capacità dei poveri, l'approccio neostrutturalista non interferisce con le forze del mercato al livello di produzione, diversamente dalla linea della «cattiva sinistra» (Hugo Chavez e altri) che interviene direttamente nella produzione e nelle politiche salariali. I neostrutturalisti abbracciano la globalizzazione, e sostengono che un obiettivo chiave delle loro riforme è rendere i paesi più competitivi a livello globale. Siccome le riforme neostrutturaliste puntano a ridurre le disparità di reddito sono considerate una strada per rendere la globalizzazione più appetibile se non popolare.
Secondo l'economista cileno Fernando Leiva le politiche neostrutturaliste rappresentano tuttavia un «paradosso eretico»: la ricerca di una competitività generale da parte delle economie nazionali hanno infatti condotto «alla consolidazione politico-economica delle pratiche neoliberiste». In fondo, il neostrutturalismo come il Washington Consensus Plus non sovvertono il neoliberismo, piuttosto ne mitigano la povertà le ineguaglianze. I programmi mirati anti-povertà del governo Lula possono certamente aver ridotto le fila dei «miserabili», ma l'istituzionalizzazione delle politiche neoliberiste continuano comunque a produrre produrre povertà, ineguaglianza e stagnazione nella più grande realtà economica dell'America Latina.
Socialdemocrazia globale
Accanto al neostrutturaliamo e il neoliberismo neoconservatore ha preso forma e si è sviluppata la «socialdemocrazia globale», un approccio che viene identificato con l'economista Jeffrey Sachs, il sociologo David Held, il premio Nobel Joseph Stiglitz e la ong britannica Oxfam. Diversamente dai tre approcci precedenti, questa prospettiva ammette il fatto che la crescita e l'equità possono essere in conflitto e pone l'equità chiaramente al di sopra della crescita. Questo approccio mette inoltre in dubbio una tesi centrale del neoliberismo, cioè che la liberalizzazione del commercio sia benefica a lungo termine.
Stiglitz sostiene infatti che, nel lungo periodo, la liberalizzazione del commercio potrebbe condurre a una situazione in cui «la maggior parte dei cittadini è messa peggio». Infine i socialdemocratici globali chiedono cambiamenti fondamentali nelle istituzioni e nelle regole della governance globale come l'Fmi, il Wto, e gli accordi sulla proprietà intellettuale per fini commerciali (Trip). David Held, ad esempio, chiede «la riforma, se non l'abolizione completa degli accordi Trip», mentre Stiglitz dice che «i paesi ricchi dovrebbero aprire i mercati ai paesi più poveri, senza reciprocità e senza porre condizioni politiche ed economiche».
I socialdemocratici globali vedono infine nel movimento anti-globalizzazione un alleato, che Sachs ringrazia «per aver messo alla luce le ipocrisie e gli evidenti fallimenti della governance globale e per aver messo fine ad anni di auto-celebrazione dei ricchi e dei potenti». Ma la globalizzazione è però il punto sul quale i socialdemocratici globali pongono il loro aut aut. Questo perché similmente al neoliberismo della prima ora, al Washington Consensus Plus, al neoconservatorismo statunitense e al neostrutturalismo la socialdemocrazia globale vede nella globalizzazione un fenomeno che se fosse gestito bene porterebbe benefici ai più.
I socialdemocratici globali vedono infatti se stessi come i salvatori della globalizzazione, temendo che la sua crisi provochi un ritorno al passato. Di fronte al questa eventualità ricordano le conseguenze nefaste della turbolenta inversione della prima ondata di globalizzazione dopo il 1914. Per Sachs, Held e Stiglitz, il mondo ha dunque bisogno di una globalizzazione socialdemocratica o «illuminata» in cui l'integrazione globale del mercato vada avanti, ma sia gestita in modo equo e sia accompagnata da una progressiva «integrazione sociale globale».
Ci sono diversi problemi che derivano da questa adesione alla globalizzazione da parte della socialdemocrazia globale. Prima di tutto, è discutibile che la rapida integrazione dei mercati e della produzione - l'essenza della globalizzazione - possa avere luogo al di fuori di una cornice neoliberista il cui precetto centrale è abbattere i muri delle tariffe doganali ed eliminare le restrizioni agli investimenti. In secondo luogo, è ugualmente discutibile che, se si potesse pensare a una globalizzazione in regime di equità sociale, questa dovrebbe essere effettivamente desiderabile. Le persone desiderano veramente essere parte di un'economia globale funzionalmente integrata dove scompaiono le barriere tra il nazionale e l'internazionale? Non preferirebbero invece essere parte di sistemi economici che possano essere controllati a livello locale e che siano protetti dall'andamento ondivago dell'economia internazionale? La reazione contro la globalizzazione non dipende infatti solo dalle ineguaglianze e dalla povertà che essa ha creato ma anche dal sentire di uomini e donne che hanno perso ogni parvenza di controllo sull'economia a favore di forze internazionali impersonali. Uno dei temi che riecheggiano maggiormente nel movimento antiglobalizzazione è la richiesta di bloccare la crescita finalizzata alle esportazioni e la creazione di strategie di sviluppo tanto a livello locale che globale, all'interno però di una regolamentazione dell'economia.
La sfida perduta
Il problema fondamentale con gli eredi del Washington Consensus è la loro incapacità di radicare la loro analisi nelle dinamiche del capitalismo come sistema di produzione. In questo modo essi non sono in grado di vedere che la globalizzazione neoliberista non è una nuova fase nell'evoluzione del capitalismo ma un tentativo disperato e fallimentare di superare le crisi di sovraccumulazione, sovrapproduzione e stagnazione che hanno colpito le economie capitalistiche centrali a partire dalla metà degli anni '70. Rompendo il compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro nato nel secondo dopoguerra ed eliminando le barriere nazionali al commercio e all'investimento, le politiche economiche neoliberali hanno cercato di invertire la tendenza alla crisi dello sviluppo economico e dei profitti.
Questa «fuga verso il globale» ha avuto luogo sullo sfondo di un processo conflittuale più ampio segnato da una rinnovata competizione inter-imperialista tra i principali centri di potere capitalistico, l'ascesa di nuove centri capitalistici, la destabilizzazione ambientale, un'ulteriore sfruttamento del Sud - quello che David Harvey ha chiamato «accumulazione per espropriazione» - e una resistenza che emerge tutt'intorno.
La globalizzazione ha fallito nel fornire al capitale una via d'uscita dalle sue crisi di accumulazione. Con il suo fallimento, ora vediamo le élite capitaliste che la abbandonano per ritornare a strategie nazionali di protezione e competizione con il sostegno dello stato per il controllo dei mercati e le risorse globali, con la classe capitalista statunitense che fa da apripista. Questo è il contesto che Jeffrey Sachs e altri socialdemocratici non riescono a comprendere quando propongono la loro utopia: la creazione di un «capitalismo globale illuminato» che dovrebbe «umanizzare» la globalizzazione.
Il tardo capitalismo ha un irreversibile logica distruttiva. Invece che impegnarsi nel compito impossibile di umanizzare un fallito progetto globalista, la sfida urgente che ci sta di fronte è gestire il ritiro dalla globalizzazione in modo che non provochi la proliferazione di conflitti incontrollabili e sviluppi destabilizzanti come quelli che segnarono la fine della prima ondata di globalizzazione nel 1914.
Traduzione di Paolo Gerbaudo
Walden Bello, Un intellettuale organico da Antonio Gramsci al network «Focus on the Global South»
La vita di Walden Bello è segnata dal tentativo di coniugare la sua attività di studioso e di attivista. D'altronde quella dell'intellettuale organico è una figura che ben conosce, visto che la sua tesi di laurea è sulla figura di Antonio Gramsci. Nato a Manila, dopo la laurea si è trasferito negli Stati Uniti dove ha conseguito il dottorato in sociologia presso l'Università di Princeton. Incarcerato più volte nelle Filippine di Marcos è stato bandito dal suo paese per oltre venti anni. Dopo la caduta della dittatura è tornato nel suo paese, dove ha continuato la sua militanza accanto al movimento sindacale e ai gruppi a difesa dei diritti umani. Le sue riflessioni sull'economia asiatica sviluppate in più libri e all'interno del network di studiosi «Focus on the Global South» sono diventate un punto di riferimento per i movimenti sociali di quell'area. In Italia sono stati pubblicati «Domination» (Nuovi Mondi), «Il futuro incerto», «Lavittoria della povertà», «Deglobalizzazione» (tutti pubblicati da Baldini Castoldi Dalai editore).
Qual è il pachiderma presente in qualsiasi ambiente? È il trionfo globale del capitalismo. La democrazia è messa aspramente in discussione. La libertà è a rischio, perfino nelle democrazie di antica creazione come la Gran Bretagna. La supremazia dell’Occidente è in declino. Ma tutti praticano il capitalismo. Lo praticano gli americani e gli europei. Lo praticano gli indiani. Lo praticano gli oligarchi russi e i principi sauditi. Perfino i comunisti cinesi lo praticano. E adesso i membri del più antico kibbutz di Israele, l’ultima utopia di socialismo egalitario, hanno votato per introdurre le retribuzioni mensili variabili, sulla base delle performance individuali. Karl Marx si rigirerebbe nella tomba. O forse no, perché alcuni dei suoi scritti inspiegabilmente pronosticavano già la nostra epoca del capitalismo globale. La sua formula ha fallito, nondimeno la sua descrizione era presciente. Questo è il fatto sensazionale dell’inizio del ventunesimo secolo, un fatto di così grande portata e talmente dato per scontato che di rado ci soffermiamo a riflettere quanto sia straordinario. Non era mai accaduto, prima. "Potrà sopravvivere il capitalismo?" si chiedeva il pensatore socialista britannico G.D.H. Cole in un libro pubblicato nel 1938 con il titolo "Socialism in Evolution" (nella versione italiana "L’evoluzione del socialismo"). La sua risposta all’interrogativo era stata negativa. Al capitalismo sarebbe seguito il socialismo. La maggior parte dei lettori di questo giornale probabilmente sarebbe stata d’accordo nel 1938.
Quali sono le grandi alternative ideologiche che si prospettano di questi tempi? Il "socialismo del ventunesimo secolo" di Hugo Chavez appare tuttora un fenomeno locale, tutt’al più regionale, praticato nella sua forma migliore negli Stati ricchi di petrolio. L’islamismo, in certe circostanze etichettato come il preminente antagonista del capitalismo democratico in una nuova guerra ideologica, non offre un sistema economico alternativo (se si escludono le peculiarità della finanza islamica), e ad ogni buon conto non è molto allettante al di là della umma musulmana.
La maggior parte dei no-global, degli altermondialistes e, in verità, degli attivisti verdi è molto più brava a mettere in luce i fallimenti del capitalismo globale che a suggerire alternative strutturali. "Il capitalismo dovrebbe essere sostituito da qualcosa di più bello" si leggeva su uno striscione sbandierato a una dimostrazione londinese in occasione del Primo Maggio di qualche anno fa.
Chiaramente, siamo in presenza di un problema di definizioni. Quello che fanno le aziende russe o cinesi statali è autentico capitalismo? Fondamento stesso del capitalismo non è forse la proprietà privata? Uno dei massimi esperti americani di capitalismo, Edmund Phelps, docente della Columbia University, ha una definizione ancor più restrittiva di capitalismo. Secondo lui quello che pratichiamo in buona parte dell’Europa continentale, questo modello di stakeholder economy, non è capitalismo propriamente detto, bensì corporativismo. Il capitalismo, dice Phelps, è "un sistema economico nel quale il capitale privato è relativamente libero di innovare e investire senza il placet dallo Stato, né il permesso delle comunità e delle regioni, dei lavoratori e di altri cosiddetti partner sociali". Nel qual caso, si può dunque affermare che la maggior parte del mondo non è capitalista. Reputo troppo restrittiva questa definizione. Di sicuro, in Europa sono presenti varie forme di capitalismo, dalle economie di mercato più liberali, come Gran Bretagna e Irlanda, alle più coordinate forme di stakeholder economy, come Germania e Austria.
In Russia e in Cina vi è tutta una gamma di proprietà, da quelle statali a quelle private. Nei processi decisionali delle società a controllo statale hanno maggior peso considerazioni diverse da quella della massimizzazione degli utili, ma anch’esse operano come protagoniste nei mercati nazionali e internazionali e sempre più spesso parlano la lingua del capitalismo globale. Al World Economic Forum di quest’anno a Davos ho ascoltato Alexander Medvedev, ai vertici di Gazprom, difendere l’operato di quella società dicendo che Gazprom è una delle cinque compagnie più importanti al mondo per le capitalizzazioni di Borsa, e che si sforza costantemente di assicurare buoni rendimenti ai suoi azionisti, che guarda caso includono lo Stato russo. Quanto meno, ciò suggerisce un’egemonia della tesi del capitalismo globale. Il "capitalismo leninista" cinese è un caso bordeline di grande rilevanza, ma il modo di procedere a passo di granchio delle aziende cinesi in direzione di quello che noi saremmo portati a definire un comportamento capitalista, più che un comportamento non capitalista, è di gran lunga più evidente di qualsiasi altra evoluzione lo Stato cinese stia compiendo in direzione della democrazia.
La mancanza di una qualsiasi chiara alternativa ideologica significa che il capitalismo è al sicuro per gli anni a venire? Tutt’altro. Al trionfo senza precedenti del capitalismo globalizzato, negli ultimi venti anni si sono accompagnate nuove minacce che si proiettano sul suo stesso futuro. Non sono esattamente le famose "contraddizioni" individuate da Marx, ma potrebbero essere addirittura più gravi. Tanto per cominciare, la storia del capitalismo negli ultimi cento anni difficilmente regge all’opinione secondo cui sarebbe un sistema in grado di auto-correggersi automaticamente. Come fa notare George Soros (che dovrebbe saperne qualcosa), oggi i mercati globali sono più che mai costantemente instabili, sempre più spesso sull’orlo di un’instabilità maggiore. Ripetutamente sono stati necessari ben visibili interventi e correttivi politici, fiscali e legali per integrare la mano invisibile del mercato. Quanto più grande esso diventa, tanto più pesantemente può crollare.
Una petroliera è più stabile di una barchetta a vela, ma se le paratie interne della petroliera si squarciano e il greggio inizia a riversarsi da una parte all’altra durante una tempesta, ci sono i presupposti per un disastro di proporzioni immani. Sempre più spesso, il capitale mondiale è come il petrolio racchiuso all’interno di un’unica gigantesca petroliera, che ha sempre meno paratie interne in grado di evitare che si verifichino fuoriuscite.
C’è poi l’aspetto delle ineguaglianze. Una caratteristica del capitalismo globalizzato pare essere il fatto che esso premia in maniera sproporzionata i suoi protagonisti, non soltanto nella City londinese, ma anche a Shanghai, a Mosca e a Mumbai. Quali saranno le ripercussioni a livello politico del fatto che nei Paesi nei quali la maggioranza della popolazione è ancora infinitamente povera vi sarà un numero ristretto di persone infinitamente ricche? Nelle economie più avanzate, come Gran Bretagna e America, una middle-class ragionevolmente benestante, con un tenore di vita individuale che migliora piano piano, può essere meno infastidita da un gruppetto di super-ricconi, le cui pagliacciate per lo più forniscono loro una consueta razione di diversivi in formato tabloid. Tuttavia, se un buon numero di persone della middle-class inizia a percepire che ci sta rimettendo davvero qualcosa in quel medesimo processo di globalizzazione che rende schifosamente ricca quella manciata di gestori di capitali, che pratica al contempo l’outsourcing in India dei posti di lavoro della middle-class, allora potrebbe scatenarsi una reazione violenta. Per farsi un’idea di ciò che potrebbe accadere, si segua Lou Dobbs, alla Cnn.
Più di ogni altra cosa, però, c’è l’inevitabile e insolubile problema che questo pianeta non può sostentare sei miliardi e mezzo di persone e far sì che vivano come vivono oggi i consumatori della middle-class del suo ricco Nord. Nel volgere di soli pochi decenni potremmo aver esaurito i combustibili fossili che hanno impiegato 400 milioni di anni per accumularsi, e in conseguenza di ciò per di più avremo alterato il clima terrestre. Sostenibilità sarà anche una parola grigia e noiosa, ma è pur sempre l’unica vera e grande sfida odierna al capitalismo globale. Per quanto ingegnosi possano essere i moderni capitalisti nell’individuazione di tecnologie alternative – e saranno molto ingegnosi - da qualche parte, su tutta la linea, questo significherà che i più ricchi consumatori si dovranno adattare a sempre di meno, invece che a sempre di più.
Marx pensava che il capitalismo si sarebbe imbattuto nel problema di reperire i consumatori per i beni e gli articoli che le tecniche di produzione in costante miglioramento avrebbero consentito di sfornare in grandi quantità. Invece, è diventato esperto in un inedito ramo della produzione industriale: la creazione di desideri. La genialità del capitalismo moderno è che non solo mette a disposizione dei consumatori quello che vogliono, ma in più arriva addirittura a far sì che essi vogliano quello che esso ha da dar loro. Ed è proprio questa logica di fondo di desideri che si espandono a dismisura ad essere insostenibile su scala globale. E nondimeno: siamo davvero pronti a farne a meno? Siamo lieti di coibentare i nostri loft, di riciclare i giornali e di andare al lavoro in bicicletta, ma siamo effettivamente disposti ad accontentarci di meno affinché altri abbiano di più? Posso dire di esserlo? E voi, lo siete?
(Traduzione di Anna Bissanti)
Che cosa prova la gente a diventare collettivamente più povera? Non parlo dei poveri che il fisco risparmia e neppure di quelli per i quali 200 milioni di euro equivalgono ai nostri 200 euro, ma di quella classe media che, essendo diventata negli ultimi decenni la classe di tutti, ha finito per dissolvere perfino le rivendicazioni di classe, sostituendole con le rivendicazioni di categoria.
Si può sempre dire che un po’ di povertà non fa male, raddrizza i costumi che abbiamo spinto un po’ all’eccesso, spopola i ristoranti dove la troppa gente non riesce più a scambiar parola, riduce il traffico che ha trasformato le vie della nostra città in un unico grande parcheggio, allenta la morsa dei weekend forzati, assottiglia, nelle agenzie di viaggio, le folle di quanti pensano che basta cambiar cielo per cambiar animo.
Le discoteche chiuderanno qualche ora prima, alcuni giovani vedranno ridotte le loro chances di finire direttamente al cimitero, chances che purtroppo aumenteranno per quanti non riusciranno a tener dietro al costo dei farmaci, o più semplicemente alla qualità degli alimenti a cui è da addebitare quel prolungamento della vecchiaia che in Occidente siamo soliti chiamare allungamento della vita.
Eppure, nonostante questi vantaggi secondari, un senso di inquietudine pervade sia i singoli individui sia le imprese che si sentono impotenti a modificare l’andamento dell’economia la quale, per effetto della globalizzazione e forse della supremazia dell’aspetto finanziario (e virtuale) su quello produttivo (e reale), sembra sia divenuta qualcosa di trascendente, qualcosa di governato da un dio ignoto, i cui disegni nessuno davvero conosce.
Tutto ciò comporterà, come dicono gli economisti, un rallentamento della crescita, quando non addirittura una crescita zero. E qui siamo a quella parola subdola: «crescita», che gli economisti applicano sia ai paesi diseredati che raccolgono tra l’altro i quattro quinti dell’umanità, sia ai paesi già sviluppati che nonostante ciò «devono crescere». Fin dove? E a spese di chi? E a quali costi ambientali? Qui l’economia tace perché il problema non è di sua competenza, e con l’economia tacciono anche le voci degli uomini che alle leggi dell’economia si devono piegare.
Quando dico «economia» non dico solo agricoltura, commercio, industria e finanza, ma dico soprattutto mentalità diffusa, modo di sentire, categoria dello spirito del nostro tempo, perché questo è diventato, nel modo di pensare e di sentire di tutti, l’imperativo categorico della crescita.
Figli come siamo di padri, che a loro volta sono cresciuti sul lavoro dei nonni, siamo ormai alla terza o quarta generazione che cresce con un ritmo che la storia non ha mai conosciuto. La categoria della crescita è così diventata una forma mentis, uno stato d’animo, un rimedio all’angoscia, una garanzia per sé e per i propri figli, una caparra per il futuro, per cui, se per effetto di Maastricht, se per mettere in ordine i conti, se per una finanziaria dura questa speranza nella crescita si affievolisce accade una paralisi del pensiero, una confusione del sentimento, un’ansia per il futuro, un senso di inquietudine come quando sugli aerei si infila un vuoto d’aria e tutti composti ostentiamo quella tranquillità smentita dai brividi del nostro ventre che però avvertiamo solo noi.
E così ciascuno per sé sente il brivido della crescita zero a cui non sa con che strumenti reagire, soprattutto se ha il sospetto che la crescita zero sarà sempre più il nostro futuro, non solo perché non possiamo continuare a pensare che i quattro quinti dell’umanità continuino a sacrificarsi per la nostra crescita, ma perché quando la crescita non ha altro scopo che continuare a crescere, è l’uomo stesso del mondo privilegiato a divenire semplice «funzionario» di questa idea fissa che, se diventa lo scopo collettivo della vita di tutti, affossa e seppellisce il «senso» della vita, il suo sapore, il suo significato per noi.
Se in cambio dei soldi che toglie dalle nostre tasche, la crescita zero ci desse l’opportunità concreta di incominciare a riflettere sull’assurdo ritmo che aveva acquistato la nostra esistenza, sulla qualità della nostra comunicazione ormai troppo mediata, sulla natura un po’ ambigua del nostro amore fatto ormai di sole cose, e soprattutto sul fatto che regolare tutto sul modello di una crescita all’infinito ha parentela con l’assurdo, allora anche la crescita zero, che finora tocca solo i nostri soldi e non la nostra pelle o la dignità dell’uomo come ancora accade in troppe parti del mondo, può essere accettata come una buona occasione per raddrizzare non solo il nostro costume, ma anche la qualità del nostro sguardo sulla vita e sul mondo.
Ciò può avvenire incominciando magari a rinunciare all’individualismo sfrenato e aggressivo degli ultimi decenni, per privilegiare il «noi» rispetto all’«io». Il noi del volontariato, della reciproca assistenza, della familiarità del borgo rispetto all’anonimato della metropoli, il noi della convivialità, dei comportamenti virtuosi in ordine alla circolazione stradale, alla scelta e al consumo dei cibi, alle condotte a rischio, agli stili di vita.
Valori non economici, dettati non dalla rassegnazione di chi è consapevole di non poter controllare o modificare l’andamento dell’economia, ma dal rifiuto a sacrificare la propria esistenza al mito della crescita, che visualizza gli uomini solo come produttori e consumatori. Con l’aggravante che in una società che visualizza se stessa solo in termini di sviluppo e di crescita, il consumo non deve essere più considerato, come avveniva per le generazioni precedenti, esclusivamente come soddisfazione di un bisogno, ma anche, e oggi soprattutto, come mezzo di produzione. Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci «hanno bisogno» di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno sia «prodotto».
In una società opulenta come la nostra, dove l’identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede, i quali non solo sono sostituibili, ma «devono» essere sostituiti, può darsi che si cominci ad avvertire, sotto quel mare di pubblicità che ogni giorno ci viene rovesciato addosso, una sorta di appello alla distruzione, una forma di nichilismo dovuto al fatto, come scrive Gunther Anders, che: «L’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via, tratta anche se stessa come un’umanità da buttar via».
Se nel sottosuolo della nostra anima collettiva si fa strada questa sensazione che muta la gerarchia dei nostri pensieri e la forma dei nostri comportamenti, anche il profilo del lavoro potrebbe mutare. Oggi, infatti, come ci ricorda Franco Totaro nel suo bel libro Non di solo lavoro (Vita e Pensiero), sotto l’imperativo della crescita il lavoro è visualizzato nel solo ambito dell’economia, e ciò vuol dire che solo l’economia è in grado di dare espressione all’uomo, il quale non avrebbe come suo riferimento altro orizzonte di senso se non quello determinato dal fare produttivo.
A sua volta il lavoro, non avendo altra finalità se non quella di concorrere all’incremento infinito della produzione non sarebbe più il luogo in cui l’uomo, realizzandosi, incontra se stesso, le sue capacità, le sue ideazioni, l’attuazione della sua progettualità, ma solo il luogo in cui l’uomo tocca con mano la sua «strumentalità», il suo essere semplice appendice delle macchine, che nel loro insieme compongono l’apparato tecnico-economico, interessato solo al proprio potenziamento e non alle sorti dell’uomo.
Perché allora non passare gradatamente dal «lavoro come produzione» (che ha in vista solo la sua crescita esponenziale senza ragione e senza perché) al «lavoro come servizio» dove la produzione non ha in vista solo beni e merci (di cui al limite non sappiamo neanche cosa farcene, se non fosse per i bisogni e i desideri indotti, cioè a loro volta prodotti), ma anche erogazione di tempo, di cura, di relazione.
I profili lavorativi che potrebbero nascere da questa nuova visualizzazione del lavoro (di cui la società già sente a livello massiccio l’esigenza, se dobbiamo giudicare dal gran numero di persone che si dedicano al volontariato) sarebbero profili lavorativi che potrebbero trovare non solo una reale e massiccia domanda, ma anche un significativo riconoscimento economico, se l’economia, che pensa sempre e solo alla produzione, sapesse diversificare i suoi prodotti e incominciare a produrre non solo merci e sempre più merci, ma anche e in misura crescente servizi per la persona e per la relazione tra le persone.
Nel mondo dell’opulenza compriamo, in modo maniacale merci e sempre più merci per compensare la depressione che ci deriva dalla mancanza di relazioni, che siano vere e non solo funzionali come esige la logica del lavoro. Non sarebbe impossibile invertire la tendenza, perché la felicità, nonostante la pubblicità vi alluda, non ci viene dall’ultima generazione di telefonini o di computer, e più in generale di «prodotti», ma da uno straccio di «relazione» in più che il lavoro come servizio (e non solo come produzione) potrebbe incominciare a garantire.
Chi è Umberto Galimberti
Si vedano anche, in questo sito, altri articoli in questa cartella e nella cartella L'opinione di Carla Ravaioli
Solo qualche giorno fa a Londra decine di migliaia di donne e uomini si sono interrogati sulle possibilità di un mondo diverso da quello guerrafondaio, ingiusto e inquinato in cui la globalizzazione liberista ci fa vivere. Fra i valori fondanti di questo nuovo mondo, oltre alla pace e alla giustizia, c'è la sostenibilità ambientale. Ieri a Torino migliaia di agricoltori, pescatori e allevatori di tutti i continenti, che lavorano ancora in modo tradizionale cioè senza diserbanti e pesticidi e senza modificare geneticamente nulla, ci hanno spiegato offrendoci i loro prodotti uno dei significati possibili di questa parola, sostenibilità, di cui forse troppi stanno abusando.
Nel leggere lo spaventoso rapporto sul clima che numerose associazioni hanno elaborato e che segue e conferma quello altrettanto drammatico della Ipcc viene da domandarsi quanto tempo rimane per far crescere questa idea di un mondo diverso. Poco, certamente.
Non è solo il dilagare della guerra a dirci di questa urgenza, c'è anche la tragedia climatica. Del rapporto non colpisce ciò che concretamente può accadere se non si riducano drasticamente i gas climalteranti, ma i tempi stretti in cui bisogna farlo e cioè 80-100 anni. Se entro questo secolo non si ridurranno del 70-80 per cento le emissioni di gas serra è possibile che numerose parti del nostro mondo verranno sommerse dall'innalzamento dei mari, altre si desertificheranno e altre saranno travolte da uragani e tifoni.
Per impedire tutto ciò, sappiamo, serve progettare e battersi per una società che esca dal petrolio e dai combustibili fossili. Farlo non è utile solo al clima, ma anche alla pace visto che la scarsità di petrolio è la principale ragione della guerra.
E' possibile? Sì, lo è. Bisogna in primo luogo consumare meno energia e procurarsi quella che serve dal sole, dal vento, dalle biomasse, cioè dalle fonti rinnovabili. Costano troppo? Forse sì, ma non emettono gas serra e quindi fanno risparmiare i costi ambientali e sanitari che invece si pagano usando le fonti fossili. Non sono sogni di ambientalisti ma scelte realizzabili, serve solo che la politica lo decida.
Chi vuole contendere il governo a Berlusconi, che col riordino energetico firmato dal ministro Marzano ha appena incatenato questo paese al petrolio e al carbone, può far proprio questo appello della comunità scientifica e offrire a questo paese una svolta energetica. O forse si continua a pensare che deve essere il mercato a farsi carico delle scelte energetiche?
Alcune settimane fa questo giornale proposte l'oil tax, con i cui proventi finanziare le fonti rinnovabili e l'uso razionale dell'energia. Sarebbe un primo passo, un segnale che qualcuno intende concretamente tirare il freno a mano della macchina-mondo che corre verso il precipizio.
Sabato 30 ottobre ribadiremo a Roma le ragioni della pace e le possibilità di un mondo diverso. E forse, più che di possibilità, si dovrebbe parlare di un mondo diverso obbligatorio.