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La pubblicazione di un’ampia antologia di scritti di Cesare Brandi sulla tutela del paesaggio e dell’arte [1] sollecita alcune riflessioni circa i modi dell’abitare e il senso del costruire.

Osservando il paesaggio contemporaneo non si può certo dire che lo spirito umanistico sia vincente: è anzi di frequente oggetto di derisione da parte di un certo cinismo postmoderno e da quanti ritengono che non più il mondo organico, di cui pure l’ homo faber fa parte, ma solo le scoperte della scienza e le innovazioni della tecnica con le relative filosofie ed estetiche debbano costituire regola e modello a cui adeguare le forme dell’abitare.

Per costoro gli scritti di Cesare Brandi non possono che risultare antiquati come antiquato a costoro appare l’essere umano. L’umano, con il suo antichissimo corpo, con la sua antichissima fisiologia, con la sua arcaica psicologia costituisce invece negli scritti di Brandi un tramite insostituibile dell’esperienza di mondo, un metro di paragone e una chiave interpretativa dei paesaggi, dei luoghi, dell’architettura, e in generale dell’opera d’arte, foriera di giudizi penetranti che arrivano sempre al cuore delle cose.

Quello di Brandi è uno sguardo colto ma non diviso, che non separa la res cogitans dalla res extensa, i valori del pensiero dalla “naturalità” dell’anima, dal suo essere corpo oltre che mente.

La misura umana con tutti i suoi limiti non rappresenta per lui un «complesso di inferiorità» [2] da eliminare, come invece da più parti oggi si teorizza, in nome del presunto nuovo spirito del tempo postorganico, biotecnologico, virtuale a cui l’organismo dell’uomo e il suo spazio dovrebbero sottomettersi.

La consapevolezza che l’umano è dato di natura irrinunciabile oltre che un fatto di cultura lo porta a ricordare che «conta solo quello che è presente all’occhio nel caso delle arti figurative: il corredo culturale è corredo e corredo resta» [3]. Quanto alla visione spazio-temporale elaborata dalla fisica moderna - scrive Brandi - «non è una visione (ma una ipotesi scientifica) e non ha nulla a che fare con i dati immediati della sensibilità» [4]. Per questo, si potrebbe aggiungere, lo spazio premoderno, con la sua misura umana, può risultare oggi ancora sensato e magari più sensato di quello proprio della metropoli contemporanea che a tutto guarda fuorché alla figura, alle dimensioni e ai limiti fisici del corpo e si dimentica dei vecchi come dei bambini.

Ogni visione meramente concettuale, un io senza occhi [5] abituato a pensare le cose nel vuoto, a giudicarle in sé, isolate da qualunque contesto reale, delocalizzate, come invece non capita mai nell’esperienza concreta, può infatti creare luoghi inospitali: Nella vita reale, non virtuale, le cose come gli esseri umani sono sempre corpi di e in relazione con altri corpi ed è dalla relazione che deriva gran parte del loro senso, il loro ruolo recitante. Solo indugiando nei luoghi, ascoltandoli, come fa Brandi, con tutta la pienezza del sentire, lasciandosi attraversare come da presenze animate è possibile percepire quanto i colori, i materiali e le forme «astratte, mentali e non ambientali di tante strutture del neoplasticismo» [6], e di tanta speculazione edilizia moderna, confliggono con certi ambienti. Confliggono innanzi tutto con la spazialità organica dei tessuti modesti ma sempre a scala umana delle città antiche. Dove lo spazio è una consolazione per l’occhio, la mano, il piede: accessibile nelle sue sequenze ravvicinate senza bisogno di dipendere da mezzi meccanici. Dove l’armonia tra le cose, tra gli interni e gli esterni, tra il tessuto continuo delle case e i monumenti «è così saporosa da far sentire tutta la città come veramente gettata in una sola volta» [7], come fosse un unico integro corpo umano. Per questo laddove il tessuto connettivo venga malamente demolito e i monumenti isolati, la città pare sanguinare e generare dolore nell’animo di chi la abita.

Per usare le parole di Simone Weil, stretto è il nesso tra lo «spirito lacerato […] crocifisso […] e lo spazio di cui lo spirito è possessore […]. Per questo l’unità nello spazio è una così grande consolazione. Uno spazio chiuso è il simbolo del mondo, di cui lo spirito è proprietario» [8].

Ed è proprio perché lo spirito soffre come fosse carne che Brandi di fronte allo scempio subìto dalle cortine settecentesche di Palermo può scrivere: «la città, colpita amaramente nelle sue parti più tenere, sanguina: sanguina lungo il rovinoso Corso, lungo la folta e squarciata via Maqueda; sanguina a via Alloro, a piazza Bologni, nella Cala» [9].

Da qui la lezione: come un essere umano risulta sofferente e menomato se subisce l’amputazione di un braccio o di una gamba e perde identità fino a morire quando le sue membra dilaniate giacciono sparse, così la città antica non appare più un organismo armonioso se alla demolizione di alcune sue parti si sostituiscono protesi estranee. Anzi perde il suo carattere urbano se viene frantumata, dispersa, o ridotta ad un assemblaggio di edifici monumentali, senza alcuna fisica relazione: «una città - Brandi lo ribadisce più volte - non consiste solo nei suoi monumenti più degni ma in tutto il tessuto connettivo» [10].

In casi come Bologna, Siena, Venezia, Catania, Noto, Lecce, Anagni, Casale e tanti altri centri storici è proprio il tessuto urbano minuto, domestico, di connessione e gli spazi aperti pubblici delle strade e delle piazze a fare l’aria della città: ad essere il monumento «degno e particolare» [11] da preservare come tesoro per la civiltà dell’abitare.

Per questo, afferma Brandi, «se c’è un’eresia in fatto di tutela e di rispetto, è proprio quella di sconnettere il tessuto urbano per costituire un monumento in una forzata solitudine e in uno spazio aggirante» [12]. Così come è una eresia sconnettere l’identità, conquistata nel tempo, di un luogo urbano in nome del feticismo scolastico di un rudere che non appartiene più da secoli alla vista e dunque alla memoria collettiva.

Ma la protervia di certa edilizia astratta, non ambientale, di certi «innesti massicci e fuori scala [o di certe] casacce sghembe che si posano in falso» [13] ha il potere di distruggere anche l’ordine «umano e sovrumano» [14] di taluni paesaggi magici a cui l’uomo ha imposto un sigillo tale che «nulla la sua intelligenza potrà aggiungere o il suo intuito rivelare» [15]. Paesaggi dove tutto «è quanto di più lindo e riposante si possa offrire alla beatitudine allo sguardo e al sollievo della mente» [16], dove le serre di aranci hanno «la pienezza ricciuta del vello di un agnellino» [17], o dove i monti hanno «membrature muscolose come un gigante» [18]. O dove ancora la «trama fitta e impalpabile, di aria, di luce, di colore» rende il «verde tenero e lucente […] come avvolto in una fascia di veli azzurri, quasi il mare respirasse e quell’azzurro fosse il suo fiato» [19].

In questi contesti ogni architettura presuntuosa, sgarbata, incurante e incapace di riconoscere dove si offre, come un dono, la bellezza dei luoghi, genera lo stesso effetto sfigurante provocato da «ordigni ortopedici» [20] in un corpo sano, dai «denti finti di acciaio […] in un bel volto» [21] o dai «foruncoli nella giovane pelle degli adolescenti» [22].

Con questo Brandi non sostiene che le visioni più astratte e le concezioni spaziali elaborate dalla scienza e dalla tecnica moderna non possano rappresentare «un elemento della poetica di determinati artisti» [23]; critica semmai con forza la pretesa che una poetica personale possa costituire canone di giudizio universale dell’architettura e che possa essere ubiquitaria. Pone, in altri termini, la questione dell’ etica della personalità.

Per usare le parole di Nicolai Hartmann, la «rivendicazione di una propria particolarità da parte dell’individuo» non può mai andare a discapito delle «esigenze etiche universali», senza le quali non può esistere la comunità umana. Allo stesso modo discriminante per il giudizio sull’opera d’arte è che il suo diritto alla personalità non dimentichi l’imperativo etico a cui l’arte del costruire è chiamata a rispondere: l’essere il compito dell’architettura quello di creare luoghi abitabili, ossia di reinventare ogni volta cosmo in opposizione al caos. Il che significa operare perché la ricerca di armonia, di spazi di relazione e di condivisione tra gli umani e tra gli umani e il mondo prevalga sulle pulsioni di morte, sugli istinti aggressivi e distruttivi.

Solo così l’eleganza, la grazia, la gentilezza, la tenerezza, la misura - tutti attributi che Brandi associa al concetto di civiltà e di bellezza - possono prevalere sulla brutalità, sull’arroganza, sull’osceno, sull’irrazionale e il deserto di senso di cui si rendono colpevoli non solo i «criminali di guerra» ma anche i «criminali di pace»: «i guastatori delle città, gli speculatori edilizi» [24]. La bellezza, per il potere che ha di celebrare e testimoniare nel mondo la sacralità della vita, non deve essere «confinabile nei musei o in certi luoghi particolari» [25] ma deve poter permeare i paesaggi, le città, le strade, le piazze, perché la terra tutta possa essere abitabile come il grembo accogliente di una madre.

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[1] Cesare Brandi, Il patrimonio insidiato. Scritti sulla tutela del paesaggio e dell’arte, a cura di Massimiliano Capati, Editori Riuniti, Roma 2001.

[2] Ivi, p. 125.

[3] Ivi, p. 30.

[4] Ivi, p. 31.

[5] «Né il sindaco aveva occhi, né gli assessori avevano occhi, nessuno aveva occhi per queste turpitudini edilizie». Ivi, p. 362.

[6] Ivi, p. 94.

[7] Ivi, p. 376.

[8] Simone Weil, Quaderni. Vol. I, Adelphi, Milano 1982, p. 206.

[9] Brandi, Il patrimonio, cit. p. 344.

[10] Ivi, p. 213.

[11] Ivi, p. 278.

[12] Ivi, p. 279.

[13] Ivi, p. 361.

[14] Ivi, p. 358.

[15] Ibidem.

[16] Ivi, p. 151.

[17] Ivi, p. 93.

[18] Ivi, p. 352.

[19] Ivi, p. 95.

[20] Ibidem.

[21] Ivi, p. 137.

[22] Ivi, p. 302.

[23] Ivi, p. 31.

[24] Cesare Brandi, Terre d’Italia, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 189.

[25] Ibidem.

Vendere, vendere, fare cassa, trasferire a Tremonti quanto più si può, da una parte il condono edilizio più vasto che si conosca, dall altra la cessione dei beni culturali pubblici. Col filtro di un esame da parte delle Soprintendenze le quali certifichino quali siano vendibili e quali no. Già, ma in quanto tempo? Appena trenta giorni. Dopo di che, se la Soprintendenza competente, povera di mezzi e di tecnici e però sepolta sotto le pratiche da sbrigare (oltre 20mila in Lombardia per appena 22 architetti), non risponde, cosa succede? Il senatore dell’Udc, Ivo Tarolli, aveva risposto alla domanda con un emendamento esplicativo: scatta il silenzio/assenso.

Per il patrimonio storico-artistico? Sissignore, per il patrimonio storico-artistico, per il cuore pubblico del Bel Paese.

Adesso arriva trafelato (ma ugualmente sorridente) il ministro Urbani il quale prende carta e penna per smentire il troppo esplicito sen. Tarolli salvandosi temporaneamente in extremis. Dunque il silenzio/assenso non sarà così automatico e tuttavia l’articolo 27 del collegato alla legge finanziaria ripete di continuo il termine entro trenta giorni, ossessivamente. Ma non c’era, con tempi ben più adeguati, il regolamento n.283 elaborato apposta per la vendita e per la cessione in uso, emesso nel settembre 2000 con decreto firmato da Ciampi? E questo regolamento, costato un anno di lavoro, non era stato condiviso dagli enti locali e regionali, coi tempi giusti, gli elenchi preparati in due anni? È vero, c’era. Anzi, il ministro Urbani l’aveva dichiarato intangibile. E invece con queste disposizioni infilate in tutta fretta nella finanziaria egli lo travolge con tutti i suoi accurati paletti (si vende soltanto questo, si cede in uso soltanto sulla base di un piano di utilizzo, il Comune può esercitare diritto di prelazione, ecc.). Prevale la logica della Patrimonio dello Stato SpA, delle varie SCIP (bel nome per le società che vendono o cartolarizzano il patrimonio immobiliare pubblico), dell’Agenzia del Demanio la quale impone alle Soprintendenze i tempi: nel termine perentorio di trenta giorni (art. 27 del collegato).

Ma è tutta l’Amministrazione dei Beni culturali ad essere trattata così. Sono vacanti otto posti di dirigente centrale nel settore quanto mai delicato dei beni archeologici? Bene, due posti li togliamo subito all’archeologia perché uno serve per la segretaria del capo di gabinetto del ministro Urbani e l’altro al sottosegretario allo Sport Pescante che giustamente farà arrivare un altra segretaria dal Coni. Con tanti saluti agli Etruschi e ai Piceni. Aspettano da secoli, possono ben aspettare un altro po’.

C’è sempre più allarme attorno ai Beni culturali e ambientali. Il Ministero, sotto la gestione ciarliera di Giuliano Urbani, appare fermo, inanimato, coi finanziamenti ordinari che ricominciano a scarseggiare come negli anni peggiori e con provvedimenti sulla salvaguardia del Bel Paese, sempre più sbrigativi, sempre meno ponderati, comunque volti a privatizzare, smantellare, indebolire. Del resto, la sede più idonea, e praticata, per discutere e mettere a fuoco, spesso in chiave critica, leggi e misure fondamentali è stato sempre il Consiglio Nazionale per i Beni culturali che, ad esempio, con Veltroni e Melandri ministri, si riuniva sovente sotto l’esperta vice-presidenza operativa di Giuseppe Chiarante. Ebbene, dal 12 dicembre dello scorso anno, cioè da dieci mesi, questo organismo - consultivo quanto autorevole - non è stato più convocato. In compenso il ministro Urbani, non contento del fatto che vi fosse, assai recente, un Testo Unico delle leggi sul patrimonio, ha voluto porre mano ad un Codice dei beni culturali con sempre nuove semplificazioni (a favore dei privati, mai dell’Amministrazione), nuove scorciatoie e accelerazioni. Alle quali peraltro si provvede con decreti legislativi o coi collegati alla Finanziaria davvero micidiali per dirompenza.

In un recente convegno promosso dall’Associazione Banchi Bandinelli, lo stesso Giuseppe Chiarante e la segretaria dell’Assotecnici, Irene Berlingò, hanno sottolineato gli aspetti negativi del decreto legislativo ora alla cosiddetta Bicameralina (presieduta dal senatore Cirami, noto per altre gesta). Anzitutto si depotenziano ancor di più le Soprintendenze territoriali ad indirizzo specialistico (Beni artistici e storici, Beni architettonici e paesaggistici, Beni archeologici) sulle quali, dalle leggi giolittiane a ieri (passando per le due leggi Bottai che ne furono la sostanziale riverniciatura), si è retta la tutela, magari con mezzi finanziari da carestia e però con grande autorevolezza. Oggi sminuita dal ruolo dei soprintendenti regionali e, più in generale, dei titolari degli uffici dirigenziali generali che, con la controriforma Urbani, diventano addirittura 40. Unica consolazione: in una prima ipotesi risultavano 50. E pensare che col Ministero di tecnici progettato da Giovanni Spadolini erano appena 6 e anche col Ministero più largo di Walter Veltroni 30. Saranno i soprintendenti regionali a costituire, nelle diciotto Regioni a statuto ordinario (in quelle a statuto speciale, soprattutto in Sicilia, succede di tutto e di più), una sorta di potentato, probabilmente influenzato dal Governatore locale. Saranno loro a gestire la suddivisione della spesa (che si è rifatta magra dopo anni generosi, fra 1995 e 2001), le gare d’appalto, il personale di nuovo carente. E i vincoli chi li apporrà? Ci dovrà pensare una sorta di conferenza regionale dei soprintendenti. Che è un altro bel modo di rallentare e forse di insabbiare tutto. Una volta era un potere primario del soprintendente territoriale specializzato. In più il ministro Urbani ha anticipato di voler fare del Consiglio Nazionale una sorta di corte d’appello dove i privati possano ricorrere contro quei vincoli pubblici già divenuti così faticosi. Così gli strumenti della tutela vengono manomessi e devitalizzati.

Dal ridisegno del Ministero è sparita la figura del segretario generale e nessuno se ne dorrà più che tanto, come di altre sparizioni. Ma sono scomparsi pure archivi e biblioteche rimessi nel calderone generico delle belle arti. Per le biblioteche si torna a prima del 1926 allorché fu creata la direzione generale delle biblioteche e delle accademie. Del resto, qual è il sistema di valori che sta prevalendo? La cultura non è più un valore in sé. Ha valore se rende, se frutta, se incassa. Oppure se attrae sponsor, se può essere usata per costruirci sopra il mitico Evento. Quale redditività economica possono avere archivi e biblioteche? Quale Evento può essere costruito su di loro? Quindi, Urbani e i suoi spazzato via l’ingombro di dover discutere di queste cose in Consiglio Nazionale provvedono a cancellare dal ruolo delle pur moltiplicate direzioni generali la fonte stessa della nostra storia, del nostro sapere, la memoria costituiva del Bel Paese (archivi e biblioteche).

Domani, chissà, si potrebbe darli in gestione a privati, esternalizzarli, quasi fossero centralini telefonici. Le fototeche, in fondo, potrebbero essere un piatto ghiotto, da gestori americani, o giapponesi.

Del resto, l’attuale ministro per i Beni culturali lo sottolineano da tempo le associazioni, da Italia Nostra al Wwf - ha taciuto sulle leggi-obiettivo del collega Lunardi che pure aggrediscono il paesaggio, sulla legge Gasparri per antenna selvaggia, sulla Marzano sblocca-centrali. Sul più devastante dei condoni (esteso per la prima volta a porzioni di aree demaniali occupate da privati) Urbani ha emesso qualche generico lamento. Dopo aver cestinato il Regolamento Melandri sulle alienazioni di beni culturali pubblici, si appresta ad assentire, col Codice da lui voluto, alla cancellazione della legge Galasso sui piani paesistici. Del resto, che fine ha fatto l’Osservatorio sul paesaggio? Dove sono spariti altri progetti scaturiti dalla Conferenza Nazionale per il Paesaggio? Nel dimenticatoio. Giuliano Urbani scrive ogni giorno, in uno col collega Matteoli dell’Ambiente e sotto la regìa di Tremonti, nuovi capitoli del Libro Nero dei Beni culturali e ambientali. Così, dal Bel Paese passiamo sempre più al Mal Paese.

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Venerdì, al ministero dei Beni Culturali, andrà in scena un capitolo decisivo per la tutela del patrimonio storico-artistico-ambientale del nostro Paese: verrà deciso, infatti, quali beni, in base al nuovo Codice, saranno considerati intangibili e quali potranno invece essere trasferiti ai privati. Alla vigilia, il cartello di associazioni impegnate nella difesa del nostro patrimonio - Bianchi Bandinelli, Comitato per la Bellezza, FAI, Italia Nostra e WWF, insieme all'Assotecnici - sottoscrivono l’appello che alcuni accademici dei Lincei (Antonino Di Vita, Sergio Donadoni, Tullio Gregory, Natalino Irti, Alessandro Pizzorusso, Adriano Prosperi, Giovanni Pugliese Carratelli, Salvatore Settis) hanno inviato nei giorni scorsi alle più alte autorità dello Stato. Eccone il testo:

«Nell’imminenza dell’emanazione di un nuovo Codice per i Beni Culturali, riteniamo che la nuova normativa debba ispirarsi ad alcuni principi irrinunciabili:

1-Il rigoroso rispetto dell’art. 9 della Costituzione, secondo il quale lo sviluppo della cultura, la ricerca, la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico formano un tutto inscindibile, un’organica unità che vede i cittadini come protagonisti.

2-La concezione attiva e dinamica della tutela, essenzialmente destinata alla fruizione culturale dei beni da parte dei cittadini, secondo la lettura dell’articolo 9 della Costituzione offerta dalla Corte Costituzionale (sentenza nr. 269 del 1995).

3-La “primarietà del valore estetico culturale”, che, sempre secondo la Corte Costituzionale (sentenza nr. 151 del 1986) “non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici”, ma dev’essere “capace di influire profondamente sull’ordine economico-sociale”.

4-La concezione del patrimonio culturale italiano non come una somma disaggregata di beni, ma come un insieme, un continuum , nel quale ogni singolo bene (monumento, area archeologica, museo) s’incardina strutturalmente nel territorio, e così identifica la stessa comunità dei cittadini.

5-La necessità di preservare rigorosamente l’intrasferibilità, in qualsiasi forma ed a qualsiasi soggetto, dei beni di interesse storico-artistico-archeologico, che sono nel demanio e nel patrimonio pubblico, distinguendoli, mediante urgenti misure di censimento, dagli altri beni di proprietà pubblica che non rivestano quell’interesse. E la congiunta necessità di adottare norme legislative idonee a raggiungere tale scopo, anche modificando o restringendo norme vigenti.

6-Il dovere dello Stato di assicurare la tutela del patrimonio culturale mediante lo sviluppo della conoscenza e della ricerca, nonché garantendo la funzionalità e l’aggiornamento della pubblica amministrazione nel relativo settore.

7-La necessità di concepire i beni culturali e paesaggistici come un patrimonio su cui è opportuno investire, e non come un patrimonio da investire.

8-La necessità di considerare la salvaguardia del patrimonio culturale come impegno unitario, sottraendosi a insidiose e arbitrarie distinzioni, come, ad esempio, quella fra tutela e gestione, dato che tipi e forme di gestione possono essere determinati o delimitati soltanto da esigenze di tutela

9-La necessità di un’azione mirata e concorde di Stato, Regioni ed altri enti locali, che salvaguardi i beni di rispettiva pertinenza, avendo come obiettivo essenziale la miglior tutela del patrimonio piuttosto che la sua segmentazione, distribuzione o devoluzione.

10-La necessità di assicurare efficienza ed economicità della tutela e della fruizione, ricorrendo ad imprese private soltanto per i servizi aggiuntivi, che non compromettano in alcun modo i compiti primarî e insostituibili della pubblica amministrazione».

Antonino Di Vita, Sergio Donadoni, Tullio Gregory, Natalino Irti, Alessandro Pizzorusso, Adriano Prosperi, Giovanni Pugliese Carratelli, Salvatore Settis

Due articoli recenti sull’argomento:

Chiarante, Beni culturali

Settis, La spada di Damocle sui beni culturali

È concreto e attuale il pericolo, assai più di quel che finora sia stato avvertito e denunciato, di un grave abbassamento - anche dal punto di vista delle garanzie contenute nelle disposizioni legislative - del livello di tutela del patrimonio storico e culturale del nostro paese. È un pericolo che discende non da intenzioni o propositi soltanto ventilati: ma dalle radicali modifiche previste dalla Commissione che ha predisposto lo schema del nuovo codice dei beni culturali, schema che il governo sarebbe ora intenzionato a varare, nella forma di un decreto delegato, già entro la fine del corrente mese di luglio. La modifica fondamentale proposta riguarda proprio la nozione del patrimonio culturale che deve essere sottoposto a tutela. Sia nella ben nota legge del 1939 (la 1089, che si basava su una tradizione che in molti casi risaliva ai vecchi Stati preunitari), sia nel Testo Unico del 29 ottobre 1999 che ha recepito quella legislazione, il patrimonio da tutelare veniva infatti identificato - era questa la norma di base - con l’insieme delle «cose immobili o mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico» (oppure demoetnoantropologico nella formulazione più aggiornata del Testo Unico); seguiva poi l’indicazione di altre categorie «speciali» di beni di interesse culturale. Lo schema del nuovo codice riprende la definizione di partenza della 1089 e del Testo Unico: ma introduce una drastica limitazione precisando che deve trattarsi di cose che presentino un interesse artistico, storico, archeologico o demoetnoantropologico «di particolare importanza». Il vincolo dell’interesse «particolarmente importante», che nella legislazione finora vigente è richiesto solo per determinate categorie di beni (le cose immobili o mobili di proprietà dei privati da sottoporre a vincolo; i monumenti che in sé non hanno uno specifico valore artistico, ma sono legati a eventi storici o culturali di grande rilievo; i libri, le stampe, gli spartiti musicali, le fotografie considerate di rarità e pregio) diventerebbe così un requisito necessario per individuare, in ogni caso, un bene culturale.

Non c’è bisogno di particolare competenza in campo legislativo per capire che in questo modo verrebbe stravolto (e radicalmente ridimensionato) l’attuale sistema di tutela. Fino a oggi per patrimonio culturale da tutelare si è sempre inteso, nella legislazione e nella concreta esperienza applicativa, quel complesso tessuto storico, artistico, ambientale che è ramificato e stratificato nel territorio e che costituisce, nella sua varietà e articolazione, la straordinaria ricchezza di cui l’Italia dispone. Se invece la condizione dell’interesse «particolarmente importante » diventasse, come la Commissione ha proposto, la chiave di volta del nuovo codice, tutto questo si stima cadrebbe; e i beni da tutelare diventerebbero, in sostanza, solo quelli dichiarati di valore storico e artistico particolarmente importante, lasciando senza tutela quelli considerati minori e soprattutto separando le opere importanti dal loro contesto. Sarebbe, in sostanza, una modifica che andrebbe esattamente in senso contrario rispetto alla richiesta - sostenuta da decenni dal mondo scientifico e ambientalista - di dare una maggiore efficacia alla tutela attraverso una più ampia considerazione dei rapporti ambientali sia urbanistici che paesistici e tutelando non solo la singola opera ma la realtà in cui è inserita. Non occorre sottolineare il carattere devastante di questa rottura del sistema della tutela. L’esperienza che ha consentito al nostro paese, nonostante guasti e trascuratezze, di conservare una parte rilevante del patrimonio trasmessoci dalla storia passata, sarebbe irrimediabilemnte compromessa. Ed è facile immaginare quali sarebbero le conseguenze in tutti i campi, compreso quello delle alienazioni.

È evidente, infatti, che se passasse una riforma così configurata, per vendere o dare in concessione a privati beni di interesse culturale non ci sarebbe neppure bisogno di ricorrere a leggi speciali come quelle sul Patrimonio Spa o a strumenti come le famose Scip ossia le società di cartolarizzazione degli immobili pubblici. Molto più semplicemente tutti i beni che fossero considerati di interesse non particolarmente importante sarebbero disponibili per essere posti in vendita dalle Amministrazioni che ne hanno la proprietà, nelle forme che esse vorranno. Tutto questo va contro - pare a me evidente - un interesse fondamentale del nostro paese, non a caso sancito in uno dei princìpi preliminari della Costituzione. Ci auguriamo, perciò, che lanciare l’allarme serva a produrre una reazione che sia pari all’importanza della posta in gioco. Una posta che riguarda le radici stesse della nostra identità nazionale e che rappresenta una fonte ineguagliabile di ricchezza culturale e materiale. Auspichiamo perciò che dal mondo della scienza e della ricerca, dalle Associazioni impegnate nella difesa della cultura e dell’ambiente, da tutti coloro che giustamente sono orgogliosi del nostro patrimonio storico e artistico e consapevoli della sua importanza, venga una protesta che costringa maggioranza e governo a rinunciare a un progetto così rovinoso e ripristinare - se non altro - una tradizione di tutela che nel corso dei decenni si era venuta consolidando e pareva, ormai, del tutto fuori discussione.

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Si veda anche:

Giuseppe Chiarante, “Patrimonio s.p.a.”

Erbani, Francesco “Beni culturali un grande affare privato”

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