loader
menu
© 2022 Eddyburg

Esistono economie civili e solidali che sappiano dialogare fecondamente con i luoghi? L’ultimo numero di Scienze del territorio, curato da Giuseppe Dematteis e Alberto Magnaghi, raccoglie un quadro assai articolato di “riflessioni, azioni, esperienze, progetti di ciò che già adesso sono le economie territoriali del bene comune”. Si può leggere qui. (m.b.)

Scienze del territorio, rivista di studi territorialisti
Le economie del territorio bene comune
n. 6/2018
Firenze University Press

PerUnaltracittà, 8 dic 2018. Un'altra minaccia alla fattoria "senza padroni", un esempio di bene comune sottratto alla logica di mercato e destinato a progetti agricoli, lavoro collettivo, manutenzione, assemblee, una scuola e un teatro contadino. Qui i fatti, l'appello delle associazioni e alcuni riferimenti (i.b.)

comune-info, 16 settembre 2018. Cinque governi hanno ignorato la volontà popolare di pubblicizzare l'acqua. Una delle stelle dei 5S è proprio l'acqua, ma passi concreti non ci sono. Occorre riprendere con forza la lotta per la difesa di questo bene comune. Con riferimenti (i.b.)

Questi sette anni dalla vittoria referendaria (2011) sono stati molto duri e deprimenti per chi si è impegnato per la gestione pubblica dell’acqua. Ben cinque governi si sono succeduti in questi sette anni (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) senza tener conto del risultato referendario. Eppure il popolo italiano aveva deciso a larga maggioranza che l’acqua doveva uscire dal mercato e che non si poteva fare profitto sull’acqua. Una chiara riprova questa che la politica non obbedisce al volere popolare, ma è prigioniera dei poteri economico-finanziari. Inutili anche tutti i tentativi fatti per far discutere in Parlamento la Legge di iniziativa popolare sull’acqua che aveva ottenuto quasi un milione di firme. Questa Legge stravolta è rimasta intrappolata nella Commissione Ambiente presieduta da Realacci (PD) e mai discussa poi in Parlamento. Ma anche i Cinque Stelle, la cui prima Stella fu la gestione pubblica dell’acqua, non sono riusciti a regalarcela in città pentastellate come Roma, Torino e Livorno. L’unica grande città italiana che ha obbedito al Referendum è ancora Napoli.
Nonostante tutto questo il movimento italiano dell’acqua ha continuato a resistere in maniera carsica sui territori. Siamo grati ai comitati locali e ai coordinamenti per la gestione pubblica dell’acqua perché nonostante tutto sono stati capaci di continuare a resistere. Ma ora mi sembra di percepire un’inversione di tendenza. L’ho percepita quando sono stato invitato a Brescia a lanciare il Referendum Provinciale per bloccare la vendita ai privati dell’acqua che, a Brescia, è al 100% pubblica. Il comitato dell’acqua, guidato da uomini impegnati come Marco Apostoli, si è opposto a questo ed ha forzato la Provincia, con l’appoggio di 54 consigli comunali, a indire un Referendum che si terrà il 18 novembre.

L’idea è stata subito ripresa dal comitato acqua di Benevento che ha lanciato un Referendum Comunale per bloccare la vendita di quote acqua ai privati. Altri comitati stanno pensando di seguire questa strada. Un’altra spinta all’impegno ci è venuta dall’incontro a Napoli del 12 giugno (settimo anniversario del Referendum!) organizzato dall’Università Federico II, su spinta del prof. A. Lucarelli. Vi ha partecipato anche il Presidente della Camera, Roberto Fico, che nel suo intervento ha promesso di modificare la normativa e i modelli di regolazione del servizio idrico integrato per ristabilire il ruolo centrale dei comuni e l’uscita dal mercato dell’acqua. Il 30 luglio poi ha convocato alla Camera le realtà di base afferenti al Forum dei movimenti italiani per la gestione pubblica dell’acqua e ha poi promesso che avrebbe introdotto in Parlamento, a settembre, una legge che rispetti il Referendum del 2011. I partecipanti hanno ricordato a Fico che il movimento dell’acqua ha sempre sostenuto che si scrive acqua , ma si legge democrazia.

Per questo non possiamo accettare le politiche razziste del governo giallo-verde, perché il concetto stesso di acqua come bene comune sottintende una società basata sui valori della solidarietà e dell’accoglienza e quindi contro il razzismo e la xenofobia. Ma per essere credibile nelle sua volontà di ripubblicizzazione dell’acqua, il movimento 5 stelle dovrà sottrarre immediatamente i poteri di controllo sull’acqua ad Arera, autorità che ha come fine la gestione dell’acqua nel mercato, per restituirli al Ministero dell’Ambiente. Inoltre dovrà intervenire subito con una modifica delle norme introdotte dai governi a trazione PD nel Testo Unico Ambiente per restituire il governo del sistema idrico alle amministrazioni locali. Questi provvedimenti possono e devono essere fatti subito dal governo, con decreti legge, senza aspettare la conclusione dell’iter di approvazione della legge sull’acqua.

Su questi punti non possiamo che valutare come deludente finora l’azione del Ministro dell’Ambiente Costa che addirittura in una recente intervista televisiva si è chiamato fuori dalla vicenda affermando che “non è importante la gestione pubblica o privata, ma la qualità del servizio”. Per questo il Forum dei Movimenti per la gestione pubblica dell’acqua deve premere con più forza per ottenere un nostro diritto fondamentale: la gestione pubblica dell’acqua. Ma il Movimento nazionale ha bisogno anche di vittorie locali trasformando le gestioni SPA di Torino, Reggio Emilia, Trento, città dove l’acqua è al 100% pubblica, in gestioni Azienda Speciale, con cui non si può fare profitto, ma solo utili da investire sul bene acqua.

Mi appello soprattutto alle comunità cristiane, alle parrocchie perché rafforzino ancora di più questo impegno sull’acqua. Papa Francesco ha dedicato il suo messaggio per la Giornata del Creato 2018 all’acqua :” Ogni privatizzazione del bene naturale dell’acqua- sostiene Papa Francesco- che vada a scapito del diritto umano di potervi accedere, è inaccettabile.” Si tratta davvero di vita o di morte per miliardi di impoveriti che già oggi hanno difficile accesso all’acqua (‘ diritto umano essenziale, fondamentale e universale’ secondo Papa Francesco) e l’avranno sempre meno per i cambiamenti climatici in atto. Diamoci da fare tutti, credenti e laici, per una gestione pubblica dell’acqua, partendo da questo nostro paese. L’Italia diventi un esempio per tutti.

Tratto dalla pagina qui raggiungibile

Riferimenti

Sulla prevaricazione del voto popolare espresso con il Referendum per l'acqua pubblica si vedano anche i seguenti articoli: "Acqua pubblica, un referendum da applicare", un intervista al portavoce del Forum italiano dei movimenti per l’acqua; "Acqua pubblica, il referendum è stato del tutto inutile" di Sergio Marotta; l'appello al Presidente Mattarella "Acqua pubblica. Lo scandalo costituzionale".



il Salto, 27 aprile 2018. Sabato un corteo aperto da un trattore ha attraversato Firenze e l' Oltrarno per difendere Mondeggi dalla vendita, attraverso una gestione civica basata su progetti agricoli, lavoro collettivo, manutenzione, assemblee, una scuola e un teatro contadino. con riferimenti (i.b.)

«Siamo ribelli perché la terra è ribelle se c’è chi la vende e la compra come se la terra non fosse terra e come se non esistessimo noi che siamo del colore della terra»
subcomandante Marcos

Lungo la via Chiantigiana, a Bagno a Ripoli, comune nell’area della città metropolitana di Firenze, c’è la storia del riscatto di un bene comune dall’incuria e dall’abbandono istituzionale. Un racconto di Tierra Y Libertad. Qui, nel 2012, studenti e studentesse, contadini e lavoratrici, disoccupati decidono di abbracciare le rivendicazioni della campagna “Terra Bene Comune” lanciata da Genuino Clandestino, comunità in lotta per l’autodeterminazione e la sovranità alimentare. Una battaglia contro l’art. 66 del decreto Salva Italia (2011) emanato dal governo Monti, in cui si prevedeva la vendita dei terreni agricoli per sanare il debito pubblico italiano.

Fra assemblee pubbliche, incontri su accesso alla terra e cibo genuino prodotto sul territorio, il comitato pone la propria attenzione sul caso della tenuta di Mondeggi. Si tratta di un’antica villa fattoria situata sulle colline fiorentine e rilevata dalla provincia di Firenze – oggi città metropolitana – fin dagli anni 60. Per oltre quarant’anni, i poderi sono gestiti in modo poco virtuoso dall’azienda di proprietà pubblica “Mondeggi&Lappeggi srl”. Nel 2009, la società dichiara il fallimento. Beni e terreni finiscono all’asta per ripagare un debito pubblico di oltre un milione e mezzo di euro. Da quel momento, su questi terreni incolti ha inizio un percorso di riqualificazione che nel giro di poco tempo porta a Mondeggi centinaia di persone provenienti dal territorio circostante e da altre zone dell’Italia. Gli appuntamenti si moltiplicano e cresce la partecipazione popolare alle diverse attività proposte dal comitato. Così, nel 2014, il collettivo redige la bozza di un progetto condiviso: la “Carta dei principi e degli Intenti”, presentata a istituzioni invece chiuse a qualunque tipo di confronto con il comitato.

A giugno dello stesso anno, durante una tre giorni di convivialità e dibattiti politici, un presidio contadino formato da una ventina di persone si stabilisce nelle case coloniche di Cuculia e Ranieri. Ha così inizio un nuovo cammino: quello di “Mondeggi Bene Comune- Fattoria Senza Padroni”. «Il mondo contadino non appartiene al passato», ha raccontato Andrea di Genuino Clandestino ai microfoni di radio Città Futura: «Difendere il libero accesso alla terra è necessario, e Mondeggi Bene Comune è simbolo della lotta e della riappropriazione delle terre».

Oggi, grazie al progetto MO.TA (Mondeggi Terreni Autogestiti) almeno 300 persone custodiscono parte delle olivete; mentre i terreni sono tornati a produrre frutta, ortaggi, uva e cereali, zafferano secondo le tecniche dell’agricoltura contadina. Ai lavori agricoli si uniscono anche le autoproduzioni: miele, pane, prodotti erboristici, birra sono alcuni dei prodotti reperibili presso lo Spaccio Autogestito della Fattoria, nei vari circuiti contadini ed estranei alla Grande distribuzione organizzata. «Perdere Mondeggi significherebbe far cessare un processo di trasformazione sociale ormai avviato in questo contesto», commenta Alessio, uno dei ragazzi seduto vicino all’entrata della sala riunioni, dove si sta tenendo una delle tante lezioni libere e gratuite dei corsi tenuti dalla Scuola Contadina. «Questa esperienza è un’opportunità per l’intero territorio su cui ci troviamo: 200 ettari di lotta attraversati da chi vuole offrire un futuro diverso a questa zona. Non è possibile rispondere con la vendita a ogni fallimento di gestione pubblica della terra. Su questi poderi potrebbero trovare lavoro oltre cento persone».

Il movimento contadino non è morto, dicevamo. Non si vedeva un’occupazione delle terre da oltre cinquant’anni, in Italia. Le ultime risalgono agli anni del Secondo Dopoguerra quando, specie al Sud Italia (ma anche sul delta Padano e in alcune zone della Sardegna e della Toscana) i contadini e le contadine, stremati da fame e miseria, si riprendevano ciò che i grandi proprietari terrieri continuavano a tenere per sé: la terra. La rivolta di Melissa e le braccia incrociate sull’altipiano silano; lo sciopero di Avola e Portella della Ginestra in Sicilia ci raccontano della lotta contadina italiana e di chi è caduto sotto i colpi esplosi da uno Stato che negava terra, libertà e cibo. Adesso i tempi sono cambiati ma, ora come allora, la disoccupazione morde. Beni comuni e ambiente, vengono calpestati come il diritto di chi vorrebbe dedicarsi alla vita agricola, finendo alla mercè dei possessori di grossi capitali da investire nella speculazione sui territori.

«Sappiamo di percorrere una strada lunga e difficile, ma abbiamo bisogno di vincere questa sfida», dice ancora il giovane attivista. Nel corso di questi anni, la costante partecipazione alla vita della fattoria e la concreta sperimentazione di un laboratorio di autogestione e di democrazia diretta dal basso, hanno portato allo sviluppo di una “comunità diffusa”. «Mondeggi è l’unico soggetto informale in grado di custodire la tenuta», aggiunge Roberto mentre ricorda che agli uffici della città metropolitana di Firenze è stata presentata, e protocollata, una “Dichiarazione per la gestione di un bene civico”. Un atto redatto sulla falsariga di altre esperienze che presso le diverse amministrazioni – Casa Bettola a Reggio Emilia, Ex Asilo Filangieri a Napoli – hanno trovato un riconoscimento legale. Un’apertura istituzionale invece assente nella città di Firenze, che lo scorso novembre ha raccolto cinque manifestazioni di interesse all’acquisto di Mondeggi. Al “sondaggio”, lanciato dall’ente in attesa del prossimo bando per l’asta, hanno risposto gli attuali custodi, un privato cittadino e tre imprese. Due di queste, la Bl Consulting e la My Group, si occupano di lussuose ristrutturazioni. L’altra, la Chianti Ruffino, è un’impresa vitivinicola collegata alla multinazionale Constellant Brands, un colosso mondiale proprietario di oltre cento marchi di alcolici (fra cui la birra Corona).

Intanto, appellandosi alla presunta illegalità di chi riprende in mano i beni comuni, lo scorso 10 aprile si è aperto il processo contro 17 degli occupanti. Le accuse sono furto di energia elettrica e invasione di edifici e terreni. Parte civile si è costituita la città metropolitana, intenzionata a chiedere un risarcimento per danneggiamento. Bisognerebbe comprendere, però, cosa intenda la giunta fiorentina per “danni”, se centinaia di persone hanno rimesso in sesto un luogo altrimenti inutilizzato.
«Scenderemo in piazza per rivendicare che Mondeggi è un Bene Comune e va difeso dalla proposta di vendita dell’amministrazione pubblica», si legge in un comunicato diffuso dalla rete di Genuino Clandestino, che proprio presso la Fattoria senza Padroni terrà il suo incontro questo fine settimana. «Siamo convinti che per i movimenti contadini ed ecologisti sia fondamentale creare legami transnazionali per costruire insieme una prospettiva globale di lotta», chiude la nota.

Sabato 28 aprile, un corteo vivace e colorato sarà aperto da alcuni trattori e attraverserà le vie di Firenze «contro la svendita dei beni comuni, per l’autodeterminazione dei territori attraverso esperienze di vita agroecologiche. Per costruire un futuro fertile, sosteniamo le Resistenze contadine e cittadine difendendole dalle privatizzazioni, dall’avvelenamento e dalle devastazioni», si legge sul volantino diffuso per invitare alla manifestazione. L’appuntamento è in piazza San Marco alle 17.30.

Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile.


Riferimenti


Sull'esperienza di Mondeggi come autogoverno e gestione civica esemplare di un bene comune per sottrarlo alla vendita sono presenti altri articoli su eddyburg. In particolare, vi segnaliamo un articolo di Daniela Poli Da proprietà pubblica a bene comune: Mondeggi la fattoria senza padroni, che spiega non solo le origini e sviluppo di questo percorso, ma anche le radici filosofiche e civiche di pratiche come queste. Qui invece il link al sito del presidio, Mondeggi bene comune.

Privatizzare ogni spazio pubblico, sostituire lo spettacolo alla libera fruizione degli spazi aperti, rendere merce ogni patrimonio comune. E intanto spendere soldi pubblici per le guerre e gli armamenti: questa è la legge dei dominatori

in calce le firme e il link per le adesioni

Chiediamo che, a tempi brevissimi, gli assessori capitolini alloSport e all’Ambiente chiariscano ai cittadini come stanno realmente le cose inrelazione alla notizia – pubblicata da tutta la stampa romana – di un accordocon il CONI e con la Federazione Sport Equestri (FISE) col quale si affiderebbeai due enti di gestire Piazza di Siena e il Galoppatoio di Villa Borghese perle gare ippiche che vorranno, con contratti rinnovabili e per ben otto anninelle intenzioni della FISE, utilizzando la Casina dell’Orologio per“ricevimenti”, trasformando anche il Galoppatoio in un impianto sportivopermanente, e rendendo stabili le tribune e gli altri impianti: in pratica, unasostanziale, continuata “privatizzazione” di Piazza di Siena e del Galoppatoio,escludendo dal suo pieno godimento i cittadini romani ai quali lo Stato invecela destinò acquistandola nel 1901.

Chiediamo che, al contrario, entro l’estate, si concretizzi l’impegnoa trasferire, dal prossimo 2019, il Concorso Ippico in altra sede. Da qualcheanno – e con una impressionante progressione – il Concorso Ippico di Piazza diSiena si è trasformato in un pretesto per occupare per circa due mesi (frapreparazione, concorso e ripristino della zona) tutta l’area circostante, finoalla cancellata del Giardino del Lago: una marea di bancarelle e di rumoroseinstallazioni che rendono inaccessibile una vasta area di Villa Borghese e nefanno un indecoroso suk. A questo s’aggiungono i continui danni, irreparabili,alla vegetazione dei giardini storici, e il via vai di mezzi pesanti il cuiingresso è vietato dalle leggi di tutela.

Nel contempo suggeriamo come nuova sede del Concorso stesso loStadio dei Marmi, dove si svolge già con successo il prestigioso Concorsoippico internazionale del Longines Global Champions Tour. Una locationperfetta perché non necessita di lavori di allestimento, si inserisce nelquadro di un Foro Italico destinato alla pratica di tutti gli sport e disponedi ampi parcheggi. Lo stesso vale per l’ippodromo di Tor di Quinto, prestigiosasede del centro ippico dei Lancieri di Montebello, ai piedi della collinaFleming.

Chiediamo che, essendo già la "città storica di Roma"qualificata Sito Unesco Patrimonio dell'Umanità e la stessa Villa Borgheseinserita nella apposita Carta Unesco, essa venga tutelata con ben altraattenzione ed energia stornando definitivamente la minaccia di una"privatizzazione" come quella contenuta nella convenzione fra Comune,Coni e Fise per Piazza di Siena e per il Galoppatoio, ed eliminando per semprelo sconcio, intollerabile parcheggio di pullman turistici dall'ingresso delValadier da piazzale Flaminio verso l'interno. Oltre tutto, la Carta mondialedi Firenze del 1981 prevede che nei luoghi storici dalla stessa protetti glieventi possano essere soltanto eccezionali e non invece continui. Non siamo fraquanti vorrebbero conservare questi beni come in una teca, ma riteniamo chenelle Ville Storiche siano possibili soltanto attività e strutture discrete,compatibili con l'assetto antico e con la funzione pubblica delle Villemedesime, come, ad esempio, la Casa del Cinema e la Ludoteca della Casina diRaffaello.

Da ultimo ci chiediamo: ma cosa stanno facendo o si propongono difare, davanti a tanti stravolgimenti di un bene storico, artistico epaesaggistico di valore planetario quale Villa Borghese, la SovrintendenzaCapitolina e la Soprintendenza statale? Rimanere a guardare?
.
Vittorio Emiliani Comitatoper la Bellezza Carlo TroiloOsservatorio Roma
aderiscono
Desideria Pasolini dall'Onda, fondatrice di Italia Nostra
Licia Vlad Borrelli, archeologa, specialista del restauro
Fulco Pratesi, presidente onorario WWF
Dacia Maraini, scrittrice
Valerio Magrelli, poeta, scrittore, docente universitario
Alberto Asor Rosa, saggista, Università La Sapienza
Adriano La Regina, presidente Istituto Naz. Archeologia eArte, accademico dei Lincei
Vezio De Lucia, urbanista e saggista
Alix Van Buren, presidente Amici di Villa Borghese
Luigi Manconi, sociologo e scrittore
Antonello Falomi, presidente Associazione ex parlamentari
Paolo Berdini, urbanista e saggista
Massimo Teodori, storiografo
Gianni Mattioli, fisico, fondatore di Legambiente
Nicola Spinosa, storico dell'arte, già soprintendente PoloMuseale di Napoli
Andrea Emiliani, storico dell'arte, accademico dei Lincei
Bruno Toscano, storico dell'arte, professore emerito RomaTre
Jadra Bentini, presidente Italia Nostra Bologna, giàsoprintendente
Guido Pollice presidente Verdi Ambienti Società (VAS) conl'intero esecutivo
Giuseppe Cederna, attore e scrittore
Silvia Danesi Squarzina, storica dell'arte
Luigi Piccioni, storico dei Parchi Nazionali, Università diReggio Calabria
Maria Pia Guermandi, coordinatrice Emergenza Cultura,archeologa
Comitato per la Difesa di Villa Borghese
Associazione Amici di Villa Strohl Fern
Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio
Pietro Giovanni Guzzo, Ist. Naz. Archeologia e Arte,accademico dei Lincei
Ruggero Martines, già soprintendente Roma e Puglia
Fausto Zevi, archeologo, docente alla Sapienza
Alberto Benzoni, presidente Roma Nuovo Secolo
Chiara Frugoni, storica dell'arte, medievista
Andrea Manzella, costituzionalista
Francesco Pardi, paesaggista, Università di Firenze
Giorgio Nebbia, pioniere dell'ambientalismo, professoreemerito Bari
Paolo Maddalena, vice-pres, emerito Corte Costituzionale
Alberto Abruzzese, sociologo e saggista
Umberto Croppi, Associazione "Una città"
Mario Morcellini, consigliere Comunicazione della Sapienza,Roma
Giorgio Boscagli, biologo, Gruppo dei 30, già direttore diParchi Nazionali
Francesco Mezzatesta, fondatore della LIPU
Carlo Pavolini, già docente archeologia classica
Lorenzo Lavia, attore e regista
Gabriele Simongini, critico, docente all'Accademia di BelleArti di Roma
Celestino Spada, Economia della Cultura
Vincenzo Scolamiero, docente Accademia di Belle Arti Roma,pittore
Cristiana Mancinelli Scotti, Forum Salviamo il PaesaggioRoma e Lazio
Massimo Livadiotti, Respiro Verde
Gaia Pallottino, Coordinamento Residenti Città Storica
Annalisa Cipriani, Italia Nostra Roma
Mirella Belvisi, Italia Nostra Roma
Maria Teresa Filieri, storica dell'arte, già direttore MuseiNaz. di Lucca
Nicola Scalzini, Italia Nostra
Nathalie Naim, consigliere I Municipio
Giorgio Treves, regista cinema e tv
Renata Rampazzi, pittrice
Mina Welby
Luciano Manuzzi, regista cinema e tv
Andrea Camilli, archeologo, Assotecnici
Stefano Sylos Labini, ricercatore
Paola Paesano direttore Biblioteca Naz. Vallicelliana
Pio Baldi, architetto, già soprintendente Lazio
Bernardino Osio, ambasciatore
Franco Monteleone, storico radio e tv, Roma Tre
Sergio Guidi, presidente Ass. Nazionale Patriarchi dellaNatura
con l'intero esecutivo
Vittorio Roidi, giornalista
Maria Grazia Cianci, Dipartimento di Architettura, Roma Tre
Giancarlo Santalmassi, giornalista
Giorgio Panizzi, Circoli Fratelli Rosselli
Gianandrea Piccioli, consulente editoriale
Guido Melis, storico dell'Amministrazione, Sapienza, Roma
Ugo Leone, professore emerito Scienze Ambientali, Napoli
Carlo Clericetti, giornalista
Maurizio Fiasco, sociologo
Pino Coscetta, giornalista scrittore
Giuseppe Lo Mastro, avvocato
Emilio Drudi, giornalista scrittore
Renato Parascandolo, già responsabile Rai Educational
Montse Manzella
Andrea Costa, Ass. Roma Nuovo Secolo
Stefano Sepe, docente Storia dell'Amministrazione
Annarita Bartolomei
Ferdinando Zucconi Fonseca, già presidente di Cassazione
Raffaella Prandi, giornalista
Vittorio Sartogo, Ass. Insieme Roma
Daniele Protti, giornalista
Giuseppe Sfligiotti, dirigente industriale
Dina Nascetti, per il comitato Vivere Trastevere
Paola De Vecchi, per il Comitato Trionfalmente
Pino Galeota, coordinatore Corviale Domani
Giuseppe Morabito, Giustizia e Libertà
Federico Sandrone, urbanista
Domenico Finiguerra, Stop a consumo di suolo
Riccardo Picciafuoco, Salviamo il Paesaggio Marche
Michele Boato, Ecoistituto Veneto
Oreste Magni, Ecoistituto Valle del Ticino
Gabriella Lalìa, pres. Ass. Oltrelasiepe Arcevia
Fiorenza Rossetto,Salviamo Bracciano
Antonio Tomei, Salviamo il Paesaggio Latina
Luigi Scarsi, Stop al consumo di suolo

Edoardo Salzano, urbanista, presidente di APS eddyburg

Per aderire indirizzare a Vittorio Emiliani

Città Nuova, 24 Marzo 2018. Intervista al portavoce del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, che si riunisce a Roma dopo un viaggio di mobilitazione per difendere il diritto all'acqua e l'esito del referendum, ignorato dalle forze politiche, che per la maggior parte hanno continuato a privatizzare. (i.b).

È cosa nota. In Italia, di fatto, non è stato applicato finora l’esito del referendum sull’acqua del 2011 che chiedeva di riconsegnare la gestione del ciclo idrico alla mano pubblica. Di questa battaglia si è fatto paladino, a suo tempo, il M5S mentre nel Pd, soprattutto tra i giovani, il dibattito dopo la sconfitta elettorale del 4 marzo ha toccato anche la contraddizione del mancato rispetto della volontà popolare.

Cerchiamo di capire lo stato delle cose con questa intervista a Paolo Carsetti, segretario e portavoce del Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Cioè la realtà eterogenea che non ha mai cessato di portare avanti le istanze per l’applicazione del referendum popolare e che, sabato 24 marzo, si radunerà a Roma al termine di un viaggio di mobilitazione in giro per l’Italia per promuovere “Il diritto all’acqua, per il diritto al futuro”. Secondo Carsetti, «l’acqua e i beni comuni possono essere un nuovo orizzonte di senso in grado di connettere terreni e conflitti diversi, di parlare potenzialmente a tutti ben al di là dei recinti angusti della politica di palazzo e ricostruire alle radici una diversa cultura collettiva».

Per chi non ha seguito da vicino in questi anni ci puoi dire che effetto ha prodotto il referendum vinto sull’acqua pubblica?

Abbiamo assistito ad una reazione decisa, quasi feroce, delle lobby economico-finanziarie. L’attacco all’esito referendario non si è fatto attendere e il mantra delle privatizzazioni è tornato ad essere il faro delle élite politiche che governano il nostro Paese. Dal pronunciamento popolare del referendum l’emersione della crisi economico-finanziaria a livello globale ha costretto prima a sterilizzare l’esito referendario per poi riprendere il cammino delle privatizzazioni. Oggi si utilizza una strategia ben più subdola di quella sconfitta dal referendum, ovvero non si obbliga più alla privatizzazione ma si favoriscono i processi che puntano a raggiungere il medesimo obiettivo attraverso la promozione di operazioni di fusione e aggregazione tra aziende.

In che modo agisce questa tattica?

La strategia si incentra sulla creazione di alcune grandi aziende multiservizio quotate in Borsa, che gestiscono i fondamentali servizi pubblici a rete (acqua, rifiuti, luce e gas) e hanno un ruolo monopolistico in dimensioni territoriali significativamente ampie. Allo stato attuale s’intende far avanzare un processo di progressivo allargamento verso i territori limitrofi delle “4 grandi sorelle”: Iren proiettata in Piemonte, Liguria e la parte occidentale dell’Emilia-Romagna; A2A che tende a diventare l’unico soggetto gestore in Lombardia; Hera che occupa la parte dell’Emilia-Romagna che va da Bologna a Rimini e guarda a tutto il Triveneto e alle Marche; Acea che si espande dal Lazio all’Umbria, alla Toscana e parte della Campania. In questo quadro, s’inizia a delineare anche ciò che si muove nel Mezzogiorno, dall’accaparramento delle fonti alla creazione di un potenziale “gestore del Sud Italia” così come indicato nell’ultima legge di stabilità.

Questo ostracismo del sistema giustifica la mancanza di fiducia nelle forze politiche?

Certamente il mancato rispetto della volontà popolare e il sostanziale aggiramento dell’esito referendario ha contribuito ad approfondire la distanza tra la società civile e le forze politiche. A mio avviso ciò non può e non deve costituire un alibi per non proseguire un percorso di mobilitazione, sensibilizzazione e formazione volto all’azione.

Ad ogni modo cosa ha prodotto l’impegno dei movimenti per l’acqua pubblica?

A quasi 7 anni dal referendum possiamo dire di aver contenuto la spinta privatizzatrice, di aver contribuito non poco alla rottura socio-culturale sul tema della liberalizzazione dei servizi pubblici. Abbiamo costruito con testardaggine un fronte europeo, prima inesistente, senza il quale oggi saremmo sicuramente più deboli. Siamo riusciti ad analizzare approfonditamente i meccanismi del calcolo della tariffa e del reinserimento della remunerazione del capitale da parte dell’Aeegsi (Autorità per l’Energia Elettrica il Gas e il Sistema Idrico), oggi Arera (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) e abbiamo avuto la capacità di strutturare un calcolo per l’autoriduzione delle bollette lanciando la campagna di “Obbedienza civile”.

Un cammino irto di ostacoli, dunque, ma con quali risultati?

Abbiamo pervicacemente lavorato alla promozione della nostra legge per la gestione pubblica del servizio idrico, anche contribuendo alla nascita dell’integruppo parlamentare per “L’acqua bene comune”, e l’abbiamo difesa con forza dall’ennesimo attacco del Pd e della maggioranza che alla Camera hanno stravolto la legge approvandone un testo che, a partire dalla soppressione dell’articolo 6 che disciplinava i processi di ripubblicizzazione, ne ha ribaltato il senso. Abbiamo costruito una campagna nazionale, anche attraverso la raccolta di 230.000 firme consegnate alla Presidente della Camera, contro l’approvazione dei “decreti Madia” sulle società partecipate e sui servizi pubblici tramite i quali il Governo si poneva l’obiettivo di rilanciare i processi di privatizzazione di tutti i servizi a rete, dall’acqua all’energia, dai rifiuti al trasporto pubblico locale, espropriando gli Enti Locali e le comunità territoriali di ogni facoltà nel determinare l’articolazione territoriale dei servizi e le politiche tariffarie. Anche grazie alla nostra mobilitazione il Governo è stato costretto a ritirare il decreto sui servizi pubblici locali. Una vittoria della mobilitazione e dell’applicazione della Costituzione!

Cosa avete da dire sull’esperienza dell’azienda ABC (acqua bene comune) promossa dal comune di Napoli?

Se facciamo riferimento alle grandi metropoli, ABC Napoli è un’esperienza unica in Italia. D’altra parte va ricordato che esistono molti altri comuni, di piccole dimensioni, che hanno ripubblicizzato il servizio idrico. L’amministrazione napoletana avviò la trasformazione della società per azioni (Arin S.p.A.) in azienda speciale subito all’indomani del referendum proprio a volerne recepire immediatamente l’esito. Il percorso è proseguito in maniera decisa e oggi ABC Napoli costituisce la prova che la ripubblicizzazione dell’acqua è possibile e s’inserisce a pieno nella tendenza internazionale che vede centinaia di municipalità in giro per il mondo riprendersi la gestione diretta del servizio idrico dopo anni di mala-gestione privata. Si tratta di un percorso molto complesso che abbisogna ancora di un passaggio fondamentale, la definizione compiuta della gestione partecipativa. La partecipazione alla gestione della comunità locale, intesa come comunità di lavoratori e utenti, è l’unico antidoto rispetto al rischio di replicare errori del passato, ossia una gestione pubblica poco attenta ai reali bisogni del territorio. La proprietà pubblica del bene è una condizione necessaria ma non sufficiente. Per questo il nostro auspicio è che a Napoli e in ABC si arrivi quanto prima a definire strumenti di partecipazione concreti e reali.

Quale è la vostra aspettativa verso un eventuale esecutivo a guida M5S?

Per il momento la stella dell’acqua pubblica non ha brillato particolarmente nelle amministrazioni pentastellate, a meno che non si portino a conclusione alcuni percorsi, che guardano alla gestione pubblica dell’acqua, faticosamente avviati a Roma e Torino. L’auspicio è che si tratti realmente di una stella e non di una meteora che svanisce alla prova del governo delle istituzioni.

Gli enti locali hanno tuttavia molto limiti nel loro operare…
I diritti vengono sempre più logorati anche mettendo sotto attacco gli Enti Locali e la democrazia di prossimità, senza la quale ogni legame sociale diviene contratto privatistico e la solitudine competitiva l’unico orizzonte individuale. Si restringono, così, i parametri del patto di stabilità interno facendo diventare gli Enti Locali i luoghi sui quali far precipitare la crisi. Si costruiscono meccanismi predatori attraverso l’imposizione di piani di rientro dal debito. Si realizza, così, la cosiddetta “trappola” del debito. Un debito per gran parte illegittimo creato dalla progressiva finanziarizzazione dell’economia e della società. Ciò che era socialmente inaccettabile, ovvero privatizzazioni dei servizi, vendita del patrimonio pubblico, restringimento degli spazi di democrazia, diviene politicamente inevitabile anche perchè interiorizzato da gran parte delle forze politiche che governano sia a livello nazionale che locale.

Quindi cosa resta da fare?

Di fatto non sussiste un impedimento concreto alla possibilità degli Enti Locali di riprendersi la gestione diretta del servizio idrico e quindi ripubblicizzare. Purtroppo, l’unico impedimento è l’assenza di volontà politica di una gran parte degli amministratori locali perché, di fatto, subalterni alla logica delle privatizzazioni e intimoriti da una serie di norme che rendono maggiormente complicata la strada della gestione pubblica, ma non impossibile. Le politiche monetariste e di austerità sono diventate lo strumento mediante il quale scaricare gli effetti sui cittadini. I vincoli di bilancio diventano prioritari rispetto alla garanzia dei diritti fondamentali. Di fatto siamo alla cinica attuazione dell’aforisma di Friedman secondo cui «lo shock serve a far diventare politicamente inevitabile ciò che è socialmente inaccettabile». Purtroppo la crisi sistemica nel nostro Paese si innesta dentro un profondo degrado delle istituzioni e della democrazia e dentro un’altrettanto profonda frammentazione delle relazioni sociali. L’aspettativa è che chi si candida a governare il nostro Paese abbia ben chiari quali siano i reali ostacoli per poterli affrontare e rimuovere.

Ripreso dal sito di Città Nuova, qui raggiungibile.

il manifesto, 28 febbraio 2018. Il disastro del sistema ferroviario dovrebbe ricordare il gigantesco errore dell'aver privatizzato i servizi pubblici essenziali. Ci vorrà molta pazienza e tempo per risalire la china; l'importante è cominciare, il 4 marzo

La qualità dei servizi pubblici locali racconta molto della civiltà di un Paese. Il benessere non si misura solo in termini di prodotto interno lordo o di ricchezza privata; e in Italia come altrove, dal sistema dei servizi pubblici locali – acqua, energia, rifiuti, trasporti… – dipende non meno che dal lavoro e dal reddito la qualità della vita quotidiana di 60 milioni di cittadini.

Per questo, il ruolo strategico del settore va sottolineato e rivendicato. E la politica, sembra paradossale ricordarlo in questi giorni di campagna elettorale così rissosi e poveri di contenuti sostanziali, dovrebbe riconoscere e indicare tra le sue priorità l’obiettivo di offrire ai cittadini, da nord a sud, servizi pubblici locali di qualità e accessibili a tutti.

Non è retorica. Perché sono i fatti a raccontarci che in Italia a una ragguardevole ricchezza privata, distribuita peraltro in modo sempre più disuguale, corrisponde troppo spesso “miseria pubblica” e sottovalutazione dell’importanza dei beni comuni. E a dirci, anche, che tra le diseguaglianze che minano alla radice l’idea stessa di cittadinanza vi sono profonde differenze di “standard” e di accessibilità dei servizi pubblici.

Allora un primo punto da affermare con forza – al centro del programma di Liberi e Uguali e assente dalle proposte degli altri schieramenti – è che i servizi locali devono essere e rimanere pubblici perché solo così possono essere davvero “universali”, e che per essere socialmente efficaci devono essere, anche, economicamente efficienti. Insomma, ciò che i referendum del 2011 hanno sancito per l’acqua “bene comune” deve valere a 360 gradi.

Le imprese che forniscono i servizi pubblici locali sono un elemento costitutivo e imprescindibile del nostro sistema di welfare e sono una parte rilevante dell’economia italiana: danno lavoro, generano innovazione e investimenti, condizionano l’efficienza di quasi tutti gli altri comparti produttivi. E’ necessario salvaguardare una forte e qualificata presenza pubblica nei loro assetti proprietari, contrastando approcci demagogici che continuamente ripropongono l’idea, del tutto infondata, che solo “privato è bello”.

Così, semplicemente, non è, basta vedere gli innumerevoli esempi anche italiani di servizi pubblici locali, dall’acqua ai rifiuti, privatizzati e malfunzionanti.

Questo non significa che la politica abbia sempre fatto bene ai servizi pubblici locali: al contrario, tante volte li ha usati e li usa in modo del tutto improprio, come strumenti di clientelismo e di raccolta di consenso. Invece all’Italia serve un’industria dei servizi pubblici forte, organizzata, ben regolata, orientata alla qualità ambientale, capace di produrre investimenti e innovazione e di affrontare le sfide della transizione energetica, dell’economia circolare, dei cambiamenti climatici, della rigenerazione urbana e delle smart city.

Insomma, i servizi pubblici devono essere tra i temi centrali di una credibile agenda di governo, a cominciare dalla necessità di un forte rilancio degli investimenti per la realizzazione di impianti per il trattamento e il recupero dei rifiuti, per l’ammodernamento delle infrastrutture idriche, per il potenziamento del trasporto pubblico urbano e pendolare, per l’efficienza energetica. Da questo dipende in una misura non piccola la possibilità che l’Italia torni davvero a crescere: non solo e non tanto nel Pil, ma nel benessere, nella qualità sociale, nella fiducia verso il futuro.

comune-info.net, 22 novembre 2017. «Esiste un altro modo di intendere il “possesso” in forma collettiva, condivisa, solidale, partecipata». (p.d.)

Udite, udite! Aggiornate i manuali di diritto, le forme della proprietà si arricchiscono di una nuova fattispecie, non sono più due, ma tre: privata, pubblica e collettiva. Una vera rivoluzione nella cultura giuridica e anche politica. «In attuazione degli articoli 2, 9, 42 e 43 della Costituzione, la Repubblica riconosce i domini collettivi, comunque denominati, come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie». Così recita l’articolo 1 della nuova legge Norme in materia di domini collettivi, approvata definitivamente il 26 ottobre alla Camera dei deputati (A.C. n. 4522) e ancora in attesa di essere pubblicata in Gazzetta Ufficiale. La proposta che dieci anni fa la Commissione Rodotà fece di considerare “comuni” alcune categorie di “beni” da inserire nel Codice Civile, trova oggi una parziale, ma significativa attuazione di fatto.
Certo, gli Assetti fondiari collettivi sono una fattispecie giuridica ben determinata e delimitata dal lavoro svolto in novant’anni dai Commissari speciali creati in epoca fascista allo scopo di liquidarli, ma ora, per una buffa eterogenesi dei fini, la nuova legge ne sancisce l’esistenza come titolari di beni collettivi indisponibili, inalienabili, indivisibili, inusucupibili, persino inespropriabili e di perpetua destinazione d’uso agro-silvo-pastorale, soggetti a vincolo paesaggistico nazionale (secondo il disposto del Codice dei beni paesaggistici e culturali). Costituiscono i “domini collettivi” quei boschi, pascoli, terreni seminativi, malghe, corsi d’acqua e relative pertinenze e diritti d’uso che siano amministrati da istituzioni comunitarie consuetudinarie, spesso plurisecolari, sicuramente pre-capitaliste, pre Codici napoleonici, pre-unitarie. Nelle regioni italiane prendono nomi diversi: Consorterie (Val d’Aosta), Società di Antichi Originari (Lombardia), Regole (Veneto), Comunelle, Viciníe, Interessenze (Friuli), Comunanze (Umbria), Comunioni familiari montane (Toscana), Università agrarie (Emilia e Lazio), Partecipanze ed altro ancora. In Svizzera si chiamano Patriziati; Baldios in Portogallo; Montes Viciñais in Spagna.
Secondo il censimento Istat del 2010, gli ettari di “terre di collettivo godimento” appartenenti alle proprietà collettive sono più di un milione e mezzo, quasi il 10 per cento della Superficie Agraria Utile in Italia. Il 3 per cento dell’intero territorio nazionale. La loro gestione è affidata agli enti esponenziali storici della collettività-comunità locale che assumono personalità giuridica di diritto privato con autonomia statutaria. Il patrimonio è fondativo dei sistemi territoriali eco-paesaggistici e deve essere utilizzato a favore della collettività degli aventi “diritto reale”, cioè delle persone residenti discendenti dalle famiglie originarie del luogo e – secondo le norme dei vari statuti – dei proprietari di immobili residenti. Una sorta di ius soli civico, con obbligo di custodia del bene. La legge prevede che le Regioni debbano controllare gli statuti degli enti per garantire la partecipazione alla gestione comune dei rappresentanti liberamente scelti dalle famiglie originarie stabilmente stanziate sul territorio. È accaduto, infatti, che alcune “regole chiuse” del Cadore discriminassero le discendenze femminili.
La nuova legge supera un regime provvisorio che si prolungava dal 1927, quando lo stato tentò di sciogliere gli usi civici e di sfaldare i loro patrimoni. La lunga resistenza è ora risultata vincente per merito della testardaggine di alcune popolazioni direttamente interessate (specie dei territori montani) e dell’opera della Consulta nazionale della proprietà collettiva. Decisivo anche il contributo di insigni giuristi, tra cui Pietro Nervi del Centro studi sui demani civici e le proprietà collettive dell’Università di Trento (www.usicivici.unitn.it) e Paolo Grossi, ora presidente della Corte Costituzionale, che quarant’anni fa scrisse un fondamentale tomo: Un altro modo di possedere (ora ristampato e ampliato da Giuffré). Ma la nuova legge di iniziativa parlamentare, proposta dal senatore del Partito democratico Giorgio Pagliari, docente di diritto amministrativo di Parma, è stata possibile anche grazie alla riscoperta dei commons avvenuta tramite i lavori della premio Nobel Elinor Ostrom e la nascita di un vasto movimento sociale che rivendica la gestione comunitaria e partecipata dei beni indispensabili al benessere “di tutti e di ciascuno”.
Come afferma Grossi, la proprietà privata non è solo quella individuale, venerata e mitizzata dalla civiltà borghese, tassello fondamentale dell’antropologia individualista e fondamento del sistema di mercato liberale, ma esiste un altro modo di intendere il “possesso” in forma collettiva, condivisa, solidale, partecipata. Più in radice ancora, nel caso dei “domini collettivi” viene superata la sovranità antropocentrica sul bene naturale (il diritto divino di disporne a piacimento dei beni del creato), ma, al contrario, si delinea un primato del bene sui soggetti che lo usano. Il possesso, quindi, non solo è collettivo, ma è anche finalizzato e vincolato alla custodia e alla preservazione del bene. Il diritto di proprietà si allarga anche al “popolo dei non proprietari”, ma ne viene limitato. Le terre d’uso comune smettono così di essere “cose”, oggetti di scambio, strumenti per fini ad esse estranee, e diventano realtà viventi portatrici di un sistema di valori intrinseco. Metavalori ambientali, storici, culturali, identitari, ecologici oltre che economici in senso pieno. I territori sono considerati nel loro potenziale di sostentamento e produzione permanente, nel rispetto delle capacità di carico antropico e nel rispetto dei tempi di rigenerazione delle risorse rinnovabili. Vi è qui l’idea che non vi possa essere discrepanza di interesse tra le «formazioni sociali» ove si realizza la personalità di ogni essere umano (ecco il rimando all’art.2 della Costituzione) e la buona qualità dell’ambiente naturale (rimando all’art. 9 reinterpretato dalla Corte costituzionale) in cui le popolazioni sono insediate. Da qui la necessità di vincolare la proprietà dei beni territoriali ad una «funzione sociale e di renderla accessibile a tutti» (articoli 42 e 43 che riconosce le «comunità di lavoratori e di utenti» quali soggetti abilitati a realizzare un «preminente interesse generale»).
Nella nota dei Servizi studi legislativi della Camera si legge che: «Le difficoltà di inquadramento sistematico dei domini collettivi, appartenenti originariamente ad una comunità, derivano anche dall’irriducibilità dell’istituto all’attuale concezione privatistica, di derivazione romanistica, basata sulla proprietà privata. Si consideri, a tal proposito, anche il contenuto dell’art. 42, primo comma, Cost. secondo il quale “La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati”». Con questa nuova legge si viene quindi a prefigurare un terzo tipo di proprietà ricco di possibili sviluppi nella prospettiva dell’autogoverno delle comunità che rompe un antico recinto giuridico dottrinale; una vera eresia rispetto al dogma proprietario del paradigma classico pubblico/privato, dicotomico nella teoria, concorrente nei fatti. Ambedue, infatti, nei comportamenti pratici dello stato liberale sono funzionali al buon funzionamento del mercato, all’appropriazione privata delle risorse, all’accumulazione dei profitti.
Non nascondiamoci comunque i pericoli nascosti tra le pieghe della legge. Si tratta pur sempre di proprietà collettive inserite in un regime di diritto privato e bisogna dare molta fiducia agli “aventi diritto”, alle popolazioni locali insediate, affinché facciano buon uso di questo antico/nuovo potere e non si facciano catturare dalle logiche della “valorizzazione” dei loro meravigliosi beni. Ad esempio, la legge prevede che le Regioni possano autorizzare cambi di destinazione d’uso dei terreni. Le esperienze in atto in tante parti d’Italia sono di straordinario interesse e positività. Vi sono Regole che hanno fermato impianti sciistici distruttivi e cave; Comunalie che hanno realizzato filiere integrate del legno e dei cereali; Partecipanze che hanno fermano la captazione di acque minerali; Viciníe che ripopolano paesi abbandonati (leggi anche Un antico mulino rivive con la Regola). Molti altri buoni esempi che possono diventare modelli economici e sociali. Si è quindi aperto un varco ed è interessante notare che le delibere (l’ultima è la n.446 del 2016) attraverso cui il Comune di Napoli hanno avviato la «ricognizione degli spazi di rilevanza civica ascrivibili nel novero dei beni pubblici (…) percepiti dalla comunità come “beni comuni” e suscettibili di fruizione collettiva», si ispirano proprio all’idea degli usi civici collettivi.

il Fatto quotidiano, 17 novembre 2017. Una iniziativa esemplare di utilizzazione comune di un bene comune, abbandonato dalle istituzioni e restituito alla produzione di beni per la vita quotidiana

“Quando vivi in un piccolo paese – spiega Matteo, uno degli occupanti di Mondeggi Bene Comune – e vedi per anni migliaia di ulivi abbandonati, puoi fare una sola cosa: prendertene cura”. Bagno a Ripoli e Capannuccia sono Comuni dell’area fiorentina. Mondeggi è una tenuta agricola di proprietà della Provincia di Firenze: 200 ettari tra bosco, oliveto, vigneto, seminativi, casolari e una villa di età medicea. Nel 1538 la tenuta fu acquistata dai Conti della Gherardesca. Nel 1964 la proprietà passa alla Provincia che gestisce il fondo tramite l’Azienda Agraria Mondeggi Lappeggi Srl. Nel 2009 l’azienda finisce in liquidazione per un debito di circa 1,5 milioni, i terreni vengono abbandonati.

Nel 2012 la Provincia mette all’asta la tenuta per ripianare il debito. Ma gli abitanti si oppongono. Partono campagne di sensibilizzazione, centinaia di cartoline arrivano al governatore della Toscana, Enrico Rossi, con la richiesta di non alienare i terreni. Nel 2013 nasce il comitato “Mondeggi Bene Comune”. L’asta va deserta, tranne che per alcuni lotti. Gli ulivi sono soffocati da piante infestanti, il terreno incolto. È questo a spezzare il cuore agli abitanti. “L’iniziativa di occupare la terra non è partita dai giovani o dagli studenti – racconta ancora Matteo – ma dagli anziani. Loro hanno spinto i giovani a organizzarsi e a prendersi cura di Mondeggi”.

Nel giugno del 2014, si occupa il primo casolare, i volontari e gli abitanti dei paesi limitrofi iniziano a ripulire le aree. “Le istituzioni – dice Stefano, pensionato – ci vedono come ladri di olive, ma gli ulivi stavano morendo, soffocati dai rovi e dall’edera, ma noi però ne abbiamo salvati circa 7 mila e tanti pensionati come me hanno ritrovato il senso del vivere in comune”.

Partono i primi progetti: oliveto, vigna, orti, birrificazione. Ciascuno si prende cura di una particella, di circa una trentina di ulivi, il fabbisogno annuo di olio per una famiglia. Nelle aree a seminativo si coltivano grani antichi, trasformandoli in pane. Da poche decine i volontari diventano trecento. Nasce una Scuola contadina, formata da agricoltori, giovani agronomi, docenti e ricercatori universitari. I corsi sono aperti a tutti: apicoltura, orticoltura, viticoltura.

Ci si interroga sul modello giuridico da adottare, ispirandosi all’uso civico e collettivo sperimentato all’Ex Asilo Filangieri di Napoli. Anche Mondeggi si dota di una dichiarazione di uso civico, citando la nozione di “utilità sociale” (articoli 41, 42 e 43 della Costituzione), il principio di sussidiarietà (articolo 118) e la nozione di “bene comune” elaborata nel 2007 dalla Commissione Rodotà. Nascono collaborazioni con associazioni e con progetti internazionali.

La Città metropolitana, che ha sostituito la Provincia, dichiara guerra: non riconosce la comunità come interlocutore, diffida le associazioni locali dallo svolgere le proprie attività nell’area auto-gestita da Mondeggi Bene Comune, “invita” a eliminare dai propri programmi qualsiasi riferimento alla realtà sociale.

Eppure, negli anni, dalla parte di Mondeggi sono scesi in campo giuristi come Paolo Maddalena. “Se l’ente proprietario – spiega l’ex vicepresidente della Corte costituzionale – pubblico o privato che sia, abbandona i beni, essi tornano nella disponibilità del popolo che è l’originario proprietario collettivo a titolo di sovranità. Questo implica il pari uso del bene da parte del popolo e la conservazione del bene stesso, la vendita è esclusa”. L’asta continua, così come la resistenza degli abitanti di Mondeggi

riferimenti

Vedi su eddyburg l'articolo di Daniela Poli, Da proprietà pubblica a bene comune, scritto per eddyburg, 8 marzo 2014.
Altreconomia,16 ottobre 2017.«La prima ministra scozzese ha proposto di costituire una società pubblica capace di fornire elettricità agli utenti domestici. Un annuncio che smonta la retorica del “mercato” (c.m.c.)

La prima ministra scozzese Nicola Sturgeon ha proposto di costituire una società pubblica che si occuperà di fornire elettricità agli utenti domestici in particolare quelli a basso reddito. “L’energia, ovviamente rinnovabile, sarà comprata all’ingrosso o generata qui in Scozia e sarà venduta gli utenti finali a un prezzo più vicino possibile al costo di acquisto. Non ci saranno azionisti da accontentare. Nessun bonus da pagare agli amministratori. Daremo ai cittadini, in particolare quelli a basso reddito, la possibilità di scegliere un fornitore il cui unico obiettivo è quello di fornire elettricità al più basso prezzo possibile”.

L’annuncio è stato fatto all’annuale conferenza dello Scottish National Party, il partito di Sturgeon, che ha la maggioranza assoluta nel parlamento scozzese. Per essere realmente efficace dovrà essere seguito da provvedimenti concreti che ancora devono essere definiti. Ma si tratta di un annuncio rivoluzionario, che sembra sconfessare la retorica che per quasi trent’anni ha dominato il dibattito pubblico sulle forniture di elettricità.

La privatizzazione dei grandi monopoli pubblici (come ENEL) e la liberalizzazione dei mercati energetici è stata promossa da una direttiva europea del 1996, definita in seguito ad anni di dibattito. La direttiva fu recepita in Italia durante la stagione di governo del centrosinistra attraverso il Decreto Bersani per il mercato elettrico (1999) e il Decreto Letta per il mercato del gas (2000). I settori dell’elettricità e del gas venivano considerati settori di mercato dove la concorrenza avrebbe portato a una riduzione dei prezzi e a un miglioramento del servizio per tutti gli utenti. In particolare la liberalizzazione e la concorrenza veniva promosso nel settore della produzione e in quello della vendita. La liberalizzazione raggiunse poi anche gli utenti domestici a partire dal 2007.

Nel settore della produzione di elettricità la concorrenza è stata nel tempo compressa dalla crescente importanza della generazione da fonti rinnovabili. Se un impianto riceve sussidi, automaticamente non compete sul mercato. Questo progressivo sgretolamento del ruolo del mercato si riflette pesantemente nell’articolazione dei costi a carico dei clienti finali.

Se ad esempio prendiamo una bolletta tipo per un utente domestico italiano, circa il 60% dell’importo annuo è stabilito dall’Autorità. Sono infatti uguali per tutti gli utenti i costi della commercializzazione, quelli del trasporto, gli oneri di sistema e le tasse (accise e IVA). La competizione sul prezzo riguarda quindi solo il 40% dell’importo della bolletta, di conseguenza i margini per gli operatori sono minimi. Ciononostante, assistiamo in questi anni a una competizione feroce, spesso basata su offerte che promettono molto e mantengono poco. Per non parlare del fenomeno dei contratti non richiesti, vere e proprie truffe ai danni di inconsapevoli cittadini.

Tra le oltre ottanta offerte normalmente disponibili per un cliente del sistema elettrico, le poche che consentono realmente di risparmiare sono nei fatti attivabili solo da utenti molto esperti. L’utente medio rischia di perdersi nella giungla. Un economista direbbe che i costi di transazione sono superiori ai possibili benefici. Se per le grandi aziende consumatrici di energia la competizione ha portato qualche importante beneficio, per le famiglie italiane il risultato finale di dieci anni di liberalizzazione è riassumibile in nessun reale risparmio e in un aumento esponenziale dei rischi.

A fronte di questo quadro impietoso sorprende che non vi sia stato finora un adeguato dibattito pubblico sul tema, come invece è successo per il servizio idrico, dove una lunga battaglia portò al vittorioso referendum del 2011.È ancora troppo presto per sapere se l’annuncio di Sturgeon sarà l’inizio di una rivoluzione epocale o semplicemente una boutade a fini di consenso interno.

Ma potrebbe essere una buona occasione per analizzare criticamente i risultati concreti della liberalizzazione dei mercati energetici per i piccoli utenti, anche nel nostro Paese. Ad esempio varrebbe la pena ridiscutere della prevista abolizione del servizio di maggior tutela (prevista per luglio 2019) che finora è stato il principale strumento di garanzia per le famiglie italiane nel mercato elettrico.

il manifesto, 12 ottobre 2017 Torino. Via libera del consiglio comunale alla delibera che toglie ai privati le gestione del servizio idrico. Contrari Pd, Forza Italia e Lega (c.m.c.)

Con solo sei anni di ritardo sull’esito referendario, il Consiglio comunale di Torino delibera che il gestore del servizio idrico, Smat Spa, non può essere una società per azioni con finalità lucrative. Il voto favorevole è stato espresso da M5s, Torino in Comune (Sinistra Italiana) e Direzione Italia. Contrari Partito Democratico, Forza Italia e Lega Nord.

Se questo percorso giungerà a buon esito, Smat verrà trasformata in un’azienda di diritto pubblico: l’acqua di Torino e provincia non produrrà più profitto e non sarà più contendibile sul mercato.

Al momento Smat è un soggetto di diritto privato, il cui azionariato è composto solo da istituzioni pubbliche. «Un meccanismo che funziona, dato che le quote azionarie sono in mano ad enti pubblici, e genera utili che poi vengono investiti» sostiene chi si è opposto alla delibera. «Che però non esclude scalate da parti di privati» risponde chi in questi anni si è battuto perché l’esito referendario fosse applicato alla lettera. Si tratta quindi di un passo dovuto: Torino è, dopo Napoli, la seconda città in Italia che avvia un percorso per togliere dal mercato l’acqua.

Una scelta maturata in un clima di crescente ostilità da parte di chi sei anni fa era al governo e oggi, dall’opposizione, ha deciso di fare guerra a 27 milioni di cittadini che hanno votato nella convinzione di affermare che l’acqua non è una merce.

Mariangela Rosolen, storica rappresentante della sinistra torinese e italiana, da tempo anima del Comitato Acqua Pubblica Torino, commenta: «E’ solo il primo passo, ma è importante. Questo voto si muove ancora su un piano culturale, dove era fondamentale mantenere la barra diritta nonostante le difficoltà crescenti. Con stupore, e rammarico, devo dire che non è la cosiddetta sinistra di governo a ottenere questo risultato».

Le difficoltà a cui si riferisce Mariangela Rosolen, hanno scandito il burrascoso primo anno a cinque stelle torinese. Nel luglio del 2016, come primo atto, giunse inaspettato il «no» dell’intero gruppo pentastellato alla mozione di Eleonora Artesio, Sinistra italiana, che proponeva quanto ieri è stato approvato. Nei mesi successivi, schiacciata dal debito della città, la sindaca Appendino faceva un passo ancora più duro, pescando soldi tra gli utili di Smat per far quadrare il bilancio. Ovvero quanto il referendum del 2011 voleva vietare: l’estrazione di valore da parte di chiunque. A maggior ragione se questo valore, come nel caso di Torino, deve poi coprire buchi di bilancio scaturenti da tagli agli enti locali e interessi sul debito.

Fu un gesto eclatante quello del M5s, perché contrario a quanto scritto nel programma elettorale. Poi un lento percorso di riavvicinamento, che ha portato la consigliera Daniela Albano a presentare la proposta di delibera. Astrofisica, sindacalista di base, commenta: «Finalmente la Città di Torino si appresta a riempire di contenuti l’articolo 80 del proprio statuto che afferma che la Città si impegna per garantire che la gestione del servizio idrico integrato sia operata senza scopo di lucro».

La tenacia sfinente del Comitato per l’acqua pubblica, nonché un sempre più palese malumore dei vari comitati in città che non tollerano le capriole sul programma, hanno portato ad un ripensamento. Manovra utile, anche, per fare pace con la base, nel momento in cui il sempre gagliardo «Sistema Torino» rialza la testa e indica alla sindaca la porta d’uscita dalle confortevoli stanze del potere.

Lo Statuto di Smat prevede che il 75% dell’azionariato si dichiari favorevole alla trasformazione. Il Comune, anche grazie ad un holding direttamente controllata, detiene il 64% delle azioni. La restante parte è in mano ad altri 290 comuni della cintura riconducibili al Partito Democratico, e quindi scarsamente interessati a portare a buon fine l’operazione. Diverse cittadine, e anche molti piccoli paesi, hanno già espresso la volontà di trasformare Smat.

Ora il consiglio d’amministrazione della Smat riceverà mandato dal Comune di Torino di avviare uno studio di fattibilità, per comprendere in quali termini l’operazione sarà possibile.

«La sua estrazione incontrollata per l'edilizia sta devastando la biodiversità. Uno studio, appena pubblicato, sulla rivista Science». il manifesto, 8 settembre 2017 (c.m.c)

Su alcune delle più belle spiagge del nostro paese negli ultimi anni sono comparsi buffi cartelli che recitano «Vietato rubare la sabbia». Non solo l’erosione sta infatti consumando le nostre coste, trasformando la sabbia in un bene sempre più prezioso. La sabbia fa gola ai bambini e alle loro palette, ma soprattutto all’edilizia, che solo in Italia ne consuma circa cento milioni di tonnellate l’anno. Secondo una ricerca pubblicata dalla rivista Science, il suo iper-sfruttamento rappresenta un’emergenza globale. Complice il massiccio spostamento delle popolazioni verso le città, il fabbisogno di materiale da costruzione è in vertiginoso aumento.

Per costruire un palazzo di medie dimensioni, occorrono tremila tonnellate di sabbia. Per un chilometro di autostrada, dieci volte di più. «Tra il 1900 e il 2010, il volume di risorse naturali sfruttate nell’edilizia e nelle infrastrutture dei trasporti è aumentato di ventitre volte. La sabbia e la ghiaia ne rappresentano la maggior parte (l’80% del totale, cioè 28,6 miliardi di tonnellate l’anno)», riportano Aurora Torres, Jodi Brandt, Kristen Lear e Jianguo Liu, i membri della collaborazione Germania-Usa che ha firmato la ricerca. Le conseguenze per l’ecosistema sono catastrofiche.
L’estrazione incontrollata della sabbia mette a rischio la biodiversità, causando l’estinzione di alcune specie, come una ormai rara popolazione di delfini fluviali in India, oppure la diffusione di specie invasive – se la «vongola asiatica» è ormai diffusa dal nordamerica ai fossi del bresciano, lo si deve alle navi che trasportano sabbia (vongole comprese) attraverso gli oceani. Inoltre, ed è un tema di strettissima attualità, le pozze d’acqua che rimangono nei fiumi devastati dall’estrazione della sabbia sono un bacino perfetto per le zanzare che trasmettono la malaria. In alcune regioni, dall’Iran all’Africa occidentale, la diffusione della malaria e di altre malattie e le attività di estrazione della sabbia appaiono strettamente correlate.

Anche il territorio, soprattutto in aree povere della terra, ne appare devastato. In Indonesia, una ventina di isole sono letteralmente sparite, scavate via per trasformarsi nelle nuove terre che la città-stato di Singapore si sta costruendo intorno. Persino nei paesi arabi la sabbia arriva dalle coste dell’oceano indiano, in quanto quella proveniente dal deserto non è adatta a trasformarsi in cemento. In totale, si tratta di un’industria globale da 70 miliardi di dollari l’anno. Secondo i ricercatori, stiamo assistendo a una nuova «tragedia dei beni comuni», una celebre espressione coniata da Garrett Hardin nel 1968 a proposito dei pascoli inglesi: senza una regolamentazione, un bene comune a completa disposizione degli interessi individuali si esaurisce rapidamente.

Estrarre sabbia da coste e fiumi per farne cemento è stato finora considerato il modo più facile ed economico per rifornirsi. È ormai urgente che i governi aprano gli occhi sul fenomeno e che noi tutti iniziamo a ripensare la sabbia, la più umile delle materie prime, come una risorsa scarsa. E a studiare le possibili alternative, come sta avvenendo con il carbone e il petrolio. Qualche governo, soprattutto nei paesi più avanzati, sta prendendo provvedimenti. Alla fine di luglio, lo stato della California ha deciso la chiusura dell’ultima miniera di sabbia rimasta sulle spiagge degli Stati Uniti, nella baia di Monterey.

La sabbia, però, è preda anche delle organizzazioni criminali. Le «sand mafia» si stanno diffondendo in tutto il mondo. Il fenomeno è radicato e pericoloso soprattutto in India. Le vittime della Sand Mafia indiana si contano a decine, tra affiliati e forze dell’ordine. Secondo i dati forniti dell’indiana Aunshul Rege e dell’italiana Anita Lavorgna, il business nel subcontinente vale 16 milioni di dollari al mese. Analoga è la situazione in altri paesi, come Cina, Kenya o Marocco. Anche in Italia questa particolare forma di ecomafia ha dimensioni ragguardevoli. Tuttavia, lamentano Rege e Lavorgna, non c’è una conoscenza quantitativa precisa sul traffico illegale di sabbia in Italia, strettamente controllato da camorra e ’ndrangheta.

I punti di forza della Venezia del Quattrocento. Traduzione dalla rivista francese Futuribles n° 414, settembre-ottobre 2016 a cura degli autori e di Mario Santi».Ytali, 2 luglio 2017 (c.m.c)

Nei prossimi anni, certi paesi riusciranno a svilupparsi nel lungo termine per il Bene comune, appoggiandosi su valori umanisti. Saranno dei territori creativi che avranno voluto e saputo sfruttare la creatività dei talenti locali e stranieri per produrre nuovi lavori e una migliore qualità di vita; non per un piccolo numero di privilegiati ma per tutti. La Venezia del Quattrocento ci dimostra quali sono le quattro principali condizioni per riuscire questa sfida.

Da un mezzo secolo, la Silicon Valley e la Route 128 sono prese come modelli dei territori creativi: li, le attività economiche e i posti di lavoro sono generati da sinergie tra ricercatori, imprenditori e finanzieri. Molti hanno cercato di copiarli, spesso invano. Per capire come una terra diventa creativa, aldilà delle specificità della mutazione digitale, trasferiamoci al XV esimo secolo. La nascita della stampa e dell’editoria moderne è stata ancora più fondatrice che l’arrivo, sette decenni fa, dell’informatica e delle tecniche digitale: la diffusione dei libri ha modellato le evoluzioni del mondo, al punto che il declino dell’Impero ottomano ha cominciato nello XVIesimo secolo col rifiuto della stampa.

Un’orchestrazione di tecniche antiche

In terra tedesca, Gutenberg ha innovato, come farà più tardi Steve Jobs, adattando armoniosamente tecniche esistenti. Produsse dal 1455 a Magonza 180 copie della Bibbia quarantadue, “quarantadue righe per pagina.” Ma gli mancò l’ambiente necessario per passare dall’invenzione all’innovazione capace di diffonderla. Il creativo fu spogliato, rovinato dal suo socio, il banchiere Johann Fust diventato suo rivale. L’Arcivescovo Adolf von Nassau, che salvò Gutenberg dalla miseria, ha anche, paradossalmente, assicurato la continuità del suo lavoro saccheggiando Magonza nel 1462: i dipendenti di Gutenberg e Fust fuggirono e fondarono stamperie a Bologna, Basilea, Roma … e infine a Venezia verso il 1470. Ma di tutte le città che in questo modo ebbero a disposizione le tecniche della stampa, una sola è stata capace di trarne una delle poche innovazioni rivoluzionarie che, pur basate sulla tecnica, esigono assai più che la sola tecnica. Venezia offriva un contesto in grado di attrarre e valorizzare i talenti necessari, in particolare quello di un orchestratore eccezionale, Aldo Manuzio.

Le condizioni dell’esplosione creativa
Alessandro Marzo Magno (1) descrive i punti di forza di Venezia, capitale di quasi centomila abitanti. Il Veneto era il territorio più urbanizzato e più industrializzato d’Europa, dinanzi alle Fiandre. Aveva, come la Lombardia, in gran parte peraltro conquistata dalla Repubblica di Venezia, l’energia idraulica e l’acqua pulita necessarie per produrre della carta di qualità. (2) Ma secondo Marzo Magno, i quattro atout essenziali erano immateriali. C’era una concentrazione di pensatori umanisti, letterari, filosofi, scienziati, e la vicina Università di Padova giocava un ruolo prefigurando quello di Stanford nella Silicon Valley. Ricchi mercanti volevano diversificare i lori investimenti. Disponevano d’un’alta competenza commerciale e di reti internazionali. L’ultimo atout, l’eccezionale libertà di pensiero, si è rivelato determinante. Religioni e lingue coesistevano nella città più cosmopolita del mondo, accogliente per gli stranieri. Per questo, dopo la caduta di Costantinopoli, gli studiosi bizantini si rifugiarono a Venezia e a Padova, nella Repubblica che allora difendeva ancora, tenacemente, la sua indipendenza, perfino contro il Vaticano, mantenendo una laicità relativa; l’ateismo era tollerato.

Dirigenti più colti e meno corrotti
Altri due punti di forza rinvigorivano i precedenti: il livello culturale dei dirigenti e un eccezionale rigore dello Stato contro la corruzione. Molti patrizi si formavano all’Università di Padova, diventata città veneziana nel 1405. Era un focolaio culturale di filosofia e scienza greca e araba. Contro la scolastica della chiesa, l’aristotelismo padovano difendeva le conoscenze sperimentali, chiavi del progresso scientifico. Inoltre, la Serenissima si dotò di due scuole dedicate alla formazione delle sue élite. Fondata nel 1408 da un “straniero”, un mercante fiorentino, la Scuola di Rialto (3) divenne la prima scuola pubblica e laica della Repubblica. Insegnava la logica, le scienze naturali, e le matematiche contabili. Uno dei suoi professori fu l’umanista Luca Pacioli, fondatore della contabilità moderna. Dal 1443, un’altra scuola pubblica, la Scuola di San Marco, attraeva i figli dei nobili col suo insegnamento umanistico e i suoi insegnanti in maggioranza non veneziani. Per questo, “la classe dirigente veneziana era forse la più coltivata d’Europa” (4). Un’élite, interessata alle arti, alle scienze e alle lettere, che rispettava i creativi e si metteva in valore finanziando i loro lavori. L’altra eccezione veneziana era il rigore contro la corruzione. Funzionari e patrizi erano fortemente incoraggiati a non confondere interessi privati ​​e bene pubblico. Jean-Claude Barreau (5) osserva una qualità unica, allora: l’onestà finanziaria. I funzionari statali non erano corrotti, in un’epoca in cui grandi servitori dello Stato francese, Richelieu e Mazzarino, riempivano i loro forzieri personali attingendo nelle casse riempite dal contribuente.

Realtà osservata o rivelata?
Questo contesto ha attirato Aldo Manuzio. Nulla predestinava quell’insegnante in latino e greco, nato vicino a Roma intorno al 1449, a diventare un imprenditore innovativo, salvo il suo impegno nelle reti umanistiche. Era amico di Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), l’autore d’un Discorso sulla dignità dell’uomo difendendo il libero arbitrio in quanto “creatore di se stesso.” Questo tema, allora ricorrente della dignità, doveva far fronte a violente resistenze. Pico, morto a 31 anni, probabilmente avvelenato, ha influenzato umanisti e utopici, tra cui Thomas More. Nel 1504, Thomas More tradusse in inglese una biografia di Pico. Il Movimento umanista promuoveva una visione del mondo basata sulla Ragione e, seguendo Aristotele, sull’osservazione individuale della realtà. S’opponeva alla visione dogmatica dominante che imponeva una verità rivelata da Dio e dai suoi rappresentanti, sacerdoti o sovrani. Aldo Manuzio decise di partecipare alla liberazione della Ragione grazie alla diffusione degli scritti di Aristotele e di altri pensatori antichi. Capì che la stampa sarebbe potuta diventare un formidabile promotore d’idee. Il professore si trasformò in imprenditore, tipografo ed editore, non per il denaro, ma per ideale. E divenne il più importante editore della storia e anche un esempio di capitalismo di lungo termine rispettoso dei stakeholder, delle parti interessate. Manuzio si stabilì nel 1489 a Venezia. Questo pensatore idealista si trasformò in un uomo d’azione realista, moltiplicando i contatti con intellettuali umanisti influenti e notabili colti vicini al potere. S’avvalse un tipografo importante, Andrea Torresano, prima di stabilirsi come tipografo-editore e di pubblicare un primo libro, nel novembre 1494. Lo stesso mese in cui il re francese Carlo VIII saccheggiava a Firenze la biblioteca di Lorenzo de’Medici. Una coincidenza che spiega perché Manuzio volle scrivere all’ingresso della sua bottega:Se si maneggiassero di più i libri che le armi, non si vedrebbero tante stragi, tanti misfatti e tante brutture. Per Aldo, la cultura greco-romana era essenziale allorché guerre immani (…) devastano tutta l’Italia e tra breve par che sommoveranno il mondo intero fin dalle fondamenta. Di qui la sua determinazione a rinunciare a “una vita tranquilla” per “dedicare la vita al vantaggio dell’umanità,” spiega Tiziana Plebani: egli credeva che si potesse far argine alle armi con le idee e offrire così agli uomini «la speranza di tempi migliori grazie ai molti buoni libri che usciranno stampati, e dai quali, ci auguriamo sarà spazzata via una buona volta ogni barbarie (Aristotele Opere logiche 1495).

In una prefazione ancora oggi d’attualità, affermava che la conoscenza della letteratura greca era una “necessità” per i giovani e per gli adulti in “tempi tumultuosi e tristi in cui è più comune l’uso delle armi che quello dei libri” (6). Aldo fondò nel 1495 la sua impresa con due azionisti, Andrea Torresano, che contribuì come professionista e finanziatore, e l’imprenditore Pierfrancesco Barbarigo, figlio e nipote di due dogi, che assicurò il sostegno finanziario e politico. Attirò i migliori collaboratori, una dozzina, dagli operai agli eruditi, che preparavano i testi appoggiandosi sui rari manoscritti esistenti. Dava importanza alla qualità della carta, acquistata a Fabriano, e dell’inchiostro fabbricato nel suo laboratorio. Primo tipografo-editore, capace di essere allo stesso tempo erudito, pedagogo, tecnico, uomo di marketing, manager, inventò, passo passo, il mestiere dell’editore moderno. Nel suo laboratorio, luogo di cultura dove si parlava greco, Aldo installò l’Accademia Aldina, che riuniva una trentina di umanisti, senatori veneziani, medici, futuri cardinali, intellettuali europei. Uno degli accademici, Giambattista Cipelli detto Egnazio, aveva scritto nel 1505 che era vitale per Venezia rispettare le acque della sua Laguna, una necessità sbeffeggiata, violata oggi da mezzo secolo.

Un’impresa incentrata sul cliente

Dato che il suo scopo non era di vendere, ma di fare leggere, Manuzio organizzò quello che oggi è chiamata l’impresa incentrata sul cliente e il libro di agevole uso. Curava l’impaginazione, introdusse l’uso dei paragrafi, della numerazione delle pagine, organizzò la punteggiatura, creò il punto e virgola, il carattere corsivo (per questo chiamato in francese italique) per condensare il testo, ridurre i prezzi e rendere i libri più accessibili. Curava la creazione di bei caratteri grechi, romani, ebraici. Il suo incisore Francesco Griffo immaginò per un libro di Pietro Bembo, futuro cardinale e amico di Manuzio, un carattere romano che influenzò Claude Garamond, padre del carattere omonimo, e il tipografo Stanley Morison, che introdusse nel 1932 il Times. Manuzio fu nel 1501, il primo a utilizzare il formato in-ottavo per pubblicare testi letterari. Questo formato, facilmente portabile, era fino allora riservato soprattutto ai libri dei religiosi. I viaggiatori che percorrevano l’Europa potevano finalmente partire con i loro libri. Il passaggio dalla lettura di libri molto pesanti a quella di libri più piccoli e spesso tascabili ripresenta una rottura paragonabile alla rivoluzione del digitale portatile, dai computer agli smartphone. Da allora, personaggi importanti si sarebbero fatti ritrarre tenendo in mano un libro tascabile, come i nostri contemporanei esibiscano il loro smartphone. Aldo dedicava prefazioni per annunciare le prossime edizioni e spiegare il suo progetto editoriale. Fu anche il primo a pubblicare cataloghi. Per differenziare le sue opere dalle imitazioni, in particolare eseguite a Lione, stampò nei suoi libri il suo logo, un’ancora e un delfino.

Una biblioteca senza limiti
Un’altra innovazione aldina fu il frequente inserimento d’immagini nei testi grazie alla nuova tecnica di xilografia sviluppata da Ugo de Carpi. L’Hypnerotomachia Poliphili, I sogni di lotte amorose di Poliphile, pubblicato nel 1499 con 172 xilografie sfruttò largamente questa tecnica. Questa opera erotica, di autore e illustratore sconosciuti, uno dei più bei libri illustrati del Rinascimento, è diventato un bestseller internazionale a partire delle sue riedizione dal 1545. Ha ispirato Rabelais, Gérard de Nerval e Roman Polanski (“Nona porta-2,1999). Le sue illustrazioni sono servite da modelli ai giardini europei nel corso di tre secoli. Aldo Manuzio morì il 6 febbraio 1515, esausto dal lavoro. Aveva pubblicato circa 130 libri in greco, latino, italiano, stampandone anche tremila copie. E’ stato riconosciuto da tutta l’Europa umanista. Erasmo, venuto nel 1507 ad abitare da lui nei nove mesi della ristampa dei suoi Adagia, ne divenne amico. Scrisse che Aldo aveva voluto “costruire una biblioteca senza altri limiti se non quelli del mondo.” Prima di Wikipedia… Nel 1516, Thomas More, amico d’Erasmo, a sua volta rese omaggio all’editore nell’Utopia. Di fatto, Manuzio ha definito norme rigorose che hanno creato le condizioni di una diffusione massiccia dei libri. Ha influenzato le abitudini, la cultura, l’arte. Le sue pubblicazioni hanno contribuito alla moltiplicazione di quadri non più religiosi ma ispirati dalla mitologia. Questo ha indotto un altro sguardo, quasi ecologico, sulla natura; cosi sono apparsi i primi paesaggi nella storia della pittura, come la Tempesta del Giorgione (circa 1503).

Censura e declino industriale
Aldo Manuzio è morto prima di vedere la sconfitta dei suoi valori a Venezia. Uno degli uomini che più hanno nuociuto alla Serenissima, Gian Pietro Carafa, aveva vissuto a Venezia, osservando con disgusto la tolleranza veneziana che consentiva lo sviluppo di movimenti favorevoli alla Riforma. Carafa fu nominato nel 1542 capo della Congregazione del Sant’Uffizio, direzione centralizzata dell’Inquisizione fino ad allora gestita a livello locale. Lanciò un’azione repressiva contro gli eretici e, diventato Paolo IV nel 1555, la perseguì. Aveva impedito, a forza di maldicenze, l’elezione a Papa di Reginald Pole, l’ultimo Arcivescovo cattolico di Canterbury, umanista amico di Bembo. Questo provocò una biforcazione storica e l’avvento della Controriforma. Dal 1548, l’Inquisizione poté imporre a Venezia la distruzione pubblica di decine di migliaia di libri “protestanti” e, nel 1553, in tutta la Repubblica, di centinaia di migliaia di libri ebraici. (7) Venezia fu costretta ad applicare in1558 l’Index vietando seicento autori tra cui Erasmo, Machiavelli e l’Aretino. Ironia crudele della storia, Paolo Manuzio, figlio d’Aldo, fu costretto a pubblicare nel 1564, l’Index Librorum Prohibitorum… L’arrivo della censura del Vaticano segnò l’inizio del declino dell’editoria a Venezia. La proporzione di libri religiosi, meno del quindici per cento delle pubblicazioni veneziane nel 1550, raddoppiò alla fine del secolo. Questo non salvò la supremazia dell’editoria veneziana. Fin dall’inizio del XVII secolo… Venezia e l’Italia cedono il passo ad Anversa, nella parte cattolica dell’Europa. Le Provincie Unite (8) stavano vivendo uno sviluppo particolarmente spettacolare [grazie al fatto che] la giovane Repubblica è un faro di tolleranza … autori e librai di diverse religioni convivono senza scontri. [Le condizioni che avevano fatto il successo di Venezia si trasferirono ad Amsterdam che sviluppò] un’industria del libro di qualità in grande parte per l’esportazione. Il veneziano, fin allora lingua a internazionale, dovette cedere il passo al francese e lo sviluppo della scienza italiana fu spezzato dal processo a Galileo Galilei.

Battaglie di visioni e valori
Se Aldo potesse ritornare, vedrebbe che Venezia non è diventata l’"archetipo" della città aperta all’utopia sperata da Italo Calvino, ma quello di un’Europa agonizzante nonostante gli eccezionali punti di forza che non osa sfruttare per ridiventare una terra creativa. Il futuro rimane aperto. Dipende dai conflitti tra visioni, valori degli attori e dalla loro volontà. Le terre creative saranno quelle dove prevarrà una visione umanistica di un mondo che si può esplorare e dove si può agire liberando la Ragione di ciascuno. Questa visione razionale e libera è attaccata, oggi come ieri, da sostenitori di una realtà rivelata e indiscutibile. Tra questi integralisti, gli islamisti operano nella scia dell’Inquisizione e dell’integrismo cristiano di Savonarola, anch’esso nutrito dall’indignazione di fronte alle disuguaglianze. I creazionisti americani, accaniti contro Darwin, distruggerebbero lo sviluppo scientifico, tecnico e, finalmente, umano delle aree là semmai si potessero impadronire delle scuole. Tutti i razionalisti che portano all’estremo l’importanza dei principi, delle osservazioni, perdendo di vista il Senso, l’Umano, aggrediscono anche la Ragione e ci conducono alla burocrazia, ai totalitarismi e alle derive transumaniste sostenute da miliardari dell’industria digitale americana. Attualmente le visioni dell’Altro come nemico progrediscono con la xenofobia e i neo-fascismi, chiudendo le menti e i territori. Questa tendenza va contro la creatività dei territori che dipende dall’attrattiva per tutti i talenti e dall’accoglienza di personalità forti, spesso disturbanti, capaci di diventare catalizzatori, come Manuzio.

Al funerale di Aldo Manuzio, la sua bara era circondata da tutti suoi libri. Lui avrebbe trovato simbolico che il suo laboratorio e la chiesa del IX secolo dove fu sepolto fossero rasati al suolo, per costruire il mediocre edificio di una banca. Saccheggio autorizzato per compiacenza. Simbolo del (temporaneo?) trionfo della rapacità (9), di fronte al capitalismo sostenibile, incarnato da Manuzio. Egli osserverebbe che Venezia sta spopolandosi, saccheggiata da molti dei suoi notabili che dimostrano come sia possibile sterilizzare e distruggere un territorio. Già nel 1887, il senatore Pompeo Molmenti denunciava la politica del delendae Venetiae. Oggi, è necessario un libro per ricordare che, ancora, “Venezia è una città”, malgrado gli sforzi dei numerosi corrotti e corruttori che vogliano trasformarla in Disneyland senza abitanti. Dalle grandi navi, che distruggono la Laguna al Fontego dei Tedeschi (10) degradato in negozi di lusso, al Mose che ha permesso di rubare un miliardo e mezzo, ci sono tanti scandali cui l’editrice Marina Zanazzo ha potuto, con grande coraggio, dedicare più di quaranta piccoli ma fondamentali libri nella collana Corte del Fontego. Purtroppo, in questo, Venezia è simbolica del nostro mondo. La tendenza lunga mondiale delle compromissioni tra politici e imprenditori ha provocato un hold-up dei finanziari di breve-termine sull’economia reale e la costruzione di plutocrazie totalitarie. Certo, gli Stati Uniti rimangono molto creativi. Ma va notato che ciò avviene perché le major del digitale mantengono ambizioni a lungo termine e riescono a sedurre i finanziatori malgrado introiti per molti anni mediocri o nulli, come quelli di Amazon e Tesla. E questi territori sono (ancora) creativi, ma negli interessi di chi? E sostenibile uno sviluppo economico basato sull’impoverimento della maggioranza? No, risponde anche il Financial Times.

I partigiani dei valori umanistici non sono condannati. Possono costruire territori creativi nel lungo termine sfruttando, anche loro, le proprietà delle reti digitali: potrebbero allora ricreare condizioni globali capaci di generare innovazione sull’esempio di quelle che consentirono il passaggio dall’umanesimo al Rinascimento: bisognerebbe creare una nuova Accademia Aldina! Ma le reti possono anche essere mafiose e gli effetti rete sono anche utilizzati oggi per dominare, spiare, imbrogliare. Esattamente come i modelli rinascimentali della Città ideale sono stati fuorviati dal Panopticon per costruire penitenziari, imprese e uffici tayloriani o manicomi come a Vienna… Oggi la nostra libertà e lo stato di diritto sono minacciati da un Panopticon digitale al servizio di qualche impresa gigantesca. Ancora una volta, tutto dipende dai valori prevalenti e dall’azione dei cittadini desiderosi di difendere la libertà. Manuzio concluderebbe sull’urgenza di fare assimilare ancora molto di più “buoni libri per sbarrare la strada a tutte le barbarie”. La battaglia delle visioni e dei valori inizia a scuola. Subiremo ancora a lungo l’insegnamento di un pensiero cartesiano che fraziona la realtà e impedisce di percepirla? O, finalmente, diffonderemo un pensiero della complessità mettendo in evidenza le interdipendenze, incoraggiando per questo la solidarietà con gli altri e con l’ambiente? La comprensione della complessità fa ammettere l’imperfezione dei nostri atti, umiltà indispensabile per il progresso tecnico. Le nostre scuole, in particolare quelle che formano i nostri dirigenti, continueranno a formare al disprezzo degli altri o stimoleranno alla fine la cooperazione e l’apertura? Persevereremo a selezionare anche i medici, secondo le loro capacita in matematica o secondo la loro empatia, le loro qualità umane? Avremo, come nella Venezia del Quattrocento, dirigenti colti ​​e aperti alla modernità, o subiremo troppi politici altrettanto ignoranti della tecnica moderna che della storia e della cultura classica? Pronti a farsi beffa del nostro patrimonio letterario ed artistico, e a sacrificare la cultura classica? Dipende da noi.

(1) Alessandro Marzo Magno, “L’alba dei Libri. Quando Venezia ha fatto leggere il mondo”, Garzanti 2012
(2) Brian Richarson, “Printing, Writers and Readers in Renaissance Italy”, Cambridge University Press, Cambridge, 1999
(3) Premio Luca Pacioli , Senato Accademico del 24 novembre 2010, Università Ca’ Foscari, Venezia
(4) Gino Benzoni, “Il Rinascimento. Politica e cultura. La cultura: le accademie e l’istruzione”, “Storia di Venezia”, Vol. 4, Enciclopedia Treccani,1996.
(5) Jean-Claude Barreau, “Un capitalisme à visage humain, le modèle vénitien”, Fayard, 2011
(6) Gino Benzoni, cit.
(7) Giovanni Di Stefano, “Venezia e il Ghetto”, Il Gazzettino, 2016.
(8) Il regno dei Paesi Bassi
(9) Italo Calvino, “Venezia archetipo e utopia della città acquatica”, (1974), Mondadori, 1995
(10) Joseph Stiglitz, “Le triomphe de la cupidité”, Ed. Les liens qui libèrent, 2010
(11) Paola Somma, “Benettown”, 2011, e Lidia Fersuoch, “Nostro Fontego dei Tedeschi”, 2015. Corte del Fontego

«Dalla gestione privatizzata a dieci esempi di progetti che incombono sul patrimonio idrico italiano, la gestione pubblica e partecipata è l'unica strada». acquabenecomune.org, 30 giugno 2017 (p.d.)

La cosiddetta “emergenza idrica” è provocata dalla cattiva gestione e dalla privatizzazione ma si continua a far finta di nulla e a insistere su progetti che rischiano di devastare quanto rimane del residuo patrimonio idrico italiano. I dati che stanno circolando sui media in questi giorni (diminuzione della disponibilità d'acqua, crollo delle precipitazioni e delle portate di fiumi e sorgenti, aumento delle temperature medie) fanno emergere in tutta la sua drammatica realtà l'acuirsi di una crisi idrica che viene da lontano.

Purtroppo, anche in questa occasione, il dibattito che si è sviluppato nel paese viene piegato agli interessi delle grandi lobby economico-finanziarie che provano così a rilanciare la strategia volta alla definitiva mercificazione del bene acqua e addirittura a mettere sul banco degli imputati i referendum del 2011. Per l'ennesima volta si prova a cancellare con un tratto di penna e a rimuovere dalla coscienza delle persone le reali cause di una crisi che, come scriveva V. Shiva nel 2003 nel libro "Le guerre dell'acqua", è una crisi ecologica che ha cause commerciali ma non soluzioni di mercato. Addirittura si arriva a prospettare come cura esattamente la causa scatenante della malattia, ossia la sottomissione dell'acqua alle regole del mercato, del profitto e della concorrenza.

E', altresì, evidente come la crisi idrica che si sta palesando in questi giorni in Italia sia il risultato del matrimonio tra il ciclo dell’acqua e il ciclo economico, essa è dovuta principalmente alla scarsità di questa risorsa. Scarsità “man-made”, cioè prodotta dall’uomo, tramite: sovrasfruttamento degli acquiferi, inquinamento delle falde e del reticolo fluviale superficiale, urbanizzazione, con conseguente diminuzione della disponibilità, divisione tra consumo agricolo, industriale, uso civile. E allora l'onestà intellettuale imporrebbe di fare marcia indietro rispetto a una serie di opere e progetti che da una parte tendono a valorizzare economicamente l'acqua e dall'altra considerano il suo depauperamento come un effetto collaterale ineluttabile.

Ne elenchiamo solo dieci delle centinaia in cantiere in Italia:
- pozzo di petrolio ENI di Carpignano Sesia, in area di ricarica della falda idropotabile di Novara, il Min.Ambiente ha appena approvato il progetto mettendo come prescrizione di "prevedere un approvvigionamento alternativo in caso di contaminazione";
-gasdotto Sulmona-Foligno della SNAM, con il tragitto su ben tre crateri sismici con un tunnel appena dietro la più grande sorgente dell'Italia Centrale, quella del Pescara a Popoli, dalla portata di 6000 litri al secondo;
- Centro Oli di Viggiano che incombe sul Lago del Pertusillo, che disseta 4 milioni di italiani in Puglia e Basilicata, sequestrato nel 2016 e oggi protagonista di un ingente sversamento di petrolio;
- Sorgente Pertuso: aumento delle captazioni presso la sorgente del Pertuso che alimenta il fiume Aniene nel Lazio;

- aumento delle captazioni ACEA presso il lago di Bracciano;
- costruzione delle gallerie dell'autostrada Roma-Pescara, un progetto faraonico da 6,5 miliardi di euro che andrebbe a ledere le falde acquifere presenti nelle montagne carbonatiche tra Lazio e Abruzzo;
- l'inquinamento prodotto dalla SOLVAY sulla costa toscana tra Rosignano Marittimo e Vada che si configura come una vera e propria “bomba ecologica” visto che anche l’Agenzia Ambientale Onu ha classificato questo tratto costiero come uno dei 15 più inquinanti d’Italia;
- progetti per uso idroelettrico nel bellunese come sull'intero arco alpino che vanno ad impattare fortemente sugli ecosistemi fluviali;
- costruzione di un impianto idroelettrico sul fiume Frido nel parco del Pollino con un devastante impatto sull'ecosistema fluviale;
- l'inquinamento da PFAS (sostanze perfluoroalchiliche potenzialmente pericolose per la salute umana) delle falde ad uso idropotabile nel Veneto tra le province di Padova, Vicenza e Verona.

D'altra parte si prova ad accreditare la tesi per cui i due referendum per l'acqua pubblica del 2011 siano stati la causa della situazione attuale avendo determinato un crollo degli investimenti per cui non sarebbe stato possibile l'ammodernamento delle reti idriche da parte dei gestori. Una bugia dalle gambe cortissime. Infatti, gli investimenti sono in decisa flessione sin da fine anni novanta (quindi ben prima dei referendum) nonostante le tariffe dell'acqua siano aumentate più di ogni altro servizio pubblico. Allora se le tariffe aumentano, gli investimenti diminuiscono e le perdite delle reti aumentano, appare evidente che c'è qualcosa che non torna.

La questione da porsi, che arbitrariamente viene elusa nel dibattito pubblico, è che il finanziamento del servizio idrico integrato ha dimostrato il suo fallimento dal momento in cui al principio del “full cost recovery”, ossia il costo totale del servizio deve essere interamente coperto dalla tariffa, si è associato l'affidamento a soggetti privati: entrate certe e anticipate a fronte di investimenti sempre più ridotti e dilazionati nel tempo. Con i risultati assolutamente inadeguati rispetto alle ingenti opere di cui il servizio idrico necessita. Superato il concetto del “full cost recovery” ed esautorati i soggetti gestori di natura privatistica, per gli investimenti, occorre progettare, quindi, un sistema di finanziamento sia basato sul ruolo della leva tariffaria, anche su quello della finanza pubblica e della fiscalità generale.

Insomma, il giudizio di fallimento dell'attuale sistema di gestione dell'acqua in Italia è un dato di fatto ben difficilmente contestabile che dovrebbe portare ad un'inversione di rotta immediata soprattutto alla luce della pesante crisi idrica. Diviene in sostanza irrinunciabile e urgente un cambiamento del sistema passando dalla pianificazione dell’offerta, alla pianificazione e gestione della domanda, rimettendo al centro la tutela e gestione partecipativa dell'acqua e dei beni comuni.

Roma, 30 Giugno 2017
Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

N.B.: si rimanda al documento allegato per eventuali approfondimenti

«Il Progetto Rebeldìa ha presentato alcuni emendamenti imprescindibili al Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani di Pisa». perUnaltracittà online, 13 giugno 2017 (c.m.c.)

Dopo il rifiuto da parte della prima commissione consiliare di ascoltare le associazioni del territorio, il Progetto Rebeldìa ha presentato alcuni emendamenti imprescindibili al “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani di Pisa”. Nonostante le nostre proposte siano il frutto di riflessioni ed esperienze accumulate negli ultimi anni insieme ad altre realtà cittadine, non possiamo nascondere che il tempo definito per la proposta di modifiche è stato poco e di facciata.

Il testo approvato in giunta è lacunoso, come fin dalla sua pubblicazione abbiamo provveduto a far notare, cercando invano un’interlocuzione. Abbiamo dunque elaborato alcune proposte di modifica illustrate e accompagnate da una relazione che ne motivi le ragioni. L’intervento massiccio e sostanziale si è reso necessario per l’evidente inadeguatezza di un regolamento che sulla carta dovrebbe ispirare un percorso per la gestione condivisa dei beni comuni, ma che nella sostanza invece è ben accorto a ledere il meno possibile lo status quo, nell’ottica di fornire a chi detiene il potere uno strumento ben ‘temperato’ per tessere e rinforzare nuove e vecchie clientele.

Basti scorrere le lacune per le quali gli emendamenti proposti rappresentano appena un lenitivo per cogliere appieno la sostanza difettevole del Regolamento:

La tutela delle generazioni future, obiettivo fondante di qualsiasi cura dei beni comuni risulta completamente assente e va ricompresa e valorizzata in maniera esplicita; antirazzismo, antisessismo e antifascismo dovrebbero essere alla base delle relazioni di condivisione, ma sono totalmente dimenticati;nessuna attenzione all’autogestione dei Beni comuni, con una evidente svalutazione del meccanismo assembleare e delle forme di consenso democratico che virtuosamente superano i meccanicismi del voto nella gestione di un patrimonio fondamentale come i Beni comuni.

Nessuna valorizzazione sostanziale della soggettività autonoma, individuale e collettiva delle persone, ridotte nel regolamento alla categoria di “cittadini”, da tempo svuotata da una sua valenza attiva e pervasa da un’ambiguità che poco giova a un discorso che voglia essere veramente inclusivo; nessuna valorizzazione dei temi della condivisione e della fiducia reciproca tra individui, a vantaggio di una generica collaborazione di cui i contorni rimangono grigi;

Oltre alle evidenti lacune concettuali, vi sono anche le contorsioni procedurali, come quelle che attribuiscono un potere sbilanciato alla Giunta e non al Comune (inteso come l’insieme degli apparati che lo compongono) nelle gestione dei Beni Comuni. Il Progetto Rebeldia ha avanzato anche emendamenti che ripensino e riformulino l’iter procedurale affinché:
sia evidente la centralità della riflessione politica in consiglio Comunale, prima del vaglio tecnico e delle delibere di giunta;
sia esplicita la certezza dei tempi, che faccia da deterrente alle deviazioni della burocrazia comunale.

Sia ridimensionato il ruolo oggi centrale dei CPT, organi di nomina politica, che per questa loro genesi non inglobano la fondamentale componente studentesca e migrante e non possono avere poteri di censura.
sia istituito un fondo di bilancio apposito per supportare e finanziare le attività di cura e di rigenerazione dei beni comuni.

In ultimo gli emendamenti del Progetto Rebeldìa sono stati attenti a superare un manchevole coraggio amministrativo, innanzitutto con la proposta di introdurre esplicitamente tra i beni che possono essere oggetto di patti di condivisione anche i beni in alienazione. Allo stesso tempo è necessario rompere il tabù della proprietà privata, che pesa come un macigno in un percorso di condizione che sia sostanziale e non di facciata. Se oggi si arriva a trattare il tema dei beni comuni è anche grazie alle molteplici esperienze già esistenti a Pisa nel tessuto sociale. Siamo fortemente preoccupati che un regolamento così ordito non ne tenga esplicitamente di conto, e che sia solo un atto preliminare a un’eliminazione di queste dal panorama cittadino.

Il caso della storica Arena Borghesi, a Faenza, dove il cemento prevale sui beni comuni ed identitari e la prassi contrasta palesemente con i principi fondativi degli strumenti urbanistici. Documento di Italia Nostra e Legambiente, sezioni di Faenza. 8 maggio 2017 (p.d.)

Nel 1816, a ridosso delle mura urbane di Faenza, viene realizzato il Viale Stradone e dal 1824 il Fontanone è il suo fondale prospettico, un edificio neoclassico pensato per il paesaggio e la socialità del luogo, che ha origine da un intervento pubblico di valore etico. Con i fondi di una sottoscrizione popolare si costruisce, in una prima fase, la facciata della fontana; due anni dopo, con l’acquisto di un’area privata attigua, si realizzano una sala caffè e un giardino.

L’Amministrazione comunale di due secoli fa investe quindi sulla bellezza della città, con un progetto di paesaggio che nasce dal coinvolgimento della cittadinanza; o testimonia un’epigrafe che ricorda l’origine “popolare” di un luogo d’incontro che diventa patrimonio della comunità.
Nel 1891, all’inizio del Viale Stradone, viene realizzato il primo teatro dell’Arena Borghesi. Nel 1928, Vincenzo Borghesi ristruttura l’Arena realizzando un’architettura del paesaggio fatta di mattoni e alberi che si relaziona al vicino Viale Stradone. È una “piazza” per il teatro e il cinema inserita tra imponenti alberi che occupano un quinto dello spazio, non come oggetti di arredo, ma come elementi di “costruzione” fisica e identitaria del luogo.

L’Arena Borghesi è uno dei paesaggi più vissuti e riconoscibili della città, “esiste nella coscienza” individuale e collettiva. Nel 1957, il proprietario Vincenzo Borghesi dona l’Arena all’Ospedale Civile. Lungo il Viale Stradone, agli inizi dell’Ottocento e del Novecento, la città riceve in dote due lezioni di urbanistica; esempi anche di valore etico, per il lascito alla comunità di patrimoni paesaggistici e culturali che producono cittadinanza e senso di appartenenza.

All’inizio di questo secolo, il tema urbanistico dell’Arena Borghesi, modello di relazione col Viale Stradone, rischia però di essere stravolto da un intervento di anti-urbanistica. L’ASL (attuale proprietaria) ha posto in vendita, tramite asta, l’Arena. Un Accordo di Programma del RUE 2015, prevede che la nuova proprietà ceda l’area al Comune, ad esclusione di uno spazio reso edificabile, e copra parte dei costi di restauro.

La funzione pubblica di cinema all’aperto è garantita (una condizione ovvia per questo luogo) ma l’identità e il paesaggio dell’Arena sarebbero profondamente alterati. Infatti la parte di area resa edificabile confina con un supermercato che da anni “chiede” di allargarsi; l’Accordo di programma del Comune ne consente l’ampliamento dentro l’Arena.
L’espansione del supermercato produrrebbe alcuni effetti oggettivi che l’Amministrazione Comunale però “non vede”:
- la riduzione di un quinto della superficie dell’Arena;
- la cancellazione dello spazio alberato che determina il carattere del luogo;
- l’allargamento dell’errore urbanistico del supermercato realizzato nel 1981, un edificio incongruo e fuori contesto (come lo classificò lo stesso PRG del 1996);
- la disgregazione di un paesaggio storico e delle sue relazioni col contesto del Viale Stradone.
Non è a rischio la “bella vista” di 10 alberi, ma la qualità dell’abitare legata ad un paesaggio identitario che sarebbe svilito a servitù di un supermercato. L’invasione del cemento sull’Arena Borghesi rappresenta una sconfitta per la cultura del paesaggio ed è una “tomba” dell’urbanistica; l’Accordo di Programma rinnega gli stessi principi del RUE che ha tra i suoi obiettivi la qualità paesaggistica e identitaria.
In relazione al “movente” economico dell’Accordo di Programma, le Associazioni hanno proposto più volte al Comune l’opportunità di coinvolgere una pluralità di attori (sponsor, mecenati, cittadini), in alternativa all’accordo con un singolo privato. La proposta specifica (ignorata) si riferisce alla costituzione di Bene Culturale, una procedura che il Comune potrebbe avviare per riuscire ad inserire l’Arena Borghesi tra i beni finanziabili con l’Art Bonus e coinvolgere così la comunità, come insegna il caso storico del “Fontanone”.
Per sostenere l’esigenza di una tutela paesaggistica dell’Arena Borghesi, Italia Nostra e Legambiente di Faenza hanno presentato le osservazioni al RUE e realizzato un dossier informativo inoltrato alla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna, all’Assessore all’Urbanistica della Regione Emilia Romagna, alla Provincia di Ravenna. La relazione contiene il quadro storico delle trasformazioni urbanistiche e l’analisi del contesto paesaggistico che introducono le motivazioni della richiesta di tutela paesaggistica dell’Arena Borghesi, ai sensi del D.Lgs. 42/2004.
Attualmente esiste il vincolo per la conservazione degli edifici (il proscenio, l’ingresso e l’ex locale per ristoro), mentre il vincolo esistente sull’area aperta è stato cancellato alcuni anni fa. Il solo vincolo sugli edifici rende possibile “l’invasione edilizia” del vicino supermercato e quindi l’alterazione di un paesaggio storico. L’identità dell’Arena Borghesi dipende da un’architettura del paesaggio unitaria; la conservazione della sua integrità è il presupposto della tutela di questo luogo.
Con questa motivazione le Associazioni hanno realizzato varie iniziative per coinvolgere i cittadini. Nel settembre 2016, è stata realizzata l’installazione Red carpet, un unico tappeto visivo per segnare la continuità di un paesaggio storico vissuto che unisce l’Arena col Viale Stradone. 200 teatrini di cartoncino rosso, appesi agli alberi del Viale, davano forma alla finalità di conservare l’integrità dell’Arena Borghesi; i modelli (del proscenio reale) erano infatti il risultato di pieghe, tagli, incastri e della totale assenza di scarti. L’iniziativa attualmente in corso è la petizione, indirizzata al Sindaco di Faenza, per scongiurare la minaccia del cemento e l’alterazione del paesaggio identitario. Nelle prime due settimane sono state raccolte circa 1200 firme, attraverso i consueti banchetti in piazza e la sottoscrizione on line sulla piattaforma digitale Change.org.

«Dal bene pubblico al bene comune condiviso: è questo l’obiettivo del nuovo Regolamento comunale per la gestione civica condivisa di beni comuni, che è approdato sui banchi del Consiglio comunale per l’approvazione». controradio online, 20 gennaio 2017 (c.m.c.)

In pratica, grazie a questa nuova procedura, associazioni, comitati, gruppi informali di cittadini o anche singoli potranno presentare il proprio progetto di gestione di un bene pubblico come un giardino o un edificio senza finalità commerciali o di lucro. La modifica, illustrata dall’assessore alla Partecipazione Simone Mangani, è stata proposta dal Consiglio Comunale con una mozione congiunta approvata nel gennaio dell’anno scorso che dava indirizzo alla Giunta in questo senso, sulla scorta di quanto già sperimentato con successo in altri enti locali a partire dal Comune di Bologna, dotatosi di questo strumento dal 2014, e in osservanza dell’art. 118 della Costituzione sul principio di sussidiarietà tra istituzioni e cittadini.

I 35 articoli che compongono il Regolamento sono frutto del lungo lavoro compiuto dall’assessorato con le Commissioni consiliari 1 (Affari istituzionali) e 5 (Servizi sociali, sanità, partecipazione) e con i rappresentanti di comitati, associazioni e consulte del mondo civico pratese.

Lo stesso assessorato ha avviato un processo partecipativo ad iniziativa pubblica, come previsto dal Regolamento della Partecipazione del Comune, volto alla condivisione della costruzione e della scrittura del Regolamento per la gestione condivisa dei beni comuni : «Si tratta di un patto tra cittadini ed istituzioni per la cura, la gestione condivisa sulla base di un progetto e la rigenerazione dei luoghi e della qualità della vita della città – spiega l’assessore alla Partecipazione Mangani – Il nuovo strumento di cui ci dotiamo, ampliando la partecipazione dei cittadini alla vita delle istituzioni, e formando dei cittadini attivi e responsabili, è in accordo con il programma di mandato e con lo stesso programma elettorale di questa Amministrazione». –

La collaborazione tra Comune e cittadini attivi può prevedere differenti livelli di intensità e complessità, in particolare la cura occasionale, la cura costante e continuativa, la gestione condivisa occasionale, la gestione condivisa costante e continuativa e la rigenerazione temporanea o permanente. Può riguardare spazi pubblici o anche spazi privati ad uso pubblico, beni materiali, immateriali o digitali ed edifici. Può prevedere l’attività di progettazione, organizzazione, animazione, assistenza, produzione culturale, realizzazione di eventi, comunicazione, manutenzione, restauro e riqualificazione dei beni mobili ed immobili in stato di parziale o totale disuso o deperimento.

L‘elenco dei beni comuni urbani che potranno essere oggetto di gestione condivisa sarà pubblicato sul sito web del Comune di Prato (www.comune.prato.it) e la stessa Rete Civica del Comune avrà il compito di raccogliere le proposte e i progetti di collaborazione avanzati dai cittadini, che dovranno essere valutati dagli uffici e ricevere l’assenso del Comune. Gli esempi da cui partire ci sono già: il giardino della Passerella, quello intorno all’assessorato ai Servizi sociali di via Roma e l’immobile della Gualchiera di Coiano.

Nel caso in cui vi siano più proposte di collaborazione riguardanti un medesimo bene, il Comune ne promuoverà il coordinamento e l’integrazione. Se questo non fosse possibile, la scelta della proposta da sottoscrivere viene effettuata mediante procedure di tipo partecipativo.

Applicare la costituzione anziché storpiarla. Per esempio, quando la proprietà privata non assicura più alcuna funzione sociale, i comuni possono intervenire. Succede a Napoli, Ciampino e San Giorgio di Pesaro. salviamoilpaesaggio.it, 18 gennaio 2017 (m.b.)

C’era chi voleva modificare 47 articoli (su un totale di 139), vale a dire un terzo della Costituzione in vigore, ma i cittadini italiani non lo hanno permesso. E c’è, invece, chi vorrebbe che almeno un articolo della vigente Costituzione (l’articolo 42) venisse applicato in maniera corretta, secondo le interpretazioni suggerite da Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale. E negli ultimi mesi questo invito inizia ad assumere i contorni di una prassi corrente, che è utile conoscere e sostenere.

Sono almeno tre i casi concreti su cui possiamo poggiare le nostre tesi e sospingere una «new age» che potrebbe sconvolgere – in positivo – l’abitudine di dichiarare la priorità della tutela del Bene Comune sotto il profilo della pura teoria, salvo relegarla a un ruolo inattivo. Gli stimoli che giungono, ora – da Napoli, da Ciampino e da San Giorgio di Pesaro – sono segnali importanti di una «marea» che si sta alzando e che possiamo contribuire a trasformare in un’onda lunga.

Napoli

Nel 2014 la giunta del Comune di Napoli aveva varato due delibere, dedicate al riutilizzo a fini sociali dei beni abbandonati, individuando i beni del patrimonio immobiliare «inutilizzati o parzialmente utilizzati», ma «percepiti dalla comunità come “beni comuni“ e suscettibili di fruizione collettiva», attraverso una specifica mappatura analitica.
Siamo nel cuore del problema: il tema tocca infatti il “nervo” del rapporto tra proprietà collettiva e proprietà privata, indicando un principio già felicemente applicato in alcuni paesi scandinavi.
Nel maggio 2016 una nuova delibera fa un passo avanti: Villa Medusa e l’ex Lido Pola a Bagnoli, l’ex Opg (ex Monastero S. Eframo nuovo) e il Giardino Liberato (ex Convento delle Teresiane) a Materdei, l’ex Conservatorio di Santa Fede (Liberata) e lo Scugnizzo Liberato (ex carcere Filangieri, ex Convento delle Cappuccinelle) nel centro storico, insieme alla ex Schipa di via Salvator Rosa, vengono riconosciuti come «spazi che per loro stessa vocazione (collocazione territoriale, storia, caratteristiche fisiche) sono divenuti di uso civico e collettivo, per il loro valore di beni comuni» e quindi restituiti alla vita quotidiana e alla città intera per tutelarli, scongiurare che possano essere alienati e consentire che vengano amministrati in forma diretta da collettività/comunità di riferimento, senza lucro privatistico e al fine esclusivo di indirizzarli al soddisfacimento dei diritti dei cittadini.

Esemplare l’esempio dell’ex Asilo Filangieri – edificio storico patrimonio Unesco nel cuore di Napoli e anche demanio comunale, abbandonato dopo il terremoto del 1980 – che dal 2 marzo 2012 si è trasformato in uno spazio aperto dove si va consolidando una pratica di gestione condivisa e partecipata di uno spazio pubblico dedicato alla cultura, in analogia con gli usi civici: una diversa fruizione di un bene pubblico, non più basata sull’assegnazione a un determinato soggetto privato, ma aperto a tutti quei soggetti che lavorano nel campo dell’arte, della cultura e dello spettacolo e, in maniera partecipata e trasparente, attraverso un’assemblea pubblica, condividono i progetti e coabitano gli spazi. Grazie al provvedimento della giunta comunale, attraverso il regolamento per la gestione dei beni comuni pubblici, l’Asilo da luogo occupato è ora luogo di cultura aperto a tutti, di sperimentazione comunitaria e un’importante esperienza pilota, riconosciuta dalla delibera comunale per «l’alto valore sociale e economico generato dalla partecipazione diretta dei cittadini alla rifunzionalizzazione degli immobili».

Ciampino

A Ciampino (Comune di oltre 38 mila residenti), invece, un folto gruppo di associazioni, comitati e semplici cittadini – su proposta di “Ciampino Bene Comune”, una delle oltre mille organizzazioni aderenti al Forum nazionale Salviamo il Paesaggio – si è fatto portavoce di un’iniziativa per la tutela dell’area della «Tenuta del Muro dei Francesi», in stato di abbandono e soggetta a continui crolli.
Nell’ottobre 2016 è stato notificato al Sindaco l’invito perentorio a iscrivere formalmente l’area al patrimonio comunale, in quanto bene abbandonato, ricordando al Primo cittadino il suo dovere di intimare ai proprietari la richiesta di indicare la propria disponibilità a riattivare, entro 150 giorni, la funzione sociale dei beni abbandonati ed in parte crollati; in caso di mancata risposta o di rifiuto, il Sindaco potrà quindi procedere all’iscrizione di quei beni al patrimonio comunale.

L’intimazione fa riferimento al comma 2 dell’articolo 42 della Costituzione secondo il quale “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”, e alla funzione sociale non assicurata dai proprietari che, «contravvenendo al loro dovere, li hanno abbandonati facendo venir meno la “tutela giuridica” dei loro preesistenti diritti proprietari sicchè questi beni medesimi non hanno più un titolare e, ai sensi dell’articolo 827 del codice civile, in combinato disposto con il citato articolo 42 della Costituzione, sono tornati nella “proprietà collettiva del Popolo di Ciampino». Al momento non si registrano reazioni da parte del Sindaco, ma i cittadini sono all’erta e pronti a ricorrere al TAR del Lazio in caso di sua inottemperanza.

San Giorgio di Pesaro

A San Giorgio di Pesaro (piccolo Comune di poco meno di 1.400 abitanti), nel febbraio 2016 il consiglio comunale ha approvato una delibera per fronteggiare il preoccupante fenomeno degli edifici abbandonati nel territorio, cioè quegli immobili che si trovano in grave stato di degrado urbano, di incuria volta a determinare pericolo per la sicurezza, la salubrità e l’incolumità pubblica e che non siano mantenuti e utilizzati da più di 10 anni.

Si tratta di un regolamento mirato all’acquisizione al patrimonio comunale, alla riqualificazione e al riuso, anche attraverso la cessione a terzi, di beni in stato di abbandono e, anche in questo caso, si rapporta alle norme del codice civile sulla proprietà «subordinate alle norme di ordine pubblico economico immediatamente percettive degli articoli 41, 42 e 43 della Costituzione che sanciscono la prevalenza dell’utilità sociale e della “funzione sociale della proprietà” sull’interesse privato».
Con l’espressione “beni comuni” la delibera considera «quei beni a consumo non rivale, ad uso non esclusivo ma esauribile, che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo dei cittadini che possono formare oggetto di fruizione collettiva».

Poche settimane fa il sindaco di San Giorgio di Pesaro, Antonio Sebastianelli, ha emesso tre ordinanze: se non otterranno risposta, dopo 120 giorni scatterà l’acquisizione per fini pubblici e il Comune «provvederà d’ufficio ad eseguire gli interventi necessari con spese a carico dei proprietari o aventi diritto. In caso di mancanza delle risorse finanziarie necessarie a coprire i costi di intervento coattivo, attestato dal responsabile del settore contabile, il Comune avrà la facoltà di imprimere all’immobile una destinazione d’uso pubblica ai fini della conseguente acquisizione al patrimonio dell’Ente».

Tre casi indubbiamente differenti ma con una matrice profondamente solida e unificante, che danno la misura di una possibilità applicabile ovunque: nelle grandi città metropolitane, in Comuni di media dimensione, in ognuno dei circa 6 mila municipi del nostro Paese al di sotto dei 5 mila abitanti (che rappresentano il 72 % dei Comuni italiani). Senza dimenticarci una proposta di legge presentata dalle Onorevoli Chiara Di Benedetto e Claudia Mannino del Movimento 5 Stelle: “Disciplina della funzione sociale della proprietà, in attuazione dell’articolo 42 della Costituzione” (n° 2805, presentata l’8 gennaio 2015). Possiamo ora attendere gli sviluppi che, nelle prossime settimane, si registreranno a Napoli, Ciampino e San Giorgio di Pesaro. Oppure possiamo immaginare un diverso futuro per tutti quegli immobili – pubblici e privati – che popolano la città o il Comune in cui siamo residenti e dare il via a una nuova azione (proprio a casa nostra …), che funga da effetto moltiplicatore e trasformi in un potente strumento civico un fondamentale articolo della Costituzione, mai, purtroppo , correttamente applicato.

Su eddyburg, rinviamo a un approfondimento del caso di Napoli, sempre tratto da salviamoilpaesaggio.it, con molti documenti e riferimenti in allegato.

Molte cose buone, ma moltissime cattive nella gestione privatizzata e discrezionale del patrimonio pubblico a Roma. Si comprende perché se qualcuno vuole metterci un po' do chiarezza (vedi giunta Marino) viene cacciato. il manifesto, 15 gennaio 2017

«La mappa interattiva dei beni immobiliari di Roma. Il 14% dei beni indisponibili concessi è inutilizzato. Il 59% è in una posizione irregolare. La mappa interattiva del patrimonio immobiliare di Roma. Dati raccolti da Stefano Simoncini, elaborazioni ReTer. Grafici elaborati da Giovanni Renzi e Davide Rossidoria»

Considerato nel suo insieme, il Patrimonio di Roma Capitale è una città nella città molto grande, dell’estensione di un medio comune italiano, come Bologna per intendersi. 14.090 ettari di superficie per 50.499 beni immobili unitari, tra terreni, parchi, giardini, monumenti, palazzi, ville, casali, appartamenti, scuole, centri sportivi, mercati, locali commerciali, capannoni, officine, box, cantine.

La maggior parte di questi beni, l’84 per cento circa (42.455 beni unitari), fa parte dell’edilizia residenziale pubblica, sono cioè case popolari alla Corviale, con un sistema di gestione afflitto da problemi enormi, dovuti perlopiù a carenza di manutenzione e assenza di controlli. Quando si parla di «Affittopoli» ci si riferisce soprattutto al “patrimonio disponibile”, alloggi e locali commerciali destinati alla messa a reddito (rispettivamente 1,92% e 1,19% del totale), e al “patrimonio indisponibile” assegnato in concessione a fini sociali e istituzionali (1,61%).

Due componenti che complessivamente rappresentano il 4,7 per cento dell’intero patrimonio (circa 1700 beni unitari). Una città perciò più piccola, ma non per questo trascurabile, in quanto il conteggio per beni unitari (che vanno da singole cantine a interi palazzi) è fuorviante, e dei 989 beni del patrimonio indisponibile in concessione, ben 180 sono interi fabbricati o porzioni di fabbricato, e spesso anche di grande pregio.

Tra le realtà associative e culturali che animano il Patrimonio non mancano situazioni di abuso o di attività per lo più economiche, ma prevalentemente esse costituiscono un diffuso e radicato capitale sociale, e sono spesso delle vere eccellenze “storiche” nel contesto capitolino. Parliamo di realtà come l’Accademia Filarmonica Romana, istituzione concertistica tra le più antiche e illustri d’Italia, o come il Grande cocomero, centro riabilitativo per i ragazzi di Neuropsichiatria Infantile del Policlinico Umberto I nato oltre 20 anni fa da un’idea del celebre neuropsichiatra Marco Lombardo Radice, o ancora il Celio Azzurro, nota scuola d’infanzia dedicata all’inclusione multiculturale, o l’associazione A Roma Insieme, fondata 24 anni fa da Leda Colombini, storica figura del Pci romano, che si occupa dei bambini che vivono nel carcere di Rebibbia con le madri e del reinserimento di queste ultime. E poi ancora la storica Casa dei Diritti sociali di via Giolitti, Viva la Vita onlus che da molti anni si occupa di malati di Sla, il centro Ararat all’ex Mattatoio di Testaccio, associazione della comunità curda, insieme a centri sociali come il Rialto Sant’Ambrogio, l’atelier Esc a San Lorenzo, Auro e Marco a Spinaceto, il Csa La Torre su via Nomentana, la Palestra popolare di San Lorenzo, l’ex casale Falchetti a Centocelle, il Laboratorio Sociale Autogestito 100celle, lo spazio sociale 100celleaperte, il Csoa Corto Circuito a Cinecittà.

Come si vede dalla mappa che qui pubblichiamo con i dati di gestione, in buona parte inediti, (interattiva online sul sito de il manifesto, elaborazioni ReTer) il Patrimonio immobiliare del Comune è disseminato un po’ su tutto il territorio della città metropolitana. Si possono distinguere (layer «concessioni minacciate») le concessioni a rischio per l’azione della Corte dei Conti, che sta inducendo l’amministrazione a convertire in determine di sgombero tutte le istruttorie per danno erariale (230 a oggi).

Il patrimonio si divide in indisponibile in concessione (con dati inediti su tutte le concessioni, compresi beneficiari, canoni e morosità al 30/11/2013); patrimonio disponibile a uso residenziale; centri sportivi in concessione. Da notare la prevalente irregolarità delle posizioni, attestata dai 510 contratti «non presenti agli atti» su 861 (59%), trattandosi probabilmente di procedure non perfezionate. Come particolarmente significativa è pure la composizione dei beneficiari con due nuclei forti: il non profit, tra associazioni, enti pubblici ed enti ecclesiastici (39%), e la voce «altro» (41%), che comprende locali per attività commerciali e produttive, ma anche alloggi ad uso residenziale (destinazioni ammesse nel patrimonio indisponibile per motivi tecnici).

La mappa evidenzia anche un elevato tasso di inutilizzo e abbandono (14%) e la vasta distribuzione su tutto il territorio cittadino, che ne fa nel loro insieme un’infrastruttura fondamentale per politiche territoriali di promozione di cooperazione sociale, cultura diffusa e sviluppo locale.

«Le città non sono luoghi esclusivi per speculazioni dei fondi immobiliari. Le città sono invece i luoghi della socialità e per garantirla si tratta di difendere e ripristinare – ovviamente senza sprechi o favoritismi – la rete delle associazioni che ci difendono da una deriva sociale che può travolgere le stesse radici del vivere urbano». il manifesto, 15 gennaio 2017 (c.m.c.)
Nel 1903 un grande ministro, Luigi Luzzatti, portò in apporvazione del Parlamento la legge che apriva la nobile stagione delle case popolari. Luzzatti era un esponente della destra storica, era un economista ed aveva fondato banche. Sapeva dunque di economia.

Eppure nelle relazioni al Parlamento parla con durezza contro la speculazione fondiaria che impedisce alle persone senza ricchezza di vivere dignitosamente. In quel periodo, anche grazie alla spinta sociale dei municipi guidati dai primi sindaci socialisti, esisteva la convinzione che le città vanno guidate sostenendo la parte debole della società.

Sarà necessario un imponente lavoro di riflessione sulle cause della tragica involuzione culturale che negli ultimi trenta anni ha fatto diventare le città esclusivi fattori economici rinunciando a qualsiasi ruolo di guida pubblica. La vicenda che trova spazio nelle pagine del manifesto trae origine da atti approvati da amministrazioni di centrosinistra.

L’azione devastante condotta dalla Corte dei Conti parte infatti da una deliberazione approvata dalla giunta Marino e confermata dal prefetto Tronca e rischia di cancellare una serie di istituzioni culturali come l’Accademia filarmonica romana o come tante associazioni che costituiscono il tessuto connettivo che tiene in vita le relazioni sociali nella città. Comitati di cittadini, associazioni che non svolgono attività lucrative vengono chiamate a pagare affitti calcolati sui valori di mercato.

Torniamo dunque al nodo culturale. Negli anni Ottanta si afferma il pensiero unico urbano secondo il quale non possa esistere nessuna attività che sfugge dall’azione predatoria di un’economia senza regole. Questo pensiero unico si è affermato con una rapidità sorprendente e ha prodotto il disastro che abbiamo sotto gli occhi. Per questo, germi nuovi nati al fuori delle vecchie culture politiche, hanno iniziato ad affermarsi in questi anni difficili.

È infatti grazie a questa cultura di difesa dei beni comuni che abbiamo vinto il referendum sull’acqua pubblica. È per questa nuova cultura che a Napoli grazie all’azione di Lucarelli e Maddalena si è affermata una importante concezione dei beni comuni. È per questa nuova cultura che tante città stanno ragionando sugli antidoti per rimediare al disastro. Dentro questa prospettiva culturalmente differente va anche richiamata l’importante azione condotta dall’allora prefetto Gabrielli che riuscì a mettere a disposizione del comune di Roma una importante somma da destinare ai gravi disagi abitativi.

Questa nuova cultura ha consentito l’affermazione di Virginia Raggi a sindaco di Roma e proprio dalla capitale arriverà il segnale culturale che l’intero Paese aspetta. Le città non sono luoghi esclusivi per speculazioni dei fondi immobiliari. Le città sono invece i luoghi della socialità e per garantirla si tratta di difendere e ripristinare – ovviamente senza sprechi o favoritismi – la rete delle associazioni che ci difendono da una deriva sociale che può travolgere le stesse radici del vivere urbano.

«La nozione di beni comuni, riscoperta negli anni 1980, conosce una popolarità crescente fra i militanti di sinistra. Dall’acqua pubblica ai software liberi, la gestione collettiva invalida il mito della privatizzazione come garanzia di efficienza».il manifesto Le Monde diplomatique n. 12, anno XXIII, dicembre 2016 (c.m.c.)

L’ 11 gennaio 2016, il segretario nazionale del Partito comunista francese Pierre Laurent faceva i suoi auguri per il nuovo anno e offriva un’immagine della «società che vogliamo»: «Un nuovo approccio allo sviluppo in cui sociale ed ecologia si uniscano a profitto dell’essere umano e del pianeta, per una società del benessere e del bene comune». «Bene comune»? Sull’altro fronte dello scacchiere politico, il fondatore del Movimento per la Francia, Philippe de Villiers, fa riferimento allo stesso concetto, ma per giustificare il proprio progetto di ridimensionamento dello Stato: «Lo Stato non esiste più come fornitore di bene comune. Non ha alcun diritto su di noi» (1).

Nel maggio 2016, alcuni mesi dopo l’annuncio del Ritorno dei beni comuni da parte dell’«economista sgomento» francese Benjamin Coriat (2), il liberale Jean Tirole pubblicava Économie du bien commun (3). Nella rubrica del suosito «Nostre idee», l’Associazione per la tassazione delle transazioni finanzia- rie e l’aiuto ai cittadini (Attac) sostiene l’importanza di «promuovere le alternative e recuperare i beni comuni».

Invece, l’Institut de l’entreprise, afferma, attraverso il suo segretario generale, che «le iniziative private si preoccupano del bene comune (4)». È raro incontrare concetti tanto malleabili. Molteplici le declinazioni in ambito politico o universitario: «bene comune», «beni comuni», «common», «commmons»... Da un lato, l’espressione «bene comune» – più o meno sinonimo di «interesse generale» – si è imposto come elemento del linguaggio imprescindibile per i dirigenti di ogni ambiente sociale. Dall’altro, la nozione di beni comuni porta un rinnovamento intellettuale e militante a un movimento sociale caratterizzato, a volte, da un letargo concettuale. È difficile orientarsi... ma non impossibile. Aprile 1985, Annapolis (Stati uniti). In occasione di una conferenza finanziata dalla National Research Foundation, accademici provenienti da tutto il mondo hanno presentato le proprie ricerche sui «commons».

Il termine evoca generalmente una storia antica: quella della trasformazione, all’alba dell’era industriale, delle terre lasciate a pascolo e gestite collettivamente in proprietà private delimitate da recinzioni. Il movimento delle enclosures è considerato come il momento fondante dello sviluppo del capitalismo. È il simbolo dell’emergere della proprietà come diritto individuale: una «rivoluzione dei ricchi contro i poveri», scrive Karl Polanyi (5). I ricercatori riuniti ad Annapolis riprendono il filo di questa storia, sottolineando l’esistenza di molti luoghi nel mondo in cui le terre, le aree di pesca o le foreste continuano a essere gestite come dei commons: risorse condivise all’interno di comunità che organizzano collettivamente il loro sfruttamento.

Secondo i ricercatori, questi sistemi di commons si dimostrano spesso efficaci e limitano lo sfruttamento indiscriminato delle risorse (6). Si assiste a un rovesciamento totale delle tesi elaborate da Garrett Hardin nel suo celebre articolo sulla «tragedia dei beni comuni (7)». È un attacco all’intera ortodossia liberale, per cui la proprietà privata esclusiva è sempre il miglior sistema di assegnazione delle risorse rare. Nel 1990, l’economista Elinor Ostrom ha fatto una sintesi dei principali passi avanti resi possibili dalle ricerche esposte ad Annapolis. Ha insistito soprattutto sulle condizioni isti- tuzionali che permettono di perpetuare i sistemi dei commons, sostenendo che un common non possa esistere sul lungo periodo in assenza di regole sul suo sfruttamento.

Inoltre, sottolinea come queste regole possano essere prodotte e applicate dalle comunità interessate, senza dover ricorrere alla sovrastante potenza dello Stato. Tra i molti esempi che cita, c’è il caso di un’area di pesca in Turchia, dove «a occuparsi del processo di controllo e di applicazione delle regole (...) sono gli stessi pescatori (8)». Nel 2009, queste ricerche le valgono il premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel comunemente chiamato «premio Nobel per l’economia».

In Italia, la riscoperta dei beni co- muni si estende al campo della politica quando, nel 2008, una commissione, creata dal governo di Romano Prodi e presieduta dal giurista Stefano Rodotà, riferisce le proprie conclusioni. Propone una definizione di beni comuni come «quelle cose da cui dipendono l’esercizio dei diritti fondamentali e il libero sviluppo della persona». «Persone giuridiche pubbliche o private», poco importa lo status dei titolari di questi beni i loro «proprietari » (9). In compenso, la commissione insiste sul fatto che le risorse debbano essere gestite conformemente alla loro funzione, per permettere l’esercizio di un diritto.

Definire l’acqua un «bene comune» significa anche che la sua distribuzione, qualunque sia l’attore che la organizza, deve garantire l’accesso a tutti a un’ac-ua sana e in quantità sufficiente.

Sulla base dei lavori della commissione Rodotà, molti movimenti sociali e politici transalpini si sono impadroniti della nozione di bene comune per denunciare il settore privato e lo Stato neoliberale, entrambi incapaci di soddisfare i bisogni collettivi fondamentali (10). Forti di questo principio, nel giugno 2011, 25 milioni di italiani (sui 27 milioni di votanti) si sono pronunciati per via referendaria contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali di fornitura di acqua potabile.

Il movimento per il software libero Ma la riscoperta dei beni comuni non si limita alle risorse naturali. Nel 1983, Richard Stallman, giovane informatico del Massachusetts Institute of Technology (Mit), ha lanciato un appello a contribuire al gruppo di discussioneUsenet, proponendo lo sviluppo di un sistema di condivisione liberamente distribuito. Così, fa la sua comparsa il movimento per il software libero, in reazione all’emergere di una fiorente industria del software, che trasforma i programmi informatici in beni commerciali sottoposti al diritto d’autore (copyright) e protetti da restrittive condizioni d’uso (11).

Qui, il codice informatico non è più conside- rato come proprietà esclusiva di un at- tore privato, ma costituisce una risorsa liberamente accessibile che ognuno può contribuire a migliorare. Questi principi di apertura e condivisione sono stati ripresi da diversi commons digitali e applicati alla produzione di enciclopedie (Wikipedia), di database (Open Food Facts) o a creazioni arti- stiche collettive regolate da licenze di Arte libera o di Creative Commons.

Malgrado le loro differenze, tutte le componenti del movimento per i beni comuni mettono in discussione la proprietà privata esclusiva. Il movimento italiano per i beni comuni contesta la privatizzazione dei servizi pubblici; l’interesse per i commons detti «fisici» risponde al selvaggio accaparramento delle terre. In merito invece allo sviluppo dei commons digitali, si oppone alla privatizzazione dell’informazione e della conoscenza: quest’ultima ha assunto un’entità tale che alcuni giuristi parlano di un «secondo movimento di enclosures (12)».

I commons assestano duri colpi a una delle istituzioni centrali del neolibera- lismo, rifiutando il dogma secondo cui il rafforzamento della proprietà privata garantisce una maggiore efficienza economica. I lavori di Ostrom invalidano questo postulato, che viene contraddetto anche nella pratica dallo sviluppo di numerose risorse condivise. Trattandosi di risorse fisiche, i commons poggiano spesso su forme di proprietà collettiva e, come nel caso francese, su strutture cooperative o associazioni fondiarie agricole (Groupements fon- ciers agricoles, Gfa). Quanto ai commons digitali, invece, sono protetti da licenze specifiche, che sovvertono le forme classiche di proprietà intellettuale per favorire la circolazione e l’arricchimento delle creazioni collettive:

General Public License (Gpl), Open Database License (Odbl)... I militanti dei commons, oltre a met- tere in discussione la proprietà privata, criticano anche l’uso deviato della pro- prietà pubblica in un contesto di liberalizzazione generalizzata. Quando lo Stato ha carta bianca per svendere le risorse di cui dispone per risanare le sue finanze, la proprietà pubblica offre le stesse garanzie della proprietà privata? Non si riduce forse a un semplice trasferimento della proprietà nelle mani di un attore che non necessariamente agisce nell’interesse di tutti (13)? Così, si capisce meglio la definizione proposta dalla commissione Rodotà. Insistendo sulla funzione sociale dei beni comuni, i giuristi italiani hanno voluto sostituire alla classica logica dello Stato sociale la proprietà pubblica come custode dell’interesse collettivo la garanzia incondizionata di alcuni diritti.

Questo cambiamento di prospettiva va di pari passo con una lotta contro la burocratizzazione dei servizi pubblici, vista come principale causa della loro incapacità di difendere l’interesse collettivo. La critica delle debo- lezze della proprietà pubblica è al tempo stesso un’esigenza di partecipazione civica, di cui l’esperienza napoletana di Acqua bene comune (Abc) offre un interessante esempio. Nell’enfasi del referendum del 2011, in effetti, la gestione dell’acqua di questa città è stata rimunicipalizzata e affidata a «un’azienda speciale» di diritto pubblico chiamata Abc. Il suo statuto è stato pensato per permettere una gestione democraticae partecipativa, grazie alla presenza di due cittadini nel consiglio di amministrazione e alla creazione di un comitato di sorveglianza a cui partecipano dei rappresentanti dei consumatori e delle associazioni.

In Italia, la risonanza politica del concetto di beni comuni mette in evidenza l’ambiguità del rapporto dei di- fensori dei commons con lo Stato. Il movimento dei commons, nato da una persuasiva critica alla proprietà privata e alle rinunce dello Stato neoliberale, ogni tanto si lascia andare al veemente elogio delle capacità di auto-organizzazione della «società civile». Il rischio è quello di diventare gli «utili idioti» del neoliberalismo, criticando la sacralizzazione della proprietà privata solo per far arretrare lo Stato sociale. Tuttavia, molti ricercatori e militanti sono con- sapevoli del pericolo. Come ricorda Benjamin Coriat, «i beni comuni hanno bisogno dello Stato per svilupparsi, perché deve creare le risorse (a cominciare dalle risorse giuridiche) di cui i commoners [i produttori di beni comuni] hanno bisogno per esistere (14)».

Proibire la vendita di computer abbinati a determinati software l’acquisto di un Pc corrisponde, in pratica, all’acquisto di un computer e di Windows in- centiverebbe per esempio lo sviluppo di software liberi.Si tratta quindi di riaffermare il ruolo dello Stato, riflettendo contemporaneamente sull’evoluzione dei suoi interventi. Questo implica l’elaborazione di un quadro giuridico in grado di favori- re i beni comuni e le strutture come le cooperative capaci di farsene carico, anche in ambito commerciale.

Questo presuppone inoltre l’accettazione che la proprietà pubblica non si limiti a un patrimonio di cui lo Stato può fare un uso discrezionale, ma comprenda l’insieme dei beni e dei servizi destinati all’uso pubblico, che di conseguenza devono essere gestiti nell’interesse di tutti. Bisogna inoltre ricordare che lo Stato sociale ha la vocazione di fornire agli individui gli strumenti temporali e finanziari per sviluppare attività indipendentemente dalla proprietà privata e della ricerca del profitto. I beni comuni invitano quindi a rivedere l’articolazione tra la sfera commerciale, i compiti dello Stato e quel che può essere lasciato all’autoorganizzazione dei collettivi liberamente costituiti. Una bella sfida per la filoso fia politica e, forse, anche una speranza per la sinistra.

(1) «Parlez-vous le Philippe de Villiers?», Bfmtv. com, 7 ottobre 2016.
(2) Benjamin Coriat (a cura di), Le Retour des communs. La crise de l’idéologie propriétaire, Parigi, Les Liens qui libèrent, 2015.
(3) Jean Tirole, Économie du bien commun, Pa- rigi, Presses universitaires de France, 2016.
(4) Frédéric Monlouis-Félicité, «Pour une élite économique engagée», Parigi, L’Opinion, 16
aprile 2015.
(5) Karl Polanyi, La grande trasformazione: le origini economiche e politiche della nostra epoca, Einaudi, 2010.
(6) Cfr. National Research Council, Procee- dings of the Conference on Common Property Resource Management, Washington, DC, Na- tional Academy Press, 1986.
(7) Garrett Hardin, «The Tragedy of the Com- mons», Washington, DC, Science, vol. 162, n° 3859, 13 dicembre 1968.
(8) Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi, Marsilio, 2006.
(9) Commissione Rodotà, conclusioni cita- te da Ugo Mattei, «La lutte pour les “biens communs” en Italie. Bilan et perspectives», Raison publique, 29 aprile 2014, www.raison- publique.fr
(10) Si legga Ugo Mattei, «Rendere inalienabili i beni comuni», Le Monde diplomatique/il ma- nifesto, dicembre 2011.
(11) Si legga «Lo strano destino del software libero», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2014.
(12) Cfr. James Boyle, «The second enclosure movement and the construction of the public do- main», Durham (Stati uniti), Law and Contem- porary Problems, vol. 66, n° 1-2, inverno 2003.
(13) Cfr. Pierre Crétois e Thomas Boccon-Gibod (a cura di), État social, propriété publique, biens communs, Lormont, Le Bord de l’eau, 2015.
(14) «Ne lisons pas les communs avec les clés du passé. Entretien avec Benjamin Coriat», Contretemps, 15 gennaio 2016, www.contretemps.eu

(Traduzione di Alice Campetti)

Prosegue, senza sosta, la liquidazione dei patrimoni pubblici, casematte essenziali dei beni comuni. Altrove, invece, si fa il contrario. E anche in Italia, nella Sardegna di Renato Soru.... La Repubblica online, Economia e finanza, 15 settembre 2016, con postilla

Il Demanio ha deciso di renderli fruibili per usi che non siano quelli per cui furono edificati proprio mentre sta crescendo la domanda di soggiorno vacanziero in alcuni delle strutture distribuite lungo le coste e nelle isole italiane

Lentamente, l'Italia riscopre il potenziale del turismo. Una voce che - da sola - vale il 10,2% dell'economia della Penisola. Quasi 160 miliardi di euro l'anno, frutto di 57,9 milioni di viaggi con pernottamento registrati lo scorso anno dall'Istat e di altri 67,3 milioni di viaggi senza pernottamento. In media, nel 2015, chi ha visitato l'Italia in vacanza ha dormito fuori casa per 6,2 giorni, chi lo ha fatto per lavoro per 3,4 giorni.

Merito anche di una ricettività ormai completa, capace di soddisfare tutti i gusti e tutte le tasche. Dagli alberghi boutique a quelli per famiglie; dai campeggi ai villaggi turistici; dagli appartamenti in affitto agli agriturismi, ma non mancano gli ostelli, le case per ferie, i rifugi di montagna e i bed & breakfast.

E adesso, in concomitanza con la disponibilità dell'Agenzia del demanio a renderli fruibili per usi che non siano quelli per cui furono edificati, sta crescendo la domanda di soggiorno vacanziero in alcuni dei 110 fari distribuiti lungo le coste e nelle isole italiane. Certo si tratta ancora di poche strutture, ma i numeri sono destinati a crescere per non perdere un trend positivo. Sono stati infatti pubblicati i bandi di gara per la concessione da 6 a 50 anni di 11 fari di proprietà dello Stato, 7 dei quali gestiti dal demanio stesso e 4 dal ministero della Difesa, ubicati in Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Toscana.

La loro destinazione dovrà essere coerente con gli indirizzi e le linee guida del progetto Valore Paese - Fari: potranno accogliere iniziative ed eventi di tipo culturale, sociale, sportivo e per la scoperta del territorio, oltre ad attività turistiche, ricettive, ristorative, ricreative, didattiche e promozionali. La ricaduta economica sui territori è stimata in 20 milioni di euro e darà occupazione ad un centinaio di operatori. Una delle prime nazioni a comprendere il valore di questo tipo di turismo è stata la Croazia, oggi leader in Europa. Altre nazioni offrono tuttavia tale ricettività: dalla Gran Bretagna alla Scozia, alla Norvegia, fino al Canada, agli Stati Uniti e all'Australia.

postilla

In paesi più civili dell'Italia di Matteo Renzi, invece di alienare i patrimoni pubblici costieri (anche una concessione cinquantennale rinnovabile è un'alienazione) hanno istituito una conservatoria il cui scopo è quello di conservare, accrescere e gestire fruizioni socialmente utili per gli immobili costieri. Lo ha fatto la Francia dal 1975 con il Conservatoire du littoral . E sull'esempio francese avviò l'opera in Italia la Sardegna di Renato Soru con l'istituzione della Conservatoria delle coste.

«la creazione di un modello di accoglienza per richiedenti asilo, il sindaco di Riace Mimmo Lucano va avanti su un un’altra questione vitale: l’acqua come bene comune». Il manifesto, 17 agosto 2016 (c.m.c.)

E’ stato in marzo che il magazine Fortune ha inserito fra le cinquanta personalità più influenti del mondo, unico italiano, il sindaco di Riace per il suo impegno e lungimiranza nel costruire un modello di accoglienza per richiedenti asilo in grado di connettersi con piccole comunità calabresi a rischio di spopolamento. «La più grande opera pubblica che potevamo fare», commenta il sindaco.

Molti conoscono il modello di accoglienza di Riace (su questo giornale ne abbiamo scritto quando nacque nel lontano 1999!) , un modello che dimostra come i migranti potrebbero far rinascere le aree interne e spopolate del nostro paese.

Ma, come abbiamo proposto in altre occasioni ci vorrebbe un progetto su scala nazionale ed una nuova Riforma agraria che miri a recuperare case e terreni abbandonati ( e sono tanti non solo nel Sud), a far rivivere le botteghe artigiane, con l’inserimento lavorativo di italiani e migranti. Un progetto nazionale a cui Riace ha dato la prova che si può fare.

Di fronte alla sordità o ottusità dei governo nazionale il sindaco di Riace non si è arreso ed è andato avanti su un un’altra questione vitale : l’acqua come bene comune. Riace si sta liberando dalla dipendenza dalla Sorical, società mista con la multinazionale Veolia come socio privato, che in Calabria gestisce l’acqua pubblica e la fa pagare profumatamente ai cittadini, oltre a non investire nella manutenzione straordinaria di cui abbisognano i vecchi acquedotti della regione.

Un videro amatoriale presenta uno scroscio d’acqua violento che si abbatte su un secchio, acqua che spruzza, che deborda, che allaga tutto intorno, la scritta che accompagna le immagini dice: «Questa sorgente d’acqua ha visto la luce grazie al coraggio e perseveranza del sindaco di Riace Domenico Lucano, assistito dal geologo Aurelio Circosta, progettista e direttore dei lavori».

Non è stato facile, né tecnicamente, né dal punto di vista amministrativo. Sul piano tecnico, la falda acquifera è stata trovata in località Coltura, sinistra orografica del torrente Riace che collega l’abitato della Marina di Riace con il capoluogo comunale; dopo uno studio accurato condotto con elettrosondaggi, rilievi eseguiti nel dicembre 2015, grazie ad un lungo lavoro del geologo Circosta.

La relazione del geologo evidenzia il ritrovamento di colline argillose con una captazione della sorgente a 157 mt di profondità, mediante l’introduzione di una elettropompa sommersa è stato possibile valutare l’uscita dell’acqua di 25 litri al secondo.

Ma, come si poteva finanziare la ricerca e i lavori per il prelievo della falda, nonché la costruzione di una connessione all’ acquedotto comunale? Il ragioniere del comune di Riace mostrava al sindaco un bilancio preventivo 2016 dove non c’era un euro in più da spendere.

Con il coraggio che oggi è assolutamente necessario per gestire gli enti locali, Domenico Lucano decise di inserire in bilancio la metà del costo dell’acqua pagata alla Sorical nell’anno 2015, pari a circa 180mila euro, contando di terminare i lavori entro giugno 2016. In altri termini, il comune faceva un investimento con denaro che non aveva, ma avrebbe avuto al termine dei lavori con il risparmio sul pagamento dell’acqua nel periodo luglio/dicembre 2016.

Il sogno si è avverato. L’acqua è oggi a Riace davvero un bene comune e presto i cittadini ne vedranno chiaramente i benefici anche sul versante della spesa familiare (si stima un risparmio per famiglia di circa il 70% sulla bolletta dell’acqua).

E si tratta di un’acqua potabile, certificata, migliore di quella distribuita dalla Sorical. E’ stato possibile collegare il pozzo in località Coltura con una condotta del diametro di 200 mm e lungo 2500 mt. La potabilità dell’acqua viene rilasciata con certificato dall’Azienda sanitaria provinciale di Siderno il 24 maggio del 2016 «esito di conformità ai parametri di legge».

L’Arpacal evince la mancanza di minerali pesanti, di antiparassiti, di idrocarburi, batteri e composti organici, un aspetto positivo, segnala Circosta, da attribuire alle caratteristiche geologiche e stratigrafiche del giacimento, l’acqua protetta da una coltre argillosa impermeabile che garantisce l’impossibilità alla contaminazione da agenti inquinanti e assicura la potabilità per il presente e il futuro.

Era il 2009 quando un campo di lavoro dell’Arci ragazzi provenienti da molte parti d’Italia aveva visto decine di giovani lavorare sotto il sole per costruire murales, uno di questi riguardava la casetta con fontanella e la scritta «Acqua bene comune». Nel Il paese dei Bronzi (2010) di Vincenzo Caricari, uno dei primi documentari su Riace, testimonia un consiglio comunale dove il sindaco di Riace propone di inserire nello Statuto «l’acqua è un bene pubblico e tale deve rimanere».

Altri comuni calabresi, in testa quelli della Sila e preSila, stanno seguendo la stessa strada, territori ricchi d’acqua finora malgestita (numerose le interruzioni di forniture idriche) e sfruttata da privati e politici corrotti.

«La città sogna di recuperare gli spazi abbandonati della grande fabbrica: l’area può diventare patrimonio dell’umanità. Intanto De Benedetti è stato condannato per sette lavoratori morti». Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2016 (p.d.)

A Ivrea ci sono dei vuoti da colmare. Vuoti fisici e immateriali lasciati dalla fine della grande azienda che aveva reso la cittadina piemontese una capitale dell’economia e dell’innovazione grazie allo spirito di Adriano Olivetti. Riempirli potrebbe innescare nuovi processi. È l’obiettivo fissato dalla città alcuni anni fa con la candidatura all’Unesco, che nel 2018 potrebbe riconoscere l’area che ruota intorno a via Guglielmo Jervis patrimonio dell’umanità come “città industriale del XX secolo”. Ivrea, però, deve fare il conto con la realtà: il 18 luglio scorso Carlo De Benedetti e altri ex amministratori sono stati condannati per le malattie e i decessi di alcuni ex dipendenti provocati dall’amianto. La procura, inoltre, sta indagando su altri casi. Stesso marchio, Olivetti, ma due storie diverse: quella di Camillo e Adriano, da valorizzare, quella di De Benedetti e altri, da dimenticare.

“Questa Vicenda è un po’rimossa”, racconta Vanda Christillin, insegnante, figlia di impiegati Olivetti che hanno acquistato una delle villette costruite per i quadri, dove la signora abita ancora. “Si pensa che non sia una questione dell’azienda, ma dell’amianto, che in quegli anni era ovunque”. E continua: “La storia dell’Olivetti sotto De Benedetti è diversa: non c’era la dedizione ai lavoratori dei tempi di Adriano e quando lui non ha avuto i rendimenti sperati, l’ha lasciata”. Così si sono svuotati gli stabilimenti di via Jervis e molte stanze di Palazzo Uffici. Il fantasma dell’amianto, però, è restato a lungo prima di dare segnali e prima di essere estirpato: “Già durante la preparazione della candidatura ne abbiamo tenuto conto tra i fattori critici - dichiara il sindaco Pd Carlo Della Pepa -. Siamo intervenuti sugli edifici pubblici, l’ex asilo aziendale,la sede dell’Agenzia regionale di protezione ambientale (Arpa) o le aree della officine Ico (Ing. Camillo Olivetti, ndr) con le facoltà universitarie”. Per gli altri edifici, spetterà ai privati.

“Entra nella storia della tua città”. Con questo slogan uno dei fondi immobiliari informa che “sono disponibili in vendita o in locazione luminosi uffici”. Da più di un anno il cartello è esposto sul “Centro servizi sociali” progettato dagli architetti Luigi Figini e Gino Pollini, che - su impulso di Olivetti - dagli anni Trenta hanno plasmato quest’area con linee razionaliste e moderniste simili a quelle di Frank Lloyd Wright, Mies Van Der Rohe e Le Corbusier. Nei tempi d’oro era un edificio dallo spirito tipicamente olivettiano, che offriva, oltre ai servizi sociali e assistenziali, anche la biblioteca aperta fino a tardi per i dipendenti della Olivetti e gli abitanti di Ivrea. Ora molti locali sono abbandonati. Di fronte ci sono le officine Ico, dalla più antica in mattoni rossi, progettata da Camillo Olivetti nel 1908, ai suoi ampliamenti (ancora opera di Figini e Pollini) dalle grandi vetrate. Oltre a uffici e magazzini, sono in vendita anche le case dei dipendenti. Con 210mila euro si può comprare una delle villette progettate da Figini e Pollini per i lavoratori con famiglie numerose, case da 210 metri quadri su due piani e 480 metri quadri di giardino. Se l’area avesse il bollino Unesco, la casa sarebbe esente dall’Imu e il valore crescerebbe. “Quasi il 60 per cento degli edifici olivettiani è vuoto”, afferma il sindaco. Renato Lavarini, coordinatore della prima fase della candidatura, aggiunge che “secondo uno studio dello Iulm di Milano il patrimonio Unesco aumenta il valore dell’immagine del 40 per cento”.

Il vuoto più difficile da colmare è però quello lasciato da Adriano Olivetti, morto il 27 febbraio 1960. Nel 1962 è nata la fondazione a lui dedicata con l’intento di mantenerne vivo il pensiero e quello della sua “Comunità”. A 100 anni dalla nascita dell’azienda, la fondazione ha proposto la candidatura: “Ciò che ci interessa è l’aspetto immateriale – dice il segretario generale Beniamino De’ Liguori Carino, nipote dell’imprenditore. Quegli edifici sono i simboli di quello spirito”. “Non candidiamo soltanto i singoli edifici, ma un modello di città”, aggiunge Matilde Trevisani, project manager dell’ente. Se diventare patrimonio Unesco è possibile, sembra impossibile ritrovare imprenditori come lui: “Tanti hanno elementi simili, ma quel modello non è replicabile”, dice De’Liguori Carino. “Penso che sia impossibile ricreare quell’ambiente, ma vogliamo promuovere gli asset - dice Della Pepa - per creare le condizioni utili alle start up. D’altronde abbiamo già l’Interaction Design Institute e l’Arduino: speriamo che tra dieci anni via Jervis, definita da Le Corbusier ‘la via più bella del mondo’, possa attirare aziende e professionisti innovativi. La museificazione non serve a nessuno, men che meno a Ivrea”.

© 2022 Eddyburg