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«”». Il Fatto Quotidiano online, 27 dicembre 2016

Qualcuno la ricorderà come la risoluzione dello sgambetto del presidente Usa uscente a quello entrante, insomma poco più che una questione di politica interna statunitense ridotta a dispetto.

Altri la giudicheranno la conseguenza della forsennata politica di costruzione di nuovi insediamenti da parte del governo Netanyahu: in altre parole, ci sarebbe un “troppo” persino nella politica tradizionalmente filo-israeliana della Casa bianca (gli Usa avevano posto il veto a un’identica risoluzione nel 2011), considerato anche che presto il parlamento israeliano potrebbe dare l’approvazione definitiva alla “sanatoria”, o legalizzazione retroattiva, di 4000 insediamenti in Cisgiordania.

Fatto sta che, a 37 anni dalla risoluzione 446, anni trascorsi a porre veti sulle risoluzioni relative agli insediamenti israeliani nei territori occupati palestinesi, venerdì sera l’astensione degli Usa ha permesso al Consiglio di sicurezza di chiedere a Israele di “cessare immediatamente e completamente ogni attività concernente gli insediamenti nei territori palestinesi, compresa Gerusalemme est” e di “smantellare gli insediamenti costruiti dopo il marzo 2001”.

La risoluzione, apprezzata dal segretario generale Ban Ki-moon, sottolinea che gli insediamenti israeliani costituiscono “una flagrante violazione del diritto internazionale” (ossia sono illegali) e “stanno mettendo in pericolo la praticabilità della soluzione a due stati nonché una pace giusta, duratura e completa”.

Il testo approvato dal Consiglio di sicurezza chiede anche l’adozione di misure per prevenire “ogni atto di violenza contro i civili, il terrorismo e gli atti di provocazione e di distruzione” e condanna l’incitamento all’odio.

Negli insediamenti in Cisgiordania vivono circa 430.000 coloni israeliani e altri 200.000 israeliani si trovano a Gerusalemme est. Per far loro posto, in questi decenni le autorità israeliane hanno fatto ricorso a demolizioni, sgomberi forzati, detenzioni arbitrarie e uccisioni di manifestanti palestinesi.

Starà ora al Consiglio di sicurezza mostrare l’autorevolezza necessaria per far rispettare a Israele la risoluzione: non solo fermando le nuove costruzioni ma, come chiedono le organizzazioni per i diritti umani, anche smantellando gli insediamenti già terminati e trasferendo i coloni fuori dai Territori occupati palestinesi.

Difficile riuscire a giovare, al tempo stesso, a Matteo Salvini, raggiungendolo nel suo inferno razzista e xenofobo, e a Matteo Renzi, al quale si toglie l'unico antagonista numericamente significativo. Grillo sembra esserci riuscito. A meno che il movimento che ha creato riesca a liberarsi di lui.

La Repubblica, 24 dicembre 2016

Adessoè il momento di agire e proteggerci, scrive Beppe Grillo sul blog del Movimento5 Stelle. E aggiunge, tra le cose da fare subito, il rimpatrio immediato -« a partire da oggi» - di tutti gli immigrati irregolari. E lasospensione del trattato di Schengen - con la chiusura immediata dellefrontiere - in caso di attentati in Europa almeno finché il livello di allertanon si è abbassato.


«Due agenti della polizia, Cristian Movio e Luca Scatà - dice il capopolitico M5S - stanotte hanno rischiato la loro vita durante un banalecontrollo di documenti.
L'uomoche avevano fermato era l'assassino di Berlino che ha subito estratto la pistola ferendo Cristian.Luca, poliziotto in prova e con appena 9 mesi di servizio, ha reagito a sanguefreddo, ha sparato e ha ucciso il terrorista. Due eroi, che hanno rischiato didiventare due nuovi santi laici. Tutta l'Italia, tutta l'Europa sono grate aquesti due ragazzi. Io personalmente mi sento in dovere di ringraziarli eabbracciarli, specialmente Cristian che ora è in ospedale con una spallaforata».

Ma, continua Grillo, «è folle che due agenti ordinari debbano essere messia repentaglio e ritrovarsi ad avere a che fare con un terrorista ricercato damezza Europa. Questo accade perché la situazione migratoria è ormai fuoricontrollo». Secondo il Movimento 5 Stelle, «l'Italia sta diventandoun viavai di terroristi, che non siamo in grado di riconoscere e segnalare, chegrazie Schengen possono sconfinare indisturbati in tutta Europa».

Il blog conclude con quattro punti programmatici perché «Bisogna agireora». Quindi, «chi ha diritto di asilo resta in Italia, tutti gliirregolari devono essere rimpatriati subito a partire da oggi»; comesecondo punto: «Schengen deve essere rivisto: qualora si verifichi unattentato in Europa le istituzioni devono provvedere a sospenderloimmediatamente e ripristinare i controlli alle frontiere almeno finché illivello di allerta non sia calato e tutti i sospetti catturati»
; terzo:«creazione di una banca dati europea sui sospetti terroristi condivisa contutti gli stati membri, utilizzando anche quelle attuali; quarto, quello che i5 stelle hanno già proposto con una mozione approvata dal Parlamento,«revisione del regolamento di Dublino».

«Fino a oggi è stato il tempo del dolore, della commozione, dellasolidarietà - conclude Beppe Grillo - adesso è il momento di agire eproteggerci».

Prima di lui, aveva parlato Matteo Salvini: «Bisogna votare nel 2017, conprimo punto del programma lo stop all'ingresso di qualsiasi tipo diimmigrazione, fatti salvi donne e bambini che scappano dalle guerre», hadetto il leader della Lega. «In Italia non deve più entrare uno spillo,dal

2017 su la cerniera».

Arriva anche il commento di Giovanni Toti, governatore della Liguria:«Dobbiamo ripristinare i controlli alle frontiere, ai valichi ferroviari,nei porti, identificare chi arriva sui barconi. Sono sempre stato per un'Europaaperta e accogliente e non penso che la soluzione sia chiudersi

nella paura eliminando i nostri modelli di libertà:chi non ha nulla da nascondere non ha problemi a mostrare un documento neiposti di controllo. Chi invece ha qualcosa da nascondere sarebbe bene noncircolasse liberamente».

». La Repubblica, 22 dicembre 2016 (c.m.c.)

Decidano i cittadini ». Non ci sta Domenico Lucano, sindaco calabrese di Riace, a vedere sporcare con sospetti e illazioni il modello amministrativo che ha trasformato il suo paese in un esempio mondiale di accoglienza. A poche ore dalla diffusione sul web di una registrazione rubata, con cui una mano anonima lo ha accusato di avere pilotato un appalto, il sindaco si è dimesso.

Quarantesimo uomo più influente al mondo per Fortune, fra i selezionatissimi ospiti chiamati da Francesco per discutere di migrazioni, il primo cittadino di Riace è diventato un punto di riferimento mondiale. Ma a casa qualcuno sta tentando di fargli lo sgambetto, pubblicando una serie di audio rubati. Le registrazioni appaiono tutte su un canale YouTube aperto, qualche settimana fa, da tale Rocco Sapienza. Un nome falso, come il profilo cui è collegato, ma in grado di pubblicare conversazioni reali.

Nella prima, il sindaco discute delle politiche calabresi di accoglienza con il suo braccio destro Antonio Capone. Nella seconda, tutta in dialetto, confusa e disturbata, Lucano parla con i suoi ex assessori Renzo Valilà e Maurizio Cimino, all’epoca anche vicesindaco. Non si tratta di un incontro recente, perché i due sono stati defenestrati, non senza coda polemica, nel maggio scorso.
L’argomento però è di stringente attualità per gli affamati Comuni calabresi: i fondi in arrivo dalla Regione per contrastare il dissesto idrogeologico.

Chi ha diffuso l’audio voleva dare ad intendere che quei soldi fossero stati dirottati su di un inesistente campo sportivo. In realtà, afferma Lucano con un lungo post su Facebook, nel corso di quella conversazione lui avrebbe solo spiegato ai suoi assessori dell’epoca che quei soldi sarebbero bastati non solo per mettere in sicurezza l’area, ma anche per «renderla fruibile per attività ricreative, scolastiche, sportive». Uno spiazzo aperto a tutti, insomma.

Solo in futuro «e con uno specifico contributo» - afferma il sindaco - l’opera sarebbe stata trasformata in un campetto in piena regola per «fare felici i ragazzi di Riace e i numerosi ragazzi che vengono da ogni parte del mondo. Dove sta il male di tutto questo? ». «Non voglio – aggiunge il sindaco - che ci siano ombre in grado di offuscare l’orizzonte politico e sociale che ha indicato una via possibile e alternativa nella prassi politica, soprattutto dei piccoli governi locali».

Tanto meno – aggiunge - «che focolai di speranza e di luce vengano spenti per autorizzare chiunque a dire con i soliti luoghi comuni sulla politica “tanto sono tutti uguali” ». Per questo motivo Lucano ha deciso di presentare le proprie «non irreversibili» dimissioni, rimettendo il proprio mandato nelle mani dei cittadini. A decidere sul suo futuro sarà un’assemblea aperta, convocata per il prossimo 30 dicembre. Un appuntamento cui in tanti – sindacalisti, attivisti, ma anche semplici cittadini di tutta la provincia – hanno assicurato la propria presenza, mentre fioccano gli attestati di stima e solidarietà all’indirizzo di Lucano.

Lui però rimane in silenzio. Secondo chi gli sta vicino, il sindaco dimissionario sa chi sta diffondendo le registrazioni. E non a caso – affermano – nel suo post sottolinea «le mafie forse hanno imparato una nuova strategia: non mi chiamano con le persone che contano, amici degli amici, io non riconosco queste autorità; non mi fanno intimidazioni, violenze eclatanti perché sono consapevoli di rendermi più forte, rimangono due possibilità: la mia vita o le diffamazioni e le denigrazioni ».

Nuovo regalo ai parassiti che hanno fatto il loro nido nel mondo della finanza. Chi pagherà? Ciò che resta del nostro welfare:dalla sanità all’assistenza, dalla formazione alla ricreazione, dalle bellezza all’utilità delle nostre città.

Il Fatto quotidiano, 20 dicembre 2016 Mesi passati a smentirlo, pochi minuti per approvarlo e presentarlo alla stampa alle nove di sera con una conferenza lampo convocata senza nessun preavviso: il governo approva così la bozza di intervento per soccorrere il sistema bancario. Il Consiglio dei ministri metterà sul piatto 20 miliardi che serviranno allo Stato per ricapitalizzare diversi istituti di credito in difficoltà: in testa Monte dei Paschi di Siena, ma anche le due popolari venete (Vicenza e Veneto Banca), Carige e le 4 banchette nate dalle ceneri di Etruria, Marche, Carife e Carichieti. Che la situazione sia seria lo conferma la modalità “notturna” dell’annuncio e le facce funeree che il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan mettono su in sala stampa. Anche il nome (“Operazione salva risparmio”) dà l’idea della portata: puntellare diverse banche per evitare una crisi sistemica dopo gli interventi disastrosi fatti negli ultimi due anni.

Le misure vere finiranno in un decreto già scritto da tempo e limato negli ultimi giorni. “Le modalità saranno da definire”, spiega Padoan, ma a grandi linee l’ennesimo “salva banche” è chiaro. Matteo Renzi se l’è tenuto nel cassetto per settimane, ritardando fino a dopo il referendum la resa dei conti. D’altronde ammettere che la carta bianca data a Jp Morgan sul futuro di Monte dei Paschi si sta rivelando una fregatura non era un bel biglietto per presentarsi agli elettori. Il decreto conterrà anche garanzie pubbliche per la liquidità del settore. Il governo Renzi aveva ottenuto a luglio scorso una deroga dall’Ue per garantire le emissioni obbligazionarie delle banche “solvibili” ma con difficoltà a rifinanziarsi: un problema che all’epoca non esisteva e invece oggi sì, proprio a causa del mancato intervento del premier, consapevole da mesi di dover intervenire. Il decreto farà salire il debito nel 2017 e proprio perché modificherà i saldi di finanza pubblica dovrà essere approvato attraverso il percorso previsto dall’articolo 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio: il governo dovrà prima ottenere dal Parlamento – a maggioranza assoluta – il permesso di peggiorare i saldi. Ieri il Cdm ha autorizzato proprio questa richiesta da fare alle Camere, in un voto forse già mercoledì. La fretta è per i guai di Mps.

La prima indiziata è infatti proprio la banca senese, alle prese con un aumento di capitale da 5 miliardi che Renzi – in forza del 4 per cento detenuto dal Tesoro – ha affidato alla banca dell’amico Jamie Dimon (con commissioni stellari). Gli investitori sono rimasti freddi: terminerà giovedì, mercoledì invece si chiude l’offerta di conversione volontaria delle obbligazioni subordinate in azioni riaperta la scorsa settimana. La banca, con l’avallo della Consob (che in due settimane si è smentita) punta a convincere i 40 mila piccoli risparmiatori che hanno in tasca bond per 2,16 miliardi. Ma non basta. E il governo è pronto a un “intervento precauzionale” partecipando all’aumento di capitale. “Anche sottoscrivendo azioni di nuova emissione”, spiega Padoan.

Problema: dal 2013 l’Ue vieta agli Stati di risolvere le crisi bancarie senza prima accollare una parte dei costi ai creditori degli istituti: è il cosiddetto burden sharing. Se lo Stato ci mette i soldi, almeno gli obbligazionisti subordinati devono contribuire, possibilmente con una conversione forzata dei bond in azioni. A rimetterci sono anche gli azionisti. Se il governo interverrà, una parte (o tutta) dei 4,3 miliardi di obbligazioni di Mps seguiranno questa strada. L’accordo con l’Antitrust Ue, guidato dalla Commissaria Margrethe Vestager, prevede che poi lo Stato possa risarcire i piccoli risparmiatori (forse all’80%). Questo intervento è “precauzionale”, perché non riguarda banche non in dissesto. Altrimenti si applicherebbe il “bail-in” previsto da una direttiva del 2014: il conto del dissesto viene scaricato sugli azionisti, poi sugli obbligazionisti e se necessario perfino sui depositanti sopra la soglia dei 100.000 euro garantiti. È l’approccio che il governo ha applicato a novembre 2015 per Etruria scatenando il panico.

Il Tesoro non userà subito i 20 miliardi. Prima di natale o capodanno farà un decreto con le misure più urgenti per il settore: la sospensione dell’obbligo di trasformazione in spa (forse per sei mesi) delle popolari, resa necessaria visto che il Consiglio di Stato ha stroncato la riforma e chiamato in causa la Consulta; un’ulteriore rata che sarà chiesta a tutte le banche italiane per ripulire Etruria & C. e permetterne la vendita (il conto è ormai di oltre 4 miliardi) e ulteriori sgravi fiscali.

Il governo aveva pensato di fare un decreto unico, ma l’entità della cifra l’ha obbligato a passare dalle Camere. A Mps servono 5 miliardi, per le venete si parla di 3, tra i 500 milioni e 1 miliardo per Carige e un altro (pare) per CariCesena e CaRim. Tutto questo perché il fondo salva banche Atlante, partecipato dal settore ma anche dalla pubblica Cdp, messo in piedi in fretta e furia a marzo scorso ha finito i soldi.

C'è chi pensa che, nonostante i contorcimenti che compie per restare in sella, e la tremula pavidità dei suoi avversari interni, Renzi sia ormai andato. Sarebbe bello, ma finché resta vivo il ventre he lo generò il cielo sarà sempre oscuro.

Corriere della sera, 19 dicembre 2016

Si può comprendere il fascino del Mattarellum sul Pd, dopo il pasticcio indigesto regalato nei mesi scorsi con l’Italicum. È il tentativo di tenere in vita quanto più possibile il maggioritario, spingendo i partiti a coalizzarsi.

Di fatto, rappresenta l’estrema risorsa alla quale il vertice vuole ricorrere per ricreare le premesse di vittorie ormai ingiallite: soprattutto se riuscisse la forzatura di togliere l’appoggio al governo guidato da Paolo Gentiloni, e andare a elezioni anticipate a giugno. Ma l’operazione si presenta difficile. Il sistema che prende il nome dall’attuale capo dello Stato, Sergio Mattarella, e che fu approvato dopo i referendum elettorali del 1993, appartiene a un’altra epoca politica. Fu usato nel 1994, nel 1996 e nel 2001. Produsse coalizioni che, non certo per colpa del Mattarellum, rivelarono presto le crepe a causa della loro eterogeneità. E questo in un’Italia in cui il bipolarismo era la forma che il sistema politico aveva assunto dopo la fine della Guerra fredda e della Prima Repubblica; e in cui i partiti, per quanto in continua mutazione, esistevano.

Risuscitare artificiosamente il bipolarismo in una fase di frantumazione delle forze politiche, e con un Parlamento spaccato in almeno tre tronconi, avrebbe poco senso. L’impressione è che dovrebbe servire a dimostrare che il Pd è e rimane il partito-perno di una fantomatica coalizione in fieri; e che Renzi, dopo le primarie, sarebbe il candidato «naturale» a Palazzo Chigi. Tuttavia, lo schema non convince. Intanto, se davvero si vuole approvare una riforma elettorale con le opposizioni, il Mattarellum non è la soluzione. Silvio Berlusconi, indicato come uno degli interlocutori obbligati, è per il sistema proporzionale.
Ma, al di là delle preferenze del capo di FI, la sensazione è che nello stesso Pd e nella maggioranza la proposta sia vista con scetticismo. Di nuovo, serpeggia il sospetto di una legge pensata su misura per elezioni a breve termine e per la rivincita di un vertice dem umiliato dal referendum del 4 dicembre. Dunque, non l’inizio di una nuova stagione, ma l’ultimo colpo di coda per fare sopravvivere quella appena archiviata. D’altronde, avere bollato il responso referendario come una regressione verso la Prima Repubblica conferma la difficoltà a analizzare con freddezza quanto è accaduto.

In realtà non si può parlare di ritorno indietro, se non altro perché sette anni di crisi economica hanno segnato l’elettorato; perché la crisi dei partiti è generalizzata, e tocca lo stesso Movimento 5 Stelle e le sue pretese di essere «altro»; e perché il potere personale ha mostrato tutti i suoi limiti, non capendo i mutamenti profondi della società italiana. Invece di inseguire coalizioni inesistenti, sarà meglio fotografare in modo fedele l’Italia. E prendere atto, con realismo, che forse solo dopo un voto si conosceranno i contorni di un governo. Fare una legge qualunque per andare al voto subito sarebbe, quella sì, un’operazione da Prima Repubblica. Ma poi il Pd dovrà spiegare all’elettorato perché ha affondato un suo governo appena formatosi. Il proporzionale, corretto quanto si vuole, non è un destino. A oggi, appare il prodotto inevitabile degli errori commessi dagli epigoni di riforme calibrate sulle ambizioni effimere di una nomenklatura, non sugli interessi duraturi del Paese.

I fatti, i misfatti, i retroscena e i voltafaccia dell'ennesima avventura del "patto del Nazareno, per rafforzare il dominio. Articoli di N. Rangeri, A. Colombo e V. Vita.

il manifesto, 16 dicembre 2016

GENTILONI
E I TORNANTI DELLA STORIA
di Norma Rangeri

Quando Paolo Gentiloni ebbe l’onere e l’onore di diventare ministro delle Comunicazioni (2006-2008, governo Prodi), si intestò la missione (poi fallita) di una legge che rimettesse su binari europei la famigerata legge Gasparri sull’emittenza televisiva. Gentiloni denunciava il conflitto di interessi e disegnava un panorama mediatico con annessa cura dimagrante per la pubblicità di Rai e Mediaset (una rete a testa da spedire sul digitale). Prodi cadde prematuramente e la legge Gentiloni con lui.

Oggi che è diventato presidente del Consiglio fa un giro di 360 gradi intorno alla coerenza. Nel bel mezzo della bufera sulla guerra borsistica tra il magnate francese Bolloré e il gruppo Fininvest, il suo governo, orfano del Nazareno, senza imbarazzo, si schiera a difesa di Mediaset definita risorsa «strategica». Sono i tornanti della storia, maestra di vita, ma anche di biografie.

MEDIASET, IN CAMPO L’AGCOM.
POSSIBILE LO STOP A VIVENDI
di Andrea Colombo

«Il partito della nazione. L’Authority ipotizza il divieto di concentrazione con Telecom, controllata dai francesi. Solo i 5 Stelle (ma non tutti) si smarcano dal coro in difesa del Biscione»

La risposta italiana all’assalto di Vivendi a Mediaset, dopo la presa di posizione esplicita del governo, arriva dall’Agcom, con la minaccia di vietare l’integrazione tra Telecom, controllata dal gruppo francese con il 24% delle azioni, e Mediaset, dove Bollorè ha conquistato in pochi giorni il 20% delle azioni. Il comunicato diffuso in serata dall’Authority per le telecomunicazioni è fragoroso come una cannonata: «Dopo una preliminare analisi su dati 2015 Telecom risulta il principale operatore nel mercato delle comunicazioni elettroniche con il 44,7% del mercato, mentre Mediaset raggiunge una quota del 13,3% del Sistema integrato delle telecomunicazioni (Sic). Operazioni volte a concentrare il controllo delle due società potrebbero essere vietate». Infatti, specifica l’Authority, per le imprese che detengono nel mercato italiano una quota superiore al 40% «è vietato acquisire ricavi superiori al 10% del Sic».

E’ la prima mossa concreta per fronteggiare la «scalata ostile» del gruppo francese e potrebbe rivelarsi decisiva. Il governo si era infatti pronunciato subito con grande nettezza e determinazione, praticamente ancor prima di incassare il voto di fiducia. Ma i mezzi a disposizione dell’esecutivo, in regime di mercato libero e del tutto senza freni, sono limitati. Almeno quelli diretti, perché è evidente che l’appoggio totale del governo ha tutto il suo peso. Il ministro Orlando lo dice chiaramente: «Il governo non può impedire una dinamica di mercato. Ma può mettere dei paletti, come ha fatto il ministro Calenda».

Telecom Italia, per bocca del suo presidente Giuseppe Recchi, mette le mani avanti assicurando di «non avere niente a che vedere con l’operazione Mediaset». Anche il gruppo di Bollorè prova a rassicurare. L’operazione «non è stata certamente sollecitata, ma non è un atto ostile», affermano laconiche le «fonti vicine a Vivendi». «Vogliamo solo estendere e rafforzare la nostra posizione nell’Europa del Sud», prosegue l’anonimo ventriloquo di Vincent Bollorè. Quasi nello stesso momento, Vivendi formalizzava in Consob il possesso del 20% delle azioni Mediaset dal 14 dicembre, con un salto di oltre il 6% dal giorno precedente.

La rassicurazione del bretone tranquillizza pochissimo i vertici Mediaset e ancora meno il governo. Che la scalata si fermasse una volta raggiunto il 20% al quale Vivendi aveva dichiarato di mirare era previsto, ma nulla garantisce che non riparta al più presto e la paura si allarga a macchia d’olio. Tanto più che lo stesso gruppo francese, al momento di annunciare l’imminente acquisto di quote tra il 10 e il 20% di Mediaset aveva parlato apertamente di «punto di partenza». L’operazione, secondo alcuni, sarebbe in realtà propedeutica a un arrembaggio ancora più minaccioso, quello alle Generali, ma anche se questa si rivelasse una pura fantasia resta la consapevolezza che in questo momento i principali asset italiani sono quasi indifesi, esposti a scalate e assalti il cui esito sarebbe di fatto la colonizzazione economica del Paese.

L’Europa per il momento ha scelto la neutralità facendo sapere che nessuna delle parti in causa ha per il momento notificato l’operazione all’Antitrust comunitario. Ma per una volta Silvio Berlusconi in Italia ha quasi solo amici. Con il 40% dei diritti di voto in Mediaset, Fininvest deve contare sull’appoggio delle banche per mettere in sicurezza il controllo. Mediobanca, nella quale è presente anche Bollorè, è quasi fuori discussione. Restano però Unicredit e Intesa San Paolo, il cui consigliere delegato Carlo Messina ha dichiarato ieri, tanto per non lasciare dubbi di sorta: «Siamo a supporto di Mediaset. Abbiamo una relazione con Mediaset e siamo vicini a Mediaset». E resta la «sua» Mediolanum controllata da Ennio Doris.

Persino la procura di Milano dà il suo apporto cercando di accertare se ci sono state irregolarità nell’operazione francese. L’eccezione, in realtà parziale, è M5S: «Perché il governo è intervenuto immediatamente con dichiarazioni su Mediaset?», attacca Di Battista. Propaganda pura. In realtà nessuno, in questo momento, può permettersi di aprire le porte al possibile saccheggio dell’intero sistema Italia per fare un dispetto a Silvio Berlusconi.

MEDIASET, L’«ITALIANITÀ»
NON C’ENTRA NIENTE
di Vincenzo Vita

ella vicenda Bolloré-Mediaset non ci sono buoni e cattivi. Sono tutti cattivi. La saga assomiglia più alla scena finale de «Le iene» di Tarantino, in cui i protagonisti (cattivissimi) si sparano l’uno con l’altro, che ai film edificanti di Frank Capra.

È un dramma a puntate, in cui la verità sfugge. Amore e odio. Dopo il matrimonio annunciato tra Vivendi e Mediaset Premium – con bellicose boccacce all’astro nascente Netflix – ecco il primo cenno di divorzio. Cui succede quella che sembra la sfida finale. Sarà così o c’è anche un po’ di teatralità negoziale? Il finanziere bretone ha lanciato l’offensiva su Mediaset e la casa madre sta cercando di fronteggiarla. Non c’è dubbio. Denunce alle procure, urla e strepiti accompagnano il duello.

Tuttavia, qualche dubbio rimane. Stiamo parlando di soggetti non al meglio di sé. Bolloré sta forse perdendo il controllo del suo gioiello Canal Plus a vantaggio della società telefonica Orange e il suo sponsor Sarkozy è uscito di scena.

Berlusconi, pur con qualche sussulto, ha da tempo imboccato la parabola discendente. Insomma, i due cattivi non è detto che possano fare a meno l’uno dell’altro. Prima o poi, a meno che vi sia un rilancio da parte del sempre vigile Rupert Murdoch.

Si tratta, dunque, di una concentrazione difensiva, resa necessaria dalla urgenza di reggere l’urto dei nuovi oligarchi, gli Over The Top (Google, Facebook, Amazon, e così via), che hanno un modello di business assai meno dispendioso dei vecchi tycoon della televisione o delle telecomunicazioni: niente infrastrutture pesanti e contenuti acquisiti nel vasto universo della rete. Un incontro di pugilato che certamente non finirà ai punti, ma che potrebbe riservare ancora sorprese.

Tuttavia, è risibile parlare di «italianità» da parte di esponenti del governo che finora hanno schifato qualsiasi intervento a difesa e sostegno di «campioni» nazionali: Telecom in testa, sul cui corpo sono passati tanto gli spagnoli di Telefonica quanto i francesi di Vivendi. Quest’ultima è la principale azionista dell’ex monopolista e, se dovesse controllare Mediaset, incorrerebbe nei divieti previsti dal comma 11 dell’articolo 43 del Testo unico delle radiodiffusioni del 2005: le imprese di tlc che hanno una quota superiore al 40% del settore di riferimento «non possono conseguire nel sistema integrato delle telecomunicazioni ricavi superiori al 10% del sistema medesimo».

Sembra scritto proprio in previsione dell’odierna sceneggiatura. Il Sic è di circa 18 miliardi di euro e il gruppo di Cologno Monzese ha più di 3 miliardi e mezzo di entrate. Non per caso la stessa Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha battuto un colpo. Del resto, la norma è chiara.

Allora, invece di sollevare polveroni tricolori, si pensi a far applicare la legge. In verità, l’«italianità» qui c’entra poco. Mediaset va difesa sempre per il perenne Patto del Nazareno. Potrebbe persino parlare in esperanto o stare su Marte.

, e i fatti. Ma scrivevano per de-formare, non per in-formare.».

Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2016

Non so voi, ma appena leggo o sento pronunciare la parola “Confindustria” io mi scompiscio. È più forte di me, non riesco a restare serio. E non capisco come facciano i colleghi dei tg a dire “Confindustria” senza sbudellarsi. L’acronimo della Confederazione Industriali dovrebbe essere “Confindustriahahah”. E andrebbe confinato in fondo ai giornali e ai tg, insieme ai cinepanettoni, al cabaret e ai casi umani. Da sempre questi buontemponi ci spiegano cosa devono fare i governi, le opposizioni, i sindacati, gli operai, gli impiegati, i passanti. Hanno sempre una ricetta per tutto e per tutti, supportati dal loro formidabile Ufficio Studi, prodigo di ricerche che dimostrano quanto arretrata sia la politica e anche – diciamolo – la società dinanzi a cotali “uomini del fare” che trainano l’Azienda anzi la Locomotiva Italia. Più liberismo, più flessibilità, più sacrifici, più riforme, più mercato, ci insegnano dalla tolda dei loro yacht con l’aria sconsolata di chi pensa: “Fallo capire al popolo bue che non saprebbe amministrare neppure un ballatoio”.
Dopodiché uno legge l’inchiesta del nostro Giorgio Meletti (e poi della Procura) sul Sole 24 Ore, mandato in malora da questi liberi docenti di efficienza e managerialità, ed è colto dai primi dubbi. Legge l’intervista di Antonello Caporale a Luca Paolazzi, direttore dell’Ufficio Studi di Confindustria (chiedendo scusa alle signore) e si precipita a consultare l’oroscopo di Branko, che al confronto è il teorema di Pitagora. Il Paolazzi è l’“analista” che, per conto dell’insigne consesso imprenditoriale, ha partorito il celebre “studio” che pronosticava, al dettaglio, le conseguenze del No al referendum: -17% di investimenti (una fuga di massa confermata dall’ambasciatore Usa, Phillips), +430 mila poveri, -4% di Pil, -600 mila posti di lavoro e +258 mila disoccupati. Quella del Sì invece avrebbe trasformato l’Italia nel Paese di Bengodi.

Il nesso causa-effetto tra Senato nominato più Cnel abolito e le nuove piaghe d’Egitto non fu mai chiarito, anche perché gli scienziati di Viale dell’Astronomia (anzi, dell’Astrologia) si scordarono di precisare i criteri scientifici seguiti pei loro calcoli. Però il 5 dicembre, all’indomani dello sciagurato No, abbiamo cercato con una certa apprensione le prime tracce dell’Apocalisse. E niente: nessuna coda di mendicanti aggiuntivi a quelli già esistenti nel Regno di Saturno renziano. Nessun tumulto di piazza di nuovi disoccupati e precari oltre a quelli prodotti dal Jobs Act (legge ovviamente suggerita da Confindustriahahah come volàno per l’occupazione stabile). Nessun assembramento di investitori a Fiumicino con biglietto di sola andata.

Ora però Paolazzi spiega che “abbiamo previsto uno scenario che si sarebbe potuto avverare in un contesto”, anche se “posso convenire che lo scenario non si è verificato” e “un po’apocalittico lo sono stato”. Ora un governo e una stampa non dico decenti, ma almeno prudenti, si regolerebbero così: qualunque cosa dica Confindustriahahah, fare l’esatto opposto. Vedi mai che ne azzecchino qualcuna. Il presidente Vincenzo Boccia, invece di andare a nascondersi, spiega al Corriere di essersi spalmato su Renzi e sul Sì perché “dagli anni 90 insistiamo per superare il bicameralismo” (che naturalmente la “riforma” non superava), precisando che “non siamo un partito, ma un corpo intermedio”. Tipo il colon, sito fra l’appendice e il retto. Sul Messaggero, il pensoso vicepresidente Maurizio Stirpe oracola sul referendum anti-Jobs Act: “Impossibile un ritorno al passato. Le nuove regole funzionano bene”. Un ottimo motivo per cestinare il Jobs Act e riscriverlo all’istante, nella certezza di non sbagliare.

Ma non c’era soltanto Confindustriahahah, tra i profeti di sventura. Il petroliere Garrone vaticinava, col No, “un impatto devastante, soprattutto a livello internazionale”: infatti nessuno s’è accorto di nulla. Boeri, presidente Inps, spiegava che “il Sì è fondamentale per cambiare il sistema dell’invalidità”: speriamo che scherzasse. La Stampa, ancora il 4 dicembre, annunciava col Sì mirabolanti benefici su “farmaci, ticket e cure”, avvertendo – ci mancherebbe – che questo “è un contributo super partes per capire il voto”: per fortuna dei malati, erano tutte balle super partes. Benigni avvertiva: “Se vince il No, è peggio della Brexit”, e almeno lui quasi ci prendeva: infatti non è successo nulla, proprio come dopo la Brexit. Giuliano Ferrara spiegava che, col Sì, “finisce la guerra dei trent’anni”, mentre Ettore Rosato temeva di “buttare via trent’anni di lavoro” (senza spiegare quando mai avesse lavorato): e pazienza, fatto trenta, ora faremo anche trentuno.

La Boschi collegava il Sì a “un’Italia più forte per un’Europa unita contro il terrorismo”, infatti il califfo Al Baghdadi era tutto sparato per il No. “Cari compagni del No, siete sicuri di fare il bene dei più deboli?”, implorava sull’Unità Carmine Fotia, già direttore de Il Romanista: purtroppo i più deboli han votato tutti No, peggio per loro. Repubblica, alla sola idea di un bel Sì, il 16.11 titolava onirica: “L’Italia cresce più della Germania”, salvo poi scoprire il 10.12, a funerali avvenuti, che “La Germania scatta, Italia e Francia ferme”. Esilaranti anche altre profezie: “Lo spread sale se vince il No”, “Il voto agita i mercati, Borsa giù, lo spread sale” (Repubblica), “Effetto referendum su spread e mercati, tremano le banche” (La Stampa), “Effetto referendum in Borsa: giù dell’1,8%” (Corriere), “Spread in salita a 4 giorni dal referendum” (Messaggero): infatti, col No, lo spread è tornato a calare, mentre la Borsa non andava a vele così gonfie dalla notte dei tempi. Al confronto dei nostri “esperti”, il Divino Otelma è Stephen Hawking.

Contropiano.org, 9 dicembre 2016 (p.d.)
Fare nuovo debito pubblico per finanziare l'industria della Difesa, aumentare le spese militari al di fuori dei vincoli del Patto di Stabilità che tagliegga invece le spese sociali. Un incubo? No la realtà. La tabella di marcia per la costituzione di un complesso militare-industriale europeo, ha subito infatti una ulteriore accelererazione. E' stato presentato il 30 novembre scorso l’European Defence Action Plan (Edap). Le 19 pagine del documento scritto dalla Commissione Europea mirano a rafforzare le capacità di difesa e di sicurezza dell’Unione, questa volta però da una prospettiva industriale e di rafforzamento del mercato interno.

Le iniziative messe in campo dal documento devono essere ricondotte alla Global Strategy on Foreign and Security Policy dell’Unione Europea e con il suo Implementation Plan, presentati a metà novembre dall’Alto Rappresentante al Consiglio Affari Esteri e Difesa Federica Mogherini. “Complessivamente il documento presenta alcune novità forse inattese e introduce una serie di aspetti che meritano di essere verificati con attenzione nei prossimi mesi, durante i quali si procederà alla sua vera e propria “execution” sottolinea la ben informata newletter Affari Internazionali. Viene costituito ufficialmente il European Defence Fund, (Fondo per la Difesa Europea) composto da due “finestre” complementari, ma distinte in termini gestionali, giuridici e finanziari. Il coordinamento tra le due verrà affidato ad un coordination board costituito da rappresentanti della Commissione Europea, dell’Alto Rappresentante, dagli Stati membri, dell’Eda e, quando necessario, anche dell’industria.

La prima finestra- destinata alla ricerca europea sulla difesa – servirà a finanziare la Preparatory Action con una dotazione di 90 milioni di euro entro il 2019 e, in seguito, con la creazione di un programma di ricerca dedicato alla difesa nell’ambito del prossimo Programma Quadro 2021-27, con un ammontare previsto di 500 milioni l’anno, ovvero 3,5 miliardi per l’intero periodo. La seconda finestra punta invece ad assicurare il finanziamento congiunto per lo sviluppo e l’acquisizione di capacità strategiche di difesa, con particolare attenzione su ricerca e tecnologie e lo sviluppo di nuovi prodotti ed equipaggiamenti, inclusi i prototipi. Per questo comparto la Commissione Europea prevede un importo di riferimento cinque miliardi di euro all’anno. Ma come verranno finanziati questi due progetti di coordinamento della ricerca e dell'industria tecnologica destinati alla Difesa Europea? Con una struttura a “ombrello” che prevede l'aumento dei fondi destinati alle spese militari dei singoli stati membri e che verranno esclusi dal calcolo dei vincoli del Patto di Stabilità. Addirittura la Commissione consentirà di recuperare risorse attraverso l'emissione di titolo di debito pubblico. Un paradosso per chi da anni sta massacrando interi paesi all'insegna della riduzione del debito? Niente affatto. E' la logica conseguenza di un apparato – l'Unione Europea – che ha ingranato la marcia per una politica militare adeguata alle ambizioni di un polo imperialista. Una condizione ineludibile di questo processo, è proprio la costruzione di un complesso militare-industriale fortemente concentrato e tecnologicamente avanzato. Investire in questo settore le risorse sottratte ai capitoli sociali (sanità, pensioni, istruzione, salari etc.) è coerente con la logica della classi dominanti.

Qualcuno ha cominciato anche a fare i calcoli, indicando che 1 euro investito nell'industria militare, ne produce 1,6 di ritorno. Esattamente la stessa logica su cui è stato costruito e legittimato il complesso militare-industriale statunitense dagli anni'50 in poi. Il progetto prevede degli incentivi degli investimenti all’interno della catena dei fornitori dell'industria militare: 1) maggiore e migliore accesso ai finanziamenti per le Piccole e Medie Imprese (Pmi) e per il settore della difesa nel suo complesso; 2) rafforzamento del supporto fornito dai fondi Ue agli investimenti nella difesa; 3) incoraggiamento allo sviluppo di centri regionali di eccellenza tecnologica; 4) supporto al mantenimento delle capacità professionali nel settore della difesa. In tal senso va letta linea adottata dalla Commissione Europea per sostenere la revisione dei criteri di concessione dei prestiti da parte della Banca Europea degli Investimenti (Bei) che attualmente esclude il settore della difesa e penalizza, in particolare, le Pmi. Nel documento approvato il 30 novembre e nel suo piano di azione, la Commissione si dice “pronta ad impegnarsi a un livello senza precedenti” per sostenere gli Stati membri nel settore della difesa.

Insomma non è stato mandato in soffitta solo il "vecchio modello sociale europeo dai costi insopportabili" (parole di Draghi nel 2012), piuttosto le classi dominanti europee ci stanno presentando nero su bianco una delle loro priorità (l'altra è la stabilità del sistema finanziario). E ci dicono esplicitamente che i tagli dolorosi alle spese sociali in nome del rigore, servivano solo a reperire le risorse per finanziare le "loro" priorità a discapito delle nostre. E lo fanno con una perversione in più: rendere senso comune il dogma per cui le spese sociali sono un costo e sono improduttive, mentre le spese militari producono effetti benefici sull'economia e il sistema industriale. La ciliegina che mancava per un polo imperialista – quello europeo – che intende giocare a tutto campo nella competizione globale.

Un bilancio approvate senza che neppure chi lo ha approvato lo leggesse. Ma a studiarlo « è ancora più evidente che si tratta di una manovra di bilancio a netto favore dei ceti forti e di coloro che si sono arricchiti illecitamente».

Il manifesto, 8 dicembre 2016


La sconfitta del Sì non poteva essere più piena. Oltre ai cittadini, con il loro voto, ci hanno pensato pure i più spregiudicati operatori economici che hanno seppellito il terrorismo psicologico dei guru di Renzi sparso a piene Tv nelle ultime settimane.


Il lunedì da nero è diventato roseo. Piazza Affari è ai massimi dal post Brexit con i titoli bancari; lo spread scende a 158 punti; i BTp sotto il 2% segnalano che il rischio Italia non c’è o non è percepito; le notizie che trapelano di un intervento statale diretto in salvataggio del Monte dei Paschi di Siena – dopo il fallimento della soluzione privata voluta da Renzi – fanno rimbalzare anche questo titolo. Intanto si attende che il giorno dell’Immacolata porti ad un allargamento di durata e di criteri del quantitative easing della Bce, la sola promessa del quale aveva tranquillizzato i mercati.


Ma per chi non ha il portafoglio ricco di titoli di stato o di azioni c’è poco da gioire.

Il Senato ha licenziato la manovra di bilancio con un voto di fiducia dato a un governo che si era già dichiarato dimissionario per bocca del suo leader in diretta Tv domenica notte. In tempi surreali, si potrebbe dire. Salvo poi accettare di procrastinare di qualche ora l’effettività dell’atto per chiudere la vicenda della legge di Bilancio. In fretta e furia.


Il presidente della Commissione Bilancio del Senato, il pd Tonini, si è pubblicamente dispiaciuto per non avere potuto effettuare una lettura completa della legge. E già questo la dice lunga sulla consapevolezza della fiducia concessa. Ma ciò che è più grave è che la Camera, dove pure la legge era stata licenziata con voto di fiducia, aveva lasciato al Senato diverse questioni da cambiare e introdurre. Questo ovviamente non è avvenuto. È la prima volta che il disegno di legge finanziaria viene modificato solo da un ramo del Parlamento. Una vendetta per il mancato bicameralismo non paritario?


Sta di fatto che in questo modo è ancora più evidente si tratta di una manovra di bilancio a netto favore dei ceti forti e di coloro che si sono arricchiti illecitamente.

Restano le provvidenze per le imprese, nella speranza che questo rilanci l’economia, malgrado gli evidenti fallimenti di simili politiche; il ritorno senza pagare pegno dei capitali fuggiti all’estero; la cancellazione di Equitalia con annessa rottamazione delle relative cartelle. Spariscono invece quelle provvidenze che erano state pensate per accalappiare voti per il Sì. II referendum c’è già stato: passata la festa gabbato lo santo.


Non si tratta solo di briciole. Restano fuori i soldi per la sanità di Taranto per i guasti provocati dall’Ilva; il già incerto accordo sugli 85 euro nel pubblico impiego rimane scoperto per il 2018; l’ampliamento degli ecobonus e del sisma bonus agli incapienti non pervenuto; sparisce il taglio del 33% delle slot machines negli esercizi commerciali; non ci sono certezze sul «bonus mamme» che avrebbe dovuto essere erogato dal 1 gennaio secondo un emendamento caduto come altri mille, a degna conclusione della farsa del fertility day; viene rimandata sine die l’assunzione dei 350 precari dell’Istat; manca lo sconto fiscale per la bonifica dall’amianto o per chi immette il fotovoltaico nell’immobile; non si sa quale sarà la ripartizione del fondo di tre miliardi per gli enti locali; si rinvia l’estensione dell’accesso alla pensione anticipata per le lavoratrici. E si potrebbe continuare.

Più d’uno ha sostenuto che ciò che è caduto verrà poi ripreso in successivi decreti a cura del governo che verrà. Fingendo di dimenticare che la Commissione europea, al cui giudizio la nostra legge di Bilancio è sottoposta, ha già fatto sapere, seppure in modo non ancora perentorio, di pretendere una nuova manovra aggiuntiva di 5 miliardi. E c’è ragione di sospettare che la sua severità sarà tanto più intransigente, quanto meno risulterà gradita la figura dell’eventuale successore di Renzi alla guida del prossimo governo, tecnico o istituzionale che sia.

Articoli di Franco Venturini, Roberto Da Rin, Furio Colombo, Gianni Minà, Luciana Castellina.

Internazionale online,Corriere della sera, Il Fatto Quotidiano, il Sole 24 ore, il manifesto, 27 novembre 2016 (c.m.c.)

Internazionale
LE REAZIONI DEL MONDO
ALLA MORTE DI FIDEL CASTRO

La morte di Fidel Castro, ex presidente cubano e leader della rivoluzione comunista, avvenuta nella notte del 26 novembre, ha suscitato reazioni in tutto il mondo.

Il presidente uscente degli Stati Uniti Barack Obama ha offerto le sue condoglianze alla famiglia Castro in un comunicato. «Sappiamo che questo momento riempie i cuori dei cubani – a Cuba e negli Stati Uniti – di forti emozioni, ricordando gli innumerevoli modi in cui Fidel Castro ha cambiato il corso della vita di individui, di famiglie e della nazione cubana», ha dichiarato Obama, concludendo: «Sarà la storia a ricordare e giudicare le enormi conseguenze che questa figura singolare ha portato nella vita delle persone e del mondo attorno a lui».

In un telegramma al presidente cubano Raúl Castro, il presidente russo Vladimir Putin ha detto: «Il nome di questo illustre statista è giustamente considerato il simbolo di un’era nella moderna storia del mondo», aggiungendo che «Fidel Castro è stato un sincero e affidabile amico della Russia».

Il neoeletto presidente statunitense Donald Trump inizialmente si è limitato a scrivere sul suo profilo Twitter: «Fidel Castro is dead!». Trump ha poi rilasciato la seguente dichiarazione: «Oggi il mondo segna la scomparsa di un brutale dittatore che ha oppresso il suo popolo per quasi sei decenni. L’eredità di Fidel Castro è fatta di plotoni d’esecuzione, furti, sofferenze inimmaginabili, povertà e la negazione di diritti fondamentali». Trump conclude: «Anche se Cuba rimane un’isola totalitaria, spero che oggi sia l’inizio di un allontanamento dagli orrori sopportati per troppo tempo, e un passo avanti verso un futuro in cui gli splendidi abitanti di Cuba potranno finalmente vivere nella libertà che si meritano».

Secondo quanto riportato da Interfax, l’ex leader sovietico Michail Gorbacev ha detto: «Fidel si è battuto per rafforzare il suo paese durante il più duro embargo statunitense, quando su di lui pesava una pressione colossale e nonostante ciò è riuscito a guidare il suo paese su una strada di sviluppo indipendente. Negli ultimi anni, anche quando non era formalmente al potere, Fidel Castro ha avuto un ruolo fondamentale nel rafforzamento di Cuba», aggiungendo inoltre che Castro sarà ricordato come un “politico di spicco” che è riuscito a lasciare “un segno profondo nella storia dell’umanità”.

Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha ringraziato Fidel Castro per il suo sostegno alla lotta contro l’apartheid, dichiarando: «Il presidente Castro si è riconosciuto nella nostra lotta contro l’apartheid. Ha ispirato il popolo cubano a unirsi a noi nella lotta».

Il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato che «il popolo cinese ha perso uno stretto compagno e un sincero amico», lodando Castro per il suo contributo allo sviluppo del comunismo a Cuba e nel resto del mondo.

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, storico alleato di Castro in chiave anti-statunitense, ha dichiarato alla rete televisiva Telesur: «Continueremo a lottare e a vincere. Fidel Castro è un esempio della lotta del popolo mondiale. Porteremo avanti la sua eredità».

Il premier canadese Justin Trudeau ha rilasciato una dichiarazione in cui esprime “profondo dispiacere” per la morte di Fidel Castro. L’ex primo ministro canadese Pierre Trudeau (padre di Justin Trudeau) aveva uno stretto legame con il leader cubano, che nel 2000 aveva presenziato al suo funerale. Queste le parole del primo ministro: «Fidel Castro è stato un leader smisurato che ha servito il suo popolo per quasi mezzo secolo. Un leggendario oratore e rivoluzionario, Castro ha portato significativi miglioramenti all’istruzione e alla sanità del suo paese. Per quanto Castro sia stata una figura controversa, sia i suoi detrattori sia i suoi sostenitori hanno riconosciuto la sua profonda dedizione e il suo intenso amore per il popolo cubano, che ha avuto un affetto profondo e duraturo per el Comandante».

In un telegramma a Raúl Castro, presidente di Cuba e fratello del líder máximo, papa Francesco ha espresso la sua vicinanza per il defunto “dignitario” ai familiari, al governo e al popolo “dell’amata nazione”. Al tempo stesso, il papa ha offerto «preghiere al Signore per il suo riposo» e ha affidato «il popolo cubano alla materna intercessione della Vergine della Carità del Cobre» patrona di Cuba.

Corriere della sera

RIVOLUZIONE E TIRANNIDE
L'UOMO CHE SFIDÒ GLI USA

di Franco Venturini

Il padre di Fidel, Angel Castro, arrivò a Cuba agli albori del Novecento con addosso una divisa militare e nello zaino l’ordine di battersi contro l’indipendenza dell’isola. Non poteva sapere, quel contadino spagnolo, che quasi mezzo secolo più tardi suo figlio sarebbe diventato la bandiera non dell’indipendenza formale già conquistata ma di quella «vera», come dicevano i guerriglieri barbudos che per anni avevano combattuto il dittatore Fulgencio Batista fino ad abbatterlo nel gennaio del 1959.

Il paradosso ha sempre accompagnato la vita di Fidel Castro, sin dalle sue origini galiziane mai rinnegate. Gli studi dai gesuiti e più tardi una militanza comunista che si voleva atea. L’amore per la Revolución accanto a una intransigenza ideologica che più volte ha rischiato di strangolarla. Il nazionalismo, ma anche la sottomissione obbligata (dai bisogni economici) all’Unione Sovietica e ai suoi giochi da Guerra fredda.

Fidel nasce il 13 agosto 1926. Sua madre Lina è stata prima la cameriera e poi la seconda moglie di Angel, che nel frattempo ha rinunciato alle velleità guerriere e avviato nell’isola una piccola piantagione destinata a crescere velocemente. Fidel e suo fratello Raúl vivono con la famiglia in una casa di legno a due piani, giocano come tutti i bambini e imparano a cacciare, dunque a sparare.

La scuola è una scuola cattolica nella città orientale di Santiago e poi nella capitale L’Avana, dove Fidel viene premiato come il miglior studente giocatore di basket di tutta l’isola. E nel baseball, anche se non riceve premi, è quasi allo stesso livello.

Il contatto con la politica avviene all’università, dove Fidel studia legge. Viene fermato diverse volte, e anche sospettato, ma mai incolpato, per la morte del leader di un gruppo studentesco rivale. Da avvocato continua ad essere un militante, ma tutto diventa diverso dopo che il generale Batista anticipa le elezioni impadronendosi del potere con un golpe nel marzo del 1952. Fidel e il fratello Raúl, già avezzi all’uso delle armi, rispondono organizzando un attacco militare alla caserma Moncada di Santiago.

Dei loro 119 compagni di avventura ne sopravvivono 60. Ma ormai per Fidel e il fratello la strada da percorrere è segnata. Fuggono in Messico, reclutano nuovi compagni tra i quali il «Che» Guevara, e nel 1956, a bordo di un barcone chiamato «Granma», sbarcano a Cuba. La prossima tappa è la Sierra Maestra, dalla quale la guerriglia anti-Batista condurrà una campagna sempre più efficace fino alla vittoria dell’8 gennaio 1959.

Fidel si impossessa del potere e continua a battere dei record: il suo primo discorso all’Onu nel 1960 dura 269 minuti, un primato che lui stesso avrebbe successivamente battuto ma non in una sede internazionale. I rapporti con gli Stati Uniti (che utilizzavano la Cuba di Batista alla stregua di un grande parco giochi) sono subito difficili e precipitano rapidamente.

Fidel nazionalizza proprietà americane. L’America risponde con un embargo che dura ancora anche dopo il disgelo tra L’Avana e Washington, perché il Congresso non ha mai accolto la richiesta di Obama di abolirlo. E il risultato, che segnerà i decenni a venire, è che Castro decide di appoggiarsi all’Unione Sovietica e alla sua generosa assistenza.

Paradossi, anche qui. Mentre combatteva sulla Sierra Maestra Fidel negò più di una volta di essere filocomunista. Semmai, il radicale era suo fratello Raúl. E nel viaggio compiuto negli Usa nell’aprile 1959, Fidel ribadì la smentita. Ma gli americani (in particolare il vicepresidente Nixon) non gli credettero, lo presero per un agente di Mosca e lo spinsero in questo modo proprio nelle braccia del Cremlino.

Arrivarono le collettivizzazioni e gli espropri, l’assorbimento dei sindacati nel Partito comunista (partito unico), ci furono tentativi di resistenza e morti. Una delle prime aziende agricole ad essere collettivizzata nell’ambito della riforma agraria fu quella di suo padre Angel.

L’Urss ormai dettava legge all’Avana, e nel 1962 la pretesa sovietica di installare suoi missili a Cuba portò il mondo sull’orlo di un conflitto nucleare. Fidel stette alla finestra e accettò il compromesso segreto raggiunto tra Washington e Mosca. Il suo potere era ormai saldo e collaudato, dopo la prova della Baia dei Porci nell’aprile del 1961. Con l’appoggio della Cia gli esuli cubani negli Usa avevano organizzato un attacco contro il regime castrista. Ma il promesso appoggio americano dal cielo non arrivò mai, e le forze di Fidel uccisero o catturarono tutta la forza di invasione. Da allora non ci sono stati più tentativi di sbarco, anche se contro Fidel sarebbero stati compiuti numerosi attentati o tentativi di attentato.

Nel 1964 Fidel ammise che nelle carceri cubane c’erano quindicimila prigionieri politici, un numero destinato a diminuire di molto in questi ultimi anni dopo i viaggi di Giovanni Paolo II e di papa Francesco, e il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Cuba e Stati Uniti grazie alla mediazione del Vaticano e del Canada.

Ma prima di arrivare a tanto c’è il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, che priva l’economia cubana di sovvenzioni ormai ultradecennali e molto generose. E c’è, in tempi recenti, il crollo economico del Venezuela chavista, che priva Cuba di preziose e privilegiate forniture di petrolio spesso pagate con l’invio di medici e di insegnanti.

Per la società cubana si tratta di due tempeste perfette, anche i beni di prima necessità periodicamente diventano introvabili e così, poco a poco, i cubani imparano ad arrangiarsi per sopravvivere. Il che, tradotto, significa corruzione endemica, furti regolari anche dalle catene di montaggio delle poche aziende di Stato, e una fame di denaro che condiziona i rapporti sociali in direzione esattamente opposta a quella che il sistema castrista aveva auspicato.

Forse anche per queste delusioni, che si aggiungevano alle sue precarie condizioni di salute, Fidel decide nel 2008 di passare il testimone al fratello Raúl. Che si mostrerà più coraggioso o più flessibile di lui, avviando un programma di riforme graduali ma reali.

il sole 24 ore
L’ADDIO DEL MONDO A FIDEL CASTRO
IL LEADER CUBANO CHE SFIDÒ GLI USA

di Roberto Da Rin
«Trump: "Brutale dittatore". Il "dolore" del Papa. . La morte a 90 anni. L’annuncio del fratello Raul, presidente dal 2008

Un eroe romantico e un tiranno. Fidel Castro (foto), 90 anni, è morto a L’Avana. L’annuncio, alle 22,29 di venerdì sera (le 4,29 di ieri mattina, ora italiane), è del fratello Raul che, sciolto nella commozione, ha concluso con «hasta la victoria siempre».

Il lider maximo è stato venerato o detestato, con poche sfumature di grigio. Un carisma indiscusso che gli ha consentito di governare l’isola per 50 anni; poi, nel 2006, per problemi di salute ha ceduto il passo a Raul. Ma Fidel, in questi ultimi 10 anni, non ha mai davvero abdicato alla sua leadership.

Fidel, l’ultimo rivoluzionario, si è ritagliato un ruolo di primo piano nella storia politica americana, del Sud e del Nord; ha visto passare 11 presidenti americani e i suoi “servizi segreti” hanno sventato 637 piani per ucciderlo. All’indomani dell’elezione di Bill Clinton, dichiarò : «Vabbé, vediamo questo come si comporta».

Sull’ultimo, Donald Trump, non si è espresso. Lui invece,il presidente degli Stati Uniti appena eletto, ha calpestato il protocollo, la liturgia delle condoglianze della diplomazia internazionale e ha dichiarato alle agenzie di stampa: «Fidel Castro è stato un brutale dittatore che ha oppresso il suo popolo per quasi sei decenni».

La distanza con la posizione di Papa Francesco è siderale: in un telegramma a Raul esprime «vicinanza ai familiari, al governo e al popolo dell’amata nazione».
Se è vero che le coincidenze non esistono, Fidel muore in un giorno simbolico per Cuba, quello del 60esimo anniversario della partenza dal Messico del Granma. Ovvero la nave con a bordo Ernesto, lo stesso Fidel e 82 uomini che salpò verso Cuba per dare il via alla Revolución che pochi anni dopo spodestò il dittatore Fulgencio Batista.

«No vamos a ser eternos gobernantes», promise Fidel Castro nel 1961. Non saremo governanti eterni.È successo il contrario: Fidel è stato uno dei più longevi al mondo, convinto di incarnare pueblo, Revolución e Nación. Ha incassato successi evidenti ma anche sconfitte amare. Nei primi dieci anni di Revolución ha azzerato l’analfabetismo e costruito un sistema sanitario invidiato dalla maggior parte dei Paesi latinoamericani. Obiettivi centrati e riconosciuti dagli osservatori delle Nazioni Unite in missione a Cuba. Ha perso sul fronte dell’egualitarismo e del benessere: disse che l’isola avrebbe raggiunto un tenore di vita superiore a quello degli Stati Uniti.

In verità la libreta (tessera di razionamento alimentare) con cui si ottiene ogni mese una determinata quantità di cibo, non ha mai garantito una qualità di vita superiore alla sussistenza.

Quello del lider maximo non fu un disegno di rivoluzione socialista, piuttosto un “governo patriottico” di stampo antiimperialista. Peccato che l’America Latina, negli anni Cinquanta e Sessanta, non contemplasse questo tipo di opzione: la tragica conclusione dei governi di Jacobo Arbenz in Guatemala e di Salvador Allende nei primi anni Settanta furono segnali chiari. Il fiuto politico e l’astuzia strategica lo convinsero ad abbracciare il modello socialista, ratificando l’alleanza con l’Unione sovietica.

Da qui una forte contrapposizione politica con gli Stati Uniti, di interessi geopolitici e di modello economico. Azione e reazione: la centralità americana di “consumatori e mercati” e quella cubana di “solidarietà e pianificazione”. Il muro d’acqua tra l’Avana e Miami è troppo stretto per essere tollerato, Washington non lo può abbattere ma impone il castigo dell’embargo. Che vige ancora oggi, anche se Raul e Barack Obama, hanno avviato un promettente disgelo. Impossibile prevedere le prossime mosse di Donald Trump. Una sola certezza, Fidel Castro muore ma Cuba, rimane lì.

Sgangherata e con un’economia da ricostruire. «Il socialismo esportabile? No, non funziona neanche qui», parole di Fidel. Eppure ancora oggi Cuba è considerata da molti Paesi latinoamericani una trincea davanti all’Impero. Il mito della Revolución sopravvive a se stesso.

Il Fatto Quotidiano
SIEMPRE FIDEL
ADDIO ALL'ICONA DELLA REVOLUCION

di Furio Colombo

Il 1961 è l’anno della svolta di Castro, dalla guerriglia nella Sierra alla sfida “atomica” al mondo e il braccio di ferro con gli Usa: il momento di passaggio di un leader che diventa simbolo globale Eccolo Fidel Castro, che tutti a quel tempo chiamano “il comandante”, un po’ Zorro, un po’ Garibaldi, più giovane di quel che ti immagini (poco più di 30 anni) con un saluto allegro che non è da rivoluzionario e neppure da vanto del vincitore.

È l’umore che per forza provoca le battute e le risate dei ragazzi immortali che hanno resistito in prigione, hanno combattuto sulla Sierra e sono scesi all’Avana e all’Hotel Nacional in tempo per il Capodanno del 1959. Fidel Castro, vestito da Sierra (ma con camicia bianca appena stirata) apre la portiera della limousine, forse appartenuta a Fulgencio Batista, forse non più così lucida, per far scendere Simone de Beauvoir, Françoise Sagan, Jean-Paul Sartre.

Sono i miei compagni di viaggio incontrati sul volo peruviano Lima-L’Avana 421, la vigilia di Capodanno del 1961, loro venuti da Parigi su invito del Comandante per celebrare il primo anno della Rivoluzione, io imbarcato nella “sosta tecnica” di Miami con visto scritto a mano, a matita, sul passaporto da Raulito Castro (figlio di Raul), buon amico al club dei giornalisti dell’Onu, allora un luogo molto simile al leggendario caffè di Casablanca.

Fídel (era già iniziato il culto universale di quel primo nome) vede che, prima di scendere, sto riposizionando la tendina che Sartre aveva quasi strappato per guardar fuori (in auto ci faceva da guida Che Guevara, allora scettico e non felice governatore della ‘Banca centrale’, venuto a nome del governo), nota con divertimento il tentativo (lui che tra poco ci porterà nel suo ufficio) e commenta: «Quando arrivi da me, non ti avvicinare al mio tavolo».

La giornata si divide nell’arrivo del gruppo all’Hotel Nacional, dove tutto sembra intatto dalla notte dell’anno prima, compreso il lungo tavolone nell’atrio, con tante tovaglie d’oro, dove gli invitati avrebbero ritirato il biglietto con l’assegnazione (se Fidel, Raul e il Che non fossero arrivati un po’ prima) di una grande stanza che nessuno ha rivisitato da quella notte e in un secondo giro all’Avana (questa volta in jeep) mentre Che Guevara mi spiegava un sistema di distribuzione dei prodotti agricoli che lui chiamava Tiendas del Pueblo.

E, verso sera, la festa sul tetto dell’Hotel Hilton, abbandonato dai gestori americani e occupato come sede della gioventù cubana. Alla balconata dell’ultimo piano c’erano tutti i compagni-compagni di lotta di Fidel. Il gruppo di ospiti di cui facevo parte (sembra impossibile, ma non ho mai parlato con Sartre, salvo i saluti), Che Guevara ci presentava andando su e già per la fila, e un anziano si accompagnava con la fisarmonica per ripetere una sua canzone di brevi strofe che finivano sempre con la frase “Yankee go home”. Dall’alto si vedeva una folla che si diramava lungo tutte le strade fin dove giungeva lo sguardo, e sarà la stessa, tante generazioni dopo, che vedremo alla cerimonia alla fine di questi giorni di veglia e lutto. Quella sera Fídel è arrivato per ultimo e ha parlato subito, a lungo. Era al vertice ma non parte del governo.

In quel tempo, prima del comunismo, aveva un’idea pannelliana del leader: garantire, non comandare. Quando il presidente Dorticos, uno scrupoloso giurista democratico, ha firmato una legge per multare o arrestare le prostitute, il dissenso di Fídel ha costretto il presidente a lasciare. Ma le minacce continue di Nixon, allora vicepresidente Usa e candidato alle elezioni del 1960, scurivano il cielo.

L’invasione di esuli cubani di destra nella mai dimenticata operazione “Baia dei Porci” (preparata a sorpresa da Nixon, fatta esplodere mentre governa Kennedy, fermata all’ultimo istante dallo storico Arthur Schlesinger nella veste di consigliere politico con delega a prevalere sui militari) è una spinta brutale che Kennedy non può fermare. Fídel va verso l’Unione Sovietica e proprio lui, così diverso, così naturalmente liberal e culturalmente americano, non vuole e non può tornare indietro. E così Fídel, che ha saputo dare dignità alla sua rivoluzione, cade nella trappola come voleva la destra, accetta il rischio pauroso dei missili sovietici a Cuba, e di nuovo sono i Kennedy a salvare Usa, Cuba e il mondo dallo scontro atomico.

Da allora, Fidel resta un grande simbolo di quel glorioso giorno in cui ha occupato l’Hotel Nacional e arrestato o esiliato tutti i padroni del potere e della ricchezza del Paese. Ma non più un simbolo di libertà, che era stato il senso della sua rivoluzione. Molti anni dopo, e prima del cauto governo del fratello Raul, le sue carceri troppo piene, isolate dalle richieste di un mondo da cui aveva avuto sostegno, hanno ridotto la sua straordinaria immagine di Zorro rivoluzionario che arriva in tempo e che lascia il segno.

Due papi e Obama gli hanno cambiato la scena, spostandola verso un dignitoso tipo di pace. Era la sola via d’uscita per un uomo che si era dato come compito di restituire dignità al suo Paese. Nonostante tutto si deve dire che in gran parte ci è riuscito.

il manifesto
IL COMANDANTE CHE HA FATTO UNA RIVOLUZIONE
SENZA PERDERLA

di Gianni Minà

«Hasta siempre Fidel. Ha lasciato un paese in condizioni migliori di quando lo ha liberato dal dittatore Battista»

Con un esempio palese di assoluta discrezione venerdì se ne è andato da questo mondo il Comandante Fidel Castro, l’unico, nel mondo moderno, che abbia fatto una rivoluzione e non l’abbia persa.L ’unico leader che abbia lasciato un paese in condizioni migliori di quando ha rischiato la pelle per liberarlo dalle prepotenze del dittatore Fulgencio Battista, uno che governava sotto braccio alla mafia.

È singolare che queste realtà, inconfutabili per l’America Latina (Piano Condor, desaparecidos) non siano ancora adeguatamente riconosciute e ricordate da una parte del mondo occidentale che pure, in questi ultimi anni, ha toccato tetti inauditi di empietà perseguitando esseri umani come noi e riempiendosi la bocca con le parole «libertà» e «democrazia», quando in realtà il loro unico «merito» era di essere nati nel posto giusto, al momento giusto.

Questa logica invece era stata ben chiara, fin dal tempo delle insurrezioni studentesche, per il giovane avvocato Fidel Castro tanto che, arrestato per le sue sedizioni, si era difeso da solo in tribunale con una frase che avrebbe fatto epoca: «La storia mi assolverà».

In realtà è più che disonesto, da parte dei farisei di casa nostra (i cosiddetti riformisti) ignorare che Cuba ha pagato, per la testardaggine del suo Comandante, un prezzo altissimo con l’assurdo embargo che dura da più di 55 anni. E questo solo per aver rivendicato il diritto di autodeterminazione del proprio popolo scegliendo un sistema che non piaceva agli Stati uniti. Insomma una punizione di assoluta prepotenza.

Questo meccanismo perverso ha significato però che il 70% degli attuali cittadini dell’isola sia cresciuto schiacciato, per molto tempo, dalla repressione dell’embargo nordamericano.

Non è sorprendente dunque che questa resistenza fosse il peccato che qualcuno continuava (e continua) a imputare a Fidel Castro malgrado da 10 anni fosse uscito di scena a causa della salute precaria.

Eppure non è un mistero che quasi tutti i premier e i capi di Stato latinoamericani, da anni, facessero sempre, di ritorno dai meeting del nord (Onu, multinazionali) uno scalo a La Havana per sentire il parere del Comandante sul riscatto dell’America Latina e sul futuro da scegliere nonostante le politiche criminali del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale o della Borsa di New York.

C’è addirittura chi è convinto che il ritiro di Fidel abbia messo in crisi l’evoluzione di alcuni processi politici e sociali di altri paesi del sud del pianeta. Non sorprende quindi che, in quasi tutto il mondo, la notizia della sua dipartita è stata trattata con assoluto rispetto, tranne forse da alcuni gruppuscoli di Miami, quelli che hanno favorito il terrorismo organizzato in Florida e messo in atto a Cuba, come Posada Carriles che continua a passeggiare tranquillamente per Miami. Sarebbe ora, anzi, che qualcuno chiedesse la verità agli stessi Stati uniti.

E non è un caso che proprio la Chiesa, coerente con l’atteggiamento di Papa Francesco contro la violenza e la guerra, abbia scelto di impegnare la propria diplomazia per la soluzione di complicate situazioni ferme da tempo scegliendo, due volte, come luogo di pace, proprio Cuba.

Non nascondo che come cittadino del globo, in caccia di verità, ancor prima che come giornalista, io senta ora la mancanza di un protagonista della storia che i critici diranno che ha spesso sbagliato, ma nello stesso tempo si è sacrificato per rispettare i diritti e la dignità di tutti. Se ne deve essere accorto anche il Papa quando un anno fa è andato in visita privata da Fidel, accompagnato solo da un monsignore e di conseguenza fornendo al mondo un esempio tangibile di sensibilità.

Quella sequenza che ho inserito nel film-documentario «Papa Francesco, Cuba e Fidel» testimonia una tenerezza emozionante. Il Pontefice prendendo la mano di Fidel lo ha esortato: Ehi, de vez en cuando tirame un Padre Nuestro («Qualche volta lanciami un Padre Nostro») ricevendo come risposta dallo stesso Fidel un inatteso: Lo recordaré («Me ne ricorderò»).

Quando 30 anni fa, una combinazione della vita, favorita da Gabriel Garcia Marquez e Jorge Amado (giurati al Festival del Cinema de La Habana), mi permise di conoscere Fidel Castro, mi resi conto subito della personalità di questo protagonista della storia.

Con una ovvia gentilezza gli chiesi prima dell’intervista se, come tutti i capi di Stato, desiderasse conoscere in anticipo le domande. Fu drastico: «No. Con la storia che abbiamo, possiamo aver paura delle parole?».

L’intervista, concessa successivamente, durò 16 ore e fu pubblicata con due prologhi, uno di Garcia Marquez e l’altro di Jorge Amado.

Durante la visita di Papa Francesco a Cuba, a settembre del 2015, ho visto il 90enne Fidel a sorpresa in sedia a rotelle, ma lucidissimo. Qualcuno gli aveva detto che con una troupe stavamo documentando quell’incontro inatteso e pieno di speranze. Ci convocò nella sua villetta e, oltre a spiegarci l’imbarazzante situazione dell’Europa sul problema dei migranti e dei diseredati, si espresse con molto entusiasmo riguardo al Pontefice argentino: «Il suo modo di essere non mi stupisce per niente – spiegò – perché essenzialmente si tratta di una persona molto onesta, molto sincera e disinteressata».

È stata l’ultima volta che l’ho visto. Avevo la promessa di andare, a metà dicembre, al «Festival del Cinema de La Habana» e di portargli una copia del documentario. Non ho avuto tempo di farlo, ma mi ha colpito, qualche mese dopo, il suo intervento al congresso del partito.

Non tanto la frase: «Presto compirò 90 anni. Non mi aveva mai sfiorato una tale idea e non è stato il frutto di uno sforzo, è stato il caso. Presto sarò come tutti gli altri, il turno arriva per tutti».

Mi ha emozionato questa affermazione piena di speranza: «Rimarranno le idee dei comunisti cubani come prova che questo pianeta, se si lavora con fervore e dignità, è in grado di produrre i beni materiali e culturali di cui gli esseri umani necessitano… Alla gente dobbiamo trasmettere che il popolo cubano vincerà».

il manifesto
QUEL LEADER BARBUTO
INCONTRATO PER LA PRIMA VOLTA
IN TIPOGRAFIA

di Luciana Castellina

«Una rivoluzione può essere anche allegra. Solo chi conosce la miseria dell’America centrale capisce il mito di Cuba»

La prima volta che mi sono imbattuta in Fidel è stata mentre ero in una tipografia sulla Tiburtina dove stampavamo il settimanale della FGCI «Nuova Generazione». Stavo impaginando quando, su una delle riviste che avevo sul tavolo perché rubavamo le loro foto (mi pare fosse Newsweek), scorsi l’immagine di un barbuto in un bosco, armato di fucile. Nella didascalia si diceva che si trattava di tal Fidel Castro. Incuriosita, lessi anche l’articolo di accompagnamento. Sicché alla fine invece che solo due righe scrissi due cartelle: riferivo che si trattava di una guerriglia, che mangiavano erba e carne di serpente, e tutto il resto.

Era parecchio prima che conquistassero Cuba. Diventammo subito dei fan. Ancora di più quando per la prima volta incontrammo una delegazione dell’organizzazione giovanile a Mosca, in occasione – era il ’60 – di un grande raduno internazionale per la pace: quelli arrivati dall’isola caraibica anziché sfilare cantavano e ballavano. Scoprimmo così che una rivoluzione poteva essere allegra e non tetra come quella sovietica.

Per molti anni non ebbi occasione di andarci: prima per ragioni casuali, poi per il freddo che intervenne nei rapporti fra il manifesto e il regime castrista, dopo la svolta filo sovietica dei primi anni ’70 che aveva posto fine alla bella stagione rivoluzionaria che aveva reso l’Havana punto di riferimento di tutte le lotte di liberazione del mondo. Ce l’aveva raccontata Rossana, non a caso poi la più colpita dalla svolta, in un lungo reportage su Rinascita, in cui riferiva di un viaggio attraverso l’isola compiuto a bordo di una jeep proprio con Fidel, che aveva entusiasmato molti di noi, e invece un po’ irritato gli ortodossi del Pci.

Poi gli anni passarono e accaddero molte cose. Fu mentre ero a Managua con una delegazione del Parlamento europeo che fui avvicinata da un funzionario dell’ambasciata cubana che mi chiese se fossi stata disposta ad andare con un aereo militare che partiva poco dopo all’Havana per un incontro con Alarcon, presidente del Parlamento. Mi avrebbero riportato indietro dopo 24 ore.

Fu la mia prima visita a Cuba, un record di brevità. Sedemmo attorno al tavolo, io, un po’ imbarazzata, esordii dicendo che i rapporti fra noi non erano stati buonissimi, e che però eccetera. Tagliarono subito corto, dicendo che c’erano comunque tante cose comuni. E mi chiesero consigli su come stabilire un rapporto con la Comunità europea, fino ad allora subalterna agli americani, a differenza di quanto avveniva in rapporto agli altri paesi del centro America, grazie al ruolo assai autonomo giocato dal commissario socialista francese Claude Cheysson, animatore del c.d. processo di Contadora: un aiuto diplomatico alle guerriglie per liberarsi dell’oppressione di Washington.
Nel poco tempo che quella prima volta rimasi all’Havana visitai anche un ospedale. Mi colpì un reparto assai importante e non medico, bensì metallurgico: dove si fabbricavano tutti gli strumenti indispensabili alla chirurgia o alle analisi che non potevano, per via dell’embargo, importare e che Cuba non aveva ancora i mezzi per produrre.

Poi ci furono altre visite, ufficiali (come vicepresidente della delegazione permanente del Parlamento europeo per l’America Centrale), e semiufficiali (come presidente dell’Agenzia per il cinema italiano e poi come Arci). Grazie alle quali mi è capitato di visitare le cooperative create dalla locale Slow Food in campagna; le scuole periferiche finalmente dotate di luce per iniziativa della branca cubana dell’ Associazione Eurosolar; di assistere alle proiezioni (tante, affollatissime) del film «Fragole e cioccolata», prima pellicola in cui apertamente si parlava di omosessualità; di incontrare ministri aperti come Abel Prieto e sconcertanti funzionari imbalsamati; di cenare con intellettuali giustamente insofferenti per le tante ridicole censure; di girare per la città e vedere nugoli di bambini e adolescenti con una bella divisa verde uscire dalle tantissime scuole gratuite.

Ho avuto modo di vedere la fame negli anni successivi al crollo dell’Urss del cui aiuto (soprattutto l’importanzione dello zucchero) Cuba ha a lungo vissuto, più recentemente la miseria dei dipendenti pubblici, anche di quelli di alto grado, chirurghi e/o docenti, per stipendi in moneta locale insufficienti persino a cenare in un ristorante, e facchini dei lussuosi alberghi con le tasche piene di dollari ricevuti come mancia. Ma quello che mi ha fatto meglio capire Cuba è stata la conoscenza degli altri paesi dell’America centrale e del sud. Perché solo dopo aver visto quelle miserie si capisce perché tutt’ora e comunque Fidel e la sua rivoluzione siano rimaste oggetto di venerazione.

Si capisce perché le difficoltà – e gli errori – abbiano potuto sviluppare odii, ma anche come sia possibile che centinaia di migliaia di cubani si siano affollati nelle piazze per ricevere il papa o per ascoltare i Rolling Stones senza che nessuno abbia colto la facile occasione di una protesta politica. Ci sono arresti ingiustificati, certo, ma Cuba non è un regime di polizia. Del resto neppure la Germania dell’est, con le sue Stasi potentissime, ha retto, figuriamoci se avrebbe potuto farlo, solo fidando nei gendarmi, un’isola caraibica. Capire Cuba è più complicato: critica e orgoglio per la propria rivoluzione si intrecciano. E sono certa che oggi saranno milioni quelli che piangeranno con tutto il cuore il loro Comandante supremo.

Lui, Fidel, era del resto davvero un bel personaggio. Di contagiosa simpatia. L’ultima volta che l’ho visto, saranno circa 20 anni fa, gli avevo portato un regalo. Poco prima ero stata a Washington, perché la nostra delegazione europea si incontrava regolarmente col Dipartimento di Stato per confrontare le rispettive politiche. Discutemmo anche con la sottocommissione esteri del Congresso, presieduta dall’orrendo italoamericano on. Torricelli, autore della più disumana legge di embargo verso Cuba. Uscendo dalla sala, ero rimasta in coda, e mi prese l’insensato desiderio di rubare la targhetta disposta sul banco della presidenza con su scritto: on. Torricelli.

Quando consegnai a Fidel il trofeo di guerra lui scoppiò in una bella risata e poi appese il cimelio dietro la sua scrivania. «Ho avuto molti regali – mi disse – ma curioso come questo mai».

Al di là del merito e dell'ira di Matteo per la "burocrazia", colpisce il fatto che gli autori della "riforma costituzionale" conoscessero così poco la Costituzione che pretendono di cambiare.

Corriere della sera, 26 novembre 2016

Una doccia fredda sulla riforma Madia della pubblica amministrazione, all’indomani dell’approvazione in Consiglio dei ministri di un ulteriore pacchetto di decreti attuativi della stessa. Ma anche l’ennesimo contenzioso tra Stato e Regioni sul Titolo V della Costituzione, sulla cui modifica si pronunceranno tra l’altro gli italiani nel referendum del 4 dicembre. «La Consulta — ha detto ieri il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, commentando la sentenza 251 della Corte costituzionale — ha dichiarato parzialmente illegittima la norma sui dirigenti perché non abbiamo coinvolto le Regioni. È un Paese in cui siamo bloccati. E poi mi dicono che non devo cambiare il Titolo V. Siamo circondati da una burocrazia opprimente». Esultano invece le opposizioni, accusando il governo di non saper fare le leggi e di non rispettare le autonomie locali. Ieri sera è circolata perfino l’ipotesi di ritiro dei decreti Madia. Ma vediamo cosa è successo.

La riforma Madia parte con la legge delega 124 del 7 agosto 2015 che prevede una serie di decreti legislativi del governo per la sua attuazione. La Regione Veneto, guidata dal leghista Luca Zaia, ha impugnato nell’ottobre del 2015 la legge 124 davanti alla Corte costituzionale, accusandola di non rispettare il Titolo V che richiede su una serie di materie la legislazione concorrente tra Stato e Regioni. La delega infatti prevede che sui decreti attuativi del governo le Regioni diano solo un parere non vincolante. Alla fine, quindi, l’ultima parola è del governo. La Corte ha respinto i dubbi di legittimità costituzionale sollevati dal Veneto in materia di Codice dell’amministrazione digitale, perché materia riservata allo Stato, ma ha dichiarato l’incostituzionalità della legge delega negli articoli che riguardano altre materie, molto importanti, laddove la 124 prevede appunto che i decreti attuativi siano adottati dal governo sulla base di un «semplice parere, non idoneo a realizzare un confronto autentico con le autonomie regionali», anziché un «intesa» vera e propria, dice la sentenza. Le materie in questione sono quattro: 1) il «lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni», e quindi il decreto sui licenziamenti (i furbetti del cartellino) entrato in vigore a luglio, oltre che il testo unico sul pubblico impiego, il cui decreto non è stato però ancora emanato; 2) le società partecipate, il cui decreto è anche questo già in vigore; 3) la riforma della dirigenza; 4) i servizi pubblici locali. Per queste ultime due materie i decreti sono stati approvati in Consiglio dei ministri appena l’altro ieri.

Il problema è risolvibile per il testo unico sul pubblico impiego perché qui il governo potrà appunto ricercare l’intesa richiesta dalla Consulta nella Conferenza Stato-Regioni, prima di emanare il decreto. La situazione comincia invece a complicarsi sul decreto partecipate e su quello dei furbetti del cartellino, dove per evitare che essi siano impugnati e dichiarati incostituzionali, il governo dovrà firmare un’intesa con le Regioni da tradurre in un nuovi decreti, correttivi dei precedenti. Più difficile, infine, il problema degli ultimi due decreti (dirigenza e servizi locali) passati in Consiglio dei ministri giovedì. Madia dovrebbe chiudere una formale intesa nella Conferenza Stato-Regioni sui decreti prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Operazione che appare impossibile. Si tenterebbe allora un’altra strada: pubblicare in Gazzetta prima i decreti e poi la sentenza. A quel punto i decreti potrebbero essere corretti in un secondo momento, previa intesa con le Regioni. Se invece fosse pubblicata prima la sentenza, sarebbe impossibile non tenerne conto e i decreti non vedrebbero più la luce perché la delega al governo scade domani. Renato Brunetta (Forza Italia) avverte il presidente della Repubblica: «Che fa ora Sergio Mattarella? Firma un decreto con una legge delega dichiarata incostituzionale?».

Comunque vada, la sorte della riforma, almeno sulla dirigenza, appare segnata. Zaia esulta, mentre i 5 Stelle attaccano Renzi: «Svela il suo volto e arrogante. Vuole forse abrogare la Consulta?». No, dicono da Palazzo Chigi, le critiche sono rivolte a chi ha impugnato la riforma. Ma la sentenza ha riacceso lo scontro sul referendum. «Le sentenze si rispettano — dice Madia — ma se votiamo sì non ci sarà più la possibilità che una Regione blocchi il Paese». Intanto il settimanale Economist si divide e dopo l’editoriale per il No difende con un pezzo del corrispondente da Roma le ragioni del Sì. E Berlusconi dice che Renzi potrà governare anche se vincesse il No.

Una delle tante schifezze per far vincere il SI: «La Commissione chiede alla Procura di Napoli informazioni urgenti sull’incontro a porte chiuse in cui il governatore campano diceva ai sindaci di procurare voti per il Sì».

Il manifesto, 24 novembre 2016

L’opposizione ha imposto l’inversione dell’ordine dei lavori così ieri alle nove di sera la commissione Bilancio si è ritrovata a discutere dell’emendamento proposto dal Pd che dovrebbe consentire al governatore campano Vincenzo De Luca di assumere il ruolo di commissario alla Sanità. La nuova formulazione, proposta dal relatore dem Guerra, consente ai presidenti di regione di fare i commissari a patto che ogni 6 mesi si verifichi che l’operato sia conforme ai piani di rientro e che la performance sui livelli essenziali sia positiva. La relazione dovrà essere inviata ai ministri della Salute e dell’Economia e trasmessa al consiglio dei ministri che, eventualmente, potrà revocare la nomina. I 5 Stelle attaccano: «E’ una marchetta, chiediamo il ritiro». E persino per il moderato Bruno Tabacci è «un errore sul piano politico».

«L’emendamento ’di scambio’ tra Renzi e De Luca è l’ennesimo capitolo dei reciproci favori, al centro la sanità campana – attaccano i 5S -. De Luca ha nominato per chiamata diretta i dirigenti delle Asl, in barba alla Delega Madia, grazie a una norma regionale ad hoc. Palazzo Chigi avrebbe potuto impugnarla ma non alzò un dito». L’emendamento è stato inserito nella legge di Stabilità su spinta del governatore e per volontà di Renzi. E De Luca è tra i più attivi nella campagna per il Sì al referendum.

Ieri i pentastellati hanno depositato in tribunale a Napoli un esposto contro il governatore, la denuncia si basa sull’audio (pubblicato da Il fatto) della riunione in cui De Luca invitava 300 sindaci a procurare voti per il referendum: «Audio in cui esalta il sistema clientelare». Il sonoro non è stato però acquisito dalla commissione Antimafia (come avevano chiesto Gal, Fi, Lega, Si, M5S) perché Pd e Ncd si sono opposti. Il governatore non dovrà neppure presentarsi in commissione. Ma la presidente Rosy Bindi chiederà informazioni alla procura di Napoli: «La Commissione, all’unanimità, mi ha incaricato di richiedere preventivamente informazioni urgenti in merito a eventuali indagini in corso, agli atti e ai documenti acquisiti e alla posizione dei soggetti coinvolti, per verificare i presupposti per l’avvio di una inchiesta da parte della nostra Commissione, che naturalmente sono legati al tema mafia. Abbiamo sempre agito così per avviare le nostre inchieste e useremo lo stesso metodo», ha spiegato Bindi. Ma se ne potrà discutere solo dopo il 4 dicembre. «Si può minacciare di morte la presidente dell’Antimafia, incitare al voto clientelare, far assurgere a modello il sindaco di Agropoli e poi fare finta di nulla. Questi sono i nuovi padri costituenti» avevano commentato i 5S all’indirizzo del Pd. La replica era arrivata dal dem Franco Mirabelli: «Non c’è nessuna inchiesta dell’Antimafia su De Luca. Evidente il tentativo di strumentalizzare la vicenda in vista del referendum». E’ stata poi Bindi a precisare.

Anche il ministro Alfano ha difeso il governatore durante il question time alla camera: «La spesa pubblica è sottoposta a rigido controllo. Il giudizio politico e morale non spetta a me ma durante le campagne elettorali agli amministratori si dice ’noi ci impegniamo a favorire il tuo territorio’». Per Si e 5S è un endorsement al «metodo De Luca». Il governatore si è divertito su Fb: «Clamoroso episodio di “voto di scambio” a Pozzuoli: al porto un pescatore ha offerto un merluzzo al presidente De Luca. De Luca si è impegnato a conservare la lisca e a inviarla come corpo del reato a Luigino Di Maio». Ieri però dalla regione è arrivata anche una nota ufficiale: «Apprendiamo della richiesta avanzata dalla Commissione Antimafia. Ci rende curiosi conoscere l’iter per il reato di battuta. Vediamo anche la discussione sull’emendamento “De Luca”. E’ volto a rimuovere una situazione assurda, fino a un anno fa erano commissari per la Sanità i presidenti che avevano determinato il debito, mentre non possono esserlo coloro che lo stanno risanando». Alla riunione con i 300 sindaci De Luca disse: «Il comparto della sanità: qui il 25% è dei privati, migliaia di persone. Io credo, per come ci siamo comportati, che possiamo permetterci di chiedere a ognuno di loro di fare una riunione con i propri dipendenti e di portarli a votare» al referendum.

L’Italia nel 2017 spenderà per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro (64 milioni al giorno), più di quanto previsto. Quasi un quarto della spesa, 5,6 miliardi (+10 per cento rispetto al 2016) andrà in nuovi armamenti (altri sette F-35, una seconda portaerei, nuovi carri armati ed elicotteri da attacco) pagati in maggioranza dal ministero dello Sviluppo economico, che il prossimo anno destinerà al comparto difesa l’86 per cento dei suoi investimenti a sostegno dell’industria italiana. Nell’ultimo decennio le spese militari italiane sono cresciute del 21 per cento – del 4,3 per cento in valori reali – salendo dall’1,2 all’1,4 per cento del pil.

Mil€x: “Più trasparenza e controllo democratico”


Sono alcune delle anticipazioni del primo rapporto annuale di Mil€x, il neonato Osservatorio sulle spese militari italiane, presentate mercoledì alla Camera dai due promotori del progetto ed esperti in materia, il giornalista (e collaboratore del Fatto) Enrico Piovesana e il ricercatore Francesco Vignarca. Il rapporto integrale sarà pubblicato a gennaio, dopo l’approvazione degli stanziamenti definitivi nella Legge di Bilancio. “Mil€x – spiegano i suoi fondatori – è un’iniziativa indipendente, lanciata con la collaborazione del Movimento Nonviolento di Capitini e finanziata da donazioni private, ispirata a princìpi di neutralità politica e obiettività scientifica. Pur riconoscendo la necessità di mantenere un adeguato livello di prontezza ed efficienza dello strumento militare, è necessaria una maggiore trasparenza e un più attento controllo democratico su questa delicata materia per scongiurare i rischi derivanti da un’eccessiva influenza della lobby militare-industriale, a suo tempo denunciati dal generale e presidente americano Dwight Eisenhower”. Rischi molto concreti nel nostro Paese, stando alle informazioni fornite da Mil€x.

Realtà e propaganda: nessun taglio alle spese militari


Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha dichiarato che negli ultimi dieci anni la difesa ha subito un taglio del 27 per cento e che quindi nuove riduzioni sono impensabili ed è anzi il momento di maggiori investimenti. I dati del bilancio del suo stesso ministero la smentiscono, mostrando un aumento degli stanziamenti dell’11 per cento (con un calo del 4 per cento in termini di valore reale causa inflazione) e un invariato rapporto bilancio Difesa/pil, indice della volontà politica di destinare alla Difesa una quota costante della ricchezza nazionale. Per il 2017 (al netto del mezzo miliardo in più per l’accorpamento della Forestale ai Carabinieri) il budget previsionale provvisorio della Difesa è di 19,8 miliardi, più dei 19,3 previsti nei documenti programmatici governativi dell’anno scorso, cui vanno aggiunte tutte le spese militari che non rientrano nel bilancio del ministero della Difesa.

Le voci “extra-bilancio” della spesa militare italiana


Mil€x ha elaborato una nuova e accurata metodologia di calcolo delle spese militari italiane, togliendo dal conteggio le spese della Difesa per funzioni non militari (Carabinieri in funzione di ordine pubblico e tutela ambientale, considerando solo i Carabinieri in funzione di polizia militare e quelli che partecipano alle missioni militari: -3,5 miliardi) e aggiungendo quelle per le privilegiate pensioni del personale militare a riposo pagate dall’Inps (+1,8 miliardi al netto dei contributi versati dalla Difesa), quelle per le missioni militari all’estero a in patria pagate dal ministero dell’Economia e delle finanze (+1,4 miliardi, compresa l’operazione Strade Sicure il cui costo è salito da 80 a 120 milioni) e soprattutto quelle dei nuovi armamenti pagati dal ministero dello Sviluppo economico (+3,4 miliardi). Il totale diventa così 23,4 miliardi per il 2017 (cifra provvisoria, la definitiva sarà quasi certamente maggiore), pari a 64 milioni di euro al giorno, 2,7 milioni di euro all’ora, 45mila euro al minuto.

Procurement sproporzionato rispetto alle esigenze


Nel 2017 un quarto della spesa militare totale (24 per cento) è destinata all’acquisto di nuovi armamenti: 5,6 miliardi tra Difesa e Mise, +10 per cento rispetto al 2016. Una cifra enorme (15 milioni al giorno) frutto di un procurement distorto da logiche industrial-commerciali (sostegno pubblico alla produzione e promozione dell’export, come nel recente caso dai carri armati Centauro 2 e dei nuovi elicotteri da attacco Mangusta) slegate dalle reali esigenze strategico-operative dello strumento militare. Commesse sproporzionate, giustificate dalla Difesa gonfiando le necessità (come nel caso del numero degli aerei da sostituite con gli F-35 o delle navi da rimpiazzare con le nuove previste dalla Legge Navale), esagerando i benefici economici e occupazionali (come nel caso del programma F-35) e ricorrendo alla retorica del ‘dual use’ militare-civile (come nel caso della nuova portaerei Trieste presentata come nave umanitaria, e delle fregate Fremm 2 presentate come unità per soccorso profughi e tutela ambientale). A proposito del programma F-35, per cui il budget non è stato dimezzato come chiesto dal Parlamento, ma è anzi salito a 13,5 miliardi, Mil€x anticipa che nel 2016 l’Italia ha firmato nuovi contratti riguardanti altri sette aerei (oltre agli otto già acquistati) e che quelli in versione da portaerei per l’Aeronautica formeranno un gruppo di volo imbarcabile sulla Trieste.

Tra camorra a destra e De Luca a "sinistra," l'unica restistenza nell'infelice Campania viene dalla denuncia degli intellettuali e dalle azioni della magistratura?

La Repubblica, 19 novembre 2016

COSA significa, in terra di camorra, in quella che era conosciuta come terra di lavoro e ora invece è terra di disoccupazione, la condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa a Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’economia e fedelissimo dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi? Significa sancire una sconfitta, non certo una vittoria. La sconfitta di chi in questi lunghi anni ha raccontato i rapporti tra criminalità e politica e con la sentenza ha avuto ragione. La sconfitta di chi credeva di poter immaginare un percorso diverso dove l’imprenditoria che va avanti, quella che crea ricchezza e che cresce, può essere imprenditoria legale, che vince onestamente. La sconfitta di chi nella politica — sono rimasti in pochi — vede ancora possibilità di cambiamento. Di chi ancora crede che la politica debba indicare una direzione, essere visionaria, dare l’esempio.
E Nnelle ore in cui si ragionava su cosa significasse quella condanna — una condanna in primo grado arrivata dopo 141 udienze e oltre 200 testimoni ascoltati — ad abbassare il livello, a svilire ulteriormente il tenore del dibattito politico in un Paese che già crede che chi fa politica sia un ladro o un buffone, arrivano le pietre (pietre e non parole) che il governatore della Campania Vincenzo De Luca lancia a Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare antimafia, colpevole, secondo De Luca, di averlo inserito nella lista degli impresentabili alla Regionali del 2015 per un procedimento penale legato alla vicenda del Sea Park mai realizzato a Salerno, processo all’esito del quale De Luca è stato, lo scorso settembre, assolto.
Per me De Luca impresentabile resta, non alle elezioni ma davanti ai suoi elettori, davanti agli italiani e ai cittadini campani, per la mancanza di consapevolezza del suo ruolo e l’incapacità di comprendere che il territorio su cui come governatore agisce, dà a termini come «infame» e a espressioni come «si dovrebbe ammazzare», significati precisi, che quotidianamente trovano una declinazione pratica.
E allora mi sono chiesto se Cosentino, condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbe mai potuto pronunciare le parole che De Luca si è fatto scappare a margine dell’intervista a “Matrix”. Me lo sono chiesto e mi sono riposto di no, perché Cosentino è nato e cresciuto in un territorio in guerra, quello dominato dal clan del casalesi; perché Cosentino sa e ha sempre saputo che dare dell’infame, esplicitare desideri di morte, hanno significati precisi.
Come lo sa chi vive in determinate realtà pur non essendo camorrista. Sono messaggi che le organizzazioni criminali mandano, ordini che comunicano. Sentenze che decretano. Da qui la consapevolezza di quanto De Luca, da governatore della Campania, sia in realtà completamente inconsapevole rispetto al suo ruolo e rispetto a cosa voglia dire essere Politica in Campania. Perché la Politica non deve solo fare, ma anche essere. Essere rispetto, essere esempio, essere visione.
Ma non voglio speculare sulle parole, perché in tutta onestà non credo che il governatore De Luca abbia mai avuto legami con la criminalità organizzata e spero di non essere mai smentito su questo, ma si è sempre presentato come un politico del fare e quindi mi sento legittimato nel domandargli dove sono le telecamere di videosorveglianza che dopo la morte di Gennaro Cesarano, avvenuta a settembre del 2015, aveva promesso come urgente priorità al Quartiere Sanità? Le telecamere sono state messe nelle zone turistiche, ma alla Sanità ha paura a camminarci chi ci vive, figuriamoci se ci vanno i turisti. È dal 6 settembre 2015 che gli abitanti della Sanità aspettano le 13 telecamere e i rilevatori di targa che ancora non ci sono e che avrebbero un effetto deterrente immediato. De Luca uomo del fare, De Luca fulmine di guerra, cosa sta aspettando?
E ancora più grave considero la vicenda che riguarda la chiusura dell’Ospedale San Gennaro di cui si sta meritoriamente occupando tra gli altri padre Alex Zanotelli. Alla Sanità un ospedale non è solo un luogo dove si va per farsi curare, ma un presidio di legalità. Il primo reparto a essere chiuso è stato il più importante di tutti, il reparto maternità. E il danno è stato enorme perché ostetrici e ginecologi sono medici particolari, entrano nelle famiglie e in quel quartiere prendevano in cura tutti, dando consigli sull’alimentazione, provando a far diminuire il consumo di sigarette, facendo prevenzione. Come è possibile non capire quali saranno le conseguenze del mancato rispetto degli accordi con il territorio? Come è possibile che anche chiudere l’ospedale San Gennaro alla Sanità avrà ripercussioni nefaste sul contrasto alla criminalità organizzata?
Ma poi mi domando quale sia la differenza tra il dare della cagna a una donna come ha fatto Trump e chiamare infame un’altra e dire «sarebbe da ammazzare ». Nessuna: una violenza verbale premiata dall’elettorato che la ritiene garanzia di sincerità e quindi di onestà politica. Una violenza verbale calata in una realtà, quella che viviamo, in cui i ragazzini impugnano armi e altri si fanno saltare in aria. Quando capirà questa politica che le parole sono creazione di azioni? Che quando la politica parla male agisce male, quando parla violentemente agisce violentemente. Come dannazione non capirlo?

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«Riceviamo e pubblichiamo l'intervento del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani sulle giornate internazionali della tolleranza e degli Studenti».

ATnews online,16 novembre 2016 (c.m.c.)

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti umani, in occasione del 16 novembre, Giornata internazionale della tolleranza, istituita dall’UNESCO nel 1995, allorché gli Stati membri fecero propria la Dichiarazione dei Principi sulla Tolleranza, e del 17 novembre, Giornata internazionale degli studenti, indetta per la prima volta nel 1941 a Londra dal Consiglio internazionale degli studenti (International Union of Students) per commemorare gli eccidi nazisti di studenti e professori cecoslovacchi, che si schierarono apertamente contro il regime nazista e rivendicarono il diritto allo studio e il diritto degli studenti ad esprimersi, propone di coinvolgere gli studenti in una serie di attività simboliche finalizzate al recupero della memoria storica, della solidarietà e del rispetto dell’altro.

Parlare di tolleranza oggi, in un mondo caratterizzato da conflitti, incomprensioni e sfruttamento dell’uomo sull’uomo e più che mai attuale e necessario. Ogni forma di pacifica convivenza e di fruttuosa collaborazione nasce dall’accettazione delle diversità. L’omologazione dei costumi e dei credo politici / religiosi solo in apparenza costituiscono il viatico per la serenità e la concordia.

Storicamente la coesistenza di culture diversa è spesso stata foriera di sviluppo e stabilità. Memori delle esperienze precedenti (basti pensare agli USA o all’Impero Romano) dobbiamo guardare all’incontro con il diverso da noi come a una possibilità di crescita, anche se questo comporta uno sforzo nello sconfiggere i nostri pregiudizi e preconcetti.

In Italia, ormai da tanti anni, stiamo assistendo a continui sbarchi provenienti dalle aree geografiche più a rischio umanitario; la vita umana diventa sempre più precaria e si rischia di anestetizzarsi rispetto al dolore altrui. Solo per questo motivo è doveroso intervenire nelle scuole e divulgare quanto più è possibile della tolleranza, dell’umanità e dell’empatia.

In merito al diritto allo studio e al diritto degli studenti ad esprimersi riteniamo fondamentale ricordate che tali principio sono presenti sia nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (art. 26) sia nella nostra Costituzione (art. 33 Cost. e art. 34 Cost.).

E’ di vitale importanza per la crescita di uno stato non solo che i giovani abbiano accesso all’istruzione, ma che siano accompagnati in un percorso di crescita finalizzato all’autonomia di pensiero e alla formazione di uno spirito critico. Condizioni che comportano scambio dialettico e libera espressione. Se la parola si spegne cala il buio sul futuro.

Si propongono come attività operative in classe la lettura della preghiera di Voltaire, la discussione della canzone Imagine di John Lennon, la proiezione del film Freedom Writers diRichard LaGravenesee un invito a realizzare un flash mob in classe o in aula magna formando una catena umana simbolo dell’unione fra le diversità.

“Ho imparato a rispettare le idee altrui, ad arrestarmi davanti al segreto di ogni coscienza, a capire prima di discutere, a discutere prima di condannare.”(Norberto Bobbio)

Il fondo per l’abbattimento delle barriere architettoniche non sarà rifinanziato neanche nel 2017» -Ma i soldi da spendere per rinforzare le barriere contro i disperati che abbiamo contribuito a sfrattare dalle loro terre si troveranno, come vuole Mogherini. La voce.info, 15 novembre 2016.
Una politica universalistica

Se il disegno di legge di bilancio per il 2017 (atto Camera 4127 del 29 ottobre) non sarà cambiato dal parlamento, per il diciassettesimo anno consecutivo il fondo per l’abbattimento delle barriere architettoniche resterà all’asciutto. Sarà solo colpa dei conti pubblici disastrati o forse dobbiamo pensare che realizzare rampe e mettere ascensori nei palazzi dove vivono persone costrette in carrozzella non rientra tra le priorità della politica?

Il fondo per l’abbattimento delle barriere architettoniche è stato istituito nel 1989 con la legge n. 13 del 9 gennaio: dovrebbe concedere contributi a fondo perduto per la realizzazione di interventi per l’eliminazione delle barriere architettoniche all’interno degli edifici residenziali privati e in quelli pubblici e privati utilizzati come centri per l’assistenza agli invalidi.
Le spese fino a 2.582 euro sono totalmente finanziate del fondo; se si supera questa cifra, e fino a 51.645 euro, la percentuale del contributo decresce per scaglioni di importo della spesa; l’ammontare massimo non può oltrepassare i 7.101 euro.
Quella promossa con la legge 13/1989 è una politica di tipo universalistico: il diritto al contributo pubblico è riconosciuto a tutti gli invalidi che sostengono una spesa per eliminare gradini, allargare porte, installare ascensori o servo-scale, indipendentemente dalla loro condizione economica; il loro reddito è ininfluente anche sull’ammontare della somma loro concessa. L’irrilevanza della situazione economica dei beneficiari è difficilmente giustificabile sul versante dell’equità.
Ogni anno i comuni raccolgono le domande e le inviano alle regioni di appartenenza, che a loro volta quantificano l’ammontare del contributo pubblico da richiedere allo Stato. I comuni si occupano anche del pagamento, agli aventi diritto, dei contributi statali, ricevuti tramite le regioni. La procedura per la quantificazione del fabbisogno deve essere eseguita anche negli anni in cui la legge di bilancio statale non stanzia nemmeno un euro; sarà così anche il prossimo anno, anche se non è previsto il rifinanziamento del fondo.

Il fabbisogno da soddisfare

Il fabbisogno inevaso del prossimo anno si sommerà, quindi, a quello accumulato finora. Da un’indagine svolta dalle regioni, relativa agli anni dal 2010-2015, è risultato che per dare a ogni richiedente il contributo che gli spetterebbe occorrono 450 milioni di euro. Tolti i 150 milioni che le regioni dichiarano di avere tirato fuori dai loro bilanci, lo Stato dovrebbe stanziare 300 milioni per dare agli invalidi quello che la legge promette loro. Ma il fabbisogno complessivo è molto più alto: è dal 2001 che le leggi finanziarie statali non rifinanziano il capitolo di bilancio della legge 13/1989; e anche i fondi iscritti negli anni precedenti non sono mai stati sufficienti a pagare interamente le somme dovute a chi era stato ammesso a ricevere il contributo. È pertanto possibile che ci siano invalidi che aspettano ormai da venti anni di ricevere in tutto o in parte la cifra spettante.

Le regioni sembrano rassegnate a non ricevere più alcun contributo statale per il finanziamento delle politiche per il superamento delle barriere architettoniche. Si accontenterebbero della rimozione dell’obbligo, in capo ai comuni e alle regioni, di raccogliere le richieste di contributo presentate dai cittadini, evitando così di generare aspettative che non potranno essere soddisfatte.

È solo colpa del bilancio?

Se finirà così sarà, però, più per scelta che per necessità di bilancio.
La legge di bilancio per il prossimo anno, conferma (articolo 82) per il 2017 il contributo a favore dei giovani, che compiranno 18 anni, per pagar loro il biglietto del cinema, un cd di musica o un libro. Lo stanziamento sarà uguale e quello previsto per l’anno in corso: 290 milioni di euro. Pure questi soldi sono distribuiti a pioggia anche ai ragazzi appartenenti a famiglie ricche o con redditi che consentono di pagare, senza alcun sacrificio, il cinema ai figli. In due anni saranno spesi quasi 580 milioni di euro (290 quest’anno e altrettanti il prossimo). Una cifra sufficiente a saldare, se non interamente, una parte consistente dei contributi che gli invalidi aspettano da anni. Se continueranno a non riceverli, non è, quindi, per la difficoltà di reperire nel bilancio statale i fondi necessari, ma perché la soluzione del loro disagio è, evidentemente, ritenuta meno importante della cultura cinematografica dei giovani che diventano maggiorenni.

Una scelta difficile da spiegare, se si confronta il merito sociale delle due politiche.

«Il tentativo di elementi fascisti del governo estremista di vietare il richiamo alla preghiera è una grave violazione e un attacco razzista alla libertà di culto in generale e alla fede musulmana e ai musulmani nello specifico».

Il Fatto Quotidiano, 15 novembre 2016

Nuove tensioni fra Israele e Autorità nazionale palestinese(Anp). Dopo la dichiarazione del ministro dell’educazione israeliano che, esultando per la vittoria di Trump, aveva dichiarato ” è finita l’era dello Stato palestinese”, il nuovo terreno di scontro è una proposta di legge per la rimozione degli altoparlanti dalle moschee.

Il governo di Benyamin Netanyahu ha approvato una proposta di legge per vietare gli altoparlanti nelle moschee – strumento attraverso il quale il muezzin chiama alla preghiera – motivandolo come scelta per proteggere la quiete pubblica. Israele “è impegnato a garantire la libertà di culto per tutte le religioni – ha detto il premier – ma ha anche l’obbligo di proteggere i cittadini dai rumori“.

Il presidente palestinese Abu Mazen ha subito attaccato l’iniziativa che “rischia di far sprofondare la Regione in un baratro”. Mentre il suo portavoce Nabil Abu Rudeina ha annunciato che “la leadership dell’Anp si rivolgerà al Consiglio di Sicurezzadell’Onu e a tutti gli organismi internazionali per fermare queste pratiche provocatorie israeliane”. Puntuale anche la condanna di Hamas, da Gaza.

La proposta di legge è stata approvata all’unanimità dalla Commissione ministeriale per la legislazione. Ora al parlamento israeliano, la Knesset, annunciano battaglia i parlamentari arabi che hanno replicato che già oggi esiste il divieto sui rumori eccessivi in zone pubbliche e che non c’è necessità di una legge solo per le moschee. Il provvedimento, al via nell’iter parlamentare, vuole vietare il ricorso ad altoparlanti nelle moschee ma ammette, a discrezione delle autorità, deroghe locali.

La ‘Lista Araba Congiunta’ alla Knesset ha dichiarato che “il tentativo di elementi fascisti del governo estremista (del premier israeliano Benjamin Netanyahu) di vietare il richiamo alla preghiera è una grave violazione e un attacco razzista alla libertà di culto in generale e alla fede musulmana e ai musulmani nello specifico”.

«Che fare? Rimboccarsi le maniche, ovunque, e cercare di uscire dalla deriva personalistica e priva di contenuti di reale cambiamento per avviare un dialogo con le tante persone che chiedono prima di tutto di essere ascoltate e di appartenere ad una comunità politica».

il manifesto, 10 novembre 2016, con postilla

È un fenomeno mondiale, ma che nel contesto americano prende le mosse dall’incapacità del governo Obama di operare in modo incisivo sulle disuguaglianze economiche e identitarie. Si riproduce la dinamica manifestatasi in occasione del «Brexit». Gli «sconfitti» della globalizzazione si ribellano ad un discorso paternalista e rassicurante circa le sconfinate virtù della globalizzazione: la realtà delle lavoratrici e dei lavoratori, in Inghilterra così come negli Stati uniti, è lontana anni luce dalla «narrazione» democratica (negli Usa) o socialdemocratica (in Europa). Su questo fronte, l’unico che era riuscito a smuovere le acque, suscitando entusiasmo e speranze di profondo cambiamento è stato Bernie Sanders: peccato che non fosse in linea con l’establishment del partito democratico che, continuando a ragionare secondo schemi politici che non reggono davvero più a nessuna prova, l’ha bollato come estremista e troppo lontano dal comune sentire degli americani. E ciò ha reso impossibile la sua nomination.

Ora sappiamo che, senza Sanders, il «comune sentire» della maggioranza degli elettori statunitensi è impersonificato da Donald Trump. Cosa ha da offrire Trump? Una narrazione populista, fatta di leadership personalistica e messaggi semplici – e più rassicuranti, indirizzati senza tentennamenti verso il «vero popolo» dell’America profonda. L’America esclusa dalle magnifiche sorti progressive del neoliberismo e della globalizzazione. Leadership personalistica e messaggi semplici: la ricetta che, altrove, ha portato al trionfo altri leader quali Berlusconi e Farage, e in un futuro non troppo lontano potrebbe far trionfare anche un rappresentante della famiglia Le Pen in Francia.

In Italia non stupisce che il Movimento Cinque Stelle a ridosso del voto non abbia preso una chiara posizione sulla contesa presidenziale Usa, salvo poi esultare dopo l’affermazione di Trump: vista la vocazione populista del movimento, diversi suoi rappresentanti hanno visto in lui un outsider da guardare se non con aperta simpatia, certamente senza ostilità. Il populismo di per sé non è un male: dovrebbe essere prima di tutto una categoria analitica.

Il populismo può avere diverse facce: anche Podemos e Syriza possono essere considerati populismi, ma di tutt’altra fattura rispetto a Trump e in parte al M5S. In Spagna e in Grecia si sta sviluppando un populismo «inclusivo» che poco ha a che spartire col populismo «esclusivo» di marca lepenista o trumpiana. Il populismo che ha trionfato ieri notte è sicuramente esclusivo, fortemente chiuso alla voce delle minoranze. E non basta dire che il popolo americano ha voltato le spalle a Hillary Clinton. La sua candidatura era molto problematica: da un lato, è stata nell’amministrazione (e nella politica) statunitense troppo tempo per rappresentare una scelta di cambiamento; dall’altro, nella sua attività di governo, non ha mai brillato per particolare lungimiranza politica – come testimoniano le sue discutibili iniziative in politica estera.

Che fare? Rimboccarsi le maniche, ovunque, e cercare di uscire dalla deriva personalistica e priva di contenuti di reale cambiamento per avviare un dialogo con le tante persone – negli Stati uniti e in Europa – che chiedono prima di tutto di essere ascoltate e di appartenere ad una comunità politica invece sempre più chiusa e autoreferenziale. Per fare questo le forze progressiste debbono rimettere al centro le questioni sociali: lavoro, sicurezza, lotta alle disuguaglianze. Le rivendicazioni dei diritti delle minoranze devono tornare ad intrecciarsi a tali questioni, per troppo tempo sottovalutate. Il successo del populismo esclusivo è una storia che non riguarda solo gli Usa. Può riguardare molti, potenzialmente tutti i paesi europei in un futuro prossimo. C’è tantissimo lavoro da fare per rifondare un campo realmente democratico e progressista in modo inclusivo e incisivo. L’alternativa è il trionfo di tutti i Trump possibili.

postilla

Nelle cose da fare rimboccandosi le maniche dovrebbe esserci anche il raccontare con un po' più di precisione il lavoro che hanno fatto Barack e Hillary per promuovere la pace nel mondo e tagliare le unghie agli interessi economici che provocano morte, miseria e disperazione fuori dai confini del benessere: il lavoro che hanno fatto con le decisioni, non quello che hanno proclamato di voler fare

Beppe Severgnini, Adriana Cerretelli, Ugo Tramballi, Vittorio Zucconi, commentano il voto americano. Tutti di area e ubbidienza NATO, ovviamente, come le testate su cui scrivono.

Corriere della Sera, il Sole 24 Ore, la Repubblica, 9 novembre 2016
Corriere della Sera
DUE AMERICHE ORA CONTRO

UN PAESE FERITO FINITO IN TRINCEA
di Beppe Severgnini

Due Americhe contro, e il mondo che guarda allibito. Un’America chiusa e delusa, che si riconosce nel repubblicano Donald Trump. Un’altra più aperta, disposta a seguire la democratica Hillary Clinton nel perenne inseguimento del sogno americano. Qualcuno, anche negli Stati Uniti, era convinto che la candidata democratica, più esperta e affidabile, avrebbe battuto facilmente il rivale repubblicano. E’ accaduto l’opposto. Ohio, North Carolina, Iowa. Florida. Texas, tutto il centro e quasi tutto il sud. Michigan, Wisconsin, Pennsylvania – Stati industriali, tradizionalmente democratici - in bilico per ore. Inesorabilmente, nel corso della notte, la macchia rossa sulle mappe elettorali s’è allargata. Donald Trump, il candidato più improbabile in 227 anni di democrazia americana, è alle porte della Casa Bianca. Avrà il controllo il Congresso. Sceglierà il giudice decisivo della Corte Suprema, l’istituzione dove avanzano - o arretrano - i grandi cambiamenti sociali americani. Bruce Springsteen è un artista e non fa politica. Ma ci sono giornate in cui la storia non lascia alternative: schierarsi o nascondersi. Nell’ultima notte prima delle elezioni, il Boss non si è nascosto.

Non avrebbe condiviso il palco con Hillary, probabilmente, se dall’altra parte non ci fosse Trump. Non avrebbe scelto una canzone come Dancing in the dark. Perfetta e profetica, fin dal titolo. Perché l’America, la notte scorsa, ha ballato al buio. E oggi, quando si sono accese le luci, deve accettare chi si trova di fronte. Così dobbiamo fare noi italiani e europei, che dell’America siamo alleati. Sarà dura, ma dobbiamo provarci. Sondaggi, studiosi, mercati e scommettitori indicavano Hillary Clinton. Perfino i repubblicani non ci speravano più. Ma le sorprese elettorali non erano mancate, negli ultimi tempi, attraverso l’Occidente confuso. E gli Stati Uniti sono cambiati molto, negli ultimi otto anni. Barack Obama, presidente gentiluomo, ha visto franare il tradizionale terreno democratico. Stati industriali come Ohio, Michigan e Wisconsin cercavano un veicolo per le proprie frustrazioni. E il veicolo non lo produce la Chrysler (salva anche grazie alla Casa Bianca).

Quel veicolo - ora lo sappiamo - si chiama Donald Trump. È lui la sconvolgente novità. È lui che ha incendiato le incertezze americane. L’ha fatto da solo, senza aiuti, osteggiato nel suo stesso partito. Contro la totalità dei media, giustamente preoccupati dal suo comportamento e dalle sue dichiarazioni. L’ha fatto spaccando la nazione, come mai era accaduto. Donne, non-bianchi e giovani millennials istruiti contro di lui; legioni di bianchi delusi con lui. Donald Trump ha ignorato la demografia e puntato sull’antipatia. Quella che la sua avversaria, Hillary Clinton, è sembrata raccogliere in abbondanza. Ma un presidente, prima d’essere simpatico, dev’essere competente. Da questo punto di vista la distanza tra i contendenti resta immensa. Vedrete quanti, anche in Italia, salteranno beffardi sul carro del vincitore. Ma i fatti restano.
L’uomo d’affari e di televisione Donald Trump non ha mai ricoperto una carica elettiva. Non ha presentato un programma degno di questo nome. Metà delle sue affermazioni si sono rivelate false o inesatte. Sulle questioni internazionali ha mostrato un’incompetenza pari soltanto dall’arroganza. Per questo piace agli avversari dell’America. Sarà stata una notte memorabile al Cremlino. Vladimir Putin ha trovato la sua anima gemella. Dove porteranno il mondo, lo vedremo. L’America silenziosa è esplosa con un boato. Molti elettori - per calcolo, per rabbia, per vergogna - non hanno lasciato capire che avrebbero scelto Donald Trump. Le volgarità, le falsità e la superficialità del candidato? Irrilevanti, apparentemente. Tutto si è deciso, ancora una volta, nei battleground states, gli Stati «terreno di battaglia», per usare la solita metafora bellica.
È la strana democrazia made in Usa: sono quindici, non cinquanta, gli Stati che hanno deciso chi condurrà la nazione fino al 2020. L’America bianca e armata ha difeso l’ultima trincea. Una lunga, sgradevole campagna elettorale si è chiusa con l’elezione del nuovo Presidente. E’ difficile, ma dobbiamo accettarlo. Siamo tutti prigionieri di una fantasia: una storia immobile, in cui domani è una ripetizione di ieri. E’ un modo di sconfiggere l’ansia, ma il mondo non funziona così. La vita di ogni italiano adulto non è segnata solo dalle vicende nazionali, ma da grandi eventi lontani: la fine dell’Urss, l’avvento di internet, l’11 settembre, il tracollo finanziario e il primo presidente afro-americano, il ritorno del terrorismo. Le cose cambiano e la storia corre: negli Usa più che altrove. È accaduto. La nazione di Bruce Springsteen ha ballato al buio, e s’è ritrovata tra le braccia di Donald Trump.


Il Sole 24 Ore

L’EUROPA POST-BREXIT COSTRETTA A DIVENTARE ADULTA
di Adriana Cerretelli

L’America di Barack Obama debuttò nel vecchio continente con uno strappo clamoroso, il rifiuto di incontrare l’Unione europea a Bruxelles, la sua capitale. Arnese vetusto, opaco, incomprensibile: Unione chi, cosa, per fare che?

Era l’aprile del 2009. Il giovane presidente dell’impossibile le preferì Strasburgo e Praga: il vertice Nato e l’abbraccio con la gente europea in una delle città simbolo dell’Europa dell’Est liberata. Per diventare Obama l’europeo, il convinto sponsor del Ttip, il grande patto economico transatlantico oggi arenato, avrebbe aspettato il secondo mandato, il calo della febbre per il Pacifico, le tante delusioni di politica estera, insomma un nuovo debutto: la stagione del realismo.

Anche se poi in parte corretta, la fine non dichiarata dell’eurocentrismo americano nel mondo globale fu uno schiaffo bruciante tra vecchi amici: niente rotture, continuità di dialogo ma in modo più freddo e lontano. Oggi, con il cambio della guardia alla Casa Bianca, la deriva euro-americana potrebbe accentuarsi.

Otto anni dopo quell’aprile del 2009, il mondo non è più lo stesso, l’America è più debole, l’Europa molto ma molto di più. Logica vorrebbe che l’Occidente si ricompattasse, rinserrasse i legami al proprio interno, tra la Cina che sale e la Russia di Putin che recupera influenza a suon di campagne militari in giro nelle grandi aree di crisi ucraino-mediorientali.

Invece accade il contrario. Su entrambe le sponde dell’Atlantico le sue democrazie si fanno più introverse, populiste, protezioniste, nazionaliste, isolazioniste. E anche sgovernate. L’Unione non sta più insieme, si sfalda tra le sue multi-crisi che auto-perpetua, incapace di risolverle. Gli Stati Uniti sembrano “europeizzare” i loro istinti nel senso più deteriore, sfascista invece che pragmatico e costruttivo.

«La verità è che siamo piombati nel mondo post-fatti, nell’era dove sono le emozioni, le paure dei cittadini e non il reality-check a muovere il consenso nelle democrazie» dice un diplomatico europeo. Se il Ttip, la più importante strategia economica occidentale, è finito su un binario morto, è perché i turbamenti caotici e più o meno fondati di alcuni fanno premio sull’interesse collettivo. L’Europa, intanto, continua a pretendere assistenza militare e scudo Nato ma appare sempre più intollerante verso la leadership americana.

Di incongruenze e frizioni con l’America di Obama ce ne sono state tante. Nessuna è però riuscita a interrompere la prevedibilità né la tenuta delle relazioni transatlantiche, garanzia di stabilità nel disordinato pianeta globale.

Da oggi si entra invece in terra incognita. L’America sarà comunque diversa. Lo scontro perdente con la globalizzazione l’ha cambiata cambiando le pulsioni della sua società e della sua democrazia, come la campagna elettorale di violenza senza precedenti ha ampiamente dimostrato.

Per questo anche il teorema europeo finirà per cambiare. Quando e quanto sarà tutto da scoprire. Ma cambierà, chiunque sarà presidente.

Se, 71 anni dopo la fine della guerra, la Nato continuerà a sopravvivere a se stessa, lo farà solo a una condizione: che l’Europa si faccia finalmente carico delle sue responsabilità militari e costi relativi, si doti di una base industriale e di un’intelligence davvero integrati e quindi credibili. Il contribuente americano, democratico o repubblicano che sia, non è più disposto a finanziarla al suo posto. Sono anni che l’America lo chiede ma questa volta la festa è finita davvero.

Sui rapporti con la Russia, una linea più dura potrebbe far saltare l’intesa Germania-Usa di questi anni e minacciare anche su questo lato l’unità transatlantica. Su economia e commercio, il protezionismo è in agguato: la conflittualità potrebbe finire per schiacciare gli interessi comuni.

In un modo o nell’altro, volente o nolente, l’Europa post-Brexit sarà dunque costretta a diventare più adulta, più presente e credibile sulla scena internazionale. Fine delle solidarietà gratuite. Forse questo è l’unico punto davvero fermo dell'America che cambia passo e presidente.


Il Sole 24 Ore

DUE VISIONI SUL RUOLO USA

di Ugo Tramball

«La Nato è uno dei miglior investimenti che l’America abbia mai fatto», aveva detto Hillary Clinton all’università di Stanford, durante la sua campagna. «La Nato ha un problema, è obsoleta. Ci sono molti membri che non pagano il conto», aveva sostenuto Donald Trump in un comizio nel Wisconsin. Le differenze incominciano dall’Alleanza atlantica, il pilastro che dal 1949 sostiene tutta la politica estera degli Stati Uniti.
Ed è difficile trovare su questo terreno una crisi, un conflitto, un sistema di alleanze, un negoziato che i due candidati pensino di affrontare allo stesso modo o quasi. Se la continuità su come affrontare le vicende mondiali è una caratteristica della democrazia americana (in genere di tutte le democrazie), queste elezioni offrono un altro precedente. Hillary presidente sarebbe la continuità certa. Di più: rispetto a Barack Obama che ha affrontato più di una crisi cercando di evitare di essere coinvolto, lei ripristinerebbe l’uso di quella dissuasione militare che ha reso credibile l’America per gli amici e i nemici.
Non è ancora chiaro se Trump pensi a un nuovo isolazionismo globale o a un iper-interventismo. In un modo o nell’altro da presidente rappresenterebbe una rottura completa con quello che l’America è stata in questi 70 anni. Per lui la Nato non sarebbe più inclusiva per natura: escluderebbe tutti quei paesi (l’Italia) che non spendono per la difesa il 2% del loro Pil, come stabilito dall’Alleanza. Il problema è che sono solo quattro le nazioni che ottemperano quell’obbligo. Nel secondo dibattito con Hillary Clinton, il candidato repubblicano aveva detto senza paura di essere frainteso, quali dovrebbero essere oggi i veri alleati degli Stati Uniti, soprattutto nella lotta al terrorismo: la Russia, l’Iran e il regime siriano di Bashar Assad. Cioè gli attuali avversari dell’America in Medio Oriente.
Visioni opposte anche sull’utilità dell’arsenale nucleare per la cui riduzione la candidata democratica riprenderebbe il negoziato avviato da Barack Obama, sebbene con meno entusiasmo. Sostanzialmente, l’arma atomica è stata creata per non essere usata, è uno strumento di difesa, non di attacco. Non per Donald Trump che ha proposto di usarla contro l’Isis se attaccasse. «Le abbiamo fatte? Perché le abbiamo fatte?», ha dichiarato in un’intervista televisiva. Forse le parole dette in campagna elettorale rappresentano parzialmente la volontà del candidato, una volta diventato presidente. Ma ne denunciano i desideri. In realtà Donald Trump ha riempito i giornali di dichiarazioni eclatanti ma non ha offerto un programma coerente di politica estera. Sembrava quasi che ne parlasse solo perché una campagna elettorale lo richiede. George Shultz, che è stato per sei anni segretario di Stato di Ronald Reagan, sosteneva che quando manca una politica si ha sempre la grande tentazione di tenere un discorso.
Dopo aver mestato un po’ con i suoi hackers e approfittato delle debolezze americane in Medio Oriente ed Europa, anche Vladimir Putin preferisce avere a che fare con Hillary Clinton. Forse. Amici e concorrenti si sentirebbero più rassicurati dall’esperienza politica internazionale della candidata democratica che dalle minacce di Trump. Ma se vincerà, dovrà dedicare la prima parte della sua presidenza a convincere che l’America resta il protagonista della scena mondiale. La campagna elettorale così divisiva, mediocre, a volte orrenda, ha probabilmente avuto effetti negativi, se non devastanti, per la credibilità internazionale degli Stati Uniti. Ripristinarne l’autorevolezza dovrebbe essere lo stesso problema del candidato repubblicano. Ma a questo Donald Trump non sembra molto interessato.

La Repubblica
L’AMERICA FERITA

di Vittorio Zucconi

Washington. E adesso, Presidente? Nella solitudine degli 80 metri quadrati dello Studio Ovale davanti alla scrivania che fu di John F. Kennedy, il panorama di un’America straziata e di un mondo sbriciolato si spalancherà in tutta la sua enormità oltre le finestre blindate. Mai, si è detto e ripetuto in questa tossica campagna elettorale, gli Stati Uniti sono stati tanto divisi, il rancore degli sconfitti verso i vincitori tanto acre e la convalescenza tanto precaria. Ma è vero?
La tentazione di annunciare l’Apocalisse americana, di narrare l’Armageddon finale delle contraddizioni culturali, sociali, economiche, razziali di quella insalatiera umana, come la definiva Jimmy Carter, chiamata America è un tema ricorrente nel racconto degli Stati Uniti. L’andamento di questa campagna elettorale 2016 lo ha riportato d’attualità con la prepotenza della retorica di Trump. Mai, nella storia moderna della politica, negli Usa si era sentito il candidato di un partito definire l’avversario, in questo caso l’avversaria, una «farabutta criminale», promettendo di lock ‘ er up, di rinchiuderla in carcere dopo l’elezione tra le ovazioni dei supporter. Mai un candidato aveva messo a priori in dubbio la regolarità del sacrosanto processo elettorale e la legittimità del risultato. Trump è stato il giocatore che contesta l’arbitro «prima che cominci la partita» ha detto Barack Obama.
Ma la profondità delle faglie sismiche che oggi spaccano gli Stati Uniti appare insanabile soltanto se la si osserva nel presente e non nella continuità turbolente di una nazione che continua a cambiare se stessa, generazione dopo generazione. Le lacerazioni che oggi la percorrono sembrano inedite e insanabili soltanto perché uno dei due pretendenti alla corona temporanea ne ha fatto la propria piattaforma di successo, utilizzando l’eco ormai immensa della caverna dei Social network.
Oltre i dispettucci personali, le mani non strette, le volgarità da spogliatoio di palestra, la paranoia delle forze di sicurezza timorose che tanta violenza retorica si materializzasse in proiettili, gli orridi spot televisivi, la realtà sociale e culturale sottostante non è più difficile, né insanabile, di quanto sia stata in altri momenti di crisi e forse sempre. Una serie di miti è riaffiorata, per provare l’abisso sul quale l’America cammina, ma visti da vicino sono, appunto, più miti politici che realtà.
La compressione della “classe media”, intesa come classe media maschile e bianca, non è cominciata con i trattati commerciali di libero scambio o con la delocalizzazione: muove negli anni ’70, quando l’esplosione del prezzo del petrolio coglie completamente impreparate le Sorelle di Detroit, chiuse nelle loro arroganza, e spalanca le porte alle più razionali produzioni giapponesi. L’inquietudine e la frustrazione dei ventenni, i “Millennials” come sono stati battezzati ora, non raggiungono neppure la soglia delle rivolte violente cominciate nei campus universitari degli anni ’60, stimolate dal Vietnam, mentre la brutalità della polizia contro le vite dei neri è una continuazione, non una novità, in una storia che ha visto cani lanciati contro dimostranti pacifici nel Sud. I rari episodi di disordini nei comizi di Trump sono scaramucce rispetto alle giornate di guerriglia sanguinosa attorno alla Convention Democratica di Chicago1968.
Il fatto che si sfrutti il turbamento di una società spregiudicatamente a fini elettorali non lo rende né più letale del passato, né nuovo. Il discredito delle istituzioni è acuto, ma non inaudito a chi visse e ricorda gli anni di Nixon, “Dick il Sudicio”, di Johnson il “killer dei ragazzi americani”, della tragica follia del Maccartismo. Tutto è grave, tutto è importante nella nazione che oggi paga, dopo il passeggero balsamo delle buone intenzioni spalmato con il primo presidente afroamericano, il trauma ritardato di quindici anni terribili, aperti dall’oscenità del 2001, acuiti dall’insensatezza delle guerre lanciate “per scelta” e dal collasso delle banche travolte dalla loro stessa ingordigia incontrollata.
Ma l’America del 2016 che il nuovo Presidente vedrà attraverso le finestre del proprio studio, anch’esso toccato dalla vergogna di uno scandalo umiliante, non è diversa dall’America che Roosevelt ereditò da Hoover, Johson dal Kennedy assassinato, Carter da Ford, Reagan da Carter e Obama da Bush il Giovane. L’abisso fra città e campagne, fra Park Avenue e Main Street dei piccoli paesi, fra le signore in carriera che vivono nei sobborghi nutrendo i figli di buoni cibi nutrienti e le “casalinghe disperate” sparse nel ventre del Grande Ovunque americano senza futuro con le loro micidiali merendine, è sempre stato visibile e incolmabile, agli occhi di chi uscisse dal perimetro delle metropoli e si avventurasse oltre. Ogni presidente, quale che sia il suo colore politico, lo conosce, promette di colmarlo e fallisce.
Speculare sulle contraddizioni dell’America ha fatto vincere molte elezioni, ma non le ha mai sanate, perché esse sono il motore, la natura profonda di una società costruita sul “sogno” che ha l’inevitabile rovescio, “l’incubo”. Gli attacchi del terrorismo pseudo mistico, l’alluvione di immigrati dal Grande Sud hanno agitato l’America bianca e l’hanno incattivita nel panico del sentirsi assediata e minoritaria. “The White Male”, il maschio bianco, si sente ormai specie in via di sottomissione, circondato da nuovi americani sempre meno bianchi e da donne sempre più uguali a lui. Dunque l’America che il 46esimo presidente dovrà guidare è una nazione che si sta, ancora una volta, trasformando e confonde, per alcuni, la trasformazione con la fine. Ma, ancora una volta recuperando Mark Twain, le notizie della sua morte sono grandemente esagerate. They will survive. Sopravviveranno.

«. La Repubblica, ed. Firenze 4 novembre 2016 (c.m.c.)

Quattro novembre 1966 — 4 novembre 2016. In mezzo 50 anni in cui, per affrontare il pericolo alluvioni a Firenze, non è stato fatto praticamente niente. Se non qualche intervento locale, come l’innalzamento delle spallette sui Lungarni e lo scavo del letto dell’Arno in modo che adesso ci possono passare 3.800 metri cubi di acqua al secondo contro i 3.300 del ’66 e i 4.000 che sono il limite massimo, come spiega Mauro Grassi, direttore di Italia sicura, la struttura di missione del governo per il rischio idrogeologico.

Oltre che la costruzione della diga di Bilancino che lamina le acque della Sieve, che allora si aggiunse all’Arno moltiplicando l’inondazione. Niente interventi strutturali, però, se non verso San Miniato, Empoli e Pisa e nell’alto Casentino. Ma niente di strutturale che protegga Firenze. «Se agli interventi locali aggiungiamo l’affinamento delle previsioni meteo e la nascita della protezione civile il rischio a Firenze è diminuito, dal ’66, del 30 per cento», dice Erasmo D’Angelis, coordinatore di Italia sicura.

Il restante 70 per cento del rischio è ancora lì, in agguato. Anzi, il restante 30 per cento è virtuale. Perché, come depreca Grassi, «dall’alluvione a oggi si è costruito moltissimo, troppo, soprattutto fino al 1970 quando c’era una possibilità di costruzione quasi illimitata». Più immobili, più attività. E di maggior valore rispetto al ’66. «Tanto che si ipotizza, in caso di alluvione adesso, un danno di 7 miliardi solo a Firenze. Una cifra pazzesca che induce Italia sicura a ragionare nell’ottica del “whatever it takes”, ossia tutto quello che ci vuole. Tradotto, significa che a partire dalle città metropolitane, Firenze, Genova e Milano, si stanzieranno tutti i finanziamenti necessari a evitare il rischio».

Per ora però il pericolo c’è. «L’aumento delle attività e del loro valore fa sì che il rischio, invece di diminuire, sia aumentato », dice preoccupato il coordinatore del Comitato Firenze 2016, Giorgio Federici. Che aggiunge: «Per fortuna ora ci si sta muovendo». Ma per avere la possibilità di gestirlo questo rischio dovremo attendere il 2021, prevede D’Angelis. Che spiega: «Stiamo correndo contro il tempo per fare adesso tutto quello che era stato progettato nel 1968 e poi non realizzato ».

Per gestire il rischio a Firenze sono previste quattro casse di espansione nei dintorni di Figline e l’innalzamento di 9 metri della diga di Levane, di cui cinque riempibili d’acqua, più altre casse di espansione nella Valdisieve. Per tutto questo sono stati stanziati 200 milioni spendibili via via che i progetti partono: 130 del governo e 70 della Regione. «La prima cassa di espansione a Figline sarà finita in questi giorni — annuncia D’Angelis — I cantieri per le altre tre e per Levane sono in partenza. Dopodiché inizierà la progettazione per la Valdisieve». L’Autorità indica le necessità e fa la modellistica, la Regione progetta e gestisce i cantieri, governo e Regione finanziano.

Uno sforzo tardivo ma che D’Angelis giura sarà fatto interamente. Salvo, però, l’imponderabile. Lo dice lo stesso coordinatore di Italia sicura che, pur mostrandosi ottimista «perché ora esistono i piani della protezione civile e quelli per mettere in sicurezza l’arte», avverte dei «possibili scherzi del cambio climatico». Marcello Brugioni, responsabile dell’area rischio idraulico dell’Autorità di bacino va oltre: «Non esiste la sicurezza assoluta.

Meglio non illudere e deresponsabilizzare. Possiamo solo dire se il rischio può o non può essere gestito». D’Angelis sottolinea che nel ’66 fu «una quasi irripetibile tempesta perfetta che riuscì a mettere insieme una serie di coincidenze disastrose». Grassi ricorda che «furono dieci giorni di piogge, più i tre ultimi di precipitazioni come si verifica ogni duecento anni». Potremmo pensare di esserne ragionevolmente fuori per molto tempo a venire e forse per sempre.

Invece mai rilassarsi, raccomanda Brugioni: «Gli interventi programmati nell’aretino e nella Valdisieve sono quelli giusti e prioritari. Ma siccome, come nel terremoto, non si può mai parlare di sicurezza totale, è necessario informare i cittadini dei rischi e di cosa si deve fare per fronteggiarli. Come l’Opera di Santa Croce che ha comunque fatto il piano di immediata messa in sicurezza del Crocifisso di Cimabue in caso di pericolo». Anche per i cittadini esistono, secondo Brugioni, «ottimi piani della protezione civile ». Bisogna però diffonderli, farli conoscere e abituare le persone a metterli in pratica.

». il manifesto, 5 novembre 2016 (c.m.c.)

Il Sultano Erdogan è all’offensiva. Dopo l’arresto del direttore di Cumhuriyet, l’unico giornale indipendente rimasto che ha denunciato la connivenza del governo turco con lo Stato islamico; e dopo avere incarcerato i due sindaci di Dyarbakir simbolo dell’autonomia kurda, nella notte di ieri ha arrestato dodici deputati dell’Hdp, il Partito democratico del popolo, insieme ai due leader Selahattin Demirtas e Figen Yüksekdag.

L’Hdp è la principale forza turco-kurda dell’opposizione di sinistra, il terzo partito con 59 parlamentari e che nell’estate del 2014 ha scompaginato con la sua affermazione i piani presidenzialisti del Sultano.

Che, non contento di avere aperto tre fronti in Siria, praticando la zona cuscinetto contro i kurdi siriani dell’Ypg bombardati a più riprese al posto dei jihadisti; sta ora per intervenire in Iraq – in accordo con i kurdi del leader Barzani a Erbil, che il loro Stato in Iraq se lo stanno facendo nel disprezzo dei kurdi siriani e di quelli turchi – minando la fragile unità della coalizione anti-Isis a guida Usa ormai alla periferia di Mosul, da dove il governo di Baghdad dichiara che se Ankara entrerà in Iraq sarà guerra.

Ma non ha ancora finito di reprimere il fallito e assai incerto golpe di luglio, con l’epurazione di decine e decine di migliaia di insegnanti, giornalisti, militari, che Erdogan ora – anche di fronte al solo timido tweet della Mogherini – minaccia apertamente l’Unione europea.

Se non arrivano i visti europei per i cittadini turchi come da accordi, Ankara ci rispedisce tre milioni di profughi che ora ospita per noi in qualità di «posto sicuro».

Il Sultano non lo ferma più nessuno. Resta impunita la repressione che esercita, non a caso contro l’Hdp che propone una soluzione politica del conflitto con i kurdi.

Erdogan non è a cavallo né dell’Occidente né dell’Oriente, vocazione storica della Turchia. Riattiva la tradizione egemonica ottomana ma appartiene alla «democrazia» della Nato: fa guerre dentro e fuori, imprigiona, ricatta sui profughi merce di scambio con l’Ue. È lo specchio fedele delle nostre malefatte.

Prosegue la politica di repressione feroce di Erdogan, presidente della Turchia, testa di lancia della NATO versi il Sud del mondo , membro dell'Unione Europea. e inventoredel Migration compact. Dopo i giornalisti, gli universitari, i magistrati, ecco l'a-fondo contro i parlamentari curdi, rei di essere una consistente minoranza.

La Stampa online, 4 novembre 2016

Il leader del partito filo-curdo Hdp, Selahattin Demirtas, è stato arrestato questa mattina insieme con alcuni parlamentari curdi. La polizia turca ha operato una retata durante la notte. Oltre a Demirtas sono finiti in manette anche Figen Yukseldag, co-segretaria dell’Hdp, il Partito curdo, e altri nove deputati della formazione eletta in Parlamento e che rappresenta il terzo partito nel Paese. Gli 11 arresti sono stati già convalidati dal giudice del tribunale di Diyarbakir.
Extremely worried for arrest of @hdpdemirtas & other @HDPgenelmerkezi MPs. In contact w/ authorities Called EU ambassadors meeting in Ankara— Federica Mogherini (@FedericaMog) 4 novembre 2016

PUNTO DI SVOLTA
L’accusa per loro è di fondazione e associazione a organizzazione terrorista e separatista. Demirtas al momento dell’arresto si trovava a Diyarbakir, la città più importante per i curdi in Turchia. Il suo arresto segna un vero e punto di non ritorno nella possibile composizione della frattura fra minoranza curda e Stato turco e soprattutto lancia ormai il presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan alla guida assoluta del Paese.

L’ULTIMO TWEET
Demirtas ha raccontato in diretta su Twitter le fasi dell’arresto
Diyarbakırda evimde zorla gözaltına alınma kararı ile emniyet yetkilileri kapımdalar. Selahattin Demirtaş (@hdpdemirtas) 3 novembre 2016

L’ATTENTATO
Era stato proprio il partito curdo nel giugno 2015 a rappresentare un exploit inaspettato alle elezioni politiche. Un risultato che aveva impedito a Erdogan di raggiungere la maggioranza assoluta e che aveva impensierito non poco il capo dello Stato. I primi contraccolpi in Turchia non si fanno attendere. A Diyarbakir la gente è scesa in piazza da già questa notte e nella mattina nella città a maggioranza curda è esplosa un’autobomba alla quale è seguita una sparatoria. Tra le vittime ci sono civili e poliziotti.

STRETTA SULLA RETE

Il gruppo di monitoraggio Turkey Blocks denuncia intanto che l’accesso ai principali social media è stato bloccato nella notte. Facebook, Twitter e Youtube sono rimasti inaccessibili per alcune ore, si legge sul sito del gruppo. Restrizioni sono state imposte anche ai servizi di messaggistica di WhatsApp e Instagram, per la prima volta a livello nazionale negli ultimi anni.
Preoccupato per arresto stanotte di @hdpdemirtas e altri deputati Hdp in Turchia. Italia chiede rispetto diritti opposizione parlamentare. Paolo Gentiloni (@PaoloGentiloni) 4 novembre 2016

Il Fatto Quotidiano, 31 ottobre 2016 (p.d.)

ORE 7 E 40, LA SCOSSA

PIU' FORTE FA TREMARE
IL CENTRO ITALIA

È il sisma più potente dal 1980 in Irpinia. Non ci sono morti ma venti feriti. Dopo quello del 24 agosto tocca ancora le aree tra Lazio e Marche.
La magnitudo scatenata dal terremoto di ieri (6.5) è la più forte dal terremoto dell’Irpinia che nel 1980 provocò 2.570 morti e quasi 9 mila feriti. I bilanci questa volta non sono stati altrettanto disastrosi dopo che la terra ha ripreso a tremare alle 7,40 di ieri mattina. L’epicentro è stato a Norcia (Umbria) e dintorni, mentre le onde sismiche si sono propagate per almeno due minuti. Tanto è bastato a rendere ancora più critica la situazione del centro Italia,già in ginocchio dopo il sisma del 24 agosto che ha raso al suolo Amatrice (magnitudo 6.0) e quello di mercoledì scorso con epicentro al confine umbro-marchigiano, tra i comuni di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera (magnitudo 5.4).

Proprio perché si tratta di aree già colpite da precedenti terremoti non ci sono state vittime, mentre 20 sono i feriti, uno in condizioni gravi. I centri storici dei paesi che erano già stati in gran parte sgomberati e dichiarati “zona rossa”, hanno però subito un’altra pesante devastazione: soprattutto a Norcia, dove sono crollate anche due chiese. Quella di San Francesco e la Basilica di San Benedetto che, lesionata già con le scosse di agosto, è finita nel dimenticatoio, senza essere messa in sicurezza, fino a ieri. Il risultato della noncuranza è la perdita del patrimonio artistico di Norcia e pure di "parte del suo passato", per dirla con le parole dello storico d’arte Romano Cordella.

Ancora: ieri è stata rasa al suolo la parte alta della frazione di Castelluccio di Norcia, mentre nella già città fantasma di Amatrice è crollata la torre civica.

Se pure non ci sono vittime, i numeri più preoccupanti riguardano gli sfollati. Sono circa 100 mila, anche se non si tratta di una cifra ufficiale: la Protezione civile e il Governo non hanno ancora dati precisi. Tantomeno una soluzione immediata: “Ribadiamo l’esigenza di aderire allo spostamento che è la soluzione migliore, che non significa non tornare” dice il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio. E gli fa eco il commissario straordinario per la ricostruzione, Vasco Errani: “Non ha senso dormire in macchina. Nessuno vuole deportare le persone. Vogliamo che abbiano la possibilità di vivere una notte tranquilla. Poi insieme a loro e con loro troveremo le soluzioni”. E così mentre si stanno mettendo in piedi le strutture collettive, per ora si consiglia solo di dormire fuori casa.

Conseguenze del terremoto (nel pomeriggio ci sono state altre scosse, una di magnitudo 4.0 poco dopo le 7 di sera) ci sono state anche a Roma. Lesioni nei palazzi, strade bloccate, servizi metro sospesi, oltre un tratto di Tangenziale interrotta. È stata questa la situazione nella Capitale, dove ci sono stati danni alla basilica di San Paolo fuori le mura con crepe e cornicioni caduti, e quella di Sant’Ivo alla Sapienza, chiusa per le verifiche statiche della cupola del Borromini. Lesionata anche la basilica di San Lorenzo fuori le mura, mentre le visite al Quirinale sono state sospese.

Intanto il governo rassicura: “Noi ricostruiremo tutto – ha detto Matteo Renzi – le case, gli esercizi commerciali” e pure “le chiese”. E mentre ci si domanda come si possa ricostruire la ormai sbriciolata Basilica di San Benedetto da Norcia che risale al 1200, si attendono risposte rapide. Le città colpite dal terremoto ad agosto per ora sono ancora un cumulo di macerie e il timore è di una ricostruzione troppo lenta. Come è stato per l’Irpinia. A quasi 36 anni di distanza dal sisma e 50 miliardi di lire impiegati, ancora non è completata la ricostruzione del patrimonio edilizio: in alcuni comuni diverse persone vivono ancora nei container o nei prefabbricati.

MACERIE E SFOLLATI,

UN PROBLEMA PER 100MILA
di Sandra Amurri
«Anche chi non ha case lesionate ora teme. Sfregiato l’ermo colle di Leopardi.»

A Fermo, dove mi trovo, la notte scorsa era trascorsa scandita da scosse di lieve intensità, sufficienti a togliere il sonno. Il sole del primo mattino sembrava aver messo fine a questo stillicidio, quando, alle 7,41 la casa ha iniziato a ballare con violenza inaudita e sembrava non finire più. Il campanile della Chiesa di San Michele Arcangelo che sovrasta la casa, dondolava così forte da lasciar credere che, da lì a qualche istante, sarebbe venuto giù. L’ennesima giornata di convivenza con il terremoto iniziava così. Giusto il tempo di riempire con il necessario una grande borsa e sono scappata. In auto ho fatto un giro della città che mostrava le sue ferite. La sede del Corriere Adriatico, Palazzo dei Priori in Piazza del Popolo dove lo sguardo è caduto sull’orologio, fermo ancora all’ora legale: ore 8,40, l’ora del terremoto. Moltissimi palazzi del centro storico sono lesionati, altri come la Chiesa di San Michele è stata dichiarata pericolante dalla protezione civile del Comune, così come il Duomo che sovrasta la città. Si chiede il sindaco Paolo Calcinaro: resisteranno ad altre eventuali scosse di questa intensità?

Una telefonata dal giornale mi invia alla volta di Tolentino, vivace cittadina alle spalle di Macerata dove ci sono feriti ma non gravi. Incontriamo persone che piangono, altre che raggiungono le auto con in mano borsoni e buste di plastica. Per arrivare alla piazza passiamo fra i calcinacci con lo sguardo rivolto in alto, sono tantissime le case con cornicioni e tetti pericolanti. Si è appena conclusa la Santa Messa all’aperto, qui, come nelle altre località della provincia. Accanto ad un’auto con le portiere aperte, seduta sulla carrozzina c’è una signora anziana. “Sono Laura Governatori” ci dice anticipando la nostra domanda, la nuora aggiunge: “Ha 90 anni” e subito lei precisa: “Meno 3 mesi e con queste botte speriamo di arrivarci”. Ma nei suoi occhi c’è una inspiegabile luce di gioia “Non stavo sola ieri mattina c’era mio figlio con la moglie e mio nipote sono venuti a stare da me da quando c’è stata la prima scossa”, poi sospira “almeno me li godo”. Ecco svelata la gioia che allenta la paura di Laura che da quando è morto il marito vive da sola in una casa popolare. In frazione San Giuseppe e una famiglia indiana si è salvata grazie al padre che ha trattenuto in casa i due bimbi che si stavano precipitando fuori proprio mentre il tetto stava venendo giù davanti al portone.

Il sindaco di Tolentino, Giuseppe Pezzanesi (centro-destra) consiglia ai 21mila concittadini di lasciare le proprie case. Per dove non si sa. I centri che qui verranno allestiti non saranno certamente in grado di accogliere tutti così come le strutture alberghiere lungo la costa, già ampiamente occupate dagli sfollati dei borghi dell’epicentro. Ed è questo il dramma nel dramma. La terra non smette di tremare, e ogni volta trema sempre più forte. Le case che hanno resistito finora potrebbero cedere ma come si fa ad evacuare un territorio così ampio che dalla dorsale appenninica arriva alla costa e comprende tre province delle Marche: Ascoli Piceno, Macerata e Fermo? Oltre centomila le persone coinvolte, dichiara il Presidente della Regione Ceriscioli. Crolli in quaranta comuni del maceratese. A Visso, Muccia, Sarnano dove risultano gravemente lesionate la chiesa di San Cassiano e l’abbazia di Iobbico. Matelica dove il centro storico è stato evacuato come quello di Ripe San Ginesio.

Penna San Giovanni dove è crollata la Chiesa dei Piloti che aveva resistito intatta a tutte le scosse che si sono succedute dal 24 agosto. Camerino. Fra San Severino e Serrapetrona sono state messe in salvo quattro famiglie di uno stabile, che si è sbriciolato. Gualdo. Monte San Martino e molti altri borghi. Sul monte Porche vicino a Santangelo sul Nera è stata rilevata una profonda spaccatura che lascia scendere a valle enormi massi seguiti da una nube nere di polvere. Chi ha perso la casa è disperato. Chi ce l'ha lesionata ma agibile è dilaniato da una paura paralizzante.

Scosse che sembrano infinite tanto da aver lesionato anche l’ermo colle che ispirò, l'Infinito Giacomo Leopardi.

CHIESE STORICHE

ABBANDONATE DA AGOSTO
Valeria Pacelli intervista Tomaso Montanari

«Dopo le scosse di Amatrice nessuno ha puntellato gli edifici antichi»

Da Norcia ad Amatrice, ma anche Rieti e Roma. Le scosse hanno ferito gravemente il patrimonio artistico non solo nelle zone terremotate, ma anche nella Capitale. Uno dei danni più gravi l’ha subito la Basilica di San Benedetto da Norcia: meta turistica in quei luoghi troppo lontani dalle sedi del governo, è crollato prima il campanile, poi si è sbriciolata la copertura. Quel gioiello, (la prima costruzione risale al 1200, ma ha subito diversi ampliamenti negli anni) aveva resistito al sisma del 24 agosto che ha distrutto Amatrice.

Tomaso Montanari (storico d'arte e professore universitario) perchè a distanza di due mesi, non è stato alcun intervento alla Basilica di S. Benedetto come ad altri monumenti?

È questo il punto. Da agosto, cosa è stato fatto? Le risposte del ministro dei beni culturali, Dario Franceschini, sono vaghe e inadeguate. In molti ci chiediamo ad esempio se San Salvatore a Campi, venuta giù il 26 ottobre, sarebbe crollata se fosse stata puntellata.

Noncuranza o mancanza di fondi?

Dovrebbe spiegarcelo Franceschini. Deve dirci quali sono le priorità, se ha chiesto soldi che non sono stati dati. Questo governo ha deliberatamente smantellato le strutture di tutela. Il terremoto rivela drammaticamente che il Mibact è allo sfascio, e l’ex ministro Sandro Bondi si è dimesso per molto meno.

E nel 2010, fu proprio Franceschini, allora capogruppo Pd alla Camera, che ne chiese le dimissioni per i crolli a Pompei. Ma torniamo ad oggi.

Se dopo il terremoto di agosto non è stato fatto nulla, cosa stanno facendo in queste ore? Molti testimoni scrivono dicendo che ci sono cumuli di affreschi che da mercoledì sono rimasti abbandonati a terra. Questi terremoti portano in luce quel tessuto minore dell’Italia di cui nessuno si occupa. Si stanno investendo milioni di euro solo per i grandi “siti da blockbuster”. Sono stati dati 18 milioni per l’Arena del Colosseo. Io non ho mai sentito parlare di fondi per Norcia. Il governo ha pure creato una mail, governo@bellezza.it, dove segnalare pochi siti minori da recuperare. Non è mai stata pubblicata la lista dei predestinati alla salvezza.
Con le scosse di questi giorni, sono proprio quelle zone con i principali danni.
Si tratta di un patrimonio che va dal tardo gotico al primo rinascimento, al barocco. A Roma ci sono stati danni alla Chiesa di S.Ivo alla Sapienza, ora chiusa per lesioni sulla cupola del Borromini. L’opera, che risale al pieno 600, era in restauro. Vorrei capire se è tutto regolare.

Anche nella basilica di San Paolo sempre a Roma si sono formate crepe e sono caduti cornicioni.

È una delle quattro basiliche papali e anche lì ci sono stati danni.

Ma è possibile mettere in sicurezza monumenti così antichi?

I monumenti delle zone più colpite non sono stati neanche puntellati. Non è detto che sia sempre possibile, ma il punto è che qua non ci hanno nemmeno provato.

«». Conoscono gli italiani. La Repubblica 29 ottobre 2016 (c.m.c.)

La strategia della Commissione europea sulla legge di bilancio, che proprio in queste ore si appresta ad arrivare in Parlamento, appare, di primo acchito, sospesa fra l’ottuso e lo spietato. Le critiche mosse da Bruxelles, a cui ha risposto giovedì il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, riguardano un aumento del deficit pubblico pari allo 0,1 per cento del prodotto interno lordo — più o meno quello che il nostro Paese produce ogni nove ore. Secondo i critici, innescare uno scontro politico con l’Italia per appena 1,6 miliardi vuol dire soffiare inutilmente sul fuoco dell’euroscetticismo. Farlo a ridosso di due terremoti, per i quali il governo è pronto a intervenire finanziariamente, trasformerebbe l’Ue in un mostro senza cuore, pronto a sacrificare gli sfollati su una pira di fogli Excel.

Questa interpretazione, molto diffusa in alcuni circoli politici e intellettuali italiani, è però incompleta: Bruxelles non è contraria a tenere fuori dal computo del deficit le spese legate al terremoto. Vuole solo evitare che queste siano gonfiate a dismisura. Lo 0,1% è soltanto l’ultima di una serie di deviazioni dal percorso di consolidamento fiscale compiute in questi anni. La loro somma — una legge di bilancio dopo l’altra — rischia di rendere l’economia italiana sempre più vulnerabile ai capricci dei mercati non appena sarà scomparso lo scudo della Banca centrale europea che tiene a riparo il nostro debito pubblico.

Il modo migliore per riconoscere questo problema è ripartire dalle prime previsioni economiche prodotte dal governo di Matteo Renzi e contenute nel Documento di economia e finanza del 2014, confrontandole con quelle dell’attuale manovra. Due anni e mezzo fa, l’esecutivo ipotizzava che il rapporto fra debito e Pil nel 2017 sarebbe stato del 125,1%, in discesa di sette punti percentuali e mezzo rispetto al 2013. Il documento inviato pochi giorni fa a Bruxelles stima invece per l’anno prossimo un debito al 132,6% del Pil, a fronte di un dato consolidato per il 2013 di 3,6 punti percentuali inferiore. Se si mettono insieme questi numeri, si nota come durante il governo Renzi il piano di riduzione del debito sia uscito fuori strada per oltre 11 punti percentuali di Pil. Si tratta di una cifra pari a più di cento volte lo sforamento che Bruxelles ci contesta quest’anno, per un totale di circa 180 miliardi di euro.

Non tutto questo scartamento è, ovviamente, imputabile alle scelte del governo. Negli ultimi tre anni, la crescita mondiale è stata ben al di sotto delle aspettative. L’inflazione, che aiuta a rendere i debiti pubblici e privati più sostenibili erodendoli, è rimasta ferma a lungo a livelli intorno allo zero, a causa della discesa del prezzo del greggio e di una ripresa stentata. Allo stesso tempo, però, la spesa per interessi sul debito pubblico si è ridotta notevolmente, grazie al quantitative easing della Bce. Insomma, i fattori esterni aiutano a spiegare solo una piccola parte della deviazione dal percorso di probità fiscale che Renzi diceve di voler intraprendere.

Il détour dal risanamento dipende, invece, soprattutto da scelte che sono state fatte dall’esecutivo. La principale riguarda il cosiddetto “avanzo primario”, ovvero la differenza fra le entrate e le uscite, escludendo la spesa per interessi. All’inizio del suo mandato, Matteo Renzi aveva previsto che il suo governo avrebbe accumulato avanzi primari in quattro anni per un totale di quasi 15 punti percentuali di Pil. Oggi ci si avvia ad una cifra di appena 6 punti percentuali. La differenza è pari a oltre 140 dei circa 180 miliardi di mancato risparmio che abbiamo notato. Se a questi dati sommiamo un percorso di privatizzazioni più deludente rispetto a quanto si era previsto a inizio 2014, lo smarrimento della via del consolidamento fiscale viene spiegato quasi nella sua interezza. La posizione dura della Commissione appare così più comprensibile che crudele.

Il governo ribatterà che la migliore strategia per ridurre il debito è rilanciare la crescita. Se in teoria questo è vero, non è affatto chiaro che le manovre relativamente espansive di questi anni abbiano prodotto un’accelerazione degna di questo nome. La legge di bilancio di quest’anno punta giustamente a rilanciare gli investimenti, ma disperde troppe risorse in misure di dubbia utilità a partire dall’estensione della platea di pensionati che riceveranno la quattordicesima. Lo scatto in avanti, insomma, è ancora rimandato.

Né è chiaro che, in assenza dei vincoli dell’Eurozona, l’Italia si sarebbe potuta permettere una politica di bilancio molto più espansiva. Le regole sul deficit e sul debito sono frutto di un compromesso politico, il prezzo da pagare per poter godere di tassi d’interesse bassi e di una valuta stabile. Inoltre, più allegra appare la spesa pubblica italiana, più difficile diventa per il presidente della Bce, Mario Draghi, difendere la politica monetaria ultra-espansiva che concede così tanto spazio di manovra all’Italia.

Infine, è proprio dalla Bce che potrebbe arrivare la peggiore notizia per il nostro governo. L’inflazione europea sta rialzando la testa, grazie alla stabilizzazione del costo del greggio: se questa tendenza aiuterà a ridurre il debito pubblico, l’accelerazione dei prezzi spingerà in su gli interessi dei titoli di Stato, come sta già accadendo in questi giorni, poiché gli investitori vorranno essere compensati. Il quantitative easing, che proseguirà finché i prezzi non accelereranno a ritmi compatibili con l’obbiettivo della Bce, potrebbe avere vita più breve di quanto auspichiamo.

Lo scontro su uno 0,1% è surreale ma porta echi di verità lontane. Dimenticarsi del problema del debito pubblico non basta per farlo scomparire.

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