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«L'Espresso online, blog "Piovono rane", 1° ottobre 2016

Di dubbia utilità per chiarire agli italiani su che cosa si voterà tecnicamente il 4 dicembre, il dibattito di ieri tra Renzi e Zagrebelsky è stato invece prezioso per confrontare due approcci cognitivi alla democrazia, ai cittadini, ai media, alla politica, al passato e al futuro. E si tratta di due approcci cognitivi agli antipodi.

A destra sul nostro schermo c'era un signore - Zagrebelsky - per il quale la complessità è un valore. Bastava vedere la quantità di frasi subordinate, bastava vedere lo sforzo (spesso "fisico" e quasi sempre vano) nel tentare di sintetizzare nei tempi televisivi questioni costituzionali sempre in bilico tra il giuridico e il politico, tra la forma e la sostanza, tra il singolo articolo e il quadro complessivo.

C'era, a destra dei nostri schermi, un signore che ha dedicato una vita a spiegare che la democrazia rappresentativa non è il sistema in cui comanda chi ha più consenso in un'istantanea dell'opinione pubblica, bensì è un insieme di regole, comportamenti, soppesamenti, bilanciamenti, garanzie, limiti, collaborazioni e confronti: e questo, secondo lui, è ciò che rende migliore una democrazia diffusa da una plebiscitaria.

A sinistra c'era invece un altro signore - Renzi - che ha come visione e obiettivo la semplicità e/o la semplificazione, il superamento degli ostacoli, la realizzazione rapida di ciò che ha deciso il leader che ha preso più voti.

C'era un signore, a sinistra nel monitor, secondo il quale lo scopo di una riforma costituzionale è il superamento dei (troppi, secondo lui) intralci che la democrazia disegnata dai nostri padri costituenti pone al leader della parte che ha vinto le elezioni, anche se le ha vinte di un solo voto e con una maggioranza solo relativa.

Questa dialettica è stata la cifra - a volte sottintesa - di tutto il confronto, la cui natura mediatica ha ovviamente consentito al secondo di maramaldeggiare: la televisione è infatti per antonomasia il luogo della semplificazione, a iniziare proprio dalla banalizzazione del messaggio, dal tempo ridotto in cui lo si deve comunicare, dal reperimento della frase concisa e sintetica che attira l'attenzione del telespettatore e gli resta dentro.

La televisione è il luogo-medium nel quale la semplicità è regina, anzi è essa stessa semplificazione in sé, per natura: quindi è del tutto contronatura farvi passare una teorizzazione del valore della complessità.

La vittoria mediatica di Renzi è stata pertanto evidente e abbastanza strabordante, direi. Al netto forse di qualche strafottenza di troppo, di qualche paraverbale che per artificiosità e arroganza gli ha creato saltuari effetti boomerang nella ricerca della simpatia, ma si sa che Renzi è fatto così e non lo si cambia.

Se però usciamo dalla logica del ring e del chi "ha vinto", è stato interessante vedere - in controluce, dietro quei due signori, dietro le loro diverse convinzioni e modalità espressive - tutta la crisi della democrazia contemporanea, dagli Stati Uniti all'Europa: un sistema di autogoverno dei cittadini che la cultura occidentale ha elaborato in diversi secoli, con molta fatica e molto sangue, e che adesso attraversa una crisi epocale, svuotata com'è da poteri, meccanismi e dinamiche che nessuno ha eletto.

E l'aspetto interessante stava nelle due diverse risposte a questa crisi: da un lato Renzi, convinto che il problema consista nell'insufficiente perimetro decisionale del leader eletto, quindi nell'eccesso di "intralci"- cioè di distribuzione e bilanciamento dei poteri; dall'altro Zagrebelsky, secondo il quale proprio perché la democrazia decide sempre di meno bisogna renderla più diffusa, più orizzontale, più partecipata, più condivisa, in altre parole più abitata da ciascuno di noi, meno regalata a un "capo".

"Capo" del resto è stata la parola-boa del confronto, a un certo punto.

Con Zagrebelsky che faceva notare come per la prima volta questa parola viene inserita nelle norme fondanti di una democrazia, mentre secondo lui in democrazia non ci deve essere un "capo" come tale, bensì un servizio per la garanzia di tutti; Renzi invece che la difendeva, quella parola, soprattutto dal punto di vista dell'efficacia decisionale, ma anche da quello della legittimità democratica, in quanto capo eletto. In quanto "unto dal Signore", si diceva un ventennio fa, laddove "il Signore" era il popolo, quindi conferiva piena legittimità democratica al comando.

Tutto questo, appunto, pone domande che travalicano i nostri confini, e che hanno a che fare con tutta la crisi delle democrazie rappresentative, con la personalizzazione-concentrazione della politica ma anche con l'utopia-distopia opposta, quella cioè basata sull'assemblea permanente dei cittadini-decisori nell'agorà digitale.

Tutto questo è stato culturalmente prezioso, si diceva: tuttavia mi pare che ieri sera abbia avuto a che fare un po' marginalmente - diciamo, "come sfondo" - con i contenuti della riforma Boschi.

La quale riforma ha soprattutto alcune caratteristiche discutibili che in parte ieri sera sono emerse ma in parte no (almeno se non vogliamo credere che il suo ubi consistam sia nel risparmio di qualche stipendio e nell'abolizione del Cnel).

Ad esempio, l'allontanamento dei cittadini dalla rappresentanza e dai luoghi della decisione. Il Senato - con tutti i poteri che gli sono rimasti, tutt'altro che indifferenti - verrebbe scelto dal ceto politico anziché dagli elettori. E questo è un punto non irrilevante: perché se anche accettassimo l'idea che il "capo" debba avere meno intralci, non pare il massimo considerare tra questi intralci anche i cittadini. Un allontanamento, peraltro, confermato dall'aumento di numero di firme necessarie per una legge di iniziativa popolare.

Altrettanto marginalmente - a parte un passaggio quando davanti alla tivù eravamo rimasti in pochi malati di politica - è emersa la questione del nuovo pezzo di classe dirigente con doppio incarico, amministratori locali e senatori della Repubblica: il che nel migliore dei casi significa che questi svolgeranno male uno dei due incarichi, nel peggiore dei casi vuol dire che tra gli amministratori locali si cercherà di diventare senatori per carriera, per status, per traffico di influenze, per ottenere l'immunità parlamentare.

Ma quello che è emerso in modo ancora meno chiaro è il grande paradosso di questa legge, cioè il maggior livello di complicazione dei meccanismi legislativi, determinato sia dall'articolo 70 sia dal nuovo rapporto Stato-regioni. Riuscire a diminuire la partecipazione dei cittadini aumentando il livello di complicazione legislativa è un record tutto italiano e (altro paradosso) è esattamente frutto di quella cultura da azzeccagarbugli che Renzi ha attaccato per tutta la serata.

Infine, grazie al recente cambiamento di rotta voluto da Renzi, non si è di fatto potuta affrontare la questione del sistema di rappresentanza complessivo che emergerebbe dalla riforma Boschi e dalla futura legge elettorale, insieme. Perché il mix tra Italicum e Senato boschizzato era una cosa da brividi, ma adesso il premier si fa forte del fatto che l'Italicum verrà cambiato, quindi non accetta critiche sul "combinato disposto". Peccato che non si sappia comeverrà cambiato, quindi andremo a votare una riforma costituzionale i cui effetti saranno diversi a seconda della legge ordinaria che verrà fatta dopo, per l'altro ramo del Parlamento.

Andremo a votare, in sostanza, senza avere gli strumenti per sapere quali effetti reali avrà il nostro voto: e anche questa impossibilità di conoscere le conseguenze della nostra scelta dà la misura della sempre maggiore sottrazione di potere ai cittadini, dell'allontanamento tra elettori e decisioni reali.

Non so se tutto questo sarebbe potuto emergere, in televisione, per i motivi di cui sopra.

Probabilmente no.

Il che fa venire il dubbio che il referendum del 4 dicembre sia - culturalmente parlando - anche un referendum su questo: cioè sul valore o disvalore della semplificazione estrema, della "SpotPolitik" (cit. Giovanna Cosenza), della politica post-verità o di messaggi iperpopulisti e distorsivi come questo - peraltro non esclusivi di Renzi, sia chiaro, ma trasversalissimi.

Ecco, forse evitare di precipitare lì - nello "stiam diventando tutti più scemi" cantato da Gaber - è perfino più importante che schivare il pasticcio della Boschi.

12 COMMENTI 8
Eparrei
1 ottobre 2016 alle 11:40

Può essere, ma io lo vedo come un effetto della mancanza di informazione corretta. Siamo in pieno mito della caverna platoniano, insomma. Occorrerebbe rompere le catene....

Piero Filotico
1 ottobre 2016 alle 11:44

Per fortuna siamo in parecchi a pensarla come te.
https://unfilorosso.wordpress.com/2016/10/01/zagrebelsky-una-lezione-di-stile-e-di-saggezza/

Cave Asinus
1 ottobre 2016 alle 12:06

Renzi è disposto a tutto per vincere, anche a passare per ignorante. Ha sentenziato che il bicameralismo paritario statunitense non è come quello italiano perché gli Stati Uniti sono una Repubblica presidenziale.

Il bicameralismo paritario è il sistema che regola l'iter di formazione delle leggi ed è indipendente dalla struttura della Repubblica. Il presidente degli Stati Uniti è titolare solo del potere esecutivo (art. 2 Cost.), il potere legislativo è interamente nelle mani del Congresso (art. 1 Cost.), l'equivalente del Parlamento dei Paesi europei, composto dalla Camera dei rappresentanti e dal Senato, entrambe elette a suffragio universale.

Negli Stati Uniti come in Italia un testo per diventare legge dev'essere approvato alla stessa maniera sia dalla Camera dei rappresentanti che dal Senato. Lo shutdown che paralizzò il Congresso nel 2013 fu causato dal mancato accordo tra le due Camere sul provvedimento Obamacare. Inoltre la Costituzione degli Stati Uniti è "vecchia" di oltre 200 anni.

Renzi ha detto una sciocchezza ed è passata solo una settimana dall'altra freddura "chi vota No mantiene il finanziamento ai partiti", già aboliti da Letta e non disciplinati in nessuna parte della Costituzione. Ovviamente non poteva mancare l'altra pubblicità ingannevole sui 500 milioni di risparmio che nessuno ha certificato. L'unico risparmio documentato è quello della Ragioneria dello Stato ed è pari - sudditi: udite, udite - a 57,7 milioni. Le Province, altro pilastro dell'apostolato governativo, sono già state "abolite" (leggasi sostituite dalla Città metropolitane).

La sinistra radicale greca ha come suo leader un politico serio e capace di convincere e vincere. La scommessa della Grecia è una speranza per l'Europa e per l'Italia, e un augurio per l'anno che inizia domani.

Il manifesto, 31 dicembre 2014
Atene. Apertura al dialogo con Syriza, per i vertici europei la Grecia non è più una fonte di contagio. Ma pesa il pessimismo premeditato dei mercati. Verso le elezioni anticipate del 25 gennaio, Alexis Tsipras lavora da premier. Haircut del debito e cancellazione del memorandum, ma anche rassicurazioni ai creditori

Anto­nis Sama­ras e alcuni part­ner euro­pei alleati del pre­mier greco, in pri­mis la can­cel­liera tede­sca Angela Mer­kel, con­ti­nuano a pro­muo­vere la stra­te­gia della paura. La poli­tica della sini­stra greca, secondo loro, porta il paese nel caos. Die­tro le quinte, però, a sen­tire fonti diplo­ma­ti­che a Bru­xel­les, «si pre­pa­rano a un governo di Syriza, per­ché Ale­xis Tsi­pras sta lasciando la reto­rica rivo­lu­zio­na­ria di due anni fa».

Per i part­ner euro­pei, Atene non è più una fonte di con­ta­gio, come soste­ne­vano in pas­sato, ma sem­pli­ce­mente «un’anomalia in seno all’Ue, e quindi si può dia­lo­gare anche con un governo delle sini­stre». Secondo il Finan­cial Times, la pro­spet­tiva di un tale governo «non è un vero e pro­prio tabù per Bru­xel­les» e «una crisi poli­tica greca, che tre anni fa ha rischiato di affos­sare la moneta unica, potrebbe non costi­tuire più una minac­cia per l’esistenza della zona euro».
C’è, invece, chi con­ti­nua a soste­nere che «l’establishment euro­peo farà tutto quello che potrà fino all’ultimo, in modo che Syriza non governi il paese» e che «il mec­ca­ni­smo del fondo salva-stati non garan­ti­sca al 100% l’Eurozona, nel caso Syriza e la troika (Fmi, Ue, Bce) non tro­vino un accordo». Intanto ad Atene la mag­gio­ranza dei greci non crede che un governo delle sini­stre potrebbe dan­neg­giare il Paese, anzi, c’è la con­sa­pe­vo­lezza che i gio­chi spe­cu­la­tivi ven­gono fatti dai mer­cati e dagli inve­sti­tori stranieri.

Il taglio del debito pubblico

L’agenzia Bloom­berg e alcuni mass-media con­ser­va­tori euro­pei stanno adot­tando l’idea di un taglio del debito pub­blico greco, pro­po­sta avan­zata da tempo da Ale­xis Tsi­pras, ma di cui, per il momento, non si è par­lato a Ber­lino o a Bruxelles.

L’haircut del debito — il rap­porto tra debito e Pil rimane a livelli altis­simi, attorno al 170% -, come pre­sup­po­sto per la cre­scita del Paese, è infatti uno dei due pila­stri del pro­gramma eco­no­mico della sini­stra radi­cale, l’altro riguarda la can­cel­la­zione del memo­ran­dum. E su que­sto «il governo di Syriza chie­derà una con­fe­renza inter­na­zio­nale» afferma Tsi­pras, secondo il quale «il taglio non andrebbe a pena­liz­zare i cre­diti dete­nuti dai pri­vati, ma dovrebbe essere con­cesso dalla troika, che ha in mano una grossa fetta di que­sto debito pub­blico greco».

Tant è vero che, a sen­tire gli eco­no­mi­sti, que­sti pre­stiti ad Atene non saranno mai ero­gati per intero, quindi è meglio per i cre­di­tori un taglio del debito oppure un pro­lun­ga­mento degli acconti, visto che «un fatto simile (il taglio del debito) è avve­nuto in Ger­ma­nia nel 1953», come fa notare l’eurodeputato Mano­lis Glezos.

Tsi­pras, inol­tre, ha pro­messo di far aumen­tare ai livelli pre­ce­denti alla crisi, il sala­rio minimo men­sile (abo­li­zione di alcuni tagli con­cor­dati con la troika), la lotta all’evasione fiscale, che arriva al 25% del Pil (la media euro­pea è attorno al 10%) e alla cor­ru­zione, la crea­zione di 300 mila nuovi posti di lavoro pun­tando su un piano di inve­sti­menti per sti­mo­lare la cre­scita e l’alleggerimento fiscale degli strati sociali più col­piti dalla crisi; il lea­der di Syriza è con­tra­rio, invece, a qual­siasi misura aggiun­tiva, cioè a una nuova auste­rity che pre­veda ancora tagli a sti­pendi, pen­sioni e inden­nità oltre a licen­zia­menti, come pre­sup­po­sto per l’incasso di nuovi aiuti finan­ziari dai cre­di­tori internazionali.

I mer­cati sul Grexit

All’atteggiamento ambi­guo dei part­ner euro­pei si sovrap­pone il pes­si­mi­smo pre­me­di­tato dei mer­cati che temono «il ritorno del default in Gre­cia» e di «una tem­pe­sta nella zona euro», se Syriza «annu­lerà tutti gli accordi con la troika». «Il 2014 non è il 2012 e quindi non pas­serà il ter­ro­ri­smo dei mer­cati», sot­to­li­nea Tsi­pras, ma lo scon­tro tra un governo delle sini­stre e i mer­cati sem­bra ine­vi­ta­bile anche nel caso che i part­ner euro­pei voles­sero evi­tarlo. Indi­ca­tivo è il crollo cla­mo­roso della borsa di Atene pro­prio nel giorno in cui uffi­cial­mente si anti­ci­pa­vano le ele­zioni pre­si­den­ziali, ma anche quello di lunedì scorso, crolli inter­pre­tati come un avver­ti­mento nei con­fronti di chi, leggi Syriza, cerca di deviare da ciò che gli stessi mer­cati con­si­de­rano «sta­bi­lità politica».

L’incubo del Gre­xit, dell’uscita della Gre­cia dalla zona euro viene ripro­dotto senza scru­poli dai mer­cati, i quali, a pre­scin­dere dalla situa­zione reale, dai «pro­gressi» sul fronte macroe­co­no­mico di Atene, comun­que si schie­rano con­tro Syriza.

Gold­man Sachs e l’agenzia di rating Moody’s valu­tano nega­ti­va­mente sia la pro­spet­tiva di ele­zioni anti­ci­pate, per­ché dimi­nui­rebbe la cre­di­bi­lità del paese, sia l’eventualità di un governo delle sini­stre, per­ché «potrebbe tagliare i ponti con i cre­di­tori internazionali».

Secondo ana­lisi pes­si­mi­ste, ripro­dotte da alcuni quo­ti­diani, «la con­se­guenza dell’interruzione dei finan­zia­menti dalla Bce alle ban­che gre­che (nel caso che un governo del Syriza con­ti­nui a opporsi alle misure aggiun­tive) sarebbe la chiu­sura improv­visa degli spor­telli e dei ban­co­mat in Gre­cia, impe­dendo così ai cor­ren­ti­sti di acce­dere ai loro soldi» come acca­duto nel marzo del 2013 a Cipro. Allora nell’ isola le ban­che cipriote rima­sero senza con­tanti per parec­chi giorni, pro­vo­cando la rea­zione dei cit­ta­dini e un memo­ran­dum pesante per tutti i ciprioti.

Corsa con­tro il tempo

Il tempo nella capi­tale greca in effetti stringe. Tra un mese, a pre­scin­dere dalle ele­zioni anti­ci­pate e dal governo che si for­merà, Atene deve incas­sare 7 miliardi di euro (sui 230 già con­cessi) per coprire i pro­pri biso­gni. L’Eurogruppo durante la sua riu­nione a metà dicem­bre ha deciso di pro­lun­gare la vali­dità del pro­gramma di risa­na­mento dell’economia greca sino alla fine del pros­simo feb­braio — la deci­sione è stata respinta da Syriza — ma sta alla troika e al governo greco tro­vare un accordo sulle misure aggiun­tive (altri 2,5 miliardi di tagli), fina­liz­zate alla con­clu­sione del con­trollo sull’attuazione del pro­gramma stesso. Que­sta è infatti la con­di­zione indi­spen­sa­bile per l’uscita del Paese dal memo­ran­dum e per l’attuazione della linea di soste­gno pre­cau­zio­nale (Eccl) fin­ché la Gre­cia non sarà in grado di tor­nare sui mer­cati inter­na­zio­nali.

In altri ter­mini, Bru­xel­les e Ber­lino sot­to­li­neano che né il denaro, né la linea di cre­dito pre­cau­zio­nale saranno con­cessi ad Atene fino a quando la Gre­cia non avrà con­cluso il piano di risa­na­mento eco­no­mico nel suo insieme, che vuol dire accet­ta­zione da parte del governo greco della nuova austerity.

La domanda che si pone già è come si potranno incas­sare quei soldi dai cre­di­tori inter­na­zio­nali neces­sari ad Atene per pagare gli sti­pendi, le pen­sioni e per rifi­nan­ziare il debito (i bond in sca­denza), nel momento in cui pro­prio in quel periodo, in feb­braio, ci sarà il ricorso anti­ci­pato alle urne e le trat­tat­tive per la for­ma­zione di un governo? Come si com­por­terà Ale­xis Tsi­pras, tra i cri­tici più severi delle poli­ti­che di auste­rità del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale, dell’Unione euro­pea e della Banca cen­trale euro­pea? Se come nuovo pre­mier respin­gerà ogni trat­tat­tiva con la troika, lo stato greco rischia di tro­varsi senza soldi nelle casse; se accetta avrà fatto una mano­vra di 180 gradi.

La tat­tica di Tsipras

Per il momento il lea­der della sini­stra radi­cale greca ras­si­cura i suoi inter­lo­cu­tori inter­na­zio­nali e soprat­tutto gli euro­pei che non ha la minima inten­zione di uscire dall’euro, sapendo benis­simo che l’Ue non può per­met­tersi di far uscire la Gre­cia dall’Eurozona, non sol­tanto per­ché non è pre­vi­sto nei trat­tati dell’Ue, ma anche per le riper­cus­sione che avrebbe in tutto il vec­chio continente.

Quello che conta per Syriza è gua­da­gnare tempo e non ali­men­tare, senza volerlo a causa della pres­sione dei mer­cati, la crisi uma­ni­ta­ria nel Paese. A un passo dal potere Tsi­pras sta cam­biando tat­tica — altri dicono oltre la reto­rica, anche stra­te­gia poli­tica — per quanto riguarda il memo­ran­dum, gli accordi già fir­mati tra Atene e la troika.

La pro­messa del lea­der di Syriza, un anno fa al par­la­mento, che «l’unica pro­po­sta alter­na­tiva è l’annullamento di tutte le misure di auste­rità con una legge che avrà sol­tanto un arti­colo» è stata sosti­tuita dall’ even­tua­lità di trat­tare con i cre­di­tori inter­na­zio­nali e comun­que di non deci­dere prima di con­sul­tarsi con loro. Anche per­ché noti espo­nenti della sini­stra radi­cale, come il pro­fes­sore di Diritto del lavoro Ale­xis Mitro­pou­los, par­la­men­tare di Syriza e pro­ve­niente dal Pasok, fanno notare che «chi crede che il memo­ran­dum potrebbe essere annul­lato sem­pli­ce­mente con una legge non cono­sce affatto gli impe­gni deri­vanti dagli accordi».

Tsi­pras con i ver­tici di Syriza sono già al lavoro per met­tere a punto il pro­gramma dei primi cento giorni di governo e soprat­tutto per non tro­varsi impre­pa­rati a ridosso delle sca­denze di feb­braio. A que­sto pro­po­sito si è incon­trato con l’ex gover­na­tore della Banca di Gre­cia, Jor­gos Pro­vo­pou­los, defi­nito un anno fa «l’ambulante delle banche».

Rea­zioni interne

Che Tsi­pras abbia lasciato la reto­rica, dando spa­zio al rea­li­smo poli­tico, è evi­dente anche dalla sua visita al Pen­ta­gono, il quar­tier gene­rale del mini­stero della difesa greco, tra­di­zio­nal­mente roc­ca­forte della destra (la memo­ria del colpo di stato dei colo­nelli nel 1967 è ancora viva), dove ha ras­si­cu­rato la lea­der­ship mili­tare, «Ci sarà una con­ti­nua­zione nello stato», ha pro­messo se Syriza andrà al potere. Il tour del lea­der della sini­stra radi­cale ha com­por­tato anche la visita ai mona­steri di Monte Athos, al Vati­cano, dove si è incon­trato con il Pon­te­fice, e all’archivescovo della potente Chiesa Orto­dossa Greca per accre­di­tarsi fra le gerar­chie in vista delle urne.

In que­sto ambito di aper­ture poli­ti­che Tsi­pras si è incon­trato al Forum di Como con José Manuel Bar­roso, Jean Claude Tri­chet, Joa­quin Almu­nia, Mario Monti, Enrico Letta, men­tre i respon­sa­bili della poli­tica eco­no­mica di Syriza, Jor­gos Sta­tha­kis e Jan­nis Milios, entrambi pro­fes­sori uni­ver­si­tari, sono andati alla City di Lon­dra a par­lare per illu­strare e discu­tere con inve­sti­tori e rap­pre­sen­tanti di hedge fund il pro­gramma eco­no­mico del partito.

Que­ste mosse di rea­li­smo poli­tico di uno Tsi­pras in pole posi­tion per la pre­mier­ship, non ven­gono viste di buon occhio dai suoi avver­sari interni, come per esem­pio Pana­jo­tis Lafa­za­nis, capo­gruppo par­la­men­tare e lea­der dell’Aristero Revma (Cor­rente di sini­stra), com­po­nente comu­ni­sta di vec­chio stampo in seno a Syriza, che «non vorebbe alcun con­tatto con i rap­pre­sen­tanti del neo­li­be­ra­li­smo euro­peo». «Di poli­glot­ti­smo degli espo­nenti di Syriza per quanto riguarda le pro­po­ste per uscire dalla crisi» parla anche una parte del elet­to­rato, nono­stante si dichiari a favore della sini­stra radicale

Per la prima volta da quando l’uomo è sulla Terra, la sua presenza si è rivelata talmente invadente -e capace di modificare la Natura- che è stato coniato un termine per indicare l’era geologica attuale: Antropocene. Prima che sia troppo tardi, dobbiamo reagire con rigore: la nostra generazione ha il dovere -e il diritto- di cambiare le cose.

Altreconomia.it, 22 dicembre 2014 (m.p.r.)

Da quando l’uomo ha messo piede sulla Terra -tra i 100 e 200mila anni fa: la nostra presenza è solo una fugace apparizione, rispetto all’età del Pianeta- ogni generazione ha forse avuto la percezione che la propria fosse un’epoca straordinaria. Un’epoca diversa dalle altre: più importante, o drammatica, o felice. Oggi studiamo sui libri di storia le civiltà e il susseguirsi delle società umane, e leggiamo un’altalenarsi di periodi più o meno intensi. Sorridiamo all’idea che, 10mila, mille o anche solo 100 anni fa, qualcuno abbia pensato che quel momento storico fosse più significativo di quelli precedenti. A proseguire in questo solco, sarebbe ragionevole pensare che anche l’epoca che stiamo vivendo si inserisca in questo flusso, e di noi resteranno solo poche righe in un libro (o chissà che altro dispositivo) del futuro.
Eppure, qualche elemento per dire che gli anni che viviamo oggi, qui, su questa Terra, sono davvero straordinari, c’è. Per la prima volta nella storia dell’uomo siamo oltre 7 miliardi di individui, e il traguardo dei 10 miliardi non è lontano. Una popolazione così vasta è un inedito. Altro inedito: la maggior parte della popolazione mondiale vive in città, e non più in campagna, dove si produce il cibo. Incidentalmente, un abitante su quattro delle città non vive in comode case con acqua corrente ed elettricità, ma in una baraccopoli.

Per la prima volta da quando l’uomo è sulla Terra, la sua presenza si è rivelata talmente invadente -e capace di modificare la Natura- che è stato coniato un termine per indicare l’era geologica attuale: Antropocene (la definizione si deve al biologo Eugene Stoermer, anche se è stata resa famosa dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, che per primo studiò il fenomeno del buco nell’ozono). Non riguarda solo il consumo, smodato, di risorse come acqua, petrolio, minerali, foreste. L’invadenza dell’uomo è tale che la perdita di biodiversità causata dalle sue attività secondo molti ci sta ponendo di fronte alla sesta estinzione di massa della storia (la quinta, per intenderci, fu nel Cretaceo: 65 milioni di anni fa). Infine, il cambiamento climatico -sempre causato dall’uomo- sta avvenendo secondo modalità ancora una volta inedite, e dalle conseguenze devastanti.

È la fine del mondo? Forse no, ma certamente siamo consapevoli di appartenere a una generazione che ha il dovere -e il diritto- di cambiare le cose. Per questo, quando qualcuno dice che per uscire dalla crisi si deve puntare alla crescita e attrarre investimenti dovremmo non solo storcere il naso, ma reagire con decisione. E perlomeno chiedere: la crescita di che cosa?, gli investimenti per fare che?
Il termine “decrescita” ispira sentimenti contrastanti. A molti evoca difficoltà, perdita di benessere, ritorno al passato. Chi, da anni, ne parla, non intende nulla di tutto ciò. Intende ragionevolmente porre l’accento sul fatto che i consumi dell’uomo devono diminuire, se vogliamo un futuro. E tra l’altro, questo potrebbe portare anche maggior benessere e giustizia. Il termine decrescita è una provocazione: finché andrà avanti il vuoto mantra della crescita, ci sarà qualcuno che proporrà il destabilizzante tema della decrescita.

Noi la chiamiamo “altra economia”, e nel cuore di questa non c’è solo l’ambiente. C’è anche il rispetto dell’uomo in un impegno comune, condiviso, quotidiano. In occasione della giornata mondiale della pace, il primo gennaio, papa Francesco ha scritto un messaggio intitolato “Non più schiavi, ma fratelli”. «Ancora oggi milioni di persone vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù. Penso a tanti lavoratori, anche minori, asserviti nei diversi settori […]. Chiediamoci come noi, in quanto comunità o singoli, ci sentiamo interpellati quando, nella quotidianità, incontriamo o abbiamo a che fare con persone che potrebbero essere vittime del traffico umano, o quando dobbiamo scegliere se acquistare prodotti che potrebbero ragionevolmente essere stati realizzati attraverso lo sfruttamento di altre persone».
L’appello a un commercio equo e giusto, non poteva arrivare che da un papa giunto “dalla fine del mondo”.

«C’è l’imbecille consapevole di essere distratto nella comunicazione dei contenuti, e chi ribadisce l’orgoglio di casta e di gergo. C’è anche chi le accetta, queste cose, convinto che “non si capisce nulla quando parla, deve essere una persona intelligentissima“».

Cittaconquistatrice.it, 30 dicembre 2014 (m.p.r.)

Esistono due forme di imbecille: chi se ne accorge, e chi sta attaccato alla propria imbecillità scambiandola per identità. Ma anche l’imbecillità, al pari di tante cose, può funzionare da motore del mondo, di carriere personali, se adeguatamente sfruttata, gestita, promossa. La questione riguarda tutti i campi dello scibile, ma si fa seria quando coinvolge le sorti degli interlocutori. Per intenderci, se un dottore mi deve tagliar via un pezzo di corpo, farà meglio a spiegare tutto nel dettaglio, no? E quando scuoto il capo, a ripetere con altre parole l’intero ragionamento, se vuole avere il via libera, e altrimenti cercarsi un altro cliente. Ma le cose non funzionano affatto in questo modo, come sappiamo, perché esiste la mistica dello specialista, così addentro nei misteri dello scibile da aver perso in tutto o in parte la capacità di comunicarli. Balle.

Nelle trasformazioni dell’ambiente e del territorio, almeno dalla metà del ‘900 in poi, da un lato le possibilità tecniche e le potenzialità sociali si dilatavano enormemente, dall’altro cresceva esplicita e implicita la domanda di partecipazione diretta alle scelte. Spiegava nel 1948 il nostro Giancarlo De Carlo all’attentissima platea londinese della Architectural Association: «The housing problem cannot be solved from above. It is a problem of the people, and it will not be solved, or even boldly faced, except by the concrete will and action of the people themselves» (1). Dove il termine housing, abitazione, era ovviamente estendibile all’idea di città, che nel contesto britannico significa new town, e altrove quartieri integrati e unità di vicinato col cosiddetto “centro sociale” come fulcro di partecipazione.

Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, lasciando però più o meno le cose come stavano prima: c’è l’imbecille consapevole di essersi un po’ distratto riguardo alla comunicazione dei contenuti, e chi invece ribadisce l’orgoglio di casta e di gergo. Naturalmente c’è anche chi le accetta, queste cose, convinto chissà perché che “non si capisce nulla quando parla, deve essere una persona intelligentissima”. Però è innegabile che cresca anche il fastidio per la difficoltà a capire, e quindi a scegliere ed esprimere consenso. Fastidio letteralmente esploso quando l’accessibilità dei documenti grazie alla rete ha reso molto più evidente la divaricazione fra gerghi iniziatici e linguaggio corrente. Si capisce sempre di più, che non basta riprodurre tecnicamente gli allegati di un processo decisionale di trasformazione, e caricarli in chiaro su un sito istituzionale, per garantire trasparenza delle scelte. Occorre che l’istituzione non sia imbecille di secondo grado, ovvero accetti un’interlocuzione attiva.

Non è detto che ci si riesca al 100%, o al primo colpo, ma l’importante è provare: a non perdere per strada contenuti, e a renderli criticamente accessibili. La trasparenza si potrebbe articolare in quattro punti: sempre un sintetico executive summary (pochissimo usato da noi in Italia), che orienta alla lettura della documentazione vera e propria; poi un buon uso di trasversalità e ipertestualità con links interni a partire da un indice molto articolato proprio a questo scopo; poi un generale approccio amichevole sia di linguaggio che di forme anche grafiche; ultima ma non in ordine di importanza, la coscienza che se di partecipazione si deve trattare, questa deve stare alla base della lettura, dei contenuti, non rappresentare un ripensamento successivo.

Se siamo arrivati a porci il problema delle nuove tecnologie nelle scuole dell’obbligo, o della storia patria spiegata a fumetti, a maggior ragione la multimedialità nella documentazione di piano e programma ci sta proprio su misura: senza nulla togliere alla correttezza dei contenuti ovviamente. E quando comunque non si capisce, non fatevi problemi a dare dell’imbecille a chi ha prodotto quella comunicazione lacunosa, anche se si tratta dell’istituzione. La stessa cosa a maggior ragione vale per chi vi parla ora, va da sé.

(1) «La questione delle abitazioni non è un problema che possa essere risolto dall'alto. Si tratta di un problema che coinvolge direttamente le persone, e non lo si potrà mai risolvere, e neppure affrontare seriamente, salvo farlo attraverso la volontà e l'azione diretta dei cittadini»; la citazione di Giancarlo De Carlo riportata, che marca secondo la critica internazionale l’esordio ufficiale della partecipazione democratica in urbanistica, e implicitamente la domanda di un linguaggio accessibile a tutti, è tratta da Peter Hall, Cities of Tomorrow, Blackwell, Oxford, p. 271

austerity che soffoca l’Unione con meno risorse per pagare i debiti pubblici e più sviluppo”. La Repubblica, 31 dicembre 2014

Non capisco perché le cosiddette cancellerie europee siano così terrorizzate dalla probabile vittoria di Syriza in Grecia. O meglio, lo capisco, però è ora di smontare le loro ipocrisie ». Thomas Piketty, docente all’Ecole d’économie parigina, “l’economista più autorevole del 2014” come lo ha definito il Financial Times, è sceso in campo con tutta la sua grinta con un editoriale pubblicato ieri da Liberation . «Serve in Europa una rivoluzione democratica», ha scritto e ce lo ripete chiaro e forte al telefono dall’aeroporto di Parigi mentre sta per imbarcarsi per New York, la città che ha lanciato il suo Capitale nel XXI secolo come libro dell’anno grazie all’endorsement del premio Nobel Paul Krugman.
Professore, però Tsipras si è fatto strada sventolando la bandiera dell’uscita dall’euro… «Sì, ma ora ha molto ammorbidito le sue posizioni. Si è rivelato, all’opposto, un leader fortemente europeista, una posizione che si assesterà ulteriormente se com’è probabile dovrà formare un governo di coalizione, visto che secondo i sondaggi non avrà più del 28% e quindi 138 seggi, 12 in meno della maggioranza. I più probabili alleati come sapete sono il neocostituito partito di centrosinistra Potami e l’altra forza di sinistra democratica Dimar, che gli garantirebbero un altro 8-10%. Certo, Syriza farà valere le sue posizioni in Europa, ma non sarà un male, anzi». Qualcosa accadrà, insomma.

Ma è sicuro che non sarà qualcosa di dirompente?
«Senta, guardiamo la situazione con realismo. La tensione in Europa è arrivata a un punto tale che in un modo o nell’altro scoppierà, entro il 2015. E tre sono le alternative: una nuova crisi finanziaria sconvolgente, l’affermazione delle forze di destra che realizzano la coalizione di cui stanno mettendo le basi incentrata sul Fronte Nazionale in Francia e comprendente la vostra Lega e forse i 5 Stelle, oppure uno choc politico proveniente da sinistra: Syriza, gli spagnoli di Podemos, il Partito democratico italiano, quel che resta dei socialisti francesi. Finalmente alleati e operativi. Lei quale soluzione sceglie? Io la terza».

La famosa “rivoluzione democratica”, insomma. Quali dovrebbero essere i primi atti?
«Due punti. Primo, la revisione totale dell’attuale politica basata sull’austerity che sta soffocando qualsiasi possibilità di recupero in Europa, a partire dal Sud dell’eurozona. E questa revisione deve per primissima cosa prevedere una rinegoziazione dei debiti pubblici, un allungamento delle scadenze, eventualmente dei condoni veri e propri di alcune parti. È possibile, glielo assicuro. Vi siete chiesti perché l’America marcia alla grande, così come l’Europa fuori dall’euro come la Gran Bretagna? Ma perché l’Italia deve destinare il 6% del proprio Pil al pagamento degli interessi e solo l’1% al miglioramento delle sue scuole e università? Una politica incentrata solamente sulla riduzione del debito è distruttiva per l’eurozona. Secondo punto: un accentramento presso le istituzioni europee di politiche di base per lo sviluppo comune a partire da quella fiscale, e magari riorientare quest’ultima tassando di più le maggiori rendite personali e industriali. Su queste materie fondamentali si deve votare a maggioranza e non più all’unanimità, e poi vigilare perché tutti si adeguino. Più centralità serve anche su altri fronti a somiglianza di quanto si sta cominciando a fare per le banche. Solo così si potrà omogeneizzare l’economia e sbloccare la frammentazione di 18 politiche monetarie con 18 tassi d’interesse, 19 da inizio gennaio con la Lituania, esposta al flagello della speculazione. Non rendersene conto è miope e, quel che è peggio, profondamente ipocrita».

Le “ipocrisie europee” di cui parlava all’inizio: a cosa si riferisce più precisamente?
«Andiamo con ordine. Il più ipocrita è Jean-Claude Juncker, l’uomo al quale incoscientemente si è data in mano la commissione europea dopo che per vent’anni ha condotto il Lussemburgo a una sistematica depredazione dei profitti industriali del resto d’Europa. Ora pretende di fare il duro e di prendere un giro tutti con un piano da 300 miliardi che però è finanziato solo per 21, e all’interno di questi 21 la maggior parte sono fondi europei già in via di erogazione. Parla di “effetto leva” senza neanche rendersi conto di cosa sta parlando.

«Al secondo posto c’è la Germania, che fa finta di aver dimenticato il maxi-condono dopo la seconda guerra mondiale dei suoi debiti, scesi di colpo dal 200 al 30% del Pil, che le ha permesso di finanziare la ricostruzione e la prepotente crescita degli anni successivi. Dove sarebbe andata se fosse stata obbligata a ridurre faticosamente il debito a colpi dell’uno o due per cento all’anno come sta costringendo a fare il sud Europa? La terza piazza nell’imbarazzante classifica delle ipocrisie spetta alla Francia, che ora si ribella alla rigidità tedesca ma è stata in prima fila nell’affiancare la Germania quando è stata impostata la politica dell’austerity, e altrettanto decisa sembrava quando con il Fiscal Compact del 2012 si sono condannate le economie più deboli a ripagare i debiti fino all’ultimo euro malgrado la devastante crisi del 2010-2011. Ecco, se saranno smascherate e isolate queste ipocrisie si potrà ripartire per lo sviluppo europeo nell’anno che sta per iniziare. E Syriza farà meno paura».
«Per l’istituto nazionale di ricerca aumentano i disoccupati di lunga durata, vero freno del Sud. La «nota mensile» sbugiarda Renzi e Padoan. Il ministro dell’Economia aveva stimato un più 0,5 per cento di Pil per il petrolio a 60 dollari. Invece a causa della stessa crisi "l’effetto per l’Italia sarà nullo"».

Il manifesto, 31 dicembre 2014

Nella cate­go­ria dei gufi — se non dei diser­tori — in que­sto 2014 che si chiude va cer­ta­mente inse­rita l’Istat. Che anche nel penul­timo giorno dell’anno è tutt’altro che otti­mi­sta sullo stato dell’economia ita­liana e — ancor di più — del mer­cato del lavoro. Nella sua «Nota men­sile» di dicem­bre, l’istituto nazio­nale di sta­ti­stica «neu­tra­lizza» il calo del costo del petro­lio — uti­liz­zato invece dal mini­stro Padoan per pre­ve­dere un aumento del Pil dello 0,5 per cento nel 2015 — par­lando di «impatto nullo per Ita­lia e Ger­ma­nia», men­tre «i segnali posi­tivi per la domanda interna» por­te­reb­bero ad «una sostan­ziale sta­zio­na­rietà della cre­scita nel tri­me­stre finale dell’anno»: insomma, il Pil nel quarto tri­me­stre potrebbe far dimi­nuire di un deci­male il meno 0,4 per cento ora pre­vi­sto per il 2014.

Molto peg­gio va l’occupazione. L’Istat parla di «con­di­zioni del mer­cato del lavoro» che «riman­gono dif­fi­cili con livelli di occu­pa­zione sta­gnanti e tasso di disoc­cu­pa­zione in cre­scita». I numeri più neri in campo occu­pa­zio­nale ven­gono dai disoc­cu­pati di lunga durata. Al record del tasso di disoc­cu­pa­zione, che ad otto­bre ha toc­cato quota 13,2 per cento — il governo lo ha moti­vato con il ritorno sul mer­cato del lavoro dei molti gio­vani prima “inat­tivi” o “sco­rag­giati”: in realtà il loro numero, sot­to­li­nea l’Istat, è aumen­tato del 6,5 per cento nel 2014 — si uni­sce infatti «un allun­ga­mento dei periodi di disoc­cu­pa­zione: l’incidenza dei disoc­cu­pati di lunga durata (quota di per­sone che cer­cano lavoro da più di un anno) è salita nell’anno in corso dal 56,9 per cento al 62,3». Per l’istituto nazio­nale di sta­ti­stica «que­sto gruppo di indi­vi­dui, gene­ral­mente con­si­de­rati poco appe­ti­bili dalle imprese, costi­tui­sce un fat­tore di freno alla discesa della disoc­cu­pa­zione soprat­tutto nel Mez­zo­giorno». È quindi il Sud il tal­lone d’Achille del paese. Ma il governo Renzi pare non esser­sene accorto. Così come sem­bra non voler far niente per aiu­tare coloro che per­dono il lavoro dopo i 50 anni, i più col­piti dalla crisi e quelli con meno pos­si­bi­lità di tro­vare nuova occupazione.

Nel frat­tempo si allon­tana sem­pre di più la pro­spet­tiva per loro della pen­sione. Il governo ha infatti appro­vato il decreto sull’adeguamento dell’età pen­sio­na­bile dovuto all’aumento dell’aspettativa di vita che scat­terà però dal primo gen­naio 2016. Si tratta di un mec­ca­ni­smo pre­vi­sto già dalla riforma Monti che il governo Ber­lu­sconi nel 2010 fissò a cadenza trien­nale. La riforma For­nero lo ha acce­le­rato: lo scatto ora arriva ogni due anni. E per la prima volta dal primo gen­naio sarà di quat­tro mesi — rispetto ai 3 decisi dal 2013. Un salto di quat­tro mesi che si applica a quasi tutte le “quote” maschili, facendo pas­sare il requi­sito ana­gra­fico per la pen­sione di vec­chiaia dei dipen­den­denti del set­tore pri­vato a 66 anni e 7 mesi — era a 66 anni e 3 mesi, sem­pre a con­di­zione di avere almeno 20 anni di con­tri­buti ver­sati. Allo stesso modo aumenta il requi­sito per la pen­sione anti­ci­pata a pre­scin­dere dall’età ma con una decur­ta­zione gra­duale ana­gra­fica sull’assegno: da 42 anni e sei mesi a 42 anni e dieci mesi. Più pena­liz­zate le donne, a causa del pro­cesso di armo­niz­za­zione con gli uomini: dal primo gen­naio 2016 nel set­tore pri­vato il requi­sito ana­gra­fico aumen­terà di ben un anno e 10 mesi: da 63 anni e 9 mesi a 65 anni e 7 mesi. Uno schema che por­terà nel 2050 a pre­ve­dere un’età di pen­sione a 70 anni uguale per donne e uomini, senza che il governo abbia men che meno preso in con­si­de­ra­zione ope­ra­zioni di fles­si­bi­lità in uscita — men­tre pre­ca­rizza ancor di più quella in entrata con il Jobs act — nè di aumen­tare i coe­fi­centi per i pre­cari a lavoro discon­ti­nuo che quest’anno si tro­ve­ranno reca­pi­tare dalla nuova Inps tar­gata Tito Boeri la stima di pen­sione da poche cen­ti­naia di euro.

Ieri sul fronte pen­sioni è arri­vata anche la denun­cia da parte dello Spi Cgil. A gen­naio gli asse­gni pen­sio­ni­stici saranno più leg­geri per resti­tuire allo Stato una parte della riva­lu­ta­zione rice­vuta nel 2014, cal­co­lata ini­zial­mente con un tasso prov­vi­so­rio dell’1,2% e poi asse­sta­tosi in via defi­ni­tiva all’1,1%: una pen­sione minima per­derà 5,40 euro rispetto a dicem­bre 2014 men­tre una pen­sione da 1.500 euro per­derà 16,30 euro. Tut­ta­via «lievi aumenti sono pre­vi­sti per feb­braio: la riva­lu­ta­zione del 2015 por­terà 1,50 euro in più sul 2014 per la «minima»», 3 euro per una da 1.500.
Se nel 2015 il Parlamento non sarà diverso e non avrà introdotto la tortura tra i reati penali i tor­tu­ra­tori di tutto il mondo potranno scegliere di venire in Ita­lia come se fosse un para­diso criminale.

Il manifesto, 30 dicembre 2014

Tor­tura in Ita­lia: anche il 2014 è tra­scorso nel segno della impu­nità. «L’inadempienza dell’Italia nell’adeguarsi agli obbli­ghi della Con­ven­zione Onu crea una situa­zione para­dos­sale in cui un reato come la tor­tura che a deter­mi­nate con­di­zioni può con­fi­gu­rare anche un cri­mine con­tro l’umanità, per l’ordinamento ita­liano non è un reato spe­ci­fico… È quindi neces­sa­ria una legge che tra­duca il divieto inter­na­zio­nale di tor­tura in una fat­ti­spe­cie di reato, defi­nen­done i con­te­nuti e sta­bi­lendo la pena, che potrà deter­mi­nare anche il regime tem­po­rale della pre­scri­zione. Per­tanto, nella attuale situa­zione nor­ma­tiva non può invo­carsi, così come fa parte ricor­rente, l’imprescrittibilità della tor­tura, cioè di un reato che non c’è». Così ha scritto nero su bianco la Corte di Cas­sa­zione in una sen­tenza del 17 luglio del 2014 resa pub­blica poche set­ti­mane fa. Nella sen­tenza si cer­ti­fica l’impossibilità di estra­dare in Argen­tina il sacer­dote Franco Rever­beri, accu­sato dai magi­strati suda­me­ri­cani di avere par­te­ci­pato nella sua veste di cap­pel­lano mili­tare ai ‘tor­menti’ dei tor­tu­rati ai tempi di Videla. In assenza del delitto di tor­tura nei con­fronti del sacer­dote pos­sono essere pre­vi­ste ipo­tesi di reato che hanno tempi di pre­scri­zione ben più brevi. Invece la tor­tura, cri­mine con­tro l’umanità al pari del geno­ci­dio, dovrebbe essere impre­scrit­ti­bile o quanto meno avere tempi molto lun­ghi di prescrizione.

Il 17 luglio del 1998, ovvero sedici anni prima rispetto alla sen­tenza della Cas­sa­zione nel caso Rever­beri, l’Italia aveva orga­niz­zato solen­ne­mente a Roma in Cam­pi­do­glio la con­fe­renza isti­tu­tiva della Corte Penale Inter­na­zio­nale com­pe­tente in mate­ria di cri­mini con­tro l’umanità. La Corte è nata, sep­pur sten­ta­ta­mente. L’Italia non si è mai ade­guata fino in fondo allo Sta­tuto della Corte voluta dall’Onu. Tra i cri­mini che la Corte è depu­tata a giu­di­care vi è la tor­tura. Non essen­dovi il delitto nel nostro codice penale sarà ben dif­fi­cile arre­stare quel mili­tare o dit­ta­tore che si è mac­chiato di que­sto cri­mine all’estero e viene a tro­vare rifu­gio in Ita­lia. I tor­tu­ra­tori di tutto il mondo pos­sono sce­gliere di venire in Ita­lia come se fosse un para­diso criminale.

Tre anni dopo la con­fe­renza di Cam­pi­do­glio, nel luglio del 2001, ovvero tre­dici anni prima della sen­tenza della Cas­sa­zione, c’è stata la tra­ge­dia geno­vese. Un pezzo dell’apparato di Stato orga­nizza e com­mette vio­lenze bru­tali con­tro chi mani­fe­stava con­tro il G8. Par­tono i pro­cessi. Un certo numero tra poli­ziotti e fun­zio­nari viene messo sotto inchie­sta. La con­danna inter­viene ma per reati lievi. Manca infatti il delitto di tor­tura. A uno dei tor­tu­rati di Bol­za­neto gli agenti della poli­zia peni­ten­zia­ria, dopo essersi van­tati di essere nazi­sti e di pro­vare pia­cere a pic­chiare un «omo­ses­suale, comu­ni­sta, mer­doso», dopo averlo offeso dicen­do­gli «fro­cio ed ebreo», lo hanno por­tato fuori dall’infermeria e gli hanno striz­zato i testi­coli, come nella tra­di­zione tra­gica della tor­tura a Villa Tri­ste o a Villa Gri­maldi. «Entro sta­sera vi sco­pe­remo tutte». Machi­smo e fasci­smo, come sem­pre insieme appas­sio­na­ta­mente. Tra il 2001 e il 2014 ci sono stati casi che hanno scosso le coscienze di que­sto paese. Un giu­dice ad Asti nel gen­naio del 2012 ha cer­ti­fi­cato che la tor­tura com­messa da alcuni poli­ziotti peni­ten­ziari non era da lui puni­bile in assenza del delitto nel codice. Siamo alla fine del 2014 e il Par­la­mento resta ancora in silen­zio. Anti­gone, insieme ad Amne­sty Inter­na­tio­nal, Arci, Cit­ta­di­nanza Attiva, Cild e decine di altre orga­niz­za­zioni ha orga­niz­zato un minuto di silen­zio in Par­la­mento lo scorso 10 dicem­bre 2014 spe­rando di met­tere i depu­tati davanti alle loro respon­sa­bi­lità e volendo stig­ma­tiz­zare il silen­zio col­pe­vole delle isti­tu­zioni. L’esito della discus­sione par­la­men­tare è quanto meno mor­ti­fi­cante: è stata rin­viata a dopo le vacanze. L’Italia, va ricor­dato, aveva preso for­mal­mente que­sto impe­gno inter­na­zio­nale nel 1988. Nella scorsa pri­ma­vera il Senato ha appro­vato un testo non con­forme a quanto pre­vi­sto nella Con­ven­zione delle Nazioni Unite con­tro la tor­tura: si usa il plu­rale per le vio­lenze (un’unica vio­lenza non deter­mi­ne­rebbe tor­tura) e si con­fi­gura il delitto come delitto gene­rico ovvero non tipico di chi ha obbli­ghi legali di custo­dia. La Camera sta ragio­nando — len­ta­mente, molto len­ta­mente, troppo len­ta­mente — intorno a pos­si­bili miglio­ra­menti. Que­sta è buona cosa ma lo fa senza veri­fi­care cosa potrebbe acca­dere in Senato nel caso di un nuovo cam­bio di testo. Infatti, fino a quando resi­ste il bica­me­ra­li­smo, ad ogni cam­bia­mento il testo torna all’altra Camera.

In Senato non vi sono garan­zie che ci siano i numeri per far pas­sare la legge. Ci sono gruppi dello stesso par­tito che hanno votato o preso posi­zioni molto diverse, se non oppo­ste, alla Camera e in Senato. A Palazzo Madama il Ncd ha dato il peg­gio di sé. Gli emen­da­menti peg­gio­ra­tivi del testo sono tutti suoi. «Acco­gliamo con grande favore l’introduzione del nuovo reato, che è uno stru­mento in più per per­se­guire le vio­la­zioni alla tutela dei diritti dell’uomo. L’unica per­ples­sità è nella fase appli­ca­tiva, non certo in ter­mini di prin­ci­pio. Ci sono alcune cri­ti­cità nel testo». Così il capo della Poli­zia Ales­san­dro Pansa audito in Com­mis­sione Giu­sti­zia alla Camera. Le sue dichia­ra­zioni costi­tui­scono un passo in avanti impor­tante. Dun­que ci rivol­giamo a tutti i par­la­men­tari del campo demo­cra­tico, libe­rale, cat­to­lico, pro­gres­si­sta: se siete con­tro la codi­fi­ca­zione del delitto di tor­tura abbiate il corag­gio di dirlo pub­bli­ca­mente (alle Nazioni Unite, ai nostri let­tori e alle nostre asso­cia­zioni); se invece siete favo­re­voli scri­vete la migliore legge pos­si­bile a appro­va­tela defi­ni­ti­va­mente nel giro di un mese.

* pre­si­dente Antigone

Interviste a Yanis Varou­fa­kis, eco­no­mi­sta molto vicino a Syriza, e a Dimi­tris Papa­dimoulis, vicepresidente del Parlamento europeo, capogruppo degli europarlamentari di Syriza, di Thomas Fazi e Argiris Panagopoulos.

Il manifesto, 30 dicembre 2014 (m.p.r.)


VAROUFAKIS:
«SOLO TANTE MENZOGNE SULLA RIPRESA GRECA»
di Thomas Fazi

Dopo l’annuncio che il 25 gen­naio la Gre­cia tor­nerà alle urne (fal­lito il terzo e deci­sivo voto per il nuovo pre­si­dente della Repub­blica), la pro­spet­tiva di una vit­to­ria di Syriza, la forza della sini­stra radi­cale gui­data da Ale­xis Tsi­pras e data per favo­rita dai son­daggi, si fa sem­pre più con­creta. Facendo tre­mare sia i mer­cati che l’establishment euro­peo, che ave­vano già mani­fe­stato il loro disap­punto dopo la deci­sione del primo mini­stro Anto­nis Sama­ras di anti­ci­pare a que­sto mese l’elezione del pre­si­dente della Repub­blica. I primi man­dando a picco la borsa di Atene e facendo schiz­zare in alto i tassi sui titoli di stato a dieci anni; il secondo augu­ran­dosi, per bocca del pre­si­dente della Com­mis­sione Junc­ker, che i greci non votino «in modo sba­gliato». Tsi­pras, però, non ha nes­suna inten­zione di por­tare la Gre­cia fuori dall’euro, e per quel che riguarda il suo piano di ristrut­tu­ra­zione del debito greco, egli non intende col­pire i cre­di­tori pri­vati ma piut­to­sto i cre­di­tori uffi­ciali: l’Unione euro­pea e in par­ti­co­lare la Ger­ma­nia. Di que­sto e altro abbiamo par­lato con Yanis Varou­fa­kis, eco­no­mi­sta molto vicino a Syriza.

La Gre­cia, che oggi mostra un tasso di cre­scita eco­no­mica tra i più alti di tutta l’Unione, viene pre­sen­tata dai fau­tori dell’austerità come una dimo­stra­zione dell’efficacia del con­so­li­da­mento fiscale e della sva­lu­ta­zione interna, che avreb­bero reso l’economia greca più effi­ciente e com­pe­ti­tiva. Cosa ne pensa?
Penso che sia una per­versa distor­sione della realtà. La Gre­cia è in piena Grande Depres­sione. Sono sette anni che i red­diti e gli inve­sti­menti nel paese sono in caduta libera; que­sto ha deter­mi­nato una vera e pro­pria crisi uma­ni­ta­ria. E adesso, sulla base di un tri­me­stre di cre­scita del Pil reale, sono tutti lì a festeg­giare la «fine» della reces­sione! Ma se si guar­dano atten­ta­mente i numeri, ci si rende conto che siamo ancora in reces­sione, anche in base ai dati uffi­ciali. La spie­ga­zione è piut­to­sto sem­plice: nello stesso periodo in cui il Pil reale è cre­sciuto dello 0.7%, i prezzi sono caduti in media dell’1.9%. Per chi non lo sapesse, il Pil reale equi­vale al Pil nomi­nale (ossia cal­co­lato in euro) diviso per l’indice dei prezzi (il cosid­detto defla­tore del Pil). Con­si­de­rando che que­sto indice è sceso dell’1.9%, e che il Pil reale è aumen­tato solo dello 0.7%, que­sto vuol dire che il Pil misu­rato in ter­mini nomi­nali, ossia in euro, è sceso! Dun­que la cre­scita del Pil reale non dipende dal fatto che il red­dito nazio­nale, in euro, è cre­sciuto; dipende dal fatto che esso è caduto più len­ta­mente dei prezzi. E ora l’establishment poli­tico, sia euro­peo che nazio­nale, vor­rebbe ven­dere ai greci que­sto pic­colo trucco con­ta­bile come la “fine della reces­sione”. Ma non funzionerà.

Pil al –25%, disoc­cu­pa­zione ai mas­simi livelli dai tempi della seconda guerra mon­diale: pensa che que­sti siano sem­pli­ce­mente gli effetti inde­si­de­rati di poli­ti­che «sba­gliate», o pos­sono essere con­si­de­rati il frutto di un dise­gno preciso?
Nes­suna delle due, credo. Que­ste poli­ti­che erano le uni­che che non com­por­ta­vano un’ammissione del fatto che l’architettura dell’eurozona è fon­da­men­tal­mente disfun­zio­nale, e che la crisi era siste­mica e non «greca». Ma soprat­tutto, erano le uni­che ad essere com­pa­ti­bili con quello che era l’obiettivo prin­ci­pale dell’establishment: sal­va­guar­dare i ban­chieri da qua­lun­que ten­ta­tivo di espro­pria­zione da parte dell’Unione euro­pea o degli stati mem­bri. Ed è così che una nazione pic­cola ma fiera è stata costretta a imple­men­tare una feroce poli­tica di sva­lu­ta­zione interna che ha cau­sato e sta cau­sando enormi sof­fe­renze alla popo­la­zione, oltre ad aver fatto lie­vi­tare il debito pri­vato e pub­blico del paese a livelli inso­ste­ni­bili, e tutto que­sto per man­te­nere l’illusione che l’architettura dell’eurozona fosse soste­ni­bile, e per sca­ri­care le per­dite colos­sali delle ban­che pri­vate sulle spalle dei cit­ta­dini comuni, dei lavo­ra­tori e dei con­tri­buenti. Una volta decisa la stra­te­gia, l’hanno poi amman­tata di pro­pa­ganda neo­li­be­ri­sta per ren­derla più appetibile…

Per­ché i mer­cati hanno così paura di Syriza secondo lei?
Quello che temono è lo scop­pio delle due bolle eco­no­mi­che gon­fiate ad arte da Ber­lino, Fran­co­forte e Bru­xel­les negli ultimi anni, quella dei titoli sovrani e quella dei titoli di borsa, che ave­vano lo scopo di ali­men­tare l’illusione della «ripresa greca». Ma que­sto è il destino di tutte le bolle: alla fine scop­piano. E prima lo faranno meglio sarà, per­ché ci costrin­gerà a guar­dare final­mente in fac­cia la realtà e a darci da fare per miglio­rare le con­di­zioni di vita di tutti, sia in Gre­cia che nel resto dell’eurozona.

Pensa che la vit­to­ria di Syriza sia un’ipotesi rea­li­sti­ca­mente pos­si­bile? O ritiene che le forze con­ser­va­trici dell’establishment greco - ed euro­peo - siano dispo­ste a tutto pur di sbar­rar­gli la strada?
Entrambe le cose. Non c’è alcun dub­bio che le forze dell’establishment faranno di tutto per fer­mare Syriza, ricor­rendo alle più bie­che forme di ter­ro­ri­smo psi­co­lo­gico nei con­fronti dell’elettorato greco. Ma sem­bra che que­sta volta tale stra­te­gia, già impie­gata con suc­cesso in pas­sato, sia desti­nata a fal­lire. Una vit­to­ria di Syriza al momento sem­bra sem­pre più probabile.

Come giu­dica l’augurio di Junc­ker affin­ché i greci non votino «in modo sbagliato»?
Direi che dimo­stra un pro­fondo disprezzo per la demo­cra­zia, e un atteg­gia­mento neo­co­lo­niale che si fa beffa dell’idea secondo cui l’Unione rispetta la sovra­nità dei suoi stati mem­bri. In teo­ria, è la Com­mis­sione euro­pea che è tenuta a rispon­dere delle sue scelte di fronte ai cit­ta­dini degli stati mem­bri, e non i cit­ta­dini che sono tenuti a rispon­dere delle loro scelte di fronte alla Com­mis­sione. E per defi­ni­zione la Com­mis­sione non può espri­mere alcun giu­di­zio di merito sull’esito di un’elezione. E non può di certo dire quale sia il can­di­dato «giu­sto» e quello «sba­gliato». Con que­sta affer­ma­zione, Junc­ker ha fatto cadere ancora più in basso la repu­ta­zione della Com­mis­sione, già ai minimi sto­rici, e ha allar­gato ancora di più il defi­cit demo­cra­tico dell’Ue. Il suo inter­vento è stata una delle mosse più anti-europee che si potes­sero imma­gi­nare, in quanto è riu­scito a dele­git­ti­mare in un colpo solo sia la Com­mis­sione che l’Unione stessa.

Ci può descri­vere in breve i punti prin­ci­pali del pro­gramma di Syriza?
In primo luogo, un governo gui­dato da Syriza farà di tutto per far sì che l’Europa affronti i nodi che finora si è rifiu­tata di affron­tare: la disfun­zio­na­lità dell’architettura dell’eurozona, e il fatto che i cosid­detti “sal­va­taggi” della troika - che erano tutto fuor­ché dei sal­va­taggi - sono stati molto dele­teri sia per i paesi della peri­fe­ria che per quelli del cen­tro, inclusa la Ger­ma­nia. In secondo luogo, si sfor­zerà di rico­struire e di rimet­tere in moto l’economia sociale della Gre­cia per mezzo di un «New Deal per l’Europa» fina­liz­zato a tirare tutta la peri­fe­ria, e non solo la Gre­cia, fuori dalla depres­sione. Infine, si ado­pe­rerà per rifor­mare sia il set­tore pri­vato che quello pub­blico al fine di incre­men­tarne la crea­ti­vità e la pro­dut­ti­vità, e per costruire una società migliore.

Il ritorno alla nor­ma­lità passa neces­sa­ria­mente per un default su una parte del debito pubblico?
Sì, e que­sto non vale solo per la Gre­cia. La Gre­cia farà senz’altro default a un certo punto, ma pro­ba­bil­mente non lo farà in maniera for­male, ma con un taglio del debito greco nei con­fronti del resto dell’Europa. E a quel punto, poco dopo, segui­ranno l’Italia e poi la Spa­gna e il Por­to­gallo. Di fatto rap­pre­sen­terà il primo passo verso una spe­cie di unione fiscale: quando uno stato ha avuto in pre­stito dagli altri e non è in grado di ripa­gare al tasso con­cor­dato, è una spe­cie di unione fiscale, ma una spe­cie ter­ri­bile, la peg­gior spe­cie, un’unione fiscale per default.

PAPADIMOULIS: «UN VOTO PER CAMBIARE TUTTA L'EUROPA»
di Argiris Panagopoulos

Syriza vin­cerà le ele­zioni per cam­biare la Gre­cia e l’Europa, sostiene con­vinto il vice­pre­si­dente del Par­la­mento Euro­peo Dimi­tris Papa­di­mou­lis, che si pre­para per dare bat­ta­glia elet­to­rale e rom­pere il cer­chio dell’austerità in Europa. Papa­di­mou­lis crede che la vit­to­ria di Syriza offrirà una grande pos­si­bi­lità alla Gre­cia e ai paesi della Ue col­piti dalla crisi per cam­biare gli equi­li­bri in Europa. Dimi­tris Papa­di­mou­lis, è vice­pre­si­dente del Par­la­mento euro­peo, capo­gruppo degli euro­par­la­men­tari di Syriza, con una lunga espe­rienza anche nel par­la­mento greco, dove è stato por­ta­voce di Syriza. Pro­viene dai gio­vani dei comu­ni­sti demo­cra­tici del Par­tito Comu­ni­sta Greco e ha rap­pre­sen­tato per anni Syna­spi­smos nel par­la­mento greco e nel Par­la­mento Euro­peo fino alla nascita di Syriza, di cui è diven­tato uno dei suoi più noti esponenti.

Come valu­tate il risul­tato della terza votazione?
Era quanto ave­vamo pre­vi­sto. La sfida ora è di andare alle ele­zioni con una vera con­trap­po­si­zione poli­tica tra i pro­grammi e i pro­getti per il futuro del paese. Senza il mer­ca­tino della paura e l’allarmismo, senza un clima poli­tico da guerra civile, per­ché tutto que­sta pro­voca danni al paese e la sua eco­no­mia. Noi abbiamo lavo­rato sem­pre per unire le forze demo­cra­ti­che e il nostro popolo. Non vogliamo divi­sioni. Il governo è stato costretto ad acce­le­rare per l’elezione del pre­si­dente della repub­blica per­ché altri­menti doveva far votare un altro pac­chetto di misure di auste­rità. Sape­vano molto bene che dopo le tre vota­zioni in par­la­mento dove­vamo andare alle urne. E loro sanno bene che per­de­ranno le ele­zioni. Per Syriza si pre­senta una vera sfida per cam­biare il nostro Paese e non solo. Per que­sto serve una grande alleanza elet­to­rale con un pro­gramma rea­li­stico, effi­ciente e prag­ma­tico. Syriza è coe­rente con tutto quanto ha detto e fatto. Non fa alleanze occa­sio­nali. Gli ultimi anni abbiamo visto di tutto, Nuova Demo­cra­zia e Pasok gover­nare insieme, un primo mini­stro venuto dalle ban­che senza nes­suna legit­ti­mità e una piog­gia di Memo­ran­dum e decreti fuori da ogni legit­ti­mità demo­cra­tica e parlamentare.

Syriza rap­pre­senta un peri­colo per l’Europa?
L’obiettivo prin­ci­pale del nostro pro­gramma è far diven­tare la Gre­cia uno stato mem­bro pari­ta­rio con pieni diritti den­tro l’Unione Euro­pea e den­tro l’eurozona. Un paese dove ci sarà in vigore lo stato di diritto e la giu­sti­zia sociale, con una cre­scita eco­no­mica senza que­sta atroce disoc­cu­pa­zione e la galop­pante reces­sione. Il pro­gramma di Syriza è pieno di pro­po­ste per cam­biare la situa­zione, pieno di pro­po­ste per vere riforme. Il governo uscente ricorre ad un allar­mi­smo peri­co­loso. È ine­vi­ta­bile che per­de­ranno le ele­zioni. Le pote­vano per­dere con dignità e senza cer­care di fare ulte­riore danno al nostro paese. Le nostre pro­po­ste potranno aiu­tare l’Europa a rial­zarsi in piedi, per­ché dob­biamo risol­vere la que­stione del debito. Ora in tanti ammet­tono che la sola pro­po­sta pos­si­bile è la Con­fe­renza Euro­pea per il debito. Quando l’avevamo pre­sen­tata sem­brava che ave­vamo pro­po­sto la fine del mondo. L’unica pro­po­sta cre­di­bile per sal­vare l’Europa dal bara­tro è la nostra. Il voto dei greci sarà anche un voto per sal­vare l’Europa e risol­verà parte dei pro­blemi di tutti i paesi del Sud Europa com­presa l’Italia.

I son­daggi dicono che Syriza vin­cerà le ele­zioni. Che dirà il giorno dopo all’Unione Europea?
Il governo che avrà come asse prin­ci­pale Syriza si muo­verà per cer­care rispo­ste effi­cienti e rea­li­sti­che a livello euro­peo, lato debito e poli­tica fiscale. Vogliamo met­tere ordine nelle nostre finanze e vedere la nostra eco­no­mia tor­nare a cre­scere. Obbiet­tivi impos­si­bili da rag­giun­gere quando il debito pub­blico vola al 180% del Pil. In tutti i paesi euro­pei che si sono appli­cate le misure di auste­rità sono aumen­tati i debiti e si è distrutta l’economia. Abbiamo biso­gno di far ripar­tire la nostra eco­no­mia e per que­sto ser­vono inve­sti­menti pub­blici. Per que­sto il patto di sta­bi­lità rap­pre­senta un cap­pio al collo dei popolo euro­pei. Il pre­ce­dente governo era impe­gnato ad avere un sur­plus che doveva arri­vare al 4,5% in media per i pros­simi anni. Ma per avere un sur­plus di que­ste dimen­sioni in que­sta dram­ma­tica situa­zione signi­fi­che­rebbe di distrug­gere com­ple­ta­mente la nostra società. Dob­biamo libe­rarci da que­ste impo­si­zioni e tro­vare il modo di creare lavoro vero e ben remu­ne­rato, ridi­stri­buire la ric­chezza e lavo­rare per la coe­sione sociale della nostra società. Anche que­sti non sono solo pro­blemi della Gre­cia ma di tanti altri paesi europei.

Lei è anche vice­pre­si­dente del Par­la­mento euro­peo. Crede che una vit­to­ria di Syriza può avviare un cam­bia­mento in Europa tanto nei sin­goli paesi quando nelle isti­tu­zioni euro­pee? Durante la cam­pa­gna per le ele­zioni euro­pee abbiamo visto un gran­dis­simo inte­resse da parte dell’opinione pro­gres­si­sta euro­pea per la situa­zione in Gre­cia e la vit­to­ria di Syriza nelle ele­zioni euro­pee. Con Syriza è nata una grande spe­ranza e noi abbiamo il com­pito di far diven­tare que­sta spe­ranza una con­creta realtà per cam­biare le con­di­zioni di vita dei nostri cit­ta­dini. Come valu­tate la mobi­li­ta­zione di tanti ita­liani a favore di Syriza o per­lo­meno del diritto del popolo greco di sce­gliere libe­ra­mente il suo governo senza le pres­sioni e i ricatti?
Hanno visto giu­sto tutti quelli che hanno fir­mato l’appello «Cam­biar la Gre­cia - Cam­biare l’Europa», per­ché hanno una con­ce­zione glo­bale per la dina­mica della crisi e una visione soli­dale per risol­vere i pro­blemi den­tro l’Unione Euro­pea. Rap­pre­sen­tano tra l’altro una gran parte delle forze migliori dell’Italia. A molti di noi ha ono­rato il soste­gno dei cit­ta­dini ita­liani, di scrit­tori come Andrea Cami­leri o medici come Gino Strada. Que­sto ha molto signi­fi­cato per un paese in piena crisi uma­ni­ta­ria e con una parte della sua popo­la­zione senza nes­suna assi­stenza sani­ta­ria gra­zie alle poli­ti­che di auste­rità. Siamo con­tenti che tante per­sone che lavo­rano al mani­fe­sto, come la sua diret­trice, Norma Ran­geri, abbiano fir­mato l’appello. In Syriza, dall’inizio, abbiamo detto che non lasce­remo nes­suno solo nella crisi. Noi abbiamo il com­pito di unire tutto quanto viene diviso da que­ste dram­ma­ti­che poli­ti­che di auste­rità. E cer­chiamo di farlo nel modo migliore, con la soli­da­rietà a livello nazio­nale e a livello inter­na­zio­nale. Solo così potremo rico­struire l’Europa con i suoi popoli. ll lea­der di Pode­mos Pablo Igle­sias ha detto recen­te­mente, e ha ragione, che le ele­zioni in Spa­gna alla fine dell’anno par­ti­ranno dalla Grecia.

Cinque anni fa Alexis Tsipras militava in un partito che raccattava a stento il 4,9% dei consensi. Oggi la sinistra di Syriza è in testa a tutti i sondaggi. E la sinistra (che in Grecia c'è) fa paura al partito dei padroni. Domani anche in Italia?

La Repubblica, 30 dicembre 2014

«Oggi è una giornata storica. Il futuro è iniziato e grazie al voto dei greci presto manderemo in archivio la parola austerità». Cinque anni fa Alexis Tsipras militava in un partito che raccattava a stento il 4,9% dei consensi. Oggi la sinistra di Syriza è in testa a tutti i sondaggi con 3-6 punti di vantaggio su Nea Demokratia il centrodestra del premier Antonis Samaras. E il 40enne che vuole rivoltare l’Europa come un calzino ha lanciato ieri sera in un bagno di folla al teatro Keramikos il programma elettorale e le parole d’ordine che potrebbero cambiare davvero la storia della Grecia e del Vecchio continente.

«L’Europa deve mettersi in testa una cosa. Quello che conta in democrazia è il voto. E il futuro del mio paese lo decideranno i miei concittadini e non i falchi dell’euro », ha esordito. Compito dei greci è scegliere «tra nuovi tagli e la Troika o la speranza». Il 25 gennaio, visto da questa sala che trabocca di passione, è già diventato una sorta di catarsi. «Oggi è l’inizio della fine di chi ha portato la Grecia nel baratro - assicura l’enfant prodige della sinistra europea ai militanti del partito - . Il bello è che il premier e i politici che hanno causato la crisi si presentano come i salvatori della patria dandoci lezioni di europeismo. Ridicolo, visto che arrivano da chi (leggi Samaras, ndr .) è passato in una notte da paladino del fronte anti-Troika a miglior amico di Ue, Bce e Fmi». Applausi.

La strada, lo ammette anche Tsipras in camicia bianca quasi renziana, «non è facile». Prima c’è da vincere le elezioni («ribalteremo i pronostici, la gente non vuol buttare alle ortiche cinque anni di sacrifici», ha detto ieri il presidente del Consiglio). Poi, soprattutto, c’è da cercare alleati per formare un governo e raggiungere in tempi brevissimi - entro fine febbraio - un’intesa con la Troika per sbloccare nuovi aiuti ed evitare il default. «C’è una sola cosa non negoziabile - è il mantra del leader di Syriza - . Noi vogliamo uscire dal memorandum senza nuovi tagli lacrime e sangue». Washington, Bruxelles e Francoforte devono mettersi il cuore in pace. I due miliardi di austerity pretesi in cambio dell’ultima tranche da sette miliardi di prestito resteranno secondo i piani di Tsipras un sogno. Anzi: «Syriza implementerà da subito il programma di Salonicco ». Tradotto: un ritocco all’insù delle pensioni più basse e dello stipendio minimo, elettricità gratis alle famiglie meno abbienti e nuovi investimenti pubblici. In soldoni, una sconfessione degli accordi già presi con la Troika che per il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble «vanno rispettati ».

Il braccio di ferro si preannuncia durissimo. Anche perché Syriza chiederà alla Ue un taglio sostanzioso del debito greco, fumo negli occhi per i rigoristi del Nord. Tsipras però ha teso loro ieri anche qualche piccolo ramoscello d’ulivo: «Teniamo alla stabilità del sistema bancario in Grecia e in Europa- ha spiegato-. Non usciremo dall’euro, non prenderemo decisioni unilaterali sul debito e non toccheremo i risparmi dei privati». Lotta senza quartiere invece agli evasori. «E’ un assurdo che Samaras chieda il voto a un ceto medio che ha spinto nella povertà massacrandolo di tasse e di tagli agli stipendi mentre non ha torto un capello ai ricchi che non pagano le tasse».

Clima molto pre-elettorale. Aperitivo di una campagna che si preannuncia virulenta e polarizzata e dove «il concetto di Grexit, l’uscita di Atene dall’euro in caso di vittoria di Syriza, sarà utilizzato da Nea Demokratia come arma impropria di terrorismo mediatico».

Gli ambienti europei sono convinti che al momento di sedersi al tavolo delle trattative i toni saranno meno accesi. E che Tsipras, imbrigliato anche dalla necessità di trovare alleati per varare un governo, abbasserà dopo il 25 gennaio l’asticella delle sue pretese. Il leader carismatico della sinistra ellenica promette invece battaglia: «Il vento in Europa è cambiato. Podemos è in testa ai sondaggi in Spagna. Ho ricevuto messaggi di solidarietà da Italia, Francia, Bolivia e persino dalla Germania». E nessuno, è la sua speranza, avrà il cuore di buttare la Grecia fuori dall’euro. Il finale, nello stile dell’oratore, è pirotecnico. «Samaras e Venizelos saranno buttati fuori dalle stanze del potere - ha concluso Tsipras -. Ma li diffido dal far sparire documenti ed e-mail firmati in questi anni. Specie quelli con la Troika. Li vogliamo vedere tutti uno a uno». Ovazione. Dalla sala e dalle strade intorno al Keramikos, intasate di gente che non ha trovato posto nel teatro. La campagna elettorale è iniziata.

«La lingua disonesta è di chi non sa bene che fare, non ha le idee chiare, non vuole assumersi le responsabilità che gli competono, e lascia a chi deve leggere il compito di decifrare, di leggere fra le righe, di stiracchiare le parole e i concetti dalla parte che vuole». E se ne fa largo uso: le professioni, la politica.

Internazionale.it, 23 dicembre 2014 (m.p.r.)

Il governo, il ministro dell’istruzione, i collaboratori del ministro, i funzionari del ministero decidono che serve qualcuno che insegni agli insegnanti a insegnare meglio, perciò stanziano una certa quantità di denaro per formare questi formatori: il denaro verrà dato alle scuole (una per regione) che organizzeranno dei corsi ad hoc, e da questi corsi verranno fuori dei “docenti esperti” che poi dissemineranno la loro esperienza e le cognizioni acquisite nelle scuole del territorio.

A mio parere non è una buona idea, anzi è un’idea pessima, ma non è di questo che parliamo adesso.

Presa la decisione, stanziato il denaro, restano da curare i dettagli: informare i mezzi d’informazione, mettere la notizia sul sito del ministero, scrivere la circolare che verrà mandata ai dirigenti scolastici. C’è un ufficio per tutto.

L’ufficio che s’incarica di scrivere la circolare deve intanto dare un titolo, un oggetto, al documento che sta per produrre. Potrebbe essere qualcosa come "Formazione degli insegnanti-tutor", oppure "Piano per la formazione di insegnanti che aiutino i colleghi ad insegnare meglio", o persino "Piano per la formazione di personale docente che migliori la qualità dell’insegnamento nelle scuole". È probabile che all’estensore del documento vengano subito in mente formule del genere; ma con la stessa tempestività capisce che queste formule non vanno bene. Ci pensa su un attimo, quindi scrive:

«Piano di formazione del personale docente volto ad acquisire competenze per l’attuazione di interventi di miglioramento e adeguamento alle nuove esigenze dell’offerta formativa».

Risolto il problema dell’oggetto, l’estensore del documento non può passare subito all’informazione, alla cosa che vuole comunicare, non può dire qualcosa come “il ministero ha deciso che bisogna formare dei – diciamo – super-insegnanti che aiutino i colleghi meno esperti (o più demotivati) a far bene il loro lavoro, perciò ha stanziato la somma X, somma che verrà assegnata a scuole che presentino dei buoni progetti di formazione e aggiornamento”. Così è troppo veloce, ci vuole il preambolo. Il preambolo dura circa una pagina, e comincia così:

«I mutamenti verificatisi nell’ambito della società e nella scuola implicano che i docenti acquisiscano e sviluppino con continuità nuove conoscenze e competenze. Occorre perciò avviare e sostenere con apposite attività formative processi di crescita dei livelli ed ambiti di competenza coerenti con un profilo dinamico ed evolutivo della funzione professionale».

Si chiama coazione al dicolon, ed è tipica dei temi in classe. Lo scolaro vorrebbe scrivere “Ci vuole molta cura”, ma è irresistibilmente portato a scrivere “Ci vuole molta cura e molta attenzione”; vorrebbe limitarsi a dire che “Restano vari problemi aperti”, ma la coazione al dicolon lo trascina ad aggiungere “e varie questioni irrisolte”. Nelle cinque righe che ho citato, queste zeppe si presentano con la frequenza di un tic nervoso: «nell’ambito della società e nella scuola», «acquisiscano e sviluppino», «conoscenze e competenze», «avviare e sostenere», «processi ed ambiti», «dinamico ed evolutivo». L’aggiunta di senso è minima, impercettibile, a volte nulla («dinamico ed evolutivo»); e a volte in realtà ad essere aggiunta è una dose di nonsenso: il secondo periodo, da processi di crescita in poi, è quasi incomprensibile, perché la sintassi è slabbrata e i sostantivi astratti formano una nebulosa quasi impenetrabile: cosa sono i «processi di crescita dei livelli»?

I preamboli sono sempre difficili. Il documento migliora andando avanti, le cento righe successive sono meglio di queste prime cinque? Veramente no. Ciò che si potrebbe dire chiaramente in una parola continua a essere detto confusamente in due o in tre. Il dicolon regna sempre sovrano; spuntano qua e là aggettivi puramente decorativi («attivare a livello nazionale percorsi articolati di formazione in servizio…»), o pletorici («predisporre una trama di reciproca cooperazione»); la nebulosa dei termini astratti si fa ancora più fitta, la realtà arretra, gli studenti i banchi le lavagne svaniscono in una calda luce crepuscolare («una base comune di competenza sulla progettazione e sulla organizzazione degli interventi con l’acquisizione di tecniche avanzate e metodi didattici che siano al tempo stesso rigorosi, innovativi e coinvolgenti ed includa l’uso di strumenti pratici indispensabili per gestire aule efficaci»), gli elenchi si fanno onnicomprensivi e scriteriati: «[competenze] di grande importanza per lo sviluppo dell’autonomia scolastica, l’arricchimento dell’offerta formativa, l’efficienza di tutta una serie di servizi decisivi per la scuola, gli studenti e le famiglie, la comunità di riferimento». Quando salta fuori l’espressione tutta una serie, la patacca non è lontana. E quando dallo sfondo indistinto dei possibili beneficiari si stacca «la comunità di riferimento», potrebbe anche scorrere del sangue.

Che cos’è questo? Non è esattamente quello che si chiama burocratese. Non è esattamente, come recita la definizione del vocabolario, «lingua pressoché incomprensibile perché infarcita di termini giuridici e inutili neologismi, tipica dell’amministrazione pubblica». Nel documento ministeriale c’è anche il burocratese – per esempio:

«Supportare i processi di valutazione e farsi carico del monitoraggio della loro corretta applicazione in base ai criteri definiti dal C.d.D». Anziché, parlando più chiaro: Aiutare nella valutazione e controllare che essa sia in linea con i criteri stabiliti dal collegio dei docenti.

Queste – i «processi di valutazione» al posto delle “valutazioni”, i “«farsi carico del monitoraggio» invece di “verificare”, le problematiche e le tematiche al posto dei problemi e dei temi – queste sono bruttezze abituali, sciocchezze abituali, che ormai non chiamano più l’attenzione: uno potrebbe persino dire che sono i ferri del mestiere, un idioletto non più dissonante e arbitrario degli idioletti di tanti altri ambiti professionali.

Non è neppure esattamente l’antilingua di cui ha parlato una volta Calvino. L’antilingua, secondo Calvino, era «l’italiano di chi non sa dire ho fatto ma deve dire ho effettuato», l’italiano del brigadiere dei carabinieri che, anziché scrivere così la deposizione di un teste: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone”, la scrive così: “Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile”.

La lingua della circolare ministeriale non è esattamente questo. Certo, anche qui c’è quella che Calvino definiva «la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se fiasco stufa carbone fossero parole oscene, come se andare trovare sapere indicassero azioni turpi». Ma la sostituzione di fiasco con prodotti vinicoli, di stufa con impianto termico, di carbone con combustibile, per quanto idiota, non impediva di venire a capo, alla fine, di un senso: ritradotto in un italiano “reale”, il messaggio passava.

Il messaggio della circolare ministeriale, invece, non passa. Non tanto perché la scuola viene chiamata servizio scolastico e la regione diventa l’ambito territoriale, quanto perché, nel suo insieme, la circolare ministeriale non sembra scritta in italiano, o meglio perché le parole che contiene sono certamente italiane, ma i rapporti tra le parole non sembrano produrre un senso compiuto: è come se la pressione delle parole – che sono troppe, e troppo pesanti – avesse fatto evaporare i nessi sintattici (che sono anche nessi logici). Il risultato sono locuzioni senza senso come «processi di crescita dei livelli» (”tentativi di migliorare la qualità degli insegnanti”?), o interi periodi che sembrano scritti estraendo a caso dal sacchetto delle parole astratte, come:

«Reti di istituzioni scolastiche ben organizzate, facendo ricorso ove possibile alle risorse interne, favoriscono la valorizzazione delle specificità professionali presenti nel territorio in funzione di supporto alle esigenze di rinnovamento e arricchimento dei curricoli, di iniziative progettuali, di miglioramento dell’azione educativa e dell’efficienza organizzativa del servizio scolastico».

O come:

«La formazione degli insegnanti contribuisce ad esempio, ad attuare significativi interventi nel campo di un orientamento che guardi alle connotazioni delle professioni, che possono trovare spazio con l’utilizzo delle quote di flessibilità praticabili dalle scuole autonome».

Qui c’è tutto: la punteggiatura messa a caso (la virgola dopo esempio, ma non prima), gli aggettivi esornativi («significativi interventi»), le perifrasi astruse (cosa sono mai le «connotazioni delle professioni»?), i tecnicismi inutili («quote di flessibilità praticabili»); quelli che mancano sono i nessi sintattici: a cosa si riferisce il che di «che possono trovare spazio», agli interventi, alle connotazioni o alle professioni? E cosa vuol dire che gli interventi (o le connotazioni, o le professioni) «possono trovare spazio con l’utilizzo»? Sarà “attraverso l’utilizzo” (vulgo: “adoperando”)? Ma cosa vuol dire, comunque? E una «quota di flessibilità», qualsiasi cosa sia, si «pratica»?

Pare che una volta, mentre era negli Stati Uniti, abbiano detto a Salvemini che stavano traducendo Vico in inglese. E pare che Salvemini abbia risposto: «L’inglese è una lingua onesta: di Vico non resterà niente». Intendendo – non importa se a ragione o a torto – che Vico aveva idee fumose, e che l’inglese è invece una lingua chiara e distinta, che le idee fumose le smaschera, le dissolve.

Chissà se è vero. Chissà se esiste davvero uno spirito delle lingue, che ne rende alcune oneste e altre disoneste, o se invece le lingue non c’entrano, e l’onestà e la disonestà stanno nella coscienza di chi le adopera. Ma l’etichetta è trovata. Né burocratese né antilingua: quella della circolare del Miur del 27/11/2014 (prot. 0017436) è la lingua disonesta di chi non sa bene che fare, non ha le idee chiare, non vuole assumersi le responsabilità che gli competono (e che il discorso chiaro impone a chi lo pronuncia), e lascia a chi deve leggere (e soprattutto: a chi deve obbedire) il compito di decifrare, di leggere fra le righe, di stiracchiare le parole e i concetti dalla parte che vuole, anzi di interpretare le parole e i concetti come s’interpreta il Talmud, cercando d’indovinare le intenzioni di un padrone invisibile e capriccioso, che dice e non dice, che lascia agli altri il compito di riempire con qualcosa lo spazio che lui ha lasciato vuoto non per liberalità ma per inabilità a parlar chiaro, ossia a decidere, e cioè per codardia.

La lingua disonesta. In un suo saggio sull’educazione, Neil Postman sosteneva che la cosa davvero importante era insegnare non tanto a essere intelligenti, quanto a non essere stupidi, e che quindi una buona didattica avrebbe dovuto mirare, più che a riempire la testa degli studenti di buone idee e buone abitudini, a togliere dalla testa degli studenti le idee e le abitudini dimostrabilmente sbagliate o sciocche. Se questo è vero, un’ora di lettura in classe della circolare Miur del 27/11/2014, un’ora di lingua disonesta, potrebbe giovare più di un’ora di Manzoni, e certamente più di tante regole astratte su come si scrive e non si scrive. (Nel frattempo, suggerirei alla ministra Giannini, che prima di essere ministra è una glottologa, di convocare la direttrice generale del ministero, dottoressa Maria Maddalena Novelli, e di rileggere insieme a lei piano piano, parola per parola, solecismo per solecismo, la circolare suddetta, che la dottoressa Novelli ha firmato, così come l’hanno dovuta leggere tutti i dirigenti scolastici d’Italia, una mattina di qualche settimana fa).

“Molti poliziotti temono i neri e allo stesso tempo li vedono come un facile bersaglio”scrive la scrittrice afro-americana premio Nobel per la letteratura nel ’93. “Le nuove generazioni però sono diverse. Le proteste diffuse lo dimostrano”.

La Repubblica, 27 dicembre 2014

VIVIAMO tempi non facili. Quindi cercherò di darvi semplicemente il mio punto di vista su quello che è lo stato delle cose, oggi, qui negli Stati Uniti. E voglio partire da questo: l’America è un paese inondato di armi. Dove bambini di appena 9 anni vengono portati nei parchi giochi a sparare con armi vere per divertimento; dove le cosiddette leggi “ stand your ground for selfdefense ” (che consentono a una persona armata di sparare a un presunto aggressore in base alla mera percezione di pericolo per la sua incolumità) permettono a chiunque di uccidere chi si trovi nella sua proprietà; dove le leggi dette “ open carry” permettono ai cittadini in molti Stati di portare armi nei locali pubblici: ristoranti, teatri, perfino campus universitari. Senza dimenticare poi che la National Rifle Association e i produttori di armi sostengono economicamente molti politici. In una cultura delle armi e del grilletto facile come questa, quindi, il razzismo violento è un’ovvia conseguenza.

Al razzismo si associa la paura: molti poliziotti (non la maggioranza, ma molti) hanno paura. Temono i neri e allo stesso tempo li vedono quindi come un facile bersaglio, sia per mancanza di formazione professionale sia perché sono profondamente razzisti.

La situazione è aggravata dalle scelte di certi media che qui in America amano le storie di violenza, soprattutto quando si tratta di persone di colore. A riprova di questo voglio fare un esempio, ricordando che non vi fu alcuna levata di scudi quando qualche mese fa alcuni bianchi minacciarono di uccidere la polizia al Bundy Ranch. Cliven Bundy, il proprietario del ranch, era un bianco che rifiutava di pagare le tasse e aveva sollevato una protesta armata, minacciando la secessione e la rivolta contro gli Stati Uniti. Fino a quando il governo, che in questa occasione non sparò neanche un lacrimogeno, si ritirò dal terreno conteso. In quell’occasione chi aveva sparato contro la polizia non è stato nemmeno arrestato. E potrei fare un numero impressionante di esempi discriminatori di questo tipo.

Il vero nodo di tutta la questione rimane sempre lo stesso: il facile profitto che si trae dal razzismo. È stato una fonte di guadagno fin dalle sue origini: con lo sfruttamento gratuito e permanente degli schiavi; con le leggi sul “vagabondaggio”, che permettevano la cattura di qualsiasi persona di colore fuori dalla sua casa per costringerla ai lavori forzati; riempiendo a proprio vantaggio le prigioni a gestione privata incarcerando giovani neri per reati per i quali nessun bianco andrebbe mai in galera; con la repressione degli elettori nelle comunità dove i neri sono in maggioranza. Senza dimenticare il deliberato incitamento al razzismo da parte dei ricchi, così che i bianchi poveri si possano sentire superiori agli altri e non pensino a rivolgere la loro rabbia contro la classe che li sfrutta e li inganna.

In questi tempi cattivi, alcuni vorrebbero che il presidente Obama facesse di più. Ma io non credo che il presidente avrebbe dovuto “fare di più”. Che cosa poi? Barack Obama è il presidente di tutti, non il presidente dei neri. Non dimentichiamo che sua madre e chi lo ha cresciuto erano bianchi. Spesso i giudizi e le reazioni politiche, sono il frutto della piaggeria e del desiderio di apparire in tv, per mostrare quanto “si conta”: è il caso dell’ex sindaco Giuliani, che ora si mostra come il protettore dei poliziotti, ma che a suo tempo è stato odiato da loro come tutti i sindaci di New York, compreso l’attuale sindaco de Blasio, che oggi i sindacati di polizia accusano, a torto, di avere «le mani sporche di sangue ».

Nonostante tutto, comunque, la mia speranza è più forte che mai, grazie alle nuove generazioni. Ho assistito a grandi cambiamenti negli anni in cui ho insegnato a Princeton: ho visto adolescenti e ventenni, sconvolti e disgustati dal razzismo sfacciato. Vedo che nelle manifestazioni che si svolgono spontaneamente in tutto il paese ci sono tantissimi giovani: neri, bianchi, ispanici. Non bisogna credere ai media che mostrano proteste violente; la maggior parte di esse non lo è; i manifestanti sono pacifici, sono le loro richieste a essere forti e decise. Naturalmente, ci sono gli outsider che si insinuano nelle manifestazioni e accendono focolai di violenza; ma questo è sempre successo. Dall’altra parte vediamo proteste diverse: come quella di medici, infermieri e tirocinanti che in diversi ospedali d’America si sono sdraiati in massa per terra nei loro camici bianchi per quello che viene chiamato un “die-in”, una protesta pacifica dove ci si finge morti per denunciare il fatto che la polizia non viene mai chiamata a prendersi la responsabilità delle proprie azioni. È questo il tenore della maggior parte delle manifestazioni: ma la stampa tende a ignorarlo.

Davanti a tanta partecipazione, quella di migliaia di americani ovunque e senza distinzioni di classe, sono fiduciosa e ottimista. E nutro l’incrollabile speranza che le cose cambieranno in meglio, con il tempo e con le generazioni che verranno. Ne sono sicura.

(Testo raccolto da Anna Lombardi. Traduzione di Anna Pastore)

In Italia i poveri sono più poveri della media europea: al 40% della popolazione va il 19,8% del reddito complessivo contro una media del 21,2%» Ma in compenso i ricchi diventano sempre più ricchi. Il manifesto, 24 dicembre 2014

Dai recenti dati dell’Ocse e del Social Insti­tute Moni­tor Europe in tema di dise­guale distri­bu­zione del red­dito (il mani­fe­sto del 17 dicem­bre), risulta con­fu­tato il prin­ci­pale mito ideo­lo­gico dei libe­ri­smi vec­chi e nuovi, l’idea secondo cui una mag­giore dise­gua­glianza offri­rebbe ai più ric­chi cospi­cue oppor­tu­nità d’investimento e quindi ali­men­te­rebbe la cre­scita, con bene­fi­cio di tutti.

Il ragio­na­mento (sul quale fanno leva da sem­pre le cam­pa­gne della destra neo­li­be­rale e della stessa sini­stra social-liberista) pro­spetta uno sce­na­rio nel quale, favo­rendo la cre­scita, la tem­po­ra­nea rinun­cia alla giu­sti­zia sociale garan­ti­rebbe, poi, giu­sti­zia e benes­sere, poi­ché ben pre­sto il mag­gior benes­sere «sgoc­cio­le­rebbe» anche sui più poveri. Pec­cato che ogni evi­denza – e la dram­ma­tica crisi nella quale ci dibat­tiamo – mostra il con­tra­rio.

Non solo la dise­gua­glianza tende ad autoa­li­men­tarsi radi­ca­liz­zando le spe­re­qua­zioni, ma mar­cia altresì di pari passo con la sta­gna­zione. L’ingiustizia, insomma, avvan­tag­gia sol­tanto i più ric­chi, men­tre rovina la stra­grande mag­gio­ranza della popo­la­zione. E il libe­ri­smo si con­ferma per quel che è: un’arma letale, oltre che sul piano etico e della coe­sione sociale, anche sul ter­reno economico.
Ma i dati Ocse e Sime offrono anche l’opportunità di riflet­tere su talune spe­ci­fi­cità del caso ita­liano, per rica­varne una rap­pre­sen­ta­zione sin­te­tica degna di atten­zione. La società ita­liana è sem­pre più dise­guale. Que­sto è un trend euro­peo e glo­bale, ma in Ita­lia le spe­re­qua­zioni appa­iono par­ti­co­lar­mente forti. Per citare il dato più signi­fi­ca­tivo, al 40% più povero della popo­la­zione ita­liana va il 19,8% del red­dito com­ples­sivo, con­tro una media euro­pea del 21,2. I poveri in Ita­lia sono dun­que più poveri rispetto alla media. Non bastasse, ciò che a que­sto punto si evita accu­ra­ta­mente di aggiun­gere è che anche que­sta meda­glia ha, come tutte, il suo rovescio.

Se i poveri sono più poveri, i ric­chi sono sem­pre più ric­chi, e molto pro­ba­bil­mente tra i due feno­meni sus­si­ste qual­che con­nes­sione. Basti anche qui il dato più rile­vante: la ric­chezza netta delle fami­glie ita­liane aveva nel 2012 un valore pari a 8 volte il valore del red­dito dispo­ni­bile, men­tre nel 2001 il rap­porto era di “appena” il 6,7. Men­tre il pub­blico si impo­ve­ri­sce e si inde­bita, il pri­vato regi­stra dun­que un signi­fi­ca­tivo aumento delle pro­prie sostanze.

Il dato sul quale si pone sem­pre l’accento per avva­lo­rare l’impellente neces­sità delle cosid­dette riforme strut­tu­rali è l’ingente debito pub­blico, supe­riore ai 2.200 miliardi. Nes­suno mai ricorda invece che la ric­chezza netta delle fami­glie ita­liane (le meno inde­bi­tate d’Europa) supera (dati del 2013) gli 8.700 miliardi di euro.

Il che sarebbe un bene, inten­dia­moci. Se que­sta enorme ric­chezza pri­vata non fosse distri­buita in modo disa­stro­sa­mente ini­quo (lo è in modo molto più spe­re­quato del red­dito: l’indice che misura la dise­gua­glianza della sua distri­bu­zione è pari a 62,3%, con­tro il 33,3% dell’indice di con­cen­tra­zione dei red­diti, onde il 10% delle fami­glie più ric­che pos­siede oltre il 45% della ric­chezza). Se non con­vi­vesse con una povertà dif­fusa e dram­ma­tica. Se, pro­prio in forza della sua col­lo­ca­zione, non con­cor­resse al tempo stesso al declino del paese e al suo cre­scente indebitamento.

Anche a pro­po­sito del debito pub­blico – a causa del quale l’Italia è un sor­ve­gliato spe­ciale sui mer­cati finan­ziari e in Europa, ed è costretta a una con­ti­nua ridu­zione di piani di spesa ormai incom­pa­ti­bili con la manu­ten­zione del wel­fare – si impone un chia­ri­mento, prima di trarre qual­che rapida con­clu­sione.

Si sa – anche se si suole sor­vo­lare – che il debito schizza in alto, irre­ver­si­bil­mente, quando, a par­tire dai primi anni Ottanta, governi e Banca d’Italia deci­dono di tra­sfor­mare il grande capi­tale pri­vato in pre­sta­tore, esen­tan­dolo di fatto dall’obbligo fiscale di con­tri­buire in misura ade­guata alla spesa pub­blica, anche attra­verso il cosid­detto divor­zio tra Banca d’Italia e Tesoro. Il fatto che il debito ita­liano si rad­doppi tra il 1981 e il ’95 (pas­sando dal 58 al 121% del pil) non è la con­se­guenza di una spesa pub­blica abnorme e meri­te­vole di tagli dra­co­niani, ma della scelta tutta poli­tica di remu­ne­rare il capi­tale pri­vato sol­le­van­dolo dalla gran parte degli oneri fiscali da una parte e limi­tando la cre­scita dei salari reali dall’altra.

Anche que­sto intrec­cio per­verso tra debito pub­blico ed eva­sione fiscale ha molto a che fare con la dise­gua­glianza, in quanto il mec­ca­ni­smo di remu­ne­ra­zione del debito opera nel senso di un con­ti­nuo e cre­scente spo­sta­mento di red­dito dal pub­blico al pri­vato, e in par­ti­co­lare alla quota più ricca della popo­la­zione, attra­verso il paga­mento degli interessi.

Il risul­tato del pro­cesso è pla­stico, nella sua para­dos­sa­lità. Da debi­tore insol­vente (da anni in l’Italia l’economia som­mersa è sti­mata rap­pre­sen­tare in modo sta­bile più del 15% del Pil), il capi­tale si tra­sforma magi­ca­mente in cre­di­tore, e costringe lo Stato a una spesa per inte­ressi che dal 1992 è l’unica causa della cre­scita dell’indebitamento pub­blico (e che, nel giro di trent’anni, ha com­por­tato un esborso di oltre 2.100 miliardi, pari quasi all’intero ammon­tare del debito). Anche così si spiega il fatto che la pro­prietà del debito sia oggi per il 50% in mano ai pri­vati ita­liani (fami­glie, ban­che e altre isti­tu­zioni finan­zia­rie). Il che, se da una parte riduce la dipen­denza del paese dagli attac­chi spe­cu­la­tivi, dall’altra con­corre ad accre­scere la dise­gua­glianza tra chi prende gli inte­ressi e chi paga le tasse.
In que­sto qua­dro l’evasione fiscale (circa 140 miliardi annui) ali­menta un ulte­riore dia­bo­lico cir­colo vizioso poi­ché, oltre a essere una delle prin­ci­pali cause dell’alto debito pub­blico, rende anch’essa sem­pre più dise­guale la distri­bu­zione del red­dito, facendo sì che il pre­lievo fiscale col­pi­sca soprat­tutto il lavoro dipen­dente (sul quale in Ita­lia grava la più alta ali­quota impli­cita di tas­sa­zione di tutta la Ue).

Ora pro­viamo a rileg­gere que­ste risul­tanze den­tro un qua­dro uni­ta­rio e sin­te­tico. Che cosa ne sor­ti­sce? Della cre­scente dise­gua­glianza e ini­quità del sistema si è detto: la pola­riz­za­zione vede con­trap­po­sti set­tori sociali poveri (sem­pre più vasti e più poveri) a set­tori ric­chi (pro­por­zio­nal­mente sem­pre più ric­chi). Se a ciò si aggiunge che tale mec­ca­ni­smo di ripartizione/riproduzione della ric­chezza nazio­nale fun­ziona in pre­senza di una per­cen­tuale pato­lo­gica di evasione/elusione fiscale e di un volume di cor­ru­zione sti­mato in circa 60 miliardi annui, ci pare se ne possa sin­te­ti­ca­mente con­clu­dere che, nella sua odierna con­fi­gu­ra­zione, l’economia ita­liana – il cosid­detto sistema-paese – non è sol­tanto un mec­ca­ni­smo fon­dato su ingiu­sti­zie eco­no­mi­ca­mente rovi­nose, ma anche un sistema di domi­nio lar­ga­mente basato sull’illegalità.

Lascian­dosi andare per l’ennesima volta, in que­sti giorni, a ester­na­zioni poli­ti­ca­mente impe­gna­tive a soste­gno del governo in carica, il pre­si­dente della Repub­blica ha pero­rato la causa della sta­bi­lità, rite­nendo di potere così moti­vare, alla vigi­lia delle dimis­sioni, le pro­prie scelte e il pro­prio inter­ven­ti­smo, a tanti auto­re­voli osser­va­tori apparso spesso costi­tu­zio­nal­mente discu­ti­bile. Sem­bra un po’ il Sordi della “Grande guerra”, che esor­tava a «fare i buoni» i sol­dati che, in fila, atten­de­vano di essere spe­diti al fronte. Qua­lora potes­simo per­met­terci di rivol­ger­gli una domanda, gli chie­de­remmo se la sta­bi­lità alla quale si è rife­rito riguardi per caso anche que­sto stato di cose

Fornire armi all'avversario, quando non è tradimento della ragione per cui si lotta, è una stupidaggine sesquipedale.

Il manifesto, 24 dicembre 2014

Opporsi alla grande, inu­tile e dan­nosa Tav che buca le mon­ta­gne della Val Susa è ormai, e per for­tuna, diven­tato per­sino senso comune. Decenni di lotte duris­sime e soli­ta­rie prima di arri­vare final­mente al con­vin­ci­mento di una larga mag­gio­ranza di cit­ta­dini. Anche gra­zie alla “grande opera” di infor­ma­zione capil­lare e autorevole.

Pro­prio per que­sto le recenti e con­ti­nuate azioni di sabo­tag­gio delle linee fer­ro­via­rie usate nor­mal­mente dagli ita­liani (e spe­cial­mente in que­sti giorni di feste nata­li­zie) sono il modo migliore per togliere con­senso a tutto quello che il movi­mento NoTav ha saputo costruire negli anni.

Bru­ciare i cavi nei poz­zetti che ali­men­tano la cir­co­la­zione dei treni sono sì un “atto dimo­stra­tivo”, ma di cre­ti­ni­smo poli­tico di rara natura. Che ben s’accoppia con gli allar­mi­smi del nostro mini­stro delle Infra­strut­ture che grida al “ter­ro­ri­smo”. Senza che (finora) ci sia stata riven­di­ca­zione, e con quella scritta NoTav che non si capi­sce da quanto tempo fosse lì. Più accorto si è dimo­strato il pre­si­dente Renzi par­lando di “sabotaggio”.

Oltre­tutto met­tendo stracci imbe­vuti di ben­zina lungo la fer­ro­via non si bru­ciano solo i cavi dell’alta ten­sione elet­trica, ma si toc­cano anche quei nervi sco­perti della memo­ria col­let­tiva messa a dura prova nei momenti più tra­gici e bui della nostra sto­ria. Come avvenne nei giorni di Natale con il treno 904 una tren­tina d’anni fa.

Certo la ribalta media­tica è assi­cu­rata, ma lo sono anche le male­di­zioni delle migliaia di per­sone che in que­ste ore si met­tono in viag­gio con già abba­stanza pro­blemi da risol­vere e con nes­suna voglia di doverne sop­por­tare un carico aggiuntivo. Da parte di chi, magari, pensa di pra­ti­care scor­cia­toie che come sem­pre nella sto­ria fini­scono su un bina­rio morto

«Jobs act. Niente articolo 18, allargamento alle procedure collettive e alle aziende che passano sopra i 15 addetti. Ecco il nuovo contratto. Il consiglio dei ministri vara il primo decreto: licenziare sarà più facile e costerà meno alle imprese. Damiano: "Norme da cancellare"».

Il manifesto, 24 dicembre 2014

Il pacco di natale lo stanno infioc­chet­tando diret­ta­mente a palazzo Chigi. Que­sta mat­tina sarà il con­si­glio dei mini­stri a scar­tarlo, seb­bene il con­te­nuto dif­fi­cil­mente sarà noto subito ai lavo­ra­tori ita­liani in tutte le sue parti: come al solito ci si limi­terà agli annunci. Renzi ven­derà il con­tratto a tutele cre­scenti come un modo per dare lavoro ai gio­vani e com­bat­tere la precarietà.

In realtà sosti­tui­sce in toto il con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato: c’è già la fila di aziende pronte a licen­ziare i pro­pri lavo­ra­tori e a rias­su­merli col nuovo con­tratto. Il primo decreto delega del Jobs act san­cirà comun­que la can­cel­la­zione dell’articolo 18 dalla legi­sla­zione italiana.

Dopo 44 anni di vita, il rein­te­gro in caso di licen­zia­mento senza giu­sta causa rimarrà solo per i licen­zia­menti di tipo discri­mi­na­to­rio, tute­lati dalla Costi­tu­zione, che per for­tuna non era oggetto della delega in bianco votata dal par­la­mento al governo.

Per il resto la libertà di licen­zia­mento pro­pa­gan­data dai con­si­glieri eco­no­mici di Mat­teo Renzi - il boc­co­niano Tom­maso Nan­ni­cini, Yoram Gut­geld e il respon­sa­bile eco­no­mia Pd ed ex civa­tiano Filippo Tad­dei - sarà sostan­zial­mente totale. Con il mini­stro del lavoro Giu­liano Poletti nel ruolo di media­tore rispetto alle richie­ste spon­so­riz­zate da Mau­ri­zio Sac­coni e Pie­tro Ichino.

Anche l’unica pic­cola vit­to­ria della mino­ranza Pd - il ripri­stino del rein­te­gro in alcuni casi di licen­zia­menti disci­pli­nari - sarà supe­rato dalla cosid­detta opting out: la pos­si­bi­lità per l’azienda di sce­gliere di pagare un inden­nizzo al posto del rein­te­gro. Con il con­ten­tino per i lavo­ra­tori di rice­vere la cifra a tas­sa­zione agevolata.

La quan­ti­fi­ca­zione degli inden­nizzi è già stata fis­sata e riduce di molto i livelli pre­vi­sti dalla riforma For­nero: per le aziende fino a 15 dipen­denti si pre­vede una mezza men­si­lità per ogni anno di anzia­nità, per quelle da 16 a 200 dipen­denti si sali­rebbe a 1,5 men­si­lità per anno, sopra i 200 dipen­denti si andrebbe a due men­si­lità per anno. Il tetto mas­simo per i dipen­denti con più anzia­nità sarebbe inva­riato a 24 men­si­lità. Per ovviare al rischio che ai datori di lavoro con­venga assu­mere e poi licen­ziare dopo un anno, sfrut­tando gli incen­tivi sui nuovi assunti pre­vi­sti in legge di sta­bi­lità, il governo sem­bra orien­tato ad aumen­tare a 3 men­si­lità l’indennizzo per il licen­zia­mento dopo un solo anno.

Ma la novità di gior­nata peg­giore per i lavo­ra­tori ita­liani riguarda la ven­ti­lata pos­si­bi­lità di allar­gare tutta la par­tita in modo spro­po­si­tato: la nuova nor­ma­tiva sul con­tratto a tutele cre­scenti riguar­de­rebbe infatti non solo i licen­zia­menti indi­vi­duali ma anche i licen­zia­menti col­let­tivi. Andando quindi ad inter­ve­nire su tutte le gestioni delle crisi azien­dali rego­late dalla legge 223 del 1991, ora usata in caso di esu­beri. In que­sto modo c’è il rischio reale che le imprese scel­gano chi licen­ziare sca­val­cando i cri­teri che oggi impo­gono un ten­ta­tivo di con­ci­lia­zione di 75 giorni con i sin­da­cati e - soprat­tutto - cri­teri pre­cisi per l’individuazione del per­so­nale in esu­bero, tute­lando chi ha cari­chi fami­liari. Insomma, un colpo di mano che per­met­te­rebbe agli impren­di­tori di disfarsi come e quando vogliono di chi scio­pera, di chi con­te­sta, di chi non gli aggrada.

In più nella bozza di palazzo Chigi è pre­vi­sta una norma che con­sen­tirà alle aziende ora sotto i 15 dipen­denti che aumen­tino la loro forza lavoro di appli­care a tutti i loro lavo­ra­tori il nuovo con­tratto a tutele cre­scenti, eli­mi­nando quindi per tutti la tutela dell’articolo 18 che deri­vava dall’aver appunto supe­rato quota 15 addetti. Ver­rebbe così supe­rato l’ostacolo sem­pre strom­baz­zato dalla destra libe­rale: «In Ita­lia le pic­cole aziende non assu­mono per­ché sopra i 15 dipen­denti c’è l’articolo 18».

L’ultima beffa per i lavo­ra­tori - ieri data per meno pro­ba­bile - riguarda la pos­si­bi­lità di licen­zia­mento per scarso ren­di­mento. Anche in que­sto caso a sta­bi­lire se il lavo­ra­tore sia poco pro­dut­tivo sarebbe esclu­si­va­mente l’imprenditore, men­tre al lavo­ra­tore non rimar­rebbe che dimo­strare di essere stato licen­ziato per discriminazione.

Pos­si­bile poi che il con­si­glio dei mini­stri vari il secondo decreto delega, quello sugli ammor­tiz­za­tori sociali. L’Aspi della For­nero dovrebbe essere esteso anche ai co .co .pro - con­tratto che Renzi ha pro­messo di can­cel­lare - allun­gan­done la coper­tura. Ma senza risorse pare una mano­vra assai com­pli­cata per­fino uti­liz­zando i fondi - 500 milioni - per la cassa in deroga: anche que­sti lavo­ra­tori dovreb­bero esserne coperti e quindi non si capi­sce come aumenterebbero.

Una situa­zione che porta Cesare Damiano - pre­si­dente della com­mis­sione Lavoro, una delle due che deve dare un parere vin­co­lante su ogni decreto entro 30 giorni, per poi far tor­nare il testo in con­si­glio dei mini­stri - a fare la voce grossa: «Opting out, allar­ga­mento delle norme ai licen­zia­menti col­let­tivi e licen­zia­mento per scarso ren­di­mento sono prov­ve­di­menti gravi che vanno al di fuori del testo della delega. Vanno tutti e tre eli­mi­nati. Diver­sa­mente avrebbe ragione il mini­stro Alfano: il sarebbe scritto con la mano destra»
«Ieri il Papa si è rivolto alla Curia romana, ma le sue parole colpiscono praticamente tutti gli organi di potere dell’odierna società, dalla politica all’economia, dalle università ai tribunali, in Italia e ovunque nel mondo. Al primo posto la "malattia di sentirsi immortale e indispensabile"».

La Repubblica, 23 dicembre 2014

VIVA il Papa e abbasso la Curia!, verrebbe spontaneo gridare dopo il magnifico e severo discorso che papa Francesco ha rivolto ieri ai responsabili della Curia romana. Il discorso con un’analisi ammirevole e coraggiosa elenca ben quindici malattie che secondo il Papa aggrediscono l’organismo di potere vaticano, ma in realtà si tratta di un’analisi perfettamente estendibile a tutte le altre nomenclature, a tutte le corti che nel mondo si formano inevitabilmente attorno a chi detiene il potere. Ieri il Papa si è rivolto alla Curia romana, ma le sue parole colpiscono praticamente tutti gli organi di potere dell’odierna società, dalla politica all’economia, dalle università ai tribunali, in Italia e ovunque nel mondo. Tra le malattie della mente e del cuore dei burocrati vaticani e non, il Papa pone al primo posto ciò che definisce (1) la «malattia del sentirsi immortale o indispensabile», vale a dire l’identificazione del proprio sé con il potere.

SEGUONO (2) «la malattia dell’eccessiva operosità» e (3) «l’impietrimento mentale e spirituale», intendendo con ciò l’atteggiamento di coloro che «perdono la vivacità e l’audacia e si nascondono sotto le carte diventando macchine di pratiche». Le altre malattie del potere, elencate dal Papa spesso con termini colorati, sono: (4) l’eccessiva pianificazione, (5) il cattivo coordinamento che trasforma una squadra in «un’orchestra che produce chiasso», (6) «l’Alzheimer spirituale» che fa perdere la memoria dell’incontro con il Signore e consegna in balìa delle passioni, (7) la rivalità e la vanagloria, (8) la schizofrenia esistenziale che porta a vivere una doppia vita, di cui la seconda è all’insegna della dissolutezza, (9) le chiacchiere e i pettegolezzi che arrivano a un vero e proprio «terrorismo» delle parole, (10) la divinizzazione dei capi in funzione del carrierismo, (11) l’indifferenza verso i colleghi che priva della solidarietà e del calore umano e che anzi fa gioire delle difficoltà altrui, (12) la faccia funerea di chi è duro e arrogante e non sa che cosa siano l’umorismo e l’autoironia, (13) il desiderio di accumulare ricchezze, (14) i circoli chiusi e infine (15) l’esibizionismo.
Queste sono le numerose malattie che secondo il Papa aggrediscono la Curia romana e i suoi responsabili. Ma una domanda s’impone: è davvero così semplice separare il Pontefice dalla sua amministrazione? La Curia romana è una creatura dei Papi, è l’espressione di ciò che per secoli è stato il Papato, governata dagli infallibili successori di Pietro dei quali tra l’altro quasi tutti coloro che hanno regnato nel ‘900 sono stati proclamati santi o beati. Com’è quindi possibile il paradosso di papi così vicini a Dio e tuttavia incapaci di mettere ordine tra i più stretti collaboratori, scelti da loro stessi? Come si concilia lo splendore dei pontefici canonizzati con una curia che dipende da loro direttamente e che è così tanto malata?
La Curia romana non è piovuta in Vaticano dal cielo, né è stata messa lì da qualche potentato straniero, ma è sorta quale logica emanazione della politica ecclesiastica papale che ha fatto del Vaticano un centro di potere assoluto, e non un organo di servizio come vorrebbe oggi papa Francesco. Se si vuole la coerenza del ragionamento, indispensabile alla coerenza della vita giustamente tanto cara a papa Francesco, occorre concludere che i mali della Curia romana non possono non essere esattamente i mali dello stesso potere pontificio.
Il papato per secoli ha concepito se stesso come potere assoluto senza spazio per una minima forma di critica e meno che mai di opposizione, traducendo fisicamente questa impostazione in precisi segni di spettacolare effetto quali il bacio della pantofola, la sedia gestatoria, e la tiara pontificia detta anche triregno tempestata di pietre preziose. Chi lavorava in Curia respirava quotidianamente quest’aria e non c’è nulla da meravigliarsi se poi, nella sua vita privata, tendesse a riprodurne la logica circondandosi a sua volta di lusso e di potere. È stato così per secoli e, come fa intendere il discorso di papa Francesco, è così ancora oggi. Emblematico è il caso del cardinal Bertone, per anni a capo della Curia romana e ora autopremiatosi con un lussuoso superattico nel quale probabilmente si aggira fiero contemplando i frutti di un fedele servizio alla logica del potere.
L’impietrimento mentale e spirituale denunciato da papa Francesco come malattia n. 3 non è altro che la conseguenza di come nei secoli è stata interpretata la figura del successore di Pietro. Quindi la riforma della curia non può che condurre a una riforma del papato. Avrà la forza papa Francesco per intraprendere questa strada? La volontà, di sicuro, sì.

«Un partito-ombra, totalmente sconosciuto agli elettori, in grado di gestire i traffici di appalti e tangenti. E perfino di cambiare le leggi e condizionare le decisioni del parlamento per garantire l'impunita».

LEspresso, 25 dicembre 2014

Nell'unica riforma anti-corruzione varata in Italia dal 2000 ad oggi si nasconde una sorpresa tinta di rosso: la norma più criticata, quella che ha diviso in due il reato di concussione, è servita prima di tutto a salvare le grandi cooperative edilizie emiliane da un processo potenzialmente rovinoso. Favorendo anche un imputato politico di primo piano, l'ex numero uno del Pd lombardo Filippo Penati. Quando la tagliola della prescrizione ha annientato le accuse più gravi, però, i magistrati di Monza hanno trasmesso ad almeno due procure emiliane le notizie di reato più compromettenti. Ricavate da intercettazioni e da altri elementi d'accusa che hanno fatto sospettare l'esistenza di un alivello nazionale» di rapporti tra affari e politica. Una specie di partito-azienda in versione di sinistra. O meglio, un partito-ombra, totalmente sconosciuto agli elettori, in grado di gestire i traffici di appalti e tangenti. E perfino di cambiare le leggi e condizionare le decisioni del parlamento per garantire l'impunita.
L'inchiesta di Monza non ha potuto essere confermata né smentita dai processi, azzerati sul nascere proprio dalla riscrittura del reato di concussione, ma certamente non è liquidabile come un'accusa isolata. Altri indizi di un possibile 'sistema nazionale», che potrebbe collegare alcune tra le maggiori cooperative rosse con una parte del Pd, sono stati raccolti dai pm milanesi che continuano a indagare sull'Expo, dopo aver ottenuto la prima raffica di patteggiamenti. Anche i magistrati veneziani che hanno scoperchiato lo scandalo del Mose, spingendo decine di imprenditori a confessare, hanno raccolto testimonianze su presunti accordi segreti tra le cooperative venete e i colossi emiliani per spartirsi, con la benedizione delle rispettive correnti locali e nazionali del Pd, gli appalti miliardari di Venezia.
Oggi gli interrogativi sul grado di coinvolgimento della sinistra nel malaffare politico-affaristico sono tornati di drammatica attualità con le retate di "Mafia Capitale". L'inchiesta della Procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone ha rivelato un'alleanza trasversale tra il cooperatore rosso Salvatore Buzzi e l'ex terrorista di destra Massimo Carminari, ora in cella come capo di un'organizzazione mafiosa cresciuta con la corruzione. Lo scandalo ha travolto l'amministrazione nera di Gianni Alemanno, ma ha colpito anche importanti esponenti del Pd laziale, riaprendo una polemica che viene da lontano: i compagni che rubano sono solo "mele marce" o frutti avvelenati di un "sistema"?
Le Procure più attive nella lotta alla corruzione inseguono da più di vent'anni il fantasma di un possibile livello «nazionale» delle tangenti rosse. Nel 1992-94 i magistrati del pool Mani Pulite eran riusciti a provare che l'allora Pci, a Milano, era dentro nel «sistema»: le tangenti sugli appalti venivano divise tra i partiti di maggioranza e opposizione con percentuali prefissate. A beneficiare del malaffare milanese però era solo la corrente migliorista, alleata con il Psi di Craxi. In un unico caso, con le corruzioni per gli appalti dell'Enel, i magistrati dimostrarono il coinvolgimento del Pci a livello centrale. Di qui la condanna definitiva di Primo Greganti come tesoriere nazionale delle tangenti rosse. II suo silenzio, nonostante una lunghissima carcerazione preventiva, ha però impedito di smascherare i suoi complici nella sinistra, anche perché il "compagno G" aveva approfittato della crisi del Pci per tenersi le ultime mazzette e comprarsi una casa a Roma. Vent'anni dopo, nonostante o forse a causa di quella condanna, Greganti ha potuto rimettere le mani sui grandi appalti dell'Expo.
Nel 2013-2014 il suo ruolo è cambiato: non porta più le tangenti al partito, ma le intasca per sé, insieme all'altro pregiudicato berlusconiano Gianstefano Frigerio e a nuovi faccendieri di centrodestra. Le microspie della Procura registrano che nella Tangentopoli di oggi sono proprio i faccendieri a «formare le squadre» di imprese che vincono gli appalti dell'Expo. E quando confessa le sue corruzioni, anche l'industriale Enrico Maltauro conferma di essersi associato alle cooperative rosse, come la Manutencoop o la Cefla di Imola, «per avere una copertura politica a sinistra. Maltauro è il primo a parlare ai magistrati di «un sistema illecito nazionale» e a fare i nomi dei presunti protettori politici dei faccendieri: «Greganti mi parlava di Bersani, Fassino, Burlando e Sposetti; Frigerio aveva come riferimenti Berlusconi, Letta, Lupi e Maroni.. Nessuno di loro è indagato: le inchieste non hanno accertato alcun versamento ai partiti. Piuttosto, sono le imprese che sembrano diventate correnti: il Manuale Centelli applicato agli appalti.
L'odore di «sistema» torna fortissimo se, accanto alle indagini, si tiene d'occhio il parlamento. 14 ottobre 2013 l'imprenditore Maltauro, che ignora di essere intercettato, spiega a Frigerio perché dovrà rinunciare a un alleato come la cooperativa rossa Cmc di Ravenna: «Abbiamo un problema molto pesante, molto serio, con i nostri amici di Cmc... C'è stata una richiesta del pm di bloccare l'operatività dell'azienda... Quindi, se vedi Primo (Greganti) gli dici: scusa, adesso vediamo come fare...». II «problema» che spinge Maltauro a rinunciare alla Cmc per puntare sulla Manutencoop è l'inchiesta sul porto di Molfetta: oltre 150 milioni di euro sprecati in un tratto di costa minato da migliaia di ordigni inesplosi. Principale indagato è l'ex sindaco Antonio Azzolini, ora senatore del Nuovo Centrodestra.
II 4 dicembre scorso il Senato ha negato alla procura di Trani l'autorizzazione a usare come prove le intercettazioni del politico. Gli atti parlamentari registrano un voltafaccia del Pd: l'ex pm Felice Casson era favorevole alle intercettazioni, ma la maggioranza del partito lo ha sconfessato. Forse è solo un caso. O forse Maltauro conosce davvero il «sistema»: se il partito di Alfano e Lupi pensava al suo senatore, magari «il problema» del Pd era proprio la Cmc. A Monza la Procura è salita ancora più in alto, mettendo sotto inchiesta il Consorzio Cooperative Costruzioni (Ccc) di Bologna, un colosso con 240 imprese associate e 20 mila dipendenti, guidato da Omer Degli Esposti. L'accusa più grave, rivolta in primis al democratico Penati, riguardava la maxi-area dell'ex Falck: per renderla edificabile il politico avrebbe preteso dieci milioni di euro, incassandone almeno due tra il 2000 e il 2003, versati da due imprenditori che poi hanno confessato. In aggiunta, i proprietari dei terreni, Luca e Giuseppe Pasini, si sarebbero sentiti imporre un ricatto economico: affidare i lavori residenziali alla Ccc; e pagare altri 2,4 milioni, mascherati da false consulenze, a due professionisti, indicati come presunti tesorieri di Degli Esposti.
Importanti conferme a queste accuse sono arrivate da altri due grandi imprenditori: sia Edoardo Caltagirone che l'allora amministratore delegato della Falck hanno testimoniato che, per fare affari edilizi in una città rossa come Sesto San Giovanni, bisognava per forza trattare con la Ccc. E pagare i due presunti consulenti-tesorieri di Degli Esposti. La Ccc, per inciso,è ricomparsa nell'affare immobiliare dell'ex Falck anche con la nuova proprietà (non indagata). Convinti di avere «prove plateali» sul sistema Penati-Pd-Ccc, i pm di Monza chiedono i) rinvio a giudizio il 24 settembre 2012. La legge Severino viene approvata il 6 novembre ed entra in vigore il 14: l'effetto è la prescrizione immediata della «concussione per induzione» contestata alla Ccc. Anche Penati, dopo aver dichiarato di voler sfidare in aula i suoi accusatori (rimarcando che Pasini padre si candidò con Forza Italia), alla fine approfitta del colpo di spugna e ora resta imputato solo delle corruzioni meno gravi. Mentre Degli Esposti e la sua Ccc non sono stati neppure processati. Di tutta l'istruttoria monzese, a questo punto restano aperti solo i tronconi inviati ad altre procure: i magistrati di Monza hanno intercettato, tra l'altro, colloqui riservati tra Omer Degli Esposti e alcuni parlamentari della vecchia guardia del Pd tra cui lo storico tesoriere nazionale Ugo Sposetti. E nel mirino c'è sempre il «sistema» cooperative-partito.
Anche a Venezia spuntano nuove piste investigative sul malaffare di sinistra. Piergiorgio Baita, l'ex manager della Mantovani spa, ne ha parlato per primo negli interrogatori-fiume in cui si giocava la scarcerazione e il futuro dell'azienda di cui era anche azionista. Il punto da chiarire era molto delicato: nel Consorzio Venezia Nuova (Cvn), la cabina di regia del Mose, hanno trovato posto le cooperative rosse venete, riunite nel Coveco, ma anche il colosso emiliano Ccc, rappresenrato dal solito Omer Degli Esposti. Eppure a gestire tutti i traffici di fondi neri e tangenti, con soci del calibro di Mantovani, Condotte, Mazzi-Fincosit e altri signori degli appalti, sembrano essere solo i cooperatori veneti. Baita risponde ai pm rivelando che sul Mose sarebbe esistito «un accordo. ovviamente riservato, «tra le cooperative venete e quelle emiliane». Il verbale integrale sembra una lezione: «I consorzi di cooperative sono entità che dovrebbero coordinare tutte le cooperative associate», spiega Baita. «La prima finalità è di squisita matrice imprenditoriale: consentire a una cooperativa di utilizzare i requisiti di un'altra associata per partecipare a bandi di gara... Per questo ci sono consorzi di tipo nazionale o locale: il più grosso dei nazionali è il Ccc di Bologna, quelli locali sono il Coveco nel Veneto, l'Etruria in Toscana...».
Ed eccoci a Venezia: «Chi dovesse rappresentare le cooperative nel Cvn è stato oggetto di un aspro scontro tra il consorzio nazionale di Bologna e i locali del Coveco., dichiara Baita. Che precisa: «I1 Coveco è storicamente un associato di Venezia Nuova, mentre il Ccc è entrato più recentemente. Quando? «Quando c'era Bargone ministro dei Lavori pubblici, che ne chiese l'inserimento nella compagine del Mose». Per l'esattezza Antonio Bargone è stato sottosegretario ai Lavori Pubblici nei governi Prodi, D'Alema e Amato dal 1996 al 2001; poi è diventato presidente di una società autostradale. Dopo il suo intervento, sempre secondo Baita, «all'interno del Cvn non si capiva più chi dovesse rappresentare le cooperative: se il rappresentante del Ccc di Bologna, Degli Esposti, o quello del Coveco: la mediazione fu favorita da Giovanni Mazzacurati». Il presidente-padrone del Cvn, conclude Baita, decise di lasciare un veneto, Pio Savioli, in grado di «fare da equilibrio tra i due consorzi e le varie parti politiche che rappresentano, perchè il Coveco faceva riferimento a una certa sfera di sinistra e il Ccc a un'altra». Un gran bel patto tra affari e politica: per una sinistra serenissima.

«I 500 marchi riconducibili ai dieci signori della tavola sono spesso vissuti dai consumatori come aziende a sé stanti. In realtà fanno parte di multinazionali in grado di condizionare non solo le politiche alimentari dell’Occidente ma anche le politiche sociali dei paesi più poveri».

La Repubblica, 19 dicembre 2014 (m.p.r.)

Stanno seduti intorno alla tavola del mondo e controllano da soli più del 70 per cento dei piatti del pianeta. Sono i 10 signori dell’industria alimentare: 450 miliardi di dollari di fatturato annuo e 7.000 miliardi di capitalizzazione, l’equivalente della somma del pil dei paesi più poveri della Terra. Non sempre sono nomi noti in Italia. Da un secolo la Coca Cola è il sinonimo della multinazionale ma solo gli addetti ai lavori conoscono la Mondelez. Un po’ più numerosi sono gli italiani che ricordano la Kraft, vecchio nome proprio della Mondelez. Quasi tutti invece hanno incontrato al supermercato marchi come Toblerone, Milka e Philadelphia. «I 500 marchi riconducibili ai dieci signori della tavola — spiega Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia — sono spesso vissuti dai consumatori come aziende a sé stanti. In realtà fanno parte di multinazionali in grado di condizionare non solo le politiche alimentari dell’Occidente ma anche le politiche sociali dei paesi più poveri».

A rendere chiaro il quadro c’è il paradosso del ricco Epulone, il protagonista della parabola evangelica. Mentre sono 900 milioni le persone che soffrono la fame (dati Onu settembre 2014) e che vivono sotto la tavola del banchetto sperando nelle briciole, sono 1,4 miliardi gli uomini e le donne che nel mondo hanno il problema del sovrappeso. «Sono due prodotti dello stesso sistema — osserva Barbieri — perché l’80 per cento di coloro che non riescono a sfamarsi vivono nelle campagne e lavorano per produrre cibo». Oxfam è un’organizzazione che si propone di aiutare le popolazioni povere del mondo cercando di redere virtuosi, con campagne e raccolte di firme, i comportamenti delle multinazionali del cibo. Il sistema è quello di fare pressione sull’immagine dei gruppi alimentari in Occidente per spingerli a migliorare le politiche sociali nei paesi produttori. È accaduto con Nestlé, Mondelez e Mars per quel che riguarda i diritti delle donne che lavorano nelle piantagioni di cacao. Si chiede che accada con Coca Cola e Pepsi per evitare il fenomeno del land grabbing, l’esproprio forzoso delle terre dove si coltiva la canna da zucchero. «Già oggi - spiega Oxfam - sono coltivati a zucchero 31 milioni di ettari di terra, l’equivalente della superficie dell’Italia».

La tendenza alla concentrazione dei marchi è in atto da tempo e riguarda praticamente tutti i settori alimentari. Ci sono eccezioni quasi inevitabili come il latte e il vino. Stiamo naturalmente parlando di grandi multinazionali. Ma se nel settore vinicolo il blocco alla creazione di grandi gruppi è dovuto a un legame strettissimo con il territorio (ogni collina è una diversa cantina sociale), nella birra non è più così da tempo: i tre principali marchi mondiali, i belgi in In Bev (Artois, Beck’s e la brasiliana Anctartica), i sudafricani di SAB Miller e gli olandesi di Heineken controllano da soli il 60 per cento del fatturato mondiale e raccolgono l’80 per cento degli utili. Analoga concentrazione sta per avvenire nel settore del caffè. «L’esempio della birra — spiega Antonio Baravalle, ad di Lavazza — dimostra che nei settori dell’alimentare la concentrazione delle proprietà fa aumentare i profitti». Dunque c’è da immaginare che nei prossimi anni i dieci signori che governano le tavole del mondo si ridurranno ancora? «Penso che ci sia un limite. Fondersi ancora di più non sarà facile. Mi sembra più probabile che ciascuno di quei dieci gruppi assorba nel tempo altri gruppi minori».

Anche se, a ben guardare la composizione della tavolata, non tutti i signori del cibo hanno la stessa consistenza. Provando a metterli in fila per fatturato, la Nestlé è di gran lunga più grande (90,3 miliardi) della seconda classificata, la Pepsicola (66,5 miliardi). Nonostante il suo valore iconico, come si dice oggi, la Coca Cola è ben distaccata dalla storica rivale ed è ferma a 44 miliardi di fatturato, scavalcata da Unilever (60) e Mondelez (55). A fondo classifica la Kellogg’s con 13 miliardi di dollari di ricavi annui. Con queste marcate differenze tra i dieci primi in classifica c’è, in teoria, ancora spazio, per i matrimoni. «Ma può anche accadere - spiega Baravalle - che uno dei grandi gruppi decida di liberarsi di un marchio perché non lo considera abbastanza globale». È quel che è successo, ad esempio, con la scelta di Mondelez di cedere i suoi marchi del caffè. Ed è quel che è accaduto negli anni scorsi a Findus, un tempo di Nestlé e Unilever e oggi in maggioranza detenuta da un fondo di investimento. Findus continua ad essere un ottimo marchio ma il suo difetto, secondo le valutazioni delle multinazionali, è quello di essere forte solo su alcuni mercati. Un’altra tendenza è quella di rilevare un marchio alimentare locale perché faccia da veicolo alla penetrazione di un grande gruppo in un mercato. Se Unilever, per esempio, deciderà un giorno di acquistare un marchio locale in un paese asiatico, lo farà soprattutto per mettere piede in quel mercato e poterlo affiancare dopo poco tempo con uno dei suoi brand globali.

Dopo altri decenni di fusioni e concentrazioni, ci troveremo un giorno a consegnare ad un unico grande fratello le chiavi della dispensa del mondo? Quello di un pianeta in cui una sola grande multinazionale controllerà tutti i marchi alimentari è certamente uno scenario da incubo. Ma come tutti i processi di concentrazione, anche quello del cibo crea inevitabilmente i suoi anticorpi. Succede in politica, dove contemporaneamente alle unioni tra stati nascono i movimenti separatisti e territoriali; accade, in modo assai più virtuoso, nell’alimentare con il sorgere dei prodotti chilometro zero, i presidi territoriali, i sistemi di produzione artigianale. Chi decide di resistere alla tentazione di vendere l’azienda alle multinazionali è inevitabilmente portato a valorizzare il suo brand mettendo in evidenza il legame con il territorio.

L’Italia è certamente uno dei Paesi del mondo dove il rischio della concentrazione dei produttori di alimenti è meno forte. Un po’ per il particolarismo che caratterizza la nostra economia asfittica. Un paese dominato dal modello per molti aspetti negativo della piccola e media impresa, che nel settore del cibo potrebbe trasformare il difetto in virtù. Lo dimostra uno studio condotto dall’agenzia Next con un questionario rivolto alle aziende alimentari italiane. L’elenco di quelle principali dice che siamo ben al di sotto del livello dei colossi mondiali. L’unica che si avvicina per fatturato è la Ferrero, con 8,1 miliardi di euro di ricavi annui, circa 10 miliardi di dollari, poco meno dei 13 miliardi della Kellogg’s. Le altre sono molto più indietro. La Barilla fattura 3,5 miliardi di euro ed è limitata dal fatto di avere come business un prodotto molto connotato localmente come la pasta. Si contano sulle dita di una mano le altre italiane sopra il miliardo di fatturato: il gruppo Cremonini (3,5) Parmalat (1,4), Amadori (1,3) Lavazza (1), Conserve Italia (1). Immediatamente sotto il livello del miliardo ci sono Acqua San Benedetto, Galbani e Granarolo.

È evidente che gli 11 signori del cibo italiano sono molto meno potenti dei commensali della tavolata mondiale. Ci si chiede se i re dell’alimentare, in Italia e nel mondo, hanno politiche comuni, accordi segreti, si mettono d’accordo per decidere che cosa mangeremo nei prossimi trent’anni. L’idea di una Trilateral del cibo, di un supergoverno occulto delle nostre cucine, è forse fantasiosa: «Credo anch’io che messa così possa essere un esercizio di fantasia premette Baravalle - ma sarei un ingenuo ad escludere che sulle grandi questioni di politica alimentare i grandi gruppi non esercitino, com’è legittimo, le loro pressioni sui politici». Certo, la discussione delle normative comunitarie sulla etichettatura risente ed ha inevitabilmente risentito dei desiderata dei signori del cibo. Ogni particolare in più o in meno da aggiungere sul foglio informativo per i consumatori si porta dietro miliardi di investimenti. Il caso più clamoroso è scoppiato di recente e riguarda gli oli utilizzati: finora è sufficiente scrivere che si tratta genericamente di “oli vegetali”. Ma se domani i produttori fossero costretti a specificare quali sono quegli oli, quanti avrebbero il coraggio di scrivere che utilizzano l’olio di palma, decisamente più scadente di quello di oliva? Ogni tanto sedersi intorno a un tavolo e decidere strategie comuni può essere utile. Anche per i signori del cibo.

«La miopia delle privatizzazioni: privarsi di beni e servizi per realizzare un’entrata una tantum, perdendo asset strategici. La filosofia? Trasformare i servizi pubblici a partire dall’acqua, da garanti di diritti universali in un mercato al servizio dei grandi capitali finanziari».

Il granello di sabbia n.16, novembre dicembre 2014 (m.p.r.)

Poste, ferrovie, interi comparti industriali, servizi pubblici locali, patrimonio pubblico: l’Italia del governo Renzi è in vendita e, dietro l’alibi del debito pubblico (peraltro, grazie a Monti, Letta e Renzi, in ascesa verso nuovi record) prepara la definitiva consegna dei beni comuni e dei servizi pubblici agli interessi dei grandi capitali finanzia. Che tutto questo avvenga dietro lo slogan “Cambia verso” ci dice solo delle straordinarie capacità comunicative del premier: cosa c’è di nuovo infatti nell’affrontare la crisi a colpi di privatizzazioni?

Negli anni ’90 l’Italia è già stata investita da un colossale piano di privatizzazioni, al punto che, nonostante il simbolo di quei decenni sia stata Margaret Thatcher, pochi sanno come quantitativamente, l’Italia abbia privatizzato più della Gran Bretagna, risultando seconda solo al Giappone. Abbiamo privatizzato più dell’Inghilterra e senza bisogno di alcuna Thatcher. E mentre la “lady di ferro” dichiarava la propria guerra affermando «La società non esiste. Esistono solo gli individui e le famiglie», in Italia è bastato dire che occorreva modernizzare il paese per poter dare il via al gigantesco processo di espropriazione sociale.

Nulla di nuovo sotto il sole di Renzi, dunque, se non il definitivo affondo che, non solo determina un
drammatico impoverimento di massa, ma rischia di precipitare il paese in un baratro, privandolo degli
stessi mezzi di una possibile ripresa. La miopia delle privatizzazioni è difatti evidente: privarsi di beni e servizi per realizzare un’entrata , perdendo nel contempo asset strategici che diventa quasi impossibile recuperare in una seconda fase. Ciò diviene ancor più grave se si pone attenzione al fatto che, nella grande ondata di privatizzazioni degli anni ‘90, il nostro paese sia riuscito a raggiungere un’ineguagliabile record: la privatizzazione dell’intero sistema bancario e finanziario. Se dal 1990 ad oggi il controllo pubblico sulle banche in Francia è passato dal 36% al 31% e in Germania dal 62% al 51%, in Italia è precipitato dal 74,5% allo 0 assoluto.

Al punto che perfino la Cassa Depositi e Prestiti, l’ente finanziario che sino ad allora aveva il compito di gestire il risparmio degli italiani e consentire il finanziamento a tassi agevolati degli investimenti degli enti locali, oggi è privatizzata e ha nel tempo assunto il ruolo di player preponderante dentro la politica economica del Paese. E oggi tutte le privatizzazioni in corso vedono Cassa Depositi e Prestiti non solo come leva finanziaria, bensì come soggetto ispiratore. Si intitola «Una nuova politica industriale dei servizi pubblici locali: aggregare e semplificare» la relazione svolta dal presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Franco Bassanini al convegno di Federutility del 14 ottobre scorso a Roma. Si tratta di 24 pagine in cui Bassanini enuclea le linee guida sui servizi pubblici locali, non a caso divenute poi normative concrete con il decreto “Sblocca Italia” e con la Legge di stabilità.

Qual è la filosofia di fondo? Trasformare i servizi pubblici locali, a partire dall’acqua, da garanti di diritti universali in un mercato redditizio e competitivo al servizio dei grandi capitali finanziari. «L’obiettivo da perseguire è quello di porre le condizioni perché nascano operatori di grandi dimensioni, capaci di competere con i grandi players europei anche nei mercati emergenti» dice Bassanini, rilevando come nei comparti energetico, idrico e rifiuti operino attualmente 1.115 società territoriali che, nel disegno suo e del governo, dovranno divenire non più di 4-5 colossi multiutility.

Tutto questo considerato necessario per garantire 5 miliardi di investimenti/anno nei servizi idrici, altri 5 nell’igiene urbana e 1 nella distribuzione del gas. Impossibile ricordare al “nostro” come gli investimenti, in questi anni di società per azioni e di collocamento in Borsa, siano crollati a meno di un terzo rispetto a quelli che facevano le vituperate municipalizzate, perché Bassanini è troppo concentrato su un altro obiettivo: il taglio drastico dei posti di lavoro: «(..) rispetto agli attuali 1.100 operatori complessivi dei tre comparti, occorre prevedere una loro riduzione a 60-190, ed è auspicabile che si arrivi ad un numero vicino all’estremo inferiore dell’intervallo».

Obbligo alla fusione tra società di servizi pubblici locali, gestore unico per ogni ambito territoriale
ottimale (che vanno ridefiniti su scala almeno regionale), ruolo di “controllo” esterno o con quote
di assoluta minoranza degli enti pubblici e aumento delle tariffe: ecco il puzzle per consegnare tutti i beni comuni territoriali ai quattro colossi collocati in Borsa che già fremono ai binari di partenza: A2A, Iren, Hera e Acea (con la chicca di prevedere per il comparto rifiuti la costruzione di 97 inceneritori!). E per farlo, il governo Renzi ha inserito nella Legge di stabilità la possibilità per gli enti locali di spendere fuori dal patto di stabilità le cifre ricavate dalla vendita delle loro quote nei servizi pubblici locali.

Ma chi investirà nei servizi pubblici locali finalmente consegnati ai capitali finanziari? Cassa Depositi e Prestiti, attraverso finanziamenti diretti (3 miliardi di euro già investiti nel triennio 2011-2013) o con i propri fondi equity FSI (500 milioni a disposizione per favorire le fusioni territoriali) e F21 (già attivo nei servizi idrici, nella distribuzione del gas, energie rinnovabili, rifiuti, in autostrade, aeroporti e telecomunicazioni).

Naturalmente con interessanti joint venture con capitali stranieri, a partire dal colosso cinese State Grid Corporation of China, che, con la benedizione estiva di Renzi, ha acquisito il 35% di Cdp Reti, la società di Cassa Depositi e Prestiti, che tiene in pancia il 30% di Snam (gas) e il 29,85% di Terna (energia elettrica). Come si può intuire, siamo di fronte al più pesante attacco sinora tentato ai beni comuni e alla loro gestione territoriale e partecipativa. Vogliono chiudere definitivamente la straordinaria stagione referendaria. Vogliono consegnare le nostre vite alla finanza.

Occorre reagire in ogni luogo. Il tempo è ora.

Diceva Key­nes: «gli uomini al potere sono schiavi di qual­che eco­no­mi­sta defunto. Pazzi al potere i quali odono voci nell’aria, distil­lano fre­ne­sie da scri­bac­chini acca­de­mici di pochi anni addietro».Il

manifesto, 17 dicembre 2014

Dopo decenni di esor­ta­zioni osses­sive sull’austerità espan­siva e le cosid­dette riforme strut­tu­rali, il tema della lotta alle cre­scenti disu­gua­glianze sem­bra tor­nato cen­trale per affron­tare i pro­blemi non solo di giu­sti­zia sociale e di benes­sere in senso lato, ma anche della cre­scita eco­no­mica. Stu­diosi e acca­de­mici (il grande suc­cesso del Capi­tale del XXI secolo di Tho­mas Piketty), isti­tu­zioni inter­na­zio­nali come il Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale o l’Ocse pro­pon­gono studi dif­fi­cil­mente con­fu­ta­bili sulla cre­scita delle dise­gua­glianze sfa­tando alcuni miti del neo (ma anche vetero) liberismo.

Pur­troppo que­sta con­sa­pe­vo­lezza non ha ancora sfio­rato i governi, in par­ti­co­lare quelli euro­pei. La com­mis­sione euro­pea insi­ste con per­se­ve­ranza del tutto dia­bo­lica sul rigore e il rispetto di regole prive di fon­da­mento, men­tre qual­che governo medi­ter­ra­neo si agita per met­tere l’accento sulla cre­scita, ma essen­dosi pre­clusa per igna­via, per oppor­tu­ni­smo o per acquie­scenza verso inte­ressi “forti” qual­siasi via effi­cace, si riduce ad insi­stere sulle riforme strut­tu­rali, che per quanto riguarda la poli­tica eco­no­mica sono un modo ele­gante di affer­mare la volontà di ridurre sem­pre più il lavoro a stru­mento, a merce che serve a pro­durre altre merci.

Come diceva Key­nes, gli uomini al potere «sono spesso gli schiavi di qual­che eco­no­mi­sta defunto. Pazzi al potere, i quali odono voci nell’aria, distil­lano le loro fre­ne­sie da qual­che scri­bac­chino acca­de­mico di pochi anni addietro».

Il nostro capo del governo afferma spesso di essere a favore dell’uguaglianza ma con­tro l’egualitarismo. Che que­sta frase sia più adatta all’epoca del tele­fono a get­tone non sem­bra tur­barlo affatto. Come ricorda Paul Krug­man, l’alternativa è tra chi pre­fe­ri­sce l’eguale ma estre­ma­mente impro­ba­bile pos­si­bi­lità per cia­scuno di vivere secondo lo stile di vita dei ric­chi e dei famosi (una egua­glianza da lot­te­ria) e chi ritiene che tutti deb­bano avere la pos­si­bi­lità di vivere una vita digni­tosa. Renzi da che parte sta?

A dif­fe­renza del suo ispi­ra­tore Tony Blair, non sem­bra nem­meno che il governo ita­liano sia par­ti­co­lar­mente sen­si­bile al pro­blema della povertà. Per lo meno Blair si pro­po­neva di eli­mi­nare la povertà infan­tile. Non che ci sia riu­scito, ma qual­che risul­tato lo ha pur rag­giunto, almeno a giu­di­care dai dati Ocse secondo i quali in Inghil­terra il tasso di povertà rela­tiva della popo­la­zione sotto i diciotto anni era nel 2011 del 9,5%. La media Ocse era del 13,9% e il dato dell’Italia il 17,3%.

Ma come giu­sta­mente sot­to­li­nea l’Ocse, che cer­ta­mente non può essere sospet­tata di vetero-egualitarismo, ma che sul tema negli ultimi mesi e ancora pochi giorni fa è inter­ve­nuta più volte con focus, rap­porti e studi, il pro­blema non è solo la povertà, ma la cre­scente dise­gua­glianza nella distri­bu­zione del reddito.

Non solo da diversi decenni il 10% della popo­la­zione che ha il red­dito più basso resta sem­pre più indie­tro, ma l’effetto nega­tivo affligge il 40% meno ricco della popo­la­zione. Anche da que­sto punto di vista l’Italia non brilla tra i paesi europei.

Infatti, secondo dati Euro­stat, al 40% più povero della popo­la­zione va il 19,8% del red­dito com­ples­sivo, una quota più bassa della media euro­pea (21,2%). L’Italia poi, come è noto, tra i paesi euro­pei ha un alto indice di Gini, che misura la dise­gua­glianza nella distri­bu­zione del red­dito, più basso solo di Gre­cia, Esto­nia, Por­to­gallo, Spa­gna e Regno Unito. Inol­tre, per citare un altro dato tra i tanti che mostrano la nostra arre­tra­tezza, il rap­porto tra la quota di red­dito otte­nuta dal 10% più ricco della popo­la­zione e quella del 10% più povero è in Ita­lia molto alto (11,18), infe­riore, in Europa, solo a Spa­gna, Gre­cia, Bul­ga­ria, Roma­nia e Lituania.

Se a que­sti dati aggiun­giamo che secondo un rap­porto del Social Insti­tute Moni­tor Europe, che si pro­pone di cal­co­lare un indice rela­tivo alla giu­sti­zia sociale nei diversi paesi euro­pei, l’Italia si col­loca al 23° posto, insieme alla Litua­nia, nella clas­si­fica dei 28 paesi dell’Unione euro­pea, si capi­sce che ci sarebbe molto lavoro per un governo nel quale la forza prin­ci­pale è un par­tito che si dichiara di centro-sinistra, ma non sem­brano que­ste le priorità.

La novità delle ultime ana­lisi è che esse pro­vano, attra­verso stime eco­no­me­tri­che, che la mag­giore dise­gua­glianza causa un ral­len­ta­mento della cre­scita eco­no­mica, soprat­tutto restrin­gendo le oppor­tu­nità di otte­nere alti livelli di istru­zione, per una parte signi­fi­ca­tiva della popo­la­zione, sco­rag­giando la for­ma­zione del cosid­detto capi­tale umano (ma il ter­mine non mi piace, riman­dando ad una uma­niz­za­zione del capi­tale e ad una rei­fi­ca­zione delle qua­lità umane) e osta­co­lando la mobi­lità sociale.

Per l’Italia si stima che la man­cata cre­scita del Pil reale per abi­tante cau­sata dalla cre­scita delle dise­gua­glianze sia del 6,6% dal 1990 al 2010. Con­si­de­rando che la cre­scita effet­tiva in que­sto periodo è stata dell’8%, non è certo poca cosa. Altro che arti­colo 18!

L’Ocse pro­pone di affron­tare il pro­blema della dise­gua­glianza con misure che fino a poco tempo fa sareb­bero state con­si­de­rate poco meno che bestem­mie dalla sag­gezza convenzionale.

In primo luogo pro­pone di accre­scere la redi­stri­bu­zione del red­dito e rifor­mare in que­sto senso la strut­tura della tas­sa­zione, aumen­tando la ali­quota mar­gi­nale delle impo­ste sui red­diti più alti, cioè esat­ta­mente il con­tra­rio di quanto è stato fatto negli ultimi decenni. In Ita­lia, ad esem­pio, la ali­quota mar­gi­nale era del 72% ancora nel 1982.

Come nota il rap­porto dell’Ocse la dimi­nu­zione delle ali­quote fiscali sui red­diti alti non solo deprime l’effetto redi­stri­bu­tivo sui red­diti dispo­ni­bili, ma tende a far aumen­tare la quota di red­dito otte­nuta dai più ric­chi, per i quali diviene più facile, in un cir­colo vir­tuoso per loro ma vizioso per tutti gli altri, accu­mu­lare capi­tale e accre­scere ulte­rior­mente i pro­pri red­diti. Infatti in Ita­lia la quota di red­dito di mer­cato (cioè sti­mata prima della tas­sa­zione) otte­nuta dall’1% più ricco della popo­la­zione è pas­sata dal 6,4% del 1982 al 9,38% del 2009.

Ma il rap­porto dell’Ocse sug­ge­ri­sce anche di eli­mi­nare o ridurre le dedu­zioni fiscali che ten­dono a bene­fi­ciare i più ric­chi e rior­ga­niz­zare il sistema di tas­sa­zione su tutte le forme di pro­prietà e di ric­chezza. In par­ti­co­lare si sot­to­li­nea l’importanza di ripen­sare il ruolo della tas­sa­zione sui red­diti da capi­tale. Quest’ultimo punto appare molto signi­fi­ca­tivo per Ita­lia in cui la quota di red­dito pro­ve­niente dal capi­tale del 10% più ricco della popo­la­zione è signi­fi­ca­ti­va­mente più alta in con­fronto agli altri paesi di cui l’Ocse for­ni­sce i dati.

L’altra rac­co­man­da­zione dell’Ocse, dopo anni di auste­rity e di attac­chi al wel­fare state, è di incre­men­tare i tra­sfe­ri­menti pub­blici a favore non solo dei poveri, ma del 40%, e pro­muo­vere e favo­rire l’accesso ai pub­blici ser­vizi di alta qua­lità, in par­ti­co­lare l’istruzione e la sanità.

Non è il caso di atten­dere per vedere se que­ste idee saranno vera­mente assi­mi­late nel pros­simo futuro e ancor meno aspet­tare che Renzi si accorga che la moder­nità ha cam­biato segno. Anche lui, al di là della reto­rica, è imman­ca­bil­mente schiavo di qual­che eco­no­mi­sta defunto. Ma le sparse forze della sini­stra poli­tica, nel momento in cui la sini­stra sociale e sin­da­cale mostra final­mente vita­lità, fareb­bero bene da subito a orga­niz­zarsi attorno ad un pro­gramma che abbia al suo cen­tro l’eguaglianza

«Per avviare queste nuove produzioni occorre garantire loro un mercato e questo può essere fatto solo coinvolgendo una comunità e i relativi governi locali: Comuni, Province, Comunità montane, Regioni. Oggi la stragrande maggioranza di questi enti non ci sente da questo orecchio: “non ci sono i soldi”, dicono».

Il granello di sabbia n.16, novembre dicembre 2014 (m.p.r.)

Il termine “conversione ecologica” è stato introdotto quasi trent’anni fa da Alex Langer per sintetizzare il percorso necessario per ricondurre l’attività e la convivenza umana entro i limiti della sostenibilità sociale e ambientale. Il termine allude alla duplice dimensione di questo passaggio: da un lato, la riconversione strutturale dell’apparato produttivo per ridurre l’aggressione alle risorse della natura (produrre meno e meglio; utilizzare meno materiali; usare più a lungo quello che si è prodotto e scartarlo meno; recuperare tutto quello che si è scartato) e, soprattutto, per ridurre lo sfruttamento degli uomini e delle donne che vivono e lavorano su questa Terra da parte di altri membri del genere umano; dall’altro lato, quel passaggio comporta la conversione personale del nostro stile di vita, attraverso una riduzione e una qualificazione ecologica dei nostri consumi e un miglioramento dei nostri rapporti con il prossimo, gettando un ponte (Alex amava molto questa metafora) verso chi ci è estraneo, in competizione con noi o nemico.

Associarsi per effettuare insieme degli acquisti, per promuovere insieme dei servizi o per risparmiare, è già oggi possibile; o è comunque possibile inserire questo obiettivo in una piattaforma rivendicativa, che molte organizzazioni, anche di natura molto diversa tra loro, comprese quelle sindacali, potrebbero appoggiare. L’esempio più chiaro di questa condivisione sono per ora i GAS (gruppi di acquisto solidale): un certo numero di famiglie si associa per eseguire insieme gli acquisti, soprattutto, ma non solo, in campo alimentare. Ciascuno continua a comprare e a mangiare quello che vuole (non c’è alcun “collettivismo”), ma gli acquisti si programmano e si effettuano insieme, direttamente dal produttore. In questo modo si salta l’intermediazione commerciale e i relativi ricarichi (insieme ad un sacco di imballaggi inutili, inquinanti e di pubblicità); si rompe l’isolamento proprio della società in cui viviamo. Inoltre ci si può così accordare per condividere molte altre cose, per esempio: la cura di bambini, anziani e malati, la riparazione di apparecchiature e impianti guasti, lo scambio di abiti e beni dismessi, la condivisione di attrezzi e knowhow per il “fai da te”, lezioni, ecc..

Si può dire che ci si informa e ci si forma insieme, perché per comprare cose sane e beni utili bisogna intendersi sia su come sono fatti che di come vengono prodotti. Infine, si dà una mano ai produttori che vogliono rendere sostenibile la loro azienda, favorendo la creazione di mercati alternativi: per esempio, gli agricoltori che vogliono passare all’agricoltura biologica e a chilometri zero o le imprese alimentari che adottano metodi di lavorazione che non avvelenano il cibo.

Ovviamente tutto ciò non basta. Per perseguire e raggiungere la sostenibilità ambientale occorre imporre un cambio di rotta generale. Occorre imporre ai governi, sia a livello locale che nazionale, una vera politica industriale: cioè dei piani che orientino l’attività economica verso prodotti, tecnologie, sistemi di produzione e un’organizzazione del lavoro sostenibili. Politiche, dunque, che entrino nel merito del “che cosa” produrre (e che cosa non produrre), di come produrlo, con che cosa, per chi e anche dove. Mettere al centro della politica industriale la conversione ecologica di tutto il sistema economico, o per lo meno delle sue strutture portanti, oggi si può proporre e realizzare solo promuovendo la più larga partecipazione dal basso della popolazione coinvolta: sia di quella che vive del lavoro nelle o delle imprese da convertire, sia di quella che subisce l’impatto, cioè i danni ambientali e le trasformazioni sociali provocati da quelle aziende. Ciò vuol dire che una politica industriale sostenibile può nascere solo nel quadro di una democrazia partecipata, che abbia al suo centro il lavoro e l’organizzazione dei lavoratori interessati.

Insieme al lavoro, però, essa deve promuovere anche l’impegno e la presenza organizzata di una comunità più larga, delle sue amministrazioni locali, di altre imprese che operano sullo stesso territorio, dei saperi diffusi tra i membri di tutta la comunità; per poi allargare il coinvolgimento ad altre aziende e ad altre comunità, e con esse preparare e sostenere programmi e rivendicazioni di valenza nazionale o europea.

Nelle aziende colpite dalla crisi economica e occupazionale la conversione ecologica è l’unica alternativa praticabile, poiché esse non torneranno mai più ad aprire e a riassumere per produrre le cose di un tempo. Non hanno più mercato. Per salvare l’occupazione, riaprire le assunzioni, rendere accettabile l’ambiente di lavoro, valorizzare l’esperienza e le conoscenze del personale tecnico e operaio, ma anche una parte consistente degli impianti e delle attrezzature esistenti, occorre passare a nuove produzioni. Tra queste bisogna scegliere quelle che hanno un futuro e, quindi, anche un mercato sicuro; che sono quelle che si renderanno sempre più indispensabili mano a mano che gli effetti della crisi ambientale si faranno sentire su tutto il pianeta: impianti per lo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili; soluzioni per promuovere l’efficienza energetica; veicoli da usare in forma condivisa e sistemi di governo della mobilità e del trasporto sostenibili; sistemi di riciclo totale di scarti e rifiuti; progetti, know-how e strumenti per la salvaguardia e la rinaturalizzazione del territorio; sistemi di coltivazione ecologici a elevata intensità di lavoro qualificato e di tecnologia; progetti per il recupero e l’efficienza degli edifici obsoleti o dismessi; laboratori e capacità tecniche per prolungare la vita dei prodotti con la manutenzione e la riparazione; ecc..

Per avviare queste nuove produzioni occorre garantire loro un mercato e questo può essere fatto solo coinvolgendo una comunità, o un insieme più ampio possibile di comunità, e i relativi governi locali: Comuni, Province, Comunità montane, Regioni. Oggi la stragrande maggioranza di questi enti non ci sente da questo orecchio: “non ci sono i soldi”, dicono. Ma molte cose si possono cominciare a fare, o per lo meno a discutere e definire, a costo zero. Mentre su altre si può avviare la ricerca o avanzare la richiesta, o una vera e propria rivendicazione, di un finanziamento; ma solo a condizione che siano chiare e definite le cose che si vogliono fare. A quel punto si può aprire una vertenza: sia nei confronti dei governi locali, che, eventualmente, e con il loro appoggio, nei confronti dei governi regionali, di quello nazionale e dell’Unione europea, a seconda della portata della rivendicazione.

Senza un progetto definito, però, nessuna di queste cose può andare avanti. Per esempio, le energie rinnovabili o l’efficienza energetica sul lungo periodo si ripagano da sé, perché fanno risparmiare denaro e combustibili fossili, ma per diffonderle in forme produttive e sensate ci vogliono programmi a livello territoriale, ricognizioni sul territorio e sugli edifici, progetti, tecnici, imprese di installazione e manutenzione; e poi, anche imprese per la produzione degli impianti, di materiali e attrezzature per l’efficienza energetica.

Così, con il coinvolgimento di un certo numero di enti locali, si può cercare di mettere in contatto i potenziali produttori (cioè le aziende che hanno bisogno di riconvertire le loro produzioni) con i potenziali utenti di questo intervento (enti pubblici come Comuni, ospedali, Asl, imprese, ma anche singoli privati, soprattutto se associati. Qui l’esempio dei GAS – il rapporto diretto tra produttore e consumatore – calza a pennello: si tratta di riproporlo su una scala più allargata in campo energetico, nel campo dell’edilizia e della manutenzione del territorio, nel settore agroalimentare o nel campo della mobilità. Se poi a guidare le nuove aziende sarà un imprenditore disposto a farlo sotto il controllo della comunità oppure se ne dovrà promuovere una gestione in forme associative o cooperative, è cosa da decidere in corso d’opera.

Certo, per promuovere una conversione ecologica su larga scala ci vogliono “forze fresche” anche in campo imprenditoriale, perché molti degli attuali manager e imprenditori sono indissolubilmente legati a un modo di fare impresa che non accetta interferenze esterne. Queste forze, però, ci sono e bisogna farle emergere: all’interno delle aziende, nell’associazionismo e nell’imprenditoria sociale, nel movimento cooperativo. L’importante è mantenere, o ricondurre a un ambito territoriale più ristretto rispetto a quello creato dalla globalizzazione, i rapporti tra le diverse fasi di un ciclo produttivo e tra i diversi stadi di una filiera, accrescendo così le possibilità di un controllo dal basso sulle scelte economiche. In una parola, la democratizzazione dell’economia. La conversione ecologica è dunque innanzitutto un processo di “riterritorializzazione” dei rapporti economici attraverso relazioni quanto più dirette possibili tra produttori e consumatori, in un regime di totale trasparenza, per consentire un controllo pubblico delle transazioni in corso.

La “riterritorializzazione” è comunque un obiettivo sempre relativo e mai assoluto, la cui realizzazione può essere concepita solo in progress, come processo. Inoltre, essa riguarda esclusivamente il ciclo di vita dei beni materiali e non quello dell’informazione e dei saperi, la cui circolazione deve invece essere sempre più libera e intensa su tutto il pianeta; riguarda cioè “gli atomi” e non i “bit”. La “riterritorializzazione” rappresenta l’unica risposta adeguata al problema centrale posto dalla globalizzazione liberista che è la competizione sempre più serrata che si svolge a livello planetario e che tende ad allineare ai livelli più bassi i livelli salariali e quelli di protezione sociale e di protezione ambientale.

L'indagine "Mafia Capitale" dimostra come il meccanismo mafioso e l'operatività delle cosche si sia imposta nella vita della Capitale. Il governo non ha compreso che se non interrompe questo meccanismo, in Italia l'economia più forte, quella vincente, quella che verrà imitata e che diffonderà i propri modelli, continuerà a essere l'economia mafiosa.

La Repubblica, 14 dicembre 2014

IN QUESTI GIORNI, dopo l'inchiesta "Mafia Capitale", sono diventati tutti conoscitori di mafia. Non ho mai temuto i professionisti dell'antimafia, ma i dilettanti sì e ho sentito affermazioni talmente assurde che mi viene da pensare che chi le ha pronunciate non solo non conosce il fenomeno criminale, ma non conosce forse nemmeno il Paese. D'improvviso sembra stupirsi che le organizzazioni mafiose agiscano con alleanze imprenditoriali e politiche. Ma in quale Paese ha vissuto sino ad ora? Non solo Mafia Capitale ma anche la più recente inchiesta "Quarto Passo" in Umbria mostra come le organizzazioni siano in tempo di crisi la nuova e unica linea di credito all'impresa italiana. Chi sottovaluta il problema non riesce a capire quello che sta accadendo nel Paese, e allora decide che è meglio prendere in giro e sottovalutare. Il Pd sembra accorgersi solo ora del meccanismo di corruzione di cui molti suoi uomini erano protagonisti da molto tempo. Agisce costretto dalle inchieste giudiziarie quando avrebbe dovuto al contrario ispirare le inchieste.

Beppe Grillo ha detto, a proposito di Mafia Capitale: «La parola mafia ci depista. Ci ricorda qualcosa che non c'è più. Oggi un'associazione mafiosa è fatta da professionisti, politici, magistrati, poliziotti; il mafioso non c'è neanche». Sono anni che si lotta per ribadire culturalmente che mafia significa invece proprio questo: impresa, borghesia imprenditoriale, rapporti con i media. Mi domando: ma secondo Grillo cosa sono state le organizzazioni criminali italiane sino a questo momento? Dei cafoni armati di fucile? Quindi secondo l'interpretazione di alcuni adesso, e solo adesso, la mafia sarebbe "diventata tridimensionale perché ci sono dentro politici, imprenditori, massoni, spacciatori", e perché ha smesso di parlare calabrese, napoletano, lucano, casertano, siciliano? Queste sono semplificazioni inaccettabili.

Ciò che mi viene da dire a chi condivide queste tesi è: ma sapete che le cose sono sempre andate così? Quando si riduce tutto al contadino dalla parlata incomprensibile, del cafone con il kalashnikov, si sta facendo il gioco delle mafie più o meno consapevolmente. Il boss che sappia uccidere e allo stesso tempo gestire il segmento economico dell'organizzazione è la base di una struttura vincente. Mafia Capitale è in realtà il primo e compiuto tentativo di dimostrare, da parte dei pm, che il modello delle mafie storiche è stato mutuato su Roma. La novità scientifica di questa indagine non è limitata alla sola corruzione: ma dimostra come il meccanismo mafioso e l'operatività delle cosche si sia imposta nella vita della Capitale.

Per questa ragione il legame tra Carminati e le organizzazioni non è episodico e momentaneo. Riuscite davvero a immaginare Pasquale Condello o Michele Zagaria che parlano con il sindaco di Sacrofano in merito al catering per la chiusura della campagna elettorale e si fanno commissionare una grigliata? È inimmaginabile che un capo mafia del Sud si occupi di grigliate. Ma attenzione: i clan si occupano di ogni singolo affare dal più piccolo al più grande. I Mazzarella di Napoli hanno raccolto estorsioni "straccione" persino dai lavavetri eppure investivano nei duty free in diversi aeroporti mondiali. Provenzano stesso con i suoi pizzini interviene sulle strade interpoderali da affidare a imprese amiche. Il ruolo mafioso di Carminati è un ruolo diverso rispetto a quello dei boss storici delle mafie tradizionali: è però l'anello che congiunge le mafie storiche e Roma: un multiservice con un certo grado di autonomia. Da Reggio Calabria a Palermo le organizzazioni criminali sono in guerra aperta tra loro e sanno come essere parte dello Stato con strategie differenti. Carminati e Buzzi sono diversi: hanno usato telefonini, hanno avuto incontri contrassegnati dall'imprudenza tipica di chi si sente tutto sommato fuori pericolo, di chi sente che l'attenzione è altrove, perché è convinto che gli altri pensino che la mafia sia un'altra cosa, e che questo pensiero li proteggerà.

Chi parla di nuova mafia tridimensionale a Roma sembra aver rimosso l'influenza di Cosa Nostra sulla politica romana raccontata da Buscetta e della camorra raccontata da Galasso e parliamo di dati accertati da decenni, è storia condivisa insomma. Ci si dimentica del braccio destro di Cutolo, Vincenzo Casillo 'o Nirone' munito di tesserino dei servizi, ucciso nell'83 a Roma proprio fuori la sede del Sismi in Via Clemente VII e l'elenco di connivenze sarebbe infinito. Le mafie sono organizzazioni che da sempre hanno più sponde in politica, ed è esattamente ciò che differenzia il reato stesso di associazione mafiosa dalla semplice associazione criminale.

Se oggi si afferma che esiste un nuovo percorso, significa che non si è data abbastanza attenzione alla dinamica mafiosa fino a questo momento. Significa non aver mai ascoltato chi da anni denuncia la presenza della mafia al Nord, la presenza della mafia a Roma. Ci hanno considerati matti, esagerati, sbruffoni, speculatori, diffamatori eppure la verità è solo questa: il tema mafia fuori dai luoghi in cui si ritiene che le mafie nascano, ovvero il tema mafia fuori dalla Campania, dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Puglia è sempre stato sottovalutato, marginalizzato, mai approfondito, trattato solo nelle aule dei tribunali, solo in superficie.

Il primo ministro Renzi delega ai probiviri come se fosse una questione personale e di uomini. Eppure il sistema fiscale e la burocrazia sono i grandi alleati delle organizzazioni criminali, il loro strumento d'accesso per divorare le imprese sane ancora rimaste in piedi. È ovviamente già partita da soliti siti di retroscena e parte della stampa berlusconiana la sottovalutazione del problema per far credere che sia tutto un giro di poveracci e rubapolli. Non ce ne stupiamo. Il motivo è semplice: sono complici spesso della stessa cultura che ispira questi mondi criminali romani pensando che mafioso sia solo lo sfregio di Al Capone o l'occhio pigro di Lucky Luciano. Iperbole e sfottò sono uguali modalità per non comprendere. Ora l'inchiesta dimostra che le grandi organizzazioni criminali storiche sono su Roma da sempre e che Carminati e Buzzi sono solo una rubrica dei loro affari.

Ciò che è cambiato non è la mafia, non è la sua tridimensionalità, non è il coinvolgimento di politici, imprenditori o massoni deviati ma il fatto che ora la presenza a Roma è diventata innegabile. La mafia non si esporta, ma come ogni modello vincente si diffonde in nome della sua capacità di successo e di intimidazione. Il fenomeno va contrastato, ma prima va capito. Il Paese si è accorto che le mafie si sostituiscono alle banche quando non sono (ma su questo c'è da lavorarci molto) direttamente partner delle banche italiane? Il governo deve affrontare il problema dal lato della sua rilevanza economica. O si interrompe questo meccanismo, o in Italia l'economia più forte, quella vincente, quella che verrà imitata e che diffonderà i propri modelli, continuerà a essere l'economia mafiosa.

E' il solito modo per ribadire il dominio sugli italiani: trasformare la politica in tifoseria e costruirsi un avversario più debole. Sei della Roma o della Lazio, del Milan o dell'Inter, di Salvini o di Renzi? il resto non esiste.

Il manifesto, 14 dicembre 2014

Se si vuole capire come i media costrui­scano in labo­ra­to­rio una lea­der­ship, biso­gna seguire la sca­lata di Mat­teo Sal­vini. In un sistema sem­pre più disar­ti­co­lato, il gra­di­mento dei media basta da solo per inven­tare un lea­der dal nulla. Chi pensa alla Lega come a un sog­getto quasi nove­cen­te­sco, dal denso radi­ca­mento ter­ri­to­riale e dai riti para-ideologici di massa, si inganna.

La corsa di Sal­vini non si svolge affatto nel ter­ri­to­rio. Non ha nulla di solido su cui cam­mi­nare il lea­der dal maglione inter­cam­bia­bile, a seconda del suolo che calpesta.

Il legame con la terra è sfu­mato anche per la Lega, come per gli altri pseudo-partiti esi­stenti, del resto. La pene­tra­zione in Emi­lia, e il soste­gno che sem­bra rice­vere anche in aree del cen­tro e del sud, non rin­via ad alcuna pre­senza orga­niz­zata nel territorio.

Que­sta mito­lo­gia delle radici nel rude pae­sag­gio locale, con un ceto poli­tico a por­tata di mano e sem­pre pre­sente, non vale più per la Lega, che sfonda oltre la Pada­nia solo per­ché è ospi­tata come non mai nei vec­chi media. È con l’occupazione dello spa­zio tele­vi­sivo che Sal­vini pene­tra anche nello spa­zio reale, dove manca con una vera strut­tura orga­niz­zata, come tutti gli altri attori.

Media e popu­li­smo con toni da destra radi­cale, que­sta è la miscela che con­sente alla Lega una impen­nata nei son­daggi. La fine della destra di un tempo, affida pro­prio alla Lega uno spa­zio poli­tico che nes­suno coltiva.

Il richiamo dei miti secu­ri­tari, e gli echi della rivolta con­tro l’euro, tro­vano un’onda lunga già in movi­mento. E i leghi­sti la caval­cano, nella spe­ranza di aggre­gare il cosid­detto «capi­ta­li­smo della mar­gi­na­lità» e i ceti popo­lari spaesati.

I media vanno pazzi per Sal­vini. Per varie ragioni. Un po’ per­ché fa comodo pro­get­tare un duello tra i due Mat­tei. E c’è chi cal­cola che, con il Mat­teo lepe­ni­sta come prin­ci­pale anta­go­ni­sta, è assai più age­vole trionfare.

Da una parte la rab­bia, la marea nero-verde che dovrebbe spa­ven­tare i mode­rati e lesio­nare la capa­cità coa­li­zio­nale del lea­der leghi­sta. Dall’altra la spe­ranza, la bel­lezza e ricami ana­lo­ghi che con­di­scono la reto­rica del gio­vin rottamatore.

A bocce ferme, que­sto dise­gno, di aiu­tare la cre­scita di un nemico dal pro­filo esa­ge­rato, per poi infil­zarlo con più como­dità, pre­senta una qual­che razio­na­lità. È già capi­tato con le euro­pee, quando pro­prio la paura di Grillo e del ritorno alla liretta, ha fun­zio­nato come la iden­ti­fi­ca­zione di un nemico utile solo per tirare la volata a Renzi.

Ma in con­di­zioni cri­ti­che, cioè di ulte­riore dele­git­ti­ma­zione della poli­tica, per via degli scan­dali e per l’aggravamento della crisi sociale, que­sto cal­colo di costruire per con­ve­nienza un nemico di comodo è grot­te­sco. In casi estremi, il popu­li­smo forte, che asso­cia la dispe­ra­zione e l’offerta di capri espia­tori facil­mente indi­vi­dua­bili, pre­vale sul popu­li­smo mite, con le sue nar­ra­zioni edi­fi­canti a coper­tura di ricette eco­no­mi­che sem­pre in con­ti­nuità con quelle di Monti.

I poteri forti, ovvero quel poco che rimane di un capi­ta­li­smo in via di espro­pria­zione da parte del vorace capi­tale mon­diale inte­res­sato all’acquisizione di aziende di qua­lità, quando offrono muni­zioni illi­mi­tate a Sal­vini, onni­pre­sente nelle loro tv pri­vate e pub­bli­che, lavo­rano per una radi­cale solu­zione popu­li­sta all’emergenza. Hanno prima appog­giato Grillo, poi soste­nuto Renzi e ora guar­dano a Sal­vini. Spe­rano che fun­zioni la sal­da­tura tra la crisi, che spri­giona un sen­ti­mento di ango­scia dinanzi alla pro­spet­tiva di una per­dita di sta­tus, e la mito­lo­gia della tas­sa­zione unica al 15 per cento lan­ciata come magica rispo­sta al declino.

Anche se nella sua agenda sfuma sem­pre più il tema della dif­fe­ren­zia­zione ter­ri­to­riale interna e l’aggancio al nano­ca­pi­ta­li­smo del nord, la figura di Sal­vini con­serva però dei limiti espansivi.

Non può com­pe­tere come attore prin­ci­pale capace di sfon­dare nelle varie realtà del paese. Deve con­tare su una coa­li­zione ete­ro­ge­nea tanto nell’offerta poli­tica quanto nella coper­tura territoriale.

E qui affio­rano per lui i pro­blemi di con­vi­venza tra una radi­ca­lità anti­si­stema e la neces­sità di nego­zia­zioni con spez­zoni di ceto poli­tico in riti­rata. Il «cen­tra­vanti» ha biso­gno del «regi­sta» ma Ber­lu­sconi, che si è offerto per svol­gere que­sta deli­cata fun­zione, non sem­bra più avere la visione stra­te­gica richiesta

Oggi tutti in piazza. Per dare forza alle battaglie dei lavoratori e ricostruire solidarietà, contro il pareggio di bilancio, per un New Deal, per nuovi diritti da conquistare.

Il manifesto, 12 dicembre 2014

Lo scio­pero gene­rale di Cgil e Uil è final­mente arri­vato a rom­pere la soli­tu­dine delle molte lotte che den­tro que­sta lunga crisi sono state «l’urlo nel silen­zio» della poli­tica di un lavoro che non accetta la sem­plice ridu­zione a merce tra le merci del lavoro umano. La sva­lu­ta­zione del lavoro come neces­sità ine­lut­ta­bile, come con­di­zione per­ma­nente dell’economia. Que­sto, nella crisi, è il tratto ideo­lo­gico che si è affermato.

Fino ad imma­gi­nare che i governi nazio­nali, den­tro la cor­nice delle poli­ti­che d’austerità e dei vin­coli di bilan­cio euro­pei — con­tro cui fino ad oggi è man­cato un vero movi­mento di massa per modi­fi­care trat­tati e accordi verso il lavoro-, non pos­sano che diven­tare ese­cu­tori disu­ma­niz­zati. In assenza di qua­lun­que veri­fica con­creta sugli effetti di fran­tu­ma­zione sociale e per­so­nale che que­ste poli­ti­che gene­rano sulle comu­nità e sulle per­sone, espro­prian­dole, sem­pre più spesso, anche del senso di una vita, quando le si sra­dica nel lavoro e dal lavoro.

In que­sti ultimi giorni assi­stiamo al dispie­garsi nel nostro Paese di que­ste poli­ti­che «con­tro il lavoro», il Jobs Act ne esprime a par­tire dalla forma, con il suo «abuso» di delega al governo, un con­cen­trato signi­fi­ca­tivo. Oggi, anche dopo il decreto Poletti sui con­tratti a ter­mine, 8 ingressi al lavoro ogni 10 restano tem­po­ra­nei, i nuovi con­tratti, se para­go­nati al tri­me­stre pre­ce­dente, si con­trag­gono di 190 mila unità, un calo che riguarda tutte le tipo­lo­gie di assun­zione, men­tre pro­se­gue il trend nega­tivo dei licen­zia­menti: 217.000 in tre mesi e in pre­senza dell’articolo 18 light ver­sione Monti/Fornero.

L’ ultimo stu­dio della Uil denun­cia che, per il com­bi­nato dispo­sto tra lo sconto Irap, per­ma­nente, e la ridu­zione dei con­tri­buti pre­vi­den­ziali per i neoas­sunti, in vigore fino al 2017, l’effetto del licen­zia­mento post art. 18 a inden­nizzi cre­scenti (non a tutele cre­scenti) sarebbe quello di ren­dere con­ve­niente per le imprese licen­ziare gli even­tuali neoas­sunti più che sta­bi­liz­zarli, que­sto per­ché si tratta in ogni caso sem­pre di con­tri­buti senza vin­coli, senza riserve né a sta­bi­liz­zare o ad assu­mere, né per pre­miare aziende che investono.

Se il lavo­ra­tore venisse licen­ziato a fine anno l’indennizzo, e per­ciò il costo per l’azienda, si aggi­re­rebbe intorno ai 2.538 euro lordi: il ’saldo’ per l’impresa dun­que sarebbe posi­tivo per 4.390 euro. Un van­tag­gio che aumen­te­rebbe, se il lavo­ra­tore, sem­pre assunto il 1 gen­naio 2015, venisse invece licen­ziato nel terzo anno: i bene­fici fiscali per l’azienda, su un red­dito di 22 mila euro, ammon­te­reb­bero a circa 20.790 euro men­tre il costo dell’indennizzo sarebbe di 7.600 euro lordi, con un ’van­tag­gio’ per l’impresa di 13.190 euro. Esat­ta­mente il con­tra­rio di quello ’sti­molo’ all’occupazione sta­bile sban­die­rata con il Jobs Act.

Tanta deter­mi­na­zione con­tro il lavoro grida «ven­detta» di fronte all’impotenza nell’aggredire i 60 miliardi all’anno di cor­ru­zione delle tante «terre di mezzo» di cui i fatti di Roma rap­pre­sen­tano sola­mente l’ultimo epi­so­dio. È que­sta inca­pa­cità e il livello rag­giunto dalla cor­ru­zione che bloc­cano il paese, impe­di­scono gli inve­sti­menti e minano la con­vi­venza sociale e la cre­di­bi­lità di poli­tica e isti­tu­zioni. Non i diritti dei lavo­ra­tori.

Il governo con la scelta di non «ascol­tare» le parti sociali, cioè i lavo­ra­tori subi­sce la pres­sione della «parte più forte», quella delle asso­cia­zioni d’impresa, si sosti­tui­sce nel ruolo di con­tro­parte e perde la sua fun­zione di media­zione tra inte­ressi diversi.

Anche per que­sto lo scio­pero gene­rale di oggi è neces­sa­rio per­ché rico­strui­sce par­te­ci­pa­zione e rap­pre­sen­tanza sociale, andando oltre gli inse­dia­menti tra­di­zio­nali del lavoro sin­da­ca­liz­zato, ridando voce e visi­bi­lità al precariato.

Pre­ca­riato che è sem­pre più una con­di­zione uni­ver­sale, che ride­fi­ni­sce rap­porti di forza in un con­flitto desti­nato a cre­scere anche per­ché ciò che si muove e si mobi­lita è ancora privo di una rap­pre­sen­tanza poli­tica ade­guata, ciò che è acca­duto in par­la­mento al di là delle giu­ste e gene­rose bat­ta­glie o è troppo poco in ter­mini di forza o è troppo mano­vriero e timido e ragiona su tempi che potreb­bero essere troppo lun­ghi e fuori sin­to­nia con le mobi­li­ta­zioni in campo.

Lo scio­pero gene­rale dà forza alle nostre bat­ta­glie e chie­derà con­ti­nuità, con­tro il pareg­gio di bilan­cio, per un piano del lavoro (New Deal), rico­strui­sce soli­da­rietà per nuovi diritti da con­qui­stare oltre le soli­tu­dini. Imma­gi­nando un altro mondo pos­si­bile che metta al cen­tro le per­sone, rico­no­sca i limiti ener­ge­tici e ambien­tali del pia­neta, e il lavoro per il bene comune oltre le dise­gua­glianze. Buon scio­pero generale!

Settis presenta il suo libro a Venezia e spiega come «interventi sbagliati abbiano provocato l'esodo degli abitanti, l'invasione del turismo, la marea distruttiva di progetti assurdi: l'autostrada più inutile del mondo, il ponte che poteva essere costruito pure in Nuova Zelanda, il Mose». La Nuova Venezia, 10 e 11 dicembre 2014 (m.p.r.)

La Nuova Venezia, 10 dicembre 2014
LA VERSIONE DI SETTIS «VENEZIA UN MODELLO CHE NON FUNZIONA»
di Alberto Vitucci

La storia e la memoria. Per non essere omologati a una qualsiasi periferia urbana, alle «neocittà» identiche in tutto il mondo. Venezia è la cartina al tornasole della forma urbis che va scomparendo, travolta da progetti legati al guadagno immediato e allo stravolgimento dell'esistente. E politiche che non hanno la conoscenza del presente né lo sguardo lungo del futuro. Riscuote applausi a scena aperta il professor Salvatore Settis, archeologo e storico dell'arte, noto per le sue battaglie a tutela delle città d'arte. L'aula dell'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, a palazzo Franchetti, non è abbastanza grande per contenere il pubblico venuto a sentire la presentazione del suo ultimo libro edito da Einaudi Se Venezia muore.

Venezia è un paradigma, un esempio, dice Settis. Un esempio di come gli interventi sbagliati abbiano provocato l'esodo degli abitanti, l'invasione del turismo, la marea distruttiva di progetti assurdi, per fortuna spesso bloccati dall'opinione pubblica. «Cambiare il modello di città, offrire il meglio della storia di Venezia», dice Settis. Che si è battuto contro la vendita del patrimonio ai privati, contro l'idea di realizzare in gronda lagunare il grattacielo più alto di Europa. Settis cita Italo Calvino e le sue Città invisibili, la necessità di tutelare le città storiche malate. E Venezia lo è più di ogni altra.

Settis si spende anche sulla difesa dei palazzi e dei beni culturali che il Comune sta mettendo sul mercato per salvare il bilancio. «Quello che abbiamo detto vale anche per villa Heriott», dice tra gli applausi. «Non è un dibattito elettorale ma un contributo», precisa il professore in apertura. Ma sono in tanti a chiedergli «un aiuto» per salvare una città distrutta dagli scandali e dalle opere sbagliate. «Quello che è successo a Roma è nulla rispetto al malaffare legato al Mose», dice Andreina Zitelli, «il governo venga qui a vedere di cosa la città ha veramente bisogno».

Gherardo Ortalli, professore di Storia medievale a Ca' Foscari e membro dell'Istituto veneto, ricorda che di recente l'Istituto ha rimesso in vita la Commissione di studio sulla laguna. «C'era sempre stata», dice, «cancellata nel 1995 perché in quegli anni non esisteva a Venezia un centro di studio laico e indipendente, ma era tutto in mano al Consorzio Venezia Nuova». Il libro di Settis, dice Ortalli, è una sorta di «anamnesi della malattia. Bisogna prima capire quello che siamo prima di inventare soluzioni distruttive».

Gian Antonio Stella, giornalista, ricorda i tanti progetti assurdi proposti negli ultimi decenni per «rilanciare» la città d'acqua e renderla moderna. Le autostrade in mezzo alla laguna, le monorotaie, fino alla torre Cardin. E al progetto esposto alla Biennale del 2010 in cui si proponeva tra il compiacimento delle istituzioni la difesa della città d'acqua affidata a una serie di grattacieli che avrebbero protetto Venezia dall'acqua. «Ma Venezia deve difendersi anche da molti veneziani», dice Stella, «i veneziani che difendono Venezia sono pochi». «Come nel Ghetto da comunità di esclusi diventiamo comunità che vince», risponde Settis.

Lidia Fersuoch, presidente della sezione veneziana di Italia Nostra, parla di Arsenale e di restauri privati su palazzi come il Fontego dei Benetton e Prada a Ca' Corner della Regina.

La Nuova Venezia, 11 dicembre 2014
IL NO DI SETTIS ALLE GRANDI OPERE

A Mestre per discutere di paesaggio e territorio: lo storico dell'arte e archeologo Salvatore Settis, già direttore della Normale di Pisa e del Getty Research Institute di Los Angeles, è stato accolto ieri nell'aula magna del liceo Giordano Bruno per una lezione che ha preso spunto dal suo ultimo libro, Se Venezia muore, una disamina sui problemi delle città storiche partendo dall'analisi della situazione lagunare.

In due ore, il professore ha risposto ai quesiti degli insegnanti, alle timide domande dei ragazzi e persino a qualche polemica nata non appena si è toccato lo spinoso argomento Mose. Settis, infatti, ha ribadito che preservare l'ambiente è un dovere nei confronti di chi abiterà l'Italia in futuro e non ha potuto evitare di tirare quindi in ballo anche le grandi opere veneziane, dalla Orte-Mestre alla torre di Pierre Cardin, passando per il ponte di Calatrava e, appunto, per il sistema di dighe mobili.
L'ex direttore della Normale, che considera i grattacieli residuati di un tempo passato, ha riservato parole dure per tutti questi progetti: tanto per «l'autostrada più inutile del mondo» quanto per il «ponte che poteva essere costruito pure in Nuova Zelanda, visto che con Venezia non c'entra nulla»; la critica più feroce è stata però proprio quella al Mose, «costato tre volte la cifra stimata e a cui si sono aggiunti due miliardi di tangenti e bustarelle». «Attraverso un sistema tipicamente italiano», ha spiegato Settis, «ci si è inventati un metodo inefficace per risolvere un problema reale, finendo per mangiarci sopra».
Per trovare risposta alle difficoltà del Paese, secondo Settis, basterebbe guardarsi in tasca: con 154 miliardi di tasse non pagate ogni anno la Penisola è terza al mondo per evasione fiscale (prima di noi solo Turchia e Messico), «con quei soldi nelle casse dello Stato, la crisi non ci impedirebbe di salvare il nostro suolo».

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