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La Repubblica, 5 gennaio 2011

BATTISTI E LA FRANCIA

L´IGNORANZA MILITANTE

di Barbara Spinelli

La lettera più difficile, più scabrosa, Bernard-Henri Lévy avrebbe dovuta scriverla non al Presidente Lula ma, informandosi sulla storia italiana, al Presidente Napolitano. Non mi consta l´abbia fatto. Il gesto più difficile e scabroso sarebbe stato quello di visitare, oltre a Cesare Battisti, le sue vittime. Non mi consta abbia fatto neanche questo. Né che abbiano fatto cose simili Philippe Sollers, Daniel Pennac, Fred Vargas, e i tanti francesi che guardano all´Italia come a un paese di scimmie, privo di magistrati dignitosi: bellissimo e incivilissimo, diceva Stendhal.

I francesi in questione sono esteti e assai selettivi: contro la mafia o la cultura dell´illegalità dilatata da Berlusconi, mai alzano la voce.

Usiamo la parola scabroso perché letteralmente deriva da scavare, cercare sotto la superficie. Con le sue dichiarazioni giubilanti e la lettera a Lula, Lévy pensa d´aver pensato, chiude il ragionamento in un boccale come una pietanza che si riscalda di tanto in tanto. Non ha preso neppure una pala, per smuovere la terra alla maniera in cui Rilke, meditando il buio, «ascolta come la notte s´inconca e s´incava». Danza sulla superficie, imbocca le vie più facili presumendole anticonformiste. Crede di cantare fuori da un coro. Azioni del genere screditano gesti compiuti da lui e altri: in Bosnia, Cecenia, Ruanda. L´accostamento del volto di Sakineh a quello di Battisti, sul suo sito, è empietà. Mostra un´incapacità radicale a comprendere il male inflitto all´innocente. Non è il vero sofferente che interessa, quando il fascino esercitato da un assassino è così trascinante, compiaciuto. André Glucksmann, vicino a Lévy, non ha mai cantato in questo coro.

Battisti non è neppure un terrorista, per chi lo sostiene. Lévy lo chiama un «ancien enragé divenuto scrittore». Gli enragés (letteralmente: «gli arrabbiati») furono i più estremisti nella Rivoluzione francese. Philippe Sollers lo battezza «eroe rivoluzionario». Altri, citando Céline, confutano i verdetti emessi contro «un uomo senza importanza collettiva, un semplice individuo», come se la giustizia concernesse altro che l´individuo. Il solo esser divenuto scrittore lo trasfigura, l´assolve. Lo tramuta in intellò, come se il titolo bastasse per issarlo all´altezza di Zola e di chi, tra il 1895 e il 1906, difese il capitano Dreyfus.

Il fatto, sempre che i fatti contino, è che Battisti non è solo un intellò. Fu un criminale comune fino a quando per comodità si mascherò da rivoluzionario, aderendo ai Pac (Proletari Armati per il Comunismo). Scappato dal carcere, fu condannato in contumacia per aver ucciso tre uomini e concorso a un quarto omicidio, fra il ´78 e il ´79, e nei tre gradi di giudizio fu assistito da avvocati da lui istruiti. Nell´81 era fuggito a Parigi profittando della dottrina Mitterrand, abiettamente travisata. In realtà il Presidente fu chiaro, quando l´espose il 22 febbraio e il 20 aprile ´85: l´asilo offerto escludeva tassativamente «chi si era macchiato di crimini di sangue» o di «complicità evidente in vicende di sangue», e riguardava i fiancheggiatori dissociati dal terrorismo.

Gli intellettuali mobilitatisi per Battisti si immaginano eredi non solo dei dreyfusardi ma dei moralistes francesi vissuti fra il ´500 e il ´700. I moralisti non facevano la morale ma descrivevano la storta natura dell´uomo, a cominciare dalla propria, con impietosa ironia. Penso a Montaigne, La Rochefoucauld, Pascal, Vauvenargues, Chamfort. Nei pretesi loro eredi non è mancato questo sguardo spietato e anticonformista, quando hanno fustigato il proprio esser comunisti: i «nuovi filosofi» hanno capito Solženicyn assai prima degli italiani, dei tedeschi. Ma uno strabismo singolare li affligge: ben più arduo, se non impossibile, è approfondire ancor più l´esame di sé. Quando maneggiano il concetto di rivoluzionario o di intellettuale, l´acume diminuisce. Aver ghigliottinato un re è motivo immutato d´orgoglio, che li rende superiori a ogni europeo.

Anche l´universalismo, di cui i francesi si vantano, li rende ciechi ai propri limiti, incapaci di apprendere. Il loro contributo all´unione europea è un impasto di universalismo decorativo e nazionalismo effettivo. Ci sono princìpi a tal punto sacralizzati da ossificarsi e perire come stelle che per noi brillano nonostante siano morte da tempo. Molte dispute intellettuali avvengono tra francesi. Non parlano all´Europa né al mondo, verso i quali l´ignoranza è spesso abissale.

È l´ignoranza militante che provai a descrivere il 14 marzo 2004 su Le Monde, in una lettera aperta su Battisti agli amici francesi, ma si sa che le parole informative non servono quando non si vuol sapere e si vive nel performativo (basta che io dica una cosa e la cosa è, anche se contraddetta dai fatti). Quel che si vuol ignorare è come funziona la giustizia in Italia, la sua indipendenza ben più solida che in Francia, la lotta che i magistrati conducono contro la mafia, la corruzione, la politica ridotta a lucro privato. È un´ignoranza non ingenua ma attivisticamente coltivata. Ebbe forme analoghe anche nel ´68: un ´68 che i francesi, più saggi, hanno saputo frenare prima che degenerasse in terrorismo. Essendosi tuttavia fermati in tempo, nulla sanno dei suoi baratri, del valore della legalità. Non a caso parlano lo stesso linguaggio di tanti marxisti finiti con Berlusconi. Lo spirito libertario del ´68, lo hanno stravolto facendosi libertini. Il disprezzo delle istituzioni, della Costituzione, della magistratura, accomuna perversamente tanti intellettuali francesi e Berlusconi: stessi attacchi ai giudici e ai «teoremi giudiziari», stesso istinto a parlare di Battisti come di un accusato o un capro espiatorio e non di un condannato. Non stupisce che qualche mese fa Berlusconi abbia confidato a un ministro: «Battisti è un personaggio orribile, e non capisco perché dovremmo fare i salti di gioia alla prospettiva di doverlo mantenere noi per anni nelle nostre galere».

Rivolgendosi agli italiani, Lévy ci invita a «voltare la pagina degli anni di piombo», o almeno a pensarli «senza passione, con equità, evitando la terribile logica del capro espiatorio». È una solfa che gli italiani conoscono: meglio voltar le pagine del fascismo, delle stragi, di Mani Pulite, dell´omicidio di Falcone, Borsellino, delle loro eroiche scorte. Ma le pagine si voltano ricordando e facendo giustizia (la clemenza viene dopo i verdetti), altrimenti restano lì, infezione letale. Oppure le si gira e basta, come fanno gli scemi o gli arruolati dell´Ignoranza, due categorie così affini. Persino Gesù faticava, con gli stupidi. C´è un suo detto islamico, citato da Sabino Chialà, che confessa: «Gli storpi li ho guariti, i ciechi pure. Con gli stupidi non sono riuscito» (I detti islamici di Gesù, Mondadori). Di ignoranza militante e ebete non abbiamo bisogno che venga da fuori: ne abbiamo già tanta in casa. L´amalgama creatosi fra terrorismo, mafia, corruzione, sprezzo della magistratura: non è una vecchia pagina da voltare. È il presente limaccioso che viviamo.

Tutte queste vicende i francesi non le capiscono. Pur avendo compiuto la rivoluzione e chiamato ogni uomo allo stesso modo – citoyen – lo spirito di casta è tenace. Se sei un intellettuale hai speciali immunità, anche se hai ammazzato tua moglie come il filosofo Althusser. Già Tocqueville trovava intollerabile la mistura francese tra politici e letterati.

Fa parte dell´astrattezza letteraria (la più obbrobriosa forse) considerare gli ex terroristi come sconfitti, vinti dalla storia. Sconfitto è chi esce battuto essendo stato un combattente, regolare o guerrigliero, o un vero enragé. Gli si deve rispetto: con lui si ricostruirà un ordine. Gli anni di piombo non sono stati una guerra civile. Sono stati una storia criminale, come gran parte della storia italiana.

il manifesto, 6 gennaio 2022

IL CASO BATTISTI E GLI ANNI '70

Una storia per nulla criminale

di Marco Bascetta

Da giorni la politica e i media italiani stanno conferendo al "caso Battisti" un peso fuori misura. Sarebbero in gioco l'orgoglio nazionale, l'idea stessa di giustizia, la sensibilità di un intero popolo. L'immagine dell'Italia nel mondo. Indignazione ed esercizi retorici si susseguono frenetici, accuratamente evitando il piano del ragionamento. Cerchiamo allora di esaminare con qualche ordine gli aspetti più rilevanti della faccenda, estraendoli dal pentolone dell'ideologia e della propaganda in cui sono stati messi a bollire. A cominciare dal ruggito del topo emesso dalla diplomazia italiana. La quale, se dobbiamo dar credito ai La Russa e ai Frattini, sarebbe rimasta ferma ai tempi di Elena, Paride e Menelao, laddove intorno a un singolo caso si scatenava addirittura lo "scontro di civiltà". Come mai nessuno si è mai sognato di impartire alla Francia di Mitterrand o di Chirac (strapiena di esuli e fuoriusciti) lezioni di diritto e di democrazia, di minacciare boicottaggi e oscure "conseguenze" come oggi si è fatto con il Brasile di Lula? Forse perché si continua a considerare quel grande paese una realtà del "terzo mondo" cui insegnare le buone maniere? Berlusconi, cui non difetta un certo realismo, si è affrettato ad assicurare che il rapporto tra Italia e Brasile non sarà in nessun modo compromesso da questa vicenda. Chi fa affari non è incline all'autolesionismo. CONTINUA | PAGINA 6

E forse si rende anche ragionevolmente conto che l'insistenza, i giudizi irriverenti e le accanite pressioni esercitate sul governo e sulla giustizia di Brasilia avranno un effetto controproducente rispetto allo stesso scopo che esse si propongono: l'estradizione di Cesare Battisti.

Al di là del caso specifico, sbandierare l'inappuntabilità del sistema penale italiano (le cui carceri, per esempio, sono state oggetto di severi giudizi da parte di organismi internazionali) e dei processi celebrati durante e a ridosso degli anni di piombo in un clima assolutamente emergenziale, è frutto della più sfacciata malafede e di una visione nazionaltrionfalista della storia e della realtà del nostro paese. Così come non si può sorvolare sulla mancata ratifica da parte italiana di importanti trattati internazionali che riguardano diritti e garanzie in ambito penale (ne ha riferito accuratamente Mauro Palma qualche giorno fa su queste stesse pagine) e che recano invece la firma del Brasile. Qui non si tratta dell' infatuazione degli intellettuali francesi, con cui polemizza Barbara Spinelli sulla Repubblica di ieri, ma di puntuali argomentazioni tecniche e giuridiche.

La Spinelli conclude quello stesso articolo, confermandone così il vero intento, con la seguente affermazione: «Gli anni di piombo non sono stati una guerra civile. Sono stati una storia criminale». Non sono stati né l'una né l'altra cosa, come invece pensavano, su fronti opposti, le Br e la politica del compromesso storico che in nome della versione "storia criminale" decise di sacrificare Aldo Moro.

Sono stati anni di stragi oscure (su cui la nostra inappuntabile magistratura non ha mai fatto luce) e di altissima tensione sociale, di conflittualità diffusa, spesso intrecciata, è vero, con pratiche e comportamenti decisamente criminali in una matassa che non sempre è possibile districare. E nella quale, innocente o colpevole che sia, Battisti è rimasto impigliato. Da molti decenni quella stagione si è conclusa e quella matassa si è disfatta. Qualcuno vi è rimasto strangolato, qualcun altro è sgusciato tra le sue maglie, ma quel contesto, quei moventi, quei sentimenti feroci o disperati che fossero, si sono completamente estinti. Di certo le tre funzioni che uno stato democratico dovrebbe attribuire alla pena detentiva (impedire la reiterazione del reato, rieducare, fungere da deterrente) nella lunga distanza che ci separa dagli "anni di piombo" da un pezzo non sono più operative. Resta la questione della Giustizia o del "sentimento di giustizia", ma è una questione ben più grande e importante di quanto un caso singolo possa incarnare, che la cattura o la latitanza di un colpevole appena sfiora. E che ben poco ha a che vedere, soprattutto, con la grancassa propagandistica e la criminalizzazione indiscriminata di un intero pezzo di storia italiana che intorno all'estradizione di Battisti sono state montate. Della quale, fatta eccezione per i parenti delle vittime (il cui dolore però non è in alcun ordinamento un criterio giuridico), non credo importi molto a nessuno, una volta sventolata a sufficienza la bandiera della legge, dell'ordine e dell'orgoglio nazionale.

Già lo hanno promosso sul campo come l'uomo dell'anno. Eppure Marchionne ha solo recuperato un'idea vecchia, quella del puro e semplice ritorno alla percezione del plusvalore assoluto (prolungamento del tempo di lavoro, maggiore sfruttamento). L'amministratore delegato viene santificato proprio perché intende rinunciare al terreno più avanzato di competizione (la percezione di plusvalore relativo grazie all'impiego di sapere, all'uso dell'innovazione tecnica, all'ampliamento del capitale costante) scelto dal capitale nel '900 e recupera la abbagliante pretesa di comprimere i costi del lavoro ogni volta che le cose vanno male all'impresa.

Più che una strategia accorta in grado di ridare fiato a un'azienda che rotola in grande affanno nei mercati globali, si vede solo una pigra e costosa ossessione ideologica (dare comunque addosso al lavoro) che di sicuro non porterà molto lontano lo stabilimento torinese nel recupero di posizioni nelle vendite. Non è con il ripristino della sussunzione formale del lavoro al capitale (inasprimento del potere disciplinare, limitazioni della rappresentanza) che si assicura il ritrovamento di margini di profitto da parte di un'azienda malandata. Con l'accantonamento miope della tendenza storica verso la sussunzione reale del lavoro al capitale (con più diritti, consumi e consenso) si intraprende solo una soluzione regressiva e in definitiva di corto respiro: il ricatto di una non scelta tra chiusura e rinuncia a tutele.

Il problema colossale della Fiat peraltro non sembra affatto essere quello di produrre poco a causa di una elevata conflittualità ma semmai quello di piazzare molto poco di quanto sfornato con una certa facilità dagli stabilimenti dispersi in mezzo mondo. Si registra oggi per la Fiat un impressionante 26 per cento in meno nelle immatricolazioni rispetto allo scorso anno. Il costo del lavoro e la cancellazione dei diritti c'entrano ben poco quali ostacoli per inserirsi nel gioco globale se il nodo autentico del marchio torinese è quello non riuscire a vendere bene il suo prodotto. Anche per la Fiat si tratta di uscire da una classica crisi di sovrapproduzione che contrae la domanda e la propensione al consumo una volta che del tutto esauriti appaiono i ritrovati magici delle carte di credito, ed esangui si rivelano i palliativi delle furberie finanziarie. E invece di rispondere a questo tema (come garantire al lavoro un margine più ampio di consumo) si cercano delle inutili scappatoie.

Il problema odierno del capitalismo, e quindi di riflesso della Fiat, è di avere dinanzi una forza lavoro troppo impoverita per potersi permettere il lusso di acquistare macchine costose (un'auto di media cilindrata costa quanto un salario annuale di un lavoratore; a un giovane precario una utilitaria spreme almeno due anni di lavoro) e non affatto satolla per i diritti eccessivi che l'hanno resa pigra e soddisfatta. La domanda interna, drogata negli anni più recenti con il facile accesso al credito al consumo che suppliva alla perdita drastica di potere di acquisto reale dei salari, non cresce (non può), e le macchine restano del tutto invendute negli autosaloni. Chi in questi anni ha vinto - la piccola impresa, il commercio, il lavoro autonomo - non compra utilitarie, orienta su altri marchi e beni posizionali le proprie scelte di consumo.

La grande stampa plaude unanime alle mosse di Marchionne e alimenta la credenza che dalla sua profonda crisi strategica la Fiat uscirà solo se gli operai staranno in fabbrica con qualche pausa in meno, con diritti affievoliti e magari trattenendo i bisogni fisiologici nell'arco della giornata. Tanto rumore per nulla. Le decantate idee nuove del novello uomo dell'anno non rivelano alcuna cultura dell'innovazione in grado di ridare linfa a una grande azienda inginocchiata. La cura Marchionne è, per la ripresa di competitività, un'aspirina ridicola dinanzi a una malattia mortale. Di rilevante essa ha solo il truce volto politico di chi propone lo scambio indecente tra (pochi) investimenti e (residui) diritti.

Non ci vuole molto a conquistare i gradi di campione della modernizzazione in questo neocapitalismo che ha un volto antico. Troppo antico per non provocare sciagure. Marchionne piace al pensiero unico di oggi non perché in effetti sia un geniale manager dell'innovazione di processo e di prodotto, ma perché è un politico maldestro che stuzzica gli appetiti inconfessabili del capitalismo d'ogni tempo: abolire i diritti e però non tollerare alcun conflitto nella società e nella fabbrica. Se riuscirà a fare questo, cioè a ridurre il lavoratore a pura corporeità che vende le sue energie fisiche a un prezzo sempre inferiore senza però trovare alcun intralcio nella resistenza della forza lavoro organizzata, il manager con il maglione blu altro che uomo dell'anno, sarebbe l'uomo della provvidenza che dispensa miracoli mai riusciti a nessun capitano d'industria. Purtroppo non è così, non si ha pace su una polveriera. Il disagio di ceti senza più speranza diventa una cieca rivolta e non grande conflitto, impossibile quando il lavoro non trova più i suoi referenti politici.

Quella che si ostinano a chiamare sfida estrema all'insegna della modernità in realtà è solo una banale ricetta che suggerisce di lavorare per più tempo, con meno diritti. La grande impresa, con la ricetta Marchionne, cessa di essere un luogo di relativo rispetto del ruolo del sindacato per inseguire il modello sociale arcaico imposto dai padroncini con i loro migranti spremuti e acquistati a buon mercato. Il manager con il maglione blu, che in un solo giorno guadagna quanto incassa un suo operaio in due anni di lavoro, non inventa nulla, copia i rudi padroncini che tengono i sindacati al di fuori dei loro oscuri capannoni. Per questo piace. E' il simbolo della grande impresa che, a corto di idee e di strategie efficaci, viene inghiottita dallo spirito selvaggio del piccolo padrone.

C'è scarsa creatività e audacia in tutto ciò. La porzione di capitale che in questi anni ha scrutato con una qualche diffidenza il poco elegante berlusconismo, sotto la regia di Marchionne, sta ricollocandosi ed è destinata a confluire nel blocco sociale della democrazia populista che ha schiantato le capacità innovative della società italiana. Condividono il declassamento definitivo dell'Italia a paese semi periferico destinato a bassi salari e a una scarna civiltà del diritto nel lavoro. Grande impresa, finanza e microcapitalismo stanno imponendo un nuovo modello di società a diritti impoveriti. Dev'essere così ovunque. Nelle fabbriche come negli uffici pubblici, nei laboratori artigiani come nelle scuole, nei capannoni del micro capitalismo territoriale come nelle università e nei centri di ricerca. L'innovazione significa precarietà, discesa (drammatica per i più giovani) dei salari ai livelli minimi della mera riproduzione fisica della forza lavoro. Ma l'Italia è già da anni agli ultimi posti al mondo per i salari, oltre c'è solo il precipizio.

Il miraggio cinese che attira l'amministratore delegato della Fiat è una follia improponibile. Con i salari di Pechino ci vorrebbero più di 30 anni di lavoro per comprare una punto. Il progetto Marchionne è in realtà una propaganda ideologica, non una terapia d'urto in grado di portare l'azienda fuori della sua crisi strutturale. Con il suo populismo padronale incasserà un successo politico ma non imprimerà alcuna svolta alle relazioni industriali. E per questo l'uomo dell'anno è per intero nel declino, non è una alternativa alla triste decadenza italiana. Marchionne insomma non è un grande manager consapevole dei ferrei imperativi del tempo globale, è piuttosto un piccolo ideologo politico che insegue i mulini a vento dell'umiliazione del lavoro e delle sue rappresentanze. Di crescita neanche a parlarne.

"Qui c´è un problema serio di rapporto tra il capitale e la democrazia". Non lo ha detto uno dei soliti sindacalisti che, a quanto si legge, ostacolano la modernizzazione produttiva. Ma il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, in un´assemblea con i lavoratori della Eaton di Massa svoltasi poco prima di Natale. Trecento persone che dopo due anni di cassa integrazione hanno ricevuto a metà ottobre 2010 altrettante lettere di licenziamento. Forse perché l´azienda era invecchiata, le sue tecnologie superate, i prodotti rifiutati dal mercato? Niente affatto. La Eaton produceva componenti avanzati per motori d´auto, venduti ai maggiori costruttori europei, con buoni margini di utile.

Ma è successo che nell´Ohio, sede dell´azienda madre, qualcuno ha fatto due calcoli e ha scoperto che in Polonia si possono produrre gli stessi componenti a un costo inferiore. Si sa, laggiù costa tutto meno: il lavoro, i terreni, i servizi. Quindi il management ha deciso di chiudere lo stabilimento di Massa e spostare la produzione in quel paese. Gli azionisti apprezzeranno.

È un´azione di chiara razionalità economica, si dirà. Che c´entra la democrazia? La risposta sta in quelle centinaia di lavoratori che occupano la loro fabbrica senza macchine perché sono state spedite all´estero, che fanno lo sciopero della fame, bloccano per qualche ora l´autostrada. Democrazia è la possibilità di avere voce nelle decisioni che toccano la propria vita, partecipare in qualche misura ad esse, poter discutere del proprio destino; magari per accettarlo, alla fine, anche se ingrato.

A modo loro, quei lavoratori ripropongono un detto che ebbe peso agli esordi stessi della democrazia: siamo tanti, non contiamo niente, vorremmo contare qualcosa. Ci ricordano pure che c´è qualcosa di profondamente distorto in un sistema economico e politico che separa il lavoro dalla persona. Il primo è considerato una merce che un´impresa ha pieno diritto di comprare al prezzo che le conviene, o buttare da parte perché non serve più. La seconda è un essere umano che ha una storia, sentimenti, rapporti familiari, desideri, amicizie, un senso di dignità. È possibile, dobbiamo chiederci, che dinanzi al rischio di restare senza lavoro, che significa anche perdere gran parte dell´identità di persona perché la società intera è stata costruita attorno all´idea di lavoro retribuito, nessuno in pratica abbia il diritto riconosciuto di discutere se ci sono soluzioni possibili, altre strade meno impervie, di affermare che una razionalità economica che non lascia nessuna voce agli interessati al di fuori degli azionisti è una forma di irrazionalità che sta minando alle radici la democrazia?

Bisogna dire che nel caso particolare della Eaton il comune e la regione, insieme con i sindacalisti e un certo numero di politici, sono stati ad ascoltare la voce dei lavoratori. Hanno formulato controproposte alla casa madre, hanno messo sul tavolo capitali per mantenere anche in altre forme la produzione industriale nell´area. Finora le risposte della società dell´Ohio, per la quale lo stabilimento di Massa, Italia, è forse solo un paio di pixel sullo schermo dei computer centrali, sono state in prevalenza negative. Si può sperare vi sia ancora qualche margine per ottenere ulteriori sostegni al reddito, e recuperare un´attività produttiva che ridia prospettive di occupazione stabile agli ex dipendenti. Ma l´occupazione da parte degli operai della fabbrica svuotata delle sue macchine pone la politica, e tutti noi, dinanzi a una questione che il prosieguo della Grande Crisi farà diventare sempre più impellente. C´è un problema generale di rapporto tra capitale e democrazia, che non si risolverà anche se qui e là si porrà rimedio a problemi locali.

Dai giovani al debito pubblico alla riforma fiscale, Napolitano ha toccato temi che la politica aveva accantonato negli ultimi mesi, concentrata com’era in una resa dei conti pronta a sfociare in una crisi al buio. Ma soprattutto, nell’ «operazione verità» andata in scena nei venti minuti del suo messaggio di Capodanno, ha accennato una questione quasi assente nel nostro dibattito pubblico: la convivenza con i fantasmi della decrescita, indagata (tra i primi) dal guru ecologista francese Serge Latouche.

Infatti, quando il presidente rileva che, anche per effetto dei collassi planetari dell’economia, «il sogno di un continuo progredire nel benessere, ai ritmi e nei modi del passato, è per noi occidentali non più perseguibile» , va al cuore del problema. Che è quello di imporre una riflessione sui limiti della cosiddetta «teologia del Pil» e dello sviluppo infinito, contro cui si batte Latouche. Dati i pericoli messi in evidenza dal risiko della finanza globale, proporre simili interrogativi non è esercizio di catastrofismo ma di realismo.

Una scelta obbligata e non in contrasto con la decisione di tenere sullo sfondo la politica interna. Specialmente dopo un 2010 dominato dalle «condizioni di persistente crisi e incertezza dell’economia e del tessuto sociale» , che ha diffuso «l’ansia di non poterci più aspettare un ulteriore avanzamento e progresso di generazione in generazione come nel passato» . Certo, il presidente ha mitigato quel passaggio del proprio monologo con l’esortazione a non lasciarci «paralizzare» dall’ansia e a non rinunciare «al desiderio e alla speranza di nuovi e più degni traguardi da raggiungere nel mondo segnato da un processo di globalizzazione» (che non esita a definire «ambiguo» per le ricadute «sul terreno dei diritti democratici e delle diversità culturali» ). Dovrebbero essere motivo di riflessione per tutti, e per i giovani in particolare.

I quali — secondo l’analisi di Napolitano, fondata sui tanti incontri con disoccupati, studenti e ricercatori e sull’infinità di lettere recapitate al Quirinale— se «denunciano un vuoto e sollecitano risposte sanno bene di non poter chiedere un futuro di certezze, magari garantite dallo Stato, ma di aver piuttosto diritto a un futuro di possibilità reali, di opportunità cui accedere nell’eguaglianza dei punti di partenza, secondo lo spirito della Costituzione» . E a un certo spirito di coesione riassunto nella Carta costituzionale sembra poi richiamarsi il capo dello Stato — oltre che quando ripropone la «storica ferita del divario tra Nord e Sud» e gli ancoraggi di un federalismo fiscale ispirato alla «solidarietà» — quando dedica un appello affinché si recuperi la rottura Fiom-Fiat. Che a suo avviso può, sì, passare attraverso una diversa «produttività del lavoro» , ma richiede pure «coraggio politico e sociale» e non una logica di eterna contrapposizione. Da parte dell’azienda e degli operai. Insieme.

Nota: su PIL, sviluppo ambiente e territorio, si veda anche la puntata di Report Consumatori difettosi (f.b.)

I giudizi sull'operato del governo non pertengono al presidente della Repubblica, sottolinea a un certo punto del suo messaggio di fine anno Giorgio Napolitano perché sia chiaro che la sua diagnosi sullo stato del paese non è, o non è solo, un atto d'accusa contro la compagnia di giro di Silvio Berlusconi: essa guarda lontano nel tempo, alle scelte necessarie per il prossimo decennio e ai ritardi accumulati nell'ultimo, e nello spazio, a una nuova collocazione dell'Italia in una Europa incompiuta, in un Occidente in crisi di egemonia, in un mondo globale con nuovi protagonisti.

Ma solo l'ipocrisia congenita del galateo istituzionale può acquietarsi, nei commenti del giorno dopo, dello stile impeccabilmente sopra le parti del discorso e di un'adesione bipartisan ai suoi contenuti. Coperta dietro la dedica ai giovani e l'invito a rilanciare sul loro futuro, la preoccupazione per il presente è grave e tutt'altro che leggera nei toni, e se non c'è attacco diretto alle colpe di governo non è per esentare la classe politica dalle sue responsabilità ma casomai per metterla tutta intera, maggioranza e opposizione, di fronte ai suoi fallimenti. Puntare il dito contro il «distacco ormai allarmante» fra politica e società, ammonire che «senza nuove prospettive la democrazia è in scacco», evocare gli anni della ricostruzione postfascista a pungolo delle capacità di rinascita dell'Italia, significa, nella retorica non certo ridondante di Giorgio Napolitano, dire che la situazione è oltre il livello di guardia. E rivolgersi direttamente a «ogni cittadino», «perché voi non siete semplici spettatori: la politica siete voi, voi potete rinnovarla con i vostri comportamenti», significa, per un uomo delle istituzioni non certo sospettabile di populismo come Giorgio Napolitano, sottolineare due volte un altro passaggio cruciale del discorso, laddove il presidente invoca «un salto di qualità della politica, essendone in gioco la dignità, la qualità, la capacità di offrire un riferimento e una guida».

È vietato dunque, o dovrebbe, accodarsi al perentorio invito del presidente a fare dei giovani la molla per una scossa della politica facendone invece un'arma per il prolungamento della sua paralisi. E siccome è prevedibile che dopo il discorso di Napolitano il genere «giovani» godrà di ampia fortuna nella retorica e della maggioranza e dell'opposizione, merita ricordare qual è il sottile confine che separa un impegno urgente nei loro confronti da un paternalismo stucchevole e controproducente. Napolitano ci ha risparmiato, nel suo messaggio, riferimenti alla situazione più che traballante del governo, ma ci ha pensato Umberto Bossi ad aprire l'anno con un richiamo alla probabilità più che ravvicinata delle elezioni.

Nel gioco dei sondaggi e delle percentuali virtuali, sarà il caso di non tralasciare quel segnale evidente dello stato delle cose che si chiama astensione, e che non è la malattia infantile della democrazia ma il suo sintomo giovanile, e oltre una certa soglia non esprime più un disagio ma un esodo.

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