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Con l´irrevocabile responso emesso dal Giurì per l´autodisciplina pubblicitaria, su ricorso dei senatori Francesco Ferrante e Roberto della Seta (Pd), il bombardamento mediatico a favore del nucleare per il momento è stato interrotto. Ispirata dal presidente del Consiglio per persuadere e convertire gli italiani a questa scelta, come se si trattasse di un detersivo, di una bibita o di una crema miracolosa, la campagna a colpi di spot è stata sovvenzionata dal "Forum nucleare italiano", organizzazione ufficialmente non profit di cui però i soci fondatori sono l´Edf e l´Enel, cioè i due soggetti maggiormente interessati al business atomico: dalla vigilia di Natale all´Epifania, oltre 400 passaggi televisivi, per un costo di circa 6 milioni di euro.

"Pubblicità ingannevole", ha sentenziato ora senza mezzi termini il Giurì. E così l´aveva già definita anche Antonio Di Pietro in un esposto all´Autorità sulle Comunicazioni, seguito a ruota da un altro parlamentare dell´Idv, Elio Lannutti, che ha presentato una raffica di interrogazioni al Senato.

Lo spot pubblicitario ha messo in scena una partita a scacchi collettiva. Bianco e nero, una mossa dietro l´altra, la partita procedeva tra domande e risposte in un contrappunto di tesi e antitesi. Ma in realtà, come ha stabilito il Giurì nella sua motivazione, lo spot sull´atomo «mira a ingannare e confondere chi lo riceve, contrabbandando come neutrali e sociali i suoi contenuti squisitamente di parte».

Contro questa offensiva mediatica e in vista del referendum sul ritorno al nucleare programmato dal governo in carica, secondo quanto scrive Gianni Silvestrini - direttore scientifico di Kyoto Club - nell´introduzione al libro di Mattioli e Scalia citato all´inizio, «occorre dunque preparare un´accurata azione di controinformazione che consenta ai cittadini di avere elementi adeguati a contrastare la vasta campagna già annunciata dal governo per spiegare come il nucleare sia sicuro e poco costoso». E un primo strumento - forse meno suggestivo di una campagna pubblicitaria, ma certamente più documentato e razionale - può essere proprio il volume pubblicato dai due padri dell´ambientalismo scientifico italiano. Un compendio di informazioni, dati, grafici e tabelle che sgombra il tavolo da tanti luoghi comuni, slogan e falsi ideologici.

Rinviando alla consultazione del libro chi fosse interessato ad approfondire l´argomento, con l´aiuto degli stessi autori proviamo a riassumere qui alcune questioni fondamentali. Lo sviluppo dell´energia nucleare può giovare a combattere l´inquinamento e quindi il riscaldamento del pianeta, contribuendo così a regolare il clima? «Se un impegno straordinario portasse al raddoppio delle centrali, la riduzione delle emissioni di CO2 non supererebbe il 5%».

È vero che, dopo l´incidente di Chernobyl, l´Italia è stato l´unico paese dell´Occidente industrializzato a bloccare il nucleare? «A seguito di Chernobyl, il nucleare viene bloccato in tutti i paesi dell´Ocse: non si procederà a nessun nuovo ordinativo di reattori - proprio come già si era verificato negli Usa, dove a partire dal 1978 non era stata commissionata nessuna nuova installazione e un centinaio di progetti erano stati accantonati».

L´energia nucleare è pulita? Il ciclo del combustibile nucleare, sostengono in sintesi Mattioli e Scalia, comporta lavorazioni a rischio salute. Né vanno trascurati gli effetti biologici e i danni sanitari connessi alle radiazioni. Viene citato poi uno studio di "Environmental Health", in cui si parla di alti valori delle leucemie infantili derivanti da radionuclidi e di «dosi derivanti dalle emissioni di radiazioni dai reattori su embrioni e feti nelle donne gravide».

Quanto costa il kWh (chilowattora) nucleare? «Nella composizione del costo del kWh nucleare alcune componenti sono decisamente opache, altre neanche definibili: esso potrà anche risultare meno costoso, ma non c´è dubbio che si tratta di un prezzo politico dell´energia». E ancora: «L´insistenza su questo tasto sembra intesa a voler mettere in ombra il vero problema economico del nucleare: il finanziamento degli elevati capitali richiesti dagli investimenti e i tempi molto lunghi - oltre vent´anni - per il ritorno dei capitali investiti».

Qual è, dunque, il futuro dell´energia nucleare? «Oggi l´energia nucleare copre meno del 6% del fabbisogno mondiale di energia primaria e del 15% della produzione di energia elettrica». «Di fatto, come per la fusione nucleare, la prospettiva dei reattori di quarta generazione di anno in anno si allontana nel tempo e ora se ne prevede la realizzazione e commercializzazione non prima del 2030-2040».

Che fare, allora? Quali sono le alternative a disposizione? «Non ci possiamo oggi aspettare dalla fissione nucleare la risposta alle scelte urgenti che siamo chiamati a effettuare in tema di energia e sconvolgimento climatico». «Per l´Italia non si tratta dunque di scegliere tra la prospettiva del governo e i sogni degli ecologisti, ma di scegliere tra i reattori e la strategia che ha scelto l´Europa»: e cioè, entro il 2020, 20% di riduzione della CO2; 20% di risparmio sui consumi finali; e, sui consumi restanti, 20% di fonti pulite e rinnovabili, come l´energia solare e quella eolica.

Un secolo fa gli avvenimenti di Tripoli occupavano, come oggi, le prime pagine dei giornali. La storia non si ripete mai, dicono suoi autorevoli cultori. Questo non esclude somiglianze tra avvenimenti distanti decenni o secoli, che si verificano in contesti politici e sociali che non si assomigliano affatto. Così gli anniversari fanno a volte scherzi, di sapore sinistro. Cent´anni or sono, nel 1911, il 3 ottobre, unità della marina italiana sbarcavano nella capitale libica, seguite il 12 da più consistenti reparti dell´esercito. Nelle ore precedenti i cannoni della flotta al largo avevano bombardato l´As-saraya al-amra, il Forte Rosso, dal quale ancora oggi si può dominare la città affacciata sul mare. Ed altre bombe erano cadute sul forte di Bengasi, in Cirenaica.

Così il Regno d´Italia, mentre a Roma governava il liberale Giovanni Giolitti, metteva in atto la dichiarazione di guerra fatta quattro giorni prima all´Impero ottomano che occupava quella sponda del Mediterraneo. E proprio come accade nel 2011, l´opinione pubblica internazionale condannò allora le atrocità commesse nella città appena conquistata. Nelle capitali dei grandi imperi coloniali (non certo senza macchia nei loro ampi possedimenti africano o asiatici), a Londra e a Parigi, ma anche a New York, si moltiplicarono le manifestazioni contro il bagno di sangue. Di cui l´Italia era colpevole.

Tripoli aveva a quei tempi trentamila abitanti ed era la principale città di un vasto paese ricco di deserti bellissimi e popolato da meno di un milione di uomini e donne dispersi lungo la costa. Giolitti, uomo politico «punto fantasioso e retore», secondo Benedetto Croce, aveva voluto quella conquista coloniale, sempre per Croce, come un padre che si avvede che la figliola, cioè l´Italia, è ormai innamorata e provvede a darle dopo le debite informazioni e con le debite cautele, lo sposo che il suo cuore ha scelto. Insomma Giolitti dà agli italiani quel che vogliono.

Lui alla Libia ci pensava da tempo, anche se l´impresa non lo entusiasmava. Il momento sembrava però propizio e non rinviabile. Anche problemi di politica interna lo spingevano ad agire. Voleva promuovere importanti riforme politiche e sociali, in particolare l´estensione del suffragio universale e l´introduzione dell´assicurazione obbligatoria sulla vita, bene accette ai socialisti, che voleva conquistare. Si può persino azzardare che molti libici hanno perduto la vita per permettere a molti italiani, spesso analfabeti, di conquistare il diritto al voto. La guerra avrebbe soddisfatto conservatori, nazionalisti e cattolici, e quindi attenuato la loro opposizione alle riforme. Ed anche quelle di importanti settori economici. Tra i pretesti esibiti nel dichiarare la guerra alla Turchia c´erano i provvedimenti ottomani contro le numerose succursali del Banco di Roma presenti in Libia.

La conquista della Libia è per i militari una rivincita poco più di un decennio dopo la disfatta di Adua, in Abissinia, e le precedenti deludenti prove nelle guerre del Risorgimento. E´ l´acquisizione di una colonia di popolamento per l´emigrazione italiana, che in quegli anni è al massimo ed è fonte di frustrazione nazionale. Offre inoltre l´impressione di alzarsi al rango di francesi, inglesi e spagnoli, che si distendono sulla costa africana senza che in nessun tratto sorga la bandiera italiana. Francia e Germania si sono appena contese il Marocco. Persino Antonio Labriola, socialista e marxista (ma promotore della grandezza d´Italia e della prosperità e arricchimento della sua borghesia, sottolinea ancora Croce) fin dall´inizio del secolo esortava all´occupazione di Tripoli. Lo considerava un buon affare. Ottant´anni prima Karl Marx aveva accolto con soddisfazione la conquista francese dell´Algeria. Come poi Labriola, Marx pensava che con l´arrivo degli europei sarebbero sorte fabbriche, e con le fabbriche si sarebbe formata una classe operaia, indispensabile per fare la rivoluzione.

In realtà le debite informazioni e le altrettanto debite cautele non erano state sufficienti. E l´impresa libica si rivelò subito più complicata del previsto. Anzitutto la popolazione, al contrario delle previsioni, non accolse gli italiani come liberatori. A Sciara Sciat (il 23 ottobre 1911), un sobborgo di Tripoli, reparti dell´esercito italiano caddero in un´imboscata tesa da ufficiali turchi e gruppi di partigiani tripolini, e furono annientati. Tre giorni dopo, in un´altra località, sempre in prossimità della capitale, a El-Messri, seicento soldati italiani colti di sorpresa furono uccisi. La reazione fu severa. La città fu messa a ferro e fuoco e (secondo lo storico Nicola Labanca), forse mille ottocento, sui trenta mila abitanti di Tripoli, furono fucilati o impiccati per rappresaglia. E migliaia di tripolini furono arrestati e deportati in Italia. Ci sono voluti anni, e una lunga sanguinosa repressione, prima che la Tripolitania, e soprattutto la Cirenaica e il Fezzan potessero accogliere migliaia di coloni italiani.

Le tracce italiane sono ben visibili nella Tripoli d´oggi. Negli anni in cui fu governatore dal 1921 al 1925, Giuseppe Volpi (diventato conte di Misurata, località in cui promosse un´operazione militare contro i ribelli arabi) ha compiuto i primi grandi lavori destinati a lasciare un´impronta coloniale italiana in Libia. Ha restaurato la cittadella, senza rispettarne troppo le forme originali, ha costruito grandi edifici tra le case modeste: il palazzo di giustizia, la Banca d´Italia, la cattedrale, la moschea di Sidi Hamuda, il Grand Hotel Municipal, il vicariato apostolico.

L´altro governatore che ha dato a Tripoli un carattere italiano, «littorio», secondo i canoni dell´architettura fascista, è stato Italo Balbo. Dal 1934 al 1940 (anno in cui mori precipitando con l´aereo colpito «per sbaglio dall´antiaerea italiana, mentre sorvolava Tobruk) il gerarca ferrarese portò ingegneri e architetti dalla sua città emiliana affinché erigessero edifici e tracciassero strade. Balbo era contrario all´alleanza con i tedeschi e non voleva la guerra, anche perché sapeva che la Libia era un fronte indifendibile.

Con lui si intensificò, e fu ampiamente propagandato, l´insediamento di coloni italiani, del quale il veneziano Volpi aveva gettato le basi, con criteri imprenditoriali. La vicenda dei coloni in Libia fu un´iniziativa alla quale il fascismo dette toni spettacolari. Il deserto trasformato in orti e in campi di grano diventò ben presto un teatro di guerra seminato di mine e di tombe. Il petrolio che giaceva in profondità sotto gli ortaggi, orgoglio dei coloni, cominciò a sgorgare quando il fascismo era già defunto. E la Libia non era più una colonia italiana. Non era più la « quarta sponda» di Mussolini.

Sconfitto l´esercito italo-tedesco di von Rommel, dal 1943 Tripoli è passata sotto l´amministrazione britannica. E otto anni dopo è diventata capitale della Libia indipendente. Con un monarca. Re Idris. Il quale era il nipote di Sayyid Muhammad bin Ali al-Senussi, fondatore della confraternita dei Senussi. Come emiro della Cirenaica, con Bengasi capitale, Idris è venuto a patti con gli italiani, ma quando il regio esercito coloniale si è mosso dalla costa e ha cominciato ad occupare, dopo il 1920, i territori dell´interno, Idris si è rifugiato in Egitto, da dove ha ispirato la guerriglia contro gli invasori. Si è poi schierato con gli inglesi, durante la Seconda guerra mondiale, ed è ritornato a Bengasi con loro. Promosso anche emiro della Tripolitania, quando la Libia unificata è diventata indipendente lui, Idris, ne è diventato il sovrano.

Un sovrano debole, indeciso, che ha stentato a mantenere il ritmo di un paese ormai con una popolazione in rapido, travolgente aumento (oggi conta almeno sette milione di abitanti), e diventato, grazie al petrolio, un eldorado affollato di società internazionali. La sua neutralità, o indifferenza, durante la guerra del ‘67, il terzo conflitto tra arabi e israeliani, ha provocato sommosse, ed anche un pogrom contro la comunità ebraica, che viveva in Libia da quattro secoli. I seimila ebrei sono dovuti partire da Tripoli con una valigia e venti sterline, lasciandosi tutti i beni alle spalle.

Nel ‘69, il 4 agosto, re Idris ha gettato la spugna. Ha annunciato che tra un mese, il 5 settembre avrebbe abdicato in favore del principe ereditario, Sayyid Hasan al-Rida al-Mahdi el Senussi. Ma il primo settembre, mentre Idris si faceva curare in Turchia, il colonnello Gheddafi ha preso il potere. Ha cancellato la monarchia. Il nuovo re ha regnato un solo giorno. La bandiera di re Idris è rispuntata in questi giorni in Cirenaica, a Tobruk e a Bengasi, al posto di quella verde di Gheddafi che ha sventolato sugli edifici pubblici per più di quarant´anni.

Nota

Sulle imprese italiane in Libia (e in altri paesi africani e non) vedi la cartella “Italiani brava gente”; per la Libia, tra gli altri, l’articolo di Manlio Dinucci.

C´è qualcosa, nel successo strappato a Sanremo dalla canzone di Vecchioni, che intrecciandosi con altri episodi recenti ci consente di vedere con una certa chiarezza lo stato d´animo di tanti italiani: qualcosa che rivela una stanchezza diffusa nei confronti del regime che Berlusconi ha instaurato 17 anni fa, quando pretese di rappresentare la parte ottimista, fiduciosa del Paese.

Una stanchezza che somiglia a un disgusto, una saturazione. Se immaginiamo i documentari futuri che riprodurranno l´oggi che viviamo, vedremo tutti questi episodi come inanellati in una collana: le manifestazioni che hanno difeso la dignità delle donne; la potenza che emana dalle recite di Benigni; il televoto che s´è riversato su una canzone non anodina, come non anodine erano le canzoni di Biermann nella Germania Est o di Lounes Matoub ucciso nel ´98 in Algeria. Può darsi che nei Palazzi politici tutto sia fermo, che il tema dell´etica pubblica non smuova né loro né la Chiesa. Ma fra i cittadini lo scuotimento sfocia in quest´ansia, esasperata, di mutamento.

A quest´Italia piace Benigni quando narra Fratelli d´Italia. Piace Vecchioni quando canta la «memoria gettata al vento da questi signori del dolore», e «tutti i ragazzi e le ragazze che difendono un libro, un libro vero, così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendo il pensiero». Quando conclude: «Questa maledetta notte dovrà pur finire». Poiché si estende, il senso di abitare una notte: d´inganni, cattiveria, sfruttamento sessuale di minorenni. C´è voglia che inizi un risveglio. Che la politica e anche la Chiesa, cruciale nella nostra storia, vedano la realtà dei fatti dietro quella pubblicitaria.

Massimo Bucchi aveva anticipato, in una vignetta del 19 gennaio 2010, questa rivolta contro il falso futuro promesso dai signori del dolore: «Ha da passà ‘o futuro!». Erano i giorni in cui il governo non s´occupava che di legittimo impedimento, di lodo Alfano costituzionale, di processo breve. Immobile, il tempo ci restituisce senza fine l´identico. Quel 19 gennaio, il Senato si riunì per commemorare Craxi. Colpito poco prima a Milano dalla famosa statuetta, Berlusconi annunciava «l´anno dell´amore».

Forse ricorderemo gli anni presenti per questa collana di eventi, che pian piano travolse giochi parlamentari, patti con un potere imperioso e tassativo con gli altri, mai con se stesso. Ricorderemo questa domanda di politica vera. Ricorderemo, infine, i tanti che non hanno visto montare la marea della nausea, che hanno consentito al peggio per noia, o rassegnazione, o calcolo di lobby. Cerchiamo di non dimenticarlo: ben 315 parlamentari hanno votato un testo, il 4 febbraio, in cui si sostiene che Berlusconi liberò Ruby perché, ritenendola nipote di Mubarak, voleva «evitare un incidente diplomatico».

Ma soprattutto, colpirà nei documentari futuri l´inerte ignavia dei vertici della Chiesa, l´orecchio aperto solo ai potenti, il rifiuto – così poco cristiano – di dire male del male solo perché da questo male sgorgano favori; perché i governanti concedono alla Chiesa il monopolio sui cosiddetti valori non negoziali (il dominio sulla vita e la morte, essenzialmente) purché siano lasciati in pace quando violano la Costituzione, fanno leggi per sottrarsi alla giustizia, mostrano di non sapere neppur lontanamente cosa sia la decenza pubblica. La canzone di Vecchioni, la recita di Benigni, sono punti di luce in una chiusa camera oscura; sono una forza che sta di fronte alla formidabile forza del regime. Una forza cocciuta, insistente, cui l´opposizione è estranea e ancor più la Chiesa.

L´insurrezione interiore avviene anche dentro il mondo cattolico: si parla di un 30 per cento di refrattari, tra frequentatori della messa e presbiteri. Basta scorrere le innumerevoli lettere che parroci e preti scrivono contro i dirigenti in Vaticano, per rendersene conto. Sono lettere d´ira, contro la loro acquiescenza. Micromega dà ai dissidenti il nome di altra Chiesa e sul proprio sito li rende visibili. Le pagine dei lettori sulla rivista di attualità pastorale Settimana sono fitte di denunce del berlusconismo.

Quest´altra chiesa non ne può più dei compromessi ecclesiastici con una destra che nulla ha ereditato dalla destra storica che fece l´unità d´Italia. Ha riscoperto anch´essa il Risorgimento, la Costituzione del ´48. Condivide il dover-essere dei cattolici che Alberto Melloni riassume così: «Una dedizione alla grande disciplina spirituale, un primato vissuto del silenzio orante, un abito di umiltà, un´adesione alla democrazia costituzionale come ascesi politica» (Corriere della Sera 19-12-10, il corsivo è mio).

Tra i criticati il cardinale Bagnasco, che critica il Premier ma per non sbilanciarsi vitupera non meno impetuosamente i magistrati. O che denuncia un disastro antropologico contro il quale però non pronuncia anatemi, preferendo alla chiarezza il torbido di alleanze tra Pdl e Casini che mettano fuori gioco Fini e le sinistre, troppo laici. Contro questo insorgono tanti preti: «Vedete quanto è pericoloso tacere?», chiedono citando Agostino. L´empio pecca, ma è la sentinella che ha mancato: «Chi ha trascurato di ammonirlo sarà giustamente condannato».

Nei paesi nordafricani vigeva simile spartizione di compiti: ai despoti il dominio politico, alle moschee la libertà di modellare l´intimo delle coscienze. L´accordo di scambio sta saltando ovunque, tanto che si parla di fallimento colossale di quella che gli Occidentali chiamavano stabilità. È in nome della stabilità che Berlusconi ha chiamato Mubarak un saggio, e ha detto non voler «disturbare» Gheddafi poco prima che questi bombardasse i libici facendo centinaia di morti. È la stabilità il valore che anima tanti responsabili in Vaticano, perché essa garantisce prebende varie, sconti fiscali per le case-albergo dei religiosi, finanziamenti per scuole.

In cambio si elargiscono indulgenze. Berlusconi dice parole blasfeme, e mons. Fisichella invita a «contestualizzare» la bestemmia. Il Premier è accusato di concussione e prostituzione minorile, e la Chiesa giudica «abnorme» la sua condotta come quella dei magistrati. Afferma Nogaro, vescovo emerito di Caserta: «Noi rimaniamo nello sgomento più doloroso vedendo i gesti farisaici delle autorità civili e religiose, che riescono ad approdare a tutti i giochi del male,dichiarando di usare una pratica delle virtù più moderna e liberatoria.» (Micromega 1/11).

Altri presbiteri ammoniscono contro leggi liberticide sul testamento biologico. Don Mario Piantelli, parroco di San Michele Arcangelo, si associa «alle richieste che da molte parti d´Italia sono indirizzate ai vertici ecclesiastici di alzare forte la voce e di compiere azioni profetiche nei confronti del governo Berlusconi. È necessario un supplemento di libertà evangelica per sganciarsi decisamente da un sistema di governo che, attraverso benefici e privilegi, sembra avvantaggiare il "mondo ecclesiastico", e in realtà aliena e impoverisce i credenti».

La Chiesa ebbe comportamenti non diversi nel fascismo. Sta macchiandosi di colpe simili, e nessuno sguardo profetico l´aiuta a vedere gli umori d´un paese che cambia, che magari non vota opposizione ma è stufo di quel che succede. Che comincia a guardare se stesso, oltre che l´avversario. Il cartello più nuovo, nella manifestazione delle donne, diceva: «Bastava non votarlo». Bastava la virtù dei primordi cristiani: la parresia, il parlar chiaro.

Nel filmato futuro che dirà il nostro oggi saranno convocati gli storici. Potranno imitare Benedetto Croce, quando nei Diari, il 2-12-´43, si mise nei panni di Mussolini e scrisse: «Chiamato a rispondere del danno e dell´onta in cui ha gettato l´Italia, con le sue parole e la sua azione e con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo di Firenze(...) rispose ai suoi compagni di esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: "E voi, perché mi avete creduto?"».

L'articolo di Luca Casarini pubblicato sul manifesto del 20 febbraio merita una risposta argomentata, alla quale, peraltro, egli stesso invita. Ricordo che tema del suo intervento è la critica a Nichi Vendola per aver suggerito il nome di Rosi Bindi quale guida della coalizione di centrosinistra. Ora, io non voglio entrare più di tanto nel merito di quella proposta. Ma approfitto dell'articolo in questione perché esso è fondato su alcuni nodi argomentativi che fotografano un modo di pensare la politica, all'interno della sinistra, destinato a sicuro fallimento e a certa sconfitta.

Casarini divide i militanti della sinistra tra quelli che criticano i partiti, persuasi dei loro limiti, ma li votano, e «quelli che ne stanno fuori, convinti che il cambiamento passi solo attraverso un rifiuto della rappresentanza». Ebbene, io - per quel che vale la mia testimonianza - sono fuori dai partiti, li critico aspramente, non li voto da anni, ma non rifiuto affatto la rappresentanza. La rappresentanza della sinistra, oggi in Italia è diventata l'impotenza quotidiana che abbiamo sotto gli occhi. E tuttavia essa significa, potenzialmente, la possibilità che i bisogni e i punti di vista della classe operaia, dei ceti popolari, dei movimenti abbiano voce dentro lo Stato. Tagliarsi un braccio che funziona male, pensando di essere più liberi facendone a meno, è una bizzarria concettuale prima che un pensiero politico. Anche perché, nel momento in cui lo Stato nazionale si indebolisce sotto la pressione dei poteri sovranazionali, abbandonarlo del tutto significa rendere il fronte di lotta ancora più arretrato di quanto già non sia. Aggiungo che la rappresentanza della destra è invece viva e vegeta, manovra a suo piacimento lo Stato e condiziona l'esito delle nostre lotte, degli stessi movimenti antagonisti, per usare il vocabolario di Casarini. Debbo ricordare che cosa la rappresentanza dei nostri avversari ha realizzato negli ultimi anni, grazie anche all'inconsistenza di quella della sinistra nel Parlamento? Debbo rammentare i colpi micidiali inferti dal governo nazionale al territorio, al lavoro, alla scuola pubblica e all'Università, alla politica dell'accoglienza dei diseredati che valicano i nostri confini?

Casarini ci ricorda un motivo ben noto e su cui non si può non concordare. Cacciare Berlusconi non è sufficiente per spazzare via il berlusconismo dalla scena italiana. D'accordo, ma Berlusconi è la «chiave di volta» del berlusconismo. È lui il collante generale, non solo di uno schieramento, ma di un blocco politico-affaristico, come hanno mostrato le inchieste giornalistiche più che non la denuncia del Pd. Per quale ragione, altrimenti, la canea dei servi che lo circonda avrebbe rinserrato i ranghi, ringhiando con tanto unitario furore contro ogni critica nei suoi confronti? Ma il tema Berlusconi mi consente un ragionamento più di fondo e, per alcuni aspetti, drammatico. C'è in tanta sinistra, la sinistra generosa, disinteressata, impegnata spesso duramente sul campo, l'incapacità congenita di comprendere la distanza che passa tra il piano della teoria, della testimonianza culturale, dei nostri ideali, e il territorio opaco e impervio della politica. Una incapacità (e anche, occorre dirlo, una grande difficoltà) che è la madre storica di tante nostre sconfitte. Viene in mente un passo di Gramsci nelle note di Passato e presente: «I grandi progettisti parolai sono tali appunto perché della "grande idea" lanciata non sanno vedere i vincoli con la realtà concreta, non sanno stabilire il processo reale di attuazione». La politica ha a che fare con quel che non ci piace, con le transazioni, gli accordi, i compromessi. Ma la politica è lo stato di forze reali in un momento dato. È il passaggio stretto in cui si possono conquistare margini di potere ma si può anche indietreggiare, subire pesanti e durevoli sconfitte. Ora, è proprio la critica severa alla «rappresentanza» del centrosinistra oggi presente in Parlamento che dovrebbe indurre a una visione più realistica dei rapporti di forza attualmente in campo in Italia. Un ragionamento politico aderente alla «realtà effettuale» delle cose, direbbe Machiavelli, dovrebbe possedere l'intelligenza di immaginare quali sarebbero le conseguenze, per la sinistra e per l'intero Paese, in caso di una nuova vittoria di Berlusconi. Perché, viste le condizioni dell'attuale opposizione, l'ipotesi non è del tutto remota. Qualcuno ha provato a "simulare" mentalmente che cosa accadrebbe, in questo caso, alle istituzioni della democrazia italiana, o la cosa non ci interessa, perché siamo antagonisti e puntiamo a dare l'assalto al Palazzo d'Inverno? Qualcuno ha provato a immaginare che cosa accadrebbe, dopo tante lotte, al fronte del lavoro, ai contratti collettivi, al potere sindacale in fabbrica? Qualcuno ha fatto lo sforzo di prefigurare quale devastante delusione si diffonderebbe nelle file multiformi della sinistra,tra le donne e gli uomini che hanno così appassionatamente lottato in questi anni, quali laceranti rancori finirebbe per lacerarla per almeno un decennio?

Da ultimo, una parola sulla proposta in sé da parte di Nichi Vendola. Non seguo così dall'interno i giochi quotidiani dei partiti. A me, francamente, la proposta è sembrata di grande intelligenza politica. E non a caso gli oligarchi del Pd l'hanno rapidamente seppellita. Il cosiddetto "gelo" della Bindi è una comprensibile moina formale. Che cosa non va in quella proposta? La Bindi è uno dei pochissimi dirigenti di quello schieramento a conservare un profilo politico avanzato e non neoliberale. È una donna che sa parlare ai bisogni della grande maggioranza delle donne italiane. È una cattolica non bigotta, che potrebbe raccogliere consensi in quel mondo senza genuflettersi. È un personaggio che potrebbe tenere insieme una coalizione eterogenea per un passaggio temporaneo ma realisticamente obbligato se si vuol battere Berlusconi. O non è così, viste le posizioni attuali del Pd? È Vendola da solo che può conseguire la vittoria? E allora? Non accettiamo la proposta perché questo sconfiggerebbe Berlusconi e non il berlusconismo? Non partiamo perché il treno si ferma a metà strada e noi restiamo in attesa, perché vogliamo prendere solo quello che giunge alla meta? Casarini preferisce le primarie. Le preferisco anch'io. Ma le decide il gruppo del Pd, non le decide Nichi Vendola, che non può restare a guardare una situazione che marcisce. Anch'io preferirei un governo formato dai pochissimi dirigenti che stimo, e magari vedere sventolare le nostre bandiere vittoriose davanti al Parlamento. Ma questo è il sogno. La realtà ci dice ben altro. Il materiale che dobbiamo maneggiare è di scadentissima qualità. E le ombre del ventennio berlusconiano rischiano di allungarsi sinistramente sul nostro futuro.

www.amigi.org

Di seguito l’articolo di Luca Casarini cui Bevilacqua replica

Caro Nichi, è questa la nuova narrazione?

di Luca Casarini

L'uscita con cui Nichi Vendola ipotizza forma e conduzione di quella che viene definita «alleanza democratica» contro Berlusconi mi trova in profondo disaccordo. Voglio comunicarne le ragioni per tentare di aprire un dibattito politico vero non solo con Nichi, ma anche con coloro che guardano queste cose in maniera diversa: quelli che stanno dentro i partiti della sinistra, o li votano, ma percepiscono tutti i limiti che essi incarnano e quelli che ne stanno fuori, convinti che il cambiamento passi solo attraverso un rifiuto della rappresentanza. Questi due modi di vedere il problema, quello critico e quello antagonistico, li considero fondamentali entrambi per ogni processo costituente che provi ad affrontare seriamente il nodo dell'alternativa in questo paese.

Beninteso, con tutta l'umiltà e la profonda amicizia per Nichi, che chi scrive segue con attenzione perché nel desolante panorama della sinistra italiana, di certo non c'è stato nient'altro, oltre ai movimenti che si autorappresentano, di così interessante come il percorso descritto dalle sue «fabbriche» e dall'idea di «nuova narrazione» sottintesa anche dalla grande richiesta delle primarie.

Ma lo stare dentro l'eterno limbo di una transizione che non finisce mai, quella di uscita dal ventennio berlusconiano, evidentemente logora e affatica. E dunque bisogna aiutarci tra tutti, stimolarci a vicenda per non finire in cose già viste, e già sconfitte dalla storia.

Il cattivo uso della tattica

Veniamo alla questione delle dichiarazioni di Nichi: le considero sbagliate sia nella sostanza che nei tempi. Appare quasi superfluo dire che la «mossa del cavallo», come viene definita, tutta giocata per mettere in difficoltà il quadro dirigente del Pd, è pura tattica. Uno dei mali della sinistra italiana è questo continuo gioco di tattica, capace di trasformare in politicismo ogni cosa. La tattica, in politica, dovrebbe essere usata con parsimonia, e mai sostituirsi alle ragioni, alle speranze, agli ideali e alle convinzioni.

Bisognerebbe, di questi tempi innanzitutto, vergognarsi un po' di ricorrere a mosse tattiche, esserne onestamente e pubblicamente imbarazzati, perché tattica è un sinonimo ormai di assenza di proposte vere, di alternativa. Suggerire la Bindi come leader di uno schieramento innaturale come quello immaginario che mette insieme tutti, da Fini a Vendola appunto, può apparire «geniale» a chi vive la politica dai Palazzi, a chi la osserva solo tramite sondaggi, organigrammi, equilibri di potere. Per il «popolo», invece, è semplicemente disarmante.

Quello stesso popolo che ci crede veramente al fatto che più che Berlusconi, come diceva Vendola, bisogna battere il berlusconismo. Cioè quel tanto di Marchionne e della Gelmini che c'è dentro i programmi degli oppositori «democratici» di Berlusconi, quella dose di pericoloso giustizialismo che pure anima anche coloro che farebbero di tutto per buttare giù il Cavaliere, quell'idea di etica pubblica che scivola rapidamente verso il moralismo patriottico dei vizi occulti, che sacralizza istituzioni che invece andrebbero rese terrene e contradditorie, e per questo più vicine alla realtà degli uomini e delle donne che dovrebbero servirsene, non esserne prigionieri. È un fatto culturale, prima che politico, e proprio per questo, culturalmente, nessuna tattica può giustificare l'idea che il problema risieda solo in un uomo, per quanto potente ed odioso esso sia.

Con i «se» non si costruisce nulla

I tempi sbagliati, persino incomprensibili, dell'uscita di Nichi, aumentano la preoccupazione: ma è tattica oppure, peggio, convinzione? Certo, perché quella proposta forse avrebbe messo in difficoltà il Pd e coloro che non vogliono le primarie, se le elezioni fossero alle porte, se il Quirinale si preparasse a sostituire un governo con un altro, se la Lega togliesse la spina, se, se... ma la vita nuova non si costruisce con i se. Abbiamo già la versione veltroniana, quella del «ma anche», ci manca solo quella di continui «se...».

Tempistica controproducente dunque, anche rispetto alle migliori intenzioni, e sostanza preoccupante: siamo veramente convinti che la Santa Alleanza, che si dice dovrebbe limitarsi a fare due o tre cose, sia una strada culturalmente prima che politicamente praticabile? Io penso il contrario.

Servono idee e pratiche nuove

Per «sparigliare» le carte in tavola, servono idee nuove, sul reddito e sul lavoro, sulla crisi ambientale e su quella finanziaria, sul conflitto di genere. Nuove idee e nuove pratiche sulla democrazia e anche sulla rappresentanza, che sono materie in crisi terminale e vanno affrontate con cure shock: le primarie o sono questo o diventano sì una specie di americanata giocata in provincia, come in qualche caso può succedere.

Ho imparato anche da Nichi che le proprie biografie vanno superate, se si vuole ambire ad un «comune» politico e sociale. Ma mi spingo a dire che bisogna farlo non solo con quelle personali, ma anche con quelle collettive: bisogna indicare l'oltrepassamento del partito, del sindacato, del movimento così come li abbiamo conosciuti e così come ci siamo rapportati ad essi finora.

Un patto continuo

Anche per questo, l'ordine simbolico che le cose assumono, in questo caso dichiarazioni a mezzo stampa, non può riguardare semplicemente i sondaggi o il consenso: esso stipula con la nostra vita un patto continuo, producendo l'orizzonte che ci è necessario vedere per potere rimetterci in cammino.

Il nostro, di tutti, non può essere che quello di una grande marcia per la democrazia, che si gioca dentro e fuori, nei vecchi meccanismi della rappresentanza in crisi e nelle piazze piene di gente che vorrebbe essere nuova, e quindi ha bisogno di una innocenza che diventi originalità, di un sodalizio che diventi amicizia, di una franchezza che sia verità. Su questo, proprio perché mi interessa contribuire e penso che nulla sia facile, vorrei che si aprisse una discussione.

Silvio Berlusconi ha fatto le cose in grande con Gheddafi. Gli ha aperto le porte, lo ha accolto come uno statista internazionale, lo ha promosso come un interlocutore politico credibile e affidabile, suscitando la preoccupazione e spesso l’indignazione delle cancellerie occidentali. Ha fatto anche di più, sul piano personale, con tutte quelle tende beduine piantate a Roma e le inquietanti guardie femminili a protezione del satrapo. Berlusconi è stato il presidente del Consiglio che si è speso senza limiti per rafforzare i legami politici e soprattutto economici con la Libia, ha varato il “Trattato di amicizia”, ma non sarebbe giusto attribuire esclusivamente al premier la responsabilità di questi imbarazzanti patti d’affari con la Libia, proprio mentre il regime reagisce alla protesta della popolazione distribuendo violenza e morte.

L’Italia pacifica e affarista è il primo partner commerciale della Libia, le nostre imprese guardano da tempo a Tripoli come un’occasione, un interlocutore ricco, di petrolio e di risorse finanziarie, investitore fedele e duraturo nei settori strategici dell’economia. Le grandi imprese nazionali, tutte, hanno realizzato affari con il paese nordafricano, hanno coltivato relazioni spudorate con il raìs e il suo regime dimenticando, come spesso accade nel mondo dominato dal profitto, i diritti, l’etica, la democrazia, variabili secondarie per chiunque pensi esclusivamente all’ultima linea del conto economico. Oggi sono un centinaio le imprese tricolori attive in Libia, che cercano di evacuare i loro dipendenti dal paese africano e sperano che la crisi si esaurisca presto per poter tornare al business di sempre.

L’Eni è presente in Libia da mezzo secolo, dai pozzi nel deserto arriva il 24% del petrolio importato in Italia e il12%circa del gas. Le concessioni a favore dell’Eni sono state prolungate di altri 25 anni e Tripoli è entrata nel capitale dell’Eni con l’1%, con l’ambizione di crescere di molto. La Libia «è la pupilla dei miei occhi perchè investiremo in questo paese 25 miliardi di dollari» ha detto Paolo Scaroni, amministratore delegato del nostro colosso petrolifero. E ha aggiunto: «Da Gheddafi a Chavez sono tutti bravi, buoni, belli perchè per me sono tutti clienti». Questa è la filosofia di un manager pubblico. La storia, si sa, è sorprendente perchè offre spesso novità impreviste, belle o brutte che siano.

Gheddafi è una brutta bestia e lo si sapeva da molto tempo. Ma quando negli anni Ottanta la Lafico (Lybian foreign investment company), finanziaria d’investimento della ex colonia, arrivò a Torino per dare unamanoalla Fiat in emergenza, venne accolta con tutti gli onori, restò in silenzio nel capitale con famiglia Agnelli.Quando nel 1986 la Lafico liquidò l’investimento realizzandoun bel profitto, Gianni Agnelli riconobbe: «Sono stati investitori seri e corretti». Oggi i libici hanno il 7,5% del capitale della Juventus perchè la famiglia Gheddafi ha sempre avuto un debole per il calcio e un figlio militò senza grandi performance nel Perugia di Luciano Gaucci. Nel 2002, per far contento il raìs, la Federcalcio trasferì la finale della Supercoppa italiana a Tripoli.

Più seriamente il peso dei capitali libici in Italia si è manifestato un paio d’anni fa quando l’Unicredit, uno dei maggiori istituti di credito europei, si trovò immerso nella crisi finanziaria internazionale. Per sottoscrivere l’ingente aumento di capitale, a un prezzo che era il triplo dei valori di Borsa del momento, Cesare Geronzi, allora presidente di Mediobanca e garante dell’operazione di Unicredit, chiamò gli amici libici, che già lo avevano aiutato nella Banca di Roma e in Capitalia. La Banca centrale della Libia e la Lybian investment authority (Lia), un fondo dotato dicirca 50 miliardi di dollari, hanno mostrato una grande generosità, addirittura eccessiva per la Lega di Bossi, sottoscrivendo complessivamente una quota vicina al7%del capitale per uncontrovalore di 2,5 miliardi di euro. I libici oggi sono i primi azionisti di Unicredit ed esprimono il vicepresidente, Farhat Omar Bengdara, governatore della banca centrale libica. Sull’asse con Geronzi la Libia ha manifestato interesse per Mediobanca, che orienta gli investimenti libici in Italia, per le Assicurazioni Generali, per Telecom Italia, per Finmeccanica e per Impregilo. Queste ultime due società hanno raccolto ricche commesse in Libia. Non c’è dubbio che oggi la crisi libica possa avere ripercussioni gravi sulla stabilità degli assetti azionari di Unicredit e, di riflesso, anche delle imprese partecipate dalla banca. Un segnale è arrivato ieri dalla caduta della Borsa di Milano (-3,59%).

Berlusconi e le imprese italiane seguono con apprensione la caduta dei capi dei regimi del Nord Africa: prima l’amico Ben Ali in Tunisia, poi l’amico Mubarak in Egitto, oggi l’amicoGheddafi in Libia. Chi sarà il prossimo?

Due cambiamenti, sufficienti per segnare la svolta di un´epoca, sono già intervenuti mentre le rivolte nel mondo arabo sono ancora in corso. E la repressione è sempre più sanguinosa in Libia. Il nuovo capitolo di storia non riguarda soltanto i paesi che ne sono il teatro. La zona sensibile, dall´Algeria all´Iran, rappresenta il 36 per cento della produzione mondiale di petrolio. Questo è quel che ci riguarda sul piano concreto, insieme ai rischi di guerre non soltanto civili, in una zona ricca di conflitti latenti, alle porte dell´Occidente europeo. Sul piano politico, ideologico, morale, quel che sta accadendo è inoltre destinato a sconvolgere, a rovesciare il pregiudizio occidentale sul mondo arabo musulmano. Il famoso conflitto di civiltà.

Il primo cambiamento già avvenuto è che uomini e donne rivendicano i diritti dei cittadini di uno Stato democratico, e quindi rifiutano il modello del rais, onnipotente e insostituibile, dominante dall´Atlantico all´Oceano indiano per decenni. Dopo il tunisino Ben Ali e l´egiziano Mubarak, adesso traballa anche Gheddafi, caricatura dell´autocrate arabo miliardario in petrodollari, in esercizio da più di quarant´anni. Altri birilli cadranno.

Cercando di svelare i misteri che inevitabilmente annebbiano i fenomeni rivoluzionari appena esplosi, gli storici più audaci azzardano un paragone: evocano la «primavera dei popoli» del 1848, che in qualche mese sconvolse in Europa il sistema politico creato dal Congresso di Vienna. Dopo grandi sacrifici, generose esaltazioni ed enormi speranze, le rivoluzioni d´allora, verificatesi a catena, dalla Sicilia dei Borboni alla Parigi di Luigi Filippo, fallirono una dopo l´altra.

Stiamo quindi assistendo a insurrezioni popolari, al di là del Mediterraneo, destinate a fallire? Come nell´Europa dell´800 ritornarono le monarchie autoritarie o si formarono nuovi imperi, cosi potrebbero ritornare i rais di cui gli arabi si sono appena liberati o si stanno liberandoo vorrebbero liberarsi? Gli interrogativi restano. Ma forse gli storici sanno soprattutto predire il passato. I nostri sono tempi veloci. I popoli insorti hanno sotto gli occhi i modelli democratici. Le immagini, le informazioni, scavalcano le frontiere e le censure.

Il secondo cambiamento, sottolineato da Henry Laurens, storico del mondo arabo, riguarda l´immagine che gli arabi hanno di se stessi e che da noi era tanto diffusa, al punto da essere un´ossessione. Il manifestante di piazza Tahrir al Cairo o di avenue Burghiba a Tunisi, e l´oppositore al regime di Gheddafi che sacrifica la vita a Benghasi, hanno sostituito l´immagine del terrorista barbuto e fanatico.

I popoli, le cui civiltà erano state umiliate dal colonialismo, decisi a ritornare sulla scena internazionale, si riunirono a Bandung (1955), per celebrare la sovranità dei loro Stati, l´indipendenza nazionale appena conquistata, ed anche per affermare, in certi casi, le loro fedi religiose.

Lo ricorda Jean Daniel, ed io ricordo le corrispondenze di un vecchio reporter, Cesco Tomaselli, mandato nella città indonesiana dove si svolgeva la conferenza, in cui i partecipanti (tra i quali Chou En-lai, Nasser, Tito, Nkrumah, Nehru) venivano descritti, o meglio derisi, come espressioni di civiltà inferiori, scimmiottanti i veri grandi della Terra.

Poco più di mezzo secolo dopo non è più questione di nazione indipendente e di affermazione dell´identità religiosa. Il vecchio cronista, allora convinto rappresentante di una civiltà superiore, scoprirebbe adesso che i giovani tunisini, egiziani, yemeniti, marocchini e anche libici, dei quali non avevamo l´impressione di conoscere i volti, perché il loro paese sembrava incarnato soltanto da Gheddafi, e dalle sue grottesche stravaganze, rivendicano diritti individuali e libertà.

Senza esprimere esigenze religiose. Senza limitarsi a richiami nazionalisti. Esattamente come gli europei del 1848, ma anche come quelli degli Anni Quaranta, della lotta antifascista, e del 1989, dopo la caduta del Muro. La storia si è ricongiunta. Il computer e i suoi derivati hanno aperto uno spazio incontrollabile per gli sgherri del raìs e offrono strumenti comuni a civiltà sempre meno divise. Le idee corrono più facilmente. Conquistano anche i soldati, i coscritti, che dovrebbero reprimere ma che sono spesso sensibili agli slogan dei coetanei pronti a sfidare la polizia di Mubarak e di Ben Ali e gli aerei di Gheddafi.

Gli sconfitti non sono soltanto i rais, a lungo prediletti dalle potenze occidentali, in quanto guardiani dei loro popoli, pronti a combattere, a reprimere le tentazioni integraliste appena affioravano nella società. Anche le correnti estremiste dell´Islam hanno subito una disfatta, perché la sognata rivolta popolare non è stata guidata da loro. Li ha colti di sorpresa. Anzi ha investito lo stesso Iran, dove gli oppositori del governo teocratico hanno rivendicato le stesse libertà chieste a Tunisi, al Cairo, a Tripoli.

Questo ha contato nell´atteggiamento americano. Gli Stati Uniti di Barak Obama sono stati determinanti in Egitto. Questa volta la forza si è messa al servizio della giustizia. Senza l´insistente intervento di Washington i generali del Cairo non si sarebbero risolti tanto presto a sbarazzarsi del presidente, che era anche il loro comandante supremo.

Obama ha mantenuto la promessa fatta due anni fa con il discorso del Cairo, rivolto al mondo musulmano. Ha appoggiato i movimenti democratici, pur compiendo qualche contorsione diplomatica. Per non compromettere troppo la stabilità di vecchi alleati dell´America tutt´altro che democratici. Ad esempio l´Arabia Saudita, insidiata dalla rivolta sciita di Bahrein.

Anche l´Europa è stata fedele ai suoi principi condannando la repressione e pronunciandosi in favore degli oppositori in rivolta. Soltanto l´Italia di Berlusconi ha mancato all´appuntamento d´onore per un paese democratico. Se l´insurrezione libica affogherà nel sangue, il governo italiano avrà la sua parte di vergogna.

La notizia è che uno dei forzieri con cui in anni di dominio, influenza e sviluppo vigilato l'Occidente ha regolato il rapporto Centro-Periferia sta cedendo a una pressione ormai fuori controllo. L'ampiezza del fenomeno è tale da offuscare i casi singoli. Non ci sono più alcuni «cattivi» spazzati via o sul punto di essere travolti dalla protesta delle rispettive piazze con il loro carico di frustrazioni, disoccupazione e voglia di libertà. Il contagio può aver fatto da detonatore ma all'origine ci sono cause più profonde. È sul punto di crollare un intero sistema di «sicurezza» che andava ben oltre la tutela degli interessi personali, clanici o dinastici di rais, generali, colonnelli e sceicchi. E quando sarà il turno dell'Arabia Saudita?

Finita l'epoca coloniale, il Terzo mondo è stato oggetto di un presidio accurato. Man mano, nel mezzo secolo della guerra fredda è toccato all'America centrale, al Sud-Est asiatico o all'arco della crisi in Africa di occupare il proscenio, ma il Medio Oriente è stato l'epicentro fisso di tutte le strategie di contrasto.

Il primo conflitto dopo il 1989 ha avuto come teatro il Golfo. Si intuì subito che il neo-impero stava traslocando gli apparati militari e para-ideologici da Est a Sud. Dal contenimento dell'Urss e della rivoluzione si passò all'Iraq, all'Iran e finalmente alla «guerra al terrore». Di volta in volta si è trovata la causa per legittimare il «grosso bastone». Si è creduto che gli alti e bassi nel Medio Oriente andassero misurati con parametri di tipo culturale fingendo che le dinamiche sociali e politiche interne, con tutti gli impedimenti che rendono così ardue le transizioni alla modernità di paesi arretrati e soggetti da tempo a forme svariate del potere altrui, non fossero condizionate e manipolate da forze esterne. L'orientalismo come approccio agli affari del mondo arabo-islamico ha dimostrato di auto-riprodursi fino a oggi. Non per niente Bernard Lewis, il principale bersaglio delle polemiche innescate dal famoso libro di Edward Said, è ricomparso come consulente nelle guerre di Bush che Obama ha dovuto coprire perché nel frattempo si è trovato a farle proprie.

Né i «moderati» alla Ben Ali né i «radicali» alla Gheddafi hanno retto alla prova. Gli oneri sulle spalle dei regimi della Periferia sono esagerati sia in termini economici che in termini morali. Alla lunga diventano insostenibili. Qui si può capire la contestualità delle vampate. Sono stati impiegati metodi autoritari, la distribuzione della rendita è stata iniqua, la crescita dell'economia non ha tenuto il passo della demografia. Mubarak e gli altri non sono stati semplicemente appoggiati da Europa e Stati Uniti: hanno combattuto una guerra, silenziosa o rumorosa a seconda dei momenti, per difendere il petrolio, le grandi linee di comunicazione internazionali, Israele e da ultimo le nostre spiagge dagli sbarchi dei clandestini.

È ingeneroso infierire contro Berlusconi, piccola rotella di un meccanismo tanto più grande di lui. Per colmo d'ironia, a ballare mentre il Titanic va verso l'iceberg del destino non sono i passeggeri ignari ma lo stesso comandante in capo visto che gli Stati Uniti proprio in questi giorni hanno bocciato con il veto l'ennesima, vana risoluzione dell'Onu sugli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Come sempre, i grandi eventi si accompagnano a piccoli vizi.

Milano leghista e Roma ladrona sono finalmente unificate sotto il segno del cemento. Poche settimane fa il consiglio comunale di Milano ha infatti approvato il nuovo piano urbanistico della città che prevede un incremento di abitanti di oltre 500 mila unità. Dal 1971 la città conosce un continuo declino demografico: dagli anni '70, quando raggiunge il suo massimo storico superando il milione e 700mila abitanti a oggi in cui ne ha poco più di un milione e trecentomila. Secondo gli «urbanisti» meneghini, Milano dovrebbe dunque ritornare ai livelli del periodo d'oro dell'industria manifatturiera italiana, quando la città non solo richiamava decine di migliaia di operai ma era anche un punto di riferimento per la cultura nazionale.

La perdita della popolazione degli ultimi quaranta anni è stata causata dal declino industriale e dallo sconvolgente aumento dei valori immobiliari degli ultimi venti anni. Una città in declino produttivo in un paese che si dibatte nel medesimo fenomeno (la Fiat a Detroit) richiamerà dunque mezzo milione di abitanti!

La capitale non è stata da meno. Il piano regolatore del «modello Roma» di Veltroni ha regalato agli immobiliaristi 70 milioni di metri cubi di cemento per un aumento stimato di popolazione di 350mila abitanti. Anche Roma è in lento declino demografico dagli anni '70 a causa di un analogo fenomeno di valorizzazione immobiliare che ha respinto fuori del comune 300mila abitanti. Entrambe le città pensano di incrementare la popolazione senza costruire neppure una casa popolare e senza sapere quale tipo di economia le sosterrà: è il mercato, così ripetono, che guida lo sviluppo. Ma se proprio a causa di quel mercato senza regole le città si sono vuotate dei ceti popolari, per chi verranno costruiti i nuovi giganteschi quartieri? È un evidente regalo alla rendita immobiliare, rappresentata dal mondo finanziario e dagli eterni protagonisti del mattone.

Ma le analogie non si fermano qui. A causa della forte espulsione di abitanti, sono centinaia di migliaia i lavoratori che quotidianamente devono raggiungere le due città da un sempre più ipertrofico hinterland. La logica voleva che il nuovo disegno urbano venisse costruito su questa stessa scala metropolitana. Entrambe le città hanno invece disegnato i loro piani nella gelosa difesa dei propri confini: chi sta fuori insomma, si arrangi, nessuna istituzione si farà mai carico del peggioramento delle loro condizioni di vita.

Ancora. Entrambi i piani sono impostati sulla cancellazione delle regole. C'è un pallido quadro di riferimento, è vero, ma volta per volta esso viene violato attraverso trasferimenti di «diritti edificatori» (a Milano, per stare tranquilli, hanno costruito una borsa dei diritti edificatori!), compensazioni urbanistiche e accordi di programma. L'urbanistica come sistema di regole e stata sostituita da un'opaca e continua contrattazione che privilegia la grande proprietà fondiaria.

Anche perché, e veniamo alla quarta analogia, entrambi i comuni affermano di «non avere le risorse economiche per realizzare le nuove urbanizzazioni» e si sono conseguentemente messi nelle mani della speculazione fondiaria. C'è bisogno di una nuova strada? Aumentiamo le cubature. Una scuola? Ancora cemento. Un parco? Un'altra dose aggiuntiva di metri cubi. Eppure le due città continuano a spendere fiumi di soldi in opere inutili. Lo stadio del nuoto di Roma costerà più di un miliardo (sic!) di euro. L'organizzazione dell'Expo del 2015 chissà quanto.

E proprio l'Expo ci porta alla quinta analogia. Il governo delle città è sfuggito ormai di mano alle amministrazioni comunali. Il modello «straordinario» viene sperimentato a Roma nel 2000 dal duo Bertolaso-Balducci, che pochi anni dopo, nel 2009, daranno il meglio di sé nella vicenda dei mondiali di nuoto. Nel frattempo - con consenso bipartisan - veniva costruita la candidatura di Milano all'Expo del 2015. Roma punta infine tutte le sue carte sulle Olimpiadi 2020. I consigli comunali delle due città sono ormai svuotati di funzioni reali e il futuro urbano lo decidono i poteri economici dominanti che in questo modo potranno meglio indirizzare cospicui finanziamenti pubblici verso i quadranti urbani dove hanno interessi.

E mentre continuano a recitare l'allegra pantomima del «non-ci-sono-i-soldi» i due schieramenti politici cancellano le città, le rendono sempre più invivibili. Gli interessi di pochi prevalgono sulle aspettative sociali. E a questo disegno l'urbanistica romana e milanese sono state decisive.

A scuola, all'università ci spiegavano (e dovevamo farci gli esami) che nello Stato c'erano tre poteri: il legislativo, cioè il parlamento, l'esecutivo, cioè il governo, il giudiziario, cioè la magistratura. Ma nelle nostre università, quelle della Repubblica italiana fondata sul lavoro, continua un bel silenzio sul potere dei soldi. Il quarto potere, che non sta scritto nella Costituzione, ma che c'è e decide.

Oggi Berlusconi è nei guai seri, la stampa internazionale lo indica come un governante impresentabile, ma il presidente del consiglio resiste e non solo al potere giudiziario, l'unico che cerca di metterlo di fronte alle sue responsabilità.

Stando le cose come stanno anche noi del manifesto dovremmo scrivere che Berlusconi sta vincendo. La ribellione dell'antagonista Fini è agli stracci, il potere legislativo è in vendita, oggetto di acquisti, singoli e di gruppo. Sarebbe bello e democratico conoscere il prezzo dei singoli parlamentari. Il povero Fini ne sta facendo le spese. Futuro e Libertà è in vendita e penso che Fini abbia oggi una nostalgia del Msi e anche del fascismo, dove i soldi correvano, ma c'era una dittatura.

I soldi. Pensiamo ai soldi. Pensiamo a un Silvio Berlusconi senza denari: sarebbe già in galera per non so quanti reati. Anzi non sarebbe neppure in Tribunale, sarebbe stato cancellato.

Ma c'è il mercato e il mercato è il luogo delle vendite e degli acquisti e la sua legge è incrollabile: chi può comprare compra e chi non può comprare svende. Il potere legislativo, una volta che i parlamentari sono stati eletti, è anch'esso mercato, come vediamo in queste settimane. Il nostro Cavaliere può comprare le escort e anche gli eletti dal popolo. E se si va al processo, avanzato dal potere giudiziario, il potere dei soldi può comprare anche i testimoni. Qualcuno può pensare che una escort, che abbia detto di aver avuto rapporti con Berlusconi da minorenne, non smentirà in tribunale la precedente affermazione? E il potere giudiziario potrà far altro (a parte allungare i processi) che tenere in debito conto la nuova testimonianza?

Rischio di apparire paleomarxista, ma immaginatevi un po' come andrebbero le cose se Berlusconi fosse povero, o avesse anche un buon stipendio e basta. Provate a immaginare.

Postilla

Come abbiamo già ricordato, nel 1994 Berlusconi era ineleggibile, perchè concessionario dello Stato, secondo una legge vigente. Fu salvato con un "cavillo", mediante una serie di decisioni sostanzialmente bipartisan. Vedi i dettagli nel libro di Paolo Sylos Labini, Berlusconi e gli anticorpi. Diario di un cittadino indignato, Editori Laterza, 2003, p. 46 e segg

Giulia Turri, Carmen D'Elia, Orsolina De Cristofaro: ancora tre donne, le tre componenti del collegio che si appresta a giudicarlo, sul viale del tramonto di Silvio Berlusconi. Se non è una nemesi, come scrive Famiglia Cristiana, di sicuro non è un caso. Questi tre nomi non allungano solo l'elenco di giudici e magistrate - Cristina Di Censo, Ilda Boccassini, Anna Maria Fiorillo, Nicoletta Gandus - che a vario titolo hanno avuto a che fare con le vicende giudiziarie del premier; si aggiungono altresì alla lunga sequenza di donne, eccellenti e comuni, famose e sconosciute, nemiche e amiche del Sultano che ne hanno decretato e scritto la fine. Provocando il crollo non della sua immagine, come dice a Oggi Massimo D'Alema, ma del suo populismo seduttivo, incardinato sulla sua certezza di essere, nel rapporto con l'altra metà del cielo e della terra, irresistibile e invincibile. Non è un caso, ed è, lo diciamo per i dirigenti del centrosinistra che ci sono arrivati con un paio d'anni di ritardo e solo di fronte all'evidenza di una piazza, un caso politico.

Due anni di ritardo non sono pochi: decidono la piega di una vicenda. All'ombra della sua riduzione a episodio minore, materia privata e non politica, questione di cui dall'opposizione era meglio tacere che parlare, il cosiddetto sexgate è diventato caso penale. Certezza di prove, rito immediato, un capo di governo in giudizio per un odioso reato sessuale, delizia per l'informazione planetaria. La democrazia italiana precipitata di nuovo nello scontro fra poteri dello Stato, le fanfare berlusconiane di nuovo a intonare il mantra della persecuzione giudiziaria e a invocare il potere dell'Eletto contro l'arbitrio delle procure. La storia della seconda Repubblica finita nello stesso imbuto da cui - a parti diverse: il Cavaliere allora cavalcava Mani pulite - era cominciata.

Tocca dunque di nuovo ribadire. Non c'è nessuna persecuzione giudiziaria. Non c'è possibilità, in una democrazia costituzionale, di usare il principio di legittimità contro il controllo di legalità. Non c'è unto dal popolo che possa governare a prescindere o contro la legge. Non c'è presidente del consiglio che possa prendere a calci la magistratura. Berlusconi dunque vada in processo o si dimetta, meglio ancora: si dimetta e vada in processo. Terza via non si dà, che non sia o la catastrofe costituzionale, o lo stillicidio dell'arroccamento su una maggioranza di parlamentari schiavizzati dal sultano e dipendenti dalle mosse di Ghedini.

Però. Non è una bella giornata per la politica quella in cui un rito immediato decide le sorti di un ventennio. Adesso il Pd chiede dimissioni ed elezioni: è giusto; è obbligatorio; è tardi. Nel Berlusconi-gate tutto era lampante fin dall'inizio, anche senza la prova del reato. Sarebbe bastato, nell'ormai lontana primavera del 2009, prendere sul serio la parola di alcune donne (e le scoperte di molta informazione). Farne un caso politico, senza aspettare che diventasse un caso penale. Combattere sul fronte del consenso, senza aspettare il permesso dei sondaggi o delle sante alleanze. Non da oggi, non è la magistratura che esorbita: è la politica che manca.

Postilla

Già nel 1994 Berlusconi era ineleggibile, perchè concessionario dello Stato, secono una legge vigente. Fu salvato con un "cavillo", con una serie di decisionisostanzialmente bipartisan. Vedi i dettagli nel libro di Paolo Sylos Labini, Berlusconi e gli anticorpi. Diario di un cittadino indignato, Editori Laterza, 2003, p. 46 e segg

È tempo di liberarsi dello spirito minoritario che, malgrado tutto, continua a lambire anche qualche parte della stessa opposizione. È questa l´indicazione (la lezione?) che viene dai molti luoghi che da molti mesi vedono la presenza costante di centinaia di migliaia di persone che, con continuità e passione, rivendicano libertà e diritti: un fenomeno che non può essere capito con gli schemi, invecchiati, del "risveglio della società civile" o di qualche partito "a vocazione maggioritaria". Non sono fiammate destinate a spegnersi, esasperazioni d´un giorno, generiche contrapposizioni tra Piazza e Palazzo. Non sono frammenti di società, grumi di interesse. È un movimento costante che accompagna ormai la politica italiana, e a questa indica le vie per ritrovare un senso. È l´opposto delle maggioranze "silenziose" che si consegnano, passive, in mani altrui.

Donne, lavoratori, studenti, mondo della cultura si sono mossi guidati da un sentimento comune, che unifica iniziative solo nelle apparenze diverse. Questo sentimento si chiama dignità. Dignità nel lavoro, che non può essere riconsegnato al potere autocratico di nessun padrone. Dignità nel costruire liberamente la propria personalità, che ha il suo fondamento nell´accesso alla conoscenza, nella produzione del sapere critico. Dignità d´ogni persona, che dal pensiero delle donne ha ricevuto un respiro che permette di guardare al mondo con una profondità prima assente.

Proprio da questo sguardo più largo sono nate le condizioni per una manifestazione che non si è chiusa in nessuno schema. Le donne che l´hanno promossa, le donne che con il loro sapere ne hanno accompagnato la preparazione senza rimanere prigioniere di alcuni stereotipi della stessa cultura femminista, hanno colto lo spirito del tempo, dimostrando quanta fecondità vi sia ancora in quella cultura, dove l´intreccio tra libertà, dignità, relazione è capace di generare opportunità non alla portata della tradizionale cultura politica. È qui la radice dello straordinario successo di domenica, della consapevolezza d´essere di fronte ad una opportunità che non poteva essere perduta e che ha spinto tanti uomini ad essere presenti e tante donne a non cedere alla tentazione di rifiutarli, perché non s´era di fronte ad una generica "solidarietà" o alla pretesa di impadronirsi della parola altrui.

Chi è rimasto prigioniero di se stesso, delle proprie ossessioni, è il Presidente dal consiglio, al quale era offerta una straordinaria opportunità per rimanere silenzioso, una volta tanto rispettoso degli altri. E invece altro non ha saputo trovare che le parole logore della polemica aggressiva, testimonianza eloquente della sua incapacità di comprendere i fenomeni sociali fuori di una rozza logica del potere. La vera faziosità è quella sua e di chi lo circonda, privi come sono di qualsiasi strumento culturale e quindi sempre più votati al rifiuto d´ogni dimensione argomentativa. Dignità, per loro, è parola senza senso, parte d´una lingua che sono incapaci di parlare.

Nelle diverse manifestazioni, invece, si coglie la sintonia con le dinamiche che segnano questi anni. Le grandi ricerche di Luis Dumont ci hanno aiutato nel cogliere il passaggio dall´homo hierarchicus all´homo aequalis. Ma nei tempi recenti quel cammino si è allungato, ha visto comparire i tratti l´homo dignus, e proprio la dignità segna sempre più esplicitamente l´inizio del millennio, costituisce il punto d´avvio, il fondamento di costituzioni e carte dei diritti. Sul terreno dei principi questo è il vero lascito del costituzionalismo dell´ultima fase. Se la "rivoluzione dell´eguaglianza" era stato il connotato della modernità, la "rivoluzione della dignità" segna un tempo nuovo, è figlia del Novecento tragico, apre l´era della "costituzionalizzazione" della persona e dei nuovi rapporti che la legano all´innovazione scientifica e tecnologica.

"Per vivere – ci ha ricordato Primo Levi – occorre un´identità, ossia una dignità". Solo da qui, dalla radice dell´umanità, può riprendere il cammino dei diritti. E proprio la forza unificante della dignità ci allontana da una costruzione dell´identità oppositiva, escludente, violenta, che ha giustamente spinto Francesco Remotti a scrivere contro quell´"ossessione identitaria" che non solo nel nostro paese sta avvelenando la convivenza civile. La dignità sociale, quella di cui ci parla l´articolo 3 della Costituzione, è invece costruzione di legami sociali, è anche la dignità dell´altro, dunque qualcosa che unifica e non divide, e che così produce rispetto e eguaglianza.

Le manifestazioni di questi tempi, e quella di domenica con evidenza particolare, rivendicano il diritto a "un´esistenza libera e dignitosa". Sono le parole che leggiamo nell´articolo 36 della Costituzione che descrivono una condizione umana e sottolineano il nesso che lega inscindibilmente libertà e dignità. Più avanti, quando l´articolo 41 esclude che l´iniziativa economica privata possa svolgersi in contrasto con sicurezza, libertà e dignità umana, di nuovo questi due principi appaiono inscindibili, e si può comprendere, allora, quale lacerazione provocherebbe nel tessuto costituzionale la minacciata riforma di quell´articolo, un vero "sbrego", come amava definire le sue idee di riforma costituzionale la franchezza cinica di Gianfranco Miglio. Intorno alla dignità, dunque, si delinea un nuovo rapporto tra principi, che vede la dignità dialogare con inedita efficacia con libertà e eguaglianza. Questa, peraltro, è la via segnata dalla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea. Qui, dopo aver sottolineato nel Preambolo che l´Unione "pone la persona al centro della sua azione", la Carta si apre con una affermazione inequivocabile: "La dignità umana è inviolabile".

Proprio questo quadro di principi costituisce il contesto all´interno del quale i diversi movimenti si sono concretamente mossi, individuando così quella che deve essere considerata la vera agenda politica, la piattaforma comune delle forze di opposizione. Diritti delle persone, lavoro, conoscenza non si presentano come astrazioni. Ciascuna di quelle parole rinvia non solo a bisogni concreti, ma individua ormai pure forze davvero " politiche", che si presentano con evidenza sempre maggiore come soggetti attivi perché quei bisogni possano essere soddisfatti.

Viene così rovesciato le schema dell´antipolitica, e si pone il problema della capacità dei diversi gruppi di opposizione di trovare legami veri con questa realtà. I segnali venuti finora sono deboli, troppo spesso sopraffatti dalle eterne logiche oligarchiche, dagli egoismi identitari di ciascun partito o gruppo politico. Si lamenta che ai problemi reali non si dia il giusto risalto. Ma chi è responsabile di tutto questo? Non quelli che con quei problemi si sono identificati, sì che oggi la responsabilità di farli entrare nel modo corretto nell´agenda politica ufficiale dipende dalla capacità dei partiti di trovare il giusto rapporto con i movimenti presenti nella società, di essere per loro interlocutori credibili.

Torna così la questione iniziale, perché proprio questo è il cammino da seguire per abbandonare ogni spirito minoritario e ridare vigore ad una vera politica di opposizione. Le manifestazioni di questi mesi, infatti, dovrebbero essere valutate partendo anche da un dato che tutte le analisi serie sottolineano continuamente, e cioè che Berlusconi non ha il consenso della maggioranza degli italiani, non avendo mai superato il 37%. Il bagno di realtà di domenica, che ne accompagna tanti altri, dovrebbe indurre a volgere lo sguardo verso la vera maggioranza, perché solo così un vero cambiamento è possibile.

È sempre un buon segno quando nelle manifestazioni delle donne ci sono molti uomini. Sarà una svolta se dal palco delle cento città si ascolteranno le parole dei maschi, loro sì umiliati dalle convulsioni del bungabunga. Sarebbe una rivoluzione se in questa giornata di mobilitazione civile, i politici della sinistra ammettessero pubblicamente sia la loro insipienza di fronte all'altro sesso, sia l'uso strumentale della rabbia femminile contro l'indecente presidente del consiglio.

Le donne non hanno mai smesso di parlare, anche quando la cultura e la politica della sinistra non avevano voglia di ascoltarle, né capivano la rivoluzione di quel pifferaio che raccontava la storia del supermercato in cui tutti sarebbero stati liberi consumatori di sogni gentilmente confezionati dalla televisione. La sconfitta culturale annunciava quella politica, prenderne atto significa non mettere a Berlusconi la maschera dell'alieno e non considerare la piazza di oggi una rosa senza spine.

Quel che si discute da due anni, dal caso-Noemi al caso-Ruby, non è il privato di un eccentrico presidente del consiglio, ma la sostanza culturale di una politica che inventa la donna-tangente e ostenta l'esibizione del mercato tra sesso e potere fino a farne una bussola per la selezione della classe dirigente e di governo. Il centro della scena è occupato dalla relazione incresciosa tra le escort e il capo del governo, ma nel retropalco agisce la relazione pericolosa tra uomini e donne nella vita quotidiana, dentro le mura domestiche così amorevolmente minacciose o nei luoghi di lavoro dove le gerarchie e i salari già bastano a descrivere discriminazione sessuale e handicap sociale.

Berlusconi è un pessimo esempio di maschio italiano, ma molti, e trasversalmente, lo invidiano e lo imitano. Gli uomini hanno scritto sul manifesto in che cosa sentono di assomigliare all'anziano che paga le minorenni, un esercizio intellettuale adeguato al bisogno di uscire dal berlusconismo senza paternalismi, né vecchie bandiere.

Non si tratta di mettere sul podio chi usa la faccia anziché il fondoschiena, chi lavora dentro e fuori casa anziché sulla strada o nei prive del miliardario. Riposino in pace le mutande di Ferrara che contro il corpo delle donne ha ingaggiato una crociata, e stia tranquillo il solidale Bersani che applaude alle piazze di oggi pesandole sulla bilancia della battaglia elettorale di domani: non ci sono vittime da salvare, né eroine da esaltare. Le donne italiane, sia quelle che considerano la mente una zona erogena, sia quelle che ritengono di essere sedute sulla propria fortuna sono tutte di robusta costituzione democratica. Nonostante vivano in un paese umiliato e depresso lo hanno sempre riscattato dalle folate reazionarie con ricostituenti laici e liberatori. Scegliendo il divorzio quando il partito comunista lo temeva, affermando il loro esclusivo diritto alla scelta della maternità quando la Dc voleva mortificarlo. E ora scendendo in piazza, nelle piccole e grandi città, per urlare il loro dies irae contro il predatore di Arcore che ha scambiato le donne per esemplari di una selvaggina in dotazione alla sua tirannide.

"Chiediamo insieme le dimissioni di Berlusconi". Con questo slogan le donne rompono il silenzio. E lo fanno in massa a Milano come a New York. Invitano gli uomini a schierarsi con loro, perché tutte e tutti sono stanchi dei continui attacchi alla Costituzione, alla giustizia, alla libera informazione e alla dignità delle donne e degli uomini. Stanchi degli abusi, dell´illegalità, del servilismo che contraddistinguono questa maggioranza. Soprattutto, le donne che manifestano dissipano ogni dubbio sull´insidiosa distinzione tra "donne reprobe" e "donne serie" che è stata da più parti ripetuta in queste settimane di protesta contro gli abusi contestati al premier. Questa distinzione è sbagliata. È il segno di una reale impotenza della cultura dell´opposizione etico-politica al regime del sultanato. È figlia dei paradossi che hanno segnato il successo egemonico di Berlusconi, costruito a partire dagli anni ´70 su un´interpretazione estrema, ma non opposta, della cultura individualista nell´età dei diritti. Mettere in moto una contestazione politica efficace quando l´oggetto è l´uso dei diritti è difficile ed insidioso. Su questa difficoltà e su questa insidia riposa tanto il successo di Berlusconi quanto la debolezza dell´opposizione. Vediamo di mettere in luce due di questi paradossi, quello legato alla morale trasgressiva e quello legato alla libertà.

Per tradizione, la cultura dell´opposizione di sinistra è stata cultura della trasgressione. Lo è stata per necessità, poiché la lotta per i diritti demolisce i sistemi gerarchici di potere. Lo è stata per il carattere peculiare della libertà, che alimenta il pensiero critico rispetto all´opinione dominante sui costumi e sui valori. In questo senso la cultura d´opposizione è stata ed è trasgressiva. In aggiunta, vi è l´aspetto generazionale poiché i movimenti per i diritti civili sono anche portatori di svecchiamento culturale e politico. E poi, questi movimenti si traducono in richiesta di eguaglianza di rispetto e quindi riscrivono i ruoli famigliari e sociali: giovani e donne sono stati e sono alleati naturali nelle lotte per la libertà. Negli anni del dopoguerra alla cultura morale dell´anti-autoritarismo è corrisposto un modello di vita libero e trasgressivo: le relazioni sentimentali e sessuali nel mondo variegato della sinistra, istituzionale o di movimento, erano tutto fuorchè tradizionali. La libertá sessuale non è stata soltanto una conseguenza possibile di diritti conclamati, ma prima ancora un modo di vivere l´intimitá con l´altro e con la sessualitá. Insomma, la cultura di chi ha lottato per i diritti civili è stata una cultura della trasgressione e dell´opposizione insieme.

Il paradosso dell´Italia di oggi è che il premier occupa lo spazio della trasgressione, costringendo l´opposizione nel ruolo impossibile del conservatorismo. Ecco perché la distinzione tra donne brave e donne reprobe è segno di un atteggiamento che incarta e sconvolge la nostra cultura liberale e democratica. Si tratta di una distinzione che non dovremmo fare, non soltanto per non cadere nella trappola tesa dal premier. C´è una ragione ulteriore: difendere i diritti, volere i diritti significa necessariamente credere che ciascuno sia autonomo e responsabile delle proprie scelte, piacevoli o spiacevoli che siano, e che di quelle scelte non debba rendere conto a nessuno, se non alla legge se e quando viola i diritti altrui (qui sta la vera ragione della critica ai comportamenti del premier). Ora, che una persona risponda o no alla propria coscienza è un fatto che alla cultura dei diritti non interessa direttamente, anche se i liberali si augurano che ciascuno sia in grado di avere una coscienza individuale che faccia da sentinella (e magari impostano la vita famigliare ed educativa perché questa coscienza venga formata). Dopo di che, come ciascuno o ciascuna di noi usa quei diritti di libertá sono fatti che non riguardano nessuno. E se l´opinione pubblica critica i nostri comportamenti e le nostre abitudini sessuali, noi siamo legittimati a reagire con una contro-opinione.

Ma la distinzione tra donne reprobe e donne brave scompagina proprio questa cultura dei diritti poiché sembra dire che le donne devono essere rispettate nella misura in cui esse usano "bene" i loro diritti. Ovviamente, questo discorso non riguarda le minori: poiché la responsabilità giuridica è una componente essenziale del godimento dei diritti ed è legata all´età adulta stabilita dalla legge. Ma nel caso di persone adulte, di donne adulte, l´uso che esse fanno della loro vita non è un fatto che può diventare oggetto di critica da parte dell´opinione pubblica e politica. La cultura dei diritti non ha nulla a che fare con la gogna nè con la distinzione tra donne brave e donne reprobe.

I paradossi che questo presidente del Consiglio provoca sono quindi dei più spinosi, perché la sua mania (che è un problema serissimo, non perché disturba la morale ordinaria, ma per l´alta funzione che egli esercita) è il frutto estremo del rovesciamento del giudizio pubblico in giudizio privato. Il paradosso è che il trasgressivismo malato di chi ci governa induce i critici a flirtare con la tentazione di discriminare le donne in ragione dei loro comportamenti. Le centinaia di giovani donne che hanno preso regali e soldi dal presidente non sono il bersaglio: non si devono mettere alcune donne contro altre, anche perché è proprio questo l´esito studiato della politica del leader.

È certo difficile che si crei empatia tra le donne che lavorano e le donne che mettono il loro corpo a servizio; ma la sorgente della difficoltà va individuata con correttezza. La nostra attenzione critica dovrebbe essere rivolta non alle donne per la loro condotta, ma alle politiche dei governi che la destra ha in questi anni messo in moto con l´obiettivo esplicito di indebolire i diritti associati al lavoro e di dissociare infine il lavoro dalla dignità per identificarlo con un pugno di soldi a qualunque costo o addirittura con il dono (e questo non vale solo per le donne che vanno ad Arcore come la vicenda Fiat insegna). Questa dequalificazione estrema del valore delle persone deve offendere e fare reagire. Essa è il vero problema, in quanto abbassa le aspettative delle donne e degli uomini e, quel che è peggio, confonde il giudizio sulle responsabilità e le colpe. L´obiettivo critico non sono le donne giovani e belle che frequentano le case del premier. L´obietto è il premier, la sua illegalità e le politiche sociali del suo governo. L´obiettivo è il messaggio che trasmette da decenni ogni giorno. A tutto questo bisogna reagire, insieme, e dire basta.

È GUERRA contro lo Stato. Non si può diversamente interpretare l´impressionante escalation di cui ieri Berlusconi si è reso protagonista, alzando il livello dello scontro fino a un punto di non ritorno. Che questa sia per lui, con ogni evidenza, la partita finale è chiaro da espressioni estreme come «golpe morale contro di me», come «inchieste degne della Ddr», come «l´ultimo giudice è il popolo». Così, ancora una volta, Berlusconi afferma la propria superiorità carismatica e populistica contro l´ordinamento, contro le leggi. Il Princeps legibus solutus nella sua versione contemporanea gioca il popolo contro lo Stato. Il suo popolo, naturalmente: una potente astrazione, confezionata dal suo potere mediatico, una sua proprietà patrimoniale che non ha nulla a che fare col popolo di una moderna democrazia. Che non è massa ma cittadinanza, che non è visceralità prepolitica ma appartenenza consapevole a un destino comune in una rigorosa forma istituzionale

Del resto, «fare causa allo Stato» è stata un´altra recentissima manifestazione del furore di Berlusconi. C´è in essa un significato tecnico: per i magistrati, la responsabilità civile è indiretta, e chi è da loro ingiustamente danneggiato viene in realtà risarcito non dai singoli responsabili ma dallo Stato. Norma che l´attuale governo vuole modificare, con ovvii intenti intimidatori. Ma che intanto è vigente. Ad essa, in quanto perseguitato, Berlusconi si potrà appellare, come ogni cittadino.

Ma c´è anche un significato simbolico. Da questo punto di vista, non si tratta solo di una strategia processuale, ma, ancora una volta, di una esplicita dichiarazione di guerra contro il vero nemico politico e culturale di Berlusconi: lo Stato. Non questo o quel potere o ordine, non i magistrati comunisti, non i partiti avversari. No. Il nemico è lo Stato in quanto tale, in quanto organizzazione di potere sovrano e rappresentativo, impersonale, fondato sull´uguaglianza davanti e alla legge e internamente articolato attraverso equilibri e limitazioni che hanno lo scopo di evitare il predominio di un potere o di una funzione sulle altre. Il prodotto sofisticato, forte e fragile, di alcuni secoli di sviluppo politico europeo, e del sapere di filosofi e giuristi.

La partita adesso è chiara: un uomo contro lo Stato, un potere personale contro il potere impersonale, la rappresentanza per incorporazione contro la rappresentanza per elezione, il destino di uno contro il destino di un Paese, il dominio contro la legalità. È una guerra civile simbolica, spirituale e morale, che l´Uno - e i suoi numerosi fedeli e seguaci, interessati o estasiati o rassegnati che siano, ma che in ogni caso hanno scritto quel nome sulle loro bandiere - combatte contro i Molti; che un presente desideroso di futuro (sempre più precario) combatte contro la tradizione storica e la legittimità democratica del nostro Paese. È la guerra di un tipo umano contro l´altro: della superba individualità, sprezzante di regole e persone, chiusa in una solitudine affollata di cortigiani e di scaltri profittatori, contro il rispetto delle regole, contro l´interazione nello spazio pubblico condiviso, contro la cittadinanza, contro la decenza come attributo minimo delle relazioni umane e politiche. La guerra dei proclami e delle arringhe furibonde contro i ragionamenti, contro gli argomenti.

È una guerra asimmetrica, in cui c´è chi attacca e chi fa solo il proprio dovere - e per questo è nemico, è eversivo - ; in cui c´è chi ha dalla propria parte il potere - ogni potere: quello politico, quello economico, quello mediatico - , e chi ha solo la legge e un´idea di politica: un´idea che non è un´opinione che ne vale un´altra, perché è quell´idea di uomo, di società, di Stato che è scritta nella Costituzione. Ma è asimmetrica anche perché è dichiarata solo da una parte, che si finge vittima e così può attaccare senza freno l´idea stessa che esista un ordine civile, ovvero che non tutta la collettività sia al servizio di una singola volontà di potenza, sia disponibile per un potere senza limiti. Che esistano ragioni - non metafisiche ma legali, non misteriose ma costituzionali - che trascendono l´individuo. È difficile restare neutrali in questa guerra, cavarsela con un colpo al cerchio e uno alla botte, o con le distinzioni fra pubblico e privato, che sono negate proprio da chi dovrebbe beneficiarne: da Berlusconi, che per primo rifiuta di rispondere da privato davanti alla giustizia e dà alle proprie vicende una ovvia e macroscopica dimensione pubblica.

L´effetto distruttivo di questa guerra è sotto gli occhi di tutti: dal vertice del potere esecutivo giunge un messaggio di rivolta contro lo Stato, una rivendicazione di rabbiosa eccezionalità che si oppone alla normalità istituzionale. Tutto il ribellismo italico, faticosamente arginato dalla nostra recente storia democratica, viene così legittimato; tutto il disprezzo per la legge che alberga nel cuore di tanti italiani trova giustificazione, trionfa platealmente da uno dei più alti seggi della Repubblica; tutto il "particolare" si vendica finalmente dell´universale. Vite intere di insegnanti e di genitori spese a trasmettere ai giovani virtù umane e civiche sono vanificate da questo autorevolissimo e visibilissimo esempio di anarchia istituzionale, da questo aperto rifiuto del potere comune, in nome del potere personale. Da questa guerra civile simbolica non uscirà che un futuro di rovine; tranne che qualche "azionista", qualche "puritano", qualche "giacobino", non riesca a trovare il cuore degli italiani, a spingerli ad avere pietà di se stessi, a convincerli che possono avere davanti a sé un avvenire più degno.

«Farò causa allo Stato», sarebbe questa la reazione di Berlusconi alla richiesta di rito abbreviato presentata dalla Procura di Milano. Vista la nota propensione a raccontar barzellette del nostro Presidente del Consiglio si può pensare che si sia trattato solo di una malriuscita battuta di spirito.

Se, invece, si dovesse prendere sul serio l'affermazione riportata dalle agenzie di stampa, essa apparirebbe sintomatica di una concezione premoderna dei rapporti tra poteri, estranea alla nostra cultura democratica e costituzionale, lontana dalla realtà dello Stato contemporaneo e dall'evoluzione che, dai tempi di Montesquieu, ha portato a conformare lo Stato come un'entità divisa.

Una barzelletta se s'immagina il «Capo» del governo che fa causa a se medesimo, chiedendo magari al «suo» ministro della giustizia il risarcimento per i danni subiti dal tentativo di svolgere i processi che lo vedono coinvolto. Vedere accanto la vignetta-copertina di Vauro, certamente illuminante più di ogni discorso su una simile schizofrenia dissociativa.

A noi non rimane che prendere sul serio quanto è stato detto. La dichiarazione è grave e inquietante perché tende a negare ogni autonomia ai poteri dello Stato, a quello giudiziario in particolare. Se si ha un minimo di rispetto per la divisione dei poteri (carattere fondativo della civiltà costituzionale moderna) si dovrebbe sapere che compete ai giudici l'esercizio della giurisdizione nei confronti di ogni soggetto di diritto, di ogni persona. La minaccia di «far causa» perché il giudice svolge le sue indagini ha come scopo quello di negare l'autonomia e l'indipendenza del potere, mira a delegittimare l'ordine della magistratura nel suo complesso.

Nulla può valere a giustificare le affermazioni del premier, neppure le sue eventuali ragioni «processuali». Non si può escludere allo stato, infatti, che la Procura di Milano stia interpretando male le regole processuali, né si può escludere che in sede dibattimentale le ragioni della difesa prevalgano su quelle dell'accusa, venendosi così a dimostrare la non perseguibilità penale per le imputazioni mosse. Ma ciò dovrebbe indurre Berlusconi a partecipare al processo che lo vede indagato, non a minacciarne un altro «eguale e contrario».

Deve essere chiaro che la Procura sta esercitando le sue funzioni d'indagine nel rispetto delle regole processuali. Ha presentato, infatti al Gip la richiesta di rito immediato ai sensi degli art. 453 e segg. del Codice di procedura penale. Spetterà ora al Giudice verificare la sussistenza dei presupposti.

Ci sono alcuni profili giuridici che dovranno essere valutati con attenzione e pacatezza: quelli concernenti la possibilità di procedere per via breve, oltre che per il reato di concussione, anche con riferimento all'accusa di sfruttamento della prostituzione minorile; quello riguardante la competenza della procura milanese; quello relativo al carattere comune ovvero funzionale del reato di concussione posto in essere - secondo l'accusa - dal Presidente del Consiglio. Questioni delicate, che si dovrebbero sviluppare secondo la normale dialettica processuale, nel contraddittorio delle parti, in base a quanto stabilisce la legge.

Ma chi ha mai detto che è facile fare i processi? Anche le accuse dovranno essere provate. In fondo proprio a questo servono i processi. Sono le «sante inquisizioni» i riti d'indagine che non servono a nulla, avendo sin dall'inizio già formulato una condanna. Per fortuna il medioevo giuridico è alle nostre spalle, sebbene il Presidente Berlusconi non sembra essersene accorto. Noi, che siamo sempre stati garantisti, con tutti e in ogni caso, non indietreggiamo: è nel processo che si provano le accuse e può farsi valere l'innocenza di ciascun indagato.

Per cortesia Cavaliere, si faccia processare. Dimostri, se può, in quella sede la sua innocenza, almeno la non rilevanza penale dei suoi comportamenti privati: l'onore del paese ne verrebbe sollevato. Se è convinto che la procura di Milano non abbia «né la competenza territoriale né quella funzionale» faccia come tutti: lo dica al giudice che dovrà valutare l'operato della procura, eserciti i suoi diritti di difesa. Ma non fugga dal processo, non è più il tempo antico del «diritto sovrano». E poi, signor Presidente se lo faccia dire: se proprio non crede alla giustizia perché vuol far causa allo Stato?

Il 17 marzo 1861 si riunì a Torino il primo Parlamento e venne proclamato il Regno d´Italia. Era nata la nazione come realtà politica. Fino ad allora l´Italia era stata solo una espressione geografica. Per ricordare quella data faremo festa il prossimo 17 marzo. La faremo davvero?

La data si avvicina e le voci critiche, dubbiose, ironiche si moltiplicano. Oggi la possibilità, il pericolo che la festa venga cancellata si sono fatti tangibili. Su di un´opinione pubblica frastornata, in un paese diviso profondamente da disuguaglianze di beni, di consumi e di diritti, dove le diversità che consideravamo la ricchezza e l´originalità dell´Italia oggi appaiono improvvisamente come cesure insanabili, cala l´ombra del dubbio: un dubbio che investe la festa come simbolo e che nel simbolo ferisce in modo grave il dato reale. Perché se muoiono i simboli l´entità che essi rappresentano comincia a cessare di esistere: la morte del simbolo nella coscienza comune significherebbe che l´Italia che apparentemente continuerebbe a esistere sarebbe un fantasma privo di vita.

Ma vediamo gli argomenti. Perché questa festa non s´ha da fare? Qualcuno la mette sul serio: l´economia nazionale è così grama che non tollera il rischio del lavoro perduto. E come spesso accade l´argomento dell´economia ha dato una maschera seria a chi non la possedeva. È bastato che la presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, persona seria e che sa farsi ascoltare con rispetto, parlasse del danno rappresentato dalla perdita di otto ore di produzione, perché chi non aveva avuto fino ad allora il coraggio di andare al di là delle battutine e delle alzate di spalla si mettesse alla sua ombra per insidiare più decisamente l´evento festivo e provare a cancellarlo del tutto. Si sono levate voci ostili dalle regioni dove comandano parti politiche che si desolidarizzano dalla responsabilità della nazione pur attingendo alle sue risorse e si inventano appartenenze e identità patrie di pura fantasia. Hanno parlato coloro che concepiscono la politica come arte dell´alzare muri divisori e si inventano religioni del sole delle Alpi e del fiume Po mentre baciano sacre pantofole prelatizie.

Non con loro vale la pena di parlare. Limitiamoci all´argomento "serio" della Marcegaglia. Davvero – si chiedeva Giorgio Ruffolo su questo giornale – in questi 150 anni della nostra storia non ci siamo guadagnati nemmeno otto ore per festeggiare la nostra unità nazionale? Perché il fatto singolare è che non stiamo progettando l´introduzione di una nuova festa nel calendario civile: quella del 17 marzo 2011 non sarebbe l´equivalente italiano del 14 luglio francese o del 4 luglio americano. Sarebbe un "una tantum", da ripetere magari solo quanto i 150 saranno diventati 200 o 300. Un ricordo del passato, un impegno per il futuro: un momento comune e pubblicamente riconosciuto per sostare e prendere atto di un accadimento storico che ci riguarda tutti in quanto italiani, non in quanto legati a questo o a quel partito, a questa o a quella ideologia, fede religiosa o identità etnica.

Quella mattina del 17 marzo gli italiani non si alzeranno per andare al loro solito posto di lavoro – quelli che ne hanno uno – o a cercare lavoro – quelli che non ne hanno, che sono tanti, soprattutto fra i giovani. Dovranno pensare tutti almeno per un attimo che quel giorno è diverso e saranno portati a soffermarsi su quel pensiero. Scopriranno che quel giorno è la loro festa: di tutti loro in quanto italiani, perché in Italia sono nati, vi abitano, vivono e lavorano. Per questo la festa deve esserci. La dobbiamo alle generazioni passate e a quelle future. E deve essere pubblicamente dichiarata e rispettata.

Non ascolteremo chi vuole convincerci a sostituire il fatto pubblico con un fatto privato o un pensiero individuale, a riporre il senso dell´appartenenza e l´impegno ad affrontarne i problemi del paese nascondendo quel pensiero nel dominio segreto delle intenzioni, trasformandolo chi vuole in voto da formulare "in interiore homine". Sarebbe uno schiaffo al paese e in primo luogo a chi degnamente lo rappresenta nel mondo e si è impegnato a tutelarne i diritti e a farne osservare i doveri. Perciò quel pensiero il 17 di marzo del 2011 lo dovremo dedicare in particolare ad alcuni nomi: quello del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quelli dei suoi predecessori, in modo particolare Carlo Azeglio Ciampi.

L´unica cosa su cui vale la pena ragionare, nell´attacco furibondo di Giuliano Ferrara a Gustavo Zagrebelsky, dopo la manifestazione di "Libertà e Giustizia" di sabato scorso a Milano, non sono gli insulti – di tipo addirittura fisico, antropologico – e nemmeno la rabbia evidente per il successo di quell´appuntamento pubblico che chiedeva le dimissioni di Berlusconi: piuttosto, è l´ossessione permanente ed ormai eterna della nuova destra nei confronti della cultura azionista, anzi dell´"azionismo torinese", come si dice da anni con sospetto e con dispetto, quasi la torinesità fosse un´aggravante politica misteriosa, una tara culturale e una malattia ideologica invece di essere semplicemente e per chi lo comprende, come ripeteva Franco Antonicelli, una "condizione condizionante".

Eppure la storia breve del Partito d´Azione è una storia di fallimenti, che nel sistema politico ha lasciato una traccia ormai indistinguibile. Gli ultimi eredi di quell´avventura, nata prima nella Resistenza e proseguita poi più nelle università e nelle professioni che nella politica, sono ormai molto vecchi, o se ne sono andati, appartati com´erano vissuti, in case piene di libri più che di potere. Ma l´idea dev´essere davvero formidabile se ha attraversato sessant´anni di storia repubblicana diventando il bersaglio dell´intolleranza di tutte le destre che il Paese ha conosciuto, vecchie e nuove, mascherate e trionfanti, intellettuali e padronali: fino ad oggi, quando si conferma come il fantasma d´elezione, fisso e ossessivo, persino di questa variante tardo-berlusconiana normalmente occupata in faccende ben più impegnative, personali ed urgenti.

È un´ossessione che ritorna, periodicamente: la stessa destra si era già segnalata nel rifiutare pochi anni fa il sigillo civico di Torino ad Alessandro Galante Garrone, uno dei pochi che non aveva mai giurato fedeltà al fascismo, come se questa fosse una colpa nell´Italia berlusconiana. Oppure nel trasformare la lettera di supplica al Duce firmata da Norberto Bobbio in gioventù in un banchetto politico, moralista, soprattutto ideologico: tentando, dopo che il filosofo rifece pubblicamente i conti della sua esistenza (proprio sul "Foglio" di Ferrara) di rovesciarne la figura nel suo contrario, annullando la testimonianza di una vita per quell´errore iniziale, in modo da poter affermare una visione del fascismo come orizzonte condiviso o almeno accettato da tutti, salvo pochi fanatici, una sorta di natura debole italiana, nulla più.

Oggi, Zagrebelsky, e si capisce benissimo perché. Quando la cultura si avvicina alla politica e la arricchisce di valori e di ideali, cerca il nesso tra politica e morale, si rivolge allo spirito pubblico, invita alla prevalenza dell´interesse comune sul particolare, scatta il vero pericolo, in un´Italia che si sta adattando al peggio per disinformazione, per convenienza o per pavidità. Quando ritorna la cifra intellettuale dell´azionismo, che è il tono della democrazia classica, e si avverte che quell´impronta culturale forte, quasi materiale, non si è dissolta con la piccola e velleitaria organizzazione nel ´47, ecco l´allarme ideologico. Parte l´invettiva contro il "gramsciazionismo" torinese, considerato due volte colpevole perché troppo severo a destra, nel suo antifascismo intransigente, troppo debole a sinistra, nei suoi rapporti con il comunismo.

Anche questa destra è in qualche modo una rivelazione degli italiani agli italiani, con un patto sociale ridotto ai minimi termini e la tolleranza che diventa connivenza, purché la leadership carismatica possa contare su una vibrazione di consenso, assumendo in sé tutto il discorso pubblico, mentre il cittadino è ridotto a spettatore delegante, ma liberato dall´impaccio di regole e leggi. Un´Italia dove il peggio non è poi tanto male, dove si relativizza il fascismo, un´Italia in cui tutti sono uguali nei vizi e devono tacere perché hanno comunque qualcosa da nascondere, mentre le virtù civiche sono fuori corso e insospettiscono perché lo Stato è un estraneo se non un nemico da cui guardarsi, le istituzioni si possono abitare da alieni, guidare con il sentimento dell´abusivo. Un Paese abituato e anche divertito ad ascoltare l´elogio del malandrino, in cui l´avversario viene schernito, il suo tono di voce deriso, il suo accento additato come una macchia, il suo aspetto fisico denunciato come una colpa, o una vergogna. Mentre gli ideali sono abitualmente messi alla berlina, e la delegittimazione diventa una cifra della politica attraverso un giornalismo compiacente di partito: una delegittimazione insieme politica, morale, estetica, camuffata da goliardia quando serve, da avvertimento - nel vero senso della parola - quando è il caso. Fino al punto, come diceva già una volta Moravia, di "vantare come qualità i difetti e le manchevolezze della nazione".

Bobbio non si spiegava perché nei suoi ultimi anni avesse ricevuto più attacchi che in tutta la sua vita. Ma non era cambiato lui, era cambiata la destra. E per questa nuova destra che cresceva tra reazione di classe e crisi morale, quell´azionismo residuale e tuttavia irriducibile nella sua testimonianza nuda e antica, disarmata, rappresentava il vero ultimo ostacolo per realizzare il cambio di egemonia culturale di quest´epoca, attraverso la destrutturazione del sistema di valori civili su cui si è retta la repubblica per sessant´anni. Un sistema coerente con il patto di cultura politica che sta alla base della Costituzione, con le istituzioni che ne discendono, con quel poco di antifascismo italiano organizzato nella Resistenza che ne rappresenta la fonte di legittimazione, e rende la nostra libertà democratica almeno in parte riconquistata, e non octroyée, concessa dagli alleati.

Un obiettivo tutto politico, anzi ideologico, che doveva per forza attaccare tre punti fermi della cultura repubblicana: l´antifascismo (Vittorio Foa diceva che la Resistenza era la vera "matrice" della repubblica), il Risorgimento, nella lettura di Piero Gobetti, il "civismo", come lo chiamava Ferruccio Parri, cioè un impegno morale e politico a vincere lo scetticismo e il cinismo nazionale. È chiaro che l´azionismo era il crocevia teorico di questi tre aspetti, soprattutto la variante torinese così intrisa di gobettismo, e che tradisce la presunta neutralità liberale, anzi compie il sacrilegio di coniugare il metodo e i valori liberali con la sinistra italiana, rifiutando l´anticomunismo.

Proprio per questo, gli azionisti sono pericolosi due volte. Perché non portano in sé il peccato originale del comunismo, che contrassegna gran parte della sinistra italiana, e perché non scelgono l´anticomunismo, come dovrebbe fare ogni buon liberale. Anzi, questo liberalismo di sinistra rifiuta l´equidistanza tra fascismo e comunismo, che porta il partito del Premier e i suoi giornali addirittura a proporre la cancellazione della festa della Liberazione, come se il 25 aprile non fosse la data che celebra un accadimento nazionale concreto e storico, la fine della dittatura, ma solo una sovrastruttura simbolica a fini ideologici. Così, Bobbio denuncia come la nuova equidistanza tra antifascismo e anticomunismo finisca spesso ormai per portare ad un´altra equidistanza, "abominevole": quella tra fascismo e antifascismo.

Ce n´è abbastanza per capire. Debole e lontana, la cultura azionista è ancora il nemico ideologico, se propone un´Italia di minoranza intransigente, laica, insofferente al clericalismo cattolico e comunista, praticante della religione civile che predica una "democrazia di alto stile". Si capisce che nell´Italia di oggi, dove prevale una politica che quando trova "un Paese gobbo - come diceva Giolitti - gli confeziona un abito da gobbo", quella cultura sia considerata "miserabile". Guglielmo Giannini, d´altra parte, sull´"Uomo Qualunque" derideva gli azionisti come "visi pallidi", Togliatti chiamava Parri "quel fesso". Ottima compagnia, dunque. Soltanto, converrebbe lasciar perdere Gobetti. Perché a rileggerlo, si scoprirebbe che sembra parlare di oggi quando scrive degli "intona-rumori, della grancassa, di un codazzo di adulatori pacchiani e di servi zelanti che facciano da coro", che diano "garanzia di continuità nella mistificazione", "armati gregari" che sostituiscono "la fede assente", perché "corte e pretoriani furono sempre consolatori e custodi dei regimi improvvisati con arte e difesi contro i pretendenti".

Una primavera anticipata e proprio a Milano, nella roccaforte del potere. Nonostante le anticipazioni della vigilia lasciassero intuire il rilievo politico e la forte partecipazione all'appuntamento, la realtà ha superato ogni aspettativa. Migliaia e migliaia di persone hanno risposto all'appello di Libertà e Giustizia con la forza contagiosa di un'energia che rompe gli argini.

Il PalaSharp gremito e la fiumana rimasta all'esterno ravvivano la situazione delle api di Zygmunt Bauman, «espressione di un intenso traffico sociale che intreccia relazioni tra diversi, associazioni di cittadini che chiedono risposte, gruppi con una spiccata soggettività e identità sociale». Come era già successo qualche settimana fa a Marghera, quando un altro alveare produceva i suoi frutti. Anche lì migliaia di persone, nei grandi spazi del Rivolta, hanno connesso esperienze e storie diverse. Operai, studenti, ambientalisti insieme chiamati dal movimento «Uniti contro la crisi». Anche lì la Fiom di Landini e gli intellettuali (da Marco Revelli a Guido Viale) hanno cercato e trovato il filo di un pensiero e di una pratica che, come ha detto Zagrebelsky ieri, «non chiede niente per ciascuno perché chiede tutto per tutti». Le api italiane sono al lavoro da tempo e nella straordinaria assemblea di Milano hanno depositato il miele di un'opposizione larga e profonda, radicata e consapevole. Diritti civili e diritti sociali, interpretati dalle voci autorevoli dell'intellettualità e del sindacato, si ritrovano e si riconoscono. Dicono che la costruzione della democrazia deve cucire nuove bandiere.

Dal Rivolta a Milano, un'altra mappa dei desideri viene disegnata da chi ha saputo resistere alle armate di un potere che ha corrotto l'etica e l'estetica della convivenza civile. Perché oggi l'Italia non è solo sfigurata dalla corruzione che si fa valore, dalle donne trattate come tangenti del potere, non è solo spaccata tra nord e sud, tra salario e profitto, ma è divisa tra chi sa e chi non sa, è ferita dall'ignoranza che l'ammutolisce con la bomba mediatica. Al punto che non ci sarà da stupirsi se l'eco della manifestazione di Milano sarà più forte all'estero che in Italia.

Colpire questo infrangibile muro di cristallo che spezza in due il paese è in cima alla lista degli obiettivi dell'opposizione sociale e culturale.

Eppure, nonostante la camicia di forza di una propaganda pubblicitaria asfissiante, formidabili anticorpi resistono e fanno rete. La farsa della cricca al potere, l'arroganza dei Berlusconi e dei Marchionne, dovranno fare i conti con chi ha l'intenzione e la convinzione di non concedergli repliche.

L'amministratore delegato Sergio Marchionne ha annunciato che il gruppo Fiat-Chrysler, una volta che fosse interamente unificato, potrebbe stabilire la propria sede legale negli Stati Uniti. Sarebbe un fatto senza precedenti.

Non si ricorda infatti un altro grande costruttore, di quelli che hanno fatto la storia dell´automobile, che abbia de-localizzato non solo il proprio braccio produttivo, ma anche la propria testa, gli enti che decidono e guidano tutto il resto di un grande gruppo nel mondo. Toyota e Volkswagen, Citroen e Renault, General Motors e Ford producono milioni di auto in paesi terzi, ma il quartiere generale, il cuore della ricerca e sviluppo, il controllo gestionale e finanziario restano ben saldi nel paese d´origine.

Sarebbe un grave smacco per Torino, per il Piemonte e per tutto il Paese se Fiat cambiasse nazionalità. L´Italia resterebbe con una sola grande industria manifatturiera, la Finmeccanica, che per il 40 per cento produce armamenti, non esattamente il tipo di produzione di cui un paese possa andare fiero, anche se permette di realizzare buoni utili.

Questo in un momento in cui l´industria automobilistica è dinanzi a sfide, tipo la mobilità sostenibile, che potrebbero cambiare profondamente la sua struttura produttiva ed i rapporti con altri settori che cominciano seriamente a occuparsi di uno dei maggiori temi da affrontare per evitare il suicidio delle città causa collasso del traffico.

Inutile illudersi in merito a ciò che resterebbe a Torino, nel caso che la testa di Fiat Auto se ne vada a Auburn Hills o a Detroit. Il Centro Ricerche Fiat, da cui sono uscite alcune delle più importanti innovazioni degli ultimi anni, in specie, nel campo dei motori, sarebbe prima o poi destinato a seguirla, insieme con i designer, i tecnici che progettano i sistemi base di un´auto, gli esperti di autoelettronica. Quanto ai fornitori di componenti, potranno sperare di trovare nuovi clienti tra i grandi gruppi europei ed extraeuropei che continueranno a costruire milioni di auto in ambito Unione europea gestendo con mano sicura la produzione dalle loro sedi nazionali.

È un esercizio sgradevole a farsi, ma dinanzi a un evento che potrebbe segnare definitivamente la discesa dell´Italia tra le potenze industriali di serie C, bisogna pure chiedersi chi sono e dove stanno i responsabili della eventuale migrazione di Fiat Auto negli Stati Uniti. Non è nemmeno un´impresa facile, perché se uno immagina di metterli materialmente fianco a fianco per affrontare tutti insieme una approfondita discussione sul caso Fiat, non basterebbe ormai un palasport. Forse per deferenza nei confronti delle grandi figure del passato, come Giovanni e Gianni Agnelli, finora se n´è parlato poco, ma sembra evidente che la fuga della Fiat dall´Italia debba non poco alla famiglia proprietaria. Che all´auto deve tutto, ma che da una decina d´anni mostra chiaramente di considerare la produzione di auto come una palla al piede. Altrimenti non si spiegherebbero i modesti investimenti in ricerca e sviluppo che sono calcolati per addetto, la metà di quelli della Volkswagen; il mancato rinnovo di stabilimenti che sono ormai i più vecchi d´Europa, e il lasciare passare di mano il maggiore designer del continente, Giugiaro, senza alzare letteralmente un dito.

Accanto alla famiglia, sugli spalti del palasport dei responsabili della fuga Fiat dovrebbero esserci gli innumerevoli politici, sindacalisti, sindaci, economisti, commentatori tv che hanno salutato i piani del genere «prendere o lasciare» di Marchionne come folgoranti salti nella modernità delle relazioni industriali. Mentre si rivelano ora un goffo tentativo per recuperare sul fronte strettissimo delle condizioni di lavoro quello che si è perso sulla strada maestra dei nuovi modelli, del rinnovo radicale degli impianti, della ricerca e sviluppo. Ad onta della suddetta folla, un pò di spazio sugli spalti dei responsabili della fuga Fiat si dovrebbe ancora trovare per gli esponenti del governo che nel corso degli anni, non solo negli ultimi mesi hanno dato prova di una inettitudine totale nel concepire e attuare una politica industriale che coinvolga l´auto ma non si limiti ad essa. Come hanno saputo fare sia i maggiori paesi Ue, sia perfino alcuni dei più piccoli.

Se la Fiat diventa americana, ossia se è destinata a operare come il distributore di auto Chrysler in Italia, il problema da affrontare subito è il destino di Mirafiori e delle migliaia di posti di lavoro che vi ruotano attorno.

Certo, è sempre meglio montare delle jeep i cui pezzi principali (la piattaforma e il motore) sono costruiti in America che restare disoccupati. Ma Torino e l´Italia meritano sicuramente di meglio. Farebbe bene sperare, o quantomeno ridurrebbe il tasso collettivo di pessimismo attorno al destino dei lavoratori Fiat, se nel palasport dei responsabili della migrazione all´estero di questa grande azienda qualcuno provasse ancora a fare un tentativo per uscire da questo vicolo cieco prima di dover sottoscrivere la resa definitiva.

Strappi e mimose

di Ida Dominijanni

Per quanto tecnica sia la formula, l'aggettivo «irricevibile» con cui Napolitano ha respinto al mittente e rinviato alle camere il decreto sul federalismo ha un suono ben più forte dello strappo procedurale cui si riferisce. Irricevibile è un governo che disprezza il parlamento e prescinde dal Quirinale, irricevibile è una maggioranza di nominati arroccata nel bunker del suo padrone, irricevibile è un capo di governo che usa sistematicamente la scena internazionale per denigrare «la Repubblica giudiziaria commissariata dalle procure», irricevibile è lo stesso capo di governo che su quella stessa scena difende, unico in Occidente, lo zio - anch'esso di sua nomina - della propria favorita, irricevibile è una prassi istituzionale fondata per metodo e sistema sullo scontro fra i poteri dello Stato. Se ne contano almeno nove al calor bianco, in tre anni, fra Palazzo Chigi e il Quirinale, su questioni di procedura e di merito. È un segno, e non l'ultimo, che la situazione è da tempo oltre il livello di guardia.

Perché allora, con le pinze, si tiene ancora? Perché in campo c'è una sola strategia riconoscibile, nei suoi tratti devastati e devastanti: quella di un raìs in pieno delirio di onnipotenza («sono l'unico soggetto universale a essere tanto attaccato», ha detto di sé ieri testualmente il premier) e deciso a resistere, resistere, resistere a tutti costi, nessuno escluso. Senza limiti, perché non ne conosce. Senza vergogna, perché non ne ha. Senza tema di smentite, perché la sua capacità di scambiare il vero col falso è segno non più di manipolazione bensì di negazione della realtà. Intorno a questa maschera, solo una corte di figuranti asserviti che finiscono col restituirle lo scettro anche quando potrebbero sfilarglielo, alla Bossi o alla Maroni per capirci. Dall'altra parte, una strategia felpata, una ricerca di alleanze senza selezione e senza seduzione, una promessa di liberazione senza desiderio. Il risultato è una paralisi che si alimenta di una lacerazione al giorno, una rivelazione all'ora, uno scandalo al minuto, senza che la tela si strappi davvero e mentre chiunque non faccia parte dello zoccolo duro del raìs si chiede: com'è possibile?

È possibile, perché c'è un fantasma lì dietro la scena, che nessuno vuole davvero vedere. Berlusconi lo rimuove, i suoi avversari lo scansano in attesa della foto del peccato o della prova del reato, e tutti quanti pensano di parlare, ancora, di «politica» (federalismo, fisco e quant'altro), come se, per citare Gustavo Zagrebelsky, le notti di Arcore non fossero la notte della Repubblica. Lo sappiamo, i numeri in parlamento sono quelli che sono. Ma la democrazia parlamentare non esclude altre forme dell'azione politica, e non domanda nemmeno che si resti in parlamento a recitare una farsa. Una società stremata da vent'anni di berlusconismo merita qualcosa di più della promessa di una parodia del Cln. O di una raccolta di firme offerta l'8 marzo come un mazzo di mimose dal segretario del Pd «alle nostre donne». Non siamo di nessuno, non amiamo le mimose né tantomeno, per citare stavolta Luisa Muraro, chi conta di usarci come truppe ausiliarie di una politica inefficacace.

Se l'economia ammazza la politica

di Valentino Parlato

In Italia con la politica (è volgare, ma va detto) siamo nella merda. Non ci sono idee e obiettivi politici rilevanti; non ci sono partiti, ma ammucchiate populiste. Matrimoniale e patrimoniale si confondono; l'evasione fiscale si somma all'evasione sessuale. Giornali e settimanali traboccano di scandali e promozioni d'interessi privati. Se scrivo che in Italia siamo alla distruzione della politica, quale ci era stata insegnata dagli antichi greci, credo che tutti saranno d'accordo. Vorrei essere contraddetto.

Ma questo disastro della politica è solo italiano? È solo l'Italia che celebra, affogando nella palude lutulenta, i suoi 150 anni? Non pare che sia così. Anche nel mondo la politica fa vergogna, ma consolarci col ripetere «mal comune mezzo gaudio» sarebbe piuttosto suicida.

Che succede alla politica nel mondo? Le Monde del 1 febbraio scorso pubblica un ampio e utile articolo di Yves-Charles Zarka, filosofo francese di prestigio, che si è occupato degli attuali cambiamenti della nostra esistenza individuale e collettiva e che nel 2010 ha pubblicato La destitution des intellectuels e Repenser la democratie. Il titolo dell'articolo di Zarka è «la politica senza idee». Nel sommario in testa di pagina si legge: «A sinistra come a destra, i partiti compensano il loro vuoto ideologico con un pasticcio (bricolage) intellettuale che stravolge i concetti filosofici, svuotati del loro significato e della loro profondità». E ancora in un riquadro della pagina si legge: «I governanti attuali, accecati dalle loro ambizioni personali e dalle loro rivalità, talvolta, più semplicemente, per la loro ignoranza, non sanno o non sanno più che significato abbia la parola politica». Bene, le cose stanno a questo modo e non solo in Italia, e anche negli Usa di Obama non se la passano meglio. Mi viene da aggiungere che solo in paesi non al livello industriale dell'Occidente (penso alla Tunisia e all'Egitto) le cose vanno un po' meglio. Il disastro della politica nasce dalla modernità? Bella domanda. Certo c'è un antico qualunquismo che ci ripete «la politica è sporca», ma adesso la questione è più seria: perché la politica fa schifo?

Bene. Ma quando c'è una malattia il medico deve trovare le cause. Quali? Bella sfida, vorrei, desidererei che persone più brave di me intervenissero. Spero veramente di essere smentito, ma a stare almeno all'Italia le descrizioni del degrado della politica non mancano, mi viene da dire che sono la narrazione più attuale, ma manca del tutto l'individuazione delle cause. Al massimo - ma forse esagero - c'è la spiegazione con le stagioni, verso la quale anche io inclino, e così ci raccontiamo che, finita la guerra con la Liberazione, gli americani e i partigiani, l'Italia ebbe una stagione di bella politica. Fu così nonostante la guerra fredda. Ricordo in positivo il discorso di De Gasperi al Brancaccio e il mio primo Pci a piazza Verbano.

Ma le cosiddette stagioni sono sempre il risultato di contesti storici. E così dopo la seconda guerra mondiale ci fu in tutto il mondo la vera ripresa dalla crisi del '29, sviluppo dell'industria, novità di prodotti, occupazione, lotte di lavoratori, forza sindacale, grandi e piccole speranze che spingevano ciascuno ad andare oltre il sé. Eravamo individui sociali. È innegabile, tutto il periodo successivo alla seconda guerra, fino agli anni '70, è stato il periodo della bella economia e anche della bella politica. In Europa si avevano governi di impronta socialista, negli Usa non era ancora arrivato Reagan e in Italia il Pci, benché all'opposizione, agiva sulla politica dei governi e otteneva riforme. I partiti non erano clientele carrieristiche.

Tutto questo per dire che all'origine della brutta politica c'è questa grande, epocale crisi economica che è, di conseguenza, crisi sociale e politica. In Italia il Rubygate è la massima espressione di questa crisi. La politica, specie quella che seppure timidamente si dice di sinistra, dovrebbe impegnarsi sul fronte della crisi economica, che fa disoccupazione e assicura successo ai Marchionne e ai Berlusconi. Non credo proprio che sarà il Rubygate a levarcelo di torno.

Certo non basta scrivere di crisi economica in generale. Bisognerebbe individuarne i vari suoi aspetti e soprattutto come, per quali vie, agisce sulla società e sulla politica. È un fatto (arrischio un'ipotesi) che la crisi economica abbia aziendalizzato la politica e non è proprio un caso che Berlusconi, massimamente imprenditore, sia divenuto l'amministratore delegato dell'azienda Italia.

So di essere piuttosto schematico, ma quelli più competenti di me che pensano, che dicono? Aprire una discussione, forse sarebbe utile e me lo auguro.

Mubarak lascia sparare la sua polizia sulla folla e l'Onu avvia il ritiro dei suoi funzionari. Non è più tempo di esitare fra le incertezze di Obama spiegate sul manifesto di ieri da Marco d'Eramo e l'«avanti con il popolo egiziano» di Slavoj Zizek. Sto con Zizek. Senza sottovalutare affatto le ragioni di d'Eramo. Non siamo di fronte a scelte tranquille e felici. Da un pezzo una cosiddetta laicità nel Maghreb e nel Medio Oriente è garantita soltanto da regimi dittatoriali. Da un pezzo lasciare libertà di voto può condurre a un'affermazione non solo islamica, ma islamista. Una democrazia in senso proprio, che non è soltanto fare le elezioni ma stabilire un'effettiva divisione dei poteri - esecutivo, legislativo e giudiziario - cioè una sicurezza di uguali diritti di fronte alla legge, non è garantita da nessuno.

E tuttavia non è possibile opporre alla rivolta popolare contro l'autocrazia il pericolo rappresentato da una sua libera espressione. Anche nel voto. Anni fa le elezioni hanno portato in Algeria a una vittoria schiacciante del fronte islamico. Il governo e l'esercito hanno annullato quelle elezioni. Risultato: in Algeria non c'è democrazia, né partiti, né sindacati, né una vera libertà di stampa, né diritti uguali per le donne - tutto devastato. E non basta: le forze del governo hanno sgozzato centinaia di infedeli - infedeli a chi? - nei villaggi. Come regime laico è bizzarro, come democrazia non ve n'è traccia.

In Tunisia è tutt'ora decisivo l'esercito. Conosco un solo esercito che ha portato a una democrazia, quello portoghese del 1974. Speriamo che questo sia il secondo. In Egitto, senza pari più grande, più affamato, più strategico, Mubarak non se ne vuole andare e l'esercito sembrava fino a ieri diviso. La polizia spara per uccidere. Obama, che aveva ammonito Mubarak a non reprimere, che farà adesso? L'Europa si è resa ridicola invitando alla moderazione, «non esagerare, popolo», «non esagerare, Mubarak» come se si trattasse d'un gioco fra ragazzini. Nessuno ha sostenuto sul serio El Baradei, col pretesto che non era abbastanza forte, e tutti temono come la peste i Fratelli Musulmani, quasi che fossero Al Qaeda travestita. Gratta gratta, dove c'è l'islam c'è il terrorismo. Chi di noi ha conosciuto qualcuno dei Fratelli Musulmani sfuggito alla forca o alla galera, sa che non sono affatto simili ai talibani, anche se certamente simpatizzano per Hamas, che neanch'essa è talibana. Ma detesta Israele, e chi sarebbe diverso a Gaza? E qui veniamo al vero dunque.

Più paradossale di ogni altro è l'appoggio che a Mubarak danno unitamente Netanyahu e Abbas. La famosa democrazia israeliana e il popolo che essa stoltamente opprime. Per Israele, Mubarak è l'alleato storico degli Stati Uniti e quindi un amico, del resto ne ha formalmente riconosciuto l'esistenza come stato. Per l'Autorità palestinese è Mubarak che fa da barriera ad Hamas. La debolezza degli oppressori raggiunge quella degli oppressi. Una transizione in Egitto guidata da un uomo come El Baradei, che non è un rivoluzionario ma semplicemente un giusto, non interessa il governo israeliano, perché non consentirebbe a Israele proprio tutto, e neanche all'Autorità palestinese perché non si schiererebbe per principio contro Hamas. Ma, si obietta, se non si fa barriera all'islam Israele sarà distrutta. Non è vero. Quasi tutto il mondo, compresi molti musulmani, è per l'esistenza dello stato di Israele. La sua vera difesa sta nella nostra storia accanto a quella degli ebrei - sta, avrebbe scritto Giaime Pintor, nel sangue d'Europa. E non sbagliamo di bersaglio. Chi ha creato l'islamismo radicale? È stato lo Scià a costruire il carisma di Khomeini. Sono gli Stati Uniti ad armare talebani contro l'Urss, ed è Bush che ha incastrato contro di loro il suo paese in Afghanistan. E ha distrutto Saddam Hussein dopo averlo spedito a dissanguarsi contro l'Iran. È la destra israeliana, oggi Netanyahu e Avigdor, a costruire Hamas. È stata l'inerzia dell'Unione europea.

Errori di questo calibro si scontano. Non aggiungiamo adesso quello di opporci a un sussulto di popolo. È stupefacente che i funzionari dell'Onu lascino l'Egitto in fiamme invece che condannare senza indugio Mubarak e interporsi contro le sue fucilate.

E noi finiamola di prendere per una massa di deficienti coloro che non hanno potere e tentano di ribellarsi. Prima riusciranno a farcela, prima si assumeranno le loro responsabilità. È loro il destino, che lo prendano in mano.

Perché siamo qui? Che cosa abbiamo da dire, da chiedere? Niente e tutto. Niente per ciascuno di noi, tutto per tutti. Non siamo qui nemmeno come appartenenti a questo o quel partito, a questo o quel sindacato, a questa o quella associazione. Ciò che chiediamo, lo chiediamo come cittadini. Chi è qui presente non rappresenta che se stesso. Per questo, il nostro è un incontro altamente politico, come tutte le volte in cui, nei casi straordinari della vita democratica, tacciono le differenze e le appartenenze particolari e parlano le ragioni che accomunano i nudi cittadini, interessati alle sorti non mie o tue, ma comuni a tutti. Non siamo qui, perciò, per sostenere interessi di parte. Ma non siamo affatto contro i partiti. Anzi, ci rivolgiamo a loro, di maggioranza e di opposizione, affinché raccolgano il malessere che sale sempre più forte da un Paese in cui il disgusto cresce nei confronti di chi e di come governa; affinché i cittadini possano rispecchiarsi in chi li rappresenta e sia rinsaldato il rapporto di democrazia tra i primi e i secondi, un rapporto che oggi visibilmente è molto allentato.

Nulla abbiamo da chiedere per noi. Non chiediamo né posti, né danaro. Non siamo sul mercato. È corruzione delle istituzioni l´elargizione di posti in cambio di fedeltà.

è corruzione delle persone l´elargizione di danaro in cambio di sottomissione e servizi. Crediamo nella politica di persone libere, non asservite, mosse dalle proprie idee e non da meschini interessi personali per i quali si sacrifica la dignità al carro del potente che distribuisce vantaggi e protezione. Anzi, chiediamo che cessi questo sistema di corruzione delle coscienze e di avvilimento della democrazia, un sistema che ha invaso la vita pubblica e l´ha squalificata agli occhi dei cittadini, come regime delle clientele. I cittadini che ne sono fuori e vogliono restarne fuori chiedono diritti e non favori, legalità e non connivenze, sicurezza e non protezione. Non accettano doversi legare a nessuno per ottenere quello che è dovuto. Vogliono, in una parola, essere cittadini, non clienti e non ne possono più di vedersi scavalcati, nella politica, negli affari, nelle professioni, nelle Università, nelle gerarchie delle burocrazie pubbliche, a ogni livello, dal dirigente all´usciere, non da chi merita di più, ma da chi gode di maggiori appoggi e tutele.

Chiediamoci, in questo quadro, perché le notti di Arcore – non parlo di reati, perché per ora è un capitolo di ipotesi ancora da verificare – sono esplose come una bomba nel dibattito politico, pur in un Paese non puritano come il nostro, dove in fatto di morale sessuale si è sempre stati molto tolleranti, soprattutto rispetto ai potenti. Dicono che il moralismo deve restare fuori della politica, che ognuno a casa propria deve poter fare quel che gli aggrada (sempre che non violi il codice penale), che il pettegolezzo non deve mescolarsi con gli affari pubblici. È vero, ma non è questo il caso. Se si trattasse soltanto della forza compulsiva e irresistibile del richiamo sessuale nell´età del tramonto della vita, non avremmo nulla da dire. Forse deploreremmo, ma non giudicheremmo per non dover poi essere, eventualmente, noi stessi giudicati. Proveremmo semmai, probabilmente, compassione e magari perfino simpatia per questa prova di senile, fragile e ridicola condizione di umana solitudine. Ma non avremmo nulla da dire dal punto di vista politico.

Ma la verità non si lascia dipingere in questi termini. La domanda non è se piace o no lo stile di vita di una persona ricca e potente che passa le sue notti come sappiamo. Questa potrebbe essere una domanda che mette in campo categorie morali. La domanda, molto semplicemente, è invece: ci piace o no essere governati da quella persona. E questa è una domanda politica.

La risposta dipende dalla constatazione che tra le mura di residenze principesche, per quanto sappiamo, viene messo in scena, una scena in miniatura, esattamente ciò che avviene sul grande palcoscenico della politica nazionale. Le notti di Arcore assurgono a simbolo facilmente riconoscibile, in versione postribolare, di una realtà più vasta che ci riguarda tutti. È un simbolo che ci mostra in sintesi i caratteri ripugnanti di un certo modo di concepire i rapporti tra le persone, nello scambio tra chi può dare e chi può ottenere. È lo stesso modo che impera e nelle stanze d´una certa villa privata e in certi palazzi del potere. Questo, credo, è ciò che preoccupa da un lato, indigna dall´altro.

Non troviamo forse qui (nella villa) e là (nel Paese), gli stessi ingredienti? Innanzitutto, un´enorme disponibilità discrezionale di mezzi – danaro e posti - per cambiare l´esistenza degli altri attraverso l´elargizione di favori: qui, buste paga in nero, bigiotteria, promozioni in impensabili ruoli politici distribuiti come se fossero proprietà privata; là, finanziamenti, commesse, protezioni, carriere nelle istituzioni costituzionali (la legge elettorale attuale sembra fatta apposta per questo), nell´amministrazione pubblica, nelle aziende controllate. Dall´altra parte, troviamo la disponibilità a offrire se stessi, sapendo che la mano che offre può in qualunque momento ritrarsi o colpirti se vieni meno ai patti. Cambia la materia che sei disposto a dare in riconoscenza al potente: qui, corpi e sesso; là, voti, delibere, pressioni, corruzione. Ma il meccanismo è lo stesso: benefici e protezione in cambio di prove di sottomissione e fedeltà, cioè di prostituzione. Ed è un meccanismo omnipervasivo che supera la distinzione tra pubblico e privato, perché funziona ogni volta che hai qualcosa da offrire che piaccia a chi ha i mezzi per acquisirlo.

Qui e là questo sistema alimenta un mondo contiguo fatto di gente alla ricerca di chi "ci sta" e possa piacere a quello che è stato brillantemente definito "l´utilizzatore finale": lenoni e faccendieri, gli uni per selezionare e reclutare corpi da concorsi di bellezza e luoghi di malaffare e organizzarne il flusso, gli altri per sondare disponibilità e acquisire fedeltà nei luoghi delle istituzioni dove possono essere utili. Analogo, poi, è il rapporto che si instaura tra i partecipanti a questi giri del potere. Poiché la legge uguale per tutti sarebbe incompatibile con un tal modo di concepire il potere, i rapporti di connivenza, molto spesso, anzi quasi sempre, si basano sull´illegalità e, a loro volta, la producono. Tutti cascano così nelle mani l´uno dell´altro e il giro si avviluppa nella reciprocità dei ricatti. Così, chi se ne è messo a capo è destinato, prima o poi, a diventare succubo, a trasformarsi in una vuota maschera che parla, vuole, magari fa la faccia feroce ma in nome altrui, il suo unico interesse riducendosi progressivamente a non essere rovinato dai sodali. A quel punto, è pronto a tutto.

Ritorniamo all´inizio. Non chiediamo nulla per noi ma tutto per tutti. Il "tutto per tutti" è lo stato di diritto e l´uguaglianza di fronte alla legge; il rispetto delle istituzioni e della dignità delle persone, soprattutto quelle più esposte ai soprusi dei prepotenti: le donne, i lavoratori a rischio del posto di lavoro, gli immigrati che noi bolliamo come "clandestini"; la disciplina e l´onore di chi ricopre cariche di governo; l´autonomia della politica dall´ipoteca del denaro e dell´interesse privato nell´uso dei poteri pubblici; l´indipendenza dei poteri di garanzia e controllo; l´equità sociale; la liberazione dall´oppressione delle clientele. Un elenco penoso di doglianze e un vastissimo programma di ricostruzione che è precisamente ciò che sta scritto a chiare lettere e per esteso nella Costituzione: la Costituzione che per questa ragione è diventata segno di divisione tra opposte concezioni della politica.

La richiesta di dimissioni del Presidente del Consiglio non è accanimento contro una persona. Sappiamo bene che la concezione del potere ch´egli rappresenta ha, nella nostra società, radici lontane e profonde, di natura perfino antropologica, e che perciò ha buone possibilità di sopravvivergli in quelli che si preparano a raccoglierne la successione, per il momento in cui si sentiranno pronti ad abbandonarlo. Ma sappiamo anche che, per ora, quel sistema di potere è incarnato, e in modo eminente, proprio da lui. Onde è da lui che occorre incominciare, non per fermarsi a lui ma per guardare oltre, al sistema di potere che l´ha espresso e di cui egli è, finché gli sarà possibile, l´interprete più in vista.

Quel che salta subito all'occhio nelle rivolte di Tunisia e d'Egitto è la massiccia assenza del fondamentalismo islamico: secondo la migliore tradizione laica e democratica la gente si è limitata a rivoltarsi contro un regime oppressivo, la sua corruzione e la sua povertà, chiedendo libertà e speranza economica. La cinica convinzione occidentale secondo cui nei paesi arabi la coscienza genuinamente democratica si limiterebbe a piccole élite liberal, mentre le grandi masse possono essere mobilitate solo dal fondamentalismo religioso o dal nazionalismo si è dimostrata erronea. Il grosso interrogativo è naturalmente: che succederà il giorno dopo? Chi ne uscirà vincitore?

Quando a Tunisi è stato nominato un nuovo governo provvisorio, ad essere esclusi erano gli islamisti e la sinistra più rivoluzionaria. L'autocompiaciuta reazione liberal fu: bene, sono fondamentalmente la stessa cosa, due estremi totalitari - ma davvero le cose sono tanto semplici? Il vero, eterno, antagonismo non è piuttosto tra islamisti e sinistra? Ammesso pure che adesso siano uniti contro il regime, una volta vicini alla vittoria si divideranno, e si scontreranno tra loro in una lotta mortale spesso più feroce di quella contro il nemico comune.

Non abbiamo forse assistito proprio a una lotta del genere dopo le ultime elezioni in Iran? Le centinaia di migliaia di sostenitori di Moussavi lottavano per il sogno popolare che ha puntellato la rivoluzione di Khomeini: libertà e giustizia. Anche se quel sogno era un'utopia, significava la salutare esplosione della creatività politica e sociale, esperimenti di organizzazione e dibattiti tra studenti e gente comune. Quella genuina apertura che aveva liberato forze inaudite di trasformazione sociale, in un momento in cui «tutto sembrava possibile», fu poi completamente soffocata dall'andata al potere dell'establishment islamista.

Anche nel caso di movimenti chiaramente fondamentalisti, dovremmo stare attenti a non confondere la loro componente sociale. I taleban vengono puntualmente presentati come un gruppo fondamentalista islamico che impone la sua legge con la forza - però, quando nella primavera del 2009, s'impadronirono della Valle di Swat in Pakistan, il New York Times scrisse che «avevano organizzato una rivolta di classe sfruttando le fratture profonde presenti nella società tra un piccolo gruppo di ricchi proprietari terrieri e i loro fittavoli senza terra». Se «approfittando» della situazione contadina, i talebani avevano «lanciato l'allarme su quel rischio in Pakistan, che rimaneva in larga parte feudale», cosa impediva ai liberal in Pakistan così come negli Stati Uniti di «approfittare» di questa causa ed aiutare i contadini senza terra? Il fatto è che in Pakistan le forze feudali sono il «naturale alleato» della democrazia liberal.

La conclusione inevitabile cui dovremo giungere è che l'islamismo estremista è sempre stato l'altra faccia della scomparsa della sinistra laica nei paesi musulmani. Quando l'Afghanistan viene rappresentato come il paese islamico più fondamentalista, chi è che ancora ricorda che, solo 40 anni fa, era un paese dalle forti tradizioni laiche, perfino con un forte partito comunista andato al potere indipendentemente dall'Unione sovietica? Dov'è andata a finire quella tradizione laica?

Ed è importantissimo leggere su tale sfondo quello che sta succedendo oggi a Tunisi e in Egitto (e in Yemen e... forse, speriamo, perfino in Arabia saudita!). Se la situazione si «stabilizzerà» e il vecchio regime potrà sopravvivere con un bel po' di chirurgia estetica, la cosa finirà per sollevare uno tsunami fondamentalista. Perché il nucleo forte dell'eredità liberal possa sopravvivere i liberal hanno bisogno dell'aiuto fraterno della sinistra rivoluzionaria. Per quanto marginalizzata, questa sinistra laica esiste a Tunisi così come in Egitto, dove hanno lasciato sopravvivere alcuni piccoli partiti di sinistra a patto che rimanessero marginali e che non criticassero il governo troppo concretamente (nomi importanti come quelli di Mubarak erano off limits, eccetera). Bisogna rendersi conto che il loro rafforzamento e la loro inclusione nella nuova vita politica nel lungo periodo sono la nostra unica protezione contro il fondamentalismo religioso.

La più vergognosa e pericolosamente opportunistica reazione ai tumulti egiziani è stata quella di Tony Blair come riferito dalla Cnn: il cambiamento è necessario, ma dovrebbe essere un cambiamento stabile. «Cambiamento stabile» in Egitto oggi può significare solo un compromesso con le forze di Mubarak attraverso un blando allargamento della cerchia di governo. È per questo che parlare oggi di transizione pacifica è un'oscenità: schiacciando l'opposizione, Mubarak lo ha reso impossibile. Dopo aver mandato l'esercito contro i ribelli, la scelta è chiara: o un cambiamento cosmetico in cui qualcosa cambia perché tutto possa rimanere uguale, oppure la rottura vera.

Eccoci allora al momento della verità: non si può sostenere, come fu dieci anni fa nel caso dell'Algeria, che permettere vere elezioni libere coincida col consegnare il potere ai fondamentalisti musulmani. Israele s'è tolto la maschera di ipocrisia democratica appoggiando apertamente Mubarak - e sostenendo il tiranno contro cui si batte il popolo ha ridato fiato all'antisemitismo!

Un'altra preoccupazione dei liberal è che non ci sia un potere politico organizzato in grado di sostituirglisi se Mubarak va via: ma certo che non c'è, se n'è occupato personalmente Mubarak riducendo ogni opposizione a un fatto decorativo e marginale e il risultato suona come il titolo di quel romanzo di Agatha Christie: E non ne rimase nessuno (titolo originale di Dieci piccoli indiani, ndr) L'argomento di Mubarak è «o lui, o il caos», ma è un argomento che gli si ritorce contro.

L'ipocrisia dei liberal occidentali è spaventosa: hanno sostenuto pubblicamente la democrazia, e ora che la gente si rivolta contro i tiranni in nome di una libertà laica e della giustizia e non in nome della religione, sono tutti «profondamente preoccupati»... Perché tanta preoccupazione? Perché non invece la gioia per questa occasione di libertà? Oggi più che mai risulta pertinente il vecchio motto di Mao Ze Dong: «Sotto il cielo il caos - la situazione è eccellente».

Ma dove deve andare allora Mubarak? Qui la risposta è chiara: a L'Aia. Se c'è un leader che merita di sedere lì, è lui!

Traduzione di Maria Baiocchi

Perché, nonostante le prove schiaccianti di ripetute e numerose illegalità e turpitudini morali, gli italiani continuano a sostenere Silvio Berlusconi? Questa è la domanda che ci si pone fuori d´Italia. Il New York Times ha aperto uno spazio di dibattito sull´Italia intitolandolo così: "Decadenza e democrazia in Italia". è un titolo che ci ricorda un punto importante: dal punto di vista di una tradizione come quella americana la moralità e la democrazia sono essenziali l´una all´altra. Dalla decadenza morale discende la crisi della democrazia. Il politico che mente, che giura il falso, che dà esempi di vita palesemente immorale, che attacca l´ordinamento costituzionale, vi è non solo messo in stato d´accusa ed espulso dal gioco del potere ma è anche immediatamente colpito dal verdetto inappellabile dell´opinione pubblica.

Il caso Berlusconi sembra fatto apposta per proiettare come in uno specchio rovesciato l´idea di democrazia agli occhi del paese che l´ha creata. Così gli argomenti hanno finito col battere sul tasto della diversità antropologica degli italiani: disposti a perdonare tutte le forme di corruzione, maschilisti e sessisti, portati a discriminare le donne più di ogni altro paese europeo e a consumare immagini di corpi femminili in una misura impensabile altrove. In quel dibattito sono intervenuti anche diversi italiani che hanno provato a rispondere e a fornire giustificazioni. Non hanno avuto un compito facile. E soprattutto non hanno centrato il nodo del rapporto tra moralità e democrazia. Si è andati dal piano politico – la presunta mancanza di alternative – a quello dell´imbonimento dei media asserviti in vario modo al padrone. Argomenti fragili, come ognun vede.

Non siamo in un regime dittatoriale di controllo dell´informazione. E quanto a possibili alternative, ce ne sono anche troppe: il problema è che non riscuotono consensi nella stessa misura del personaggio che fuori d´Italia appare così sconveniente e grottesco. Ma la speranza è dura a morire e c´è chi ha chiesto ai lettori americani di avere pazienza promettendo a breve scadenza una normalizzazione della situazione italiana: così Alexander Stille ha concluso il suo intervento affermando che il pubblico italiano non sopporterà più a lungo il fatto che Berlusconi si occupi dei propri affari trascurando del tutto l´attività di governo. Questo sarebbe secondo lui l´unico "peccato imperdonabile" per gli italiani. Vedremo se la previsione sarà confermata. Ma intanto si è affacciata la questione squisitamente teologica e religiosa del "sin that may not be sorgiven", il "peccato imperdonabile".

Che cosa abbia significato nella cultura puritana questo problema lo abbiamo imparato dalla grande letteratura dell´800. Ma oggi è una domanda molto semplice quella che ci viene proposta dal paese di Melville e di Hawthorne: esiste almeno un peccato imperdonabile per gli italiani? La risposta negativa dei paesi di cultura non cattolica è a questo proposito antica e ben consolidata. Un viaggiatore inglese del ´600 autore di un rapporto sullo stato della religione in Italia che fu postillato da Paolo Sarpi, Edwin Sandys, lo disse molto chiaramente: gli italiani gli sembrarono un popolo civile e accogliente, dotato di eccellenti qualità. Gli piacquero anche alcuni aspetti della loro religione. Ma trovò incomprensibile e del tutto esecrabile la pratica della confessione cattolica: il modo in cui nel segreto del confessionale i comportamenti più immorali e le infrazioni più gravi ai comandamenti cristiani venivano cancellati al prezzo di qualche orazioncella biascicata distrattamente gli sembrò una vera e propria licenza di immoralità, un modo per corrompere in radice la natura di un popolo.

Oggi quei tempi e quelle idee sono lontani ma il problema si ripropone. La questione teologica di allora ci si presenta come qualcosa che riguarda il paese intero e tocca la radice profonda della convivenza democratica e del funzionamento delle istituzioni. è il problema della moralità pubblica come cemento della democrazia, o in altre parole della sostanza morale della democrazia, come questione del rapporto che deve esserci tra il buon ordinamento della società e il patto stretto dal politico con gli elettori: l´impegno ad accettare le regole, quelle del fisco, della giustizia, della libertà d´informazione, incluso l´obbligo a sottostare alla legge come e più di ogni privato cittadino. Ora, che questo problema sia stato ignorato clamorosamente dalla dirigenza della Chiesa cattolica italiana anche nei suoi recenti e imbarazzati pronunciamenti è qualcosa che rinvia ai caratteri profondi della religione italiana e non può essere spiegato soltanto dalla difesa del proprio potere e dalla ricerca dei favori governativi da parte di chi si arroga la funzione di maestro e censore della morale collettiva.

Ma è dal punto di vista della sopravvivenza della democrazia italiana che quello che ci viene proposto da Berlusconi in questo tardo autunno dell´ "egoarca" appare come un patto scellerato: si tratterebbe di affrontare i problemi del paese lasciando cadere come irrilevanti i capi d´accusa dei tanti reati che pendono sulla testa del premier. Se anche fosse vero che accettando questo patto i problemi di un paese ridotto nelle condizioni che ognuno vede sarebbero risolti, la questione è quella della natura del regime che noi italiani ci troveremmo ad avere inventato. E qui torna utile la domanda che fu posta da Benedetto Croce a proposito della natura del fascismo: rivoluzione o rivelazione, trasformazione violenta e radicale dell´assetto politico del paese o disvelamento di una verità profonda, di carenze antiche e radicali, tali da rendere il paese Italia diverso da tutti gli altri. Oggi, al termine – speriamo, infine – di un´avventura individuale e collettiva che consegna una fetta consistente di storia del Paese alla figura di Berlusconi, gli italiani tutti e non solo la classe politica, sono giudicati nel mondo per ciò che hanno accettato e premiato con le loro scelte e di cui continuano a non volersi liberare. Come nel rapporto tra personaggio e ritratto descritto da Oscar Wilde ne "Il ritratto di Dorian Gray", oggi il nostro Paese e la qualità morale della nostra convivenza civile sono diventati il ritratto rivelatore della verità nascosta del personaggio Berlusconi: brutti, vecchi, laidi, corrotti. Così li giudica l´opinione pubblica democratica dei paesi civili.

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