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La battaglia sulla giustizia è un capitolo importante di una grande mutazione in corso nel nostro Paese che riguarda l’equilibrio delle forze sociali in generale e, per conseguenza, dei poteri dello Stato. Si tratta di un processo comprovabile di erosione dell’eguaglianza economica e di cittadinanza, con dati che mettono in luce l’aumento della povertà e la diseguaglianza tra i cittadini di influire sulle scelte politiche. Vista dal versante delle istituzioni, questa grande mutazione tocca l’ordine costituzionale che ci ha accompagnato in questi ultimi sessant’anni per riequilibrarlo in un senso che è più decisionista. Si tratta di una battaglia tutta da combattere e non conclusa e che impegna in forme e modi diversi chi opera nelle istituzioni. I magistrati hanno espresso come sappiamo giudizi fortemente negativi sulla proposta di riforma della giustizia, tanto che l’Associazione nazionale magistrati ha proclamato una "mobilitazione diffusa" denunciando i nodi nevralgici del testo Alfano: la separazione delle carriere, lo sdoppiamento del Csm e le norme sulla obbligatorietà dell’azione penale. Se il perno della nostra Costituzione è l’indipendenza della magistratura, il perno di questa riforma è la restrizione dell’indipendenza. Si tratta di una differenza notevole che può avere implicazioni gravi per i diritti di noi tutti. Insieme all’autonomia del potere giudiziario, infatti, la proposta di riforma mette in discussione quel delicato meccanismo di pesi e contrappesi sul quale si regge il governo della legge e la certezza dei nostri diritti di fronte al potere costituito.

La direzione impressa dal governo dimostra di essere in forte tensione con quella liberale, ribadita tra l’altro a livello comunitario con pronunciamenti via via più espliciti nel corso degli anni. È questo il caso del protocollo di Copenhagen del 1993, con il quale il Consiglio europeo, nella prospettiva dell’allargamento ai Paesi dell’Est, fece espresso riferimento all’autonomia dell’ordinamento giudiziario come condizione dell’allargamento. Tra i parametri di Copenhagen, quelli politici comprendono sia la democrazia e il primato del diritto che i diritti dell’uomo e la tutela delle minoranze. La democrazia e il primato del diritto sono esemplificati attraverso una serie di fattori tra i quali l’organizzazione e il funzionamento del Parlamento, del potere esecutivo e del potere giudiziario. La democrazia quindi non è solo voto popolare e opinione della maggioranza ma l’intero ordinamento. Circa il potere giudiziario, questo è definito in ragione della sua indipendenza dagli altri poteri sulla base di alcuni indici: il ruolo del governo nella nomina e nella progressione in carriera dei magistrati e l’esistenza di un organo di autogoverno della magistratura. L’Europa unita ha cioè sviluppato nel corso della sua storia una vera e propria teorica dello stato democratico nel quale vige il primato del diritto, e ha infine prodotto parametri di misurazione e verifica delle condizioni che fanno di uno stato democratico uno stato più o meno coerente con i principi dello stato di diritto. Se la riforma Alfano fosse approvata, come si collocherebbe l’Italia rispetto a questi parametri comunitari?

Alla base del costituzionalismo moderno vi sono una visione pessimista della natura umana e un profondo desiderio di proteggere la libertà. Da un lato l’accettazione del fatto che proprio perché non siamo santi abbiamo bisogno di governo; dall’altro l’idea che occorra fare in modo che chi governa sia messo nell’impossibilità di agire d’arbitrio. Come limitare il potere? Affidandosi non alla virtù, ci insegna Montesquieu, la quale non riesce a moderare se stessa, ma alla logica dei pesi e contrappesi, la quale da un lato presume che chi fa le leggi (o ha il potere di imporre obbedienza) ha tutto l’interesse a farle a suo vantaggio, e dall’altro cerca la soluzione a questo rischio fuori della volontà degli attori. Come Ulisse si fece legare per resistere al canto delle Sirene poiché sapeva di non potersi fidare della sua virtù, così il legislatore volle mettere i limiti del potere fuori della volontà di chi lo esercita. Questa è la logica vincente che ci hanno lasciato in eredità i padri fondatori del costituzionalismo. Una logica che ha usato la libertà come espediente di stabilità perché ha diviso il potere in modo tale che ogni sua parte fosse equipollente e capace di resistere alle pressione dell’altra. Così i Federalisti americani: «Alla base di quella separazione e distinzione dei vari poteri che viene in un certo caso ammessa da tutti come essenziale garanzia di libertà, è la necessaria autonomia di volere di ciascun potere, cosicché i membri di ciascun settore intervengano il meno possibile nella nomina dei membri degli altri settori».

Il meccanismo dell’equilibrio dinamico dei pesi e contrappesi ha per obiettivo quello di far sì che nessun potere dello Stato sia come un Ulisse slegato. Centrale è che il potere giudiziario (dal quale dipende la nostra libertà) resti un potere separato e autonomo, che il giudizio non sia costola della volontà, che non diventi in nessuna sua parte - per esempio il pubblico ministero- un organo alle dipendenze del Governo (del ministero dell’Interni, come era nello Statuto albertino). Ma lo sbilanciamento dei poteri è la logica che muove la proposta Alfano. C’è da chiedersi quale vantaggio ricaverebbe il cittadino da una riforma il cui esito è che una parte del lavoro della giustizia operi alle dipendenze più o meno dirette del governo.

Adriano Sofri, Che cosa giustifica l'intervento

Thomas L. Friedman , L'eterna guerra tra clan rivali

Farid Adly, La mia sconfitta, la nostra salvezza

Loris Campetti intervista Gino Strada, Fermiamo le bombe

Roberto Festa intervista Michael Walzer, Questa volta è un errore

la Repubblica

Che cosa giustifica l’intervento della polizia internazionale

di Adriano Sofri

Quale sarebbe stato il destino degli ottocentomila abitanti di Bengasi? È una domanda che nessuno dovrebbe eludere - Si può davvero dubitare del dovere di aiutare o di chiedere aiuto quando il crimine si compie sotto i nostri occhi? - Con la decisione di agire in difesa degli insorti in Libia ritorna la divisione tra i fautori dell’ingerenza e chi sostiene il pacifismo "senza se e senza ma"

La guerra non è umanitaria, certe paci possono essere disumane. Lo scorso giovedì, 17 marzo, Gheddafi disse in tv: «Arriveremo a Bengasi stasera e non avremo pietà. Andremo casa per casa». "Stasera": alla mezzanotte libica il Consiglio di sicurezza avrebbe votato. I primi raid francesi – i più ansiosi di cominciare – sono avvenuti alle 17,45 di sabato. I gheddafisti avevano attaccato in forze, ma non ne erano ancora venuti a capo. Che cosa sarebbe stato degli ottocentomila abitanti di Bengasi? È una domanda che nessuno dovrebbe eludere. Non che manchino le ragioni per l’amarezza e il disgusto. Gli Stati che vanno a bombardare la Libia di Gheddafi hanno fatto fino a ieri affari d’oro con lui, e calcolano di farne di più. Gli hanno venduto le armi che oggi prendono di mira. Gli hanno lasciato piantare la sua tenda madornale a Parigi o a Roma. Bisognava prima fare ben altro, dite, bisognava comportarsi ben diversamente. Infatti: ma che cosa bisognava fare la sera di giovedì 17 marzo, quando si annunciava il rastrellamento, casa per casa, senza pietà? Tutto era cominciato, a Bengasi, dall’ennesimo arresto di un giovane avvocato che denunciava tenacemente l’eccidio di 1300 prigionieri in un carcere di Tripoli, nel 1996. Questa volta c’era l’esempio i Tunisi e del Cairo, la gente è andata in piazza. Toccava alla città che aveva avuto la forza di ribellarsi di pagare per il delirio della terra e dei suoi governanti?

Succede continuamente. La norma non è affatto quella dell’interventismo "umanitario", ma il suo contrario: l’omissione di soccorso. La norma è il Ruanda 1994, e il Clinton che si batte il petto per aver cavillato sul genocidio e lasciato perpetrare quell’orrore immane (e la Francia o il Belgio che non se lo battono abbastanza per avergli dato mano). Il Ruanda, dove si macellava a colpi di machete, e non si spedì un Piper a far saltare la Radio delle mille colline, e non si fecero cortei a Roma o a Parigi. La norma è Srebrenica 1995,coi governi europei complici e qualche pacifista impegnato a sventare decolli di aerei ad Aviano. Quando finalmente decollarono, la partita si chiuse in un giro di giorni e nella rotta dei gradassi ubriachi che miravano ai bambini. Andò diversamente in Kosovo, perché la lezione di Srebrenica era fresca, e Milosevic aveva passato il segno. Si riaccese la scaramuccia degli interventisti e dei pacifisti, più scoppiettante perché ad aderire all’intervento era Massimo D’Alema. Il copione dei pacifisti e degli interventisti si replica come le sedie di Ionesco. Si può davvero dubitare del dovere di aiutare, o chiamare aiuto, quando il crimine si compie sotto i nostri occhi, la sera di Bengasi o la mattina di Srebrenica? È stato codificato, quel dovere, ma era scritto da sempre. Ricominciare ogni volta daccapo –"intervenire o no?"– è il modo vanesio e imbecille per eludere la vera ardua questione: quando e come intervenire. Era la questione del Kosovo: sgombrando la terra e dall’alto dei cieli, o viceversa? Quasi nessuno se ne occupò, tesi gli uni a gridare no "senza se e senza ma", paghi gli altri della decisione trasmessa agli stati maggiori, che fanno quello cui sono addestrati. Si nega che oltre i confini nazionali si possa ricorrere a una polizia. In nome della sovranità nazionale – come se le frontiere delle nazioni fossero chiuse al bracconaggio criminale, alla fame, alle nubi radioattive, e anche alla solidarietà fra umani. O in nome dei rapporti di forza e di convenienza, della ragion di Stato: come sostenere che dentro una nazione il lavoro di polizia si debba fermare di fronte alla malavita troppo potente, o ai potenti troppo potenti. Del resto, hanno sostenuto anche questo.

Ci sono state guerre inevitabili e giustificate, come contro il nazifascismo. "Umanitarie" no. Si abusa del nome orrendo di guerra, e del resto che cosa c’è di più eccitante della nuvola di missili appena lanciati? Le guerre dovevano almeno avere una parvenza di equilibrio fra contendenti. C’è, fra la Tripolitania e l’armata d’occidente? A chiamarla, come si deve, azione di polizia, bisogna che sia autorizzata (questa lo è, in Iraq non lo era, e non rispondeva all’appello di una popolazione insorta), che faccia un uso proporzionato della forza, che faccia valere i propri principii anche per il nemico che affronta. Guerra o azione di polizia: lo considerano un gioco di parole, ammesso che lo considerino. Eppure è così inevitabile: c’è un diritto internazionale se c’è un’unione delle nazioni, c’è un tribunale internazionale se c’è una polizia internazionale. L’unico a dirlo, da noi, fra tanto cubitale gridare alla guerra, è stato Napolitano: «Non siamo entrati in guerra. Siamo impegnati in un’operazione dell’Onu». (L’ha ripetuto Frattini, «Non siamo in guerra», ma lui voleva dire altro, tirare il sasso, o non tirarlo nemmeno, e comunque nascondere la mano; come il Berlusconi "addolorato" per Gheddafi).

Quanto alla terza via: le vie sono diecimila. A volte c’è una sola via. La sera di Bengasi, la mattina di Srebrenica. Lì non si può dire "Né… né…", né con i ribelli né con Gheddafi…Si deve stare con qualcuno e contro qualcun altro. Con l’aggredito contro chi lo aggredisce, in una infame sproporzione di forze. In una strada di città può bastare un bravo carabiniere. Con un satrapo che sta bombardando i suoi sudditi ribelli con i Mig, è più complicato. Ma non meno necessario.

la Repubblica

L’eterna guerra tra clan rivali dietro la rivolta contro il Colonnello

di Thomas L. Friedman

Ci sono due generi di Stati: i "Paesi veri" e quelli delle "sette" unite sotto una bandiera - In Libia, Iraq, Siria, Yemen, i gruppi tribali non si sono fusi in un’unica famiglia di cittadini

Un interrogativo pende sui fermenti rivoluzionari nel mondo arabo: la battaglia in Libia (e in altri Stati) è lo scontro fra un brutale dittatore e l’opposizione democratica oppure è una guerra tra tribù? Infatti in Medio Oriente esistono due generi di Stati: i "Paesi veri", che vantano una lunga storia e forti identità nazionali (Egitto, Tunisia, Marocco, Iran) e le "tribù accorpate sotto una bandiera". Nazioni dai confini tracciati in modo artificiale dai poteri coloniali, dove sono intrappolate miriadi di tribù e di sette che non si sono mai fuse in un’unica famiglia di cittadini. Si tratta di Libia, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Siria, Bahrein, Yemen, Kuwait, Qatar e Emirati Arabi Uniti. Le tribù e le sette sono state tenute assieme dal pugno di ferro delle potenze coloniali, dei re o dei dittatori militari. L’alternanza democratica al potere è impossibile perché ogni tribù vive all’insegna del «governa o muori» - o la nostra tribù, la nostra setta, è al potere oppure siamo finiti.

Non è un caso che le rivolte per la democrazia in Medio Oriente abbiano preso il via in tre "Paesi veri" - Iran, Egitto e Tunisia - con popolazioni moderne, maggioranze omogenee che antepongono la nazione alla setta o alla tribù, e hanno la fiducia reciproca sufficiente a coalizzarsi, come fosse una famiglia, «tutti contro il papà». Ma nel momento in cui queste rivoluzioni si sono diffuse alle società più tribali-settarie, è difficile capire dove finiscano le istanze democratiche e dove inizi il desiderio che «la mia tribù sostituisca la tua».

In Bahrein, la minoranza sunnita, pari al 30 per cento della popolazione, governa sulla maggioranza sciita. Grazie ai matrimoni misti molti sunniti e molti sciiti si sono fusi e, da portatori di identità politiche moderne, accetterebbero la vera democrazia. Ma per molti altri abitanti del Bahrein la vita è una guerra tra sette, un gioco a somma zero, come per i falchi della famiglia Al Khalifa, attualmente al governo, che non hanno intenzione di mettere a rischio il futuro dei sunniti del Bahrein con una maggioranza sciita al potere. Per questo si è passati molto presto alle armi. O governi o muori.

L’Iraq è un buon esempio di cosa ci vuole per democratizzare un grande Paese arabo tribalizzato, una volta che il leader dal pugno di ferro è stato rimosso (in quel caso dagli Stati Uniti). Ci vogliono miliardi di dollari, 150 mila soldati Usa a fare da arbitro, miriadi di vittime, una guerra civile in cui entrambe le parti devono misurare il proprio potere, e poi un difficile parto, di cui siamo stati la levatrice, una Costituzione scritta dalle sette e dalle tribù irachene che stabilisce le regole di convivenza senza il pugno di ferro.

Mettere gli iracheni in grado di scrivere il loro contratto sociale è la cosa più importante che l’America abbia fatto. È stato, a dire il vero, l’esperimento liberale più importante della storia araba moderna perché ha dimostrato che persino le nazioni tribali possono, ipoteticamente, passare dal settarismo alla moderna democrazia. Ma è ancora soltanto una speranza. Gli iracheni non hanno sciolto definitivamente il grande dubbio: l’Iraq è così perché Saddam era com’era, oppure Saddam era com’era perché l’Iraq è così, ossia una società tribalizzata? Tutti gli altri Stati arabi oggi terreno di rivolte - Yemen, Siria, Bahrein e Libia - sono incubatrici di guerre civili tipo quella irachena. Alcuni possono avere la fortuna che l’esercito li traghetti alla democrazia, ma non c’è da scommetterci.

In altri termini la Libia è solo un primo esempio dei tanti dilemmi morali e strategici che andremo ad affrontare man mano che le rivolte avanzano tra le «tribù accorpate sotto una bandiera». Concedo al presidente Obama un’attenuante. È una questione complessa e rispetto il desiderio del presidente di impedire un massacro in Libia. Ma dobbiamo essere più cauti. La forza del movimento democratico egiziano stava nella sua autonomia. I giovani egiziani sono morti a centinaia nella lotta per la libertà. E noi faremmo bene ad essere doppiamente cauti nell’intervenire in luoghi che possono crollarci tra le mani, come in Iraq, soprattutto se non sappiamo, come in Libia, chi siano davvero i gruppi di opposizione - movimenti democratici guidati da tribù o tribù che sfruttano il linguaggio della democrazia?

Infine, purtroppo, non possiamo permettercelo. Dobbiamo impegnarci nel nostro Paese. Se il presidente Obama è pronto a prendere delle decisioni importanti, difficili, urgenti, non sarebbe meglio che innanzitutto queste si concentrino sul nation building in America, piuttosto che in Libia? Non dovrebbe prima realizzare una vera politica energetica, che indebolisca i vari Gheddafi, e una politica di bilancio che garantisca il sogno americano per un’altra generazione? Una volta fatto questo seguirò il presidente "dai saloni di Montezuma alle spiagge di Tripoli", come cantano i marine.

©The New York Times - La Repubblica - Traduzione di Emilia Benghi

il manifesto

La mia sconfitta, la nostra salvezza

di Farid Adly

Vivo questi momenti con angoscia. Sono convinto antimilitarista, pacifista e nonviolento.

Vivo la guerra libica come una sconfitta personale. La mia generazione di libici è fallita. Non abbiamo fatto abbastanza per sconfiggere politicamente la dittatura gheddafiana. L'opposizione era frantumata in mille rivoli, dai monarchici fino ai socialisti, ma tutti regolarmente all'estero e uno contro l'altro. Perché all'interno del paese c'erano soltanto Abu Selim (eccidio di 1200 detenuti politici, nelle loro celle, il 26 Giugno 1996, del quale ha parlato nel 2009 solo il manifesto) oppure le esecuzioni in pubblico negli stadi. Non abbiamo avuto sufficiente voce per farci sentire e, forse, anche il mondo non ci aveva dato ascolto, perché gli orecchi dei grandi erano tappate da cerotti di petrolio e dalla carta moneta delle commesse di armamenti.

Perché considero giusta la richiesta della No Fly Zone, da parte del Consiglio Nazionale Transitorio Libico (Cntl)? Perché era l'unica strada per la salvezza dei giovani libici che hanno dato avvio a questa rivoluzione, a questa resistenza. Il Cntl non ha chiesto - e lo ha ribadito anche nella giornata di lunedì 21 - bombardamenti sulla residenza di Gheddafi a Bab Azizie per ucciderlo. «Destituire Gheddafi è un compito nostro e lo faremo mobilitando il nostro popolo in questa resistenza formidabile che unisce tutto il paese», ha detto l'avvocato Abdel Hafeez Ghouga. È un diritto sacrosanto alla sopravvivenza!

È, parimenti, diritto dei miei compagni pacifisti italiani dichiararsi contrari all'intervento delle potenze occidentali, ma non mettano in campo ragioni che riguardano la nostra ricchezza petrolifera o il concetto di sovranità nazionale. Non ho dubbi che Stati uniti, Francia e Gran Bretagna non sono lì a difendere il mio popolo. Non ci sono guerre umanitarie, come ha scritto giustamente Tommaso Di Francesco. Lo so che sono lì per il petrolio e per le commesse future. La ridicola polemica tra Francia e Italia sul commando della missione dimostra ampiamente questo occhio rivolto al petrolio e rischia di allungare la vita al dittatore. Vi ricordo però che il petrolio ce l'avevano sotto il loro controllo anche prima. Non hanno organizzato loro la rivolta in Libia. Per loro sarebbe stato meglio se fosse rimasto tutto come prima, quando ballavano coi lupi.

Un discorso a parte per il miliardario ridens. Ha fatto ridere i polli e ha trascinato l'Italia in una situazione ridicola. Un giorno diceva una cosa e l'altro sostieneva il contrario. Ha superato se stesso quando la mattina ha detto che Gheddafi è tornato in sella e poi la sera, dopo che ha capito le intenzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu, ha cambiato idea per dire: «Gheddafi non è più credibile».

A Torino poi, dopo l'avvio della campagna militare alla quale partecipa l'Italia, ha cambiato ancora bandiera, dando credito al colonnello.

I compagni dell'Arci e della Tavola della Pace hanno ragione a chiedere che l'Italia non abbia un ruolo attivo nei bombardamenti. C'è una doppia ragione che consiglia ciò. La posizione altalenante di Berlusconi e Frattini è un dato che consiglia prudenza, ma la ragione più forte è un'altra: l'Italia è stata una potenza coloniale in Libia, quest'anno ricorre il centenario dell'aggressione italiana al suolo libico (avete visto qualche cerimonia per ricordarlo?) e questo trascorso militare (i primi bombardamenti aerei in assoluto nella storia militare sono avvenuti a Kofra da parte di un aviatore italiano), consiglia di astenersi completamente dal bombardare il territorio libico da parte dell'aviazione militare italiana.

L'Italia, se intende rimettere i rapporti con il popolo libico sul binario giusto, dedichi qualche piazza a Omar Mukhtar, eroe della resistenza libica, proposta che avevo avanzato proprio sulle pagine del Manifesto, oltre 10 anni fa, ma caduta nel dimenticatoio anche da parte del compagno(?) Veltroni, allora sindaco di Roma.

Se il governo italiano ha fatto una brutta figura, peggio hanno fatto certi opinionisti, attaccati a concetti ideologici, dimenticando la resistenza italiana contro il regime fascista e contro la repubblichina di Salò. Ecco, Gheddafi per noi libici rappresenta quello e i nostri ragazzi sono i nuovo partigiani. In questi momenti, i democratici di Tripoli vivono lo stesso sentimento di quei partigiani di Milano che lottavano per la liberazione in una città sotto le bombe degli alleati.

Noi vogliamo la libertà e mettere finire alla tirannia, scrivere una costituzione e scegliere, in elezioni libere, chi governerà la Libia. Questo processo è guidato da magistrati, avocati, medici, ingegneri e cosa sento e leggo? Che la Libia è abitata da beduini. Si sono dimenticati che la Libia nel 1804 ha sfidato e sconfitto gli Stati Uniti, freschi freschi di indipendenza (Professor Giuseppe Restifo, «Quando gli americani scelsero la Libia come nemico» Armando Siciliano Editore).

Non so se questo dice qualcosa a certi «signoroni» opinionisti italiani. Alcuni arrivano a ripetere cliché retaggio del colonialismo culturale, dimostrando ignoranza della realtà libica.

Noi oggi siamo protagonisti e vogliamo chiudere con il dittatore. Ben vengano tutte le proposte di mediazione internazionale, come quella del presidente della Bolivia Evo Morales, per arrivare, per via pacifica, alla cacciata del sanguinario despota.

il manifesto

«Fermiamo le bombe, ritroviamo la ragione»

Guerra criminale, non aiuta ma uccide chi chiede aiuto

Loris Campetti intervista Gino Strada

«Anche la bomba atomica sganciata su Hiroshima fu motivata da esigenze umanitarie. Il presidente degli Stati uniti, dopo aver raccontato la solita bugia di guerra ("è stato colpito un obiettivo militare" e invece si era rasa al suolo una città e cancellata la sua popolazione), disse che quell'intervento "intelligente" aveva salvato dalla furia giapponese 46 mila persone. Con la bomba umanitaria, invece, ne sono stati uccisi 400-500 mila, subito e in conseguenza delle radiazioni». Gino Strada non ci sta alla finta umanità di chi contesta al pacifismo il presunto disinteresse per i civili vittime di dittature. Fa i conti, in Iraq nel '91, in Kosovo nel '99 e poi ancora in Iraq, in Afghanistan, oggi in Libia. Il fondatore di Emergency non fa sconti a nessuno e rovescia le tante domande-accuse che gli poniamo, le stesse che si rivolgono contro il manifesto e chi si oppone alla guerra, si diceva una volta senza sì e senza ma: «Solo quando avremo espulso la guerra dall'arco delle possibilità potremo chiederci davvero cosa possiamo fare per aiutare le vittime di dittature, terrorismi, pulizie etniche». Potremo ascoltare Gino Strada domani alla Sapienza, all'assemblea promossa da Uniti contro la crisi all'aula 1 di Lettere.

Se Emergency fosse una multinazionale dell'aiuto con fini di lucro e non una meritoria organizzazione volontaria si potrebbe dire che le cose per voi vannno sempre meglio: le occasioni di lavoro al fianco delle vittime di guerra si moltiplicano.

Ahimé, il lavoro non manca. Ancora una volta si è scelta la guerra. E questa di Libia come le guerre precedenti, comunque vada a finire sarà una sconfitta della ragione, dell'intelligenza, della necessità di capire come bisognerebbe agire.

Una sconfitta anche della politica?

Sì e no. Dalla politica, da questa politica non nascerà mai una cultura di pace che potrà venire solo dai cittadini, dagli intellettuali, dagli scienziati e solo questi soggetti potranno imporre alla politica un cambiamento di paradigma.

Intanto siamo ancora lì, allo stesso punto di ieri e l'altroieri: guerra umanitaria, bombe intelligenti, no fly-zone.

Stesso scenario, stessi linguaggi insensati, stesse motivazioni truffaldine. Vogliamo dire che la guerra non è mai necessaria o inevitabile? Parlare poi di guerra umanitaria, prima che un imbroglio è un insulto all'intelligenza. Da sempre alla guerra si accompagnano menzogne.

Abbiamo già detto troppe volte che la prima vittima della guerra è la verità...

E prima ancora vittima è la ragione. Incominciamo a pensare di escludere la guerra dal nostro orizzonte mentale. Lo so che non è uno sforzo facile, anche Einstein nel '55 disse che l'esclusione della guerra avrebbe creato problemi alla sicurezza nazionale, ma questo passo è inevitabile per non restare prigionieri di una spirale senza fine e senza esito.

Tutto si ripete ferocemente. Eppure c'è qualcosa che cambia: oggi le critiche o i dubbi sull'intervento in Libia vengono più da destra, con motivazioni ignobili, opportunistiche e razziste, che da sinistra, ammesso che abbia ancora senso parlare di sinistra: diciamo dall'opposizione.

Dietro i sì e i no di questa politica ci sono interessi meschini o confusioni mentali. Voglio essere ottimista, credo che una mobilitazione contro la guerra partirà, sulla base di sentimenti e motivazioni più nobili e più alte.

Il mondo gira al contrario e la guerra calda, finita quella fredda, è entrata nell'ordine delle cose, nella normalità della vita.

Ci hanno detto che il mondo è cambiato l'11 settembre. Non è vero, è cambiato prima. In ogni caso andiamo a vedere qual è stata la risposta alla strage delle Torri gemelle: le guerre si sono moltiplicate. Perciò preferisco parlare di guerra che è un crimine contro l'umanità che non di questa guerra contro la Libia, sennò non facciamo che passare da una guerra all'altra con annesse bugie e presunte motivazioni. Dire no alla guerra punto e basta non è semplice, lo so. Ma ritengo quanto mai attuale il manifesto del '55 di Russell e Einstein che dice «Questo è dunque il problema che vi presentiamo, netto, terribile e inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra?». Lo storico statunitense Howard Zinn scrisse: «Ricordo Einstein che in risposta ai tentativi di "umanizzare" le regole della guerra disse "la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire". Come Emergency ha ripetuto per condannare la guerra alla Libia, è una scelta disumana, criminosa e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica. Questo è l'approccio che dobbiamo imporre alla politica, parlare di disarmo e cominciare a praticarlo riducendo il potenziale di morte che insidia il nostro mondo. Quante testate nucleari abbiamo in Italia? Mi dicono una novantina. A che potenzale distruttivo corrispondono, quante Hiroshima potrebbero cancellare dalla faccia della terra? Siamo seduti su un arsenale.

Che idea ti sei fatto delle motivazioni reali della guerra alla Libia?

Dai commenti che leggo, le più disparate. Per la Francia, immagino che conti la volontà di Sarkozy di essere rieletto, mentre mettere le mani sul petrolio libico è l'obiettivo di tutti i combattenti «umanitari». Nessun governante informa i cittadini sulle ragioni vere per cui li porta in guerra, spacciano solo disgustose menzogne. Se va bene le motivazioni reali verranno fuori anni e anni dopo. E adesso l'Italia torna a far guerra alla Libia, come cent'anni fa.

Ti accusano, ci accusano, di fottercene del popolo di Bengasi, ci dicono «voi l'avreste lasciato nelle mani del boia».

Ecco il cortocircuito, l'avvitamento, la spirale di morte. Ci raccontano che con le bombe staremmo aiutando quel popolo. Lo stesso ci dicevano in Iraq, quando dovevamo liberare gli iracheni oppresso dal criminale Saddam. Il risultato? Abbiamo ammazzato più persone del criminale Saddam, parlano i numeri. Come a Hiroshima, quando il presidente degli Stati uniti disse che con l'atomica avremmo salvato 46 mila persone. Peccato che quella bomba ne ha uccise 400-500 mila. In Afghanistan, per non lasciare impunito un crimine, per rendere «giustizia» ai 3 mila morti di New York sono state stroncate più di centomila vite umane. Se non ci si ferma subito, se non cesserà subito il fuoco, in Libia andrà allo stesso modo. Quanti morti ha fatto il dittatore Gheddafi in Cirenaica, quanti avrebbe potuto ancora farne? E quanti ne abbiamo fatti e ne faremo noi? E che conseguenze avranno i bombardamenti occidentali in quell'area turbolenta, e quanti su di noi?

Nel Bahrein e Yemen, per non parlare di Palestina, lo spirito umanitario si spegne.

Certo, ma attenti a non proporre l'estensione di quel criminale spirito umanitario a tutti i paesi in conflitto. Vogliamo forse fare una palla di fuoco del pianeta?

Hai usato parole dure verso il presidente Napolitano quando ha difeso la guerra sostenendo che non siamo in guerra.

Preferisco evitare ogni ulteriore commento per rispetto dell'età. Posso solo dire che dal presidente della Repubblica italiana mi aspetterei il rispetto della Costituzione italiana. È vero, c'è un mandato del Consiglio di sicurezza ma è un alibi. Cosè oggi l'Onu, quali diritti e interessi rappresenta e difende? Nella risoluzione si dice che bisogna fare tutti gli sforzi per evitare la violenza ma al momento del voto erano già in volo macchine di morte. Quali sforzi sono stati fatti, quali tavoli di confronto, quali missioni, quanti inviati delle Nazioni Unite?

Ci sono i primi appuntamenti in cui si chiederà, insieme ad altre rivendicazioni,di cessare i bombardamenti. Venerdì (domani, ndr) alla Sapienza alla grande assemblea promossa da Uniti contro la crisi per generalizzare e riempire di contenuti lo sciopero della Cgil del 6 maggio si discuterà anche di nucleare e guerra, e così sarà sabato alla manifestazione nazionale per l'acqua pubblica. Ci sarai?

Sarò presente all'assemblea della Sapienza mentre sabato sono impegnato in un'altra iniziativa di Emergency organizzata precedentemente. Ma vedrai che ci saranno altre riflessioni del movimento pacifista e altre importanti mobilitazioni. Ci stiamo lavorando intensamente.



la Repubblica

"Questa volta è un errore"

Roberto Festa intervista Michael Walzer

Non si entra in un conflitto solo per sostenere l’opposizione a un dittatore perché non ha forze sufficienti. Altrimenti la comunità internazionale dovrebbe intervenire sempre e dovunque"

«L’attacco alla Libia è un errore, in nessun modo giustificato dalle regole dell’intervento umanitario». Da anni Michael Walzer, filosofo della politica con base all’Institute for Advanced Study di Princeton, studia i fili complessi che legano uso della violenza, potere e morale. In un celebre libro degli anni Settanta, Guerre giuste e ingiuste, ha spiegato perché l’intervento in Vietnam era "ingiusto", mentre la Seconda guerra mondiale era "giusta". Nel caso dei raid alleati in Libia, gli sembra che ci siano tutte le ragioni per definirli «un errore, politico e morale, che si concluderà con un probabile bagno di sangue».

Michael Walzer, perché l’intervento in Libia è un errore?

«Per diverse ragioni. Anzitutto, non sono chiari gli obiettivi dell’attacco. Si vuole cacciare Gheddafi? Oppure si cerca di sostenere militarmente la rivolta? O ancora, più semplicemente, si vuole applicare il cessate il fuoco? L’entità delle bombe alleate scaricate sulla Libia lascia intendere che il vero obiettivo è eliminare il tiranno. Senza un intervento di terra, al momento improbabile, sarà però molto difficile. E così gli alleati si trovano di fronte due strade, entrambe pericolose. O riescono a riportare in vita una rivolta ormai sconfitta sul campo; ciò che condurrebbe a una lunga e sanguinosa guerra civile. Oppure ce la fanno a imporre il cessate il fuoco; ma in questo caso Gheddafi resterà padrone di gran parte della Libia. Sono, appunto, esiti per nulla augurabili».

Eppure, in questo caso, c’era la possibilità che Gheddafi scatenasse una feroce repressione contro l’opposizione nelle città riconquistate.

«Ecco, appunto, una repressione, non un massacro, o un genocidio. Una repressione dell’opposizione libica sarebbe stata un fatto drammatico, tragico. Ma purtroppo, non spetta alla comunità internazionale intervenire ogni volta che una rivolta democratica non raggiunge i suoi obiettivi. Altrimenti, si dovrebbe intervenire continuamente, ovunque, e questo non è politicamente e moralmente opportuno. La prima regola dell’interventismo democratico è quella di non cercare di riportare in vita un movimento di opposizione che non ce la fa a sostenere i suoi obiettivi, autonomamente, sul campo».

Quando è invece necessario, e giusto, intervenire militarmente? Quando la guerra è "umanitaria"?

«È facile fare alcuni esempi. Era giusto intervenire di fronte ai "campi della morte" dei Khmer Rossi in Cambogia. Era giusto intervenire in Ruanda o nel Darfur. Niente di quello che sta succedendo oggi in Libia è lontanamente comparabile a quanto accaduto in quei paesi».

È l’entità del massacro che giustifica la "guerra umanitaria"?

«Mettiamola così. La "guerra umanitaria" è quella che salva centinaia di migliaia di persone da morte sicura. Anche la "guerra umanitaria", sarebbe ipocrita negarlo, produce danni collaterali e mette a rischio le vite degli innocenti. Ma una guerra umanitaria ferma un massacro, e quindi salva molte più vite di quante ne mette a rischio».

Quindi la "guerra umanitaria" è slegata da motivazioni politiche?

«Non lo è nel caso di un movimento che metta a rischio la stabilità del mondo, come nel caso del fascismo nella Seconda guerra mondiale. Ma nel caso della Libia, Gheddafi non attaccava o minacciava nessuno, all’esterno. Lo ripeto. Solo un clamoroso disastro umanitario può giustificare un intervento. La "guerra umanitaria" non si fa in presenza di una repressione, sia pure sanguinosa. Né la si fa per favorire un regime change, o per disfarsi di un tiranno».

Un presidente del Consiglio sotto ricatto. Un governo a responsabilità e a sovranità limitata. Da qualunque parte la si osservi, l’Italia offre di sé un’immagine da fine Impero. Sul palcoscenico vediamo la tragedia della guerra e i grandi orrori della dittatura gheddafiana. Nel retropalco, al riparo dagli sguardi di un’opinione pubblica confusa e disinformata, non vediamo la commedia della destra e i piccoli orrori della «democratura» berlusconiana. La «promozione» di Saverio Romano a ministro è l’ultimo insulto al buon senso politico e alla dignità istituzionale. L’emendamento sulla prescrizione breve per gli incensurati è l’ennesimo schiaffo allo Stato di diritto.

Ciò che è accaduto ieri al Quirinale è la prova, insieme, della debolezza e della sfrontatezza del presidente del Consiglio. Berlusconi paga a caro prezzo la vergognosa «campagna acquisti» che in questi mesi gli ha consentito prima di evitare il tracollo al voto di sfiducia del 14 dicembre, poi di puntellare la maggioranza dopo la fuoriuscita dei futuristi di Gianfranco Fini. La sparuta pattuglia dei cosiddetti «responsabili», assoldati tra le anime perse dei «disponibili» di Transatlantico, gli ha presentato il conto: i nostri voti alla Camera, in cambio di poltrone di governo e di sottogoverno. Esposto a questo ricatto pubblico subito in Parlamento (che si somma ai ricatti privati patiti sul Rubygate) il premier non si è potuto tirare indietro. A costo di imbarcare, al dicastero dell’Agricoltura, un deputato chiacchierato sul quale pende un’inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa.

Non è la prima volta che Berlusconi mette in squadra ministri discutibili, sul piano politico e giudiziario. Volendo, si potrebbe partire da lui stesso. Se si allarga lo sguardo, tornano in mente il plurindagato Cesare Previti ministro della Giustizia, sul quale pose il veto Scalfaro nel maggio 1994, e poi il plurinquisito Aldo Brancher ministro per l’attuazione del federalismo, sul cui pretestuoso «legittimo impedimento» pose il veto Napolitano nel giugno 2010. Ma stavolta c’è di più e di peggio. Da un lato, appunto, c’è la sottomissione a un truce ricatto, che la dice lunga sulla condizione di «minorità» di questa maggioranza: si è dotata di un fragile argine numerico, ma non dispone più di un solido margine politico.

Dall’altro lato, c’è la sfida alle istituzioni. La scorsa settimana, nel primo incontro al Quirinale sul rimpasto, il presidente della Repubblica aveva già segnalato al Cavaliere che l’eventuale proposta di Romano ministro sarebbe stato un problema serio, viste le pesantissime ipotesi di reato che tuttora pendono sul personaggio in questione, per il quale esiste una richiesta di archiviazione ma sul quale il gip non si è ancora pronunciato. Ancora l’altro ieri sera, Napolitano aveva ripetuto a Gianni Letta che se il premier non avesse desistito dal suo intendimento, il Capo dello Stato avrebbe accettato la sua proposta perché non esistono «impedimenti giuridico-formali» tali da giustificare un diniego, ma non avrebbe rinunciato a rendere pubbliche le sue «perplessità politico-istituzionali» sulla nomina.

Nonostante questi avvertimenti, il presidente del Consiglio è andato fino in fondo. E ha costretto il Colle a un atto clamoroso e irrituale: un comunicato ufficiale in cui si auspica un rapido chiarimento sulla posizione processuale del neo-ministro, in relazione alle «gravi imputazioni» che lo riguardano. Un episodio che non ha precedenti. La presunzione di innocenza è una garanzia costitutiva di ogni Stato liberale. Ma che credibilità può avere un governo in cui, dal presidente del Consiglio in giù, è un contino viavai di indagati, inquisiti, processati? E fino a che punto può spingersi il cinismo politico di un premier, che pur di galleggiare fino alla fine della legislatura, è pronto a sottoscrivere qualunque «patto», anche il più scellerato, solo per salvare se stesso e il suo governo?

In questa logica, perversa e irresponsabile, rientra anche la questione della giustizia. Quanto è accaduto tre giorni fa in commissione, alla Camera, è l’ennesimo scandalo della democrazia. L’emendamento al disegno di legge sul processo breve, presentato dal carneade pidiellino Maurizio Paniz (il patetico Cirami di questa sedicesima legislatura) abbatte i tempi della prescrizione per gli incensurati. Più ancora di quelle che l’hanno preceduta, è una norma tagliata a misura per i bisogni processuali del Cavaliere. Grazie a questo trucco legislativo, il processo Mills decadrà prima dell’estate, e il premier sfuggirà ad una probabile condanna. La vergogna non è tanto la «cosa in sé»: di misure ad personam il Cavaliere se n’è fatte approvare ben 38, in diciassette anni di avventura politica.

Il vero scandalo è nella menzogna eletta a metodo di governo. Solo tre settimane fa, nel quadro della controffensiva politico-mediatica orchestrata da Berlusconi e dalla Struttura Delta, il governo aveva spacciato al Paese la sua «storica riforma della giustizia». Vendendola agli italiani, al capo dello Stato e all’opposizione come una «svolta di sistema», che per la prima volta non avrebbe contenuto norme atte ad incidere «sui processi in corso». Quindi mai più giustizia ad uso personale, mai più leggi ad personam. Un mossa astuta, propagandata e camuffata con tutti i mezzi del network informativo e televisivo di cui il premier può disporre. Una mossa che aveva accecato i soliti «addetti al dialogo» del Pd. Avevamo scritto che quella non era affatto una «riforma storica», ma una «controriforma incostituzionale». Avevamo scritto che prima di andare a vedere cosa c’era nella mano visibile del Cavaliere, bisognava capire cosa c’era in quella nascosta dietro alla sua schiena. Ora lo sappiamo. È l’ultima conferma che in Italia, finché c’è Berlusconi, la legge non sarà mai uguale per tutti. Noi l’abbiamo capito da un pezzo. Ora speriamo che l’abbiano capito anche le anime belle del centrosinistra.

m.gianninirepubblica.it

Giù le mani dal referendum

di Ugo Mattei

Con la manifestazione di sabato in Piazza san Giovanni diventerà chiaro a tutti che la battaglia per l'acqua bene comune e quelle contro il nucleare e la guerra sono parte di un solo grande movimento di civiltà. Un movimento che vuole invertire la rotta rispetto ad un modello di sviluppo suicida fondato sulla violenza del più forte contro il più debole. Un movimento che non si rassegna all'imbarbarimento della vita pubblica e alla rinuncia della cittadinanza a favore del consumo. Un movimento che difende la vita e ripudia, insieme alla guerra, ogni altra tecnologia di morte. Il movimento per i beni comuni vuole aprire un grande confronto democratico nel paese.

Un dibattito politico fatto di temi reali (acqua, nucleare, guerra) e non di alchimie o sigle. Il movimento referendario che ha raccolto quasi un milione e mezzo di firme per l'acqua bene comune vuole rappresentare fino in fondo il corpo elettorale sovrano, permettendogli finalmente di esprimersi direttamente, a seguito di un libero dibattito democratico, sul modello di sviluppo che come collettività intendiamo perseguire.

Il governo, sostenuto da un Parlamento delegittimato da una legge elettorale assurda, ha paura della democrazia diretta e non vuole confrontarsi nel merito. Per farlo ricorre a ogni scorrettezza di metodo, abusando sistematicamente del proprio potere e tradendo il proprio mandato costituzionale. Il dodici febbraio scorso l'Avvocatura dello Stato, costituitasi in giudizio contro l'ammissibilità dei referendum è stata sconfitta. Abbiamo portato a casa il fondamentale riconoscimento dei beni comuni nella giurisprudenza della Corte Costituzionale (poco dopo anche le Sezioni Unite della Cassazione hanno riconosciuto la nuova categoria giuridica) e soprattutto abbiamo smascherato le menzogne sistematiche con cui Tremonti e Ronchi avevano cercato di non assumersi la responsabilità politica della loro scellerata scelta privatizzatrice, cercando di addossarne la responsabilità «all'Europa». Con la decisione della Corte Costituzionale è iniziata una nuova fase in cui il governo non può più essere parte ma deve cooperare lealmente con gli altri poteri dello Stato (fra cui i promotori dei referendum) nella piena applicazione dell' art. 75 della Costituzione per consentire al corpo elettorale sovrano di confrontarsi nel merito dei quesiti. In questa nuova fase il governo deve essere guidato dal solo art. 97. della Costituzione, quello che prescrive l'imparzialità e l'efficienza dell'azione amministrativa.

Lungi dall'attenersi a questo mandato costituzionale, nello scoperto tentativo di prendersi una rivincita facendo saltare il quorum, il governo ha dapprima deciso di rifiutare l'election day sperperando centinaia di milioni di euro (in gran parte gravanti sugli enti locali già impoverirti che farebbero bene a far sentire la propria voce) pur di far votare nell'ultima giornata utile, a scuole chiuse e in pieno periodo di maturità, dopo che gli elettori hanno già dovuto recarsi due volte ai seggi. Quando, dopo l'incidente nucleare giapponese, è risultato chiaro che gli elettori avrebbero capito la posta in gioco nonostante la congiura del silenzio, ecco ora il tentativo di scippare il corpo elettorale della possibilità di esprimersi, attraverso il congelamento di un anno del programma nucleare. L'idea dei nostri statisti è che l'Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione sospenda il referendum sul nucleare dichiarandolo superato dal nuovo assetto normativo prodotto dalla «pausa di riflessione» e che saltato il nucleare salterebbe il quorum per tutti gli altri. Il referendum verrebbe così celebrato quando è passata la buriana. Sia detto con grande chiarezza: questo escamotage avvilente dà la misura del dilettantismo giuridico di questi signori (già certificato dalla Corte Costituzionale), oltre a quella della loro miserabilità politica. L'effetto giuridico di un voto referendario dura infatti cinque (5) anni. Una leggina ponte della durata di un (1) anno non può perciò in alcun caso sostituirsi alla volontà diretta del corpo elettorale, che deve essere a questo punto espressa nei modi e nelle forme dell'art. 75 Costituzione. La Cassazione e in seconda battuta la Corte Costituzionale non avallerebbero mai un simile tentativo di scippo. Da parte nostra saremo numerosissimi sabato a dire oltre a tutto il resto: «Giù le mani dai referendum!». Perché si scrive acqua ma si legge democrazia.

Moratoria «bluff» sul nucleare

di Eleonora Martini



Davanti all'impasse, sul nucleare il governo tenta la mossa del cavallo. E con un discreto effetto mediatico, per bocca del ministro dello sviluppo economico Paolo Romani annuncia una «moratoria di un anno sull'attuazione e la ricerca di siti e sull'installazione di centrali». Nessun atto giuridico, spiegano fonti ministeriali, solo un impegno politico che il Consiglio dei ministri formalizzerà oggi stesso. La legge 133 del 2008, quella che reintroduce l'opzione energetica nucleare in Italia e che è oggetto del quesito referendario abrogativo, non dovrebbe subire - assicura Palazzo Chigi - alcun tentativo di modifica. Dunque il referendum si farà anche se, spera assai la maggioranza, a questo punto altamente "depotenziato". «Mi aspetto che non si decida sull'onda dell'emotività ma sull'onda di un ragionamento e delle certezze che dobbiamo dare come governo e come Unione europea», incalza Romani che assicura: «La decisione è stata presa alla luce di quanto discusso lunedì in sede europea sulle procedure standard di sicurezza da stabilire per tutti i paesi comunitari».

Ma sotto il vestito, almeno fino a ieri sera, non sembra esserci davvero molto: perfino il decreto legislativo correttivo sulla localizzazione delle centrali nucleari e dei siti di stoccaggio non è stato ritirato, come sembrava ipotizzare la maggioranza e in molti speravano, e ha proseguito invece il suo iter parlamentare. Ieri sera la commissione Industria del Senato ha dato (con il voto contrario di Pd e Idv) l'ultimo parere favorevole necessario al governo per mettere a punto entro oggi, giorno di scadenza della delega parlamentare, il testo definitivo. «Fino all'ultimo - racconta il senatore Filippo Bubbico, membro della commissione - abbiamo sperato che il governo ritirasse il decreto, ma non lo ha fatto». Ermete Realacci, responsabile della green economy del Pd, parla di «lingua biforcuta» e di «bluff atomico». In realtà, secondo quanto annunciato dal ministro Romani, la moratoria di un anno non dovrebbe comprendere la localizzazione dei siti di stoccaggio dei rifiuti nucleari, visti i ripetuti richiami all'Italia da parte dell'Unione europea proprio per la mancanza di un «idoneo deposito nazionale» di rifiuti radioattivi derivanti dalle vecchie centrali dismesse ma anche dalle attività ospedaliere. «La nostra volontà - ha spiegato il titolare dello Sviluppo economico - è di portare al Consiglio dei ministri quella parte del decreto legge correttivo che riguarda il deposito nazionale per lo stoccaggio delle scorie perché si tratta di un grande tema per la sicurezza».

«Cosa significa la moratoria di un anno sul nucleare, se la maggioranza al tempo stesso approva la norma che consente di costruire centrali nucleari e impianti di stoccaggio di scorie anche in caso di parere contrario di Regioni e Comuni?», protesta Realacci riferendosi alle norme contenute nel decreto. Un problema che si ripresenta anche solo per i siti di stoccaggio. Come faranno a scegliere l'area senza il consenso della regione "prescelta"? Niente paura, spiegano da Palazzo Piacentini: l'iter di individuazione è lungo e complesso, e ancora di più lo è la successiva «fase di concertazione».

Dal leader di Fli, Gianfranco Fini, alla Cgil passando per l'Anci (comuni) e per il presidente della conferenza stato-regioni Vasco Errani, sono in molti a tirare un sospiro di sollievo o a complimentarsi per la moratoria, definita da alcuni un felice anche se non esaustivo «primo passo». Ma dal Pd all'Idv, dai Verdi al comitato "Vota sì per fermare il nucleare" costituito da oltre 60 associazioni, l'opposizione compatta grida invece alla «truffa» e al «sabotaggio». «Una mossa furba e truffaldina per far credere agli italiani che non c'è alcun bisogno di andare a votare al referendum», attacca Massimo Donadi, presidente dei deputati Idv. Per il partito di Antonio Di Pietro, come anche per i Verdi di Angelo Bonelli, non è del tutto infondato il timore che il governo possa «preparare un decreto legge per modificare la norma oggetto del quesito referendario», in modo da sabotare non solo politicamente il referendum che dovrebbe tenersi il 12 e il 13 giugno prossimi. «Non possono farlo», reagisce il Radicale Marco Cappato che anche ieri mattina, da Milano in conferenza stampa con Emma Bonino, aveva chiesto di nuovo lo stop del piano nucleare e una decisa virata verso il risparmio energetico e le rinnovabili, colpite invece quasi a morte con l'ultimo decreto legislativo. «Non si può modificare una legge oggetto di referendum - spiega Cappato - ma nel Paese della distruzione della Costituzione, è lecito sospettare perfino una manovra del genere. Tanto più da parte di un governo che ha messo in piedi un piano nucleare costoso, insensato, e che ci rende subalterni a Sarkozy».

NUKE

No alla costruzione di centrali: il quesito

«Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante 'Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, limitatamente alle seguenti parti: art. 7, comma 1, lettera d: realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare?'. Con questo quesito si vuole abrogare la norma per la «realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare».

ACQUA 1

Privatizzazione dell'acqua? No grazie

«Volete voi che sia abrogato l'art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n.112 'Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria' convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n.133, come modificato dall'art.30, comma 26 della legge 23 luglio 2009, n.99 recante 'Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia' e dall'art.15 del decreto legge 25 settembre 2009, n.135, recante 'Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea' convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n.166, nel testo risultante a seguito della sentenza n.325 del 2010 della Corte costituzionale?». Con questo quesito si vuole fermare la privatizzazione dell'acqua. Si propone l'abrogazione della norma sulla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica che stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l'affidamento a soggetti privati attraverso gara o l'affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all'interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%.

ACQUA 2

I profitti del gestore e i costi sulla bolletta

«Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell'art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 'Norme in materia ambientale', limitatamente alla seguente parte: 'dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito'?» Si propone di eliminare la disposizione in base alla quale la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell'«adeguatezza della remunerazione del capitale investito». Si consente cioè al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza prevedere un reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio.

LEGITTIMO IMPEDIMENTO

Per l'abrogazione dello scudo giudiziario

«Volete voi che siano abrogati l'articolo 1, commi 1, 2, 3, 5, 6 nonché l'articolo 1 della legge 7 aprile 2010 numero 51 recante 'disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza?». E' il quesito proposto dall'Italia dei valori che riguarda lo scudo giudiziario per il presidente del consiglio e i ministri. Dopo la dichiarazione di parziale incostituzionalità della legge, la Corte di Cassazione ha autorizzato lo svolgimento del referendum.

Non è mai cosa semplice giustificare una guerra, per chi è mandato al fronte ma anche per chi ha l’incarico di iniziarla, di deciderne i fini e la fine. Non è facile neanche per chi, sui giornali, cerca di dire la verità della guerra, le sue insidie. La più grande tentazione è di rifugiarsi nei luoghi comuni, nelle frasi fatte, nelle menzogne. Frasi del tipo: nessuna guerra è buona; nessun politico ragionevole s’impantana in paesi lontani; nessuna guerra, infine, va chiamata guerra.

Il governo italiano è specialista di quest’ultima menzogna: la più ipocrita. Né si limita a mentire: un presidente del Consiglio che si dice «addolorato per Gheddafi» senza sentir dolore per le sue vittime non sa la storia che fa, né perché la fa.

A questi luoghi comuni sono affezionati sia gli avversari incondizionati delle guerre, sia i governi che le guerre le fanno senza pensarle, o pensandone i moventi (petrolio e gas libici) senza dirli. I luoghi comuni sempre rispondono al primo istinto, più facile. Memorabile fu quel che disse il premier Chamberlain, nel ‘38, quando Hitler volle prendersi la Cecoslovacchia: «Un paese lontano, dei cui popoli non sappiamo nulla». Sono frasi che circolano, immemori, da secoli. Perché combattere per Bengasi? Siamo usciti dal colonialismo dimenticando che la tattica di Mussolini in Libia (far terra bruciata) è imitata da Gheddafi nel suo Paese. Frasi simili possono esser dette solo da chi immagina che il proprio interesse (personale, nazionale) sia disgiunto dal mondo. Non c’è solo la banalità del male. Esiste anche la banalità dell’indifferenza a quel che succede fuori casa. Lo scrittore Hermann Broch parlò, agli esordi del nazismo, di crimine dell’indifferenza.

L’Onu nacque per arginare questo crimine, nel dopo guerra. La Carta delle Nazioni unite garantisce la sovranità degli Stati, nel capitolo 1,7, ma nello stesso paragrafo stabilisce che il principio di non ingerenza «non pregiudica l’applicazione di misure coercitive a norma del capitolo 7»: capitolo che chiede al Consiglio di sicurezza di accertare «l’esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace, o di un atto di aggressione», e gli consente (se l’aggressore non è dissuaso) di «intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite» (articoli 39 e 42 del capitolo 7).

Le Nazioni Unite hanno commesso innumerevoli errori in passato, ma i peccati maggiori sono stati di omissione, non di interventismo: basti pensare al genocidio in Ruanda, cui Kofi Annan, allora responsabile delle operazioni militari Onu, restò indifferente nel ‘94. Nonostante ciò l’Onu è l’unico organismo multinazionale che possediamo, la sola risposta ai luoghi comuni di cui il nazionalismo è impregnato. La sua Carta non è diversa dalle Costituzioni pluraliste dei paesi usciti dal nazifascismo come l’Italia e la Germania. Non è lontana, pur mancando di autorevolezza sovranazionale, dallo spirito dell’Unione europea: l’assoluta sovranità non è inviolabile, se gli Stati deragliano. D’altronde l’Onu ha imparato qualcosa dal Ruanda. Nel 2005, su iniziativa dello stesso Kofi Annan, ha approvato il principio della «Responsabilità di proteggere» le popolazioni minacciate dai propri regimi (Responsibility to Protect, detto anche RtoP), anche se è imperativa l’approvazione del Consiglio di sicurezza. È il principio invocato in questi giorni a proposito della Libia.

A partire dal momento in cui questa responsabilità viene codificata, lo spazio delle ipocrisie si restringe e più intensamente ancora le ragioni della guerra vanno meditate: specie nei Paesi arabi, dove spesso dominano tribù anziché Stati moderni. Anche questo è difficile: dai tempi di Samuel Johnson sappiamo che «la prima vittima delle guerre è la verità», e quest’antica saggezza va riscoperta. Se l’Italia «non è in guerra», cosa fanno i nostri caccia nei cieli libici? Pattugliano per far scena, senza difendersi se attaccati, addolorati anch’essi per Gheddafi? È questo, ministro Frattini, quel che dice agli aviatori? Frattini riterrà la domanda incongrua, e lo si può capire. È lo stesso ministro che il 17 gennaio, in un’intervista al Corriere, definì Gheddafi un modello di democrazia per il mondo arabo: un mese dopo la Libia esplodeva. Come mai la maggioranza non l’ha estromesso dal governo, come i gollisti hanno fatto col ministro degli esteri Michèle Alliot-Marie?

Ma forse c’è un motivo, per cui le parole vane si moltiplicano. In parte nascono da vecchi riflessi, impermeabili all’esperienza. In parte sono frutto di una confusione mentale profonda: l’Onu è di continuo invocata, ma quando agisce e l’America di Obama sceglie la via multilaterale molti perdono la bussola. In parte è l’Onu, prigioniera dei protagonismi nazionali, a evitare parole chiare. Di qui le tante ambiguità della risoluzione sulla Libia: un testo che vuol accontentare tutti e in realtà non sa quello che vuole, né quello che non vuole. Perfino sulla questione cruciale regna il buio: non si vuol spodestare Gheddafi, e però non pochi chiedono proprio questo. Il primo a tentennare è Obama: stavolta non vuole cambi di regime alla Bush, ma il risultato è che ciascuno nell’amministrazione dice la sua come in un giardino d’infanzia. Il 18 marzo il Presidente annuncia che «il cambiamento nella regione non sarà e non può esser imposto dagli Usa né da alcuna potenza straniera: in ultima istanza, sono i popoli del mondo arabo a doverlo compiere». Tre giorni dopo, il 21 marzo in Cile, ripete che la missione è proteggere i civili ma aggiunge: «La politica degli Stati Uniti ritiene necessario che Gheddafi se ne vada: tale politica sarà sostenuta da mezzi aggiuntivi». Ben altro aveva detto domenica il capo di stato maggiore Michael Mullen: l’obiettivo è di «limitare o eliminare le capacità del dittatore di uccidere il proprio popolo e di sostenere lo sforzo umanitario», non di provocare un cambio di regime. Per lui, Gheddafi può anche restare al potere.

Non è l’unica ambiguità: gli interventisti proclamano di non volere occupazioni né attacchi terrestri, ma nutrono parecchi dubbi in proposito. Anche perché con la sola aviazione e gli spazi aerei interdetti si ottiene poco, o peggio ancora: in Bosnia-Erzegovina, la no-fly zone fra il ‘93 e il ‘95 non impedì il massacro di 8000-10000 musulmani bosniaci a Srebrenica, città sotto tutela dell’Onu.

Non meno equivoco è il ritardo con cui l’Onu interviene. Il divieto di sorvolo poteva essere imposto prima, quando Gheddafi non aveva ancora riconquistato città e creato una spartizione di fatto della Libia. Uno dei difetti dei cieli interdetti è la scelta dei tempi. Le no-fly zone in Iraq (1991-2002) furono istituite dopo che a Nord l’orrore era già avvenuto (3.000-4.000 villaggi curdi distrutti da Saddam con armi chimiche, nell’88, più di 1 milione di morti), e nel Sud il divieto restò inascoltato.

L’Europa non solo è inesistente, ma pericolosa nella sua frantumazione: la scommessa fatta da Obama sulla sua autonomia è fallita, e non per sua colpa. Uno dei motivi per cui Lega araba è incollerita pur volendo l’intervento è la fretta di Sarkozy, che ha fatto partire i propri aerei senza mai consultare gli arabi. Non basta qualche aereo del Qatar per riempire il vuoto, abissale, di politica. Sarkozy interventista pensa ai suoi casi elettorali non meno della Merkel anti-interventista: di qui il litigio sulla guida o non guida della Nato. Quanto all’Italia, vale la pena ricordare quel che scriveva oltre un secolo fa lo scrittore Carlo Dossi, consigliere di Crispi: «La politica internazionale attuale dell’Italia non è che politica di rimorchio. L’Italia governativa non ha più propria opinione, né ardisce mai d’iniziare un affare o un’impresa, anche se vantaggiosa. Essa si accosta sempre al parere altrui. E neppure osa aderirvi schiettamente. Piglia busse, tace e ubbidisce».

Ancora non sappiamo se il mondo arabo sia scosso da tumulti, da clan rivoltosi, o da rivoluzioni che edificano nuovi Stati. Una cosa però già la sappiamo: una vera discussione sulla democrazia è in corso, e a questa discussione gli occidentali non partecipano, per ignoranza o disprezzo. La settimana scorsa, la Bbc ha diffuso un dibattito organizzato dalla Fondazione Qatar (il Doha Debate) in cui una platea di giovani arabi discuteva dell’Egitto. La maggioranza ha votato una mozione in cui si chiede di non indire subito le elezioni, perché la democrazia «non si esaurisce nelle urne»: è fatta di infrastrutture democratiche, di costituzioni garanti delle minoranze, di separazione dei poteri. Ha detto Marwa Sharafeldine, attivista democratica egiziana: «La democrazia fast-food può solo creare indigestioni». Non lascia spazio che ai ricchi, agli organizzati come i fondamentalisti islamici.

Pensando all’Italia, ho avuto l’impressione che anche noi avremmo bisogno di partecipare a questa conversazione mondiale, cominciata in ben sedici Paesi arabi. Forse impareremmo qualcosa sulle nostre democrazie fast-food: dove regnano i clan, le cerchie di amici, e i capipopolo che si sentono in tale fusione col popolo da ritenersi, come Gheddafi, politicamente immortali.

Il progetto per la più grande infrastruttura libica. L’autostrada da 4 miliardi e la fame padana

Forse la Lega teme davvero che il caos libico scaraventi sulle coste italiane un esodo biblico di disperati. Ma sulle sue fibrillazioni probabilmente influisce anche un altro aspetto determinante: gli affari. Proprio nel momento in cui stava accarezzando l’idea di diventare il pivot dei giganteschi business che insieme al petrolio e al gas riguardano il paese nordafricano, e cioè le grandi opere, le è capitata tra capo e collo la rivolta contro il raìs con tutto ciò che ne è seguito. Visti da questa angolazione forse si capiscono meglio i clamorosi distinguo di Umberto Bossi nei confronti delle decisioni del governo sulla Libia e i mal di pancia dei ministri leghisti dopo le missioni dei Tornado italiani sui cieli del nord Africa.

Lontano dai riflettori, ma molto nel concreto, la Lega negli ultimi tempi stava diventando il partito che più di altri avrebbe goduto dei benefici effetti sugli affari delle grandi imprese italiane prodotti dall’ormai famoso Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato con grande solennità il 30 agosto di tre anni fa a Bengasi tra Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi. In base a quell’intesa l’Italia si impegnava a versare alla Libia circa 5 miliardi di euro a titolo di risarcimento per i danni di guerra. Nello stesso tempo si stabiliva che il nostro paese avrebbe partecipato alla realizzazione della più grande infrastruttura del nord Africa dei prossimi decenni e cioè l’autostrada costiera che avrebbe attraversato la Libia da Ras Adir ad Emsaad, dal confine tunisino ad ovest fino a quello egiziano ad est. Millesettecentocinquanta chilometri di asfalto in totale. Valore stimato dell’opera, oltre 4 miliardi di euro.

L’operazione autostrada era concretamente partita tre mesi fa con la regia dell’Anas, azienda statale italiana delle strade guidata da Pietro Ciucci. Anzi, l’affare era stato avviato sotto la supervisione dell’ala leghista della società stradale, rappresentata dal consigliere di amministrazione Claudio Andrea Gemme, un manager genovese che è anche amministratore delegato di Ansaldo sistemi industriali, ma soprattutto è il referente nell’azienda delle strade del vice ministro delle Infrastrutture, il leghista Roberto Castelli. Otto mesi fa Gemme fu nominato coordinatore di un nuovo gruppo di lavoro costituito dall’Anas, il gruppo Attività internazionali, a cui fu affidato il compito di seguire gli affari attualmente concentrati soprattutto in tre paesi: l’Algeria, l’Iraq e in prospettiva la Libia.

Di questo comitato fa parte lo stato maggiore Anas, da Alfredo Bajo, responsabile delle nuove costruzioni, manager in passato collaboratore di Carlo Toto, proprietario di Air One e uno dei “patrioti” dell’Alitalia, a Michele Adiletta, direttore centrale dell’esercizio stradale, Eleonora Cesolini, responsabile ricerca e innovazione, Stefano Granati, ex condirettore della società Stretto di Messina.

Alla fine del 2010 questo gruppo aveva già portato a casa i primi risultati: l’ambasciata libica aveva affidato all’Anas il servizio di advisor per la futura autostrada. Ricevendo in cambio 125 milioni e mezzo di euro, l’azienda italiana delle strade avrebbe dovuto svolgere compiti delicatissimi e nevralgici come pianificare le procedure, convalidare i progetti, espletare le gare d’appalto per il successivo affidamento dei lavori alle imprese e infine garantire l’alta sorveglianza sui lavori stessi. In pratica su impulso del gruppo internazionale del leghista Gemme, l’Anas stava diventando il punto di riferimento per la nuova grande opera libica.

I lavori erano stati suddivisi in quattro lotti e il primo del valore di 835 milioni di euro era stato affidato ad un consorzio guidato da Maltauro, il gruppo che aveva costruito le ville di Berlusconi ad Antigua e più di recente la nuova sede compartimentale Anas all’Aquila. L’affidamento dei lavori degli altri lotti era previsto per il prossimo settembre e molti all’Anas davano per scontato che questa volta sarebbe toccato ad Impregilo, la grande azienda già impegnata sulla Salerno-Reggio Calabria, scelta per il futuro ponte di Messina e guidata da Massimo Ponzellini, considerato il manager e il banchiere più vicino alla Lega.

Non bisogna farsi ingannare dalle immagini che dallo schermo ci raccontano in questo momento l’intervento in Libia. A differenza di quel che appare, questa è una guerra tutta americana e ha come obiettivo non il Medio Oriente ma l’Africa. Il riferimento per capirla non è il Kosovo né l’Iraq, ma la crisi del Canale di Suez del 1956.

Quella data ha un valore fortemente simbolico nella politica estera degli Stati Uniti. Usciti dalla Seconda Guerra Mondiale alla ricerca, come tutte le grandi potenze di allora, di un radicamento nel mondo del petrolio, fino alla crisi egiziana gli Usa rimangono in una posizione marginale in Medio Oriente.

La nazionalizzazione del Canale di Suez vede infatti scendere in campo accanto ad Israele (che si muove formalmente ma non sostanzialmente in maniera indipendente) le due potenze che per più di un secolo avevano condiviso la gestione mediorientale, cioè Francia e Inghilterra. Gli Usa giocano una mano in quella crisi - la cui causa scatenante è proprio il rifiuto americano di concedere un megaprestito a Nasser per la costruzione della diga di Assuan - tentando di calmare Israele, e mettendo in allerta la Sesta Flotta nel Mediterraneo, ma ne rimangono fuori. Il senso di questa «terzietà» Americana venne colto da una battuta che è stata ripetuta poi molte volte in altri teatri di guerra confusi: all’Ammiraglio Burke che ordinava al suo vice «Cat» Brown «Situazione tesa. Preparatevi a ostilità imminenti», Brown rispose: «Pronti a imminenti ostilità. Ma da parte di chi?»

Com’è noto, il tentativo di sottrarre al controllo egiziano il Canale fu un fallimento, grazie soprattutto alle minacce della Russia, e formalmente il conflitto terminò con la prima missione Onu di peace keeping, cioè con la formazione e l’impiego di truppe delle Nazioni Unite in funzione di cuscinetto. In sostanza però la crisi segnava la fine dell’influenza delle ex potenze imperiali e la nascita di un nuovo equilibrio in Medio Oriente in cui la Russia avrebbe avuto un ruolo indiretto sempre maggiore, e gli Stati Uniti avrebbero avuto campo libero.

Come si vede, si possono contare molti punti di contatto fra quella vicenda e quella di oggi. Ma la somiglianza maggiore è nella cesura fra due periodi di influenza.

L’attacco europeo contro Gheddafi oggi somiglia molto al colpo di coda finale di Inghilterra e Francia allora nel tentativo di recuperare una svanita autorevolezza. L’attacco che l’Europa muove oggi a un alleato di trentanni è comunque la certificazione di uno schema politico andato a male. Su questo fallimento gli Stati Uniti si sono mossi per entrare in quello che finora era rimasto l’ultimo spazio riservato alla influenza quasi esclusiva dell’Europa, il Mediterraneo.

La genesi di questo intervento, cioè il modo in cui è stato immaginato e poi messo in atto, è indicativa. Nonostante si usi molto - e con buona ragione - il Kosovo come punto di riferimento per indicare la «filosofia» che ha spinto Obama a muoversi sulla Libia, l’«intervento umanitario» è oggi solo una parte delle valutazioni che hanno mosso Washington. Non c’è dubbio che, come confermano le cronache, un ruolo decisivo nella decisione è stato giocato da un gruppo di diplomatici quali la Rice, la stessa Clinton (e forse oggi ci sarebbe anche Richard Holbrook se non fosse mancato poche settimane fa) formatisi all’ombra di un paio di crisi andate male negli Anni Novanta, una seconda generazione di Clintoniani nella cui memoria brucia ancora soprattutto il Ruanda, la pulizia etnica cui la comunità occidentale assistette senza sollevare un dito. Ma l’intervento umanitario non avrebbe potuto essere invocato se non si fossero determinate nuove condizioni: e queste nuove condizioni sono quelle fornite dalla entrata in scena in chiave democratica delle masse arabe. In altre parole, per poter difendere un popolo dal massacro era necessario che ci fosse un popolo oltre che un dittatore, e le rivoluzioni del gelsomino hanno offerto insieme al materializzarsi del popolo anche lo scardinarsi del vecchio schema del quietismo dittatoriale in cui gli Usa e noi ci siamo rifugiati per decenni come assicurazione contro il radicalismo islamico. Dicono ancora le cronache (sapientemente manovrate dalla amministrazione) che va ricordato l’attivismo con cui Hillary ha seguito il Nord Africa nella settimana immediatamente precedente alla scelta dell’Onu: un viaggio al Cairo dove, in risposta al rifiuto dell’attuale governo di farle incontrare i giovani attivisti della rivolta, il Segretario ha deciso di fare una «passeggiata» in piazza Tahrir, e a Tunisi da dove ha lanciato il primo ammonimento alla Libia. L’America insomma ha deciso di intervenire in sprezzo a un vecchio schema politico e cavalcandone uno nuovo, cogliendo una opportunità che la vecchia Europa, proprio a causa della sua ex influenza, ha lasciata marcire quell’attimo di troppo. I francesi, così pronti oggi con i loro aerei, sono gli stessi che a gennaio hanno perso la Tunisia ancora prima di accorgersene, non richiamando a casa un ministro in vacanza a spese di Ben Ali proprio mentre la rivolta spazzava il Paese.

Hillary ed Obama hanno così pavimentato la strada verso una zona dove gli Usa da decenni non erano riusciti ad entrare: nel Mediterraneo, e nel Nord Africa in particolare. E dietro la frontiera del Nord Africa si stende l’Africa intera, come ben sappiamo proprio dal ruolo che negli ultimi anni ha avuto Gheddafi, e come sapevano ancor prima dei generali italiani, inglesi e tedeschi, i generali dell’Antica Roma. Lo sbarco sulle coste libiche è a tutti gli effetti l’apertura della porta sull’Africa. Quell’Africa diventata negli ultimi anni per gli Usa meta di conquista in una feroce competizione con l’altra grande potenza in espansione nel continente nero, la Cina. Una pervasiva presenza, quella cinese, che si è per altro materializzata davanti ai nostri occhi proprio quando all’inizio delle tensioni contro Gheddafi la Cina ha evacuato decine di migliaia di suoi concittadini al lavoro in Libia.

Anche questo è in fondo un obiettivo della seconda generazione di clintoniani: la prima campagna d’Africa Americana fu iniziata e fu persa proprio dal primo Clinton, Bill, con la sua sfortunata operazione «Restore Hope» in Somalia. Chissà se ora un secondo Clinton, Hillary, non voglia vedere vendicato anche quel fallimento.

l’Avvenire

Una nuova ingerenza umanitaria Incognite e doveri

di Luigi Geninazzi

All’ultima ora, dopo un mese di tentennamenti e rinvii di fronte alla crisi libica, quando ormai Gheddafi sembrava essere sul punto d’averla vinta sui ribelli, la comunità internazionale reagisce con un’improvvisa e drammatica accelerazione. Non c’è dubbio che i raid aerei sulla Libia, iniziati ieri sera dopo il via libera deciso dal vertice di Parigi, costituiscano un vero e proprio atto di guerra. Ma è la risposta alla guerra che il regime sanguinario di Gheddafi ha scatenato contro il suo popolo. Se anche Bengasi, città simbolo della rivolta e ultima roccaforte degli insorti, cadesse nelle mani del raìs, saremmo posti di fronte non solo alla sconfitta di coloro che in Libia chiedono libertà e democrazia ma a una tragica battuta d’arresto per tutti quei movimenti che hanno dato vita alla primavera del mondo arabo.

A differenza delle guerre più recenti (contro l’Iraq di Saddam Hussein nel 2003 e contro la Serbia di Milosevic nel 1999), l’intervento militare contro Gheddafi ha avuto l’avallo del Consiglio di sicurezza dell’Onu ed è stato predisposto con l’assenso della Lega Araba che sul destino della Libia ha legittimamente qualcosa da dire. Un sussulto doveroso ma tardivo che fa seguito a uno scandaloso attendismo, nutrito di previsioni tanto ottimistiche quanto erronee sull’imminente caduta del dittatore di Tripoli. Il brusco risveglio degli ultimi giorni, dovuto alla controffensiva vittoriosa di Gheddafi, ha provocato un’affannosa corsa ai ripari. Il più svelto è stato Sarkozy che, dopo aver riconosciuto come unico legittimo interlocutore in Libia il Comitato nazionale degli insorti, ha agitato la bandiera dell’interventismo, allo scopo di cancellare il passato legame coi dittatori del Maghreb e di rilanciare la grandeur francese nel Mediterraneo, scommettendo su vantaggiosi accordi petroliferi con il futuro governo libico. Sarkozy ha l’appoggio di Obama, e soprattutto ha trovato un decisivo alleato nel premier britannico Cameron, mentre la Germania della Merkel si è defilata. In mezzo c’è l’Italia che ha aderito alla linea interventista con poca convinzione e con una grande preoccupazione: quella di essere esposta, più di ogni altro Paese, alle rappresaglie del Colonnello che potrebbe reagire come già fece nel 1986 dopo l’attacco aereo ordinato da Reagan contro il suo bunker a Tripoli, quando lanciò due missili contro Lampedusa.

Quella che è iniziata alle porte di casa nostra è dunque una guerra animata dal nobile motivo dell’ingerenza umanitaria ma non esente da ombre e da rischi. Assomiglia molto all’intervento militare della Nato contro Milosevic nel 1999. Anche lì si trattava di difendere una popolazione civile, quella kosovara, dalle brutalità e dai crimini delle milizie serbe. I bombardamenti aerei della Nato andarono avanti per due mesi, Milosevic fu costretto a cedere il Kosovo ma restò al potere a Belgrado per oltre un anno. Potrebbe finire allo stesso modo, con una Libia spaccata in due e un Gheddafi saldamente in sella a Tripoli. Ma non tutti i dittatori sono uguali, e il «cane rabbioso» della Libia, come l’aveva definito Reagan, potrebbe tornare a mordere e a far male.

I suoi propositi di vendetta non ci devono intimidire. Ma non possiamo neppure sottovalutarli. L’Italia si trova in prima linea, a motivo della geografia e ancor più della storia, e non deve aver paura di assumersi tutte le sue responsabilità, facendosi carico di una sincera preoccupazione umanitaria a favore del popolo libico, dei tanti residenti stranieri e dei profughi purtroppo previsti. È questa la ragione dell’intervento militare, non dimentichiamolo. Da oggi entriamo in un territorio dominato da molte incognite. Dobbiamo essere pronti a ogni eventualità anche perché, come diceva von Clausewitz, «le guerre non finiscono mai come prevedeva chi le ha iniziate».

la Repubblica

Torniamo nemici 100 anni dopo

di Filippo Ceccarelli

Potenza degli anniversari: giusto cent’anni fa la guerra di Libia. E sembra anche di avvertire qualche assonanza di troppo. Geopolitica e non solo. «Giolitti sente poco la politica estera, ma esiste un’Italia malata d’Africa da quando la Francia s’è presa la Tunisia». Così ricostruisce la situazione Franco Cordero nel suo recentissimo commento al Discorso di Leopardi sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani (Bollati Boringhieri): «L’affare libico pare comodo: nihil obstat dalle Potenze; i turchi sloggeranno dopo quattro cannonate. L’opinione pubblica chiede Tripoli e lui l’asseconda malvolentieri…».

Era la fine di settembre del 1911. Fattori emotivi e considerazioni di prestigio spinsero principalmente l’Italia a mettere da parte l’idea di una penetrazione economica per intraprendere quell’impresa militare. Ma a chi voglia ulteriormente abbandonarsi alla gravosa fatalità delle ricorrenze si fa notare, con Denis Mac Smith, che per degnamente celebrare il 50° anniversario dell’unificazione la conquista della Libia, coronamento del Risorgimento, «avrebbe dimostrato come gli italiani meritassero di essere diventati una nazione».

Ora, Giolitti e Berlusca hanno davvero troppo poco in comune per consentire vani giochetti storici. Ma a parte le motivazioni fatte valere un secolo fa, una specie di diritto di proprietà risalente ai fasti dell’impero romano, come pure il sogno di un Eldorado a portata di mano sulla "quarta sponda", con relative leggende a base di chicchi di grano grossi come mandarini, la guerra non fu per niente una passeggiata. E non solo perché un pezzo di paese era contrario, da Salvemini, l’unico a sapere che si trattava in realtà di «uno scatolone di sabbia», a Treves e Turati, fino a Nenni e Mussolini che finirono in galera.

Se D’Annunzio cantò la gioia della conquista "d’Oltremare" e se l’isterico nazionalismo dei futuristi ebbe il suo agognato sfogo, la verità storica è «la Libia abbisognava di capitali - come scrive Mac Smith - ma l’Italia non ne aveva a sufficienza nemmeno per se stessa». Disse poi Giolitti che l’impresa era costata 512 milioni. Lo contraddisse in Parlamento Sonnino sostenendo che il bilancio era stato falsificato e che il costo effettivo della guerra era stato almeno doppio.

Brusco ritorno al presente, con legittima e conseguente preoccupazione per il futuro. Perché ciò che davvero atterrisce, ben oltre il fatale rincorrersi dei numeri e delle loro commemorazioni, è la velocità con cui ciò che vistosamente è andato in scena si va oggi rovesciando nel suo esatto contrario. I cammelli in regalo, il Cavaliere sotto la tenda che mostrava le foto del nipotino al Colonnello, l’autostrada promessa, lo "storico" trattato che addirittura privilegiava la Libia agli impegni della Nato, quel bacio della mano. Come se l’ostentata amicizia rivelasse di colpo la sua più spudorata falsità.

Non che i democristiani facessero poi una politica così diversa. Non Andreotti, a cui Gheddafi si offrì di pagare l’avvocato per i processi di mafia; non Craxi, che chiamava Gheddafi "Capitan Fracassa", ma gli salvò la pelle avvertendolo dell’attacco americano nell’aprile del 1986. Si sa. C’entrano il petrolio, gli affari e adesso anche le carrette del mare con i disperati. È ovvio che l’Italia doveva tenerselo buono, quel tipo lì, come infatti se lo tennero buono l’Avvocato Agnelli, Prodi o D’Alema, che andò a Tripoli a riprendersi certi bambini di genitori italo-libici in lite, e a cui fu regalata una scimitarra berbera, chissà che fine ha fatto.

E però, diamine: non sono passati nemmeno sette mesi dall’ultima visita del Colonnello a Roma e oggi la memoria si affolla di ricordi che risultano ancora più stranianti di quanto già sembrassero allora. Sogni, miraggi, fotogrammi di cinepanettone. La tenda di Gheddafi a villa Pamphili; il pranzo dal "Bolognese" con assaggiatore fisso ai fornelli; gli sguardi golosi sulle amazzoni, pure dotate di pendaglio con ritratto del Raiss al collo; il torneo equestre con i cavalieri berberi e i carabinieri a villa Borghese. Quindi Berlusconi che alla mostra sul colonialismo arrivò addirittura a commuoversi, ma poi durante l’interminabile concione del leader libico si mise a dormire. Per non dire dei torpedoni carichi di ragazze romane che il capriccioso tiranno volle mostrare ai telespettatori libici: ben 530 ne arruolò l’agenzia Hostessweb, comprese tre convertite all’Islam e una giovane giornalista che si finse velina interessata alla rivoluzione verde per scriverne un resoconto per Repubblica.

E ora all’improvviso la guerra. Le basi militari. I Tornado "pronti in 15 minuti". Il cacciatorpediniere "Andrea Doria" nel canale di Sicilia. Già una volta, di recente, il ministro La Russa ha esibito fregole dannunziane: "S’ode nel cielo un sibilo di frombe./ Passa nel cielo un pallido avvoltoio…/ Italia, alla riscossa, alla riscossa!". Mentre Berlusconi, con provvido tempismo, si è limitato a raccontare a Ruby che quel certo rito sessuale - vedi, vedi - glielo aveva insegnato proprio Gheddafi. Tutto dunque si tiene a questo mondo, da Giolitti al bunga bunga, e tutto speriamo davvero che non si sconquassi.

il manifesto

Un conflitto per il petrolio

di Valentino Parlato

E così, annunciata ma inattesa, la vera guerra in Libia è cominciata. Ricordiamo le premesse. Francesi, inglesi e americani avevano detto che sarebbero intervenuti contro le truppe di Gheddafi e non avrebbero dato alcun rilievo al cessate il fuoco del colonnello. Quindi guerra.

Nella situazione data è difficile pensare a una forte resistenza, anche se ci sarà e avrà le sue vittime. Il governo di Gheddafi non era certamente il migliore dei governi possibili, tuttavia poteva vantare un'indipendenza della Libia, antica colonia, prima ottomana e poi italiana. La fortuna-disgrazia della Libia è avere il petrolio, che - anche per i disastri giapponesi - diventa sempre più vitale per l'economia mondiale. Morale: il petrolio non può essere lasciato in mano a un soggetto come Gheddafi. Gli anglo-francesi, con il sostegno americano, sono intervenuti contro questa aporia. Ma in questo difficile contesto come sta messo il nostro paese, cioè l'Italia, che nonostante i trascorsi coloniali aveva realizzato un ottimo rapporto con la Libia gheddafiana? Come andrà a finire l'Eni quando la guerra di Francia, Gran Bretagna e Usa sarà conclusa?

Troppi sono gli interrogativi ai quali è difficile rispondere, ma viene il dubbio che siamo a una rinascita del famoso imperialismo: Francia e Gran Bretagna, con alle spalle gli Usa sono, pur nella recente globalizzazione, le potenze imperiali, per le quali di fronte ai guai del nucleare il petrolio diventa il prodotto massimamente imperiale. La Libia di Gheddafi era stata una irregolarità da sopportare, ma non da accettare. Ora questa irregolarità non è più accettabile. La ribellione, motivata, di buona parte della popolazione libica diventa un'ottima occasione per chiudere la parentesi gheddafiana e il petrolio dato a quelli che promettono la costruzione di una lunghissima autostrada, erede della via Balbia, che avrebbe dovuto sostanziare l'unità di un paese con molte diversità.

Non sappiamo come si regolerà tra i potenti la sconfitta di Gheddafi, ma una cosa almeno per noi italiani sembra certa: dopo cento anni dalla conquista della Libia (Giolitti presidente del consiglio) l'Eni rischia di essere messo fuori o, almeno, di non godere più degli attuali privilegi. Siamo al punto nel quale forse dovremo rimpiangere Gheddafi.

Sovente ripetiamo che per poter essere difesi i beni comuni devono essere riconosciuti come tali e che per riconoscerli occorre praticare il pensiero critico. Per esempio, tutti diamo per scontato che la terra sia ferma perché è proprio la terraferma ad averci garantito la possibilità di sviluppare il nostro modello di vita stanziale. La sismicità è rimossa dalla collettività, ma chi ha responsabilità di governo del bene comune «territorio» deve necessariamente tenerne conto. Male gestisce i beni comuni chi miri al profitto o alla concentrazione del potere, ed è per questo che essi devono essere governati in modo partecipato e diffuso da quanti ne assorbono i benefici e ne subiscono i costi. In questo modo, i beni comuni non rispondono alla logica della produzione ma, guardando alla sostenibilità di lungo periodo (ossia anche all' interesse delle generazioni future) devono rispondere alla logica della riproduzione: la logica eco-logica che è qualitativa e non quantitativa.

Chi mira al profitto e alla concentrazione del potere investe in modo sostanziale nell'occultamento dei beni comuni, proprio perché profitto privato e potere politico si soddisfano entrambi nel loro saccheggio. È interesse convergente tanto del potere economico quanto di quello politico, che ne è sempre più servo, indebolirne le difese democratiche (come per esempio il referendum). I beni comuni divengono molto più facilmente riconoscibili quando posti a rischio letale e la loro emersione pubblica ne facilita enormemente la difesa. In questi momenti , il potere mette in campo, disordinatamente, ogni possibile tattica per occultare la verità.

Queste considerazioni solo apparentemente astratte ci consentono di interpretare e di ridurre ad unità il dibattito politico di questi giorni. Un certo senso di tranquillità si era impadronito dell'opinione pubblica meno critica di fronte all'opzione nucleare, sebbene questa sia il principale paradigma della concentrazione estrema del potere non democratico nella società tecnologica «avanzata». L'opzione nucleare infatti non solo concentra gli investimenti energetici incanalando il patrimonio pubblico in una sola direzione, ma soprattutto richiede la costruzione di un imponente apparato poliziesco per evitare che il materiale radioattivo finisca nelle «mani sbagliate». In nome della sicurezza nucleare, siamo pronti ad accettare qualsiasi limitazione della libertà personale ed è inevitabile la militarizzazione di ampie porzioni del territorio circostante alle centrali. Paradossalmente, è la stessa portata micidialmente globale delle conseguenze di un disastro nucleare ad incentivare questa politica suicida. Proprio come nella famosa «tragedia dei comuni». Si ripete spesso che «tanto le centrali ci sono già in Francia e Svizzera e quindi il rischio c'è lo stesso e noi non ne traiamo alcun beneficio». Un tale atteggiamento egoistico, nazionalistico e di breve periodo spiega l'atteggiamento irresponsabile del governo italiano che così incrementa (a scopo di profitto e potere) il letale rischio per il nostro pianeta vivo, bene comune per eccellenza. La fede incrollabile nella tecnologia, gonfiata ad arte dal capitale, porta i più a bere la propaganda nuclearista di Veronesi, e si ripete lo spettacolo deprimente di Chicco Testa (ex presidente di Legambiente) che in televisione sdottora di terza e quarta generazione di centrali.

Ammettiamolo: se non ci fosse stato lo tsunami giapponese, al referendum sul nucleare saremmo stati forse perfino sotto il 20%, ma del resto anche quello scorso si vinse solo «grazie» a Chernobyl. In effetti, perfino molti fra quanti si sono battuti per il referendum sull'acqua pubblica non vedevano bene quello sul nucleare, pensando che ci avrebbe «fatto perdere». La tattica (vincere sull'acqua) stava facendo premio sulla strategia (invertire la rotta rispetto ad un modello di sviluppo suicida). Ecco oggi un esempio (molto comune in politica) di eterogenesi dei fini, perché sarà proprio il nucleare a motivare adesso la partecipazione alle urne. Ecco soprattutto beni comuni emergere prepotenti e visibili durante un emergenza che scuote (letteralmente) le false certezze ed illusioni della modernità. La certezze che la tecnologia possa rendere sicuro il nucleare, un dato tanto vero quanto il fatto che la terraferma sitia ferma. L'incidente giapponese mostra come diritto e politica dovrebbero garantire un bene comune fondamentale come la sicurezza di tutti nei confronti delle conseguenze delle fughe in avanti della mitologia progressista (ciò è vero oggi in Italia rispetto a Enel Edf che vogliono fare le centrali come era vero rispetto alla Bp che ha devastato il golfo del Messico). Soprattutto esso indica come, in prospettiva ecologica, si debba apprezzare la natura dell'energia come un bene comune globale. Essa va governata nell'interesse della ri-produzione e non in quello della produzione, evitando così ogni «tragedia» dettata dall'egoismo e dalla logica di breve periodo, sia essa pubblica o privata. Per questo il nucleare va respinto e per questo dobbiamo unire ogni sforzo in questa battaglia referendaria. Respingere il nucleare significa scommettere sulla produzione diffusa ed ecologica di energia, sulla diffusione del potere e dunque sulla democrazia e sui beni comuni. Proprio come per l'acqua.

Alla luce dei beni comuni il referendum sul nucleare e quelli sull'acqua sono accomunati da una medesima logica. Occorre invertire la rotta rispetto alla false certezze del pensiero unico; denunciare una classe dirigente irresponsabile e corrotta dalla concentrazione e dalla commistione del potere politico con quello economico; aprire gli occhi rispetto all' ipnosi colettiva che per anni è stata prodotta da strategie culturali volte a occultare i beni comuni a fini di saccheggio. Occorre cominciare a pensare in modo ecologico e sistemico. La piena consapevolezza di come l'interesse comune non possa coincidere con quello dello Stato deve essere assolutamente raggiunta per far risorgere la democrazia. Ciò è assai importante nella giornata in cui le celebrazioni dei 150 anni dall'unità d'Italia producono inevitabilmente confusione fra quanto è comune agli italiani (da decine di secoli) e quanto è Stato (da appena un secolo e mezzo). Ma qui si fonda la distinzione fra identità culturale e patriottismo, quest'ultimo sempre un po' fascisteggiante.

Altro esempio di questi giorni. il patrimonio pubblico non appartiene allo Stato ma a tutti noi. Il governo in carica deve amministrarlo nell'interesse di tutti e non dilapidarlo in quello proprio, anche se politico. Ogni sua scelta di gestione deve essere giustificabile ed «imparziale». C'è quindi un dovere civile di tutti noi ad indignarci per la decisione di respingere l'election day, sperperando 300 milioni in un momento di grande crisi. La Costituzione non può consentirlo, quali che possano essere gli argomenti formalisti dietro cui troppo spesso si nasconde la cosiddetta cultura giuridica. Dobbiamo porre il governo ma anche la Corte Costituzionale e le altre magistrature di fronte al dovere di fermare questa vergogna, anch'essa figlia della confusione fra Stato e bene comune.

E’ scilipotismo termonucleare, trasformismo atomico. Questo non è un governo che ha cambiato idea e sta responsabilmente e dolorosamente rinunziando al nucleare, ma è un governo che non ha idee e si accoda alle paure e alle emozioni espresse dai sondaggi del momento. I ministri Romani e Prestigiacomo e, spiace dirlo, con loro anche Umberto Veronesi, non stanno alla testa ma alla coda del Paese. E difatti proprio loro, che non si erano fatti spaventare dall´apocalisse mondiale, si sono terrorizzati davanti ai sondaggi di cortile. Loro che si erano mostrati duri, tecnologi e «proiettati nel futuro», loro che avevano accusato di sciacallaggio gli antinuclearisti («non si specula sulla paura!») loro adesso ci ripensano, ragionano, rinviano. Come mai? «è finita. Non possiamo perdere le elezioni per il nucleare» è sbottata la ministra Stefania Prestigiacomo davanti a Tremonti e a Bonaiuti, senza sapere che i giornalisti dell´agenzia Dire la stavano registrando.

Ancora una volta, dunque, dobbiamo dire grazie a delle frasi intercettate. Questo portentoso sfogo della Prestigiacomo ci svela infatti il vero significato delle nuove posizioni di Romani, «non costringeremo nessun territorio a costruire centrali», e illumina di verità la pensosa riflessione di Veronesi. Sono intense e bellissime le parole usate ufficialmente: «sgomento», «coscienza», «prudenza», «intelligenza». Ma ecco come la Prestigiacomo le ha tradotte: «Non facciamo cazzate». Insomma, il Giappone rischia davvero di diventare anche per lei un´esperienza dolorosa, e non per i morti, non per la disperazione mondiale, ma perché «noi non possiamo perdere le elezioni per il nucleare. Dobbiamo uscirne in modo soft. Ora non dobbiamo fare nulla, si decide tra un mese».

Ecco il punto: non ci dice, la Prestigiacomo, che questi nostri governanti sono anti o pro il nucleare, e neppure che sono indecisi. Ma che sono irresponsabili. Non ci racconta che ieri erano a favore («non siamo in Giappone, il ritorno al nucleare rimane un´assoluta priorità italiana») e oggi sono contro perché «l´ammirevole compostezza del popolo giapponese» li ha svegliati, ma che sono ammalati di scilipotismo appunto, banderuole dell´opportunismo e dell´inaffidabilità, troppo abituati a prendere boccate d´ossigeno dalle disgrazie - il terremoto dell´Aquila, il crollo di una bella scuola elementare, la spazzatura di Napoli, e poi Gheddafi… - troppo lesti a cercare in ogni rogna la convenienza elettorale. E abbiamo pure il sospetto che la maggioranza di governo non abbia paura solo delle elezioni amministrative che stanno per arrivare. Teme di perdere anche il referendum sul nucleare e, sull´onda di quella sconfitta, quello sulla privatizzazione dell´acqua e soprattutto quello sul legittimo impedimento che, ovviamente, sarebbe per Berlusconi la vera fusione atomica del consenso, il disfacimento non solo elettorale.

Attenzione: noi non siamo per il nucleare, non è di questo che stiamo parlando. Il punto è che tutti, non importa se pro o contro il nucleare, preferirebbero un governo capace di far valere le proprie convinzioni anche quando diventano impopolari, un governo che fa la cosa che gli sembra giusta e non la cosa per la quale fiuta l´applauso. Una volta c´era la destra che si batteva per gli interessi dell´industria, il profitto e lo sviluppo, e c´era la sinistra che metteva al primo posto i salari, l´ambiente, la salute. Ora invece ci sono i sondaggi, c´è una classe dirigente che si uniforma pubblicamente a quegli umori che in privato disprezza, c´è una destra che sfugge alla solidità della politica e insegue la volatilità del consenso: se la volete cotta ve la diamo cotta, se la volte cruda ve la diamo cruda, basta che balliate con noi.

È un altro imbruttimento, l´ennesimo imbarbarimento che la destra deve a Berlusconi. L´altra sera ho acceso la televisione e su Raiuno ho riconosciuto tal Alessandro Di Pietro. Da vecchio cronista lo ricordavo alla testa dei "Gre" (Gruppi di ricerca ecologica), gli ambientalisti di destra. Ne era il capo e il fondatore. Si dicevano seguaci di Konrand Lorenz. Erano fortissimamente antinuclearisti. Ai miei occhi questo Di Pietro era un Ermete Realacci rovesciato con tanto di baffetti da paese. Ebbene in tv era un goffo concorrente semivip dell´empireo di "Ballando con le stelle": guidato dalla Carlucci danzava un fox trot che sembrava un Nichibu giapponese.

La solita pioggia, i soliti fiumi, le solite frane riaprono le ferite mai chiuse di un Veneto fragile e vulnerabile nel suo territorio. E ancora una volta il bollettino dell’emergenza allarma cittadini, sindaci e Protezione civile, rigettando in faccia a tutti la contabilità di una vecchia incuria che presenta il conto. Sono passati appena quattro mesi dalla disastrosa alluvione di novembre e il terreno sottratto a fatica dalla furia delle acque sembra ancora indifeso come allora.

Che cosa è stato fatto e che cosa invece ancora manca per mettere in sicurezza un’area così vasta e importante del Paese, per dare garanzie alle popolazioni, alle imprese, alle fabbriche e alle attività commerciali, e come sono stati spesi i fondi stanziati per l’alluvione, quei 300 milioni che il governo ha messo a disposizione del governatore Zaia per ingabbiare i fiumi o creare bacini di sfogo?

Non è facile ricostruire in poco tempo quello che l’incuria e la mancanza di fondi finalizzati alle opere di difesa hanno contribuito ad abbattere, ma è evidente che nel nostro Paese dai disastri ambientali non si impara mai niente. La manutenzione del territorio, la sua salvaguardia, la tutela dei paesaggi dalla cementificazione, la buona gestione dei boschi come dei parchi, sono un impegno costante nel tempo e anche un onere finanziario che non si può scaricare solo su questa o quella Regione: non bastano l’orgoglio veneto, o quello di altre popolazioni colpite dalle avversità della natura, a costruire robusti argini di autodifesa alla furia delle acque.

Sono necessari un coordinamento, una pianificazione e anche una sensibilità ambientale che purtroppo oggi latita in Italia. Senza essere ingenerosi con gli uomini che in queste ore si danno da fare per evitare danni maggiori alle persone e alle cose, nella tutela delle risorse naturali continuiamo ad essere il Paese delle toppe e dei rattoppi. Dal Veneto alla Calabria, da Vicenza, a Messina a Milano (dove ancora il Seveso fa paura), la lentezza degli interventi è direttamente proporzionale all’intensità dei fenomeni atmosferici.

E se una regione come il Veneto, considerata da Legambiente ad alto standard per gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, rischia di andare sott’acqua quattro mesi dopo un’alluvione, immaginate che cosa può succedere nelle zone in cui il dissesto è alto e conclamato. Con tutto il bene che si merita, l’Italia dovrebbe imparare a tutelarsi meglio, dando all’Ambiente il peso (e anche i fondi) che si merita. Senza aspettare la (solita) prossima emergenza.

Il Fatto Quotidiano

Nucleare, Mario Tozzi: “La politica farebbe meglio a stare zitta”

di Lorenzo Galeazzi e FedericoMello

“Sono degli irresponsabili. Parlassero di meno e studiassero di più”. Mario Tozzi, maître à penser e mezzobusto televisivo dell’ambientalismo italiano, non usa mezzi termini nel commentare le reazioni di casa nostra al terremoto giapponese e alla minaccia di disastro nucleare. Le dichiarazioni dei vari Fabrizio Cicchitto e Pierferdinando Casini, a Tozzi non sono proprio piaciute. E’ un fiume in piena: “C’è da rimanere allibiti. Questi politici fanno finta di esser dei teorici di fisica nucleare. Non hanno nemmeno la decenza di usare la cautela che in situazioni come questa dovrebbe essere d’obbligo”.

Non parlate a Tozzi poi dell’editoriale di oggi del Messaggero a firma di Oscar Giannino. Un articolo che ha scalato la classifica delle dichiarazioni al buio che poi sono state clamorosamente smentite. Il giornalista scriveva che quanto accaduto in Giappone era “la prova del nove” della sicurezza dell’energia prodotta dall’atomo. “Che figura miserrima quella di Giannino – attacca Tozzi – Ma a una cosa è servita: a smascherare l’abitudine italiana di salire in cattedra e di parlare di cose che non si conoscono”.

Di fronte alla minaccia di un disastro nucleare, la parola d’ordine della lobby nucleare nostrana è minimizzare. “Anche l’incubo che sta vivendo il Giappone in queste ore con il danneggiamento di un reattore – continua il giornalista – in Italia viene declinato a mero strumento di propaganda politica e ideologica. Difendono l’atomo solo perché non possono tornare indietro”.

Secondo il conduttore di “Gaia, il pianeta che vive” (che tornerà in onda su Rai Tre a partire dal 31 marzo) le bugie più macroscopiche della lobby pro-atomo sono due: la sicurezza e l’economicità di questa fonte di energia. Che la tragedia giapponese le sta drammaticamente mettendo a nudo.

“Le centrali nucleari giapponesi – spiega Tozzi – sono state costruite per sopportare un terremoto di 8,5 gradi della scala Richter. Poi cos’è successo? E’ arrivato un sisma di 8,9 e le strutture non hanno retto”. Le centrali italiane saranno costruite per resistere a delle scosse di circa 7,1 gradi, ma, come sostiene Tozzi, “chi ci assicura che un giorno non arriverà un sisma più potente?”. Nessuno, appunto. Perché i terremoti sono fenomeni che non si possono prevedere. Inoltre il disastro giapponese è avvenuto nel paese tecnologicamente più avanzato del mondo. A Tokio infatti è radicata una seria cultura del rischio che è frutto di una profonda conoscenza di questi fenomeni. “Con quale faccia di tolla i vari Cicchitto ci vengono a vendere l’idea che in Italia, in caso di terremoto, le cose possano andare meglio che in Giappone? Il terremoto dell’Aquila se si fosse verificato in Giappone non avrebbe provocato neanche la caduta di un cornicione. Da noi ha causato 300 morti. Chi può credere alle farneticazioni sulla sicurezza del nucleare italiano?”, chiede sarcasticamente Tozzi. E’ vero che l’incidente nucleare è più raro, ma è altrettanto vero che è mille volte più pericoloso. E il caso giapponese, secondo Tozzi, è da manuale: “Se a una centrale gli si rompe il sistema di raffreddamento diventa esattamente come un’enorme bomba atomica. Forse è questa la prova del nove di cui parla Giannino”.

E poi c’è la questione della presunta economicità dell’energia prodotta dall’atomo. “I vari politici e presunti esperti – argomenta Tozzi – si riempono la bocca dicendo che il kilowattora prodotto dall’atomo è più economico di quello prodotto dalle altre fonti. Ma non è vero. Noi sapremo quanto costa realmente solo quando avremo reso inattivo il primo chilogrammo di scorie radioattive prodotto dalle centrali. E cioè fra 30mila anni”. Secondo il giornalista, la lobby che vuole il ritorno del nucleare propaganda la sua convenienza economica senza tenere conto dell’esternalità, e cioè dei costi aggiuntivi che ne fanno lievitare il prezzo. Che vanno dallo smaltimento delle scorie (problema che nessun paese al mondo ha ancora risolto definitivamente) ai costi sociali ed economici di un eventuale incidente. “Sono soldi che i nuclearisti non conteggiano – dice Tozzi – perché sono costi che ricadranno sui cittadini e sulle generazioni future”.

Il 12 giugno è in programma un referendum che, fra le altre cose, chiede l’abrogazione del ritorno all’atomo dell’Italia. Il rimando a quanto successe a Chernobyl nel 1987, alle grandi mobilitazioni antinucleariste fino al referendum che sancì l’abbandono dell’energia nucleare è quasi d’obbligo. Ma a Mario Tozzi il paragone non convince: “Veniamo da 25 anni di addormentamento delle coscienze. Oggi abbiamo gente come Chicco Testa e Umberto Veronesi che fanno i finti esperti e spot ingannevoli che traviano l’opinione pubblica”. Insomma, il legame fra l’incidente che scosse le coscienze e il voto popolare che funzionò nel 1987, oggi potrebbe fallire. Ma il 12 giugno non si voterà solo per dire no all’atomo. I cittadini saranno chiamati anche ad esprimersi contro la privatizzazione delle risorse idriche e contro la legge sul legittimo impedimento. Temi che, affianco al no all’atomo, potrebbero convincere i cittadini ad andare alle urne. E consentire alla tornata referendaria di raggiungere il quorum.

il manifesto

L'incredibile Kikko

di Alessandro Robecchi

Credere a quello che dice Kikko Testa era, fino a ieri, una missione disperata. Da oggi è una missione impossibile. Venerdì sera, mentre il reattore nucleare di Fukushima preoccupava il mondo, Kikko era in tivù a dire: tutto sotto controllo. Ieri mattina, mentre le agenzie giapponesi parlavano di un'esplosione nella centrale nucleare, con distruzione della gabbia protettiva del reattore e rilevazioni di cesio radioattivo, sul sito del Forum nucleare (presidente Kikko Testa) il titolo era questo: «La centrale di Fukushima è sotto controllo», corretto da un timido aggiornamento solo a metà giornata.

Fortuna che Kikko è giovane e giovanile. Fosse più anziano avrebbe potuto tranquillizzare le popolazioni del Vajont (state sereni, due gocce d'acqua). Ma a quest'uomo così ottimista, uno che sul Titanic avrebbe chiesto all'orchestra di continuare a suonare e ordinato a gran voce altro champagne, dobbiamo dei ringraziamenti. Grazie a Kikko sappiamo esattamente cosa succederebbe qui se avessimo le centrali nucleari. Non sapremmo niente.

In un paese in cui un semplice sacchetto della monnezza pare un problema insormontabile, le scorie nucleari sarebbero presentate come caramelle inoffensive (cosa peraltro già fatta nello spot ingannevole del Forum nucleare, sospeso dal giurì per manifesta paraculaggine).

In caso di incidente, Kikko ci direbbe che va tutto bene, tutto è ok, sotto controllo, senza rischi, beviamoci sopra e non pensiamoci più. Con una semplice apparizione in tivù, Kikko ci ha spiegato perfettamente come la menzogna sui rischi sia connaturata agli interessi dell'industria nucleare, come un buon affare valga più della vita e della salute della gente anche per più generazioni. A quest'uomo elegante e pacato dovremmo dire grazie per la volonterosa pervicacia con cui ci aiuta a non credergli, nemmeno per un minuto.

È la prima volta che vediamo una manifestazione di sinistra inondata di bandiere tricolori. E' la prima volta che una grande manifestazione di popolo è aperta da un coro che intona le note di "Va pensiero" e si chiude su quelle dell'inno di Mameli. E' la prima volta che si scende in piazza indossando Costituzione per difenderla da chi la considera l'ultimo ostacolo alla governamentalità, come direbbe Giorgio Agamben, a una forma di governo autoritario e oligarchico. Sono segnali evidenti, vistosi, simbolici di un sentimento nazionale che arretra (o avanza) a difesa dei caratteri fondativi della convivenza civile, attaccata e ferita dal ventennio berlusconiano, smarrita dalle sinistre.

Laica, pluralista, lavorista, ugualitaria, solidarista, internazionalista, pacifista, la nostra Costituzione ieri aveva il volto della gente, era appuntata su giacche e cappelli, prima attrice nelle strade delle cento città che hanno manifestato per la democrazia e per la scuola pubblica, contro l'eutanasia della politica, in un paese dove il parlamento è un mercato e la scuola un'azienda.

Se i partiti sono afasiche, deboli macchine autoreferenziali, in Italia infiltrate da mafia e corruzione, è alla Costituzione che oggi viene chiesto di essere la bussola che orienta il futuro, così come le era toccato nel dopoguerra, quando come diceva Calamandrei (citato nelle piazze e sui cartelli dei cortei) rivolgendosi ai suoi studenti «dietro ogni articolo di questa Costituzione, voi dovete vedere giovani come voi che hanno dato la vita perché libertà e giustizia potessero essere scritte su questa carta». E i ragazzi delle scuole erano in piazza insieme a molti vecchi, come in un confortante passaggio del testimone per le future battaglie.

La scuola pubblica è diventata elemento centrale di una vera democrazia costituzionale, nel paese che piega il diritto allo studio per tutti in un privilegio per pochi. Studenti e professori sono stati il connotato più forte di questo 12 marzo italiano. Perché se è nell'ignoranza che cresce la sottomissione è nella conoscenza che può vivere la ribellione.

E' ormai in campo un'opposizione larga e consapevole che esce di casa e si mette in marcia, ciascuno e ciascuna con la rabbia e la voglia di reagire perché, come era scritto su un cartello, «per un popolo civile non c'è niente di peggio che farsi governare senza resistenza». E quei fazzoletti tricolori dei partigiani annodati al collo di molti, come quella enorme bandiera della pace che tallonava il bandierone tricolore, ne testimoniavano la coscienza.

La piazza continua. A Potenza sabato prossimo con don Ciotti contro le mafie, a Roma il 26 per l'acqua pubblica, fino allo sciopero generale della Cgil il 6 di maggio. Arriveremo alle elezioni amministrative con un pieno di mobilitazioni, con una poderosa domanda di cambiamento in vista la difficilissima sfida referendaria di giugno. È tutto un paese che cammina insieme, spinto dalla ragione e dalla passione. Certo non sarà la retorica nazionalpopolare della canzone di Roberto Vecchioni, cantata dalla piazza del Popolo a Roma, la colonna sonora di una stagione di rivolta pacifica e civile, ma è altrettanto chiaro che sono in piazza bisogni, sentimenti, persone.

Andiamo nelle piazze per difendere la Costituzione e la scuola pubblica. Perché pensiamo che l’Italia, che noi tutti, non ne possiamo fare proprio a meno. E non ne possiamo fare a meno perché sono due cose che hanno la rara qualità di essere, ad un tempo, vitali e sacre. Vitali perché consentono a un organismo complessissimo – quale è la società – di regolarsi e di continuare a vivere nel tempo, generazione dopo generazione. Sacre perché contengono le qualità simboliche che permettono di tenere insieme una comunità fatta di milioni di persone diverse secondo un diritto che è uguale.

La nostra Carta sa mettere insieme, in modo chiaro, non solo i diritti e i doveri ma «quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi» – come scriveva Piero Calamandrei. In questi anni abbiamo vissuto e stiamo vivendo un tempo Grave non perché si è pensato o si pensi di cambiare questa o quella parte della Costituzione, cosa del tutto prevista dalla Carta stessa. E normale col passare del tempo. Se fatta per concorde adesione. Il tempo grave che viviamo è dato dal fatto che si stanno continuamente attaccando proprio “quegli organi” – e il delicato equilibrio tra di essi – «attraverso i quali la politica si trasforma in diritto». Questo non deve accadere. E siamo qui per impedirlo. Perciò: non si tratta di una battaglia di parte né di conservazione. È una battaglia per tutti, anche per quelli che oggi non lo vogliono capire. Ed è una battaglia che permette di continuare a cambiare. Perché c’è la certezza del come farlo, delle condizioni entro le quali le trasformazioni non diventano distruzioni, non minacciano la casa comune.

La nostra scuola ogni mattina mette insieme i mondi interiori di ogni bambino e ragazzo che sta crescendo con quello di ciascun altro e, al contempo, con l’universo mondo, le sue leggi, la sua storia, i suoi problemi e i molti alfabeti che servono a leggerlo. È in questa doppia funzione – mettere insieme persone diverse e apprendere – che vi è vitalità e sacralità.

La scuola è chiamata ad assolvere a questo suo compito in modi nuovi. E deve trasformarsi proprio perché sono mutate e stanno mutando sia le condizioni dello stare insieme tra diversi sia il mondo sia gli strumenti attraverso i quali lo si guarda e lo si può capire, salvaguardare e cambiare. Il tempo grave che stiamo vivendo è dato dal fatto che si metta in discussione la scuola nel suo carattere pubblico e protetto – e, dunque, altro da casa - nel quale ci si confronta tra diversi ed uguali mentre si sta crescendo e si sta imparando a stare al mondo e a conoscerlo. Anche per la scuola questa non è una battaglia di parte né di conservazione. È per tutti e per ciascuno. Ed è per consentire che la scuola, salvaguardata, possa cambiare.

In dissenso con un buon numero di opinioni lette ieri su giornali di destra di sinistra e di centro - opinioni argomentate, ironiche, pensosissime o sagaci - vorrei spiegare qui in modo chiaro perché ritengo che nessuna riforma della giustizia si possa e si debba discutere con questo governo. Lo dirò in pochissime parole, credo che bastino: non si riforma la giustizia con chi è imputato. Sarebbe certamente urgente e necessario mettersi al lavoro per rendere la giustizia più efficace, per dare più strumenti a chi la amministra. Purtroppo, però, non siamo in condizioni di farlo per via del fatto che il Presidente del Consiglio si trova in questo momento sotto processo come lo è stato innumerevoli volte in passato, quasi senza soluzione di continuità, quasi che la sua passione per la politica fosse in qualche modo collegabile alla sua esigenza di mettersi in salvo dalle conseguenze dei suoi gesti. Quasi che.

Non ci si siede ad un tavolo a discutere di giustizia se dall’altra parte del tavolo c’è qualcuno che con ogni mezzo si sottrae alla giustizia stessa: non è, come posso dire, un interlocutore all’altezza del compito. C’è un conflitto di interesse endemico: il suo interesse ad avere una giustizia che gli convenga confligge a priori, per il solo fatto di esistere, con l’interesse collettivo. Non c’è bisogno di entrare nel merito, anzi non lo si può fare.

Allo stesso modo non si discute di riassetto del sistema radiotelevisivo con chi ne detiene il monopolio, errore già occorso in passato e dal quale evidentemente non si è tratto alcun insegnamento. Semplicemente: si impedisce a chi detiene il monopolio del sistema radiotelevisivo di governare. Poi eventualmente, se costui preferisce fare politica al fare miliardi per la sua famiglia con le sue aziende, allora cede realmente le sue tv, si candida e corre con gli stessi mezzi economici e mediatici degli altri, se eletto diventa un valido interlocutore per discutere persino di tv. O di giustizia, o di scuola, o di impresa.

Se così non fosse - se questo non fosse un principio fondativo delle democrazie rappresentative - a capo dei governi dei paesi occidentali ci sarebbero gli uomini più ricchi dei medesimi paesi, i Murdoch e i Bill Gates, i signori dei colossi informativi sarebbero tutti presidenti e i miliardari corruttori (ce ne sono a tutte le latitudini) anzichè rispondere delle loro malefatte sarebbero tutti lì a riformare i sistemi-giustizia a loro misura. Possiamo dunque annoverare l’esigenza di una vera e rapida riforma del processo fra le ragioni che dovrebbero determinare le dimissioni di Berlusconi e il rapido ricorso alle urne. Non succederà, perché dopo aver permesso che l’uomo col più straordinario potere mediatico ed economico del paese si candidasse alla guida del medesimo non possiamo ora aspettarci che divenga ragionevole, acceda alla causa comune, si interessi al bene di tutti e non pretenda, come deve sembrargli ovvio, di continuare ad occuparsi del suo.

La controriforma della Rai, lanciata da Berlusconi in contemporanea alla controriforma della giustizia e dopo quella della scuola, è a modo suo altrettanto «epocale». Ferrara, Sgarbi e Vespa in prima serata sono infatti roba da anni Ottanta. Vespa, per la verità, anche di epoche precedenti. Giuliano Ferrara, a suo tempo il più interessante del trio, riprenderà il format di Radio Londra, che è appunto del 1988, ma fu presto accantonato da Canale 5 per i bassi ascolti. L’idea di portare Sgarbi e Vespa in prima serata sulle reti Mediaset fu bocciata vent’anni fa da Berlusconi, che non è un pirla, come direbbe Mourinho. Ma il bello di governare l’Italia è che con i soldi pubblici si può fare di tutto e senza problemi. Nominare direttore del Tg1 Augusto Minzolini, al quale un editore sano di mente non affiderebbe una gazzetta locale, per non parlare della carta di credito. Garantire dodicimila euro al mese e un vitalizio a Nicole Minetti, piazzare in Parlamento e ai ministeri le amiche, eccetera. Dunque anche far sprecare alla Rai qualche decina di milioni subito, e molti altri in prospettiva, per garantire un megafono elettorale in prima serata al proprietario dell’azienda concorrente. A Cologno Monzese si saranno sbellicati dalle risa.

Il fallimento economico dell’operazione, in termini di ascolti e pubblicità, è fin d’ora ovvio per chiunque capisca di televisione. Lo scriviamo anche a futura memoria, per quando la magistratura e la Corte dei Conti decideranno d’indagare sul perché la Rai sfrutti i precari per poi buttare centinaia di milioni nei cessi della politica. È vero che l’Italia non è cambiata molto dagli anni Ottanta, ma perfino i gusti televisivi si sono evoluti. Soprattutto nell’ultima stagione, come dimostrano il successo di Vieni via con me e della lezione di Benigni a Sanremo. Calare in questa rivoluzione del gusto televisivo le prevedibili invettive anti magistrati, già ascoltate un milione di volte, di due intellettuali che giocano da trent’anni a fare gli anticonformisti di corte rappresenta un suicidio aziendale. Non bastasse, l’elefantino Ferrara ha annunciato che, negli intervalli fra una bastonata e l’altra al pool di Milano, discetterà anche di teologia. Tema di gran richiamo per le platee di Raiuno, tanto più dal pulpito di un ateo clericale. Sgarbi minaccia di occuparsi di cultura («stronzo», «cornuto», «troia», «vaff…» e così via), estetica e ambiente, ad esempio sui danni artistici e al paesaggio di intercettazioni e inchieste dei pm milanesi. La terza punta dello spuntato tridente è il ciambellano Vespa, vale a dire la messa in latino per celebrare il potere.

A garantire la catastrofe è del resto la stessa firma dello stratega, il direttore generale Mauro Masi. L’unico fra i personaggi coinvolti, tutti evocativi di gravi mestizie, che al solo nominarlo infonda una lieve ilarità. Il dg di viale Mazzini è un bel figuro da commedia dell’arte, tanto guascone quanto maldestro e sfortunato. Ha perso tutte le guerre possibili, ma in maniera spettacolare. Era stato inviato con la missione di chiudere Annozero e ha trasformato Santoro in un intoccabile, beatificandolo anche agli occhi di chi lo trovava ambiguo e scontato. La sua guerra preventiva a Roberto Saviano si è trasformata nel più formidabile lancio pubblicitario della storia televisiva. In compenso è bastata una sua sola telefonata di auguri in diretta a Simona Ventura per far precipitare finalmente, dopo anni, gli ascolti dell’Isola dei Famosi. Un mito, già fonte di leggende. Qualcuno comincia a sospettare che il dg sia un eroe della resistenza berlusconiana infiltrato. Di certo, ha fatto più Masi per dar voce all’opposizione di tutti i segretari del Pd, Ds, Rc, Idv e beppegrilli messi insieme (a proposito: secondo l’Osservatorio di Pavia a gennaio nei tg Rai il premier ha totalizzato 402 minuti di presenza contro i 72 di Bersani, i 48 di Fini e i 12 di Vendola). I soliti pessimisti di sinistra temono però che in primavera, con la ghiotta ondata di nomine agli enti pubblici, Masi possa essere dirottato a far danni altrove.

Perché un uomo di televisione come Berlusconi si lancia in un’impresa tanto anacronistica come la controriforma Rai? Ragioni sentimentali, psicologiche, miste come sempre a convenienze economiche e politiche. Le seconde sono talmente banali da poter essere liquidate in breve. In primavera ricominciano i processi e forse si andrà a elezioni anticipate, il premier ha dunque bisogno di alzare il tiro sui magistrati e contro l’opposizione. La controriforma Rai è un laboratorio per sperimentare il «metodo Boffo» contro Bocassini e colleghi, stavolta su vasta scala, dai canali della tv pubblica e non dai giornali di famiglia. Comunque vada, un po’ di fango addosso alle toghe rimarrà. L’inabissamento di ascolti della rete ammiraglia Rai offre un gradito effetto collaterale sui bilanci di Mediaset, già risollevati quest’anno dalla cura Minzolini. In attesa di tempi migliori in cui si potrà procedere al vecchio progetto piduista della «dissoluzione del servizio pubblico». Non più attraverso la privatizzazione, perché a Mediaset non conviene introdurre nel sistema un altro Murdoch, ma togliendo la risorsa pubblicitaria.

I motivi psicologici sono più sottili. L’anziano premier è sempre più nostalgico dei gloriosi (per lui) anni Ottanta, sfociati nella «discesa in campo» del ‘93, l’apice della parabola. Vespa, Ferrara e Sgarbi fanno parte dell’album d’epoca. Nel declino, il Caimano torna all’ossessione di sempre. La televisione, origine della fortuna, è diventata alla fine l’ultima trincea, il suo bunker tripolino, un modo di rifiutare la resa che il resto del mondo si aspetta.

Quando giudichiamo il conflitto fra potere politico e giustizia, conviene sempre alzare gli occhi, guardare oltre i nostri confini, usare la memoria, per capire se davvero chi governa ha in mente una soluzione che migliora le cose o una regressione formidabile, dissimulata dietro finte promesse. La riforma della giustizia che Berlusconi proporrà giovedì è un caso esemplare, e se suscita tante apprensioni è perché non scioglie ma accentua i conflitti tra poteri pubblici, e anzi vuol devitalizzare parte di questi poteri. È una riforma che non perfeziona ma disprezza il nostro patrimonio giuridico, e l´idea che i poteri debbano esser molti perché non predomini uno solo. È una regressione che non solo mortifica la Carta costituzionale ma è in aperta contraddizione con princìpi giuridici che l´Unione europea chiede agli Stati di rispettare. Spesso la regressione avanza in tal modo: presentandosi come rivoluzionaria.

È osservando quel che accade in Francia che l´impressione di un indietreggiamento italiano si conferma vistosamente. Negli ultimi due mesi il malcontento dei magistrati francesi si è inasprito, e il loro obiettivo, non nuovo, si è fatto più che mai nitido: liberare infine pm e procure dal potere politico.

Succede così che il patrimonio italiano divenga un traguardo, nel preciso momento in cui Berlusconi vorrebbe ridurre l´indipendenza dei magistrati dalla politica. Se prima in Europa eravamo considerati all´avanguardia, nella separazione dei poteri, oggi rischiamo di trovarci in coda. Una miopia radicale verso il mondo, e l´indifferenza al peso che l´Europa ha nelle nostre vite (con le sue leggi vincolanti) sono alla radice di quello che può divenire un grave impoverimento: giuridico, democratico, della memoria.

Alla base di questa miope indifferenza c´è una doppia fallacia. Prima fallacia: l´idea che in democrazia la sovranità si concentri tutta sul popolo, che elegge governi e parlamenti non sottoposti al vaglio di poteri terzi. Seconda fallacia: la finzione di una sorta di autarchia giuridica e politica dello Stato-nazione, e l´ignoranza di un´Europa già in parte federale, che esercita sovranità parallele a quelle degli Stati grazie a leggi, politiche comuni, costumi democratici concernenti anche la separazione dei poteri.

L´idea che solo uno sia il potere decisivo - il popolo - è spesso scambiata con la democrazia ma non lo è, e l´Europa s´è unita con questa consapevolezza. L´illusione monolitica è un´eredità del 1789 - meglio: della sua estremizzazione giacobina, nazionalista - e spiega lo speciale malessere francese. Nella tradizione giacobina la giustizia non è un istituto indipendente, nonostante l´articolo XVI della Dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino del 1789: è l´arma del popolo sovrano, dell´esecutivo che esso elegge. Qui è il suo vizio d´origine, e ancor oggi il pubblico ministero francese non è al servizio di tutti ma mantiene un rapporto di dipendenza dal governo.

I magistrati riformatori in Francia non si limitano a invocare autonomia completa, ma si battono perché il paese interiorizzi la democrazia costituzionale di cui l´Europa è levatrice. È in questo quadro che reclamano un´autentica Corte costituzionale, e soprattutto l´indipendenza del pubblico ministero. Spetta a quest´ultimo l´obbligo di esercitare l´azione penale, come imposto dall´articolo 112 della nostra Costituzione: non alla politica, come accade a Parigi e come Berlusconi vorrebbe in Italia. Il 15 dicembre scorso la Corte di cassazione francese, interpellata sulla custodia cautelare, ha giudicato che «il pubblico ministero non è un´autorità giudiziaria indipendente», visto che "non garantisce l´indipendenza e l´imparzialità prescritte dalla Convenzione europea dei diritti dell´uomo", e dalla Convenzione Ocse sulla corruzione. Non a caso chi auspica l´autonomia dei pm comincia, in Francia, col cambiare le parole costituzionali. Nel titolo VIII appare l´"autorità giudiziaria". Molti (tra loro l´associazione Terra Nova, in un recente rapporto) esigono che il termine autorità sia sostituito da "potere giudiziario".

Con secoli di ritardo Parigi riscopre dunque la separazione dei poteri di Montesquieu, si libera del giacobinismo, è stanca di ridurre la democrazia al suffragio universale: «In Francia - dice il rapporto di Terra Nova - la giustizia non è più il potere indipendente, guardiano della libertà individuale, descritto da Montesquieu. È sotto tutela dell´esecutivo». Tanto più è soggetta «all´influenza di interessi privati e partigiani. È una giustizia parziale, a due velocità: clemente verso chi è protetto dall´esecutivo, sempre più speditiva verso chi non è protetto». È pensando con severa memoria la propria storia che i magistrati francesi si ribellano. Solo una Corte costituzionale e un pubblico ministero indipendenti possono divenire punti fermi, più durevoli delle mutevoli maggioranze. I governi sono mortali, in democrazia. Non la Costituzione e la giustizia.

Non è solo la storia nazionale a entrare in gioco, abbiamo visto, ma l´Europa che delle varie memorie ha fatto tesoro, trascendendole. È quest´ultima a preconizzare una giustizia più indipendente, prescrizioni non di comodo, infine la riforma più desiderata dagli italiani: processi più brevi per tutti, non per uno o per pochi. In particolare - lo ricordano da anni il giurista Bruno Tinti e Marco Travaglio - l´Europa chiede che le carriere del giudice e del pm non siano separate: che «gli Stati, ove il loro ordinamento giudiziario lo consenta, adottino misure per consentire alla stessa persona di svolgere le funzioni di pm e poi di giudice, e viceversa», per «la similarità e complementarietà delle due funzioni» (raccomandazione della Commissione anticrimine del Consiglio d´Europa, 30-6-00).

Nella riforma Berlusconi sono assenti queste norme costituzionaliste, ed è il motivo per cui di regressione si tratta. L´obiettivo è mettere le procure sotto tutela politica, duplicare il Consiglio superiore della magistratura neutralizzandolo, staccare la polizia giudiziaria dai pm assoggettandola al solo potere politico (forse la misura più pericolosa, perché in tal modo il governo ha in mano le chiavi per chiudere e aprire un processo penale). Ed è separare le carriere del pm e del giudice per degradare il pm a "avvocato dell´accusa", più vicino per cultura all´avvocato della difesa che al giudice: mentre con l´ordinamento attuale il pubblico ministero è tenuto a considerare anche gli elementi a discarico, non solo quelli a carico dell´imputato. Qui è la ragione prima per cui separare le carriere è un rischio. È un vero insulto ai Pm, spiega Tinti: "Il Pm tutela gli interessi della collettività, l´avvocato quelli del suo cliente. Per il Pm non è importante che l´imputato venga condannato; è importante che il colpevole venga condannato. L´avvocato difensore, lui sì, è uomo di parte", avendo per obbligo quello di " far assolvere il cliente oppure fargli avere la pena più ridotta".

Quel che ci si domanda è come mai l´Europa, pur avendo leggi e princìpi, conti così poco. In realtà essa difende i princìpi con estrema forza prima dell´adesione: i candidati devono avere giudici indipendenti e separazione dei poteri (se l´Italia fosse oggi candidata, certo non entrerebbe). Questo dicevano i criteri di Copenhagen fissati nel ‘93 per l´ammissione dei paesi dell´Est: i criteri non erano solo economici (esistenza di un´affidabile economia di mercato) ma anche politici e giuridici (presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, stato di diritto, diritti dell´uomo, rispetto-tutela delle minoranze). Ancor più stringenti sono i criteri nel caso della Turchia.

Con i paesi che sono già nell´Unione, invece, l´Europa è intimidita, inerte. Varcata la porta d´ingresso solo i parametri economici pesano, diventando addirittura un ombrello che ripara gli autoritarismi. Quanto più sei dentro, e rispetti i parametri finanziari, tanto più sei libero di fare quel che ti pare con la democrazia. Se solo volesse, l´Europa potrebbe agire, arginare. Il Trattato di Lisbona agli articoli 6 e 7 prevede interventi e sanzioni dell´Unione per quei Paesi dell´Unione in cui si verifichino gravi rischi per la democrazia e per la libertà. Ma sinora gli articoli non sono stati invocati né tantomeno applicati all´Italia. Eppure i rischi ci sono ormai davvero e sono seri. Si parla molto dell´assenza di anticorpi, in Italia. Ma l´Europa ha gli stessi difetti, pur possedendo strumenti e leggi per salvaguardare le proprie democrazie.

In questa vignetta di Bucchi (la Repubblica) di qualche anno fa l'immagine perfetta del modo in cui B. vede la separazione tra i tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), uniti in un unico tubo...digerente.

Al manifesto non riesce di dire che la Libia di Gheddafi non è né una democrazia né uno stato progressista, e che il tentativo di rivolta in corso si oppone a un clan familiare del quale si augura la caduta. Non penso tanto al nostro corrispondente, persona perfetta, mandato in una situazione imbarazzante a Tripoli e che ha potuto andare - e lo ha scritto - soltanto nelle zone che il governo consentiva, senza poter vedere niente né in Cirenaica, né nelle zone di combattimento fra Tripoli e Bengasi.

Perché tanta cautela da parte di un giornale che non ha esitato a sposare, fino ad oggi, anche le cause più minoritarie, ma degne? Non è degno che la gente si rivolti contro un potere che da quarant'anni, per avere nel 1969 abbattuto una monarchia fantoccio, le nega ogni forma di preoccupazione e di controllo? Non sono finite le illusioni progressiste che molti di noi, io inclusa, abbiamo nutrito negli anni sessanta e settanta? Non è evidente che sono degenerate in poteri autoritari? Pensiamo ancora che la gestione del petrolio e della collocazione internazionale del paese possa restare nelle mani di una parvenza di stato, che non possiede neanche una elementare divisione dei poteri e si identifica in una famiglia?

Ho proposto queste domande sul manifesto del 24 febbraio, senza ottenere risposta. Non è una risposta la nostalgia di alcuni di noi per un'epoca che ha sperato una terzietà nelle strettoie della guerra fredda. Né la nostalgia è sorte inesorabile degli anziani; chi ha più anni è anche chi ha più veduto come cambiano i rapporti di forza politici e sociali ed è tenuto a farsi meno illusioni. E se in più si dice comunista, a orientarsi secondo i suoi principi proprio quando precipitano equilibri e interessi.

Non che siamo solo noi, manifesto, a non sapere che pesci prendere davanti ai movimenti della sponda meridionale del Mediterraneo. Il governo francese ha fatto di peggio. Quello italiano ha consegnato al governo libico gli immigranti che cercavano di sbarcare a Lampedusa e dei quali non si ha più traccia. L'Europa, convinta fino a ieri che dire arabo significava dire islamista dunque terrorista, prima ha appoggiato alcuni despoti presunti laici - Gheddafi gioca ancora questa carta - poi si è rassicurata nel vedere le piazze di Tunisi e del Cairo zeppe di folle non violente, ha accolto con piacere l'appoggio alle medesime da parte dell'esercito tunisino e egiziano, e teme soltanto una invasione di profughi.

Ma la Libia non è né l'Egitto né la Tunisia. L'esercito è rimasto dalla parte del potere e la situazione s'è di colpo fatta drammatica. Ma chi, se non l'ottusità di Gheddafi, è responsabile se l'opposizione è diventata aspra, scinde la Cirenaica, cerca armi e il conflitto diventa guerra civile? Tra forze e ad armi affatto sproporzionate? E chi se non noi lo deve denunciare? Chi, se non noi, deve divincolarsi dal dilemma o ti lasci bombardare o di fatto chiami a una terza «guerra umanitaria», giacché gli Usa non desidererebbero altro? Sembra che la capacità di ragionare ci sia venuta meno.

La sinistra non può molto. Il manifesto, ridotti come siamo al lumicino, non può nulla se non alzare la voce con chiarezza e senza equivoci. C'è un'area enorme che si dibatte in una sua difficile, acerba emancipazione, che ha bisogno di darsi un progetto - non dico che dovremmo organizzare delle Brigate Internazionali, ma mi impressiona che nessuno abbia voglia di offrire a questo popolo un aiuto. Ricordate le corse giovanili degli anni sessantotto e settanta a Parigi, a Lisbona, a Madrid e a Barcellona? Dall'altra parte del Mediterraneo non ha fretta di andar nessuno, salvo i tour operator impazienti che finisca presto. Almeno su a chi dare simpatie e incoraggiamento non dovremmo esitare. Non noi.

Nel giorno in cui Newsweek celebra «le italiane che dicono Basta! a Berlusconi», soggetto collettivo, nel numero dedicato alle «150 donne che scuotono il mondo» ci scrive una lunga lettera Pilar del Rio Saramago. La vedova del premio Nobel per la letteratura ci aveva chiamato a ridosso del 13 febbraio per comunicare la sua adesione alla rivolta e per dire quanto questo «vento nuovo» le facesse pensare alle parole e ai gesti compiuti insieme al marito, negli ultimi suoi anni, a proposito della forza delle piazze contro i regimi di ogni densità e tipo. Oggi, per l'8 marzo, pubblichiamo il suo appello agli uomini italiani. Dovrebbero essere gli uomini ad uscire per strada e dire ora basta, scrive. «Il giorno in cui scenderanno in piazza noi donne dai marciapiedi li applaudiremo e getteremo loro dei fiori». Sono parole che riecheggiano molte di quelle che abbiamo sentito alla vigilia del 13 febbraio. Dice Luciana Castellina: «Nella vicenda di Berlusconi e Ruby mi sembra che la prima identità sessuale ad essere offesa sia quella maschile. Sono loro che dovrebbero essere indignati in prima persona e meraviglia che non si sentano offesi. Andare in piazza in solidarietà delle donne è un po’ poco, va a finire che la colpa di questa situazione ricade su Ruby».

Ci sono arrivati migliaia di messaggi di ragazze molto giovani, alla vigilia dell'8 marzo. Tutte fanno cose. Si organizzano, si

muovono, abitano mille diverse piazze. Un gruppo, a Milano, è protagonista di una mostra fotografica sulle adolescenti italiane dal titolo «Tu quanto ti vuoi bene?». Volersi bene è il tema del nuovo libro di Eve Ensler di cui pubblichiamo un'anticipazione: è scritto perché le ragazze «smettano di trattare il loro corpo come oggetto per piacere agli altri», dice.

Questo giorno è un'occasione, in verità, per cogliere dalla moltitudine di gesti quotidiani quelli che non solo scuotono, come scrive Newsweek, ma crescono e cambiano l'Italia. Azioni e impegno che oggi, da qualche palco a qualche microfono, trovano una vetrina. Donne che lavorano nelle carceri e nelle scuole, nei centri immigrati e nei quartieri: che conducono solitarie incessanti battaglie. Tra le iniziative politiche ne vorrei ricordare una molto concreta: Titti Di Salvo e Marisa Nicchi hanno scritto ieri ai leader dei partiti di opposizione e ai sindacati perchè si riprenda in mano la legge contro le dimissioni in bianco. Fu la prima legge che il governo Berlusconi cancellò, tre anni fa: quella che impediva alle donne di firmare, all'atto dell'assunzione, una lettera di dimissioni volontarie senza data. Da usarsi a discrezione del datore di lavoro nel momento in cui annunciavano di essere in attesa di un figlio, per esempio. Più di mille parole, più di un milione di bonus bebè e di proclami in favore della famiglia varrebbe una piccola norma a tutela della maternità. Molte ragazze accettano condizioni di lavoro infime pur di averne uno, contratti più che flessibili e stipendi miserabili. Che almeno avere un figlio non sia un motivo di licenziamento. Le donne, lo ricordo, partoriscono anche uomini. Che siano gli uomini dunque i primi a pretendere di essere messi al mondo. Quando li vedremo arrivare nella protesta li saluteremo con un fiore.

Lo slogan è già confezionato: «Scenderà in campo per difendersi il lunedì di ogni settimana». E il «campo», nello specifico, sono le aule di giustizia dove fronteggiare le acerrime nemiche toghe ovviamente «comuniste ».

Dopo vari tentennamenti, la strategia della resistenza giudiziaria del premier sembra essere decisa: per la prima volta nella sua lunga carriera di imputato (17 processi, 4 ancora aperti, in aula una volta sola nel 2003, caso Sme), Silvio Berlusconi farà il suo dovere di cittadino. La decisione arriva, non a caso, in occasione del processo più «spettacolare», quello per Ruby e le feste di Arcore che si terrà nel pieno della campagna per le amministrative (si rinnova il sindaco anche a Milano), e mentre il suo gradimento è al minimo storico.

Ancora una volta il Cavaliere cercherà di trasformare l’angolo del ring in cui è costretto in una ribalta. Ma soprattutto, se il Tribunale accetterà la richiesta della difesa di un’udienza al mese per ciascuna inchiesta, il processo Mills è in pratica già prescritto, quello Mediaset/1 quasi.

L’onorevole avvocato Niccolò Ghedini conferma la strategia – ne aveva già parlato in settimana - ieri mattina davanti all’aula del gip di Milano che ha appena rinviato l’udienza preliminare Mediaset/2 per un doppio difetto di notifica. «Non esiste un precedente di persona imputata in quattro procedimenti contemporaneamente - spiega Ghedini - dunque quello che abbiamo proposto al presidente del Tribunale Livia Pomodoro, visto che Berlusconi vuole essere presente, è di dedicare il lunedì ai processi, magari anche con un doppio turno, la mattina un’udienza preliminare e il pomeriggio uno dei dibattimenti. Questo è il massimo dello sforzo: non credo si possa chiedere di più a un capo di governo.E d’altra parte la Corte Costituzionale, che ha mantenuto in vita l’impianto del legittimo impedimento, dice chiaramente che le esigenze dell’imputato con incarichi di governo devono essere prese nella massima considerazione».

Le parole di Ghedini dicono molto, sottintendono di più, dimenticano altrettanto. Tra le dimenticanze, una su tutte: se il premier è imputato in quattro processi contemporaneamente è perché ha esaurito le scappatoie per rinviarli e non può fare altro che affrontarli. Ma sono i sottintesi a pesare di più. Dal punto di vista politico la scelta di essere in aula - “sempre, anche quando parleranno i testimoni” precisa Ghedini - è mossa da giocatore d’azzardo che tenta il tutto per tutto contro il nemico-giustizia e gli assicura una ribalta mediatica eccezionale. Cosa potrà dire o fare il premier-imputato quando Nicole Minetti o Ruby Rubacuori (teste della difesa) dovranno spiegare i bunga bunga ad Arcore? O quando Barbara Faggioli o Iris Berardi racconteranno delle intercettazioni in cui dicono che “fare sesso col Cavaliere è stressante”? I media sono già in fila per lo show. E lui, che è uomo di spettacolo, si frega le mani. Fuori da Palazzo di Giustizia il Pdl ha montato un gazebo con lo striscione “Fuori la politica delle aule di giustizia”. L’udienza è pubblica, nulla dovrebbe ostare alla presenza di taccuini e telecamere. Ma il presidente del Tribunale Giulia Turri potrebbe anche decidere diversamente.

Quello che Ghedini non dice ha peso soprattutto sul piano processuale. La presenza in aula è indispensabile perché la contumacia potrebbe negare le attenuanti generiche di cui beneficiano gli incensurati. E Berlusconi lo è. Poi, al passo di un’udienza al mese, è garantita la prescrizione di almeno due dei quattro processi: Mills “muore” tra gennaio e febbraio 2012 e si prescriverà senza una sentenza perché 7-8 udienze (nel 2011 restano 33 lunedì al netto di ferie e feste, divisi per quattro processi sono appunto 7-8 udienze per ciascuno) non sono sufficienti.

La fine è prossima anche per Mediaset/1 che deve ancora sbrigare un paio di complesse rogatorie. I tempi del processo Ruby dovrebbero essere brevi e la procura ha già ribadito la corsia “preferenziale” in quanto rito immediato ma le eccezioni della difesa li potrebbero forzare. Vedremo cosa deciderà il Tribunale. Ma se non dovesse accettare quello che Ghedini definisce “il massimo sforzo”, restano pur sempre il Parlamento e qualche leggina. Intanto da giovedì comincia l’iter di legge sulla separazione delle carriere tra giudici e pm e sulla modifica del Csm. Una riforma, per il premier, “epocale” .

Era il 25 marzo 1911, un incendio divampò nella camiceria "Triangle Shirtwaist", a New York. Dei centoquarantasei morti, centoventinove erano ragazze: siciliane, russe, ucraine Le fiamme divennero simbolo dello sfruttamento femminile e cambiarono la coscienza americana. Ma soltanto oggi gli ultimi corpi delle sarte sono stati identificati: tre erano italiane.

Fu lo spaventoso crogiolo dell’immigrazione, la fonderia umana nella quale si fusero per sempre i corpi, le identità e le nazionalità dai quali sarebbe nata la New York che conosciamo. Erano soprattutto donne, italiane e ucraine, russe e palestinesi, rumene e irlandesi, le cucitrici che furono consumate insieme un secolo fa esatto nel rogo della camiceria "Triangle Shirtwaist" del Village, negli appena diciotto minuti trascorsi fra il primo grido di «Al fuoco! Al fuoco!» e lo spegnimento. Alla fine furono centoquarantasei morti, tutti fra i sedici e i ventitré anni, piccole schiave incatenate alle macchine per cucire e ai tavoli per il taglio della tela ai quali furono trovate fuse insieme. New York avrebbe dovuto attendere novant’anni, fino all’11 settembre 2001, per subire una carneficina più orribile.

Fu il rogo che cambiò e sigillò il destino di una grande città e di chi ci avrebbe vissuto e lavorato dentro, secondo un canovaccio terribile e ripetuto tante volte nella storia americana periodicamente illuminata da immensi incendi, nella Chicago dei mattatoi industriali, nella San Francisco degli avventurieri, nella Atlanta sconfitta dalla Guerra civile, nella New York selvaggia del primo Novecento, come se il parto doloroso di questa grande nazione avesse bisogno di un falò, per ripartire. Ma di storia, di destini da Roma di Nerone, di crogioli che scuotessero anche le autorità giudiziarie e politiche dal loro comodo, e spesso corrotto, laissez faire, alle centoventinove camiciaie e ai loro diciassette colleghi maschi nell’East Village poco importava.

A Bessie la russa, a Peppina e Concetta le italiane, a Fannie l’ucraina, vittime identificate a fatica e alcune soltanto ora e finalmente sepolte con un nome nel cimitero immenso dei "Sempreverdi" fra Brooklyn e Queens, da un ricercatore ossessionato da quell’incendio, importava soltanto guadagnare quello che il capo reparto decideva di pagarle alla fine di ogni giorno. Non c’erano salari fissi né contratti sindacali. Un dollaro, due al giorno, mai di più, per restare entro i costi previsti dai due proprietari della azienda: diciotto dollari ogni dodici camicie, un dollaro e mezzo a camicia.

Poche di loro, in quel palazzo di dieci piani a pochi passi da Washington Square, nel cuore del Village, chiamato Asch Building, parlavano inglese e capirono che cosa significasse l’urlo che risuonò alle quattro e quarantacinque di un pomeriggio di primavera 1911, il 25 marzo: «Fire! Fire!». Non che la comprensione immediata dell’allarme avrebbe potuto fare molta differenza per le donne e gli uomini che tagliavano, cucivano, lavavano, stiravano e stendevano le camicie. Lo sweathshop, la fabbrica del sudore, occupava tre piani, tra l’ottavo e il decimo, e l’ottavo era bloccato. Tutte le porte erano chiuse dall’esterno e le lavoranti controllate una per una alla fine del turno, perché non rubassero utensili, forbici, aghi, filo o pezze di prezioso cotone.

Il secchio d’acqua che un impiegato della contabilità, William Bernstein, tentò di rovesciare sul focolaio acceso, attingendo all’unico rubinetto funzionante nello stanzone, non avrebbe potuto nulla contro un incendio che trovò, forse per una cicca accesa, nei mucchi di scampoli accatastati sul pavimento, nelle camicie stese ai fili e già asciutte, nel legno del pavimento e dei tavoli, il combustibile ideale. I racconti dei pochi superstiti, come Bernstein che testimoniò al processo contro i due soci proprietari della "Camiceria Triangolo" condannati per omicidio, sono pagine tratte dall’immaginario infernale da catechismo.

Sono scene di donne già in fiamme che correvano cercando di sfuggire al fuoco che stava bruciando le gonne e i capelli, tuffi silenziosi e senza grida di altre che si lanciavano dalle finestre scegliendo il suicidio, fotogrammi di ragazzine «semplicemente impietrite», disse Bernstein, incapaci di muoversi e di reagire. Immobili nell’attesa certa e rassegnata di diventare torce viventi o di cadere asfissiate dal fumo. I vigili del fuoco che, incredibilmente, riusciranno a spegnere un incendio all’ottavo piano in appena diciotto minuti, troveranno sartine fuse con la macchina per cucire alla quale morirono abbracciate, come se non avessero voluto separarsi da quell’utensile che aveva dato loro un mezzo per vivere nella città dove erano approdate.

Molte di loro non sarebbero state identificate per decenni, le ultime per un secolo, come Elizabeth Adler, rumena di ventiquattro anni, come Maximilian Florin, russo di ventitré anni, come la "morta numero 85", una caduta ignota sepolta per novantanove anni con questa lapide, e sarà colei dalle quale partirà, quasi per caso, il cammino di uno storico appassionato di genealogia, Michael Hirsch, ossessionato dall’incendio che cambiò New York. La "vittima numero 85" sarebbe risultata essere la sorella di una giovane di diciassette anni sepolta in un altro cimitero, sotto una lapide che ricorda misteriosamente «la sorella uccisa», senza altre indicazioni. Da quella tomba, Hirsch sarebbe risalito a una pronipote ottuagenaria, pensionata in Arizona. Da lei, dai suoi confusi ricordi personali di prozie perdute all’inizio del Novecento, avrebbe scalato l’albero della loro storia e trovato un nome, nell’elenco delle impiegate della "Camiceria Triangolo", una scomparsa dopo il 25 marzo 1911. E da lì sarebbe risalito alla tomba del cimitero di Brooklyn, finalmente dando un nome a quei resti: Maria Giuseppina Lauletti. Siciliana di vent’anni.

Con lei, l’appello dei morti è stato completato. Sotto il monumento che ricorda quel giorno, sono stati scritti i nomi degli ultimi sei ignoti, Max Florin, Concetta Prestifilippo, Josephine Cammarata, Dora Evans and Fannie Rosen e un atto di pietà è stato scritto. Ma il vero memoriale al rogo delle cucitrici non è in quel cimitero. È nella carne viva della città, che la strage cambiò per sempre e che anche il più "casual" dei turisti può vedere, senza neppure saperlo. Il processo contro i due soci proprietari, che le autorità cittadine perseguirono con tutta la furia e la severità di chi sapeva di avere la coda di paglia politicamente infiammabile quanto quelle camicie, riscrisse e impose la normativa antincendio nella città cresciuta senza regole. Costruì e rese obbligatorie ovunque quelle scale esterne che oggi si vedono pendere dagli edifici più bassi e che ogni film poliziesco o di horror usa per gli incubi degli spettatori. Cominciò la bonifica dei tenement, quei termitai in affitto, come dice il nome, dove le onde umane dei nuovi immigrati si accatastavano una sull’altra facendo di New York all’inizio del secolo scorso la città più densamente popolata del mondo. I regolamenti per la bonifica dei tenement esistevano già da dieci anni, ma né il Comune, né la polizia, né la magistratura si erano mai dati la pena di farli rispettare, nel nome della crescita rapinosa e della generosità sottobanco dei signori dei termitai. E quelle ottantacinque ore di lavoro alla settimana che le ragazzine dell’ottavo piano dovevano subire apparvero, finalmente, intollerabili.

Gli scioperi degli altri schiavi delle macchine per cucire a Philadelphia, a Baltimora, nel Village e nel Garment District di Manhattan, che ancora esiste ma langue nella concorrenza impossibile dei nuovi schiavi che tagliano camice e abiti in Estremo Oriente, incontrarono l’appoggio di un pubblico che, fino a quel falò, preferiva schierarsi con chi offriva loro, a qualunque prezzo, un lavoro. Per anni, e invano, altri operai e operai dell’industria tessile avevano organizzato scioperi. E in un’altra fabbrica del sudore a New York, pochi anni prima, si sarebbe visto lo spettacolo inaudito e terrorizzante del primo sciopero indetto e organizzato interamente da donne. I ritocchi salariali e miglioramenti avevano appena sfiorato le ragazze della "Camiceria Triangolo", reclutate fra le più giovani, le più timide, le più docili immigrate dalla Sicilia, dai ghetti d’Ucraina e di Russia. Lo Asch Building è ancora lì dov’era nel pomeriggio del 25 marzo 1911, ribattezzato Brown Building e oggi parte della New York University alla quale fu donato. È un edificio poco interessante, nella banalità dello stile neo rinascimentale che disseminò di palazzi simili le città americane, e alle finestre dell’ottavo piano, oggi sede di rispettabili studenti e insegnanti di scienze, c’è qualche condizionatore d’aria. È un luogo un po’ freddino, poco trafficato, stranamente silenzioso nonostante la prossimità con Washington Square, il cuore del Village. Non entra in nessuna foto o videoclip ricordo del viaggio a New York. Si incrociano giovani, studenti, soprattutto studentesse, belle, serie, sorridenti, decise, occupate a vivere quel sogno che altre ragazze cucirono anche per loro, con la propria vita.

Sulle origini della festa dell’8 marzo vedi anche l’eddytoriale n. 6

Non pioveva così da quarant’anni, secondo le imperturbabili statistiche della meteorologia nazionale, nelle Marche flagellate dal maltempo. E di fronte alla tempesta di acqua, neve e vento che imperversa da un capo all’altro dello Stivale, è forte la tentazione di ricorrere ancora una volta al cinismo di un vecchio proverbio popolare, per dire che da quarant’anni non avevamo un governo tanto incline all’appropriazione indebita e al consumo del territorio. Ma in realtà questa è solo l’ultima puntata, in ordine di tempo, di una storia infinita che purtroppo dura da sempre e ormai ha trasformato la nostra beneamata penisola nel Malpaese più sinistrato e vulnerabile d’Europa. Auguriamoci che, prima o poi, arrivi a un epilogo ragionevole.

Non c’è disastro o calamità naturale infatti che possano essere relegati nella dimensione biblica della fatalità, senza chiamare in causa le responsabilità o quantomeno le corresponsabilità dell’uomo, l’uomo di governo e l’uomo della strada, il potente e il cittadino comune. Vittime, feriti e dispersi; frane, smottamenti e alluvioni; danni e rovine non sono altro che il triste risultato del combinato disposto tra la furia degli elementi e l’inerzia o l’incuria degli esseri umani. Tutto è, fuorché emergenza: cioè eventualità imprevista e imprevedibile, caso fortuito, accidente della storia.

Non sorprende perciò più di tanto neppure la notizia che in Indonesia la ricostruzione post-terremoto sia proceduta più rapidamente che all’Aquila. Nonostante la retorica dei trionfalismi governativi, qualcuno avrebbe potuto meravigliarsi semmai del contrario.

C’è sempre la mano dell’uomo, il suo intervento, la sua assenza o comunque la sua complicità, nel dissesto del territorio che aggrava gli effetti e le conseguenze dei fenomeni naturali. Vale a dire il consumo eccessivo del suolo, l’alterazione diffusa dell’assetto idro-geologico, la cementificazione selvaggia delle coste, l’abusivismo e quantaltro. Quando le colline o le montagne franano a valle, molto spesso il fenomeno dipende dal disboscamento incontrollato che taglia gli alberi e distrugge la "rete" sotterranea delle radici. Quando i fiumi esondano, allagando le campagne e mietendo vittime, la causa più frequente è la deviazione degli alvei originari o la trasformazione artificiale degli argini. E così via, di scempio in scempio.

Manca una politica organica del territorio, difetta la prevenzione, si dispensano di tanto in tanto sanatorie o condoni: e allora sì, il governo è veramente "ladro", perché sottrae alla collettività e alle generazioni future un patrimonio irriproducibile. Ma manca perfino l’ordinaria manutenzione, quella che tocca innanzitutto allo Stato, agli organismi centrali e alle amministrazioni locali. E spetta però anche al privato cittadino: all’agricoltore, al proprietario, all’inquilino o al singolo condomino, a ciascuno di noi insomma nel proprio habitat vitale, per promuovere quella che Salvatore Settis chiama "azione popolare" nel libro intitolato Paesaggio, Costituzione, Cemento, invocando una battaglia per l’ambiente contro il degrado civile.

Politica del territorio significa, innanzitutto, governo e gestione del territorio. Cura, controllo, progettazione, pianificazione. Ma, ancor prima, significa cultura del territorio: cioè conoscenza e rispetto. Consapevolezza di un bene comune, di un’appartenenza e di un’identità. E quindi, difesa della natura, dell’ambiente, del paesaggio.

Un fango materiale e un fango virtuale minacciano oggi di sommergere l’Italia. Il fango prodotto dal maltempo, dall’acqua e dalla terra. E il fango prodotto dal malcostume dilagante, dall’affarismo e dall’edonismo sfrenato. Vanno fermati entrambi, in ragione della responsabilità e della solidarietà.

La convivenza di una comunità nazionale si fonda necessariamente sull’etica civile. Questa riguarda l’ambiente in senso stretto e l’ambiente in senso lato, la società e la politica. Non c’è legge elettorale, consenso popolare o federalismo municipale che possa surrogare o sostituire un tale valore costitutivo. È proprio attraverso la devastazione del territorio che rischia di passare fatalmente la disgregazione del Paese.

Quel conflitto di interessi che per molti anni i leader del centrosinistra hanno smesso di nominare, tentando di mimetizzarlo nelle partite di giro tra un'elezione e l'altra, è l'anomalia italiana destinata a trascinare tutte le altre. «Nel '94 le abbiamo dato garanzia piena che non avremmo toccato le sue televisioni», diceva l'onorevole Violante rivolgendosi a Berlusconi, in un purtroppo celebre discorso alla camera, qualche anno fa. E quella ferita inflitta al sistema democratico ora trascina a valanga i fragili contrappesi istituzionali che tentano di arginarla. Dall'uso contundente della maggioranza parlamentare per sottrarsi al processo Ruby, fino al paradosso di queste ore quando un primo ministro editore può decidere se e come si intrecceranno le proprietà di giornali e televisioni.

In un paese normale sarebbe il presidente del consiglio l'autorità deputata a firmare il provvedimento che proroga il divieto di incrocio tra le proprietà di stampa e tv, come è necessario dopo il pasticcio delle modifiche al decreto milleproroghe. Ma nella patria del conflitto di interessi l'unico che non può mettere la firma per regolare questo macigno della nostra democrazia è esattamente l'attuale capo del governo. Lo scrive l'Antitrust nella lettera inviata al premier e ai presidenti di camera e senato, cioè alle più alte cariche parlamentari e di governo. Il gesto dell'Autorità è l'estremo tentativo dell'arbitro di fischiare il fallo, di segnalare il vicolo cieco di una anomalia ormai irriducibile. E' un atto che mette in pubblico il degrado istituzionale, ormai fuori misura e fuori controllo.

La pur sbiadita legge sul conflitto di interessi (firmata dal fedele Frattini) prevede che Berlusconi esca dalla stanza del consiglio dei ministri quando si discutano provvedimenti che potrebbero coinvolgere le sue aziende (e il suo portafoglio). In questo caso non solo dovrebbe essere presente ma addirittura firmare l'atto che lo riguarda.

Possiamo facilmente immaginare in quale considerazione terrà questo rilievo Berlusconi. Dopo aver aggiunto anche l'Antitrust alle istituzioni (Parlamento, Quirinale, Consulta) che non lo lasciano lavorare, prenderà la penna e firmerà l'atto. Diversamente, in mancanza di una proroga, avrà la via spianata per aggiungere al suo impero mediatico i quotidiani che preferisce, magari uno solo, il più corteggiato e ambito.

E' la quadratura perfetta del cerchio, il regime che trova finalmente la conclusione del ventennio.Cementato così, con o senza firma, il conflitto di interessi, Berlusconi potrà avviare la fase successiva, necessaria a perfezionare l'ultimo capitolo: la definitiva blindatura della televisione, con l'azzeramento delle ultime sacche di resistenza. Lo stato dei lavori è molto avanzato, manca giusto qualche dettaglio. Fatti gli ultimi acquisti (Sgarbi e Ferrara arruolati nella rete ammiraglia del servizio pubblico), si può concludere la partita con la fantastica trovata elaborata nelle stanze della commissione parlamentare di vigilanza: alternare Floris e Santoro con due conduttori di «diversa formazione culturale». Una rotazione settimanale tra destra e sinistra. Naturalmente il democratico e pluralista avvicendamento vale solo per questi due talk-show, tutto il resto (Tg1, Ferrara, Sgarbi, Vespa) non si tocca perché in questo caso il pluralismo è incorporato nella loro specchiata autonomia. E' grottesco, ma anche semplice. Basta avere la maggioranza parlamentare (in questo caso della vigilanza) e il gioco è fatto.

È rivolta fra insegnanti, studenti e sindacati, compresa l’Ugl, per l’attacco lanciato sabato da Silvio Berlusconi contro la scuola pubblica: nella sua pseudo-smentita conferma il concetto sull’«indottrinamento politico e ideologico» che farebbero i docenti. La ministra dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, invece di sentirsi colpita nel suo ruolo, difende il premier. Al punto che il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ne chiede le dimissioni: «Se la Gelmini fosse un vero ministro, invece di arrampicarsi sui vetri per difendere Berlusconi, dovrebbe dimettersi». Perché «la scuola pubblica è nel cuore degli italiani. Da Berlusconi arriva uno schiaffo inaccettabile, non permetteremo che la distrugga». E Dario Franceschini, Pd, da Twitter lancia la proposta di una manifestazione per «difendere la scuola pubblica dagli insulti di Berlusconi»: «Tutti di nuovo in piazza, come le donne il 13 febbraio, senza simboli e bandiere». Il capogruppo Pd accoglie «l’importantissima» disponibilità offerta da Beppe Giulietti per il 12 marzo, allargando la protesta in difesa della Costituzione. La Cgil scuola sciopererà il 25 marzo con i lavoratori pubblici, potrebbe replicare con lo sciopero generale proposto da Susanna Camusso. Anche ItaliaFutura, fondazione di Luca Cordero di Montezemolo, denuncia le «esternazioni in libertà» di Berlusconi «che i cittadini non possono sopportare» e «si attendono che faccia funzionare la scuola, non di demolirne la legittimità».

Mariastella Gelmini rispondendo a Bersani ribadisce il concetto sulla scuola dominata da postsessantottini: «Berlusconi non ha attaccato la scuola pubblica», dice come una scolaretta, «ma ha difeso la libertà di scelta delle famiglie». E rilancia: «La sinistra guarda alla scuola pubblica come a un luogo di indottrinamento ideologico. Bersani si rassegni: la scuola non è proprietà privata della sua parte politica».

La Rete degli studenti denuncia la «cancellazione» dell’istruzione pubblica da parte del governo, «altro che riforma», Gelmini e Tremonti hanno ridotto la scuola «a un cumulo di macerie». Gli insegnanti del Gilda bollano il «comportamento inaccettabile» del premier e ricordano che la situazione è opposta: «La scuola statale è un luogo di confronto pluralistico, mentre legittimamente la scuola privata è di tendenza e trasmette convinzioni religiose, politiche e filosofiche». Insomma, Berlusconi si rilegga «i saggi di Luigi Einaudi, che non era un comunista e difendeva il valore della scuola pubblica statale».

Uniti tutti i sindacati. Secondo Domenico Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, «Berlusconi non ha né l'autorità morale né quella etica per parlare di scuola pubblica»; Giovanni Centrella, segretario dell’Ugl, ricorda «le gravi ristrettezze in cui operano i professori e le famiglie stesse». Francesco Scrima, Cisl Scuola, parla di «accuse generiche e strumentali agli insegnanti, a cui si continua a chiedere tanto e a dare troppo poco».

Dure critiche da tutta l’opposizione. Nichi Vendola, nella convention di ieri a Roma, spiega così l’attacco di Berlusconi: «È stata proprio la crisi della scuola pubblica e il trionfo delle sue televisioni ad aver accompagnato l’egemonia culturale di un quindicennio». Demolirla quindi è strategico, secondo il leader di Sel: «A queste classi dirigenti serve opinione pubblica narcotizzata».

Antonio Di Pietro insiste più sulla morale: «Sui valori e sull’istruzione Berlusconi non può dare lezioni, se c’è qualcuno che è stato un esempio negativo per i giovani è proprio lui». Anche Rosy Bindi è indignata sul piano morale: «Chi conclude incontri politici inneggiando alle sue indicibili abitudini notturne non è degno di pronunciare la parola famiglia», né di insegnamento, quando alla scuola ha «tagliato risorse, negato dignità agli insegnanti e impoverito i percorsi formativi». Per Italo Bocchino, Fli «sta dalla parte della scuola pubblica» nel solco di Giovanni Gentile e ricorda come alcune privare siano «un diplomificio» o un lasciapassare per figli di ricchi.

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