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Sulle mura di Milano è ancora fresca la colla dei manifesti che attaccano i giudici come terroristi dando voce alle irresponsabili piazzate di un capoparte populista: e oggi è sempre lo stesso capoparte che si lancia in un nuovo attacco a testa bassa, questa volta contro la scuola pubblica. Si tratta di attacchi eversivi. Nel senso proprio del termine, diretti cioè a distruggere le istituzioni statali. Non è per caso se si è passati dai giudici delle Procure alla scuola pubblica. Sono i luoghi dove per definizione tutti i cittadini sono o dovrebbero essere posti in condizioni di uguaglianza nel godimento di diritti fondamentali. Se non lo sono, questo accade per strozzature sociali a monte che i padri costituenti della Repubblica ebbero ben presenti e indicarono come ostacoli da rimuovere. Oppure accade per strozzature a valle, perché le risorse disponibili sono scarse, perché si taglia il personale che dovrebbe garantire il funzionamento delle istituzioni pubbliche più delicate. Sappiamo molto bene come, riducendo mezzi e persone, chi manovra le finanze statali possa uccidere le reti istituzionali della vita associata: lo vediamo tutti i giorni sotto i nostri occhi.

Non è difficile però comprendere le ragioni dell´odierno attacco contro la scuola pubblica. Vediamole, premettendo che l´accusa alla scuola pubblica di essere un luogo di indottrinamento ideologico da parte della sinistra è una tesi indimostrabile e speciosa. Ma è probabile che l´attacco del premier sia stato ispirato dalla scoperta fatta dai 19 deputati del Pdl guidati dall´onorevole Gabriella Carlucci che nei manuali di storia c´è chi "getta fango su Berlusconi", da cui la richiesta di una commissione d´indagine. Se tutto il problema si riduce a questo, si faccia pure l´indagine: ma non certo per sostituire i manuali oggi scelti autonomamente dagli organi scolastici competenti con la lettura obbligatoria dell´autobiografia del premier. La scuola pubblica è tale proprio perché è il luogo della serietà e della libertà dell´apprendimento, cioè l´esatto contrario dell´indottrinamento passivo. La scuola pubblica come palestra di formazione non può che essere luogo di responsabile libertà del docente e dell´impegno serio e assiduo dei discenti, mentre allo Stato deve garantire quel principio liberale del premiare i capaci e meritevoli tra i docenti e tra i discenti. Su questi e non su altri fondamenti è nata la scuola che, dai tempi di Napoleone, si definisce "pubblica" per distinguerla da quella "privata".

C´è però una ragione più generale alla radice di questa polemica: l´avversione contro tutto ciò che è pubblico, dall´ordinamento istituzionale del paese ai valori della carta costituzionale che lo tengono unito. È questo che suscita la reazione dell´uomo che sta risucchiando nei gorghi del suo privato tutto ciò che tocca. Quello che vediamo è la versione italica di un conflitto profondo e sostanziale tra la privatizzazione capitalistica delle risorse pubbliche e i fondamenti stessi della democrazia. In un progetto che tende allo svuotamento della sostanza democratica e costituzionale del paese la scuola non è un obbiettivo secondario. Come ha ricordato il presidente Napolitano, è alla scuola e all´istruzione pubblica che spetta un compito fondamentale: «Diffondere tra le nuove generazioni una più approfondita conoscenza dei diritti e dei doveri che da più di mezzo secolo la Costituzione repubblicana garantisce e indica a tutti i cittadini». Un compito importante e delicato : è stato ancora Napolitano a sottolineare quanto ne dipenda la crescita del paese nel contesto del sistema e dei valori dell´Europa unita. Ecco perché non bisogna stancarsi di difendere i diritti alla scuola dall´attacco dei privatizzatori; ed ecco perché agli studenti bisogna chiedere che non si stufino di difendere la scuola pubblica dagli attacchi di chi avrebbe tante ragioni per dichiarare fallimento e ritirarsi da una scena politica dove ha portato solo divisione e scandali.

La sentenza a carico dei dirigenti della ThyssenKrupp è molto dura. Su un punto fondamentale, quello di giudicare gli investimenti in tema di sicurezza consapevolmente non effettuati come prova di omicidio volontario da parte dell´amministratore delegato, la Corte ha accolto in pieno le richieste dell´accusa.

Come si aspettavano familiari e compagni delle vittime. Condannando la massima autorità dell´impresa al massimo della pena proposta dai Pm, sedici anni, e cinque dirigenti a pene che vanno da dieci anni – un anno in più rispetto alla richiesta – a tredici e mezzo, la sentenza riafferma con estrema forza un principio cruciale: di lavoro non si può, non si deve morire. Per cui ogni dirigente o imprenditore che non si occupa e preoccupa a sufficienza della sicurezza dei dipendenti sui luoghi di lavoro incorre in una colpa grave. Anche quando non abbia contribuito direttamente all´incidente che ha ucciso qualcuno, ma in qualche modo abbia accettato che esso succedesse come effetto eventuale del suo comportamento. Come decidere di non predisporre adeguate misure di sicurezza in un impianto che di lì a qualche tempo si dovrebbe chiudere o trasferire, perché in fondo esse sarebbero, nella ratio della contabilità aziendale cui un dirigente ritiene di doversi attenere, un inutile spreco. Anche se, per evitare quello spreco, finisce che ci vanno di mezzo vite umane.

La contabilità fondata sull´idea del "non è mai successo, perché dovrebbe accadere adesso?" è molto diffusa nelle imprese di ogni dimensione. Essa contribuisce a provocare oltre mille morti l´anno, decine di migliaia di infortuni invalidanti, nonché gran numero di malattie professionali che rattristano e accorciano la vita. La sentenza ThyssenKrupp è un grosso aiuto per combattere tale cultura. Essa fa severamente presente a dirigenti e imprenditori che se quello che non sarebbe dovuto succedere poi accade davvero, perché loro non hanno preso le dovute misure precauzionali, d´ora innanzi rischiano molto.

Una pena di tal gravità non era mai stata avanzata nelle numerose cause derivanti da incidenti sul lavoro che si sono susseguite negli scorsi decenni. Poiché gravissime erano le colpe degli imputati, si può essere soddisfatti perché giustizia è stata fatta, anche se essa non riduce né l´entità della tragedia né il dolore delle famiglie. Ma v´è un aspetto di questa sentenza che va al di là del senso di restituzione di qualcosa che era dovuto alle vittime, ai loro compagni, ai familiari. Negli ultimi decenni il mondo del lavoro ha pagato un prezzo elevatissimo in termini di compressione dei salari, peggioramento delle condizioni di lavoro, erosione dei diritti acquisiti, oltre che di vittime di incidenti e malattie professionali che la legge sulla sicurezza nei posti di lavoro dovrebbe limitare, se negli ultimi anni non fosse stata indebolita in vari modi dal legislatore. Questa sentenza – che arriva una volta, ma può essere una volta determinante; e verte su un caso specifico, che può però diventare generale – afferma che tutto ciò non è giusto. E che tutti i suoi elementi si tengono, per cui se si attenta a uno si compromettono anche gli altri. Da ultimo è il lavoro a creare benessere per tutti. E´ la base su cui si regge sia la ricchezza privata che quella pubblica. Merita un ampio riconoscimento sociale – lo dice perfino la Costituzione. Perciò né il lavoro né il lavoratore dovrebbero essere trattati come una merce che si usa se serve, si butta da parte se non serve, si cerca di pagare il meno possibile, e non importa poi troppo se chi presta il lavoro ci rimette la vita perché l´impresa, in nome della globalizzazione e del mondo che è cambiato, deve anzitutto far quadrare il bilancio. Dopo la sentenza di Torino, un simile modo di ragionare dovrebbe ridurre un po´ la sua iniqua presa, nel sistema economico non meno che in politica.

Obiettivo niente scioperi. Mai

di Rocco Di Michele

Una guerra in cui non si fanno prigionieri. Quella dichiarata dalla Fiat contro i propri dipendenti non ha precedenti nella storia repubblicana di questo paese. Il doppio colpo portato ieri è da questo angolo visuale chiarissimo.

La mattina si è discusso un problema apparentemente minore: il «monte ore» di permessi sindacali di cui - in proporzione agli iscritti - godono i delegati di fabbrica alla Sata di Melfi, la Sevel in Val di Sangro e la Fma di Pratola Serra. La Fiat aveva disdettato qualche tempo fa gli accordi che andavano avanti da decenni. Ora si è capito perché. In cambio di un certo numero di ore di permesso annuo, ha preteso fosse applicata una «clausola di responsabilità» per cui i sindacati che avrebbero firmato si impegnavano a evitare scioperi e proteste - anche quelle spontanee che nascono sulle linee quando «la catena» va troppo veloce. Se ci saranno, scatteranno sanzioni contro le organizzazioni, che perderanno parte o tutti i permessi e l'agibilità sindacale.

Solo apparentemente questa versione della «clausola» sembra meno grave di quella infilata negli accordi per Pomigliano e Mirafiori. Lì, infatti, era previsto anche il licenziamento dei lavoratori che scioperavano. Qui «solo» la riduzione della libertà sindacale. In realtà, cambia poco: i delegati - fin qui eletti dai lavoratori, in futuro si vedrà - vengono posti in conflitto diretto (per banale «interesse personale» a lavorare qualche giorno in meno l'anno) con gli altri lavoratori. Se i secondi scioperano, i primi ci rimettono. E ovviamente la Fiom non ha firmato.

Questo delle sanzioni per il sindacato è un obiettivo condiviso da tutta Confindustria (ne avevano parlato nei giorni scorsi sia Giorgio Usai, di Federmeccanica, che la presidente Emma Marcegaglia). E si crea una tenaglia chiarissima: «da una parte nei contratti individuali si chiede al lavoratori di impegnarsi a non scioperare, dall'altra si richiede identica disponibilità al sindacato». Giorgio Airaudo non ci va giù tenero. «Non stiamo neppure parlando di autoregolamentazione o procedure di raffreddamento, ma di uno scambio tra libertà d'azione sindacale e qualche privilegio per singoli sindacalisti». In generale, «sono restrizioni della democrazia; così la Fiat contribuisce alla disintegrazione della coesione sociale». Si «pratica l'obiettivo» di creare «un altro modello sindacale e altre ipotesi di rappresentanza».

Poche ore dopo è toccato alla ex Bertone, ora Officine Automobilistiche Grugliasco. Nell'incontro, chiesto dai sindacati«complici» (Fim e Fismic, soprattutto) per vedersi consegnare il testo dell'«accordo» da sottoporre al giudizio dei lavoratori, la Fiat si è rifiutata di esibirlo. Nel prossimi giorni, forse, sarà loro mostrato un «dispositivo» che avrà a «riferimento» il «futuro contratto dell'auto». Quale possa essere lo ha spiegato la stessa Fiat: il testo approvato per Pomigliano. Avremmo dunque un altro record: un contratto aziendale (doveva essere un «caso unico», giuravano!) che diventa «nazionale» senza altre discussioni.

L'idea di Marchionne è molto semplice: «in Fiat non ci possono essere due stati». Quindi tutti gli stabilimenti dovranno girare sullo stesso regime. A Grugliasco la Fiom raccoglie il 62% dei lavoratori. Nei prossimi giorni le Rsu - che avevano presentato addirittura una propria piattaforma - esamineranno la situazione. In ogni caso avevano già stabilito che qualunque accordo sarebbe stato sottoposto a referendum.

La Fiat, su questo punto, mostra di avere qualche incertezza. E quindi - stando alle parole dei dirigenti del Fismic (l'ex Sida fondato direttamente dal Lingotto negli anni '50) - non anticiperà più il pagamento della cassa integrazione (in violazione esplicita dell'accordo firmato solo un anno e mezzo fa). Un modo esplicito di ricattare i dipendenti: finché non votate come io voglio, non vi dò neppure i soldi che poi io (azienda) mi vedrò restituire dall'Inps.

Un'incertezza che la dice lunga anche sulla fiducia che ripone nei sindacati «complici». Ieri Di Maulo (segretario del Fismic) a fine incontro aveva detto erroneamente che «tutti i dipendenti di Grugliasco sarebbero passati a Mirafiori». L'ufficio stampa della Fiat è dovuto scendere di corsa per fargli correggere le dichiarazioni.

BERTONE

Chi fermerà Marchionne?

di Loris Campetti

Si scrive Fim, si traduce «Fabbrica Italia Mirafiori». È il nuovo nome depositato da Sergio Marchionne alla Camera di commercio con cui d'ora in poi si chiameranno le carrozzerie del gigante torinese. Non è uno scherzo, certo non è il prodotto di una trattativa tra la Fiat e il sindacato dei metalmeccanici Cisl - tu firmi tutto e io ti faccio pubblicità - però fa ridere.

Peccato che non ci sia molto da ridere. L'escalation del supermanager della Provvidenza fa paura. Prima bombarda Pomigliano fino a strapparne lo scalpo, i diritti dei lavoratori; poi procede con la panzer division contro Mirafiori e per il rotto della cuffia il ricatto antioperaio passa anche qui; ora è la volta della Bertone, più di mille operai da anni senza lavoro a cui impone le stesse condizioni servili delle due fabbriche maggiori. Marchionne non riesce a strappare l'anima, la dignità, ai suoi lavoratori e allora lacera il loro corpo. È ancora più indecente che questo avvenga alla Bertone, dove l'acquisto da parte della Fiat dopo 8 anni di tribolazioni, cassa integrazione, amministrazione controllata, tentativi di speculazione era stato accolto dagli operai come una liberazione, una speranza di futuro. Eccoli serviti a dovere.

Alla Bertone i due terzi dei lavoratori sta con la Fiom che si rifiuta di sottoscrive l'atto di condanna a morte dei diritti individuali e collettivi, si proibisce lo sciopero e si espellono le organizzazioni che non sottoscrivono. Dunque la sfida eccita ancor più Marchionne che vuol vedere se di fronte all'ultimatum «o accettate o vado a costruire la Maserati all'estero» la dignità reggerà, o prevarrà per fame il realismo di chi ha figli da mantenere e mutui da pagare. Fim, Uilm e Fismic si sono già consegnati e pretendono di consegnare tutti i lavoratori, a mani alzate, al generale occupante, fingendosi sindacati ragionevoli mentre servilmente mettono le loro guarnigioni a disposizione dell'esercito nemico per espugnare la roccaforte della Fiom. In cambio riceveranno distacchi e permessi sindacali, non diritti perché quando i diritti non sono per tutti si chiamano privilegi, merce di scambio sulla pelle di chi lavora che non potrà più scegliere da chi farsi rappresentare. Sempre nel caso in cui il ricatto passi al voto della fabbrica, sennò la Maserati sfreccerà su altre piste. Persino il timido tentativo del sindaco di Torino Sergio Chiamparino (per arrivare a una scelta condivisa la Fiat tolga le clausole sul diritto di sciopero) è stato rifiutato dall'arrampicatore della Chrysler, il «Marchionne del Grillo» come lo aveva definito questo giornale, quello che «io so' io e voi non siete un cazzo», nonché compagno di scopone di Chiamparino.

L'escaltion di Marchionne non si ferma qui. La Fiat annuncia che non pagherà più gli anticipi di cassa integrazione, in piena violazione di accordi sottoscritti. E aggiunge che a chi non firma saranno decurtati i permessi sindacali. Per concludere, il cancro alla Fiat produce le sue metastasi nelle aziende dell'indotto: la Magneti Marelli avrà commesse per la nuova Panda, ma solo a condizione che i suoi dipendenti accettino il contratto strappato a Pomigliano.

Marchionne è un pericolo per la democrazia italiana, democraticamente va fermato. Non è un compito della sola Fiom.

Che tristezza, che indegna campagna si sta scatenando contro il nostro collaboratore Alberto Asor Rosa. Addirittura girano appelli bipartisan, meritevoli di altri destinatari, per questo mai disturbati. Asor Rosa è un intellettuale che esprime liberamente il suo pensiero, talvolta anche in modo paradossale. Non ha truppe cammellate, né un partito alle spalle, ma solo un piccolo giornale contro il quale altre volte sono state scagliate accuse di ospitare il pensiero dei "cattivi maestri", sempre lanciate dalla destra del Pci. E non a caso questo attacco oggi, come ieri, viene portato da un ex stalinista.

Strumentalizzare una provocazione è gioco facile, specialmente se si possiedono i potenti mezzi della televisione. Parliamo naturalmente del clamore suscitato dall'articolo di Asor Rosa («Non c'è più tempo», manifesto 13 aprile), pubblicato nella prima pagina accanto a un articolo di Valentino Parlato (ancora sull'emergenza berlusconiana) e a uno di Ugo Mattei sul furto di legalità contro i referendum.

Abbiamo pubblicato la sua opinione, compresa la paradossale conclusione, perché affonda lo sguardo sull'eutanasia della democrazia italiana, riflette sulla torsione autoritaria del regime (parola fino a qualche anno fa ostracizzata ma ormai diventata di uso corrente). Più che sulla boutade finale («chiamiamo i carabinieri, la polizia» e, già che ci siamo «anche la guardia di finanza») con cui si concludeva il suo intervento, sarebbe utile sviluppare la discussione sulla grave compromissione degli spazi di agibilità democratica provocati dal plebiscitarismo di Berlusconi, portato alle estreme conseguenze con la cancellazione dell'architrave delle democrazie moderne: la divisione dei poteri.

Noi crediamo nei movimenti, nella possibilità di sbarazzarci di Berlusconi e del berlusconismo con la loro forza, testimoniata in questi mesi in modo straordinario e ancora in campo in queste elezioni amministrative e nei referendum. Rispetto a uno sbocco positivo, lasciamo i paradossi alla loro funzione e discutiamo come affrontare lo stato di emergenza.

Il parlamento è trasformato in un collegio di difesa allargato del premier, l'assalto all'autonomia della giurisdizione è giunta fino all'approvazione della vergognosa legge sul cosiddetto "processo breve", e l'assommarsi delle prerogative del legislativo e del giudiziario nel potere esecutivo, sotto la spinta inarrestabile del conflitto di interessi, è davanti gli occhi di tutti. A cominciare da quelli del Presidente della Repubblica, come testimoniano le parole forti pronunciate ieri l'altro dal capo dello stato intervenuto sulla situazione politica.

E' Napolitano a parlare di «ristrette oligarchie dotate di poteri economici e sociali senza contrappesi», è ancora il Presidente della Repubblica ad allarmarsi perché «nulla potrebbe essere più lontano dall'idea di una democrazia di un corpo sociale indistinto in grado di esprimersi solo elettoralmente». E' il Quirinale che ieri ha esplicitato l'intenzione di verificare le conseguenze dell'ultima legge ad personam licenziata dalla Camera, prima ancora che giunga a approvazione definitiva da parte del Senato.

Se dunque le leggi del libero confronto, che si forma e si esprime nelle elezioni e nelle maggioranze parlamentari, si trasformano in un vuoto simulacro, parlare della dialettica tra opposizione e maggioranza rischia di diventare esercizio retorico. Scontiamo (purtroppo) l'inadeguatezza di un'opposizione che per prima non crede alla possibilità di mettere in campo un'altra politica, e la crisi istituzionale ne è una delle conseguenze. Del resto le forzature sono all'ordine del giorno: nell'aula di Montecitorio, D'Alema ha recitato l'articolo 88 della Costituzione: il Presidente della Repubblica può «sciogliere le camere sentiti i loro presidenti», anche in assenza di una crisi di governo. E se lo dice D'Alema...

Perché il consenso alla maggioranza non è ancora crollato, nonostante il premier abbia superato ogni limite e il Popolo della libertà sia lacerato dalle divisioni? Il moltiplicarsi delle rissose correnti del Pdl fa impallidire il ricordo della peggior Dc. Quella Democrazia Cristiana evocata dallo Sciascia di Todo modo, per intenderci. E così nei giorni scorsi Libero ha cercato di scongiurare il fantasma di un Berlusconi "bollito" (il termine è del quotidiano) mentre Giuliano Ferrara ha lanciato un "avviso ai naviganti" per ricondurre bruscamente alla ragione i riottosi. Le sempre più affannate e affannose esibizioni del premier rendono chiarissimo il suo obiettivo, incompatibile con un Paese civile –umiliare la magistratura e renderla subalterna al potere politico- e diventano al tempo stesso dei clamorosi autogoal. Si pensi solo all´ultima (per ora) menzogna sul caso Ruby: «L´ho pagata perché non si prostituisse»: come se fosse del tutto normale per i presidenti del consiglio frequentare fanciulle con simili vocazioni.

Perché, allora, quella parte del Paese che ancora sostiene il premier non mostra visibili e sostanziose crepe, trangugia escort e Stracquadanio, il rientro di Scajola e l´evocata uscita dall´Europa, le barzellette più squallide e la paralisi dell´attività parlamentare, sacrificata per intero ai guai giudiziari del leader? Senza misurarsi con questo nodo sarà difficile iniziare a invertire una deriva. Sarà difficile anche impedire il diffondersi di ripiegamenti e di pessimistiche rinunce, di rinnovate forme di scetticismo e di conformistiche chiusure nel "particulare".

C´è in primo luogo da chiedersi se la residua capacità di tenuta del premier si fonda esclusivamente sull´assenza –o sulla flebilissima presenza- di un´alternativa politica. Sarebbe riduttivo pensarlo, rimuovendo così i più generali processi che hanno attraversato il Paese sin dagli anni ottanta. E che lo hanno plasmato in profondità nell´ormai lunghissima fase "berlusconiana", trasformandolo in quel "Paese del pressappoco" tratteggiato con amara ironia da Raffaele Simone: un Paese inesauribile, ad esempio, nel trasformare disastri pubblici in vantaggi privati. Propensione antica, colta già da Goethe nel suo Viaggio in Italia: le strade di Palermo, annotava, sono coperte di immondizie in disfacimento ma ciò è apprezzato dalla nobiltà che ha: «Interesse a mantenere uno strato così morbido alle sue carrozze per poter fare con tutto comodo la solita passeggiata su un terreno elastico».

Anche al Paese profondo rimanda dunque il nodo da cui abbiamo preso le mosse: di qui la difficoltà ma al tempo stesso l´urgenza di invertire la rotta. Di avviare, almeno, un´inversione di tendenza, prima che sia davvero troppo tardi. Prima che le lesioni alle istituzioni siano diventate irrimediabili. E sarebbe una vera iattura se il logoramento del premier si consumasse solo per via giudiziaria, in assenza di proposte credibili: il ruolo della politica è dunque primario, e sin qui le carenze dell´opposizione sono state indubbiamente gravissime. Una decina di anni fa, nella stagione dei "girotondi", si diffuse l´idea che fosse sufficiente dare nuovo slancio a sentimenti di opposizione, portare nelle piazze un´indignazione crescente. E che spettasse poi al centrosinistra raccogliere quello slancio, dargli corpo e prospettive. Che spettasse interamente ad esso, insomma, il passaggio "dalla protesta alla proposta", come si diceva un tempo. Nella crescente abdicazione a questo compito sta una delle radici della paralisi attuale: non vi è alcuna via d´uscita se non si è capaci di delineare in modo credibile "l´Italia che vogliamo", per citare il più efficace ma anche il più disatteso slogan del centrosinistra prodiano. E forse è necessario ricominciare passo dopo passo, con umiltà e rigore, provando a colmare anche su singole questioni lo stridente divario fra i nodi sul tappeto e le nebulose incertezze del dibattito politico attuale.

Si prendano alcuni degli aspetti più scandalosi di questa agonia di regime. È difficile denunciare in modo credibile una legge elettorale sciagurata, che condiziona le dinamiche politiche e favorisce la compravendita dei deputati, se non è in campo una proposta alternativa su cui le opposizioni concordino (lo si è visto anche a dicembre, nel momento di maggior debolezza del premier). Sullo sfondo vi è, naturalmente, la riflessione generale sul "bipolarismo" italiano: è possibile rianimarlo o occorre prender atto che non è mai realmente nato e che il suo simulacro innesca oggi dinamiche ben poco virtuose? E´ un nodo intricato, certo, ma eluderlo contribuisce alla paralisi.

Si pensi anche ad un altro elemento di indecenza, la gestione della Rai: si è aperta anche qui una spirale senza ritorno che costringe costantemente la maggioranza ad alzare il tiro, a sbarazzarsi delle voci che pongono dubbi e aiutano a riflettere. È impossibile spiegare a un osservatore straniero l´ostracismo dato a Vieni via con me, e i veti alla sua ripresa. È difficile spiegargli perché siano duramente osteggiate anche altre trasmissioni di qualità, che pur stanno portando consistenti introiti alla televisione pubblica: da Report a Parla con me o a Che tempo che fa. E mentre si studiavano improponibili contrappesi e alternanze per togliere spazi a Floris e Santoro si accresceva la faziosità del telegiornale di Minzolini creandogli una "coda" rafforzativa. Anche su questo terreno, però, è difficile condurre battaglie credibili se non è sul tappeto un´ipotesi elementare di riforma della Rai che la ponga al riparo sempre, qualunque sia il governo, da guasti come questi. Per non parlare naturalmente del conflitto di interessi: ricordando però che entrambi i nodi sono stati colpevolmente lasciati marcire dal centrosinistra negli anni in cui ha governato.

Infine, è difficile dare sbocchi alla ripresa del protagonismo collettivo, che pur si è manifestata, senza delineare scenari convincenti per il futuro. Si pensi, per fare l´esempio più recente, alla protesta dei lavoratori precari: difficile che possa ampliarsi e trovare continuità se non prende corpo in sede politica una proposta concreta, capace di raccogliere esigenze e ipotesi –pur diverse fra loro- che sono state avanzate anche nei giorni scorsi.

Sono solo alcuni esempi ma rimandano a un elemento centrale: la necessità di verificare sin da subito se è possibile costruire un terreno comune alle differenti e non omogenee "anime" e forze politiche del Paese realmente convinte che occorra voltare pagina prima che sia troppo tardi.

Capisco sempre meno quel che accade nel nostro paese. La domanda è: a che punto è la dissoluzione del sistema democratico in Italia? La risposta è decisiva anche per lo svolgimento successivo del discorso. Riformulo più circostanziatamente la domanda: quel che sta accadendo è frutto di una lotta politica «normale», nel rispetto sostanziale delle regole, anche se con qualche effetto perverso, e tale dunque da poter dare luogo, nel momento a ciò delegato, ad un mutamento della maggioranza parlamentare e dunque del governo?

Oppure si tratta di una crisi strutturale del sistema, uno snaturamento radicale delle regole in nome della cosiddetta «sovranità popolare», la fine della separazione dei poteri, la mortificazione di ogni forma di «pubblico» (scuola, giustizia, forze armate, forze dell'ordine, apparati dello stato, ecc.), e in ultima analisi la creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire?

Io propendo per la seconda ipotesi (sarei davvero lieto, anche a tutela della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi persuadesse, - ma con seri argomenti - del contrario). Trovo perciò sempre più insensato, e per molti versi disdicevole, che ci si indigni e ci si adiri per i semplici «vaff...» lanciati da un Ministro al Presidente della Camera, quando è evidente che si tratta soltanto delle ovvie e necessarie increspature superficiali, al massimo i segnali premonitori, del mare d'immondizia sottostante, che, invece d'essere aggredito ed eliminato, continua come a Napoli a dilagare.

Se le cose invece stanno come dico io, ne scaturisce di conseguenza una seconda domanda: quand'è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, - o autodistrugge? Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha accumulati parecchi.

Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell'autunno del 1922, avesse schierato l'Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?

C'è sempre un momento nella storia delle democrazie in cui esse collassano più per propria debolezza che per la forza altrui, anche se, ovviamente, la forza altrui serve soprattutto a svelare le debolezze della democrazia e a renderle irrimediabili (la collusione di Vittorio Emanuele, la stanchezza premortuaria di Hinderburg).

Le democrazie, se collassano, non collassano sempre per le stesse ragioni e con i medesimi modi. Il tempo, poi, ne inventa sempre di nuove, e l'Italia, come si sa e come si torna oggi a vedere, è fervida incubatrice di tali mortifere esperienze. Oggi in Italia accade di nuovo perché un gruppo affaristico-delinquenziale ha preso il potere (si pensi a cosa ha significato non affrontare il «conflitto di interessi» quando si poteva!) e può contare oggi su di una maggioranza parlamentare corrotta al punto che sarebbe disposta a votare che gli asini volano se il Capo glielo chiedesse. I mezzi del Capo sono in ogni caso di tali dimensioni da allargare ogni giorno l'area della corruzione, al centro come in periferia: l'anormalità della situazione è tale che rebus sic stantibus, i margini del consenso alla lobby affaristico-delinquenziale all'interno delle istituzioni parlamentari, invece di diminuire, come sarebbe lecito aspettarsi, aumentano.

E' stata fatta la prova di arrestare il degrado democratico per la via parlamentare, e si è visto che è fallita (aumentando anche con questa esperienza vertiginosamente i rischi del degrado).

La situazione, dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori.

Se le cose stanno così, la domanda è: cosa si fa in un caso del genere, in cui la democrazia si annulla da sè invece che per una brutale spinta esterna? Di sicuro l'alternativa che si presenta è: o si lascia che le cose vadano per il loro verso onde garantire il rispetto formale delle regole democratiche (per es., l'esistenza di una maggioranza parlamentare tetragona a ogni dubbio e disponibile ad ogni vergogna e ogni malaffare); oppure si preferisce incidere il bubbone, nel rispetto dei valori democratici superiori (ripeto: lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la difesa e la tutela del «pubblico» in tutte le sue forme, la prospettiva, che deve restare sempre presente, dell'alternanza di governo), chiudendo di forza questa fase esattamente allo scopo di aprirne subito dopo un'altra tutta diversa.

Io non avrei dubbi: è arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio. Come?

Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è una fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.

Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale.

Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole. Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno rapidamente sfumando. Se non saranno colte, la storia si ripeterà. E se si ripeterà, non ci resterà che dolercene. Ma in questo genere di cose, ci se ne può dolere, solo quando ormai è diventato inutile farlo. Dio non voglia che, quando fra due o tre anni lo sapremo con definitiva certezza (insomma: l'Italia del '24, la Germania del febbraio '33), non ci resti che dolercene.

Dopo il secolo dei totalitarismi, un nuovo mostro tirannico l’individualismo senza freni che distrugge la società.



Perché un potere sia legittimo, non basta sapere com’è stato conquistato (ad esempio con libere elezioni o un colpo di Stato), occorre ancora vedere in che modo viene esercitato. Fra poco saranno tre secoli dacché Montesquieu ha formulato una regola per guidare il nostro giudizio: «Ogni potere senza limiti non può essere legittimo». Le esperienze totalitarie del XX secolo ci hanno resi particolarmente sensibili ai misfatti di un potere statale illimitato, in grado di controllore ogni atto di ogni cittadino.

In Europa questi regimi appartengono al passato ma, nei Paesi democratici, restiamo sensibili alle interferenze del governo negli affari giudiziari o nella vita dei media, perché queste hanno come effetto la soppressione di ogni limite posto al suo potere. I ripetuti attacchi del Presidente francese o del premier italiano ai magistrati e ai giornalisti sono una dimostrazione di questo pericolo. Tuttavia lo Stato non è l’unico a detenere poteri all’interno di una società. All’inizio di questo XXI secolo, in Occidente, lo Stato ha perso buona parte del suo prestigio, mentre è diventato una minaccia l’ampio potere che detengono alcuni individui, o gruppi di individui. Eppure questa minaccia passa inosservata, perché questo potere si orna di un bel nome, di cui tutti si fanno forti: libertà. La libertà individuale è un valore in crescita, i difensori del bene comune oggi sembrano arcaici.

Come si sia prodotto questo capovolgimento, lo si vede bene nei Paesi ex comunisti dell’Europa dell’Est. L’interesse collettivo oggi è sospetto: per nascondere le sue turpitudini, il regime precedente l’aveva invocato così spesso che più nessuno lo prende sul serio, lo si considera una maschera ipocrita. Se il solo motore del comportamento è in ogni caso la ricerca del profitto e la sete di potere, se la lotta senza pietà e la sopravvivenza del più adatto sono le dure leggi dell’esistenza, tanto vale smetterla di fingere e accettare apertamente la legge della giungla. Questa rassegnazione spiega perché gli ex burocrati comunisti abbiano saputo rivestire, con una facilità sconcertante, gli abiti nuovi dell’ultraliberismo.

A migliaia di chilometri di lì, negli Stati Uniti, in un contesto storico completamente diverso, si è sviluppato da poco il movimento del Tea Party, il cui programma inneggia alla libertà illimitata degli individui e rifiuta qualunque controllo del governo: esige di ridurre drasticamente le tasse e qualunque altra forma di redistribuzione delle ricchezze. Le sole spese comuni accettate riguardano l’esercito e la polizia, cioè ancora la sicurezza degli individui. Chiunque si opponga a questa visione del mondo viene trattato da criptocomunista! Il paradosso è che questa visione si rifà alla religione cristiana, mentre questa, in accordo con le altre grandi tradizioni spirituali, raccomanda di curarsi dei deboli e dei miserabili.

Si passa, in questi casi, da un estremo all’altro, dal tutto-Stato totalitario al tutto-individuo ultraliberale, da un regime liberticida a un altro, di spirito «sociocida», per così dire. Ora il principio democratico vuole che tutti i poteri siano limitati: non solo quelli degli Stati, ma anche quelli degli individui, anche quando rivestono i vecchi abiti della libertà. La libertà delle galline di attaccare la volpe è uno scherzo, perché non ne hanno la capacità: la libertà della volpe è pericolosa perché è la più forte. Attraverso le leggi e le norme che stabilisce, il popolo sovrano ha tutto il diritto di restringere le libertà. Questa limitazione non tocca allo stesso modo tutta la popolazione: idealmente, limita coloro che hanno già molto potere e protegge chi ne ha molto poco.

Il potere economico è il primo dei poteri nelle mani degli individui. Lo scopo di un’impresa è generare profitti, senza i quali è condannata a sparire. Ma al di fuori dei loro interessi particolari, gli abitanti di un Paese hanno anche interessi comuni, ai quali le imprese non contribuiscono spontaneamente. Tocca allo Stato liberare le risorse necessarie a prendersi cura dell’esercito e della polizia, dell’educazione e della salute, dell’apparato giudiziario e delle infrastrutture. O della protezione della natura: la famosa mano invisibile attribuita ad Adam Smith non serve a molto, in questi casi. Lo si è visto con la marea nera nel Golfo del Messico, nella primavera 2010: lasciate senza controllo, le compagnie petrolifere cercano i materiali da costruzione poco costosi e dunque poco affidabili. Di fronte allo smisurato potere economico di individui o di gruppi di individui, il potere politico si rivela spesso troppo debole.

La libertà di espressione a volte viene presentata come il fondamento della democrazia, e per questa ragione non deve conoscere freni. Ma si può dire che è indipendente dal potere di cui dispone? Non basta avere il diritto di esprimersi, occorre anche averne la possibilità; se non c’è, questa «libertà» non è che una parola vuota. Tutte le informazioni, tutte le opinioni non vengono accettate con la stessa facilità nei grandi media. Ora la libera espressione dei potenti può avere conseguenze funeste per i senza-voce: viviamo in uno stesso mondo. Se si ha la libertà di dire che tutti gli arabi sono degli islamisti non assimilabili, essi non hanno più quella di trovare lavoro e neppure di camminare per strada senza essere controllati.

La parola pubblica, un potere tra gli altri, a volte deve essere limitata. Dove trovare il criterio che permetta di distinguere le limitazioni buone da quelle cattive? Soprattutto nel rapporto di potere tra chi parla e colui di cui si parla. Non si ha lo stesso merito se si combattono i potenti del momento o si indica al risentimento popolare un capro espiatorio. Un organo di stampa è infinitamente più debole dello Stato, non c’è dunque ragione di limitare la sua libertà di espressione quando lo critica, purché la metta al servizio della libertà.

Quando il sito Mediapart rivela una collusione tra poteri economici e responsabili politici, il suo gesto non ha nulla di «fascista», qualunque cosa dicano quelli che sono presi di mira. Le «fughe di notizie» di WikiLeaks nulla hanno di totalitario: i regimi comunisti rendevano trasparente la vita dei deboli, non quella dello Stato. In compenso, un organo di stampa è più potente di un individuo e il «linciaggio mediatico» è un abuso di potere.

I difensori della liberà d’espressione illimitata ignorano la distinzione tra potenti e impotenti, il che permette loro di coprirsi da soli di alloro. Il redattore del quotidiano danese Jyllands-Posten, che nel 2005 aveva pubblicato le caricature di Maometto, cinque anni dopo torna sulla questione e modestamente si paragona agli eretici del Medioevo bruciati sul rogo, a Voltaire nemico della Chiesa onnipotente o ai dissidenti oppressi dalla polizia sovietica. Decisamente la figura della vittima esercita oggi un’attrazione irresistibile! Ciò facendo, il giornalista dimentica che quei coraggiosi praticanti della libertà di espressione si battevano contro i detentori del potere spirituale e temporale del loro tempo, non contro una minoranza discriminata. Porre limiti alla libertà di espressione non significa sostenere la censura, ma fare appello alla responsabilità dei padroni dei media. La tirannia degli individui è certamente meno sanguinosa di quella degli Stati; eppure anch’essa è un ostacolo a una vita comune soddisfacente. Nulla ci obbliga a rinchiuderci nella scelta tra «tutto-Stato» e «tutto-individuo»: abbiamo bisogno di difenderli entrambi, e che ciascuno limiti gli abusi dell’altro.

[Traduzione di Marina Verna]

Il Presidente Napolitano, che quando parla d’Europa usa veder lontano e ha sguardo profetico, ha fatto capire nel giorni scorsi quel che più le manca, oggi: il senso dell’emergenza, quando una crisi vasta s’abbatte su di essa non occasionalmente ma durevolmente; l’incapacità di cogliere queste occasioni per fare passi avanti nell’Unione anziché perdersi in «ritorsioni, dispetti, divisioni, separazioni». Son settimane che ci si sta disperdendo così, attorno all’arrivo in Italia di immigrati dal Sud del Mediterraneo. Numericamente l’afflusso è ben minore di quello conosciuto dagli europei nelle guerre balcaniche, ma i tempi sono cambiati. Lo sconquasso economico li ha resi più fragili, impauriti, rancorosi verso le istituzioni comunitarie e le sue leggi.

Durante il conflitto in Kosovo la Germania accolse oltre 500mila profughi, e nessuno accusò l’Europa o si sentì solo come si sente Roma. Nessuno disse, come Berlusconi sabato a Lampedusa: «Se non fosse possibile arrivare a una visione comune, meglio dividersi». O come Maroni, ieri dopo il vertice europeo dei ministri dell’Interno che ha isolato l’Italia: «Mi chiedo se ha senso rimanere nell’Unione: meglio soli che male accompagnati». La sordità alle parole di Napolitano è totale.

La democrazia stessa, che contraddistingue gli Stati europei e spinge i governi a preoccuparsi più dell’applauso immediato che della politica più saggia, si trasforma da farmaco in veleno. Di qui la sensazione che l’Unione non sia all’altezza: che viva le onde migratorie come emergenza temporanea, non come profonda mutazione. Governi e classi dirigenti sono schiavi del consenso democratico anziché esserne padroni e pedagoghi con visioni lunghe. Non a caso abbiamo parlato di spirito profetico a proposito di Napolitano. È la schiavitù del consenso a secernere dispetti, rancori, furberie. Tra le furberie che ci hanno isolato c’è la protezione temporanea eccezionale che il nostro governo ha concesso a 23.000 immigrati. La protezione è prevista dal Trattato di Schengen, ma solo per profughi scampati a guerre e persecuzioni: non vale per i tunisini, come ci hanno ricordato ieri la Commissione e gli Stati alleati. Non è violando le regole che l’Italia suscita solidarietà. Può solo acutizzare le diffidenze: un altro veleno che mina l’Unione.

Per questo vale la pena soffermarsi sul significato, in politica, dello spirito profetico. Vuol dire guardare a distanza, intuire le future insidie del presente, ma innanzitutto comporta un’operazione verità: è dire le cose come stanno, non come ce le raccontiamo e le raccontiamo per turlupinare, istupidire, e inacidire gli elettori. Di questo non è capace Berlusconi ma neanche gli altri Stati e le istituzioni europee: i primi perché sempre alle prese con scadenze elettorali, le seconde perché intimidite dalle resistenze nazionali. La lentezza con cui si risponde alle rivoluzioni arabe non è la causa ma l’effetto di questi mali.

La prima verità non detta è quasi banale, e concerne l’intervento in Libia e il nostro voler pesare sui presenti sconvolgimenti arabi e musulmani. Condotta con l’intento di apparire attivi, la guerra sta confermando il contrario: una grande immobilità e vuoto di idee. È un attivarsi magari sensato all’inizio, ma che mai ha calcolato le conseguenze (compresa un’eventuale vittoria di Gheddafi) sui paesi arabi-africani e sui nostri. Fra le conseguenze c’è l’esodo di popoli. Un esodo da assumere, se davvero vogliamo esserci in quel che lì si sta facendo. Invece siamo entrati in guerra senza pensarci, né prepararci.

La seconda verità, non meno cruciale, riguarda l’Europa e i suoi Stati. L’occultamento è in questo caso massiccio, ed è il motivo per cui il capro espiatorio della crisi migratoria non è l’Italia come gridano i nostri ministri ma – se non si inizia a parlar chiaro – l’Unione stessa. L’evidenza negata è che da quando vige il Trattato di Lisbona, molte cose sono cambiate nell’Unione. Le politiche di immigrazione erano in gran parte nazionali, prima del Trattato. Ora sono di competenza comunitaria, e la sovranità è passata all’Unione in quanto tale. Questo anche se agli Stati vengono lasciati, ambiguamente, ampli spazi di manovra, in particolare sul «volume degli ingressi da paesi terzi».

Risultato: l’Unione, anche perché guidata a Bruxelles da un Presidente debole, prono agli Stati, non sa che fare della propria sovranità. Non ha una politica verso i paesi arabi, di cooperazione e sviluppo. Tuttora non ha norme chiare sull’asilo, sull’integrazione dei migranti, né possiede il corpo comune di polizia di frontiera che aveva promesso. Ma soprattutto, non ha le risorse per tale politica perché gli Stati gliele negano, riducendo la sovranità delegata a una fodera senza spada. Per questo alcuni spiriti preveggenti (l’ex ministro socialista Vauzelle, il presidente del consiglio italiano del Movimento europeo Virgilio Dastoli) propongono una cooperazione euro-araba gestita da un’Autorità stile Ceca (la prima Comunità del carbone e dell’acciaio). Come allora viviamo una Grande Trasformazione, e Monnet resta un lume: «Gli uomini sono necessari al cambiamento, le istituzioni servono a farlo vivere».

Se il Trattato di Lisbona significasse qualcosa, non dovrebbero essere Berlusconi e Frattini a negoziare con Tunisia o Egitto, con Lega araba o Unione africana. Dovrebbero essere il commissario all’immigrazione Cecilia Malmström e il rappresentante della politica estera Catherine Ashton. Resta che per negoziare ci vogliono progetti, iniziative: e questi mancano perché mancano risorse comuni. La condotta dei governi europei è schizoide, e tanto più menzognera: gli Stati hanno avuto la preveggenza di delegare all’Europa una parte consistente di sovranità, su immigrazione e altre politiche, ma fanno finta di non averlo fatto, e ora accusano l’Europa come se gli attori del Mediterraneo fossero ancora Stati-nazione autosufficienti.

La terza operazione-verità, fondamentale, ha come oggetto l’immigrazione e il multiculturalismo. È forse il terreno dove il mentire è più diffuso, tra i governanti, essendo legato alla questione della democrazia, del consenso, della mancata pedagogia, degli annunci diseducativi. Risale all’ottobre scorso la dichiarazione di Angela Merkel, secondo cui il multiculturalismo ha fatto fallimento. Poco dopo, il 5 febbraio in una conferenza a Monaco sulla sicurezza, il premier britannico Cameron ha decretato la sconfitta di trent’anni di dottrina multiculturale. Il fatto è che il multiculturalismo non è una dottrina, un’opinione. È un mero dato di fatto: in nazioni da tempo multietniche come Francia Inghilterra o Germania, e adesso anche in Italia e nei paesi scandinavi. L’operazione verità non consiste nel proclamare fallito il multiculturalismo: se un dato di fatto esiste, fallisce solo se se estirpi o assimili forzatamente i diversi. Se fossero veritieri, i governi dovrebbero dire: il multiculturalismo c’è già, solo che noi – Stati sovrani per finta – non abbiamo saputo né sappiamo governarlo.

Dire la verità sull’immigrazione è essenziale per l’Europa perché solo in tal modo essa può osare e fare piani sul futuro. Urge cominciare a dire quanti immigrati saranno necessari nei prossimi 20 anni, e quali risorse dovranno esser mobilitate: sia per mitigare gli arrivi cooperando con i paesi africani o arabi, sia edificando politiche di inclusione per gli immigrati economici e per i profughi (la frontiera spesso è labile: la povertà inflitta è una forma di guerra).

Tutto questo costerà soldi, immaginazione, pensiero durevole. Comporterà, non per ultimo, un ripensamento della democrazia. Ci sono cose che non si possono fare perché maturano nei tempi lunghi e l’elettorato capisce solo i risultati immediati, spiega l’economista Raghuram Rajan in un articolo magistrale sulle crisi del debito ( Project Syndacate, 9 aprile 2011). Il bisogno di immigrati che avremo fra qualche decennio in un’Europa che invecchia è, paradossalmente, quello che dà forza ai nazional-populisti: in Italia, Francia, Belgio, Olanda, Ungheria, Svezia, Finlandia. Il dilemma delle democrazie è questo, oggi. Esso costringe governanti e governati a fare quel che non vogliono: smettere l’inganno delle sovranità nazionali, guardare alto e lontano, insomma pensare. E far politica, ma con lo spirito profetico che vede la possibile rovina (il «passo indietro» paventato da Napolitano) e la via d’uscita non meno possibile, se è vero che il futuro non cessa d’essere aperto.

La legge della natura delle cose contro le norme della giustizia: la forza del più forte contro quella della legge. Una storia che si ripete da secoli ma che ogni volta che riappare sembra nuova, inedita e diversa. Le recentissime esternazioni del presidente del Consiglio sono un florilegio da manuale sul rischioso cammino nel quale una democrazia si immette quando consente a un cittadino che ha acquistato già troppo potere economico e mediatico di coprire incarichi di governo. Il rischio si sta dimostrando fatale, soprattutto perché viviamo nell’era della audience leadership, dove la propaganda viaggia non più attraverso partiti strutturati ma invece il fluido mondo delle immagini e delle opinioni dette e non falsificabili. Antico e moderno si uniscono tuttavia, poiché nonostante la forma mediatica e da gossip con la quale si alimenta il plebiscitarismo di oggi, la sostanza e la tentazione restano le stesse, poiché, dopo tutto, la natura umana è fatta delle stesse passioni, in primo luogo quelle che spingono a ottenere il "massimo" di godimento da ciò che piace: dal potere di comandare masse di sudditi facendo loro bere ciò che è non è nel loro interesse e come se lo fosse, a quello di gestire un commercio largo e capiente di procuratori e procuratrici di piacere. Però, nonostante la natura immoderata del potere, sarebbe sbagliato pensare che il plebiscitarismo si sorregga solo sul potere del leader, che tutto nel bene e nel male sia a lui solo imputabile. Nessun regime si sorreggerebbe più di una manciata di ore senza il sostegno di un gruppo di fedeli e senza consenso. Il plebiscitarismo nasce del resto nella democrazia, che è una forme di governo fondata sul consenso.

Dunque, partiamo da questa ovvietà: nessun governo può sussistere senza consenso. Nemmeno i tiranni possono permettersi il lusso di stare al potere senza fare affidamento su un qualche sostegno da parte dei loro sudditi; diversamente dovrebbero mettere un guardiano a sentinella di ciascun suddito con la conseguenza di trasformare il paese in una caserma. A questo inconveniente i governi totalitari hanno provveduto facendo dei sudditi docili militanti dell’ideologia di governo. Ecco dunque che la differenza tra Paesi governati dispoticamente e Paesi liberi non consiste semplicisticamente nel fatto che questi ultimi sono governati per mezzo dell’opinione mentre i primi per mezzo della forza. Entrambi sono, in forme e con intensità diverse, governati anche grazie al sostegno dell’opinione e del consenso di chi occupa le istituzioni. I governi autocratici cadono quando l’élite di governo si fraziona e rompe il consenso, come avvenne appunto con il Gran consiglio fascista il 25 luglio 1943. I governi liberi, invece, cadono quando il Parlamento toglie la fiducia alla maggioranza che governa. La differenza fra i due tipi di regimi sta nel fatto che in quelli dispotici i sudditi obbediscono a un potere il quale non è certo che sia espressione della loro opinione poiché non godono della libertà di gridare forte il loro dissenso; mentre nel caso dei governi liberi cittadini ed eletti sanno di essere consapevolmente e volontariamente, in forma diretta o indiretta, gli agenti e i sostenitori del governo che hanno. È a questi ultimi che dobbiamo dirigere la nostra attenzione quando parliamo di plebiscitarismo democratico, nel quale dunque la responsabilità del consenso è principalmente imputabile a coloro che sono stati eletti e operano nelle istituzioni.

Il Parlamento ha una responsabilità diretta nelle persistenza del governo democratico. Lo si è visto molto bene con la recente votazione sul caso Ruby o quella sulla fiducia del dicembre scorso. In entrambi i casi, il Parlamento ha dismesso una delle sue due funzioni fondamentali, quella per la quale la sua presenza è segno distintivo della nostra libertà: la funzione di veto. Poiché il rapporto del Parlamento con l’esecutivo non è né di predellino né di copertura. I parlamentari hanno infatti mandato libero e nessuno, nemmeno il capo del loro partito, può costringere la loro volontà decisionale: su questa loro libertà sta la doppia funzione del Parlamento, quella deliberativa ovvero di produrre una maggioranza e quella di veto o limitazione del potere del governo. Il Parlamento non è mai un docile e passivo sostenitore del governo. Quando dismette la sua funzione di veto, esso diventa cassa di risonanza del governo e spalanca le porte al plebiscitarismo che la propaganda mediatica rinforza quotidianamente. Come l’opinione pubblica, il Parlamento diventa un potere docile nelle mani del leader.

Il presidente del Consiglio è consapevole di avere in mano il Parlamento quando riesce a neutralizzarne il potere di veto. Sa anche che due altri poteri di fermo gli sfuggono ancora di mano: la Presidenza della Repubblica e la giustizia. Da questa consapevolezza scaturiscono le sue recentissime esternazioni: cambiare la Costituzione per rendere tutti i contro-poteri docili al suo potere. Di fronte a questo rischio evidente, il Parlamento dovrebbe sentire la responsabilità del suo ruolo poiché è un fatto che nella democrazia elettorale i governi non dovrebbero cadere con la mobilitazione delle piazze, ma nel Parlamento. È possibile rendere il rischio gravissimo che sta di fronte alla nostra già compromessa democrazia costituzionale in questo modo: al Parlamento spetta il compito di riprendersi la sua completa autonomia, che è di rendere possibile una maggioranza e di fungere da veto. Più ancora, di impedire che tutti i poteri di veto e di controllo siano resi docili e addomesticati.

Lampedusa? L´isola è svuotata, ora è tutto a posto, dice Berlusconi. Sì, svuotata l´isola come ripulita Napoli, come ricostruita l´Aquila. Le notizie degli sbarchi smentiscono in diretta l´ottimismo dell´imbonitore. Ma c´è dell´altro. Ci sono i rapporti con gli altri Paesi europei, Francia e Germania in particolare. Qui manca ogni accordo sulla gestione dei flussi umani dall´Africa. Niente paura, dice il premier: «Se non fosse possibile arrivare ad una visione comune, meglio dividersi». Questa è dunque la ricetta dello statista: la divisione dell´Italia dall´Europa.

Divisione: la parola è sorta spontanea sulle labbra del premier non certo per caso. Quella parola aleggia da tempo nella realtà della vita del Paese. Nello spazio dei pochi giorni trascorsi dalla festa dei 150 anni dell´Italia unita il Paese che si era faticosamente ritrovato all´ombra del tricolore si presenta oggi lacerato come non mai, diviso non solo fra Nord e Sud ma fra una regione e l´altra, fra una borgata e l´altra. Così, a festa finita, la questione dell´unità ci appare oggi come un problema serio e grave.

La festa dell´Unità d´Italia poteva essere un´occasione importante per ripensare alla storia e alle prospettive del Paese. Ma alla festa si è associata una cattiva compagna di strada: la retorica dell´unità. Chiamiamo retorica dell´unità ogni lettura del passato e del presente che ignora le fratture, esalta il processo di unificazione come un moto armonioso e concorde e tenta di cancellare differenze e divisioni col silenzio, con la proposta di una storia ufficiale corretta "ad usum delphini" e con l´eliminazione delle tracce istituzionali e simboliche delle fratture profonde del Paese.

"Io amo l´Italia" è una di quelle espressioni della neolingua berlusconiana che hanno fatto breccia nel nostro parlare, così come la teatralità dei gesti patriottici di ministri che scimmiottano l´inevitabile modello americano quando si mettono la mano sul cuore davanti alla bandiera. Ma sono anni ormai che la retorica dell´unità si accompagna in Italia a una revisione o piuttosto alla decisa espurgazione della storia documentata del Paese diviso e feroce che abbiamo alle spalle. In questo contesto bisogna certamente accogliere e dare credito alla giusta preoccupazione di chi invita a guardare a ciò che unisce e a mettere la sordina a ciò che divide. È un invito sacrosanto se si tratta di unirci per affrontare i problemi e le fragilità che minano la società italiana e la allontanano dall´ideale che ebbero in mente i patrioti del Risorgimento e i combattenti della libertà repubblicana contro il nazifascismo. Ma non può diventare una autocensura unilaterale mentre il nemico della vera unità guadagna posizioni su posizioni. Davanti alla lacerazione del tessuto del Paese abbassare i toni rischia di valere come una rinunzia a difendere i diritti fondamentali dell´uomo e del cittadino.

E questi diritti si difendono partendo dalla condizione di chi diritti non ne ha: il dannato della terra, la figura dai tanti nomi – il rifugiato, l´immigrato, il clandestino. Chiediamoci quale immagine e quale esperienza dell´Italia abbiano oggi i profughi che, sopravvissuti a tragedie senza nome, riescono con enormi rischi e difficoltà a toccare le coste meridionali e insulari del Paese. Queste donne, questi uomini, non hanno storia per noi, sono i dannati della terra, sono il popolo senza nome dei sommersi. Ma, se non diventano letteralmente tali annegando nel Mediterraneo, se sopravvivono e se riescono a fare come quegli emigranti italiani che trovarono in altri Paesi società più libere e giuste, un giorno saranno loro stessi o i loro figli che scriveranno la storia vera del nostro tempo, quella che vivono e di cui oggi sono le vittime. E non sarà la storia di un´Italia unita. Sballottati da una regione all´altra, sempre però al di sotto di quella linea gotica che nel nome porta la memoria di antiche e recentissime fratture del Paese (la lingua è spesso un inesorabile quanto inascoltato documento storico), accolti dalla canea di folle incoraggiate dalla politica di una forza politica razzista e xenofoba che mira al disfacimento del Paese, sono i testimoni autentici dello stato di salute dell´Italia di oggi.

Se fossimo capaci di guardare le cose dal loro punto di vista capiremmo forse quanto l´unità oggi sia qualcosa di sideralmente lontano dalla realtà quotidiana oltre che dalla prospettiva futura del Paese. E non è certo un caso se quei profughi non vogliono restare in Italia e si dirigono verso altri Paesi, verso quell´Europa da cui oggi ci si vorrebbe addirittura dividere. Quella parola "divisione" affiorata oggi nelle esternazioni del premier è da prendere sul serio: è grazie al suo governo, grazie a un ministro degli Esteri che si occupa di Antigua e a quello degli Interni che pensa alla Padania, oggi l´Italia non solo non ha più una politica mediterranea, ma non ha da tempo nessun credito e nessun peso nella politica europea. Ci sarà modo di risalire da questo abisso? Forse: ma certo non con questi uomini: non con una maggioranza sedicente di governo che passa le sue giornate in Parlamento affannandosi a regalare a ogni costo una nipotina all´esiliato signore dell´Egitto.

«Il triumvirato di Francia, Gran Bretagna e Stati uniti ha violato la Risoluzione 1973 che invocava "sforzi umanitari per evitare che i militari di Gheddafi entrassero a Bengasi", schierandosi a favore degli insorti con i raid della Nato e ora armandoli. Consapevoli così di mettere al sicuro le maggiori riserve di petrolio libico in Cirenaica, di fronte ormai all'inaffidabile Gheddafi»

«L' attacco militare alla Libia da parte del triunvirato imperiale di Gran Bretagna, Francia e Stati uniti e dei riluttanti "volenterosi" non ha nulla di "umanitario". È una guerra, punto e basta. Le motivazioni addotte dai leader politici ed opinionisti per questo intervento invocando scopi "umanitari" è inesistente, perché ogni ricorso alla violenza militare viene da sempre giustificata, anche dai peggiori mostri come Hitler, per autoconvincersi della verità di quanto asseriscono. Basti pensare a Mussolini, quando invase l'Etiopia. I massacri della popolazione civile vennero vantati «per apportare i benefici della civilizzazione alla popolazione oppressa e l'apporto diun futuro meraviglioso». Questo sarebbe quello che chiamiamo umanitario? Anche Obama può credere che la motivazione dell'intervento militare in Libia è a scopi "umanitari". Ma un quesito essenziale e molto semplice da porsi sulle reali motivazioni per l'intervento militare in Libia è un altro. Questi nobili intenti espressi dal triunvirato imperiale che si definisce "intervento umanitario e alla responsabilita di proteggere le vittime" è diretto alle vittime dei brutali crimini da loro commessi, oppure dei crimini commessi dai loro fedeli clienti? Ha Obama, per esempio,invocato la no-fly zone durante la criminale e distruttiva invasione del Libano da parte di Israele nel 2006, e da loro appoggiata? Non ha forse Obama strombazzato con vanto, durante la sua campagna elettorale, che in Senato aveva sottoscritto l'invasione israeliana del Libano con la richiesta di punizioni per l'Iran e la Siria per essersi espressi contro?».

È con questa spietata demistificazione storica che Noam Chomsky, linguista, filosofo e storico oppositore americano, apre l'intervista al manifesto sulla guerra in Libia.

Quali sono le violazioni commesse da quello che lei chiama «triunvirato imperiale», subito dopo aver ottenuto la Risoluzione l973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con il mandato addotto «di proteggere la popolazione degli insorti in Libia da una imminente carneficina delle forze di Gheddafi»?

La Risoluzione delle Nazioni Unite approvata dai membri della Coalizione e dai reticenti «volenterosi» con ampio mandato, invocava «sforzi umanitari per evitare che le forze militari di Gheddafi entrassero a Bengasi per evitare una carneficina». La Coalizione del triunvirato, ignorando in toto il mandato, si è precipitata immediatamente ad agire ben oltre le dichiarazioni espresse nella Risoluzione Onu, anzi interpretandola come una autorizzazione istituzionale ad una diretta partecipazione militare schierata a favore degli insorti. Fornendo loro appoggio militare con i bombardamenti della Nato, ben consapevoli così di mettere al sicuro le maggiori riserve di petrolio libico in quella parte del paese, cioè in Cirenaica. La Risoluzione l973 non fa affatto menzione della licenza di schierarsi dalla parte degli insorti libici. In secondo luogo, la decisione intrapresa dalla Coalizione nella dichiarazione d'intenti del mandato Onu viola «l'embargo di armi interne ed esterne al paese» da essi stessi sottoscritta alle Nazioni Unite, nel momento in cui si deciderà, e si sta decidendo, di armare gli insorti. Questo comporta inevitabilmente l'invio di forze militari da combattimento in Libia per l'addestramento degli insorti, disorganizzati e privi di efficiente munizionamento per contrastare le forze di Gheddafi. Di fatto, il triunvirato imperiale costituito da Francia, Gran Bretagna e Stati uniti è direttamente partecipe e coinvolto nella guerra civile in Libia. Se questo era l'intento vero, è bene che lo si sappia. Chiamiamo tutto questo «umanitario»?

Qual è il reale obiettivo di Sarkozy e di Cameron? C'è anche un riscontro interno che loro hanno ricercato, in Francia e in Gran Bretagna?

Proprio questo sospetto. Che la guerra in Libia venga usata come diversivo per la politica interna, visto anche il crollo ai minimi storici della loro popolarità.

Quanto conta la questione del prezioso petrolio libico?

Il controllo delle risorse petrolifere della regione mediorientale resta il movente principale per le potenze occidentali. Ma in termini nuovi e particolari. Gli europei in particolare non sono tanto preoccupati dall'accesso alle riserve petrolifere libiche, quanto al controllo di quelle ancora in mano a Gheddafi ormai non piu affidabile. Ricordiamoci che sino a poche settimane fa intercorrevano splendidi rapporti di scambio commerciale e di forniture di armi tra Stati uniti, potenze occidentali come Francia e Gran Bretagna e Gheddafi. Un altro fattore che risulta da documenti ufficiali sia degli Stati uniti sia della Gran Bretagna, è l'enfasi ribadita del timore costante che nel mondo arabo possa prendere piede un nuovo «virus nazionalista» di stampo neo-nasseriano. Il rischio sarebbe quello di veder orientare o sottomettere i profitti delle riserve petrolifere verso le richieste socioeconomiche delle proprie popolazioni.

Se sussiste per le potenze occidentali il rischio del «virus nazionalista» e del controllo delle riserve petrolifere, come influirà il caso della Libia sul mondo arabo tantopiù in rivolta contro i propri regimi?

Un dittatore affidabile o clientelare non si tocca. Di fatto non c'è stata nessuna reazione né imposizione della no-fly zone da Washington quando la dittatura saudita è intervenuta solo venti giorni fa in Bahrein, massacrando la popolazione che insorgeva per le riforme. Il Bahrein è uno stato fondamentale, geostrategico per gli Stati uniti. Lì è alla rada la Quinta Flotta Americana del Golfo. Negli stati dove le risorse di idrocarburi non abbondano, la tattica perseguita è sempre la stessa: per gli Stati uniti, quando il dittatore-cliente è nei guai lo si appoggia e lo si sostiene fino a quando è possibile. Quando non è piu possibile ecco che segue una pletora di dichiarazioni ispirati all'amore per la democrazia e dei diritti umani. Il tentativo ultimo è quello del salvataggio del regime del dittatore diventato scomodo. La casistica è noiosamente familiare: Duvalier, Marcos, Ceaucescu, Mobutu, Suharto ed oggi Tunisia ed Egitto. La Siria per ora non presenta alternative che possano far comodo agli obiettivi che stanno a cuore agli Stati uniti. In Yemen un intervento militare creerebbe maggiori problemi a Washington. Così tutti gli esercizi di violenza cui stiamo assistendo con massacri della popolazione in rivolta, sollecita soltanto pietose dichiarazioni in nome della «democrazia» e dei diritti umani.

Come pensa andrà a finire in Libia e quali prospettive restano alle primavere del mondo arabo?

Nessuno è in grado di prevedere sino a quando sarà possible reprimere movimenti popolari nello scontro col potere costituito. Possiamo soltanto comprendere perche questo avvenga. In Tunisia ed Egitto il vecchio regime è piu o meno vigente, senza l'apporto di salienti cambiamenti socioeconomici a favore dei movimenti popolari, con piccole vittorie seppure molto importanti. Quanto alla Libia, che è una caso molto diverso, dopo l'intervento «umanitario» del triunvirato occidentale è prevedibile una spartizione del paese in due parti: una parte in mano agli insorti, ricca di riserve petrolifere con giacimenti sul territorio ancora non sfruttato, fortemente dipendente dalle potenze imperiali dell'occidente; ed un'altra parte che resta con un Gheddafi depauperato del suo potere. E in una Libia di fatto più impoverita. Una volta assicurato il controllo dei pozzi petroliferi potremmo trovarci dinanzi ad un nuovo «emirato libico», quasi disabitato, protetto dall'Occidente e molto simile geostrategicamente al resto degli emirati del Golfo Persico.

Un operatore di call center mi dice che qualche anno fa viveva al centro di Roma, divideva l'affitto con un amico e aveva tempo per suonare e andare in tournée. Si considerava un musicista e utilizzava il call center come sponda. Adesso sta in periferia con tre studenti, lavora full time per sopravvivere, non ha più tempo per suonare e comunque anche la richiesta di concerti è diventata così striminzita che non ci camperebbe. Mi dice «ho quasi cinquant'anni, non ho una famiglia e va a finire che torno a vivere con mia madre».

Allora dov'è la precarietà? Non è solo un problema di stage non pagati, di assunzioni a tempo determinato, di lavoro nero e licenziamenti facili. Mille e cinquecento euro al mese basterebbero se una famiglia ne pagasse duecento d'affitto. Basterebbero se una donna e un uomo avessero la certezza di lavorare fino al giorno della pensione. Basterebbero se il figlio di un operaio studiasse in una classe con meno di venti bambini, ricevesse una vera formazione che comprendesse le lingue straniere e la musica, la storia contemporanea e il teatro... Basterebbero se quella famiglia avesse attorno una comunità che la sostiene, un servizio sanitario che la cura quando sta male. E invece l'operaio che pensava di essere assunto a tempo indeterminato vede in televisione un padrone col maglioncino che gli sfila i diritti da sotto i piedi, il sindaco (sedicente di sinistra) che va a giocarci a scopetta e prega il proprio partito di affiancarsi alla battaglia padronale. Porta il figlio in una scuola dove i suoi compagni sono così tanti che la maestra ci mette un mese per imparare i nomi, una scuola che funziona solo per l'impegno degli insegnanti che non hanno ancora mollato, che non sono ancora scoppiati per l'umiliazione continua alla quale sono esposti. Un lavoratore è precario non solo per la precarietà del suo lavoro, ma soprattutto perché sono precari la scuola, la casa, l'assistenza sanitaria, i trasporti, l'informazione, la cultura, il cibo che mangia e l'acqua che beve, l'energia che consuma e i vestiti che indossa.

Invece io dico che la scuola è solo pubblica. Dico che la scuola privata è una questione privata, un'azienda che deve prendere due lire solo in quel paesino di montagna dove non è ancora stata costruita quella statale. Dico che accettare oggi una riduzione dei diritti in fabbrica significa che domani quei diritti si ridurranno ancora di più. Dico che se un lavoratore accetta di lavorare per uno stipendio ridicolo non fa solo una scelta personale, ma sta costringendo tutti gli altri ad essere sottopagati, così come un lavoratore che sciopera e ottiene il riconoscimento di un diritto, lo fa anche per quello che entra. Dico che seicento euro d'affitto per un monolocale seminterrato in periferia (c'era il cartello nella piazza della mia borgata fino a poche settimane fa) è un furto e quando la casa non si trova: la si occupa. Dico che se acquisto un paio di scarpe sottoprezzo sto sfruttando un operaio e se compro a mio figlio un pallone cucito da un bambino dall'altra parte del mondo sono peggio di un pedofilo. Dico che se prendo l'acqua da bere al supermercato e uso quella potabile che esce dal mio rubinetto per lo sciacquone del cesso sono un pazzo pericoloso. Dico che non sono un uomo moderno se accetto la devastazione di una valle per farci passare un treno veloce che impiega un'ora di meno per portarmi in Francia: sono un criminale. Penso a una donna del trentino che va al supermercato a comprare un chilo di mele cilene. Se quelle mele costano meno di quelle coltivate sotto casa sua è evidente che in Cile c'è un contadino sfruttato e uno del trentino che resta disoccupato, un aereo che inquina inutilmente l'oceano e una piccola frutteria che chiude. Il lavoro era precario vent'anni fa. Oggi è la nostra visione del mondo ad essere precaria. Io non cerco voti per le prossime elezioni, né tessere per la prossima campagna di tesseramento. Non ho bisogno di carne da macello per la prossima guerra umanitaria o vittime del destino per il prossimo terremoto. Non scendo in piazza per un lavoro a tempo indeterminato o per qualche centesimo che il ministero della cultura succhia dai serbatoi della benzina. Non voglio mettere all'ordine del giorno del prossimo consiglio dei ministri o del prossimo talk show, del prossimo monologo teatrale o della prossima canzonetta il solito discorso del giovane sottopagato o disoccupato. Io dico che questo sistema violento mi fa paura e so che per liberarcene dobbiamo pacificamente far paura al sistema.

Oggi si apre a Milano il processo Ruby, e qualcosa di strano sta accadendo, nonostante l´ora sia grave e parecchio miserabile. Un presidente del Consiglio è incriminato per aver abusato del proprio potere, costringendo la questura a rilasciare una ladruncola che gli stava a cuore e non esitando a spacciarla per la nipote di Mubarak. Pende anche l´accusa di favoreggiamento di prostituzione minorile, perché Karima El Mahroug (Ruby) frequentava festini a Arcore, prima della maggiore età.

E li frequentava assieme a ragazze che si prostituivano in cambio di soldi, gioielli, appartamenti, carriere. Le prove sono tali che è stato scelto il rito abbreviato. Un dramma insomma, per un uomo che addirittura anela al Quirinale: e tale resta anche se la Consulta approvasse il parere espresso dalla maggioranza dei deputati, secondo cui il premier non è giudicabile da tribunali ordinari. Un´esperienza non invidiabile, quantomeno, e chiunque si sarebbe aspettato dall´imputato, in ore così cupe, un atteggiamento adatto alla circostanza: i latini lo chiamavano gravitas, virtù di chi governa (lo è ancora, nell´articolo 54 della Costituzione). Da sempre, la calamità personale è la verifica dell´attitudine al comando.

Ma nel mondo di Silvio Berlusconi non è così. Se solo proviamo a penetrarlo, vedremo che è un mondo parallelo, in tutto somigliante all´allestimento, al casting, al linguaggio delle televisioni commerciali. La realtà sfuma in irrealtà e viceversa, i protagonisti non parlano ma recitano copioni preconfezionati, il pubblico plaudente è esibito come popolo, qualche comparsa emette fandonie. Questo è il premier, specie in questi giorni: una comparsa buffonesca, che sghignazza su quel che fra poco, anzi oggi, sta per accadergli. L´Italia intera è un suo villaggio Potemkin, fatto di cartapesta colorata per occultare detriti e rovine.

Nel villaggio lui è re, e ride ininterrottamente, di tutti e anche di sé. Il sipario del processo sta per alzarsi ed eccolo che il 2 aprile racconta una delle sue lunghe barzellette. Il pubblico batte le mani, e quest´euforia non è il capitolo meno sinistro del copione. Se Karima ha un nomignolo possiamo darlo anche all´autore della sceneggiatura: chiamiamolo Ubu Re, perché come nel dramma di Alfred Jarry prende il potere per «mangiare più salsicce, comprarsi ombrelli, far soldi»; perché promuove i corrotti, elargisce denaro perché glielo consiglia Mamma Ubu, annienta i nobili e soprattutto i magistrati, condannati a vivere delle multe comminate e dei beni dei condannati a morte.

Le barzellette sul caso Ruby mancano furiosamente di sottigliezza, non di furbizia. Sono pornografia allo stato puro, e la pornografia, si sa, cancella l´oggetto del desiderio facendolo vedere così da vicino che pare troppo vero per esser vero. Succede sempre, con l´osceno: quel che ammalia è il reale in eccesso, è l´iper-realtà (la parte del corpo è ingrandita come da una lente). «L´unico vero fantasma della pornografia non è il sesso ma è la realtà stessa, assorbita in qualcosa che non è reale, ma iper-reale», scrive Baudrillard sulla seduzione. Berlusconi non nasconde nulla di quel che fa ma anzi ne dilata i dettagli, li rende derisori, li evoca anche nei momenti in cui uno magari penserebbe ad altro. Di continuo siamo trascinati nel suo set-universo parallelo dove il reale si dissolve e l´assedio svanisce: perché se è derisorio lui quanto più lo saranno magistrati e giornalisti!

Ha un suo sogno ridicolo e non sottile, l´uomo Berlusconi, ma c´è del metodo e anche una cinica conoscenza delle cose, nel suo architettare villaggi finti: c´è la rappresentazione di una gioventù scombussolata da lavori senza futuro, e di un´Italia ridanciana, indifferente alle leggi perché dalle leggi non protetta. Un´Italia con la quale Ubu s´identifica, e che s´identifica con Ubu. Basta divenire padrone delle parole e delle leggi, per storcere gli eventi e capovolgerli. Risultato: quello di oggi non è un processo per concussione e minorenni prostituite. È un monumentale processo al desiderio, alla simpatia, alla leggerezza, alle risate. L´ironia, la più eccelsa delle arti, è usata come arma micidiale che sminuzza i fatti e li rende irriconoscibili. Niente mi minaccia, se ci rido sopra. Niente m´insidia, se come Napoleone m´impossesso dei sogni di soldati ed elettori. È il sotterfugio offerto sin dall´inizio dalle sue tv, tramite le quali conquistò le menti e l´etere. Lui ri-crea un mondo ma frantumato, e nel frammento vivi bene perché non vedi il tutto, non connetti i fatti tra loro sicché li scordi presto. Robin Lakoff, denunciando i nuovi demagoghi delle destre americane, parla di agenda dell´ignoranza.

Chi non dimentica il tutto, il contesto, è lui, il capo che sui falsi paesaggi ha idee ben chiare. Deve essere un paesaggio di emergenza e caos perenni, dove chi comanda si traveste da vittima, dove il potere continuamente deve essere espugnato, mai esercitato. Il Parlamento merita castighi, perché il leader sia solo davanti al popolo (davvero il premier ha sgradito gli insulti di La Russa al presidente della Camera?). Magistratura e Consulta hanno fame di potere politico, e vanno evirate. La Costituzione è un laccio. La politica non è manovrare, ma rimestare e smistare possibili ricatti. Gheddafi era così: ostile alle istituzioni rappresentative, incarnando il popolo si pretendeva inamovibile. Formalmente non governava lui ma i Congressi popolari. Lui, dietro le quinte, era Papà Ubu.

Resta la stranezza, il mistero. Perché tanto ridacchiare, alla vigilia del processo Ruby e di altri procedimenti? Quale spettacolo sta mandando in onda, di cui noi non siamo che ignoranti comparse? Quali leggi e stratagemmi inventerà Ubu perché ogni processo si spenga? L´obiettivo è la negazione del reale, ma c´è un più di violenza, c´è una tattica bellica preventiva presa in prestito dallo Spirito dei Tempi. Tutto è annuncio preventivo, prima che il reale si avveri, ne abbiamo conferma proprio in questi giorni nella guerra di Libia: anche qui viviamo eventi senza conoscerli, che paiono escrescenze delle tv commerciali. Ci sono stati certamente massacri, da parte di Gheddafi. Ma quanti e dove? I cronisti dicono che ci sono stati, ma non visti perché mancavano le telecamere. La tv commerciale fa legge, prima ancora che le cose avvengano: «Lo dice la televisione», e performativamente il fatto esiste. In un blog intitolato Una Storia Noiosa leggo: «Il fact finding/checking viene sostituito da immagini che non esistono, ma che se esistessero testimonierebbero indubitabilmente la realtà di questi fatti, di cui peraltro il giornalista non è testimone diretto. Vertiginoso. Nasce il genere del "reportage preventivo". Non so dire se siamo al funerale dell´immagine o al suo trionfo: l´immagine può permettersi di non esistere fisicamente, tanto tutti diamo per buono che rappresenterebbe fedelmente quella che già sappiamo essere la realtà» (http://du57.wordpress.com/).

Nel mondo di Berlusconi, la guerra al reale si fa preventiva. Più precisamente, e in conformità al personaggio: si fa apotropaica (apotropaico è il gesto che allontana e annulla un´influenza maligna: per esempio, toccar ferro). Apotropaico è il modo in cui ha difeso, il 10 marzo, la riforma della giustizia: se si fosse fatta nel ´92-93, Tangentopoli sarebbe proseguita indisturbata, non ci sarebbero state Mani Pulite né «l´invasione da parte della magistratura della politica e l´annullamento di un´intera classe dirigente».

Una risata vi seppellirà. Lo promette Berlusconi, forse dimenticando che furono gli anarchici dell´800 e la sinistra estrema nel ´900 a coniare lo slogan. Fortuna che abbiamo Lao Tzu, che da 2.500 anni dice, della via saggia e giusta: «Quando un dotto di prim´ordine sente parlare della via, la segue rispettosamente. Quando un dotto di mezza levatura sente parlare della via, ora la mantiene ora la perde. Quando un dotto d´infimo ordine sente parlare della via, si fa una grande risata».

Chiedo scusa ai critici cinematografici de Il manifesto, ma sono costretto a rubargli il lavoro. Recensione: I tunisini sfidano l’ispettore Clouseau (Italia, 2011, con Roberto Maroni, Silvio Berlusconi e qualche migliaio di comparse).

L’ispettore Clouseau (Roberto Maroni) strilla da mesi che il paese sarà invaso da pericolosissimi immigrati clandestini, ma quando gli immigrati previsti arrivano, l’ispettore Clouseau viene colto di sorpresa: «siete già qui? Tropo velosci!».

Con una mossa di rara astuzia li lascia senza cibo, seduti su un molo a Lampedusa. Poi arriva il suo principale (Silvio Berlusconi) e dice che lì deve fare un campo da golf e un casinò, quindi bisogna spostare i clandestini. L’ispettore Clouseau appronta in fretta e furia una tendopoli dove deporta migliaia di clandestini. Quelli, con mossa astuta, scavalcano la rete metallica e se ne vanno.

«Maledisione! Non sci avevo pensato!». Allora l’ispettore Clouseau appronta altre tendopoli in tutta Italia, manda i pompieri su è giù come pendolari,ma sindaci e governatori gli fanno chi marameo, chi il gesto dell’ombrello, altri ridono. Infuriato, l’ispettore Clouseau parla di respingimenti. Stavolta ridono i giovani tunisini.

Allora, mossa a sorpresa, Clouseau va in Tunisia con Berlusconi e un po’ di soldi per chiedere alla Tunisia di riprendersi i tunisini. Interessa un campo da golf? Interessa un casinò? E semi compro una villa a Tunisi? Ridono anche in Tunisia. Si chiude in un tramonto mediterraneo, con Clouseau e il suo capo che chiedono un passaggio a un barcone per tornare in Italia.

Il film appare sconclusionato, senza regia e piuttosto improvvisato. Unica nota positiva, lo straordinario talento comico del protagonista (azzeccati gli occhialini rossi), mentre la sua spalla, Silvio Berlusconi, sembra imbolsita e stanca. Ottime, invece, le comparse tunisine: molte di loro non hanno avuto nemmeno il cestino per il pranzo, hanno capito che il cinema italiano è in crisi e vogliono andare in Francia.

Il presidente della Repubblica questa volta è andato più in là che in altre precedenti esternazioni. Ha raccomandato sempre moderazione di accenti, lealtà tra le istituzioni, condivisione di valori e di decisioni quando riguardino le regole di base della convivenza, ma giovedì scorso ha preso un’iniziativa insolita, un’iniziativa da grandi occasioni: ha convocato i rappresentanti dei gruppi parlamentari informandone per lettera il presidente del Consiglio. A tutti gli interlocutori che hanno varcato la soglia del Quirinale ha ripetuto il suo giudizio sulla situazione riassumibile in cinque parole da lui stesso pronunciate: «Così non si può andare avanti».

Le gazzarre avvenute negli ultimi giorni a Montecitorio sono state l’occasione determinante dell’intervento del Capo dello Stato, ma la motivazione di fondo è un’altra perché le gazzarre parlamentari non sono una novità e non avvengono soltanto in Italia.

La motivazione di fondo sta nella constatazione della paralisi parlamentare che dura ormai da molti mesi e rischia di durare ancora a lungo. Le opposizioni la denunciano da almeno un anno, ma ora l’ammette lo stesso presidente del Consiglio. Contrastano le motivazioni, ma entrambe le parti arrivano alla medesima conclusione.

Dunque il potere legislativo non legifera né esercita i poteri di controllo sull’operato dell’esecutivo che pure la Costituzione gli riconosce; il potere esecutivo dal canto suo usa in quantità anormale strumenti impropri: ordinanze, decreti, voti di fiducia, per abbreviare forzosamente il dibattito parlamentare.

In queste condizioni il Capo dello Stato, con la sua iniziativa di giovedì, ha suonato l’allarme; in termini calcistici si direbbe che ha diffidato i giocatori con il cartellino giallo facendo capire che se non cambieranno registro dal cartellino giallo si passerà al rosso, cioè all’espulsione dal campo di gioco. Nel caso nostro il cartellino rosso equivale al decreto di scioglimento delle Camere che la Costituzione prevede tra le attribuzioni del Presidente della Repubblica con la sola modalità di consultare i presidenti delle Camere per un parere non vincolante.

* * *

Temo che l’allarme e la diffida non produrranno alcun risultato perché ne mancano i presupposti e non da oggi.

I presupposti mancano dal maggio del 1994, da quando cioè il proprietario di un impero mediatico, immobiliare, commerciale, finanziario, bancario, calcistico, diventò capo d’un partito, presidente del Consiglio o alternativamente capo dell’opposizione e insomma protagonista della politica italiana. Questa presenza insolita, corredata da una serie di effetti a pioggia che sono stati cento volte elencati e analizzati, hanno determinato la spaccatura in due della pubblica opinione dando luogo a due diversi schieramenti e a due diversi blocchi sociali.

La dislocazione bipolare non configura di per sé nulla di terribile, anzi costituisce la normalità dei reggimenti democratici quando avvenga in un quadro di valori condivisi, ma non è questo il bipolarismo italiano nato in era berlusconiana. Non c’è nulla di condiviso né di condivisibile tra due concezioni opposte della democrazia, della politica, dell’economia, della cultura, dell’informazione. Perfino della libertà e perfino dell’eguaglianza.

Non sono due schieramenti alternativi ma antagonisti. Non vanno d’accordo su niente. Allo stato di diritto che fu recuperato nel 1945 dopo il totalitarismo fascista, il berlusconismo oppone vocazione autoritaria fondata sulla dittatura della maggioranza e rinforzata dal monopolio dell’informazione. L’elenco delle anomalie è lungo e ogni giorno si arricchisce di nuovi capitoli. Non è quindi il caso di ripercorrerlo. Lascio invece la parola ad una fonte non sospetta, Andrea Marcenaro, autore d’una rubrica che compare ogni giorno sulla prima pagina del "Foglio". Rubrica partigiana ma scapestrata e talvolta veridica. Nel caso nostro così racconta l’ultima comparsata di Berlusconi a Lampedusa.

«L’Amor Nostro rientrato a Roma dallo sprofondo dove aveva appena comprato una villa, ristrutturato un’isola, piantato ortensie, proposto pioppi sugli scogli, vivacizzato le facciate delle case, fondato un casinò, affittato sette navi per la "Crociera dello Sfigato", pescato due triglie minorenni nonché perforato 18 buche dell’istituendo campo da golf; ma che cazzo – esplose – il mio processo breve? Beh! Capita, Cavaliere, quando si sceglie un ministro che confonde la Difesa con l’offesa».

Così Marcenaro descrive la trasferta lampedusana cogliendo una parte del tutto. Il tutto è molto di più.

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Dovrei ora parlare del processo breve, della responsabilità civile dei magistrati, della riforma della giustizia e del conflitto d’attribuzione che la maggioranza parlamentare intende sollevare con una votazione prevista per martedì 5 aprile, un giorno prima dell’apertura del processo che vede Berlusconi imputato per concussione e prostituzione minorile. Ma mi limiterò a quest’ultimo tema; sugli altri non c’è che ricordarne il contenuto con poche parole. Il processo breve è soltanto una prescrizione brevissima tagliata su misura per azzerare i processi che vedono Berlusconi imputato. La responsabilità civile dei magistrati è un nonsenso, viola il principio del libero convincimento del magistrato nella formulazione delle ordinanze e delle sentenze, pretendendo che quel principio sia sostituito con la prova raggiunta al di là di ogni ragionevole dubbio: sostituzione del tutto inutile visto che anche l’assenza di ogni ragionevole dubbio viene accertata attraverso il libero convincimento del magistrato. Del resto il nostro codice penale prevede già l’incolpabilità dei magistrati, procuratori e giudici, in sede penale con eventuali ripercussioni civilistiche di indennizzo, quando ricorrano gli estremi del dolo o della colpa grave. Aggiungere a queste norme già esistenti da tempo la possibilità di un’incolpazione civile per "violazione di diritti" significa semplicemente consentire a tutti coloro che perdono cause giudiziarie di aprire un percorso parallelo di controversie che produrrebbe il solo effetto di sfasciare la struttura giudiziaria già per varie ragioni insoddisfacente.

Resta il tema del conflitto di attribuzione che andrà in votazione martedì ed ha l’obiettivo di bloccare il processo "Ruby-gate".

Il conflitto d’attribuzione si verifica quando uno dei poteri dello Stato invada la sfera riservata ad un altro potere. In quel caso la competenza di giudicare chi sia l’invasore ed impedire che l’invasione avvenga spetta alla Corte costituzionale. Ma nel caso specifico chi ha invaso chi?

Il tribunale di Milano darà inizio mercoledì 6 aprile ad un processo penale. I legali dell’imputato contestano la competenza del tribunale di Milano e chiedono che il processo sia trasferito al tribunale dei ministri. Si tratta con tutta evidenza di un conflitto di competenza, non di invasione di un potere su un altro potere. Giudicare sulla competenza territoriale o funzionale spetta unicamente alla Cassazione. Quanto alla Giunta parlamentare delle autorizzazioni a procedere, essa ha il compito di accettare o respingere le richieste eventuali del tribunale o della procura. Nel caso specifico ha respinto la richiesta di perquisizione di un ufficio della presidenza del Consiglio situato in un palazzo di Milano Due. Infatti quell’ufficio non fu perquisito. E questo è tutto.

Vedremo come risponderà la Corte costituzionale alla richiesta del Parlamento di giudicare il conflitto di attribuzione. L’evidenza suggerisce una pronuncia di irricevibilità del ricorso perché – lo ripeto – si tratta di un conflitto di competenza all’interno della giurisdizione che spetta unicamente alla Corte di Cassazione.

* * *

Le vicende della Libia, dell’immigrazione, della lunga e sempre più agitata paralisi del Parlamento, dell’intervento ammonitorio del Capo dello Stato, hanno messo in ombra un altro tema che deve invece essere affrontato per quello che è: una sterzata estremamente grave della politica economica verso un intervento sistemico dello Stato nell’economia e nel mercato, in palese contrasto con la legislazione dell’Unione europea. Parlo del decreto promulgato giovedì scorso dal consiglio dei Ministri e voluto da Giulio Tremonti per impedire che un’impresa alimentare francese assuma il controllo della Parmalat.

Se fosse questo il solo obiettivo di Tremonti, potrebbe anche essere accettato sebbene si concili assai poco con l’auspicio più volte ripetuto di un aumento di investimenti esteri nel nostro paese. Siamo il fanale di coda nella classifica degli investimenti esteri rispetto agli altri paesi europei. Ce ne lamentiamo, se ne lamenta il governo, la Confindustria e gli operatori finanziari e imprenditoriali, ma quando finalmente qualcuno arriva dall’estero per investire i suoi capitali in iniziative italiane viene preso a calci e rimandato indietro dimenticando che oltre di essere cittadini italiani siamo anche cittadini europei. Il mercato comune non è nato per abolire frontiere e consentire il libero movimento delle merci, delle persone e dei capitali?

Ma Tremonti ricorda – ed ha ragione di farlo – che la Francia protegge la nazionalità delle imprese ritenute strategiche e quindi – sostiene il ministro – se lo fa la Francia perché non può farlo l’Italia? Difficile dargli torto. Bisognerebbe sollevare il tema nelle sedi europee e speriamo che venga fatto, per ripristinare il funzionamento del libero movimento degli investimenti contro ogni protezionismo. Comunque, su questo tema, Tremonti per ora ha ragione. Senonché...

Senonché la questione Parmalat è soltanto un pretesto o perlomeno un caso singolo dentro un quadro assai più ricco di possibilità. Infatti il testo del decreto non dice affatto che l’obiettivo è la difesa dell’italianità delle aziende nazionali. Dice un’altra cosa: autorizza la Cassa depositi e prestiti (di proprietà del Tesoro al 70 per cento) ad intervenire in caso di necessità per finanziare aziende ritenute strategiche per fatturato o per importanza del settore in cui operano o per eventuali ricadute sul sistema economico nazionale. Il caso Parmalat rientra in questo elenco ma non lo esaurisce perché il decreto va molto più in là. Praticamente resuscita l’Iri di antica memoria rendendo possibile che lo Stato prenda il controllo delle imprese che abbiano requisiti ritenuti strategici dal governo (da Tremonti) nella sua amplissima discrezionalità.

Tutto ciò avviene per decreto. Dovrà essere convertito in legge ma intanto produrrà effetti immediati sul mercato. Ma se il decreto non fosse convertito in legge? è realistico pensare che il governo, per evitare che quest’ipotesi si avveri, chieda per l’ennesima volta l’ennesima fiducia. Ma se in sede europea quella legge fosse bocciata in quanto aiuto indebito dello Stato ad un’impresa, vietato dalla legislazione comunitaria?

Ho detto prima che la Parmalat è un pretesto. Infatti il vero obiettivo di Tremonti è di far entrare lo Stato non soltanto nelle aziende che hanno necessità di finanziamento ma direttamente nel sistema bancario. In particolare nelle cosiddette banche territoriali: le banche popolari, le banche cooperative, le Casse di risparmio. Quelle più a corto di capitali, quelle alle quali la Lega guarda con occhi avidi, quelle che procurano voti, organizzano interessi e clientele. Una rete immensa di sportelli, di prestiti, di mutui. Di fatto la politicizzazione del credito.

È una delle più gravi malattie la politicizzazione del credito. Il decreto di giovedì scorso ne segna l’inizio. Che cosa ne pensano i partiti d’opposizione? Che cosa ne pensa il governatore della Banca d’Italia? Che cosa ne pensa il Quirinale?

La politicizzazione del credito è un altro modo per deformare la democrazia, forse il più insidioso insieme al monopolio dell’informazione. Chi può manipolare le notizie e il danaro è il padrone, il raìs, il Capo assoluto, circondato da una clientela enorme e solida. Inamovibile. O ci si arruola o se ne è esclusi. La clientela vota. Chi spera di entrarci se ancora non ne fa parte, vota nello stesso modo.

La chiamano democrazia ma in realtà è soltanto un grandissimo schifo.

Della Valle compra l’esclusiva del monumento: chi vuole usarlo, deve chiedere il permesso. A lui. (In calce un’intervista a Resca, DG del Mibac)

Il principe Antonio De Curtis ci aveva provato con la Fontana di Trevi nel celebre Tototruffa. Cinquanta anni dopo il Governo Berlusconi è riuscito nell'opera con il Colosseo. Il nostro monumento più famoso al mondo è stato ceduto alla Tod's, nel senso che l'Anfiteatro Flavio e la sua immagine non sono più liberamente utilizzabili dal ministero dei Beni Culturali. Se, per esempio, lo Stato volesse affittare il Colosseo a una società cinematografica o a una casa automobilistica per usarlo come location di uno spot o come sfondo per una campagna dovrebbe chiedere il permesso alla Tod's e a un'associazione ancora da costituire da parte della società calzaturiera che rivestirà in essa un ruolo predominante. L'accordo stipulato il 27 gennaio scorso dal Commissario straordinario all'area archeologica di Roma, l'architetto Roberto Cecchi, e da Diego Della Valle prevede l'impegno da parte della società di pagare i lavori di restauro del Colosseo per complessivi 25 milioni di euro e in cambio riserva alla Tod's il diritto esclusivo sull'utilizzazione commerciale dell'immagine del Colosseo e permette allo sponsor dei lavori di costruire un centro servizi nell'area archeologica più vincolata del mondo.

Oltre a una serie di diritti correlati come quello di apporre il marchio Tod's sui cantieri del Colosseo e sui biglietti acquistati dai visitatori. L'accordo, descritto dalla stampa come un atto di puro mecenatismo del valore di 25 milioni di euro “presenta molti lati oscuri”, secondo il segretario generale della Uil Beni Culturali, Gianfranco Cerasoli. Il sindacalista ha presentato un esposto alla Procura di Roma e alla Procura della Corte dei Conti, per chiedere di accertare eventuali profili di illegittimità. Nell'esposto Cerasoli cita un primo effetto dell'accordo: la richiesta presentata al Ministero (e sospesa a causa dell'accordo con la Tod's) della Volkswagen di usare il Colosseo per il lancio di un nuovo modello. "Il problema sta", scrive Cerasoli nell'esposto, "nella errata e grave sottovalutazione fatta dal Commissario nella valutazione economica di un accordo che qualsiasi economista valuta superiore ad oltre 200 milioni di euro considerando l'esclusività concessa e la durata superiore ai 15 anni con un piano di comunicazione e di commercializzazione spendibile in tutto il mondo".

Nell’articolo 4 dell'accordo si prevede che i “diritti concessi all'Associazione e allo Sponsor sono concessi senza limitazione territoriali e, pertanto sono esercitabili sia in Italia che all'estero”. La durata dei diritti in capo all'associazione è di 15 anni eventualmente prorogabili mentre i diritti dello sponsor Tod's decorrono “dalla data di sottoscrizione dell'accordo e si protraggono per tutta la durata degli interventi di restauro e per i successivi due anni”. Il permesso per il lancio del nuovo modello della Volkswagen, insomma, potrebbe essere solo il primo di una lunga serie, come lo stesso Mario Resca, direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del ministero, ha confermato nell'intervista che pubblichiamo sotto. Il Fatto ha contattato il Commissario straordinario Roberto Cecchi ma non ha avuto alcuna risposta. Fonti vicine alla Tod's, invece, spiegano: “Ci stupiamo dello stupore. Una società quotata in borsa che investe 25 milioni di euro nel restauro di un monumento deve motivare agli azionisti il suo comportamento. Sarebbe assurdo non prevedere un'esclusiva in favore di Tod's nel periodo dei lavori”. Secondo le fonti vicine alla Tod's "l'accordo è un esempio da seguire perché porta un vantaggio al paese, che restaura il suo patrimonio senza spendere un euro, e alla società sponsor. Ma non si può pretendere di realizzare una simile operazione senza concedere l’esclusiva” La posizione di Tod’s è legittima.

Quello che lascia perplessi sono le modalità della stipula dell’accordo e la sua comunicazione. Il Commissario straordinario Roberto Cecchi aveva indetto una gara con scadenza il 30 ottobre del 2010 che effettivamente è andata deserta. Subito dopo però ha avviato le trattative solo con Tod's, chiuse velocemente senza coinvolgere l'ufficio legislativo e il gabinetto del ministro né l'avvocatura. Anche la comunicazione dei contenuti dell'accordo è stata poco trasparente. L'allora ministro Sandro Bondi aveva parlato di “accordo storico”. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno aveva detto: “Della Valle fa un grande regalo all'Italia”. Mentre per il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta "Della Valle non è uno sponsor, ma un mecenate moderno”.

Tutto vero. L'accordo sottoscritto dal patron della Tod's prevede effettivamente un onere importante per la sua azienda. Ma accanto al do esiste un importante des rimasto finora sotto traccia.

INTERVISTA

Mario Resca, direttore generale ministero Beni culturali:

“Rischiamo di perdere occasioni milionarie”

Mario Resca è un uomo forte del ministero ma più che un burocrate si sente un manager della cultura nella duplice veste di consigliere per le politiche museali e Direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del ministero dei Beni culturali.

È stato spesso accusato di avere una visione troppo commerciale e berlusconiana del patrimonio artistico nazionale. Stavolta però l’ex amministratore delegato di Mc Donald’s Italia, scelto da Silvio Berlusconi per sfruttare al meglio i monumenti, è stato scavalcato a destra dal segretario generale del ministero Roberto Cecchi con il suo accordo con la Tod’s. Il Fatto Quotidiano gli ha chiesto un parere su quello che sta accadendo e lui non si è tirato indietro.

Direttore, è vero che lo Stato italiano non è più padrone di concedere il Colosseo a un’impresa che voglia usarlo per un evento come ha scoperto la Volkswagen, costretta a chiedere il permesso a Diego Della Valle?

È vero che c’è una proposta arrivata tramite un consulente del gruppo Volkswagen per avere la disponibilità dell’uso del Colosseo per un evento che riguarda il lancio di un nuovo modello. Effettivamente io ne ho parlato con Diego Della Valle e ora dovremmo vederci a breve perché, anche se il contratto non l’ho visto, mi sembra di capire che ci sia questo problema.

Il segretario della Uil Gianfranco Cerasoli sostiene che, solo questo evento della Volkswagen, poteva fruttare una cifra intorno al milione di euro.

No, la cifra è più bassa. Prima ci è stata scritta una lettera che conteneva un’offerta molto più bassa. Poi a voce mi è stata fatta un’ipotesi che, in caso di accordo poteva arrivare a un ammontare molto più alto, fino a una cifra di 500 mila euro. Ma non c’è stata negoziazione perché devo prima incontrare Diego Della Valle per capire bene come si possa risolvere questo problema.

Non ritiene che l’uso del Colosseo e del suo sfruttamento commerciale sia stato concesso in esclusiva per 15 anni con troppa leggerezza?

Guardi, l’unica cosa che posso dirle è che, da quando sono arrivato, io ho sempre detto che bisogna attrarre i privati perché è sempre un fatto positivo. I privati possono mettere soldi e competenze. Ad esempio ad Ercolano da dieci anni collaboriamo con la Fondazione Packard (David Woodley Packard, con la sua fondazione Packard Humanities Institute Ndr) che però ha fatto mecenatismo puro. Ha messo denari e ha messo competenze ed Ercolano è un esempio molto positivo.

È vero che in questo caso non l’hanno coinvolta e non hanno coinvolto nemmeno il gabinetto del ministro e il suo ufficio legislativo?

Preferirei non parlare di questo argomento. In fondo io non ho competenza perché ricade sotto il commissario straordinario, l’architetto Roberto Cecchi. C'è un decreto della presidenza del consiglio che gli dà i poteri.

La Volkswagen cosa voleva fare?

Voleva fare un lancio della nuova autovettura con una serie di serate all’infuori degli orari per invitare i loro distributori provenienti da tutte le parti del mondo. Poi però si è tutto bloccato e so che stanno valutando altre sedi europee. Peccato. Loro avevano un forte interesse perché lei capisce che il Colosseo è un’icona mondiale ma la cosa non è andata avanti e penso si stiano ritirando.

Il Colosseo secondo lei ha delle potenzialità di sfruttamento commerciale inespresse?

Ma certo. Lei pensi al Gladiatore. Siamo a dieci anni dall’uscita del film Il Gladiatore e abbiamo visto con grande chiarezza che certamente ci ha portato in tutto il mondo grandissima notorietà. Non a caso noi stiamo parlando adesso con Woody Allen perché vuole fare un film ambientato a Roma (il regista ha annunciato che trascorrerà l’estate nella Capitale per girare la sua nuova pellicola, ndr) e noi gli abbiamo detto che siamo disponibilissimi ad aiutarlo se ha bisogno di ambientazioni nei monumenti di Roma, musei. Lei immagini Il fantasma del Louvre quanto ha aiutato il Louvre. Io mi occupo di comunicazione e il mio obiettivo è proprio quello di portare più visitatori. Io da quando sono arrivato ho puntato su questo e il mio obiettivo non è la mercificazione ma l’avvicinamento dei monumenti al popolo. In due mesi abbiamo fatto più 27 per cento di visitatori.

Se Woody Allen volesse usare Il Colosseo, dovrebbe chiedere il permesso alla Tod’s?

Preferisco non rispondere. Chieda al ministero e al sottosegretario Giro. Io le posso dire solo che incontrerò Della Valle al ritorno dal mio viaggio negli Stati Uniti, tra un paio di settimane poiché abbiamo questa richiesta specifica della Volkswagen. Ci potrebbero essere i numeri uno del mondo in quell'evento e fare un party simile al Colosseo non sarebbe male.

Volkswagen ha rinunciato?

Io ho parlato due giorni fa con chi ha in mano la cosa e sono scoraggiati ma vediamo di risolverla. Io vorrei condividere con Della Valle una strategia di valorizzazione che la mia direzione generale ha in mente e che è lontana dalla mercificazione.

Partiti e società civile. Insieme, in una "Notte bianca" per difendere la democrazia italiana. E per fermare l´ennesima legge ad personam ideata per proteggere Silvio Berlusconi: in particolare la combinazione tra processo breve e prescrizione breve che rischia di cancellare migliaia di cause e con essere le aspettative di tante parti lese. La "Notte bianca" è un´iniziativa promossa da Articolo 21, Libertà e Giustizia, Popolo Viola, Partito democratico e Italia dei valori. Appuntamento a Roma, martedì 5 aprile. Prima in piazza Montecitorio, nel pomeriggio, quando la Camera esaminerà i provvedimenti al centro della polemica. Poi dalle 20 alle 24, in piazza Santi Apostoli. Per un incontro in nome della Costituzione e del tricolore.

Tanti gli interventi attesi. Artisti, rappresentati delle associazioni e delle forze politiche. In un happening che vedrà anche la partecipazione di esponenti del Terzo polo e di Sinistra e Libertà. L´obiettivo è incontrare i cittadini, portare nelle strade le motivazioni della campagna contro i provvedimenti messi in cantiere dal governo.

La manifestazione del 5 aprile non è la sola prevista. La protesta è diffusa, e grazie alle rete sono tante le micro iniziative che vengono annunciate. In grande fermento il Popolo Viola. Che oltre ad animare il presidio permanente all´esterno del Parlamento, ha stilato un denso calendario di sit-in e flash mob all´esterno delle prefetture di tutt´Italia. Poi Libertà e Giustizia, che con "Le strade e le piazze della Costituzione" darà vita a numerosi incontri nelle città italiane.

E proprio per spiegare le ragioni della protesta, Libertà e Giustizia pubblica sul proprio sito un intervento del suo presidente onorario Gustavo Zagrebelsky. "Dobbiamo avere chiaro - scrive l´ex presidente della Corte costituzionale - che in gioco non c´è la sorte processuale di una persona. C´è l´affermazione che, se se ne hanno i mezzi economici, mediatici e politici, si può fare quello che si vuole, in barba alla legge che vale invece per tutti coloro che di quei mezzi non dispongono". E ancora: "Questo è il momento della mobilitazione e della responsabilità. Dobbiamo evitare che le piazze si scaldino ancora. La democrazia non è il regime della piazza irrazionale. Lo è la demagogia. La democrazia richiede però cittadini partecipi, attenti, responsabili, capaci di mobilitarsi nel momento giusto".

Intanto, nel Pd, da registrare la posizione di Rosy Bindi. Che invita i democratici a un´opposizione più dura: «Non si può ignorare che il marasma in cui è precipitata la maggioranza, e che ha portato al rinvio del processo breve, è stato innescato dalla saldatura tra la protesta sacrosanta e necessaria della piazza e la nostra battaglia parlamentare». E il partito di Bersani annuncia, per venerdì 8 aprile, un´altra "Notte Bianca". Iniziative a Torino, Milano, Bologna e Napoli. Ancora in piazza, per la democrazia e la scuola pubblica.

Ancora una volta a favore della pace e della manifestazione che oggi la invoca da piazza Navona a Roma e non solo. Senza se e senza ma, come già abbiamo fatto per l'Iraq, per l'Afghanistan, per la Somalia, per l'ex Jugoslavia. Direi, anzi, che oggi possiamo farlo con più convinzione di prima perché ognuna delle precedenti vicende ci ha ormai insegnato che a mano armata non si toglie il burka alle donne, non si cacciano gli integralisti, non si sconfigge il nazionalismo, non si instaura la democrazia. Si fanno solo più morti innocenti, si accumula più rabbia, rancori, catene di risentimenti. Sopratutto si ammazza la sola forza che può, per difficile che sia e certo in tempi lunghi, ottenere ciò che con gli interventi militari detti umanitari non si strappa: una società civile articolata, capace di creare egemonia, di intervenire sul potere, di controllarlo, denunciarne gli abusi. Meccanismi elettorali e istituzioni calate dall'alto, senza questo protagonismo sono solo belletto, così come le bombe servono solo a far tacere, intimidire,confondere, marginalizzare ogni soggettività popolare.

Lo so che talvolta la via della pace è difficile e si vorrebbero delle scorciatoie per cacciare più presto questo o quel dittatore. Ma non ci sono: restano solo più cadaveri, e non vorrei entrare nel conteggio di quanti siano quelli dei ribelli e quanti dei coscritti di Gheddafi. Il fatto anche più grave è che ferite gravemente già appaiono le primavere arabe che dalla vicenda libica non escono rafforzate ma deviate per via di un intervento esterno ed autoritario che ha loro tolto ruolo. Per via di un'azione armata che ha già scelto i suoi paladini: i prodi ministri scappati all'ultimo momento (e fra questi persino che si è stato a capo nientemeno che del dicastero della giustizia e degli interni del regime) ai quali viene affidato il compito di costruire la democrazia libica.

C'erano altre soluzioni che, dopo la prima ribellione di Bengasi, avrebbero potuto favorire una via d'uscita, quella che sin dai primi giorni ha continuato a suggerire monsignor Martinelli: il negoziato, la mediazione, ma anche l'isolamento politico che avrebbe potuto alla fine e con meno sangue strozzare il regime. Non ci si è neppure provato, si è scelta la via dei bombardamenti a tappeto, la violazione del mandato dell'Onu, ora si discute di armare i ribelli e si inviano le «truppe dell'ombra», i consiglieri della Cia, entrando a gamba tesa in una vicenda che riafferma il potere dei più forti di decidere sugli affari del mondo: libertà di fare quel che vuole al sovrano del Bahrein, o ai militari israeliani a Gaza, non a Gheddafi. Cui naturalmente questa libertà andrebbe tolta, e al più presto. Ma se lo si fa in nome di questa pelosa giustizia sarà difficile far accettare a chiunque nuove regole di convivenza internazionale.

Giorni fa al Left Forum che come ogni anno si tiene a New York riunendo circa 5.000 militanti della variegata sinistra americana, avrebbe dovuto intervenire una donna afghana, deputata nella passata legislatura. Washington le ha negato il visto, ma si è riusciti a vederla e ad ascoltarla ugualmente attraverso sky pay e l'immagine ingrandita sullo schermo in una grande affollatissima sala. Se venissero ascoltate le sue parole, non dico dai potenti che hanno buone ragioni per tapparsi le orecchie, ma da chi tentenna di fronte alla condanna delle guerre umanitarie, capirebbe cosa vuol dire esser state «liberate» dalle armi e imparerebbe che l'alternativa non è stare con le mani in mano, ma sostenere - e ci sono mille modi di farlo - chi si impegna a far crescere, dal di dentro, le condizioni del protagonismo democratico.

Nel silenzio generale, passa alla camera l'aumento del tetto della trattativa privata negli appalti pubblici: meno gare, niente trasparenza, uguale più corruzione

Il 15 marzo, con un emendamento approvato nel disegno di legge per lo statuto delle imprese, l’aula della camera dei deputati ha triplicato la soglia che consente l’uso della trattativa privata senza pubblicità negli appalti pubblici, innalzata da 500.000 euro a 1.500.000 euro.

Emendamento proposto dalla Lega Nord, approvato da una maggioranza bulgara e traversale con 485 voti favorevoli, solo 2 astenuti e nessun contrario, dentro un provvedimento approvato dalla camera e ora avviato per la discussione al senato.

Gli effetti sul mercato sono dirompenti: la sottrazione dalle gare di una quota robusta di lavori pubblici, senza alcuna forma di pubblicità, aiuterà di sicuro la già dilagante corruzione. Il Cresme ha effettuato una stima dell’impatto della norma per Edilizia e Territorio (settimanale del Sole 24 ore) da cui si deduce che prendendo come riferimento l’anno 2010, verrà sottratto al mercato il 76% dei bandi di gara in termini di numero e circa il 16% se si calcola il valore in termini di importo. In pratica su 18.848 bandi emessi nel 2010, ben 14.239 sarebbero stati affidati senza bando e senza pubblicità, direttamente dal responsabile del procedimento. In termini di valore questo equivarrebbe a sottrarre al mercato circa 5,1 miliardi di lavori pubblici su di un totale di 32, 9 miliardi di investimenti pubblici.

In più con altri emendamenti il ddl sullo statuto alle amministrazioni pubbliche, vi è l’esplicito mandato di favorire negli appalti le imprese del territorio, per quelle con meno di 250 dipendenti e con meno di 50 milioni di fatturato. Non è chiaro come questo possa in pratica avvenire dato che tutte le normative europee ed italiane vietano ogni riserva in materia di gare e lavori, ma forse si pensa di rispettare questa indicazione proprio con la trattativa privata dove l’ente locale potrà scegliere in modo discrezionale, senza motivazione e senza pubblicità, a chi affidare i lavori.

Nella stessa norma, la soglia per le amministrazioni locali, da affidare direttamente e senza gara gli incarichi di progettazione, viene innalzata da 100.000 a 193.000. Una norma contro la quale si è già scagliata pesantemente l’Oice (associazione delle società di ingegneria) che ha denunciato la scomparsa del mercato della progettazione e l’incremento quindi dei costi, dato che il 91% dei bandi rientra in questa soglia.

L’argomento invocato per affidare direttamente i lavori è il solito: fare presto, togliere i lacci e lacciuoli come richiesto dalle amministrazioni, venire incontro alle difficoltà dei piccoli comuni impossibilitati a selezionare decine di imprese per ogni gara data la scarsità di risorse e personale, nonché una “sedicente” autonomia territoriale invocata dalla Lega Nord. Problemi reali ai quali però è stata data una risposta completamente sbagliata, mentre si doveva semplificare ed unificare le stazioni appaltanti (per esempio a scala provinciale) dentro un unico soggetto pubblico in modo da fornire professionalità, risorse e trasparenza dei bandi e dei risultati delle gare. È noto che anche la polverizzazione delle gare rende difficile controllo e vigilanza e quindi incrementa comportamenti e pressioni illecite.

Contro l’innalzamento della trattativa privata si è schierata l’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici. Il suo presidente Giuseppe Brienza è stato molto netto: con questa norma ben il 96% degli appalti dei comuni è sottratto al mercato, e ha censurato soprattutto la mancanza di obbligo di pubblicità e trasparenza. Ha fatto anche capire che se la norma non verrà corretta dal Senato si renderà necessario un provvedimento dell’Autorità che renda indispensabile la motivazione con cui l’amministrazione intende applicare l’affidamento diretto, quali siano le regole comunque da applicare e quali i criteri di invito alla procedura informale. Solo a queste condizioni minime sarà possibile svolgere un’azione di vigilanza su questi lavori, che sfuggirebbero non solo alla concorrenza ma anche al controllo dell’Autorità.

Del resto la stessa Autorità a gennaio aveva reso pubblici i risultati di una ricognizione sugli affidamenti a trattativa privata dei grandi comuni degli ultimi tre anni (2007-2010), da cui era emerso un quadro desolante: con più di 80.000 contratti per un valore di 61 milioni affidati senza gara. Da quando nel 2008 la soglia era stata innalzata a 500.000 euro per la trattativa privata vi era stato un incremento vertiginoso di lavori senza gara dove un lavoro su due era ormai affidato senza procedura competitiva. Il comune di Roma è stato tra i più solerti ad affidare senza gara con ben 42 bandi e un valore nel triennio di ben 248 milioni di euro. Non solo, in diversi casi i lavori sono stati frazionati artificiosamente proprio per rientrare sotto la soglia fissata per poter applicare la trattativa privata.

Nonostante che questa soglia, questo limite per consentire l’uso della trattativa privata sia stato ritoccato dall’approvazione della legge Merloni nel 1994 ben 5 volte. La norma originaria prevedeva 150.000 ecu di soglia, diventata 300.000 nel 1998. Nel 2002 si consente la trattativa privata fino a 100.000 euro e fino a 300.000 in caso di gara deserta. Nel 2006 si attesta a 100.000 euro per poi balzare nel 2008 a 500.000 e adesso, se la norma verrà confermata anche dal Senato, triplicherà fino ad arrivare a 1.500.000 euro. Quindi si era già tenuto conto delle difficoltà delle amministrazioni locali, nonché delle direttive europee, che contemplano delle soglie molto ampie dato che devono essere il riferimento per tutti i paesi, mentre gli effetti di sottrazione dal mercato sono soprattutto in quei paesi come l’Italia dove vi sono migliaia di istituzioni locali e una miriade di piccole e medie imprese, mentre in altri paesi come la Germania o la Francia il numero di appalti sotto queste soglie è decisamente minore.

Anche l’Ance si è schierata duramente contro l’aumento della trattativa privata e il suo presidente Paolo Buzzetti ha parlato di un mercato che “andrebbe sott’acqua”, proponendo in alternativa l’innalzamento a un massimo di 1 milione di euro con precisi obblighi di trasparenza come la rotazione degli inviti, l’obbligo di pubblicità per ogni fase dell’affidamento.

Mentre l’Aniem, l’associazione delle piccole e medie imprese edili, si è schierata a favore della norma “perché da 15 anni il settore degli appalti pubblici è bloccato con leggi da stato di polizia” e con questo provvedimento si supererebbe questa situazione di controllo. Insomma la logica è sempre quella: dato che i controlli servono a ben poco contro la corruzione meglio eliminarli!

La gravità della norma, a mio giudizio, sta anche nel fatto che si somma a tante procedure specifiche e speciali sottratte al mercato, dove la trattativa privata e la deroga sono diventate la regola, nelle grandi opere, per gli eventi speciali e le ricostruzioni dopo terremoti e alluvioni.

È il caso dell’alta velocità ferroviaria, dove tre tratte per oltre cinque miliardi di lavori sono state restituite a trattativa privata ai vecchi consorzi, dei lavori nel settore autostradale dove la nuova riforma del governo di centrodestra consente alle concessionarie di svolgere in house il 60% dei lavori, per le opere e gli interventi della protezione civile, inclusi gli eventi speciali, che sono affidati direttamente in nome dell’emergenza (e abbiamo visto i risultati con le inchieste della magistratura sulla “cricca”).

Mentre inchieste sono già in corso sulle infiltrazioni per la ricostruzione dell’Aquila e in Abruzzo e sia per il business lanciato dall’Expo di Milano, dove è presente la “ndrangheta”. È la stessa recente relazione annuale antimafia inviata al parlamento a darne conto con un quadro drammatico della strategia e della capacità delle cosche mafiose di infiltrarsi negli appalti e nel ciclo di realizzazione degli interventi, con un mercato parallelo molto ben gestito e organizzato, e anche conveniente per l’imprenditore. Tranne che per lo stato e per la collettività che impegna i soldi per la realizzazione dell’opera pubblica.

Quindi buona parte del mercato ormai, sia per grandi opere e sia per piccoli interventi è ormai sottratto alla concorrenza e alla trasparenza, mentre le inchieste della magistratura registrano gravi fenomeni di corruzione e concussione nell’affidamento di appalti, lavori e servizi.

La Corte dei Conti, presieduta da Luigi Giampaolino, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2011 nella sua relazione ha censurato questi fenomeni nel settore degli appalti, prodotti da una grave elusione delle regole, con un’aggressione continua alla concorrenza, il massiccio ricorso alla trattativa privata anche in violazione delle norme al quale sovente risultano connesse tangenti per favorire gli affidamenti. Fenomeni che hanno influenzato negativamente l’efficienza della spesa, la qualità di gestione delle amministrazioni e depresso la funzione anticiclica della spesa pubblica.

Non può dunque che creare allarme e preoccupazione l’emendamento che amplia la trattativa privata senza regole e senza pubblicità, approvato all’unanimità dalla camera, perché non tiene conto della situazione opaca e deformata già presente nel mercato a ogni livello. Siamo ancora in tempo per correggere la norma al senato, con una misura che coniughi efficienza e legalità.

Come si sono ridotti così? Prima un po’ alla volta, poi tutto insieme. Il volto, i volti della classe dirigente riflettono ormai la deriva di un’agonia politica. Il ghigno stupefacente di Ignazio La Russa, l’isterico lancio della tessera del guardasigilli Alfano, lo sguardo esterrefatto di Fini, i deputati leghisti che ringhiano «handicappata di merda» alla collega disabile Ileana Argentin.

La malattia degenerativa di una democrazia di colpo assume i modi, le espressioni, i gesti di un’esplosione schizofrenica. Nell’ora dei telegiornali milioni d’italiani assistono attoniti a uno spettacolo di degrado, di squallore definitivo. Dentro l’aula l’impressione era ancora più penosa. Da un momento all’altro ti aspettavi che i leghisti prendessero anche a calci la carrozzella della deputata tormentata dalla distrofia o che qualcuno estraesse all’improvviso un’arma, come in Bowling for Colombine. Ogni tanto bisognava uscire fuori, per strada, fra la folla ordinata e pacifica che contestava in piazza Montecitorio, per respirare un po’ di normalità civile.

Vergogniamoci pure per loro, che non ne sono capaci. Ma perché sono arrivati a tanto? Il fatto è che il governo non esiste, la maggioranza non esiste e lo sa. Non esistono più da tre mesi, dal 14 dicembre scorso, quando il governo avrebbe dovuto essere sfiduciato dalla Camera e invece la scampò per i voltagabbana dell’ultima ora, i dipietristi pentiti Scilipoti e Razzi. Un colpo di coda col quale il premier è riuscito a garantire la propria sopravvivenza, ma niente di più. Il governo, la maggioranza sono comunque morti il 14 dicembre. Non decidono più, non sussistono. Se non all’unico scopo di sfornare leggi in grado di proteggere il premier dai processi. Per il resto, il governo è una nave fantasma, incapace da dicembre di compiere qualsiasi scelta, qualunque cosa accada. Terremoti, tsunami, crisi nucleari, guerre civili alle porte, rivoluzioni a un tiro di missile da casa. Niente. Disoccupazione, inflazione, scalate estere ai gruppi industriali. Silenzio. Uno dopo l’altro, sono spariti dalla scena i ministeri e i ministri, anche i più popolari e decisionisti. Che fine hanno fatto Brunetta, Maroni, Gelmini, perfino Tremonti? Ridotti a comparse. Sulla scena rimane l’ondivago Frattini, il nulla stesso fatto ministro, inventore del situazionismo in politica estera. E l’improvvisatore Ignazio La Russa, che fa notizia soltanto per calci, insulti e gestacci, mai per essere ministro della Difesa della nazione al centro del Mediterraneo in fiamme. Il mondo procede già come se l’Italia non avesse ufficialmente un governo, a prescindere. Perché convocare a un summit sulla crisi libica una sedia vuota?

Libera da ogni altra missione che non sia la salvaguardia di Berlusconi dalla legge, la maggioranza si divide soltanto sulle linee difensive. Oggi il gran dibattito nel centrodestra si svolge fra avvocati di Berlusconi, all’interno dei due principali studi legali. Quello di Gaetano Pecorella, scettico sulla necessità della battaglia per la prescrizione breve, e l’altro di Niccolò Ghedini, ideatore di leggi ad personam sempre più modellate sulle stringenti esigenze di Berlusconi. Con il ministro Alfano e la Lega nel ruolo di arlecchini servitori di due padroni.

È una condizione abbastanza umiliante da spiegare la deflagrazione di rabbia e violenza di questi giorni, il senso d’inutilità che esplode in un misto di rancore e vittimismo. Tanto più da parte di chi, come gli ex An e i leghisti, coltivava l’ambizione di far politica o almeno la pretesa di farlo credere agli elettori. Ma si ritrova imprigionato nella livrea del maggiordomo, scavalcato nella considerazione dall’ultimo venduto, dall’ultimo compagno di merende e compagna di bunga bunga, e allora se la prende con gli avversari, con i manifestanti, con chiunque ancora osi esibire brandelli di dignità, segnali di esistenza. Il governo e la maggioranza non ci sono più. Nella notte si sono svolte trattative fra i collegi di avvocati del premier, in vista della riconvocazione della Camera. Sarà un altro spettacolo d’angoscia. Per fortuna martedì torneranno in piazza anche i manifestanti in difesa della Costituzione, così potremo uscire ogni tanto dal manicomio di Montecitorio a respirare un po’ di civiltà.

Oggi la lotta contro i magistrati; solo ieri è finita la campagna contro i "baroni" universitari. Prima debellati questi – soltanto per i profili più importanti: un po´ di piccolo potere locale è loro rimasto – , ora minacciati quelli. Certo, la politica di Berlusconi è soprattutto una storia di salvezza personale: su questo obiettivo si orientano molte delle residue energie del governo. Ma c´è un senso anche nell´attività politica non direttamente riconducibile alle sorti individuali del premier. Ed è un pessimo senso.

Che ha come obiettivo principale la riduzione del potere e dell´influenza delle élites tradizionali, cioè di quelle vaste e articolate formazioni di specialisti intellettualmente e professionalmente qualificati che costituiscono l´ossatura di uno Stato e che garantiscono l´interfaccia tra attività di governo e dinamiche della società civile; che sono indispensabili alle strutture d´ordine e alla dinamiche di progresso. Anche se non sono portatori della razionalità stessa dello Stato – come voleva Hegel – , si tratta di ceti dal ruolo strategico, anche nel mondo d´oggi: ogni Paese li produce e li seleziona in modi diversi, secondo storia, caratteristiche e esigenze.

In alcune realtà, come la Francia, si tratta prevalentemente di grandi burocrati; in altre, di militari; in altre ancora, come l´Italia, di professori e giuristi. Sono agglomerati istituzionali, o semi-istituzionali, che costituiscono una preziosa riserva di sapere e di potere (o almeno di competenze e di influenza) nella società e nella politica; come una sorta di ossatura, di spina dorsale, del Paese, che, informalmente, ne assicura la stabilità, che ne cura e rinnova gli interessi permanenti. Un interlocutore indispensabile per la politica: non per chiedere privilegi, ma per darle aiuto, per assicurarle coerenza, per istituire con essa una dialettica il più possibile ricca e feconda. Una società democratica, uno Stato liberale, una repubblica minimamente certa di sé, si articolano anche in questa complessità, in questa ricchezza.

Contro la quale, invece, si scaglia – sistematicamente, coscientemente, coerentemente – la strategia della maggioranza: che infatti non è né liberale né democratica ma populista. E del populismo condivide il timore e il disprezzo per le élites, il risentimento contro il presunto privilegio dei "pochi" che non si presentano come parvenus ma che esibiscono un´appartenenza di ceto, comportamenti dettati non dalla smania di acquisizione o di protagonismo ma dall´ethos e dall´orgoglio professionale, dalla consapevolezza del merito, dalla certezza del dovere. Contro questi "poteri forti", contro questi "radical chic", contro questi "aristocratici da salotto", viene scatenata la massa populista; a cui si additano i professori come indecenti nepotisti, e i magistrati come impuniti persecutori di innocenti; agli uni e agli altri – pur così diversi tra loro, quanto a funzione – deve essere fatta pagare la loro aria di superiorità, il sentore di privilegio che li accompagna. In realtà, quello che devono veramente scontare è di essere un contropotere rispetto al potere politico: un contropotere debole, che chi ha vinto le elezioni – e dunque è in possesso dell´unica legittimità che, secondo il pensiero dominante, possa essere fatta valere – può spazzare via, o almeno intimidire, ridurre a più miti consigli, con una strategia di bastone (molto) e di carota (poca), volta a disarticolare i ceti, a costringere i singoli componenti alla trattativa. La Casta (vera) contro le Caste (presunte).

Fare una riforma dell´Università che ponga "al centro lo studente", istituire la responsabilità civile dei magistrati, sono – nelle condizioni di oggi – solo abili mosse demagogiche che hanno la finalità reale di ridurre all´obbedienza élites riottose. Benché sia vero che nessuna di esse è immune da pecche, anche gravi, la lotta del potere politico non è contro queste, quanto piuttosto contro il ‘sistema´ stesso delle élites, i cui membri devono limitarsi a erogare anonimamente un "servizio" tecnico meramente funzionale.

Del tutto in linea con questo intento è anche il finanziare la cultura rendendone evidente e sommamente impopolare la fonte – le accise sulla benzina – come per mettere il popolo, le masse, contro i lussi sofisticati e incomprensibili dei "pochi". E perfino la lotta contro i metalmeccanici – quel che resta dell´aristocrazia operaia – è interpretabile, oltre che nelle sue connotazioni più ovvie, anche all´interno del medesimo disegno di riduzione tendenziale della società a uno spazio liscio, disorganizzato, abitato da consumatori massificati, in cui emerge solo il potere plebiscitario di chi ha vinto le elezioni, più qualche folkloristico campanile a rappresentare le "radici" del popolo. Unica élite ammessa, a scopi meramente funzionali e, com´è giusto, rigorosamente individuali: gli avvocati difensori.

Questo è un problema per l´oggi e per il domani, durante Berlusconi e dopo Berlusconi: qualcuno, un po´ lungimirante (se c´è), dovrà pure cominciare anche a pensare in termini di ricostituzione delle élites, cioè di saperi e competenze che a partire da una specifica professionalità sappiano costituire l´ossatura generale del Paese. E intanto, per favore, coloro che stanno realizzando questa Italia invertebrata, almeno non si definiscano liberali.

Provate a immaginare un vostro nonno. Non dico uno di quelli che sono partiti per l'America con un posto ponte sulla nave, biglietto di sola andata. Anche un nonno che lascia il paese in Calabria per andare a cercare lavoro a Torino. Immaginatelo ragazzo. A diciott'anni, diciamo. Che tutta la famiglia per anni ha messo da parte quel che gli sarebbe servito a partire, pochi soldi e due vestiti. Che saluta con la valigia in mano la madre il padre i fratelli, gli amici e la ragazza che ama. Che non ha mai visto nient' altro che i campi attorno a casa sua, che ha paura, che non sa cosa l'aspetta, che va in un posto lontanissimo di cui non conosce bene la lingua, l'italiano, e dove fa freddo e non ci sarà nessuno ad aspettarlo. Però va perché non c'è altro da fare, perché i suoi genitori la sua famiglia tutto il suo mondo si aspettano questo da lui, che parta e trovi un lavoro e mandi a casa i soldi per campare, che sia la loro promessa di vita e la sua. Secondo voi se vostro nonno, all' arrivo a Torino, alla stazione, alla fine di quel viaggio che sembra lungo giorni invece dura l’esistenza intera, se scendendo dal treno avesse trovato un funzionario con un foglio da firmare e cento lire in mano, uno che gli diceva “ti do questi soldi se torni a casa tua” lui sarebbe tornato? Io di mio nonno penso di no. Forse mi sbaglio, perché uno non sta mai davvero nella testa di un altro. Ma penso che gli avrebbe detto no, guardi, cento lire se le tenga non so cosa farmene: a me serve una vita. Lei ce l'ha una vita da darmi? Allora si sposti, scusi, che devo passare e cercarmela da solo. Con queste gambe e queste mani che son tutto quello che ho.

Penso anche che uno che scende da una barca su cui ha attraversato il mare rischiando di morire e vedendo morire quelli attorno a sé sia anche meno propenso di mio nonno ad accettare 1500 euro in cambio della rinuncia alla vita che ha sperato. È un’offerta insensata e umiliante persino per chi la fa. A volte basta poco per dire e proporre cose sensate, eventualità utilissima specie se il compito è quello di governare un Paese, lo dico pensando al ministro Frattini che immagina di risolvere il problema della fuga dal Nord Africa mettendo in mano la mancia ai disperati che arrivano. Basta mettersi per qualche secondo, sforzandosi persino cinque minuti, nei panni di chi si ha di fronte.

Mettersi nei panni e ascoltare. Diranno che è un atteggiamento emotivo e non razionale. Difendo la razionalità delle emozioni, penso alla piazza di ieri. Chi non abbia ancora capito cosa muove la protesta per l'acqua pubblica (in specie quella sull'acqua, ma anche sul nucleare – di cui abbiamo moltissimo parlato in queste pagine – e sulla giustizia) non ha nessuna idea del paese in cui vive, della gente che lo abita, di cosa può accadere quando goccia dopo goccia si buca la pietra. C'è un film bellissimo, “Anche la pioggia” (Tambièn la lluvia, ne ho già parlato qui) che racconta della rivolta per l'acqua pubblica in Bolivia. Sì, sì, lo so. L'Italia non è la Bolivia. I disperati che muoiono in mare non sono i nostri nonni con la valigia di cartone. Però somigliano, a guardare da vicino e a trovare le analogie tra quel che cambia nel tempo che cambia. Gli uomini, alla fine e in ogni luogo, c'è qualcosa per cui sono disposti a morire. Per dar da bere ai figli, per farli nascere in un luogo dove possano crescere. Per ribellione all'ingiustizia. Per essere liberi di pensare e di parlare, persino, certe volte, alcuni.

ACQUA PUBBLICA

LA PIAZZA, LA SORPRESA


di Angelo Mastrandrea

Impressione numero uno, guardando il lento fluire della manifestazione che si appresta a inondare piazza San Giovanni a Roma: il colore azzurro dell'acqua domina su tutto, chiazze di giallo rimandano al nucleare, l'arcobaleno compare a sprazzi come da previsioni della vigilia. Impressione numero due, dopo aver visto sfilare due terzi del corteo: confermato il primo colpo d'occhio cromatico, ma «il bello, il brutto e il cattivo» del titolo del manifesto di giornata, vale a dire l'acqua, il nucleare e la guerra, è come se si fossero fusi in un sentimento unico, producendo un'inedita contaminazione di pacifismo e ambientalismo. Impressione numero tre, abbandonando la piazza: non si è ascoltato un solo slogan su Berlusconi e sul governo. A ben sentire, nemmeno sull'opposizione. Quasi che il giudizio fosse nei fatti: la legge che privatizza le risorse idriche è opera del Pdl, ma sulla stessa barca ci sono un'abbondante fetta del centrosinistra, Confindustria e una potente lobby trasversale non seconda a quella (altrettanto trasversale) che lavora per il ritorno al nucleare.

Stando così le cose, quante possibilità ha un ecologismo popolare così diffuso di incidere realmente sulle scelte politiche del nostro Paese? Poche, pochissime, a giudicare dal boicottaggio politico e dal sostanziale silenzio mediatico su questioni che pure coinvolgono milioni di persone. L'unica speranza è che il 12 giugno ci svegliamo con una sorpresa: spiagge vuote e urne piene di sì per l'acqua pubblica e per l'abbandono del nucleare. La piazza di ieri dice che la sorpresa, e non sarebbe la prima volta in Italia, è a portata di mano.

MARCIA PER LA VITTORIA

di Andrea Palladino

Una grande manifestazione apre la campagna referendaria di giugno. Gli organizzatori: siamo 300 mila. In piazza centinaia di comitati per l'acqua pubblica da tutta Italia: «Ora il quorum»

A ben pensarci c'è qualcosa di curioso nel vedere decine e decine di migliaia di persone sfilare, a Roma, per l'acqua. Non è la Bolivia delle rivolte di qualche anno fa, o il Maghreb infiammato dai costi dei beni essenziali. È un paese pigro e cupo, l'Italia che ci mostrano quotidianamente, che nulla dovrebbe avere a che fare con un movimento così forte, capillare, anticonformista e orgoglioso come quello che chiede - da almeno cinque anni - di cambiare la politica partendo dal concetto di beni comuni. Eppure ieri a Roma centinaia di comitati cittadini, associazioni più o meno informali, parti di una rete cresciuta nel silenzio allineato dell'informazione e della politica - almeno quella parlamentare - hanno riaffermato la centralità del movimento per i beni comuni nel nostro paese. Con volontà e creatività, prendendo in mano per qualche ora la capitale, puntando al raggiungere il quorum dopo sedici anni di referendum falliti, un obiettivo che potrebbe rivoluzionare la politica italiana, soprattutto a sinistra.

Un milione e quattrocentomila firme raccolte in tre mesi non avrebbero senso senza tenere a mente questo volto della società italiana dell'era di Berlusconi, che è la vera spina dorsale di quello che i media chiamano - semplificando - il popolo dell'acqua.

Elencare le città comporebbe una lista immensa e senza senso. Conviene allora citare una parte importante e unica del movimento, il gruppo degli enti locali per l'acqua pubblica che ieri aprivano il corteo con i gonfaloni storici delle città. Un'intera regione, le Marche, le province di Cagliari e Campobasso e tantissimi comuni, con i sindaci, le delegazioni, le fasce tricolori. Uno fra tutti, quello di Aprilia, che con determinazione ha presentato il foglio di via al gestore privato Acqualatina, dopo avere visto le pattuglie con vigilantes armati andare a staccare l'acqua a chi contestava gli aumenti a tre cifre.

Il ricordo della prima manifestazione nazionale - che ha percorso le vie di Roma nel 2009 - sembra già affondare nella preistoria. Allora i manifestanti erano meno di quarantamila e il punto di arrivo era la piccola piazza Farnese, con un piccolo camion come palco. Lo scorso anno il centro storico venne letteralmente invaso dalle centinaia - oggi forse migliaia - di comitati cittadini, Sembrava l'apice di un movimento, un punto di non ritorno. Non era che l'inizio.

Ieri i movimenti per l'acqua non hanno temuto di accogliere le altre parti della società civile, quella antinuclearista e l'anima pacifista. E non era solo la cronaca ad imporre un ritmo differente, una suddivisione del corteo, sostanzialmente aperto e coinvolgente. Qualcosa sta cambiando, a ben guardare i trecentomila volti sfilati da piazza della Repubblica fino a San Giovanni, sfidando i grandi numeri. Ci sono segnali chiari e oggettivi, che rendono misurabile il movimento: «Lo scorso anno avevamo si e no riempito un pullman - spiegano i gruppi venuti dalla Calabria - quest'anno ne abbiamo organizzati quattro, e saremmo andati oltre se non c'era un problema di costo». Stessi numeri e stesso balzo in avanti per un'altra regione, il Piemonte. E poi la presenza forte delle zone storiche del Pd - che sul tema dell'acqua mostra ancora molte ambiguità - come la Toscana e l'Emilia Romagna. E poi la Puglia alle prese con la prima grande ripubblicizzazione in Italia, la Campania, dove i comitati si trovano di fronte all'eterna emergenza dei rifiuti, la Sicilia, che grazie al movimento per l'acqua ha raggiunto il primo obiettivo di una legge regionale che potrebbe togliere le risorse idriche ai privati. E la Calabria, dove la rete che oggi si riunisce attorno alla difesa dei beni comuni era nata nell'ottobre del 2009, con la manifestazione di Amantea per la verità sulle navi dei veleni.

Il quorum da raggiungere per i referendum su acqua e nucleare sembra non spaventare i comitati che ieri hanno colorato una Roma un po' sonnacchiosa e primaverile. Un segno importante è stato la partecipazione del gruppo ecodem - l'area ecologista del Pd - al corteo, con uno striscione sorretto, tra gli altri, da Roberto Della Seta. In questi mesi la posizione dei democratici non era stata particolarmente netta, soprattutto sul secondo quesito che prevede l'eliminazione del profitto garantito per i gestori privati dell'acqua. E proprio gli ecodem fin dall'inizio avevano agitato lo spettro del quorum ritenuto impossibile da raggiungere. Con il disastro di Fukushima le cose sono ovviamente cambiate. Ma forse è cambiata anche la percezione che viene dai territori, dove il Pd vede crescere in maniera esponenziale il movimento per l'acqua. Un confronto che guadagna sempre più consenso e coscienza critica.

NO NUKE

«SOLE, VENTO E MARE MA NON NUCLEARE»

di Eleonora Martini

«La catastrofe nucleare in Giappone basta e avanza, fermiamo le centrali atomiche». Molti degli striscioni e delle bandiere gialle che punzecchiano qua e là il grande corteo blu-acqua di Roma, odorano ancora di fabbrica. Nuovi di zecca, come la miriade di comitati locali «Vota sì per fermare il nucleare» sorti come funghi in tutto lo Stivale nelle ultime settimane. «Siamo nati come movimento in difesa dell'acqua pubblica, ma è l'intero pianeta il nostro bene comune, da difendere a tutti i costi contro la follia atomica: una tecnologia inutile, rischiosa e costosa». Ma dopo Fukushima e dopo il grande «bluff» della moratoria sul piano nucleare pensata solo per boicottare il referendum, hanno deciso di esplicitare meglio il loro messaggio «No Nuke».

Due istanze, la proprietà collettiva dell'oro blu e un territorio denuclearizzato, che viaggiano a braccetto, e non conoscono idea politica: a sfilare nelle strade della capitale ci sono elettori di destra e di sinistra, c'è perfino «Fare Verde», un'associazione nata 25 anni fa come di estrema destra ma, tentano di spiegare le donne e gli uomini dello spezzone che qualcuno ha cercato di cacciare dal corteo, «ora è composta da cittadini di ogni orientamento politico», «molti di sinistra, come me», puntualizza un pescarese.

Ciascuno ha aggiunto un simbolo, una parola, contro il nucleare sullo striscione o sul cartello, o una spilla gialla appuntata sulla giacca. Calzano tute bianche e maschere antigas; una stilista fiorentina indossa la bandiera antinuclearista che ha trasformato in un abito da cortigiana. Sono solo delegazioni, però, perché decine di altre manifestazioni No nuke si sono tenute ieri contemporaneamente in molte città italiane. Alcuni sardi in trasferta a Roma raccontano che a Cagliari ieri in molti hanno risposto alla geofisica Margherita Hack, che ha indicato la Sardegna come miglior sito nucleare, portando in piazza il vessillo indipendentista nella versione radioattiva: quattro teschi al posto dei quattro mori. Arrivano dalla Lombardia e dall'Umbria: «Uniti vinceremo di nuovo: Italia denuclearizzata». Dalla Sicilia, dal Lazio e dalla Basilicata, dalla Puglia, dal Piemonte e dall'Abruzzo. Vengono dalla Campania e sono «di ogni appartenenza politica», i «Movimenti Cap» che portano striscioni numerati e con una scritta «Socialità e progresso»: sono i codici di avviamento postale delle singole città, un modo per dire che ogni paese è un popolo che dice «No al nucleare». «Perché - spiegano - lo sappiamo già che se ci sarà bisogno di una pattumiera per le scorie radioattive, saremo noi i primi della lista».

Greenpeace, Legambiente e Wwf hanno mobilitato migliaia di persone da tutta Italia. E sono tanti i lavoratori e gli imprenditori delle energie rinnovabili che hanno speso capitali, tempo, energia e speranze in progetti di produzione - fotovoltaico, soprattutto - e ora rischiano di perdere tutto a causa del decreto Romani. «Anni di battaglie burocratiche, progetti bocciati e ripresentati mille volte e poi infine approvati, non sai nemmeno perché, senza aver cambiato una virgola - racconta Roberto, ingegnere, che per il suo progetto aveva trovato anche capitali esteri -e ora, dopo due mesi dall'entrata in vigore dell'ultima legge, il governo cambia tutto. Il termine ultimo per allacciare gli impianti è il 31 maggio, ma per l'Enel ogni cavillo è buono per rinviare: sono due mesi e mezzo che aspettiamo». Una storia tra tante. Ma i politici che sfilano sono pochi, qualcuno degli Ecodem e dell'Idv, i Verdi, Sel e Rifondazione. Anche se, come dice Paolo Ferrero: «A differenza di tanti altri temi su cui abbiamo manifestato, questo del referendum sull'acqua e sul nucleare è un terreno dove si può concretamente vincere».

NO WAR

I PACIFISTI COME PESCI NELL ACQUA

di Cinzia Gubbini

Non è un mare di bandiere arcobaleno, che pure ci sono a colorare il blu dei vessilli del movimento per l'acqua pubblica. Ma una cosa è certa: l'arcobaleno è nel cuore dei difensori dei beni comuni. Forse un po' a sorpresa, visti i grandi dibattiti sulle lacerazioni interne al movimento pacifista, piazza San Giovanni ieri era integralmente contro i bombardamenti e per la pace. Ora, qualcuno a favore dell'intervento in Libia deciso dopo la risoluzione Onu ci sarà pure stato - uno, a fatica, lo abbiamo trovato pure noi - ma la maggior parte delle persone che si sono messe in marcia da piazza della Repubblica non ha dubbi: è stato un errore bombardare la Libia, e ancor peggiore è stata la decisione dell'Italia di partecipare per cercare un posto al sole.

Ragionamenti concreti, anche un filino sofferti, non chiacchiere in libertà. «Oggi avremmo portato tutte le bandiere, compresa quella arcobaleno, che comunque è nel nostro cuore e nella nostra testa», dicono Lorena e Stefania, arrivate da Modena. «Gli insorti chiedevano aiuto? Bisognava trovare altre strade. E ora inneggiano all'intervento armato? Non so, io ho letto cronache di gente anche molto molto disperata per gli effetti delle bombe occidentali», dice Lorena. «E poi - aggiunge Stefania, che indossa una maglietta di Emergency - vogliamo chiederci come mai lì sì e in altri posti no?». Fabio, un loro amico, prima sta zitto, ma poi interviene come un fiume in piena: «Che sia una guerra sbagliata lo si capisce dal fatto che neanche loro sanno più come uscirne. E bisogna mettersi in testa una cosa: non c'è una guerra che abbia risolto i problemi».

Che il concetto di «guerra umanitaria» sia penetrata anche a sinistra è una cosa che fa imbestialire Marianna, del centro sociale Mezza Canaja di Senigallia: «Non si fa una risoluzione Onu e dopo 20 minuti cadono le bombe, c'erano altre strade da tentare». Quali? «Armare i ribelli, aiutarli nel loro processo di rivolta sociale che certo avrebbe avuto i suoi tempi ma sarebbe stato più giusto». Daniele, compagno di centro sociale, annuisce: «Io un'idea chiara ancora non ce l'ho, ne discuteremo al centro. Ma mobilitarsi per l'acqua pubblica è più di istinto, il discorso sulla guerra richiede maggiore approfondimento».

Rosa e Pier Giorgio da Cosenza meriterebbero un capitolo a parte, se non altro per la loro storia: marito e moglie per vent'anni, da dieci sono separati, ma le manifestazioni se le fanno ancora insieme. Condividendo tutto, o quasi. Rosa infatti non apprezza che Pier Giorgio abbia portato un cartello apertamente anti berlusconiano («basta all'uso giudiziario della politica») perché «la questione dell'acqua riguarda tutti, e per vincere questo referendum dobbiamo prendere i voti di tutti. Non esiste destra e sinistra». Ma sulla questione della pace non ci piove: «Intervento sbagliatissimo. Certo, bisognava fermare il folle. Ma non così. E poi? L'Italia, col suo carico di passato colonialista, interviene in Cirenaica?». Contraria anche Agar, una ragazza nata a Roma ma di origine egiziana, che segue con passione le rivolte nel Maghreb: «Io sono contro Gheddafi, ma anche contro le bombe sui civili, senza dubbi».

E qualcuno che pensi fosse necessario intervenire armati? C'è: «Scriva pure il mio nome e cognome: Francesco Gatti da Nuoro. Io penso che ci sono situazioni un cui non bisogna avere paura di usare la forza per difendere i civili. Questa era una di quelle»

Guglielmo Ragozzino, Democrazia in cammino

Marco Bersani, La prima tappa di una sfida decisiva

Eleonora Martini intervista Stefano Ciafani, «Il quorum? Non ci fa paura Oggi Roma è no-nuke»

Rocco Di Michele, Uniti per lo sciopero e anche per la pace

Alberto Lucarelli e Ugo Mattei, Una Costituente per i beni comuni

Democrazia in cammino

di Guglielmo Ragozzino

Oggi si chiude la settimana dell'acqua, con una grande manifestazione per i due Sì al referendum del 12 e 13 giugno. Il tema dell'acqua, bene comune, avrà voce insieme ad altri beni comuni: salute e sicurezza, giustizia; e poi il rifiuto della guerra, quella guerra che l'Italia ripudia. Un coro potente, appassionato, un concerto non dissonante, allegro.

L'acqua in primo luogo. Il successo clamoroso nella raccolta delle firme ha un valore in sé, ma descrive anche una forma di partecipazione, alternativa a quella democrazia che si risolve in un sol giorno, in un solo voto e poi rimette le scelte degli altri giorni a un migliaio di professionisti politici, talvolta capaci, talvolta inaffidabili.

Il governo dell'acqua lo vorremmo invece affidato a persone competenti e motivate, al corrente delle cento caratteristiche locali di domanda e di offerta idrica. I referendum e la manifestazione che li lancia servono proprio a collegare queste diversità in un impegno comune. A risparmiare e risanare; e inoltre a estinguere tutte le seti con equità; a non sprecare mai, non sporcare mai il bene prezioso.

Il modello partecipativo ha due pregi, tra gli altri. Mette al sicuro l'acqua da inopinate vendite di comuni indebitati a padroni multinazionali. Si evita così di sottoporre l'acqua di tutti alla finanza che, come si sa, non ha mai sete di acqua, ma sempre e solo di dividendi. Il movimento ha poi un altro obiettivo: impedire che l'investimento di grandi capitali nel settore idrico renda indispensabili profitti che solo la lievitazione delle bollette consente. Né va mai dimenticata la deformazione, il vero e proprio cambio di stato, che subisce l'acqua in bottiglia.

Questa ha l'effetto di impoverire, di acqua buona e di denaro, gli enti locali, costretti oltretutto a subire la pubblicità negativa che «la minerale» evoca nei confronti dell'acqua del sindaco - di tutti i sindaci - dal momento che quest'ultima diventa meno potabile, meno sana, di fronte alle acque reclamizzate alla televisione. La riflessione collettiva per la giornata mondiale dell'acqua ha mostrato i problemi crescenti che le generazioni future dovranno affrontare, per bere, lavarsi, nutrirsi, produrre il necessario: in pace e sicurezza. Le soluzioni che i poteri economici mondiali suggeriscono sono quelle di affidare alla legge del profitto tutto il problema della sete che verrà. Servono investimenti giganteschi, ci avvertono, e noi soltanto possiamo procurarli. Servono scienza e tecnica e noi soli ne siamo depositari. Scienza e tecnica, ma sarebbe meglio dire conoscenza, sono invece valori universali, non quotati, non brevettati. Quelli delle multinazionali sarebbero sorpresi se si rendessero conto di quante cose sappiamo, noi dei beni comuni, noi che rifiutiamo gli steccati e le barriere in cui cercano di rinchiuderci. Da loro più che soluzioni ci aspettiamo problemi. Il profitto immediato che essi pretendono non disseta le città che raccoglieranno in un prossimo futuro tanta parte dell'umanità. Nelle enormi città dei nostri nipoti, se lasciamo che le multinazionali erigano le loro barriere, ci saranno ovunque ghetti per ricchi; e intorno poveri che pagheranno per tutti o saranno liberi di morire di sete.

Nucleare e legittimo impedimento, nel giorno dell'acqua, non sono espressioni di volontà popolare separate tra loro. Descrivono in primo luogo una forma di democrazia popolare in cui tutto si tiene. La gestione idrica, la forma dell'energia, : rinnovabile e diffusa, impostata sul risparmio oppure l'altra, di enorme taglia, con una gigantesca - ed eterna - impronta lasciata nella natura. Oggi l'occasione di ridisegnare il paese di domani è formidabile. Si parla infatti anche di giustizia, dell'eguaglianza universale e di chi è più uguale di tutti di fronte alla legge e può far valere il suo impedimento, per legittimo o truffaldino che sia.

E poi la guerra. Noi della pace non abbiamo talvolta buona stampa, accusati come siamo di protestare solo in determinati casi, contro alcuni regimi e non contro altri. In primo luogo, la protesta è sempre contro il governo, contro le sue politiche, le sue alleanze. Dieci anni fa a Genova la protesta voleva dire «non in mio nome» questa guerra contro l'Iraq e il movimento italiano - Carlo Giuliani tra i tanti - voleva rappresentare la volontà dei giovani del mondo intero in lotta contro la guerra.

In Libia, cent' anni fa abbiamo aggredito e sottomesso popolazioni che non ci avevano fatto niente di male. Poi, per i trent'anni successivi, le truppe italiane le hanno oppresse e massacrate, mentre cercavano di ribellarsi. Non saranno i miliardi di Bonaventura-Berlusconi a ripagare quei torti. Servirà piuttosto una forma di interposizione, la proposta di trattative, un'azione finalmente non violenta. 26 marzo. Una data da ricordare.

La prima tappa di una sfida decisiva

di Marco Bersani

Centinaia di migliaia di donne e uomini sfileranno oggi per le strade e le piazze della capitale. Chiamate dal popolo dell'acqua, giunto alla sua terza manifestazione nazionale e alla tappa decisiva del suo percorso di mobilitazione territoriale e di sensibilizzazione sociale: i referendum del prossimo 12-13 giugno. Un movimento dal basso, radicale e inclusivo, autonomo e partecipativo, che, raccogliendo oltre 1,4 milioni di firme nella scorsa primavera, ha saputo far irrompere nell'agenda politica del paese il tema dell'acqua, dei beni comuni, e della democrazia. Oggi sarà naturale la connessione fra la straordinaria esperienza del movimento per l'acqua e tutte le esperienze di conflittualità ambientale e di lotta per i diritti e per i beni comuni presenti in questo Paese. Prima fra tutte, quella contro il nucleare, a cui la tragedia di Fukushima restituisce la drammaticità dell'unica verità possibile: fermare le produzioni energetiche basate sul dominio e il disprezzo della vita e dell'ambiente, affermare un altro modello di energia e di società.

E altrettanto naturale sarà la connessione con le istanze della pace, che, ancora una volta, dovranno gridare l'indignazione per l'ennesima guerra - il cui unico risultato sarà quello di interrompere la primavera di democrazia dei popoli arabi - e chiedere a gran voce l'accoglienza di quanti, fuggendo, approdano sulle nostre coste. Non sarà tuttavia una semplice sommatoria di esperienze e di culture. Ciò che la sensibilizzazione collettiva ha messo in campo nel lavoro carsico e reticolare di questi anni è molto di più : le strade e le piazze di oggi diranno a voce alta come lo scontro sia tra la Borsa e la vita, ovvero tra il pilastro del modello liberista che vuol mettere a valore finanziario l'intera vita delle persone, privatizzando l'acqua e tutti i beni comuni, e le centinaia di migliaia di donne e uomini che vogliono riappropriarsi di ciò che a tutti appartiene, gestendolo in forma partecipativa e con la cura di chi guarda al domani. E soprattutto non sarà la piazza delle semplici resistenze, tanto dense di valore ideale quanto minoritarie nell'azione politica : oggi sarà il futuro a riempire la piazze e le strade della capitale, portando con sé l'indignazione consapevole del presente assieme allo sguardo fiero e sereno del cambiamento possibile e in corso.

Perché da domani comincia una tappa decisiva : ciò che oggi è già maggioranza culturale nel Paese può diventare maggioranza politica. I sì ai referendum del 12 e 13 giugno sono l'occasione per sconfiggere, per la prima volta dopo due decenni, le politiche liberiste con un voto popolare e democratico, che apra la strada alla ripubblicizzazione dell'acqua, ad un altro modello energetico, e ad un'uscita dalla crisi, basata sui diritti e sulla riappropriazione sociale dei beni comuni. Arrivarci comporterà un lavoro impegnativo ed entusiasmante, perché richiederà a tutte e tutti, compatibilmente con la propria vita quotidiana, di mettere in campo ogni energia possibile ed ogni sforzo necessario. Questa volta si vince senza deleghe. Ma sarà bello scoprire che solo la partecipazione è libertà.

* Attac Italia - Forum italiano dei movimenti per l'acqua

«Il quorum? Non ci fa paura Oggi Roma è no-nuke»

Eleonora Martini intervista Stefano Ciafani, del comitato referendario

«Benvenuto tra noi, Tremonti». Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, una delle 60 associazioni fondative del comitato «Vota sì per fermare il nucleare» - costantemente in espansione - non trattiene l'ironia. «Finalmente anche il ministro dell'economia, parlando a Cernobbio la settimana scorsa, lo ha ammesso: c'è il debito pubblico, quello privato e poi c'è anche il debito atomico, perché le centrali lasciano un buco nelle casse dello Stato». Un riconoscimento importante, spiega Ciafani, uno dei portavoce del comitato referendario che in queste ore non riesce a «tenere il conto di quanti comitati locali spontanei No nuke siano spuntati negli ultimi giorni come funghi in tutta Italia». «Il quorum? non ci fa più paura», afferma.

«Ora che, purtroppo a causa della catastrofe giapponese, è stata gioco forza rimossa la censura imposta, e i media hanno ricominciato a parlare di nucleare - aggiunge Ciafani - gli italiani si sono aggiornati su una tecnologia insicura, inquinante e costosa». Per questo oggi a Roma è prevista una partecipazione massiccia, difficilmente contabilizzabile proprio perché non organizzata. Ma tanto per fare un esempio dalla Puglia sono attesi una decina di autobus, 15 dal Veneto. Molti saranno i lavoratori delle imprese produttrici di energie rinnovabili, un settore letteralmente congelato dal decreto Romani perché fa paura alle lobby dell'atomo: «Troppo democratico - spiegano nella sede centrale del comitato referendario - troppo poco controllabile: ciascuno può infatti diventare produttore di energia alternativa».

Ciafani, finita la moratoria di un anno, cosa avverrà ?

Nulla, perché inizierà la campagna elettorale del 2013, e il governo sa che è impossibile andare ad elezioni con la clava del nucleare. Che gli italiani, di destra e di sinistra, non vogliono.

Il problema è la scelta dei siti?

Enel e Efd, autorizzati dall'accordo stipulato da Berlusconi e Sarkozy nel febbraio 2009, sanno già dove piazzare i loro quattro reattori Epr: due sicuramente a Montalto di Castro, gli altri rischiano di finire a Trino Vercellese, Caorso, Latina o Garigliano. Di reattori Epr, la III generazione avanzata, al mondo non ce n'è uno in funzione, solo 4 in costruzione. È una tecnologia bocciata ovunque, sia per la scarsa sicurezza che per i costi alti: ha perso una quantità infinita di gare internazionali, altro che «gioiello della tecnologia francese», come ci veniva descritto. Il modello italiano sarebbe il più grande reattore nucleare mai costruito: 1600 Mw.

Ieri il Consiglio d'Europa ha deciso che gli stress test si faranno su tutte le 143 centrali europee, con standard uguali per tutti. E i risultati dovranno essere resi pubblici. Cosa ne pensa?

Anche la storia degli stress test è una presa in giro, per come si sta delineando: prendono tempo. Anche il Giappone li aveva fatti, e Fukushima lo aveva superato. L'unico stress test che ha senso è quello deciso da Merkel la quale torna sui passi di Schroeder, che aveva deciso la chiusura totale entro il 2021, perché dopo aver scelto di prolungare la vita delle centrali nucleari obsolete ha perso tutte le elezioni amministrative. Gli standard di sicurezza, così come i criteri degli stress test che attualmente ciascun Paese svolge come vuole, dovrebbe definirli una volta per tutti e in tutto il mondo l'Aiea, che però non ha alcun interesse a farlo, perché non è affatto indipendente dalle lobby nucleari.

Ieri l'Idv ha denunciato che l'Italia lascia spente le centrali elettriche per importare l'energia nucleare francese.

Succede di notte, quando il consumo è minimo ed è più conveniente spegnere i nostri impianti e acquistare sottocosto l'energia dalla Francia, che non può spegnere le centrali nucleari. Di giorno, invece, anche al massimo del consumo, noi utilizziamo la metà della potenza elettrica installata sul territorio nazionale. Non c'è necessità di altri grande centrali di potenza, anzi la cosa che dovremmo fare nel prossimo futuro è cominciare a spegnere qualche centrale, magari quelle più obsolete, a carbone o a olio combustibile.

L'Italia può fare da apripista per un'Europa denuclearizzata?

Dal no italiano e tedesco (perché non siamo soli) si deve andare verso una dismissione graduale degli impianti in tutta Europa. Anche se, sia chiaro, è sempre meglio averceli distanti e oltre la barriera delle Alpi.

Uniti per lo sciopero e anche per la pace

di Rocco Di Michele

Guerra e precarietà, movimenti in assemblea alla Sapienza. Assemblea di «Uniti per lo sciopero» alla Sapienza di Roma. Apre Gino Strada che lancia la manifestazione del 2 aprile contro le guerre. Non solo pacifismo: sindacati, collettivi e organizzazioni di base provano a trovare un denominatore comune per le prossime mobilitazioni prima dello sciopero generale

A passo di corsa, ché niente come la guerra alle porte di casa smuove i cervelli. L'assemblea nazionale «Uniti per lo sciopero», filiazione diretta di «Uniti contro la crisi», registra quest'urgenza. Anche a costo di farsi spiazzare dal più impaziente di tutti, dall'unico in quest'aula che la guerra sa di certo cos'è. Nell'aula I di Lettere, cuore di mille assemblee storiche, Gino Strada lancia la manifestazione nazionale del 2 aprile, a Roma, in piazza S. Giovanni, sorprendendo un po' tutti i gruppi, i sindacati, i collettivi. La logica assembleare dei movimenti degli ultimi 20 anni, con la paziente ricerca della condivisione anche nel dettaglio, è sembrata immobile di fronte alla rapidità con cui jet anglo-francesi e missili Usa hanno aperto la danza infernale sui cieli libici.

Una difficoltà più obiettiva viene dal dover affiancare, in uno spazio stretto di tempo, mobilitazioni incentrate su temi vicini ma distinti (acqua, nucleare, scuola, contratti... guerra), scontando le piccole frizioni inevitabili quando 'insiemi' che si erano pensati come autonomi si devono concentrare. Serve maturità, e viene trovata rapidamente. Il collegamento in video con Lampedusa dà il senso del bisogno di fare, ora e qui. L'assemblea vira così verso un obiettivo semplice: prendere decisioni. Tocca a Gianni Rinaldini, coordinatore de «La Cgil che vogliamo», collegare strettamente i distinti. «Contro la guerra, contro i bombardamenti», con l'autocritica necessaria per la lentezza con cui i movimenti si sono pronunciati a sostegno delle rivolte del Nordafrica: «gli altri ci hanno giocato, per costruire una campagna di falsi che portava alla guerra». Ma è l'incidente di Fukushima, contemporaneo e gravissimo, a «segnare uno spartiacque rispetto al futuro». È «il modello di sviluppo centrato sul nucleare e il petrolio ad essere entrato irrimediabilmente in crisi». Chi si ostina a voler rimettere in piedi questo modello ­ tutti i governi dei cosiddetti paesi avanzati - non fa che «accelerare i processi di guerra per appropriarsi delle fonti di energia».

Dentro questo livello di complessità si collocano tutti i temi: quelli referendari sui beni comuni come l'acqua, il no al nucleare, e la precarietà, il reddito di cittadinanza, la scuola, le risorse finanziarie da trovare «tagliando le spese militari» e con nuovi strumenti fiscali che alleggeriscano la posizione di lavoratori e pensionati, redistribuendo il peso «su quel 10% di famiglie che possiedono il 50% della ricchezza». Tutti temi che chiamano in causa la riduzione di democrazia che stiamo vivendo qui. Perché se «si riducono i diritti del lavoro», «si elimina il contratto nazionale» e «si parte per la guerra», è la democrazia a venir svuotata di efficacia.

Difficile dirlo meglio di come ha fatto Moni Ovadia, che ritrova la parola giusta - «rivoluzionario» - per definire il bisogno di cambiare il modello di sviluppo. Modello che oggi - con il patto appena siglato tra capi di governo europei - «prevede esplicitamente di eliminare la contrattazione e fissa vincoli solo monetari, non sociali, alle politiche economiche». Facile prevedere davanti a tutti noi anni di «tagli finanziari e sociali insopportabili». Un punto essenziale riguarda il rapporto con i migranti, «eroi da difendere finché stanno sull'altra sponda del Mediterraneo e gente pericolosa da respingere quando arrivano qui». Ne vien fuori, oltre alla proposta di una «staffetta» con quanti stanno operando a Lampedusa, anche l'organizzazione di «una carovana che travalichi i confini della Tunisia».

Lo sciopero generale del 6 maggio, «strappato con fatica» a una Cgil a lungo esitante - lo ripeteranno in tanti, da Luca Casarini a Mimmo Pantaleo (segretario generale della Flc) - non è il sogno della «spallata finale», ma «una tappa fondamentale in un percorso che arriva a Genova, per il decennale». Ed è soprattutto Maurizio Landini, vulcanico segretario della Fiom, a spiegare che «bisogna farlo riuscire, svuotare i posti di lavoro, bloccare il paese»; «prolungarlo a 8 ore, generalizzarlo a tutte le figure sociali, ai precari»; non bisogna «sprecare l'occasione», anche se «non sarà sufficiente a cambiare il quadro politico e sociale». Si dovrà «andare avanti, costruire azioni unitarie sui territori», «includere e mettere all'opera l'intelligenza di tutti i lavoratori» per «delineare un sistema industriale con al centro le energie rinnovabili». Il nesso guerra-petrolio, del resto, è fin troppo chiaro. E brucia il futuro dell'umanità.

Il percorso disegnato nel documento finale ha tappe quasi settimanali di mobilitazione nazionale (oggi per l'acqua pubblica, sabato prossimo contro la guerra, il 9 aprile contro la precarietà, poi lo sciopero, i referendum e altre giornate ancora non calendarizzate, fino al 20 luglio ligure). A passo di corsa, perché «gli altri sanno benissimo cosa voglio e cercano già ora di dividerci».

Una Costituente per i beni comuni

di Alberto Lucarelli e Ugo Mattei

A dieci anni dal social forum di Genova il modo migliore per festeggiare quest'anniversario, dedicandolo alla memoria di Carlo, non potrà che essere la vittoria dei referendum su acqua e nucleare il 12 giugno prossimo. Una data irragionevole imposta da un governo che abusa dei suoi poteri per cercare di invalidare il voto, ostacolando con tutti mezzi, anche i più meschini, il raggiungimento del quorum. Quei trecento milioni gettati al vento andrebbero utilizzati tutti per i rifugiati di Lampedusa.

Uno dei meriti maggiori dei movimenti riunitosi a Genova nell'estate del 2001 fu proprio quello di "gridare" con vigore l'esigenza di spazi e beni comuni dove poter esercitare e veder soddisfatto ogni diritto. Da quel momento si apre in Italia, anche attraverso il ruolo determinante di tante realtà locali, la battaglia per i beni comuni, condotta contro la privatizzazione dei diritti di cittadinanza e contro gli abusi di un pubblico sempre più corrotto e contaminato da interessi particolari.

Da quel momento il concetto di partecipazione si libera dei formalismi giuridico-istituzionali nei quali era stata rinchiuso. I movimenti, anche attraverso un processo di informazione e formazione permanente, iniziano a pretendere che le politiche pubbliche (nazionali e locali) non siano più calate dall'alto e che le istanze partecipative, elemento decisivo per la gestione dei beni comuni, si trasformino in veri e propri diritti, espressione di antagonismo, proposta e controllo.

La straordinaria campagna referendaria per l'acqua pubblica, come è noto, ha raccolto circa un milione e mezzo di firme, con un risultato mai raggiunto nella storia della nostra Repubblica, suscitando una mobilitazione che non ha precedenti è la prova che partecipazione diretta e beni comuni sono categorie rivoluzionarie che stanno contribuendo alla nascita di nuove soggettività politiche fuori ed oltre il sistema dei partiti.

Queste nuove categorie politiche e giuridiche sono ormai entrate nel linguaggio della Corte costituzionale, che con la sentenza sull'ammissibilità del quesito referendario per l'acqua pubblica ha espressamente parlato di bene comune, seguita qualche giorno dopo dalla Corte di Cassazione.

Attraverso le battaglie sull'acqua ed ogni altra battaglia a difesa del territorio, dell'università pubblica, dei diritti dei migranti, contro il nucleare, gli inceneritori e le grandi opere inutili e dannose le moltitudini vogliono riappropriarsi del diritto di esprimersi sui beni comuni, che loro appartengono: quei beni che, secondo la definizione della Commissione Rodotà, esprimono utilità funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali, nonché al libero sviluppo della persona e che sono informati al principio ed alla salvaguardia intergenerazionale. Così operando, ciascuno con le proprie energie e capacità, ci stiamo riappropriando dell'art. 1 della Costituzione, ovvero del principio che assegna al popolo la sovranità, in una stagione di tragedia della democrazia rappresentativa.

Proprio nel decennale di Genova e dopo l'auspicata vittoria del 12 giugno, occorrerà partire con la fase 2 della grande marcia per i beni comuni, concentrandosi su eventuali altre campagne referendarie (a partire dalla legge Gelmini e dal Collegato lavoro) e impugnative costituzionali. I tempi sono maturi e quindi da subito ci dobbiamo mettere al lavoro per studiare le strategie politiche e giuridiche più efficaci ed incisive che, a partire dal 14 giugno, dovranno essere messe in campo anche a livello europeo (ad esempio la proposta di legge di iniziativa popolare per uno Statuto dei beni comuni che «circoscriva» il mercato).

Queste battaglie di portata nazionale, per le quali ci dobbiamo attrezzare, non potranno che partire dal lavoro della comunità locali che non sono più disposte a tollerare decisioni «non partecipate e calate dall'alto» da sindaci e consigli comunali impotenti quando non collusi. Si pretendano per esempio consigli comunali «aperti», che diventino reali luoghi di trasparenza e partecipazione, nei quali, a partire dal giorno successivo delle amministrative, i cittadini possano veramente sviluppare un senso di appartenenza verso la loro città e sia messo al primo ordine del giorno una grande discussione sul governo pubblico partecipato dei beni comuni. Le comunità locali dovranno pretendere l'adozione di nuovi Statuti comunali e regolamenti che, in armonia con la Costituzione e con i principi generale in materia di organizzazione pubblica, stabiliscano effettivi principi di organizzazione e funzionamento del comune, le forme di controllo, le forme e gli organismi di partecipazione.

Insomma, a dieci anni da Genova dobbiamo far partire, «uniti contro la crisi» e passando attraverso un successo nello sciopero generale del 6 maggio e nei referendum, un processo costituente dei beni comuni che individui gli strumenti le scadenze e gli obiettivi della Fase 2. Abbiamo di fronte a noi l'emozionante prospettiva di fermare il saccheggio ed invertire la rotta, puntando ad una nuova qualità del vivere insieme.

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