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Le mosse di Berlusconi sono da tempo prevedibili, perché appartengono ad una logica che egli ha trasferito nel mondo della politica senza mai farsi contagiare dal "senso delle istituzioni". Non può sorprendere, quindi, lultimo suo proclama: «Dobbiamo cambiare la composizione della Corte costituzionale, dobbiamo cambiare i poteri del Presidente della Repubblica e, come avviene in tutti i governi occidentali, attribuire più poteri al governo del Presidente del Consiglio». Proprio le ultime parole sono rivelatrici. Scompare il "Governo della Repubblica", di cui parla larticolo 92 della Costituzione. Al suo posto viene insediato il "Governo del Presidente del Consiglio", una formula che esprime la logica proprietaria dalla quale Berlusconi non ha mai voluto separarsi. Limprenditore è fedele alle sue origini, e nel suo modo dagire si ritrova la vecchia e di nuovo vitale formula secondo la quale "la democrazia si ferma alle porte dellimpresa". Governare è esercizio di potere assoluto. Chi si presenta come un intralcio lungo questo cammino deve essere eliminato.

Prevedibile o no, lultima accelerazione inquieta, assomiglia ad un assalto finale. Gli ostacoli li conosciamo. Magistratura a parte, nellultima fase della storia della Repubblica le garanzie si sono concentrate in due istituzioni, il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Ma questo non dipende da una impropria volontà di potenza. Discende da un progressivo indebolirsi del sistema dei controlli, dei pesi e contrappesi che caratterizzano larchitettura costituzionale e dei quali non ci si è preoccupati quando è cominciata la stagione delle "spallate", delle manipolazioni delle leggi elettorali, del bipolarismo ad ogni costo, della "governabilità" senza aggettivi. Troppi apprendisti stregoni hanno lastricato la strada che oggi Berlusconi si ritiene legittimato a percorrere senza scrupoli. Così, nel deserto istituzionale, le funzioni di garanzia, ineliminabili in democrazia, si sono rifugiate nelle due istituzioni che il Presidente del Consiglio ha ieri pubblicamente rifiutato.

Mai, però, il tiro era stato alzato tanto in alto, per colpire deliberatamente il Presidente della Repubblica. Malumori, reazioni violente lasciate trapelare, senza tuttavia trasformare in conflitto aperto una relazione difficile. Cautele ormai abbandonate. Così comè, il Presidente della Repubblica non è più accettabile. Questo, a chiare lettere, ha detto ieri Berlusconi.

Le ragioni di questa mossa sono nitide. Inaccettabile, per chi si nutre di sondaggi, la fiducia crescente riposta dai cittadini in Giorgio Napolitano. Inammissibile il quotidiano rivelare le lacerazioni del tessuto istituzionale per chi vuole manipolarle impunemente. Oltraggiosa la pretesa di custodire la legalità costituzionale per chi vuole trasformare linvestitura popolare in un "lodo" che lo pone al disopra delle leggi.

Berlusconi sa benissimo che una riforma costituzionale che azzoppi in un colpo solo Presidente della Repubblica e Corte costituzionale esige tempi lunghi. Ma non gli importa. Nel momento in cui dice esplicitamente che i poteri del Presidente della Repubblica devono essere ridotti, lascia intendere che sono male utilizzati. Invita così ad una pubblica "sfiducia" a Giorgio Napolitano, facendo divenire asse della sua politica il copione che già linformazione di rito berlusconiano aveva cominciato a scrivere. Vuole demolire limmagine del Presidente super partes, mostrarlo non come un garante, ma come lespressione di una parte.

Napolitano parla anche perché troppi sono silenziosi, o ridotti al silenzio. Ma la voce delle istituzioni non può spegnersi. Da esperto della comunicazione, Berlusconi è inquieto perché sa che quella non è una voce che parla nel deserto, ma trova ascolto perché dice verità e così concentra sulla Presidenza della Repubblica lattenzione dei cittadini consapevoli della gravità di una situazione che Berlusconi e i suoi gabellano come il migliore dei mondi.

Una relazione non populista con i cittadini insidia lo stesso modo dessere di Berlusconi. Ma questo manifestarsi duna opinione critica diffusa appare monco, perché rivela gli inaccettabili silenzi di una cultura alla quale non si chiede di essere militante, bensì dessere parte di una difficile discussione pubblica, di testimoniare almeno quelle "ingenue idealità etiche" alle quali, contro il realismo politico, si richiamava nel 1929 Benedetto Croce votando contro il Concordato.

Passata la festa gabbato lo santo? In altre parole: come si muoverà la Cgil dopo lo sciopero generale del 6 maggio? Si aprirà una fase nuova, di responsabilità verso un paese in ginocchio, e dunque di conflitto; o, al contrario, lo sciopero segnerà la fine di una stagione che ha visto il maggior sindacato come unica solida sponda contro il pensiero unico, oggi pronto a ripartire all'inseguimento di un sogno concertativo con Cisl, Uil e padronato?

La riuscita della protesta è andata oltre le aspettive, e forse addirittura oltre l'investimento dell'organizzazione, sostiene malignamente chi più ci aveva puntato: la maggioranza dei lavoratori dipendenti ha incrociato le braccia e le oltre cento piazze in cui si è manifestato si sono riempite di operai, impiegati, tecnici, ricercatori, insegnanti, ma anche studenti, tantissimi giovani - cioè precari senza prospettive né rappresentanza sindacale. Del resto, quella politica chi ce l'ha? Nelle piazze la protesta si è naturalmente estesa dal governo, l'obiettivo scelto da chi ha promosso lo sciopero, alla Confindustria. E l'organizzazione padronale non ha neanche aspettato 24 ore a dar ragione, da Bergamo, ai suoi detrattori. Sarà sempre più difficile, con la linea scelta da Emma Marcegaglia, sostenere l'obiettivo del blocco sociale antiberlusconiano che dovrebbe mettere sulla stessa barca gli operai e i loro padroni, in nome di uno sviluppo deciso solo da chi sta al timone della barca e che, come dimostra Marchionne, non è disposto a rispettare neanche le regole del mare. Fuor di metafora, non tollera alcuna regola che non si fondi sulla sacralità del profitto e della rendita, in un mercato globale darwiniano senza vincoli sociali e ambientali. Vogliamo dimenticare gli applausi confindustriali di Bergamo al capo della ThyssenKrupp?

Ieri si è tenuto il Comitato centrale della Fiom, la categoria Cgil più esposta agli strali di Marchionne e dell'intero padronato che, come sempre, si aspetta dalla Fiat il là per ribaltare i rapporti di forza. Sogna la vendetta di classe ed è impegnato a costruirla, con l'aiuto del governo, dividendo i sindacati e arruolando i più disponibili con la complicità dell'opposizione parlamentare. La Cgil vive la Fiom come una risorsa o come un problema? Il rapporto tra Corso d'Italia e i suoi metalmeccanici è sempre stato vivace e talvolta si ha l'impressione, dall'esterno, che ci sia qualcuno alla ricerca del regolamento dei conti. Il fatto che intorno alla generosa lotta della Fiom in difesa del contratto nazionale e dei diritti individuali e collettivi sia cresciuta la solidarietà di chi, nel movimento degli studenti, dei precari, nell'associazionismo legato alla tutela del territorio e dei beni comuni, si batte contro il modello sociale dominante, può addirittura produrre richiami all'ordine. Come se la Cgil fosse un partito terzinternazionalista e non una casa comune, libera, aperta ai nuovi fermenti sociali.

Oggi si riunisce il direttivo nazionale della Cgil, le diverse linee si confronteranno e, sperabilmente, troveranno un punto di unità. Che difficilmente segnerà una svolta definitiva in un senso o nell'altro. Certo non potrà essere contraddetto il principio di una ragionevole autonomia delle categorie rispetto alla confederazione, così come esiste l'autonomia reciproca tra le Rsu e l'organizzazione sindacale, come ieri ha ribadito Maurizio Landini in relazione alle polemiche esplose dopo le decisione dei delegati Bertone di votare sì a un referendum di cui pure non riconoscono la legittimità. E al tempo stesso, di chiedere alla Fiom di non cambiare il suo orientamento e dunque di non votare il testo-truffa imposto da Marchionne. Questa dicotomia si spiega - oltre che con l'autonomia delle Rsu - con il fatto che la vittoria del no avrebbe consentito alla Fiat di riconsegnare l'azienda al procedimento fallimentare.

Dentro la Cgil non è in atto un conflitto tra due monoliti ma un confronto aperto, con posizioni articolate delle varie categorie dell'industria, dei servizi, della conoscenza e dei pensionati e delle camere del lavoro. Esistono poi una maggioranza che fa capo alla segreteria nazionale e una minoranza congressuale, «la Cgil che vogliamo», che è maggioranza tra i metalmeccanici, dove del resto esiste un'articolazione uguale e contraria. È una forma di democrazia, normale e feconda, nel maggiore dei sindacati italiani, sostenuto da quasi sei milioni di iscritti e capace di mobilitare la maggioranza dei lavoratori. Un valore da proteggere, e di cui andare fieri. Chiedere alla Fiom firme tecniche in calce a (non)accordi truffa, oppure al contrario di sanzionare le Rsu che sono state spinte dalla loro condizione a prendere una decisione diversa, è legittimo naturalmente, ma non fa fare passi avanti sul terreno della democrazia. Piuttosto che di critiche, il gruppo dirigente della Fiom avrebbe bisogno di solidarietà - quella dei lavoratori, degli studenti e dei precari ce l'ha già: la battaglia in difesa dei diritti, dei contratti e della democrazia meriterebbe di diventare una battaglia generale.

La discussione che si apre oggi nel gruppo dirigente della Cgil è incoraggiata dall'esito positivo dello sciopero. È un confronto a cui in molti dovrebbero prestare attenzione.

I ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri: la diseguaglianza invece di diminuire aumenta e non solo nei paesi in via di sviluppo, anche in Europa. In Italia più che altrove. Una tendenza che crea ingiustizie, blocca la crescita e frena l´ascensore sociale: quel meccanismo che fa sperare ai padri di potere dare ai figli una vita migliore.

Lo denuncia l´Ocse con una ricerca che mette a nudo le disparità nei paesi dove il benessere dovrebbe essere sempre più diffuso. Così non è: nei 34 stati che fanno parte dell´organizzazione, il 10 per cento della popolazione più ricca ha in media redditi superiore nove volte rispetto al dieci per cento della popolazione più povera. Un divario che cresce sia dove il «gap» era già evidente, come in Israele e Usa, che nei paesi dove la diseguaglianza sociale è sempre stata bassa, come la Svezia o la Germania.

In questo quadro, restando all´Europa, l´Italia è uno dei paesi che fa peggio: le fasce che stanno ai vertici della ricchezza hanno redditi sei volte superiori a quelle che stanno alla base della piramide. E negli ultimi venti anni la diseguaglianza è aumentata. Lo studio dell´Ocse la misura attraverso l´indice Gini (è zero quando tutti i redditi sono uguali, è uno dove la differenza è massima): da noi, nel 1985 era fermo allo 0,30, nel 2008 è arrivata quasi allo 0,35. Uno dei peggiori dati messi a segno dai paesi europei. In coda alla classifica ci fanno compagnia il Portogallo, il Regno Unito, Polonia ed Estonia. Francia, Germania e Spagna stanno tutte attorno allo 0,30. La ricchezza, considerato il lungo periodo, è dunque aumentata, ma lo sviluppo ha premiato solo chi già stava bene: dagli anni Ottanta od oggi i più ricchi, in Italia, hanno visto crescere i loro già consistenti redditi dell´1,1 per cento, agli altri sono andate le briciole: le fasce basse possono contare su disponibilità aumentate solo dello 0,2 per cento. Per loro nulla si è mosso.

Commentando i dati, le Acli parlano di una «pesante retrocessione sociale» legata ad una «competizione internazionale che ha fortemente indebolito il nostro sistema produttivo: le ragioni delle disuguaglianze nel nostro paese vanno individuate innanzitutto nell´endemica debolezza dei redditi di lavoro dipendente e nella quasi totale assenza di un sistema generalizzato di tutele nel mercato del lavoro».

Il fatto è che la mancata distribuzione della ricchezza, fa notare l´Ocse, mette in pericolo anche lo sviluppo futuro. L´impossibilità per i giovani di migliorare il proprio status sociale ed economico «avrà un inevitabile impatto» sul paese che verrà.

La globalizzazione, che secondo i più ottimisti, doveva generare miglioramenti diffusi, ha generato dunque un aumento delle disparità. Perché? L´analisi dell´Ocse (Growing income inequality in Oecd countries: what drives it and how can policy teckle it?) fa notare che il processo ha favorito chi poteva contare sulle migliori qualifiche e che la diversa struttura delle famiglie e il maggiore contributo dei redditi da profitti del capitale hanno fatto il resto. Come agire ora? Per l´ Ocse gli strumenti «più diretti e potenti» per tentare un recupero sono le riforme delle politiche fiscali e previdenziali e le misure di sostegno al reddito. Ma da sole non bastano: bisogna creare lavoro e stappare le famiglie alla povertà aumentando l´occupazione, la formazione e l´istruzione delle persone poco qualificate. Bisogna investire insomma sul capitale umano e sulla scuola.

Mi duole dirlo perché, come molti lettori di Repubblica, ritengo che gli Stati Uniti siano una grande democrazia dotata di alcune ottime istituzioni e che molti politici e intellettuali statunitensi abbiano tanto da insegnarci, a noi europei. Mi duole dirlo, ma l´uccisione di Bin Laden ha costituito una seria violazione di almeno due di tre principi etico-giuridici fondamentali.

Anzitutto, informazioni iniziali intorno a un suo "corriere" sono state acquisite attraverso la tortura, autorizzata ufficialmente e mai condannata, neanche ai più alti vertici degli Usa. La norma che vieta la tortura e non la giustifica mai, dico mai, è diventata un "principio costituzionale" della comunità internazionale, e a nessuno dovrebbe essere consentito di infrangerla senza essere debitamente processato e punito. Stranamente Panetta, l´attuale capo della Cia e prossimo Segretario alla Difesa, nel 2008 condannò la tortura osservando che non può essere giustificata da ragioni di sicurezza nazionale. Poi nel febbraio 2009, davanti al Senato, affermò che l´annegamento simulato (waterboarding) era sì illegale ma, se egli fosse stato nominato capo della Cia, non avrebbe punito coloro che lo avessero commesso. Stupefacente! La tortura rimane illegittima anche nei casi in cui essa consente di ottenere utili informazioni. Chi ha torturato va punito anche in questi casi, per riaffermare il valore supremo di quel divieto.

La seconda violazione è consistita nel compiere una operazione militare in territorio pakistano senza il consenso di quello Stato. In una parola, è stata violata la sovranità del Pakistan. Ma qui Obama può invocare importanti esimenti. Islamabad aveva l´obbligo nei confronti di tutta la comunità internazionale di reprimere il terrorismo e non lo ha fatto. Questo obbligo era rafforzato da quello assunto bilateralmente nei confronti degli Usa di ricercare e arrestare Bin Laden, obbligo che aveva come "corrispettivo" la consegna statunitense al Pakistan di un miliardo di dollari l´anno. Nell´omettere platealmente e per molti anni di adempiere quell´obbligo il Pakistan ha in un certo senso legittimato una "azione sostitutiva". Il raid statunitense può essere equiparato, per certi aspetti, a quelle operazioni di salvataggio dei propri cittadini, tipo Congo (intervento dei belgi nel 1960) o Entebbe (intervento israeliano nel 1976), che sono state ritenute legittime in passato.

La terza violazione è quella di un principio fondamentale di civiltà giuridica. Uno Stato democratico non può trasformarsi in assassino, tranne che in due casi. Anzitutto nell´ipotesi di violenza bellica in atto. Ma tra gli Usa e Al Qaeda non c´è guerra, né internazionale né civile; l´azione statunitense contro le reti terroristiche di Al Qaeda è solo azione di polizia che, se intende dispiegarsi a livello internazionale, ha bisogno della cooperazione delle forze dell´ordine degli altri Stati, gli Usa non essendo un gendarme planetario. Del resto, anche in una guerra internazionale il nemico può essere ucciso solo in campo di battaglia, non a casa sua, tranne che si difenda con le armi, sparando e uccidendo; se sorpreso inerme nella sua dimora, va catturato e, se autore di crimini di guerra, processato. L´altro caso in cui lo Stato può uccidere legalmente è quando deve far eseguire con la forza ordini legittimi contro persone che deliberatamente si sottraggono all´arresto (ad esempio, si può uccidere un rapinatore che tenta di scappare sparando contro i poliziotti che cercano di catturarlo). Se uno Stato accusa uno straniero di crimini gravissimi, lo arresta (o la fa arrestare all´estero dalle autorità del luogo) e lo processa. Nel caso di Bin Laden tutto lascia pensare che l´ordine fosse di ucciderlo: era disarmato; ha opposto qualche resistenza facilmente superabile da uomini armati fino ai denti. Qui i principi etico-giuridici sono chiari. Averli trasgrediti è grave. Mettetevi però nei panni di Obama: egli sapeva che un processo, davanti a un tribunale statunitense o internazionale, sarebbe durato per lo meno due anni (fra istruttoria, dibattimento e sentenza), con Bin Laden detenuto. Obama deve aver pensato agli innumerevoli atti terroristici che Al Qaeda avrebbe scatenato nel mondo, durante il processo. E poi: dove detenere Bin Laden, a Guantánamo, che si cerca di chiudere al più presto possibile, o in un carcere in territorio statunitense, dove nessuna delle autorità statali lo prenderebbe, per ragioni di ordine pubblico? E come evitare che Bin Laden trasformasse l´aula giudiziaria in una tribuna politica, come hanno fatto Milosevic e Karadzic all´Aja? Un processo avrebbe anche portato alla luce le collusioni della Cia con Bin Laden ai tempi dell´invasione russa dell´Afghanistan, nonché gli ambigui rapporti della Cia con l´ex capo dei servizi segreti sudanesi, Sala Gosh, per un tempo protettore di Bin Laden in Sudan. Si sarebbe trattato inoltre di un processo nel quale la presunzione di innocenza di cui avrebbe dovuto godere l´accusato sarebbe stata minima e lo sbocco finale scontato. Obama ha così optato per l´opportunità politica contro valori morali e giuridici. Il che non giustifica affatto la sua decisione, ma permette di comprenderne le motivazioni. Resta il fatto che ancora una volta la Realpolitik ha battuto l´etica ed il diritto.

Il blitz ad Abbottabad solleva un problema più generale. Negli Usa, le autorità di polizia non procederebbero mai alla tortura, perché è vietata, e inoltre ogni prova ottenuta con quei metodi non avrebbe alcun valore in un processo. Inoltre l´uso di armi letali da parte delle forze dell´ordine è strettamente regolato, e lo "stato di diritto" esige che non si possano commettere "esecuzioni extragiudiziali". Tutte queste protezioni valgono per cittadini statunitensi o per gli stranieri che abbiano commesso un reato contro un cittadino Usa. Ma dal 2011 gli Usa hanno creato un limbo sia giuridico sia territoriale (Guantánamo) per presunti terroristi stranieri, tra l´altro ammettendo la tortura. Ed ora di fatto ammettono anche le "esecuzioni extragiudiziali" con blitz all´estero. Bisogna dunque chiedersi se gli Usa ritengano che la "supremazia del diritto" valga solo al loro interno, mentre perde ogni valore nel campo delle relazioni internazionali. Se così fosse, dovremmo seriamente preoccuparci per le prossime mosse della Superpotenza planetaria, oggi ancora guidata da un uomo che, almeno a parole, dice di credere nel diritto e nella giustizia.

In 10 articoli scatta la deregulation che Tremonti ha promesso a imprese e commercianti. Diritti di occupazione delle coste, più facile noleggiare yacht e costruire posti barca. Parte il saccheggio italiano.

Non costa nulla alle casse pubblichee libera tutti da vincoli e controlli.UnBengodi che «aiuta le imprese» (lo dice Giampaolo Galli),le banche, i costruttori, ristoratori,albergatori, baristi delle zonecostiere finalmente liberi di ampliarele attività su spiagge ed arenili.Di più: potranno anche allestiresenza troppi permessi pontiligalleggianti, posti barca, parcheggiper gli yacht, una vera prioritàper l’Italia dopo la crisi. Altrimentichi ci pensa ai più ricchi durante lacrisi? Comunque «la spiaggia restapubblica e accessibile a tutti» assicuraGiulio Tremonti. È specifica:«Non vendo le coste». Meno maleche lo specifica. Il ministro non faneanche quello che gli operatori turisticichiedono, cioè abbassarel’Iva, come osserva Enrico Gasbarra(Pd). Ma questo costerebbe.

Questa in estrema sintesi la presentazionea Palazzo Chigi dell’ultimatrovata pre-elettorale del governo:il decreto cosiddetto per lo sviluppo.Incastonato tra un interventodi Silvio Berlusconi su sottosegretari,Napoli, nuove autostrade aNord, l’annuncio di Paolo Romanidel nuovo decreto sulle rinnovabili(su cui è già arrivato un ricorso degliinvestitori esteri) e quellodell’Economia sull’ok di Bankitaliaalla Banca del Sud (cara al superministro),il «poderoso» provvedimentoorchestrato da Tremonti apparecome una disperata rincorsa verso ilconsenso, che in 10 articoli inglobanorme fiscali, ambientali, industriali,bancarie, sull’acqua, sulla scuola,sulla ricerca, sul lavoro, sulla ricerca.Sta di fatto che mentre scriviamoil testo ancora non si conosce, ed èancora da limare secondo il «ministro-delfino».

FRUSTATA

La «frustata» all’economia parte dal credito d’imposta sperimentale per 24 mesi per le aziende che investono in ricerca, che potranno dedurre il 90%. Come si possa fare, senza spendere, resta un mistero. Il ministro annuncia un metodo innovativo, un «prelievo volontario» che sarà spiegato in seguito. Segue un credito d’imposta per le assunzioni al Sud, norma ripescata dal governo Prodi.

Ma la vera «carne» arriva conl’articolo 3, che riguarda appunto lereti d’impresa, le zone a burocraziazero, i distretti alberghieri e le coste.«Tutto ciò che riguarda gli operatoribalneari sarà oggetto di diritto di superficiedi 90 anni». Per Tremonti «èil momento di valorizzare il turismosoprattutto nelle coste, fermo il dirittodi passaggio sulla spiaggia. Tuttociò che è terreno su cui ci sono insediamentituristici, strutture ricettive,chioschi. Pensiamo a un dirittolungo, che dia una prospettiva ditempo logica per fare davvero gli investimenti.Così si creano lavoro einvestiment. Èun meccanismo in divenire,le entrate andranno alle Regionie ai Comuni e al Ministero degliinterni nelle zone a burocrazia zero». Esultano le associazioni deicommercianti, mentre gli ambientalistidenunciano il saccheggio. SecondoLegambiente, infatti, la norma«in modo totalmente illogico eanacronistico, di fatto privatizza ilpatrimonio costiero cedendolo a pochisoggetti più ricchi a scapitodell`intera cittadinanza cui vienealienato il diritto di usufruire liberamentedel territorio e delle parti piùpreziose del nostro paesaggio». Menocontrolli anche in campo fiscale.

Anzi: basta con la «persecuzione»della guardia di Finanza e degliispettori, che danneggiano la credibilitàdi unfisco che vuole trasparenzae che quindi deve dare rispetto,spiega il ministro. Così arrivano lesanzioni per gli ispettori che «eccedononel loro ruolo» (che vuol dire?).«Se i comportamenti sono gravi,gravi saranno anche le relativesanzioni, nessuna esclusa». Insomma,la gravità sta nel fare i controlli,non nel non pagare le tasse. In unpaese dove l’evasione supera i 120miliardi l’anno di gettito. I recuperifinora si sono concentrati sulle grandiimprese, mentre le medio-piccolesono rimaste a briglia sciolta. Perevitare di disturbare troppo gli imprenditori,che già plaudono, Tremontichiede anche ai finanzieri dieffettuare i controlli senza divisa. Atutto questo si aggiunge la nuova sogliaper le gare negli appalti pubblicie l’innalzamento del tasso usurario,che le banche considerano necessariomentre i consumatori giudicanoassolutamente pericoloso. Losviluppo finisce qui.

Festeggiata con grida di trionfo negli Stati Uniti, l´uccisione di Bin Laden crea nelle menti più sconcerto che chiarezza, più vertigine che sollievo.

La storia che mette in scena somiglia ben poco a quel che effettivamente sta accadendo nel mondo: è parte di una guerra contro il terrore che gli occidentali non stanno vincendo in Afghanistan, e da cui vorrebbero uscire senza aver riparato nulla. È un´operazione che rivela la natura torbida, mortifera, dell´alleanza tra Usa e Pakistan: una potenza, quest´ultima, che usa il terrorismo contro Afghanistan e India, e che per anni (cinque, secondo Salman Rushdie) ha protetto Bin Laden. Che lo avrebbe custodito fino a permettergli di costruirsi, a Abbottabad, una casa-santuario a 800 metri dal primo centro d´addestramento militare pakistano.

Ma l´operazione nasconde due verità ancora più profonde, legate l´una all´altra. La prima verità è evidente: Bin Laden era già morto politicamente, vanificato dai diversi tumulti arabi, e la cruenza della sua esecuzione ritrae un Medio Oriente e un Islam artificiosi, datati, che ancora ruotano attorno a Washington. Il terrorismo potrebbe aumentare, anche se l´America, che ha visto migliaia di connazionali morire nelle Torri Gemelle, gioisce comprensibilmente per la giustizia-vendetta. Come in M – Il mostro di Düsseldorf l´assassino è stato punito, ma l´ultima scena manca: quella in cui una mano potente agguanta il colpevole, lo sottrae alla giustizia sommaria, lo porta in tribunale. La parola che sigilla il film di Fritz Lang è: «In nome della legge». È la formula performativa che non s´è sentita, a Abbottabad. Con i nostri tripudi avremo forse contribuito alla trasfigurazione di M – il mostro di Al Qaeda.

Oltre che morto politicamente Bin Laden era divenuto irrilevante, prima di essere ucciso. La sue cellule gli sopravvivono, non avendo in realtà bisogno d´un capo per agire. Ma il suo desiderio di forgiare l´Islam mondiale era già condannato. Il mondo arabo e musulmano sembra aver imboccato una via, dal dicembre 2010, che rompe radicalmente con la visione che egli aveva dell´Islam, dell´indipendenza e dignità araba, della democrazia occidentale. La rivoluzione araba è cominciata con un evento, in Tunisia, che lui avrebbe ripudiato: la decisione di un giovane arabo di protestare contro il regime uccidendo se stesso, non seminando morte come un kamikaze, immaginando l´inferno fuori di sé.

Il terrorismo come metodo emancipatore non ha più spazio nelle cronache odierne, perché il suo obiettivo strategico è percepito da milioni di arabi come la radice stessa del male: come atto che espropria di potere il cittadino ordinario, che lo trasforma in uomo nudo, infantilizzato, mosso da paura. Seminando panico, l´atto terrorista congela l´emancipazione dal basso, proprio perché agisce in nome del popolo, non con il popolo. Gran parte dell´Islam non seguì questa via, dopo l´11 settembre, e meno che mai condivise il sogno di un califfato teocratico mondiale, che Bin Laden coltivava. Le sommosse arabe lo hanno ucciso prima degli americani, con le proprie forze e i propri martiri: in Tunisia, Egitto, Yemen, Siria, Marocco, Libia. Le piazze non si sono risvegliate grazie a lui, per il semplice motivo che Bin Laden non aveva scommesso sul loro risveglio ma sul loro sonno, e il più delle volte sulla loro morte (Al Qaeda ha ucciso più musulmani che non-musulmani, secondo uno studio pubblicato nel dicembre 2009 dal Combating Terrorism Center di West Point).

La seconda verità è strettamente connessa alla prima, e concerne le guerre americane ed europee posteriori all´11 settembre. Terrorismo e guerre imperiali al terrore sono stati in tutti questi anni fratelli gemelli, e insieme barcollano. Si sono nutriti a vicenda, fino ad assomigliarsi. La guerra al terrore che oggi vince una delle sue battaglie è la stessa che ha prodotto Guantanamo e Abu Ghraib: le prigioni senza processi, la tortura banalizzata. Una volta abbattute le frontiere del possibile, scrive Clausewitz, è difficilissimo rialzarle: e infatti Obama non ha avuto la forza di chiudere Guantanamo. Forse non ha neppure rinunciato alla tortura, come ha lasciato intendere il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley prima di dimettersi, il 13 marzo scorso. Lunedì, alla Bbc, Crowley non ha escluso che sia stata usata la tortura, per estrarre dai detenuti di Guantanamo informazioni sul rifugio di Bin Laden. Alla vigilia delle dimissioni aveva parlato di torture e maltrattamenti del soldato Manning (colpevole d´aver fornito documenti a WikiLeaks) inflitte nella prigione di Quantico in Virginia. Senza attendere il processo Obama ha detto, il 21 aprile: «Manning ha infranto la legge».

Fred Halliday, il compianto studioso del Medio Oriente, ha scritto nel 2004 che la nostra modernità ha al suo centro questa complicità fra terrorismo e esportazione della democrazia dall´esterno: «Ambedue hanno imposto con la forza le proprie politiche e le proprie visioni a popoli ritenuti incapaci di proteggere se stessi, proclamando le proprie virtù storiche mondiali, richiamandosi a progetti politici che solo loro hanno definito». Halliday concludeva: «Il terrorismo può essere sconfitto solo se quest´arroganza centrale (evidente nel colonialismo di ieri come nel terrorismo di oggi, ndr) viene superata» (Opendemocracy, 22-4-04).

Ambedue le violenze sui popoli (terrorismo e guerra al terrorismo) sono figlie di ideologie apocalittiche che della realtà non si curano. I popoli che dovevano esser «salvati» hanno dimostrato di voler vigilare su se stessi senza voce del Padrone. Anch´essi sono pronti a morire, ma senza glorificare la morte come i kamikaze. Senza quello che Unamuno chiamò, durante la guerra civile spagnola, il «grido necrofilo» di chi sceglieva come motto «Viva la muerte!». L´uccisione di Bin Laden è un´ennesima salvezza venuta da fuori, che chiude gli occhi.

Eppure è venuto il momento di aprire gli occhi, anche per gli europei che usano seguire l´America senza discutere. Di capire come mai la potenza Usa ha attratto su di sé tanto odio. Quel che è perverso nell´odio, infatti, è che esso nasconde sempre una dipendenza, una segreta ammirazione, un bisogno dell´altro, idolo o Satana. La guerra al terrorismo non comincia l´11 settembre 2011, così come la prima guerra mondiale non comincia con lo sparo a Sarajevo. Comincia nella guerra fredda, quando Washington decide di combattere l´espansione sovietica con ogni mezzo: aiutando regimi autoritari, e anche finanziando e aizzando il radicalismo islamico in Afghanistan.

Non dimentichiamolo, mentre ascoltiamo Obama che annuncia di aver voluto «consegnare Bin Laden alla giustizia» (bring to justice) nel preciso momento in cui invece lo faceva giustiziare. Durante la guerra sovietica in Afghanistan, Reagan chiamava i mujaheddin non jihadisti ma freedom fighters, combattenti per la libertà. Eppure si sapeva che erano terroristi e basta. In un´intervista al Nouvel Observateur, il 15-1-98, il consigliere per la sicurezza di Carter, Brzezinski, racconta come Washington aiutò i jihadisti contro il governo prosovietico di Kabul, nel luglio ´79, sei mesi prima che l´Urss intervenisse. L´intervento del Cremlino fu scientemente forzato «per infliggergli un Vietnam» politico-militare. Brzezinski non rimpiange l´aiuto ai futuri terroristi, e al giornalista esterrefatto replica: «Cos´ha più peso nella storia del mondo? I Taliban o il collasso dell´impero sovietico? Qualche esagitato musulmano o la liberazione dell´Europa centrale e la fine della guerra fredda?».

Sono dichiarazioni simili a creare sconcerto, vertigine. Tanti morti - a New York, Madrid, Londra, e in Tanzania, Kenya, Indonesia, India, Pakistan - quanto pesano, nei Grandi Disegni delle potenze? Valgono l´esecuzione d´un sol uomo? Sono solo qualcosa di politicamente utile? Parole come quelle di Brzezinski erano ricorrenti nel comunismo: nelle democrazie sono veleno. E se così stanno le cose, perché ci hanno detto che la guerra contro qualche esagitato terrorista musulmano era la cruciale, l´infinita, la madre di tutte le guerre? Bin Laden era il mostro di Frankenstein che ci siamo fabbricati con le nostre mani: negli anni ´70-´80 pedina di vasti giochi euro-russi, nel XXI secolo nemico esistenziale.

I giovani protagonisti delle sommosse arabe chiedono ben altro: non un nemico esistenziale (lo hanno avuto per decenni: erano l´America e Israele), ma costituzioni pluraliste, leggi uguali per tutti, separazione dei poteri. Non è detto che riescano: il dispotismo li minaccia, cominciando da quello integralista. Ma per difenderci dal demone di Frankenstein non possiamo sperare che in loro.

«Vivo o morto» fu il grido di guerra lanciato da George W. Bush contro Osama Bin Laden all'indomani dell'11 settembre, con annessa taglia di 25 milioni di dollari. Di chiara marca texana, il grido e la taglia annunciarono l'eclissi del lo stato di diritto sotto le macerie delle Torri gemelle. Nel lessico dello stato di diritto, a differenza che nel vocabolario da Far West, vivo o morto non è la stessa cosa: ne va del confine fra la giustizia e la vendetta. Prenderlo vivo, Osama Bin Laden, e consegnarlo a un tribunale, avrebbe aiutato il difficile processo di elaborazione della vulnerabilà impressa sullo spirito pubblico americano dalla ferita dell'11 settembre; annunciarlo morto, aiuta viceversa a suturare quella ferita con un rigurgito di potenza (come dimostra l'improvviso slittamento di senso subito nelle piazze in festa dallo slogan obamiano «Yes we can»). A onta delle parole del Presidente, dunque, più che giustizia è fatta vendetta; il che getta un'ombra sulla festa, e rischia di rievocare gli «spiriti animali» dell'era Bush proprio nel momento in cui la morte di Bin Laden ne sigla simbolicamente la conclusione, già consumata politicamente con l'elezione di Obama e con la sua svolta nei confronti del mondo arabo e islamico.

Giustamente si osserva da più parti che l'eliminazione di Bin Laden avviene quando già la «primavera democratica» nordafricana - a sua volta debitrice dello storico discorso di Obama al Cairo nel 2009 - ha decretato la sconfitta del suo progetto, la crisi della sua organizzazione, l'obsolescenza della sua icona. Ma le icone hanno la loro importanza simbolica aldilà della loro fungibilità immediata, e che l'icona del capo di Al Quaeda si sia rotta resta un fatto simbolicamente rilevantissimo aldilà della sua perdita di influenza politica. Bin Laden - un nome che Jacques Derrida soleva scrivere fra virgolette, a significare appunto la potenza dell'icona a prescindere dall'uomo, e perfino dalla sua esistenza reale - non è stato solo il leader della rete terrorista globale che ha mostrato la vulnerabilità della più grande potenza mondiale e tenuto in scacco per un decennio le democrazie occidentali. Pura e ieratica sembianza senza Stato e senza indirizzo, intermittente apparenza mediatica fatta di videomessaggi, incombente presenza virtuale più forte della malattia che lo logorava, il principe saudita ha è stato per dieci anni l'incarnazione del «fantasma fondamentale» dell'inconscio geopolitico occidentale traumatizzato dalla fine del mondo bipolare: il fantasma del Nemico imprendibile e sempre ritornante, lo spettro a cui non smettere di dare la caccia. Non importa che sia vivo o morto, quel che importa è che gli daremo la caccia, diceva Bush con la sua taglia; non importa che io sia vivo o morto, quel che importa è che il mio fantasma continui a incombere sull'America, rispondeva Bin Laden con le sue periodiche apparizioni virtuali.

Quanta potenza e quanta violenza reali quel fantasma sia stato capace di muovere lo sappiamo dalla contabilità delle guerre - «permanenti», «infinite», «preventive» - che in suo nome sono state condotte. Ed è alla potenza del fantasma e della caccia al fantasma che il cadavere di Bin Laden oggi mette fine. L'icona si è rotta; la caccia è finita. Che ne sarà, della politica dell'occidente, senza quel fantasma? Guerre, politiche securitarie, controlli pervasivi di polizia, gabbie di Guantanamo: tutto questo dovrebbe di conseguenza svanire. Salvo riprodurre lo spettro per clonazione: dev'essere per questo che in tanti si precipitano a dire che Bin Laden non c'è più ma il pericolo resta anzi si aggrava: morto un fantasma se ne fa un altro, morto un nemico se ne trova un altro. Il nuovo banco di prova della discontinuità di Obama dall'era Bush sta qui, in una politica che del fantasma del Nemico sappia fare a meno, e che, uccisa l'icona,tolga di mezzo rapidamente pure i detriti.

Il racconto degli ideali di una generazione di progettisti che doveva ricucire il tessuto nazionale a confronto con il presente "Da un certo punto in poi è mancata la scuola che creava intellettuali e non solo tecnici" "Negli anni 0ttanta la politica ha rinunciato alle regole e le città sono cambiate"

«Se mi piace la bandiera italiana?». Gae Aulenti, protagonista del design internazionale, incurva la virgola delle sopracciglia: «Scusi, ma che domanda è?». La casa-bottega di Brera, un palazzetto settecentesco sventrato e ricostruito in un unico spazio interrotto da strette scale di ferro, racconta oltre mezzo secolo di storia nazionale. Le agende del suo lavoro insieme a Rogers e Samonà, la collezione della rivista Casabella, i prototipi della lampada pipistrello, tra gli oggetti forse il più amato. Di lei è stato scritto che è il primo architetto ad aver dimostrato che l´architettura è un sostantivo di genere femminile. Da Tokyo a Buenos Aires, da San Francisco a Parigi e Barcellona, non c´è grande città che non porti un suo segno. È un personaggio-simbolo della Milano razionale e colta, la città degli illuministi, del Verri e del Beccaria, la città della Resistenza, dell´antifascismo, della classe operaia nel secondo dopoguerra, ma le sue origini affondano nel Mezzogiorno, nelle campagne di Calabria e Puglia, figlia della borghesia di Trani nata per caso in Friuli. Una doppia radice sintetizzata in quel bisillabo Gae che è la forma breve di Gaetana, regalo della nonna pugliese.

Lei come si definirebbe?

«Mi sento un´italiana, e basta. Ho forse avuto la fortuna di non vivere in un solo luogo, notando le differenze tra culture e regioni sideralmente distanti. Mio padre lasciò la Puglia per andare a studiare a Ca´ Foscari, e nel 1927 arrivai io. Ma poi d´estate ci immergevamo nel verde e nell´azzurro del Mezzogiorno, dove partecipavo a rituali contadini che hanno lasciato un´impronta nelle mie visioni. Se dovessi indicare l´essenza dell´italianità, vado a cercarla nella diffusa qualità del paesaggio: ovunque la nostra testa riposa sulla bellezza. Un´armonia che sa di eterno. Se ne avverte costantemente la durata della storia».

Nessun contrasto tra le due radici?

«Non direi. Sul finire degli anni Quaranta approdai in una Milano che intrecciava diversi caratteri regionali, idiomi, parlate espressive nutrite dai dialetti. Una trama di grande qualità, che in qualche modo rispecchiava la nostra identità nazionale, che si nutre di differenze. In questo siamo unici, diversi da tutti gli altri popoli. Mi verrebbe da dire che l´italianità è un´aspirazione, più che una condizione acquisita una volta per tutte. Questo incrocio di storie differenti ti obbliga costantemente a interrogarti».

Al Politecnico, appena ventenne, l´incontro con Ernesto Nathan Rogers. Che Italia progettavate di costruire?

«Intanto dovevamo ricostruirla. Milano portava le ferite dei bombardamenti. È una delle ragioni per cui m´iscrissi alla Facoltà di Architettura. L´idea principale era quella della continuità storica e culturale, fisica e concettuale. Bisognava costruire nel rispetto del "tessuto" d´un luogo, del suo ordito più profondo, senza rotture né traumi. Brodskij dice che nella cultura italiana opera un telaio che tesse la sua essenza più profonda, generata dalla piega d´un paesaggio o dalla facciata d´un palazzo. Il nostro dovere di architetti consisteva nel trovare le tracce più nascoste di questa trama».

Chi riuscì meglio in questa ricerca?

«Un esempio può essere la Torre Velasca, simbolo della città insieme al Duomo e al Castello Sforzesco. Negli anni Cinquanta Rogers ed Enrico Peressutti la progettarono in continuità con il passato – la forma della torre – e nel rispetto di un´idea precisa della città. Naturalmente questa scuola italiana era aperta a un vasto intreccio di suggestioni internazionali».

Oggi però non manca il respiro cosmopolita.

«Quel che manca è la scuola italiana, e sappiamo il disastro. Rogers ci ripeteva spesso che il dovere di un architetto era di essere un intellettuale prima che un professionista».

Cosa intendeva?

«Posso leggerle un passo di Vitruvio? "L´architetto sappia di lettere, sia perito nel disegno, erudito nella geometria, conosca molte, molte istorie, diligente ascoltatore di filosofi, s´intenda di sentenze giureconsulti, non sconosca l´astrologia e le leggi del cielo". Ho reso l´idea? Oggi si costruisce senza regole, l´architetto tende ad autorappresentarsi, incurante dell´integrazione con l´identità urbana».

Quando è cambiato il volto delle nostre città?

«Quando l´Italia ha smesso di essere amministrata, ossia un quarto di secolo fa. È negli anni Ottanta che la politica ha rinunciato a definire le regole, e gli architetti ne hanno approfittato, in nome di un principio sbagliato e illusorio: ossia che l´assenza di regole avrebbe favorito invenzione e creatività».

È vero il contrario?

«La regola severa ti costringe all´essenza. Il risultato di questo malinteso è sotto i nostri occhi: le città sono sfasciate. E l´architettura sembra virare in decorazione. Faccia attenzione a molte nuove costruzioni: non c´è più una linea retta. Vanno di moda le geometrie inclinate, per delle stupidaggini. Tanti piccoli Gehry, che scopiazzano rinunciando all´essenza».

La buona architettura nasce dalla buona urbanistica.

«In quegli anni sono venute meno entrambe: il risultato immediato ha vinto sulla lunga scadenza. E l´architettura italiana ha cominciato a perdere prestigio nel mondo».

In che cosa si distingueva un architetto italiano?

«Dalla capacità di disegnare tutto, dal piccolo oggetto alla casa che deve ospitarlo. Un confronto con lo spazio che includeva urbanistica, architettura, design».

Dietro l´invenzione del design c´era la trasformazione dell´Italia da paese contadino a paese industriale. Lei come cominciò?

«La prima cosa che feci fu una sedia a dondolo, marchio Poltronova. Ero totalmente persa. Ma allora si lavorava a contatto con gli operai, non c´era differenza tra produttore e design. Passavo le giornate in fabbrica, pigliando strisce di legno e intrecciandole. Il nostro lavoro era insieme molto artigianale e molto intellettuale, in una trama di corrispondenze con il cinema e il teatro. Oggi ci si interroga meno sulla funzione dell´oggetto, sul suo rapporto con la vita e la società».

Per questo è tramontato il made in Italy?

«Quaranta anni fa i grandi designer erano anche grandi architetti. Oggi sono per lo più decoratori, avendo rinunciato al rapporto con l´insieme».

Lei ha conosciuto le burocrazie di tutto il mondo, dall´americana alla francese, dalla tedesca alla spagnola. In che cosa siamo diversi?

«In Italia puoi vincere un concorso e rimanere senza lavoro se nel frattempo decade l´amministrazione che l´ha bandito. Altrove non è così. A Parigi vinsi la gara per il musée d´Orsay con Giscard d´Estaing, ma lo realizzai nell´era di Mitterrand, che veniva a trovarmi in cantiere. Prevedo l´obiezione: ma quella è la burocrazia francese, lo Stato forte. No, è accaduto anche nella più fragile Spagna: per costruire il museo nazionale della Catalogna ci sono voluti diciotto anni e non so quante amministrazioni. Però ce l´abbiamo fatta».

Come architetto donna s´è mai sentita discriminata?

«Appena arrivata a Parigi, al primo incontro ufficiale dopo aver vinto la gara, mi domandarono perplessi "Où est Monsieur Aulenti?". Pensavano fossi la moglie. In Italia ho sempre fatto finta di niente. Aiuta».

Le piace il nostro tricolore?

«Mi viene una risposta vigliacca, che però cancello».

La dica.

«Ho sempre preferito la bandiera rossa, ma è troppo facile. La verità è che non ci ho mai pensato».

E lo stellone repubblicano?

«Non me lo chieda. Dei simboli non ci si chiede mai il perché».

Forse non si conoscono molto. L´Italia ha una simbologia dimessa.

«E se le dicessi che è una cosa positiva? Noi siamo una nazione con tante storie e tante culture, che alimentano invenzione e non ortodossia».

Accade spesso che la sua austerità sia enfatizzata come un tratto molto poco italiano.

«Non sono sicura che l´esuberanza sia un tratto nazionale né un carattere meridionale. Se penso alla grande letteratura siciliana, dov´è questa esuberanza? Non è del principe di Salina, piuttosto del personaggio di don Calogero Sedara, esponente della piccola borghesia in ascesa. Forse la gestualità pittoresca è una cifra italiana più recente. Gli esempi pubblici non mancano».

Che cosa non le piace oggi di Milano?

«Non riesco più a leggerla, a interpretarne il movimento e il filo conduttore. I mezzi pubblici ricoperti di pubblicità contribuiscono a questa confusione. Prevale un senso di disordine che non è solo estetico ma civile».

Allora è possibile, - anzi vero, - che un messaggio forte e chiaro che «scenda dall'alto» è destinato a produrre effetti decisivi in questa scassatissima Repubblica parlamentare che è diventata l'Italia. Naturalmente, mi rendo perfettamente conto che, una volta stabilito il principio, può anche accadere che il messaggio vada in direzione contraria a quella per cui è stato invocato. Ma tant'è: una volta stabilito il principio, può darsi che la prossima occasione sia quella buona.

Nel frattempo bisognerebbe evitare che un Governo, arrivato alle soglie dello sfacelo, si salvi in questa situazione proprio a causa dell'appoggio, sia pure paradossale e indiretto, delle opposizioni. Forse un modo c'è: prescindendo dal merito, che probabilmente, ahimè, ormai non è più nemmeno in discussione, resta che il comportamento del governo italiano, e del suo presidente del consiglio, è stato in occasione della crisi libica assolutamente vergognoso. Come al solito, l'«onore dell'Italia», - secondo quanto scriveva il valdese Piero Jahier nel corso della prima guerra mondiale, - sta in basso, tra gli alpini-soldati allora, ma anche fra la gente comune oggi, sempre più stanca dei giochini che i potenti fanno sulla sua pelle. Ricorre il centenario della prima guerra di Libia (strano che non lo si sia abbastanza notato): quella fu la fonte di molte sciagure: speriamo che non lo sia anche questa.

Forse ha ragione Massimo D'Alema quando dice (la Repubblica, 28 aprile) che decisive potrebbero risultare le prossime elezioni amministrative (perché non anche i referendum, che invece vanno difesi a spada tratta? Mah). Va bene, scegliamo questa strada, che è la più classica, ma non per questo necessariamente sbagliata, e mettiamocela tutta. E poi?

Per vincere, o almeno per dare alla maggioranza una sacrosanta lezione, bisognerebbe che tutte le opposizioni convergessero verso la medesima direzione. E' l'ipotesi Pd-Bersani. Ma non è così. Casini fa un suo gioco, che corrisponde alla lettera agli orientamenti della chiesa in questo momento: cercare di far fuori l'ormai impresentabile B. per aprire una nuova dialettica all'interno del Pdl, cui l'Udc sarebbe ben lieta di partecipare (e probabilmente, di conseguenza, anche settori del Pd).

E i finiani? I finiani costituiscono un caso davvero singolare nel già singolarissimo quadro politico italiano. Come è noto, son partiti da una piccola ma non irrilevante «rivoluzione culturale», sulle colonne del Secolo e di altre pubblicazioni e riviste. Si trattava di rifondare culturalmente la destra italiana, fuori e contro l'egemonismo berlusconiano, e i suoi sostenitori lo hanno fatto a lungo in termini non trascurabili. Poi la storia e la politica li hanno spinti in direzioni obbligate e alquanto diverse: l'alleanza con Casini e Rutelli è davvero un'altra cosa rispetto alle loro premesse e ai loro obiettivi. Ora sono dilaniati anche da una crisi interna da parte di quelli di loro che li vorrebbero sospingere verso un ritorno all'indietro: in pratica, verso il riconoscimento di una sconfitta strategica e la conseguente inevitabile dissoluzione. Anche per loro le prossime scadenze, - Libia, referendum ed elezioni amministrative , - rappresenteranno una prova decisiva. Se si tirano indietro questa volta, sono spacciati.

E il Pd? Il Pd dovrebbe sforzarsi di uscire dalla equivocità perenne dei suoi atteggiamenti e delle sue scelte, cui forse lo condannano la sua affrettata composizione e la sua composita struttura (non parlo delle vecchie componenti: personalità come Bindi o Franceschini, per intenderci molto sommariamente, stanno molto più «a sinistra» di altre provenienti dal vecchio Pci). L'asse strategico, - «l'onore d'Italia», il vero «onore d'Italia» in questo momento, - dovrebbe consistere da parte sua nel presentarsi come il punto di riferimento decisivo di un vasto schieramento di forze, dentro e fuori i partiti, anche fuori, anche molto fuori dei partiti, intenzionati a mettere fuori gioco, e per sempre, e senza mezzi termini, e senza opportunistici accomodamenti durante il percorso, il fenomeno Berlusconi e il berlusconismo, in tutte le sue varianti politiche, economiche, sociali e culturali (magari partendo dalla cultura, come altre volte è accaduto, per risalire all'indietro la catena degli impegni e degli eventi).

Ci vorrebbe, come dire, un'assunzione molto più piena delle responsabilità che glie ne derivano (che glie ne dovrebbero derivare) sul piano del progetto, delle finalità, delle alleanze e delle scelte, oggi più impegnative che mai, di sviluppo. Dov'è l'altra Italia, c'è un'altra Italia in tanti discorsi vuoti di ogni prospettiva? Il centro-sinistra, in che senso è oggi anche sinistra? E la sinistra, in questa visione, da dove parte e dove arriva? La fase costituente, tanto spesso puerilmente invocata, non potrà riguardare solo le istituzioni ma anche e soprattutto, come sempre quando le fasi costituenti sono state serie, le forze politiche destinate ad esserne le principali protagoniste. Se non si riparte da qui, il risultato elettorale non basterà; le forze politiche dominanti forse si scambieranno fra loro ma resteranno sostanzialmente le stesse. Di tutto ciò, con la maggior benevolenza possibile, non si vede traccia nei nostri iperpolitici politici, neanche nei più accorti (o semplicemente astuti, che è già qualcosa).

La crisi politico-istituzionale, - anzi, più esattamente, politico-costituzionale, che è assai più forte, - in cui versa l'Italia, sebbene sovente mascherata o accantonata nei più vari modi (la guerra di Libia serve anche a questo, anzi, forse soprattutto a questo), continua inesorabilmente ad avanzare, è sempre più grave e può sfociare in una catastrofe politica, economica e sociale (culturale lo è già). Mantenere distinti i piani del discorso, anche quando talvolta o in una qualche misura si presentano intrecciati o persino in contraddizione fra loro, è continuare ostinatamente e senza sosta a mirare all'obiettivo grosso, è la condizione politica necessaria per sperare che ne esca in maniera almeno decente.

Entro pochi giorni il Parlamento dovrebbe approvare in via definitiva la legge che mira a sterilizzare il referendum sul nucleare. A quel punto l'Ufficio centrale della Cassazione dovrà valutare se la nuova normativa che ha modificato la precedente situazione abbia assunto i "principi ispiratori" e i "contenuti normativi essenziali" che si pongono a fondamento della richiesta del referendum abrogativo. Nel caso in cui la Cassazione non dovesse ritenere idonea la modifica legislativa e - dando credito alle parole del Presidente del Consiglio - giudicarla solo strumentale a impedire la deliberazione del corpo elettorale, l'esito del giudizio sarebbe quello di far svolgere comunque la consultazione, sebbene sulle nuove norme.

Alcuni autorevoli studiosi (Stefano Rodotà, Massimo Luciani) hanno sollevato una questione che potrebbe rendere però vano quest'accertamento, rendendo complessa l'ipotesi di "trasferire" il referendum sulla nuova disciplina. L'emendamento del Governo su cui si dovrebbe spostare il giudizio del corpo elettorale appare, infatti, palesemente ambiguo: composto da otto commi, cinque di questi abrogano tutte le norme su cui è stato richiesto il referendum, uno (il primo) afferma invece la natura solo sospensiva e non invece definitiva dell'abrogazione, un altro (l'ultimo) stabilisce il termine di un anno della sospensione. Se si andasse a votare sull'intera nuova normativa l'effetto paradossale sarebbe quello che l'eventuale vittoria del sì all'abrogazione dell'emendamento anti-referendum finirebbe per cancellare non solo le norme "truffa" (quelle che riservano al governo ogni futura decisione in materia nucleare: il primo e l'ultimo comma), ma anche quella parte dell'emendamento che abroga le attuali norme sul nucleare; con l'effetto irragionevole e contraddittorio di ridare subito al governo tutti gli strumenti per proseguire nella sua politica di costruzione delle centrali nucleari. Al danno si aggiungerebbe la beffa.

Tant'è che si sono prospettate altre strade per dipanare la matassa, sostanzialmente legate all'eventualità che la Cassazione si rivolga alla Corte costituzionale affinché sia quest'ultima ad accertare la costituzionalità delle norme che regolano la materia (nonché della legge che contiene l'emendamento governativo). La strada suggerita è complicata e i tempi rischiano di essere troppo stretti, a pochi giorni dalla data fissata per il referendum.

A me sembra vi sia un'altra e più lineare ipotesi che permetta di dare soluzione alla questione sollevata, nel rispetto dei principi giuridici indicati e delle posizioni politiche espresse. Dando finalmente senso (politico oltre che giuridico) all'intera vicenda.

Come è stato evidenziato, infatti, ciò che rivela l'intento mistificatorio e meramente antireferendario dell'emendamento del governo è contenuto nel primo comma (e in parte nell'ultimo) dell'articolato normativo, non in quelli successivi. È in questa parte della nuova legge che si afferma la volontà di non accogliere i principi ispiratori dei referendari. Nel primo comma si legge che «non si procede alla definizione e attuazione del programma» nucleare solo momentaneamente, in attesa di «acquisire ulteriori evidenze scientifiche» e «delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione Europea». È questo che appare incompatibile con la richiesta dei promotori del referendum che invece prospettano l'abbandono definitivo di ogni politica nucleare in Italia.

Sulla successiva abrogazione delle norme sul nucleare oggetto dei quesiti referendari, prevista dai commi successivi, non vi è invece nessuna questione di conflitto né tra i promotori del referendum, che proprio quest'obiettivo vogliono raggiungere, né con il Governo che prospetta il loro momentaneo congelamento.

La particolare struttura della disposizione normativa permetterebbe allora un "trasferimento del quesito" rispettoso dei diversi principi ispiratori. Basterebbe operare il trasferimento solo sul primo comma. In tal modo, il corpo elettorale sarebbe chiamato a scegliere tra la sospensione momentanea delle politiche nucleari (così come ritenuto necessario dal Governo e dalla maggioranza parlamentare) e il definitivo abbandono di ogni politica nucleare (così come richiesto dai promotori del referendum).

Per una maggioranza parlamentare fondata sul populismo mediatico, assuefatta alla ricerca e alla raccolta del consenso attraverso il controllo pressoché esclusivo della televisione, pubblica e privata, il subdolo tentativo di sottrarsi ai tre referendum in calendario a metà giugno è un paradosso imbarazzante che ha tutte le caratteristiche di una nemesi storica. Ovvero, di una pena del contrappasso di dantesca memoria. Tanto è avvezzo il centrodestra a invocare come un´ordalia la volontà o la sovranità popolare, al riparo del conflitto di interessi che fa capo al presidente del Consiglio e in forza di questo o quel sondaggio d´opinione, quanto il governo appare adesso preoccupato e smarrito di fronte alla verifica di una consultazione diretta.

Che cosa c´è di più "popolare" di un referendum? In quale altra occasione o con quale altro strumento si può esprimere più efficacemente la volontà del popolo? E in quale istituto della democrazia, appunto, si manifesta meglio la sua sovranità?

Innescata dalla catastrofe atomica giapponese, la paura di una sconfitta politica nel referendum sul nucleare ha indotto il centrodestra a ricorrere a una duplice ipocrisia: prima, quella della "pausa di riflessione"; poi, la cosiddetta "moratoria". Entrambe all´insegna di un proclamato "senso di responsabilità", pubblicamente contraddetto nell´arco di pochi giorni dallo stesso Berlusconi con l´improvvido annuncio che se ne riparlerà comunque fra uno o due anni, appena superato il tragico ricordo di Fukushima. Se questo non è un trucco, uno scippo, una truffa, ai danni della volontà popolare, tanto vale abolire il referendum dal testo della Costituzione.

Hanno ragione perciò i comitati referendari a protestare contro l´oscuramento decretato dalla Rai, nell´ultima fase della dissennata gestione di Mauro Masi, violando palesemente i compiti d´informazione e gli obblighi d´imparzialità e completezza che spettano al servizio pubblico radiotelevisivo. E mentre l´Autorità sulle Comunicazioni richiama i telegiornali per la "sovraesposizione del premier", fa bene ora il sindacato dei giornalisti interni a reclamare un segnale immediato di discontinuità da parte della nuova direzione generale. Piaccia o non piaccia al governo in carica e alla maggioranza posticcia che ancora lo sorregge, il ricorso al referendum abrogativo è un diritto supremo che garantisce il rispetto della volontà e della sovranità popolare.

A ulteriore conferma di questa operazione truffaldina, c´è poi il boicottaggio annunciato contro il referendum sull´acqua. Lasciamo stare qui il merito della questione: se l´acqua resta una risorsa pubblica, se si tratta di un´effettiva privatizzazione oppure se si possa distinguere tra gestione e distribuzione. Quello che conta è che c´è una legge approvata dal Parlamento e che questa legge può essere abrogata o meno attraverso una consultazione popolare. Non è accettabile sul piano democratico che la maggioranza cerchi di cambiare in extremis le carte in tavola, ricorrendo a qualche espediente per modificare o correggere un provvedimento già sottoposto alla procedura referendaria. Allo scippo, si aggiungerebbe in questo caso anche l´esproprio.

Ma il "clou" della manovra anti-referendaria, dissimulata sistematicamente dalla propaganda filo-governativa, riguarda il "legittimo impedimento": cioè il meccanismo che consente al capo del governo di decidere se ed eventualmente quando presentarsi in tribunale, per rispondere alle varie accuse che gli vengono rivolte dalla magistratura, chiamata ad amministrare la giustizia proprio "in nome del popolo italiano". E questo sarebbe davvero il colpo grosso, con l´unico obiettivo di difendere la posizione giudiziaria del presidente del Consiglio. Anche qui, a parte il merito della questione, si tratta essenzialmente di rispettare il fondamentale diritto dei cittadini a esprimere un giudizio definitivo su una legge votata da una maggioranza di parlamentari nominati dai capi-partito.

Arriviamo così all´invereconda situazione di un centrodestra che vince le elezioni con il sostegno di un apparato mediatico in cui si realizza il più macroscopico conflitto di interessi al mondo. Attraverso una legge elettorale definita notoriamente una "porcata", conquista una maggioranza dei seggi in Parlamento pur avendo ottenuto una minoranza dei voti nelle urne. E poi, invocando a ogni piè sospinto la volontà o la sovranità popolare, nega al popolo la possibilità concreta di ricorrere al referendum abrogativo. Se questa è ancora una democrazia, bisogna dire che è gravemente malata.

Quando Obama vinse le elezioni, nel 2008, furono molti a esser convinti che una grande trasformazione fosse possibile, che con lui avremmo cominciato a capire meglio, e ad affrontare, un malessere delle democrazie che non è solo economico. La convinzione era forte in America e in Europa, nelle sinistre e in numerosi liberali. La crisi finanziaria iniziata nel 2007 sembrava aver aperto gli occhi, preparandoli a riconoscere la verità: il capitalismo non falliva. Ma uno scandaloso squilibrio si era creato lungo i decenni fra Stato e mercato. Il primo si era ristretto, il secondo si era dilatato nel più caotico e iniquo dei modi. Lo Stato ne usciva spezzato, screditato: da ricostruire, come dopo una guerra mondiale.

Le parole di Obama sulla convivenza tra culture e sulla riforma sanitaria annunciavano proprio questo: il ritorno dello Stato, nella qualità di riordinatore di un mercato impazzito, di garante di un bene pubblico minacciato da interessi privati lungamente dediti alla cultura dell’illegalità. Non era un’opinione ma un fatto: senza l’intervento degli Stati, le economie occidentali sarebbero precipitate. Un’economia non governata non è in grado di preservare lo Stato sociale riadattandolo, di tenere in piedi l’idea di un bene pubblico che tassa i cittadini in cambio di scuole, ospedali, trasporti, acqua, aria pulita, pensioni per tutti.

Quel che sta accadendo oggi non smentisce i fatti. Li occulta, li nega, con il risultato che i cittadini si sentono abbandonati, increduli, assetati di autorità che semplifichino le cose con la potenza del vituperio. Intervenendo per sanare il mercato, Stati e governi hanno adottato misure forse corrette ma il momento della verità l’hanno mancato, con il consenso delle opposizioni. Hanno mancato di dire che al mondo di ieri non torneremo, e che gli sforzi fatti oggi daranno frutti lentamente, perché lenta e lunga è stata la malattia capitalista. Di qui il dilagare di populismi di destra, in Europa e America, e la forza ipnotica che essi esercitano sulle opinioni pubbliche.

Prima ancora che la crisi finanziaria divenisse visibile fu l’Italia a negare i fatti, con Berlusconi e Lega. L’Italia è stato il laboratorio di forze che ovunque, oggi, sono in ascesa: in Belgio il Vlaams Belang (Interesse fiammingo), in Olanda il partito anti-islamico di Geert Wilders, in Ungheria il Fidesz, in Francia il Fronte di Marine Le Pen, in Finlandia i Veri Finlandesi.

Il rifiuto dello straniero, la designazione dell’Islam come capro espiatorio, la chiusura delle frontiere mentali prima ancora che geografiche: i populismi odierni si riconoscono in tutto questo ma la xenofobia non è tutto, non spiega la natura profonda della loro seduzione. All’origine c’è una volontà ripetitiva, sistematica, di non sapere, non vedere la Grande Trasformazione in cui stiamo entrando comunque. C’è una strategia dell’ignoranza, come sostiene il professore di linguistica Robin Lakoff, un desiderio di fermare il tempo: «L’attrattiva dei populisti scaturisce da un affastellarsi di ignoranze: ignoranza della Costituzione, ignoranza dei benefici che nascono dall’unirsi in sindacato, ignoranza della scienza nel mondo moderno, ignoranza della propria ignoranza» (Huffington Post, 30 marzo 2011).

Il vero nemico dei nuovi populismi è la democrazia parlamentare, con il suo Stato sociale e la sua stampa indipendente. Di qui le incongrue ma efficaci offensive antistataliste contro Obama, nel preciso momento in cui l’economia ha più bisogno dello Stato. Di qui il diffuso fastidio per la stampa indipendente, quando più ci sarebbe bisogno di cittadini responsabili, quindi bene informati. A tutti costoro i populisti regalano illusioni, cioè il veleno stesso che quattro anni fa generò la crisi. Ai drogati si restituisce la droga. Cos’è d’altronde l’illusione, se non un gioco (un ludus) che dissolve la realtà nelle barzellette sconce quotidianamente distillate dal capo? Cos’è il fastidio per la stampa indipendente, se non strategia che azzera la conoscenza dei fatti? Meglio una barzelletta del potente che una notizia vera sul potente.

L’Italia è all’avanguardia anche in questo campo: la concentrazione dell’informazione televisiva nelle mani di uno solo è strumento principe dell’ignoranza militante, e distraente. In Ungheria l’odio per la stampa impregna il partito del premier Viktor Orbán: le nuove leggi varate dal governo prevedono un’autorità di controllo sui mezzi di comunicazione, composta di cinque esponenti nominati dal partito di maggioranza. All’autorità spetta di verificare se la stampa è «equilibrata e oggettiva», di decidere multe o chiusure di giornali o programmi tv, di imporre ai giornalisti la rivelazione delle fonti se sono in gioco «la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico».

Anche lo straniero come capro espiatorio è gioco d’illusione, feroce, con la realtà multietnica in cui già da tempo viviamo. Il fenomeno non è nuovo. Negli anni ‘20-’30, la Germania pre-nazista esaltò il Blut und Boden, il sangue e la terra, come fonte di legittimazione politica ben più forte della democrazia. Oggi lo slogan è imbellito – si parla di radicamento territoriale, davanti a una sinistra intimidita e plaudente – ma la sostanza non cambia. La brama di radici, ancora una volta, impedisce il camminare dell’uomo e lo sguardo oltre la propria persona, il proprio recinto. Consanguineità e territorio divengono fonti di legittimazione più forti della Resistenza.

Helsinki ladrona, Roma ladrona, Washington ladrona: si capisce da questo slogan (lo stesso in Finlandia, Italia, America) come l’anti-statalismo sia centrale. Come la xenofobia sia il sintomo più che la causa del male. Vedendo che la crisi perdura, le popolazioni hanno cominciato a nutrire un’avversione radicale verso l’idea stessa di uno spazio pubblico dove la collettività, tassandosi, difende i più deboli, i più esposti. I populisti non temono di contraddirsi, anzi. D’un sol fiato si dicono antistatalisti e promettono uno Stato controllore, tutore dell’etnia pura, normalizzatore delle coscienze e delle conoscenze.

I sondaggi sul successo del Tea Party, il movimento neoliberista Usa, lo confermano. La molla decisiva non è il razzismo: è il rigetto della riforma sanitaria di Obama, del principio dell’etica pubblica. L’etica pubblica mette tutti davanti alla stessa legge, perché nessun interesse privato abbia la meglio. Lo Stato etico dei populisti impone il volere del più forte: Chiesa, lobby, etnia. Lo chiamano valore supremo, non negoziabile. In realtà è puro volere: suprema volontà di potenza.

Come mai le cose sono andate così? Come mai Obama può perdere le elezioni? In parte perché i governi hanno sottovalutato l’enorme forza del risentimento. In parte perché non hanno spiegato quel che significa, nel mondo globalizzato, salvare il bene pubblico. Ma è soprattutto la verità che hanno mancato: sono quattro anni che descrivono la crisi come superabile presto, il tempo d’arrivare alle prossime elezioni. Obama stesso ha omesso di spiegarla nella sua lunga durata: come qualcosa che trasformerà le senescenti società occidentali, che le obbligherà a crescere meno e integrare giovani immigrati, se non vorranno scaricare i propri anziani come il vecchio capofamiglia sulla sedia a rotelle che i nazisti gettano dalla finestra nel Pianista di Polanski. Per paura elettorale i governanti celano la verità, e ora pagano il prezzo.

Anche l’Europa ha la sua parte di colpe. Gli strumenti li avrebbe: può usare l’articolo 7 del Trattato di Lisbona, contro le infrazioni antidemocratiche in Italia o Ungheria. Può costruire una politica dell’immigrazione, avendone ormai la competenza. Se non lo fa, è perché non guarda ad altro che ai parametri economici. Perché è indifferente all’ethos pubblico. Perché quando esercita un potere, subito se ne pente. Perché dimentica che anch’essa è nata nella Resistenza.

Nel momento in cui la sua fonte di legittimazione politica è usurpata (al posto della Resistenza: il radicamento territoriale) l’Europa ammutolisce. Ha vergogna perfino delle cose non sbagliate che ha fatto: del comportamento che ebbe nel 2000, ad esempio, quando i neofascisti di Haider divennero determinanti nelle elezioni austriache del ‘99. Non mancarono certo gli errori: troppo presto si usò l’arma ultima delle sanzioni, presto abbandonate. Ma anche se disordinatamente, l’Unione almeno reagì, s’inalberò. L’Austria fu costretta a riaprire ferite tenute nascoste, a discutere colpe sempre negate, e il suo volto cambiò. Se l’Unione è così invisa ai populismi vuol dire che potrebbe far molto, se solo lo volesse.

Gentile Augias, la maggioranza di governo non si fida dei propri elettori e cerca di cancellare i referendum, un esempio di come s'intende la "libertà" e la "democrazia". Prima hanno separato le elezioni amministrative dai referendum, buttando 400 milioni di euro (800 miliardi di lire) che potevano essere utilizzati per creare posti di lavoro per i giovani, finanziare le Regioni per i fondi per la non autosufficienza, o per il trasporto pubblico. Hanno scelto un doppio appuntamento per rendere più difficile andare a votare. Poi hanno capito che neanche questo bastava e saremmo andati a votare lo stesso, così hanno deciso che era meglio non rischiare e cancellare i referendum con piccoli decreti che non cancellano il problema del nucleare e della privatizzazione dell'acqua ma lo spostano di un anno o creano un "garante". I paladini della libertà e della democrazia hanno paura del voto, i parlamentari del Pdl e della Lega non si fidano di chi li ha mandati a Roma! Mi chiedo quanti saranno gli italiani consapevoli dei trucchi con i quali si raggira la democrazia.

Aldo Tassara aldoenuccia@libero.it

T ra maggio e giugno saremo chiamati a votare due volte, alcuni tre. Il 15 e il 16 maggio elezioni locali che riguarderanno 1.300 comuni della penisola su un totale di 8.090 ovvero il 16 per cento circa del totale. Tra questi città significative: Milano e Napoli, per citarne solo due. Ballottaggi, se saranno necessari, il 29 e 30 maggio. Già questo doppio appuntamento è un'anomalia italiana. In tutti gli altri paesi del mondo si vota un solo giorno, non necessariamente la domenica. Il lunedì viene dalla sfiducia che la maggioranza ha nel proprio elettorato: se la domenica stanno al mare, facciamoli votare anche di lunedì. Sarebbe stato conveniente da ogni punto di vista accoppiare a questa tornata anche il voto sui referendum. Troppo semplice, troppo rischioso. I referendum sarebbero stati trascinati dalla partecipazione al voto amministrativo e magari avrebbero passato il quorum. Dunque altri due giorni di voto il 12 e 13 giugno, quando la bella stagione porterà davvero molti al mare. I referendum vertono su tre argomenti. L'impopolarissima privatizzazione dell'acqua; il ritorno dell'energia nucleare; l'eliminazione del legittimo impedimento che al momento rende tutti i ministri, a cominciare dal primo, in pratica non giudicabili. Dopo la tragedia di Fukushima, la bocciatura sul nucleare era scontata; è stata disinnescata togliendo, per ora, dall'agenda l'energia nucleare. Sull'acqua un ministro ha detto che bisognerà approfondire il tema, altro decreto. Resta il legittimo impedimento, quello che il premier teme di più. Sventuratamente è anche quello sul quale gli italiani sanno di meno.

La domanda «ma si può andare avanti così?» non è della casalinga di Voghera ma dell'ex vicedirettore del Corriere della sera Dario Di Vico. Quel che «non può andare avanti così» è il tentativo vetero-operaista novecentesco di cosiderare intoccabile la festa del 1° Maggio. «Si possono difendere strenuamente i nostri privilegi sapendo, tra l'altro, che saremo gli ultimi a usufruirne? Si può aprire una querelle politica sul sacrilegio di aprire i negozi il 1° Maggio a Firenze, Roma e Milano?». Ad aprire la querelle, in realtà, è proprio il Corsera che ha scelto di cavalcare la decisione del democratico sindaco di Firenze, Matteo Renzi, di alzare le serrande della sua città nel giorno della festa dei lavoratori. «L'happy hour non si tocca, è la nostra trincea», è il grido di dolore di Di Vico scatenato contro la Cgil. Bisogna monetizzare e non rifiutare il lavoro festivo, lo impongono la modernità, la crisi, la concorrenza, i diritti dei consumatori e il Corsera. Facciamola finita con «i nostri sacri valori religiosi o politico-culturali che siano».

Ancora più esplicito è l'attacco di Antonio Polito, dalle pagine dello stesso giornale milanese combattente, al «vade retro shopping». Polito accusa la «discendenza marxista», per la quale «il cittadino-produttore viene prima del cittadino-consumatore». Un vero scandalo. Invece, aggiungiamo noi, non deve scandalizzare che Renzi, tra i due cittadini, scelga quello consumatore: non è un provocatore ma un coerente dirigente del Pd, nel cui atto costitutivo si cancella il lavoratore per promuovere il consumatore. Del resto, dallo statuto del Pd scompare anche la lotta antifascista, ma a questo aveva già provveduto diversi anni fa la Borsa di Milano decretando giornata lavorativa il 25 Aprile.

Nessun valore può ostacolare il libero mercato, figuriamoci il supermercato, «la catena non si ferma, non c'è ragione», cantava Giovanna Marini. La festa del 1° Maggio diventa come la sabbia che i luddisti mettevano negli ingranaggi delle macchine. Se il lavoratore viene retrocesso a schiavo - vedi Marchionne - mentre il consumatore viene incoronato come primo fattore anticrisi, si capisce tanto accanimento contro il 1° Maggio e quel che rappresenta. Sono passati 31 anni dall'80, quando il manifesto organizzò il convegno «Liberare il lavoro o liberarsi dal lavoro?» che si concluse presso a poco così: «Liberare il lavoro dal profitto».

Era un altro mondo, oltre che un altro secolo, quando i negozi restavano chiusi il 1° Maggio e anche il 25 Aprile. Anche quest'anno, a dire il vero, i negozi sono rimasti chiusi il 25 Aprile, persino la Borsa, ma solo perché la Liberazione coincideva con la sacra Pasquetta. Checché ne dica Di Vico, c'è valore (religioso) e valore (politico-culturale). Basta alzare gli occhi su Varsavia: per la prima volta dal secondo dopoguerra non ci sarà il corteo del 1° Maggio. Per lasciar spazio alla processione che celebrerà la beatificazione di papa Wojtyla. O tempora o mores.

Postilla

Ci sono gesti che rappresentano la natura dei nostri tempi in modo esemplare, riassumendo in una decisione amministrativa apparentemente modesta un evento epocale. La proposta (la decisione) di tenere aperti gli esercizi commerciali il giorno della festa dei lavoratori è uno di questi. L’evento che quella decisione splendidamente rappresenta è semplice a dirsi: la riduzione dell’uomo, da titolare di diritti, in cliente, in soggetto utile unicamente in quanto disposto a comprare merci, o a favorirne la vendita.

Dopo secoli di riscatto l’uomo diventa di nuovo servo: non più del Signore arroccato nel suo castello, ma dei meccanismi anonimi dell’economia data; non più servo della gleba, ma servo del Mercato. Ridotto tale dall’uso spregiudicato dei sempre più raffinati saperi e delle sempre più evolute tecnologie della persuasione occulta, della manipolazione culturale, della formazione surrettizia dell’ideologia dominante.

Anche il mercato ha i suoi intellettuali organici. Non ci meraviglia più di scoprire come alcuni di questi provengano da sponde una volta antagoniste. Anche questo è segno triste dei tempi. Rincuora solo il fatto che ancora ci siano aree che resistono: più nella società civile che nelle istituzioni.

Cerba, Città della Salute o entrambe? In un momento di crisi e di difficoltà con sempre meno risorse disponibili per la sanità la domanda è tutt’altro che scontata. Realizzare entrambe le strutture oggi sembra un’impresa titanica, la crisi economica impone spese sempre più oculate e i ricoveri ospedalieri in tutta Italia sono in flessione. Milano già oggi garantisce oltre 500 mila ricoveri ogni anno ma ambisce sempre più a diventare un polo europeo di riferimento per la salute.

Il Centro europeo di ricerca biomedica avanzata (Cerba), dovrebbe nascere sui terreni del Parco Sud vicini all’attuale sede dell’Istituto Oncologico Europeo, mentre dalla parte opposta della città, a nord-ovest, dove oggi si trova l’ospedale Sacco, avrebbe sede il polo della Città della Salute che prevede il trasferimento dell’istituto dei Tumori e del neurologico Besta, per un totale di 1.450 posti letto, diventando così uno dei più grandi ospedali italiani.

Intanto il Policlinico continua a marce forzate la sua opera di ristrutturazione e rinnovamento; è già attivo il primo blocco del nuovo Niguarda e per il 2014 è prevista l’ultimazione dei lavori; da questa estate è poi avviato il nuovo polo cardiologico dell’Auxologico in piazzale Brescia, insomma l’offerta sanitaria in città non manca. La sanità è uno dei più importanti motori della nostra regione e i nuovi poli costituiscono una grande occasione di rilancio tecnologico ma anche di investimento residenziale per la nostra metropoli, un’opportunità per realizzare nuovi spazi dove ricercatori, studenti, infermieri possano trovare luoghi di accoglienza e incontro.

Non ci si può però permettere di sprecare risorse, è fondamentale una programmazione mirata e corretta, sviluppando gli interventi sulla base dei reali bisogni di salute della popolazione, non si può ripetere quanto è successo in passato e che ha portato la nostra regione ad avere più cardiochirurgie di tutta la Francia. Alcune aree specialistiche sembrano, già oggi, troppo affollate, la competizione sta divenendo eccessiva e sterile per il malato. L’azione di programmazione dovrebbe essere indirizzata a coprire i vuoti assistenziali, a potenziare le strutture e i servizi più deficitari dei quali domani avremo maggiore necessità.

postilla

La chiave di lettura di questo articolo, che ahimè riflette e plasma l’opinione pubblica su un tema fondamentale per la convivenza civile, potremmo anche titolarla: “Ottenuta la separazione legale fra Città Sana e Città della Salute”. Perché di questo si tratta: lo star bene direttamente proporzionale alla densità locale di camici bianchi, posti letto, servizi e apparecchiature connessi. Che disastro! E pensare che l’urbanistica moderna nasce proprio da una convergenza di varie prospettive tecnico-scientifiche sul tema della Salute! Ma si vede che anche questo punto di vista è un po’ come il bistrattato “veteromarxismo” di chi vuole tenere i negozi chiusi il Primo Maggio: fuffa ottocentesca di cui liberarsi disgustati al più presto.

Possibile che non venga in mente a nessuno, l’equazione fra qualità urbana e salute, qualità urbana e congestione/stress/inquinamento, e infine la banalissima statistica del rapporto fra abitanti e verde in città? Macché: la “Salute” sono più ospedali, e gli ospedali si mettono là dove hanno deciso i medici (e magari, di sfuggita, i loro sponsor palazzinari), senza badare a sciocchezze tipo l’occupazione delle poche residue aree verdi in città. Cosa mai sarà l’azzeramento di qualche rete ecologica del Parco Sud o la cancellazione di una delle poche soluzioni di continuità fra gli svincoli autostradali nord-ovest e la cintura metropolitana, di fronte alla “opportunità per realizzare nuovi spazi dove ricercatori, studenti, infermieri possano trovare luoghi di accoglienza e incontro”?

Personalmente non mi permetterei mai di entrare in una sala operatoria esponendo le mie presunte priorità o opportunità d’intervento, neppure se si trattasse di persona cara. Ma forse il mio è un atteggiamento malsano, chissà (f.b.)

Sull’imbroglio decida la consulta

di Stefano Rodotà

Sia lode al presidente del Consiglio. Con la disinvoltura istituzionale che lo contraddistingue ha svelato le vere carte del governo sul nucleare, carte peraltro niente affatto coperte. La frode legislativa, già evidente, diviene ora conclamata. Berlusconi è stato chiaro. Un tema tanto importante come il nucleare non può essere affidato a cittadini "spaventati" da quanto è avvenuto in Giappone, che debbono "tranquillizzarsi". Meglio, dunque, non far votare un popolo emotivo, disinformato. Gli abbiamo scippato con uno stratagemma un referendum che avrebbe reso impossibile per anni il nucleare, e ora abbiamo le mani libere per tornare in pista già tra dodici mesi. Gabbati i cittadini, ma rassicurati gli imprenditori, poiché il presidente del Consiglio si è premurato di dire che i rapporti tra Enel e Electricité de France andranno comunque avanti.

Un governo e una maggioranza senza dignità accantonano uno dopo l’altro gli strumenti della democrazia, non hanno neppure il pudore della reticenza, teorizzano il silenzio dei cittadini. Ma si può davvero restare passivi davanti a questo gioco delle tre carte istituzionali? Il famigerato emendamento approvato dal Senato diceva chiaramente quale fosse l’obiettivo che si voleva perseguire. Le parole di Berlusconi confermano l’interpretazione dei tanti che avevano sottolineato come la formale abrogazione delle norme sulle centrali nucleari fosse un espediente, anzi un imbroglio, per far sì che la politica nuclearista potesse continuare e per impedire che la partecipazione al voto di cittadini emotivi facesse raggiungere il quorum, consentendo così anche il successo del temutissimo referendum sul legittimo impedimento.

È bene ricordare i fatti. Quell’emendamento si presenta formalmente come una abrogazione delle norme oggetto del quesito referendario. Ma il primo e l’ultimo comma dicono il contrario. Si comincia con lo stabilire che il governo si riserva di tornare sulla questione, una volta acquisite "nuove evidenze scientifiche mediante il supporto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza, tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea". E alla fine si dice che lo farà entro dodici mesi adottando una "Strategia energetica nazionale", per la quale furbescamente non si nomina, ma neppure si esclude, il ricorso al nucleare, di cui peraltro si parla esplicitamente all’inizio dell’emendamento. Il Parlamento ha trangugiato senza batter ciglio questa brodaglia, ennesimo esempio dell’incultura politica e istituzionale che ci circonda.

Una volta che il decreto nel quale è stato infilato l’emendamento sarà stato convertito in legge, la parola passerà all’Ufficio per il referendum della Corte di Cassazione, che ha il compito di accertare se la nuova legge va nella direzione voluta dai promotori. Se la sua valutazione è positiva, il referendum non si tiene. Nel caso contrario, il referendum è "trasferito" sulle nuove norme e si va al voto. Dopo la clamorosa confessione pubblica del presidente del Consiglio, è dichiarato l’obiettivo di impedire il rispetto della volontà dei promotori.

A questo punto, però, le cose si complicano assai. Che cosa accadrebbe, infatti, se la Cassazione, prendendo atto della frode ai danni dei cittadini, decidesse di far tenere il referendum facendo votare pro o contro l’abrogazione dell’emendamento-imbroglio? Se gli elettori votassero sì all’abrogazione, cancellerebbero certamente le norme con le quali il governo ha voluto riservarsi di riprendere la politica nucleare a proprio piacimento. Ma cancellerebbero pure la parte dell’emendamento che abroga le attuali norme sul nucleare. Queste tornerebbero in vigore, ridando al governo, da subito, il potere di procedere sulla strada della costruzione delle centrali nucleari.

Come uscire da questo pasticcio? Facciamo un passo indietro. Nel 1978 la Corte costituzionale dovette affrontare appunto il problema di norme che, abrogando le disposizioni alle quali si riferiva il referendum, non rispettavano la volontà dei promotori. La soluzione fu trovata dichiarando l’incostituzionalità della norma della legge sul referendum che non prevedeva questa eventualità, e prevedendo il trasferimento del referendum sulle nuove norme. Ma, di fronte all’imbroglio attuale, questa strada non è praticabile, poiché produrrebbe l’esito paradossale di un voto referendario che si ritorce ancora di più contro l’intenzione dei proponenti. La Cassazione, allora, potrebbe sollevare la nuova questione, investendone la Corte costituzionale che, come nel 1978, dovrebbe cercar di porre riparo all’ennesima torsione alla quale il governo attuale sottopone le istituzioni.

Una parola sul modo in cui Berlusconi considera i cittadini, ai quali sarebbe precluso il diritto di votare in situazioni di emotività, di sostanziale incompetenza. Già in occasione del referendum sulla legge sulla procreazione assistita, nel 2005, uno degli argomenti adoperati per indurre all’astensione fu quello che sottolineava la complessità tecnica di taluni quesiti, che avrebbe impedito ai cittadini di esprimere una valutazione adeguata. Tutti questi sono argomenti pericolosissimi dal punto di vista democratico, perché subordinano la possibilità di votare al giudizio che qualcuno esprime sulla competenza di ciascuno di noi e mettono così "sotto tutela" la stessa sovranità popolare. In questi casi la via non è quella del silenzio forzato, ma dell’informazione adeguata, quella che produce lo "scientific citizen", il "cittadino biologico", cioè persone dotate dei dati che le mettono in condizione di formarsi una opinione critica. È un caso che la Commissione di vigilanza della Rai non abbia ancora approvato il regolamento sulle trasmissioni per i referendum, precludendo ai cittadini proprio quell’accesso all’informazione che li riscatterebbe dall’emotività?

Confindustria parla ed il governo, zelante esegue. O almeno ci prova. Oggi per tutti gli italiani il referendum sul nucleare non c'è più. Una gran parte ne erano comunque ignari, grazie alla strategia del silenzio. Un'altra parte ha letto sui giornali che oltre al referendum sul nucleare salteranno anche quelli sull'acqua, perché il ministro Romani ha dichiarato ad una trasmissione radiofonica che una soluzione legislativa per scongiurare il voto sull'acqua sarebbe auspicabile.

Difficile immaginare, alla luce dei nostri principii costituzionali, una soluzione tecnica di questo contraddittorio dilemma che consenta davvero al governo di far saltare i referendum. Confindustria ha l'acquolina in bocca per le grasse commesse del capitalismo nucleare. Deve inoltre garantire ai suoi associati i profitti sicuri della gestione privata di un monopolio naturale come l'acqua.

A tal fine Confindustria teme che una clamorosa vittoria referendaria del Sì, il 12 13 giugno, produca un inversione di rotta tale da renderle irraggiungibile il succulento boccone. Tutto ciò naturalmente non riguarda solo l'acqua ma anche gli altri servizi pubblici che il decreto Ronchi ha arraffato (trasporti, spazzatura...). Più in generale mette a serio rischio le prossime privatizzazioni camuffate da liberalizzazioni o da federalismo demaniale.

Questa potenziale deflagrazione del modello di sviluppo a pensiero unico, pervicacemente seguito da maggioranze ed opposizioni dal '90 ad oggi, è il significato politico autentico dei referendum che si vogliono a tutti i costi evitare. Ciò purtroppo spiega l'atteggiamento dell'opposizione (che quel modello di sviluppo ha da lunga pezza sposato), pronta a festeggiare lo scippo, intestandosi gli esiti di brevissimo periodo di un emendamento legislativo.

La situazione è ancor più complicata per l'acqua perché l'Ufficio Centrale per il Referendum della Cassazione, deve lo spirito e non la lettera della propostamodifica. Lo spirito dei quesiti sull'acqua, frutto di una lunga evoluzione della cultura giuridica, è quello di difenderla in quanto "bene comune", indistricabilmente legato ai diritti fondamentali della persona, da governarsi al di fuori della logica economica ma piuttosto nell' interesse della sostenibilità. Ne segue che un esempio di scuola di "truffa legislativa" ai danni del popolo sovrano, quale quello che si prefigura al fine di restituire a Confindustria il bottino potenziale del saccheggio dei beni comuni, ben difficilmente può passare il vaglio dei giudici supremi.

Infatti, le motivazioni politiche delle riforme che il governo ora propone sono direttamente e nettamente conflittuali con l'intendimento dei promotori. Il governo ha promesso a Confindustria di privatizzare il servizio idrico integrato (e gli altri servizi) nel più breve tempo possibile, e l'eventuale abrogazione del 23 bis del decreto Ronchi non esclude affatto che le gare siano nuovamente imposte immediatamente dopo. Inoltre, la proposta di introdurre un authority per l'acqua, che purtroppo trova sponsor importanti anche nel Pd, non è per nulla equivalente alla volontà dei promotori del referendum ed anzi risulta adesso chiaramente indirizzata al solo fine di tentare l'elusione del voto. A tacer del fatto che resta il secondo quesito volto proprio a collocare il bene comune acqua "fuori commercio", togliendo dalla bolletta remunerazione del capitale e profitto, il solo motore di un modello privatistico regolamentato tramite authority. Il governo dichiarerà l'acqua un bene comune ed il profitto fuori dall'acqua? Non sembra proprio probabile. Che direbbe Confindustria?

E' chiaro a tutti che il governo vuole far saltare il referendum sul nucleare per fare il nucleare (sebbene attendendo tempi migliori). Ciò risulta nettamente dal testo approvato e non solo dalla posizione proclamata da Marcegaglia. Similmente si vuole normare il servizio idrico per meglio privatizzarlo e ciò probabilmente risulterebbe, altrettanto chiaramente, dal testo proposto.

In questo quadro, nei promotori resta la fiducia nelle supreme magistrature e la convinzione che questo tentativo di scippo avrà un effetto boomerang che ci farà raggiungere il quorum. Già fra ieri e oggi il silenzio mediatico è stato meno assordante del solito e di acqua si è finalmente parlato in qualche telegiornale!

Ogni giorno ha la sua pena istituzionale. Davvero preoccupante è l’ultima trovata del governo: la fuga dai referendum. Mercoledì si è voluto cancellare quello sul nucleare. Ora si vuole fare lo stesso con i due quesiti che riguardano la privatizzazione dell’acqua. Le torsioni dell’ordinamento giuridico non finiscono mai, ed hanno sempre la stessa origine. È del tutto evidente la finalità strumentale dell’emendamento approvato dal Senato con il quale si vuole far cadere il referendum sul nucleare. Timoroso dell’"effetto Fukushima", che avrebbe indotto al voto un numero di cittadini sufficiente per raggiungere il quorum, il governo ha fatto approvare una modifica legislativa per azzerare quel referendum nella speranza che a questo punto non vi sarebbe stato il quorum per il temutissimo referendum sul legittimo impedimento e per gli scomodi referendum sull’acqua. Una volta di più si è usata disinvoltamente la legge per mettere il presidente del Consiglio al riparo dai rischi della democrazia.

Una ennesima contraddizione, un segno ulteriore dell’irrompere continuo della logica ad personam. L’uomo che ogni giorno invoca l’investitura popolare, come fonte di una sua indiscutibile legittimazione, fugge di fronte ad un voto dei cittadini.

Ma, fatta questa mossa, evidentemente gli strateghi della decostituzionalizzazione permanente devono essersi resi conto che i referendum sull’acqua hanno una autonoma e forte capacità di mobilitazione. Fanno appello a un dato di vita materiale, individuano bisogni, evocano il grande tema dei beni comuni, hanno già avuto un consenso senza precedenti nella storia della Repubblica, visto che quelle due richieste di referendum sono state firmate da 2 milioni di cittadini, senza alcun sostegno di grandi organizzazioni, senza visibilità nel sistema dei media. Pur in assenza del referendum sul nucleare, si devono esser detti i solerti curatori del benessere del presidente del Consiglio, rimane il rischio che il tema dell’acqua porti comunque i cittadini alle urne, renda possibile il raggiungimento del quorum e, quindi, trascini al successo anche il referendum sul legittimo impedimento. Per correre questo rischio? Via, allora, al bis dell’abrogazione, anche se così si fa sempre più sfacciata la manipolazione di un istituto chiave della nostra democrazia.

Caduti i referendum sul nucleare e sull’acqua, con le loro immediate visibili motivazioni, e ridotta la consultazione solo a quello sul legittimo impedimento, si spera che diminuisca la spinta al voto e Berlusconi sia salvo.

Quest’ultimo espediente ci dice quale prezzo si stia pagando per la salvezza di una persona. Travolto in più di un caso il fondamentale principio di eguaglianza, ora si vogliono espropriare i cittadini di un essenziale strumento di controllo, della loro funzione di "legislatore negativo".

L’aggressione alle istituzioni prosegue inarrestabile. Ridotto il Parlamento a ruolo di passacarte dei provvedimenti del governo, sotto tiro il Presidente della Repubblica, vilipesa la Corte costituzionale, ora è il turno del referendum. Forse la traballante maggioranza ha un timore e una motivazione che va oltre la stessa obbligata difesa di Berlusconi. Può darsi che qualcuno abbia memoria del 1974, di quel voto sul referendum sul divorzio che mise in discussione equilibri politici che sembravano solidissimi. E allora la maggioranza vuole blindarsi contro questo ulteriore rischio, contro la possibilità che i cittadini, prendendo direttamente la parola, sconfessino il governo e accelerino la dissoluzione della maggioranza.

È resistibile questa strategia? In attesa di conoscere i dettagli tecnici riguardanti i quesiti referendari sull’acqua è bene tornare per un momento sull’emendamento con il quale si è voluto cancellare il referendum sul nucleare. Questo è congegnato nel modo seguente: le parti dell’emendamento che prevedono l’abrogazione delle norme oggetto del quesito referendario, sono incastonate tra due commi con i quali il governo si riserva di tornare sulla questione, una volta acquisite «nuove evidenze scientifiche mediante il supporto dell’agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza, tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea». E lo farà entro dodici mesi adottando una «Strategia energetica nazionale», per la quale furbescamente non si nomina, ma neppure si esclude, il ricorso al nucleare. Si è giustamente ricordato che, fin dal 1978, la Corte costituzionale ha detto con chiarezza che, modificando le norme sottoposte a referendum, al Parlamento non è permesso di frustrare «gli intendimenti dei promotori e dei sottoscrittori delle richieste di referendum» e che il referendum non si tiene solo se sono stati del tutto abbandonati «i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente». Si può ragionevolmente dubitare che, vista la formulazione dell’emendamento sul nucleare, questo sia avvenuto. E questo precedente induce ad essere sospettosi sulla soluzione che sarà adottata per l’acqua. Di questo dovrà occuparsi l’ufficio centrale del referendum che, qualora accerti quella che sembra essere una vera frode del legislatore, trasferirà il referendum sulle nuove norme. La partita, dunque, non è chiusa.

Da questa vicenda può essere tratta una non indifferente morale politica. Alcuni esponenti dell’opposizione avrebbero dovuto manifestare maggiore sobrietà in occasione dell’approvazione dell’emendamento sul nucleare, senza abbandonarsi a grida di vittoria che assomigliano assai a un respiro di sollievo per essere stati liberati dall’obbligo di parlar chiaro su un tema così impegnativo e davvero determinante per il futuro dell’umanità.

Dubito che questa sarebbe la reazione dei promotori del referendum sull’acqua qualora si seguisse la stessa strada. Ma proprio l’aggressione al referendum e ai diritti dei cittadini promotori e votanti, la spregiudicata manipolazione degli istituti costituzionali fanno nascere per l’opposizione un vero e proprio obbligo. Agire attivamente, mobilitarsi perché il quorum sia raggiunto, si voti su uno, due, tre o quattro quesiti. Si tratta di difendere il diritto dei cittadini a far sentire la loro voce, quale che sia l’opinione di ciascuno. Altrimenti, dovremo malinconicamente registrare l’ennesimo scarto tra parole e comportamenti, che certo non ha giovato alla credibilità delle istituzioni.

Leggendo Asor Rosa, noto sovversivo, confesso di avere pensato che sollecitasse un intervento del Capo dello Stato. E così avevo letto l'articolo 88 della Costituzione che prevede la possibilità per il Presidente della Repubblica di sciogliere una camera con l'accordo di un presidente della medesima - Fini, mi ero detta. E mi chiedevo perché Giorgio Napolitano non lo facesse davanti a un premier che straparla, e mi rispondevo: forse per timore del vuoto che si aprirebbe nell'inesistenza di altre autorevoli figure.

Mi sbagliavo. Luigi Ferrajoli in privato e Gaetano Azzariti sul manifesto mi hanno spiegato che Napolitano non può: l'art. 88 non può essere letto senza l'89, per il quale qualsiasi atto del presidente non è valido senza la firma di un ministro. Siamo sul serio una repubblica parlamentare, è il parlamento che elegge il governo, un membro del governo deve firmare assieme al Capo dello Stato. Ora che un membro del governo Berlusconi firmi un gesto contro Berlusconi è impensabile. Insomma, è soltanto dall'interno della maggioranza che può partire un mutamento traumatico, come è avvenuto quando la Lega ha lasciato il Premier.

Il nostro Presidente della Repubblica ha ben pochi poteri, fra cui quello di non apporre la propria firma a una legge e rimandarla alle Camere, ma soltanto una volta; se queste gliela ripresentano, deve firmare. Di soltanto suo, Napolitano ha la facoltà di indirizzarsi alle Camere, ammonendo: «Questo è troppo!». In un paese civile sarebbe un terremoto. Da noi il governo attuale, la sua ipermaggioranza è capace di rispondere: «E chi se ne frega?».

Per chi, come me, vive in una repubblica presidenziale, dove il capo dello stato non è super partes ma il rappresentante supremo della parte che ha vinto, si confonde con il primo ministro, può smentirlo da un giorno all'altro, avanza proposte che il governo ignorava ed è costretto a seguire o viceversa, una repubblica parlamentare appare di gran lunga preferibile. Il generale de Gaulle - mi dico con sollievo - non è passato di qui. Come è dunque che siamo senza via d'uscita?

E' chiaro che i padri costituenti non avevano neppure immaginato un premier come Berlusconi. Ma neanche a maggioranze del tutto impermeabili a una dialettica decisiva fra coscienza del paese e istituzioni.

Nell'estate del 1960, per avere fatto un accordo con i fascisti, suscitando la collera popolare e mandando l'esercito a reprimerla, Tambroni cadde velocemente - non la forma ma la sostanza del suo agire apparve intollerabile alla sua stessa parte. Ed è invece dalla tolleranza di qualsiasi assurdità di Berlusconi - come nel caso di Ruby, votato da 314 deputati come problema di politica internazionale - che Berlusconi è reso intoccabile. Di più penso che i costituenti, affidando questo potere alla maggioranza, la pensassero del tutto rappresentativa del voto, ignorando che potesse essere gonfiata attraverso un premio di maggioranza che la allarga molto al di là della sua effettiva presenza elettorale.

La Dc governò quasi quarant'anni con una maggioranza relativa che la obbligava a tener conto degli alleati, e quando tentò di far passare un premio di maggioranza che era uno scherzo rispetto al "porcellum", la gente si levò contro la "legge truffa", e questa cadde. Se si votasse con una proporzionale decente Berlusconi avrebbe una assai modesta maggioranza relativa; la Lega non basterebbe e una sua caduta per via parlamentare sarebbe possibile. Ma con il "porcellum" e il premio di maggioranza che comporta, la dialettica parlamentare è azzerata.

Come è possibile che in una repubblica così assolutamente parlamentare, sia lecito inchiodare così il parlamento? La risposta è semplice: la legge elettorale detta "porcellum" piaceva non solo a Berlusconi ma anche a D'Alema, Veltroni, Prodi - solleticati dall'idea di funzionare come potere assoluto, iperpresidenti. Nessun governo di centrosinistra si sognò di cambiarla.

Repubblica virtuosamente parlarmentare ma eletta con un meccanismo che fa schifo. Tale che anche se l'opposizione non fosse invertebrata, come è, sarebbe in difficoltà. Così, sommando alla sua debolezza le proporzioni della maggioranza, Berlusconi non è minacciato "dal basso". Lo fu un momento, a novembre, e il Capo dello Stato, volendo far passare i bilanci nei termini legali, gli lasciò il tempo di comperare alcuni deputati. Non c'è procedura, per perfetta che sia, in grado di proteggere da una opacità delle coscienze, e questa presenta di regola il suo prezzo. Asor Rosa ha un bell'invocare uno stato d'emergenza democratica. E' il senso della parola "democrazia" che è sfuggito a destra e a sinistra. E, visto che c'è chi sospetta che egli evochi un golpe dei carabinieri, vien da pensare che sia sfuggito anche «a sinistra in basso».

Postilla

E’ difficile non condividere l’analisi di Rossanda. La conclusione è: siamo una democrazia «virtuosamente parlamentare ma eletta con un meccanismo che fa schifo»: un meccanismo che è che è stato costruito e condiviso da quello stesso sistema di partiti che ha occupato tutti i posti nei quali si esercita il potere, da quelli che comandano l’economia, alla maggior parte delle istituzioni, a quelli (decisivi) che formano il pensiero corrente e quindi determinano anche le scelte elettorali. Del resto, lo stesso snaturamento della democrazia parlamentare è avvenuto mediante la sostituzione della governabilità alla democrazia (lo spostamento dei poteri dal legislativo all’esecutivo), ed è operazione che è stata compiuta con un consenso quasi totalitario; così l’assunzione a “valori” universali dei principi del neoliberismo (liberalizzare, privatizzare, deregolare). E via enumerando

La proposta di Asor Rosa (se tale si vuole considerarla, e non solo una provocazione), è certamente impraticabile. Ma è difficile vederne altre potenzialmente efficaci nel breve periodo. E allora? Resistere, resistere, resistere nella difesa di quello che rimane (a partire dalla magistratura e dai beni pubblici). E insieme mobilitare le coscienze per un domani che verrà: se non ora, dopo.

Spetterà all'Ufficio centrale presso la Corte di cassazione stabilire se il referendum indetto per il 12 e 13 giugno sul nucleare potrà essere annullato dall'approvazione della nuova normativa che il governo ha intenzione di fare approvare dal Parlamento. La decisione che i giudici dovranno adottare è delicata e non può essere data per scontata. Non è infatti sufficiente l'abrogazione della normativa oggetto della richiesta di referendum. Sul punto la giurisprudenza della Corte costituzionale si è espressa in modo chiaro sin dal lontano 1978 (sent. n. 68 del 1978): la modifica legislativa intervenuta nel corso del procedimento referendario non è in grado di impedire lo svolgimento del referendum qualora l'abrogazione non colpisca «i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente» ovvero «i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti». In tali casi il referendum si effettua egualmente, sebbene «sulle nuove disposizioni legislative». Il linguaggio della Corte sarà tecnico, ma il senso è del tutto evidente. Ciò che si vuole evitare è che la maggioranza parlamentare introduca modifiche marginali ovvero adotti un escamotage normativo - come ben evidenziava l'intervento ieri del ministro per lo sviluppo economico Romani - al solo fine di impedire l'espressione della volontà popolare. È perciò che è stato assegnato a un giudice (l'Ufficio centrale) il delicatissimo compito di valutare la natura dell'abrogazione e se questa soddisfi o meno la pretesa dei promotori del referendum.

Per stabilire se l'abrogazione delle norme sottoposte al referendum del 12 e 13 giugno abbiano tale carattere l'Ufficio centrale dovrà prendere in considerazione gli effetti conseguenti all'intervento del legislatore. E il punto più delicato sembra essere il carattere definitivo o meno della scelta contraria alla produzione dell'energia tramite la costruzione delle centrali termonucleari. È questo infatti il «principio ispiratore» su cui si fonda l'iniziativa referendaria.

Può dirsi che la cancellazione delle specifiche norme oggetto del referendum comportino una rinuncia definitiva da parte del governo della scelta nucleare? Ovvero esse sono solo un modo per bloccare il pronunciamento popolare? Diversi indizi dovrebbero far ritenere che si tratta di uno stratagemma politico, dunque non in grado di impedire il referendum.

Anzitutto sono le stesse dichiarazioni del governo nonché gli atti precedentemente posti in essere, che evidenziano la volontà di sospendere solo momentaneamente le decisioni in materia di produzione energetica. La moratoria precedentemente stabilita, ma soprattutto l'espressa motivazione che sostiene la proposta di abrogazione dell'attuale normativa, non sembrano lasciare adito a dubbi. Una pausa di riflessione resa necessaria - si esplicita - «al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche mediante il supporto dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza nucleare, tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione Europea». Più chiaro di così. Un rinvio in attesa di tempi (politici, oltre che tecnologici) migliori.

L'annunciata sospensione dei programmi nucleari in Italia, in modo tale da «tener conto» di quanto emergerà a livello europeo nei prossimi mesi, è una brillante mossa populista del governo. Che il clima intorno alla politica nucleare dopo l'incidente giapponese fosse drammaticamente mutato nel nostro paese (e anche a livello internazionale) non era un mistero. È sufficiente considerare i recenti rumorosi successi elettorali dei Verdi tedeschi per averne sentore. Berlusconi, in crisi, deve presentarsi con qualcosa alle ormai imminenti elezioni. Mostrare un volto responsabile sulla politica energetica può in parte compensare le intemperanze sulla magistratura e sulla scuola pubblica.

Ma gli effetti della mossa rischiano di non fermarsi qui. Già la moratoria di un anno aveva cercato di sdrammatizzare la questione nucleare nel tentativo di mandare gli elettori al mare nei giorni del referendum, il 12 e 13 giugno. Oggi il rinvio a tempo indeterminato della ripresa del programma nucleare italiano prosegue in quella direzione, e c'è chi dichiara che questa mossa rende inutile il referendum, che quindi non potrebbe più essere celebrato insieme a quelli sull'acqua e sul legittimo impedimento.

Naturalmente questa decisione non spetta al governo né ai suoi tifosi parlamentari, perché nel nostro ordinamento costituzionale l'organo deputato alla decisione è l'Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione. Si tenga conto che ogni referendum è portatore di un effetto giuridico rafforzato, perché l'effetto abrogativo di un suo eventuale successo deve durare almeno cinque anni. Ben difficilmente quindi un provvedimento come questo, diverso dall'espressa e specifica abrogazione delle (molte) norme che saranno oggetto del giudizio del corpo elettorale, può essere sufficiente a persuadere i magistrati a revocarne l'indizione.

Questa decisione, che da un lato può essere salutata come una prima battaglia vinta dal fronte antinuclearista, d'altro canto può essere molto pericolosa per l'esito finale della guerra di liberazione dei beni comuni. Il referendum nucleare infatti verrà tacciato di inutilità e gli elettori potrebbero essere indotti a disertare le urne, rischiando di travolgere così il raggiungimento del quorum per l'acqua e per il legittimo impedimento (che credo stia molto a cuore al premier).

La strategia del silenzio, utilizzata fin qui in modo spietato in materia di acqua nonostante il milione e mezzo di firme raccolte, è più difficile per il nucleare dopo Fukushima. La catastrofe nucleare giapponese, giorno dopo giorno, dimostra come la presunta "sicurezza" del nucleare civile non sia che l'ennesimo delirio di onnipotenza dell'uomo moderno. In tutto il mondo sembrano perciò maturi i tempi per invertire definitivamente la rotta e il popolo italiano difficilmente potrà essere tenuto del tutto all'oscuro dell'opportunità di votare. Inoltre il governo trova politicamente conveniente polemizzare con i francesi che stanno sfilando ai nostri interessi di bottega il potenziale bottino energetico in Libia, sicché ora Tremonti maramaldeggia sul presunto «debito nucleare» francese, tentando di nascondere che proprio con i francesi di Edf la nostra Enel si stava apprestando a fare affari.

L'Ufficio centrale della Cassazione potrebbe far saltare il referendum e se anche ciò non avvenisse (cosa che auspichiamo) avrà comunque prodotto un alleggerimento della pressione, cosa molto pericolosa per chi deve affrontare lo scoglio ciclopico del quorum. Spetta al popolo vigilare per difendere la propria sovranità.

Grazie, Presidente! Grazie, Silvio! Confesso di aver vacillato per un istante sotto la mole delle proteste, contestazioni, indignazioni, distinguo, recriminazioni, persino pianti e lacrime, e ingiurie, calunnie, prese in giro, dileggi e persino sputi in faccia suscitati dal mio articolo sul manifesto del 13 aprile. Per fortuna (attenzione, questa è una battuta), qualche giorno fa, sabato 16 aprile, ho potuto ascoltare il discorso pronunciato dal Presidente del Consiglio all'incontro con quest'altra bella invenzione politico-organizzativa, che è il movimento «Al servizio degli Italiani», e mi sono facilmente persuaso che le cose non stanno affatto come le avevo descritte e interpretate in quell'articolo: stanno molto peggio.

Cosa c'è infatti di nuovo in tale discorso anche rispetto al nostro più recente passato? C'è che Berlusconi ha sentito il bisogno, proprio in questo momento (sottolineo: proprio in questo momento), di pronunziare un'allocuzione così estesa e impegnativa, anche se condita inevitabilmente di qualche inaudita volgarità (del resto, more solito). Egli, evidentemente, nutre oggi la piena sicurezza di poterlo fare, e ci ha tenuto, more solito, a darlo a vedere. Ha parlato, cioè, da vincitore, o che si crede tale (per lui spesso sono la stessa cosa, e questo, inverosimilmente ma incontestabilmente, aumenta sempre la sua potenza di fuoco).

Ne è scaturito un vero e proprio, impegnativo, denso e suggestivo, programma di lavoro, che torna orgogliosamente alle origini, ricostruisce, come forse finora non era mai accaduto con tanta chiarezza, una propria genealogia politica (dal pentapartito anticomunista pre-'89 a Bettino Craxi, non a caso tutti liquidati a loro tempo dalla protervia eversiva di magistrati di sinistra, anticipatori di quelli che oggi perseguitano lui), si spinge con grande sicumera fino alla fine della legislatura, si propone di riempire i prossimi due anni di tutti gli strumenti atti a vincere di nuovo le elezioni, va ancora oltre, disegna a tutto tondo un ritratto dell'Italia da ricostruire.

Nella sostanza questo discorso, questo programma di lavoro si può legittimamente considerare come il vero, autentico Manifesto di una visione pre e para-dittatoriale dell'agire politico in Italia. Suggerirei, a chi ne ha i mezzi tecnici, di rivedere il filmato al rallentatore, isolando, e tornando più volte a rivedere, i momenti culminanti di tale discorso, che andrebbero uno per uno ritrasmessi e illustrati per la chiarezza interpretativa di ascoltatori ed elettori. Come in tutte le progettazioni politiche che si rispettino, la costruzione del nuovo è preceduta dalla decostruzione del vecchio: e qui la decostruzione è totale. Il forsennato odio per qualsiasi forma di «giudizio» (l'Unto del Signore non può essere giudicato) mette al centro del programma l'annichilimento della macchina giudiziaria italiana, l'avvilimento subalterno, quasi servile, dei pm, la separazione e insieme lo smembramento delle funzioni, la persecuzione, minacciata e gridata, dei giudici e dei pm che fanno il loro lavoro, la subalternità della magistratura al potere politico.

Ma poi tutto il resto è coerente con questo disegno di decostruzione totale. Pensate al virulento attacco alla scuola pubblica. Perché costui ce l'ha tanto con i «professori», nella grandissima maggioranza dei casi onesti funzionari dello Stato, che fanno un lavoro di enorme responsabilità, sottopagati e sottostimati? Ma perché - come io vado sostenendo da tempo, e mi ostino a ripetere in tutte le situazioni - la scuola pubblica italiana, con tutti i suoi difetti e tutte le sue povertà, è uno degli architravi portanti dello spirito di unità e civiltà nazionali, il luogo dove programmaticamente si cerca di formare coscienze non succubi e non subalterne. Per questo diventa così esplicitamente il secondo obiettivo da distruggere dopo la magistratura. L'attacco ai libri di testo fa il resto. E chi potrà impedire che, secondo una sciagurata consuetudine storica, che pensavamo seppellita nel nostro più fosco passato, si passi in breve dai libri di testo ai libri tout court, alle case editrici che li pubblicano, ai loro autori malfamati e perciò destinati a entrare in un nuovo indice a uso e consumo dell'Unto?

E poi: l'attacco al meccanismo faticoso e snervante del gioco parlamentare (se ne farebbe volentieri a meno), la denuncia accorata dell'impotenza del governo e in modo particolare, ovviamente, del suo Capo, l'inceppo intollerabile rappresentato dalla Coste costituzionale, l'eccesso di potere (almeno per ora) nelle mani del Presidente della Repubblica... Insomma: tutto da cambiare, tutto da riformare, tutto da decostruire e rendere impotente, affinché tutto sia più soggetto al suo potere. La prospettiva che ne scaturisce è quella di un cambiamento radicale di struttura e costituzione formale e materiale dello Stato democratico e repubblicano, in vista di un accentramento dei poteri nelle mani del Capo, cui farebbe da pendant illusorio una diffusione crescente delle libertà individuali nel paese, secondo il principio - cui il Capo del resto si è esemplarmente ispirato nel corso di tutta la sua carriera e che anche in questo caso ha eloquentemente perorato - per cui «è lecito tutto quello che ti fa comodo». Non parliamo in questo quadro di diritti del lavoro e di obblighi di solidarietà sociale, tramontati ovviamente insieme con tutto il resto. E non parliamo, ma solo per ora, delle questioni attinenti all'unità politico-istituzionale del paese, da decidere più avanti con i complici della Lega.

Facciamo ora un passo, anzi due indietro. La domanda che innanzi tutto ponevo nel mio precedente articolo era: è vero o non è vero che esiste in Italia una situazione di rischio mortale per la democrazia ad opera del progetto politico e, se si vuole, anche della megalomania (ma questa è l'associazione che sempre si verifica in casi del genere) dell'attuale Presidente del Consiglio? Questo è il punto, questo è il punto, questo è il punto. Non mi pare sconsiderato affermare che l'ultima uscita sua - quella di cui abbiamo testé parlato - formalizzi e per così dire istituzionalizzi i presupposti di tale analisi e di tale previsione. Certo i fattori della crisi sono anche altri: per esempio, la debolezza della prospettiva politica e della coesione ideale delle forze di centrosinistra, come mi rammenta Pierluigi Battista sul Corriere della sera. Ma se questo è vero, non è vero e anche più decisivo l'altro fattore - l'attacco alla divisione dei poteri, al sistema delle garanzie, all'indipendenza dell'ordine giudiziario e al «pubblico» in tutte le sue forme - di cui invece non si parla o si parla troppo poco e quasi di sfuggita?

Se anche questo è vero - e questo, sì, questo io penso che sia assolutamente vero - ne scaturiva la seconda domanda: come si affronta, e si supera, una crisi verticale della democrazia che avanza a colpi di infrangibili e inattaccabili, sorde e mute, maggioranze parlamentari? È qui che la mia proposta di istituire a partire dall'alto uno «stato di eccezione» volto a garantire il ritorno alla «normalità» democratica, contro l'attuale fase di degenerazione estrema del sistema, ha suscitato proteste e dissensi anche in campo amico. Sono corse castronerie bipartisan d'ogni tipo - dal golpe militare alla «dittatura democratica», e altro - mentre non era impossibile capire (lo hanno fatto con grande chiarezza Paolo Flores d'Arcais e Furio Colombo sul Fatto quotidiano e Piero Bevilacqua sul manifesto), che forzare intenzionalmente la natura della soluzione avrebbe significato costringere tutti ad uscire allo scoperto - come è accaduto, e come forse con una più piana e perbenistica dimostrazione non sarebbe accaduto.

Comunque, accantono la proposta ma rinnovo la domanda: come si affronta, prima che sia troppo tardi, l'inedita questione, per cui il precipitare di una democrazia verso un'(altrettanto inedita) forma di governo populistico-autoritario, avviene a colpi di maggioranza parlamentare? Ci si può accontentare del residuo, sempre più disperato gioco delle parti all'interno delle Camere? È possibile invece prevedere una consultazione preventiva e non necessariamente pre-elettorale di tutte le forze di opposizione - tutte le forze di opposizione - per una denuncia clamorosa di quanto sta accadendo? Si può tornare a ragionare distesamente delle prerogative in materia del Capo dello Stato (io, ad esempio, nella mia ignoranza giuridica, non penso affatto che l'art. 89 della Costituzione ponga delle condizioni ostative nei confronti dell'applicazione dell'art. 88, ma naturalmente bisognerebbe discutere)? Non sarebbe auspicabile una dichiarazione solenne da parte di chi può che l'indipendenza della magistratura e il sistema delle garanzie (Csm, Corte Costituzionale) non si toccano - anzi, non si possono toccare? E, infine, per tornare al linguaggio duro, non sarebbe meglio prevedere e favorire - e perciò ben governare - una crisi istituzionale invece di aspettare passivamente tutte le conseguenze negative striscianti? Insomma, scegliete voi, purché scegliate, e scegliate presto, perché non c'è più tempo.

Tutto ciò, probabilmente, non avrebbe l'urgenza che io sento e vedo, se nel frattempo, come sempre è accaduto in tutte le consimili situazioni del passato, non si fosse scatenato l'esercito dei cani da guardia del sistema, cui è demandato per professione il compito di far piazza pulita delle menti libere e dello spirito critico - spirito critico sempre commendevole anche quando sbaglia. La caccia è aperta. A chi? Ma all'untore, ovviamente, mentre nel frattempo da tutti i pori del sistema spira indisturbata la pestilenza. Non è anche questo un argomento degno d'esser trattato nel quadro dell'attuale degenerazione del costume etico-politico italiano? Giro la domanda ai politici perbene e a quei commentatori che non hanno rinunciato a vedere al di là del proprio naso e della propria (non in tutti i casi egualmente stimabile) buona educazione.

Due mesi prima della marcia su Roma, l´8 agosto 1922, Luigi Einaudi prese la penna e disse quel che andava detto nelle ultime ore della democrazia. Disse alcune cose semplici, profetiche: che «è più facile sperare di risolvere con mezzi rapidi ed energici un problema complesso, che risolverlo in effetto». Che l´idea di sostituire il politico con uomini provenienti dalle industrie, dalla «vita vissuta», è favola perniciosa.


Nella favola i non-politici «trasporteranno al governo i metodi di azione che sono loro familiari; faranno marciare le ferrovie; licenzieranno gli inetti; incuteranno un sano terrore agli altri». Ma è una chimera, e la macchina s´incepperà: «Il problema da risolvere non è già di trovare dei grandi industriali disposti a governare la cosa pubblica con la mentalità industriale. Essi non potranno fare che del male. Saranno degli straordinari improvvisatori». Saranno audaci, ma il primo impulso di simili audaci è di semplificare quel che è complesso: «di tagliare i nodi gordiani, di mandare a spasso il giudice che non decide un processo in ventiquattro ore, di ordinare ai direttori delle banche di emissione di far scendere il cambio del dollaro a 10 lire e così via».

Gli italiani tuttavia erano attratti dalla chimera, allora come oggi. Il fatto è che si sentivano abbattuti, tristi: erano «come malati che non trovano tregua alle loro sofferenze da qualunque lato si voltino». La via della dittatura pareva così rapida, e brillante, mentre com´era «noiosa, fastidiosa, minuta, la via della legalità costituzionale, sotto il maligno sguardo di giornali avversari e infidi»! È a questo punto che Einaudi, che nel ´48 sarà il secondo Presidente della Repubblica, ricorda come esista una sola salvezza dall´errore e il disastro che è la dittatura: la discussione, essenza della democrazia. Al cittadino triste e malato ci si rivolge con fiducia, non trattandolo come un triste, un malato. Meglio informarlo bene e aiutarlo a discutere sul vero e il falso, piuttosto che dargli verità preconfezionate per sedarlo. Meglio una pluralità di poteri, che il potere apparentemente efficace di uno solo.

Sono saggezze che tanti italiani hanno difeso lungo il tempo, ma che si sfaldano quando viene meno la discussione libera. Si sfaldano da quasi un ventennio e spesso vien da pensare che siamo nella stasi più totale, ma non è così: ultimamente qualcosa si è incrinato ancor più vistosamente. Accusato di reati commessi prima e dopo essere entrato in politica, il premier ha smesso di presentare le leggi che si fa cucire sulla propria persona come utili per l´intero Paese. I suoi seguaci, politici o giornalisti, hanno cominciato a dire apertamente, senza remore, che sì, il Parlamento deve mobilitarsi per mettere il capo sopra la legge e le corti. Il capo è quel conta, e i suoi eventuali reati sono bazzecole, da non evocare. Di bene pubblico nessuno parla più, l´inganno si disfa e tutto ruota attorno a un privato che governando gode di meritati privilegi.

È cosa sana e buona, rispondere a un attacco giudiziario ad personam con leggi ad personam. Lo stesso Berlusconi ha citato il mitico mugnaio prussiano che nel ´700 decise di veder riconosciute le proprie ragioni, e ai soprusi di Federico il Grande replicò: «C´è pur sempre un giudice a Berlino». Solo che Berlusconi non è un mugnaio, diffida d´ogni giudice, ed essendo Re assoluto pensa di non dover rispondere dei propri soprusi, di potersi fare giustizia da sé. Perfino l´apologo sulla giustizia del mugnaio è riuscito a riscrivere, trasformandolo in apologo dell´impunità.

Altra incrinatura visibile, da settimane, è nel linguaggio dei potenti. I giudici che indagano sui reati sono chiamati ufficialmente brigatisti (Berlusconi davanti alla stampa estera, 13 aprile). Il loro scopo è sovvertire lo Stato, violare la sovranità del popolo elettore. Egualmente eversore è chiunque dissenta: giornalisti, intellettuali, coi quali non si discute. È lunga la lista dei neo-terroristi, e in cima a tutti sta ora Asor Rosa. Probabilmente anche il cardinale Tettamanzi disarticola lo Stato, avendo detto domenica scorsa al Duomo che davvero paradossali sono questi giorni in cui tocca domandarsi: «Perché ci sono uomini che fanno la guerra, ma non vogliono si definiscano come "guerra" le loro azioni violente? Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni?». Siamo, insomma, davanti a un salto di qualità importante, a qualcosa che somiglia a una vigilia: tanto esibiti, innalzati come stendardi, sono inganni e paradossi.

Il colmo, a mio parere, è stato raggiunto con l´elogio, da parte di un giornale del potere berlusconiano, del Grande Inquisitore di Dostoevskij (Il Foglio, 16-4). Nelle Lamentazioni che si recitano alla vigilia della Croce e della Resurrezione, Geremia parla di abominio, di panno immondo, e c´è un elemento di abominio nell´allegra difesa di una delle più nere leggende della letteratura. Come pretesto si è scelto il libro di Franco Cassano, L´Umiltà del Male (Laterza). La leggenda narra di Gesù che torna sulla Terra - con la sua mitezza, con i suoi messaggi di libertà - e per la seconda volta, quindici secoli dopo la sua morte, è giustiziato.

Ma il libro è stravolto, usato in difesa del nostro premier. L´Inquisitore non è forse santo ma di certo è più attento alle umane debolezze di quanto lo sia stato Cristo, perché sa quanto il male sia radicato nell´uomo e come difficile sia estirparlo e dare pace ai mortali infelici invece che tormento e angoscia. Sa che l´uomo non sopporta la libertà che Cristo gli ha dato: che la salvezza la troverà inginocchiandosi davanti all´autorità, commettendo le colpe che vuole ma col consenso delle gerarchie ecclesiastiche, le quali prenderanno su di sé il castigo patteggiando con Satana. Le parole che ho letto sabato sul quotidiano berlusconiano sono stupefacenti.

È scritto che il cardinale gesuita di Siviglia (l´Inquisitore), «impartisce (a Gesù) una lezione appassionata e tragica di umiltà del male e di teologia della storia e nella storia, spiegandogli che il suo aristocratismo etico, la sua bontà naturale e santa, non riesce a fare i conti, come riesce invece e bene la sua chiesa gerarchica, con la natura radicale del peccato umano». Gesù non ha la boria e la iattanza dei neopuritani che oggi avversano Berlusconi, ma in fondo appartiene anch´egli a una minoranza etica, che non ama gli uomini come li ama e li aiuta la Chiesa. Solo la Chiesa e l´Inquisitore amano davvero, perché tengono conto dei «bisogni umili delle maggioranze relativamente indifferenti, di coloro che non sono tra gli eletti, che per insicurezza chiedono protezione e sogni, magari anche rivolgendosi ad agenti del male, e che praticano la tutela del proprio interesse legittimo nelle forme e nei modi possibili alla creatura umana sofferente» (i corsivi sono miei).

Se Gesù non diventa un brigatista, è solo perché nel momento decisivo (un momento musicale, vien definito) tace e bacia l´Inquisitore, a suo modo assoggettandosi. Così vengono distorti sia Gesù sia Dostoevskij: con il suo bacio, infatti, Gesù non s´assoggetta affatto; non accetta il parere dell´Inquisitore e i consigli di Satana. Il bacio è dato perché l´Inquisitore ha detto la verità, su se stesso e la Chiesa (la Chiesa gerarchica, non la Chiesa-popolo di Dio). Perché ancora una volta, come sempre ha fatto, Gesù restituisce all´uomo, compreso il malvagio, la piena libertà di scegliere, ragionando, tra il bene e il male. Dostoevskij almeno lo racconta così: il vecchio Inquisitore sussulta, «il bacio gli arde nel cuore» anche se resiste nella sua idea.

Non ho mai letto elogi simili del Grande Inquisitore, e mi domando cosa li renda possibili: oggi, qui in Italia. Forse perché siamo oltre la constatazione che l´umanità è fatta di un legno storto. La stortura non è constatata, ma incensata, addirittura cavalcata. Una sfiducia radicale negli uomini permette agli inquisitori odierni di trasformare il male e l´ingiustizia in vanti personali messi trionfalmente in mostra. L´uomo è malvagio. Inutile, assurdo, scommettere sulla sua libertà come fece Cristo, perché questa libertà la creatura umana vuole consegnarla, in cambio di protezione e sogni (di «felici canzoni infantili e cori e danze innocenti», scrive Dostoevskij) a chi usa le tre grandi forze necessarie al controllo delle coscienze: il miracolo, il mistero, l´autorità.

Per questo si giunge sino a sfoderare la menzogna come bandiera. Si dice senza temere smentite che Berlusconi è stato sempre assolto nei processi. È un falso: su 16 processi, solo 3 lo hanno assolto, gli altri o sono stati prescritti o è stato abolito il reato con leggi ad hoc. Si dice che i suoi processi iniziarono appena entrò in politica. È un falso: cominciarono prima, e fu colpa di tutta la classe politica accogliere chi era gravemente indagato. Da allora mentire è divenuto possibile, fino alle escrescenze odierne. Da allora la democrazia ha smesso di essere discussione e separazione dei poteri, intrisa com´è di paure, ricatti, silenzi inauditi. La macchina non ha funzionato, ma resta l´illusoria speranza in un audace, che infranga le leggi e permetta agli uomini deboli, inermi, di consegnargli la loro libertà in cambio di favole e favori.

Secondo la nostra Costituzione, nessun atto del Presidente della repubblica è valido se non viene controfirmato dal Governo, dunque anche il decreto di scioglimento delle Camere (articoli 89 e 88). Ciò non comporta però che il governo possa essere considerato a pieno titolo contitolare del potere di scioglimento. La controfirma, di per sé, individua solo il modo ordinario di esercizio dei poteri presidenziali, nessuno escluso. Non indica invece il ruolo che in concreto possono esercitare i soggetti coinvolti. Dunque, come ha ammesso la stessa Corte Costituzionale, con la sentenza n. 200 del 2006, è necessario distinguere gli atti del Presidente secondo criteri sostanziali. A volte gli atti sono solo formalmente presidenziali, ma sostanzialmente di altri organi dello Stato, del governo in particolare. Si pensi ai decreti legge ove la firma del Capo dello Stato non comporta certamente una sua partecipazione diretta al merito dell'atto, bensì è apposta solo a garanzia e controllo dell'attività dell'esecutivo. In altri casi le parti s'invertono e al governo in sede di controfirma spetta solo certificare la validità dell'atto senza che esso possa entrare nel merito della scelta presidenziale (com'è ad esempio nel caso della nomina dei giudici costituzionali). Vi è, infine, una terza categoria di atti presidenziali: quelli in cui la decisione assunta dal Capo dello Stato è espressione di un concorso di volontà. Così la nomina del governo ovvero lo scioglimento anticipato delle Camere.

Se questo è il quadro "sistematico", c'è da dire che appare mal formulata la domanda troppo secca: può il Capo dello Stato sciogliere le Camere contro la volontà del governo? Essa tende a non considerare la complessità costituzionale della scelta di interrompere il corso della legislatura, che non può dipendere né dal volere assoluto del Presidente, né può essere impedita in ogni caso dal potere di veto del governo. Alcuni scioglimenti delle Camere, in passato, hanno provocato vivaci discussioni politiche, ma è vero che sino ad ora essi sono sempre stati concordati con i governi in carica, perlopiù dimissionari. Dirò di più: anche oggi, la previsione di uno scioglimento contro il governo in carica appare difficilmente configurabile. Dinanzi al rifiuto del governo di controfirmare il decreto di scioglimento la crisi politica precipiterebbe e la strada di sollevare un conflitto tra poteri di fronte alla Corte costituzionale non sarebbe, almeno nell'immediato, risolutiva.

Come fare allora per impedire che il governo utilizzi la controfirma come potere di veto assoluto? La risposta è semplice nella sua formulazione, ben più complessa per la sua realizzazione. Si tratta di determinare le condizioni politiche e istituzionali che rendono necessaria la decisione di sciogliere le Camere.

Quando Napolitano denuncia «l'asprezza raggiunta dai contrasti istituzionali e politici», invitando tutte le parti a uno sforzo di contenimento delle attuali tensioni, «in assenza del quale sarebbe a rischio la stessa continuità della legislatura, egli fotografa una situazione di crisi estrema, che non può proseguire». La stessa convocazione di tutti i capigruppo, effettuata senza l'apertura di una crisi di governo, e dunque non per consultazioni formali, esprime il forte disagio del Capo dello Stato. Se l'attuale situazione dovesse proseguire e i rischi di paralisi istituzionale permanere, si può prevedere che Napolitano possa utilizzare anche in modo più incisivo i propri poteri di stimolo per richiamare alla responsabilità i soggetti politici, non limitandosi più ai soli comunicati, lettere o esternazioni informali, egli potrebbe rivolgersi anche in modo più diretto al Parlamento. Tutto ciò, però, non porterà allo scioglimento delle Camere se il Presidente continuerà a rimanere solo a manifestare l'insopportabilità della crisi istituzionale e politica.

Non dico che non sia sostenuto dalle esangui opposizioni parlamentari (ci mancherebbe!), ma sono tutti gli altri soggetti che pure partecipano alla formazione della volontà presidenziale ad essere assenti. Lo scioglimento è un atto complesso, in cui non concorrono solo due volontà, quella del Capo dello Stato e quella del governo (come pure ritiene parte dei costituzionalisti), bensì vi partecipano un insieme di soggetti, dai presidenti delle Camere (i quali devono essere consultati), ai gruppi parlamentari (decisivi nel rapporto con il governo e la maggioranza), ai singoli parlamentari (i quali rappresentano ciascuno l'intera nazione ed esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato). Credo che non possa ritenersi estranea neppure la società civile (il popolo, che esercita la sovranità nelle forme e nei limiti della Costituzione). A questi spetta creare le condizioni per superare l'attuale fase di emergenza costituzionale. Entro una dialettica anche aspra, in cui si garantisca il rispetto dei ruoli di ciascuno: delle istituzioni, delle maggioranze e delle opposizioni, delle singole rappresentanze. Ma che almeno si mostri una chiara comprensione delle ragioni che sostengono le fondate preoccupazioni presidenziali.

Sino a che il Capo dello Stato sarà lasciato solo a salvaguardia della legalità costituzionale, a combattere contro le ormai insopportabili tensioni che mettono a rischio non solo l'attuale legislatura, ma la stabilità costituzionale nel suo complesso, non credo possano auspicarsi forzature istituzionali. Quando - e se - le parti si invertiranno, e il governo dovesse trovarsi isolato a difesa di una impossibile continuità della legislatura, allora si riaprirà la questione dello scioglimento e potrà farsi valere la pretesa che nessuno è titolare di un potere di veto, e quella maledetta controfirma dovrà essere apposta oppure un altro governo si formerà.

Massimo D'Alema ha «auspicato» che il Presidente utilizzasse il potere di scioglimento, meglio sarebbe «attivarsi» affinché ciò possa avvenire. Nessuno è senza colpa se la democrazia italiana deperisce. Un appello ai «responsabili» di ogni partito, a ogni parlamentare, a ciascuno di noi deve essere rivolto: è il momento di far sentire la propria voce. Un Presidente ascolta, l'altro ascolterà.

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