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Un potere ormai terrorizzato da se stesso, dagli scandali che mettono a nudo la sua debolezza, dal consenso in fuga, decide di alzare il ponte levatoio e chiudersi nel Palazzo assediato, separandosi dai cittadini. È questa la vera ragione della legge bavaglio che per la seconda volta Berlusconi vuole calare sulla stampa e sulle inchieste con la cancellazione delle intercettazioni telefoniche, impedendo ai magistrati di indagare sul crimine e ai cittadini di conoscere, di capire e di giudicare.

È un´altra legge ad personam, costruita per proteggere il vertice del governo dall´inchiesta sulla P4, che infatti ieri il ministro Alfano ha attaccato come "irrilevante", dimenticandosi di essere Guardasigilli: perché l´inchiesta svela il malaffare di una centrale governativa di potere occulto e piduista per condizionare le istituzioni, l´economia e la Rai, minacciando, promettendo e proteggendo.

Un potere indebito, di fronte al quale si genuflettono incredibilmente ministri, grand commis e uomini di un falso establishment tarlato, incapace di autonomia e di dignità, valvassori che chiedono insieme protezione e libertà di saccheggio. Ma questa deviazione – ecco il punto – nasce nel cuore del berlusconismo, e riporta al vertice del governo, per conto del quale si promettono nomine, si minaccia fango, si imbandiscono affari. È questo che gli italiani non devono sapere. Dunque, legge bavaglio bis: i magistrati non potranno perseguire i reati secondo le procedure di tutti i Paesi civili. I cittadini potranno conoscere le notizie sui crimini nella misura che il governo vorrà.

Con ogni evidenza è un problema di democrazia, che riguarda tutti. Già una volta l´opinione pubblica ha bloccato il bavaglio, con la battaglia del post-it. Lo farà ancora, perché l´Italia di oggi non può accettare un abuso sui doveri dello Stato, sui diritti dei cittadini, sulla libertà.

Le urne referendarie hanno sancito la nascita di un nuovo blocco sociale che sostiene un'idea di riforme opposta a quella che sostengono i partiti. Ma nel dibattito pubblico predomina ancora la vecchia politica

Brutte nubi si addensano sulla democrazia italiana. I rappresentanti del blocco sociale perdente a Napoli, Milano e soprattutto ai referendum fingono di non aver capito la lezione. La maggioranza parlamentare, sconfitta sonoramente alle urne, si arrocca intorno al Decreto Sviluppo che "passa" largamente, nonostante l'evidente fibrillazione politica di questi giorni. Bossi, che non sembra azzeccare più un colpo, potrebbe aver mollato il ministro dell'Economia, cosa che, per fortuna, dovrebbe mettere in soffitta l'ipotesiincubo ventilata da Ida Dominijanni su questo giornale, ossia di un Tremonti a maggioranza alternativa «tutti tranne Berlusconi» per «fare le riforme» alla greca (cioè dissanguare il popolo) prima del voto. La distorsione tipica di una democrazia rappresentativa che non rappresenta si presenta così in Italia come un caso di scuola. Il governo (ma direi in realtà la classe politica), quanto mai debole nel paese, si rafforza in Parlamento anche perché l'opposizione non ha alcuna voglia di mantenere alta la pressione. Per questo dobbiamo dire chiaro e forte che ad arroccarsi non è la maggioranza ma il "blocco sociale" sconfitto, fatto di uomini, figli della "fine della storia" che portano avanti un'idea di riforme ormai bocciata dalla maggioranza del paese.

Il "riformismo" dei Draghi, dei Catricalà e dei Bersani (ma ovviamente la lista è lunga e cito qui solo chi ha più rumorosamente esternato in questi giorni) di cui straparlano pure sovente gli sbracati esponenti della classe politica al governo, altro non è che la promozione ideologica di una politica reazionaria al servizio del più forte (la politica della crescita), di cui Confindustria ed i suoi sindacati gialli si illudono di poter essere i principali beneficiari. Il riformismo che liberalizzando privatizza, che flessibilizzando precarizza, che modernizzando scempia il territorio, è stato bocciato dalla maggioranza assoluta degli italiani al referendum. Si è costituito il 13 giugno un nuovo blocco sociale che genuinamente condivide preoccupazioni di lungo periodo e che sostiene un'idea di riforme radicalmente opposta a quella che ancora inquina il nostro dibattito pubblico ed i suoi stanchi protagonisti.

È un riformismo, quello emerso dai referendum, che vuole ridurre le diseguaglianze, ripensare il rapporto fra pubblico e privato in modo meno sbilanciato a favore di quest'ultimo, affrontare davvero le cause della crisi che ha determinato la fine della "fine della storia". Questo riformismo nuovo, maggioritario nel paese, gradualistico nel senso di Treves e di Salvemini, ha oggi un obiettivo diverso rispetto all'edificazione del socialismo: il suo obiettivo è contribuire alla salvezza rispetto all'imminente catastrofe ecologica, affrontando finalmente i nodi seri relativi all'organizzazione di una democrazia industriale complessa (seppur semiperiferica come l'Italia), che non può più sostenere il ricatto del complesso finanziario-militare. Questi sono temi e problemi che l'Italia condivide non certo solo con Spagna e Grecia ma con tutto il mondo industrializzato. Il nuovo blocco sociale riformista, che mette al primo posto la riduzione della diseguaglianza, vuole finalmente affrontare questi problemi e non nasconderli sotto il tappeto, passando tempo a cincischiare col folklore di Pontida.

Per chi si fa e si è fatto interprete di questo blocco sociale durante la campagna referendaria in cui così tante persone hanno potuto finalmente aprirsi e discutere di politica, è assai grave che la sola cosa sensata uscita da Pontida, ossia l'impossibilità di affrontare la crisi sociale se si continua a spendere denaro per la guerra, sia stata rintuzzata da Napolitano con la solidarietà piena di tutto il Pd. Uscire dalla dipendenza (tossica) da un modello di sviluppo fondato su guerre del tutto fini a se stesse ( se non direttamente predatorie) non può che essere la priorità indiscussa del nuovo riformismo uscito dalle urne referendarie. Quella è la strada principale per sanare i conti, tracciando al contempo un grande piano pubblico di cura del territorio, della natura, della qualità della vita di tutti fondato sulla valorizzazione dei beni comuni e sul recupero di un po' di etica pubblica.

I partiti, tutti quanti, si facciano una ragione che questo è il messaggio chiaro e forte uscito dalle urne! Un messaggio che certo premia i movimenti ma che adesso deve essere interpretato politicamente con una visione alta, riformista nel senso nuovo del termine capace di dare vera voce e soggettività politica al nuovo blocco sociale. Invece il Decreto sviluppo contiene l'Agenzia per l'acqua, un'idea bocciata dal popolo sovrano. Il Pd fa eco, riproponendo quella sua bruttissima legge sull'acqua che era stata proposta per pura iattanza all'inizio della raccolta delle firme e che, con il Decreto sviluppo, condivide la filosofia di fondo dello Stato regolatore. Ma l'idea di Stato regolatore che non agisce direttamente nell'economia e che si limita a dettare le regole per la concorrenza fra privati è stata spazzata dal referendum, dopo essere stata indebolita perfino in Europa dal Trattato di Lisbona. Il settore pubblico rafforzato , ristrutturato e democratizzato deve tornare a "fare" e a "saper fare": questo ha chiesto il popolo dei beni comuni.

Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: il privato e la logica aziendalistica e finanziaria di breve periodo che necessariamente lo pervade non è la soluzione. Molto spesso, sempre nelle ipotesi di monopolio naturale come l'acqua, esso è il vero problema cui oggi tutti insieme dobbiamo far fronte. Il Pd ci dica chiaramente se vuole interpretare questa nuova visione o se resta legato alle lenzuolate bersaniane e agli estremismi della Lanzillotta. E se sta da questa parte, e vuole farsi interprete dell'esito referendario, si batta piuttosto per mettere all'ordine del giorno il disegno di legge riforma dei beni pubblici della Commissione Rodotà, che dà senso giuridico ai beni comuni e che giace da oltre un anno in Senato con Finocchiaro e Casson primi firmatari.

A dieci giorni dal referendum il connubio letale fra profitto (sperato) e rendita (certa), che determina il nostro sviluppo insostenibile fondato sulla religione della crescita, seguita a tenere in campo i suoi ventriloqui bipartisan. Si fa finta di niente e si ripete che, dopo il referendum, esiste la possibilità di scegliere fra pubblico, privato o misto. Finiamola prima che sia troppo tardi! Dopo il referendum c'è una sola via legittima: quella dei beni comuni che sono incompatibili con profitto e rendita. Il popolo sovrano rivuole tanto il rispetto democratico della sua chiara volontà quanto, nell'immediato, il 7% che sta pagando sulle sulle bollette idriche che da ormai 10 giorni costituisce un illecito bottino. Gli italiani votando in massa hanno difeso oltre all'acqua anche il referendum e la loro sovranità diretta. Se non vedranno subito l'esito in bolletta né avranno spiegazioni immediate e credibili su come quei soldi verranno spesi nel loro interesse, sapranno studiare le mosse e riprendersi direttamente quel denaro per spenderlo a favore del futuro di tutti. Poi ci riprenderemo anche la democrazia!

MAN mano che si moltiplicano crisi e bancarotte degli Stati, crescono in Europa le rivolte degli indignati: in Grecia, Spagna, anche in Italia dove il tracollo è per ora solo temuto. I governi tendono a vedere il lato oscuro delle rivolte: il faticoso riconoscimento della realtà, la rabbia quasi cieca. Ma la cecità spiega in piccola parte una ribellione che ha come bersaglio non solo i contenuti, ma le forme di comportamento (dunque l´etica) dei governi: l´abitudine a una vista sempre corta, abbarbicata al prossimo voto o sondaggio; la vocazione a nascondere conti squassati. A non dire la verità su immigrazione o deficit, ad accusare i giornali, le Banche centrali, l´Europa: tutti sospettati di spandere brutte notizie.

L´Italia in questo è all´avamposto. Da quando è tornato al governo, Berlusconi ripete lo stesso ritornello: lo squasso è nelle vostre teste disfattiste, noi ce la facciamo meglio di tanti paesi virtuosi. Lunedì ha detto d´un tratto, ai microfoni: «La crisi non è finita». Non ne aveva mai annunciato l´inizio. Come si spiega l´allarme dei mercati sulla nostra economia e sulla paralisi governativa, se le cose andavano nel migliore dei modi? Il governo se lo spiega probabilmente con le gag del ministro Brunetta: se milioni di precari sono «l´Italia peggiore», vuol dire che c´è del marcio in chi soffre la crisi invece di creare ricchezza.

Non dimentichiamo che una delle iniziative più trascinanti degli indignados spagnoli concerne l´informazione. L´ha presa Antòn Losada, professore di Scienze politiche, e s´intitola "Sinpreguntasnocobertura" (senza domande niente copertura). Migliaia di giornalisti hanno aderito. Se una conferenza stampa non ammette quesiti scomodi sarà boicottata, e il potere resterà solo con i suoi barcollanti giuramenti. È segno che nelle rivolte c´è una domanda, possente, di verità e giustizia. Alla crisi non si risponde solo imponendo la cinghia più stretta, e instillando nel popolo paure incongrue. Si risponde con la trasparenza d´informazioni: sulle tasse che non si possono abbassare, sul calo demografico che solo l´immigrazione frenerà, sugli ingredienti della crescita che sono la giustizia, la legalità, il merito, il prezzo che possono pagare i più fortunati e ricchi.

Alle rivolte generate dalla crisi, i governanti italiani reagiscono con tagli che colpiscono tutti indiscriminatamente, e soprattutto con false promesse. Tremonti stesso, oggi considerato uomo del rigore, ha mal tollerato lungo gli anni i moniti della Banca d´Italia, permettendo che nella Lega e nella destra montasse l´irresponsabilità. In un editoriale di mercoledì sul giornale greco Kathimerini, il direttore Nikos Konstandaras parla del «fascino impossibile della solitudine»: è l´illusione che la crisi non scoppierà, se gli Stati chiudono gli occhi all´Europa, al mondo, ai mercati. Certo, i mercati sono strane bestie: possono scatenarsi istericamente - hanno sete di sangue - e in questo non sono molto diversi dai militanti leghisti che reclamano meno tasse e secessione (verso quale paese del balocchi, dove non ti chiedono nulla ed è sempre domenica?). Hanno la vista corta, ma non anticipano del tutto a casaccio le catastrofi: scattano foto istantanee di governi istantanei, e ne traggono conclusioni. Accanto all´urna elettorale, sono un nostro secondo tribunale. Saranno loro, se non lo fanno altri, ad «aprire la crisi»: quella vera, che screditerà Berlusconi, che sfiderà anche l´opposizione, e metterà a nudo la presente non-politica italiana.

Giacché non è politica nascondersi, fingersi Stati sovrani che decidono da soli, ignorare l´esistenza di uno spazio pubblico europeo verso cui siamo responsabili come verso la nazione. Esiste ormai una res publica che oltrepassa i nostri confini, che ha sue regole, e i cui dirigenti non sono emanazioni dei governi ma rispondono a geografie più vaste. Valga come esempio la nomina di Mario Draghi al vertice della Banca centrale europea. Una scelta ineccepibile, ma fatta nella più sgangherata e vecchia delle maniere. In cambio della nomina, Sarkozy ha chiesto che venisse liberato un posto per Parigi nell´esecutivo Bce e Berlusconi gli ha dato la testa di Lorenzo Bini Smaghi, come se quest´ultimo fosse un suo uomo, non un dirigente dell´Unione. Il mandato di Bini Smaghi, prescelto nel 2005 per otto anni, scade il 31-5-2013 e non può esser revocato né da Stati né da accordi tra Stati. Non è uno schiaffo a lui, ma alle istituzioni europee verso cui va la sua lealtà. Il caso crea peraltro un precedente ominoso: ogni governo potrà decidere da ora in poi di sottrarre mandati e regole alla giurisdizione europea.

La reazione di Bini Smaghi è stata rigorosa, da questo punto di vista. In un discorso tenuto in Vaticano su etica e affari, il 16 giugno, ha spiegato la ferita alle istituzioni europee con parole chiare e vere: «Non è un caso che i banchieri centrali abbiano adottato come loro protettore San Tommaso Moro, che con la sua indipendenza di giudizio e la ferma convinzione nella supremazia dell´interesse pubblico riuscì a resistere alle pressioni del Re Enrico VIII, del quale era stato il più stretto consigliere (...) fino ad essere costretto alle dimissioni, incarcerato e condannato a morte». Tommaso Moro volle servire Dio piuttosto che il re cui prima sottostava. L´interesse pubblico cui allude Bini Smaghi è quello, superiore agli Stati, dell´Unione: è solo quest´ultima a poterlo «dimettere». La violazione del Trattato di Maastricht, giustificata con la presunta «regola non scritta tra gli Stati», è palese. Anche Mario Monti, ex commissario europeo, ha mostrato irritazione: il governo, ha detto domenica a Lucia Annunziata, si è comportato in modo «dilettantesco» e «paradossale», disponendo di Bini Smaghi come di una propria pedina («Le decisioni spettano a Bini Smaghi e alla sua coscienza. È sbagliato aspettarsi giuridicamente e moralmente che avrebbe dato le dimissioni, se non si è parlato prima con lui di questo tema»).

Anche qui, sono mancati informazione trasparente e riconoscimento dello spazio pubblico europeo. Così come non c´è trasparenza sulle tasse che non si possono abbassare, sull´immigrazione di cui abbiamo bisogno, economicamente e demograficamente. È stato calcolato che i flussi migratori si eleveranno a 4,4 milioni nel 2011, che supereranno 8 milioni nel 2031 e 10 nel 2051: « Il valore finale - scrive l´economista Nicola Sartor - è inferiore di 8 milioni a quanto necessario, secondo l´Onu, a compensare la flessione della popolazione nazionale in età attiva» (Invecchiamento, immigrazione, economia, Il Mulino 2010).

Gran parte degli equivoci sono imputabili all´Unione: all´inerzia dei suoi dirigenti, succubi degli Stati. Ancora una volta, è il parlar vero che manca: è per un eccesso di false cortesie e per l´assurda deferenza verso i grandi Paesi che l´Europa è giunta alle odierne bancarotte, scrive Monti in un illuminante articolo sul Financial Times di ieri. Sono tante le politiche su cui l´Unione potrebbe far valere la sua parola: a cominciare dalle missioni di guerra, abusivamente dette «di pace». L´articolo 11 della nostra Costituzione, quello che ripudia la guerra, prevede limitazioni volontarie della sovranità nazionale e azioni congiunte con organi internazionali. Le guerre che sta consentendo andrebbero oggi ridiscusse dall´Europa, alla luce di una politica Usa che comincia a trattare unilateralmente con i talebani e a dubitare dell´utilità della Nato.

Una Commissione europea autonoma, conscia della propria autorità, reagirebbe a tutti questi eventi (caso Bini Smaghi, debiti sovrani, guerre) come ai tempi di Walter Hallstein. Il primo capo dell´esecutivo di Bruxelles non esitò a confutare De Gaulle, alla fine degli anni ‘60, in nome della nascente res publica europea. Fu un «perdente designato», scrive lo storico Corrado Malandrino in una bella biografia pubblicata dal Mulino: ma ci sono sconfitte che salvano, se le si vuol salvare, le istituzioni umiliate.

La sonante affermazione del quorum e dei sì nei quattro referendum di domenica scorsa, congiunta ai risultati delle ultime elezioni amministrative, costituisce senza ombra di dubbio la base di quel potenziale passaggio storico, al quale molti in passato avevano guardato e per cui avevano lavorato. In attesa di tornarci su per un'analisi più circostanziata, io mi sentirei di fare questa preliminare osservazione.

Tale affermazione è il frutto di diecimila rivoli diversi, che si sono congiunti quando l'occasione propizia si è presentata. Persino a determinare l'occasione propizia stessa avevano trovato una loro convergenza protagonisti diversi, non sempre in precedenza convergenti. Questa, fra le tante cose che non so o dico male, posso dirla con sufficiente certezza. Presiedo da diversi anni un'organizzazione ambientalista di base, la «Rete dei Comitati per la difesa del territorio», attiva soprattutto in Toscana, ma presente anche altrove. Ebbene, abbiamo combattuto in tale veste battaglie alla morte con le organizzazioni storiche della politica italiana, in particolare il Pd, a livello regionale, provinciale e municipale, per impedire scempi e abusi di ogni natura (ora va un po' meglio).

La stessa cosa si potrebbe dire, in molti casi a miglior ragione, per i Comitati per l'acqua e contro l'energia nucleare. E tuttavia su questo punto determinato le divergenze e persino gli scontri si sono fusi in una scelta unica. Potrebbe essere un buon monito per il futuro: a patto che nessuno si precipiti ora a mettere il cappello sul risultato referendario, come già troppe volte sta accadendo. Il risultato è entusiasmante, ma non è ancora una proposta politica unitaria né tanto meno un progetto di cambiamento. Le condizioni sono state poste dal popolo sovrano; ma per riempirle di contenuti e renderle effettuali e operative bisognerà lavorarci, e parecchio.

Più in generale è la questione della democrazia (criteri di funzionamento, valori, identità, sorprese positive ma anche, non dimentichiamolo, paurose regressioni) che viene in tal modo riproposta. Con opportuna sincronia - che non è difficile immaginare involontaria, ma non priva tuttavia di una sua logica relazione con lo spirito e i bisogni del tempo - è apparsa in questa settimane La felicità della democrazia, un «dialogo» fra Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky (Bari, Laterza, 2011), che, come dicono gli autori, ingenera molti «dubbi» ma definisce anche molte «certezze»: per esempio quella secondo cui è a questa forma di governo e di Stato che va affidato, nel bene e nel male, nell'adesione sincera come nella critica spietata (non è detto che i due atteggiamenti siano totalmente in contrasto fra loro), il destino delle presenti e delle future generazioni, almeno fin quando il nostro sguardo è in grado di spingersi.

Ne ha ragionato su queste colonne con la consueta acutezza Ida Dominijanni (« Democrazia, il nome e la cosa», il manifesto, 25 maggio 2011 ), in un'ampia recensione, di cui condivido tutto, anche le virgole. Io invece trarrò occasione da questo bel libro per alcune osservazioni aggiuntive, spero non del tutto fuori del quadro.

La prima è, direi, di ordine prevalentemente personale. È per una coincidenza, senza dubbio, che a me è accaduto di scrivere e pubblicare un miliardo di anni fa un saggio intitolato La felicità e la politica («Laboratorio politico», 1981; poi in La repubblica immaginaria, Milano, Mondadori, 1988). Questo potrebbe voler dire, mi pare, che il tema ha una lunga storia, strettamente legata, nel nostro paese, con la storia da noi tutt'altro che infrequente, delle crisi della democrazia. Nel 1981, infatti, ossia in tardissima era comunista, appena prima del crollo e dello sfracello del sistema, invocare scandalosamente la sintesi, - meglio, il connubio - fra felicità e politica significava spezzare una lancia contro le perduranti - e fino all'ultimo in quell'ambito prevalenti - tendenze ideologico-virtualistiche. Io ancoravo quell'ipotesi a una nozione di democrazia come «governo dei mediocri» (dei «mediocri», non dei «peggiori», come giustamente precisa Zagrebelsky), ossia di quelle «masse» talvolta operose ma talvolta anche depravate, da cui è sempre più difficile oggi far emergere le «élites» (un altro dei grandi problemi di una democrazia che sia in grado di autoriformarsi). Sicché si potrebbe chiudere questa specie di disgressione, osservando che la parola d'ordine, l'obiettivo, l'aura della felicità, invocati da Mauro e Zagrebelsky, servono a far emergere «individui» dalla «massa» (ma è chiaramente la stessa cosa), ossia, oltre che a trasmettere «benessere» a ricostituire in forma nuova delle «élites» (per esempio, i giovani ci provano in questa fase più di altri, e si capisce perché: ne va della loro sopravvivenza) e dunque a garantire «un governo non mediocre delle mediocrità» («come governare non mediocremente un sistema delle mediocrità»).

La seconda osservazione riguarda il rapporto fra democrazia e legalità, che attraversa ovviamente tutto il «dialogo» di Mauro e Zagrebelsky, ma senza soffermarcisi in modo particolare. È per me del tutto evidente che Silvio Berlusconi, e le forze che rappresentava, e ancora oggi nonostante tutto rappesenta, sono entrati come un corpo estraneo nel meccanismo, già per suo conto precario, della democrazia italiana, agendo catastroficamente sul versante delle regole («legalità») e al tempo stesso cercando di adattare prepotentemente - ma, è questa l'anomalia italiana, con il consenso di maggioranze parlamentari comunque acquisite - i meccanismi istituzionali del sistema («democrazia») alla sua sistematica, permanente, «costituzionale» vocazione all'illegalità.

Si poteva fare di più, le istituzioni, tutte le istituzioni, potevano fare di più per impedire che il Cavaliere continuasse a sguazzare così a lungo nel suo brodo d'illegalità e di corruzione? Sì, io penso di sì, ed è questo uno dei punti su cui varrebbe la pena di tornare a riflettere a mente un poco più distesa: poiché i risultati referendari sono stati felicemente (è proprio il caso di dirlo) acquisiti, ma l'emblema dell'illegalità è ancora al potere, e intende restarci.

Ne potrei concludere che in Italia la battaglia per la democrazia è sempre stata più robusta e vitale della battaglia per la legalità, soprattutto quando la legalità riguarda i potenti. Invece mi limito a chiedere agli esperti, che ancora non hanno risposto, se l'assenza d'iniziativa in questo specifico campo è una conseguenza della mancanza di regole ad hoc oppure di una lassitudine (atavica?) di costumi che lascia passare come trascurabili o inaccostabili fenomeni e comportamenti che altrove in Europa verrebbero invece considerati semplicemente come impensabili (e che infatti, osservati da lì, ci espongono a un dileggio quotidiano al di là dell'immaginabile).

A puro titolo di amplificazione problematica del discorso - e anche a puri fini di divertissement intellettuale - aggiungo che altri paesi europei, passati come noi attraverso esperienze devastanti, più prudentemente di noi hanno pensato bene di mettersi al riparo dai rischi che noi invece corriamo (che abbiamo corso?). Penso alla Germania: più precisamente alla sua Costituzione democratica (ringrazio l'amico Enrico Ganni, tedeschista della Casa editrice Einaudi, per le preziose suggestioni). L'art. 79, comma 3, di tale Costituzione prevede che i primi venti articoli della medesima (i «Grundrecht»: insomma, grosso modo, i nostri «Principi fondamentali») siano immodificabili. Chiaro? Immodificabili: immodificabili da qualsiasi maggioranza parlamentare e in qualsiasi situazione. La Costituzione tedesca è stata messa dunque come in una corazza. Ma non basta. Fra i venti articoli ce n'è uno, forse non a caso proprio l'art. 20, che sembrerebbe fatto proprio al caso nostro (o al caso mio?): in esso, infatti, dopo aver definito la natura fondamentale della Repubblica tedesca («uno Stato federale, democratico e sociale») si enuncia il cosiddetto «diritto di resistenza». «Tutti i Tedeschi hanno diritto di resistere a chiunque tenti di rovesciare questo ordinamento, qualora non vi sia altro rimedio possibile». Chiaro anche questo? «Tutti i Tedeschi», «qualora non vi sia altro rimedio possibile».

Naturalmente non ci si può richiamare alla Costituzione di un altro paese per tutelare la legalità e la democrazia del proprio. E neanche sfuggono gli elementi di rischio potenziale che la norma contiene nei confronti di minoranze o di dissidenti. E però il richiamo ai «Grundrechte» della Costituzione tedesca può consentirci di tornare all'inizio del nostro discorso, e cioè, appunto, alla tutela su tutti i versanti, della nostra democrazia. La domanda è: qual è il limite, dov'è il limite, oltre il quale la «resistenza» all'arbitrio diviene legale, e in quali forme?

La democrazia italiana non è in grado di tollerare che il Governo del Capo illegalitario continui ancora: ogni giorno che passa sprofondiamo di più nella melma. Sarebbe bello - e felice - che a toglierlo rapidamente di mezzo concorressero ora insieme gli strumenti della democrazia rappresentativa e l'esercizio risoluto della legalità repubblicana. Sarebbe in ogni senso una buona «fin de partie».

Ci sono tanti luoghi ai quali l´osservatore delle cose italiane dovrebbe guardare in questi giorni: Milano e Napoli, per esempio, ma anche le piazze finanziarie e le capitali europee dove si affrontano i problemi del debito italiano e si dettano le regole che dovranno governare la nostra economia. Ma il luogo sul quale oggi si concentra l´attenzione dell´informazione politica è un piccolo comune in provincia di Bergamo con un nome che risvegliava un tempo solo gli echi scolastici di una brutta poesia di Guglielmo Berchet: Pontida.

È dal raduno annuale della Lega, con elmi e spadoni di un Medioevo di carta, che si attende una risposta importante. Intanto i gruppi dirigenti dei partiti, ben lungi dal seguire il saggio consiglio del Presidente Napolitano di cercare di «ritrovarsi uniti su grandi obiettivi comuni», sembrano uniti solo nello star fermi - uno spasmodico "surplace" in attesa che sia l´altro a fare la prima mossa. Così si è creata una speciale atmosfera di attesa della parola del Bossi: già, perché a parlare sarà solo lui. Alla sua parola il compito di ricreare quell´unione mistica tra il capo e un popolo che - a detta dei dirigenti della Lega - ha pur dato di recente ai suoi capi una sberla clamorosa. Dal verbo di Pontida è dunque lecito attendersi un segnale di svolta. Intanto qualcosa di nuovo c´è pur stato: di nuovo, anzi d´antico. Parliamo delle misure recenti prese a caldo dal ministro Maroni, l´uomo forte della Lega, il vero candidato a gestire un possibile governo di fine legislatura col benestare dell´azzoppato Berlusconi. Recano il suo sigillo personale. Un decreto fulminato a tambur battente ha triplicato d´un sol colpo, da sei mesi a diciotto, il periodo di detenzione dei clandestini nei Cie e ha introdotto una durissima procedura per i "respingimenti".

Torneremo su questa parola. Ma intanto segnaliamo anche la proposta del ministro per la politica internazionale: in una intervista del 17 giugno Maroni ha chiesto che la Nato schieri le sue navi davanti alle coste libiche per impedire la partenza di profughi. Non sembra molto realistico agitare lo spettro dell´invasione di masse libiche in un paese dove alla data del 17 maggio scorso secondo l´alto commissario Onu per i rifugiati erano arrivate dalla Libia circa 14.000 persone in tutto. Quanto al decreto contro gli immigrati, si tratta di una misura di una durezza terrificante ma del tutto irrealistica. Intanto è basata su premesse false. Non è vero, come ha dichiarato il ministro dell´Interno, che il decreto è «coerente con le norme dell´Unione europea»: la direttiva europea sui rimpatri chiedeva gradualità nel percorso di rimpatrio dell´immigrato irregolare. Invece il decreto impone una espulsione immediata e colpisce chi non ottempera al primo ordine di espulsione con la galera da uno a quattro anni (da uno a cinque per i recidivi). Senza contare le sanzioni in danaro: l´immigrato irregolare dovrebbe pagare da tremila a diciottomila euro.

Pura irrealtà per l´economia degli immigrati: ma anche per il ministro. Lo dimostra il fatto che tutta la procedura dovrebbe passare attraverso il giudice di pace. Secondo l´avvocato Livio Cancelliere dell´Asgi (associazione studi giuridici sulle immigrazioni) nessun giudice di pace applicherà mai queste sanzioni. Dunque, si tratta solo di propaganda pre-Pontida.

Ma proviamo a leggere queste norme con lo sguardo dei disperati: quella parola "respingimento" è una bestemmia, come hanno ben compreso per primi molti commentatori del mondo cattolico, concordi nel condannarlo senza esitazione. È la cancellazione brutale di una tradizione antichissima ancora viva nelle nostre culture, quella che vedeva nell´esule, nel supplice una figura sacra agli dèi. Oggi "respingimento" significa essere ributtati nell´inferno senza che nessuno ti chieda se sei un perseguitato politico o religioso o se lo diventerai una volta respinto. Intanto, gli "irregolari" chiusi nei Cie penseranno a quel che li aspetta là dove saranno rimandati. Conosciamo i loro pensieri: saranno come quelli di Nabruka Mimuni, l´immigrata quarantenne da trent´anni in Italia (ma non italiana per la legge) che circa due anni fa si uccise impiccandosi nel Cie di Ponte Galeria a Roma.

Dunque, niente di più vecchio di queste novità: è ancora l´antica politica della paura. Colpire l´immigrazione, trattare il clandestino come un delinquente, vuol dire riproporre al Paese la ricetta usata finora per farne salire la febbre xenofoba. Per un po´ questa ricetta ha funzionato. Ma la massa di cittadini che ha riempito le piazze e si è messa ordinatamente in fila davanti ai seggi del referendum ha mandato un segno molto chiaro: le cose sono cambiate, il Paese sta guarendo. Ci vogliono paraocchi speciali per non vederlo. Le risposte plebiscitarie alle quattro domande hanno inviato ai governanti una richiesta di diritti e di solidarietà, contro l´appropriazione privatistica dei beni comuni, contro l´impunità per i potenti, contro scelte che mettono a rischio l´ambiente e il futuro delle giovani generazioni. E anche questo è stato, a suo modo, un "respingimento".

Gli effetti benefici dell'onda lunga dei referendum hanno indirettamente ripulito un piccolo grande obbrobrio contenuto nel decreto sviluppo: una norma che portava a 20 anni il diritto di superficie dei privati sulle spiagge italiane (i primi tre commi dell'articolo 3 relativi al demanio pubblico). Cancellati, come non detto, e dire che inizialmente la regalìa era prevista addirittura fino a 90 anni: una concessione secolare che la Ue aveva ritenuto «non conforme» alla disciplina del mercato comune.

Lo cancellazione della concessione ridotta a 20 anni è stata decisa ieri dal governo nel corso dei lavori della commissione lavoro e bilancio alla Canera, accogliendo alcuni emendamenti presentati dalle opposizioni. Saggia e popolare decisione, anche se adesso, per dare sostanza a questo colpo di freno alla furia privatrizzatrice dei businnesmen governativi, bisognerebbe trovare il coraggio di ripulirle davvero le spiagge nostrane, considerando che sono già le più cementificate d'Europa - al 60% secondo l'Agenzia delle Nazioni Unite per l'Ambiente (Unep).

Il pericolo è tutt'altro che scongiurato ma almeno, in attesa di nuove norme da valutare con grande attenzione, è stato fatto un passo nella direzione giusta. «È convinzione del Pdl - dichiara Sergio Pizzolante, membro Pdl della commissione finanze alla camera - che sia necessario definire norme, condivise con l'Europa, in grado di garantire continuità nella gestione delle spiagge anche dopo il 2015 per gli operatori che hanno fatto investimenti e creato valore commerciale». Per questo il governo nei prossimi giorni convocherà le categorie economiche coinvolte nella gestione delle spiagge per «una soluzione complessiva che dovrà vedere la luce entro l'anno».

Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, non è tranquillo e non ha alcuna intenzione di abbassare la guardia visto che la materia sarà trasferita nella legge comunitaria, e non si sa ancora in quali termini. «Il rischio - spiega - purtroppo resta inalterato perché restano in piedi i commi 4 e 5 dell'articolo tre, quelli che prevedono, attraverso le zone a burocrazia zero, di edificare su spiagge ed arenili». Come dice Maurizio Fugatti del Wwf, «bene che ci sia un ripensamento, anche se ci auguriamo che la norma non spunti in un altro provvedimento». Sebastiano Venneri, vicepresidente nazionale di Legambiente, di fronte alla cancellazione di una «aberrazione giuridica» oggi preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno. «Un altro successo per i cittadini. Dopo la vittoria su nucleare e acqua pubblica, la cancellazione di questa norma rappresenta una nuova vittoria per tutti i cittadini, gli imprenditori onesti e per coloro che hanno a cuore i beni comuni. Questa estate è cominciata bene, ora avanti per liberare le spiagge dai cancelli e dal cemento».

Sulla stessa linea il commento di Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd. «Il governo - dice - è stato costretto a fare marcia indietro su una scelta miope e sbagliata, il diritto di superficie ventennale oltre ad essere una minaccia per l'ambiente e le coste italiane rappresentava un rischio anche per le migliaia di imprese del settore, perché quella norma era ritagliata sugli interessi di pochi grandi investitori, magari per solleticare l'ingresso di capitali stranieri di dubbia provenienza». Armando Cirillo, responabile turismo del Pd, partito che ha proposto la modifica della norma, adesso chiede al governo un intervento complessivo per tutelare il settore turistico-balneare. Una norma per archiviare la procedura d'infrazione avviata dalla Ue nei confronti dell'Italia. Una legge quadro per affidare le concessioni demaniali marittime e contrastare gli interventi speculativi, tutelando gli investimenti eco-compatibili effettuati dai privati sulle spiagge. Riaprire un confronto in sede Ue per «affermare la peculiarità delle imprese turistico-balneari». E, infine, il Pd chiede anche l'approvazione del piano nazionale per il turismo.

A proposito di turisti. Rispetto all'anno scorso, i prezzi sulle spiagge sono cresciuti dell'1,5%. Mentre rispetto al 2001, solo dieci anni fa, i prezzi sono aumentati del 136%. Una famiglia di quattro persone spende in media 97 euro per una giornata al mare, e senza scialare. E questo problema, c'è una norma che lo risolve?

Forse, dopo la perdita di Milano e Napoli, la sconfitta al referendum è la più avvilente nella storia di Berlusconi. Si era messo in testa che ignorandolo l’avrebbe ucciso, l’aveva definito «inutile», e il giorno del voto se n’era andato pure al mare, esemplarmente. Niente da fare: il quorum raggiunto e i quattro sì che trionfano non sono solo un colpo inferto alla guida del governo.

È una filosofia politica a franare, come la terra che d’improvviso si stacca dalla montagna e scivola. È un castello di parole, di chimere coltivate con perizia per anni. «Meno male che Silvio c’è», cantavano gli spot che il premier proiettava, squisita primizia, nei festini. Gli italiani non ci credono più, il mito sbrocca: sembra l’epilogo atroce dell’Invenzione di Morel, la realtà-non realtà di Bioy Casares. Per il berlusconismo, è qualcosa come un disastro climatico.

Tante cose precipitano, nel Paese che credeva di conoscere e che invece era un suo gioco di ombre: l’idea del popolo sovrano che unge la corona, e ungendola la sottrae alla legge. L’idea che il cittadino sia solo un consumatore, che ogni tanto sceglie i governi e poi per anni se ne sta muto davanti alla scatola tonta della tv. L’idea che non esistano beni pubblici ma solo privati: il calore dell’aria, l’acqua da bere, la legge uguale per tutti, la politica stessa. L’idea, più fondamentale ancora, che perfino il tempo appartenga al capo, e che un intero Paese sia schiavo del presente senza pensare - seriamente, drammaticamente - al futuro. Più che idee, erano assiomi: verità astratte, non messe alla prova. Non avendo ottenuto prove, il popolo è uscito dai dogmi. Lo ha fatto da solo, senza molto leggere i giornali, gettando le proprie rabbie in rete. È una lezione per i politici, i partiti, i giornali, la tv. La fiamma del voto riduce una classe dirigente a mucchietto di cenere.

Pochi hanno visto quello che accadeva: il futuro che d’un tratto irrompe, la stoffa di cui è fatto il tempo lungo che gli italiani hanno cominciato a valutare. Erano abituati, gli elettori, a non votare più ai referendum. Questa volta sono accorsi in massa: a tal punto si sentono inascoltati, mal rappresentati, mal filmati. Nessuna canzoncina incantatrice li ha immobilizzati al punto di spegnerli. Berlusconi lo presentiva forse, dopo Milano e Napoli, ma come un automa è caduto nella trappola in cui cadde Craxi nel 1991 - andare al mare mentre si vota è un rozzo remake - e con le sue mani ha certificato la propria insignificanza. Impreparato, è stato sordo all’immenso interrogativo che gli elettori di domenica gli rivolgevano: se la sovranità del popolo è così cruciale come proclama da anni, se addirittura prevale sulla legge, la Costituzione, come mai il Cavaliere ha mostrato di temere tanto il referendum? Come spiegare la dismisura della contraddizione, che oggi lo punisce?

Il popolo incensato da Berlusconi, usato come scudo per proteggere i suoi interessi di manager privato, non è quello che si è espresso nelle urne. È quello, immaginario, che lui si proiettava sui suoi schermi casalinghi: un popolo divoratore di show, ammaliato dal successo del leader. Chi ha visto Videocracy ricorderà la radice oscena della seduzione, e le parole di Fabrizio Corona: «Io sono Robin Hood. Solo che tolgo ai ricchi, e dò a me stesso». Nel popolo azzurro la libertà è regina, ma è tutta al negativo: non è padronanza di sé ma libertà da ogni interferenza, ogni contropotere. Ha come fondamento la disumanizzazione di chiunque si opponga, di chiunque incarni un contropotere. Di volta in volta sono «antropologicamente diversi» i magistrati, i giornalisti indipendenti, la Consulta, il Quirinale. Ora è antropologicamente diverso anche il popolo elettore, a meno di non disfarsi di lui come Brecht consigliò al potere senza più consensi. Era un Golem, il popolo - idolo d’argilla che il demiurgo esibiva come proprio manufatto - e il Golem osa vivere di vita propria. Il premier lo aveva messo davanti allo sfarfallio di teleschermi che le nuove generazioni guardano appena, perché la scatola tonta ti connette col nulla. E quando ti connette con qualcuno - Santoro, Fazio, Saviano - ecco che questo qualcuno vien chiamato «micidiale» e fatto fuori.

Il popolo magari si ricrederà, ma per il momento ha abolito il Truman Show. Ha deciso di occuparsi lui dei beni pubblici, visto che il governo non ne ha cura. Non sa che farsene del partito dell’amore, perché nella crisi che traversa non chiede amore ai politici ma rispetto, non chiede miraggi ottimisti ma verità. Accampa diritti, ma non si limita a questo. Pensare il bene pubblico in tempi di precarietà e disoccupazione vuol dire scoprire il dovere, la responsabilità. Celentano lunedì sera ha detto che siamo disposti perfino ad avere un po’ più freddo, in attesa di energie alternative al nucleare. Per questo si sfalda il dispositivo centrale del berlusconismo: la libertà da ogni vincolo è distruttiva per l’insieme della comunità. Era ammaliante, ma lo si è visto: perché simile libertà cresca, è indispensabile che il popolo sia tenuto ai margini della res publica.

Specialmente nei referendum, dove si vota non per i partiti ma per le politiche che essi faranno, il popolo prende in mano i tempi lunghi cui il governo non pensa, e gli rivolge la domanda cruciale: è al servizio del futuro, un presidente del Consiglio che ha paura dell’informazione indipendente, che ha paura di dover rispondere in tribunale, che elude la crisi iniziata nel 2007, che non medita la catastrofe di Fukushima e considera il no al nucleare un’effimera emozione? Pensa al domani o piuttosto a se stesso, chi sprezza la legalità pur di favorire piccole oligarchie, il cui interesse per le generazioni a venire è nullo? Ai referendum come nelle amministrative il tempo è tornato a essere lungo. Non a caso tanti dicono: si ricomincia a respirare.

La crisi ha insegnato anche questo: non è vero che il privato sia meglio del pubblico, che il mercato coi suoi spiriti animali s’aggiusti da sé, che la politica privatizzata sia la via. I privati non sono in grado di costruire strade, ferrovie, energia pulita per i nipoti. Vogliono profitti subito e a basso costo, senza badare alla qualità e alla durata. Berlusconi si presentò come il Nuovo ed era invece custode di un disordine naufragato nel 2007. Non era Roosevelt o Eisenhower, non ha edificato infrastrutture per le generazioni che verranno.

Ogni persona, dice Deleuze, è un «piccolo pacchetto di potere», e l’etica la costruisce su tale potere. Berlusconi pensava - forse pensa ancora - che questo potere fosse suo: che non fosse così diffuso in pacchetti. Pensava che il cittadino non avesse bisogno di verità; che il coraggio te lo dai nascondendola. Pensava (pensa) che il coraggio consista nel ridurre le tasse, e chi se ne importa se l’Italia precipita come la Grecia o se pagheranno i nipoti. Pensava che, bocciato il legittimo impedimento, puoi farti una prescrizione breve, come se il popolo non avesse proscritto ogni legge ad personam. Il Cavaliere ha eredi nel Pdl. Ma all’eredità come bene consegnato al futuro non ha mai badato, convinto che la crisi sia come la morte (e lui come la vita) per Epicuro: «Finché Silvio c’è, la crisi non esiste. Quando la crisi arriva, Silvio non c’è». Tanti ne sono convinti, e lo incitano a «tornare allo spirito del ‘94»: dunque a mentire sulle tasse, di nuovo.

Chi lo incita sa quello che dice? Ha un’idea di quel che è successo fra il 1994 e il 2011? Rifare il ‘94 non è da servi liberi, ma da gente che ignora il mondo e ne inventa di falsi. Se fossero liberi e coraggiosi non sarebbero stupidi al punto di consigliare follie. Se insistono, vuol dire che sono servi soltanto. La loro retorica è così smisurata che neppure capiscono la nemesi, che s’è abbattuta sul loro padrone.

L'onda anomala dell'acqua pubblica

di Andrea Palladino

Le privatizzazioni selvagge, i tabù del centrosinistra, la repressione poliziesca di ogni forma di disobbedienza civile nata fuori dai partiti
Dalla prima rivolta internazionale contro le corporation al Forum di Corviale, cronaca di una svolta globale e locale costruita dal basso

C'è una data dimenticata dietro il successo straordinario, epocale, dei referendum sull'acqua. Febbraio 1997: sulla mailing list Forum international sur la globalisation appare un messaggio di uno studioso statunitense, Tony Clarke. E un documento allegato, che nel giro di pochi giorni inizia a circolare in decine di paesi, il Multilateral Agreement on Investment. Due mesi prima Martin Khor, direttore del Third World Network, Ong con base in Malesia, era riuscito a ottenere la bozza di quell'accordo sugli investimenti che l'Ocse stava segretamente preparando, che verrà da lì a poco conosciuto semplicemente come Mai. Khor aveva scansionato il documento per poterlo divulgare il più possibile, attraverso la rete internet. Fu un'esplosione, il vero annuncio del terzo millennio, la data di nascita del movimento mondiale contro la globalizzazione. E ieri in Italia, quattordici anni dopo, si celebrava la prima vittoria popolare di quell'onda lunga nuova, disobbediente, cresciuta fuori dalle segreterie di partito, reticolare, creativa e in grado di cambiare radicalmente la realtà, dal locale al globale.

L'opposizione al Multilateral Agreement on Investment fu in grado di bloccare quel primo tentativo di imporre le regole delle corporation, che si basavano sulla supremazia delle multinazionali rispetto agli stessi governi. Era solo la prima tappa, perché le grandi società dei servizi non abbandonarono mai quel progetto, cambiando semplicemente strategia dopo l'inaspettata opposizione internazionale della società civile. Lo spirito dell'accordo sugli investimenti dell'Ocse è subito dopo rientrato in pieno nelle grandi privatizzazioni dei beni comuni, dal Brasile al Sudafrica, dall'Inghilterra all'Italia. Dal 1997, però, il granellino di sabbia che aveva momentaneamente bloccato l'ingranaggio delle privatizzazioni si è moltiplicato all'infinito, si è mostrato a Seattle, e poi a Genova. Ha lasciato sui marciapiedi le prime vittime, come Carlo Giuliani, ha visto massacrare i più giovani nella scuola Diaz, nella macelleria che era solo un assaggio del massacro sociale che si preparava.

In Italia è dopo il 2001 che partono le grandi privatizzazioni dell'acqua. Un timing perfetto, scandito dai due governi Berlusconi e dalla timidezza del governo Prodi, quando l'ala liberista del Pd - composta dalla coppia Bassanini-Lanzillotta - abbracciò in pieno le teorie elaborate dall'Ocse qualche anno prima. Ma il granellino dei movimenti cresceva sotterraneo, nei territori, ampliava la propria forza attraverso le battaglie locali di Aprilia, di Arezzo, di Frosinone, della Campania, della Sicilia, dei Castelli Romani. Aggiungeva alla forza del movimento la crescita del consenso popolare, di fronte all'aberrazione della privatizzazione dell'acqua.

La tappa centrale del successo del referendum ha come scenario il lungo serpentone di Corviale, nella periferia estrema di Roma. Il Forum dei movimenti dell'acqua, nel 2006, aveva già raggiunto la maturità che serviva per iniziare a costruire il cammino durato cinque anni che è esploso ieri nelle urne. Dal 2003 aveva partecipato a un'altra campagna, stavolta europea, contro la direttiva che privatizzava i servizi pubblici, la famigerata Bolkestein.

Di quell'incontro a Corviale non rimane nessuna cronaca nelle principali testate nazionali. In fondo quel movimento che si occupava di acqua, che difendeva i beni comuni quando quelle parole erano considerate quasi tabù anche nel centrosinistra, che chiedeva l'uscita delle multinazionali dalla gestione dei servizi idrici, mentre l'ultimo governo di centrosinistra della capitale affidava tutto ad Acea, stringendo accordi segreti con i francesi di Suez, sembrava una cosa minuscola per gli opinionisti più accreditati.

Dal quel Forum di Corviale è poi uscita la pietra miliare del movimento per l'acqua pubblica, la legge di iniziativa popolare, presentata in Parlamento accompagnata da 450 mila firme, una cifra record. Ben pochi parlamentari, probabilmente, hanno mai letto quegli articoli, né tanto meno hanno cercato di discuterla. Non hanno capito che quelle migliaia di firme erano in realtà solo la prima pietra per la costruzione di un consenso che ieri ha sfiorato i 30 milioni di italiani, restituendo al paese la possibilità di decidere e di cambiare lo stato delle cose.

Servirebbero migliaia di pagine per raccontare quello che in questi quattordici anni è accaduto. Serve soprattutto la mente sgombra dai rituali della politica decotta delle segreterie di partito. Il movimento che ha reso possibile il miracolo è l'incarnazione della metafora della Cattedrale e del Bazar, utilizzata anni or sono per descrivere la filosofia dell'open source. Le grandi realizzazioni medioevali avevano un architetto in grado di controllare anche il minimo movimento dell'ultimo scalpellino; un modello opposto a quello del Bazar, dove l'informazione è sempre condivisa e corre orizzontalmente, in una rete neurale di pari che abbatte ogni gerarchia. Così l'Italia che si è presentata ieri nelle urne è fatta di migliaia di granelli, di comitati in grado da soli di condurre battaglie senza sosta contro i giganti dell'acqua.

L'esperienza, la conoscenza, lo studio dei contratti capestro, lo smascherare le strategie commerciali più immonde - come quella di staccare l'acqua con i vigilantes armati - sono l'immenso patrimonio condiviso, aperto, open source. Un modello che è stato in grado di coinvolgere città per città, municipio per municipio, quartiere per quartiere tutte quelle persone che avevano perso ogni speranza di cambiare. Per questo ieri si è celebrata una vittoria realmente e profondamente popolare, che ha un protagonista assoluto, il cambiamento non più arrestabile cresciuto dal basso. Così forte da superare lo sbarramento mediatico costruito quando ormai era troppo tardi, e in grado ora di proseguire - con ancora più forza - quella lotta di lunga durata per la riconquista dei beni comuni, per la ricostruzione di un futuro possibile e giusto.

Verso un manifesto dei beni comuni

di Alberto Lucarelli



Oggi, a due settimane dai trionfi di Napoli e Milano e a dieci anni dal G8 di Genova, festeggiamo la vittoria del referendum sull'acqua e soprattutto un nuovo modo di fare Politica. È nato un nuovo laboratorio politico, si è raggiunta una vittoria voluta con tutte le forze dal forum dei movimenti per l'acqua e da tutta quella cittadinanza attiva che progressivamente ha capito la necessità di riconquistare se stessi e soprattutto la voglia di far politica e di vedere affermati i propri diritti. Il movimento referendario ha avuto la forza e il coraggio, sin dall'inizio del suo percorso, di declinare un nuovo modo di fare politica, di esprimere nuove soggettività, al di fuori del sistema dei partiti.

Partiti in pochi, ma decisi e già consapevoli dei saccheggi che si stavano realizzando sui beni comuni, il movimento con coerenza, rigore, umiltà, forza di ascolto e di inclusione ha saputo e voluto raccogliere e declinare il "grido" di Genova 2001, dichiarando l'esigenza di uscire dalle logiche proprietarie e individualistiche, per affermare spazi e beni comuni dove poter esercitare e veder soddisfatti i propri diritti. Oggi si raccoglie il frutto di una semina non compresa, sbeffeggiata, avversata dall'establishment istituzionale, ma anche una semina che i più avvertiti avevano compreso che avrebbe determinato un'inversione di rotta e spezzato quell' intreccio affaristico tra borghesia mafiosa, politica, economia e pezzi deviati dell'amministrazione pubblica.

A partire dal 2001 si è aperto in Italia, attraverso il ruolo determinante di tante realtà locali e di tante pratiche sociali, la battaglia dei beni comuni contro la privatizzazione selvaggia dei diritti di cittadinanza ma anche contro gli abusi di un pubblico sempre più corrotto e contaminato da interessi particolari. Si è riusciti a liberare il concetto vuoto di partecipazione dai formalismi giuridico-istituzionali e dai giochetti della democrazia formale; si sono contrastati con fermezza ipocriti meccanismi di cooptazione o di strumentalizzazione.

La truffa "normativa" della partecipazione è stata smascherata sviluppandosi all'esterno e a volte anche contro i meccanismi legislativi che miravano ad irretirla. A partire dalla vittoria di oggi pretenderemo che le politiche pubbliche (nazionali e locali) non siano più calate dall'alto e che le istanze partecipative, elemento decisivo per la gestione dei beni comuni, si trasformino in veri diritti, espressione di antagonismo, proposta, gestione e controllo. Tutti i comuni dovranno adottare delle delibere che impongano l'affermazione della democrazia partecipativa, sperimentando anche laddove non previsto dalla legislazione vigente reali ed effettive forme di coinvolgimento.

La vittoria di oggi è la prova che partecipazione e beni comuni sono nuove categorie che stanno contribuendo alla nascita di nuove soggettività politiche fuori ed oltre il sistema dei partiti. Attraverso le battaglie sull'acqua, ma direi in senso più ampio attraverso le battaglie a difesa del lavoro, del territorio, dell'università pubblica, dei diritti dei migranti, contro il nucleare e gli inceneritori, i cittadini si riapproprieranno del diritto di esprimersi sui beni comuni, sui beni di loro appartenenza, su quei beni che esprimono utilità funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali. Sono avvertiti tutti quei comuni compiacenti che preferiscono fare affari con i privati piuttosto che difendere i beni della comunità. Questi amministratori si troveranno di fronte cittadini pronti a reagire a veri e propri piani di svendita dei servizi pubblici locali oltre che del patrimonio pubblico. Le comunità locali non sono più disposte a tollerare dei municipi gestiti da giunte che, unitamente a "pezzi" della borghesia mafiosa, perseguono interessi particolari, assumendo decisioni «non partecipate e calate dall'alto». Da oggi obiettivo politico primario sarà la realizzazione di un governo pubblico e partecipato dei beni comuni, in una prospettiva di effettivo cambiamento.

Trascrizione e tipizzazione dei contratti per la circolazione dei diritti edificatori come chiave a sostegno dello sviluppo locale

Dare più certezza alla circolazione dei diritti edificatori. Insiste su questo punto uno degli emendamenti al decreto sviluppo, che sta per iniziare l’esame in aula per la conversione in legge. L’argomento è stato ripreso anche da Inu, Istituto nazionale di urbanistica, che ha posto una serie di proposte all’attenzione dei parlamentari.

Secondo Simonetta Rubinato del Pd, lo sviluppo locale potrebbe essere incentivato dalla compravendita delle cubature. A tal fine sarebbe utile un panorama normativo certo, con la possibilità di trascrivere i contratti che trasferiscono i diritti edificatori. Evoluzione che eviterebbe l’insorgere di molti contenziosi.

Il tutto potrebbe essere completato dalla tipizzazione dei contratti di cessione di volumetria, che darebbe fondamento legislativo al principio della perequazione urbanistica, in base al quale tutti i terreni esprimono la medesima capacità edificatoria. La cubatura di competenza dei terreni non edificabili potrebbe quindi essere venduta a quelli edificabili.

Nel caso in cui il trasferimento avvenga a favore di enti pubblici territoriali, è proposto inoltre l’assoggettamento alle imposte di registro, ipotecarie e catastali in misura fissa. Al contrario, i privati non avrebbero margini di guadagno.

Sulla stessa lunghezza d’onda l’Inu, che oltre a ribadire la necessità di una legge ad-hoc per il governo del territorio, ferma da anni nelle competenti commissioni parlamentari, ha proposto di inserire lo strumento della perequazione tra le misure per semplificare la realizzazione delle costruzioni private.

L’Inu si è concentrato su una migliore e più ordinata disciplina del Piano regolatore generale, che a suo avviso dovrebbe essere sdoppiato in una parte strutturale e in una operativa.

Le leggi regionali dovrebbero quindi disciplinare i contenuti del piano comunale e intercomunale individuando le componenti strutturali, operative, regolamentari o gestionali. La componente strutturale dovrebbe recepire tutti i vincoli ricognitivi previsti da leggi e da piani di settore, individuare altri valori territoriali da tutelare e compiere scelte di pianificazione. Nella componente operativa dovrebbero invece essere individuate le aree e gli interventi di trasformazione del territorio da promuovere in un arco temporale non superiore ai cinque anni.

L’Istituto nazionale di urbanistica ha infine proposto il ripristino dei tempi di certificazione dell’interesse pubblico sugli immobili storici, da riportare a cinquanta anni dopo che il Dl sviluppo ha innalzato la soglia a settanta anni.

A proposito di

La sindaca credeva che indicare Lupi fosse vincente. Ma i guasti dei cementari sono sotto gli occhi di tutti i votanti

Le elezioni amministrative indicano per la prima volta dopo venti anni la possibilità di aprire ad una nuova prospettiva il futuro delle città. La tornata elettorale ha infatti dimostrato che il ventennio dell'urbanistica contrattata può dirsi concluso per sempre.

A Milano, Letizia Moratti aveva tentato la carta vincente annunciando che nel caso di vittoria al ballottaggio avrebbe nominato Maurizio Lupi assessore allo sviluppo del territorio. Lupi non è un personaggio qualsiasi. Già assessore all'urbanistica dal 1997 al 2001, con il sindaco Albertini, poi deputato Pdl, esponente di primo piano di Comunione e liberazione, amministratore delegato di Fiera di Milano congressi.

Sul tema delle città, Lupi è stato uno degli esponenti più determinati nel tentare di cancellare l'urbanistica dal panorama legislativo italiano. Lo ha fatto come assessore a Milano praticando oltre ogni limite l'urbanistica contrattata. Lo ha fatto come parlamentare con la proposta di legge che porta il suo nome e che non è stata approvata nel 2006 per un miracolo. In quella legge c'era scritto che le amministrazioni pubbliche e la proprietà fondiaria hanno le stesse prerogative nel governare il territorio: è l'economia che deve prevalere ad ogni costo. Letizia Moratti aveva dunque sperato di avere l'asso nella manica, affidandosi alla speculazione immobiliare per recuperare consensi.

Pisapia ha vinto con largo distacco. Per la prima volta la lobby del cemento ha fallito il colpo e dobbiamo chiederci perché. Finora, infatti, la cultura urbana liberista era stata egemone. Urbanisti folgorati sulla via di Damasco si sono messi a cantare le lodi del mercato come unica possibilità di salvezza delle città. Le amministrazioni di centrosinistra hanno fatto propri i paradigmi degli avversari e anche l'opinione pubblica ha dimostrato ampio consenso verso questa impostazione.

A Roma la giunta di Veltroni ha rovesciato 70 milioni di metri cui di cemento (il micidiale Pgt di Milano ne contiene «soltanto» 35 milioni) e nessuno ha fiatato. A Torino sono state approvate circa 150 varianti urbanistiche per lo più ritagliate sulle esigenze della proprietà fondiaria. A Firenze hanno aperto le porte a Ligresti e, se non fosse sufficiente, basta andare a vedere l'inaudito scempio della scuola della Guardia di Finanza. A Venezia, l'isola del Lido viene devastata dal cemento perché solo così si può ristrutturare il Palazzo del cinema. La macchina del consenso funzionava.

Perché allora a Milano il collaudato gioco non ha funzionato? Perché i risultati del ventennio dell'urbanistica liberista sono ormai sotto gli occhi di tutti e i cittadini hanno giudicato sulla base della propria esperienza. Lo hanno fatto le giovani coppie a cui avevano fatto credere che Santa Giulia era il modello di città nuova. Si sono indebitate con un mutuo ed hanno scoperto che la proprietà aveva costruito scuole e abitazioni su un mare di sostanze velenose. Lo hanno fatto le coppie di anziani che - come nel caso della zona Garibaldi - vedono sorgere mostruosi grattacieli che sconvolgono il tessuto della loro città solo per far guadagnare un pugno di speculatori. Lo hanno fatto tutti i milanesi nel vedere che la cancellazione delle regole nelle città (dai "piani casa" al "decreto sviluppo") serve solo a spregiudicati speculatori, compresi i rampolli dell'aristocrazia proprietaria, per fare ciò che vogliono, compresa la casa di batman. A Milano hanno dunque compreso l'imbroglio dell'urbanistica liberista che aggrava le condizioni di vita di tutti per favorire i guadagni di pochi. Ma non è finita, perché la parte più avveduta del sistema finanziario ha compreso, essendo esposta per enormi cifre, che continuare a espandere le città è ormai un gioco folle. C'è troppo invenduto in ogni città d'Italia e continuare così porterà inevitabilmente ad un pericoloso corto circuito.

Lo straordinario merito di Pisapia è stato quello di aver fornito una figura di grande credibilità culturale e morale a questi segmenti di società abbandonati dalla politica. Da Milano arriva dunque un segnale che dobbiamo utilizzare senza incertezze. Al pari del ragionamento sul comparto Italcantieri su cui si è soffermato su queste pagine Guido Viale, le città possono diventare un grande cantiere diffuso che consente la nascita di migliaia di piccole imprese qualificate nel risparmio energetico degli edifici, nella sicurezza e nella sostituzione dell'uso dell'automobile con sistemi su ferro. Una grande riconversione produttiva, dunque, l'unica prospettiva di uscita dalla crisi che può essere disegnata dallo schieramento che ha conquistato Milano, Napoli e tante alte città.

Qualcosa sta probabilmente cambiando nella politica italiana, e un assaggio di questo mutamento lo si è avuto con le elezioni amministrative. Abbiamo già messo in luce la grande novità rappresentata dal l´uso dei media online per aggirare il macigno delle reti televisive e del loro silenzio censorio sui problemi e le condizioni della società italiana. Si tratta non soltanto di un mutamento negli strumenti, ma anche nello stile della politica.

Alle roboanti e rozze abitudini dei politici a usare la parola come arma di offesa e a praticare il killeraggio sistematico della personalità dell´avversario, a un modo incivile di fare politica al quale questa maggioranza ci aveva abituato, a questi fenomeni di imbarbarimento della comunicazione pubblica i cittadini hanno risposto con una girate di spalle. Preferendo leader che parlano poco e quasi sottovoce, campagne elettorali sobrie e senza teatralità, focalizzate sui contenuti invece che sulle frasi fatte. Mentre i leader della maggioranza riempivano il teatro della politica coi loro faccioni sorridenti a rassicurare del futuro, i cittadini andavano alla ricerca di quei candidati che finalmente parlassero di loro, dei problemi del loro quotidiano, dalla disoccupazione, al degrado delle periferie, alla solitudine dei più deboli. Il voto ha rovesciato un ordine del linguaggio e ha messo in luce uno scollamento radicale tra la politica politicata e la politica ordinaria e vissuta. Non contro la politica, quindi, ma contro la politica in uso presso la classe dirigente ufficiale e di governo. Il voto é stato un formidabile atto di disobbedienza: un NO fragoroso a tutto quanto é stato propagandato dall´ufficialità. Una disobbedienza al messaggio politico e ai disvalori della maggioranza. Un´espressione di dissenso forte e radicale tanto quanto radicale é apparso essere il bisogno di moderazione dei toni e dello stile dei politici. E il referendum si appresta ad essere, c´è da giurarsi (e da augurarsi), un secondo round, un altro tassello di questa opera di ricostruzione della dignità della politica. L´uso del diritto di voto come un arma potente per ricordare a chi lo avesse dimenticato dove sta la fonte della legittimità democratica.

La virtù del dissenso, forse la sola virtù che la democrazia coltiva, tende a essere contagiosa e può travalicare i confini dell´opposizione, nella quale si trova più naturalmente accasata. Questo mutamento di clima e l´apertura di nuove possibilità sono un segno di come l´opinione nella democrazia possa variare e mettere in discussione posizioni ideologiche e lealtà a leader e a partiti. Un voto, scriveva Engels, é come "un sasso di carta", un´arma non violenta che riesce a mandare al tappeto l´avversario. È la registrazione inconfutabile della mutabilità dell´opinione, un aspetto che non piace ai conservatori ma che dá il senso del gioco sempre aperto che la democrazia garantisce. Il dissenso é figlio della sovranità del giudizio individuale; non ha solo una funzione negativa, come reazione al potere della maggioranza, ma anche positiva, come affermazione di dignità e autonomia. Ancorché corrodere i sentimenti sociali, rafforza la solidarietà e la cooperazione tra i cittadini poiché come tutti ben sappiamo, discutiamo e ci appassioniamo (e quindi anche dissentiamo) per cose che amiamo e alle quali siamo legati da vincoli profondi.

È probabile che questo spirito di libertà e di dissenso filtri oltre le fila dell´opposizione. A giudicare dalle frenetiche dichiarazioni del dopo voto seguite da una foga riorganizzativa molto eloquente del clima di crisi che si respira al di là della cortina che sigilla le istituzioni dalla società si direbbe che la stessa maggioranza sia stata investita dal vento del dissenso. Pdl e Lega si sono interrogati sulla posizione da tenere circa i referendum, molti di loro hanno messo in conto di poter andare a votare, e si sono spesi perfino in considerazioni su come votare per alcuni dei referendum, e in particolare quello contro l´installazione delle centrali nucleari. Se l´inquilino di Palazzo Chigi ripete che sono referendum inutili e senza senso (proprio perché di senso ne hanno tanto, e non solo simbolico visto che tra i quesiti c´è quello sulla famigerata legge che istituisce il legittimo impedimento) molti dei suoi alleati sono meno certi di lui e sembra anzi che considerino importante andare a votare. Anche questi sono segni eloquenti che qualcosa sta cambiando, malgrado l´assicurazione del nuovo responsabile Pdl che nulla cambia e che tutto si rinsalda, come prima, più di prima. Ma così non pare che sia se é vero che nemmeno le televisioni riescono a mettere sotto silenzio l´informazione sul diritto sovrano che si eserciterà il 12 e 13 giugno. Questi sfilacciamenti del regime di consenso-obbedienza sono un segno degli effetti salutari del dissenso-disobbedienza; dell´importanza che esso svolge nel tenere sveglia la consapevolezza della forza della cittadinanza, capace di mettere in serissima discussione maggioranze che si pensavano granitiche.

Ce lo ripetono in tutte le salse: l'economia italiana per riprendere a marciare ha bisogno di semplificazioni. Bisogna ingaggiare una guerra senza frontiere alla burocrazia. Troppi lacci e vincoli frenano la ripresa, troppe tasse gravano sulle imprese, troppi controlli «rallentano la catena della produzione di valore». Così parlano gli imprenditori e il loro cavalier servente di turno al governo prende appunti e fa scempio non della burocrazia, ma delle norme che tutelano chi lavora.

Il primo atto di questo governo dopo il suo insediamento è stato un attacco al Testo unico della sicurezza del lavoro, una delle non moltissime tracce positive lasciate ai posteri dal governo Prodi. Obiettivo dichiarato, la depenalizzazione dei reati previsti dal Testo. Poi ci si meraviglia, o addirittura ci si scandalizza, quando l'onorata assise degli imprenditori applaude calorosamente l'amministratore delegato della Thyssen Krupp appena condannato per omicidio volontario nel rogo torinese in cui furono bruciati 7 operai metalmeccanici. Più di 16 anni in primo grado, che esagerazione. Così si allontano i capitali stranieri dall'Italia. L'ultimo atto in ordine di tempo messo in scena dal governo Berlusconi è il varo di misure volte a destrutturare il sistema ispettivo.

Un'azienda che abbia «subìto » un'ispezione da parte di una qualsivoglia struttura pubblica preposta al controllo della regolarità e del rispetto delle normative, anche inmateria di sicurezza, potrà vivere in pace per sei mesi e nessun ispettore potrà rimettere il naso nei suoi uffici e officine. Una libertà di saccheggio, come quella concessa ai soldati che hanno conquistato un obiettivo. Una libertà di sei mesi con la possibilità di violare leggi e vite umane nella più completa impunità. È scritto nell'articolo 7 del «decreto sviluppo» - il decreto legge pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 13 maggio che dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni.

Giustamente la Cgil chiede correzioni radicali a un testo che denuncia la subalternità politica agli spiriti animali dei nostri imprenditori. La vita di chi lavora non vale niente, prima viene il diritto al profitto. Non era questo lo spirito dei nostri costituenti, o di chi ha stilato quello Statuto dei lavoratori che non a caso il ministro Sacconi vuole gettare alle ortiche senza neppure provocare troppo scandalo. In campo padronale, la sterilizzazione de facto dei delegati dei lavoratori che devono tutelare la sicurezza produce effetti disastrosi. La crisi è un'occasione straordinaria per trasferire tutti i poteri nelle mani dell'impresa utilizzando il ricatto del lavoro.

Se questo è il processo in atto, non possono sorprenderci i dati sull'aumento terribile degli «infortuni» e dei morti sul lavoro nei primi mesi dell'anno, più 22% rispetto allo stesso periodo del 2010. Fermando le lancette della morte a lunedì scorso, 266 lavoratori hanno già pagato con la vita dal 1° di gennaio. Si muore nei cantieri edili e nelle campagne, si muore in fabbrica. Si muore anche andando o tornando dal lavoro in bicicletta travolti dalle automobili alla fine del turno di notte. Ieri è toccato sulla via Emilia a un operaio cingalese, succede sempre più spesso ai sik che tornano dalla campagna laziale pedalando sulla via Pontina. Succede ai metalmeccanici che smontano dal turno alla Fiat di Melfi e si lanciano verso casa distante anche cento chilometri. Ma chi muore così non viene conteggiato, non fa statistica. Se i numeri di questa strage non sorprendono, però, devono continuare a indignare gli uomini e le donne di buona volontà. Ma questi padroni, e questi legislatori, forse non sono uomini di buona volontà. Forse non sono uomini.

Improvvisamente, come se per quasi vent´anni non avesse costruito il proprio potere sulla concitazione degli animi, Berlusconi invita alla calma, sul nucleare. È il perno della campagna contro i referendum: non si può decidere, «sull´onda dell´emozione» causata da Fukushima, con il necessario distacco. Lo spavento, ripetono i suoi ministri, «impedisce ogni discussione serena».

La parola chiave è serenità: serve a svilire alle radici il voto del 12-13 giugno. È serenamente che Berlusconi proclama, proprio mentre Germania e Svizzera annunciano la chiusura progressiva delle loro centrali: «Il nucleare è il futuro per tutto il mondo». È una delle sue tante contro-verità: la Germania cominciò a investire sulle energie alternative fin da Chernobyl, e il piano adottato il 6 giugno non si limita a programmare la chiusura di tutti gli impianti entro il 2022: la parte delle rinnovabili, di qui al 2020, passerà dal 17 per cento al 38, per raggiungere l´80 nel 2050. È emotività? Panico? Non sembra. È il calcolo razionale, freddo, di chi apprende dai disastri e non li nasconde né a sé né ai cittadini. È una presa di coscienza completamente assente nel governo italiano, aggrappato all´ipocrita nuovo dogma: «Non si può far politica con l´emozione».

Si può invece, e l´esempio tedesco mostra che si deve. La politica è una pasta il cui lievito è l´emozione che persevera, non c´è svolta storica che non sia stata originata e nutrita da passioni tenaci, trasformatrici. L´emozione può iniettare nel cuore fatalismo ma può anche rimettere in moto quello che è immobile, aprire gli occhi quando hanno voglia di chiudersi, e tanto più disturba tanto più scuote, sveglia. Le catastrofi (naturali o fabbricate) hanno quest´effetto spaesante. D´altronde lo sconquasso giapponese non è il primo. C´è stato quello di Three Mile Island nel 1979; poi di Chernobyl nell´86. Berlusconi salta tre decenni, e censura il punto critico che è stato Fukushima, quando afferma che tutto il pianeta prosegue tranquillo la sua navigazione nucleare.

La serenità presentata d´un tratto come via aurea non ha nulla a vedere con le virtù della calma politica: con la paziente rettifica di errori, con la saggezza dell´imperturbabilità. È un invito al torpore, alla non conoscenza dei fatti, alla non vigilanza su presente e futuro. Sembra una rottura di continuità nell´arte comunicativa del premier ma ne è il prolungamento. Ancora una volta gioca con passioni oscure: con la tendenza viziosa degli umani a procrastinare, a nutrire rancore verso chi fa domande scomode, a non farsi carico di difficili correzioni concernenti l´energia, gli stili di vita, la terra che lasceremo alle prossime generazioni. L´emozione accesa da Fukushima obbliga a guardare in faccia i rischi, a studiarli. Lo stesso obbligo è racchiuso nel referendum sulla gestione privata dell´acqua, e in quello sulla legge non eguale per tutti. Di Pietro ha ragione: mettere sui referendum il cappello di destra o sinistra è un insulto agli elettori, chiamati a compiere scelte che dureranno ben più di una legislatura. È sminuire la forza che può avere l´emozione, quando non finisce in passività e rinuncia.

Anche lo spavento - la più intensa forse tra le emozioni - ha questa ambivalenza. Può schiacciare ma anche sollevare, rendere visibile quel che viene tenuto invisibile. La responsabilità per il futuro, su cui ha lungamente meditato il filosofo Hans Jonas, è imperniata sulle virtù costruttive - proprio perché perturbanti - che può avere la paura. Di fronte al clima degradato e al rapporto perverso che si crea fra le crescenti capacità tecnologiche dell´uomo e il potere, lo spavento è sentinella benefica: «Quando parliamo della paura che per natura fa parte della responsabilità non intendiamo la paura che dissuade dall´azione, ma quella che esorta a compierla».

Temere i pericoli significa pensare l´azione come anello di una catena di conseguenze: vicine e lontane, per il nucleare, l´acqua e anche la legge. Per paura ci nascondiamo, ma per paura si cerca anche la via d´uscita. Un affastellarsi di emozioni generò nel ´700 i Lumi, che sono essenzialmente riscoperta del pensiero critico, rifiuto della piatta calma dei dogmi. Per Kant, illuminismo e modernità nascono con un atto di inaudito coraggio: Sapere aude! osa sapere! La filosofia comincia con la meraviglia e il dubbio, secondo Aristotele, perché chi prova queste emozioni riconosce di non sapere e, invece di gettare la spugna, osa.

La modernità, non come epoca ma come atteggiamento, è questo continuo osare, dunque farsi coraggio nel mezzo d´una paura. È ancora Jonas a parlare: «Al principio speranza contrapponiamo il principio responsabilità e non il principio paura. Ma la paura, ancorché caduta in un certo discredito morale e psicologico, fa parte della responsabilità, altrettanto quanto la speranza, e noi dobbiamo perorarne la causa, perché la paura è oggi più necessaria che in qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel buon andamento delle cose umane, si poteva considerarla con sufficienza una debolezza dei pusillanimi e dei nevrotici».

La paura non è l´unica emozione trasformatrice. La malinconia possiede analoga energia, e anche lo sdegno per l´ingiustizia, il dolore per chi perisce nella violenza. Claudio Magris ha descritto con parole vere l´indifferenza con cui releghiamo negli scantinati della coscienza i cadaveri finiti a migliaia nel mare di Sicilia (Corriere della sera, 4-6-11). Sono parole vere perché disvelano quel che si cela nella tanto incensata serenità: l´assuefazione, la stanca abitudine, «l´incolmabile distanza fra chi soffre e muore e quasi tutti gli altri, che per continuare a vivere non possono esser troppo assorbiti da quei gorghi che trascinano a fondo». Tuttavia in quei gorghi bisogna discendere, quei morti non vanno solo onorati ma ci intimano ad agire, a far politica alta.

Berlusconi ironizza spesso sulla tristezza. Sostiene che le sinistre ne sono irrimediabilmente afflitte, e paralizzate. Non sa che Ercole, il più forte, è archetipo della malinconia. In uno dei suoi racconti (Disordine e dolore precoce) Thomas Mann si spinge oltre, scrivendo a proposito della giustizia: «Non è ardore giovanile e decisione energica e impetuosa: giustizia è malinconia».

Emozionarsi è salare la vita e la politica, toglier loro l'insipido. Evocando i naufraghi dimenticati, Magris si ribella e scrive: «Il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non sconvolge più. A differenza di Cristo, non possiamo soffrire per tutti». Non siamo Cristo, ma possiamo avere un orientamento che ricorda le sue virtù, le sue indignazioni, il suo pathos. Herman Melville dice: Gesù vive secondo i tempi del cielo, per noi impraticabili; noi siamo orologi mentre lui è cronometro, costantemente orientato sul grande meridiano di Greenwich. Ricordare il cronometro significa avere a cuore i morti con spavento, perché spaventandoci cercheremo vie nuove. Nella Bibbia come nel Corano il cuore è sede della mente che ragiona.

È vero, per agire dobbiamo evitare che i disastri ci travolgano. Ma non è detto che la soluzione sia ignorarli, non commuoversi più. Il 15 aprile scorso, a Gaza, un giornalista e cooperante italiano, Vittorio Arrigoni, è stato strangolato (da estremisti salafiti, è stato detto). L'omicidio fu condannato dall'Onu, da Napolitano, dal governo. Ma alle sue esequie, il 24 aprile a Bulciago, non c'era un solo rappresentante dello Stato, generalmente così zelante nei funerali. L'unica corona di fiori fu inviata dal manifesto. Piangere l'assassinio di Arrigoni era politicamente scorretto, non sereno. Ma onorare i morti è passione nobile; come la paura, la malinconia e non per ultima la vergogna: l'emozione sociale e trasformatrice per eccellenza. Lo riscopriamo alla vigilia dei referendum, ma lo sappiamo da quando Zeus, nell'Agamennone di Eschilo, indica la strada d'equilibrio: «Patire, è capire».

Risparmio energetico decisivo per il futuro

Mario Pirani

Fino all´ultimo, tra bugie e ricorsi, il governo tenta di impedire i referendum, in primis il nucleare. Ragioniamo come se non dovessero venire nuovi intoppi, cercando, comunque, di spiegare che la posta in gioco resta in ogni caso decisiva per il futuro dell´economia italiana. E non soltanto se permanesse la furbata della moratoria per un anno ma per l´esigenza in ogni caso di mettere in piedi una politica energetica che l´attuale governo si è dimostrato incapace di gestire. Quanto al nucleare, beati i tedeschi e gli svizzeri i cui governi hanno sottratto alla tanto bistrattata emotività dell´opinione pubblica l´onere della scelta, decidendo, senza bisogno di referendum, una marcia indietro su tutta la linea. In proposito, peraltro, è utile sottolineare che quei paesi fecero una scelta nucleare allorquando i costi di quel tipo di produzione dell´energia elettrica erano nettamente competitivi con le altre fonti. Oggi quelle centrali si avviano al compimento del loro ciclo di vita (alcune lo hanno già sorpassato) ma affrontare un piano per sostituirle comporterebbe una spesa enorme. Secondo un recente rapporto del Massachussets Istitute of Technology, dal 2003 in poi i costi stimati per la costruzione di un impianto nucleare sono cresciuti al tasso del 15% annuo che negli ultimi cinque anni è addirittura raddoppiato. Di conseguenza le industrie private, che un tempo vantavano nel settore la loro autosufficienza, richiedono oggi indispensabili sostegni pubblici. Infine l´aumento dei costi è destinato a incrementarsi ancora, non tanto per i problemi connessi al combustibile e alla produzione, quanto alle spese crescenti per adeguarsi a più avanzati criteri di sicurezza (peraltro mai assoluta), allo smaltimento delle scorie radioattive e allo smantellamento degli impianti dismessi.

Di fronte a un simile stato dell´arte dovrebbe essere considerata una fortuna l´uscita dell´Italia dal settore fin dal disastro di Cernobyl, il che ci permetterebbe oggi un ripensamento globale della politica energetica, riconsiderando alcune priorità recepite con troppa faciloneria. In particolare mi riferisco all´enfasi con cui alcune organizzazioni ambientaliste, sia lo stesso governo, elargendo gli incentivi pubblici più alti al mondo, hanno rappresentato come alternativa unica al nucleare l´incremento delle fonti alternative (eolico e fotovoltaico). In realtà il costo di queste tecnologie e le dimensioni finanziarie del sostegno pubblico (in bolletta o per altra strada), come anche le limitazioni all´utilizzo (quando non c´è vento o di notte, quando non c´è sole) dovrebbero consigliarne una utile da non trascurare ma in dimensioni ragionevolmente minori di quanto oggi sbandierato. Viceversa andrebbe affrontata con grande impegno una pianificazione mirante alla efficienza energetica, non solo per gli effetti ecologici ma come volàno di sviluppo industriale. Per quanto riguarda il primo punto un dossier degli Amici della Terra (l´organizzazione che si è più impegnata su questo settore) rileva che l´Agenzia internazionale dell´Energia prevede la possibilità per il 2050 di ridurre le emissioni di Co2 del 53% grazie a misure di efficienza energetica (mentre le fonti rinnovabili darebbero il 21% e l´atomo il 6%). Ancor più convincente il piano presentato dalla Confindustria, introdotto dalla Marcegaglia con queste parole: "L´efficienza energetica è il pilastro portante della green economy". Esso propugna lo sviluppo di prodotti di nuova tecnologia ad alto risparmio energetico, anche in rapporto a idrocarburi e carbone nei settori dell´illuminazione, dei trasporti, nelle pompe di calore, negli elettrodomestici, nell´edilizia residenziale, nei motori elettrici, nelle caldaie, ecc. Insomma il risparmio, o efficienza energetica che dir si voglia, implica un balzo in avanti di tutta l´economia italiana a costi minori e con calo netto dell´inquinamento. Finora il governo si è comportato come se significasse: "Spegnete la luce quando uscite di casa!".

La maschera del cavaliere

Adriano Prosperi

La settimana che si apre è quella del referendum. Non è un appuntamento pacifico. Si leggono ogni giorno interventi appassionati e opinioni molto diverse. Non è l’acqua il vero problema del referendum: e non lo è nemmeno il fuoco della fissione nucleare anche se proprio intorno al nucleare il governo ha ingaggiato una sorda battaglia: non sul merito, visto che il Pdl ha dichiarato di lasciare liberi i suoi seguaci, ma sulla questione preliminare se il quesito debba o no essere sottoposto al voto.

Domani la Corte Costituzionale dovrà rispondere al ricorso presentato dal governo attraverso l’Avvocatura di Stato, con l’argomento che la sospensione per dodici mesi del programma nucleare italiano varata dopo la tragedia giapponese del reattore di Fukushima avrebbe modificato sostanzialmente la situazione rendendo improponibile il referendum.

La matassa apparentemente complessa del ricorso si dipana facilmente. Il fatto è che nel contesto della tragedia di Fukushima, la domanda relativa al nucleare posta dai promotori del referendum si profila chiaramente come quella più capace di realizzare le due condizioni indicate dall’articolo 75 della Costituzione: che partecipi la maggioranza degli aventi diritto al voto e che la proposta soggetta a referendum ottenga la maggioranza dei voti validi. Ora, una cosa deve essere chiara. Che si realizzino o meno le centrali nucleari in Italia al nostro premier non potrebbe importare di meno. L’unico futuro che gli importa è il suo. Non le scorie nucleari ma quelle penali dei reati comuni di cui è accusato nei processi pendenti a suo carico sono i problemi che occupano il suo orizzonte. E il tentativo che ancora una volta lo impegna allo spasimo è quello di mascherare il fine dell’interesse suo privato dietro le nebbie di una confusa discussione sui problemi del paese. Il punto è che tra i quesiti del prossimo referendum ce n’è uno, il quarto e ultimo, che riguarda il "legittimo impedimento a comparire in udienza" fissato dall’art. 2 della legge 7 aprile 2010: grazie a questa legge, che più "ad personam" di così si muore, Berlusconi è stato autorizzato da una maggioranza asservita ai suoi bisogni a infischiarsene degli inviti a comparire in udienza nei processi nei quali figura come imputato. Se il referendum passasse, Berlusconi sarebbe riportato alla condizione di cittadino di un paese dove la legge vale per tutti. Dunque è necessario che la questione del nucleare esca dai quesiti del referendum se si vuole esorcizzare il rischio che venga abrogato anche il "legittimo impedimento". A questo scopo il premier ha giocato la carta della sospensiva.

L’esito delle recenti elezioni amministrative ha mandato un messaggio di estrema chiarezza. Per Berlusconi l’unico rimedio possibile davanti al disastro è "guadagnare il beneficio del tempo", come suggerivano i consiglieri dei sovrani degli staterelli italiani preunitari quando incombeva la minaccia di confronti militari con le grandi potenze europee. Il tempo, appunto: bisogna che per un po’ di tempo il popolo italiano sia tenuto lontano dalle urne, ora che ha dimostrato di essersi riscosso dall’incantesimo e di non essere più disposto a farsi trascinare dalle emergenze personali del premier. E il referendum imminente minaccia una grandinata che questo governo molto traballante non può sostenere. Da qui la necessità di ostacolare in ogni modo la regolarità della consultazione ricorrendo al tentativo disperato del bluff. Parliamo di disperazione e di bluff a ragion veduta. La sospensione del programma nucleare è stato il bluff di un giocatore disperato. E anche impudente. Nella conferenza stampa col presidente francese Sarkozy del 16 aprile scorso Berlusconi ha dichiarato apertamente che il governo italiano, cioè lui stesso, resta convinto che "l’energia nucleare sia il futuro del mondo". Dunque nella sostanza niente cambia negli orientamenti del governo. Ora, una sentenza della Corte Costituzionale (la n. 68 del 1978) ha affermato chiaramente che "se l’intenzione del legislatore rimane fondamentalmente identica, malgrado le innovazioni formali o di dettaglio che siano state apportate dalle Camere, la corrispondente richiesta /referendaria/ non può essere bloccata, perchè diversamente la sovranità del popolo (attivata da quella iniziativa) verrebbe ridotta ad una mera apparenza". Ecco il punto decisivo: la sovranità del popolo, il cuore della democrazia, ha nell’istituto del referendum la sua manifestazione più alta, proprio per questo regolata in maniera particolarmente attenta dai padri costituenti. L’idea di democrazia implica l’assenza di capi, come ha scritto Kelsen e come ci ha ricordato di recente Luigi Ferrajoli. Implica anche che sia cancellato lo strappo al principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (art.3): proprio di tutti, nessuno escluso.

Due, tre giorni dopo il terremoto dell'ultima consultazione amministrativa, il Cavaliere era di nuovo in giro fra i potenti della terra a mostrare con l'ostentazione del suo immarcescibile sorriso (in verità sempre più macabro) e con le pacche distribuite sulle spalle di Biden e di Medvedev che nulla era cambiato, che si andava avanti senza neanche guardarsi intorno, che la forza era ancora dalla loro parte. L'incoronazione del figlio prediletto, Angiolino Alfano, a Segretario (!) del Pdl colorava d'una tinta decisamente comica i lineamenti di quello che vorrebbe forse essere un lento e magari contrattato declino (come per l'amico Gheddafi non è da escludere che si pensi a un'uscita di scena con salvacondotto giudiziario e conservazione integrale del patrimonio male acquisito).

Però così non va bene. Il paese non è in grado di reggere altri due anni all'attuale, catastrofica conduzione governativa, con annessi e connessi di natura giudiziaria, etico-politica, ecc. ecc. Dunque, all'ordine del giorno oggi c'è innanzitutto e sopra tutto il disarcionamento del cavaliere dal suo decrepito ronzino nei prossimi mesi; la stesura di una nuova legge elettorale che restituisca agli elettori la libertà di scelta nella composizione delle liste e dei candidati; e l'indizione di nuove elezioni che consentano di avere un Parlamento non più soggetto, come questo vergognosamente lo è, al ricatto del denaro e dei favoritismi. Questo è il minimo: alla delineazione delle alleanze e alla formazione del nuovo Governo si può pensare cammin facendo. Ma intanto si deve chiedere alle forze politiche antiberlusconiane che s'impegnino, con la inventività giuridica e la forza contrattuale che sono loro proprie, a realizzare questo programma minimo, elementare: ora questi devono andarsene. Uso il plurale perché sia chiaro che ad uscire di scena dev'essere non il solo B ma l'intera sua squadra. L'idea che la fine della legislatura sia garantita da un centro destra non guidato dal Cav ma da un altro nome della sua parte politica, magari con il Pd che si assume «una quota di responsabilità» (Massimo D'Alema), mi sembra aberrante e risolutamente volta a depotenziare fin dall'inizio il processo positivo ora cominciato.

Affinché la richiesta non appaia troppo sforzata o velleitaria, occorre un minimo pronunziarsi sulla natura e sui caratteri del terremoto che si è manifestato fra il 28 e il 30 maggio scorsi. Non v'è ombra di dubbio, mi pare, che il paese si sia spostato verso il centro-sinistra. Ma contemporaneamente il centro-sinistra si è spostato verso sinistra.

Questi sono i due dati inconfutabili da cui quel terremoto è stato contraddistinto: tacerli o metterli tra parentesi significherebbe fare un passo all'indietro. Ma c'è dell'altro. Perché quei due dati si rivelassero così chiaramente sono state necessarie tre condizioni. Innanzi tutto restituire il più possibile alla cittadinanza il diritto della scelta (primarie, ma non solo: associazionismo, recupero di molteplici individualità negate, valorizzazione delle professionalità, e così via): è su questa strada che si è verificato uno straordinario recupero di energie giovanili. In secondo luogo pescare i candidati tra le facce meno note in politica e più rispondenti alla natura della scelta popolare precedentemente indicata. In terzo luogo il pronto allineamento delle forze democratiche sulle due scelte suddette anche là dove esse non coincidevano o addirittura configgevano con i propri stretti interessi e convenienze di partito.

Se si andrà avanti per questa strada anche a livello nazionale, l'insostenibilità di un Governo che non corrisponde più al paese emergerà con evidenza sempre maggiore. Si è detto più volte nei mesi passati: bisogna aprire una fase costituente con tutte le forze politiche che ci stanno. La parola d'ordine, per quanto non resti priva di una sua pertinenza e utilità, è stata superata dagli eventi: ormai la fase costituente s'è aperta nel paese, a Milano, Torino, Trieste, Napoli, Mantova, Pavia, Novara, Arcore, Orbetello, determinando un'inversione di rotta negli orientamenti politici e, io direi, culturali del paese, che forse ha dei precedenti solo nelle elezioni regionali e politiche del 1975 e '76. L'occasione non va perduta, anzi va praticata sino in fondo.

Quel che voglio dire è: siamo all’interno d’un solo, grande, entusiasmante processo. E perciò: i quattro referendum del 12-13 giugno, forse per una scelta imprevista della Provvidenza («La c’è, la c’è...!»), non sono stati fatti cadere nei medesimi giorni del voto amministrativo. Oggi, infatti, se è più difficile raggiungerne il quorum, il loro significato a posteriori è aumentato a dismisura. Essi rappresentano per se stessi delle buone cause, da condurre in porto senza esitazioni. Ma quanto è già avvenuto nel voto amministrativo li carica d’un signi- ficato ancora maggiore, e non parlo soltanto di quello che, una volta approvato, rappresenterebbe un altro sonoro invito al Cavaliere a scendere di sella e ad avviarsi finalmente, senza più oscene resistenze, verso le porte dei Tribunali che lo aspettano spalancate. Nel nucleare e nell’acqua sono esemplarmente radicate due delle fondamentali pretese della specie di una buona sopravvivenza umana. Dunque, democrazia e scelte di sopravvivenza e di destino tornano, come nei momenti migliori, ad avvicinarsi. Lo dicevamo anche la volta passata: tutti al voto, e tutti a votare bene

Sergio Marchionne ha affermato che l´Italia deve cambiare atteggiamento nei confronti di Fiat Auto. L´Italia dovrebbe diventare più comprensiva nei confronti delle sue strategie. Più aperta al nuovo che esse rappresentano in tema di relazioni industriali e di piani produttivi. Da ciò si dovrebbe anzitutto dedurre che i suoi uffici gli passano da tempo una rassegna stampa largamente incompleta. Una pur rapida scorsa agli articoli pubblicati nell´ultimo anno o due, alle dichiarazioni dei politici, ai comportamenti di due dei maggiori sindacati su tre, porta a concludere che nove articoli su dieci dei maggiori quotidiani, quattro quinti degli accademici, l´intero governo, e perfino gran parte dei politici di opposizione si sono espressi con fervore dalla parte delle strategie di Fiat. Tutti d´accordo: chi critica Fiat si oppone al nuovo che avanza, ai dettami della globalizzazione, allo sviluppo industriale del paese.

Quel che vuole l´ad più noto al mondo tra i costruttori d´auto (pochissimi tra il pubblico sanno chi sia l´ad di Volkswagen, del gruppo Peugeot-Citroen, di Ford, ma tutti sanno chi è il grande comunicatore a capo della Fiat-Chrysler) non è dunque un atteggiamento più favorevole del Paese: vuole semplicemente che nessuno lo critichi. Ora, dato che nessuno fa nulla per niente, si potrebbe chiedere a Sergio Marchionne che cosa sia lui disposto a fare affinché la minoranza che non lo applaude come invece fanno gli americani e la maggioranza dei commentatori italiani cambi atteggiamento. Tra le tante, vengono in mente due o tre cose.

Marchionne dovrebbe riconoscere in primo luogo che lo sviluppo del diritto del lavoro, ovvero dei diritti personali dei lavoratori ha rappresentato in Italia tra gli Anni 60 e l´inizio degli Anni 80, per milioni di persone, la porta di accesso a un mondo dove anche il più povero, il meno istruito, il più sprovvisto di mezzi, aveva diritto ad essere trattato come persona, poteva con i compagni levare la voce per migliorare la propria condizione, non era più soggetto agli umori ed agli arbitri dei caporali che con un cenno di mano reclutavano all´alba, oppure no, i braccianti a giornata.

Questo salto da un mondo dove uno non contava niente a uno in cui, attraverso i sindacati da un lato, e la legislazione del lavoro dall´altro, uno sentiva di contare qualcosa, è stato più ampio e significativo in Italia che non in altri paesi europei i quali o non avevano visto interrotta da una dittatura la crescita del movimento sindacale, come in Gran Bretagna e in Francia, oppure si erano trovati subito dopo la guerra con una legislazione imposta dai vincitori che assegnava notevole peso politico ed economico al sindacato, come in Germania. Un elemento essenziale di tale salto in avanti e all´insù nella scala dei diritti è stata, in Italia, la libertà di associazione sindacale e di contrattazione collettiva. Appunto quella che il piano di Pomigliano prima e quello di Mirafiori dopo appaiono voler eliminare alla radice.

In questa prospettiva il confronto che tanto la Fiat quanto i suoi sostenitori propongono con le relazioni industriali in Usa è del tutto privo di senso. Per tre ragioni concomitanti: sia la legislazione che la giurisprudenza americane sono molto più arretrate di quelle dell´Europa occidentale; i sindacati hanno subito a causa delle politiche neoliberali, da Reagan in poi, sconfitte catastrofiche; infine si trovano addosso il peso enorme delle pensioni e della sanità privata su basi aziendali, per salvare le quali debbono accettare qualunque compromesso al ribasso. Come hanno dovuto fare i sindacati della Chrysler.

In secondo luogo chi si permette di non festeggiare ogni mossa della Fiat potrebbe cambiare atteggiamento se l´ad si disponesse finalmente a diradare la coltre di nebbia che fino ad oggi grava sul piano chiamato Fabbrica Italia.

Con le sue 650.000 unità prodotte in patria nel 2010 l´Italia, come costruttore di auto, è stata ormai sopravanzata non solo da Germania e Francia, ma anche da Spagna, Regno Unito, Polonia, e perfino dalla Repubblica Ceca e dalla Serbia. Stando al piano sopra indicato, nel 2014 la Fiat dovrebbe tornare a produrre nel nostro Paese oltre un milione e mezzo di vetture. Ma dove, e come, con quali catene di fornitura dei diversi livelli? Tre quarti di un´auto sono costruiti fuori dagli stabilimenti in cui si effettua l´assemblaggio finale. Davvero uno può credere che Mirafiori, che oggi lavora una settimana al mese quando va bene, sarà definitivamente rilanciato assemblando grossi suv progettati e costruiti in gran parte in Usa? O che negli stabilimenti della ex Bertone, nel Torinese, saranno prodotte 50.000 Maserati, bellissime auto da 130.000 euro al pezzo, una quantità dieci volte superiore a quelli che si vendono attualmente? O, ancora, che Pomigliano ritornerà anch´essa a nuova vita producendo un modello di utilitaria ormai vecchiotto, che costa molto meno produrre in Polonia o in Brasile?

Ecco, se in merito a questo paio di punti l´atteggiamento della Fiat cambiasse, smettendo di presentare un balzo all´indietro in tema di libertà sindacali come il nuovo che avanza, e fornendo indicazioni realistiche su ciò che progetta di fare quanto a organizzazione complessiva delle sue produzioni, compreso il centralissimo capitolo della fornitura, anche coloro che per ora hanno più di una perplessità sia sul salto all´indietro che essa propone nel campo delle relazioni industriali, sia sul nebuloso piano Fabbrica Italia, potrebbero cambiare atteggiamento.

L´antidoto al berlusconismo non poteva che sprigionarsi dall´interno della società milanese. La nuova sinistra del Nord è nata nell´unico modo in cui poteva nascere, cioè come alternativa culturale a un sistema di potere ventennale che, proprio a Milano, appariva granitico, pur non essendolo, grazie all´organicità della sua ideologia.

Una visione mercificata delle relazioni umane, in cui la parola "libertà" veniva disinvoltamente brandita per zittire le aspirazioni di "uguaglianza" e "fratellanza"; una "libertà" del privilegio rivolta perfino contro il vincolo comunitario della "legalità".

Facile dirlo, ora che è successo davvero: per liberare l´Italia bisognava cominciare dalla liberazione di Milano. Ma fino a ieri il senso comune prevalente era ben altro. Una visione spregiudicata, talvolta cinica, della politica come mera misurazione dei rapporti di forza, ereditata dalle scuole di partito novecentesche, liquidava come dilettantismo ingenuo questa prospettiva di crescita della partecipazione dal basso, valorizzata infine da un leader come Giuliano Pisapia: anticarismatico, ma con un netto profilo culturale alternativo.

A lungo è prevalsa la convinzione che l´Italia potesse essere governata da sinistra nonostante Milano, solo accerchiandola e neutralizzandola. Quasi che il Lombardo-Veneto andasse considerato per sua stessa natura terra ostile a un progetto incentrato sulla giustizia sociale, su un prelievo fiscale equamente ripartito, sui valori della solidarietà nei confronti dei più deboli. Quasi che insieme alle fabbriche fosse scomparso anche il proletariato.

La teoria della Milano inespugnabile, dunque da sottomettere grazie a una maggioranza conseguita altrove (come nel 1996 e nel 2006), prevedeva necessariamente la variabile tattica dell´infiltrazione, o del compiacimento subalterno. Mai risolto l´enigma di come la sinistra possa rendersi attraente per i non meglio precisati "ceti emergenti", da ultimo ribattezzati "popolo delle partite Iva" - parole balbettate timidamente dai dirigenti romani in trasferta, come volessero esibire dimestichezza con una lingua straniera - ha alimentato per anni la scorciatoia della lusinga. Le più prestigiose Fondazioni dei leader politici nazionali sbarcavano a Milano facendosi sponsorizzare convegni sui temi della finanza, del credito e della sicurezza, all´unico scopo di conservare il rapporto con un establishment che gli era familiare per via delle sue frequenti incursioni nei palazzi romani; e per la comune pratica dell´economia di relazione. Sì, stiamo parlando proprio di quell´establishment che secondo le teorie in auge nel Pd milanese mai avrebbe potuto appoggiare un esponente politico della sinistra nella competizione per Palazzo Marino, perché inaccettabile ai "moderati". Ora sappiamo com´è andata, grazie alle primarie del novembre 2010 che hanno sovvertito la sua indicazione.

La traduzione nella politica locale di questa abitudine di compiacere la società del Nord, o meglio l´immagine deformata che ne trasmettevano i mass media, ha comportato imbarazzanti episodi di subalternità ai falsi argomenti della destra. Ricordiamo certi sì alle ronde; il documento del Pd lombardo in cui si proponeva un tetto alla presenza dei bambini stranieri nelle scuole; la polemica contro l´ultimo governo Prodi accusato di eccessiva debolezza con i rom; la corrività su un federalismo di facciata. Pareva che il leghismo dovesse trovare una declinazione da sinistra, nel nome di una presunta volontà popolare.

Intanto l´elettorato di sinistra - nelle periferie, ma non solo - voltava le spalle a questi astuti professionisti della tattica, con una massiccia propensione all´astensionismo. Solo l´esemplare comportamento di Stefano Boeri, sconfitto alle primarie ma impegnato dal giorno dopo alla testa del Pd nella campagna per Pisapia, ha consentito il lusinghiero successo del partito di Bersani, evitandone una pericolosa deriva. Quando già al suo interno qualcuno prospettava una scelta autolesionistica ma coerente col mito di Milano città imprendibile: appoggiare la candidatura dell´ex sindaco di destra Gabriele Albertini. Chiamando un´altra volta gli elettori a votare il "meno peggio", nella convinzione sbagliata che il volto della sinistra milanese risultasse loro impresentabile.

Quale sinistra è, dunque, la nuova sinistra protagonista della liberazione del Nord dall´egemonia berlusconian-leghista?

Stiamo parlando della città che prima ancora di Tangentopoli aveva vissuto lo scisma di Craxi. Cioè la frantumazione della cultura riformista consumata proprio negli anni che ne avrebbero dovuto consacrare l'egemonia a sinistra, in seguito al definitivo fallimento del movimento comunista. Le inchieste giudiziarie di Mani Pulite fecero sì che a Milano la linea di demarcazione imposta dal nascente bipolarismo italiano producesse effetti brutali. Restarono dall´altra parte, più o meno inglobate nel sistema di potere berlusconiano, componenti significative del riformismo lombardo socialista, ex comunista e cattolico. Non sono pochi i rappresentanti di questi filoni riformisti che accettarono incarichi amministrativi e di governo nel centrodestra, o magari nella Compagnia delle Opere. Qualcuno con disagio, altri accontentandosi di vantaggi personali.

La simpatia manifestata nei confronti del garantista antiberlusconiano Giuliano Pisapia da parte di uomini come Carlo Tognoli, Bruno Tabacci, Piero Borghini, lasciano sperare che la nuova sinistra del Nord abbia in sé le caratteristiche per superare questa frattura storica. E spalanca inedite prospettive di crescita per lo stesso Partito democratico.

Ma sbaglieremmo limitandoci a questa lettura politologica della riconquista di Palazzo Marino. La figura straordinaria del maestro elementare Paolo Limonta, coordinatore dei Comitati elettorali di Pisapia, regista accorto di una campagna alla quale non ha voluto sacrificare neppure un´ora di insegnamento, chiama in causa la più grave dimenticanza di chi guardava a Milano come città naturaliter di destra. Bisognava esserci, nel giugno 2009, ai funerali del cantautore della sinistra milanese Ivan della Mea, nel "suo" circolo Arci-Corvetto, per ricordare come la rete dell´associazionismo popolare socialista, comunista, cattolico, sessantottino, ramificata lungo più di un secolo nei quartieri cittadini, ha continuato a esistere. Dimenticata, in attesa che qualcuno le rivolgesse di nuovo parole d´impegno e riscatto. Quanto ai vilipesi centri sociali, c´è voluto Claudio Bisio, star di Mediaset, per ricordare quanto gli sia debitrice la cultura milanese. Demonizzarli, in una metropoli afflitta dal disagio giovanile, è stato prima di tutto un segno di ignoranza, tanto più ora che questo universo ha dispiegato nella rete della comunicazione virtuale il potenziale formidabile dei suoi linguaggi creativi.

Nella Curia arcivescovile del cardinale Dionigi Tettamanzi, nel Palazzo di Giustizia di Edmondo Bruti Liberati e nella Fondazione Cariplo del vecchio democratico Giuseppe Guzzetti, la Milano che da anni mal sopportava il malgoverno e gli abusi della destra ha trovato dei punti di riferimento più saldi di quelli offerti da un centrosinistra titubante. Finché, grazie allo strumento partecipativo delle primarie, questa Milano si è messa in cammino facendo da sé. Si è scoperta giovane, o ringiovanita. Si è manifestata attraverso il suo volto migliore, plurale e collettivo, senza paura di spaventare i "moderati". Che oggi la ringraziano.

Conversazione fantastica e post elettorale in cui il despota (indovinate a chi somiglia?) avverte: «Celebrate il successo di oggi, ma domani dovrete fare i conti con quello che ho seminato nelle menti e i cuori degli italiani»

Democratica: «Trenta maggio 2011. Oggi è il giorno della mia festa. Ho indossato un abito grigio e ho messo fiori nei capelli per celebrare. L’abito è grigio perché alla democrazia non si addicono passioni forti e colori sanguigni. E’ una forma d governo "normale" che richiede impegno quotidiano, partecipazione, attenzione».

Tiranno: «La festa per te non implica la sconfitta per me. Festeggio oggi, vestendomi in abiti sgargianti o smorti (suggerisci lo stilista di punta: lo farò mio, con ogni anoressia che impone a chi sfila su quelle passerelle del nulla), e proseguo col nutrirti di battute di spirito. Il potere mi apparterà ormai, comunque. “Innovative ricchezze” e particolari filiazioni costituiscono garanzie. Democrazia? Si è mai concretizzata? Con chi? E chi sarei io? Nel libro VIII de La Repubblica di Platone, leggo: “Quando un popolo, divorato dalla sete della libertà, si trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano quante ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, son dichiarati tiranni”. Ubriacati di libertà? O di ciò che in passato è stato sublimato, ma pure assiduamente cercato grazie a me, o proiettato in me? Evasioni fiscali, condoni di ogni genere (chi a Milano non possiede un vero e proprio attico, un tempo mero magro sottotetto?), guadagni facili, ignoranze, incompetente al potere, mafie, maschilismi, narcisismi, e via di dicendo. Primitivi, stando a Thomas Hobbes. Terminerà forse “la generazione di quel grande Leviatano o piuttosto per parlare con più riverenza di quel Dio mortale, al quale noi dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace e la nostra difesa”?».

Scettica: «Non festeggio, non esulto. Non perché non riconosca con razionale soddisfazione che le regole democratiche funzionano e facciano sentire che vale la pena stare al gioco, che gioco c’è. Non festeggio perché diffido delle celebrazioni. Come diffido delle visioni catastrofiche. Fino a qualche mese fa, tu Democratica gridavi alla crisi della democrazia e oggi sembri giá convinta che crisi non ci sia piú. Come se una vittoria elettorale fosse capace a dissipare i dubbi e le ombre che ti hanno oppressa in questi anni. Non credo che una vittoria sia sufficiente per concludere che tutto è normale. Certo, la normalitá delle procedure democratiche funziona, e questo è dimostrato dal fatto viene accettata da tutti l’alternanza di governo municipale. Tuttavia, non sottovaluterei i potenti mezzi che tu Tiranno puoi ancora sfoderare contro Democrazia. Per esempio, il monopolio dei mezzi di comunicazione, e l’enorme potere clientelare e finanziario che gestisci all’oscuro di tutti noi e della legge. Insomma, una viola non fa primavera».

Democratica: «È vero. Ricordo, inoltre, che la democrazia è quella forma di governo nella quale il coraggio non dovrebbe essere importante. Lo ha fatto presente anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’ 8 marzo 2010, per le celebrazioni della giornata della donna. Non dovrebbe. Non ci sarebbe, infatti, bisogno di coraggio se la democrazia fosse in grado di garantire, oltre al buon funzionamento delle istituzioni, anche condizioni eque nella gestione delle istituzioni medesime. Invece noi in Italia sappiamo che tu, Tiranno, detieni il monopolio dei mezzi di comunicazione, come ha ricordato lo Scettico, e possiedi enormi ricchezze con cui acquistare ogni cosa, compresi voti e coscienze. Poiché, dunque, la nostra democrazia rimane ancora fragile, occorre essere pronti a usare anche il coraggio, oltre alle altre antiche virtù: giustizia, prudenza, temperanza».

Tiranno: «Le mie risorse sono davvero abbondanti, e poi, senza dubbio, essendoci in ciascun individuo un piccolo tirannello pronto a far tacere la ragione e con una democrazia che riposa proprio sulle scelte degli individui, allora ho di che sperare. Tu, Democratica, celebra pure il tuo successo di oggi, poi domani dovrai comunque fare i conti con quello che in questi anni ho seminato nelle menti e nei cuori dei cittadini italiani. Di me non riuscirai con facilità a liberarti».

Incassato il trionfo dei ballottaggi ed il previsto via libera della Cassazione al referendum sul nucleare, si tratta ora di dare pieno significato politico al primo successo della sinistra nella storia della seconda repubblica. I successi di candidati autenticamente alternativi a Napoli, Milano e Cagliari, sebbene assolutamente necessari per iniziare finalmente ad invertire la rotta anche in Italia dopo vent'anni di pensiero unico, non sono di per sé sufficienti. È fondamentale, per dare un senso politico nazionale a questo vero e proprio rinascimento della coscienza civile e politica italiana, vincere i referendum il prossimo 12 e 13 giugno. L'affluenza alle urne, piuttosto bassa anche ai ballottaggi, rende l'idea di quanto ciò sia difficile. Tuttavia è proprio il referendum il passaggio essenziale per dimostrare la vocazione maggioritaria di questa nuova progettualità, radicalmente alternativa rispetto alla visione che ha fin qui dominato e che ancora spadroneggia non soltanto al governo ma anche in Parlamento.

I referendum infatti (proprio come i candidati vincenti di Milano, Napoli e Cagliari) letti nel loro insieme, rompono senza ambiguità con il ventennio del pensiero unico. Quelli sull'acqua possono finalmente mettere la pietra tombale sull'ideologia delle liberalizzazioni che ha avuto, e in gran parte ancora ha, nel Partito democratico (incluso il segretario nazionale) una sua roccaforte. Da anni raccogliamo dati a livello internazionale sui risultati effettivi delle privatizzazioniliberalizzazioni (per fortuna nessuno perde più tempo cercando di distinguere i due concetti). Da ben prima della grande crisi del 2008 siamo stati capaci di redigere, con metodo empirico, le leggi ferree che le governano: aumento delle tariffe; riduzione degli investimenti (anche sulla sicurezza: vedi ritorno dell'epatite A in Inghilterra); aumenti dei compensi dei manager; aumento dei budget per la pubblicità (necessari per controllare l'informazione). Da anni sappiamo che la gestione privata è incompatibile con i beni comuni, perché essi (ciò vale anche per i servizi pubblici diversi dall'acqua, come il trasporto e la gestione dei rifiuti) resistono alla logica produttivistica ed aziendalistica e vanno governati nella logica ecologica della riproduzione (in altre parole devono essere sostenuti da sussidi perché il loro valore è ecologico) e della soddisfazione dei diritti fondamentali.

Da anni sappiamo che la contrapposizione fra pubblico e privato, declinata nella (falsa) alternativa secca a somma zero fra Stato e mercato (più stato=meno mercato; più mercato=meno stato) stritola i beni comuni come una tenaglia, perché stato e mercato, lungi dall'essere antitetici, sono il prodotto storico della stessa logica individualistica, gerarchica e competitiva che, se non imbrigliata da processi politici autenticamente democratici e partecipativi, produce soltanto violenza e saccheggio. Stato e mercato cospirano contro i beni comuni e la follia nucleare costituisce la quintessenza di tale tradimento dell' interesse pubblico (ossia collettivo) a favore di quello privato (sia esso delle imprese beneficiarie degli appalti o dei partiti appaltatori). La questione nucleare non c'entra con quella energetica! Essa, come la costruzione delle Piramidi nell'antico Egitto o le grandi dighe nelle società idrauliche, serve soltanto a costruire un modello di controllo sociale fondato sulla centralizzazione piena del potere e delle risorse, sull'ideologia securitaria ed autoritaria e sull'annientamento delle libertà civili fondamentali dei cittadini. Contro questo modello di sviluppo si sono ribellati i movimenti. I referendum rimettono all'ordine del giorno la necessità che i requisiti della «pubblica utilità», della «riserva di legge» e dell'«indennizzo equo» non accompagnino solo l'espropriazione del privato a favore del pubblico ma anche del pubblico a favore del privato.

Quella iniziata ieri è una fase costituente decisiva per il nostro paese e forse anche oltre i nostri confini. L'elettorato italiano ha detto basta ad una subcultura politica incapace di adeguarsi alla crisi che stiamo vivendo, ad un linguaggio e ad una prassi che ripetono un triste mantra di continuità culturale come se la fine della storia non fosse a sua volta finita. È un mantra che, in nome dello sviluppo e di una falsa concezione dell'economia, sa solo offrire un modello di convivenza triste, competitiva, senza rete. Un modello a cui gli elettori stanno finalmente reagendo. Insieme possiamo finalmente costruire un'Italia in cui sia più bello per tutti vivere.

La Corte di Cassazione ha fatto la sua parte, con intelligenza giuridica e senso delle istituzioni. Gli effetti della decisione di far tenere il referendum sul nucleare sono evidenti, viene sventato il colpo di mano di un governo prepotente e incompetente. Viene impedita una frode del legislatore a danno degli elettori. Viene restaurata la legalità costituzionale. Disprezzata da chi pensava che con uno sgangherato tratto di penna potesse esser fatta tacere la voce dei cittadini. Viene così disinnescata la trappola congegnata con l´apparenza dell´abrogazione delle norme sulla costruzione delle centrali nucleari e con la sostanza di un governo che pretendeva di tenersi le mani libere per far ripartire a suo piacimento il programma nucleare. Un espediente misero, un´evidente legge truffa, che violava il principio secondo il quale il referendum non si tiene solo se la nuova legge va esattamente nella direzione voluta dai suoi promotori.

La Cassazione ha colto la malafede governativa (implacabilmente documentata dalla memoria presentata da Alessandro Pace) e ha trasferito il referendum proprio sulla parte truffaldina della nuova norma. La morale di ieri è limpida. E ancora possibile sottrarre libertà e diritti all´aggressione di cui sono continuamente oggetto. La sconfitta politica del governo e della maggioranza non poteva essere più chiara.

Da tempo, infatti, eravamo costretti a fare i conti con una linea governativa sempre più pericolosa, avventurosa, costosa. Una linea, però, che ormai incontra resistenze sempre più decise, che hanno cominciato a demolirla e che, insieme, stanno facendo emergere le vere questioni nelle quali si riconoscono i cittadini. E non trascuriamo la decisione presa nella stessa giornata di ieri dall´Agcom, che ha dato indicazioni alla Rai perché sia assicurata una effettiva informazione sui referendum, dopo la vergogna dei silenzi, delle trasmissioni semiclandestine, degli spot "informativi" che sembravano fatti apposta per togliere ai cittadini ogni voglia di andare a votare.

Questa strategia antireferendaria è fallita. Fuggita dal referendum, la maggioranza si trova ora a fare i conti con un nuovo smacco. Chi sarà indicato come responsabile? Qualche povero amanuense? Gli eterni giudici comunisti? E deve soprattutto fare i conti con quei cittadini "emotivi" ai quali si è cercato di negare il diritto di voto. Che, però, sono ora in buona compagnia, con l´emotiva Angela Merkel che ha decretato la fine del programma nucleare tedesco.

Riportati nella loro interezza sulla scena istituzionale, i quesiti referendari sono destinati a caratterizzare ulteriormente e ad accelerare le dinamiche politiche appena avviate. Le elezioni amministrative hanno visto la comparsa di nuovi soggetti, non solo i nuovi sindaci, ma tutto quel mondo di donne, giovani, studenti, lavoratori, indignati di ogni età che, nei mesi passati hanno rivitalizzato la politica e che più d´uno aveva liquidato con un´alzata di spalle. I referendum, da parte loro, segnalano ora la comparsa di una nuova agenda politica, costruita intorno a temi forti, che parlano del futuro di tutti. Di un punto di unione tra queste due vicende, le elezioni amministrative e i referendum, e che si trova proprio nelle forze in campo, perché il miracolo del milione e quattrocentomila firme per i referendum sull´acqua "bene comune", record assoluto per la materia referendaria, nasce proprio dalla mobilitazione di persone che poi sono state protagoniste nel tempo delle elezioni e che, a maggior ragione tornano ad esserlo in queste giornate.

Beni comuni, appunto. Questo è il tratto unificante dei quesiti referendari. Il bene comune dell´acqua sottratto alle pretese speculative. Il bene comune della salute e dell´ambiente sottratto al rischio nucleare. Il bene comune della legalità sottratta ad una giustizia a due velocità prodotta dal legittimo impedimento. Il caso o l´astuzia della ragione o la Provvidenza hanno fatto sì che si producesse una congiunzione così significativa. In un colpo solo possiamo dare alla vita, ai bisogni, all´eguaglianza, al futuro un senso che sembrava perduto.

Molti sono sconcertati [e] continuano a giudicare i referendum sull´acqua in particolare con criteri di convenienza economica e non colgono le dimensioni di un vero passaggio d´epoca che non può essere affrontato con le categorie del passato. Forse stiamo entrando davvero in un mondo tutto nuovo, e questo può far tirare un respiro di sollievo. Ma servono molta fede e molto impegno.

La prova è vicina, il 12 e 13 di giugno.

L'anatra zoppa? «Non esiste», risponde con la serenità che lo accompagnerà durante tutta l'intervista. Massimo Zedda è convinto che il centrosinistra avrà, oltre al sindaco, anche la maggioranza del consiglio comunale nonostante al primo turno le destre abbiano raccolto più voti. Del resto i precedenti gli danno ragione. Né anatra zoppa né pulcino bagnato: il trentacinquenne primo cittadino di Cagliari nasconde, dietro quell'aria un po' così, una solidità che gli è data da tre doti che mi colpiscono: passione politica, fiducia e, appunto, serenità. Adesso che ha superato con i massimi voti gli scogli delle primarie, del primo e del secondo turno dovrà recuperare almeno un po' dei chili persi battendo strada per strada la sua città. Si è appena comprato un vestito nuovo perché quello vecchio è diventato troppo largo.

Cagliari città di destra, in mano ai costruttori, ai commercianti, a una borghesia conservatrice. La sinistra e poi il centrosinistra non hanno mai creduto di poter vincere, al massimo si preoccupavano di scegliere uomini e politiche moderate, diciamo pure con qualche complicità per vivere in una realtà segnata dal destino. Cos'è successo? Come è stato possibile il miracolo?

Nessun miracolo, semplicemente ci abbiamo creduto fin dall'inizio, ci abbiamo messo passione e abbiamo raccolto i frutti di uno straordinario lavoro collettivo. Mi hanno avvicinato centinaia di persone, di giovani che si sono messi a disposizione nella campagna elettorale. Mica si limitavano a distribuire volantini, li facevano loro, si inventavano iniziative, incontri, coinvolgevano altre persone. Chi l'ha detto che Cagliari è una città di destra? Dovremmo chiederci piuttosto che cosa offriva il centrosinistra, quale diversa idea della città e dei beni comuni aveva. Noi abbiamo proposto un'alternativa, nel metodo - la partecipazione, la trasparenza, l'onestà - e nel contenuto.

Ti hanno votato i giovani, ma anche i padri e i nonni dei giovani. Anche quelli che hanno sempre pensato che per la sinistra non ci fosse nulla da fare se non riproporre politiche moderate, puntate al centro e incentrate su un ceto politico immodificabile.



Questo è il punto. Dire che non c'è nulla da fare è una giustificazione che nasconde impotenza e pigrizia. Invece bisogna osare, provarci, basta con l'introiezione della sconfitta. Già alle primarie qualche compagno mi chiedeva di ritirarmi per non oscurare o ridimensionare la vittoria del candidato doc data per certa. Io ho semplicemente risposto che non avrei oscurato nessuno, semplicemente avrei vinto, lo capivo parlando con le persone di cose concrete.

Quali sono le cose concrete?



Mica mi chiedevano dei guai giudiziari di Berlusconi, volevano discutere del lavoro che non c'è e quando c'è è precario, dei servizi, della scuola, dell'ambiente. Io ho sempre detto che non ho ricette miracolistiche e che le risposte vanno costruite insieme, con il contributo e la partecipazione di tutti. Per questo bisogna coinvolgere il mondo del lavoro, delle professioni, della cultura, della ricerca. Ma con ottimismo: se un secolo fa chi ha costruito le prime esperienze di cooperative, le associazioni, i sindacati, avesse avuto l'atteggiamento di chi pensa che di fronte ha un mondo troppo ostile e complicato, non avrebbero costruito un bel niente.

Vuoi dire che ti saresti immaginato un esito straordinario come quello che oggi fa interrogare tutti? Vincere le primarie, e infine sbaragliare l'avversario lasciandolo indietro di venti lunghezze?



E mica sono così presuntuoso, però, ripento, pensavo che ce l'avrei fatta quando ho visto esplodere l'entusiasmo delle magliette rosse. Anche rosse e blu che sono i colori di Cagliari con quel «2011» che ricorda il numero 11 della maglietta di Gigi Riva. È vero, sono di più le magliette tutte rosse: e allora?

Ti aspetta un compito molto difficile. Come pensi di affrontarlo?



Sto rinunciando a molti spazi privati, persino ai soldi che prendevo da consigliere regionale. Faccio sacrifici ma con soddisfazione cercando di restituire alla politica contenuti e etica che sono i motori della partecipazione. La politica non è interesse personale. Con questo spirito e in tanti si possono spostare macigni, e l'occupazione da queste parti è un macigno. Un sindaco non può fare da solo, deve stimolare le persone, i giovani ma non solo, deve aiutare questa città e la sua parte migliore a scollarsi di dosso sfiducia e passività, favorire una presa di coscienza collettiva che è l'unico modo per cambiare. Non basta dire come fanno tutti che serve il confronto: serve il lavoro e l'impegno comune, serve la condivisione. Vorrei coinvolgere movimenti, associazioni, categorie. Voglio che il sindacato mi tracci dei profili, non che mi dicano dei nomi, per affrontare il nodo del lavoro.

Poi però dovrai fare una giunta, e le pressioni dei partiti, forse anche dei vecchi ceti politici, non mancheranno.



Anche per fare la giunta non ho bisogno di nomi. Ho visto in questi giorni vecchi compagni piangere dalla gioia per aver scoperto che era vero, si poteva fare. Conta più questo, una grande motivazione, o un assessorato? A volte si racconta la politica peggio di come è. A volte si trovano insormontabili problemi che non lo sono: sai che stiamo spendendo solo il 17% dei fondi europei? E allora quando dico che bisogna mettere mano alla piaga del precariato, anche tra centinaia di dipendenti del Comune, non sono pazzo. Del resto, se un'azienda o un'amministrazione per vent'anni rinnova alle stesse persone contratti precari e a termine vuol dire che di quelle persone ha bisogno.

Cosa ha più contribuito alla tua vittoria?



Quando si vince o si perde le ragioni sono sempre molte. Il vento del cambiamento generale, l'assunzione di responsabilità di nuove generazioni, le proteste sociali di questi mesi che hanno assediato Cagliari e la Regione, studenti, pastori, partite Iva, precari, operai.

La personalizzazione spinta da una riforma elettorale che riduce il potere dei consigli ed esalta quello dei sindaci può cambiare anche le persone migliori

Nelle magliette rosse abbiamo scritto «Ora tocca a noi», il mio nome non compare neppure. Io dovrò avere uno stile, un comportamento adeguati al ruolo, ma voglio essere sempre quello che sono.

Il vecchio monito «se tira l’edilizia tira tutta l’economia» è forse un po’ abusato ma nasconde una verità di fondo: difficilmente per lo sviluppo dell’occupazione e della ricchezza si può fare a meno dell’indotto creato dalle costruzioni, dato che da solo esso pesa circa il 10 per cento della produzione lorda nazionale. Potrà forse farne a meno la Milano dell’ecologismo neocomunista di Pisapia? Probabilmente no.
Il peso del mattone nell’economia milanese che, storicamente difettando di risorse naturali o bellezze paesaggistiche da sfruttare, ha avuto come ricchezza principale nient’altro che la propria posizione geografica, è sempre stato grande.

Un perfetto emporio, un’area a vocazione terziaria è normale che conviva con le gru: la vetrina deve essere sempre moderna, nuova, sfavillante. Per questo da sempre Milano si consuma e si ricostruisce, mantenendo qualche angolo di ricordi ma sempre proiettata verso il nuovo. Negli ultimi anni la trasformazione di Milano ha imboccato una fase nuova, salendo verso l’alto, con i grattacieli che attirano gli sguardi dei passanti sotto i cantieri e impiegano migliaia di operai per la loro costruzione. Adesso da questi cantieri si guarda con preoccupazione alla rivoluzione di Palazzo Marino e ci si domanda cosa cambierà con il nuovo sindaco che, in modo esplicito, aveva promesso una «ripartenza da zero» rispetto al Piano di governo del territorio vigente. Non per niente tutta l’industria delle costruzioni è stata da subito definita come la grande sconfitta di questa tornata elettorale e i cognomi degli immobiliaristi famosi come Cabassi e Ligresti, i Catella o i Caltagirone, Hines e Bizzi vengono pronunciati da qualche ingenuo con un tono che ricorda molto l’«Ei fu» di manzoniana memoria. In particolare, per Ligresti il contrasto fra i suoi progetti di espansione urbanistica verso il sud della città e i punti del programma di Pisapia che invece vagheggiano in quell’area prati orti e paperelle sembra del tutto inconciliabile.


Ma le cose stanno proprio così? Difficile. Se si dovesse prendere alla lettera l’intento del nuovo sindaco che proclama al primo punto delle sue strategie urbanistiche la necessità di «smettere di crescere nel territorio e valorizzare l’agricoltura di prossimità» staremmo freschi: Milano che punta sull’agricoltura è come far puntare Piacenza sull’alpinismo. È vero che la sinistra ci ha abituato a queste sciocchezze demagogiche mirate a colpire il «core business» dei territori in nome di un ecologismo da signori, vedi l’infausta tassa sugli yacht inventata da Soru in Sardegna. In quel caso però i mancati introiti li avrebbe come al solito pagati Milano a suon di trasferimenti ma se anche Milano si mettesse a giocare con l’orticello non ci sarebbe più qualcun altro a cui far pagare il lusso.

È più probabile quindi che in realtà la grande rivoluzione sarà solo di facciata e che a Milano si continuerà a costruire tanto quanto prima, magari cambiando gli attori e infiocchettando di verde il cemento. La contraddizione era infatti evidente sin dalle prime riunioni per il programma di Pisapia quando si toccava il delicato tema dei parcheggi: con il sorrisone pacioso veniva spiegato agli astanti che in sostanza la Moratti cattiva voleva i parcheggi per far arrivare in centro più macchine con conseguente smog e morte (fischi e buu tra i convenuti) mentre l’idea era quella di realizzare parcheggi per i residenti in modo da poter togliere le macchine dalle strade e far crescere pascoli e ruscelli (applausi a scena aperta). Oplà, riuscito il giochetto di prestigio: i parcheggi si faranno sempre, ma se da una parte erano brutti sporchi e di destra dall’altra saranno belli puliti e di sinistra. Nessuno che avesse alzato il ditino per osservare che un parcheggio è sempre un parcheggio, che è fatto di cemento e che si realizza scavando per terra.
Dato che probabilmente le cose andranno in questa direzione sarebbe carino se Pisapia cominciasse da subito a comunicare chi sono i costruttori e gli immobiliaristi «buoni» che, di certo, già stanno preparando cazzuole e betoniere. Le Coop dei costruttori? Qualche bel cognome dell’edilizia allegramente attivo nei purissimi comitati pro Sinistra Ecologia e Libertà? La domanda non è peregrina perché non è indifferente sapere se dobbiamo prepararci a una delle solite furbe operazioni di immagine della sinistra (e passi) o se nella prossima giunta prevarranno gli integralismi stile Carlo Monguzzi, quello che, per intendersi, ebbe la bella pensata di proporre la chiusura di tutto il nord Italia per una settimana per ridurre lo smog. Tanto mica paga lui.

Postilla

Sono bastate poche ore perché apparisse evidente a tutti qual era il vero scontro, la vera minaccia per il gruppo di potere berlusconiano. Non l’estremismo, non l’islamismo, non il terrorismo, non il comunismo raffigurati dall’immagine di “Pisapia canaglia”, ma il mattone. Nell’immaginario dei berluscones (che la loro gigantesca macchina propagandistica ha tentato di dissimulare) la buona borghesia lombarda non è la classe legata all’innovazione e al profitto industriale ma alla rendita immobiliare; non al progresso della scienza ma allo sfruttamento della tecnologia, e allo sviluppo degli strumenti di comunicazione e mistificazione capaci di giustificare il parassitismo economico e sociale: quel parassitismo di cui rendita e potere sono gli ingredienti essenziali.

La loro speranza è che, nonostante tutto, anche Pisapia e il nuovo governo della città restino fedeli allo slogan obsoleto per cui, come ricordano, «se tira l’edilizia tira tutta l’economia».

La nostra speranzaè quella opposta: che la nuova maggioranza resti fedele alla catena di eventi, di volontà espresse, di proposte avanzate da associazioni, comitati, gruppi di cittadinanza attiva che si sono manifestati negli ultimi anni: di quei «tanti sassolini bianchi» che (come ha scritto Barbara Spinelli) hanno costituito il sentiero della vittoria, a Milano cme a Napoli, Cagliari e in tante altre città e province italiane.

Ciò che noi aspettiamo con speranza da Pisapia è abbondantemente raccolto sulle pagine di eddyburg: a proposito del Parco sud e del consumo di suolo (ricordiamo con orgoglio il contributo che abbiamo dato con l’appello su cui raccogliemmo un numero inaspettato di adesioni), del Piano di governo del territorio e della profonda revisione del progetto della giunta sconfitta, dell’Expo e delle vistose alternative emerse fin dai primi mesi della sua discussione. In sostanza, ciò che aspettiamo con speranza sono gli atti conseguenti a quel profondo cambiamento di rotta di cui Pisapia a Milano è per noi l’espressione: assumere, come principio direttore delle politiche della città e del territorio, quello del maggiore benessere per tutti (a partire dai più deboli), anziché quello della massimizzazione del potere e della ricchezza per gli usurpatori del bene comune.

Se non ci fossero state persone come Giuliano Pisapia e Luigi de Magistris, nelle due città malate d’Italia che sono Milano e Napoli, probabilmente non avremmo assistito in diretta alle fine politica di Berlusconi e della sua inaudita magia. Molti elementi hanno contato, e tra questi sicuramente la coalizione divenuta un garbuglio, la cocciuta scommessa di Gianfranco Fini su una nuova destra legalitaria, la smisurata insipienza di un premier che s’aggrappa follemente a Barack Obama come Michele Sindona s’aggrappò negli anni ‘70 agli amici americani.

Ma il vento più impetuoso viene da altrove, viene da dentro gli animi, è una forza che ha travolto tutti i copioni consueti. Eravamo abituati a dire, con Gramsci, che quel che urge è il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Non è vero. Quel che ha vinto, a Milano e Napoli, è l’ottimismo della ragione: lo sguardo chiaro, veggente, sui tanti segnali degli ultimi anni. Il non possumus di Fini, le onde viola, la manifestazione delle donne il 13 febbraio, irradiatasi da Internet come virus ("Bastava non votarlo", diceva un cartello: è stato preso sul serio). Qualche giorno dopo, al festival di San Remo, il televoto scelse Roberto Vecchioni e anche quello fu un segno.

Alle nostre spalle, ci sono tanti sassolini bianchi che hanno finito col mostrare la via, come nella fiaba di Grimm. Li abbiamo messi noi, cittadini-elettori. Il castello che sembrava granitico, è il popolo sovrano che l’abbatte; lo stesso popolo che il premier usa per affermare un potere illimitato. Un’immensa e tranquilla fiducia di potercela fare, un’intelligenza-conoscenza dell’Italia reale, una voglia di provare alleanze interamente centrate sull’etica pubblica e la legalità, un’estraneità profonda ai partiti dell’opposizione, alle loro élite: questi gli ingredienti che hanno fatto lievitare il pane che abbiamo mangiato lunedì. E il senso che sì, più di Gramsci valeva Pessoa: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola». Chi ha ottimismo della volontà, lasciando che la ragione si deprima e inebetisca, altro non gli resta che la volontà di potenza.

L’ottimismo dell’intelligenza apre lo sguardo ai segni – rendendo visibile l’invisibile – entra in sintonia con le mutazioni di una società, resuscita parole diradatesi per malinconia. È possibile ricostruire una Milano accogliente, capitale morale. È possibile strappare il Sud a mafia, ‘ndrangheta, camorra, corona unita, cominciando dalla città-Babilonia che è Napoli. Non ci fa paura la paura. Luigi Bersani ha avuto la saggezza (dopo due sconfitte dei candidati Pd: alle primarie milanesi e nel primo turno a Napoli) di presentire che questa primavera italiana lui doveva assecondarla, aiutarla. Come scrive nel suo blog Pietro Ancona, già segretario della Cgil, Bersani s’è mostrato capace di buon senso: «Ha preferito vincere senza essere il protagonista principale, piuttosto che perdere essendolo». Anche questo è ottimismo dell’intelligenza.

Non siamo più invischiati in un Pd che corre da solo, che fa cadere Prodi presumendo di liberarsi della zavorra di Antonio Di Pietro o della sinistra radicale. Che per anni ha avuto come scopo essenziale quello di esser battezzato «riformista» dal finto sacerdote Berlusconi. Pisapia, Vendola, De Magistris guardano al potere senza più complessi: aspirano a prenderlo, con fiducia in sé, nel proprio ragionare, negli elettori. Gli stessi vizi della sinistra radicale (la riluttanza a governare, a pagare il prezzo che questo comporta) si fanno obsoleti e inutili.

Crederci, non crederci: questo era il dilemma, se parafrasiamo Amleto. «Se sia più nobile sopportare gli oltraggi, i sassi, i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli». Sulla bilancia è stata la forza trasformatrice della verità a pesare: forza malinconica forse – disvelatrice di fatti e misfatti – ma non pessimista. I veri giustizialisti sono stati in questi anni coloro che più esecravano i magistrati. Fino a quando non si è condannati in terzo grado, tutto è permesso: gli insulti, le più immorali condotte pubbliche. Gli elettori delle amministrative restituiscono alla politica la sua vera ambizione: quella di agire e correggersi prima che intervenga il magistrato. Quella di non contar frottole, quando la crisi infuria.

C’è infine la crisi, che cambia il vento: un po’ come in America quando vinse Obama. I candidati dell’opposizione non si sono accontentati più di dire: «Noi italiani siamo fatti così, c’è poco da fare». C’è invece, a cominciare da sé. Basta legger con cura i dati Istat sull’economia che barcolla, e la chimera dell’Italia immunizzata evapora. Basta scoprire come l’economia di intere regioni stagni, perché pervasa dall’illegalità, dallo sprezzo dello Stato. È molto significativo che a Napoli sia un uomo di legge («malato di protagonismo», dicevano le sinistre fino a poco tempo fa) ad aver conquistato uno straordinario 65,4 per cento. Tutto quello che sappiamo dei disastri economici causati dalle mafie, o del peso ricattatorio esercitato a Napoli e Roma da persone come Cosentino, gli ottimisti dell’intelligenza l’hanno appreso da indagini giudiziarie preziose. I magistrati sono per Berlusconi brigatisti, cancri, uomini antropologicamente diversi. Ora è antropologicamente diversa gran parte d’Italia. Sarà interessante vedere se anch’essa sarà insultata: come la Consulta, la Costituzione, il Quirinale, la magistratura, l’informazione indipendente.

Nel berlusconiano impero dei segni, tanti s’erano installati: vassalli riottosi, ma pur sempre vassalli. Anche il Pd, quando faceva mancare i propri voti alla Camera; anche Casini, quando approvava la legge liberticida sul fine vita. Scoraggiamento e pessimismo li inchiodavano dov’erano. Un’altra Italia ha fatto scoppiare la bolla dei segni, con la spilla dei buoni argomenti, la mitezza dei candidati, anche con lo scherno: c’è stato un momento, fra i due turni, in cui ha fatto irruzione l’ironia e il banco di Berlusconi è saltato. È stato quando un utente twitter ha lanciato un appello alla Moratti: «Il quartiere Sucate dice no alla moschea abusiva in via Giandomenico Puppa! Sindaco rispondi!". Al che il sindaco: «Nessuna tolleranza per le moschee abusive!». Era una bufala, né Sucate né Puppa esistono. Così come non esistono l’Italia berlusconiana, gli annunci miracolosi del premier. Un’esilarante fandonia ha scacciato la fandonia sempre meno allegra, sempre più cupa, del leader.

Prima o poi la ribellione doveva venire, connettersi al mondo reale. Un mondo dove i giovani, stando all’Istat, sono derubati di futuro: con tassi di disoccupazione superiori di 3,7 punti rispetto alla media europea; con un’emigrazione all’estero in aumento, perché il merito da noi non conta più. Quasi la metà dei giovani occupati è precaria. Quasi un quarto è Neet (acronimo inglese di Not in Education, Employment or Training).

Ora si tratta di vedere cosa l’opposizione farà: come costruirà, dopo aver distrutto. Come si mobiliterà per il referendum su acqua, legittimo impedimento (legalità), nucleare. È un’impresa colossale, dopo anni di crisi negata. Il 24 maggio, la Corte dei Conti ha ammonito: per raggiungere un rapporto fra debito pubblico e Pil pari al 60% (per evitare la bancarotta greca, come chiesto dall’Europa), l’Italia dovrà ridurre il debito del 3% all’anno, pari oggi a circa 46 miliardi.

Per Berlusconi, è missione impossibile: a causa del governo infermo, e del populismo. Ma sinistra e altri oppositori ne sono capaci, dopo aver sostenuto in questi anni che Prodi cadde per colpa del rigore? Sono capaci di dire che le tasse non vanno diminuite, che nell’economia-mondo la crescita sarà debole, i sacrifici non comprimibili, l’equità tanto più indispensabile? La strada è impervia. Ma l’Italia forse ascolta oggi parole di verità, se chi le dice avrà l’ottimismo dell’intelligenza, oltre a quello della volontà.

Un voto di liberazione. Una svolta. I magnifici risultati di Milano e Napoli rompono l'incantesimo di un ventennio, travolgono i vecchi equilibri, infrangono lo stile di un ceto politico. Esplosi subito dopo la chiusura dei seggi, con percentuali da capogiro, emozionanti nelle proporzioni (specialmente quelle di Napoli), i risultati non giungono inaspettati. Ancor prima che dal voto comunale, erano annunciati dalle straordinarie mobilitazioni sociali che hanno segnato gli ultimi due anni della vicenda nazionale. Nel momento peggiore del peggior berlusconismo, seppellito dagli scandali sessuali e dalla dolorosa crisi economica, dalla parossistica guerra contro la magistratura e dal vergognoso spettacolo parlamentare, si è preso la scena un paese umiliato ma non rassegnato.

Le proteste dei giovani, delle donne, degli operai, del mondo della cultura e dell'informazione hanno riempito piazze libere (dai partiti) e arato in autonomia il seme del cambiamento. Chi ne sminuiva la potenza con il ritornello dell'antipolitica, di un antiberlusconismo da ceto medio radical-chic, oggi riceve l'ennesima, sonora smentita.

Nei due campi del malato bipolarismo italiano il voto di maggio spariglia. Berlusconi e Bossi frullano dentro una centrifuga impazzita che strappa il mantello al re e toglie alla Lega la corona di regina della "padania". Nell'altro emisfero della politica arriva al Pd un messaggio altrettanto limpido: i successi elettorali sono il tesoretto portato dai candidati. E non viceversa. Le prove di governi tecnici a-berlusconiani avanzate dal partito di Bersani e dal Terzo Polo appaiono retrodatate, ferme a un'altra epoca rispetto alla novità rivelata dalle campagne elettorali di Pisapia, De Magistris, del giovane Zedda a Cagliari, uniti da un elemento cruciale e determinante: l'essere stati scelti o dalle primarie o fuori dalle alchimie delle nomenklature. Non è in gioco il passaggio di Palazzo Chigi da uno schieramento all'altro, magari sul binario di una fallimentare corsa al centro. C'è di più, si sta giocando un'altra partita, come del resto ci dicono i quesiti referendari. Nucleare, acqua e legittimo impedimento parlano di un'altra storia, di un'altra democrazia, della centralità dei beni comuni imposti al linguaggio pubblico grazie ai movimenti e nonostante le forze politiche arroccate su posizioni liberiste e sviluppiste.

C'è chi paragona questo straordinario risultato elettorale a quello delle elezioni amministrative del '93 quando la valanga dei sindaci, eletti direttamente, anticipava il governo dell'Ulivo del '96 sostanziandone il rapporto con il territorio. Iniziava allora il rinascimento napoletano di Bassolino, e molti giovani sindaci andavano al governo delle grandi città, dal nord al sud, da Palermo a Torino. Probabilmente qualcosa di analogo è accaduto anche nello smottamento prodotto dal voto di ieri, una scossa fortissima, anche psicologica, che potrebbe accelerare le elezioni politiche generali e inaugurare la stagione di un centrosinistra con una bussola puntata su un'alleanza di alternativa.

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