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Poniamo il caso che all’alba di una giornata grigia qualche ignoto malfattore apra i collettori di collegamento di tre cisterne di un deposito in una ex raffineria a Villasanta, nei pressi di Monza. Poniamo il caso che circa 10 milioni di litri di gasolio e di olio combustibile fuoriescano e che una parte finisca nel Lambro, fiume fraterno di tutti i lombardi e già dal 1987 definito “zona ad alto rischio ambientale”. E, ancora, supponiamo che questi olii inquinanti arrivino al Po, il più grande fiume italiano, patrimonio ambientale, economico, culturale senza paragoni possibili. A questo punto si pongono alcune questioni: chi deve intervenire, chi decide, chi governa il fiume prima e dopo? Questa volta i disastri originati in Brianza sono stati contenuti, la marea nera si è fermata all’isola Serafini, tra Piacenza e Cremona. Anche Bertolaso, senza massaggiatrice, ha fatto la sua figura in tv.

Ma il problema rimane. Per semplificare il caso si può usare una battuta del presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani: «Il Po se ne frega del federalismo e delle nostre alchimie amministrative». La questione centrale per il nostro amato fiume, posta anche in un bel convegno del pd svoltosi a Mantova nei giorni scorsi con l’intervento di Pierluigi Bersani, è quella della governance, come si direbbe in azienda, o più semplicemente della gestione del potere sul fiume. Il governo del Po è qualche cosa di assai complicato e delicato. Per alcuni numeri. Il Po è il più grande bacino idrografico con un’estensione di 70mila chilometri quadrati e un’area di pianura di 46mila chilometri quadrati. Il bacino del fiume interessa otto regioni italiane. Ci sono 16 milioni di abitanti direttamente interessati alla vita di questo maestoso corso d’acqua che alimenta il 37% dell’industria nazionale e il 47% dei posti di lavoro. Gli allevamenti di bestiame sono di 4milioni di bovini e circa5 milioni di suini, tre sole regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna) coprono il 55% dell’intero patrimonio zootecnico nazionale.

In più il Po è la nostra storia, la cultura, la letteratura, il cinema, la vita di milioni di cittadini. Zavattini e Bertolucci, Soldati e Brera e tanti altri a cantare questo fiume che potrebbe essere il protagonista, se fossimo capaci e rispettosi, di un formidabile progetto di sviluppo di green economy. La Direttiva europea sulle acque (2000/60) ha dato un’indicazione chiara ai governi nazionali in tema di qualità delle acque, di conservazione, di partecipazione dei cittadini, prevedendo inoltre la nascita del “distretto idrografico” come strumento di governo dei fiumi. Ma, naturalmente, noi siamo in ritardo. Alessandro Bratti, originario di Ferrara, parlamentare pd nella commissione Ambiente della Camera spiega: «Il governo unitario del Po è indispensabile. La visione e la governance condivise possono stare solo in un soggetto che oggi è l’Autorità di bacino e domani sarà l’Autorità di distretto, sede di cooperazione tra stato e regioni. Il ritardo del governo nell’applicazione della direttiva e nella nascita dei distretti pesa nelle difficoltà di gestione delle politiche ambientali sul bacino padano e su tutto il territorio».

A proposito di padani. Vi ricordate Umberto Bossi che raccoglie con l’ampolla l’acqua sorgente del Po e il giorno dopo la versa a Venezia mentre le bandiere verdi garriscono al vento? Bene, al netto di questa sceneggiata, la Lega, che dovrebbe avere a cuore più di altri le sorti del fiume padano, è una delle responsabili dei grandi pasticci che si combinano in nome, e alle spalle, del Po. Nel 2007, proprio sulla base della Direttiva europea, il governo Prodi decise di stanziare 180 milioni di euro per sostenere il progetto «Valle del fiume Po», nato dal basso, dalle amministrazioni locali e di cui oggi si fa interprete il presidente della provincia di Parma, Vincenzo Bernazzoli: «Il nostro piano prevedeva la realizzazione di interventi per la sicurezza, per la valorizzazione naturalistica, turistico-ambientale del fiume che sono un importante contributo all’economia, soprattutto in una fase difficile ». Niente grandi opere e follie berlusconiane, ma interventi razionali, rispettosi dell’ambiente. Ma caduto Prodi e ritornato Berlusconi con i sodali leghisti i soldi sono scomparsi. Che fine hanno fatto i 180 milioni? Conil voto della Lega sono finiti nel calderone dei fondi anti-crisi e hanno finanziato pure una società in dissesto del comune di Palermo, poi fallita.

Mail peggio per il Po deve ancora venire, considerata la visione leghista. La destra, la Lega e in particolare la regione Lombardia hanno in mente un piano di «bacinizzazione», una brutta parola che in realtà significa lo sfruttamento industriale delle acque per la produzione di energia con la costruzione di quattro centrali e il coinvolgimento di ingenti capitali privati. «Il piano della Lombardia è pericoloso» spiega Stella Bianchi, responsabile ambiente della segreteria nazionale pd, «si tratta di quattro traverse da realizzare tra Cremona e la foce del Mincio con l’avvio di altrettante centrali idroelettriche, un progetto molto costoso, previsto per l’Expo 2015, quindi con il rischio di procedure veloci e semplificate, che si basa sullo sfruttamento intensivo e contrasta con la necessità di governare unitariamente, di rispettare il Po, il suo equilibrio, di prevenire l’avanzamento del cuneo salino».

In questo contesto, mentre i problemi di inquinamento, di variazioni climatiche, di alghe sono all’ordine del giorno, la difesa del fiume appare, com’è accaduto nella storia, legata ai suoi cittadini. Giuseppe Gavioli, 75 anni, già amministratore, ex assessore dell’Emilia Romagna, è una memoria storica del fiume. Gli italiani amano il Po? Risponde: «Quelli che lo vivono lo amano moltissimo perchè il fiume lega la gente, la spinge a stare insieme, a creare una comunità solidale. Quelli che stanno lontano, invece, lo sfruttano, come gli inquinatori di Milano»

L’OPERAZIONE LIDO PRENDE IL LARGO

di Alberto Vitucci

Il Comune salva il bilancio, via libera a hotel, darsena e villette

Il bilancio del Comune è salvo, almeno per il 2011. Ma il Lido sta per essere investito da una nuova edificazione come mai nella sua storia. Ieri a Ca’ Farsetti la Conferenza dei servizi ha approvato i progetti preliminari per l’Ospedale al mare e per la darsena di San Nicolò.

Per i comitati dell’isola è «una colata di cemento», trasformazione di aree pubbliche a uso privato. Per gli investitori un’occasione di rilancio economico del Lido. Per il Comune un matrimonio di necessità: autorizzazioni in cambio dei soldi per costruire il nuovo PalaCinema e salvare il bilancio. I progetti vanno avanti: entro il 31 maggio saranno approvati i definitivi dopo la Valutazione di Impatto ambientale.

Ospedale al mare. 250 milioni di investimento, di cui 61 per l’acquisto oltre ai canoni demaniali. Nella grande area occupata dall’ex nosocomio sorgeranno villette, un supermercato e un centro per la talassoterapia, tre torri con appartamenti. In riva al mare l’hotel di lusso e il centro congressi, e 50 mila metri di spiaggia in concessione. Il Monoblocco, ha messo a verbale il sindaco, «sarà abbattuto solo una volta ultimata la nuova sede dei servizi sanitari a Malamocco».

La darsena. Più che una darsena è un vero porto con annessi edifici, servizi e parcheggi quello che sorgerà a San Nicolò. Ieri è stato dato il via libera al progetto di massima, pur con qualche perplessità del vicepresdiente del Magistrato alle Acque Giampietro Mayerle e prescrizioni sui materiali e sugli ingombri date dalla soprintendente Renata Codello. I posti barca saranno 1500, con 750 posti auto sopra la diga, una nuova strada di collegamento verso San Nicolò, un ristorante, edifici della Finanza e della Capitaneria, palestre, cantieri e officine. La nuova città dovrà armonizzarsi con le strutture del Mose e le opere in corso per la «mitigazione ambientale» dall’altra parte della diga. La darsena occuperà una superficie di 480 mila metri quadri in mare, 200 mila a terra.

Il Des Bains. Modificato anche il progetto per la trasformazione del Des Bains in appartamenti. «E’ stato cambiato il distributivo, concentrando l’albergo ai piani inferiori, gli appartamenti ai piani alti», dice Spazianti, «ma le quantità sono le stesse».

Forte di Malamocco. Ieri non se ne è parlato, ma anche quel progetto, sempre presentato da Est Capital, va avanti. nell’area storica del Forte sorgeranno 32 villette, un albergo, servizi.

Gli altri. Lavori in vista anche per l’Excelsior, per i lungomari attrezzati con rotonde sull’acqua e punti di ristoro, percorsi pedonali.

I superpoteri. Forti le critiche avanzate da più parti alla procedura adottata per approvare progetti così importanti. «Si espropria il Consiglio comunale e quindi la democrazia», ha denunciato il consigliere di Italia dei Valori Nicola Funari. Il commissario straordinario Vincenzo Spaziante ricorda che lui ha inteso coinvolgere la Conferenza dei servizi, e dunque tutte le istituzioni e gli enti che hanno approvato il percorso. «Vigileremo sul rispetto delle normative ambientali per le infrastrutture delle darsena», dice Beppe Caccia della lista «In Comune».

La protesta. L’avvocato Mario d’Elia, a nome dei comitati del Lido e dei consumatori, ha inviato ieri una diffida al sindaco Orsoni e per conoscenza alla Procura. Invita a sospendere il rogito per la vendita dell’Ospedale al Mare ai privati ravvisandone un «grave danno patrimoniale» per il Comune perché venduto a 61 milioni di euro, prezzo «non congruo rispetto ai valori di mercato». I comitati ambientalisti e per la Difesa della Sanità hanno annunciato nuovi esposti per quella che definiscono «un’operazione illegittima».

 

Cordata con Est Capital, Mantovani e Condotte

Corsa contro il tempo Ca’ Farsetti incasserà oggi l’anticipo di 17 milioni

Un maxi investimento che cambierà il volto dell’isola

Una firma a tempo quasi scaduto. Trattativa serrata fino a tarda sera ieri nello studio del notaio Chiaruttini. Alla fine la firma del preliminare è arrivata. Il commissario Vincenzo Spazinte da una parte, i legali della Finanziaria Sgr - che rappresenta gli investitori di Est Capital e le imprese del Mose Mantovani, Condotte e Grandi Lavori Fincosit - dall’altra. A far da garanzia per il Comune il direttore di ragioneria Piero Dei Rossi. 61 milioni di euro il prezzo pattuito, di cui il 55 per cento (34 milioni di euro doveva essere versato come anticipo. Tolti i 16 milioni di caparra già versata - e mai restituita - per la gara 2009, il Comune ha incassato una somma di 17,1 milioni di euro. O meglio li intascherà stamattina, a poche ore dalla scadenza dell’anno solare, evitando dunque almeno per ora il rischio di sforare il Patto di stabilità. Il resto della cifra - 27 milioni di euro - sarà versato nei primi mesi del 2011. Quando si saprà il destino definitivo dei grandi progetti edilizi dell’isola presentati dalla cordata di imprese. (a.v.)

 

Parco delle Rose rinviato: «Problemi tecnici»

Il sindaco ferma il progetto del Gran Viale, ma tornerà all’esame tra due mesi

Rinvio a sorpresa per il progetto di riqualificazione del Parco delle Rose in Gran Viale. Lo staff di Antonio De Martino, l’imprenditore calabrese trapiantato al Lido e fondatore della società Adm, era presente numeroso a Ca’ Farsetti - con tanto di architetti e avvocati - in attesa di festeggiare l’approvazione del progetto. Ma al termine della riunione è arrivata la doccia fredda. «Ci sono ancora dei problemi tecnici da risolvere», ha detto il sindaco Giorgio Orsoni uscendo dalla sala giunta, «dobbiamo fare un approfondimento per verificare l’interesse pubblico del progetto». Il commissario Vincenzo Spaziante ha assicurato che una nuova riunione della Conferenza dei servizi - la stessa che dovrà esaminare i progetti esecutivi dell’Ospedale al Mare e della darsena - valuterà il progetto entro due mesi. «Per un imprenditore due mesi sono una rovina», protestava ieri De Martino, «sono due anni che aspettiamo, avevamo avuto delle garanzie precise». Il progetto già bocciato nel dicembre 2009 era stato in larga parte rifatto. Due edifici da quattro piani - più due interrati con garage e supermercato - una torre centrale con grande tetto spiovente sul Gran Viale. E in mezzo colonne, collinette, pasaggi pedonali e una «piazza pubblica». Secondo De Martino un’occasione per recuperare a uso pubblico un’area oggi chiusa e sottoposta a degrado. «Là dentro», dice De Martino, «ci sono bunker, vecchie roulotte, garage anni Sessanta, infissi in alluminio. Gli alberi sono malati e andrebbero abbattuti comunque». Dura invece l’opposizione dei comitati dell’isola. «Che c’entra un progetto privato con i poteri speciali del commissario?». I volumi edificati passeranno da circa 4 mila a oltre 16 mila metri cubi. Ma ieri la Conferenza - e il sindaco - avevano l’attenzione rivolta ad approvare prima della scadenza del 31 dicembre i progetti per l’operazione Ospedale al Mare. E il Parco dele Rose dovrà aspettare gennaio. (a.v.)

L’AUGURIO: I PIANI PER IL LIDO SIANO DISCUSSI CON TUTTI

di Amerigo Restuucci

Di solito a fine anno ci si aspettano messaggi che aprono a speranze di buone cose per l’anno che sta per entrare. Purtroppo dalle notizie che appaiono sulla stampa odierna a proposito del completo stravolgimento di una delle zone più interessanti, oltre che cariche di valori storici e ambientali come il Lido di Venezia, scaturisce un senso di amarezza e di sfiducia in un futuro segnato da regole e rispettoso di quanto a tutt’oggi, a fatica, si è salvaguardato. E allora, si può dire che si guarda al Lido con un piano che dia ordine al territorio, seguendo quello che le leggi urbanistiche consentano? A riflettere su quanto si sta decidendo, sembra di essere molto lontani da un piano nel quale i cittadini si riconoscano e che scaturisca dal ruolo che dovrebbe avere il Consiglio di Municipalità e quindi la Giunta che governa la città e il suo Consiglio comunale.

Da quello che si capisce dovrebbe sorgere una grande darsena a ridosso del molo del Lido per 1.500 posti barca, già bocciata in Commissione di Salvaguardia e fortemente inquinante per tutte le spiagge; a terra di conseguenza un parcheggio per 750 posti auto e, ove non bastasse, una piscina, una palestra, un ristorante panoramico da costruire su una collina artificiale, in disaccordo con le regole più elementari che la salvaguardia del paesaggio consente (si veda il codice dei Beni culturali nelle parti riguardanti il paesaggio). Sembrerebbe finita qui l’operazione, ma non si trascuri la distruzione dell’Ospedale al Mare in cambio di progetti di case e alberghi. E, per finire, oltre al cambiamento di funzioni dell’hotel Des Bains, le 32 villette nell’area storica del Forte di Malamocco. Tutto questo avviene assieme, senza un piano discusso democraticamente dai cittadini, ma presentato da un commissario, prima preposto alla realizzazione del nuovo Palazzo del Cinema e in seguito indicato come il pianificatore di tutto il territorio del Lido (appare solo consolatoria la dichiarazione che il commissario sia nato a Venezia, ma in seguito si è appropriato dei complessi problemi che si agitano in città?). Venezia è stata costruita con un intreccio tra tradizione e innovazione inserite in piani programmi, in piani regolatori che chi guida le operazioni previste per il Lido sembra non conoscere.

Si apra un dibattito vero, si dia ascolto ai tanti che da mesi protestano sulle ventilate operazioni sopra descritte e venga un segnale di buon governo da parte di chi abbiamo votato per governare la città con scelte condivise: sarebbe un bell’auspicio per il 2011.

Nel Paese degli opposti estremismi, il caso Fiat è diventato un paradigma della Modernità. Sedicenti leader sindacali lo usano con poca prudenza: una clava da brandire contro i "padroni", rispolverando un conflitto di classe irripetibile e rievocando un clima di fascismo improponibile. Ma sedicenti pensatori liberali lo usano con poca conoscenza: una pietra angolare del riformismo, da lanciare contro tutti i conservatorismi.



Pomigliano e Mirafiori si impongono nel discorso pubblico come luoghi-simbolo di ogni cambiamento, non solo industriale. Secondo questa chiave di lettura, conservatrici sono quelle migliaia di operai che non si adattano all'idea di veder ridotto il perimetro dei diritti e peggiorato il modo della produzione. Conservatrici sono quelle casamatte della sinistra sindacale che non si rassegnano alla dura legge del mercato globale. Conservatrici sono quelle trincee della sinistra politica che non scorgono nella trasformazione post-fordista della fabbrica l'opportunità di riscrivere il proprio decalogo di valori. Conservatrici sono persino quelle frange della rappresentanza confindustriale, con modelli di relazioni solide nel settore pubblico delle public utilities e collaudate nel settore privato delle piccole imprese, che non capiscono la chance irripetibile offerta dalle vertenze-pilota aperte dal Lingotto.



Chi non accetta la "dottrina Marchionne" è dalla parte sbagliata della Storia. Quasi a prescindere. E così, per sconfiggere l'ideologia delle vecchie sacche di resistenza corporativa, si adotta un'ideologia uguale e contraria: quella delle nuove avanguardie della "modernizzazione progressiva". Questa impostazione del problema Fiat deflagra in modo potente, e patente, con l'ennesima firma separata prima sugli accordi per Mirafiori e ora sulla riapertura di Pomigliano.

Pochi ragionano sui contenuti degli accordi. Molti si preoccupano di giudicare i torti della Fiom che ancora una volta si è sfilata dal tavolo. La si può raccontare come si vuole. Ma in questa vicenda ci sono due dati di fatto, oggettivi e incontrovertibili. Il primo dato: l'accordo di Pomigliano doveva essere un'eccezione non più ripetibile. Si è visto ora a Mirafiori che invece quell'eccezione, dal punto di vista della Fiat, deve diventare la regola. Chi ci sta bene, chi non ci sta è fuori da tutto, dalla rappresentanza e dunque dall'azienda. Il secondo dato: questo accordo è obiettivamente peggiorativo della condizione di lavoro degli operai e della funzione di diritto del sindacato. Si può anche sostenere che non c'erano alternative, e che firmare era la sola opzione consentita, per evitare che la Fiat smobilitasse.

Tuttavia chi oggi parla di "svolta storica" abbia il buon senso di riconoscere che si è trattato di una firma su un accordo-capestro basato su un ricatto. Legittimo, per un'impresa privata. Ma pur sempre ricatto.

Per questo c'è poco da brindare di fronte al passo compiuto dal nostro sistema di relazioni industriali verso la "terra incognita" indicata da Marchionne. Per questo fanno male i modernizzatori, che inneggiano agli accordi separati di Mirafiori e Pomigliano come se si trattasse degli accordi di San Valentino dell'84 (quelli sì, davvero storici) che troncarono il circolo vizioso del "salario variabile indipendente" e salvarono l'Italia dalla vera tassa occulta che falcidia gli stipendi, cioè l'inflazione. La verità è che in questa partita quasi tutti i giocatori usano carte false o fingono di avere carte che non possiedono. Il giocatore che non ha carte da giocare è il governo.

Berlusconi non è Craxi, e Sacconi non è Visentini. Questo governo non è stato capace di mettere in campo uno straccio di proposta, né sulle misure per la competitività del sistema né sulla legge per la rappresentanza: ha saputo solo gettare benzina ideologica sul fuoco delle polemiche. Il giocatore che non ha carte da giocare è anche il Pd, che sa solo dividersi e non sa capire che l'unico metro per misurare il suo tasso di riformismo sta nel proporre un'agenda alternativa e innovativa per la crescita del Paese, un progetto per l'occupazione, per la produzione del reddito e per la sua redistribuzione. E sta nel riconoscere i diritti, uguali e universali, nel difenderli dove e quando serve, rinunciando a tutto il resto.

Il giocatore che usa carte false è il sindacato. La Fiom ha le sue colpe, per non aver saputo accettare il confronto con solide controproposte e non aver voluto prendere di petto il drammatico problema dell'assenteismo nelle fabbriche. La Cgil ha le sue ambiguità, per non aver potuto ricondurre a unità la sua dialettica interna, ancora dominata da una logora "centralità metalmeccanica". Ma Cisl e Uil che si gridano "vittoria" spacciano carte false. Bonanni e Angeletti porteranno a lungo sulla coscienza una gestione gregaria dei rapporti con la politica e con la Fiat, e un accordo che per la prima volta riconosce il principio che chi non accetta i suoi contenuti non ha più diritto di rappresentanza sui luoghi di lavoro. C'è poco da festeggiare, quando peggiorano le condizioni di lavoro e si comprimono gli spazi del diritto, a meno che non ci si accontenti di monetizzare tutto questo con 30 euro lordi di aumento mensile.

Il giocatore che bluffa, infine, è Sergio Marchionne. Ha il grande merito di aver salvato la Fiat quando il gruppo era a un passo dalla bancarotta, e di aver lanciato il gruppo da una proiezione domestica a una dimensione finalmente sovranazionale, grazie all'accordo con Chrysler.

Ma ora il "ceo" col golfino e senza patria, l'inafferrabile manager italo-svizzero-canadese che vive "tra le nuvole" (come il George Clooney dell'omonimo film) in transito perenne tra il Lingotto e Auburn Hill, ha il dovere della chiarezza. Verso il Paese e verso i lavoratori. C'è una questione di merito. Nessuno ha ancora capito cosa ci sia nel piano-monstre Fabbrica Italia: quali e dove siano indirizzati i nuovi investimenti, quali e quanti siano i nuovi modelli di auto che il gruppo ha in programmazione, dove e come saranno prodotti. Nessuno ha ancora capito di cosa parla l'azienda quando esalta, giustamente, la via obbligata del recupero di produttività. Con le condizioni pessime nelle quali versa il Sistema-Paese, c'è davvero qualcuno pronto a credere che questa sfida gigantesca si vince riducendo le pause di 10 minuti al giorno, o aumentando gli straordinari di 80 ore l'anno? E' vero che in Germania e in Francia le pause sono già da tempo minori che in Italia. Ma solo un cieco può non vedere che Volkswagen e Renault hanno livelli di produttività giapponesi, macinano utili e aumentano quote di mercato grazie all'innovazione di prodotto e di processo, prima ancora che all'incremento dei tempi di produzione.



C'è poi una questione di metodo. Dove porta questa volontà pervicace e quasi feroce di mettere fuori gioco la Cgil, con piattaforme divisive che servono solo a spaccare il fronte confederale? Dove porta questa necessità di disdettare il contratto dei meccanici e di uscire da Confindustria? Si dice che Marchionne punti a un modello di relazioni industriali all'americana, dove il parametro è Detroit e non più Torino. Probabilmente è così. Ma questo tradisce una volta di più i contenuti veri del Lodo Fiat-Chrysler. Non è la prima che ha comprato la seconda, com'è sembrato all'inizio. Ma in prospettiva sarà la seconda ad aver comprato la prima, nello schema classico del "reverse take-over". 

Uno schema che non prevede compromessi. Il modello è il capitalismo compassionevole degli Stati Uniti, non più il Welfare universale della Vecchia Europa. Se vi sta bene è così, altrimenti il Lingotto se ne va. Questa è la vera posta in palio del caso Fiat. Alla faccia della Modernità.


m.gianninir@epubblica. it

Loris Campetti, La Fiat mobilita la dignità operaia

Ugo Mattei, Fassino non è il nostro candidato

Roberto Della Seta, Pd, è ora di decidere cosa fare da grandi

Piero Di Siena, Le primarie e le alleanze possibili

SCIOPERO GENERALE

La Fiom mobilita la dignità operaia

di Loris Campetti

Il referendum è uno strumento democratico in cui le persone possono dire la loro su un tema che li riguardi direttamente. Imporre lo strumento del voto perché si accetti di non poter votare mai più, non è un paradosso o un ossimoro, è un gigantesco imbroglio, che si trasforma in un odioso ricatto nel momento in cui la formulazione del quesito referendario suona così: accetti di rinunciare ai tuoi diritti, compreso quello di ammalarti, scioperare, persino mangiare se la domanda di automobili dovesse schizzare in alto, eleggere i tuoi rappresentanti sindacali, in cambio della salvezza del posto di lavoro?

Siamo a Mirafiori, Pianeta Italia, fabbrica Chrysler perché la Fiat nei fatti non esiste più, salvo essere trasformata in uno spezzatino di newco da mettere sul mercato qualora a Marchionne i soldi da restituire a Barack Obama non dovessero bastare. Cosa dovrebbe dire la Fiom, se non che questo referendum, frutto di un accordo separato, è illegittimo e dunque i metalmeccanici della Cgil non possono riconoscerne la validità? Cosa dovrebbe fare la Fiom, se non indire per il 28 gennaio uno sciopero generale di tutta la categoria in difesa della democrazia, della Costituzione repubblicana, del contratto nazionale e dello Statuto dei lavoratori? Semmai, con questi chiari di luna, con un governo della deregulation liberista, con la diseguaglianza che cresce insieme alla povertà, bisognerebbe chiedersi come mai non sia l'intera Cgil a chiedere al paese di fermarsi.

Ieri si è riunito uno dei pochi organismi dirigenti democratici sopravvissuti alla berlusconizzazione (o marchionizzazione) del nostro paese, opposizioni e sindacati compresi: il Comitato centrale della Fiom. Una sede in cui la scelta degli operai iscritti è legge, una sede in cui quando una risoluzione del Comitato centrale non fosse in consonanza con il popolo lavoratore, verrebbe cambiata la risoluzione e non il popolo. È stato deciso lo sciopero generale con 102 voti a favore e i 29 astenuti della minoranza Fiom che fa riferimento alle posizioni della segretaria della Cgil Susanna Camusso. Gli astenuti, guidati da Fausto Durante, sostengono che la Fiom dovrebbe comunque accettare l'esito del referendum imposto dall'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne. Peccato che così si legittimerebbe un voto su diritti indisponibili, cosa che non avrebbe precedenti nella storia della Cgil. I militanti della Fiom dello stabilimento torinese costituiranno un comitato per il No, ribadendo che un'eventuale vittoria dei Sì non verrebbe riconosciuta perché non è consentito mettere al voto diritti costituzionali indisponibili, non trattabili.

Il 28 gennaio, quando i metalmeccanici incroceranno le braccia per non piegare la schiena, si terranno manifestazioni in tutte le città italiane ma già dall'inizio di gennaio si organizzeranno presidi, iniziative, tende nei centri delle città per coinvolgere la popolazione. Il segretario generale Maurizio Landini si è rivolto a tutti i soggetti, i movimenti, gli intellettuali, gli studenti, i precari che il 16 ottobre hanno manifestato a Roma al fianco della Fiom, per invitarli a partecipare alle proteste. Non è vero che la Fiom è sola. Non è vero che è minoritaria nelle fabbriche, come testimoniano l'aumento degli iscritti e la crescita dei consensi e dei delegati in tutte le aziende in cui si è votato per rinnovare le Rsu (250 nel 2010). Non sarà proprio per questo, per la sua irriducibile adesione a leggi, norme, Costituzione, per il suo rapporto di mandato con chi rappresenta, che è diventata inaccettabile per la Fiat, e via via per una fetta crescente di padronato? Non sarà per questo che non si riesce più a indire un referendum sugli accordi sindacali, con l'eccezione di quelli anticostituzionali imposti da Marchionne?

Maurizio Landini è un signore, oltre che un operaio. Il segretario della Fiom, ai giornalisti che gli chiedono un giudizio sul Pd che non esprime giudizi o ne esprime troppi e opposti, e sull'aspirante sindaco di Torino Piero Fassino che ha detto «se fossi un operaio di Mirafiori voterei sì», non risponde in torinese va' a travaje', barbun. Risponde invece: «Chi dice che voterebbe sì dovrebbe provare a vedere il mondo dal punto di vista di chi lavora alla catena di montaggio, a cui si riducono le pause, si sposta o si toglie la mensa, si impone di lavorare su turni di 10 ore più una di straordinario, gli si toglie il diritto allo sciopero e alla malattia, per portare a casa, se gli va molto bene e non è in cassa integrazione, 1.300 euro al mese». Del resto, se l'opposizione politica italiana avesse provato a vedere il mondo dal punto di vista degli operai, se non avesse cancellato dall'agenda il lavoro e i lavoratori, forse le vicende politiche italiane sarebbero andate diversamente.

A chi difende il metodo Marchionne perché «salva il lavoro», i tanti intervenuti alla riunione del Comitato centrale hanno risposto raccontando quel che l'accordo comporta. Per esempio, non solo è negato a chi non firma il diritto a esercitare fare sinindacato, fino a non poter presentare candidati alle elezioni per le Rsu; nell'accordo separato firmato da Fim, Uilm, Fismic (sindacato giallo, già Sida), persino Ugl (ex sindacato fascista Cisnal) e addirittura il neopromosso soggetto sindacale «Associazione dei capi e quadri», si impedisce agli operai di votare, le Rsu non esistono più. Si ritorna alle Rsa (rappresentanze sindacali d'azienda), con quote pariteche tra i sindacati firmatari che nominano direttamente i loro terminali in fabbrica, 15 a organizzazione. Ma quale cecità ha spinto la Fim a firmare un'oscenità del genere? Qualora la Newco Chrysler-Fiat in futuro volesse liberarsi anche di Fim e Uilm potrebbe farle far fuori dagli altri tre «sindacati». «Si arriverà alla compravendita, con tanti Scilipoti in tuta blu», commenta il responsabile per il settore auto della Fiom, Giorgio Airaudo.

Mentre il gruppo dirigente Fiom votava lo sciopero generale, i compagni di merenda (Fim, Uilm, ecc.) firmavano con la Fiat il nuovo contratto di lavoro per Pomigliano. Val la pena di considerare che il falò dei diritti, da Napoli a Torino, avviene mentre i salari del lavoratori vengono e verranno falcidiati dalla cassa integrazione. A Mirafiori dei nuovi modelli (promessi) legati agli investimenti (promessi ) di 1 miliardo di euro si parlerà tra più di un anno, sempre che la Fiat esisterà ancora. I modelli previsti sono un suv e una jeep, ma i motori verranno da Oltreoceano, là dove le vetture saranno in gran parte commercializzate. È l'automobile a chilometro zero. Anche a Pomigliano il lavoro per costruire la nuova Panda tolta ai polacchi di Tychy inizierà chissà quando nel 2012 (intanto la Fiat minaccia i polacchi che fanno qualche timida resistenza di trasferire la produzione in Serbia). Tra Mirafiori e Pomigliano gli investimenti annunciati ammontano a 1,7 miliardi, a fronte dei 20 promessi. Dei 32 nuovi modelli per l'Italia nel quinquennio già 16 sono volati all'estero, degli altri nulla si sa, perché Marchionne il suo piano è disposto a discuterlo solo con se stesso. Dunque, dietro il falò dei diritti potrebbe nascondersi un gigantesco paccotto. Vaglielo a spiegare a D'Alema, Fassino, Chiamparino: se 11 ore, vi sembran poche...

Sarà uno scontro durissimo quello di Mirafiori, una fabbrica imprevedibile e ingovernabile per tutti, abitata da operai con un'età media di 47 anni, incattiviti, in rotta di collisione con la politica e gran parte dei sindacati, in attesa di una sola cosa: la pensione. Persone consumate dalla fatica e dalle delusioni, stufe, pronte a fischiare quasi chiunque si avvicini alla loro fabbrica perché si sentono abbandonate e tradite. Persone con una dignità, però. L'esito del referendum è tutt'altro che scontato.



SINISTRA PRO-MARCHIONNE

Fassino non è il nostro candidato

di Ugo Mattei

Piero Fassino, se fosse un operaio, voterebbe sì al referendum di Mirafiori. In questo segue Marchionne e i cosiddetti «poteri forti», quella borghesia collinare che da quindici anni gestisce con arroganza e insipienza il Comune di Torino disastrandone le finanze (il supersindaco Chiamparino lascerà un buco di 5 miliardi) e svendendone il territorio per far cassa.

L'ex segretario dei Ds e aspirante primo cittadino per il centrosinistra ha anche affermato la settimana scorsa che, se fosse sindaco di Torino, venderebbe le quote delle partecipate comunali.

CONTINUA|PAGINA3 In questo promette di dar seguito alle alzate di ingegno dell'attuale sindaco che, per eccesso di zelo e ansia da naufragio annunciato, in piena campagna referendaria, cerca di anticipare gli effetti del Decreto Ronchi. Il Comune sta privatizzando tram e spazzatura e trasferendo a Iren (cioè a Genova) per un piatto di lenticchie la Smat, municipalizzata dell'acqua. Le banche hanno lasciato la Mole per la Madonnina. I beni pubblici per il capoluogo ligure. E si fa un gran parlare di continuità con la giunta Chiamparino!

Qualche mese fa mi ha telefonato l'ambasciatore boliviano per chiedermi che stesse succedendo alla sinistra in Italia. Fassino, responsabile esteri del Pd, aveva invitato a rappresentare la Bolivia a un convegno romano del suo partito la figlia di Paz Estenssoro, ex presidente neoliberista di La Paz. All'ambasciatore Elmer che protestava per questo assurdo sgarbo Fassino ha spiegato che Morales, il campione dei beni comuni, è un dittatore. Nemmeno Bush si era spinto a tanto.

A fine gennaio sotto la Mole dovrebbero tenersi le primarie di coalizione che a Roma cercano di far saltare sapendo che se Vendola sceglie un buon candidato ci sarà il Pisapia 2. Bisogna lavorare perché la consultazione popolare si tramuti in un referendum per votare anche qui sì come farebbe Fassino a Mirafiori e come speriamo a giugno facciano gli italiani sull'acqua. Sì al rinvio al mittente romano dell'ex segretario dei Ds. Fassino è il solo candidato del centrosinistra con serie probabilità di perdere. Possibile che la sconfitta di Rutelli a Roma non abbia insegnato nulla?

PENSIERO UNICO

Pd, è ora di decidere cosa fare da grandi

Roberto Della Seta

Non è un nuovo fascismo il vero spettro evocato dal diktat di Marchionne su Mirafiori, e ancora di più l'accoglienza osannante che ha ricevuto da tanti autorevoli «riformisti». È un pericolo meno esplicito ma per questo più insidioso, perchè non produce automaticamente anticorpi.

È la riedizione in salsa italiana del pensiero unico, uscito con le ossa rotta da un decennio di contestazioni altermondialiste, e oggi ridotto in pezzi dal tunnel della recessione che ha smentito drammaticamente le «magnifiche sorti e progressive» della globalizzazione. Che il pensiero unico cerchi proprio in Italia una sua rivincita è forse il segno che siamo un paese periferico, marginale, in ritardo sui tempi della storia. O più probabilmente è la prova del provincialismo, della povertà culturale delle nostre classi dirigenti.

Ma cos'è in sostanza il pensiero unico? È l'idea che i problemi della società, quelli economici e non solo, possono essere affrontati in un solo modo razionale, il modo deciso dall'establishment, e che chi si oppone sia un conservatore, un nemico del progresso. Nel caso in questione, il pensiero unico asserisce che la Fiat per restare in Italia ha bisogno che le garanzie, le libertà e le tutele sociali e sindacali delle sue fabbriche vengano ridotte, avvicinate a quelle dei paesi emergenti. I lavoratori e i sindacati dissenzienti non vanno semplicemente ignorati: vanno cancellati. E chi non è d'accordo con la ricetta, chi per esempio sostiene che le difficoltà competitive della Fiat nascono anche e molto dalla bassa qualità dei prodotti, da troppo scarso impegno nell'innovazione (per esempio in quella cosidetta ecologica), non è semplicemente qualcuno che ha un'opinione diversa sul futuro: è uno che il futuro lo rifiuta.

Più in generale - che si parli di lavoro, di immigrazione, di tasse, di ambiente - il pensiero unico applica sempre un analogo criterio. Un criterio a pensarci bene assai poco laico e assai poco liberale: nega che un problema possa essere affrontato seguendo strade diverse, diverse per contenuti sociali e valoriali, ma dotate tutte di una loro razionalità, e invece teorizza che la soluzione ragionevole sia una sola - quella che peraltro mette di meno in discussione l'ordine e i poteri costituiti - che tutte le altre soluzioni siano irrazionali e regressive.

Ora, che il pensiero unico piaccia e faccia comodo alla destra è del tutto sensato. La destra non ha mai sognato né promesso di cambiare il mondo. Ciò che colpisce è che, come si è visto in questi giorni, piaccia moltissimo a numerosi esponenti della sinistra: per esempio a parecchi di quei tipici post-comunisti nostrani che passano gli anni ma continuano a sentirsi perennemente in dovere dimostrarsi redenti da qualunque suggestione ideologica (come se ideologia pessima e tragica di cui sono stati un tempo sostenitori consigli oggi di lasciare da parte persino gli ideali). La verità è che il pensiero unico toglie senso alla politica, che vive del confronto e talvolta del conflitto tra opinioni diversamente razionali, fondate su valori e nozioni del bene e del giusto differenti; ed è la morte della sinistra e del riformismo, che sono fatti per proporre e per cercare di costruire soluzioni più giuste e avanzate ai problemi sociali.

Senza una critica radicale del pensiero unico, non può esserci vero riformismo: e allora non è un caso che l'unica sinistra che in Europa e nel mondo si dimostra capace di crescere nei consensi sia quella ecologista, per sua natura eretica e culturalmente sovversiva e al tempo stesso estranea alle gabbie ideologiche del Novecento, queste sì sepolte dalla storia. Chi sa che non tocchi proprio a Marchionne, suo malgrado, costringere il Pd a decidere davvero cosa vuol essere da grande: se un partito moderato o riformista. La differenza, checchè ne dicano in molti, è notevole, il dibattito di questi giorni sulla vicenda Fiat la fa apparire abissale.

*Parlamentare del Partito democratico



SINISTRA

Le primarie e le alleanze possibili

di Piero di Siena

Non vedo necessariamente una contraddizione tra il fatto che il centrosinistra in senso proprio (per intenderci una coalizione di forze che va da Rifondazione al Pd, passando per Sel e Idv) scelga la propria leadership e l'indirizzo politico generale a cui ispirare la propria azione tramite le primarie e l'esigenza di aprire un confronto con la nuova aggregazione di centrodestra che fa capo a Casini, Rutelli e Fini, al fine di isolare l'attuale maggioranza di governo il cui disegno eversivo e autoritario è ormai sotto gli occhi di tutti.

Solo la pretesa del Pd - perché è la forza più grande - di dare le carte per la partita, tutta aperta, delle future alleanze costituisce un ostacolo a questa prospettiva e rende incompatibili tra loro (come si è visto dopo l'intervista prenatalizia di Bersani) la ricostruzione del centrosinistra e i rapporti con il cosiddetto "terzo polo". Ma i gruppi dirigenti del Pd devono rendersi conto che, nelle condizioni in cui è ridotto il loro partito - ormai diviso su tutto, comprese identità e funzione - è necessario che facciano un passo indietro e ricerchino la legittimazione a essere il perno di ogni possibile coalizione alternativa attraverso un rinnovato pronunciamento democratico dell'elettorato di centrosinistra.

Si facciano dunque il prima possibile le primarie del centrosinistra e poi si apra insieme un confronto con il "terzo polo" che, prima delle alleanze elettorali e della coalizione di governo, abbia per oggetto l'attuazione e la difesa della Costituzione dagli attacchi concentrici di questo governo che cerca di ledere i fondamentali diritti di libertà e di associazione, in mille modi e con mille mezzi, e della parte del padronato che sostiene l'iniziativa di Marchionne di tagliare alla radice ogni forma di relazioni industriali degne di questo nome.

Sarebbe utile che si cercasse un'intesa: su una nuova legge elettorale, ispirata al principio della centralità della rappresentanza rispetto a quello della governabilità, e sulla difesa della libertà d'informazione; sul fatto che di fronte a quello che sta accadendo nel confronto sociale la politica si assuma la responsabilità di definire per legge i criteri della rappresentanza sindacale sui luoghi di lavoro e della validazione dei contratti sottoscritti; sulla rimessa in discussione da parte dell'Italia degli indirizzi attraverso i quali l'Unione europea intende disciplinare il governo dei debiti degli Stati e il complesso delle misure anticrisi. Non c'è bisogno che ci siano le elezioni o si faccia nell'immediato un'alleanza di governo per affrontare almeno i primi due di questi tre obiettivi. Basterebbe una comune azione parlamentare.

Si può obiettare che è irrealistico pensare a una convergenza tra centrosinistra e "terzo polo" intorno a obiettivi di siffatta portata. Ma qualcuno dovrebbe anche dire perché non provarci, a meno che non si pensi che contro Berlusconi e il suo disegno politico sia meglio procedere in ordine sparso. La scelta sarebbe tra la permanente divisione delle forze di opposizione di fronte alla svolta di regime in atto, con il rischio di dare all'opinione pubblica l'impressione che l'attuale maggioranza non abbia alternative, e affrettate convergenze dettate dall'insorgere dell'emergenza politica e istituzionale che assumerebbero inevitabilmente, agli occhi di tanti, un profilo trasformistico.

Tutto ciò naturalmente avrebbe bisogno di una sinistra che dalla sua unità riacquisti l'autorevolezza perduta, una sinistra che sappia con generosità nel suo insieme capitalizzare le speranze e le opportunità che l'iniziativa condotta sin qui da Vendola le offre, che si ricomponga attraverso l'apertura di un circolo virtuoso tra sinistra politica e sinistra sociale, come qualche tempo fa hanno sostenuto sul manifesto Paolo Cacciari e Chiara Giunti, e che la manifestazione della Fiom, quella della Cgil, le lotte degli studenti e dei ricercatori universitari hanno dimostrato essere una possibilità concreta. Ci sarebbe bisogno di una sinistra che, contemporaneamente, abbia l'esatta percezione dei rapporti di forza e se ne faccia carico, che non rinunci a condurre le sue battaglie sull'acqua, sul nucleare, nei tanti conflitti suscitati dalla crisi economica in atto, che appoggi la richiesta di sciopero generale che da più parti viene avanzata alla Cgil, ma cerchi anche ciò che è possibile fare con altri per imprimere un diverso indirizzo al corso delle cose e costruire un'alternativa possibile a Berlusconi e alla sua maggioranza. Prima che sia troppo tardi.

Qui, nel sito di Francesco Garibaldo, il documento dell’associazione Lavoro e libertà e l’indicazione per aderire

Per incarico della Fondazione Rodolfo Debenedetti un gruppo di economisti di alto livello internazionale, coordinati da Tito Boeri, Antonio Merlo e Andrea Prat, hanno costruito, come spiega in un suo commento Lucrezia Reichlin, docente della London Business School, «una ricchissima banca dati basata sui curricula dei parlamentari eletti tra il 1948 e il 2008. Si tratta di una banca dati non solo unica, ma elaborata in modo approfondito e sofisticato: un primo importante passo per una valutazione quantitativa del profilo dei legislatori italiani». Il saggio ( Classe dirigente. L´intreccio tra business e politica, autori vari, pag 149, Università Bocconi Ed.) dedica la sua prima parte al profilo dei parlamentari (i soli di cui daremo conto), mentre la seconda si concentra sui manager. Più di un punto incrocia, peraltro, i due filoni. Scopriamo, ad esempio, che un terzo dei manager incontra politici o esponenti dell´amministrazione pubblica almeno una volta la settimana.

È probabile trattarsi di persone che perseguono gli interessi aziendali, attraverso la loro posizione politica. Un conflitto di interessi che assume dimensioni macroscopiche quando verifichiamo un dato senza precedenti: tra i parlamentari eletti alle ultime politiche (2008) sono i manager a far la parte del leone (un deputato su quattro). Se si osservano da vicino le carriere dei deputati, dalla prima Legislatura (1948) alla XV (2006), vediamo che i neoparlamentari provenienti dal settore legale sono passati dal 33,9 al 10,6%, tra i manager dal 6,1 al 18,2, i sindacalisti, che nelle prime Legislature avevano toccato l´11, dal 1970 in poi sono crollati intorno al 3%. Anche il dato sull´istruzione è inaspettato: se nella Prima Repubblica la percentuale dei parlamentari laureati era dell´80,5, nella Seconda è scesa al 68,5. Un terzo degli eletti non ha quindi neppure uno straccio di laurea.

Il saggio dedica un´ampia disamina alle retribuzioni dei parlamentari italiani paragonandole a quelle statunitensi: in Italia le indennità vere e proprie (senza contare quelle aggiuntive) misurate in termini reali (euro del 2005) sono aumentate da 10.712 euro nel 1948, a 137.691 euro nel 2006, pari a un aumento medio del 9,9%annuo e un incremento totale del 1.185,4%; negli Usa, dove non ci sono indennità aggiuntive, la retribuzione lorda è cresciuta da 101.297 dollari nel 1948 a 160.038 dollari all´anno nel 2006, con un aumento del 58%, ovvero l´1,5% annuo. Paragonando l´introito dei parlamentari a quello delle altre categorie italiane si calcola che il reddito medio dei manager tra il 1985 e il 2004 è aumentato del 69%, con un tasso annuo del 2,9; quello complessivo dei parlamentari è aumentato del 96,7 a un ritmo annuale del 3,8.

Nel 2004 lo stipendio parlamentare medio (146,533+56.335 da altre voci) risultava nel totale 1,8% superiore al reddito reale medio di un manager (113,087 euro). Non posso dilungarmi ancora. Sottolineo solo quanto si afferma nelle conclusioni: «Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica ha determinato un pauroso peggioramento qualitativo dei politici. Questo declino va di pari passo con il drammatico abbassamento del livello medio di istruzione. Infine all´aumentato reddito parlamentare peggiora la qualità media degli individui che entrano in politica. Il forte incremento del reddito parlamentare (quattro volte quello medio di un manager privato) ha contribuito al declino della qualità degli eletti». Abbozzo una riflessione: il prevalere, tramite Forza Italia, della presenza manageriale e della ricchezza all´interno delle Camere spiega la degenerazione della cultura politica italiana: sul consenso prevale il comando, un sistema di equilibri e di suddivisione istituzionale dei ruoli (magistratura, Consulta, Quirinale) appare un non senso per chi considera il capo azienda naturale detentore del potere. In questo quadro la conquista di una maggioranza funziona se segue le regole di un´Opa: chi la vuole si dia da fare per acquistare il controllo azionario. E come, se non con i soldi?

Una riforma che se attuata sottrarrà risorse soprattutto al Sud con un drammatico calo dei servizi a disposizione dei cittadini. È quanto emerge da uno studio del Pd sugli effetti del federalismo fiscale.

Volenti o nolenti, il concetto di federalismo fiscale si è ormai instillato nella vita, politica ed economica, del nostro Paese. Ma il cavallo di battaglia fin troppo esibito dalla Lega è stato fin qui oggetto di troppo poche attenzioni, se è vero che rischia di disarcionare proprio parte di quei soggetti che nella retorica del Carroccio dovrebbero beneficiarne. È la chiara conclusione a cui arriva uno studio del partito democratico, che vede proprio i Comuni correre il rischio di una stangata con il nuovo fisco previsto nel federalismo fiscale.

MERIDIONE A PICCO

Secondo l’indagine del Pd, messa a punto dal senatore Marco Stradiotto, i municipi con il passaggio dai trasferimenti statali all'autonomia delle imposte perderebbero complessivamente 445 milioni di risorse l'anno da destinare ai servizi.

La proiezione è fatta utilizzando dati della Copaff, ovvero la Commissione paritetica sul federalismo fiscale che lavora al ministero del Tesoro, e dimostra che l'Aquila, ma anche Napoli come molti Comuni del Meridione perderebbero consistenti fette di entrate (fino a oltre il 60%) con il nuovo fisco. Va meglio, e qui i conti della Lega tornano, ai municipi del Nord o a quelli come Olbia con un alto tasso di seconde case, avvantaggiati dalla base immobiliare delle nuove imposte.

In particolare, la perdita di risorse per i servizi a disposizione dei capoluoghi di provincia è quantificata in 445,455041 milioni di euro. Un dato che emerge mettendo a confronto i trasferimenti relativi al 2010 e il totale del gettito dalle imposte devolute in base al decreto attuativo del federalismo sul fisco comunale (tassa di registro e tasse ipotecarie, l'Irpef sul reddito da fabbricati e il presunto introito che dovrebbe venire dalla cedolare secca sugli affitti). Tra i 92 comuni presi in esame 52 otterrebbero benefici dalla proposta di riforma e 40 ne verrebbero penalizzati.

IL CASO L’AQUILA

Come detto, un taglio drastico delle risorse risulta per il comune dell' Aquila (-66%) che perderebbe più di 26 milioni. Infatti, se il nuovo fisco previsto nel federalismo municipale andrà in vigore il capoluogo abruzzese incasserà soltanto 13,706 milioni di tasse a fronte dei 40 milioni di trasferimenti avuti nel 2010. Ragionando pro capite, si tratta di -360 euro all’anno per abitante poiché gli aquilani pagherebbero 188 euro, mentre attualmente per ognuno di loro vengono dati al Comune 548 euro.

Sulla stessa linea negativa c’è Napoli (-61%) che in virtù della popolazione molto maggiore ci rimetterebbe quasi 400 milioni, il differenziale che emerge dall’ipotetica autonomia impositiva, con incassi pari a252milioni, ed i trasferimenti incamerati nel 2010, 645 milioni. Più ridotto, invece, il gap negativo per Roma,un -10%equivalente ad una perdita di 129 milioni.

Fra i Comuni del Centronord ci sono, di contro, da segnalare i vistosi incrementi di Imperia (+122%), Parma (+105%); Padova (+76%) e Siena (+68%).

il manifesto

Anno I d. C. Trionfa la libertà d'impresa

di Loris Campetti

Un altro mondo è possibile, anzi inevitabile nella nuova era. L'anno I d.C. (dopo Cristo) nasce dal cervello di Marchionne per sottrazione rispetto all'era precedente, quando il lavoratore era qualcosa di più di un'appendice della macchina, aveva una sua autonomia, i suoi diritti. La globalizzazione ha cambiato tutto, la competizione detta le nuove regole in una corsa forsennata al ribasso. Il sindacato deve trasformarsi in cane da guardia dell'azienda: prima sottoscrive i diktat del sovrano e poi li impone alla «manovalanza» e punisce chi trasgredisce, lasciando così libero il sovrano di saltabeccare da un oceano all'altro alla ricerca dello stato più prodigo, del sindacato più complice, della classe operaia più debole e ricattabile.

«Oggi qui domani dove sarò»..., cantava Patty Pravo. L'unica libertà riconosciuta nell'anno I d.C. sarà quella dell'impresa.

Il piatto è servito agli operai di Mirafiori. Ci teneva che fosse la pietanza di Pomigliano riscaldata e invece è ancora più piccante, amara e indigesta. Nel nuovo accordo separato siglato ieri da Fim, Uilm, Fismic-Sida e Ugl si sancisce il diritto del padrone a definire quali diritti sul lavoro possano essere conservati e quali no e a decidere quali sindacati abbiano diritto di vita nelle sue aziende. Se la Fiom non firma la sua condanna a morte non avrà più diritti sindacali, non potrà presentare candidati alle Rsu, anche se rappresenta la maggioranza dei dipendenti.

Si va oltre la sospensione del diritto di sciopero, si sospendono i diritti democratici. Con la vergognosa firma di ieri la Fiat si colloca fuori dall'industria, fuori dal contratto nazionale di lavoro. Insomma, si colloca fuori dalla democrazia e dalla Costituzione repubblicana. Ogni fabbrica avrà il suo contratto, i suoi sindacati gialli, le sue regole. E siccome la Fiat ha 111 anni fa scuola in Italia, partirà una gara imitativa da parte di molte imprese.

Sono matti se pensano di ridurre i lavoratori a schiavi, matti e autolesionisti. Sono degli illusi se pensano di poter mettere la Fiom fuorilegge perché la Fiom è il sindacato più rappresentativo dei metalmeccanici.

Adesso Marchionne in versione John Wayne pretende anche che i lavoratori di Mirafiori vadano a votare sì, vuole vederli piegati mentre mettono la croce sopra i loro diritti e cancellano la possibilità di eleggere i propri rappresentanti consegnando alla Fiat il potere di decidere qual è il sindacato più servile. Marchionne dice che si accontenta del 51 per cento di sì per non scappare con macchine e investimenti in Serbia, Polonia, Usa, Messico o dove la globalizzazione lo porterà.

Che altro serve alla Cgil per decidere che è arrivata l'ora di proclamare lo sciopero generale? Che altro serve all'opposizione per rendersi finalmente conto che in Italia non c'è solo un nemico della democrazia ma ce ne sono almeno due?



La Repubblica

L’America a Torino

di Luciano Gallino



L’accordo per la nuova società che gestirà Mirafiori segna una brutta svolta nelle relazioni industriali in Italia. Esclude la Fiom, che sin dagli anni del dopoguerra è stato il sindacato di maggior peso nel grande stabilimento torinese.

Inasprisce deliberatamente il conflitto tra i maggiori sindacati nazionali: Fiom-Cgil da una parte, tutti gli altri contro. Divide i sindacati in un momento in cui i lavoratori dipendenti, di fronte alle cifre drammatiche della disoccupazione, della cassa integrazione e del lavoro precario, avrebbero il massimo bisogno di sindacati uniti per poter uscire dalla insicurezza sociale ed economica che li attanaglia. In presenza, per di più, di un governo del tutto inerte di fronte ai costi umani della crisi. Ora che si è chiuso stabilendo che solo i sindacati che lo hanno firmato potranno avere in essa i loro rappresentanti, si può dire che nell’insieme l’accordo su Mirafiori lascia intravvedere un paio di certezze, ed altrettante incognite. Una prima certezza è che l’ad Sergio Marchionne pensa evidentemente di importare in Italia non solo le auto, ma anche le relazioni industriali degli Usa.

Il motivo è chiaro: legislazione e giurisprudenza statunitensi sulle libertà sindacali sono assai più arretrate che in Europa. Al punto che grandi imprese tedesche e francesi, che coltivano in patria relazioni industriali pienamente rispettose di quelle libertà, nelle sussidiarie Usa le violano con la massima disinvoltura. Assumendo crumiri al posto di lavoratori in sciopero, ad esempio, oppure esercitando pressioni inaudite sul singolo lavoratore affinchè non segua le indicazioni del sindacato. Il tutto nel rispetto della sottosviluppata legislazione del luogo. Nel mondo globale non si vede perché, sembra essere il ragionamento di Fiat, le relazioni industriali in Italia non si possano conformare a quel modello.

Inoltre pare ormai certo che l’operazione Fiat-Chrysler non sia affatto destinata a fare di Chrysler la testa di ponte statunitense della Fiat; è piuttosto questa che si accinge a fungere da testa di ponte europea per la Chrysler. Partendo da Mirafiori. Si può infatti convenire che a fronte di una produzione prevista di oltre 250.000 vetture, tre volte quella degli ultimi anni, non si vede che differenza faccia produrre per la maggior parte Jeep Grand Cherokee, magari con la placca Alfa Romeo, piuttosto che qualche successore delle attuali auto del gruppo. Sono sempre posti di lavoro. Ma qui la Fiat si gioca la sopravvivenza come marchio originale. E’ noto che per non sparire sul mercato europeo Fiat deve assolutamente spostarsi sulla fascia medio-alta; si comincia ora a intravvedere che il prezzo potrebbe essere la sua uscita dal rango dei progettisti originali e costruttori che hanno fatto la storia dell’auto.

Le incognite riguardano anzitutto che cosa succederà nelle altre aziende, a cominciare dalla componentistica, visto che il tetto comune del contratto nazionale sembra prossimo a cadere. Le grandi aziende - poche ormai in Italia - possono anche ritenere che il principio "ad ogni azienda il suo contratto" si attagli alle loro esigenze. Ma le piccole e medie? Il contratto nazionale non serve soltanto a proteggere i lavoratori in modo relativamente uniforme. Serve anche a proteggere le aziende dalla proliferazione incontrollata di sigle sindacali, come pure da rivendicazioni interne, magari extra-sindacali, che in assenza di un contratto quadro possono dare agli imprenditori grossi grattacapi.

Un’altra incognita riguarda destino e strategie della Fiom e dei suoi iscritti, in presenza di un’intesa che dal 2012 li esclude dalla newco Mirafiori - salvo un esito diverso del referendum. A Torino sarà assunto solo chi giura di non appartenere alla Fiom? Oppure dovrà nascondere la propria identità sindacale? O, al contrario, dovrà portare un badge che permetta ai capi di distinguerli a vista? Fuori Torino, poi, le cose potrebbero essere anche più complicate. Chi sa se l’ad Fiat si rende conto che in molte aziende meccaniche, comprese quelle che fabbricano componenti, la Fiom è il sindacato di maggioranza; in non pochi casi è l’unico. All’epoca della produzione giusto in tempo, il parabrezza o la sospensione o il disco dei freni che non arrivano perché il fornitore è fermo per una vertenza sindacale, può danneggiare la produttività di Mirafiori molto più che non i 40 minuti di pausa per turno invece di 30, o la pausa mensa a metà turno invece che alla fine. Le grandi strategie sovente naufragano per aver trascurato i dettagli.

Quest'inverno si sta riscaldando. Mai come in questi mesi lo stato generale di quest'Italia è stato così deprimente. La disoccupazione cresce, anche i sindacati non stanno tanto bene e la politica è un disastro. I partiti che una volta avevano un nome (Dc, Pci, Psi, Pri, etc) adesso hanno sigle prive di identità: nomina sunt essentia rerum. Nessun nome preciso e, quindi, disponibile a tutto e al contrario di tutto.

L'attuale governo, dopo aver ottenuto la maggioranza di soli tre voti, conferma il detto secondo il quale al peggio non c'è fine. Il presidente del consiglio minaccia di scendere in piazza se la Corte Costituzionale impedirà l'approvazione del legittimo impedimento, che ove non fosse approvato porterebbe Berlusconi da Palazzo Chigi a Regina Coeli. E so di esagerare. E intanto si è dimessa la ministra Prestigiacomo. Manca ancora la notizia di un messaggio di congratulazioni del nostro presidente all'amico Lukashenko. Siamo a un caos agonico della Repubblica italiana fondata sul lavoro e non sui disoccupati, i precari e quant'altro.

In questa palude velenosa e micidiale lo scatto di vita c'è venuto dai giovani, dagli studenti, dalle università e dalle scuole tutte. È da settimane che i giovani manifestano, esprimono la loro rabbia, anche disperazione e soprattutto volontà di cambiare, di procedere e far procedere il paese su un binario liberatorio. A Roma, a Palermo, a Torino, a Milano e in tutte le sedi universitarie questo movimento è sceso in piazza a chiedere una svolta. E quando c'è un popolo di giovani che protesta e chiede di cambiar strada poco valgono gli strilli di denunzia contro qualche inevitabile episodio di violenza. Il fiume è in piena. E ben lo ha capito il presidente della Repubblica che ieri ha ricevuto una delegazione di questi studenti. Bene farebbe la Cgil ad accettare la richiesta degli studenti e della Fiom di uno sciopero generale.

Dobbiamo, anche perché un po' più anziani (anche molto) stare vicini a questo movimento: «uniti contro la crisi» è un'affermazione di volontà e di realismo. Il manifesto nella sua ormai quarantennale storia è stato sempre con i giovani, solidale e anche critico. Il manifesto è ancora con questa fiduciosa realtà giovanile. Ma forse anche per questo il manifesto è diventato un obiettivo di questo governo, che prima ha abolito il diritto soggettivo a un contributo statale all'editoria libera e poi, adesso, minaccia di far bella figura togliendo i soldi destinati all'editoria per darli al 5 per mille. E qui, anche in polemica con gli amici de il Fatto, ribadiamo che il contributo pubblico all'editoria senza padroni non è un'elemosina, ma un dovuto contributo alla cultura e alla libertà. Ove queste minacce diventassero realtà, sappiano i nostri potenti nemici, ma anche i giovani del movimento, che non molleremo.

Non molleremo perché siamo in una crisi e in uno scontro sociale (direi di classe) che non consente ritirate. Non torneremo a casa quando nello stato delle cose presenti il pericolo è di una deriva verso il peggio. Peggio anche dell'attuale peggio berlusconiano.

Il Senato affidato alla matriarca leghista Rosi Mauro «è la pucchiacchia in mano a creatura». È la sceneggiata, in mezza giornata già un cult di youtube, sul contrasto tra la più sofisticata macchina procedurale e le maniere sbrigative di una volitiva massaia rurale che ha cercato di governare il Senato con la stessa sapienza con cui si governano e si cucinano i conigli. Ma è anche uno dei momenti probabilmente più maschilisti del nostro Parlamento.

Questo governo sa come manovrare intrighi e gestire affari opachi, ma non sa fare la cosa più normale e importante: tenere una relazione di ascolto riflessivo con i cittadini che fuori dalle istituzioni vogliono far sentire la loro voce a chi è stato eletto per prendere decisioni nel nome di tutti. La violenza che si è scatenata nei cortei degli studenti è stata manipolata ed usata per criminalizzare tutto il movimento, giustificare il pugno duro della coercizione e imporre il volere di chi comanda. La risposta al dissenso che questa maggioranza dei 3 voti di limpido consenso dà, è quanto di più improvvido e autoritario; è la dimostrazione del fatto che gli studenti non sono considerati degni interlocutori da questa maggioranza, la quale probabilmente mette in conto che quelli degli studenti non sono voti suoi. Punire gli studenti è come punire l´opposizione tutta, quella parte del Paese che questo governo non rappresenta, che vuole anzi umiliare e reprimere; quella parte che non applaude e che è rubricata come "comunista" e va dalle toghe non domate, ai giornali non padronali, agli operai non marchionisti. Gli studenti sono in buona compagnia. Le loro esigenze sono senza voce, trattate come una questione di "sicurezza".

Eppure le esigenze espresse dagli studenti non sono corporative, non chiedono prebende, l´azzeramento di un mutuo o promesse di posti ad personam. Chiedono cose politiche: che questo progetto di riforma venga fermato e rivisto nella sostanza perché è pessimo per gli studenti di questa generazione e di quelle successive. A queste obiezioni, la politica che siede a Palazzo Chigi e in Parlamento non ha risposte se non il dileggio e il pugno duro. Da settimane gli studenti dicono all´opinione pubblica una cosa molto semplice: manca in questa proposta di riforma una visione di futuro positiva e di crescita per i giovani, ovvero per il Paese. Un riforma che restringe e rende asfittica la ricerca, che monitora la didattica con metodi da contabilità aziendale, che non riesce a dare il senso di un´università aperta al ricambio generazionale per merito provato e documentato. L´immagine dell´università che il ministro Gelmini ci propone è indifferente al mondo della ricerca e soprattutto ai principi scritti nella Costituzione che parlano di eguali opportunità e di cultura come patrimonio nazionale da proteggere e alimentare.

Da anni, i vari governi che si sono insediati, di destra come di sinistra, hanno voluto lasciare alla storia una loro "riforma" dell´università. In molti casi, hanno sbriciolato l´università che c´era nelle risorse e avvilita nelle potenzialità, senza riuscire a renderla migliore. Il risultato di questo sperpero sistematico è il seguente: le scuole e i licei formano generazioni di fuoriusciuti; le tasse dei contribuenti italiani contribuiscono al futuro dei Paesi stranieri. Dal Belgio alla Spagna, dall´Inghilterra alla Germania, dagli Usa al Canada o al Brasile: dovunque si trova la stessa realtà, quella di studenti italiani espatriati, non per cercare l´Eldorado o perché figli di papà in viaggio, ma perché bravi e senza futuro degno e onesto nel loro Paese. È questa la realtà, il fatto di riferimento che l´algida Gelmini dovrebbe considerare quando trincera la sua riforma con la rituale dichiarazione che si tratta di una "buona riforma". Non si fa una riforma che è "buona". Si fa una riforma che è ottima, la migliore possibile data la situazione reale alla quale deve rispondere. Una riforma "buona" in questa contingenza è cattivissima: per il sistema di reclutamento, per la subordinazione dei criteri del valore a quelli aziendali, per un´intollerabile decurtazione delle risorse. Zero Euro. È questo il senso della riforma Gelmini. L´anoressia dei cervelli.

Di fronte a questi problemi, che gli studenti comprendono benissimo, la risposta del governo è in linea con la sua identità politica: paternalismo («i genitori facciano stare a casa i figli», come se i ragazzi non fossero adulti e liberi di decidere) e autoritarismo. Infantilizzazione e dominio repressivo; anche a costo di rispolverare l´arresto preventivo, un istituto che con le carte dei diritti non ha alcuna relazione; mentre ce l´ha con il regime del Ventennio nero: quando Mussolini andava in visita in una città si mettevano preventivamente in carcere i sospetti sovversivi per rilasciarli quando il duce se n´era andato. Le soluzioni proposte dal governo non sono né impreviste né irrazionali perché l´autoritarismo è l´esito certo quando si interrompe la relazione tra cittadinanza e rappresentanza. Non la si chiami democrazia autoritaria però, perché la democrazia autoritaria è un non-senso. Ciò che può esistere e c´è, è un esecutivo autoritario che soffoca la democrazia.

Ricordate lo scatto meccanico del braccio destro del dottor Stranamore nel film di Kubrick? Oggi in Italia il dottor Stranamore ha assunto il volto del capogruppo del Pdl.

L´onorevole Gasparri è una presenza abituale nei notiziari della televisione di Stato. Lo si è visto per anni impegnato nel faticoso tentativo di pronunziare frasi a effetto e di elaborare barlumi di pensieri politici, in contrasto palese con la natura dell´uomo al quale sarebbe più congeniale passare direttamente all´azione. Ma di recente i suoi pensieri mostrano l´affioramento in superficie di un qualche rigurgito fascista. Rigurgiti violenti e illiberali: non (solo) per gusto personale ma perché il clima di questi giorni lo richiede. Il rischio corso dal governo Berlusconi e l´avanzare di tempi difficili per la maggioranza hanno fatto saltare la vernice ridanciana e godereccia del Pdl, rivelando sempre più i caratteri di una macchina di potere personale sostenuta dall´avventura di una destra che si va radicalizzando a vista d´occhio.

A questo partito della libertà provvisoria e dell´arresto preventivo il "Gasparri-pensiero" offre oggi la sortita di una scommessa sull´assassinio di piazza. Spiace dirlo, ma è qualcosa di più di una impressione. Una scommessa che niente costa e che garantisce un premio sicuro. Non si è ancora spenta l´eco dell´allucinante proposta di arresto preventivo ed ecco che Gasparri rivolge ai genitori l´appello a tenere a casa i figli: le manifestazioni vanno evitate - dice - perché sono «frequentate da potenziali assassini».

Lo dice un uomo del governo: e nelle sue parole affiora un lontano sentore di Stato etico, con la famiglia come agenzia subalterna di un superiore potere statale nell´imporre ordine e obbedienza. Ma in questo invito c´è molto di più e di peggio. Se con la proposta dell´arresto preventivo la libertà individuale e il diritto di manifestare abbandonavano la zona garantita dalla Costituzione per diventare una graziosa e occasionale concessione del potere scaraventando l´Italia in coda alla graduatoria mondiale dei regimi tirannici, qui siamo davanti a qualcosa di ben più grave: nel gioco mortale di un regime traballante si investe perfino nell´assassinio. Ma anche la cultura della destra fascista si aggiorna: non commissionano più i delitti politici, si limitano a prevederli. Merito del governo se non ci saranno; colpa dell´opposizione, dei genitori e delle vittime se ci saranno.

Si tratta di un altro passo in precipitosa discesa sulla china imboccata fin dall´inizio dalla combriccola al potere: quella della paura. Ma rispetto alle esercitazioni dei decreti sulla sicurezza, con l´uso degli immigrati e dei rom come spauracchi per fondare sulle paure collettive una delega illimitata all´arbitrio e al regime di eccezione, stavolta il seme del terrore viene gettato direttamente in mezzo alle folle dei manifestanti, in quelle piazze riconquistate dai giovani in lotta per il loro futuro. Un futuro che è quello del nostro Paese: perché è evidente a tutti che dalla crisi si potrà cominciare a uscire solo quando si ridarà respiro e speranza di crescita intellettuale e civile alle giovani generazioni oggi senza prospettiva. Per questo il decreto sull´Università, al di là dei suoi contenuti e delle lambiccate alchimie dei suoi ritocchi alla fatiscente e indifendibile macchina universitaria, è diventato il simbolo di una volontà di rinascita e l´occasione scelta dai giovani per farsi ascoltare.

Ora, un governo democratico è tale solo nella misura in cui garantisce la libertà costituzionale di ciascuno mentre si prende cura della sicurezza di tutti. Scommettere sulla violenza lo trasforma in una associazione a delinquere. Ma si ricordino gli apprendisti stregoni che non è l´Italia il paese dove si possa cancellare così rapidamente il ricordo di come è stato sconfitto quel ricatto del terrorismo che voleva ricacciare i cittadini nel chiuso delle case. Allora l´attacco alla democrazia fu sconfitto riconquistando le piazze ed esercitando attivamente il diritto di manifestare. È così che fallirono i complotti orditi nell´ombra da forze politiche e istituzionali che restano ancora coperte dal segreto di Stato. Oggi è la parte giovane del Paese che manifestando all´aperto si assume un compito che è soprattutto suo e rivendica il suo diritto ad avere un futuro. La sua presenza nelle piazze è una garanzia e una speranza per tutti noi. È contro tutto il paese che in Italia qualcuno prova la carta della disperazione.

L’astutissima intervista in cui Bersani liquida le primarie e annuncia di volersi alleare con Fini e Casini anziché far fronte comune con Vendola e Di Pietro ha finalmente ricompattato il popolo dei democratici. Lo si evince da una passeggiata nel sito del Pd.

«Sono un ex iscritto e tra poco sarò un ex elettore» (Francesco). «Ma Fini è di destra! Come è possibile anche solo pensare a un’alleanza con lui?» (Michele). «Stasera restituisco la tessera» (Francesca). «Così non andiamo da nessuna parte, anzi sì: al suicidio» (Chiara). «Mi domando cosa avete nel cervello. Ma davvero le partorite voi queste cavolate? Andatevi a nascondere e non fatevi più rivedere!» (Gianni). «Cacchio, ma si può?» (Gian Piero). «Se succede, lascio il partito in un secondo» (Gianluca). «Bersani fa bene, sono d’accordo con lui» (Fassina, ma forse è la sorella dell’ex segretario). «Cioè, fatemi capire: dovrei scegliere alle prossime elezioni fra Fini e Berlusconi?» (Alessandro). «Dopo la fatica che abbiamo fatto a liberarci di Binetti e Rutelli, paffete che ci ritroviamo a subire i loro veti!» (Monica). «State ancora una volta riuscendo a rivitalizzare Berlusconi. Sono allibito» (Stefano). «Ero un ventenne che aveva trovato una piccola speranza. Ora lei me l’ha spenta di nuovo. Grazie, segretario» (Riccardo). «D’ora in poi come inizierà i suoi comizi? Cari democratici, cari compagni, cari camerati?» (Concita). «Grazie a tutti quelli che stanno commentando l’intervista» (Pier Luigi Bersani). «Segretario, tu ci ringrazi, ma i commenti li leggi o guardi solo le figure?» (Monica).

Bascetta, Il pensiero unico organizza la riscossa

Pantaleo (CGIL) Le proteste non sono un problema di ordine pubblico

Vecchi, Atenei aperti (ai privati) e città bloccate

Università, il pensiero unico

riorganizza la riscossa

di Marco Bascetta

Domani il ddl Gelmini tornerà in aula. È una scelta criminale, una provocazione scellerata. Il segno di una arroganza che sfocia nell'idiozia. Un messaggio irricevibile: con una maggioranza di tre nullità a buon prezzo, con una opposizione sociale gigantesca e determinata e il rifiuto di gran parte del mondo della cultura e dell'università, procederemo comunque, useremo fino in fondo il potere di cui disponiamo, quello dei voti come quello dei manganelli per imporre la nostra volontà.

Spirito di vendetta? Astiosa resa dei conti con il fronte sconfitto della sfiducia? Grottesca simulazione di una capacità di governo ormai irrimediabilmente liquefatta? Perchè tutto questo accanimento, questa fretta di segnare il punto? Questa strategia di sfondamento? Il fatto è che intorno alla riforma dell'università si gioca una partita, simbolica e politica, di enorme portata e di lungo periodo. Berlusconi e i suoi federali lo capiscono benissimo, l'opposizione centrista e perfino di sinistra, è restia a rendersene conto, come se si trattasse di una pacata disputa legislativa sui dettagli.

Il primo elemento che dovrebbe saltare agli occhi di tutti è che mettere in calendario il ddl Gelmini con questi tempi e in questo clima configura un preciso stile di governo: quello di un potere che disponendo di una maggioranza, comunque raccattata, agisce a prescindere dalla situazione sociale del paese come pura e semplice affermazione di autorità. Chi, pur apprezzando per un verso o per un altro questa pessima riforma, è disposto ad accettare un siffatto stile che assomma l'onnipotenza berlusconiana alle esibizioni muscolari di Maroni e La Russa? Senza rendersi conto che l'approvazione del disegno di legge potrebbe comportare una catastrofe ormai annunciata in ogni modo.

Ma vi è un secondo elemento ancora più importante: la normalizzazione aziendalista dell'università configura un modello sociale complessivo. Un modello che espelle dal suo orizzonte l'idea stessa dell'investimento come investimento sociale, che nega alla radice qualunque possibilità di concepire la crescita culturale di un paese come processo collettivo, e che, sotto le bandiere del «merito», stabilizza e inasprisce gli strumenti di ricatto che disciplinano il mondo del lavoro precario.

Un modello che non concepisce affatto i «tagli» nemmeno come una dolorosa necessità, ma come un principio di giustizia, quasi divina, e una straordinaria occasione per redistribuire i redditi verso l'alto. Un modello, infine, che cerca di riaffermare, costi quel che costi, i principi e le politiche neoliberiste infragiliti e attanagliati dalla crisi. È insomma a partire dall'Università e dall'intero sistema della formazione che il «pensiero unico» e il «non ci sono alternative» sta riorganizzando la sua riscossa, radunando le file, affilando le armi. Per questo non mollano e per questo sono disposti a tutto.

Facciamo i debiti scongiuri e ristabiliamo le debite proporzioni, ma la questione dell'università occupa nella testa (e nella pratica) dei poteri dominanti, da Londra a Roma a Parigi, lo stesso posto che i minatori, a suo tempo, occuparono in quella della «lady di ferro» e i controllori di volo nella testa di Ronald Reagan. È il fronte da spezzare, l'avversario da sbaragliare per predisporre il campo del presente, e soprattutto quello del futuro, all'esercizio incontrastato del potere e del profitto. È il «nulla sarà più come prima», è l'aggressione selvaggia a qualunque pretesa di benessere sociale, di libertà individuale e di rilevanza politica. Non si levano forse da tutte le parti gli inviti all'«umiltà», alla riduzione delle aspettative e all'arte di arrangiarsi? Rivolte indifferentemente a studenti, operai e lavoratori precari?

Certo, i minatori e i controllori di volo hanno perso: gli era difficile parlare all'insieme della società. I primi perchè legati a tradizioni e forme produttive in evidente declino, i secondi per la loro specificità corporativa. Ma con il lavoro cognitivo è tutta un'altra storia. Non si può sostituirlo con le macchine e gli schiavi, né farlo svolgere dai militari. Una certa libertà ne è l'indispensabile carburante, penetra le fabbriche e i più diversi comparti produttivi. Non nutre nostalgie, ma non accetta la chiusura del futuro.

L'Università, insomma, può parlare oggi alla società tutta intera. Chi avesse avuto la pazienza di ascoltare come la città di Roma ha percepito l'insorgenza del 14 dicembre, avrebbe facilmente registrato la sovrapposizione della mobilitazione studentesca all'insieme della condizione giovanile e non solo. Non si parlava degli «studenti», ma di gente derubata del futuro, e di una classe politica complice o impotente. Quanti, nell'aula parlamentare, si troveranno a partire da domani a fare i conti con il colpo di mano del governo sappiano che della complicità o dell'impotenza saranno chiamati a render conto. È proprio a loro che ingiungiamo, per una volta, di isolare i provocatori e i violenti che siedono sui banchi del governo. Quanto alla piazza, ai movimenti, si può star certi che non resteranno a guardare. Non possono farlo. La posta in gioco è troppo alta. Troppo seria per lasciarla alla miseria di questa politica.

Pantaleo (CGIL) Le proteste non sono

un problema di ordine pubblico

intervista di Roberto Ciccarelli

«Siamo l'unico paese europeo in cui il declino peggiora ogni giorno - afferma Domenico Pantaleo, segretario della Flc-Cgil - ma le proteste giovanili vengono trattate come un problema di ordine pubblico. Non dimentichiamo che siamo in un sistema autoritario, c'è l'idea che i conflitti vanno annichiliti, mentre la politica si rinchiude nei palazzi».

Per questo il ministro dell'Interno Maroni propone di estendere il Daspo alle manifestazioni?

Non sono d'accordo, la prevenzione degli incidenti nel corso delle manifestazioni deve avvenire in maniera diversa. Il Daspo è un provvedimento adottato per gli stadi e rischia di impedire la libera partecipazione ai cortei. Fermo restando che bisogna mettere in campo le iniziative necessarie per prevenire i disordini, mi auguro che le prossime manifestazioni siano pacifiche e chiedo al governo di permettere agli studenti di manifestare liberamente.

Come giudica la campagna di diffamazione e criminalizzazione in atto contro gli studenti e i ricercatori?

Molto negativamente. Come Flc rivendico il dialogo politico con il movimento studentesco e quello dei ricercatori che è stato utile per noi, come anche per loro. Il nostro rapporto è iniziato con l'Onda quando gli studenti si sono opposti al Disegno di legge Gelmini e alla politica dei tagli alla scuola e all'università voluta dal ministro dell'Economia Tremonti. Questo rapporto si è rafforzato da quando il loro movimento reclama un modello di sviluppo basato sui beni comuni e alternativo a quello neo-liberista. Stiamo lavorando ad una piattaforma comune da più di un anno, cioè da quando abbiamo promosso un'assemblea con gli studenti e i ricercatori precari alla Sapienza. Insieme a loro abbiamo partecipato alla manifestazione Fiom del 16 ottobre e a quella del 27 novembre in quella della Cgil. E presto lanceremo il percorso degli «stati generali della conoscenza» rivolto a tutti i soggetti che vivono e lavorano nel ciclo dell'istruzione pubblica.

Come giudica gli incidenti visti a Roma martedì scorso?

Ribadisco la mia ferma condanna per quegli atti di violenza. Altra cosa però è l'indignazione espressa in quella piazza. Quella bisogna comprenderla per evitare che le nuove generazioni cadano nella disperazione o nell'isolamento. Gran parte delle tensioni di questi giorni sono dovute al fatto che questo movimento fa paura al governo, rivendica un sistema sociale all'altezza del benessere delle persone ed è capace di costruire alleanze sociali e di conservare il consenso che si è guadagnato nella lotta contro il Ddl Gelmini. Rispetto alla generazione del niente diritto allo studio, lavoro stabile o stato sociale, senza alcuna garanzia per il reddito o per la pensione, qui si è iniziato a rivendicare il diritto al futuro.

Chi è il protagonista di questa rivolta generazionale?

Il lavoro della conoscenza altamente qualificato che ha perso identità ed è stato ridotto alla condizione di sottoproletariato. È questo il protagonista di uno scontro di classe per molti versi inedito in questo paese. La nuova generazione degli studenti ha ormai capito che un alto tasso di scolarità non garantisce alcuna mobilità sociale, l'apprendimento non garantisce l'emancipazione né l'affermazione professionale nella vita. In più questa società gli nega qualsiasi spazio alla cultura, al reddito e alla libertà. È una situazione soffocante contro la quale il movimento propone un'alternativa di civiltà.

Quale?

La cultura di destra ha fino ad oggi sostenuto che le persone da sole possono essere più libere di realizzarsi. Questi ragazzi dicono che solo collettivamente si può cambiare il mondo. Oggi in campo non c'è solo un'opposizione al governo, ma una proposta che rovescia l'idea per cui il successo formativo dipende dal reddito delle famiglie e non dal valore del lavoro intellettuale. Per il movimento, la scuola e l'università non sono più legate all'aziendalismo, alla retorica della meritocrazia e alla selezione dei migliori. Vengono anzi considerati luoghi dove costruire forme di partecipazione dove le persone producono saperi e non sono soggetti passivi di apprendimento.

1990-2010

Atenei aperti (ai privati) e città bloccate

di Benedetto Vecchi

Anni di controrivoluzione. O di rivoluzione passiva, secondo il vecchio adagio gramsciano per indicare le innovazioni sociali, produttive e politiche che il capitalismo mette in campo dopo che si è consumata una sconfitta del suo antagonista storico, la classe operaia. Ma al di là della passione definitoria, gli anni Ottanta erano stati anni dove la sconfitta dei movimenti radicali degli anni Settanta aveva i colori sgargianti del made in Italy ed era illuminata dalle luce algide delle televisioni commerciali di un «furbetto del quartiere» che da lì a una mancata di anni, grazie a spericolate operazioni immobiliari rese possibili dai suoi rapporti con il gruppo di potere craxiano, avrebbe occupato la scene dei media e della politica per non abbandonarle per molti, troppi anni.

Per chi aveva conosciuto gli anni Settanta, il decennio successivo era l'anno dello scontento, della disillusione. L'unica possibilità concessa era capire cosa era accaduto non solo in Italia, ma in un mondo dove impazzavano Ronald Reagan e Margaret Thatcher, i migliori interpreti politici della controrivoluzione liberale.

E quando un pragmatico ministro annuncia che per migliorare la vita negli atenei italiani, le università devono avere l'autonomia finanziaria per attrarre i capitali che la crisi fiscale dello stato sociale non può garantire, il clima asfissiante e le luci tutte lustrini di alcune città italiane vengono cancellate da giovani cresciuti negli anni Ottanta e che dell'edonismo cosiddetto reaganiano ne hanno le scatole piene. È il movimento della Pantera, mix vitale di radicalismo vecchio stile e attitudine controculturale; di stile grunge o punk e forme di vita metropolitane.

La Pantera esplode a Palermo. Gli studenti delle altre città, in una dinamica quasi carbonara, tessono fili di una comunicazione che tuttavia diffondono il virus del movimento. Pochi mesi e il ritornello da stadio «la pantera siamo noi e chi cazzo siete voi?» è il verace mantra che accompagna i cortei. Identità sfuggente, mimetica, ma capace, nelle intenzioni, di graffiare e fare male. I media, come è di consueto, ignorano. E quando lo fanno si affannano a lanciare strali contro il Sessantotto o gli anni di piombo. La sinistra politica è annichilita dalla caduta del Muro e vede nella Pantera solo dei «bravi ragazzi».

In cerca di autonomia



Ogni movimento sociale inventa la sua tradizione e la Pantera non è da meno. L'ecologismo, le teorie della complessità, la dimensione controculturale degli anni Sessanta, le elaborazioni eterodosse della sinistra marxista e la narrativa cyberpunk sono frullate per elaborare un punto di vista che rivendica un'autonomia dal potere, punto di partenza ma anche fondamento del «fare movimento». Non è infatti un caso che molti degli attivisti della Pantera, una volta che il felino si è defilato, costituiranno la componente più riconoscibile dei centri sociali che fioriranno in tutta Italia. Centri sociali come zona temporaneamente autonoma, così come erano state pensate le facoltà occupate durante la Pantera.

La Pantera è un movimento difficile da definire. È fatto di studenti, va da sé, che si battono contro la proposta di Ruberti, ma parla un linguaggio che annulla i confini tra università e società in forme radicalmente diverse dal passato. Sono giovani cresciuti nell'Università di massa e ciò che rifiutano è un futuro scandito dalla logica del mercato, nel quale possono trovare un lavoro dequalificato. La precarietà di massa è dietro l'angolo, ma la forma dominante nei rapporti tra capitale e lavoro è ancora all'insegna del tempo indeterminato.

C'è inoltre un altro aspetto che va nominato. Riguarda l'ingombrante eredità della Pantera, cioè quel rapporto tra produzione di conoscenza e produzione di merci. Ingombrante perché le università sono sempre più diventate una istituzione preposta a formare forza-lavoro docile e bendisposta a un regime di precarietà a tempo indeterminato. «Batti il tuo tempo, fotti il potere», scandiva una posse negli anni della Pantera. Refrain sempre affascinante e che funziona anche adesso, a patto però che il tempo di cui si parla sia quello della lunga durata e non di una immanenza che si dissolve come la fiamma di una candela.

Il liberismo rapace



Sono passati due decenni e le Università sono di nuovo in rivolta. Ciò che la Pantera paventava come rischio è divenuto realtà. L'Università è divenuta un'agenzia di formazione di precari, mentre ai privati viene promesso di potersi prendere il meglio. Come ha scritto Naomi Klein, è nella crisi che prende forma un liberismo rapace e autoritario. Questa volta i giovani che vogliono scandire il proprio tempo sentono sulle loro spalle la crisi economica e che non la vogliono pagare. Quando manifestano ciò che diventa centrale non è una condizione studentesca ritenuta miserabile. Sono molto più sensibili a una condizione sociale generalizzata, quella che è riassunta nella parola «precarietà». Vedono un mondo dove le diseguaglianze sociali sono cresciute, dove la povertà è tornata a popolare la metropoli. Sono inoltre consapevoli che la loro vita avrà molte meno chance di quella dei loro genitori o nonni. Ma fuggono le passioni tristi del rancore o dell'invidia. Anzi si percepiscono come gli unici antidoti a quel clima claustrofobico e asfissiante che, come una cappa, instilla veleno nelle relazioni sociali. Sono cioè precari che parlano con altri precari, magari incatenati in una fabbrica o in un ufficio o che si «sbattono» tra un lavoro e l'altro.

Ricordare la Pantera significa quindi prendere le distanze da un'immagine patinata dei movimenti e fare i conti con una realtà dove la rivolta è un momento, certo rabbioso, di quel tentativo di trovare la strada per riprendersi il presente e il futuro. Può non piacere, ma questa è la realtà. E mette tristezza leggere chi ha nostalgia per l'immagine patinata dei movimenti e che prende le distanze da quanto sta accadendo. È il riflesso pavloviano di chi visto un pericolo nasconde la testa sotto la sabbia. Per chi invece vuol cambiare la realtà è difficile abbandona il campo, perché in politica i rischi vanno corsi. Con intelligenza e duttilità.

Appennino Pistoiese, è mezzanotte di giovedì, la luna splende in un gelido cielo, non c’è da credere che domani nevichi, ma si sa, oggi le previsioni meteo sono quasi infallibili. A guardar bene c’è un sottile velo di cirrostrati che avanza da occidente, appena un alone attorno alla luna, eccolo lì l’indizio. Alba di venerdì 17, cielo plumbeo e primi fiocchi, alla stazione di Prato comincia a imbiancare per terra. Treni in ritardo, anche il mio intercity da Napoli, dove tuttavia non nevica e ci sono tre gradi. Passato l’Appennino i prati sono verdi, a Bologna termometro a meno quattro, qualche fiocco svolazzante e altri treni in ritardo.

La neve ricompare a Forlì e a Rimini ce ne sono dieci centimetri, un paesaggio fiabesco che prosegue lungo un ceruleo Adriatico fino in Puglia, dove però la nevicata si era fatta vedere soprattutto mercoledì e giovedì: a Bari appena una spruzzata. E non è certo la prima volta che le spiagge e l’entroterra pugliesi si imbiancano all’inizio dell’inverno: il 15 dicembre 2007 si verificò la fioccata più abbondante degli ultimi anni, con 15 centimetri di manto a Foggia e perfino una trentina nell’entroterra barese. Per non parlare del 1993, quando il 2-3 gennaio le stesse zone furono coperte da mezzo metro di neve sotto le gelide correnti balcaniche.

Ma allora perché ogni volta improvvisamente tutto si complica e diventa difficile, e per una decina di centimetri di neve anche l’informazione assume contorni apocalittici? Nemmeno si può invocare la sorpresa, perché le previsioni l’annunciavano da tre giorni. Sarà forse perché il nostro contatto con l’ambiente naturale si è affievolito, completamente allontanato dai nostri ritmi quotidiani fatti di affari sempre più cittadini, corse contro il tempo, realtà virtuali, fiumi di telefonate e valanghe di Internet, dove improbabili spot pubblicitari inneggiano ad automobili senza limiti che arrampicano impavide sul ghiaccio e contrastano con la goffaggine quotidiana di chi non riesce nemmeno a uscire dal garage, e meno che mai a montare le catene.

Sarà che una banale nevicata diventa come una scintilla che fa esplodere una società sempre sull’orlo del collasso. O sarà forse perché psicologicamente vogliamo che la nevicata sia un evento di stacco, di purificazione di un mondo sporco che ci piace sempre meno.

Allora questi pochi centimetri di bianco che ricoprono i nostri paesaggi abituali diventano occasione per desiderare un rinnovamento, un cambio di prospettiva. Ci lamentiamo dei disagi ma in fondo siamo contenti di aver avuto per una giornata un diversivo e una testimonianza che là fuori esiste ancora un pianeta dove le cose semplicemente avvengono senza il nostro controllo.

Ma intanto, tra poche ore sarà tutto finito: dopo i venti nordici arriveranno, a partire da domani, quelli atlantici più miti e umidi. La neve fonderà e lascerà il posto alla pioggia su molte regioni italiane. Così, passato il gelo, torneremo a lamentarci di altre faccende.



Robert Musil paragonava la declinante dinastia degli Asburgo a «certe stelle, che si vedono ancora benché non ci siano più da migliaia di anni». La prosa de L´uomo senza qualità e un riferimento così nobile appaiono certo sproporzionati alle vicende che viviamo, ma la letteratura aiuta spesso a fuggire dalle miserie quotidiane. Miserie che propongono da tempo tre domande molto semplici, rese più stringenti dal voto parlamentare che ha sancito la temporanea sopravvivenza del governo Berlusconi (a conferma di quanto «popolarità e pubblicità siano arciconvincenti», per citare ancora Musil, ignaro di altri mezzi). Le domande riguardano la natura delle sostanze tossiche e dei detriti che si sono accumulati nella politica e nel Paese, l´inadeguatezza delle opposizioni, la possibilità o meno di invertire quelle tendenze profonde che l´"era Berlusconi" ha alimentato e rafforzato.

La compravendita dei "rappresentanti del popolo" è stata l´ultima e quasi marginale espressione di una prassi che negli ultimi mesi è solo uscita dall´ombra. Una prassi diffusa: il metodo Verdini, che ha caratterizzato gli interventi dall´alto, ha avuto la sua corrispondenza alla base in quella "politica delle assunzioni" che è stata portata agli estremi dalla giunta romana di centrodestra (in attesa, naturalmente, della prosecuzione delle indagini). Detriti tossici, il cui emergere senza veli è conseguenza più che causa dello sfilacciamento progressivo del "patto con gli italiani" del premier. Non di quello fasullo, siglato nel salotto di Vespa, ma di un contratto più profondo, basato sulla sinergia non di virtù ma di accondiscendenze, e su distorsioni trasformate in normalità. Aveva alla base l´assunzione della libertà da vincoli e regole come bussola: era questo il sogno condiviso delle origini, diventò questo il miracolo possibile appena svanì quello, molto più luccicante, fatto balenare nella discesa in campo. Quel patto ha retto oltre lo svanire delle promesse, e anche quando le distorsioni e sin le illegalità del premier hanno superato ogni limite. È stato eroso, semmai, da una profonda crisi economica - e non solo economica - che ha reso evidente come l´assenza di regole non sia un´opportunità per nessuno ma la premessa di un declino comune. Ha iniziato a dissolversi, quel patto, quando parti crescenti del Paese hanno dovuto a poco a poco dismettere un ottimismo irresponsabile. «La barca va», diceva sostanzialmente il Craxi trionfante, e ne condivise poi l´affondare. In altri termini ancora, il patto con gli italiani, basato su reciproche convenienze, ha iniziato a dissolversi quando è cessata la capacità del Cavaliere di offrire rappresentanza e speranze, di qualunque natura esse fossero. Nella sua sostanza originaria quel patto non c´è più da tempo e il suo simulacro tiene ancora il campo quasi unicamente per l´assenza di alternative. Per l´assenza di altri "patti" possibili, che abbiano al centro il Paese.

Come ognuno ha visto, nel logoramento dell´egemonia berlusconiana il centrosinistra non ha avuto quasi nessun ruolo in questi mesi, la scena è stata occupata per intero dalla crisi del centrodestra e dal suo modificarsi. Neppure da quest´area sono venute però sinora grandi spinte innovative o convincenti ipotesi di futuro. Il fascino possibile di una "destra normale", di una "destra delle regole" è stato solo evocato dal sorgere della formazione di Fini, troppo condizionata dal carattere eterogeneo delle spinte e delle opzioni che ha raccolto. La cultura delle regole, inoltre, è stata disattesa fin dall´inizio da un Presidente della Camera, massimo garante degli equilibri, che fondava un partito inevitabilmente volto a modificarli.

Poche illuminazioni sono venute anche dalla formazione di Pier Ferdinando Casini, che aveva avuto il pregio di sottrarsi per primo ai diktat del Premier ma non ha saputo sostituire o modificare in modo adeguato quel che resta del moderatismo cattolico, con le sue venature integraliste. Di qui la sua immobilità e al tempo stesso quella difficoltà di convivere con la cultura laica che porrà qualche problema alla vita stessa del Polo appena costituito, sulla cui coesione e capacità di innovazione è legittimo nutrire qualche dubbio. C´è poi da chiedersi se è destinato davvero a raccogliere nuove adesioni e consensi, e - in questo caso - se indebolirà maggiormente il centrodestra o il centrosinistra. Le dinamiche della politica si sono rimesse in moto, su questo versante, ma il coinvolgimento del Paese appare ancora problematico.

Sui limiti e l´afasia del centrosinistra, sulla sua incapacità di incalzare una maggioranza in crisi è quasi ingeneroso insistere. La manifestazione dell´11 dicembre ha confermato quante energie siano ancora disponibili, incapaci però di pesare davvero per l´assenza di un orientamento convincente. A completare i tratti di un´opposizione inadeguata si pensi poi al nodo della legge elettorale: l´assenza di una proposta condivisa da contrapporre all´indecente legge in vigore ha trasformato un possibile punto di forza in un tallone d´Achille. L´ultima vittoria del premier appare certo effimera ma non è ancora in campo l´esercito capace di sconfiggerlo. Se i mutamenti di scenario non saranno reali le prossime elezioni potrebbero portare a una nuova paralisi o addirittura rinsaldare al comando l´asse Berlusconi-Bossi. Con Bossi deciso a imporre parti corpose del suo programma e Berlusconi ormai in grado di portare a fondo lo stravolgimento costituzionale che persegue. Raramente siamo stati così vicini a un tunnel così profondo e buio.

Vi sono le forze e le volontà politiche e civili per dare almeno avvio a un´inversione di tendenza, per ridare al Paese la speranza in una fase nuova? La possibilità di un mutamento dipende tutta dall´opposizione e in primo luogo dal centrosinistra, dalla sua capacità di superare le cristallizzazioni e le troppo anguste alternative che si sono delineate sin qui (compresa quella fra Bersani e Vendola). Dalla sua capacità di uscire dagli ambiti e dai recinti in cui è deperito in questi anni, dal coraggio di mettere in campo un arco ampio di competenze ed energie attinte dalla società, dalla cultura e dalle professioni, con l´obiettivo esplicito di trasformare in profondità i contenuti e le forme attuali della politica. Potrebbero essere messaggi e metodi capaci di coinvolgere anche il nuovo Polo della nazione, e renderebbero più facile il dialogo. Naturalmente sarà difficile muovere passi reali in questa direzione se non si afferma al tempo stesso nella società civile una nuova disponibilità all´impegno per il bene pubblico. Se non riprende valore e vigore in essa quella idea della politica come servizio che è stata preziosa al Paese nelle sue fasi più difficili.

Ascoltato Maroni che si lamenta della magistratura e osservate le mosse di Alfano che ordina un´ispezione ministeriale, si deve concludere che il governo non ha capito o non vuole capire che cosa è accaduto a Roma il 14 dicembre. Peggio, sembra non comprendere che cosa può accadere mercoledì prossimo quando al Senato sarà approvata definitivamente la "riforma Gelmini". Questo provvedimento ormai non parla più soltanto dell´università o agli studenti e ai ricercatori.

È diventato il simbolo della crisi di una generazione e del suo futuro. Si è trasformato nella rappresentazione dell´indifferenza dei governanti per i governati, dell´incapacità del potere di ascoltare chi è in difficoltà e impaurito. È ormai l´allegoria del disinteresse della politica per la sofferenza del mondo del lavoro, per lo smarrimento di chi, colpito da una catastrofe (un terremoto, la crisi dei rifiuti), è stato abbandonato a se stesso.

Il 14 dicembre a Roma non è accaduto soltanto che un gruppo di violenti si sia impadronito della protesta e - poi - la violenza di ogni ragione. È accaduto che per la prima volta nei modi del tumulto (lasciamo perdere l´esasperazione di chi parla di «guerriglia») ha preso forma pubblica e collettiva un rancore senza speranza, la rabbia di un Paese incattivito, socialmente fragile, segnato «da forme sommerse di deprivazione, di vera e propria povertà e soprattutto di impoverimento», come documenta Marco Revelli nel suo Poveri, noi. Un Paese dove il prezzo della crisi - e delle soluzioni preparate dal governo - cala come un maglio sulla vita e sulle aspettative soprattutto dei più giovani. Le statistiche ufficiali ce lo raccontano. Per l´Osce, nei 33 Paesi maggiormente industrializzati, l´Italia è al penultimo posto per l´occupazione giovanile con il 21,7 per cento di occupati: soltanto uno su cinque lavora. Tra chi è occupato il 44,4 per cento ha un lavoro precario e il 18,8 lavora part-time. Tra chi è disoccupato, il 40 per cento lo è da lungo tempo e il 14,9 ormai non studia né lavora. D´altronde - dice Marco Revelli - «l´80 per cento dei posti di lavoro perduti tra il 2008 e il 2010 riguarda i giovani, quelli che erano entrati per ultimi nel mercato del lavoro, attraverso la porta sfondata dei contratti atipici, a termine, a somministrazione, a progetto... Precari nello sviluppo, disoccupati nella crisi, senza la copertura degli ammortizzatori, spesso senza neppure un sussidio minimo. I più istruiti e altamente qualificati, quelli che appartengono al "mondo dei cognitivi", alle nuove professioni come l´informatica, sono ormai ridotti a sottoproletariato».

Se rimuove questo quadro, il governo si impedisce di comprendere, ammesso che lo voglia, le ragioni della violenza. Non le ragioni di chi, vestito o no di nero, centro sociale o "cane sciolto", vuole "stare in piazza" con le pratiche dei black bloc e, prigioniero di un freddo nichilismo, non si fa alcuna illusione sulla democrazia e pensa - come il "blocco nero" - che «la violenza non sia un problema morale, è semplicemente la vita, il mondo in cui siamo capitati che non lascia altra strada che l´illegalità».

Queste ragioni sono inaccettabili e questa violenza va anticipata, isolata e ogni illegalità punita. È un´operazione che può avere un esito positivo soltanto se - in tutti coloro che il 14 dicembre non si sono opposti o hanno addirittura approvato quelle violenze - si alimenta una speranza nella democrazia e la fiducia nel dialogo con le istituzioni; se si attenua la convinzione diffusa in una larga fascia di giovani (16/35 anni) di essere le vittime sacrificali del declino, le anime morte della crisi.

Il messaggio che ieri il governo ha voluto diffondere è stato di segno opposto. Come se la crisi sociale rappresentata il 14 dicembre potesse essere affrontata come "questione di ordine pubblico", Maroni e Alfano hanno voluto dire soltanto della forza, con quale violenza e determinazione il governo avrebbe affrontato l´emergenza di nuovi tumulti. Lo hanno fatto nei soliti modi di un governo che crede in un diritto diseguale e immagina, per i potenti, un diritto debole e per i deboli leggi e dispositivi brutali. Questi campioni del "garantismo" che chiedono legittimamente per Cosentino, Dell´Utri, Verdini, Bertolaso l´accertamento della responsabilità personali, la verifica della fondatezza delle accuse e dell´attendibilità delle fonti di prova pretendono, abusivamente, un lavoro all´ingrosso per i giovani e giovanissimi arrestati a Roma l´altro giorno. Invocano, al di là delle prove, una detenzione esemplare non per le dirette responsabilità degli indagati, ma per le colpe di chi è riuscito a farla franca come se la stessa presenza a una manifestazione travolta dalle violenze sia già una prova di colpevolezza. Un´idea autoritaria che trova la sua dimostrazione nella insensata proposta del sottosegretario all´interno Alfredo Mantovano di allargare il "divieto di accedere alle manifestazioni sportive" (il D. a. spo.) dagli stadi alle piazze, come se una manifestazione di dissenso possa essere paragonata a una partita di calcio.

È l´avvilita idea di democrazia della destra berlusconiana. Ci deve consigliare attenzione perché non sarà con la forza e con "la repressione", invocata già a caldo dal ministro Sacconi, che si verrà a capo della crepa che si è aperta tra le generazioni più giovani e le istituzioni. Sarebbe azzardato e imprudente se un governo politicamente e socialmente debole decidesse di rafforzare se stesso allargando quella ferita, accendendo la collera invece di raffreddarla prestando ascolto alle ragioni del disagio.

Michele Prospero, su il manifesto di ieri ci ha offerto un articolo stimolante e che invita a riflettere e ragionare. La crisi di Berlusconi - scrive Prospero - c'è ed è insanabile. Berlusconi fa appello ai parlamentari delusi dai loro partiti e un po' per la delusione, e un po' di più per l'offerta di ministeri o sottosegretariati qualcosa raccoglierà. La crisi dei partiti è indiscutibile e le diserzioni non mancheranno. Ma tutto questo non risolve la crisi del Cavaliere, che sarà anche sempre più pressato della Lega, il cui peso è enormemente accresciuto dopo l'uscita di Fini. In ogni caso nelle mani di Berlusconi (pur con il timore di una crescita della Lega) resta la carta delle elezioni anticipate, alla quale il Presidente della Repubblica avrà crescente difficoltà a opporre resistenza.

A questo punto per liberarci di Berlusconi si presentano due strade. La prima è quella del logoramento lento: con l'attuale risicata maggioranza il governo andrà un sacco di volte in minoranza. Insuccessi dopo insuccessi che alla fine dovrebbero portare a una crisi politica o (probabilmente) anche fisica dell'attuale presidente del Consiglio. Ma questa linea del logoramento lento (Berlusconi non è scemo) potrebbe anche logorare e indebolire i suoi attuali e possibili avversari.

L'altra linea - quella suggerita da Prospero - è quella delle elezioni anticipate con un cartello di tutti quelli che non stanno con Berlusconi. Con l'attuale legge elettorale, che dà il 55 per cento di parlamentari a chi ha preso il 40 per cento dei voti (e Berlusconi ha ancora credito nel nostro elettorato nel quale l'astensione è crescente) la proposta del fronte unico avanzata da Prospero appare ragionevole. Ma - a mio parere - con un pericolo gravissimo e cioè la berlusconizzazione dei nemici di Berlusconi oppure la loro dissoluzione in un litigioso pasticcio. Pertanto e penso soprattutto al Pd, e altro ancora, ciascuna forza dovrebbe fare uno sforzo di fortissima caratterizzazione. Alla fine della Seconda guerra mondiale e con la resistenza, ci fu l'unità di tutte le forze antifasciste, ma ciascuno non rinunziò anzi esaltò la sua caratterizzazione. Togliatti fu d'accordo con Badoglio, i democristiani furono d'accordo con i comunisti ma nessuno rinunziò, anzi esaltò la sua specificità. Togliatti non disse che il comunismo era passato di moda e neppure De Gasperi (che pure fece un mirabile discorso al teatro Brancaccio di Roma sul contributo dell'Armata rossa) disse mai che si doveva trovare una terza via tra comunisti e democristiani.

Tutto questo per dire a Michele Prospero che l'unità nazionale contro Berlusconi è (anche con l'attuale legge elettorale) l'unica via per liberarci di Berlusconi, ma - ripeto - solo a condizione che ciascuno esalti i suoi caratteri distintivi. Una lotta di liberazione (e quella storica non dimentichiamola) non si fa annacquando ciascuno i suoi caratteri distintivi. L'obiettivo di battere Berlusconi, di liberarci del suo male non si può realizzare se ciascuno annacqua il suo vino. Ricordiamoci un po' la storia. D'accordo con Prospero, ma alla condizione che ciascuna parte accentui, senza assurdi settarismi, la proprio fisionomia.

La Südtiroler Volkspartei ha mantenuto la promessa, non ha votato la sfiducia a Berlusconi e i deputati Karl Zeller e Siegfried Brugger sono già passati all’incasso dal ministro Raffaele Fitto, incontrato già nel pomeriggio di ieri, come scrive il quotidiano in lingua tedesca Dolomiten, autorevole soprattutto in materia di Svp. Nell’incontro si è discusso di gestione del Parco dello Stelvio, uno degli argomenti più pesanti sul piatto della bilancia, ma anche dell’abolizione del controllo preventivo da parte della Corte dei conti, la stabilizzazione del personale di polizia (secondo la Svp chi viene assunto nel contingente bilingue non deve più essere trasferito), l’introduzione dell’obbligo di un esame di terminologia giuridica tedesca da parte degli uditori giudiziari e la possibilità per chi si iscrive a un concorso di presentare la dichiarazione etnica anche se si tratta di cittadini italiani non residenti o comunitari. Insomma, richieste pesanti.

Berlusconi alla vigilia della votazione alla Camera non ha avuto difficoltà ad assumersi l’impegno di esaudire le pretese della Svp, come anticipato dal Fatto Quotidiano. Per rendere più credibile la sua disponibilità il premier ha inviato come garante il ministro degli esteri Franco Frattini, maestro di sci già eletto in Alto Adige nel 1996 nel collegio Bolzano-Laives, e abile negoziatore, nonché uomo di cui Luis Durnwalder, presidente della provincia di Bolzano da 22 anni e capo indiscusso della Svp, si fida.

Così, dopo anni di guerre, dovute soprattutto alle posizioni di Giulio Tremonti, che da tempo desidera chiudere i rubinetti milionari alle province autonome di Trento e Bolzano, il partito di lingua tedesca altoatesino è pronto a fare carte false per questo governo. Tenerlo in piedi dopo che mai, dal 1994 a oggi, aveva votato a favore di Berlusconi, anche su norme legate al federalismo fiscale (parliamo di settembre, non di un secolo fa) è un passo a dir poco decisivo.

I verdi altoatesini, partito che è cresciuto tra le mani di un intellettuale del calibro di Alex Langer, non perdonano alla Svp la svolta berlusconiana. Riccardo Dello Sbarba e Hans Heiss – consiglieri provinciali – e i coportavoci Brigitte Foppa e Sepp Kusstatscher accusano il Pd di non spiegare che il governo Berlusconi si è salvato per pochi voti e tra questi c’è anche l’aiutino garantito dalla Svp con le sue astensioni che stavolta, con una maggioranza sul filo di lana, sono state molto di più di una semplice neutralità. “I parlamentari Svp hanno contribuito da giorni ad alimentare l’impressione che, tra pentimenti e scelte pilatesche, il premier se la potesse cavare. Non a caso, nella sua prima intervista, il ministro Maurizio Gasparri ha ringraziato per prima cosa la Svp citando il suo non voto come segno di sostegno al governo. Col suo voto salva-Silvio la Svp ringrazia il governo della comprensione sulla toponomastica, dello smembramento del parco dello Stelvio e di altre piccole concessioni. Un voto di scambio che conferma il cinico egoismo che caratterizza il rapporto tra Svp e Roma: Alto Adige prima di tutto, patto anche col diavolo pur di ottenere piccoli e grandi favori. Come se tutto il mondo non esistesse: come se non esistesse una Europa che considera il premier italiano uno dei più pericolosi e imbarazzanti uomini politici dei nostri tempi”.

La questione centrale, secondo le opposizioni, è quella del parco dello Stelvio, diviso territorialmente tra Bolzano, Trento e la Lombardia. Secondo il Wwf nel parco, frazionato per competenze come lo vuole la Svp, aumenterebbero i pericoli per il paesaggio, il consumo di suolo, l’attività venatoria. Insomma, più cemento, più centrali idroelettriche, più cacciatori. “Una vittoria del partito degli affari, con buona pace dell’oasi naturalistica. E questo perché gli enti locali incontrerebbero maggiori difficoltà a respingere le pressioni delle lobby economiche attive nei rispettivi territori”.

Ora l’interrogativo è uno solo: Berlusconi ha fatto promesse a caccia di voti o sarà disposto a concedere a Bolzano tutto quello che la Svp ha chiesto? La risposta probabilmente arriverà già dai prossimi giorni. Sicuramente Durnwalder, cresciuto politicamente all’ombra diSilvius Magnago, l’autore dell’autonomia, non è tipo da farsi imbabolare dalle promesse. Più facile che prima del voto si sia fatto mettere gli impegni nero su bianco. Non è un caso se da quasi 22 anni l’Alto Adige e l’Svp sono suo regno incontrastato.

LA CODA VELENOSA

di Norma Rangeri



Il presidente del consiglio ieri è salito al Quirinale, ma per rilanciare se stesso e il suo governo. Anche se con solo tre voti, anche se con una maggioranza in crisi, anche se la sua è stata definita una vittoria di Pirro, Berlusconi ha battuto l'avversario e strappato la fiducia. Ora sarà lui a decidere quando buttare all'aria il tavolo per portarci alle elezioni. Con questa legge elettorale, con questo potere mediatico, con la forza della sua ricchezza.

E' evidente che questo governo camminerà sul filo. L'offerta platealmente esibita all'amico Casini, nell'emiciclo di Montecitorio, di sostituire il traditore Fini, per il momento è stata rispedita al mittente. Ma se non la stabilità, certo è confermata la leadership che ha combattuto per vincere anche questa scommessa.

Misurare il peso del voto parlamentare è semplice, basta immaginare cosa avremmo scritto se, invece che rinnovargliela, la Camera gli avesse negato la fiducia. Ancora di più pesa la reazione della piazza, esplosa di rabbia subito dopo la diffusione della notizia. Sulla grande manifestazione di Roma, di confortante partecipazione e inedita violenza, è calato il peso di un governo e di un potere che non avrà scrupoli nella cancellazione di ogni mediazione sociale, pronto a imporre la sua riforma dell'università (con l'aiuto del ministro dell'interno), indifferente alla contestazione giovanile, impermeabile alla gravità di una crisi segnalata ancora ieri dalle cifre allarmate della Banca d'Italia sulla diminuzione delle entrate fiscali e l'aumento record del debito pubblico.

Alle scene di una città messa a fuoco, corrispondeva lo spettacolo della corruzione, delle consorterie, delle cricche. Con la sfilata dei deputati appena conquistati che vanno a votare solo all'ultima chiamata per avere il palcoscenico sgombro e mostrare il rito dell'obbedienza.

Il voto di ieri è la coda velenosa di un sistema in crisi. Bisognerà mettere in campo l'antidoto e rinforzare gli anticorpi di un'altra politica.

IL PALAZZO E LA STRADA

«Dentro» e «fuori», la verità della fiction

di Ida Dominijanni



L'uomo cammina da solo lungo via del Corso, sono circa le tre del pomeriggio. Parla al telefono con l'auricolare, sta dando a qualcuno delle informazioni, dice «poi Casini ha fatto quella dichiarazione...» ma potrebbe parlare invece di Bossi, o di Fini, o di Berlusconi o di Scilipoti, l'eroe della giornata, o di chiunque. Fa freddo, molto, e la frase si gela nell'aria, senza significato. Giù in fondo, da Piazza del Popolo, sale fumo, nero. A terra tracce di tutto: berretti di lana perduti, tavolini da bar capovolti, sedie curvate, vetri rotti, pezzi di legno, portarifiuti finto '800 rovesciati, e sanpietrini in quantità per ogni dove, citazioni di una stagione che fu o forse opera prima, senza citazioni, di una generazione che di quella stagione non sa niente. L'uomo procede, non guarda, continua a parlare: di Casini, Bossi, Fini, Scilipoti o chissà chi. Frasi gelate che dicono la distanza, gelida, fra quello che è successo «dentro» il Palazzo e quello che succede «fuori». Ammesso che ci siano un «dentro» e un «fuori», e non piuttosto un diritto, la strada, e un rovescio, il Palazzo.

Dentro elenchi, somme, calcoli cifrati: il governo va sotto di uno, no, è in vantaggio di due, Guzzanti vota la sfiducia anzi no, non la vota, alla prima chiamata ne mancano dieci, si asterranno? no, aspettano di vedere se sono decisivi, votano alla seconda. Retoriche in gara: le metafore a catena di Bersani, le iperboli di Bocchino, i teoremi di Cicchitto inchiodati a Tangentopoli. Sventolio di bandiere tricolori per il vincitore redivivo, di fianco ai fazzoletti e alla cravatte verdi dei Padani. Agguato a Fini , «dimissioni!», all'uscita dall'aula: si regolano pur sempre i conti fra ex fascisti, che di modi ruvidi se ne intendono. Tutta la politica, quando vuole, se ne intende: compravendite, false promesse, conflitti all'ok Corral e ricomposizioni artificiali, alleanze fatte a pezzi, governi morti senza sepoltura che sopravvivono come spettri, «abbiamo i numeri, andiamo avanti», il tutto all'ombra del galateo istituzionale. Dove sta la violenza, «dentro» o «fuori»?

«Fuori» non c'è galateo. Non si ricorda a memoria un'invasione di campo a partita in corso come quella di ieri: studenti, precari, operai, terremotati, «rifiutati», cortei concentrici sul bordo del Palazzo. Mai come ieri, non c'era un «dentro» e non c'era un «fuori»: di qua e di là si giocava la stessa partita, «è ora di voltare pagina», e se dentro non ce la fate fuori ci sono i rinforzi. «Dentro», la pagina si è bloccata: «ho i numeri, vado avanti». «Fuori», non c'è posto per gli spettri: l'era berlusconiana va seppellita, per davvero, dai suoi prodotti più autentici: studenti senza università, terremotati senza casa, operai senza diritti, precari senza lavoro. Il diritto del rovescio. La verità della fiction. Piazza del Popolo, la parola fine sulla sceneggiatura scritta e diretta da Silvio Berlusconi.

Alle tre del pomeriggio «dentro» è tutto finito da un pezzo, pranzo compreso. «Fuori», Via del Corso non pullula di onorevoli. Saranno altrove, in via del Babuino, davanti all'Hotel De Russie, quello dove Tarantini preparava le ragazze per le cene a Palazzo Grazioli, e dove ora c'è la carcassa di una macchina bruciata? Non pullulano neanche lì. Le immagini di Roma bruciata impazzano sui siti e in tv, ma non è lo stesso che vederle dal vivo, e dal vivo non le guardano: il Palazzo è blindato, e non solo dalla polizia. Poi cominciano le geremiadi sulla violenza, i buoni e i cattivi, le proteste civili e quelle incivili. Il reale, però, non si lascia catalogare. Non tutte le fiction finiscono con l'happy end prescritto dall'autore. Qualche volta, finiscono a soggetto.

LA SOLITUDINE DEI BRAVI RAGAZZI

di Loris Campetti



Brucia piazza del Popolo, bruciano le strade di Roma, brucia la rabbia di decine di migliaia di studenti quando alle 13,41 viene annunciato il voto di fiducia a Berlusconi. Hai voglia di dire che tanto quello lì ha perso politicamente: i simboli sono importanti. E quella maledetta legge Gelmini fermata dalla rivolta delle scuole e delle università ora torna in campo. I tre voti che salvano il governo cancellano definitivamente la fiducia della piazza nella politica, cancellano il futuro di una generazione. E ne condannano un'altra alla precarietà. La stessa rabbia degli operai metalmeccanici arrivati da Padova o da Pomigliano che vedono il modello sociale di Marchionne puntare contro di loro come come i blindati della Polizia e della Finanza. Vedono tornare il panzer Sacconi lanciato a bomba contro lo Statuto dei lavoratori.

Quel voto del Palazzo, quel mercato sub-politico che umilia il Parlamento cambia l'umore della piazza, la protesta esplode e poche voci si alzano contro chi magari è arrivato organizzato in piazza, non invitato, per far casino. Nessuno prova pietà per qualche suv sfasciato sul Lungotevere, per una Jaguar che brucia, per i bancomat presi a colpi di sampietrini: sono simboli di un potere odiato oggi più di ieri, rappresentano anch'essi un modello diseguale, ingiusto, basato sul furto ai poveri, tanti, per dare ai ricchi, pochi. Goliardia? Non solo, e non soprattutto. Il blindato e qualche altro mezzo che bruciano tra piazza del Popolo, via del Corso e via del Babbuino non trovano solidarietà tra i giovani e giovanissimi che si affollano dietro chi resiste alle cariche della polizia. Quando un blindato tenta di sfondare il muro umano che, a differenza del Parlamento, sta sfiduciando Berlusconi ma viene ributtato indietro, parte un applauso corale. Questa non è goliardia, è rabbia di chi vede sfilarsi futuro e diritti e non ci sta.

Così brucia piazza del Popolo. La politica ha fallito, le istituzioni sono fuori, lontane, nemiche di queste ragazze e ragazzi così simili ai loro compagni di Atene o di Londra, che ieri hanno messo in campo la più grande manifestazione studentesca che il cronista, non più ragazzino, ricordi. Non hanno tutti contro, però. Con loro ci sono le tante Italie che resistono, e cominciano a incrociarsi. C'è la Fiom con il suo gruppo dirigente che chiede, insieme ai ragazzi, lo sciopero generale. Che se ci fosse stato avrebbe contribuito a farli sentire meno soli e meno lontani da tutte quelle rappresentanze che non rappresentano più, non svolgono più alcun ruolo di mediazione. Ci sono i terremotati dell'Aquila e il popolo avvelenato di Terzigno e Chiaiano, persino le «Brigate Monicelli», il popolo dell'acqua pubblica. Movimenti che dovranno intrecciarsi, meticciarsi, costruire insieme un percorso duraturo, perché domani è un altro giorno e bisognerà continuare il cammino insieme. Per questo è nato «Uniti contro la crisi» che ha promosso la manifestazione.

La piazza ondeggia sotto le cariche della polizia. C'è chi resta fuori dagli scontri, come gli operai della Fiom, perché non sono nel suo dna e punta da piazzale Flaminio verso il Muro torto per raggiungere la Sapienza. Ma alla fine la polizia sfonda, riconquista piazza del Popolo, si riversa sul piazzale mentre il fumo acre dei lacrimogeni intossica e fa crescere ancor più la rabbia. Un candelotto va a finire dentro il lungo sottopassaggio della metropolitana trasformandolo in una camera a gas. Sopra, nel piazzale, vola di tutto contro un blindato della Finanza, isolato e impazzito, una scena che nella memoria dei meno giovani richiama una dannata piazza di Genova.

Alle 13,41 è cambiata non solo la piazza ma anche l'atteggiamento di chi avrebbe dovuto garantire l'ordine: fino al voto, fino a davanti al Senato, confronti anche duri, ma senza volontà di precipitazioni. Poi la «difesa dei Palazzi» è diventata aggressiva, quasi alla ricerca dello scontro. Che alla fine, immancabilmente, è arrivato con tanto di fuoco, ragazze e ragazzi in fuga inseguiti dai manganelli.

I Palazzi hanno ignorato la protesta della piazza, hanno offeso la dignità di chi chiede quel che sarebbe giusto avere ma da oggi dovrà farci i conti. E sarà dovere di ogni organizzazione democratica costruire ponti con una generazione offesa ma determinata, e sostenere una battaglia per l'istruzione, la cultura, il lavoro, la giustizia sociale, che è una battaglia di civiltà e parla di diritti. Per costruire un'altra politica e differenti relazioni sociali, non mercificate, per pretendere giustizia sociale. Gli studenti sono in prima fila. Con loro ci sono altri movimenti, c'è un pezzo di Cgil. E gli altri dove sono?

Abbiamo vissuto il silenzio della democrazia, e questo peserà in futuro, quale che sia l´esito del voto di oggi. La chiusura del Parlamento, evento davvero senza precedenti nella storia della Repubblica, ne ha rappresentato il terribile simbolo e, insieme, la condizione necessaria perché altre procedure, altri riti, altri luoghi potessero prenderne il posto.

Doveva tacere il Parlamento non perché potessero tacere le passioni, e si potesse così giungere con giusto distacco e adeguata meditazione a una giornata nella quale si concentrano le molte ragioni che ci hanno progressivamente portato ad una vera crisi del sistema politico. No. Quel silenzio era necessario perché l´unica forma di persuasione legittima in democrazia, quella che nasce dall´aperta e pubblica discussione parlamentare, venisse sostituita da un´altra forma di "persuasione", quella affidata a reclutatori, a cacciatori di voti che si muovono senza inibizioni o pudori sulla scena pubblica, menando anzi vanto d´ogni nuovo scalpo conquistato.

Riflettano i cittadini della Repubblica. La vicenda di questi giorni riproduce lo schema che avevamo imparato a conoscere nel tempo triste delle escort. I procacciatori continuano ad entrare e uscire da Palazzo Grazioli, ma questa volta non portano con sé giovani donne, bensì i corpi ormai domati e acquisiti di "rappresentanti del popolo".

Ammaestrato dall´esperienza passata, questa volta l´"utilizzatore finale" ha deciso di non ricevere nessuno tra quelli che sono passati o si accingono a passare dalle sue parti, timoroso di qualche registratore nascosto che possa poi certificare la vera natura della trattativa.

Quelli che ieri si ergevano a difensori della privacy hanno poi scrutato nelle pieghe della vita privata, si sono diligentemente adoperati, ce lo dicono le cronache, nello scoprire le debolezze umane ed economiche di deputati e senatori che, per queste ragioni, apparivano più vulnerabili. Lì un mutuo troppo oneroso, qui un debito pesante… Ed ecco tracciato l´identikit del parlamentare al quale riservare il massimo delle attenzioni. Vicende miserabili, ma che illustrano pure, come meglio non si potrebbe, quale sia il ceto parlamentare che risulta da una scelta ormai svincolata da ogni rapporto con gli elettori, affidata tutta a una ventina di oligarchi d´ogni parte che da due legislature hanno l´incontrollato potere di designare 945 parlamentari. Una sorta di "elezione diretta", che con la democrazia ha poco a che vedere.

E´ una ben avvilente trasparenza quella che ci è stata offerta dalla quotidiana rivelazione di queste miserie personali e istituzionali. Non era questa la democrazia come "governo in pubblico" di cui ci aveva parlato Norberto Bobbio. E´, invece, la conferma definitiva dell´impudicizia, della fine dell´etica pubblica, della nascita di legami impuri che avvincono procacciatori e procacciati. Sono nati improbabili nuovi gruppi parlamentari, destinati a durare il tempo d´un voto di fiducia. Il Parlamento è stato chiuso, ma le sue regole sono state mortificate attraverso un loro uso tutto strumentale.

Ma questo non è già avvenuto anche in passato? Questa è la replica di chi difende le prassi di queste avvilenti settimane. Però la vergogna che viene da lontano non diventa per questo meno vergognosa. E l´interessata difesa dei procacciatori e del loro mandante rimuove proprio l´insieme dei fattori che rendono la situazione attuale irriducibile a quelle precedenti. Se pure un processo degenerativo era in corso, davvero era legittimo portarlo a tutte le sue estreme, distruttive conseguenze?

In realtà siamo di fronte a un mutamento di scala, quantitativo e qualitativo, che attribuisce al fenomeno del reclutamento, del cambio di casacca, caratteri che lo portano al di là della soglia di "trasformismo" accettabile in una democrazia. Mai, infatti, vi era stata una così pubblica esibizione, e quindi una così esibita legittimazione, di queste inammissibili pratiche. Mai le iniziative di reclutamento si erano diramate in tutte le possibili direzioni. Un altro cambiamento delle regole, un altro tassello di quella inammissibile "costituzione materiale" che si vuole porre a fondamento della cosiddetta "Seconda Repubblica"?

Qui è il nodo. Al di là di questa vicenda estrema e mortificante bisognerà pure interrogarsi sulle ragioni profonde che hanno portato a questa "notte della Repubblica". Qui davvero serve una pubblica riflessione, che non può limitarsi alla deprecazione dei costumi berlusconiani. Una folta schiera di apprendisti stregoni ha dato il suo contributo alla creazione di un contesto politico e istituzionale propizio alle scorrerie di chi voleva giovarsi di tutte le debolezze del sistema.

Una ingegneria costituzionale senza principi ha preso il sopravvento sulla consapevolezza storica e sulla riflessione politica, ignorando del tutto gli incitamenti a riflettere e le proposte diverse che pure non mancavano. Il risultato è la evidente decomposizione del sistema politico, che non può essere esorcizzata ricorrendo all´eterno stereotipo italiano della rivoluzione incompiuta o tradita, ottimo per rimuovere le responsabilità di persone e forze politiche, pessimo perché permette di eludere l´obbligo di analisi capaci di andare a fondo nelle dinamiche trascorse, e così avviare una progettazione adeguata del futuro. Denunciamo le miserie di oggi, ma liberiamoci pure dagli schematismi che ancora condizionano l´azione politica di troppi tra gli oppositori, veri o di facciata.

Dall´abisso nel quale siamo stati trascinati bisognerà pure cominciare a risalire. Ma senza veri cambiamenti di rotta, senza vera intransigenza politica e morale, qualsiasi ricostruzione sarà assai difficile.

Non ci sono più soldi per le città e per il welfare, è il ritornello più gettonato dagli adoratori del liberismo. È un disco suonato talmente di continuo che ci hanno creduto in molti e in assoluta buona fede. Credo che la vicenda delle migliaia di assunzioni nelle società municipalizzate della Roma di Alemanno servirà a ripristinare un po' di verità. Duemila (il numero è sottostimato, ma vogliamo essere generosi) persone messe a lavorare a spese della collettività costano tra stipendi, oneri, edifici da affittare per alloggiarli e servizi vari una cifra non inferiore ai 200 milioni di euro all'anno. Ha ragione Sandro Medici che da queste colonne affermava ieri che «l'ampiezza dello scandalo fa impallidire qualsiasi ricordo di passate gestioni»: sta alla nostra capacità fare di questo scandalo uno strumento per ripristinare la legalità e non permettere che ci raccontino più la storiella che non ci sono soldi.

Anche quando i costi delle opere realizzate dalla cricca della Protezione civile lievitavano vertiginosamente in modo da poter mettere da parte 800 mila euro per la casa di Scajola continuavano a suonare la canzone del non-ci-sono-soldi. A Roma dovrà essere completato il palazzo del nuoto voluto da Veltroni e ci costerà un miliardo di euro, mentre in periferia chiudono uno dopo l'altro servizi sociali, doposcuola e biblioteche. I soldi ci sono, dunque. Il problema vero è che un immenso apparato se ne appropria per spenderli nel modo peggiore. Un paese in crisi dovrebbe invece utilizzare ogni euro nell'interesse della popolazione e per migliorare le città.

E proprio alla città volevamo arrivare, perché sempre sulla base del (fin qui) ben riuscito teorema che mancano le risorse, per risanare le devastate periferie urbane sono state consegnate le chiavi delle città alla speculazione edilizia. L'urbanistica contrattata ha trionfato in tutta Italia per questo motivo. In questi giorni nella Roma di Alemanno si sta discutendo del caso di Tor Bella Monaca: per risanare quell'immensa periferia l'attuale amministrazione vuole regalare un milione e mezzo di metri cubi (25 mila abitanti aggiuntivi, una città grande come Orvieto, per capirci) alla proprietà fondiaria. Visto che non ci sono i soldi pubblici, siamo costretti a regalare metri cubi perché il generoso "privato" investirà oltre un miliardo di euro, è stato impudentemente affermato.

Torniamo allora alle cifre dello scandalo Atac e Ama. 200 milioni all'anno per cinque anni consecutivi di amministrazione fanno un miliardo, tondo tondo. Insomma, i soldi ci sono ma vengono spesi per clientele fatte di tatuati con la svastiche e croci celtiche (ne ho incontrati sui bus pubblici) e parenti a vario titolo: basterebbe dunque mandare a casa i famelici clientes e demolire le torri invivibili senza dover espandere all'infinito Tor Bella Monaca.

E visto che siamo in tema, il 17 prossimo il sindaco andrà nuovamente a Tor Bella Monaca per reclamizzare i risultati del "referendum" sul progetto organizzato dal comune di Roma. Una delle domande è così formulata: «Condivide il progetto di sostituzione delle torri con dei quartieri a misura d'uomo, con case nuove di massimo quattro piani, dotati di più servizi....»? Che domande, certo che gli abitanti risponderanno sì. Ma a guardare bene, anche i cacciatori di consenso puzzano di parentopoli, perché i questionari sono stati distribuiti porta a porta da "Risorse per Roma", società pubblica a cui si accede - il trucco è sempre lo stesso! - solo per chiamata diretta e sembra che negli ultimi mesi i soldi siano stati trovati per tanti giovani amici degli amici.

Allora, quando il sindaco tornerà a Tor Bella Monaca per dire che il 100% ha risposto sì al referendum, proviamo a formulare un'altra domanda ai cittadini: «Volete che i vostri figli vengano assunti per chiamata diretta e a tempo indeterminato all'Ama, all'Atac o a Risorse per Roma o preferite che continuino a fare i baristi o le commesse ai super market con contratti precari?» Vediamo se verrà superato il 101% dei consensi.

Solo nel tragicomico fumetto di Berluscopoli la doverosa e persino tardiva apertura di un´inchiesta sullo scandalo del mercato dei voti può diventare «un´ingerenza gravissima della magistratura» sull´autonomia delle Camere. Solo nella grottesca manipolazione semantica dei fatti, quotidianamente praticata dai «volonterosi carnefici» del Cavaliere, il patto scellerato tra un parlamentare dell´Idv e tre «colleghi» del Pdl (che gli offrono di passare nelle file della maggioranza in cambio dell´estinzione del suo mutuo per la casa) può diventare esercizio di «una libera dialettica parlamentare».

A tanto ci ha ridotto, il collasso dell´etica pubblica di questi anni. Siamo ai «saldi di fine legislatura». Gli operosi apparatciki del presidente del Consiglio, per consentirgli di raggiungere la fatidica «quota 316» nella conta sulla fiducia di martedì prossimo a Montecitorio, offrono alle anime perse dell´altra sponda non più solo incarichi ministeriali e poltrone di sottogoverno, ma addirittura denaro sonante. Questo, oggi, è l´ulteriore «salto di qualità» nell´indecente compravendita in corso tra i deputati: i soldi. Questo, oggi, dichiarano senza pudore pseudo dipietristi come Antonio Razzi e finti democratici come Massimo Calearo

Il primo, in un´intervista radiofonica su Radio 24 al programma «La zanzara» del 16 settembre: «Sono stato avvicinato da cinque, tre del Pdl. Le offerte più concrete che mi hanno fatto sono state la ricandidatura e la rielezione sicura, ma questa volta in un collegio italiano. Ho comprato casa a Pescara, devo pagare ancora un mutuo da 150 mila euro. Io gli ho detto che avevo questo mutuo e loro: "Ma che problema c´è? Lo estinguiamo"...». Il secondo, in un´intervista al Riformista di martedì scorso: «Dai 350mila al mezzo milione di euro. E pensi che la quotazione, nei prossimi giorni, può ancora salire. Soprattutto al Senato. I prezzi, quelli per convincere un indeciso a votare la fiducia al governo, per adesso sono questi... Io sono un caso a parte... Sa cosa mi ha detto Berlusconi, quando ci siamo incontrati di recente: "Calearo, io non ho nulla da offrirle perché lei, come me, vive del suo"...».

Cos´altro sembra di scorgere, in tutto questo, se non un tentativo di corruzione (secondo l´articolo 319 del codice penale) che non ha nulla da spartire con il diritto del parlamentare di esercitare la propria funzione «senza vincolo di mandato» (secondo l´articolo 67 della Costituzione)? E di fronte a queste parole, che pesano come pietre e contengono a tutti gli effetti una possibile «notitia criminis», cos´altro deve fare una procura della Repubblica, se non aprire un´inchiesta e verificare la fondatezza delle gravissime dichiarazioni rese da questi deputati? Questo è lo scandalo. Un Parlamento, tempio sacro della democrazia rappresentativa, trasformato in un hard discount, luogo profano della politica mercificata.

Così si compie il capolavoro berlusconiano: prima la personalizzazione, poi l´«aziendalizzazione» della politica, che si riduce a una variante del marketing mentre le Camere si sviliscono in una «fabbrica» di voti. In questo orizzonte, tecnicamente a-morale e puramente economicista, tutto si può vendere e comprare. Una candidatura o un mutuo, una fiducia o una sfiducia. Perché nella logica del tycoon della televisione commerciale tutti gli uomini hanno un prezzo. Si tratta solo di individuare quello giusto, e al momento giusto.

Eppure, per i Cicchitto e i Verdini, i Bondi e gli Alfano, non è questo lo scandalo. Questa è, appunto, la «libera dialettica parlamentare». Questa è, appunto, la politica fatta di «sangue e merda», per usare una vecchia formula cara a Rino Formica ai tempi della Prima Repubblica. Non è la compravendita, che indigna questo centrodestra trasformato in appendice del cda Mediaset. Perché secondo le guardie azzurre del Cavaliere o non è vera: e dunque non c´è nulla da cercare tra le bancarelle del suk di Montecitorio. O si è sempre fatta, anche ai tempi del governo Prodi: e dunque «todos caballeros», tutti colpevoli, nessun colpevole, come da requisitoria parlamentare di Bettino Craxi all´epoca di Tangentopoli.

Il vero scandalo, per le truppe del Popolo della Libertà che si preparano alla battaglia di martedì prossimo, è ancora una volta la magistratura che indaga. Le toghe che turbano il «normale confronto» del Parlamento, alla vigilia di un voto decisivo per il futuro del governo. Anche questa, dunque, sarebbe giustizia a orologeria. Ci vuole una certa impudenza, per sostenere una tesi del genere. Proprio nel giorno in cui la Consulta annuncia il rinvio a gennaio della sentenza sulla costituzionalità del legittimo impedimento.

La verità è che questa penosa Votopoli è l´altra faccia, l´ultima, di un potere sempre più debole e disperato, e per questo sempre più temerario e velleitario. «Ora inizia il calciomercato...», dice Gianfranco Fini, commettendo un errore di metodo (perché è il presidente della Camera, e se sa qualcosa deve denunciarlo ai pm) e di merito (perché le trattative sono cominciate da un pezzo, e semmai il calciomercato sta per finire).

Tuttavia non sappiamo quanto abbia inciso la campagna acquisti del Cavaliere, proprio nelle file dei futuristi, molti dei quali si professano malpancisti. Non sappiamo quanto peseranno martedì prossimo gli anatemi del premier contro gli eventuali «traditori», che saranno «fuori per sempre dal centrodestra». Può anche darsi che l´aritmetica salvi il presidente del Consiglio. Ma se anche fosse, la politica lo ha già condannato. Non si governa un Paese instabile come l´Italia, con un paio di voti di maggioranza. Per quanto ben remunerati, restano comunque voti a perdere.

Il Parco dello Stelvio fatto a pezzi. E' questo il gradito pacco dono che Silvio Berlusconi è pronto a offrire a deputati e senatori altoatesini, quelli della Sudtiroler Volkspartei (Svp), in cambio della loro astensione nel voto di fiducia del prossimo 14 dicembre. Da tempo il partito egemone in Alto Adige vuole comandare in casa propria anche nella gestione della più grande riserva naturale d'Italia, divisa tra Bolzano, Trento e la Lombardia. E Berlusconi, alla caccia disperata di consensi per assicurare la sopravvivenza del suo governo, ha colto al volo l'occasione. Il vostro appoggio verrebbe ricompensato con la revisione dei criteri di amministrazione del parco. Questi, in parole povere, i termini dello scambio proposto ai cinque parlamentari della Svp, tre deputati e due senatori.

Il messaggio è arrivato forte e chiaro a destinazione. Domenica sera, in una lunga intervista alla televisione austriaca Orf, il presidente della provincia di Bolzano Luis Durnwalder ha detto di "cogliere segnali di disgelo" nei rapporti con il governo. Durnwalder, in sella da più di 20 anni, è l'uomo politico più potente dell'Alto Adige. È lui, di fatto, che decide la linea del partito. E dopo mesi di rapporti difficili con Roma il solo accenno a un possibile disgelo è stato interpretato come un'apertura di credito a Berlusconi. Durnwalder, in realtà, ha voluto essere ancora più esplicito, evocando “l’approvazione di nuove norme nella prossima seduta del Consiglio dei ministri”. Una frase che sembra fissare addirittura un ultimatum al governo. Le leggi che interessano alla Svp vanno varate in fretta, entro questa settimana. A quel punto gli altoatesini saranno pronti a fare la loro parte a fianco del governo. Il negoziato tra Roma e Bolzano è cominciato ad ottobre, quando il ministro degli esteri Franco Frattini, in visita a Merano, si è visto sottoporre da Durnwalder un elenco di 20 richieste.

La Svp, infatti, preme anche per altre concessioni, come quelle che riguardano il rafforzamento del bilinguismo nei tribunali. Per ora comunque, si parte dallo Stelvio. Se il progetto andasse in porto, il parco nazionale verrebbe di fatto suddivisa in tre gestioni autonome. Una farebbe capo alla regione Lombardia, un'altra alla provincia di Trento e la terza a quella di Bolzano. Adesso invece le tre amministrazioni collaborano all’interno di un consorzio che risponde al ministero dell’Ambiente. Ognuno per la sua strada, chiede adesso Bolzano. E così il parco nazionale verrebbe praticamente declassato a interregionale. Al posto del consorzio, destinato a essere soppresso, verrebbe istituito un semplice comitato di coordinamento con i rappresentanti delle province e dei comuni interessati.

Gli ambientalisti protestano. Secondo il Wwf nel Parco dello Stelvio aumenterebbero i pericoli per il paesaggio, il consumo di suolo, l’attività venatoria. Insomma, più cemento, più centrali idroelettriche, più cacciatori. Una vittoria del partito degli affari, con buona pace dell’oasi naturalistica. E questo perché, secondo il Wwf, gli enti locali incontrerebbero maggiori difficoltà a respingere le pressioni delle lobby economiche attive nei rispettivi territori.

Ormai però la macchina si è messa in moto. Il primo atto concreto risale a una settimana fa. Il 30 novembre scorso, il comitato dei 12, cioè la commissione paritetica tra governo di Roma e province autonome di Trento e Bolzano, ha votato un ordine del giorno ispirato da Durnwalder, che prevede lo spezzatino del parco. E’ stato messo nero su bianco lo schema di un nuovo regolamento di gestione del parco. Il via libera del governo, sotto forma di decreto del presidente del Consiglio dei ministri, potrebbe arrivare già nella riunione dell’esecutivo di venerdì. E a quel punto i giochi sarebbero chiusi. A meno che non si metta di traverso il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni. Oltre il 70 per cento del territorio del parco si estende tra le province di Sondrio e Brescia, ma pare che Formigoni non abbia fin qui potuto dire la sua sul nuovo ordinamento. Non è detto che da Milano arrivi un’entusiastica approvazione del progetto. Se non altro perché lo spezzatino della riserva naturale comporterebbe maggiori oneri finanziari per la Lombardia. Pare difficile però che Formigoni faccia lo sgambetto a Berlusconi proprio alla vigilia del voto di fiducia. Dopo tutto anche lo Stelvio ha un prezzo, basta mettersi d’accordo.

C´era da aspettarselo. Quando si è saputo che un nordafricano è stato arrestato perché sospettato di aver ucciso Yara, è esploso il razzismo. Senza neppure aspettare conferme. E tanto meno la conferma di un giudizio. Quasi un gesto liberatorio: questa volta non è "uno di noi", ma "uno di loro". Dopo Avetrana, ove una quasi coetanea di Yara è stata uccisa da zio e cugina che era andata a trovare fiduciosa, dopo Pinerolo, dove una donna è stata uccisa dall´ex amante del marito con la complicità del figlio, finalmente le cose sono tornate a posto: i cattivi sono gli altri (anche in Calabria dove sono morti sette ciclisti), doppiamente sconosciuti, perché non familiari e soprattutto perché stranieri. Una auto-rassicurazione che cerca capri espiatori su cui rovesciare l´ansia che produce l´insicurezza derivante dal non sentirsi più in controllo del territorio e delle condizioni della vita quotidiana. Non perché ci sono gli immigrati, ma perché sono cambiate molte regole del gioco, ma molti comportamenti, e molte teste, sono rimaste le stesse. Specie per quanto riguarda i comportamenti nei confronti delle donne, incluse le ragazzine.

Essere genitori oggi, specie di una figlia, è spesso fonte di ansie e paure. Non è sufficiente sapere che la maggior parte delle violenze avvengono in famiglia, da parte di familiari (italiani e no). Oggi come un tempo ogni genitore sa che una figlia femmina è più vulnerabile. Non perché sia più debole di un figlio maschio (per altro anch´esso non del tutto protetto dalle attenzioni improprie e violenze, anche da parte di insospettati, come ha segnalato il grande scandalo della pedofilia da parte di ecclesiastici). Ma perché più di un maschio è considerata preda cacciabile da parte di uomini che si credono in diritto di prendere ciò e chi desiderano. È questo timore che ha legittimato in passato la maggiore sorveglianza cui sono state sottoposte le figlie rispetto ai figli, riducendo i loro spazi di libertà, il raggio delle loro esperienze.

Chiudendo in un recinto la potenziale preda, perché non si può controllare il cacciatore. Anche se non sempre neppure il recinto è un luogo sicuro, come ha dimostrato appunto l´omicidio di Avetrana ed è documentato quasi quotidianamente dalle cronache che parlano di fidanzati, mariti, fratelli che macellano le donne che per qualche ragione considerano loro proprietà.

Ogni genitore conosce il batticuore con cui aspetta il rientro dei figli, maschi o femmine che siano, ma con un pizzico di ansia in più se sono femmine. Si è stretti tra il desiderio di dare fiducia e autonomia e la consapevolezza di non potere prevedere ed evitare tutti i rischi. L´ansia rischia di diventare divorante di fronte a casi come quello di Yara: sparita in pieno giorno, mentre torna a casa, in un paese dove si conoscono tutti e dove apparentemente il controllo sociale sul territorio dovrebbe essere maggiore che in una grande città. Invece di cercare un capro espiatorio nell´immigrazione, come se il problema dell´insicurezza e della violenza riguardasse solo o prevalentemente gli immigrati, bisognerebbe riflettere sul persistere di queste condizioni di insicurezza per le donne, che costituiscono una gabbia invisibile per tutte, ma che in molti, troppi, casi tolgono la dignità e la vita.

Soprattutto, ora, mentre le speranze di ritrovare Yara viva si stanno spegnendo, sarebbe il caso di rispettare lei, la sua vita e il sorriso bambino, e la dignità dolorosa dei genitori, che non si sono offerti al circo mediatico pronto a documentarne ogni sospiro e ogni lacrima. Che si eviti la caccia agli immigrati, ma anche di fare di una tragedia l´ennesima occasione per uno spettacolo per guardoni. Niente processi e ricostruzioni in pubblico, con o senza modellini ed esperti sempre in servizio. Niente appostamenti per spiare il dolore dei familiari. Nessuna solleticazione del narcisismo più o meno ingenuo di amici e conoscenti. Sobrietà, silenzio e molta autoriflessione.

Mancava ancora qualcosa, al processo di decomposizione del berlusconismo. L´irridente «me ne frego», che gli arditi del Pdl sbattono in faccia alle regole, alle istituzioni, alla Costituzione. Ebbene, grazie a Denis Verdini, pluri-inquisito coordinatore del Popolo della Libertà, è arrivato anche questo. «Ce ne freghiamo», annuncia il plenipotenziario berlusconiano. Se ne fregano delle prerogative del Presidente della Repubblica, al quale la Carta del ´48 assegna compiti precisi nella gestione della crisi di governo. Le conoscono, queste prerogative. I falangisti del Cavaliere sanno che la nostra, ancorché malridotta, è ancora una Repubblica parlamentare, dove le maggioranze nascono, muoiono e si modificano in Parlamento. Sanno che i parlamentari non hanno vincolo di mandato. Sanno che in presenza di una crisi di governo il capo dello Stato ha il dovere di verificare se esiste un´altra maggioranza. Sanno che in caso affermativo ha il dovere di affidare l´incarico di formare un nuovo governo a chi la rappresenta.

Sanno tutto questo. Ma appunto: se ne fregano. Perché per loro, come si conviene a un populismo tecnicamente totalitario, la «ragion politica» prevale sempre e comunque sulla ragion di Stato. Il leader incoronato dalla gente è sempre e comunque sovraordinato alle norme codificate dal diritto. Questo, fatti alla mano, è dal 1994 il dna politico-culturale del berlusconismo. E così, al grido di «no al ribaltone», le truppe del Cavaliere sono pronte a marciare sul Colle, sfidando Giorgio Napolitano e stuprando la Costituzione, di cui il presidente della Repubblica è il supremo custode.

Questo è dunque lo spirito con il quale un premier in confusione e una maggioranza in liquidazione si accingono ad affrontare le due settimane di vita che ancora restano al governo, prima del voto del 14 dicembre. Questo è il «grido di battaglia», con il quale il Pdl si prepara a combattere la guerra che comincerà il giorno dopo quella drammatica ordalia. Sapevamo, a nostra volta, che l´ultimo atto della commedia umana e politica di Berlusconi sarebbe stato pericoloso e destabilizzante. Ma non immaginavamo che al vasto campionario di violenze verbali e di macellerie costituzionali ora si aggiungesse anche il «me ne frego».

Restano una certezza e una speranza. La certezza è che la massima istituzione del Paese, il Quirinale, è affidata alle mani salde e sagge di un uomo che saprà esattamente cosa fare, per il bene dell´Italia e degli italiani. La speranza è che alla fine anche la parabola del berlusconismo, più che in tragedia, degeneri in farsa. E che per i suoi fedelissimi, come ai tempi di Maccari e Flaiano, valga un altro slogan, assai meno impegnativo: o Roma, o Orte.

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