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Se le vacanze sono fatte per guardarsi intorno, anche quest’anno chi ha percorso o in su o in giù l’Italia non può che aver tratto sconsolanti conclusioni. La devastazione del territorio continua e si è ormai spinta a un livello tale da farmi pensare che essa sarà ricordata anche tra molti secoli come il documento più buio della realtà italiana di questo dopoguerra. Per sempre, di generazione in generazione, il nostro paesaggio è stato abbellito dalle mani dell’uomo per decadere in modo forse inesorabile nelle ultime due generazioni.

Non solo le periferie sono quasi ovunque in uno stato avvilente, ma tutte le nostre pianure, la fascia pedemontana delle Alpi e degli Appennini e migliaia di chilometri delle nostre coste hanno perso la loro identità e la possibilità di offrire condizioni di vita decente ai loro abitanti.

Non parliamo della crescita inarrestabile delle aree industriali che continuano ad espandersi nonostante il grande numero di capannoni mai utilizzati o abbandonati a causa della crisi o delle mutate caratteristiche delle strutture produttive. Non parliamo nemmeno del danno all’agricoltura per effetto di un’urbanizzazione che non tiene in minimo conto le vocazioni del suolo.

L’azione combinata di speculazione e incultura, rafforzata ed esaltata dalla forza del bulldozer, stanno veramente ferendo a morte l’Italia. Ci vorranno secoli per rimediare, ammesso che sia possibile.

Debbo tuttavia constatare che, nonostante tutto questo sia pienamente conosciuto e riconosciuto, sono state progressivamente create le condizioni per cui le amministrazioni locali sono sempre più costrette, da una legislazione incoerente, a sostenere i propri bilanci con i proventi degli oneri di urbanizzazione, aumentando ancora la devastazione del territorio.

Sono cioè gli stessi comuni che, in molti casi, sono obbligati a reperire una parte sostanziosa delle proprie entrate attraverso una politica di urbanizzazione forzata e molto spesso inutile. Per tenere aperto l’asilo nido sono costretti a moltiplicare le concessioni edilizie.

Da tempo si sente la necessità di cambiare strada e di adottare leggi per fermare questo processo devastante. Tuttavia, come spesso avviene in questi casi, l’interesse politico di breve periodo finisce col prevalere rispetto al bene presente e futuro dell’Italia. L’ultimo grande esempio di questa schizofrenia fra interessi del Paese e obiettivi a breve termine della classe politica è il ben noto caso dell’abolizione dell’Ici su tutte le prime case.

Sappiamo che il togliere una tassa trova sempre il favore degli elettori, soprattutto quando si tratta di un’imposta su un bene così caro ed essenziale come la casa.

Tutti però sanno altrettanto bene che questa imposta (da cui possono essere facilmente esentati i più bisognosi) è in tutto il mondo lo strumento per reperire le risorse necessarie a fornire i beni e i servizi che servono a rendere vivibile una città e quindi anche a conservare nel tempo il valore della casa. In termini concreti essa, più che una tassa, è il contributo necessario per mantenere nel futuro il valore della casa.

A questo si aggiunge il fatto che il tributo da pagare sui beni immobili è ovunque nel mondo lo strumento principale per la necessaria autonomia degli enti locali. Per usare un gergo ora di moda è ovunque la base del federalismo fiscale.

Assume quindi un aspetto quasi grottesco vedere che, mentre il Paese naviga in un dibattito astratto e senza fine sul federalismo, si sostituisce l’imposta che di tutte è più legata al territorio con un parziale e incompleto trasferimento di risorse dallo Stato centrale. Il che significa togliere autonomia ai comuni e, ovviamente, aumentare altre imposte, meno visibili ma più pesanti per il futuro economico e sociale dell’Italia.

Per non parlare del modo con cui i trasferimenti in pratica avvengono, premiando i comuni con i deficit maggiori e punendo coloro che avevano attuato una politica più saggia.

Non voglio a questo punto soffermarmi su aspetti troppo tecnici del problema ma ritornare alla constatazione precedente che, attuando una politica attenta alle esigenze di lungo periodo del Paese, si perdono le elezioni mentre, con una politica sbagliata ma demagogica, le elezioni si vincono.

Il che, tradotto in linguaggio popolare, significherebbe che la democrazia si preserva solo facendo porcherie o, comunque, andando contro il sano sviluppo della nostra comunità.

Questo processo è stato negli ultimi tempi accelerato dal crescente ruolo dei sondaggi di opinione. Essi infatti sono per definizione più attenti alle emozioni del momento che non all’analisi degli interessi futuri di tutti noi. La politica del territorio è solo un esempio. Esso può essere facilmente esteso a tutti i settori della nostra realtà politica e sociale.

Da queste constatazioni non traggo elementi di disperazione per la nostra democrazia perché il sistema democratico, con tutti i limiti elencati in precedenza, è l’unico capace di correggersi e di cambiare. A condizione che il cittadino venga posto di fronte a scelte alternative organiche e coerenti. La presente crisi economica e la diffusa percezione del livello di deterioramento raggiunto dal nostro Paese rendono le orecchie, i cuori e perfino i portafogli degli elettori molto più attenti ad ascoltare ed accogliere nuove proposte. Esse debbono però essere organiche e credibili. Ma soprattutto occorre che siano forti e coraggiose proprio perché, al punto in cui siamo arrivati, debbono essere in grado di scomporre e ricomporre l’elettorato in modo comprensibile e coerente.

È chiaro che in democrazia questo pesante compito spetta soprattutto al partito di opposizione. Per questo motivo gli italiani si aspettano dai leaders del partito democratico non tanto delle proposte e dei programmi per vincere il congresso ma per risolvere i problemi secolari dell’Italia.

P.S. A proposito di riflessioni estive, passeggiando in bicicletta per l’Appennino tosco-emiliano, ho ancora una volta visivamente constatato la differenza tra il buon governo e il cattivo governo. Nonostante siano passati centocinquant’anni dall’unità d’Italia e siano stati cambiati i confini regionali, è ancor’oggi possibile leggere i confini di allora dalla natura del bosco. Alto, ordinato e rigoglioso il bosco toscano del granduca. Soprattutto ceduo e selvatico il bosco emiliano dello stato pontificio. Anche gli effetti del buon governo durano nei secoli.

ROMA - Dal terribile tsunami del dicembre 2004 la terra ha continuato a tremare fino agli ultimi drammatici terremoti: l’Aquila, Haiti, il Cile. Si può dire che c’è una ripresa di attività sismica su scala globale? «Assolutamente no», risponde Franco Barberi, docente di vulcanologia a Roma. «Non c’è alcuna ragione per ritenere che siamo in presenza di un incremento dell’attività sismica. Prendiamo ad esempio gli tsunami. Solo nel Pacifico, in media, ce n’è più di uno all’anno; e ogni 10 - 12 anni se ne registra uno catastrofico».

Eppure la sensazione è che il numero delle vittime cresca.

«Questo è un altro discorso. Stiamo viaggiando rapidamente verso i 7 miliardi di persone e le aree urbanizzate sono enormemente cresciute. Cresciute in larga parte in luoghi dove non esistono le risorse materiali, e in qualche caso la cultura, per fare della buona edilizia, dei palazzi in grado di resistere alle scosse. In un mondo così sovraffollato e poco intelligentemente costruito è inevitabile che il bilancio dei terremoti peggiori».

Forse c’è anche un maggior senso di vicinanza con le vittime. Nell’era della globalizzazione non esistono più luoghi remoti.

«Sì, questo è senz’altro uno dei fattori in gioco. E io aggiungerei un terzo elemento: la moltiplicazione dell’informazione. Gli eventi ci arrivano addosso riflessi da tutti i media e l’effetto psicologico aumenta».

Dal punto di vista statistico lei comunque non vede traccia di un aumento dei sismi neanche a livello regionale?

«Le statistiche di questo tipo si fanno su lunghi periodi e su aree ampie. È chiaro che se ci concentriamo su una zona molto ristretta troviamo sempre, in qualche luogo del mondo, un picco di fenomeni sismici; ma dal punto di vista scientifico quest’analisi non ha senso. A livello globale ogni anno si registrano decine di migliaia di scosse: questa è la situazione di base con cui dobbiamo fare i conti».

I picchi recenti di cui parla coincidono con un recente aumento delle vittime?

«Il rischio aumenta su scala globale per le cause che ho elencato, ma a livello di singoli episodi ci sono stati terremoti più devastanti degli ultimi. Ad esempio nel 1556 in Cina, nello Shansi, ci sono stati 830 mila morti».

È il numero più alto di vittime?

«Sì, anche se, essendo così lontano nel tempo, il dato ha una minore affidabilità. In tempi più recenti c’è stato un altro terremoto devastante in Cina, a Tangshan: i morti dichiarati sono stati 255 mila, ma si sospetta che il numero reale abbia superato quota 600 mila. In Italia il bilancio più drammatico è stato quello del terremoto di Messina del 1908, con 80 mila morti, e quello della val di Noto del 1693 che distrusse Catania e fece 54 mila vittime. Dal punto di vista dell’energia in gioco, il peggiore fu invece quello che si registrò nel maggio del 1960 al largo delle coste cilene: 9,5 di magnitudo».

Che consigli darebbe a chi teme che i terremoti aumentino?

«Lasciar perdere i calendari maya e costruire meglio le case».

Il sonno della Regione genera mostri. E la Regione dorme e tace da settimane sullo scandalo delle bonifiche che ha portato in carcere, tra gli altri, l’imprenditore Giuseppe Grossi e la moglie di Gianfranco Abelli, Rosanna Gariboldi, che con il marito aveva un conto a Montecarlo su cui arrivavano i soldi di Grossi. Non risponde il presidente, Roberto Formigoni, che non solo è sempre stato il grande sponsor di Abelli, ma che è il responsabile politico delle scelte dell’amministrazione. Non risponde l’assessore all’ambiente, Massimo Ponzoni, che si è dato malato. Non risponde Massimo Buscemi, altro assessore regionale, che ha al polso (come Abelli, come il misterioso Maurizio L., come tanti altri) uno dei preziosi orologi da collezione che Grossi generosamente regalava agli amici.

Tutti zitti, tutti fermi, in attesa che arrivino novità da Palazzo di giustizia. Nessuno che accetti di parlare degli aspetti politici, prima che giudiziari, di questa brutta faccenda. Proviamo a ricapitolarli. In regione ci sono molte aree inquinate da bonificare: Santa Giulia e Bovisa a Milano, ex Sisas a Pioltello, e poi a Sesto San Giovanni, Cerro al Lambro, Casei Gerola...

Su questo business mette gli occhi Grossi, che riesce a diventare il re delle bonifiche mettendo in piedi un sistema di relazioni che coinvolge politici e amministratori. Più o meno come il napoletano Romeo in Campania. Il Sistema Grossi può contare su una rete di rapporti e d’affari già pronta: quella degli uomini di Cl e della Compagnia delle opere. Grossi la conquista diventando tutt’uno con Abelli e sua moglie: amici, compagni di vacanze, titolari insieme di conti correnti all’estero... Abelli, detto il Faraone, è il ras della sanità lombarda, ma si è da tempo allargato anche ad altri settori. È lui a spingere Claudio Tedesi, ingegnere lodigiano esperto in bonifiche, sulle poltrone di direttore generale di Asm Vigevano e poi di Asm Pavia. E Tedesi è il tecnico di fiducia di Grossi. Del network fanno parte, con Ponzoni e Buscemi, anche l’ex assessore regionale Giorgio Pozzi, fedelissimo di Formigoni, e Mario Resca, ora passato a fare il direttore dei Beni culturali. Anche Resca come Abelli viaggiava sul jet di Grossi.

Il Sistema è in grado di assicurare affari a ciclo completo: acquisizione di un’area, bonifica (a prezzi gonfiati), valorizzazione immobiliare. Per questo Grossi ha dei partner: come Luigi Zunino, che sull´area Montecity realizza Santa Giulia e su quella di Pioltello ottiene la concessione per costruire un centro commerciale. E ha "amici" disposti a chiudere un occhio dentro il Tribunale fallimentare e dentro le istituzioni. Certo, le competenze sono palleggiate tra diversi livelli istituzionali, ministero dell´Ambiente (dove operava il potentissimo direttore generale Gianfranco Mascazzini), Regione e Comuni. Ma la rete buca i diversi livelli, il Sistema Grossi è trasversale, ha amici dove occorre. Abelli sa dire le parole giuste anche a sindaci e assessori. E la Regione sa garantire sostanziosi stanziamenti. Era l’11 giugno 2009, lo scandalo era già scoppiato perché già in febbraio erano stati arrestati due collaboratori di Grossi, eppure la giunta regionale, su proposta di Formigoni e di concerto con l’assessore Ponzoni, stanzia 44 milioni aggiuntivi per le sue bonifiche. Al di là degli eventuali sviluppi penali, possibile che nessuno in Regione voglia spiegare il Sistema, possibile che nessuno abbia qualcosa da dire?

Li hanno chiamati Patriarchi. E come le figure bibliche alla guida del popolo ebraico, sono considerati i capostipiti nel mondo vegetale. I progenitori della natura. Sono alberi monumentali, per lo più secolari, qualcuno millenario: ora un archivio li raccoglie e ne racconta l’età veneranda, l’altezza, la misura del tronco e della chioma. Ognuno ha la sua scheda e la localizzazione precisa. Al momento gli alberi catalogati sono 5.327, divisi per regione e per provincia. Ma sulla base dei criteri fissati dall’Associazione Patriarchi della natura, con sede a Forlì, chiunque potrà arricchire l’archivio. La gran parte degli alberi hanno alcune centinaia di anni, ma poi c’è l’olivastro di Luras, in provincia di Oristano, il più antico di tutti, la cui età stimata è di 3.800 anni, è alto 11 metri e ha un tronco della circonferenza di 13. Appena più giovane è il castagno dei 100 cavalli, che di anni potrebbe averne 3.000: si trova a Sant’Alfio, alle pendici dell’Etna, è alto 14 metri ed è composto da tre fusti, cresciuti da un’unica ceppaia che misura 52 metri di circonferenza. Di fatto è un bosco.

Tutti insieme gli alberi monumentali riproducono la ricca mappa dei paesaggi italiani. Ne testimoniano gli strati nel tempo e la multiforme qualità culturale. Raccontano storie di botanica e di fatiche contadine. L’Associazione dei Patriarchi, presieduta da un agronomo, Sergio Guidi, è nata nel 2005 e ha raccolto i dati messi insieme nei decenni scorsi dal Corpo forestale dello Stato e da alcune regioni. Ha raffinato i criteri di selezione e ha allestito la galleria non solo a fini documentari, «ma anche per stimolare la tutela di questo patrimonio, protetto solo in parte da leggi regionali», spiega Guidi. «La conoscenza è alla base della salvaguardia, dobbiamo conservare questo germoplasma, cioè il materiale ereditario in grado di preservare la biodiversità. Queste sono le piante più idonee all’agricoltura sostenibile del futuro, le più resistenti e quelle che assorbono meno energia».

Giovedì a Roma verranno presentati due volumi dedicati ai Patriarchi da frutto dell’Emilia Romagna, la regione che con oltre mille esemplari censiti è la più ricca d’Italia (ne parleranno Vasco Errani, Corrado Barberis, Vittorio Emiliani, Desideria Pasolini dall’Onda e Fulco Pratesi). Seguono la Toscana (463), la Lombardia (424), la Puglia (403), la Sicilia (388).

Gli alberi vanno in archivio, ma a loro volta gli alberi sono un archivio. Attraverso un sistema di carotaggi si può accertare, spesso approssimativamente, l’età. Ma nel tronco, spiega Guidi, sono incise molte informazioni sull’ambiente che li ha circondati, sul tipo di vegetazione in cui sono stati immersi nei secoli, sul clima in cui hanno prosperato oppure sofferto, sul trattamento che hanno subito da parte degli uomini. La ricchezza dei dati che gli alberi possono offrire è uno dei criteri per entrare nell’archivio. Ma anche il loro valore simbolico è importante. Gli alberi sono protagonisti di miti e di cosmogonie. «Gli esemplari più grandiosi delle diverse specie hanno sempre suggestionato per il doppio ruolo di creature telluriche, con le radici innervate nella madre terra e nello stesso tempo celesti, con la chioma aerea nel cielo», dice Guidi.

Molti sono i Patriarchi gonfi di storie. Come il platano dei Cento bersaglieri di Caprino veronese (640 anni di età, più o meno), chiamato così perché - si racconta - cento bersaglieri si nascosero nelle sue immense chiome. O come l’olmo di Bergemolo a Demonte, in provincia di Cuneo, forse il più alto olmo d’Italia (26 metri), che si dice piantato da Napoleone e che, nonostante i 200 e più anni di età, continua a crescere. O, ancora, l’ulivo di Cicciano, in provincia di Napoli, che si dice originato da sementi portate milleseicento anni fa dall’orto dei Getsemani.

la Repubblica

La svendita dell´acqua pubblica

di Paolo Rumiz

Con le reti idriche allo sfascio, l´Italia accelera la privatizzazione dell´acqua. Il Parlamento sta discutendo la legge che obbliga a mettere in gara i servizi e ridurre a quote minoritarie la mano pubblica nella gestione, ma nessuno sa dove trovare le risorse per ricuperare questo pazzesco "gap" infrastrutturale. I lavori necessari ammontano a 62 miliardi di euro: una cifra enorme, come dieci ponti sullo Stretto. Questo mentre 8 milioni di cittadini non hanno accesso all´acqua potabile, 18 milioni bevono acqua non depurata e le perdite del sistema sono salite al 37%, con punte apocalittiche al Sud. Sono più di vent´anni che si investe al lumicino, non si costruiscono acquedotti e la manutenzione di quelli esistenti è quasi scomparsa dai bilanci. Un quadro da Terzo Mondo.

Il rischio è di lasciare in eredità ai nostri figli un patrimonio di acqua inquinata da industrie, residui fognari, chimica, arsenico o metalli pesanti. Di fronte a questo allarme concreto sembra sollevarsi nient´altro che il solito polverone. Uno scontro di "teologie": con una maggioranza che crede nell´efficacia salvifica della gara d´appalto e della quotazione in Borsa, e una minoranza che invoca il principio assoluto dell´acqua "bene comune". In mezzo a tutto questo, schiacciata fra le scorrerie dei partiti e gli appetiti finanziari dei privati, una miriade di Comuni virtuosi che finora hanno gestito i servizi a basso costo e in modo eccellente, e non intendono alienare "l´acqua del sindaco", intesa come ultima trincea del governo pubblico del territorio.

Nell´agosto 2007 Tremonti aveva già sparato un decreto per la privatizzazione, ma si era rivelato così carente che non era stato possibile emanare i regolamenti. Oggi si tenta il bis, con una spinta in più verso i privati. Stavolta è d´accordo anche la Lega: la quota della mano pubblica dovrà scendere al 30%. Insomma, che i Comuni in bolletta vendano tutto quello che possono. Facciano cassa, subito. E non fa niente se qualcuno grida al furto e il Contratto mondiale per l´acqua – ultima trincea del pubblico servizio – minaccia fuoco e fiamme. «In nessun´altra parte d´Europa – attacca il presidente Emilio Molinari – si vieta alla mano pubblica di conservare la maggioranza azionaria. Il rischio è che tutto finisca in mano delle grandi Spa e alle multinazionali. E se il servizio non funziona, invece che al tuo sindaco dovrai rivolgerti a un call center».

Contro il provvedimento s´è scatenata una guerra di resistenza. In Puglia il presidente della regione Niki Vendola s´è messo in collisione con gli alleati del Pd, ed ha non ha solo annunciato di voler far ricorso contro la privatizzazione, ma ha deciso di ripubblicizzare l´acquedotto pugliese, il più grande e malfamato d´Europa (si dice che abbia dato più da… mangiare che da bere ai pugliesi). Al grido di "l´acqua è una cosa pubblica" ora si tenta la storica marcia indietro, anche se non si ha la più pallida idea di chi (la Regione?) pagherà i debiti del carrozzone.

Intanto si moltiplicano le assemblee: Verona, Bari, Udine, Savona, Potenza, Rieti. Da Milano arrivano segnali di preoccupazione, a difesa di un´azienda comunale totalmente pubblica che finora ha mantenuto tariffe tra le più basse d´Italia. Il malumore cresce nei Comuni di montagna. In Carnia anche quelli della Lega sono ai ferri corti con la giunta regionale di centrodestra. Già hanno dovuto affidare i loro servizi a una Spa-carrozzone che fa acqua da tutte le parti e alza le tariffe senza fare investimenti; ora non vogliono che questo preluda al passaggio a un´azienda con sede a Milano, Roma o magari all´estero. A Mezzana Montaldo (Biella) dove si gestiscono la loro rete in modo ineccepibile da oltre un secolo, non ci pensano nemmeno a mollare l´acqua ad altri.

« la fine del federalismo e dei valori del territorio persino nelle regioni a statuto speciale» osserva Marco Job del C.m.a di Udine. «Facevamo tutto da soli - ghigna il carnico Franceschino Barazzutti - dalle mie parti il sindaco guidava il trattore, e se necessario aggiustava lui stesso la conduttura tra il paese e la sorgente. Oggi devi chiamare i tecnici a Udine, con tempi maggiori e costi più alti. E se devi segnalare un disservizio, devi andare a Tolmezzo o Udine, mentre prima era tutto sotto casa. E´ tutto chiaro: hanno fatto una Spa pubblica solo per poi passare la mano ai privati».

Privatizzare è l´ultima speranza di adeguarci all´Europa, puntualizza il governo. Ma qui viene il bello. proprio l´enormità dei costi di questo adeguamento a falsare la gara. «Senza certezza sul futuro del servizio e con simili costi fissi nessuna banca al mondo finanzierà le piccole imprese, e cos finiranno per vincere le grandi aziende quotate, capaci di autofinanziarsi e di imporsi semplicemente con la forza del nome», spiega Antonio Massarutto dell´università di Udine. Altra cosa che pu falsare i giochi è la mancanza di garanzie sul rispetto delle regole. «Siamo in Italia» brontola Roberto Passino, presidente del Coviri, Comitato vigilanza risorse idriche: «Prima si lamentavano perché non funzionavamo, e ora che abbiamo rimesso le cose a posto, tutti si lamentano perché funzioniamo». Un problema di comportamento, insomma. Di cultura e responsabilità.

Pubblico o privato? «Non importa che i gatti siano bianchi o neri – scherza Passino citando Marx – l´importante è che mangino i topi». Quello che conta è il controllo. In Inghilterra l´azienda pubblica è stata privatizzata al cento per cento, ma la Spa che ha vinto la gara ora ha sul collo il fiato di un´authority ventiquattrore su ventiquattro. Le modifiche del contratto sono impossibili. Ogni cinque anni le tariffe vanno discusse daccapo. Massarutto: «L´anomalia italiana è che ci si illude che la gara basti a lavare più bianco. Non è vero niente. Serve uno strumento di controllo e garanzia che impedisca furbate o fughe speculative». Figurarsi se poi l´azienda firma un contratto che include non solo la gestione, ma anche gli investimenti immensi che il settore richiede.

Altra anomalia: abbiamo le tariffe più basse d´Europa. Questo perché – a differenza di Francia o Germania - finora nessuno ha osato scaricare sulle tariffe il costo di questo immenso arretrato di lavori. Viviamo in uno strano Paese, dove si protesta per le bollette dell´acqua, ma non si osa dir nulla su quelle del gas e dell´elettricità, che invece sono – udite - le più alte del Continente. Dire che gli acquedotti si debbano pagare con le tasse è quantomeno spericolato, osserva Giuseppe Altamore autore di grandi libri sulla questione idrica in Italia: «Non vedo cosa ci sia di giusto nel fatto che io debba pagare il servizio idrico anche per gli evasori fiscali». Nell´incertezza sul futuro, il ritardo aumenta, e sulle nostre spalle cresce la previsione di una batosta stimata per ora sui 115 euro pro-capite l´anno.

l’Unità

Il centrodestra sta svendendo anche l’acqua

di Bianca Di Giovanni

Anche l’acqua ai privati. Come chiede Confindustria da anni. Il Senato ha varato ieri la riforma dei servizi pubblici locali, che punta a favorire la gestione privata di alcuni servizi locali. Il testo passa ora alla camera. Il Pdl sventola slogan epocali. In realtà il provvedimento è frutto di una faticosa mediazione tutta interna alla maggioranza, in cui la Lega (come al solito) ha fatto la aprte del leone. Il Carroccio ha ottenuto infatti che fossero esclusi fin dall’inizio i settori più «ricchi» dell’affare servizi: elettricità e gas. Troppo importanti le ricche multiutility del nord. Il testo ha escluso anche il trasporto pubblico locale, con la stessa motivazione ufficiale: settore che ha bisogno di norme speciali. Motivazione che non è valsa, invece, per il servizio idrico. Che pure a livello europeo è considerato più «speciale» degli altri.

Così si preparano all’iter della privatizzazione acqua e rifiuti, insieme ad altri servizi minori. Sfilate all’ultimo momento (sempre dalla Lega) anche le farmacie comunali. Il testo prevede che per tali servizi sia prioritario l’affidamento a terzi, che siano privati o società miste pubblico/ privato. In quest’ultimo caso, però, il «braccio» privato deve detenere almeno il 40% della società. In caso di società quotate (è il caso della romana Acea), il pubblico dovrà scendere al 40% (in origine era il 30%). L’affidamento cosiddetto in-house, cioè pubblico, non è escluso, ma è condizionato a una serie di fattori. Si potrà scegliere solo in situazioni ececzionali, quando si dimostrasse impossibile l’affidamento a privati, ecomunque solo dopo l’autorizzazione dell’Antitrust. Va ricordato che già oggi è possibile affidare la gestione di tutti i servizi pubblici locali (incluso quello idrico) a soggetti privati attraverso gare. La novità è che gli enti locali, finora liberi di scegliere, saranno obbligati ad aprire al privato, e solo in casi eccezionali potranno evitarlo.

La vera guerra si è scatenata sull’acqua. L’opposizione ha presentato parecchi emendamenti soppressivi, sostenendo tra l’altro che la stessa Unione europea privilegia la gestione inhouse per il servizio idrico. Ma la maggioranza ha tirato dritto. A questo punto è stata formulata una proposta - primo firmatario Bubbico del pd, sostenuto da tutte le forze di opposizione - con l’obiettivo di mettere dei paletti agli intenti di privatizzazione del servizio. La proposta è stata rigettata da governo e maggioranza. «La questione della gestione della risorsa acqua - ha detto a quel punto il presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro - è una delle grandi questioni sulle quali si interroga il mondo intero. Non è un problema di poco conto, ragioniamoci cerchiamo di capire meglio». Dopo un accantonamento, la proposta è stata riformulata e poi votata da ambedue gli schieramenti, esclusa l’Idv. Il testo ribadisce che l’acqua è un bene pubblico, che l’accesso al servizio deve essere garantito a tutti e che il prezzo dev’essere stabilito daautorità pubbliche. Solo la gestione dovrà andare in mani private. «In questo modo abbiamo sventato un colpo di mano della maggioranza», dice Bubbico.

Resta il giudizio negativo sul provvedimento complessivo. «Oggi in Senato con il voto del Pdl e della Lega viene resa obbligatoria la gestione dell'acqua: una scelta che va contro l'interesse dei cittadini e che non è dettata, come falsamente sostengono governo e maggioranza, da norme europee. Una scelta tanto più grave nel caso del partito di Bossi e Calderoli, che in Padania si batte per l'acqua bene pubblico e a Roma prende decisioni ultraliberiste», commenta Roberto Della Seta.

Discorso di fine anno

Care concittadine e cari concittadini. È con animo sereno, ma non scevro dalle mille preoccupazioni che vengono dal paese e dalla società, che mi appresto a questo saluto di fine anno. Un anno, bisogna dirlo, segnato da luci e ombre: crisi, litigiosità politica, terremoti, inondazioni, scandali sessuali, tutte tragedie bilanciate dal fatto che Bondi ha smesso di scrivere poesie: seppur di poco, il bilancio è positivo. Ogni fine d'anno si porta appresso i buoni propositi per una nuova stagione, che tutti speriamo feconda, foriera di vantaggi, almeno quanto lo è stato lo scudo fiscale per la mafia. Il sostegno alle famiglie, come vedete, ha funzionato. I problemi sono molti, non c'è italiano che non li conosca. Particolarmente a cuore, per esempio, ci sta l'integrazione delle culture diverse affluite sul territorio nazionale.

È giusto che chi vive qui impari la lingua: questa è, giustamente, una grande preoccupazione per l'ingegner Castelli. È troppo chiedere che i figli degli stranieri che rifiutano d'integrarsi vadano bene a scuola? In certi casi bisogna essere inflessibili con pochi per salvaguardare molti: il figlio di Bossi, pluribocciato alla maturità, andrebbe subito rimpatriato; e nel caso prevalga la compassione, al massimo, aiutato a casa sua.

Molto è stato fatto negli ultimi anni per modernizzare il paese, ma è un'impresa che non si può lasciare incompiuta: l'introduzione in molte regioni della Costituzione digitale terrestre deve continuare senza soste. È vero che in questo modo molti utenti non riusciranno più a vedere l'articolo 3 (la legge è uguale per tutti), o l'articolo 32 (diritto alla salute), ma la perfetta ricezione di Mediaset Premium saprà ovviare ai piccoli inconvenienti tecnici che ogni innovazione porta con sé.

Un'altra piaga da combattere è quella dell'assenteismo nella pubblica amministrazione. È intollerabile che certi dipendenti pubblici sottraggano tempo al lavoro - è bene ricordarlo, retribuito da tutti i cittadini - gettando il loro tempo in conferenze stampa e monologhi egocentrici in cui si insultano gli avversari politici. Se le nuove norme sulla produttività dei dipendenti pubblici tanto annunciate, sbandierate e propagandate, si applicassero al ministro Brunetta avremmo oggi un disoccupato in più, licenziato per giusta causa: meno male che è solo fuffa.

Non secondaria, in questo contesto, l'urgenza di attenuare la troppo esasperata litigiosità della vita politica. Insulti, sgambetti, scherzi di pessimo gusto, scorrettezze manifeste, ingiustizie palesi, sanguinose ingiurie, umiliazioni. E mi fermo qui per carità di patria, ma l'elenco delle angherie che il Pd sta infliggendo ai suoi elettori e a tutta la sinistra è sotto gli occhi di ognuno. Bisogna dire basta a una simile barbarie. Oltretutto si tratta di una spropositata sperequazione nelle pene, e urge anche una seria riforma del codice penale: che si prendano tre anni di galera per rapina a mano armata e quindici anni di D'Alema - o addirittura venti di Violante - senza aver commesso alcun reato è davvero inaccettabile.

Anche sul campo della regolamentazione della vita civile bisogna darsi da fare: una buona legge sul «fine vita», per esempio, avrebbe risparmiato a tutte le formazioni di sinistra una tremenda agonia. Staccare la spina a volte è un gesto di umanità, ma vedere verdi, comunisti italiani, rifondaroli e altri staccarsi la spina a vicenda senza nemmeno avvertire i parenti non è stato un bello spettacolo.

Alcune riforme sono state giustamente avviate, ma ancora paiono in alto mare. Le scuole elementari italiane, per esempio, sono ancora gravate dal peso insostenibile di migliaia di insegnanti. L'introduzione del maestro unico non è più rinviabile. Certo dovrebbe essere collocato nel centro del paese, in modo da permettere a tutti i bambini di raggiungere la scuola per tempo, che vengano da Sondrio o da Trapani. La classe sarebbe un po' numerosa, con la scuola a Roma gli ultimi banchi sarebbero a Viterbo, ma la continuità didattica propugnata dal ministro Gelmini sarebbe garantita.

Mi piace chiudere queste note con un accorato appello per il mondo della cultura. Molto è stato fatto, ed è una nota positiva, per colpire a morte il lavoro intellettuale. Purtroppo non si era considerato che scienziati e ricercatori se la sarebbero cavata mangiando i topini dei laboratori, ma per tutti gli altri stanno funzionando egregiamente alcuni provvedimenti mirati. Considerare di particolare valore culturale il cinepanettone di Natale, o finanziare profumatamente un polpettone leghista come il Barbarossa, rappresentano primi significativi passi, e sono certo che proseguendo su questa strada i risultati veranno. Dopo aver affidato i beni culturali a Sandro Bondi, il premio Strega a Belèn Rodriguez e il Campiello a Topo Gigio non sono più soltanto sogni. Siamo dunque sulla buona strada. Vogliate tutti gradire i miei più sentiti auguri per un 2010 felice e luminoso.

È molto raro che due valanghe cadano nello stesso punto in poche ore, hanno detto gli esperti commentando la disgrazia della Val Lasties, dove tre giorni fa è stata travolta un’intera squadra del Soccorso Alpino che era andata a cercare escursionisti appena ingoiati da una prima valanga.

Giù in pianura, per esempio in Toscana, pericolose coincidenze del genere sono meno improbabili. Anzi, a volte, organizzate con fervore e persuasione da alcuni sindaci, dal vertice della Regione, dal Governo centrale.

È vero che uno dei sindaci (di Orbetello) a Roma è il ministro di tutti i lavori possibili e impossibili dal ponte di Messina alla ormai celebre “Spaccamaremma”, la lunga colata di cemento lungo il mare progettata per sventrare paesaggi unici al mondo e per offrire scorrimenti salutari e veloci lungo spiagge che diventeranno sottoponti da Bronx.

È anche vero che il patto d’ acciaio fra la fiera sinistra di Governo della Regione e l’imperiale centrodestra insediato a Roma impedisce qualsiasi infiltrazione di obiezioni, resistenza, buon senso.

Ma all’altra infiltrazione - quella dell’acqua che esonda da fiumi e laghi e sta travolgendo parti della Toscana con fuga di cittadini e danni immensi - non si è prestata la necessaria attenzione.

E nessuno, mentre disegnava e ridisegnava tutte le curve malevole del cosiddetto “ corridoio tirrenico”, per essere sicuro della memorabile portata del danno, ha pensato, anche solo nel tempo libero, alla prevenzione. E adesso il fiume Serchio è incontenibile e il lago Massaciuccoli incombe sugli argini.

L’invocazione, dei cittadini mentre scriviamo, è «mandateci almeno i sacchetti di sabbia».

Non è passata più di una settimana da quando, congiuntamente, il ministro di tutti i lavori con finanziamento e cantiere e il Presidente della Regione, dunque difensore dell’integrità paesaggistica, naturale, turistica della Toscana hanno dato lo storico annuncio: «Evviva, si comincia. Aperto il primo cantiere del corridoio tirrenico».

Non è passata una settimana ed ecco come risponde ai giornalisti, che chiedono spiegazioni sul disastro delle inondazioni, l’assessore alla Protezione Civile della Provincia di Pisa Walter Picchi: «E’ molto semplice. Il Governo non ha finanziato il piano di bacino e i progetti per gli argini, pronti da quattro anni».

E l’ assessore regionale alla difesa del territorio Marco Betti, precisava: «Una nuova inondazione sarà catastrofica perché acqua e fango raggiungeranno il Lago Massaciuccoli che a sua volta tracimerà, allagando parte della Versilia con danni incalcolabili».

«Lo Stato è con voi. Fate quello che dovevate fare», ha ammonito il capo della Protezione Civile Bertolaso. Rincuora. Ma di quale Stato sta parlando?

Se si riferisce al ministro dell’Ambiente, la signora è in vacanza. Ma prima di andare in vacanza ha lasciato scadere tutti i contratti di esperti e ricercatori dell’ISPRA - l’Istituito Superiore dell’Ambiente - soprattutto i contratti degli scienziati impegnati negli studi sull’acqua. Invano si sono accampati sul tetto dell’Istituto a Roma. Le vacanze sono vacanze. I contratti scadono e il ministro non c’è.

Se invece Bertolaso parla del ministro delle Infrastrutture lui, insieme con tutto il vertice transpartitico della Regione, ha da fare nei cantieri aperti a sud di Livorno.

I caselli a pagamento per transitare a velocità appositamente aumentata dallo Stato (in modo che aumentino anche i gas di scarico per residenti e villeggianti) sono più interessanti delle pur drammatiche esondazioni. Quelle, dai tempi della Bibbia, sono tutte uguali. E invece d’ incassare, costano. Specialmente se si fa prevenzione.

Ma la vita è breve e occorrono scelte coraggiose. Oggi l’impegno virile (e lucroso) di costruire è tipico di un vero uomo e di un vero leader politico, come in altri tempi, era il partire per la guerra. Anche allora si lasciavano indietro i deboli e i pacifisti. Gente inutile, come le mille chiacchiere sulla “Spaccamaremma”. Quella si fa e basta.

Si svende un enorme patrimonio pubblico che appartiene a tutti i cittadini: settentrionali e meridionali, ricchi e poveri, di destra e di sinistra.

Il decreto legislativo sul cosiddetto "federalismo demaniale", varato dal Consiglio dei ministri alla vigilia di Natale e rimesso ora all’esame delle competenti Commissioni parlamentari, prevede il trasferimento dei beni statali a Comuni, Province e Regioni, con la dismissione in massa di edifici pubblici, caserme e altre installazioni militari, terreni, spiagge, fiumi, laghi, torrenti, sorgenti, ghiacciai, acquedotti, porti e aeroporti. E come denuncia il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, una volta approvato definitivamente potrebbe innescare «la più grande speculazione edilizia e immobiliare nella storia della Repubblica».

Sono in tutto sette gli articoli del provvedimento, presentato dal ministro della Semplificazione Normativa, il leghista Roberto Calderoli. Un grimaldello legislativo per forzare la "mano morta" che blocca, come si legge nella relazione introduttiva, "un patrimonio abbandonato e improduttivo". Ma proprio in nome della semplificazione e della valorizzazione, due esigenze entrambe apprezzabili, si rischia in realtà di scardinare una cassaforte che contiene beni collettivi inalienabili: compresi quelli "assoggettati a vincolo storico, artistico e ambientale che non abbiano rilevanza nazionale", come si legge all’articolo 4.

L’opposizione dei Verdi, a cui non possono non aderire gli ambientalisti più avvertiti e sensibili, punta in particolare contro due norme considerate devastanti. La prima (art.5, comma b) stabilisce che la delibera del piano di alienazione e valorizzazione da parte del Consiglio comunale "costituisce variante allo strumento urbanistico generale": in pratica, un meccanismo automatico di modifica dei piani regolatori, al di fuori di qualsiasi logica e programmazione. L’altra norma controversa è quella che semplifica le procedure per l’attribuzione dei beni statali ai fondi immobiliari (art. 6): «Si tratta - commenta Bonelli - di un maxi-regalo alle grandi famiglie dei costruttori che hanno già saccheggiato il territorio italiano, attraverso lo sfruttamento del territorio e la speculazione edilizia».

In attesa di un censimento completo, previsto dallo stesso provvedimento, i dati dell’Agenzia del demanio registrano 30 mila beni in gestione, di cui 20 mila edifici (67%) per 95 milioni di metri cubi e 10 mila terreni (33%) per 150 milioni di metri quadrati. Il demanio militare occupa lo 0,26% del territorio nazionale, pari a 783 chilometri quadrati, prevalentemente in Friuli Venezia Giulia e in Sardegna, dove si trova il poligono di Capo Teulada (72 chilometri quadrati). Seguono, con superfici minori, il Lazio e la Puglia.

Nessuno può negare onestamente che buona parte di questo ingente patrimonio versi in stato di abbandono, affidato all´incuria o comunque alla mancanza di risorse per la sua valorizzazione. Dallo Stato centrale agli enti locali, spesso si gioca allo scaricabarile, nell’incertezza delle competenze e delle responsabilità. Ma il trasferimento in blocco di questi beni ai Comuni, alle Province e alle Regioni, allo scopo dichiarato di fare cassa, minaccia di impoverire alla fine la ricchezza nazionale in funzione di un malinteso federalismo, come se un certo pezzo d’Italia fosse proprietà esclusiva di una determinata comunità.

Chi ha il diritto di stabilire, per esempio, che una spiaggia della Sardegna, della Sicilia o della Puglia appartiene soltanto a quella Regione? Chi ha l’autorità di alienare un bene storico, artistico o ambientale d’interesse locale? E ancora, chi può disporre di infrastrutture come acquedotti, porti e aeroporti, che per loro natura servono aree più ampie ed estese?

Al di là della necessità di rispettare i piani urbanistici, se non altro per evitare l’impatto negativo di varianti automatiche, è auspicabile dunque che il decreto legislativo sul "federalismo demaniale" venga modificato e corretto durante l’iter parlamentare, come reclamano i Verdi, almeno su due punti fondamentali: da una parte, l’esclusione dei beni storici e artistici dall’elenco delle dismissioni; dall’altra, l’introduzione dei vincoli di destinazione e uso per i terreni o gli edifici statali. Non è concepibile cedere un castello o un museo a un soggetto privato, solo perché il bene in questione non è considerato di "rilevanza nazionale". Mentre si può pensare di alienare legittimamente un’area abbandonata o una caserma, purché venga destinata a funzioni sociali: ospedali, centri di assistenza, istituti scolastici, parchi pubblici o impianti sportivi. Altrimenti, più che di semplificazione e valorizzazione, si dovrà parlare - appunto - di svendita e liquidazione.

Secondo il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, l’operazione scudo fiscale merita il 10 e lode. Si vede che siamo a Natale. La legge era talmente semplice che ci sono volute ben 50 circolari e note esplicative dell’Agenzia delle Entrate per chiarirne il contenuto. Le circolari fiscali normalmente servono a illustrare i contenuti della legge e ad assicurarne un’applicazione uniforme. Ma in questo caso sono andate ben al di là del testo di legge, di fatto espropriando il Parlamento delle sue funzioni e mettendo in grave imbarazzo gli uffici locali chiamati a scegliere fra rispetto di una legge vaga e applicazione di circolari che ne travalicano abbondantemente il contenuto. Hanno, inoltre, cambiato le regole in corso d’opera, quando già in molti erano ricorsi allo scudo, in barba al principio dell’uniformità di trattamento. Che questo principio fosse tenuto assai poco in conto, lo ha dimostrato il dulcis in fundo dell’operazione, la proroga del "termine improrogabile" per fruire dello scudo.

Ci sarà ora tempo fino a primavera per beneficiarne con un modico aggravio. E tutto lascia intendere che, se ai primi caldi ci fosse nuovamente bisogno di cassa, si prorogherà ulteriormente l’improrogabile. Ma forse il voto generoso del titolare della semplificazione non si deve tanto alla semplicità e certezza della normativa, quanto al respiro di sollievo tratto dal ministro nell’apprendere di poter rimandare di qualche mese scelte difficili in campagna elettorale. Sarà un caso, ma l’annuncio dei risultati del condono (95 miliardi con un gettito per lo Stato di 4 miliardi e 750 milioni) è andato di pari passo a quello del rinvio dei tagli delle poltrone degli enti locali che, imposto dall’alto, suonava assai male nella legislatura del federalismo e nei territori presidiati dalla Lega.

Un governo convertito in fine d’anno ai buoni sentimenti, all’amore e all’onestà, dovrebbe, a questo punto, limitarsi a incassare i soldi dello scudo, senza arrossire troppo, cercando magari di invocare qualche attenuante, come il ministro Brunetta, che ha parlato dello scudo come, tutto sommato, di un «male minore». Ben diverso, invece, il tono del comunicato del ministro del Tesoro sui risultati dello scudo fiscale. Narra di uno «straordinario successo», di un grande «segno di forza del Paese» e di una prova di «intelligenza», forse riferendosi alla prontezza con cui gli evasori hanno ritirato il dono loro gentilmente concesso. È, invece, l’intelligenza di milioni di italiani ad essere stata pesantemente insultata da questo comunicato. Per ottenere subito, una tantum, meno di 5 miliardi (lo 0,5 per cento della spesa pubblica corrente ogni anno) si è consentito agli evasori di mettersi definitivamente in regola, preservando l’anonimato e versando meno del 10 per cento di quanto avrebbero dovuto pagare altrimenti.

Si sono così causati danni ingenti all’erario. Se è vero, come recitato nel comunicato del Tesoro, che grazie all’azione intrapresa dai governi in questi mesi il «tempo dei Paradisi fiscali è finito», vuol dire che lo Stato ha con lo scudo rinunciato a recuperare ben 45 miliardi dalla lotta all’evasione. E anche se non fosse vero che i paradisi fiscali sono stati debellati, e che in assenza dello scudo, sarebbero rientrati solo 10 di questi 95 miliardi, lo Stato avrebbe comunque subito con questa operazione una perdita di gettito. Senza poi contare le entrate future compromesse dalla rinnovata consapevolezza che in Italia gli evasori non solo la fanno franca, ma addirittura vengono sistematicamente premiati. Ogni condono è un’istigazione a evadere in attesa del prossimo condono.

Chi potrà brindare sono, oltre agli evasori, le poche banche che amministreranno i capitali scudati. Secondo le stime di Alessandro Penati su queste colonne, hanno ottenuto da questa operazione circa 10 miliardi di ricavi puri. Cosa ne faranno di queste entrate straordinarie, per loro piovute dal cielo? Le utilizzeranno per finanziare qualche bene pubblico (istruzione, ricerca, ricostruzione dell’Aquila) o per sostenere le imprese italiane, alleggerendo la stretta creditizia in atto? Ne dubitiamo, a meno che qualcuno glielo imponga. Ben altre sono infatti le strategie di chi otterrà ricche commissioni su questi capitali. Oggi si tagliano gli impieghi con una mano mentre, con l’altra, si continuano a distribuire gli utili e si ripristinano i bonus ai manager come se niente fosse, invece di pensare a ricapitalizzare le banche per rafforzare la loro posizione patrimoniale.

Quanto ai detentori delle somme scudate, difficilmente questi investitori cambieranno le loro scelte di portafoglio ora che i capitali sono "rientrati" in Italia. Le virgolette sono d’obbligo perché nulla ci garantisce che i capitali siano davvero rientrati dopo un lungo soggiorno all’estero. Al contrario, si narra di decine di evasori che, alla notizia del nuovo condono, hanno trasferito il «nero» di tante piccole imprese lombarde armi e bagagli (nel senso di bagagliaio delle loro automobili) in Svizzera per poi rimpatriarlo, imbiancato per sempre grazie allo scudo. Bene ricordarsi che lo scudo fiscale del 2002 non ha avuto alcun impatto sulla bilancia dei pagamenti, a riprova del fatto che non c’è stato vero rientro dei capitali in Italia.

Per tutti questi motivi lo scudo non è neanche un male minore. È purtroppo e tristemente un male maggiore. Si tratta di un atto di inciviltà, che premia gli evasori e offre un’amnistia a chi ha commesso reati quali l’occultamento di documenti contabili e le false comunicazioni sociali. Come notava Massimo Bordignon su lavoce.info è stato varato mostrando al contempo la faccia feroce ai contribuenti onesti che, avendo dichiarato l’imponibile, usano il ravvedimento operoso per spostare in avanti il pagamento delle imposte, in una situazione di crisi economica e carenza di liquidità. Lo scudo è una misura che ha già causato forti perdite di gettito allo Stato italiano e che altre, ancora più ingenti ne provocherà in futuro. Per minimizzare i danni ulteriori di questo ennesimo condono ci vuole ora, subito, un segnale forte di discontinuità. Non bastano certo le promesse, sempre disattese, di non fare nuovi condoni. Ci vuole un impegno cogente, difficilmente reversibile. Che bello se il primo atto di questo clima, speriamo non solo natalizio, di conciliazione nazionale fosse un piccolo emendamento alla nostra Costituzione che vieti ulteriori condoni fiscali o edilizi, nonché «scudi fiscali» di ogni tipo, genere e denominazione!

Strade diritte, strutture basse e geometriche, il palazzo del Comune al centro dell’abitato. Mattoncini a vista. Sabaudia, cento e passa chilometri a sud di Roma, paradigma, piccolo orgoglio dell’architettura fascista, meglio detta “razionalista”; set del film di Daniele Lucchetti “Mio fratello è figlio unico”, dove Riccardo Scamarcio ed Elio Germano fanno rivivere sullo schermo la vita di Antonio e Gianni Pennacchi. Di allora, del Ventennio, c’è ancora un certo gusto nella fede politica, con il “destra-centro” blindato a ogni elezione. In apparenza. In sostanza questa cittadina di circa 20mila abitanti, è inserita in una zona, la provincia di Latina, dove “la voce grossa la fanno i grandi gruppi malavitosi”, spiega Alessandro Panigutti, direttore di “Latina oggi”, il quotidiano locale più diffuso.

E parliamo dei big di camorra, mafia e ’ndrangheta: dai “cinematografici” Casalesi (gli stessi di “Gomorra”, descritti prima da Saviano e poi da Garrone) ai Bardellino; dai Tripodo agli Alvaro fino a raggiungere gli Scissionisti. Un quadro forte, dove la stessa Sabaudia dà il suo “piccolo” contributo: basta prendere le vicende di questi ultimi mesi. Uno dei consiglieri comunali di maggioranza, Rosa Di Maio, è attualmente imputata nel maxi processo al clan avellinese dei Cava a seguito di una inchiesta della Dda di Napoli; a suo padre, un mese fa, è stato sequestrato un immobile del centro per gravi abusi edilizi. Infine è stato scoperto un esteso giro d’usura legato ai campani e gestito da un funzionario comunale andato in pensione e poi richiamato dalla stessa amministrazione di Sabaudia.

In questa realtà, incastonato tra le dune, fronte mare, sorge il Lago di Paola: sette chilometri di lunghezza per 440 ettari di acqua, inserito nel Parco Nazionale del Circeo e uno dei quattro elementi costieri di un complesso detto Zona Umida di Interesse Internazionale. È considerato Sito di importanza comunitaria dall’Europa: all’interno è stata rinvenuta una straordinaria villa Imperiale di Domiziano; alcune chiuse sono d’epoca romana. Bene, vogliono farlo diventare un porticciolo. E intorno edificare, e ancora edificare. Sono anni che ci provano e in parte ci sono anche riusciti: fino a qualche anno fa stazionavano circa 800 imbarcazioni e un cantiere navale aveva iniziato a costruire dei maxi-yacht da 36 metri. Poi marcia indietro.

L’ostacolo? La famiglia Scalfati, da generazioni proprietaria del lago, da quando, nel 1883, lo acquista dallo Stato italiano per svolgere delle attività ittiche. Sono loro, Anna e Andrea, madre e figlio, a fronteggiare, a ribattere colpo su colpo, dalla carta bollata, ai tribunali, fino a denunciare le minacce e i tentativi di alcuni imprenditori e politici locali di portare a termine il progetto. “Ho scoperto sulla mia pelle tutti i modi per esercitare pressione su una persona: è veramente dura - racconta Anna, volto noto del Tg3 -. Pensi un po’, prima hanno provato a coinvolgerci, e ci sono riusciti con mio fratello, ora consigliere della maggioranza, poi quando è stato chiaro il mio no, è partita una campagna di delegittimazione durissima, anche a mezzo stampa.

Con gran parte della popolazione del luogo schierata contro di noi, accusati di non voler offrire un rilancio economico della zona”. Ecco le intimidazioni, gli atti vandalici: “Hanno sfondato gli impianti di illuminazione, divelto alberi, insegne, danneggiato una delle chiuse, ci hanno insultato e aggredito per strada”, incalza Andrea. Poi il provvedimento che ha aperto voragini tanto grandi quanto i dubbi sulla sua legittimità: il 7 agosto del 2009, il Tribunale Superiore delle acque, una branca semi-sconosciuta della Corte di Cassazione, in seguito a un’azione giudiziaria del Comune di Sabaudia, “ha emesso un’ordinanza che non solo non ha alcun precedente in Italia, ma che non trova neppure riscontro in dottrina, scrive Gaetano Benedetto - condirettore di Wwf Italia e presidente dell’Ente Parco del Circeo -. Il Tribunale attribuisce al Comune una podestà d’indirizzo in un ambito, quello del Regolamento del parco, che invece è specificamente dell’Ente gestore dell’area protetta”.

In sostanza, secondo il Tribunale, il Lago è navigabile e il sindaco di Sabaudia può decidere le sue sorti, con un vincolo: convocare una conferenza di servizi nella quale intervengono tutti i livelli dello Stato. Ci ha provato, e per ben due volte, ma non si è presentato nessuno, né la Regione né i tre ministeri coinvolti (Politiche Agricole, Ambiente e Beni Culturali). Comunque resta un fatto: “La tesi del Tribunale apre un meccanismo nel quale gli interessi collettivi diventano subalterni ad altri”, interviene Angela Napoli, deputata del Pdl ed esponente della Commissione antimafia. È lei ad aver portato la questione in Parlamento con un’interrogazione: “Sì, perché l’anomala situazione in cui versa il Lago potrebbe essere inquadrata, vista la prossimità dell’area, nelle vicende di abusi e illegalità per la presenza delle varie cosche. Vede, lì la realtà è veramente dura, con parte della magistratura locale che in questi anni ha preferito non vedere o è stata bloccata. L’esempio principe è Fondi (distante appena 40 km da Sabaudia, ndr): un Comune in odor di mafia, non sciolto (dal ministro Maroni, ndr) per infiltrazione e dove i poteri forti condizionano tutto”. Comunque “anche il caso del Lago dimostra – continua la Napoli – come, in questa zona, le istituzioni finiscono per intrecciarsi con un certo sistema affaristico, dove poi gli interessi criminali deturpano e incidono sul bene collettivo: l’altro giorno sono andata a Paola, e le garantisco che sono rimasta allibita da quanto visto e sentito”.

“La questione criminalità in questa provincia parte da lontano e per anni ha fatto comodo a molti non vedere - interviene Alessandro Panigutti - . Qui prima è arrivata gente inviata al soggiorno obbligatorio, poi i pentiti di mafia a nascondersi, una parte di loro ha messo radici. Uno per tutti: Frank Coppola, che ha soggiornato ad Aprilia, ha annusato l’aria, si è cresciuto qualche ragazzotto, ed è partito il suo business. Poi c’è un aspetto geografico: non siamo lontani dalla Campania, e la criminalità, si sa, cerca sempre nuovi sbocchi, così sono ‘sbarcate’ le grandi famiglie. Vede, tutti parlano dei Tripodo e dei loro affari su Fondi ma loro, oramai, sono la pagliuzza. La partita è molto più complessa e giocata sul traffico di droga e l’edilizia, ed è una partita trasversale che interessa la Provincia in tutta la sua estensione”.

E torna l’edilizia. “L’anno scorso la Provincia ha presentato un progetto di rivalutazione dell’area con in copertina l’immagine di un enorme yacht - racconta Andrea Scalfati -. Un progetto che avrebbe probabilmente aperto la strada a una corsa all’edilizia speculativa. Insomma, senza alcun interesse per gli aspetti naturali, la conservazione ambientale, l’attuale micro-clima. Niente”. Una botta di cemento e via. “La verità è che qui non c’è l’ombra di tessuto sociale – conclude il direttore di Latina Oggi -, non abbiamo radici: Latina ha solo 70 anni, e si vede”.

A meno che non ci sia qualcuno, ostinato, pronto a dire “no”, e a “muso duro” come cantava Pierangelo Bertoli: “Un guerriero senza patria e senza spada con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro...”.

Con l’accetta, maneggiata dal ministro leghista Roberto Calderoli, del solito emendamento alla legge finanziaria si è inferto, da Roma, un taglio secco al numero dei consiglieri comunali, si sono decapitate le circoscrizioni e i difensori civici, si è rattrappita l’autonomia di ottomila Comuni. Anni di dibattito politico azzerati di colpo. L’alibi? Ridurre il costo della politica.

Risibile perché il “risparmio” è molto relativo, mentre ben altre economie si sarebbero potute ottenere agendo sui 945 parlamentari e su migliaia di consiglieri e assessori regionali. Molti dei quali pagati svariate migliaia di euro al mese. Contro i 19 euro lordi a riunione (una volta o due al mese) dei consiglieri dei Comuni minori e il costo minimo degli eletti nelle circoscrizioni il cui incarico poteva essere reso gratuito evitando di abolire lo stesso decentramento di quartiere. Alla faccia della partecipazione e dello spirito federale.

In realtà alla Lega Nord importa la secessione di intere regioni del Nord e non un’Italia federale poggiata sulle autonomie. Ma pure agli altri maggiori partiti poco sembra interessare il ruolo dei Comuni. Ho sentito in tv protestare vibratamente soltanto l’on. Bruno Tabacci, ex Udc oggi rutelliano, esponente dell’autonomismo cattolico. Gli stessi eredi del Pci, all’epoca sensibile al ruolo delle assemblee elettive, non hanno espresso dissensi molto avvertibili. Hanno reagito i piccoli gruppi, come i Verdi di Angelo Bonelli che ha accusato Pdl e Pd di voler “monopolizzare” i consigli comunali.

Logica coerente

In effetti la riduzione del 20 per cento inferta dal centro al numero dei consiglieri (e di conseguenza degli assessori) inciderà pesantemente sulla pluralità della rappresentanza democratica: i consigli con 40 componenti, ad esempio, scenderanno a 32, quelli con 30 a 24, togliendo quasi ogni spazio ai gruppi minori (per lo più di sinistra) e alle liste locali, cioè a presenze che hanno spesso animato la vita politica locale. E’ il logico proseguimento, a livello comunale (le Province per ora ne sono fuori), della “porcata” calderoliana imposta nell’elezione di un Parlamento dal quale i piccoli gruppi sono assenti e i 945 presenti sono stati designati dai partiti e non più eletti col voto di preferenza.

Si poteva attendere di discutere la Carta delle Autonomie. Invece, dal centro e col rozzo strumento della legge finanziaria, si è dato uno schiaffo palese alle Regioni alle quali la Costituzione assegna la materia degli Enti locali. Per la quale, invero, poco e con poca creatività esse hanno fatto. Alcune hanno esteso fino al mare le Comunità Montane (oggi tutte con meno fondi) le quali invece svolgono un utile ruolo di aggregazione per i tanti micro-Comuni delle terre alte.

I “risparmi” in consiglieri (circa 35.000 posti) si avranno soprattutto in Lombardia e in Piemonte, nelle regioni cioè con la più alta polverizzazione municipale: la sola Lombardia conta 1.546 Comuni e quindi molte migliaia di consiglieri. Il Piemonte allinea oltre 1.200 torri municipali. E’ una secca riduzione dell’autonomia dei Comuni e delle stesse Regioni, e viene da lontano. Viene dalla legge che ha immesso nel sistema italiano, partendo dai “rami bassi”, una forma presidenzialista con l’elezione diretta dei sindaci e poi, via via, delle altre istituzioni. Ma così – si obietta – si è garantita stabilità alle amministrazioni. Certo, e però i consigli comunali sono stati declassati a pura cassa di risonanza. Prima disponevano di poteri a volte eccessivi. Oggi non contano quasi nulla.

Il caso Moratti

Temi di primaria importanza non passano più dai consigli, ma sono semplici atti di giunta. Davanti alle telecamere di “Report”, il sindaco di Milano, Letizia Moratti, si è, in pratica, vantata di comparire in consiglio comunale tre volte l’anno e di non rispondere, di fatto, ad un centinaio di interrogazioni consiliari.

Anni fa sarebbe successo il finimondo. Non a caso, allora, le sedute erano spesso affollate di cittadini. Oggi che senso avrebbe? Con la riduzione del 20 per cento dei consiglieri, si rattrappirà l’arco stesso della rappresentanza, si spegneranno ulteriormente il dibattito e l’interesse dei cittadini.

Aboliti nelle città piccole e medie i consigli circoscrizionali, abolito i difensori civici, la partecipazione democratica dal basso sarà un ricordo lontano: di quando la sinistra dc si batteva per essa con forza, il Partito socialista, con Aldo Aniasi e Carlo Tognoli, parlava di Repubblica delle Autonomie e il Partito comunista portava ad esempio di democrazia le assemblee elettive locali. Tutto questo con una Lega Nord che dovrebbe essere federalista e che invece ha lasciato scippare ai Comuni l’Ici (compensata solo in parte dal centro), ed ora, sempre da Roma, li spoglia di un altro pezzo di autonomia decisionale.

Al Pd vien da chiedere: non sarebbe stato “alternativo” differenziarsi a fondo da questo governo-azienda che devitalizza la democrazia a colpi di commissariamenti straordinari e di finanziarie penalizzanti per le rappresentanze di base?

Al posto dei filari che con perfezione geometrica scalano in verticale le colline e le solcano come tanti graffi sulla pelle, ecco di nuovo i terrazzamenti, un po’ più arruffati, che vennero abbandonati dagli anni Sessanta, sbancati con i Caterpillar e sostituiti da sistemi di coltivazione che chiamano a "rittochino", più agevoli per i potenti trattori.

Anche Paolo Socci piallò le colline dove da decenni la sua famiglia faceva il vino. «Così si deve fare ora, dicevano tutti. E così feci anch’io». Poi si accorse che, oltre ad aver stravolto un assetto di paesaggio che durava da secoli, quel sistema da agricoltura industriale riduceva i costi, è vero, ma il vino che veniva fuori non era buono come un tempo. Sulle piazze internazionali sbarcavano bottiglie provenienti dall’est europeo o dal Sud America che, Chianti o non Chianti, scalzavano i concorrenti.

E allora si mise a studiare le tecniche tradizionali, si confrontò con l’urbanista Paolo Baldeschi, che stava elaborando un progetto di tutela dell’intero Chianti fiorentino, e capì una cosa importante: il paesaggio del Chianti era un paesaggio storico, anzi, culturale, nel senso che aveva ben poco di naturale, ed era esattamente il prodotto di una serie di adattamenti selezionati nel tempo e di regole produttive tutte orientate a ottenere un vino buono. Risuonavano nella sua memoria le parole di Emilio Sereni, quelle sul paesaggio come costruzione cosciente di una comunità, da cui discende che ogni comunità ha il paesaggio che si merita.

E così Socci invertì la rotta. Chiese e ottenne un contributo attraverso il Piano di sviluppo rurale della Toscana, che recependo norme nazionali e comunitarie favoriva la tutela dei paesaggi, e iniziò a restaurare le terrazze, segnalate qui fin dal Settecento, o a costruirle ex novo, ma con le tecniche antiche e recuperando un geniale sistema di drenaggio. Le terrazze evitano il dilavamento del terreno causato dalle piogge, che invece è favorito dal "rittochino" e dai trattori che salgono e scendono dalle colline. L’erosione, oltre ad agevolare il dissesto in caso di grandi piogge - è un fenomeno che interessa tutto l´Appennino - , fa scivolare giù la sabbia, che è essenziale per le viti ad alberello e che le terrazze, invece, custodiscono. L’erosione, inoltre, diminuisce la fertilità del terreno e impone i concimi chimici. E non è tutto: le pietre dei muraglioni sono una specie di radiatore, trattengono il calore del sole e lo rilasciano lentamente, favorendo una giusta maturazione dell’uva. Maturazione che le terrazze agevolano anche perché i filari sono orientati da Nord a Sud, e quindi incamerano più sole rispetto al "rittochino".

«Tutti questi sistemi allungavano le ore di fotosintesi», racconta Socci. «Poi sono arrivati i vigneti standard dell’agricoltura meccanizzata, venduti come un kit di montaggio». Ora sono pronte le prime bottiglie con le uve nate lungo i ciglioni della collina. Il vino si chiama "Antico Lamole. San Gioveto Terrazzi". Niente etichetta, scritto a mano. Insieme a Socci, altri proprietari di Lamole hanno o ripristinato o realizzato muraglioni a secco che seguono in orizzontale il tracciato delle colline. Non tutti abbandonano il "rittochino", ma intanto il paesaggio di Lamole va riacquistando l’antico aspetto. «Restaurare il paesaggio», dice Mauro Agnoletti, professore di agraria a Firenze e curatore del Catalogo dei paesaggi rurali storici (dove figura anche Lamole), «non è solo un’operazione estetica, pure indispensabile visto il valore che queste colline hanno assunto. Ma incontra un’esigenza della futura agricoltura: un prodotto ha più forza sui mercati se è riconducibile a una storia e a un luogo e se è il frutto di tecniche specifiche».

Socci si fa aiutare da boscaioli che vengono da Laviano, in provincia di Salerno, il paese distrutto dal terremoto del 1980, e da Rocco Falivena che di Laviano è il sindaco. Ma se per l’avvio dei lavori sono arrivati contributi pubblici, per la manutenzione non ci sono erogazioni. Il Piano di sviluppo rurale nazionale 2007-2013 stabilisce che il paesaggio è elemento essenziale per una buona agricoltura e ha dato alle Regioni la possibilità di finanziare progetti di recupero e di promuovere prodotti legati a questi paesaggi. Ma non tutte le Regioni si sono attrezzate. E senza sostegni, questo tipo di agricoltura e di paesaggi stentano.

Una democrazia liquefatta, dominata dal potere carismatico del capo del governo e da due partiti «virtuali» come Pd e Pdl. Lo sguardo sulla crisi italiana di Marco Revelli - sociologo, docente all'università Orientale del Piemonte e collaboratore storico del manifesto - è attonito: «Mancano perfino le parole per dichiarare ciò che si prova e il continuo spaesamento su quello che avviene».

Proviamo a trovarle, queste parole. Alberto Asor Rosa sul manifesto del 6 e del 20 dicembre parla di «golpe bianco» e di «eterna bicamerale» sulle riforme. Mentre Ezio Mauro su Repubblica dell'11 dicembre denuncia un Berlusconi tentato apertamente dallo «stato d'eccezione».

Secondo me siamo perfino oltre lo stato d'eccezione.

A che cosa ti riferisci?

Intanto ai comportamenti di Berlusconi. Che vanno al di là della violazione delle regole fondamentali e degli equilibri istituzionali propri di uno stato d'emergenza. Ma anche alle risposte incerte e oscillanti del Pd, e alla sensazione di irrealtà che tutto questo provoca. Asor Rosa denuncia la voglia di un «golpe bianco». E' evidente che se si intende la sfida alle regole fondamentali e la minaccia politica agli assetti istituzionali è davvero così. Da mesi assistiamo all'irrisione delle istituzioni da parte del capo del governo. Berlusconi si muove al di fuori delle regole con comportamenti che solo qualche anno fa avrebbero fatto inorridire la totalità degli osservatori politici. Le provocazioni verso il capo dello stato e la corte costituzionale, l'irrisione del ruolo del parlamento, le esternazioni internazionali violentemente offensive verso le nostre istituzioni democratiche. Gli attacchi ai giudici. La novità non è che i giudici indaghino. E' che c'è un capo del governo che è chiamato in causa così tante volte e per reati così gravi, sulla base di riscontri che potranno o meno portare a una condanna, ma che non sono pure invenzioni.

E il Pd?

Il Pd, ogni volta, a caldo denuncia la gravità della cosa e il giorno dopo già la tratta come normalità. E' questa oscillazione che produce uno spaesamento radicale in cui tutto è vero e nulla è vero. In cui è la retorica del discorso politico a guidare la realtà modificandola costantemente. Questo scarto tra parole e realtà è devastante. Berlusconi alza il tiro, si direbbe consapevolmente, come parte di una strategia retorica a favore della propria onnipotenza. Dimostra che ha la possibilità di spararle sempre più grosse e di passarla sempre liscia. Può farlo perché l'opposizione è debole ma anche perché è ondivaga. Oggi lo critica e domani lo assume come un interlocutore fondamentale per ridefinire le linee generali del comune assetto democratico.

Faccio l'avvocato del diavolo. Ma Berlusconi è stato eletto dagli italiani. E al di là del suo potere mediatico ed economico tocca corde condivise da milioni di cittadini. È realismo o no trattare con lui?

Prendere atto è un conto. Trattare è un altro. L'opposizione ha diverse scelte, dalla denuncia più radicale alla normale dialettica parlamentare. Può mobilitare le piazze, battersi con durezza in parlamento, agire nelle varie sedi istituzionali, informare adeguatamente l'opinione pubblica. Oppure può dichiarare semplicemente la propria indisponibilità a dialogare su quelle basi. Di sicuro non si può contemporaneamente denunciare la gravità di quello che avviene e il giorno dopo dimenticarselo. Quello che sta avvenendo in parlamento denuncia uno scollamento spaventoso dell'opposizione con lo stato d'animo di chi l'ha votata.

E' vero però anche il viceversa. Berlusconi legittima anche chi guida il Pd. Pensa a Veltroni, che quando c'era Prodi vince le primarie e poi va a stringere la mano a Berlusconi per la nuova legge elettorale. Lo stesso, oggi, sembra voler fare anche D'Alema.

Il vero «stato di eccezione» riguarda almeno tutto l'ultimo triennio. La dialettica politica avviene in un sistema instabile, in un contesto di liquefazione istituzionale iniziato proprio a ridosso della nascita del Pd e del Pdl. E' quello il punto di cedimento strutturale della Repubblica. La nascita del Pd e, simmetricamente, del Pdl ha determinato due cose: 1) lo sconvolgimento di tutto il sistema dei partiti, con due partiti virtuali ma a pretesa egemonica che sono nati istantaneamente come se fossero un prodotto liofilizzato; e 2) la scelta prematura di Pd e Pdl, prima ancora di essere costituiti, di accordarsi per riformare l'assetto istituzionale del paese.

Basti pensare che il Pdl ha aperto solo ora il suo tesseramento...

E' nato su un predellino grazie a una decisione carismatica del suo capo. Ma anche il Pd ha fatto le sue primarie sul segretario prima ancora di nascere. E' nato in una forma plebiscitaria e burocratica insieme. L'eletto (Veltroni) era stato deciso da una burocrazia non di partito ma di partiti ed è stato poi confermato dal lavacro plebiscitario. Questi due partiti virtuali si consideravano entrambi egemonici nel proprio campo. E anticipavano in sé un bipartitismo tutto da costruire e dagli esiti incerti. Un'apertura al buio, diremmo nel linguaggio del poker.

Ma entrambi hanno fallito. Il "terribile" referendum bipartitico che ha fatto cadere Prodi, Berlusconi l'ha sabotato per non rompere con la Lega. E oggi in parlamento ci sono cinque partiti e fuori ancora di più. Di bipartitismo non parla più nessuno.

Quel fallimento ha lasciato le sue macerie. In questo vuoto esiste una sola potenza: l'azione del capo carismatico legibus solutus. E' il carisma il potere che riempie il vuoto della scomparsa dei partiti. Che capitalizza, con la forza della parola del leader, la natura di non-partito del Pdl. E svela l'impotenza di un Pd che orfano di quella strategia originaria non ne ha ancora trovata un'altra.

Però il limite di Pdl e Pd Fini e Bersani l'hanno segnalato. Il primo lotta contro il clima «da caserma», il secondo aspira a un «partito bocciofila» ma più robusto. Non è una correzione di rotta significativa?

Fini è orfano del suo partito sciolto nell'ectoplasma Pdl. E Bersani a sua volta è la vittima del fallimento di Veltroni. Ma è difficile per entrambi tirarsi su aggrappandosi al proprio codino come il barone di Münchausen. Se sbagli il varo della nave poi è difficile governarla. Non so con quali strumenti Bersani potrà rimediare al disastro.

Quale è il vizio congenito del Pd?

La fusione fredda è fallita. È un partito che si è costruito su retoriche mediatiche e ha cancellato tutte le culture politiche da cui nasceva perché le riteneva un ostacolo all'assemblaggio finale. Gli resta una struttura economica - le cooperative - e tante amministrazioni locali.

Quei sindaci-cacicchi con cui carsicamente non manca la tensione.

Senza una cultura politica condivisa è difficilissimo regolare il rapporto tra centro e periferia.

Disegni un panorama parlamentare devastato. E fuori dalle camere?

Vedo un paese politicamente arreso e moralmente anestetizzato in ampie componenti. Un paese che sta in piedi per una rete ancora fitta di persone perbene, serie, che concentrano le energie sulla propria professione - insegnante, giudice, medico, libero professionista, lavoratore... L'Italia sta in piedi grazie a chi si sforza di far funzionare ospedali e scuole, i servizi pubblici, chi fa bene il proprio lavoro. Insegnanti e giovani che ci credono ancora, magistrati che non si arrendono di fronte al potere, chi guida un treno o un tram e cerca di farlo andare nonostante le porcherie a cui assiste. Intendiamoci, ci sono anche molti sindaci e assessori che credono ancora in qualcosa anche se sono soli, non più sostenuti dai loro partiti. Conosco centinaia di iniziative locali contro l'impoverimento dovuto alla crisi. Fatte da soli, senza i partiti, con il volontariato. E non ho incontrato una sola di queste persone perbene, di destra o di sinistra, che accetti quello che sta facendo Berlusconi. Nessuno che accetti che un uomo così sia chiamato a ridisegnare il quadro democratico.

Mi sembri troppo pessimista. Non c'è neanche un raggio di sole?

Lo «stato d'eccezione» un vantaggio ce l'ha: che chi non ci sta può riconoscersi facilmente. Che i diversi si vedono l'un l'altro. Serve una nuova classe dirigente perché quella attuale ha fallito. E se vogliamo un nuovo inizio da dove si può ripartire? Dall'autoselezione dei «ribelli».

E chi sarebbero questi «ribelli»?

È l'Italia che resiste. Gli operai che difendono il lavoro, i liberi professionisti che difendono la dignità, gli insegnanti che difendono un'idea di cultura, i politici che non ci stanno, i giornalisti che non si arrendono...

Però mi pare che il tuo discorso prescinda completamente dal declino di Berlusconi. Che non è affatto onnipotente, non solo per motivi anagrafici.

Distinguiamo Berlusconi dal berlusconismo. Il berlusconismo come stile di vita ha stravinto. Anche a sinistra. Ha colonizzato le anime al di là del suo bacino elettorale. È entrato nella testa di buona parte dei politici, che accettano uno stile di comunicazione orribilmente personalizzata. Accettano un sistema che ha distrutto la sfera pubblica cancellando la distinzione col privato. Che ha celebrato il trionfo della continua auto-contraddizione e affermato la relatività di ogni affermazione. La comunicazione collettiva è guasta. E tale rimarrà anche dopo Berlusconi. Se oggi per qualche miracolo giudiziario Berlusconi dovesse farsi da parte, il carattere liquido del nostro sistema politico non verrebbe superato, anzi, si frantumerebbe in tante direzioni diverse. In un quadro così polverizzato sarebbe da verificare chi avrebbe la forza di una nuova egemonia. Non la sinistra, sono quasi sicuro. Forse una destra mostruosa, o i territorialismi, o la chiesa. Certo, la persona Berlusconi è logora. Ma dopo l'incidente a piazza Duomo si sono tutti allineati al suo stile e si sono accomodati nella sua soap opera...

Veramente tutti tranne uno...

Di Pietro. Chapeau. Di questi tempi condivido tutto di Di Pietro. Perfino il suo italiano.

Ma perché?

Perché richiama alla realtà. Pronuncia parole legate a un mondo dotato di senso.

Anche quando è un senso, come dire, "carcerario"?

Anche il carcere fa parte della realtà. Piaccia o non piaccia. Di Pietro non è di sinistra. Però evoca una dimensione in cui le cose riacquistano un significato.

Ma non è una contraddizione con quello che dicevi all'inizio? Di Pietro è il leader mediatico di un partito molto virtuale che controlla in modo padronale, altro che Bersani o Berlusconi.

Però dentro quel sistema virtuale rompe la soap opera berlusconiana con alcuni dati di realtà. Per esempio dire in televisione che un'indagine di mafia è un fatto grave, soprattutto se è coinvolto un dirigente politico e istituzionale, è certo un gesto mediatico. Ma ripristina un tratto di realtà.

Le nefandezze di questo governo sono ben rappresentate dall'Ispra, acronimo di «Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale», cosa che all'Italia serve come il pane. Oggi è un mese che i lavoratori dell'Ispra stanno sui tetti dell'Istituto in via Casalotti a Roma. In sei mesi sono stati già licenziati 430 ricercatori e il prossimo anno altri rischiano di fare la stessa fine. Eppure molti sostengono che la «green economy» è la chiave per la crescita del prossimo futuro. Ma non è solo l'ignavia della ministra dell'ambiente a pesare. «Lo Stato ammazza la ricerca», sostiene uno slogan dei ricercatori dell'Ispra. Lo Stato è questo governo che non ha trovato un po' di milioni di euro - rispetto a una finanziaria da oltre 10 miliardi - per potenziare un istituto fondamentale per l'economia italiana.

La responsabilità maggiore è, ancora una volta, di Giulio Tremonti. Ieri il ministro dell'economia nella tradizionale conferenza di fine anno ha sostenuto che è sbagliato ironizzare sui 100 milioni destinati nella finanziaria per le micro misure. Spiegando: «che ci sia una quota minima destinata dai parlamentari ai loro territori è un elemento di democrazia». Insomma, con la finanziaria blindata e i voti di fiducia si difende la democrazia.

Per Tremonti «l'Italia ha dimostrato una forte tenuta nella crisi». Quale crisi? Quella che è stata negata per quasi un anno? Quella che ora sta apparentemente alle spalle? Quella che ha fatto crescere di 2 punti in dodici mesi il tasso di disoccupazione che seguiterà a crescere anche nel 2010 e nel 2011? La crisi che in due anni ha fatto precipitare il Pil italiano di quasi il 6%, peggio di tutti gli altri paesi industrializzati? Inutile rivolgere queste domande al ministro. Tremonti, invece, seguita a lodare il suo condono tombale per gli evasori che hanno portato soldi all'estero. Parole simili le aveva pronunciate nel 2002 quando aveva varato un condono simile (poi reiterato) con la promessa di lotta senza quartiere all'evasione fiscale. Ma perché non rendere noti i nomi degli evasori?

Ieri si è vantato perché 100 miliardi di Euro (quasi 200 mila miliardi di lire) sono rientrati dall'estero. Se non fossero mai usciti e se gli evasori ci avessero pagato le tasse, staremmo tutti meglio e, forse, gli onesti pagherebbero meno tasse. Che non piacciono a nessuno, ma c'è chi le può evadere e chi no. E Tremonti, sistematicamente, tifa per chi le tasse le ha evase e a favore di un Ponte, per la costruzione del quale nessun privato ha voluto metterci un euro. Tra pochi giorni entreranno in vigore i nuovi coefficienti pensionistici. Dal primo gennaio a chi va in pensione sarà pagata una rendita inferiore del 3-4 per cento a quella che avrebbero incassato prima. E con gli anni le pensioni diventeranno sempre più magre. L'età anagrafica cresce e il sistema pensionistico non è in grado di continuare a pagare le stesse prestazioni, è la giustificazione. La soluzione: lavorare di più. Giusto. Ma come si fa? La disoccupazione giovanile è esplosa e in una fase di crisi e ristrutturazioni violente (modello Termini Imerese) i lavoratori sono attaccati con i denti al loro lavoro, non vogliono mollarlo, vorrebbero evitare cassa integrazione e licenziamenti. E per farlo si arrampicano sui tetti. Ma il governo ignora e non ammazza solo la ricerca, ma la vita di milioni di persone.

Un po´ di populismo, a mio parere, affiora anche in paesi diversi dal nostro. Sono tramontate le ideologie, si sono indeboliti i partiti, e personaggi come Blair in Inghilterra, Sarkozy in Francia hanno raccolto i voti per la loro personalità piuttosto che per i loro programmi. Per le sue doti personali Barack Obama, un afro-americano privo di un retroterra politico o sociale, è diventato presidente degli Stati Uniti. La straordinaria carriera di Silvio Berlusconi nella vita pubblica, senza un partito vero e proprio alle spalle, non è pertanto un fenomeno unico al mondo.

È vero, tuttavia, che ogni paese foggia il populismo (se così vogliamo chiamarlo) a modo suo, e noi stiamo vivendo da ormai quindici anni un populismo all´italiana. Un leader come Berlusconi sarebbe inconcepibile in qualsiasi altra democrazia occidentale. Le sue frasi, il suo comportamento, le sue ostentazioni sono state descritte tante volte in articoli e libri, in Italia e fuori, e si è attribuita la grande ostilità che ha suscitato in metà del paese alle cause più disparate: si è tirata in ballo, scioccamente, un´invidia atavica degli italiani verso i ricchi, o l´insofferenza, attribuita al retaggio comunista, verso le regole liberali, che prevedono l´alternanza al governo di destra e sinistra. Alexander Stille, in un articolo pubblicato di recente in queste pagine, è stato l´ultimo, in ordine di tempo, a dimostrare che il comportamento e il linguaggio di Berlusconi, oltre al suo passato e alla sua spregiudicatezza, hanno contribuito a radicalizzare la vita politica italiana. Quali che siano le cause della radicalizzazione, comunque, sono sempre più frequenti gli appelli a spegnere il fuoco, ad attenuare i toni. Tutto giusto: l´Italia ha bisogno di un governo che governi, e di un´opposizione costruttiva. Ma temo che gli appelli siano destinati a cadere nel vuoto.

C´è infatti un ostacolo insormontabile: la giustizia. Il populismo potrà anche essere, come io credo, una tendenza visibile in altri paesi occidentali; ma il protagonista del populismo all´italiana ha un passato burrascoso, e molti conti aperti con la giustizia. È proprio per difendersi dai processi, dalle "toghe rosse", dai "comunisti" delle procure che Silvio Berlusconi ha deciso quindici anni fa di fare politica. Adesso i giudici, sia pure a lento passo, col loro passo, avanzano inesorabili, e sempre più si avvicinano. Ormai incombono. La fuga dalla giustizia, dopo la cancellazione del lodo Alfano, è diventata pertanto l´ossessione di Berlusconi: gli impedisce di governare, sembra quasi che gli impedisca di ragionare. Non pensa ad altro. Per sciogliere il nodo c´è una sola strada: qualche legge ad personam, che metà del paese, se non più, giudicherebbe una grande ingiustizia, un´infamia. Singoli uomini politici di vocazione pragmatica potrebbero scendere a compromessi. Ma di fronte a nuovi abusi il paese più che mai sarebbe diviso in due; la turbolenza, invece di placarsi, sarebbe destinata a crescere.

Certo l´Italia ha bisogno di tranquillità, ha bisogno di un governo efficiente; di governanti che non siano distratti dalla guerra continua, in Parlamento e fuori. Gli appelli alla pacificazione fra un centro-destra che ha pieno diritto di governare fino al termine del suo mandato, e un´opposizione costruttiva, sono sacrosanti. Ma il ritorno a una vita politica normale sarebbe possibile, come hanno scritto negli ultimi tempi autorevoli giornali stranieri, solo se Berlusconi decidesse di uscire di scena.

Come Benedetto Croce, che nel ´48 invocava il suo celebre "Veni, creator spiritus" sull´assemblea convocata per scrivere la tavola delle leggi della Repubblica, così Giorgio Napolitano oggi sembra rievocare il ritorno di un impossibile «spirito costituente». Ma nelle parole del capo dello Stato c´è in realtà l´eco nostalgica per un tempo che non ritornerà.

È necessario auspicare che dall´aggressione al premier in Piazza Duomo possa nascere un «ripensamento collettivo». È giusto richiamare ancora una volta le forze politiche al senso di responsabilità e al «massimo di condivisione e di continuità nel tempo» che la gravità della fase economica e sociale richiederebbero. È doveroso appellarsi alle aspettative di quell´Italia sana che lavora e fatica, e all´esigenza di non lacerare quel «tessuto unitario» così solido e vitale.

È scontato, infine, rinnovare l´invito a fermare «la spirale di una crescente drammatizzazione delle tensioni tra le parti politiche e tra le istituzioni». Ma cosa può germogliare da tanta speranza, nel discorso pubblico italiano? Al di là della retorica sul "dialogo" e della polemica sull´"inciucio", maggioranza e opposizione parlano linguaggi incompatibili e alludono a scenari inconciliabili. Il presidente della Repubblica, da politico idealista ma realista, è il primo a rendersene conto, se si costringe ad ammettere che per le grandi riforme, economiche e politiche, non si vede «un clima propizio nella nostra vita pubblica». La ragione è più semplice di quello che la propaganda dominante vorrebbe far credere. Per il centrodestra, nella versione bellica di Berlusconi e a dispetto della sua fresca ispirazione "ghandiana", la parola "riforme" è una fantomatica esigenza collettiva che serve per vestire di qualche dignità una drammatica urgenza privata. Questo è l´assioma intorno al quale il presidente del Consiglio dispiega la sua geometrica potenza: una legge ad personam, che salvandolo dai processi pendenti, trasformi lo stato di diritto in "stato di eccezione". Tutto il resto, dall´elezione diretta del premier al Senato federale, viene dopo. Sono semplici corollari, utili alla sua biografia personale o alla sua geografia coalizionale. Se non c´è lo scudo processuale a breve per il suo capo, a prescindere dal tempo lungo delle modifiche per via costituzionale del Lodo Alfano e dell´immunità parlamentare, il Pdl non può concepire altre riforme di struttura. Per il centrosinistra, nella versione pragmatica di Bersani e a dispetto della controversa esegesi dell´intenzione dalemiana, si tratta di scegliere, molto semplicemente, se accedere o meno al "patto scellerato": fidarsi del Cavaliere, ingoiando la diciassettesima legge-vergogna per tentare uno sbocco all´eterna transizione italiana. Per ora il Pd sembra resistere al canto delle sireneberlusconiane. Dice no allo scambio nelle camere oscure, e opportunamente rilancia una sua agenda di riforme politiche, istituzionali e sociali nelle Camere parlamentari. E fa bene: le riforme appartengono al patrimonio genetico e culturale della sinistra italiana. Sono il suo dna storico e politico. Non bisogna aver paura di avere coraggio, come diceva Aldo Moro negli anni di confronto più serrato con Enrico Berlinguer. Napolitano tutte queste cose le sa, anche se non può dirle in chiaro. Ma da questa consapevolezza nasce il suo attuale pessimismo della ragione. Che lo costringe a tamponare per l´ennesima volta le forzature costituzionali di Berlusconi e le storture politiche della sua maggioranza. La farsa di un «governo che non può governare», e che invece in questi due anni, con la clava di ben 47 decreti legge, «ha esercitato intensamente i suoi poteri e non ha trovato alcun impedimento» finendo con l´umiliare il Parlamento. La leggenda di una giustizia che non funziona solo perché abitata da toghe rosse e pm politicizzati, mentre il giusto processo riformato nell´articolo 111 della Costituzione esigerebbe ben altri interventi a beneficio dei cittadini. Nel rispetto dell´«intangibile principio di autonomia e indipendenza della magistratura», ma anche di quel «senso del limite» che dovrebbe caratterizzare sempre i magistrati, chiamati a non esorbitare mai dai propri compiti e a non sentirsi mai investiti di «missioni improprie» (come forse è accaduto ad esempio in qualche passaggio del parere rilasciato dal Csm sul processo breve). Poi il romanzo del "presidenzialismo di fatto" e della sedicente "costituzione materiale" che ormai sopravanzerebbe la Costituzione formale: Napolitano, su questo, è stato netto come mai era stato, ripescando «l´illusione ottica» denunciata a suo tempo da Leopoldo Elia in quelli che scambiano «per mutamento costituzionale ogni modificazione del sistema politico», e aggiornandola con un esplicito riferimento alla modificazione della legge elettorale. E infine l´opera buffa del«complotto», tante volte messa in scena dal presidente del Consiglio e mai come stavolta sconfessata senza pietà dal presidente della Repubblica. Non c´è complotto possibile, di fronte a un governo che ha una maggioranza schiacciante. E persino di fronte alla tanto esecrata Costituzione, che per Berlusconi è un «ferrovecchio sovietico», mentre è il presidio più forte per le regole democratiche e per le istituzioni repubblicane. Quale può essere il terreno per «riforme condivise», in questo abisso di sensibilità politica e di cultura costituzionale? Oggi non c´è risposta. O meglio, ce ne sarebbe una sola, da non confondere con il conservatorismo costituzionale. Nel suo discorso alle alte cariche Napolitano vi accenna, quando parla di una «visione costituzionale» che dovrebbe accomunarci tutti e di un «gioco politico democratico» che andrebbe ancorato alla stabilità delle istituzioni. Nel suo "Intorno alla legge" Gustavo Zagrebelski è più esplicito, quando scrive di «volontà di Costituzione o il nulla». La Costituzione come "pactum societatis", presupposto per una convivenza civile, pacifica e costruttiva.

Se manca questo presupposto, si precipita nella kantiana "repubblica dei diavoli". La Costituzione diventa campo di battaglia e di sopraffazione. Non è forse questa la deriva italiana di questi ultimi anni?

Ho letto con molto interesse l’articolo del nostro collaboratore Alexander Stille (figlio di tanto padre) pubblicato venerdì scorso su Repubblica. Spiega perché chi si opponga alla politica del Pdl non può che concentrare le sue critiche su Silvio Berlusconi. Non è questione di distinguere la parola "nemico" dalla parola "avversario", la parola "odio" dalla parola "opposizione". Su queste differenze lessicali potremmo (inutilmente) discutere per pagine e pagine senza cavarne alcun risultato, come pure potremmo discutere sulla personalizzazione degli scontri politici in altri paesi.

Negli Stati Uniti per esempio lo scontro personalizzato è una prassi durissima e assolutamente normale. Basta ricordare (ed è appena un anno fa) la polemica senza esclusione di colpi tra Obama e Hillary Clinton durante le primarie, quella tra Gore e Bush nella corsa alla Casa Bianca, la campagna dei giornali che portò alle dimissioni di Nixon e Bill Clinton ad un passo dall’"impeachment" all’epoca dello scandalo Lewinsky.

Eppure in nessuno di quei casi i protagonisti avevano mai personalizzato su di sé il partito o la parte politica che rappresentavano come è avvenuto per Silvio Berlusconi.

Ma chi lo ha detto meglio di tutti e con maggiore attendibilità è stato Denis Verdini. Il suo non è un nome molto noto, eppure si tratta d’un personaggio di primissimo piano: è il segretario del Pdl, il numero uno dei tre coordinatori di quel partito e soprattutto il co-fondatore di Forza Italia.

Quando Berlusconi decise di scendere in campo nell’autunno del 1993, affidò la costruzione del partito ai due capi di Publitalia, la società che raccoglieva la pubblicità per il gruppo Fininvest, nelle persone di Dell’Utri e di Verdini. Il primo è da tempo distratto da altri affanni; Verdini è invece nel pieno del suo impegno politico.

Nell’articolo pubblicato dal Giornale il 18 dicembre Verdini elenca gli obiettivi che il Pdl si propone di realizzare nei prossimi mesi e descrive come meglio non si potrebbe il ruolo di Berlusconi. «Lui ha costruito la figura del leader moderno – scrive Verdini – anzi ha costruito la leadership come istituzione. Per affrontarlo anche gli altri partiti dovranno affidarsi ad una leadership e se non riusciranno a farlo saranno sempre sconfitti. Ma anche i "media" non potranno esimersi dal concentrare sul leader la loro attenzione se vorranno cogliere il vero significato di quanto accade».

Segue l’elenco degli obiettivi: smontare la Costituzione e adeguarla alla Costituzione materiale; cambiare il sistema di elezione del Csm e quello della Corte costituzionale; riformare la giustizia separando le carriere dei magistrati inquirenti da quelle dei giudicanti; concentrare nella figura del premier tutti i poteri dell’Esecutivo e sancire che tutti gli altri poteri siano tenuti a collaborare lealmente con lui perché lui solo è l’eletto del popolo e quindi investito della sovranità che dal popolo emana.

Quest’articolo è infinitamente più preoccupante delle esagitate denunce e liste di proscrizione lanciate da Cicchitto in Parlamento, da Feltri e da Belpietro sui loro giornali e dai vari "pasdaran" del berlusconismo di assalto. Verdini l’ha scritto il 18 dicembre quando già Berlusconi era tornato ad Arcore ed aveva avviato la politica del dialogo con l’opposizione. Esso contiene dunque con lodevole chiarezza le condizioni di quel dialogo, con l’ovvio preliminare che essi comportano e cioè il salvacondotto in piena regola riguardante i processi del premier.

Da qui dunque bisogna partire, tutto il resto è pura chiacchiera.

* * *

I giornali di ieri hanno dato notevole risalto alla battuta di D’Alema sull’utilità ed anzi la necessità, in certi momenti della vita politica, di far ricorso agli "inciuci". La parola "inciucio" denomina un compromesso malandrino tra parti politiche avversarie, un compromesso sporco e seminascosto che contiene segrete pattuizioni e segreti benefici per i contraenti, nascosti al popolo-bue.

Per esemplificare la sua battuta sull’utilità dell’inciucio D’Alema ha citato la decisione di Togliatti di votare, nell’Assemblea costituente del 1947, per l’inclusione del Concordato nella Costituzione italiana. Ma l’esempio è stato scelto a sproposito: la costituzionalizzazione del Concordato tra lo Stato e la Chiesa non fu affatto un inciucio ma un trasparente atto politico con il quale il Pci, distinguendosi dal Partito socialista e dal Partito d’azione, dichiarò la sua contrarietà a mantenere viva una contrapposizione tra laici e cattolici.

Si può non concordare con quella posizione; del resto la sinistra ha sempre privilegiato le lotte sociali rispetto alle cosiddette libertà borghesi, iscrivendo tra queste anche la laicità che non fu mai un cavallo di battaglia del Pci. Si può non condividere ma, lo ripeto, l’inciucio è tutt’altra cosa e D’Alema lo sa benissimo.

Credo di sapere perché D’Alema ha scelto di usare quel termine così peggiorativo: vuole stupire, gli piace esser citato dai "media", è una civetteria di chi, essendo molto sicuro di sé, sfida e provoca e si diverte.

È fatto così Massimo D’Alema. I compromessi gli piace descriverli, teorizzarli, talvolta anche tentarne la realizzazione, annusarne il cattivo odore, sicuro che se gli riuscisse di farli sarebbe comunque lui a guidarli verso l’utilità generale perché lui è più bravo degli altri.

In realtà non è riuscito a metterne in pista nessuno. Ma la sua provocazione ha suscitato preoccupazioni nel suo partito e parecchie reazioni. Si è dovuto parlare di lui per l’ennesima volta. Sarà contento perché era appunto ciò che voleva.

I suoi contraddittori hanno deciso che bisognerà spostare il tiro sui problemi economici ai quali il governo ha dedicato pochissima attenzione. Sarà su di essi che si svolgerà il grande confronto tra la sinistra e la destra.

È vero, il governo non ha fatto nulla, la nostra "exit strategy" dalla crisi è del tutto inesistente e farà bene l’opposizione e il Pd a darsene carico, ma il centro dello scontro non sarà questo. Il centro dello scontro l’ha indicato Verdini, sarà sullo smantellamento della Costituzione. Sul passaggio dallo Stato di diritto allo Stato autoritario.

* * *

Berlusconi vuole il dialogo. Che cosa vuol dire dialogo? Lo spiega quasi ogni giorno sul Foglio Giuliano Ferrara. Lo spiegano gli editorialisti terzisti "ad adiuvandum": dialogo vuol dire mettersi d’accordo sul percorso da seguire e poi attuarlo con leale fedeltà a quanto pattuito. Insomma un disarmo. Unilaterale o bilaterale? Vediamo.

Berlusconi chiede: la legge sul legittimo impedimento come strumento-ponte che lo metta al riparo fino al lodo Alfano attuato con legge costituzionale; rottura immediata tra Pd e Di Pietro; riforme costituzionali e istituzionali secondo lo schema Verdini. In contropartita Berlusconi promette di parcheggiare su un binario morto la legge sul processo breve e di "riconoscere" il Pd come la sola forma di opposizione. Va aggiunto che Berlusconi non pretende che il Pd voti a favore della legge sul legittimo impedimento; vuole soltanto che essa non sia considerata dal Pd come un ostacolo all’accordo sulle riforme.

Vi sembra un disarmo bilaterale? Chiaramente non lo è. Chiaramente sarebbe un inciucio di pessimo odore.

In una Repubblica parlamentare il dialogo si svolge quotidianamente in Parlamento. Le forze politiche presentano progetti di legge, il governo presenta i propri, il Capo dello Stato vigila sulla loro costituzionalità, i presidenti delle Camere sulla ricevibilità di procedure ed emendamenti nonché sul calendario dei lavori badando che anche i progetti di legge formulati dall’opposizione approdino all’esame parlamentare.

Non si tratta dunque di un dialogo al riparo di occhi indiscreti ma d’un confronto aperto e pubblico, con tanto di verbalizzazione.

Quanto alla richiesta politica di rompere con Di Pietro, non può essere una condizione in vista di una legittimazione di cui il Pd non ha alcun bisogno e che la maggioranza non ha alcun titolo ad offrire. Come risponderebbe Berlusconi se Bersani gli chiedesse di rompere con la Lega? Che non è meno indigesta di Di Pietro ad un palato democraticamente sensibile ed anzi lo è ancora di più?

La conclusione non può dunque essere che l’appuntamento in Parlamento. Il punto sensibile è l’assalto alla Costituzione repubblicana. Ci sarà un referendum confermativo poiché sembra molto difficile una riforma condivisa. A meno che il premier non receda dai suoi propositi che, nella versione Verdini, sono decisamente eversivi. Uso questa parola non per odio verso chicchessia ma per amore verso lo Stato di diritto che è condizione preliminare della democrazia.

Siti Unesco, Venezia è solo quartultima

Italia Nostra: «Segnale preoccupante, troppi progetti distruttivi»

di Alberto Vitucci

Venezia è un sito Unesco «patrimonio dell’umanità». Ma iul suo territorio è conservato malissimo. Una bocciatura senza appello quella che arriva dalla classifica sui 94 siti più importanti del mondo stilata da National Geographic.

Venezia si piazza soltanto al quartultimo posto, con una valutazione di 46 su 100. peggio hanno fatto soltanto le Galapagos, Portobello (Panama) e la valle di Kathmandu (Nepal). Ai primi posti i fiordi norvegesi, e le città di Vezelay (Borgogna) e Granada (Andalusia). «Un segnale molto preoccupante», commenta in un comunicato la sezione veneziana di Italia Nostra, «rivolto soprattutto a coloro che perseguono per questa città progetti distruttivi. Il motto delle città prime classificate è infatti quello della sostenibilità e della lentezza. A Venezia c’è chi insegue ancora il mito della velocità con i progetti di sublagunare».

419 esperti da tutto il mondo in maniera assolutamente anonima hanno contribuito a stilare la classifica dei siti meglio conservati, a quarant’anni dalla loro denominazione. Duri i giudizi scritti da coloro che hanno visitato la città. «Il problema principale», dicono, «è l’invasione del turismo, che ha ormai cacciato gli abitanti e le forme di vita originarie».

«Quasi quasi», scrivono, «c’è da pentirsi di essere venuti per aver contribuito così alla sua invasione e al deterioramento». I siti Unesco del mondo, definiti «Patrimonio dell’Umanità» sono in tutto 830. 94 quelli più famosi, tra cui appunto Venezia, oggetto dell’ultima indagine. «Un giudizio che deve preoccupare», continua Italia Nostra, «e far riflettere chi ama veramente questa città. Un modello che per secoli il mondo ha ammirato, e che ora si sta avviando verso il declino inseguendo ritmi di vita che sembrano più moderni e redditizi». (a.v.)

Cacciari: «La sublagunare fino al Lido»

Il sindaco al convegno: «Solo i privati possono recuperare i palazzi»

di Silvia Zanardi

«Un collegamento veloce dall’aeroporto di Tessera al centro storico serve e va fatto. Se si pensa alla sublagunare, però, bisogna far sì che arrivi fino al Lido. Altrimenti, è un progetto che non ha senso». Al convegno sul turismo il sindaco Cacciari è stato chiaro: «Sarà compito della prossima amministrazione comunale pensarci. Ma, se arriveranno i fondi necessari alla realizzazione di quest’opera, non è pensabile che si fermi all’Arsenale, deve proseguire anche verso il Lido».

Se Venezia si sta portando avanti in tema di logistica (con il Passante di Mestre, i nuovi terminal a Tessera e al Porto, il People Mover, la riqualificazione di Piazzale Roma), per Cacciari è il Lido ad essere ancora in forte difficoltà. Ma bisogna puntare al rilancio: «I problemi di accesso vanno risolti e sveltiti al più presto - ha detto il sindaco - con investimenti pari ad 800 milioni si interverrà sulle aree dell’ex Ospedale al Mare e sulla riqualificazione alberghiera; verrà costruito un nuovo Palazzo del Cinema che sarà probabilmente il più grande centro congressi d’Italia. Il Lido è alla vigilia di una rivoluzione e il turismo deve prendere piede anche qui». E la rivoluzione non riguarderà solo il Lido ma anche Mestre. «Mestre non è un dormitorio, la gente ci deve andare anche perché c’è qualcosa da vedere» continua Cacciari.

«Sono state inaugurate tre nuove fondazioni: Vedova, Bru e Pinault - dice ancora il sindaco - Tre nuovi luoghi ricchi di cultura d’eccellenza, recuperati grazie all’impegno dei privati. Dicendo questo, mi rivolgo agli ultraconservatori stupidi che hanno sempre delle riserve, quando si tratta di recuperare e riadattare edifici di pregio. Nei palazzi non si possono fare case popolari, se non sono le fondazioni o i privati ad occuparsene, sono destinati a sparire».

Sulla metropolitana sublagunare e i suoi effetti andate alla cartella dedicata all'argomento, , e in particolare leggete l’articolo di Alberto Vitucci dell’agosto 2005 e il nostro commento.

Nelle prime ore della mattina di venerdì 18 dicembre qualcuno ha strappato via la targa di metallo con la scritta "Arbeit macht frei" che sovrastava l´ingresso del lager di Auschwitz. È stato un gesto deliberato, preparato accuratamente: solo questo è quel che sappiamo per ora.

Non conosciamo gli autori: ma sappiamo perché l´hanno fatto e come si chiama il loro delitto. Si tratta del furto non di un pezzo di metallo ma di un simbolo sacro alla memoria dell´umanità. È dunque un reato di lesa memoria umana quello che è stato consumato.

Qualcuno forse si chiederà perché quel simbolo non fosse sorvegliato, perché non ci fosse una polizia speciale a impedire l’azione criminale. Ebbene noi non crediamo che si debba proteggere a forza quel simbolo: è l’umanità intera che deve sapere quale soglia altissima di rispetto e di tutela debba alzarsi nella mente di tutti davanti a quel pezzo di metallo. È da lì che deve emanare una forza capace di tenere lontana ogni volontà aggressiva. Come la biblica Arca dell’Alleanza che si tutelava da sola folgorando l’incauto che allungava la mano per sostenerla, la scritta di Auschwitz deve bruciare gli infami che hanno consumato il sacrilegio. La scritta "Arbeit mach frei" significa Auschwitz, Auschwitz significa la Shoah: e queste sono le colonne d’Ercole oltre le quali l’umanità intera è entrata in una nuova storia, ha scoperto il paesaggio devastato del mondo nuovo, ha saputo che Dio era morto. A chi voleva continuare a vivere in un mondo dove si respirava un’aria densa delle ceneri di milioni di morti, si impose un solo comandamento: ricordare. Uno solo: ma non fu facile accettarlo.

Nell’opera della ricostruzione, tra le macerie della guerra, i pochi testimoni sopravvissuti alla Shoah incontrarono enormi difficoltà a farsi ascoltare. Il processo lungo e difficile attraverso il quale quella storia è stata non spiegata, non compresa – impossibile comprendere, impossibile spiegare – ma almeno raccontata per ricomposizione di indizi e dati statistici è sufficiente a mostrare la difficoltà di ricordare ma anche l’assoluta necessità della memoria. È un dovere intollerabile e inevitabile. Che sia intollerabile lo sappiamo bene. L’asportazione della scritta di Auschwitz lo dimostra. Molti sono i percorsi battuti per raggiungere lo stesso effetto: aggiustando l’arredo del campo, inserendovi simboli e presenze religiose istituzionali, mettendo via via a rischio la desolazione di uno spazio che la presenza immateriale di milioni di vite cancellate ha reso l’unico vero spazio sacro della storia umana dopo la cesura irrecuperabile tra passato e futuro che si chiama Shoah.

Perdita di memoria: è questo che si vuole ottenere. Lo tentarono gli aguzzini che cancellarono coi forni crematori l’esistenza delle vittime e si preoccuparono di nascondere le tracce di quel che avevano fatto. Lo hanno tentato poi in vario modo gli avamposti dei narratori accademici della storia con le loro faticose elaborazioni sul "passato che non passa". Erano solo le avanguardie di un’umanità che voleva inghiottire a ogni costo quel groppo intollerabile. E tuttavia da allora una legge non scritta, incisa nei cuori, ci dice che c’è un solo dovere, una sola legge obbligatoria per chi vuole continuare a vivere nel mondo che ha conosciuto la Shoah: ricordare.

È per questo che ogni anno milioni di visitatori compiono un pellegrinaggio che è l’ultima sopravvivenza del sacro nella quale l’umanità tutta, senza distinzioni di culture o di religioni, è obbligata a riconoscersi: la visita ai lager nazisti, quella minuscola città sacra che occupa uno spazio immenso, quella vasta necropoli senza tombe di cui Auschwitz è la capitale. È da lì in poi che la storia del mondo è cambiata. Se è vero che ciò che ci costituisce come esseri umani è la memoria, è un fatto indiscutibile che solo lì è nato il legame di memoria che ha unificato la nostra specie. Al di sopra delle appartenenze nazionali e delle identità culturali e religiose, tutti sono obbligati a riconoscersi in quel simbolo e a guardare a quella scritta che oggi è stata rubata.

Noi tutti sappiamo che ricordare la Shoah, ricordare Auschwitz, è l’unico modo che ci rimane per metterci in guardia da noi stessi. Perciò quella scritta deve tornare al suo posto: è un reperto sacro. Né si dovrà sopportare che gli autori di questo crimine contro l’umanità restino impuniti. Il loro atto è un’offesa a milioni di morti, un delitto contro i viventi di oggi e di domani, un attentato al legame di memoria che ci unisce al passato e che vogliamo trasmettere al futuro.

Il prefetto Michele Lepri Gallerano è stato defenestrato senza tanti complimenti. Non è più il rappresentante del Governo in città. La nomina al suo posto della dottoressa Lamorgese, vice capo di Gabinetto del ministero dell’Interno, è avvenuta ieri mattina durante il consiglio dei Ministri. Michele Lepri Gallerano, arrivato il 10 di agosto, a Venezia è rimasto quattro mesi e sette giorni. Ieri i leghisti veneziani hanno brindato, perché chiesta la testa del Prefetto al loro ministro dell’Interno Roberto Maroni, puntuale la «cacciata» è arrivata. Lepri Gallerano, che sarebbe andato in pensione ad agosto, «paga» il fatto di non aver comunicato al ministro Maroni il trasferimento, la notte del 25 novembre, delle famiglie sinti di Mestre dal vecchio al nuovo campo. Durissimi i commenti dal centrosinistra. Il sindaco Cacciari: «Pazzesca vendetta politica».

Campo Sinti, la Lega dà lo sfratto al prefetto

Non avvisò il ministro Maroni del trasloco

di Carlo Mion

Michele Lepri Gallerano è stato defenestrato senza tanti complimenti calpestando la sua specchiata carriera prefettizia. Non è più il rappresentante del Governo in città. Al suo posto è stata nominata Luciana Lamorgese. Si tratta di una vendetta leghista.

La nomina della dottoressa Lamorgese, vice capo di Gabinetto del ministero dell’Interno, è avvenuta ieri mattina durante la riunione del consiglio dei Ministri. Michele Lepri Gallerano è stato nominato Commissario dello Stato alla Regione Sicilia. Arrivato il 10 di agosto, a Venezia è rimasto esattamente quattro mesi e sette giorni.

Ieri i leghisti veneziani hanno brindato, perchè chiesta la testa del Prefetto al loro ministro dell’Interno Roberto Maroni puntuale la «cacciata» è arrivata. Lepri Gallerano, che sarebbe andato in pensione ad agosto, «paga» il fatto di non aver comunicato al ministro Maroni il trasferimento, la notte del 25 novembre, delle famiglie sinti di Mestre dal vecchio al nuovo campo. Una dimenticanza imperdonabile nella forma, fanno sapere dagli ambienti del ministero. Di sicuro una svista che non ha consentito alla Lega locale di fare «caciara» durante il trasloco avvenuto di notte.

Francesca Zaccariotto, che con l’onorevole Corrado Callegari ha fatto di tutto per farla pagare al Prefetto colpevole di averle tolto il palcoscenico per la «caciara» attorno ai sinti, ieri ha dato una nuova spiegazione sul motivo della cacciata. «Se il Consiglio dei Ministri ha deciso il trasferimento dell’attuale prefetto Michele Lepri Gallerano, evidentemente sono state fatte tutte le valutazioni e le verifiche del caso. Mi sono fatta portavoce del ministro Maroni nella richiesta di ispezione al campo sinti di Mestre per verificare le modalità di passaggio dalla vecchia alla nuova struttura - spiega Zaccariotto - e non posso che prendere atto che la mia richiesta è rimasta inevasa». Quindi il ministro dell’Interno impartisce ordini al Prefetto attraverso il Presidente della Provincia. Un nuovo modo, «casereccio», di intendere la gestione del ministero dell’Interno. Del resto come pensano debba essere il ruolo, secondo i leghisti, del Prefetto appare chiaro anche dalle dichiarazioni di Alberto Mazzonetto: «Benvenuto alla dottoressa Lamorgese, primo Prefetto donna a Venezia. Con la sua sensibilità di sicuro saprà risolvere i problemi di ordine pubblico e di abusivismo che ci sono in centro storico e in terraferma». A pennello calzano le osservazioni del consigliere regionale dei Verdi Gianfrmco Bettin: «La rimozione del Prefetto per motivi biechi di mera vendetta politica, rappresenta un atto nello stile dei regimi autoritari», ha detto Bettin. «Come già i fascisti la nuova casta padana, vorace di poltrone, prepotente e intollerante, vuole dei podestà: al posto del federalismo vogliono i federali. Troveranno pane per i loro denti». Che la «cacciata» del prefetto sia un episodio pesante per la nostra provincia si misura anche dal fatto che sia l’Idv che l’onorevole Delia Murer presenteranno delle interrogazioni parlamentari. Di certo il nuovo Prefetto non troverà una situazione tranquilla.

Luciana Lamorgese, ha 56 anni ed è sposata con due figli. E’ nata a Potenza ed è Prefetto dal 2003. Ha svolto la sua carriera da Prefetto esclusivamente al ministero dell’Interno dove si è occupata del personale. Ma a quanto pare il ministro Maroni la ritiene all’altezza.

Cacciari durissimo:

«Pazzesca vendetta politica»

di Roberta De Rossi

Il siluramento del prefetto? Parla di «vendetta politica», di «assoluta assenza di senso dello stato» e di comportamento «da ducetti» il sindaco Massimo Cacciari, a margine della conferenza stampa sul Carnevale. «La Lega ha dato una dimostrazione pazzesca di vendetta politica»: «Un comportamento di assoluta assenza di senso dello stato e mancanza di rispetto per un leale servitore dello stato», attacca. Aggiungendo: «Non è possibile che persone che hanno responsabilità politiche si comportino come piccoli ducetti di partito, con un atteggiamento distruttivo verso le istituzioni».

Per essere ben sicuro di non essere travisato, Cacciari ha anche scritto di sua mano al computer un lungo comunicato per stigmatizzare la «rimozione» del prefetto Lepri Gallerani, al quale manifesta «tutta la mia stima e vicinanza», e «tutto il mio rammarico per non aver potuto fare più di quel che ho fatto per impedire una tale indecente decisione». Si tratta - ha scritto ancora Cacciari - di «un episodio di gravità eccezionale, sia per le modalità con cui avviene sia per i motivi che ne sono alla base».

«A Venezia da soli quattro mesi, il dottor Lepri Gallerano», ricostruisce Cacciari, «è stato rimosso per ragioni esclusivamente politiche, anzi per vendetta politica. In buona sostanza, al di là di ipocrite frasi fatte in burocratese, gli si imputa di non essere riuscito a impedire il trasloco della comunità Sinti di via Vallenari nel nuovo villaggio. Fatto doppiamente e gravemente sbagliato», trattandosi di un trasferimento che «non si poteva impedire ciò che era stato già riconosciuto atto legittimo non solo dalle sentenze del Tar, ma anche da quella del Consiglio di Stato». In secondo luogo, prosegue il sindaco, «il prefetto in nulla poteva interferire riguardo a una decisione che l’Amministrazione comunale era pienamente titolata e autorizzata ad assumere, specie dopo che l’Asl 12 aveva dichiarato del tutto inagibile il vecchio campo per gravissime carenze igienico-sanitarie e di fronte all’avanzare della stagione invernale». «Ora, non essendo riusciti a impedire tale trasloco per le vie che la legge e il diritto consentono», afferma Cacciari, «si vuole colpire, con quella che, ripeto, considero una volgare vendetta politica, un funzionario dello Stato di provata lealtà che non ha colpa alcuna»: «un pesante avvertimento a tutti coloro che non si inchinino prontamente ai voleri strumentali di una politica rozza, intollerante e, ancor prima e peggio, stupida».

Ma perché mai nel momento della più convinta solidarietà di tutti a Berlusconi, ed anche nel momento in cui, pur sollevati dal verificare che si è trattato dell´azione di uno squilibrato, tutti ci si è fatti carico del pericolo di effetti imitativi, del riemergere in frange psicologicamente instabili e socialmente frustrate di tentazioni alla violenza, che arrecherebbe danni gravissimi alla società italiana; perché, dunque, proprio in questo momento la pulsione alla violenza polemica ha prevalso ancora una volta? Perché l´amor di patria, la solidarietà repubblicana, il senso di responsabilità non hanno frenato la virulenza dell´assalto?

Eppure conviene riflettere freddamente anche su ciò, alla stregua di un test del profondo mutamento del paradigma politico italiano, esplicitamente definito e perfezionato nel discorso di Bonn, uno spartiacque ancora non pienamente avvertito, tra un «prima» e un «dopo», di cui, però, già s´intravede il profilo. Occorre, quindi, rileggere quel testo nei suoi propositi pratici e nei presupposti ideologici. Del resto anche le affermazioni del capo del Pdl a Milano, hanno rappresentato un post scriptum al dettato di Bonn e, dopo aver ribadita una concezione esplicitamente illiberale dei rapporti tra un leader eletto e tutti gli organi istituzionali di garanzia, è stata colmata una dimenticanza e messa sotto accusa, al pari della magistratura, del Consiglio Superiore e della Presidenza della Repubblica, la Tv pubblica, in quanto nasconderebbe al popolo le incrollabili verità berlusconiane, secondo quella esigenza di obbedienza pronta e rispettosa, propria dei mass-media dei regimi assoluti.

Il proclama di Bonn resta, quindi, una specie di Tavola dei Comandamenti, già espressi altre volte ma qui elevati a contro-sistema globale e coerente per il tempo prossimo, venturo. Come ha scritto Ezio Mauro («Repubblica» 11/12) «siamo entrati nello stato di eccezione: ed è la prima volta nella storia della nostra democrazia». E Scalfari constata: «Il quadro di compatibilità… possibile per sessant´anni fino a quando le diverse posizioni politiche si confrontavano in un quadro di valori e principi condivisi… è ormai andato in pezzi».

Al centro vi è l´avanzare di una ideologia che non considera più la riforma costituzionale, perno del disegno d´assieme, come una normale riforma tendente alla efficienza e all´aggiornamento della Carta al mutare dei tempi. In questo caso ogni riforma dell´ordinamento, concordata o meno da tutto lo schieramento, tesa, poniamo, all´adeguamento al federalismo e/o alla ridefinizione dei ruoli tra magistratura inquirente e giudicante o, addirittura, alla introduzione di un presidenzialismo alla francese o all´americana, ogni riforma, dicevamo, è accettabile. A condizione che essa resti ancorata a un sistema di compatibilità con la democrazia liberale, se non mira, dunque, ad eliminare e distruggere i valori ispiratori che preesistono alla stesura stessa della Carta. Questi valori poggiano su due principi: il voto popolare non deve degenerare in dittatura della maggioranza, il leader eletto non diviene, pertanto, detentore di un potere assoluto, il suo operato si svolge nell´ambito delle leggi, la giurisdizione esercitata dalla Magistratura resta indipendente e si applica egualmente al leader eletto e a tutti i cittadini, la libertà d´informazione seguita a svolgersi senza condizionamenti da parte dell´Esecutivo, quale che sia la maggioranza di cui goda.

Il secondo principio vige almeno dal XVIII secolo nei governi moderati, durante i quali le monarchie assolute maturarono in monarchie costituzionali. È venuto vieppiù declinandosi nel XIX e XX secolo negli Statuti e nelle Carte fondative degli Stati liberal democratici, in netta contrapposizione, anche teorica, con i regimi assoluti nazi-fascisti e comunisti. Questo principio, che nessuna riforma in uno stato liberal democratico può rimettere in discussione, si chiama equilibrio, distinzione e indipendenza tra i poteri istituzionali: il Parlamento, l´Esecutivo, l´Ordine giudiziario, la Corte suprema, che garantisce e certifica il rispetto della Costituzione, il Capo dello Stato, con poteri più o meno incisivi a seconda del sistema in atto, ma, comunque, garante simbolico e rispettato dell´unità nazionale, vigile custode del bilanciamento istituzionale.

Chi si pone fuori o, peggio, contro questo paradigma imprescindibile mira ad un cambio di regime. Orbene Berlusconi delegittimando il potere giudiziario, negando validità alle sentenze della Corte costituzionale, contestando le funzioni di equilibrio e di rappresentanza degli ultimi tre Presidenti della Repubblica e, soprattutto, affermando la sua primazia assoluta e operando per distruggere l´imperio della Legge in nome dell´unzione popolare diretta, espone un programma anti liberale, tipico dei populismi. Se avesse successo il punto d´arrivo vedrebbe l´instaurarsi di un potere personale a scapito di ogni altro potere di riequilibrio, controllo, giurisdizione. Non credo che sia l´ignoranza a suggerire a Berlusconi una delegittimazione della Corte in base al fatto che i suoi membri sarebbero in parte stati designati da presidenti della Repubblica di sinistra. Egli dovrebbe conoscere che la Corte suprema degli Stati Uniti, al cui modello si sono ispirate dal dopoguerra tutte le altre, è depositaria indiscussa e da nessuno mai contestata della corrispondenza di ogni legge federale alla Costituzione, pur se tutti i suoi 9 membri sono nominati a vita esclusivamente dagli inquilini che via via si succedono alla Casa Bianca, repubblicani o democratici che siano. Poiché queste cose Berlusconi le ha viste almeno al cinema, resta inquietante la domanda: «Quale suggello di fedeltà alla sua maggioranza pretende dai membri della Consulta?».

Lo stesso vale per la delegittimazione della magistratura ordinaria, compresa quella giudicante, composta, come ha ripetuto nella serata milanese, da «funzionari pubblici che stanno lì per concorso» e, dunque sarebbero tenuti ad adeguarsi alla volontà degli eletti dal popolo e del leader che ne impersona le virtù. In altre parole la funzione giurisdizionale non discende dall´indipendenza istituzionale dei giudici e dalla loro autonoma interpretazione delle leggi, ma dall´essere strumenti tecnici esecutivi di un potere derivante dall´unzione elettorale. Non è un caso se i supporter del pensiero berlusconiano si richiamino su questi punti (Consulta e Magistratura) a Palmiro Togliatti. Il pensiero teorico del capo del Pci si collocava, infatti, coerentemente, pur con i noti «correttivi all´italiana», in una concezione totalitaria e verticale dello Stato, sia pure a bassa intensità, (la «via italiana» alla «democrazia progressiva») con alla testa un ventaglio di partiti federati e egemonizzati a lungo termine da un partito guida, depositari della volontà del popolo, e dai quali discendevano una serie di «cinghie di trasmissione» gerarchicamente ordinate, incaricate di realizzarla, in una unica armonia d´operosi intenti. Il paradosso togliattiano non appare dunque nel richiamo dei berlusconiani così gratuito, quanto una voce dal sen sfuggita.

È bene anche ricordare a quanti, soprattutto i leghisti, ripetono a gran voce che, appartenendo la sovranità al popolo, una volta essa sia sancita dal voto, ciò renderebbe alla radice impossibile ogni vulnus della democrazia, che così storicamente non è. Il consenso delle maggioranze è necessario ma non bastevole. I regimi totalitari godettero per lungo tempo di un autentico consenso popolare di massa, cui non mancava la messa cantata d´accompagno di tanti intellettuali. Ma oggi dovremmo sapere che ciò che distingue i regimi non è solo il consenso, persino quello legittimo, ma i limiti istituzionali che esso incontra in un sistema di poteri costituzionali equilibrati e indipendenti. E soprattutto nel rispetto dei valori di libertà, che non uscire stravolti da una maggioranza che può durare a lungo ma è pur sempre di passaggio.

Servono due parole per rispondere all´onorevole Cicchitto, che scambiando l´aula di Montecitorio per un bivacco piduista si è permesso di accostare il nome di Repubblica a quello dell´aggressore di Berlusconi in piazza Duomo.

Il presidente Napolitano aveva appena invitato tutti, davanti alla gravità dell´episodio di Milano, a fermare la pericolosa esasperazione della polemica politica. E Berlusconi aveva ricevuto la solidarietà di amici e avversari - da Fini a Casini a Bersani, a Repubblica naturalmente - nella condanna senza riserve, da posizioni che sono e restano diverse, di un gesto folle e criminale.

Ieri Cicchitto si è incaricato di ripristinare immediatamente il clima di guerra, senza il quale l´anima più ideologica e rivoluzionaria (nel senso di Licio Gelli, non di Mussolini) della destra non riesce a sopravvivere e ad esprimersi. Per lui, la mano dell´aggressore di Berlusconi «è stata armata da una spietata campagna di odio, il cui obiettivo è il rovesciamento di un legittimo risultato elettorale». A condurre questa campagna secondo Cicchitto è il network dell´odio composto dal gruppo Repubblica-Espresso, dal Fatto, da Santoro, da Travaglio (definito in Parlamento «terrorista mediatico») dal partito di Di Pietro e dai pubblici ministeri che indagano su Berlusconi.

Poche ore dopo Cicchitto insieme con la Lega e con Tremonti è partito all´assalto del presidente della Camera Fini, che si era permesso di definire la scelta del governo di porre la fiducia sulla legge finanziaria certo legittima, ma «deprecabile» perché impedisce all´aula di esprimersi sulla manovra. Anche il ministro Bondi si è immediatamente accodato all´attacco pubblico a Fini.

Chi critica il governo, chi manifesta un´opinione non conforme, sui giornali, in Parlamento o in televisione, diventa un nemico del Paese, un avversario della sovranità popolare, un fomentatore d´odio, e arma fisicamente la mano degli aggressori.

Cicchitto invece è un uomo delle istituzioni. Non sa concepire una via repubblicana al berlusconismo, una declinazione costituzionale del potere, una fisiologia democratica del rapporto tra governo e contropoteri, che preveda un confronto anche duro con l´opposizione e con la stampa. Non conosce il concetto laico di pubblica opinione, solo la raffigurazione mistica del popolo che soppianta i cittadini, con la sacralità e il sacrilegio dei sentimenti contrapposti di amore e odio che prendono il posto del consenso e del dissenso, categorie politiche dell´Occidente, ma non dell´Italia berlusconiana.

A questo avvelenatore di pozzi, piccolo imprenditore dell´odio ideologico che attribuisce ad altri, dobbiamo soltanto ricordare quel che abbiamo scritto domenica sera, quando uno squilibrato ha colpito il presidente del Consiglio: nel discorso pubblico democratico la piena libertà di Berlusconi di dispiegare le sue politiche e le sue idee (che difendiamo senza riserve da ogni assalto violento) coincide con la nostra piena libertà di criticarlo. Lo abbiamo fatto davanti alle sue contraddizioni negli scandali estivi, davanti alle sue menzogne chiedendogliene conto ogni giorno, davanti agli attacchi al nostro giornale e ai grandi media stranieri, davanti agli insulti alla Consulta e al Quirinale, davanti al progetto di squilibrare la Costituzione sovraordinando il suo potere per liberarsi dagli istituti di garanzia. Cicchitto si rassicuri. Lo rifaremo, appena le forzature ripartiranno, com´è inevitabile visto che servono a sfuggire i giudici e la giustizia.

Chi scambia la critica per odio e il lavoro giornalistico per violenza è soltanto un irresponsabile antidemocratico, mimetizzato dietro la connivenza di chi tacendo acconsente. Chi poi vuole usare la debolezza momentanea di Berlusconi colpito al volto e la solidarietà repubblicana che è arrivata al leader per trarne un miserabile vantaggio politico, non merita nemmeno una risposta. Stringere la mano al Premier ferito è doveroso, condannare l´aggressione è obbligatorio, far passare le leggi ad personam è impossibile. Tutto qui. Le mozioni vanno distinte dalle emozioni. Il populismo non può pensare che uno choc emotivo centrifughi tutto, il diritto, la costituzionalità, i doveri dell´opposizione.

Se Cicchitto pensa che questo momento delicato della vita repubblicana possa imbavagliare Repubblica, annacquando il suo giornalismo, si sbaglia. Il Paese, soprattutto nei momenti di confusione, si serve facendo ognuno la sua parte. La nostra è quella di informare: soprattutto degli abusi del potere, nell´interesse dei cittadini.

Sono passati due giorni dall'aggressione a Silvio Berlusconi in piazza del Duomo e si può tentare di ragionare a mente fredda. Certo esprimere il dispiacere, e anche solidarietà, al presidente del Consiglio. Ma in fasi di tensione (e ci siamo per la crisi della democrazia e dell'economia) queste aggressioni sono nel conto. Quanti bravi sindacalisti sono stati presi a bullonate? Qualche critica dovrebbe, forse, farsi ai due servizi d'ordine, privato e pubblico, che avrebbero dovuto fermare in tempo l'aggressore. Scrivere che se lo è meritato o accusare «i mandanti morali» non ha senso. Ma è certo, già lo fanno, l'agglomerato che si fa chiamare «Popolo della libertà» speculerà al massimo sull'episodio e magari metterà la piccola riproduzione del Duomo di Milano sulla propria bandiera, già santificano la faccia insanguinata di Silvio.

Siamo in una difficile, pericolosa crisi politica e democratica e Berlusconi cerca di trarne il massimo profitto. Mettendo in difficoltà «certi politici del centro destra» (così titolava ieri il Giornale) e innanzitutto Fini, scatenandosi ancora di più nell'attacco all'opposizione contro la quale ha ripetuto per tre volte «vergogna, vergogna, vergogna».

Tentando sempre di ragionare a mente fredda, è chiaro che il Cavaliere (in difficoltà) ha guadagnato un punto con il colpo sferrato dal provvidenziale Tartaglia. Adesso promuovere una manifestazione di piazza contro Berlusconi è più difficile, ma non per questo si deve mollare. Bisogna costruire con pazienza una serie di iniziative in difesa della Costituzione, dei diritti dei lavoratori, dei disoccupati, dei giovani che vanno a scuola. Avendo per obiettivo immediato la fuoriuscita di Berlusconi da Palazzo Chigi per stroncare il suo tentativo non tanto di presidenzialismo (Obama deve tener conto del Congresso) ma di diventare il padrone assoluto di questo nostro paese.

Gridare e denunciare non basta (o serve a poco). Le forze che sono fuori del regno di Berlusconi (dove c'è un po' di maretta) debbono costruire una vera e positiva piattaforma di opposizione, un programma di governo. Non basta dire - ma occorre insistere nel dirlo - che Berlusconi liquida democrazia e Costituzione. Occorre produrre un programma, da discutere con i cittadini (anche con quelli che votano Berlusconi per puro disimpegno), che definisca obiettivi concreti per la ripresa della democrazia, dell'occupazione, della scuola. I partiti, che ancora ci sono, i sindacati, le cooperative, le associazioni politiche e culturali, alcune trasmissioni televisive (penso a «Report», «Anno Zero», «Ballarò») dovrebbero attivare la comunicazione tra loro. Costruire un fronte non solo di liberazione nazionale, ma di rinascita della Repubblica, finora soffocata e mortificata non solo da Berlusconi, ma anche, dalla moltiplicazione e prevalenza degli interessi di gruppo o di singoli su quello di noi tutti, della Repubblica. il manifesto, nella modestia delle sue forze, ma con la tenacia e la passione che lo anima (più o meno bene da quasi quarant'anni) si impegna a essere di questa partita.

p.s. Articolo 21 promuove una grande iniziativa nazionale unitaria a difesa della Costituzione. Siamo con Articolo 21.

Postilla

Anche noi

C’è un’anomalia al vertice istituzionale dello Stato. L’abbiamo scritto varie volte ed Ezio Mauro l’ha di nuovo precisato con chiarezza subito dopo il discorso di Silvio Berlusconi all’assemblea del Partito popolare europeo a Bonn. L’anomalia sta nel fatto che il presidente del Consiglio e capo del potere esecutivo disconosce l’autonomia del potere giudiziario; disconosce la legittimità degli organi di garanzia a cominciare dal Capo dello Stato e dalla Corte costituzionale e ritiene che il premier, votato dal popolo, detenga un potere sovraordinato rispetto a tutti gli altri.

Questa situazione – così ritiene il premier – esiste già nella Costituzione materiale, cioè nella prassi politica e nella convinzione dello spirito pubblico, ma non è stata ancora introdotta nella Costituzione scritta e ad essa si appoggiano i poteri di garanzia e la magistratura per contestare la Costituzione materiale. Bisogna dunque modificare la nostra Carta anzi, dice il premier, bisogna cambiarla adeguandola allo spirito pubblico. Lui si farà portatore di quel cambiamento, prima o poi. Quando lo giudicherà opportuno. A quel punto la situazione sarà pacificata, un nuovo equilibrio sarà stato raggiunto, il governo potrà lavorare in pace, i processi persecutori contro il presidente del Consiglio saranno celebrati solo quando il suo mandato sarà terminato e la sovranità della maggioranza sarà in questo modo tutelata.

L’anomalia ha notevoli dimensioni. Il fatto che Berlusconi l’abbia descritta e raccontata con parole sue in un congresso del Partito popolare europeo cui appartiene, denuncia di per sé la gravità di questa situazione, ma ancora di più questa gravità emerge dal fatto che non vi siano state contestazioni in quell’assemblea. L’Unione europea riconosce e fa propria una carta di diritti che vale per tutti gli Stati membri. Di questa carta i principi dello Stato di diritto e dell’indipendenza dei poteri costituzionali sono parte integrante. Sicché è molto preoccupante che uno dei principali esponenti del Partito popolare europeo, a chi gli chiedeva un commento sul discorso di Berlusconi, abbia risposto: è una questione interna alla politica italiana. Quando si tratta dei principi della costituzionalità europea non esistono questioni interne dei singoli Stati membri che possano sfuggire al vaglio degli organi dell’Unione. Credo che questo problema andrebbe formalmente sollevato dinanzi al Parlamento di Strasburgo e dinanzi al presidente del Consiglio dei ministri dell’Unione.

Per quanto riguarda il nostro "foro interno" per ora l’anomalia resta, ma verrà al pettine nei prossimi giorni sulla questione che più sta a cuore al premier, quella cioè della sua posizione giudiziaria rispetto ai tribunali della Repubblica. Lì avverrà il primo scontro. È ormai evidente che il metodo della "moral suasion", utilmente praticato dai nostri Capi di Stato nei confronti del governo fin dai tempi di Luigi Einaudi, non vale più. Esso è stato possibile per sessant’anni fino a quando le diverse posizioni politiche si confrontavano in un quadro di valori e principi condivisi; ma questo quadro di compatibilità è ormai andato in pezzi. Le varie istituzioni e i poteri dei quali ciascuna di esse ha la titolarità sono dunque l’uno in presenza degli altri senza più ammortizzatori di sorta. Gli angoli non sono più arrotondabili ma spigolosi. Il rischio è una prova di forza interamente istituzionale.

L’anomalia berlusconiana ci ha condotto a questo punto, a questo rischio, a questo pericolo. Molti pensavano che tutto si riducesse a problemi di galateo e di linguaggio. Non era così ed ora la dura sostanza è emersa in tutto il suo rilievo.

* * *

Abbiamo scritto più volte che l’anomalia populista è presente in modo particolare nello spirito pubblico del nostro paese. Ma non soltanto. La tentazione autoritaria è presente in molti altri luoghi. Autoritarismo e populismo spesso sono fusi insieme e costituiscono una miscela esplosiva, ma talvolta sono disgiunti. La vocazione al cesarismo a volte è alimentata dal conservatorismo di opinioni pubbliche sensibili agli interessi di classe e alla difesa di privilegi. Oppure dall’emergere di interessi nuovi che chiedono riconoscimento e rappresentanza.

Nella storia moderna la tentazione autoritaria è stata molto presente nell’Europa continentale, talvolta con modalità aberranti oppure con caratteristiche innovative. Ma ha innescato in ogni caso processi avventurosi, forieri di guerre e di rovine materiali e morali. I principi di libertà ne sono stati devastati.

Di solito quando ci si inoltra in questo tipo di analisi si rievoca l’esperienza del fascismo italiano. Esso avviò anche alcuni processi innovativi, ottenuti tuttavia con la perdita della libertà, con l’esasperazione demagogica del nazionalismo e con un generale impoverimento della società. Ma un altro esempio, con caratteristiche molto diverse, era già avvenuto in Europa un secolo prima e fu il bonapartismo. Andrebbe storicamente ripercorso il bonapartismo perché rappresenta una vicenda per molti aspetti eloquente di come si passa da una fase rivoluzionaria ad una fase moderata e poi ad una svolta autoritaria che aveva in grembo la fine del regime feudale, l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, pagando però queste innovazioni con milioni di morti in un quindicennio di guerre continue e con la perdita della libertà.

Il generale Bonaparte rappresentava un’anomalia rispetto al regime moderato del Direttorio, nato sulle ceneri del Terrore robespierrista. La sua vocazione autoritaria non aveva nulla di populistico ma era appoggiata da un’opinione pubblica che voleva a tutti i costi una pacificazione. Napoleone fu visto come lo strumento di questa pacificazione e fu l’appoggio di quell’opinione pubblica che gli consentì un colpo di Stato che non costò neppure una vittima. Il 18 brumaio del 1799 suo fratello Luciano Bonaparte, presidente dell’assemblea dei Cinquecento, con l’appoggio del generale Murat, sciolse quell’assemblea con la scusa che essa era piena di giacobini e consegnò il potere a suo fratello Napoleone. Il seguito è noto.

Non abbiamo nulla di simile, non c’è un generale Bonaparte, non c’è un generale Murat, non ci sono fantasmi militareschi. Ma c’è un’opinione pubblica spaccata in due e una classe dirigente anch’essa spaccata in due. C’è una tentazione autoritaria. C’è una maggioranza conservatrice formata da piccoli e piccolissimi imprenditori e lavoratori autonomi che sperano di ricevere tutela e riconoscimento. E c’è un’ampia clientela articolata in potenti clientele locali, legate al potere e ai benefici che il potere è in grado di dispensare.

Questa è l’anomalia. La quale ha deciso di non esser più anomalia ma di rimodellare la Costituzione. Non riformandone alcuni aspetti ma cambiandone la sostanza. Non più equilibrio tra poteri e organi di garanzia, ma un solo potere sovraordinato rispetto agli altri. L’Esecutivo che si è impadronito, con la legge elettorale definita "porcata" dai suoi autori, del potere legislativo e si accinge ora a mettere la briglia al potere giudiziario e agli organi di garanzia.

Sì, bisogna rivisitarla la storia del 18 brumaio del 1799 perché c’è un aspetto che ci può riguardare molto da vicino. Del resto, anche il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 va riletto e meditato. Ci sono momenti storici nei quali l’assetto di uno Stato viene sconvolto e capovolto. Dopo nulla sarà più come prima. Nessuno si era reso conto di ciò che stava per accadere. Quando accadde era ormai troppo tardi per impedirlo.

Post Scriptum. La vicenda Spatuzza-Graviano ha dato luogo a qualche fraintendimento che è bene chiarire. A me Spatuzza non piace affatto e i Graviano meno ancora, ma la cronaca ha le sue regole che vanno rispettate. E perciò ricordiamo: Spatuzza ha dichiarato in processo di aver saputo dell’accordo con Berlusconi e Dell’Utri da Giuseppe Graviano. Il quale ha rifiutato di deporre e ha detto che parlerà solo quando sarà venuto il momento di parlare. Chi invece ha detto di non aver mai conosciuto Dell’Utri e tanto meno Berlusconi è il fratello Filippo Graviano, del quale Spatuzza non ha mai parlato. Questo dice la cronaca e non altro.

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