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Le città sono nate per dare risposta a due grandi questioni. La spinta verso il progresso economico: i primi aggregati urbani della storia, come noto, nascono nel vicino oriente proprio per permettere l’accumulazione della produzione agricola eccedente ai bisogni della popolazione insediata. Il bisogno di sicurezza verso l’esterno, la necessità di riconoscersi in gruppi che condividono la lingua e la cultura.

Le mura o i recinti delle città rappresentavano fisicamente e simbolicamente il limite tra dentro e fuori, tra sicurezza e insicurezza, tra l’ignoto e il conosciuto. Ma questo artificio di dividere in due la realtà, contrapponendo un interno sicuro per definizione ad un esterno ignoto non è mai stato vero. La storia delle città è stata sempre attraversata da inaudite violenze. Spesso queste violenze provenivano dall’esterno, dall’ignoto, appunto. Ma tante volte erano generate dal cuore stesso della città, dalla lotta di fazioni interne alla ricerca della supremazia e del dominio, dai conflitti religiosi. Nei momenti di crisi le violenze sono state indirizzate verso i diversi o le minoranze. Verso coloro che venivano dipinti come responsabili assoluti dello stato di malessere. Gli esempi sono infiniti. Da Antigone alle streghe, fino alle recenti persecuzioni razziali, sono tanti i modi con cui le città hanno tentato di esorcizzare la paura.

Il sentimento della paura non è dunque nuovo nella città. Quello che viviamo attualmente è soltanto l’ultimo in ordine di tempo. Nonostante i dati numerici ci dicano che i fenomeni di violenza sono più o meno stabili negli ultimi anni, si parla solo della sicurezza e dell’intervento repressivo necessario a riportare ordine. Siamo assediati in ogni luogo da telecamere puntate a scrutare ogni angolo urbano. Il senso comune di insicurezza che si sta affermando non è dunque un fenomeno inedito, ma un tema ciclicamente ricorrente. La novità inedita sta a mio giudizio nel fatto che i casi di violenza si iscrivono in una fase in cui la città nella forma storica con cui la conoscevamo -e cioè quella rete di relazioni e di luoghi che permetteva di attenuare le conseguenze dell’insicurezza sempre esistente- sta scomparendo. Oggi, insomma, c’è più allarme sociale perché non c’è più la città.

Non erano soltanto le mura a generare sicurezza e senso di appartenenza. L’evoluzione storica delle città ha portato progressivamente alla costruzione dei luoghi dell’identità delle comunità. Da quelli più semplici, come le strade destinate al commercio o le piazze sedi di mercato, a quelli più complessi, come i luoghi dell’esercizio dei poteri pubblici, della cultura o i luoghi in cui si svolgevano i riti del pensiero magico o religioso. Nella città contemporanea questo bisogno di identità sociale è diventato sempre più complesso e articolato: le strutture destinate all’istruzione di massa, le abitazioni pubbliche o i servizi alle persone -da quelli sanitari a quelli sociali- hanno rappresentato negli ultimi secoli i luoghi simbolici e concreti della sicurezza sociale. Sono stati i servizi sociali a fornire un’ancora di salvataggio alle fasce di popolazione più povere. Sono stati gli alloggi popolari a dare una fondamentale base al bisogno di sicurezza dell’abitare.

La fase del liberismo senza regole in cui viviamo sta cancellando con una velocità impressionante questo sistema di equilibrio sociale. Le città sono diventate esclusivo fattore economico, ogni altro elemento di giudizio, da quello simbolico a quello di benessere sociale è scomparso. Un esempio recentissimo si trova nel decreto legge n.112 del governo Berlusconi in vigore dal 25 giugno. L’articolo 58 obbliga i comuni a individuare le proprietà pubbliche da vendere e a redigere specifici progetti di “valorizzazione economica”. I progetti approvati andranno in deroga a tutti gli strumenti urbanistici e alle norme di tutela del paesaggio. Conta soltanto la realizzazione dell’affare economico.

I servizi sociali vengono chiusi uno dopo l’altro perchè non ci sono soldi, fatto incomprensibile per un paese che pure partecipa all’opulento banchetto degli otto paesi più ricchi del pianeta. Il sistema sanitario chiude progressivamente tutte le sedi periferiche che garantivano, quanto meno dal punto di vista psicologico, una sicurezza di assistenza immediata. Le scuole, quando non vengono dismesse per il calo della natalità, versano in uno stato di progressiva fatiscenza fisica e di contenuti: i tagli all’istruzione sono continui e generalmente accettati. Le case pubbliche e degli enti previdenziali sono state vendute alle più potenti società immobiliari, da Pirelli real estate alle altre grandi multinazionali del mattone.

Agli inquilini e ai pensionati non è restato altro che andare ad ingrossare le squallide periferie metropolitane. E tocchiamo così il secondo aspetto della scomparsa delle città. Anche nel periodo seguente alla rivoluzione industriale, quando le mura urbane non avevano più una funzione reale, le città crescevano quasi sempre per contiguità. Nuovi quartieri nascevano a diretto contatto con quelli esistenti e nel loro insieme dialogavano con la città storica. Oggi gran parte della popolazione è stata espulsa dalla città compatta e vive in un informe periferia metropolitana dove non esistono servizi e luoghi di aggregazione sociale e si vive nel più completo isolamento. In cui le opinioni non si formano dialetticamente con gli altri abitanti, ma si ricevono acriticamente dai media.

E così, come spesso succede, coloro che hanno causato questo devastante deserto sociale e cioè gli esponenti del pensiero liberista sostenitore dell’abbattimento di ogni residua funzione pubblica, cavalcano l’onda emotiva. Ed hanno buon gioco, finora, nell’additare i responsabili del clima di paura. Lavavetri, mendicanti e marginali. Immigrati dai paesi poveri e rom. Dopo gli assalti ad alcuni campi sosta, siamo arrivati all’idea criminale di prendere le impronte digitali ai bambini di etnia rom. Sono i responsabili della scomparsa della città che vivono di rendita sulla paur

La notizia è giunta tardi e mi induce a dirvela prima di ciò che sto per scrivere perché dubito che la troverete su molti altri giornali. Venerdì al Senato americano, i democratici hanno tentato di abbattere la privatizzazione delle cure mediche per gli anziani e di tornare all’estremismo di Kennedy, Johnson, Carter e Clinton: le cure mediche sono un diritto dei cittadini. La proposta repubblicana era: abbandonare i vecchi al buon cuore delle compagnie di assicurazione.

Ha scritto l’economista di Princeton Paul Krugman (New York Times 12 luglio): «Sembrava un film. Ai democratici mancava un voto per vincere. All’improvviso si è presentato in aula il settantasettenne Senatore Kennedy, appena operato di tumore alla testa. Kennedy ha portato il voto risolutivo. Bush e il dominio delle assicurazioni private sono stati sconfitti».

È una storia che dice molto della testarda ossessione di un vecchio, grande politico americano di stare ogni momento, e fino alla fine, dalla parte dei cittadini. Per noi è solo un simbolo, ma perché non dichiarare subito che solo così, qualunque sia il suo stato anagrafico, un leader politico può definirsi «coraggioso»?

Ma ora riprendo il mio percorso fra le tristi notizie italiane.

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Mi era venuto in mente, pensate, di dire in questo articolo, che il conflitto di interessi paga, che alla fine di qualunque storia che non sia una fiaba vince il più forte, non il migliore (persino se la forza è rubata attraverso l’abuso sia del potere privato che di quello pubblico), che non c’è niente di male nel sentirsi migliore di chi attacca o minaccia o ricatta tutti i poteri dello Stato e scardina, piega o abolisce con le sue leggi tutte le regole.

Mi era venuto in mente di dire che, per forza, molti perdono la testa, il filo e il sentiero della ragione dopo quindici anni di realtà berlusconiana raccontata a rovescio, deformata, amputata, pur di isolare, più o meno intatta, l’immagine di una sola persona - Berlusconi l’immune - costringendo tutti gli altri protagonisti presenti in scena a una forma di sottomissione, a un continuo addossarsi di colpe, o ad essere confinati dal consenso comune (dei buoni e dei cattivi commentatori) nell’isola degli estremisti, dove persino ciò che rimane di Rifondazione (Sansonetti, Liberazione, 10 luglio) ti ingiunge di chiedere scusa, e si unisce agli scandalizzati non dello scandalo, ma di chi lo denuncia, visto come un guastafeste, ovviamente estraneo alla sinistra, sia quando usa i toni sbagliati, sia quando usa quelli giusti.

Avrei voluto scrivere che non ci sono toni giusti perché, alla fine, come puoi presumere di essere un giudice, nel mondo in cui tutti ormai accettiamo di dire o lasciar dire che i giudici sono comunque manovrati da una forza politica, nel mondo in cui tutti, tutti più o meno, diciamo: «Basta con l’uso politico della giustizia» (alcuni usano l’assurda parola “giustizialismo”, dicono: «occorre far finire questa anomalia»; e precisano che l’anomalia sono i giudici che indagano, non coloro che - avendo grandi responsabilità politiche - ne approfittano e commettono reati).

Non dirò che sono stato dissuaso dalla enormità dei fatti, che sono questi: sono stati resi immuni da ogni azione giudiziaria le quattro più alte cariche dello Stato. Ma una, il presidente della Repubblica, è già difeso dalla Costituzione. Due, se malauguratamente inquisiste, non danno luogo ad alcuna impossibilità di governare perché sono cariche elettive interne al Parlamento e in caso di necessità si possono rieleggere o alternare senza coinvolgere o negare il consenso dei cittadini. Rimane la quarta, ma la quarta è il plurimputato Silvio Berlusconi. Dunque tutto è avvenuto per una sola persona anomala. E una immensa barricata, che coinvolge persone estranee a ogni imputazione, è stata eretta, per quella sola persona deformando lo Stato, creando per la Repubblica un danno senza ritorno, una ferita sul volto dell’Italia che ci renderà unici e riconoscibili anche in futuro.

Potrei continuare raccontando il modo un po’ mussoliniano con cui stata strangolata, in questi giorni, la Camera dei Deputati, soffocandone il dibattito fino al ridicolo per una grande istituzione democratica, forzando ognuno di noi, in quel quasi silenzio, ad apparire complici del progetto in cui il presidente-imputato esige la sua legge liberatoria, e la vuole sùbito, impone tempi ridicolamente stretti al presidente della Camera e il presidente della Camera si presta, obbedisce, esegue: «Volete un solo giorno di finto dibattito (finto perché la disciplina della maggioranza era toccante; finto per l’eroismo dell’Udc di Casini, che ha scelto l’astensionismo per non ipotecare il futuro; finto per il numero di minuti dedicati al dissenso). Come no? Agli ordini». Lo sanno tutti che un Parlamento (potere democratico dello Stato) è agli ordini dell’esecutivo e dunque si impegnerà nella missione di mettere a tacere l’altro potere democratico, quello giudiziario.

Potrei raccontare i veri e propri momenti di urla e rivolta fisica della maggioranza ad ogni tentativo di Pd e Italia dei Valori di porre almeno un argine alla prepotente imposizione di discussione strangolata. Pensate, persino la sinistra sembra provar piacere a condannare "l’opposizione urlata"; ma in Parlamento le sole urla che si sentono, alte e selvagge, sono quelle della maggioranza che si getta con furore su ogni spiraglio di resistenza, per quanto mite.

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Invece mi fermo qui, per dire: questo è il mio millesimo editoriale, uguale agli altri. È una rappresentazione fedele di ciò che accade. Ma ciò che accade ripete un gioco di potere che in fondo non si è interrotto mai, neppure nei pochi giorni di Prodi. Perché anche in quei giorni sono rimasti intatti tutti i centri di controllo di ciò che sappiamo ogni giorno del Paese. Infatti Prodi è apparso un grave e fastidioso pericolo mentre governava, veniva additato all’Italia come un incapace ed esoso esattore di tasse e come la rovina della nostra economia, che adesso è totalmente paralizzata e in stato di abbandono. E intanto i costi e le tasse salgono ma il nuovo Parlamento italiano è impegnato a fermare i giudici.

Mi fermo anche per il modo efficace con cui il notista della Stampa Ugo Magri racconta un momento della non esemplare giornata alla Camera che abbiamo appena vissuto. Cito: «Perfino Furio Colombo viene snobbato dai colleghi Pd, i quali si vede che ne hanno le tasche piene, nel momento in cui invoca “solidarietà per i magistrati che Berlusconi considera un cancro”».

Mi resta da dire che ho pronunciato questa frase in modo deliberatamente formale e non stentoreo sapendo - come è accaduto - che sarei stato subito coperto da urla. Strana cosa le urla di una larga maggioranza di potere che non rischierebbe nulla perfino ostentando una flemma tipo Anthony Eden o Lord Sandwich. Ma quelle urla ci dicono come è, come sarà l’epoca di potere che comincia adesso. Che nessuno pensi impunemente di sgarrare. Dalla gabbia mediatica non si sfugge. Provvede la gabbia mediatica, con la partecipazione straordinaria e volontaria di tanti di noi, a dire, proprio mentre urla fino al parossismo l’intero Popolo delle libertà, che l’opposizione “urlata” ed “estremista” è proprio insopportabile.

Dirò che mi fermo, in attesa di nuovi eventi che saranno, tra poco, così clamorosi, inauditi e - ripeteremo noi, pedanti - estranei alla democrazia, da prendere di sorpresa persino chi ha sempre dichiarato piena sfiducia in questo governo e nella sua maggioranza. Azzardo una previsione, e la proporrò. Sarà la descrizione di un paesaggio grave e tragico. Anche se vorranno costringerci alla percezione prevista dal copione. Ci diranno che è il “ritorno al Paese normale”.

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E’ il momento in cui si scopre che il conflitto di interessi ha un suo modo pernicioso di spandersi, anno dopo anno, in Italia. È l’interesse del conflitto, nei due sensi letterali: perché l’interesse è un continuo dividendo che il Paese deve pagare al titolare del conflitto, concedendogli ogni volta di più, visto che controlla così tanto.

Ma è anche l’interesse a mantenere vivo il conflitto perché i nemici, bene in vista e tenuti alla gogna, sono indispensabili per un governare montato come una campagna elettorale che non finisce mai. Nonostante l’effetto illusorio di una pace sempre possibile e sempre vicina, ogni accostamento viene impedito alzando bruscamente il prezzo, in modo che sia impossibile. Ma sempre per colpa dell’altro e a meno di un di un cedimento che ne cancella l’identità e lo esibisce come preda.

Dunque l’interesse remunera due volte il conflitto. C’è - s’intende - la condizione del rigoroso rovesciamento mediatico. Esempio: se gli aggrediti da questo potere commettono l’errore di rispondere con un insulto a un insulto, solo l’ insulto degli aggrediti sarà ricordato, ripetuto, inchiodato nella memoria collettiva. Avverrà a cura dei media, in modo che l’autore potente del primo insulto appaia sempre il mite protagonista vilmente insultato. Un esempio: Berlusconi definisce “cancro” e “metastasi” i giudici senza altra ragione che i temuti processi contro di lui. I media registrano e dimenticano all’istante. Fanno in modo che non se ne parli mai più, fino allo sbadiglio di Ugo Magri sulla Stampa per la mia frase. Ma se dite “magnaccia” (parola forse un po’ esagerata) al primo ministro sorpreso a sistemare le sue giovani amiche nella Tv di Stato, state tranquilli: se ne parlerà per sempre.

Temo invece, dati i tempi e dati i media, che non si parlerà per sempre della odiosa intenzione, inclusa nel “pacchetto sicurezza” del ministro dell’interno italiano Maroni, di obbligare all’umiliazione delle impronte digitali i bambini Rom, sia quelli italiani sia quelli ospiti del Paese Italia, che sta rapidamente diventando il più barbaro d’Europa. Giovedì 10 aprile [sic] il Parlamento europeo ha condannato a larga maggioranza l’Italia per l’incivile progetto. Il ministro degli Esteri Frattini e il ministro per gli Affari europei dell’attuale governo italiano Rochi, hanno subito indossato la faccia dell’«ora fatale del destino che batte nel cielo della nostra patria» (le prime parole del discorso di Mussolini, 10 giugno 1940) per ribattere a muso duro al Parlamento europeo che le nostre impronte digitali ai bambini non sono affari loro. Ronchi ha detto giustamente: «E’ il momento peggiore del nostro rapporto con l’Europa».

Vero, ma suona ridicola una frase così solenne se detta dal colpevole colto sul fatto. Il fatto triste è che Frattini e Ronchi intendevano proprio dire: «Se noi abbiamo deciso di svergognare l’Italia e affiancarla, quanto a diritti civili, allo Zimbabwe, sono affari nostri. E nessuno ci deve impedire di infangare come vogliamo la nostra immagine».

I due ministri, nel loro impegno a puntare sul peggio, sono apparsi così decisi, così sicuri che si possa buttare all’aria ogni decente e rispettoso rapporto con l’Europa, e così irrilevante essere considerati da Paesi civili come un Paese incivile, da rendere un po’ meno cupa l’immagine del ministro Maroni. Il ministro, in nome delle superstizioni della sottocultura leghista, priva di ogni soccorso, anche modesto, della cultura comune, ha dichiarato diverse guerre, tutte ai poveri e ai deboli inventati come nemici.

Pensate alla sua guerra ai Rom, che sono 150mila, metà italiani, metà donne, metà bambini. Il loro coordinatore, Xavian Santino Spinelli, ha parlato in Piazza Navona a nome dei molti Rom presenti (è la prima volta nella storia politica del nostro Paese) e a nome di tutti i Rom italiani.

Forse dispiacerà alla sottocultura leghista che il Rom Spinelli oltre a essere musicista (troppo facile, diranno) sia anche docente di Antropologia all’Università di Trieste. Il fatto è che il peggio di Maroni ha fatto nascere un meglio senza precedenti nelle vita italiana: un legame con il popolo Rom. Giovedì 8 luglio, per fare un altro esempio senza precedenti, la sala conferenze della Fondazione Basso era affollata di di Rom e di intellettuali della Fondazione per discutere il che fare insieme. Il lunedì precedente l’Arci ha organizzato in Piazza Esquilino una raccolta di impronte digitali di adulti e bambini italiani, evento affollato e filmato da una decina di televisioni europee e americane.

Ma proviamo a confrontare l’indefesso lavoro del ministro Maroni contro i piccoli, i deboli, gli scampati alla traversata del mare e alle guerre e persecuzioni nei loro Paesi, con ciò che pensa (del pensiero padano, del ministro Maroni e, ovviamente dell’illustre governo di Frattini e Ronchi) il Cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi. Cito da pag. 13 de Il Giornale, 8 luglio: «Asili per gli immigrati: le materne comunali dovrebbero essere aperte anche ai figli degli immigrati clandestini. Lo sgombero dei Rom: l’impressione è che nello sgombero si sia scesi sotto la soglia di tutela dei fondamentali diritti umani. L’esercito nelle città: I soldati servono ad aumentare la paura. La sicurezza non passa per decreto legge. La moschea di Viale Jenner: Maroni sposta la moschea? Solo un regime fascista e populista usa tali metodi dittatoriali».

Lo stesso giorno il ministro della Difesa La Russa aveva detto, con la sua famosa mancanza totale di humour: «Per il momento sembra chiaro che ai militari, a Milano, sarà affidata la sorveglianza del Duomo e delle chiese più importanti». Il Cardinale, che celebra ogni giorno la messa in Duomo, ha visto sùbito immagini che a uomini intelligenti e sensibili evocano Pinochet.

Come si è visto, l’interesse del conflitto è grande e sfacciato abbastanza da indurre l’editore del governo (che è anche il governo dell’editore) a pubblicare la più squallida e violenta copertina che mai settimanale politico europeo abbia pensato di pubblicare. Panorama, 10 luglio: la fotografia è quella di un bambino che i lettori sono chiamati a identificare come zingaro. Il titolo è “Nati per rubare”. Segue questo testo: «Appena vengono al mondo li addestrano ai furti, agli scippi, all’accattonaggio. E se non ubbidiscono sono botte e violenze. Ecco la vita di strada dei piccoli Rom che il ministro Maroni vuole censire, anche con le impronte digitali».

So di averne già parlato, ma ripeto le citazioni e l’immagine per due ragioni. Una è l’ offesa per una pubblicazione che esalta, secondo i canoni di Goebbels, l’indegnità genetica dei bambini di un popolo. L’altra è la solidarietà ai colleghi di Panorama, molti dei quali conosco e stimo personalmente, per l’umiliazione imposta loro da un proprietario che, dovendosi salvare dai suoi processi, ha bisogno dei voti leghisti e dunque deve pagare (e far pagare) pesanti tributi alla sottocultura leghista così risolutamente respinta dal Vescovo di Milano, in piena solitudine.

L’interesse del conflitto è una infezione che continua ad estendersi. Ma siamo appena all’inizio delle sue conseguenze peggiori. Purtroppo, a fra poco.

furiocolombo@unita.it

La nostra Costituzione dà ben pochi poteri al Presidente della Repubblica che è tenuto a difenderla; fra di essi c'è il diritto di concedere la grazia e la possibilita di indirizzarsi alle Camere. Non può invece rimandare loro più di una sola volta una legge che ritiene sbagliata: se esse in seconda lettura la mantengono ferma, non puo rifiutare di promulgarla - siamo una Repubblica parlamentare ed è bene che tale restiamo.

Non è il caso della Francia, dove il capo dello stato presiede il consiglio dei ministri: così Nicolas Sarkozy parla da mattina a sera come Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio dei ministri e leader del suo proprio partito, la Ump. Gli serve più che mai una visibilità quando è, come ora, in difficolta nella sua stessa maggioranza.

E' dunque, supponiamo, nella sua prima e seconda veste che, incontrandolo al G8 nell'isola giapponese di Hokkaido, ha suggerito a Silvio Berlusconi di graziare l'ex Br Marina Petrella, che sta lasciandosi a morire in un penitenziario francese (ieri sera è stata ricoverata d'urgenza in un ospedale). Lui, da parte sua, senza attendere il parere del Consiglio di Stato, ritiene di estradarla in Italia, ma avrebbe la coscienza più tranquilla (in questi giorni aveva appena smesso di abbracciare Ingrid Betancourt che già offriva asilo senza condizioni ai membri delle Farc che disarmassero) se la sapesse senz'altro graziata. Silvio Berlusconi lo ha subito rassicurato, ricevendo poi a giro di e-mail dal Quirinale una nota che precisa come la grazia sia prerogativa del capo dello stato. Cosa che i due avrebbero dovuto sapere.

Non varrebbe la pena di commentare le uscite di due esternatori impenitenti come Nicolas e Silvio, se non ci fosse di mezzo la vita di una donna di 54 anni, che si è ricostruita da un passato tempestoso di speranze e illusioni, errato ma condiviso non certo per sordidi motivi da una parte della sua generazione. Marina Petrella era stata condannata una prima volta a sei anni di detenzione per soli reati associativi e stava ricominciando a vivere quando, nell'alone dei molti processi Moro, era stata ricondannata all'ergastolo per aver partecipato a un omicidio e per concorso in altri reati commessi in quanto dirigente di un gruppo territoriale delle Br romane.

Sappiamo quale estensione funesta ha avuto la dizione «concorso» negli anni dell'emergenza. In realtà i giudici non dovevano ritenerla così pericolosa se non è seguito di colpo l'arresto, e lei, già fortemente provata per la scelta fatta e per averne pagato il prezzo, non se l'è sentita di attendere un parere della Cassazione che magari le confermasse la pena a vita. Si è affidata alla parola che Francois Mitterand aveva dato nel 1985, secondo la quale chi dicesse addio alle armi e decidesse di passare a una seconda esistenza in Francia, senza piu uscire dalla legalità, vi sarebbe stato accolto.

E così è avvenuto, i governi che sono successi a Mitterrand hanno tenuto fede alla sua parola e Marina Petrella in Francia è stata per ben quindici anni con tutti i documenti in regola, ha trovato un lavoro e messo al mondo una seconda figlia.

Soltanto di recente, su pressione del governo italiano e di una frazione della maggioranza di destra francese, i nostri vicini d'oltralpe hanno deciso di consegnare all'Italia prima Cesare Battisti, poi Paolo Persichetti e adesso Marina Petrella. Adesso, quando quella fase degli anni Settanta, ammesso che sia stata un vero pericolo per le istituzioni italiane - cosa di cui dubita chi scrive - è finita da trent'anni. Marina di anni ne ha 54 e questo esito del tutto inatteso le ha tolto ogni volonta di vivere. Non si nutre, non parla.

Noi ci aspettiamo che Giorgio Napolitano abbia l'umanità che il presidente francese non ha avuto, pur avendo alle spalle l'impegno di Mitterrand che l'Italia non ha: gli anni di piombo sono stati soprattutto un dramma nostro e è piu facile essere generosi con quelli degli altri. Ma pensiamo che egli sarà generoso, tenendo presente la vicenda molto speciale di Marina Petrella, la gravità del suo stato e, anche, la grazia concessa dai suoi predecessori a Renato Curcio prima e a Ovidio Bompressi poi.

Ma da lui vorremmo qualcosa di più della grazia per Marina, con cui lei possa trovare le ragioni per continuare a vivere. Vorremmo un gesto che chiuda la pagina giudiziaria di oltre un decennio doloroso ma fattualmente concluso. Trent'anni sono molti, tutto lo scenario e i suoi soggetti sono cambiati. Ci aspettiamo che il Presidente della Repubblica indirizzi al Parlamento l'esortazione a trovare il modo di mettervi un punto finale. Non occorre una memoria condivisa fra chi ha anche compiuto atti gravi - e pagato assai caro, un tentativo di insorgenza sociale - e chi ne è stato vittima. Non crediamo alla dimenticanza pura e semplice, sappiamo dai greci che bisogna saper ricordare per mettere fine all'odio e dedicare un altare all'oblio. Sappiamo anche che non sono le famiglie colpite a voler ancora vendetta, non i Calabresi, non i Moro, non i Tarantelli.

Se Giorgio Napolitano inviterà a chiudere anche simbolicamente questa pagina forse non sarà subito ascoltato, ma la sua parola restituirà alla storia quella stagione e le darà pace.

I rom li schediamo per proteggere i bambini. Le moschee le chiudiamo per motivi urbanistici. L´Alto Commissariato per la lotta alla corruzione, invece, lo sciogliamo per tagliare la spesa pubblica. La decisione è contenuta in un articoletto passato inosservato del decreto legge del 25 giugno scorso. Un Paese che, secondo le classifiche di Trasparency International, risulta al quarantunesimo posto nella graduatoria mondiale sulla corruzione dei poteri pubblici, appena sopra la Malesia, ha deciso che l´Alto Commissario non ci serve. Protesta il Consiglio d´Europa, dove l´Italia aveva appena aderito allo speciale organismo per la lotta alla corruzione. E annuncia che «chiederà spiegazioni» al governo italiano.

In realtà la creazione dell´Alto Commissario deriva da una serie di impegni internazionali assunti dall´Italia. Oltre che dal Consiglio d´Europa, la presenza di una autorità nazionale indipendente che vigili sull´onestà dei funzionari pubblici è prevista anche dalla Convenzione dell´Ocse. E soprattutto dall´articolo 6 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla corruzione, che l´Italia si è impegnata a ratificare prima di assumere la presidenza del G8, che della lotta alla corruzione ha fatto una priorità. I casi sono due: o non aderiamo alla convenzione Onu, oppure ricostituiamo l´Alto Commissariato dopo averlo abolito. Con un indubbio aggravio per la spesa pubblica.

La manifestazione di ieri di Antonio Di Pietro (non solo sua, soprattutto sua) è stata un successo ma sarà inutile. Quello che ci aspetta sono cinque anni di inarrestabile potere berlusconiano. Cinque anni almeno. La legge che garantisce l'immunità al presidente del Consiglio, il principale, sacrosanto obiettivo dei manifestanti di ieri, sarà approvata domani sera dalla camera dei deputati. Senza problemi. Le contromisure al regime, se di regime si tratta e probabilmente sì senza per questo proporre impossibili paralleli con il passato, non si improvvisano. Non saremmo nell'abisso democratico che proprio i girotondi denunciano se bastasse lanciare un grido per provocare una reazione sufficiente a bloccare il treno del governo. Questa reazione non si intravede.

Che i manifestanti di ieri con il loro furore antiberlusconiano siano i principali alleati di Berlusconi, come ci raccontano in troppi, è una sciocchezza. Il cavaliere è un re nudo che si muove completamente al di fuori della Costituzione. Se c'è qualcuno tra la folla osannante che a un certo punto lancia un grido è un bene e al cavaliere non fa affatto comodo. Infatti ne è ossessionato. L'ossessione però finisce con l'essere reciproca. E trasforma la vicenda personale del presidente del Consiglio - i suoi interessi economici, i suoi processi, le sue amanti - nell'unica ragione valida per fargli opposizione. Il fatto che Berlusconi governa diventa più grave, più insopportabile del come effettivamente stia governando. Molte ragioni di opposizione al centrodestra e dunque al razzismo, all'istinto securitario, al classismo delle misure economiche, sono rimaste fuori dalla piazza di ieri sera. Sembra questo il limite più forte dei girotondi, più ancora delle semplificazioni, delle volgarità, degli argomenti che in fondo esprimono la stessa cultura autoritaria che si vorrebbe contestare.

L'opposizione non è un pranzo di gala. A farla nei confini dettati dal Corriere della Sera, Veltroni finisce col non farla affatto. Se adesso - a giorni alterni - promette battaglia è perché Berlusconi lo ha costretto e perché le grida di questa piazza disturbano anche lui. Ma non è al partito democratico che si può affidare l'alternativa al potere berlusconiano. Non ne ha le caratteristiche strutturali perché è nato per venire a patti con Berlusconi, tanto è vero che si è inventato un inesistente presidente del Consiglio statista. Non ne ha più il background istituzionale tanto è vero che si ricorda della Costituzione solo di fronte agli avvocaticchi del primo ministro e anche in quel caso chiuderebbe un occhio se servisse a resuscitare il «dialogo». Non ne ha alla fine nemmeno la voglia perché se padroni e salariati sono uguali non ha senso dividersi su chi sta con gli uni e chi con gli altri. L'alternativa dovremmo aspettarcela dalla sinistra, ma quel che resta della sua rappresentanza partitica è troppo impegnata a massacrarsi nelle sue piccole stanze. E se ieri ha fatto una pausa è stato solo per venire ad ascoltare l'urlo dei girotondi, ai piedi del palco. Ma almeno di questo non diamo la colpa a Di Pietro.

Comunque vada non saranno i guai giudiziari a far cadere Berlusconi dal piedistallo. Come accade da quattordici anni a questa parte. Ora, nella «doppietta» decreto bloccaprocessi-lodo Alfano, il premier può optare persino per la seconda ipotesi, facendo contenti i suoi alleati e fornendo al Pd l'apparenza di un punto da incassare. A dover scegliere il male minore, l'impunità temporanea per «le alte cariche dello stato» è sicuramente l'opzione preferibile. Ma sempre «male minore» è.

La vicenda conferma come la via giudiziaria al cambiamento politico sia un'illusione, ma - soprattutto - quanto sia sbagliato concepire la lotta al berlusconismo come battaglia che si risolve in una persona sola e nelle sue malefatte. Per quanto sia potente la persona e grave il malaffare. Un riduzionismo che, prima, ha costruito un'alleanza elettorale dal respiro corto come quella dell'ultimo governo Prodi e ora ha ridotto l'opporsi parlamentare al puro contrasto delle leggi ad personam predisposte dalla maggioranza del presidente del consiglio.

Così la prima manifestazione di massa contro un governo ignobile è costretta a muoversi sulle sabbie mobili di uno scambio tra le due modalità diverse messe in campo per garantire l'impunità berlusconiana, mentre il Pd si accontenta (per simularsi in vita) di un'innocua raccolta di firme in attesa di una piazza che verrà. Tra tre mesi, forse.

Nel frattempo Maroni prende impronte, Tremonti propaganda la sua carità ai poveri, il duo Brunetta-Sacconi smantella in via definitiva i diritti del lavoro, la Russa fa la guerra, Scajola predispone affari nucleari. In pochi vedono in queste politiche concrete l'essenza del berlusconismo; in pochissimi (e sparpagliati) provano a opporvisi. I più inseguono le vicende pecorecce dell'imperatore e dei suoi cortigiani o pensano di poterle esibire come prova d'indegnità a un'opinione pubblica ormai rotta a tutto o quasi.

Scendere in piazza è un atto lodevole e c'è da sperare che la manifestazione di oggi vada bene, che sia un augurio per il futuro. Ma è pericoloso ridurre la portata dell'iniziativa guardando solo la punta dell'iceberg: il problema dell'iniziativa contro «il ritorno del Caimano» non è in ciò che dice, ma in quel che non dice. Nel lasciare ai margini, ad esempio, i temi economici e sociali. Nell'ignorare che l'uso privato e affaristico della cosa pubblica è la forma che riveste la sostanza della trasformazione delle persone in merci, dei cittadini in sudditi. Una mezza opposizione.

Col Berlusconi IV, ogni giorno porta, a noi cittadini, la sua pena e a tutto il Belpaese la sua sventura. Il quadro generale dei nostri beni culturali è divenuto, in pochi mesi, fosco. Francesco Rutelli era stato criticato (anche su queste colonne) per un giro di nomine sbagliato, ma aveva difeso validamente nel governo Prodi i finanziamenti destinati alla tutela e alla cultura, e quelli per il Fondo Unico dello Spettacolo, inoltre aveva conseguito il risultato finale di far approvare il Codice per i beni culturali e per il paesaggio nella versione ampiamente riformata predisposta da Salvatore Settis. Versione che, per ora, il suo successore, Sandro Bondi, ha detto di non voler toccare. Purtroppo però o la capacità di contrattazione del roseo neo-ministro all’interno del governo Berlusconi è inesistente, molle come il burro d’estate, o egli non vede e non sente (se non glielo dicono). Venerdì lo stesso Salvatore Settis, presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali, ha messo il dito sulle piaghe di un ministero che, già a corto di risorse, si vede ora massacrato di tagli. Bondi parla e Tremonti fa, cioè taglia: un miliardo circa di euro nei prossimi tre anni, secondo Settis. Oltre ai 150 milioni già sottratti ad una amministrazione che deve fare i conti con le bollette della luce, del telefono e del gas, con le spese per i francobolli.

Il segretario nazionale della Uil-Bac, Gianfranco Cerasoli, ha accusato Sandro Bondi di fungere ormai da «commissario liquidatore» del ministero creato con tante speranze da Giovanni Spadolini nel 1975. Il piano di tagli predisposto dal duo Tremonti-Brunetta incide in modo pesantissimo sulla voce «tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici», cioè sulla ragion d’essere costituzionale del ministero stesso. In definitiva per tutta l’attività del ministero dei Beni e delle Attività Culturali (MiBAC) rimarrebbe una miseria contro risorse che sino a ieri ammontavano a 625 milioni di euro. Dunque, niente assunzioni di tecnici, riduzione degli orari dei musei e magari chiusure diffuse, nessuna ispezione o missione sul territorio con grande gioia di speculatori, ladri, tombaroli e abusivi. Si pagherebbero, di fatto, i magri stipendi (il direttore di un grande museo non arriva ai 1.500 euro mensili) e poco più. Con tanti saluti al turismo culturale motore di un movimento intenso di visitatori del Belpaese che apprezzano soprattutto le città d’arte, i musei e i paesaggi italiani, e sempre meno le spiagge e le montagne. Una sorta di suicidio in piena regola, anche a volerlo guardare dal solo punto di vista economico.

Due scenari emergono infatti da questa serie di amputazioni: nel primo caso, si è detto, avremmo la “morte” del ministero dei Beni culturali; nel secondo, «la sola riduzione del Fus (Fondo unico dello spettacolo, ndr) porterà ad una crisi degli attuali settori di intervento», commenta Cerasoli, «che colpirà, secondo le stime dell’Agis, almeno 1.100.000 lavoratori». Aggiungiamoci la cancellazione della Tax Credit e per il nostro cinema, appena risollevatosi un po’, sarà la tomba. Corollario finale: il ministero dell’Economia e Finanza, cioè il solito Tremonti, si tiene per sé «le entrate derivanti dai servizi aggiuntivi (legge Ronchey) che permetteva il reintegro di almeno il 50 per cento delle somme». E l’omone di burro Bondi che fa? Sorride, stringe mani, distribuisce targhe e premi. Sembra tanto contento di sé. Un necroforo felice. Ma dove vive?

Le disgrazie, dicevo, non vengono mai sole. Nelle pieghe del decreto legge del 25 giugno scorso, all’articolo 58, si scopre che il superministro Giulio Tremonti, privati i Comuni dell’Ici e di un ben po’ di risorse sino a ieri trasferite dal centro (Bossi e Calderoli dov’erano andati nel frattempo, a pescare?), spinge gli Enti locali a vendere, anzi a svendere tutto, travolgendo ogni regola di buona amministrazione, pur di turare le falle, or ora allargate, dei loro bilanci correnti.

I Comuni infatti dovranno operare forzosamente la privatizzazione del loro patrimonio edilizio formando Piani delle Alienazioni Immobiliari in cui iscrivere i «singoli beni immobili ricadenti nel territorio di competenza, non strumentali all’esercizio delle proprie funzioni istituzionali, suscettibili di valorizzazione ovvero di dismissione». Insomma: cari Comuni, non vendetevi proprio i palazzi civici e quelli degli uffici, però tutto il resto mettetelo sul mercato. Obiezione: ci sono i piani urbanistici vigenti a fissare le destinazioni d’uso dei vari immobili. Risposta: roba vecchia, il Piano delle Alienazioni votato dal consiglio comunale «costituisce variante allo strumento urbanistico generale». Non conta nulla che questo sia stato elaborato con procedure democratiche, osservazioni, ricorsi, controricorsi. Tutto cancellato: il Piano delle Alienazioni, in una botta sola, spazza via quell’intero ciarpame democraticistico. E i palazzi di valore storico-artistico? Non sappiamo, ma c’è ragionevolmente da temere anche per essi.

«Tragedia nella tragedia», commenta nel suo coraggioso sito eddyburg.it l’urbanista Edoardo Salzano, docente a Venezia, «nessuno ha reso pubblico questo ignobile provvedimento. Il potere degli Alienanti è diventato davvero egemonico, il loro governo un regime». Basterebbe, e avanzerebbe, questo ritorno in campo del Grande Alienatore e Cartolarizzatore Tremonti (che tante sofferenze sociali ha prodotto nel quinquennio 2001-2006). Ma, purtroppo, c’è, come abbiamo visto, la messa in liquidazione, per sottrazione di fondi, del ministero per i Beni e le Attività culturali che, suggerisce Salvatore Settis, ridotto ad una larva burocratica, potrebbe essere espropriato dalle Regioni. Lo propongono da tempo Toscana, Lombardia e Veneto. E, visto come vanno le cose in Sicilia, dove la tutela è già regionale, potrebbe anche essere la fine della cultura italiana intesa, da molti secoli, come la base, assieme alla lingua, di una identità nazionale unitaria.

ROMA - Difficile non confrontarsi con le parole di Umberto Eco. Difficile non chiedersi se davvero noi italiani siamo con un piede nel burrone, se davvero la democrazia qui, adesso, è in pericolo. «Non siamo ancora al regime – dice Rossana Rossanda – ma ci sono molti segnali di avvicinamento. Siamo al limite, tira un’aria brutta. Trovo importante che Eco sia intervenuto. Il rischio c’è. E a preoccuparmi non sono solo le gesta di Berlusconi, di La Russa, della "banda" che ci governa, ma il guasto profondo che si è prodotto nella società italiana, nell’opinione pubblica». Da Parigi, dove ormai vive quasi in pianta stabile, senza tuttavia perdere nulla di quel che succede in Italia, Rossanda vede un Paese incline al «populismo», in cerca del «capro espiatorio», «del poveraccio, del diverso», su cui far convergere frustrazioni, rancori, paure: «Se è vero che il 47 per cento degli italiani prova repulsione all’idea di vivere accanto a un Rom, allora bisogna battersi contro quel 47 per cento, ribellarsi all’egoismo, all’individualismo, risvegliare le coscienze».

Una democrazia, quella italiana, che scivola lentamente in altro. Dice Eco che «la maggioranza ha diritto di governare», ma altra cosa è il sentirsi depositari dell’unica verità. Dacia Maraini si farà prendere pubblicamente le impronte, il 7 luglio prossimo, a Roma, come atto di protesta contro uno dei provvedimenti più odiosi decisi da questo governo, la schedatura dei piccoli Rom. E’ d’accordo con Eco: «Questo Paese è borderline dal punto di vista della democrazia. Berlusconi non tiene conto di nulla, è un estremista, gestisce l’Italia come fosse una sua azienda. Maggioranza non può essere diritto di impunità, non è dominio sulla minoranza, non implica l’uso personalistico, poliziesco della politica».

La storia non si ripete o, semmai, si può ripetere in farsa, «ma anche le farse, a volte, possono essere inquietanti», avverte Rossanda che attribuisce un certo torpore etico anche alla scomparsa dei comunisti alla Berlinguer: «Potevi non essere d’accordo con loro, ma il Pci di allora, con le sue denunce, ti faceva sentire in colpa, agitava le coscienze». Oggi gli anticorpi sembrano minori. Che serva il ritorno alla piazza? «Se fossi a Roma – dice Rossanda - non andrei alla manifestazione dell’8 luglio perché intravvedo in Di Pietro un’idea della democrazia alimentata dalla vendicatività che non condivido». A ognuno il suo. Vincenzo Cerami pensa che, «per carità, un girotondo vada benissimo» ma da un «grande partito come il Pd, doverosamente dotato di senso delle responsabilità istituzionali, ci si attende una manifestazione alta, matura». Eco, dice Cerami, ha ragione quando fiuta il pericolo-regime in Italia ma l’immagine di «una minoranza che non osa reagire» non si applica certo all’opposizione veltroniana che, a mio avviso, non è né paciosa né tranquilla. Io dico: una manifestazione il Pd la farà, con i suoi tempi, con i suoi modi, senza un linguaggio impulsivo. Lasciamo che la maggioranza si cuocia nel suo brodo, lasciamo che vengano più allo scoperto...».

Lo scrittore Predrag Matvejevic, che ha conosciuto il regime croato di Tudjman e l’aria irrespirabile dei Paesi dell’Est, e ha ricevuto la cittadinanza italiana dal presidente Napolitano, tifa per un’Italia più reattiva: «Una democrazia a rischio può scivolare facilmente in quello che io chiamo "democratura" dove tutto sembra come prima, dove si proclama con forza il rito della democrazia ma, in realtà, è rimasto solo l’involucro».

Umberto Eco

"La minoranza ha il dovere di manifestare"

Repubblica, 2 luglio 2008

Umberto Eco ha inviato questa lettera a Furio Colombo, Paolo Flores d'Arcais, Pancho Pardi, promotori della manifestazione dell'8 luglio in Piazza Navona.

Cari Amici,

mentre esprimo la mia solidarietà per la vostra manifestazione, vorrei che essa servisse a ricordare a tutti due punti che si è sovente tentati di dimenticare:

1) Democrazia non significa che la maggioranza ha ragione. Significa che la maggioranza ha il diritto di governare.

2) Democrazia non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa che, mentre rispetta il governo della maggioranza, essa si esprime a voce alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perché questo è il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia.

Umberto Eco

Un presidente della Repubblica sotto tutela. Costretto a precisare di aver deciso in autonomia l'invito alla prudenza spedito ieri al Csm a proposito del decreto blocca processi. Precisazione complicata: in effetti Napolitano ha fatto esattamente quanto i due presidenti delle camere, guardiani della maggioranza berlusconiana, gli avevano chiesto 24 ore prima. Preoccupandosi poi di farlo sapere perché questa è la cifra istituzionale delle seconde cariche dello stato. Quando nel 1991 Francesco Cossiga volle condizionare le decisioni dell'organo di autogoverno della magistratura si mise a sedere alla presidenza del Csm. Napolitano ha scritto una lettera. Per ribadire l'ovvio, cioè che il Consiglio superiore ha la facoltà di esprimere pareri sulle leggi che riguardano l'organizzazione della giustizia - ha però sbagliato norma di riferimento, si tratta della 195 del 1958 - e per cavillare sui limiti di questi pareri. È pacifico: il controllo di costituzionalità sulle leggi non spetta al Csm, che infatti non lo svolge. Di quel potere è titolare la Corte costituzionale e in prima istanza anche il capo dello stato che non deve dimenticarsene.

Berlusconi impone leggi non costituzionali. Questo è un fatto, verificatosi più volte durante la legislatura 2001-2006. Leggi cancellate dalla Corte costituzionale anche quando il presidente della Repubblica le aveva firmate senza troppi problemi. Anche allora il Csm aveva lanciato un avvertimento sulla illegittimità delle leggi di Castelli, Bossi e Fini, Cirielli e Pecorella. Anche allora molto scandalo (della destra) ma nessun capo dello stato preoccupato di ridimensionare («marginalizzare» ha detto ieri il portavoce di Forza Italia) il Csm. Forse perché allora non si parlava di «dialogo»? E siccome adesso adesso se ne parla, il Csm dovrebbe chiudere gli occhi di fronte a una norma che senza alcuna ragionevolezza blocca alcuni processi, incluso quello del premier?

Costituzionalizzare Berlusconi è un'impresa impossibile. Uscire dall'anomalia italiana a cavallo del cavaliere pure, dal momento che l'anomalia è lui. Napolitano si impegna. Richiama tutti con i suoi «messaggi in bottiglia» nel nome di una correttezza istituzionale che non c'è. È costretto a inseguire Schifani e Fini, concede una copertura al presidente del Consiglio e ne è immediatamente ricambiato con l'annuncio di un possibile nuovo decreto sulle intercettazioni. La «moral suasion» non funziona col cavaliere. Che resta libero nelle sue sguaiate scorribande mentre gli altri poteri che dovrebbero contenerlo si frenano a vicenda con molta eleganza e rispetto. Se Napolitano con la sua lettera voleva un clima più disteso ha ottenuto solo un nuovo affondo della destra contro il Csm. Ora al capo dello stato resta solo l'estrema decisione, firmare o non firmare la legge con il «blocca processi». Scopriremo allora se c'è ancora qualche argine a Berlusconi oppure no.

LA STASI generale dei processi è un espediente faute de mieux: B. vuole l’immunità, reiterata nell’ascesa al Quirinale; e che intanto il dibattimento milanese dorma. S‘è visto perdente nel giudizio a regola d’arte (ai bei tempi li affatturava): se no, quale migliore occasione d’un dibattimento trionfale?; così conclude chiunque, munito d’un cervello, non militi sotto bandiera blu (colore della nuova pirateria, epoca «Beautiful»). La sua difesa è l’abusato giuramento purgatorio sulla testa dei figli, quarta volta: tali messinscene valevano poco già otto secoli fa, quando un canone del IV Concilio Laterano, anno 1215, squalifica l’obsoleta macchina giudiziaria vietando ogni apporto ecclesiastico alle «purgationes vulgares» (ordalie e duelli); dalla crisi emergono i sistemi inquisitori (raziocinio empirico sulla questione storica, giudici professionisti, fonti romane, leggi imperiali, statuti). Nella consueta chiave paranoide mima il gesto delle manette davanti ai Confesercenti che lo fischiano: toghe sovversive l’hanno condannato in segreto, sei anni, ma lui non è un povero diavolo inerme; cambierà le regole nell’interesse collettivo, Robin Hood delle libertà; e honny soit chi insinua sospetti d’un profitto personale. A ogni costo deve impedire la decisione milanese. Il famigerato emendamento sulla sicurezza viene utile sotto due aspetti: gli blinda un anno; e mettono paura le centomila cause che manda al diavolo per bloccare la sua. Non è discorso da cavaliere immacolato: li preoccupa la routine sconvolta?; gli garantiscano l’immunità, legando nel frattempo lo scomodo tribunale. Così parlano gli estorsori (art. 629 c. p.): «chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da 5 a 10 anni»; e nessuno se ne stupisce, tanto poca notizia fa Tortuga emersa nell’Olona. Che batta bandiera nera, è già chiaro quando i networks nascenti invadono l’etere, protetti da governanti complici, finché una vergognosa legge ad divum Berlusconem, cosiddetta Mammì (Oscar, ministro delle Poste), consacra il duopolio, ed è niente rispetto al séguito. Cade Craxi premier: affogano i tre del Caf, Craxi, Andreotti, Forlani; il pirata delle tv salta in politica, condottiero forzaitaliota; raddoppiando ogni volta la posta, oltre ad arricchirsi smisuratamente insegue l’en plein assoluto; se il colpo riesce, l’Italia sarà una signoria berlusconiana.

Non ha perso tempo. Venerdì 27 giugno Palazzo Chigi vota un ddl. a beneficio dei quattro presidenti: lui viene modestamente ultimo, dopo Quirinale, Palazzo Madama, Montecitorio; saranno immuni dal processo. Avviene nelle migliori corti europee, spiegano al pubblico i soliti piccoli Goebbels: gli elettori hanno diritto a un governo stabile; come può adempiere l’alto compito chi abbia addosso dei persecutori? Fandonie. I premier d’Europa non godono d’alcuno scudo, salvo l’eventuale autorizzazione a procedere quando siano parlamentari (in Francia e Olanda non lo sono) e viga tale ormai incongrua tutela, qui abolita dall’art. 1 l. c. 29 ottobre 1993 n. 3 (come in Belgio: altrove non è mai esistita, vedi Usa, Inghilterra, Svezia): risaliva ai tempi in cui oppositori scomodi rischiassero pressioni da una magistratura lunga mano del potere esecutivo; nell’Italia attuale il fine sarebbe inverso, lasciare impuniti gli uomini del re-padrone. Qualcosa della nient’affatto riguardosa prassi statunitense sappiamo dal caso Clinton-Levinski. Insomma, B. sarà l’unico capo del governo immune in quanto tale.

Il clou sta nell’art. 5: i processi restano sospesi finché dura la carica e la sospensione «non è reiterabile»; parrebbe uno sbarramento equo ma in cauda venenum, «salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura». Undici parole, soppesiamole. Due casi sono chiari: Il governo è affondato: dopo Primus viene Secundus; affonda anche lui; riappare Primus e perdurando la legislatura, rivive l’immunità. La seconda conclusione sicura è che a tali fini non valgano uffici diversi in legislature distinte, altrimenti un presidente del consiglio planerebbe au dessus de la loi 22 anni se, avendo governato per 5, nei 10 seguenti presiedesse Camera alta e Camera bassa, scalando infine Monte Cavallo. L’art. 5 ammette il bis solo rispetto alla «nuova nomina» durante «la stessa legislatura»: ora, niente impedisce che l’ex premier guidi una Camera o tutt’e due o la Repubblica; nella quale ultima ipotesi verosimilmente cade il limite dell’immunità alla singola legislatura; eletto in termine, la conserva sette anni. Sappiamo dove miri B.: puntava al Colle già nel secondo governo; vuol salirvi con i poteri d’un De Gaulle o Bush, mettendo a Palazzo Chigi qualche commesso ubbidiente e revocabile; tale resta l’obiettivo ma c’è una deadline o termine finale, oltre cui l’Eldorado svanisce (metafora molto realistica perché nemmeno lui sa quanti miliardi gli pioverebbero in soprannumero politico); il tutto deve accadere nella XVI legislatura. I conti sono presto fatti: Camera e Senato durano 5 anni, prorogabili con una legge, «soltanto in caso di guerra» (art. 60 Cost., c. 2); evento improbabilissimo; il quinquennio spira nell’aprile 2013; poco dopo scadono i sette dell’attuale Presidente; il quale fissa l’elezione entro 15 giorni dalla riunione delle Camere nuove; l’art. 85. Cost, c. 3, gli proroga i poteri; idem qualora manchi meno di tre mesi allo scioglimento delle Camere.

Se tutto va secondo i suoi calcoli, dunque, B. diventa capo dello Stato, presiedendo il Csm: sono gesta da Nave dei folli (tema ricorrente nella pittura didascalica quattro-cinquecentesca), visto che animale da preda sia e cosa pensi dei magistrati (mestiere sporco, vi confluiscono gli affetti da turbe mentali; e progetta visite psichiatriche); saranno spettacoli d’una strabica Dike fescennina ma, svanita l’immunità, eccolo in tribunale sotto l’accusa d’avere pagato un testimone perché mentisse. Non può succedere: il suo mondo ha qualche aspetto psicotico, però Leviathan, alias Caimano, è azzannatore infallibile; molti deliri sono coerenti; e nelle psicosi «acted out» il delirante modifica l’ambiente adeguandolo a sé. Dovendo essere eletto in questa legislatura, presuppone l’esodo dell’attuale Presidente. I casi sono tre: morte (nessun precedente); impedimento da malattia (Antonio Segni); dimissioni (Giovanni Leone). In tal senso aveva accennato una mossa. Resta da dire che mostro sia in termini costituzionali il ddl. dei quattro presidenti (meglio denominabile «c’est Moi», maiuscolo), e l’argomento richiede discorsi terribilmente seri.

ROMA — Era stato condannato, lui e altri cinque amministratori della Lega: propaganda di idee discriminatorie. «Firma anche tu per mandare via gli zingari», i manifesti che Flavio Tosi, oggi sindaco leghista di Verona, sette anni fa aveva sparso per la sua città e per i paesi vicini. «Gli zingari devono essere mandati via perché dove arrivano ci sono furti», aveva spiegato poi in una riunione.

La corte d'appello di Venezia non ha avuto dubbi: questo è razzismo. Due mesi di reclusione, per Tosi e per gli altri cinque. Tre anni di interdizione dalle campagne elettorali. Ma la Corte di Cassazione ha smontato tutto: lo ha assolto. E ha rinviato ad altra sezione della Corte d'appello.

La sentenza è di quelle destinate a far rumore: è la numero 13234 della Terza sezione penale. Non è facile star dietro alle quindici pagine delle motivazioni depositate già nel marzo scorso. In punta di penna e di diritto, la Suprema Corte legittima la discriminazione in base al comportamento. Ovvero: non puoi essere discriminato perché sei zingaro. Ma se sei ladro sì. E poco è importato ai giudici togati che Flavio Tosi aveva sostenuto, in buona sostanza, che tutti gli zingari sono ladri.

Bisogna andare a pagina 13 della sentenza. E leggere che la Cassazione conferma la frase di Tosi(riferita da una testimone) a proposito degli zingari, tutti ladri. Ma sostiene che con quella frase il sindaco manifestava «...un'avversione non superficiale che non era determinata dalla qualità di zingari delle persone discriminate, ma dal fatto che tutti gli zingari erano ladri. Non si fondava, cioè, su un concetto di superiorità o di odio razziale, ma su un pregiudizio razziale». E dunque?

La Suprema Corte ammette: «Certo, anche il pregiudizio razziale può configurare la discriminazione punibile allorché contiene affermazioni categoriche non corrispondenti al vero....». Ma?

I giudici con l'ermellino sono convinti: «In una competizione politica particolarmente accesa bisogna stare attenti al contesto...». E l'analisi di questo contesto viene esplicata per tutte le pagine di questa sentenza dove seguendo la Cassazione, in punta di penna, si fa fatica a coniugare il diritto con la logica e il buon senso.

Un esempio. A pagina 9 si parla dei sei imputati. La Suprema Corte è convinta: con i loro manifesti volti a raccogliere firme per una petizione non volevano cacciare via gli zingari, ma sistemarli meglio, nei paesi limitrofi a Verona. Eppure a pagina 12 scopriamo che proprio i paesi limitrofi a Verona erano stati tappezzati dei manifesti che chiedevano di firmare la petizione per mandare via gli zingari.

All'epoca dei fatti, settembre 2001, Flavio Tosi era capogruppo regionale della Lega nord. La sua petizione diceva: «I sottoscritti cittadini veronesi con la presente chiedono lo sgombero immediato di tutti i campi nomadi abusivi e provvisori e che l'amministrazione non realizzi nessun nuovo insediamento nel territorio comunale». E secondo la Cassazione questa petizione «non ha un contenuto palesemente discriminatorio ».

Uno strano errore è stato commesso e ripetuto dai diversi schieramenti che, nel corso di 15 anni, si sono opposti, spesso con tollerante mitezza all’impero di Berlusconi (nel senso di tutti i soldi e tutte le televisioni con cui fa politica). È stato l’errore di dire e pensare che Roberto Maroni fosse il più umano e normale dei leghisti, niente a che fare con vergognose figure come Borghezio e Gentilini.

Un errore grande. Non c’è alcuna differenza fra Maroni e Borghezio o Gentilini. Il ministro degli Interni di un Paese democratico che ordina di prendere le impronte digitali di migliaia di bambini italiani o ospiti dell’Italia, solo perché quei bambini sono Rom, è fuori dalla nostra storia di paese libero. È estraneo allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione, è ignaro del fascismo da cui ci siamo liberati e di cui ricordiamo con disgusto, fra i delitti più gravi, l’espulsione dei bambini italiani ebrei dalle scuole italiane.

È stato uno dei peggiori delitti perché quella umiliazione spaventosa a cui sono stati sottoposti i più piccoli fra i nostri concittadini ebrei, alla fine ha generato lo sterminio. Il ministro degli Interni non è così giovane e così ignaro, per quanto la sua formazione sia immersa nella barbara e claustrofobica visione

Il ministro dell’Interno sa, e non può fingere di non sapere che obbligare i bambini di un gruppo etnico (molti radicati in Italia da decenni, alcuni da secoli) alle impronte digitali vuol dire lacerare la nostra vita, spaccare e isolare dal resto del Paese una parte di coloro che vivono e abitano con noi. Vuol dire indicare a tanti, che hanno più o meno la sensibilità morale del ministro, “gli zingari” compresi “i bambini zingari” come estranei, reietti e degni di espulsione. Chi è indicato come “da escludere” diventa per forza qualcuno da perseguitare.

Si noti un particolare davvero disgustoso e non accettabile: l’impronta verrà presa prima di tutto e più facilmente ai bambini che vanno a scuola e verranno che marchiati di fronte ai compagni. E sarà una umiliazione grave per la Polizia italiana. L’ideologia conta poco e nessuno, salvo xenofobia e razzismo, conosce uno straccio di ideologia della Lega. Ma la decisione di sottoporre i bambini di un gruppo selezionato come nemico all’umiliazione delle impronte digitali è una decisione fascista.

Mi impegno a tentare con le mie prerogative di parlamentare di impedirlo. Chiedo ai colleghi Deputati e Senatori che si riconoscono nella Costituzione di volersi unire per difendere i bambini Rom, l’onore della nostra Polizia, ciò che resta della nostra civiltà democratica.

Dunque Silvio Berlusconi dice di non essere ossessionato dai giudici. Se così fosse, tutto sarebbe più semplice. Il Cavaliere è il legittimo capo del governo del Paese, ha ottenuto un forte consenso popolare, guida una maggioranza compatta di parlamentari che ha potuto scegliere e nominare personalmente, è alla sua terza prova a Palazzo Chigi, può finalmente trasformarsi in uomo di Stato. Intanto i suoi avvocati lo difendono con sapienza, libertà e ampia fantasia tecnica nel processo di Milano, dov’è imputato per corruzione in atti giudiziari, con l’accusa di aver spinto l’avvocato londinese Mills a dichiarare il falso sui fondi neri all’estero della galassia Fininvest. Due poteri dello Stato – l’esecutivo e il giudiziario – svolgono il loro ruolo, nelle loro prerogative autonome, ed entrambi nell’interesse del libero gioco democratico, al servizio della Repubblica. Poi, l’opinione pubblica giudicherà gli esiti. Si chiama separazione dei poteri, è uno dei fondamenti dello Stato moderno, e realizza il principio secondo cui la legge è uguale per tutti, anche per chi ha vinto le elezioni e governa il Paese. Perché l’eguaglianza, come spiega Rawls, «è essenzialmente la giustizia come rispetto della norma».

Ma si può dire che sia così? Stiamo ai fatti. Ieri Berlusconi è entrato tra applausi e invocazioni da stadio all’assemblea della Confesercenti, pronta ad ascoltare la ricetta del governo per una categoria che ad aprile ha visto i consumi in caduta libera (-2,3 per cento), con i piccoli negozi in calo del 4,1, il settore non alimentare del 3,4.

Ma il Cavaliere, dopo aver ringraziato per l’accoglienza "tonificante" ha mimato con le mani incrociate le manette, ha assicurato che «certi pm vorrebbero vedermi così», ha spiegato che i giudici politicizzati sono "una metastasi della democrazia", una democrazia peraltro «in libertà vigilata, tenuta sotto il tacco» dalla magistratura ideologizzata «che vuole cambiare chi è al governo, ledendo con accuse fallaci il diritto dei cittadini a essere governati da chi hanno scelto democraticamente»: mentre il Pd, difendendo i magistrati, ha spezzato il dialogo che Berlusconi ormai rifiuta, perché non vuole discutere «con un’opposizione giustizialista».

Siamo dunque davanti alla rappresentazione istituzionale di un’ossessione. Anzi, ad un’ossessione che si fa governo, che si trasforma in legge, che rompe una politica e ne avvia un’altra. Un’ossessione che si fa verbo e carne, misura di una leadership, orizzonte di una maggioranza, cifra definitiva dell’avventura di questa destra italiana talmente impersonata dal Cavaliere da precipitare intera nei suoi incubi. Si capisce perfettamente la scomodità di fronteggiare un processo per corruzione mentre si è appena riconquistata con un trionfo elettorale la legittimità a governare il Paese. E tuttavia questa scomodità è anche una delle prove della democrazia sostanziale di una Repubblica. Perché non è in gioco, com’è ovvio e com’è evidente, il pieno diritto e la piena libertà dell’imputato Berlusconi a difendersi con ogni mezzo lecito nel processo, facendo valere fino in fondo le sue ragioni, sperando che prevalgano. In gioco, c’è il privilegio improprio di quell’imputato, che può contare sull’aiuto del Premier Berlusconi. Un aiuto attraverso il quale il potere politico diventa ineguale perché abusando della potestà legislativa costruisce con le sue mani - le mani del Presidente del Consiglio, che sono le stesse mani dell’accusato in giudizio - un vantaggio indebito contro un altro legittimo potere della Repubblica (il giudiziario) e contro i cittadini che si trovano nelle sue stesse condizioni, ma non possono contare su quel privilegio.

Per salvarsi da un potere che opera in nome di quello stesso popolo italiano da cui ha avuto un consenso amplissimo, il Cavaliere ha infatti deciso di trasformare il suo personale problema in un problema del Paese e la sua ansia privata in un’urgenza nazionale. Dopo aver ritagliato dentro la procedura penale una misura di sospensione dei processi che ha il profilo della sua silhouette, per bloccare la sentenza in arrivo a Milano, ha provato a trasformare in decreto legge (dunque un provvedimento con carattere di necessità e di urgenza) il nuovo lodo Schifani che per la seconda volta tenta di garantirgli l’immunità penale. Com’è evidente, è proprio l’urgenza di legiferare sotto necessità impellente che rende le due norme inaccettabili, perché patentemente ad personam. È il legame tra le due misure che le svilisce a strumento di salvacondotto meccanico. È tutto ciò, più la coincidenza democraticamente blasfema tra la persona dell’imputato, del capo del governo e del capo della maggioranza legislativa che fa del caso italiano qualcosa di molto diverso dal sistema costituzionale della garanzie per le alte cariche in vigore in alcuni Paesi: dove i Parlamenti - almeno in Occidente - legiferano su tipologie astratte nell’interesse del sistema e non su biografie giudiziare specifiche per dirottarne l’esito nell’interesse privato, spinti dal calendario di un processo in corso.

A due mesi appena da un voto che aveva garantito maggioranza certa, leadership sicura, alleanze blindate, opposizione dialogante, stiamo dunque assistendo ad un incendio istituzionale in cui tutto brucia, nel rogo di un leader che ogni volta consegna i suoi talenti ad un demone, sempre lo stesso. Brucia anche l’autorevolezza del premier e la sua credibilità se non come uomo di Stato almeno come uomo d’ordine: proprio ieri, mentre attaccava i giudici in preda ad un’ira visibile, la platea plaudente dei commercianti ha cominciato a mormorare, poi a rumoreggiare, infine a gridare, con i primi fischi che solcano il miele di questa luna berlusconiana, luminosa per due mesi, e improvvisamente nera. Dice la commissione del Csm incaricata di preparare il plenum che la norma salvapremier farà fermare oltre la metà dei processi in corso, scegliendo arbitrariamente tra i reati, introducendo casualmente uno spartiacque temporale, violando la Costituzione quando parla di "ragionevole durata" del dibattimento, fino a realizzare nei fatti una "amnistia occulta". Sullo sfondo, per tutte queste ragioni, si annuncia un conflitto con il Capo dello Stato che ancora ieri ha chiesto rispetto tra politica e magistratura, ma senza illudersi: «Con la moral suasion lancio messaggi in bottiglia, non sapendo chi vorrà raccoglierli».

Rotto il dialogo, perché ieri Veltroni ha chiuso definitivamente la porta, il Cavaliere è dunque solo davanti alla sua ossessione. Che non è politicamente neutra, e nemmeno istituzionalmente, perché sta producendo giorno dopo giorno una specialissima teoria dello Stato che potremmo chiamare monocratico, con un potere sovraordinato perché di diretta derivazione popolare (il governo espressione della maggioranza parlamentare) e tutti gli altri poteri della Repubblica subordinati: al punto da diventare illegittimi quando mettono in gioco nella loro autonoma funzione il nuovissimo principio di sovranità che vuole il moderno sovrano legibus solutus. I costituzionalisti hanno previsto questa forma di "autoritarismo plebiscitario", e Costantino Mortati ha parlato di "sospensione delle garanzie dei diritti" per la necessità "di preservare l’istituzione da un grave pericolo che la sovrasta" e per la precisa esigenza "di sottrarre a controlli l’opera del capo": ma nessuno avrebbe detto che eravamo davanti a questa soglia.

E invece, questo è un esito possibile - istintivo e necessitato più che teorizzato, e tuttavia perfettamente coerente - del populismo italiano all’opera da quindici anni, capace non solo di conquistare consenso ma di costruire un senso comune dominante, d’ordine e rivoluzionario insieme, tipico della modernizzazione reazionaria in atto. Nel quale può infine crescere senza reazioni questa sorta di opposizione dal governo tipica della destra populista, una speciale forma di "disobbedienza incivile" come atto contrario alla legge, con la maggioranza che detiene il potere politico impegnata a chiamare il popolo alla ribellione.

Questa, non altra, è la posta in gioco. Si può far finta di non vederla, per comodità, pavidità, complicità o per convenienza. Lo stanno facendo in molti, dentro il nuovo senso comune che contribuiscono a diffondere. Sarà più semplice per Berlusconi compiere il penultimo atto, l’attacco finale alla libera stampa. Poi il privilegio prenderà il posto del governo della legge, rule of law. Ecco dove porta l’ossessione del Cavaliere. C’è ancora tempo per dire di no: non tutta l’Italia è acquisita, indifferente e succube.

Bisogna dare atto a Silvio Berlusconi di aver compiuto un capolavoro. Malefico, ma un capolavoro. Va anche detto che non ha trovato molti contrasti, da un'opposizione parlamentare edulcorata a un presidente della Repubblica timorosissimo. Ma resta la sostanza del primo via libera parlamentare a un decreto sicurezza che mette insieme il danno e la beffa: il danno di misure repressive e a-costituzionali (ronde militari, espulsioni a pioggia, immigrazione concepita come pericolo sociale) con la beffa dell'impunibilità personale del premier spacciata come operazione di pubblica sicurezza.

Il capolavoro di Berlusconi consiste nell'aver creato (con la complicità di tv e giornali, e non solo quelli di proprietà) una doppia emergenza - pubblica e privata - su cui far passare un apparato di norme per cui i presidenti dei tribunali dovrebbero smontare dai loro tavoli quella vecchia scritta che recita «la legge è uguale per tutti». Di più. Il premier è riuscito a catalizzare su di sé (e sui provvedimenti che lo riguardano) tutte le attenzioni mediatiche e politiche del decreto sicurezza, facendo passare in secondo piano le misure altrettanto gravi che riguardano il resto degli umani. In questo modo l'opposizione parlamentare è rimasta ancora una volta vittima di un antiberlusconismo superficiale, tutto legato al Berlusconi-persona e del tutto scollegato al Berlusconi-soggetto politico.

Il guaio è che sembra essere passata la logica di scambio che il premier ha proposto all'opinione pubblica: «Io vi garantisco la sicurezza di strada e voi mi concedete l'immunità personale». Un po' come accadeva per l'antico istituto della dittatura romana: pieni poteri al dux di fronte al nemico che bussa alle porte. Non importa che il nemico sia una creazione ideologica, né che le misure securitarie proposte servano a nulla, quel che conta è l'opinione comune che si viene a creare e i benefici effetti che il «dittatore» ne trarrà. Siano essi quelli dei processi cancellati votati dal senato (soluzione tirannico-personale) o quelli di un novello lodo Schifani per l'immunità temporanea offerta alle alte cariche dello stato (soluzione oligarchico-castale).

Rimediare a un simile disastro non sarà facile. Servirebbe una mobilitazione non ridotta a testimonianza di pochi, una politica capace di ammettere i propri errori, un'informazione non asservita, una cultura capace di una comunicazione non elitaria. O, almeno, un segnale, un gesto di coraggio che dall'alto di un Colle dica «siamo una repubblica democratica, non una tirannia né un'oligarchia». O è pretendere troppo?

Quaranta cadaveri e un centinaio di dispersi, che non troveremo mai, nel mare di Sicilia. Persone, esseri umani, che fuggono dai loro paesi, raggiungono la costa meridionale del Mediterraneo. È una storia di sterminio di massa che si ripete e continuerà. Di chi è la responsabilità di questa strage continua? Nostra, della nostra globalizzazione aperta a tutti i movimenti di capitali, ma chiusa - fino all'omicidio di massa - alle persone, a quelli che non riescono a vivere nei loro paesi e a rischio di morte tentano di sbarcare nel nostro mondo ricco e benestante. Magari solo per mendicare, ma in un paese ricco la mendicità può dare da vivere.

È una tragedia, ma essendo una tragedia di poveracci non diventa mai un nostro problema. Al massimo si cerca di eludere il problema con più vigilanza, con sbarramenti di motovedette e guardie.

Questi disperati migranti non c'erano un tempo o il fenomeno era meno rilevante. Oggi queste popolazioni sono più povere, alla disperazione, perché nei loro paesi la popolazione è cresciuta e perché le loro produzioni sono state distrutte dalla nostra crescita di produttività. Perché la nostra globalizzazione è stata quella dei paesi benestanti, quasi il club dei signori. E - va detto - nei nostri paesi benestanti la globalizzazione finanziaria e mercantile ha accresciuto il distacco tra poveri e ricchi. E i nostri poveri, quelli che lavorano a salario a tempo determinato, o in nero, temono l'arrivo di altri poveri, ancora più poveri e più disposti a lasciarsi sfruttare per un tozzo di pane.

Gli imperi coloniali non ci sono più, ma viene da dire che siamo andati al peggio. Non ci sono più le colonie, ma c'è la colonizzazione volontaria di tutti quelli che nei loro paesi non riescono più a vivere e tentano di farsi individualmente colonizzare nei nostri paesi ricchi.

Questi movimenti migratori sono diventati una costante tragica dei nostri tempi e quel che sorprende è che non ci sia nessuna iniziativa non dico democratica, ma almeno umanitaria. Pensiamo solo a rafforzare le frontiere e basta. Tacciono i governi, tacciono anche i partiti di opposizione e qui da noi tace anche la Chiesa cattolica, quelli che tentano di arrivare mica sono cristiani!

Questa tragedia degli emigranti - donne, bambini e uomini condannati ad affogare nel nostro bel Mediterraneo - non sembra toccare la sensibilità delle nostre società, dei nostri politici, dei nostri intellettuali. Un'insensibilità che segna il nostro grado di imbarbarimento.

Spesso chi ci guarda da fuori dice qualcosa su noi e la nostra storia che è difficile dire a se stessi e perfino pensare. Di questo nostro terzo occhio possiamo risentirci o esser grati: comunque avremo l’impressione d’ascoltare una non improbabile verità. Nel mezzo d’un attonito imbarazzo un ange passe: un angelo passa, dicono i francesi. Accade nella vita degli individui come delle nazioni, e l’Italia non è l’unica a sperimentarlo. La Francia ha iniziato a scrutare dentro il proprio passato fascista grazie allo storico americano Robert Paxton, nel '66: l’angelo passò e i francesi impararono a vedere nel vasto buio della collaborazione. Chi guarda da fuori non è necessariamente uno straniero: può anche essere un connazionale che riesce a guardare da una certa distanza, che è meno fasciato da bende linguistiche patrie. Così è stato per l'Italia nell'ormai lunga epoca dominata da Berlusconi. La parola che più spesso la definisce è, da anni, «anomalia democratica»: il terzo occhio questo vede, anche quando comprende l’inquietudine della maggioranza che l’ha votata.

Sull’anomalia di Berlusconi molto è stato scritto, negarla è difficile. È anomalo il conflitto d’interessi. È anomalo che un governante controlli tutte le tv private e, se è al potere, anche le pubbliche. È anomala la naturalezza con cui, quando è Premier, cura i propri interessi e fabbrica leggi che gli evitino processi. È anomalo il fatto che continuamente si indaghi su di lui per corruzione, anche di giudici. Visti da fuori, i magistrati non sembrano eversori. Tutto questo non sorprende più molto: l’anomalia è nota ai più. Molto meno si è scritto invece sull’anomalia dell’opposizione: anomalia che crea ripetuto sgomento, in chi ci osserva con quel terzo occhio. Un’opposizione così impaurita di sé, così ansiosa d’apparire dialogante e conciliante, si vede di rado nelle democrazie. L’articolo dell’Economist del 12 giugno è rivelatore perché del tutto privo dei nostri infingimenti, come in passato lo è stato su Berlusconi. Questa volta lo sbigottimento si sposta su Veltroni: anche se il leader dell’opposizione ha scelto uno «stile Westminster» (governo ombra, fair play formale) «non c’è assolutamente nulla di britannico» nella sostanza del suo agire. Un’opposizione all’inglese, scrive l’Economist, non avrebbe esitato a indagare su Schifani - dopo le rivelazioni di Abbate e Travaglio - scoraggiando la sua nomina a presidente del Senato. Non avrebbe esitato a denunciare le bugie sulla cordata italiana pronta a comprare Alitalia in condizioni migliori di Air France. Avrebbe alzato una barriera contro il reato d'immigrazione clandestina, il divieto d’intercettazione per crimini tutt’altro che minori, le leggi che sospendono un enorme numero di processi (compresi i processi a Berlusconi; il processo per le violenze contro i manifestanti al vertice G8 del 2001; il processo sulle morti causate dall'amianto). La militarizzazione delle città crea straordinari consensi di italiani, infine, senza perciò divenire ordinaria.

Questa fatica-riluttanza a opporsi non solo è poco britannica. È poco francese, tedesca, americana. Perché nessuno, in questi Paesi, teme di apparire quel che è: inequivocabilmente oppositore, portato a dire no e a mostrare sempre quella che potrebbe essere l’alternativa al governo presente. Non mancano naturalmente le eccezioni: nell’emergenza alcune scelte sono condivise. Ma sono eccezioni, appunto: i politici sanno che le emergenze fiaccano la democrazia proprio perché aboliscono il conflitto, deturpano i modi di dire, demonizzano l’opposizione, parlamentare o giornalistica. Vogliono presto tornare a dividersi e appena possono lo fanno.

Così si comportano, senz’alcuna remora, i socialisti francesi, i democratici Usa, i conservatori inglesi: quando attaccano o contrattaccano, non si sentono in dovere di spiegare i motivi profondamente torbidi per cui hanno interrotto il dialogo. Non danno a questo opporsi il nome indecoroso di antiriformismo o massimalismo. Non sono accusati dalla stampa di «pura agitazione», di «precipitare nel rivoluzionarismo verbale». Nessuno si sognerebbe di accusare i democratici Usa di antibushismo, o la sinistra francese di antisarkosismo. Sono eccettuati i Paesi con larghe intese: in Germania i socialdemocratici non attaccano la Merkel perché la necessità li ha spinti nella Grosse Koalition. Nessuno dei due la voleva, ma hanno dovuto farla e non vedono l’ora di smettere, e riprendere la classica dialettica fra chi governa assumendosene le responsabilità e chi si oppone preparando il ricambio. In Italia non c’è Grande Coalizione ma una strana invasiva idea del decoro impone il linguaggio da Grande Coalizione.

In Italia si fatica a dare un nome al governo Berlusconi: un regime paradossale che promette sicurezza e lede la rule of law. Che fa ardite leggi finanziarie e sottovaluta la cultura della legalità. Ma ancor più impervio è dare un nome all’opposizione. Il Pd si oppone ma non vuol essere antiberlusconiano, si oppone ma non vuol farlo con la determinazione - peraltro rara - dell’Ulivo. Si oppone nell’impaccio, quasi avesse alle spalle severissime offensive: contro il conflitto d’interessi, contro le leggi ad personam. Nulla di questo è stato fatto eppure s’espande la paura di apparire antiberlusconiani, non nella realtà dei fatti ma nell’immaginario della pubblica chiacchiera.

Il clima nelle ultime ore sembra mutato, ma siccome alcune tendenze restano converrà indagare sulle radici di questo immaginario fatto di timori e fantasmi. Una delle radici è forse nella storia del Pci, evidentemente ancora inconclusa o mal conclusa. Non più comunisti, ormai liberali, gli eredi di Togliatti sono alla ricerca di un’identità introvabile ma una cosa sanno e desiderano: tutto vogliono essere, fuorché sembrare quello che sono stati in passato, cioè oppositori intransigenti. È l’intensità dell’opporsi che giudicano deleteria, molto più dell’ideologia che per decenni la sorresse. Abbandonata l’ideologia anche l’opporsi in sé viene abbandonato, come qualcosa di cui ci si vergogna, che sveglia un fantasma sgradito: il proprio. Scrive Paolo Flores d’Arcais sull’ Unità che Veltroni non sa dire sì sì, no no. In realtà non oscilla: ha un rapporto malsano con il no, associandolo al no massimalista detto per mezzo secolo dai comunisti dell’Est e dell’Ovest.

Per la verità prima ancora di cambiar nome i riformatori postcomunisti avevano cambiato linea. Ma la cambiarono nell’economia, più che su Stato di diritto e rule of law. Ricordo i tempi in cui chi si congedava dai totalitarismi, in Est Europa, era affascinato da Pinochet. Pinochet aveva abolito la rule of law, ma aveva scommesso sul capitalismo con notevole successo, e questo piaceva al postcomunismo. Quel che non gli piaceva era ben altro, e gli incuteva panico. Panico di somigliare alle sinistre radicali, figure redivive del proprio passato. Panico, oggi, di fronte a chi fa dura opposizione concentrandosi innanzitutto sulla rule of law (Di Pietro, Bonino). Il discredito che colpisce i girotondi (ma che hanno fatto di sovversivo?) è segno di questa pavidità e del conformismo che secerne. Il confluire di tradizioni democristiane nel Pd non aiuta. Avvinti gli uni agli altri, i finti affratellati pencolano nel vuoto.

I massimi dirigenti del Pd hanno grandi tremori e forse non sarebbe male che cominciassero a parlarne. Altrimenti chi guarda da fuori continuerà a sbigottirsi: più sorpreso da questi tremori, in fondo, che da Berlusconi. Tra l’Italia e le altre democrazie si sta aprendo un baratro più vasto di quello che immaginiamo: non solo tra governanti diversi ma tra oppositori, giornalisti, sindacati diversi. Quasi non ce ne accorgiamo. Non ne usciremo dicendo che siamo così complicati e che nessuno, fuori casa, è in grado di capirci.

L'effetto più evidente della globalizzazione è riscontrabile nell'ampliamento della forbice tra ricchi e poveri: sempre più ricchi i già ricchi, sempre più indigenti, i poveri.

Nei paesi industrializzati, lo indicano chiaramente le statistiche, mediamente una cittadino su sette vive al di sotto della soglia di povertà.

Certo, si tratta di una povertà relativa, almeno se confrontata con quella dei paesi che molti si ostinano a chiamare del «Terzo mondo». Anche se relativa, però, è pur sempre povertà. E come tale provoca sofferenze, anche psicologiche, e privazioni materiali.

Per contrastare l'emarginazione, molti paesi anziché ricorrere a politiche di integrazione, preferiscono la soluzione più antica del mondo: la carità. Nel paese più ricco e potente del mondo - gli Stati uniti - l'obolo si chiama «Food stamp»: è un buono acquisto da 100 dollari al mese destinato, come contributo all'acquisto di cibo, ai molto poveri. Attualmente ne sono «elargiti» 26 milioni. Visto che la popolazione Usa supera i 300 milioni, questo significa che circa 12 cittadini su 100 hanno bisogno di un obolo mensile per poter sopravvivere. Recentemente ci sono state molte proteste: l'aumento dei generi alimentari ha reso insufficiente la somma elargita: 100 dollari al mese, poco più di 70 euro al mese. Ovvero 1.200 dollari l'anno, l'equivalente di 850 euro.

Secondo molti esperti, sarebbe necessario raddoppiare l'importo del food stamp. Ma servirebbero troppi soldi, rispondono gli uomini di Bush. In realtà quei 100 dollari al mese moltiplicati per i cittadini che li percepiscono comportano una spesa inferiore ai 30 miliardi di dollari l'anno. Non pochi, ma nulla se confrontato con la spesa per la difesa (600 miliardi l'anno) e la spesa pubblica complessiva che supera i 4 mila miliardi di dollari.

Tremonti che è uomo di mondo e conosce molto bene la realtà statunitense ha fatto una pensata: importare in Italia il food stamp. Un assegno (probabilmente una carta di credito prepagata) che sarà elargita a 1,2 milioni di molto poveri. La pensata geniale è di associare questo obolo alla Robin Hood tax, un tassa che colpirà le imprese più «odiate» dagli italiani: compagnie petrolifere, banche e assicurazioni. Però, importando dagli Usa il buono pasto per i poveri, il governo Berlusconi è stato un po' stitico: non 75 euro al mese come negli Usa, ma appena 40. Come dire 1,33 euro al giorno, neppure un cappucino e cornetto. E questo nonostante la platea dei beneficiari sia molto più limitata: 1,2 milioni di cittadini molto poveri, secondo i calcoli del governo. Che ha aggiunto: i soldi potranno essere utilizzati per acquistare da mangiare o per pagare le bollette. C'è da dubitare che con 480 euro l'anno (per una spesa complessiva che supererà di poco i 500 milioni di euro) si possano pagare molte bollette di luce, gas, riscaldamento, telefono e nettezza urbana, abbonamento alla tv.

Il proverbio dice: «A caval donato non si guarda in bocca». D'altra parte anche il centro sinistra non era stato molto generoso con i molto poveri. La tecnica era stata sempre quella della regalia a quelli che con una brutto termine sono definiti «incapienti».

Forse qualcuno si vergognerà nel ricevere la carta di credito prepagata, ma sicuramente saranno in molti a benedirla. Tutto bene, allora? Non proprio. Quello che proprio non va è l'ideologia del provvedimento di stampo liberista. Per i poveri la cosa necessaria sono i servizi. Ma sul fronte di questi trasferimenti il governo è pronto ad abbattere la mannaia in primo luogo sui fondi agli enti locali. E vedrete che i 400 euro l'anno non copriranno gli aumenti che a livello locale saranno approvati per far fronte ai tagli.

Nel dialetto subalpino circolava una metafora romanesque: «l’hanno cambiato a balia»; forse lo dicono ancora d’uno che improvvisamente risulti diverso (i dialetti e relativa sapienza vanno estinguendosi); l’ubriacone diventa asceta, il codardo compie gesta eroiche et similia.

Stanno nel fisiologico le metamorfosi lente operate da lunghi esercizi (Freud le chiama forme reattive, Reaktionsbildungen). Qui è innaturalmente fulminea. Tale appariva la conversione del Caimano in homme d’Etat pensoso, equanime, altruista. Impossibile, natura non facit saltus. Nessuno cambia d’un colpo a 72 anni, tanto meno l’egomane insofferente delle regole (etica, legalità, grammatica, buon gusto), specie quando sia talmente ricco in soldi e voti da mettersele sotto i piedi. Era molto chiaro dall’emendamento pro Rete4, in barba alla disciplina della concorrenza, ma i cultori del cosiddetto dialogo perdonano tutto o quasi.

Nell’aria del solstizio, lunedì sera 16 giugno, Leviathan (nome biblico del coccodrillo archetipico) batte due colpi. Partiamo dall’arcinoto retroscena. Come gli capita spesso, soffre d’antipatiche rogne giudiziarie: in un dibattimento milanese prossimo all’epilogo è chiamato a rispondere del solito vizio, definibile lato sensu "frode"; stavolta l’accusa è d’avere pagato David Mills, avvocato londinese, affinché dichiarasse il falso su fondi neri esteri; l’aveva incautamente svelato l’accipiens. Inutile dire quanto gli pesi la prospettiva d’una condanna: il massimo della pena è otto anni, art. 317 ter c. p., o sei, se fosse applicato l’art. 377 (indurre al falso chi abbia la facoltà d’astenersi); appare anomala l’ipotesi d’un presidente del Consiglio interdetto dai pubblici uffici, né sarebbe pensabile l’insediamento al Quirinale nell’anno 2013; punta lì, lo sappiamo, in un’Italia ormai acquisita, patrimonio familiare, dépendance Mediaset. La posta è enorme. Altrettanto i mezzi con cui risponde al pericolo.

Esiste un dl sulla sicurezza pubblica. Palazzo Madama lavora alla conversione in legge. Gli emendamenti presentati dai soliti yes men prevedono la sospensione d’un anno dei processi su fatti ante 1 luglio 2002, la cui pena massima non ecceda i 10, pendenti tra udienza preliminare e chiusura del dibattimento; così tribunali e corti sbrigheranno il lavoro grosso. Lo dicono senza arrossire i presentatori del capolavoro e lo ripete Leviathan nella lettera al presidente del Senato, sua devota creatura, annunciando un secondo passo, ripescare l’immunità dei cinque presidenti, dichiarata invalida dalla Consulta quattro anni fa.

Sarà sospeso anche uno dei processi inscenati a suo carico «da magistrati d’estrema sinistra»: gliel’hanno detto gli avvocati; che male c’è?; un perseguitato politico deve difendersi; e ricuserà il presidente del tribunale, lo rende noto en passant. Ma è puro caso che l’emendamento gli riesca comodo. La ratio sta nell’interesse collettivo. Discorso molto berlusconiano, chiunque glielo scriva. Tra un anno sarà immune: se non lo fosse ancora, basterebbe allungare la sospensione; tra cinque da palazzo Chigi scala Monte Cavallo, sono due passi; nel frattempo vuol essersi riscritta la Carta vestendo poteri imperiali (davanti a lui, Charles-Louis-Napoléon, III nell’ordine dinastico, è un sovrano legalitario). In sede tecnica riesce arduo definire questo sgorbio, tanto straripa dalla sintassi legale. Ciurme parlamentari sfigurano il concetto elementare della legge: va al diavolo la razionalità immanente i cui parametri indica l’art. 3 Cost.; l’atto rivestito d’abusiva forma legislativa soddisfa solo l’interesse personale del futuro padrone d’Italia.

Vengono in mente categorie elaborate nel diritto amministrativo: «le détournement du pouvoir»; mezzo secolo fa Francesco Carnelutti configurava l’ipotesi «eccesso di potere legislativo». Siamo nel regno dei mostri, studiato dal naturalista Ulisse Aldrovandi. L’espediente appare così sguaiatamente assurdo in logica normativa, da sbalordire l’osservatore: perché sospendere i processi su fatti ante 1 luglio 2002, mentre seguitano i posteriori?; e includervi i dibattimenti alla cui conclusione manchi un giorno?; tra 12 mesi l’ingorgo sarà più grave, appena ricadano nei ruoli. Che nel frattempo il taumaturgo d’Arcore abbia quadrato il cerchio allestendo una giustizia rapida, è fandonia da imbonitori: la pratica abitualmente, quando non adopera le ganasce; o forse sottintende una tacita caduta nella curva dell’oblio; spariscono e non se ne parla più, amnistia anonima. Oltre alla patologia amministrativa, l’incredibile pastiche ne richiama una civilistica: il dolo, nella forma che Accursio chiamava «machinatio studiosa», stretta parente della frode, tale essendo la categoria sotto cui è definibile l’epopea berlusconiana (avventuriero piduista, impresario delle lanterne magiche, grimpeur d’affari risolti con trucchi penalmente valutabili, intanato in asili fiscali a tenuta ermetica, spacciatore d’illusioni elettorali): gli emendamenti galeotti hanno come veicolo un dl firmato dall’ignaro Presidente della Repubblica su materie nient’affatto analoghe, e s’era guardato dal dire cosa covasse; in nomenclatura romana, dolus malus.

Gli sta a pennello l’aggettivo tedesco «folgerichtig», nel senso subrazionale: ha dei riflessi costanti (finto sorriso, autocompianto, barzelletta, morso, digestione); non tollera le vie mediate; sceglie d’istinto la più corta, come il caimano quando punta la preda. Con questa sospensione dei processi sotterra l’azione obbligatoria: Dio sa cos’avverrà nei prossimi cinque anni ma gli obiettivi saltano all’occhio: la vuole à la carte; carriere distinte, ovvio; Procure agli ordini del ministro, sicché il governo disponga della leva penale; procedere o no diventa scelta politica (se ne discorreva nella gloriosa Bicamerale sotto insegna bipartisan: Licio Gelli, fondatore della P2, rivendicava i diritti d’autore riconoscendo le idee del suo «Piano» d’una «rinascita democratica» anno Domini 1976; l’ancora invisibile demiurgo frequentava la loggia in quarta o quinta fila). A quel punto nessuno lo smuoverebbe più se fosse il superuomo cantato dai caudatari, invulnerabile dal tempo. Le altre due mete è chiaro quali siano: prima, uscire dall’Unione europea, compagnia scomoda; seconda, moltiplicare lo smisurato patrimonio. Sul quale punto nessuno con la testa sul collo ha dubbi: anni fa gli contavano 40 mila vecchi miliardi; crescono come la vorace materia prima evocata da Anassimandro.

SARNO (SA) - Niente più licenze edilizie, per almeno sei mesi. Troppe le duecentottanta concesse negli ultimi anni: il territorio di Sarno, massacrato dieci anni fa dall’alluvione che uccise 137 persone, non sopporta altro cemento. Compreso quello abusivo, che continua a invadere anche le zone più a rischio. Stefano Boeri detta le sue condizioni. Dal 2002 l’architetto milanese lavora al piano regolatore del comune campano (il vecchio piano risale al 1972 e la bozza di un altro piano venne trovata negli anni Novanta a casa del camorrista Pasquale Galasso). Ma con l’attuale giunta di centrodestra si è arrivati a un punto di rottura: si discuterà stasera, in Consiglio comunale, se ci si avvarrà ancora della consulenza di uno dei più autorevoli progettisti italiani e dei suoi propositi di bloccare la cementificazione, legale e illegale, nella piana agricola. O se invece si continuerà a consumare suolo. Se non avrà garanzie Boeri rinuncerà all’incarico, lasciando in balìa di sé stesso un territorio fra i più martoriati, dove la memoria dell’alluvione racconta di palazzi costruiti in luoghi in cui ogni regola e persino il buonsenso lo impedivano.

Sarno è impantanata in un paradosso. Da una parte c’è l’architetto che redige un piano. Dall’altra c’è il Comune, che gli ha dato l’incarico di mettere ordine in una sconsiderata espansione edilizia e che elargisce concessioni all’insaputa dell’architetto e spesso in contrasto con il piano. La cifra di duecentottanta permessi dal 2004 la fornisce il sindaco, Amilcare Mancusi. «L’edilizia è una delle principali attività della città», spiega il primo cittadino. Ma la piana agricola, che ospita colture di pregio, è un fitto cantiere dove le villette sono spacciate per edifici rurali. E ciò accade nonostante a Sarno ci siano 30mila abitanti, come nel 1970. «È vero», insiste il sindaco, «ma abbiamo il nuovo ospedale e molti insediamenti industriali: non è detto che la popolazione non aumenti». Un altro dei cardini del piano di Boeri è il recupero delle case abbandonate del centro storico, un appartamento su dieci. «Ma per questa operazione ci vuole molto più tempo», è la replica di Mancusi.

La frenesia edilizia è incessante e, secondo alcuni tecnici, in contrasto con il piano territoriale adottato dalla regione Campania, che per le aree agricole prevede rigide misure di tutela. Alla seduta di stasera si arriva dopo un lungo braccio di ferro. Boeri ha scritto anche una lettera a Giorgio Napolitano: il caso di Sarno è considerato esemplare di un certo modo di abbandonare i territori più delicati a un destino di pericolo immanente. E che le ferite in Campania possano riaprirsi lo segnala l’Ordine dei geologi, il cui presidente regionale, Francesco Russo, indica duecentoventi zone a rischio idrogeologico, fra le quali centoventi con caratteristiche simili alle rapide colate di fango che seppellirono Sarno. Più suolo si impermeabilizza con il cemento, più le acque piovane non sono smaltite correttamente, più aumentano i rischi di alluvioni e frane.

Fra le scelte controverse dell’amministrazione, votata dall’intero Consiglio comunale, c’è anche quella di concedere l’abitabilità a tutti i piani interrati di edifici fuori del centro storico. «È una decisione di cui abbiamo saputo a cose fatte», spiega Boeri, «senza considerare, vista la tragedia di dieci anni fa, i rischi che corre chi va a vivere lì». «Quei locali erano già usati come tavernette», risponde Mancusi, che accusa Boeri di ritenersi il dominus delle scelte politiche della città, «che invece spettano al Consiglio comunale».

L’ultimo capitolo spinoso è l’abusivismo. Lo stesso sindaco ammette che il fenomeno non si è esaurito e investe anche i lembi più pericolosi del territorio. Attualmente sono oltre seimila le domande di condono. «Ma gli insediamenti illegali non sappiamo neanche dove siano», lamenta Boeri, «soprattutto quelli che non rientrano in nessuna sanatoria. Abbiamo chiesto una mappa, ma non siamo mai riusciti a ottenerla».

«Regime leggero», democrazia non più antifascista ma a-fascista nonché a-politica, aveva disgnosticato giovedì scorso Fausto Bertinotti nella sua analisi delle «ragioni della sconfitta». Un fine settimana e il tema si è arroventato, complici da un lato un'uscita di Giulio Tremonti sull'impoverimento dei ceti medi che comporterebbe un rischio di fascismo, dall'altro le decisioni del governo su intercettazioni, esercito a guardia della sicurezza, emendamento salva-Berlusconi.

Per Eugenio Scalfari (Repubblica), queste ultime sono la prova che «non sarà fascismo, ma è un allarmante incipit verso una dittatura che si fa strada in tutti i settori sensibili della vita democratica, complici la debolezza dei contropoteri, la passività dell'opinione pubblica e la sonnolenta fragilità delle istituzioni»; ragion per cui il Pd farebbe bene a decidere che non c'è più alcuna possibilità di dialogo con il governo. Per Piero Sansonetti (Liberazione) Tremonti ha ragione oltre le sue intenzioni: il rischio-fascismo s'è già inverato in una «svolta illiberale e autoritaria», che comprende l'interruzione della curva di crescita delle libertà collettive e individuali, alcune rotture dello stato di diritto, la semplificazione del sistema politico a spese del pluralismo e della rappresentanza, il ritorno del classismo, la sostituzione dei valori di solidarietà e giustizia sociale con principi gerarchici e d'ordine.

Giudizi che le cautele di tre storici (Piero Melograni, Emilio Gentile, Lucio Villari) intervistati dal Corsera, convinti che il fascismo sia un fenomeno novecentesco non riproducibile oggi, non bastano a controbilanciare. Non chiamiamolo fascismo, ma il problema di una frattura fascistoide della democrazia costituzionale, di un salto di forma della Repubblica (che non coincide con il gioco della sua numerazione in prima, seconda e terza), c'è ed è sotto la vista di chiunque non guardi, per dirla alla Kubrik, «a occhi completamente chiusi».

Il problema, però, non è solo di nome e nemmeno solo di diagnosi, ma di analisi, e ha ragione Paolo Franchi, sul Corsera di ieri, a farlo presente. Gli appelli al risveglio delle opposizioni, scrive Franchi, suonano tanto drammatici quanto poco convincenti, «forse perché sono poco convincenti le analisi che li sorreggono», e anche perché di un rischio-regime si parla dal '94 in poi a ogni governo Berlusconi, senza che fin qui - e per fortuna - questo rischio si sia effettivamente inverato. «Denunciare con parole di fuoco il rischio che quello che non è capitato finora stia per succedere adesso è sicuramente più facile, ma altrettanto sicuramente meno produttivo, che guardare impietosamente dentro questo quindicennio e dentro se stessi per provare a essere oggi sul serio opposizione, domani governo. Era davvero inevitabile che la transizione italiana avesse un esito di destra?».

Domanda ineludibile, eppure a tutt'oggi quasi improponibile, come se per rispondere mancasse la profondità storica - ma 15 anni a far data da Tangentopoli, quasi 20 a far data dall'89, cominciano a essere tanti - o la coerenza di un'ipotesi di interpretazione politica. Eppure senza porsela e senza tentare di rispondere, è difficile se non impossibile sia la valutazione della deriva di regime, sia l'indicazione di una prospettiva di opposizione o di alternativa. Perché è vero - e Franchi forse lo sottovaluta - che il quadro di oggi è per certi versi peggiore di quello del '94: per la scomparsa della sinistra (non solo radicale) dalla scena, per la tendenza alla stabilizzazione, e non come nel '94 alla destabilizzazione, del sistema che il voto del 13 aprile ha espresso. Ma è altrettanto vero - e questo invece lo sottovaluta Scalfari - che le derive di regime che oggi hanno libero corso nell'attività di un governo privo di opposizione erano già tutte, ma proprio tutte presenti nella vittoria berlusconiana del '94. E che dal '94 a oggi, non c'è stata nell'opposizione a Berlusconi né chiarezza né costanza su quanto e come andassero avversate e contrastate.

Per scomporre in altre domande la domanda sull'esito della transizione: era inevitabile affidarsi a una soluzione giudiziaria della fine della «prima Repubblica» all'inizio degli anni '90? Era inevitabile partecipare alla delegittimazione della Costituzione giocherellando con riforme che di fatto servivano solo a disfare lo stato sociale e a rafforzare i poteri dell'esecutivo? O derubricare l'importanza di alcune libertà (si vedano le vicende della legge 40 e dei Pacs) per tenersi buone le gerarchie vaticane? O credere fino in fondo alle metamorfosi democratiche di Fini, o alle buone ragioni settentrionaliste di Bossi? O accettare e incoraggiare forma e vocazione dell'attuale Pd? Era inevitabile (già dalle leggi d'emergenza di fine anni 70) considerare opzionali i vincoli dello stato di diritto? Soprattutto: era inevitabile sacrificare alla «normalità» della democrazia maggioritaria lo svuotamento della democrazia costituzionale? Sono solo alcuni esempi di domande possibili e obbligate. Non s

Nel mezzo della luna di miele che la maggioranza degli italiani credeva di vivere con il nuovo governo, la vera natura del berlusconismo emerge prepotente, uguale a se stessa, dominata da uno stato personale di necessità e da un’emergenza privata che spazzano via in un pomeriggio ogni camuffamento istituzionale e ogni travestimento da uomo di Stato del Cavaliere. No. Berlusconi resta Berlusconi, pronto a deformare lo Stato di diritto per salvaguardia personale, a limitare la libertà di stampa per sfuggire alla pubblicazione di dialoghi telefonici imbarazzanti, a colpire il diritto dell’opinione pubblica a essere informata sulle grandi inchieste e sui reati commessi, pur di fermare le indagini della magistratura. La Repubblica vive un’altra grave umiliazione, con le leggi ad personam che ritornano, il governo del Paese ridotto a scudo privato del premier, la maggioranza parlamentare trasformata in avvocato difensore di un cittadino indagato che vuole sfuggire al suo legittimo giudice, deformando le norme.

In un solo giorno – dopo la strategia del sorriso, il dialogo, l’ambizione del Quirinale – Silvio Berlusconi ha chiamato a raccolta i suoi uomini per operare una doppia azione di sfondamento alla normalità democratica del nostro sistema costituzionale. Sotto attacco, la libertà di informazione da un lato, e l’obbligatorietà dell’azione penale dall’altro. Per la prima volta nella storia repubblicana, il governo e la sua maggioranza entrano nel campo dell’azione penale per stravolgerne le regole e stabilire una gerarchia tra i reati da perseguire. Uno stravolgimento formale delle norme sulla fissazione dei ruoli d’udienza, che tuttavia si traduce in un’alterazione sostanziale del principio di obbligatorietà dell’azione penale. Principio istituito a garanzia dell’effettiva imparzialità dei magistrati e dell’uguaglianza dei cittadini. La nuova norma berlusconiana (presentata come un emendamento al decreto-sicurezza, firmato direttamente dai Presidenti della I e II commissione di Palazzo Madama) obbliga i giudici a dare «precedenza assoluta» ai procedimenti relativi ad alcuni reati, ma questa precedenza serve soprattutto a mascherare il vero obiettivo dell’intervento: la sospensione «immediata e per la durata di un anno» di tutti i processi penali relativi ai fatti commessi fino al 31 dicembre 2001 che si trovino «in uno stato compreso tra la fissazione dell’udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado».

È esattamente la situazione in cui si trova Silvio Berlusconi nel processo in corso davanti al Tribunale di Milano per corruzione in atti giudiziari: con l’accusa di aver spinto l’avvocato londinese Mills a dichiarare il falso sui fondi neri della galassia Fininvest all’estero. Quel processo è arrivato al passo finale, mancano due udienze alla sentenza. Si capisce la fretta, il conflitto d’interessi, l’urgenza privata, l’emergenza nazionale che ne deriva, la vergogna di una nuova legge ad personam. Bisogna ad ogni costo bloccare quei giudici, anche se operano "in nome del popolo italiano", anche se il caso non riguarda affatto la politica, anche se il discredito internazionale sarà massimo. Bisogna con ogni mezzo evitare quella sentenza, guadagnare un anno, per dar tempo all’avvocato Ghedini (difensore privato del Cavaliere e vero Guardasigilli-ombra del suo governo) di ripresentare quel lodo Schifani che rende il premier non punibile, e che la Consulta ha già giudicato incostituzionale, perché viola l’uguaglianza dei cittadini: un peccato mortale, in democrazia, qualcosa che un leader politico non dovrebbe nemmeno permettersi di pensare, e che invece in Italia verrà presentato in Parlamento per la seconda volta in pochi anni, a tutela della stessa persona, dalla stessa moderna destra che gli italiani hanno scelto per governare il Paese.

Con ogni evidenza, per l’uomo che guida il governo non è sufficiente vincere le elezioni, e nemmeno stravincerle: non gli basta avere una grande maggioranza alle Camere, parlamentari tutti scelti di persona e imposti agli elettori, una forte legittimazione popolare, mano libera nel dispiegare legittimamente la sua politica. No. Ancora una volta a Berlusconi serve qualcosa di illegittimo, che trasformi la politica in puro strumento di potere, il Parlamento in dotazione personale, le istituzioni in materia deformabile, come le leggi, come i poteri della magistratura. È una coazione a ripetere, rivelatrice di una cultura politica spaventata, di una leadership fuggiasca anche quando è sul trono, di un sentimento istituzionale che abita la Repubblica da estraneo, come se fosse un usurpatore, e non riesce a farsi Stato, vivendo il suo stesso trionfo come abusivo. Col risultato di vedere il Capo dell’esecutivo chiedere aiuto al potere legislativo per bloccare il giudiziario. Qualcosa a cui l’Occidente non è abituato, un abuso di potere che soltanto in Italia non scandalizza, e che soltanto l’establishment italiano può accettare banalizzandolo, per la nota e redditizia complicità dei dominati con l’ordine dominante, che è a fondamento di ogni autoritarismo popolare e di ogni democrazia demagogica, come ci avviamo purtroppo a diventare.

Questo uso esclusivo delle istituzioni e della norma, porta fatalmente il Premier ad un conflitto con il Capo dello Stato, garante della Costituzione. Napolitano era già intervenuto, nelle forme proprie del suo ruolo, contro il tentativo di introdurre la norma anti-prostitute nel decreto sicurezza, spiegando che non si vedeva una ragione d’urgenza. Poi aveva preso posizione per la stessa ragione contro l’ingresso nel decreto della norma che porta i soldati in strada a svolgere compiti di polizia. Oggi si trova di fronte un emendamento che addirittura sospende per un anno i processi penali e ordina ai magistrati come devono muoversi di fronte ai reati, una norma straordinaria inserita come "correzione" in un decreto che parla di tutt’altro. Che c’entra la sospensione dei processi con la sicurezza? Qual è il carattere di urgenza, davanti ai cittadini? L’unica urgenza – come l’unica sicurezza – è quella privatissima e inconfessabile del premier. Una stortura che diventa un abuso, e anche una sfida al Capo dello Stato, che non potrà accettarla. Come non può accettarla il Partito Democratico, che ieri con Veltroni ha accolto la proposta di Scalfari: il dialogo sulle riforme non può continuare davanti a questi "strappi" della destra, perché non si può parlare di regole con chi le calpesta.

Nello stesso momento, mentre blocca i magistrati e ferma il suo processo, Berlusconi interviene anche sulla libertà di cronaca. Il disegno di legge sulle intercettazioni presentato ieri dal governo, infatti, non impedisce solo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, con pene fino a 3 anni (e sospensione dalla professione) per il cronista autore dell’articolo e fino a 400 mila euro per l’editore. Le nuove norme vietano all’articolo 2 la pubblicazione "anche parziale o per riassunto" degli atti delle indagini preliminari "anche se non sussiste più il segreto", fino all’inizio del dibattimento. Questo significa il silenzio su qualsiasi notizia di inchiesta giudiziaria, arresto, interrogatorio, dichiarazione di parte offesa, argomenti delle difese, conclusioni delle indagini preliminari, richiesta di rinvio a giudizio. Tutto l’iter investigativo e istruttorio che precede l’ordinanza del giudice dell’udienza preliminare è ora coperto dal silenzio, anche se è un iter che nella lentezza giudiziaria italiana può durare quattro-sei anni, in qualche caso dieci. In questo spazio muto e segreto, c’è ora l’obbligo (articolo 12) di "informare l’autorità ecclesiastica" quando l’indagato è un religioso cattolico, mentre se è un Vescovo si informerà direttamente il Cardinale Segretario di Stato del Vaticano, con un inedito privilegio per il Capo del governo di uno Stato straniero, e per i cittadini-sacerdoti, più cittadini degli altri.

Se il diritto di cronaca è mutilato, il diritto del cittadino a sapere e a conoscere è fortemente limitato. Con questa norma, non avremmo saputo niente dello spionaggio Telecom, del sequestro di Abu Omar, della scalata all’Antonveneta, della scalata Unipol alla Bnl, del default Parmalat, della vicenda Moggi, della subalternità di Saccà a Berlusconi, dei "pizzini" di Provenzano, della disinformazione organizzata da Pollari e Pompa, e infine degli orrori della clinica Santa Rita di Milano. Ma non c’è solo l’ossessione privata di Berlusconi contro i magistrati e i giornalisti (alcuni). C’è anche il tentativo scientifico di impedire la formazione di quel soggetto cruciale di ogni moderna democrazia che è la pubblica opinione, un’opinione consapevole proprio in quanto informata, e influente perché organizzata come attore cosciente della moderna agorà. No alla pubblica opinione (che non sappia, che non conosca) a favore di opinioni private, meglio se disorientate e spaventate, chiuse in orizzonti biografici e in paure separate, convinte che non esista più un’azione pubblica efficace, una risposta collettiva a problemi individuali.

A questo insieme di individui –di cui certo fanno parte anche gli sconfitti della globalizzazione, la nuova plebe della modernità – il populismo berlusconiano chiede solo una vibrazione di consenso, un’adesione a politiche simboliche, una partecipazione di stati d’animo, che si risolve nella delega. La cifra che lega il tutto è l’emergenza, intesa come orizzonte delle paure e fine del conformismo, del politicamente corretto, delle regole e degli equilibri istituzionali. Conta decidere (non importa come), agire (non conta con che efficacia), trasformare l’eccezione in norma. Il governo, a ben guardare, non sta militarizzando le strade o le discariche, ma le sue decisioni e la sua politica. Meglio, sta militarizzando il senso comune degli italiani, forzandolo in un contesto emergenziale continuo, con l’esecutivo trasformato per conseguenza da organo ordinario in straordinario, che opera in uno stato d’eccezione perenne. Così Silvio Berlusconi può permettersi di venire allo scoperto in serata, scrivendo in una lettera a Schifani che la norma blocca-processi «è a favore di tutta la collettività», anche se si applica «a uno tra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica». È il preannuncio di una ricusazione, in una giornata come questa, vergognosa per la democrazia, con il premier imputato che rifiuta il suo giudice mentre ne blocca l’azione. A dimostrazione che Berlusconi è pronto a tutto. Dovremmo prepararci al peggio: se non fosse che il peggio, probabilmente, lo stiamo già vivendo.

Qui gli articoli di D'Avanzo e di Scalfari. E, per ricordare come è fatto il lupo, c'è una vecchia cartella a lui dedicata

ROMA - «Esiste il rischio che si arrivi alla dittatura della maggioranza. O meglio alla dittatura dei leader, del Re Sole e del Re Ombra». Arturo Parisi non riesce ad attenuare i toni. Soprattutto non fa niente per allontanare l´allarme già lanciato su Repubblica da Eugenio Scalfari e Giuseppe D´Avanzo. Per diradare la nebbia che avvolge i provvedimenti del governo Berlusconi. Che, a suo giudizio, gettano un´ombra sinistra sul prossimo futuro. Soprattutto se il Partito democratico non smetterà di «cercare solo il riconoscimento da parte della maggioranza».

Dalla casa bolognese, l´ex ministro della Difesa chiede al suo partito di impostare l´opposizione in tutt´altro modo. Nei giorni scorsi non aveva nascosto le critiche. Ora invoca una svolta. Per riconquistare la sua «autentica funzione». Prendendo atto dei pericoli che la democrazia italiana sta attraversando e spostando in una fase successiva il dialogo sulle riforme. «Sono d´accordo con Scalfari dalla prima all´ultima riga. Descrive una dinamica che tocca tutto il Paese e non solo la maggioranza. E che è partita dalla caccia indiscriminata al rumeno dopo l´omicidio Reggiani ed è arrivata alle ronde "democratiche" di cui sento parlare a Milano». Il tutto provocato da una «sindrome dell´emergenza» che viene alimentata di giorno in giorno. Una paura giustificata? Parisi si ferma, cerca di calibrare ogni parola. Ma ogni verbo diventa un fendente: «È alimenta da fattori esterni. La catena paura-emergenza-poteri straordinari produce altra paura e quindi la richiesta di altre misure straordinarie. La militarizzazione, in effetti, è una sintesi di quel che accade. Impiegare 2500 soldati non può provocare ripercussioni immediate ma lancia un messaggio. La gente pensa: "allora la situazione è davvero critica"». Nel lungo periodo, cioè, l´effetto può essere la restrizione delle libertà? Il silenzio stavolta dura diversi secondi, poi Parisi sospira: «Il rischio, appunto, è che la richiesta di una restrizione delle libertà nasca dalla gente».

Un pericolo che fa paventare «un potenziale eversivo suscitato dalla paura e che mette capo all´accentramento dei poteri dell´esecutivo». Con un´aggravante: «Chi è preposto al governo è esposto a domande che vengono da settori e gruppi portatori di una cultura democratica inadeguata». Una frase che sembra avvalorare la tesi di chi parla di "deriva fascista". L´ex ministro, però, mette le mani avanti: «I termini vanno pesati». Non vuole fare analogie rispetto al Ventennio. Parla, però, di «corto circuito dei processi democratici». Che in questo caso penetra le sue radici nel rapporto che si è instaurato tra maggioranza e opposizione: «L´allarme più forte, come ricorda Scalfari, riguarda l´asservimento dei Parlamenti al volere della "Corona". Dobbiamo riconoscere che l´accentramento di poteri nel centrodestra sta giustificando anche l´accentramento dei poteri nel centrosinistra. All´esautoramento dei parlamentari da parte dei ministri del Re Sole corrisponde un esautoramento dei parlamentari da parte dei ministri-ombra del Re Ombra. Entrambi sono coinvolti nella stessa dinamica paura-emergenza-risposta emergenziale».

Il cuore del problema, dunque, per Parisi è rappresentato dal dialogo tra Veltroni e Berlusconi. In particolare il tentativo del segretario di Piazza Santa Anastasia di farsi riconoscere «come titolare esclusivo del ruolo di oppositore». Una strada che offre al Pd una «rendita di posizione, ma certo non aumenta le probabilità di rappresentare un´alternativa agli occhi degli elettori. C´è l´illusione che la forza dell´opposizione venga dal riconoscimento da parte della maggioranza». Si confonde «alternanza con alternativa» senza far salire le chance di vincere le elezioni al prossimo turno. E invece «Walter dovrebbe farsi riconoscere dagli elettori prima che da Berlusconi. Il confronto sulle riforme dovrebbe svolgersi solo dopo che il Pd si è assicurato il riconoscimento degli elettori. E questo fino ad ora non mi sembra avvenuto». Anzi, ammonisce Parisi alzando per un momento il tono della voce, le conseguenze saranno inevitabili: «una democrazia bloccata», proprio come avveniva nella Prima Repubblica con il pentapartito e il Pci. «Se la maggioranza è debordante e l´opposizione è inadeguata - avverte - è evidente che la democrazia, come noi la conosciamo, è a rischio. C´è una degenerazione. Se non una dittatura della maggioranza, una distorsione profonda. Se non fosse per la presenza della Lega da una parte e dell´Idv e dell´Udc dall´altra, bisognerebbe assumere che la trama tra il Sole e l´Ombra ha messo in moto una dinamica preoccupante». «Per questo - chiude Parisi - condivido dalla prima all´ultima riga quello che ha scritto Eugenio Scalfari».

Postilla

Veramente Scalfari non aveva paragonato Berlusconi al Re Sole, ma alla "parrucca del Re Sole". E poi, concludendo l'analogia, ha scritto: "Il Re Sole. Ma qui il sole non c’è. C’è fanghiglia, cupidigia, avventatezza, viltà morale". Essere l'Ombra non del Re Sole, ma di una realtà fatta di "fanghiglia, cupidigia, avventatezza, viltà morale" è davvero un po' avvilente...

«Berlusconi vuole dimostrare che per governare la crisi italiana è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno. Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore: sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare il senso della nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie». Così ha scritto ieri Giuseppe D’Avanzo su questo giornale [qui in eddyburg].

Purtroppo questo suo giudizio fotografa esattamente la realtà. Non sarà fascismo, ma certamente è un allarmante "incipit" verso una dittatura che si fa strada in tutti i settori sensibili della vita democratica, complici la debolezza dei contropoteri, la passività dell’opinione pubblica e la sonnolenta fragilità delle opposizioni.

Questa sempre più evidente deriva democratica, che si è profilata fin dai primi giorni della nuova legislatura ed è ormai completamente dispiegata davanti ai nostri occhi, ha trovato finora il solo argine del capo dello Stato. Giorgio Napolitano sta impersonando al meglio il suo ruolo di custode della Costituzione. L’ha fatto con saggezza e fermezza, dando il suo consenso alle iniziative del governo quando sono state dettate da necessità reali come nella crisi dei rifiuti a Napoli, ma lo ha negato nei casi in cui le emergenze erano fittizie e potevano insidiare la correttezza dei meccanismi costituzionali. Sarebbe tuttavia sbagliato addossare al presidente della Repubblica il peso esclusivo di arginare quella deriva: se la dialettica si riducesse soltanto al rapporto tra il Quirinale e Palazzo Chigi la partita non avrebbe più storia e si chiuderebbe in brevissimo tempo. Bisognerà dunque che altre forze e altri poteri entrino in campo.

Bisogna denunciare e fermare la militarizzazione della vita pubblica italiana della quale l’esempio più clamoroso si è avuto con i provvedimenti decisi dal Consiglio dei ministri di venerdì sulla sicurezza e sulle intercettazioni: due supposte emergenze gonfiate artificiosamente per distrarre l’attenzione dalle urgenze vere che angustiano gran parte delle famiglie italiane.

E’ la prima volta che l’Esercito viene impegnato con funzioni di pubblica sicurezza. Quando fu assassinato Falcone e poi, a breve distanza di tempo, Borsellino, contingenti militari furono inviati in Sicilia per presidiare edifici pubblici alleviando da quelle mansioni la Polizia e i Carabinieri affinché potessero dedicarsi interamente alla lotta contro una mafia scatenata.

Ma ora il ruolo che si vuole attribuire alle Forze Armate è del tutto diverso: pattugliamento delle città con compiti di pubblica sicurezza e quindi con poteri di repressione, arresto, contrasti a fuoco con la delinquenza.

Che senso ha un provvedimento di questo genere? Quale utilità ne può derivare alle azioni di contrasto contro la malavita? La Polizia conta ben oltre centomila effettivi, altrettanti ne conta l’Arma dei carabinieri e altrettanti ancora la Guardia di finanza. Affiancare a queste forze imponenti un contingente di 2.500 soldati è privo di qualunque utilità.

Se il governo si è indotto ad una mossa tanto inutile quanto clamorosa ciò è avvenuto appunto per il clamore che avrebbe suscitato. Tanto grave è l’insicurezza delle nostre città da render necessario il coinvolgimento dell’Esercito: questo è il messaggio lanciato dal governo. E insieme ad esso l’eccezionalità fatta regola: si adotta con una legge ordinaria una misura che presupporrebbe la dichiarazione di una sorta di stato d’assedio, di pericolo nazionale.

Un provvedimento analogo fu preso dal governo Badoglio nei tre giorni successivi al 25 luglio del ‘43 e un’altra volta nel ‘47 subito dopo l’attentato a Togliatti. Da allora non era più avvenuto nulla di simile: la Pubblica sicurezza nelle strade, le Forze Armate nelle caserme, questa è la normalità democratica che si vuole modificare con intenti assai più vasti d’un semplice quanto inutile supporto alla Pubblica sicurezza.

* * *

Il disegno di legge sulle intercettazioni parte dalla ragionevole intenzione di tutelare con maggiore efficacia la privatezza delle persone senza però diminuire la capacità investigativa della magistratura inquirente.

Analoghe intenzioni avevano ispirato il ministro della Giustizia Flick e dopo di lui il ministro Clemente Mastella, senza però che quei provvedimenti riuscissero a diventare leggi per la fine anticipata delle rispettive legislature.

Adesso presumibilmente ci si riuscirà ma anche in questo caso, come per la sicurezza, il senso politico è un altro rispetto alla «ragionevole intenzione» cui abbiamo prima accennato. Il senso politico, anche qui, è un’altra militarizzazione, delle Procure e dei giornalisti.

Le Procure. Anzitutto un elenco dei reati perseguibili con intercettazioni. Solo quelli, non altri. E’ già stato scritto che lo scandalo di Calciopoli non sarebbe mai venuto a galla senza le intercettazioni. Così pure le scalate bancarie dei "furbetti". Ma moltissimi altri. Per chiudere sul peggiore di tutti: la clinica milanese di Santa Rita, giustamente ribattezzata la clinica degli orrori.

Le intercettazioni poi non possono durare più di tre mesi. Non c’è scritto se rinnovabili e dunque se ne deduce che rinnovabili non saranno. Cosa Nostra, tanto per fare un esempio, è stata intercettata per anni e forse lo è ancora. Tre mesi passano in un "fiat", lo sappiamo tutti.

I giornalisti e i giornali. C’è divieto assoluto alla pubblicazione di notizie fin all’inizio del dibattimento. Il deposito degli atti in cancelleria non attenua il divieto. Perché? Se le parti in causa o alcune di esse vogliono pubblicizzare gli atti in loro possesso ne sono impedite. Perché? Non si invochi la presunzione di innocenza poiché se questa fosse la motivazione del divieto bisognerebbe aspettare la sentenza definitiva della Cassazione. Dunque il motivo della secretazione è un altro, ma quale?

In realtà il divieto non è soltanto contro giornali e giornalisti ma contro il formarsi della pubblica opinione, cioè contro un elemento basilare della democrazia. Il caso del Santa Rita ha acceso un dibattito sull’organizzazione della Sanità, sul ruolo delle cliniche convenzionate rispetto al Servizio sanitario nazionale. Dibattito di grande rilievo che potrebbe aver luogo soltanto all’inizio del dibattimento e cioè con il rinvio a giudizio degli imputati. L’eventuale archiviazione dell’istruttoria resterebbe ignota e così mancherebbe ogni controllo di opinione sul motivo dell’archiviazione e su una possibile critica della medesima. Così pure su possibili differenze di opinione tra i magistrati inquirenti e l’ufficio del Procuratore capo, sulle avocazioni della Procura generale, su mutamenti dei sostituti assegnatari dell’inchiesta. Su tutti questi passaggi fondamentali la pubblica opinione non potrebbe dire nulla perché sarebbe tenuta all’oscuro di tutto.

Sarà bene ricordare che il maxi-processo contro "Cosa Nostra" fu confermato in Cassazione perché fu cambiato il criterio di assegnazione dei processi su iniziativa del ministro della Giustizia dell’epoca, Claudio Martelli, allertato dalla pressione dei giornali in allarme per le pronunce reiterate dell’allora presidente di sezione, Carnevale. Tutte queste vicende avvennero sotto il costante controllo della stampa e della pubblica opinione allertata fin dalla fase inquirente. Falcone e Borsellino non erano giudici giudicanti ma magistrati inquirenti. Mi domando se avrebbero potuto operare con l’efficacia con cui operarono senza il sostegno di una pubblica opinione esaurientemente informata.

Le gravi penalità previste da questa legge nei confronti degli editori costituiscono un gravame del quale si dovrebbero attentamente valutare gli effetti sulla libertà di stampa. Esso infatti conferisce all’editore un potere enorme sul direttore del giornale: in vista di sanzioni così gravose l’editore chiederà a giusto titolo di essere preventivamente informato delle decisioni che il direttore prenderà in ordine ai processi. Di fatto si tratta di una vera e propria confisca dei poteri del direttore perché la responsabilità si sposta in testa al proprietario del giornale.

Si militarizza dunque il giudice, il giornalista ed anche la pubblica opinione.

* * *

Ha ragione il collega D’Avanzo nel dire che questi provvedimenti stravolgono la Costituzione. Identificano di fatto lo Stato con il governo e il governo con il "premier". Se poi si aggiunge ad essi il famigerato lodo Schifani, cioè il congelamento di tutti i processi nei confronti delle alte cariche dello Stato, l’identificazione diventa totale.

Qui il nostro discorso arriva ad un punto particolarmente delicato e cioè al tema dell’opposizione parlamentare.

Parlo di tutte le opposizioni politiche. Ma in particolare parlo del Partito democratico.

Negli ultimi giorni il Pd e Veltroni quale leader di quel partito hanno assunto su alcune questioni di merito atteggiamenti di energica critica nei confronti del governo. La luna di miele di Berlusconi è ancora in pieno corso con l’opinione pubblica e con la maggior parte dei giornali ma è già svanita in larga misura con il Partito democratico. Salvo un punto fondamentale, più volte ribadito da Veltroni: il dialogo deve invece continuare sulle riforme istituzionali e costituzionali.

E’ evidente che questa "riserva di dialogo" condiziona inevitabilmente il tono complessivo dell’opposizione. Le riforme istituzionali e costituzionali sono di tale importanza da trasformare in "minimalia" i contrasti di merito su singoli provvedimenti. Tanto più che Tremonti chiede all’opposizione di procedere «sottobraccio» per quanto attiene alla strategia economica; ecco dunque un’ulteriore "riserva di dialogo". Sembrerebbe, questa, una novità a tutto vantaggio dell’opposizione ma non è così. La politica economica italiana dovrà svolgersi nei prossimi anni sotto l’occhio vigile delle Autorità europee. Che ci piaccia o no, noi siamo di fatto commissariati da Bruxelles.

Tremonti dovrà assumere responsabilità impopolari. Necessarie, ma impopolari e vuole condividere con l’opposizione quell’impopolarità.

Intanto, nel merito delle riforme, Berlusconi procede come si è detto e visto, alla militarizzazione del sistema. "L’Etat c’est moi" diceva il Re Sole e continuarono a dire i suoi successori fin quando scoppiò la rivoluzione dell’Ottantanove.

Voglio qui ricordare che uno dei modi, anzi il più rilevante, con il quale l’identificazione dello Stato con la persona fisica del Re si realizzò fu l’asservimento dei Parlamenti al volere della Corona. Gli editti del Re per entrare in vigore avevano bisogno della registrazione dei Parlamenti e soprattutto di quello di Parigi. Questa era all’epoca la sola separazione di poteri concepita e concepibile. Ma il re aveva uno strumento a sua disposizione: poteva ordinare ai Parlamenti la registrazione dell’editto. Di fronte all’ordine scritto del Sovrano il Parlamento registrava "con riserva" e l’editto entrava in funzione. Di solito quest’ordine veniva dato molto di rado ma col Re Sole e con i suoi successori diventò abituale. Quando i Parlamenti si ribellarono ostinandosi a non obbedire il Re li sciolse. Il corpo del Re prevalse sulla labile democrazia del Gran Secolo.

Il Re Sole. Ma qui il sole non c’è. C’è fanghiglia, cupidigia, avventatezza, viltà morale. Corteggiamento dell’opposizione. Montaggio di paure e di pulsioni. Picconamento quotidiano della Costituzione.

Quale dialogo si può fare nel momento in cui viene militarizzato il Paese nei settori più sensibili della democrazia? Il Partito democratico ha un solo strumento per impedire questa deriva: decidere che non c’è più possibilità di dialogo sulle riforme per mancanza dell’oggetto. Se lo Stato viene smantellato giorno per giorno e identificato con il corpo del Re, su che cosa deve dialogare il Pd? E’ qui ed ora che il dialogo va fatto, la militarizzazione va bloccata. Le urgenze e le emergenze vanno trasferite sui problemi della società e dell’economia.

«In questo nuovo buon clima si può fare molto e molto bene» declama la Confindustria di Emma Marcegaglia. Qual è il buon clima, gentile Emma? Quello dei pattuglioni dei granatieri che arrestano gli scippatori e possono sparare sullo zingaro di turno? Quello dell’editore promosso a direttore responsabile? Quello del magistrato isolato da ogni realtà sociale e privato di «libero giudizio»? Quello dei contratti di lavoro individuali? E’ questo il buon clima?

Ricordo che quando furono pubblicati "on line" gli elenchi dei contribuenti ne nacque un putiferio. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, autore di tanto misfatto, fu incriminato e si dimise. Ma ora il ministro Brunetta pubblica i contratti di tutti i dirigenti pubblici e le retribuzioni di tutti i consulenti e viene intensamente applaudito e incoraggiato. Anch’io lo applaudo e lo incoraggio come ho applaudito allora Visco e Romano. Ma perché invece due pesi e due misure? La risposta è semplice: per i pubblici impiegati si può.

E’ questo il buon clima? Attenti al risveglio, può essere durissimo. Può essere il risveglio d’un paese senza democrazia. Dominato dall’antipolitica. Dall’anti-Europa. Dall’anarchia degli indifferenti e dalla dittatura dei furboni.

Io trovo che sia un pessimo clima.

La Stampa

Le false favole europee

di Barbara Spineli

Quasi tutte le parole che descrivono la bancarotta del referendum irlandese sull'Europa suonano false e fanno pensare a quel che Macbeth dice del mondo, quando viene a sapere che la sposa è morta: come la vita, anche le parole sono «una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla».

Non significa nulla lamentare con enfasi la democrazia assente nell'Europa, la sua lontananza dai popoli, perché l'Unione non è uno Stato pienamente funzionante, con cui i popoli sono in vero rapporto dialettico. È un edificio ancora da fabbricare o comunque completare, anche se le nostre società sono già europeizzate e le leggi nazionali soggiacciono in larga misura a quelle comunitarie. Il Trattato di Lisbona non è d'impedimento alla democrazia e anzi l'accentua notevolmente, coinvolgendo più che in passato il parlamento europeo e anche i parlamenti nazionali. Gli avversari odierni del trattato, come quelli che osteggiarono la costituzione nel 2005, lo sanno alla perfezione ed è contro questi miglioramenti che si battono. Si battono contro l'accresciuto potere di decisione affidato al parlamento europeo in 40 nuove politiche, e perfino contro la maggiore influenza dei deputati nazionali. Lottano contro la votazione diretta dei futuri presidenti della Commissione: pur proponendoli, gli Stati devono, secondo il trattato, tener conto degli equilibri creatisi nelle elezioni europee.

E’ una favola che non significa nulla dire che l'Europa viene regolarmente bocciata perché non ha peso su questioni cittadine vitali. Il trattato di Lisbona è colmo di difetti (ha cancellato la parola costituzione e i simboli di un soggetto politico nuovo) ma i progressi non sono trascurabili: il trattato unifica le politiche di sicurezza, immigrazione, terrorismo. In questi come in altri ambiti sostituisce all'unanimità il voto a maggioranza, il che vuol semplicemente dire che comuni politiche europee divengono realizzabili, come già accade nell'agricoltura, nel commercio, nella moneta. I propagandisti del No mentono sapendolo: denunciano un'Europa assente su immigrati o sicurezza, e uccidono la possibile sua presenza. Questo vuol dire che non vogliono affatto quello che pretendono. Vogliono preservare un potere, anche se ormai irrilevante. Come gli uomini impagliati di Eliot, hanno le mascelle spezzate di regni perduti: regni che si spengono «non già con uno schianto ma con un lamento».

È una favola che non significa nulla ripetere, come automi addestrati, che l'Europa è incapace di comunicazione. Della comunicazione sono responsabili i comunicatori, i destinatari della comunicazione, e chi è in mezzo: i media. I referendum falliti segnalano che la catena non ha funzionato, che nelle mani del popolo è stato messo quel che politici e media non sanno maneggiare. Il giorno prima del voto irlandese, Rai 1 neppure nominava un referendum che riguardava 490 milioni di europei. Il giorno dopo era perentoriamente sapiente su quel che aveva ignorato. Molto spesso i plebisciti danno risposte a domande che nel quesito referendario neppure son formulate: è il motivo per cui democrazie memori di referendum liberticidi, come la Germania, li vietano.

Non meno insignificante è la favola sull'identità europea inesistente: narrata da chi, dell'Unione, non scorge il nuovo, inedito incrociarsi tra locale, nazionale, soprannazionale. Tra costoro Marcello Pera: interrogato da Giacomo Galeazzi su La Stampa, piange l'Europa atea «giustamente punita». L'Europa è fatta di molte identità, lo dimostra proprio il referendum. In Irlanda hanno votato contro cattolici spaventati da aborto e eutanasia, ma anche anticapitalisti non religiosi. L'Europa sarà sempre più meticcia: l'intera sua storia è un Bildungsroman, un romanzo di formazione che ci educa al coesistere di più appartenenze (etniche, culturali, religiose). Obama somiglia a tale romanzo più di quanto gli somigli Pera.

È insignificante poi la favola che indica colpe e difetti delle istituzioni soprannazionali di Bruxelles. Nel trionfo dei No non c'è un responsabile ma ce ne sono tanti, e Bruxelles è il meno colpevole. Responsabili sono Stati, partner europei e atlantici, classi dirigenti, elettori. Questi ultimi non vanno vituperati ma giudicarli non è blasfemo.

Non significa nulla infine parlare di rottura e chiusura di un'epoca eroica. L'epoca eroica dell'Unione non è conclusa, i compiti oggi non sono meno grandi di quelli del dopoguerra. Ieri era questione di pace e guerra, dopo due smisurati conflitti. Oggi è questione del peso di questo continente nel mondo, della penuria planetaria di cibo ed energia, della catastrofe climatica, del conflitto fra culture. Ancora non è stata escogitata sul pianeta una costruzione politica capace di superare le inadeguatezze dei vecchi piccoli Stati-nazione, e l'invenzione dell'Europa resta un unicum esemplare.

Non è dunque l'Europa federale che naufraga periodicamente ma l'Europa dei falsi Stati sovrani: a Parigi, L’Aja, Dublino. Rischia il naufragio anche a Roma, dove un cruciale partito governativo, la Lega, imita il No irlandese (anche se i partiti principali a Dublino erano per la ratifica). La divisione sull'Europa è ben più grave dei contrasti su Afghanistan e Usa nel governo Prodi, non fosse altro perché la disapprovazione di Bush è diffusa in America e nel mondo: l'elogio del «clima più costruttivo» fatto dal Quirinale suona come una critica gratuita a Prodi. I giornali che hanno dilatato per due anni tali contrasti hanno appena accennato all'offensiva leghista contro l'Europa.

Una cosa poco promettente è che gli europei sembrano non imparare dalle crisi, nonostante quel che si dice su disastri e colpe felici. I disastri sono istruttivi solo per uomini con forte senso del futuro, del bene comune. Jean Monnet ad esempio diceva che «le crisi sono grandi opportunità»: di rompere col passato, di tentare il nuovo («Nulla è pericoloso come la vittoria», ripeteva). Alla Francia il referendum non ha insegnato molto. Pochi giorni prima del referendum, il ministro degli Esteri Kouchner ha vilipeso, sprezzante, gli irlandesi. Ha facilitato il No: per incompetenza, ignoranza, megalomania francese, come quando Chirac insultò gli europei orientali nel 2003. Comunicare bene e astutamente vuol dire parlar chiaro, ma non a vanvera.

In realtà non siamo di fronte a una storia eroica che finisce ma a una grande illusione che continua. L'illusione che gli Stati-nazione possano farcela da soli, in un mondo dove ciascuno dipende dal vicino e dal lontano. L'illusione che sia sovranità autentica, quella che Stati promettono di custodire. Tale sovranità non esiste, l'Irlanda lo conferma. Il militante più potente dei No è un ricchissimo industriale, Declan Ganley, che s'è preparato dal 2007 fondando l'associazione Libertas. Libertas riceve finanziamenti ingenti da neo-conservatori Usa e dal Foreign Policy Research Institute di cui Ganley - presidente di una ditta Usa specializzata in contratti bellici privati - è membro da anni: lo ha ricordato venerdì in un convegno parigino l'europeista liberal-democratico inglese Andrew Duff. Così come la natura, anche l'Unione ha orrore del vuoto. Quando non siamo noi a farla, è fatta da altri: in particolare, da chi teme l'Europa-potenza e vuol estrometterla.

Eppure di tutte queste parole false sono tanti a bearsi, compiacendosi del nulla. Chi resiste come Giorgio Napolitano o la Commissione o Sarkozy e la Merkel dice che un'avanguardia deve insistere, e pragmaticamente proseguire le ratifiche. Saggio consiglio, ma tutt'altro che pragmatico. Qui urge ancora un po' d'eroismo. I più determinati oggi non sono gli eroi ma i rinunciatari, i pavidi, gli uomini impagliati di Eliot: «La sanguigna marea s'innalza e ovunque / annega la cerimonia dell'innocenza; / i migliori mancano d'ogni convincimento, / mentre i peggiori son colmi d'appassionata intensità».

il manifesto

La sordità di chi vuol «tirare dritto»

di Luciana Castellina

«Tireremo dritto». Questa, esattamente come tre anni fa - quando a bocciare la Costituzione furono francesi e olandesi - la risposta che i leaders di tutta Europa (italiani inclusi) hanno dato al nuovo «no» degli irlandesi. Che si sono pronunciati così nonostante sia stato loro sottoposto un testo meno ambizioso, frettolosamente arrangiato a Lisbona, nella speranza di far creder agli scettici che si trattasse di una minestra diversa da quella rifiutata.

Andranno dunque avanti come stabilito, insensibili al non trascurabile particolare che la ratifica del Trattato è sì stata approvata da 18 stati membri, ma sempre e solo dai rispettivi parlamenti e generalmente senza che i cittadini ne sapessero poco più che niente, mentre questa Unione Europea non passa l'esame proprio ogni volta che a votare è direttamente il popolo via referendum.

Come tre anni fa, anche questa volta, i renitenti sono stati accusati di tradimento e di ignoranza: come non capire l'afflato ideale di quei 418 articoli fitti di indicazioni sulla circolazione di merci servizi e capitali?

Per gli irlandesi, poi, c'è un'aggravante: sono anche ingrati. Hanno mangiato a ufo tutti questi anni, ottenendo più vantaggi da Bruxelles di chiunque altro, tanto da balzare da un reddito procapite inferiore alla media europea addirittura al secondo posto: e non si sono contentati.

Non basta, evidentemente. Ed è singolare che non si consideri proprio questo dato un aggravante: che se l'Unione non piace nemmeno a chi ne ha più beneficiato, vuol dire che il disamore deve essere davvero profondo. Vuol dire che un'Europa sempre più allineata alla globalizzazione, priva di una propria specifica ragion d'essere, a rimorchio degli Stati Uniti su guerre e ideologia, non è roba che fa sentire europei.

Agli irlandesi che hanno il beneficio di esser ancora neutrali, costa oltretutto anche più cara: li trascina nella costruzione di eserciti europei della cui autonomia politica dalla Nato c'è di cui dubitare.

Di particolarmente europeo rischia oggi di esserci piuttosto un tratto peggiorativo: la progressiva erosione della democrazia che stiamo vivendo e che costituisce, non a caso, uno dei principali motivi di diffidenza dei cittadini verso le istituzioni europee, dove del resto ormai esplicitamente si teorizza la necessità di passare a una democrazia (persino) post-parlamentare, perchè i problemi posti dalla globalizzazione sarebbero oramai tanto complessi da esigere una crescente dose di delega ai gestori amministrativi.

Del resto a leggere i commenti al voto irlandese risulta davvero imbarazzante l'assenza di ogni riflessione sul distacco che ormai si registra fra pronunciamenti dei parlamenti e pronunciamenti diretti, via referendum, dei cittadini.

La prima e più urgente cosa che occorre dire, e anzi, ripetere, è che si deve adesso andare a una vera fase costituente europea, non a un nuovo esercizio di ingegneria istituzionale, pratica in cui l'Unione eccelle. Per riproporsi l'interrogativo di fondo: a che serve un'Europa clone del mercato globale, che non riesce a rappresentare una qualche specifica diversità, in grado di reinverare quanto di meglio c'è nella nostra tradizione democratica e sociale? Anzichè tirare dritto, meglio una pausa di riflessione. Anche per la sinistra che, o è stata piattamente e acriticamente europeista, o , pur essendo critica, si è scordata di considerare seriamente il p

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