In apparenza la storia sembra ripetersi: dopo le divisioni sull’Iraq, anche sulla Georgia gli Occidentali dissentono e l’Europa si divide. Ancora una volta Francia e Germania cercano vie non bellicose, aspirano a un mondo fatto di tregue e regole, si sforzano di opporre al vecchio equilibrio fra potenze, poggiato sulla sovranità totale degli Stati, la cooperazione e il diritto: la missione di Sarkozy a Mosca e Tbilisi è stata il tentativo di salvaguardare tale cultura.
Ancora una volta l’Est europeo, non sentendosi protetto dall’Unione, si schiera con Washington e il suo alleato georgiano. Anche le critiche all'Europa si ripetono: Sarkozy è sospettato di accomodamento - di appeasement - verso Putin; Berlino di asservimento al petrolio russo. Quattro Stati orientali dell’Unione (Polonia e i tre baltici) hanno deciso assieme all’Ucraina di esser presenti a Tbilisi, il 12 agosto, per solidarizzare con Saakashvili, descrivere il Cremlino come nemico assoluto, e condividere le parole di Bush e del candidato repubblicano McCain. Allo stesso modo si sono espressi due intellettuali francesi, André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy, sul Corriere della Sera del 13 agosto. Riproponendo l’appeasement degli Anni 30, l'Europa sfiorerebbe la morte. Non così l’America, la cui parola sarebbe chiara e inflessibile.
La storia tuttavia non è immobile e molto è mutato, dalla fine della guerra fredda. Washington ha alle spalle fallimenti colossali: due guerre ritenute facili e sbrigative, in Afghanistan e Iraq, si protraggono con costi spropositati, tanto che mancano forze per altri interventi. Il suo prestigio mondiale è spezzato, e la sua presenza si è enormemente estesa - creando sotto Clinton e Bush problemi per la Russia nel Caucaso - ma è una presenza di parole, non di fatti.
L’America può spingere a avventure senza esito. Non costruisce ordine, non dissuade. Saakashvili ha preso le parole per realtà, e adesso s’accorge che erano solo parole. È caduto nella trappola russa ma anche nella trappola che gli hanno teso, irresponsabilmente, repubblicani e lobby interessati a inventare nuovi Spiriti del Male da combattere.
Anche per questo è l’ora dell'Europa. È ora di un ordine mondiale che difenda gli Stati nati dalla fine dell'Urss, ma dentro il quale la Russia non si senta estranea, reietta, nuovo nemico esistenziale utile per vincere elezioni. Il realismo che all’America manca, sono gli europei a poterlo mostrare, dopo secoli di nazionalismi. Può darsi che la tregua negoziata dall’Eliseo sia effimera: ma è l’unico tentativo di parlare alla Russia e di evitare che si ripetano i crimini in Cecenia e l’offensiva in Georgia. Il fatto che Washington parli solo con Tbilisi è segno non di forza ma di debolezza.
Segnala un potere senza responsabilità, dunque finto.
È ancora presto per dire chi perderà: se la Georgia che ha sfidato Putin contando su alleati inaffidabili, se l’America che ha costruito vere basi nel Caucaso, se l’Europa di Sarkozy. Fin da ora, tuttavia, alcuni punti son chiari. Nella catena delle responsabilità, Washington ha un ruolo chiave. Sulla Russia, ancora non esiste un’idea approfondita nella Nato che si vuole allargare. Neppure gli europei pensano davvero la Russia. Difficile capire i disastri odierni, se non si affrontano questi tre punti fondamentali.
Al disastro si è arrivati per colpe russe e georgiane, ma chi ha dato alla Russia il senso di poter tranquillamente violare il diritto internazionale e invadere una nazione sovrana sono stati gli Occidentali e gli Usa. È osservando la secessione del Kosovo che Putin ha creduto di poter impunemente, anch’egli, usare il secessionismo contro un’integrità territoriale. Se dal sogno di un ordine regolato da leggi (la kantiana Repubblica Mondiale) si è passati allo scontro hobbesiano fra Stati-Leviatani, è perché questa seconda soluzione resta vincente negli Stati Uniti, e perché la kantiana Europa si fa dividere. L’ordine che essa difende è stato eroso dalle due potenze, e tuttavia resta l'unico funzionante. Anche se imperfetto moralmente (metà Europa l’ha sofferto), anche se fondato sul contenimento dell’avversario e non sulla sua distruzione (la Nato servì a questo) esso ha dato all’Europa regole basate sulla dissuasione, sullo scontro bellico evitato, sul rispetto di reciproche aree di influenza. Quest’ordine è stato giudicato inservibile e immorale dopo il ‘90, e da allora l’America ha cominciato a pensare se stessa come unico egemone senza vincoli, come incarnazione di Roma antica, come garante etico del mondo.
È quello che ha impedito per oltre un decennio di pensare la questione centrale dell'Unione: questione che consisteva non solo nella sua riunificazione ma nel rapporto con la Russia, con le sue frustrazioni post-imperiali, con la perdita di territori posseduti dai primi dell’800, con l’immensità della diaspora russa (16-17 milioni, divisi fra Ucraina, Baltici, Kazakistan, Bielorussia, Caucaso).
Per questo è così importante rimeditare storia e funzioni della Nato. In origine essa fu pensata come strumento vendicativo, e tale torna a essere soprattutto se s’incarnerà nella Lega delle Democrazie che McCain vuol opporre alla «Russia revanscista». Lord Ismay, primo segretario generale dell’Alleanza, sostenne che lo scopo era di «tenere i russi fuori, l’America dentro, e la Germania sotto». E così sarebbe stato, se l’Unione europea non avesse invece riabilitato la Germania, dandole il peso che le fu negato dopo il 14-18. Oggi verso la Russia si vuol applicare lo schema di Lord Ismay. La Russia deve esser «tenuta sotto», umiliata: accerchiandola come disse Cheney anni fa, spingendola alla follia, suscitandole attorno innumerevoli staterelli autoritari, nazionalisti, assoldati nella guerra Usa al terrorismo.
Dopo anni di ideologica esportazione della democrazia, adesso il pensiero neo-conservatore rivaluta geopolitica e realismo: alla storia non si sfugge e pensare a un ordine etico mondiale è insensato, scopre Robert Kagan nel suo ultimo libro (The Return of History and the End of Dreams, 2008), smettendo le illusioni sulla freedom agenda - l'esportazione della democrazia - nutrite dal 1996. Oggi Kagan sostiene che gli Stati si muovono come nell’800, e fanno bene: custodendo sfere d’influenza, difendendo interessi economici tramite espansioni territoriali. Una realtà che l’Europa non vedrebbe, impigliata com’è nel sogno di un ordine mondiale giuridicamente vincolante. Sembra una svolta ma non lo è. Anche quando è realista, Kagan s’aggrappa all’illusione: che l’America abbia il diritto di agire unilateralmente ignorando vincoli e leggi, espandendosi a piacimento in zone d’influenza altrui, senza mai essere imitata. La storia si è vendicata, il suo grande emulatore è oggi la Russia.
Anatol Lieven sul Financial Times ha scritto il 14 agosto che la vittoria russa in Georgia è una fortuna, perché ha scongiurato la catastrofe. Se la guerra avesse avuto luogo quando la Georgia era già nella Nato non saremmo intervenuti lo stesso, e l’Occidente sarebbe a pezzi. Ragione per cui: non bisogna promettere quel che non si può mantenere. Non si possono creare autocrazie pur di ridurre la Russia, tanto più che la Georgia di Saakashvili non è un faro di libertà. Basta sentire chi l’ha frequentata per anni come Lieven. Basta sentire intellettuali georgiani come Devi Dumbadze, che sulla Neue Zürcher Zeitung del 14-8 racconta il maniacale nazionalismo di Tbilisi e i massicci aiuti militari di Washington. Dumbadze racconta come nella nuova televisione dell’esercito georgiano campeggia una citazione davvero inquietante: «Una volta per tutte dobbiamo capire che mai ci riprenderemo i territori perduti con preghiere ridotte a formalità e speranze nella Lega delle nazioni. Ce li riprenderemo solo con la forza delle armi. Hitler 1932».
Dal festival cinematografico di Locarno dove si trovava, Nanni Moretti qualche giorno fa ha lanciato una provocazione politica. «In Italia – ha detto – l'opposizione non esiste più ma c'è un altro fenomeno ancora peggiore: non c'è più un'opinione pubblica. Il dominio di Berlusconi sulle reti televisive ha spostato e devastato il modo di pensare degli italiani».
Moretti non è il solo ad essere arrivato a questa conclusione; l'autore del "Caimano" ha però il pregio di non esser mosso da alcun interesse né ideologico né pratico; esprime icasticamente un modo di pensare e di constatare che in parte anch'io condivido ma che merita comunque alcune precisazioni. Soprattutto per quel che riguarda la pubblica opinione. Il tema è di grande importanza, specialmente nei Paesi democratici. In essi infatti l'opinione pubblica costituisce la sostanza vitale sulla quale la democrazia imprime la propria forma.
Anche nei Paesi governati da sistemi autoritari o, peggio, totalitari l'opinione pubblica rappresenta un elemento essenziale cui il potere dedica specialissime cure. Il fine di questi regimi consiste nella sistematica manipolazione delle coscienze affinché siano persuase ad una credenza conforme. Una variante (non necessariamente alternativa) è quella di smantellare ogni tipo di opinione facendo rifluire l'attenzione dei cittadini sui loro interessi privati. Questo processo, se portato alle sue conseguenze ultime, conduce alla desertificazione dell'opinione pubblica. Mi sembra che l´autore del "Caimano" pensi e tema soprattutto questa variante: il dominio delle opinioni private al posto dell'opinione pubblica, alle mire del regime dominante.
Altre volte ho scritto che lo specchio in cui si rifletteva l'immagine che i cittadini avevano del loro Paese si è rotto in tanti frammenti i quali riflettono soltanto la figura e gli interessi frammentati di chi vi si specchia. Tante opinioni private senza più una visione del bene comune: questo è il prodotto del berlusconismo, agevolato e amplificato dal controllo dei "media". Ad esso l'opposizione non ha saputo rispondere: nonostante le intenzioni di seguire una strada opposta ha subito l'egemonia berlusconiana e si è sintonizzata sulla stessa lunghezza d'onda, convinta di poter diffondere messaggi diversi. Allo stato dei fatti l'esito di questo scontro ha dato un solo vincitore e parecchi sconfitti.
Tuttavia l'esito non è definitivo e non tutte le opinioni sono state ridotte alla sola dimensione privata. Ci sono ancora gruppi consistenti di cittadini che coltivano una visione del bene comune, che sentono il bisogno impellente di pensare in termini di bene comune senza contrabbandare dietro queste due parole i loro privatissimi egoismi e le loro personali egolatrie.
Esiste per esempio un'opinione pubblica "berlusconista". Coltivata, amplificata, puntellata con mezzi imponenti, ma di cui sarebbe un madornale errore negare l'esistenza. Sicurezza, tolleranza zero, intransigenza identitaria, fiducia nel leader anche a costo di veder sacrificati alcuni privati interessi. Un'opinione pubblica così conformata costituisce la base di consenso che accomuna le spinte identitarie berlusconiste e leghiste. Caro Moretti, quest'opinione pubblica c'è; anche se da quello specchio emerge una figura che a te ed a me risulta ripugnante, è tuttavia con essa che si debbono fare i conti.
C'è un altro specchio e un'altra opinione pubblica di diversa natura; è quella di cui parla Giuseppe De Rita quando delinea una strategia cattolica fondata sulle comunità locali, sul volontariato, sul doppio pedale del "sacro" e del "santo", cioè della fede e delle opere.
Questa visione del bene comune indubbiamente esiste ma non si identifica né con il Vaticano né con la Conferenza episcopale. Sono piuttosto i cattolici degli oratori, delle case religiose, delle comunità di dimensioni nazionali, di alcuni Ordini religiosi.
Il sacro e il santo. Riesce molto difficile dare una figura politica a questo tipo di opinione pubblica, ma senza una figura politica non esiste una visione di bene comune perché non esiste una "polis", una città terrena dove applicarla. Il sacro non è infatti di questo mondo. Quanto al santo, cioè alle opere, esse costituiscono un´importante presenza testimoniale e missionaria, una rete flessibile come tutte le reti e quindi disponibile ad essere utilizzata da forze esterne. Dietro il santo c'è molto spesso un vitello d´oro da adorare invece del poverello di Assisi e ne abbiamo tutti i giorni la prova.
Esiste anche, da almeno due secoli, ed opera attivamente in tutte le democrazie occidentali un'altra opinione pubblica con caratteristiche sue proprie ed è quella espressa dalla "business community". Possiede potenti strumenti di formazione e di diffusione ed ha una sua precisa visione del bene comune: libertà di mercato, regole blande, considerazione degli interessi costituiti, Stato efficiente e leggero. Insomma il capitalismo, che può assumere di volta in volta forme molto diverse tra loro, dal liberismo al protezionismo, dall'alleanza con la democrazia a quella con la "governance" autoritaria.
Oggi questa opinione pubblica è tendenzialmente orientata verso la versione berlusconista della democrazia, con simpatie leghiste diffuse soprattutto nel Nord-Nordest, ma la "business community" fa comunque parte a sé, ha il suo metro di giudizio, i suoi valori e la sua moralità che si realizza nel profitto d'impresa, "variabile indipendente" alla quale tutte le altre a cominciare dal lavoro debbono conformarsi.
Infine esiste (stavo per scrivere esiste ancora) un'opinione pubblica di centro e di sinistra riformista, progressista, laica. La sconfitta elettorale di un anno fa sembra averla ridotta ad uno stato larvale; non riesce ad esprimere un pensiero unitario e un'egemonia culturale, percorsa da convinzioni forti ma contrastanti: tolleranza, solidarietà, legalità, federalismo, centralismo, pacifismo, sicurezza, diritti, doveri, gregarismo, moderazione, massimalismo. Spore del possibile avrebbe detto Montale. Belle persone e volti consumati. Lotte per conquistare un potere inesistente e futuribile. Trasformismi sottotraccia e idealismi generosi.
Quest'opinione pubblica avrebbe bisogno d'una voce che la rappresenti e di una forma che la riporti in battaglia. E ancora una volta dico: d'uno specchio in cui possa guardarsi e rassicurarsi del proprio esistere.
Alle primarie dello scorso ottobre questa forma sembrò realizzarsi. Sono passati dieci mesi da allora e sembra un tempo lontanissimo. Può tornare soltanto se ricreato da un atto di volontà collettiva. Le scorciatoie individuali non servono a nulla, nascondono piccole vanità e mediocri trasformismi. Serve una volontà di massa per risollevare un Paese sdrucito e frastornato. Si può fare? Fino a poco tempo fa pensavo di sì, ma i giorni passano in fretta e non inducono a pensare positivo. Le spinte centrifughe aumentano e il «si salvi chi può» rischia di diventare un sentimento diffuso. Se volete dare un segnale di riscossa dovete alzarvi e camminare. Altrimenti attaccate la bicicletta al chiodo e non pensateci più. Toccherà pensarci ai vostri nipoti se ne avrete.
Post scriptum. Tre giorni fa l'ufficio statistico europeo Eurostat ha diffuso le cifre ufficiali concernenti il Pil di Eurolandia. Per la prima volta dalla nascita della moneta unica il Pil del secondo semestre di quest´anno arretra dello 0.2 per cento. Non vuol dire ancora recessione ma poco ci manca.
L'inflazione dal canto suo è ferma al 4 per cento, ma molti segnali registrano un'inversione di tendenza: petrolio, materie prime, prodotti ferrosi, derrate alimentari denunciano consistenti ribassi sui mercati internazionali anche se su molti mercati locali questi ribassi ancora non arrivano, ostacolati dalla lentezza dei circuiti distributivi e dalla presenza di monopoli e cartelli.
Fermo restando che l'andamento dell'inflazione dev'essere continuamente controllato, il pericolo incombente riguarda - ormai risulta in modo evidente - una drastica caduta della domanda di consumi e di investimenti con il cupo corteggio di disoccupazione e di ulteriore arretramento del reddito nazionale e individuale.
Da questo punto di vista l'intera impostazione della manovra finanziaria risulta a dir poco fuori tempo. La compressione triennale della spesa per un totale di 36 miliardi dei quali 16 già nel primo esercizio, a parità di pressione fiscale, configura una strategia insensata. Se è vero che la crisi attuale ricorda per gravità e dimensioni gli eventi del triennio 1929-1932, è altrettanto vero che le misure finanziarie fin qui attuate ricordano quelle che in Usa furono prese dalla presidenza repubblicana precedente all'avvento di Franklin D. Roosevelt. Misure sciagurate, che aggravarono ulteriormente la crisi e rallentarono gli effetti del rilancio rooseveltiano sulla domanda di consumi e di investimenti.
In queste condizioni, quali che siano le opinioni di Tremonti e di Calderoli, parlare di federalismo fiscale è pura accademia e fumo negli occhi per distogliere l´attenzione da questioni assai più cogenti. Una trasformazione radicale del sistema tributario e dei poteri amministrativi effettuati in tempi di recessione e di deflazione è inattuabile poiché comporta gravissimi rischi. Come se, in tempi di tempesta, il timone della nave fosse affidato a venti timonieri anziché ad uno. Basta enunciare un'ipotesi del genere per esserne terrorizzati.
Giunto avventurosamente al potere, il dittatore dello stato libero di Bananas comunicava ai sudditi le sue prime riforme. Tra queste, l'obbligo di indossare la biancheria sopra i vestiti, e non sotto. Divertente. Ma ci scuserà Woody Allen se consideriamo la sua immaginazione superata - almeno nella repubblica delle banane che abitiamo noi - dal ministro degli interni e dai sindaci di mezza penisola.
Alle «ordinanze creative» e alla «fantasia» dei sindaci si era appellato qualche settimana fa Roberto Maroni, quello che persino una sonnacchiosa Europa dei diritti ha saputo riconoscere come un mix di malafede, xenofobia e razzismo. Ora che la fantasia è stata declinata in azione repressiva, lo scenario appare chiaro quanto grottesco. A Novara (sindaco leghista Massimo Giordano) non si può stare al parco in più di due dopo il tramonto. A Voghera non si può sedersi sulle panchine di notte. A Cernobbio se ti sposi arriva un'ispezione sanitaria a casa. A Rimini non si può bere dalla bottiglia per la strada (titolo sul Resto del Carlino: «Vietato bere dalle bottiglie anche di giorno», Woody, dilettante!). Lo stesso a Genova. A Firenze, la città del mitico assessore Cioni, è vietato agli strilloni vendere i giornali ai semafori, ma si vigila attentamente anche sui ragazzini che giocano a pallone in un parco pubblico, grave attentato alla sicurezza.
Estinti i lavavetri, la mamma dei capri espiatori è sempre incinta, e le multe serviranno a comprare nuove telecamere di controllo. A Venezia non si può girare per le calli con grosse borse. Groppello (comune di Cassano d'Adda, sindaco forzista Edoardo Sala), chiude nel giorno di ferragosto l'unica spiaggia sul fiume perché è in programma una festa di cittadini senegalesi. Motivazione: «Sicurezza del territorio, ma anche di questi immigrati, che arrivano in gran numero facendo confusione e rischiando di annegare». Come fantasia, come creatività, potrebbe bastare, ma non è che l'inizio.
L'arrivo - ci siamo - è l'immagine della prostituta nigeriana segregata e abbandonata a Parma da vigili urbani diventati secondini, privata di ogni dignità e fotografata come una bestia in gabbia. Per il nostro bene, per la nostra sicurezza, per la nostra tranquillità, piccole Abu Ghraib comunali crescono, nella certezza che le coscienze se ne faranno una ragione. La chiamano fantasia, o creatività, ma si tratta sempre della stessa cosa: un digeribile travestimento dell'abuso di potere. E infatti, che razza di fantasia ci sarebbe nel picchiare, deportare, angariare, multare, incarcerare, umiliare i più deboli? Nessuna. Inventare un'emergenza sicurezza è stato semplice, sostenerla e propagarla grazie ai media controllati dal capobanda che ha vinto le elezioni anche. Dedicarle aperture di tg e allarmati fondi sulla stampa pure. E ora? Ora che non si sa bene quale sicurezza garantire, e da che cosa, e da chi, si fa appello alla fantasia. Qualche senegalese non potrà fare il bagno nell'Adda, la prostituta nigeriana (con clienti italiani) non creerà più allarme, il paese è salvo. Fantasia. Del resto, sapete dire cos'ha trasformato il vecchio caro ed evocativo manganello in una semplice «mazzetta distanziatrice»? Sempre lei, la fantasia. La fantasia al potere. Ai tempi del colera.
A leggere i titoli e i testi pubblicati dai giornali sulla Finanziaria di Giulio Tremonti si direbbe che mai prima d’ora si era vista una legge così perfetta ed una politica economica così adatta a soddisfare i bisogni, i desideri, le speranze d’un paese. Nonostante una crisi che sta squassando il mondo intero. Nonostante la pessima eredità lasciata dal precedente governo. Nonostante la fragilità del capitalismo italiano. Nonostante l’inefficienza della pubblica amministrazione. Nonostante la pochezza del sindacalismo. Nonostante i malanni dell’Europa.
La grandezza di Tremonti. La saggezza di Tremonti. La prudenza di Tremonti. La cultura di Tremonti. L’audacia di Tremonti. La forza di Tremonti. Di personaggi come lui ne nasce uno ogni secolo. Nella sala della Maggioranza, quella dove Giovanni Giolitti teneva ai tempi suoi il Consiglio dei ministri, il ministro dell’Economia ha presentato il suo capolavoro con ai fianchi il fior fiore del governo: Brunetta, Scajola, Alfano, Sacconi, Maroni. Alle spalle, appeso al muro, il ritratto di Camillo Benso Conte di Cavour.
Berlusconi non c’era, per non offuscare la gloria del pro-dittatore.
A leggere i titoli e i testi dei giornali, necessariamente sintetici, gli aspetti di maggior rilievo del capolavoro tremontiano erano soprattutto quattro: la miracolosa rapidità con la quale il governo era riuscito ad approvare la legge finanziaria (nove minuti e mezzo), la Robin tax, la carta dei poveri, la "deregulation" del mercato del lavoro. Un impasto virtuoso di liberismo e di socialismo. Più governo e più mercato. Concretezza e filosofia. Durezza e dolcezza. Federalismo e autorità.
Infine la Chiesa, il suo insegnamento morale, i suoi valori sola speranza d’Europa e della società italiana giardino del Papa.
Ne saremo noi degni?
Commentando il capolavoro tremontiano il ministro-ombra Bersani ha detto: ci sono moltissime cose in quella legge ma manca la cosa. Tito Boeri, a proposito della Robin tax, ha scritto ieri che si tratta d’una bufala di eccezionali dimensioni. Il giornale della Confindustria, contraddicendo l’entusiasmo dei suoi proprietari, ha sottolineato in sei pagine di seguito l’impianto classista della manovra e i rischi di addossarne il peso ai ceti più deboli.
Chi ha ragione? Non vorrei passare da un eccesso all’altro. C’è anche del buono nella manovra di Tremonti. Per esempio aver anticipato i decreti d’applicazione della Finanziaria a giugno e la loro conversione in legge entro luglio insieme al documento di programmazione triennale. Di aver asciugato la sessione di bilancio che si concluderà entrò il prossimo ottobre. Questioni di metodo, in buona parte anticipate da Padoa-Schioppa. Di aver puntato sulla liberalizzazione di alcuni servizi locali già predisposta dalla Lanzillotta. Di aver previsto un programma di contenimento della spesa pubblica intermedia, quella in gran parte destinata all’acquisto di beni necessari al funzionamento della pubblica amministrazione. Mettendo sotto controllo quei capitoli di spesa il predecessore di Tremonti riuscì a bloccare il ritmo di aumento della spesa corrente che nel quinquennio 2001-2006 aveva sperperato due punti e mezzo di Pil.
A parte questi aspetti positivi, il vero senso politico della manovra di Tremonti sta nello smantellamento degli strumenti di contrasto all’evasione. Con un sofisticato meccanismo di anticipi di entrate e posticipi di uscite secondo uno schema di cassa che lo stesso Tremonti aveva già sperimentato nel quinquennio 2001-2006 e infine con varie "una tantum" a cominciare dall’imposta patrimoniale sulle risorse petrolifere.
Ne saranno beneficiari i professionisti e le partite Iva, verranno tassati i servizi pubblici cioè i loro utenti. L’aumento di cinque punti e mezzo dell’Ires sarà inevitabilmente trasferito sui prezzi al consumo. Nessun provvedimento avrà più luogo sui salari e sulle famiglie che non ce la fanno. Lo sgravio dell’Ici ha dissipato 2 miliardi di euro, la carta di povertà testé istituita butterà via un altro mezzo miliardo e questo sarà stato tutto per alleviare i pesi e rilanciare la domanda.
Ma bisogna riconoscere che c’è del genio nel sedurre i "media" con gli specchietti e le collane di vetro come fecero i "conquistadores" sbarcati cinque secoli fa in Messico e in Florida. La carta di povertà è geniale, la Robin tax è geniale: conquistano per giorni le prime pagine dei giornali e i video di tutte le televisioni, si aprono dibattiti sulla personalità di Robin Hood, sulla foresta di Sherwood, un governo guidato dal più ricco degli italiani tasserà i ricchi per dare ai poveri, che cosa si vuole di più? Non è questo il miracolo? Non serve a moltiplicare il consenso e a prolungare il più possibile la luna di miele?
Poi si scoprirà che si è trattato di patacche. Qualcuno l’ha già dimostrato ma non buca il video e neppure le prime pagine. Intanto il governo guadagna un tempo prezioso tanto quanto ne perse il governo Prodi logorato dalle risse interne fra i troppi galletti di quel pollaio.
Decidere decidere decidere. In nove minuti e mezzo se possibile, in due ore, in un giorno. Michele Serra ha scritto: 127 decisioni al giorno, non importa se tutte sbagliate. Ha ragione, oggi è questa la sindrome della gente.
Un presidente emerito della Repubblica di cui ho l’onore di essere buon amico mi ha confidato l’altro giorno tutta la sua amarezza nel constatare che gli italiani sono abbacinati dal decisionismo purché sia. Non tentano nemmeno di esaminarne i contenuti, sono felici di delegare ogni responsabilità ad un’autorità e se quella mostra i muscoli e strappa alcune regole fondamentali che presidiano lo stato di diritto e la democrazia, chi se ne infischia. Purché si decida.
Forse alla prova dei fatti si sveglieranno. Intanto gli intellettuali dibattono se è fascismo oppure no, se è dittatura oppure no, si citano autori, si rievocano Gramsci e Pasolini. Tempo perso e pagine sprecate.
Si rafforza un luogo comune in questi giorni: bisogna sperare che i provvedimenti adottati si attuino e portino buoni frutti, augurarsi il peggio sarebbe criminale.
Giuro sui miei figli di non essere un criminale e quindi non mi auguro affatto il peggio. Questo mi obbliga ad applaudire una politica basata soltanto sull’immagine e... sotto il vestito niente? Oppure a parlar d’altro per distrarre il pubblico come si usa fare per accalappiar le allodole e friggerle in padella?
Mentre Tremonti mandava in scena il suo capolavoro economico e finanziario, Berlusconi teneva anche lui il palcoscenico da par suo sulla sicurezza e sulla giustizia.
Bloccava ogni notizia sulla magistratura inquirente e scriveva al presidente del Senato una lettera che farà storia, assumendosi la diretta responsabilità del congelamento dei processi, giurando naturalmente sui suoi figli la sua innocenza e accusando d’esser sovversivi i giudici che pretendono di giudicarlo.
«Ci riporta di nuovo ad una situazione che speravamo di aver superato» ha detto Veltroni dinanzi all’assemblea dei democratici preannunciando una resistenza ferma e responsabile. Gli organi rappresentativi della magistratura hanno anch’essi reagito con composta fermezza allo stravolgimento dello stato di diritto. Il presidente della Repubblica continua a sottolineare la gravità di questa situazione. La stessa opinione pubblica, ancorché imbambolata dalle televisioni, mostra qualche primo segnale di resistenza: il consenso a Berlusconi che aveva toccato il tetto-record del 58 per cento a metà maggio, quattro giorni fa è sceso di quattro punti al 54 per cento.
Ma appena un anno fa la pubblica opinione avrebbe reagito con ben diversa energia a queste sceneggiate. Il deterioramento dello spirito pubblico ha molte cause: paura del nuovo, aumento degli egoismi, difficoltà di tirare avanti la vita e per i giovani di costruirne una nuova, mediocrità delle classi dirigenti sia di destra sia di sinistra, rifugio nell’antipolitica e nel «gossip» come antidoto alla frustrazione.
La conseguenza è un Paese fermo, ripiegato sui luoghi comuni che deturpano il senso comune. Intanto la linea di successione di questa Repubblica in cerca di un Lord Protettore è già stabilita: sarà Giulio Tremonti dopo il Berlusconi IV. Fini non sarà contento ma Bossi sì: è il nordismo, bellezza, nella sua peggiore declinazione.
Una volta si diceva: «Noi, popoli delle Nazioni unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra...» e nasceva l'Onu. Ora, molti decenni dopo, la musica è cambiata: «Noi, i leader delle maggiori economie mondiali, sia sviluppate che in via di sviluppo, ci impegnamo a combattere il cambiamento climatico secondo le nostre comuni ma differenti responsabilità...». Così conclude il G8 del Giappone. E c'è già chi fa i conti di guadagni e perdite a Wall Street, chi richiama in servizio i poliziotti della Diaz, chi allinea gli sherpa della diplomazia, chi sogna l'isola della Maddalena, al largo della Costa Smeralda, l'anno prossimo, in luglio. Magnifica vacanza, davvero.
Sono piccoli esseri, avari e ipocriti, quelli che hanno in mano il pianeta. Gli toccano responsabilità troppo grandi. Già l'anno scorso, al G8 tedesco di Heiligendamm, quello guidato da Angela Merkel, si era concordato di tagliare le emissioni di anidride carbonica del 50% per contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi centigradi per metà secolo. Hanno avuto tutto un anno per studiare la cosa, per mettersi d'accordo, convincere il mondo. Mesi dopo, a Bali, al Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) gli scienziati hanno fatto sapere che lasciando andare le cose senza intervenire, nel 2050 vi sarebbe stato un aumento nella domanda di petrolio del 70% e di emissioni di anidride carbonica del 130%, con il risultato di un aumento di 6 gradi centigradi nella temperatura, e la conseguente scomparsa di molte città e intere civiltà costiere, con Venezia come simbolo universale. Ma non è bastato.
Al G8 giapponese gli sherpa dediti all'ambiente avevano l'idea che l'obiettivo di tagliare a metà le emissioni per il 2050 fosse già raggiunto e che si dovesse stabilire solo come e quando. Si appoggiavano alle cifre presentate in giugno dall'Agenzia internazionale dell'energia, Aie. Per tagliare le emissioni del 50% - il minimo, molto meglio arrivare all'80% - sarebbero serviti nel periodo 2008-2050, 45 mila miliardi di dollari, pari all'1,1% del pil globale del periodo. L'energia sarebbe cambiata, con invenzioni ancora non provate, nell'industria, nel civile, nei traporti. E sarebbe stata necessaria una collaborazione tra tutti, con un piano preciso e un calendario.
Niente da fare. Nessuna scadenza, e anche il 2050, anno decisivo, è saltato. Chissà se i mari si calmeranno, se Venezia si salverà lo stesso. All'opposizione storica degli Usa si sono uniti i paesi in sviluppo, Cina in testa, alla ricerca del loro giusto e meritato inquinamento. Probabilmente temono che i G8 li vogliano ingannare, ancora una volta. Così rispondono: cominciate voi a ridurre dell'80%; un po' per volta. Quando lo farete sul serio, allora cominceremo anche noi.
E' il G8, bellezza. Sono già passati otto anni dai tempi di Genova. Fu allora che per l'ultima volta i popoli delle Nazioni unite cercarono di dire: «non in mio nome». Volevano evitare il flagello della guerra, della fame, del disastro ambientale. Ma gli otto leader, spaventati dallo sconquasso, dissero come sempre di no.
Famiglia Cristiana
Il presidente spazzino nel "paese da marciapiede"
editoriale
Bene fa il Governo a prendere provvedimenti su annosi problemi (nella foto: Berlusconi a Napoli). Ma riuscirà a fugare il sospetto che quando è al potere la destra i ricchi si impinguano e le famiglie si impoveriscono?
È un "Paese da marciapiede" quello che sta consumando gli ultimi giorni di un’estate all’insegna della vacanza povera, caratterizzata da un crollo quasi del 50% delle presenze alberghiere nei luoghi di vacanza. Dopo vari contrasti tra Maroni e La Russa, sui marciapiedi delle città arrivano i soldati, stralunati ragazzi messi a fare compiti di polizia che non sanno svolgere (neanche fossimo in Angola), e vengono cacciati i mendicanti senza distinguere quelli legati ai racket dell’accattonaggio da quelli veri.
A Roma il sindaco Alemanno, che pure mostra in altri campi idee molto più avanzate di quelle che il pregiudizio antifascista gli attribuisce, caccia i poveri in giacca e cravatta anche dai cassonetti e dagli avanzi dei supermercati. Li chiamano scarti, ma lì si trovano frutta e verdura che non sono belli da esporre sui banchi di vendita. E allora se vogliamo salvare l’estetica, perché non facciamo il "banco delle occasioni", coprendo con un gesto di pietà (anche qui "estetico"), un rito che fa male alle coscienze? Nei centri Ikea lo si fa, e nessuno si scandalizza. Anzi.
Ma dai marciapiedi sparisce anche la prostituzione (sarà la volta buona?) e sarebbe ingeneroso non dare merito al Governo di aver dato ai sindaci i poteri per il decoro e la sicurezza dei propri cittadini. A patto, però, che la "creatività" dei sindaci non crei problemi istituzionali con questori e prefetti e non brilli per provvedimenti tanto ridicoli quanto inutili; e che il Governo non ci prenda gusto a scaricare su altri le sue responsabilità, come con l’uscita tardiva e improvvida (colpo di sole agostano?) della Meloni e di Gasparri, che hanno chiesto ai nostri olimpionici di non sfilare per protesta contro la Cina (il gesto forte, se ne sono capaci, lo facciano loro, i soliti politici furbetti che vogliono occupare sempre la scena senza pagare pegno!).
Tornando al "Paese da marciapiede", ha fatto bene il cardinale Martino, presidente del Pontificio consiglio per i migranti, ad approvare la lotta al racket dell’accattonaggio senza ledere il diritto di chiedere l’elemosina da parte di chi è veramente povero. Il cardinal Martino ha posto un dubbio atroce: la proibizione dell’accattonaggio serve a nascondere la povertà del Paese e l’incapacità dei governanti a trovare risposte efficaci, abituati come sono alla "politica del rattoppo", o a quella dei lustrini?
La verità è che "il Paese da marciapiede" i segni del disagio li offre (e in abbondanza) da tempo, ma la politica li toglie dai titoli di testa, sviando l’attenzione con le immagini del "Presidente spazzino", l’inutile "gioco dei soldatini" nelle città, i finti problemi di sicurezza, la lotta al fannullone (che, però, è meritoria, e Brunetta va incoraggiato). Ma c’è il rischio di provocare una guerra fra poveri, se questa battaglia non la si riconduce ai giusti termini, con serietà e senza le "buffonate", che servono solo a riempire pagine di giornali.
Alla fine della settimana scorsa sono comparse le stime sul nostro prodotto interno lordo (Pil) e, insieme, gli indici che misurano la salute delle imprese italiane. Il Pil è allo zero, ma le nostre imprese godono di salute strepitosa, mostrando profitti che non si registravano da decenni. L’impresa cresce, l’Italia retrocede. Mentre c’è chi accumula profitti, mangiare fuori costa il 141% in più rispetto al 2001, ma i buoni mensa sono fermi da anni. L’industria vola, ma sui precari e i contratti è refrattaria. La ricchezza c’è, ma per le famiglie è solo un miraggio. Un sondaggio sul tesoretto dei pensionati che sarà pubblicata su Club 3 dice che gli anziani non ce la fanno più ad aiutare i figli, o lo fanno con fatica: da risorsa sono diventati un peso.
È troppo chiedere al Governo di fugare il sospetto che quando governa la destra la forbice si allarga, così che i ricchi si impinguano e le famiglie si impoveriscono?
la Repubblica
La scelta delle gerarchie
di Edmondo Berselli
Alla fine per rintuzzare le critiche di Famiglia Cristiana al governo Berlusconi e per spegnere il focolaio delle polemiche è dovuto intervenire il direttore della sala stampa del Vaticano: e in quel momento si è capito che se padre Federico Lombardi aveva scelto di intervenire ai microfoni del Tg1 voleva dire che sullo sfondo si erano mosse le alte gerarchie, chissà, la segreteria di Stato, la presidenza della Cei, evidentemente preoccupate per la piega presa dagli eventi, e dalla durezza delle risposte nel governo e nel Pdl.
E difatti padre Lombardi, con le sue misuratissime parole, ha provveduto a ripartire le competenze e a definire le responsabilità: Famiglia Cristiana, ha detto il portavoce del papa, è un giornale importante del mondo cattolico ma non rappresenta affatto la linea del Vaticano o della Cei, e quindi i suoi giudizi identificano soltanto chi li ha scritti e il direttore del settimanale, don Antonio Sciortino.
Difficile immaginare una presa di distanza più radicale. Non si ricordano interventi equilibratori di questo tenore allorché il settimanale dei Paolini aveva criticato aspramente Romano Prodi e il suo governo, e più tardi il «pasticcio in salsa pannelliana» del Pd. E a questo punto viene anche da chiedersi per quale motivo le alte sfere vaticane hanno deciso un intervento che ha tutta l’aria di voler ridurre ufficialmente a Famiglia Cristiana a voce periferica e irrilevante.
Si può dissentire dalle valutazioni espresse dall’editorialista Beppe Del Colle, o comunque giudicare esasperato il giudizio secondo cui con misure come «la sciocca e inutile trovata» delle impronte digitali ai bimbi rom il nostro Paese sfiora il rischio di un nuovo fascismo. Ma nondimeno, per inquadrare decentemente i fatti, occorre anche considerare che il più importante e venduto giornale cattolico rappresenta un punto di vista significativo nella cultura cattolica, e non solo cattolica, italiana.
Sotto questa luce, non è facile definirlo politicamente. Destra e sinistra non sono termini che possono restituire integralmente la posizione storicamente rappresentata dal giornale dei Paolini. Infatti Famiglia Cristiana si colloca rigorosamente nella tradizione cattolica per ciò che riguarda la concezione della famiglia, e su altri temi che attengono al magistero etico della Chiesa. Ma nello stesso tempo il settimanale ha sempre rappresentato un punto di riferimento per il cattolicesimo più aperto e non impaurito dalla modernità. L’ortodossia verso il magistero papale, insieme con l’amore filiale manifestato verso i pontefici da Wojtyla a Ratzinger, non ha mai impedito ai Paolini, prima sotto la direzione di don Leonardo Zega e poi con la guida di don Sciortino, di esporre una propria linea culturale e finanche "sociale", legata a quelle inquietudini conciliari che hanno vivificato a lungo il cattolicesimo italiano e che hanno trovato nel papato di Montini l’espressione più compiuta, e nel pensiero del cardinale Martini la presenza più suggestiva.
Sarebbe una sciocchezza attribuire alla direzione di Famiglia Cristiana e ai suoi giornalisti un orientamento esplicitamente di sinistra. Si scadrebbe al grado di livore manifestato in questi giorni da Maurizio Gasparri, e dalle controaccuse di fascismo da parte dell’ex Udc Carlo Giovanardi (che si è scagliato contro i «toni da manganellatore» che don Sciortino consente ai suoi collaboratori). Eppure, non ci sono dubbi che nel corso degli anni Famiglia Cristiana ha rappresentato una delle sempre più rare isole di riflessione e anche di critica verso l’ineluttabilità del disincanto politico, e verso l’edonismo cinico che ha segnato l’ultima fase della modernizzazione del nostro Paese.
Se esiste un luogo in cui persiste un atteggiamento non corrivo, cioè non arrendevole, verso la brutalità e la volgarità dell’Italia consumista e televisiva, questo è stato ed è Famiglia Cristiana. Prendere tale atteggiamento e proiettarlo come una critica essenziale verso il berlusconismo può essere una forzatura: ma nondimeno è connaturata alla mentalità del giornale dei Paolini l’idea di una società sobria, esente dai fulgori effimeri, dagli amori fatui, dall’iperconsumo irresponsabile. E di converso di una partecipazione alla sofferenza degli umili, qualunque sia il loro posto nella società dell’euforia coatta. Una condivisione dettata dalla fede, dall’umanità, dalla curiosità verso ciò che è diverso, e dalla disponibilità culturale verso ciò che è inedito.
Che da destra si manifesti un’insofferenza tanto acuta verso il settimanale cattolico sembra la dimostrazione palese che il rapporto con il mondo cattolico viene sentito sotto un aspetto strumentale e problematico. Come una risorsa politica ed elettorale, ma anche come una possibile fonte di delegittimazione. D’altronde, appartiene interamente allo spirito di Famiglia Cristiana la critica verso quei provvedimenti governativi di taglio spettacolare, che sembrano fatti apposta per aumentare l’inquietudine dei cittadini, vale a dire per intensificare l’allarme sociale che dichiarano di voler combattere (con rischi, se non di un nuovo "fascismo", di un circolo vizioso di misure sempre più aspre e sempre più inadeguate rispetto all’allarme generato).
Non è facile oggi stare dentro i panni del direttore di Famiglia Cristiana. Rappresenta una posizione impopolare rispetto a quel mondo cattolico, maggioritario, che dopo la fine della Dc ha scelto di farsi rappresentare dalla destra. Non troverà sostegni apprezzabili a sinistra, dove la parte laica guarderà sempre con sfavore le sue posizioni sui temi politicamente sensibili della bioetica. Ma il pericolo maggiore, prima ancora delle proteste di chi viene criticato, e che riguarda tutti i cattolici consapevoli, è quello di restare schiacciati da un implicito patto di potere fra la destra trionfante di questa stagione e il realismo politico delle gerarchie vaticane: cioè dalla strana e nuova conciliazione che sembra delinearsi, un nuovo patto di interessi e di potere che potrà premiare la Chiesa come istituzione temporale, ma che lascerebbe senza voce un cattolicesimo che ancora accetta di misurarsi con i dubbi, le incertezze e le angosce del nostro tempo.
Una dichiarazione del Comitato Olimpico Internazionale, diffusa all’indomani della guerra fra Georgia e Russia, riassume molto bene l’epoca in cui viviamo e lo stato mentale che la caratterizza: stato fatto di cecità, ignoranza, stupidità militante, irresponsabilità. «Non è quello che il mondo vorrebbe in questo momento vedere», sentenzia a Pechino il Comitato, e forse non sa quanto è fedele al vocabolario dominante nei governi e nei giornali d’Occidente. Anch’essi non vogliono guardare quel che accade e di conseguenza non lo vedono: non da oggi, ma da decenni. Ci si dichiara delusi, traditi, come se le Olimpiadi non fossero state questo sempre, dalle tirannidi greche antiche fino ai Giochi di Hitler nel ’36: un intreccio di bellezza estatica e di brutture, un fascinoso mito d’armonia poggiato sul duro pavimento di realtà fratricide. Le Olimpiadi sono sempre state un mondo parallelo, e lungo i millenni non hanno mai sostituito il mondo effettivo anche se ne hanno raffigurato le illusioni: l’umanità naviga triste verso lidi di felicità fittizia nelle odi di Pindaro come nella modernità.
Le Olimpiadi del 2008 non sono state infangate. La stupidità umana è un fango che precede il mito anche quando se ne nutre, e la caucasica guerra estiva lo conferma: non si può neppure escludere che i bellissimi simboli d’unità a Pechino siano un’immagine insopportabile per il cuore geloso di Mosca, che vede l’impero cinese affermarsi e il proprio degenerare. Al momento tuttavia Putin sembra vincente.
La Georgia non pare aver ripreso i territori che ritiene suoi e si ritira, Washington che era il principale alleato di Tbilisi cerca di negoziare soluzioni Onu accettabili per Putin. Vacilla infine la strategia occidentale alle periferie russe: l’incorporazione nella Nato di Georgia e Ucraina s’allontana.
Sono quasi vent’anni che non vediamo, non ci prepariamo, non pensiamo veramente la fine dell’impero sovietico. Quest’intermezzo era colmo di premonizioni ma l’abbiamo traversato con occhi bendati e idee defunte: con reminiscenze di Hitler e dei cedimenti democratici del ’38, con lo spirito resuscitato del ’14-’18 e dell’autodeterminazione dei popoli. In questi anni la mondializzazione ha messo le radici, accelerata da Cina e India, ma nessuno strumento è stato apprestato per governarla. L’unica bussola resta il predominio unilaterale americano, la sua presenza sempre più estesa in zone strategiche ricche di petrolio e gasdotti. L’unica lente attraverso cui si guarda il reale è quella dell’equilibrio delle potenze, della balance of power che gioca un nazionalismo contro l’altro. Clinton non è Bush junior ma il suo atteggiamento, come quello di Bush padre, non fu diverso. La fame di controllo sul Caucaso ha accomunato tre presidenze Usa, spegnendo i primi passi russi verso il post-nazionalismo e accrescendo nei suoi dirigenti il senso di umiliazione, offesa, risentimento.
In questa vecchia politica si mescolavano due ideologie. La prima immaginava un mercato mondializzato che poteva fare a meno della politica proprio mentre si moltiplicavano nel mondo conflitti più che mai politici su risorse e petrolio. La guerra in Iraq è stata l’acme del Grande Gioco attorno alle risorse, cui si sono aggiunte le interferenze nel Caucaso, la Nato usata come gingillo di potenza, le basi militari insediate in Asia centrale durante le guerre anti-terrore. La seconda ideologia è il nazionalismo etnico, che è riemerso nel pensiero occidentale cancellando la lezione di due guerre mondiali catastrofiche. L’aggressione serba contro i separatismi jugoslavi è sfociata in una guerra che ha visto l’Occidente intervenire a giusto titolo per evitare carneficine ma senza idea alcuna sulle società multietniche da ricostruire. I cedimenti mentali si sono susseguiti: si cominciò con l’appoggio a nazioni omogenee (l’accordo di Dayton suddivise la Bosnia in tre clan etnici) e si finì con il beneplacito alla secessione del Kosovo nel 2008. La sconfitta Usa ed europea ha inizio allora: se il mondo ragiona come nel ’14, non stupisce che anche Putin manipoli le etnie a proprio vantaggio.
Ora ci si indigna tutti sorpresi, ma quel che succede è una logica conseguenza di queste resuscitate idee defunte. E non voler vedere serve a poco, perché il non-visto esiste pur sempre e non eclissa colpe, omissioni, follie che sono di tutti. Non eclissa innanzitutto le colpe del Presidente georgiano, al potere dopo la Rivoluzione delle Rose del 2003. Il regista Otar Iosseliani, intervistato da La Repubblica, lo chiama «un folle, nel senso letterale del termine»: «Siamo nelle mani di un uomo che non ha la minima idea di come si governa ed è in preda al suo delirio di onnipotenza. È evidente che si è fatto prendere dal panico, abboccando alle provocazioni della Russia». Non meno folle è Putin, «anche se molto più intelligente»: non vuol rassegnarsi alla perdita dell’Urss, non ha mai accettato la sovranità della Georgia. Sono anni che eccita Abkhazia e Ossezia del Sud, ai confini georgiani, russificandole. Quasi tutti gli osseti del Sud hanno ottenuto in questi anni passaporti da Mosca e da Mosca sono tutelati.
Una debole tregua era stata instaurata, ai tempi di Shevardnadze presidente georgiano ed ex ministro degli Esteri di Gorbaciov. Truppe di interposizione erano state schierate nella regione - sulla base d’un accordo russo-georgiano stipulato il 24 giugno ‘92 - composte da russi, georgiani, osseti. È questo ordine che il nuovo presidente georgiano ha violato, aggredendo l’Ossezia del Sud e ignorando due referendum favorevoli all’indipendenza. È probabile non abbia agito da solo, e che nella sua follia ci sia del metodo. È il metodo di chi si sente spalleggiato, se non istigato. Alle sue spalle c’è un’America che mira a un’egemonia senza saperla esercitare; che da anni addestra militari georgiani, finanzia il nazionalismo di Tbilisi, promette l’adesione alla Nato più per accendere incendi che per spegnerli. È la crescente presenza Usa nel Caucaso e in Asia centrale che ha spinto anche il Cremlino alla follia. Senza l’appoggio Usa, Saakashvili sarebbe stato meno avventurista. Il suo metodo è l’attacco bellicoso, visto come sostituto della politica. Nato e Unione Europea sono per lui non strumenti di pacificazione, ma attrezzi di guerra.
Infine c’è l’irresponsabilità, vasta, dell’Europa. Sono anni che alle sue periferie si guerreggia, e ancora non ha preso forma un pensiero forte, convincente per Mosca e le nazioni che per secoli erano nella sfera d’influenza russa. Fra l’offerta d’adesione e l’indifferenza c’è il nulla, e il continuo tergiversare facilita ogni sorta di provocazioni. Non solo: l’adesione è offerta sbadatamente, dimenticando le radici ideali dell’Unione. Si appoggia la sovranità georgiana, ma senza spiegare che la sovranità in Europa non è più assoluta. Si permette al leader georgiano di usare la bandiera europea, e di stravolgerla. Per Saakashvili essa è un arma, più che un ponte. La cultura dell’Unione è del tutto assente nel suo ragionare, e di simile ignoranza gli europei non sono incolpevoli. A Tbilisi come a tanti dirigenti dell’Est non è stato detto che nazionalismo e irredentismo non sono più di casa nella comunità europea, né le Riconquiste che violano tregue. Putin non è d’accordo ma lui, almeno, non sventola la bandiera dell’Unione quando parla. Iosseliani ne è certo: «L’esercito georgiano è convinto di poter vincere, perché immagina di avere alle spalle la comunità internazionale e perché la comunità internazionale lo ha illuso. Così la Georgia si trasformerà in una piazza d’armi che si estenderà all’Abkhazia e poi all’Ucraina, e dove si combatteranno indirettamente le due superpotenze, Russia e Stati Uniti». La guerra è ancora in corso, anche se la sua macchina magari si fermerà un po’. Al posto di guida, intanto, c’è la forza di Putin: forza militare, forza di ricatto energetico, forza di chi scruta il nostro vuoto e non è portato a far a
Aveva posto due condizioni, Giuliano Amato, per accettare la proposta del sindaco di Roma Gianni Alemanno di presiedere la Commissione bipartisan chiamata a ridisegnare - sulla falsariga di quella voluta da Sarkozy in Francia - l´assetto istituzionale della capitale: primo, accantonare ogni polemica sul presunto buco nel bilancio comunale tutta mirata a screditare l´ex inquilino del Campidoglio, ora leader del Pd; secondo, un gruppo di lavoro davvero super partes, ovvero composto d´intesa con la Provincia e la Regione Lazio, entrambe governate dal centrosinistra. Il primo cittadino di An, pur di far vestire all´ex premier socialista i panni del novello "Attali de´ Noantri" (come ha detto lui stesso scherzando), non ci ha pensato due volte. Si è consultato con Berlusconi e Fini e insieme hanno convenuto che, sebbene locale, un comitato guidato da un autorevole esponente del Pd potesse essere il grimaldello per sbriciolare il muro contro muro sulle riforme nazionali.
E dunque, «habemus presidentem» ha annunciato fra il serio e il faceto Alemanno incoronando ieri il dottor Sottile. Nome che peraltro dieci giorni fa era stato suggerito dal governatore Marrazzo, che lo ha subito rivendicato: «Sono stato io a indicare Amato come rappresentante della Regione nella Commissione». Segnalazione che ha convinto il sindaco, promotore dell´iniziativa, a chiamarlo come presidente. Amato ha ringraziato, senza però nascondere la paternità "democratica" della proposta: «L´idea è stata di Marrazzo». Un modo, anche, per far capire a tutti da che parte sta e sedare i malumori nelle fila del Pd: non solo infatti l´ex ministro di Prodi ha confermato di aver sentito Veltroni prima di accettare, ma ha anche auspicato la nascita di un nuovo clima. «Non si può tutti giorni dar ragione al Capo dello Stato sulla necessità del dialogo fra maggioranza e opposizione», scandisce, «e poi non far nulla per tentarlo».
Divisa in due sottogruppi, «uno per le riforme, l´altro per lo sviluppo della città», la Commissione sarà formata da non più di 30 persone. «Il primo», illustra Amato, «dovrà lavorare in tempi rapidi su Roma capitale poiché il governo stesso intende intervenire sul tema a partire dall´autunno. Ne faranno parte giuristi designati dalla tre istituzioni». Fra questi, l´ex ministro ds Bassanini, l´ex dg Rai Celli, il presidente della Fs Cipolletta. Dal secondo gruppo, invece, «ci aspettiamo idee e progetti», precisa Alemanno, «per dare una dimensione internazionale alla città». Che «non può essere caratterizzata solo dal proprio grande passato», chiosa l´ex premier: «Dobbiamo fare in modo che tra cento anni si trovino anche tracce della nostra generazione».
Una Commissione che rappresenta, pure, «il tentativo di buttare dietro le spalle le polemiche post elettorali sul buco del bilancio comunale», come ammette il sindaco: «Affidiamo ai tecnici il tema degli squilibri sui conti, in modo che cessi la polemica politica». Una marcia indietro rispetto alle accuse degli ultimi mesi. Ci pensa il dottor Sottile ad alleggerire i toni: «La Commissione? Non mi dispiacerebbe se si chiamasse Amatò alla francese», scherza, consapevole che uno spiraglio è ormai aperto. «E tengo a precisare che non creerà problemi al ministro dell´Economia: non chiederà finanziamenti, non elargirà emolumenti, si limiterà al solo rimborso spese di chi ne farà parte».
Una modesta proposta al ministro La Russa e al governo tutto, che s´è preso tanto a cuore la sicurezza dei cittadini italiani: perché non inviare l´esercito anche nei cantieri, nelle fabbriche, e magari lungo le autostrade? A meno che si vogliano considerare i morti sul lavoro e negli incidenti stradali "meno importanti" rispetto alle vittime della criminalità.
Rendiamo merito al Censis che di tanto in tanto, sommessamente, introduce qualche cifra rivelatrice in un dibattito pubblico dominato dalla propaganda. Così, mentre i telegiornali celebrano la trovata dei militari affiancati alle forze di polizia nel pattugliamento delle città, l´istituto di ricerche sociali fondato da Giuseppe De Rita pubblica delle statistiche che sovvertono il "comune sentire" montato ad arte dagli imprenditori politici della paura: in Italia le vittime degli incidenti sul lavoro sono quasi il doppio rispetto alle vittime della criminalità. Che sono peraltro in costante diminuzione e restano otto volte di meno rispetto ai morti negli incidenti stradali.
Se di emergenza si deve parlare, riguarda il fatto che da noi i morti sul lavoro sono quasi il doppio della Francia, il 30% in più rispetto a Germania e Spagna. Cifre che dovrebbero far arrossire la nostra classe dirigente, a proposito di sicurezza. Ma i fautori di "legge e ordine" non paiono scossi neppure dal fatto che si registrino più morti sulle nostre strade che in paesi europei più popolosi dell´Italia: la severità torna ad essere categoria elastica, quando debba applicarsi ai cittadini "perbene".
Naturalmente vi sono ragioni culturali e sociali che spiegano l´ipersensibilità dei cittadini nei confronti di furti, rapine, degrado dell´ambiente urbano. Così come vi sono interessi economici che hanno convenienza a minimizzare le deroghe alla prevenzione antinfortunistica e al rispetto del codice della strada. Ma il compito di una classe dirigente, in democrazia, dovrebbe essere quello di assumere le priorità dettate dall´interesse generale, svolgendo un´opera educativa in tal senso. Mostrandosi superiore agli umori fomentati per convenienza o pregiudizio.
Invece tra i nostri politici vige l´andazzo contrario: adulare il popolo, cavalcandone l´ignoranza. Lo fa notare con parole più diplomatiche il direttore del Censis, Giuseppe Roma, presentando i risultati della ricerca: «Risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini». E non ci si venga a dire che le morti bianche e gli incidenti stradali sono fatalità, o che succede così dappertutto. Lo scandaloso divario fra l´Italia e i paesi europei ad essa comparabili, dimostra il contrario.
La sicurezza manipolata come un feticcio, semmai, rivela la volontà di sottomettere i ceti più deboli all´ingiustizia sociale, indirizzandone il malcontento su bersagli meno impegnativi. È più facile prendersela con la devianza degli emarginati, specie se stranieri, che con la camorra, la mafia, la ´ndrangheta (sono queste organizzazioni le principali responsabili degli omicidi in Italia). Ancor più complicato è imporre la regola morale, prima ancora che giuridica, secondo cui la tutela della vita del lavoratore è più importante della produttività. Addirittura impopolare, infine, suona l´equazione fra mancato rispetto del codice della strada e delinquenza.
Naturalmente mandare i soldati in pattuglia nei cantieri, nelle fabbriche e lungo le autostrade è solo una boutade. Ma denunciare la menzogna di questi politici, falsi difensori della sicurezza pubblica, resta una necessità. Perché una comunità impaurita non progredisce inseguendo fantasmi: semmai arretra, correndo all´impazzata sulle strade e umiliando i suoi lavoratori.
Un paese che depreda e criminalizza i suoi anziani è animato dall'ingratitudine e dalla stupidità, laddove considera l'allungamento del tempo di vita dei suoi cittadini una sciagura, sostenendo che la loro egoistica durata su questa terra costa in pensioni un sacco di soldi alla comunità. Un paese che precarizza i giovani, ne svalorizza il lavoro e toglie loro fiducia e possibilità di costruirsi un futuro, è suicida. L'Italia che si profila nella nuova era berlusconiana è al tempo stesso ingrata, stupida e suicida. Togliendo sicurezza e speranza ai giovani (aspiranti) lavoratori ipoteca il futuro stesso del paese. L'emendamento sui precari imposto dal governo a un Parlamento sterilizzato e azzittito va esattamente in questa direzione.
Ci sono migliaia di cause di lavoro intentate da altrettanti precari che rivendicano, leggi alla mano, la stabilizzazione. Facciamo una bella moratoria per tutelare le aziende interessate (Poste, Rai, Telecom, ecc.), emancipandole dal dovere decretato dal giudice di stabilizzare i loro precari. Basterà che i padroni pubblici o privati che hanno violato la legge paghino una multarella, una paghetta. E i giovani cornuti e mazziati vadano a mettersi in fila da qualche altra parte, al futuro penseranno un'altra volta. E' una norma odiosa ma anche discriminatoria perché riguarda il passato, mentre per le cause a venire resterebbe (il condizionale è d'obbligo) il dovere del datore di lavoro di assumere e regolarizzare chi vincesse la causa. Persino per i tecnici della Camera tale provvedimento viola l'articolo 3 della Costituzione, secondo cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge». Sarà pure vero, risponde alle ombre dell'opposizione qualche personaggio della maggioranza, ma adesso non c'è modo di cambiare l'emendamento, manca il tempo e anche la casta ha il diritto alla vacanza. Semmai ne riparleremo in autunno con la Finanziaria. Il sottosegretario Vegas, invece, della Costituzione se ne fotte.
Non sfuggirà al lettore che i lavoratori più fortunati, o meglio meno sfortunati, quelli a tempo indeterminato in aziende con più di 15 dipendenti, sono tutelati dallo Statuto dei lavoratori che all'articolo 18 prevede il reintegro di chi venga licenziato ingiustamente. L'attacco ai precari non è che la prima mossa di una partita che nella volontà delle destre e delle imprese dovrebbe concludersi con la cancellazione per tutti di questo diritto. Come fanno le jene e in genere gli animali feroci, i nostri governanti se la prendono prima con i soggetti deboli, più giovani o già feriti. Adesso è la volta dei giovani «instabili», poi sotto a chi tocca. E' sempre in base a questa logica che il conto più salato della crisi viene presentato ai più poveri, a chi vive con il solo reddito (impoverito) da lavoro dipendente, o con la pensione. Basti pensare alla pretesa della Confindustria, condivisa dal governo, di scaricare sui lavoratori la parte di inflazione generata dall'aumento dei prezzi delle materie prime. Tutto il provvedimento economico che oggi sarà imposto ai parlamentari già in costume da bagno è segnato da questa filosofia. Basti pensare allo scempio della legge sull'editoria che prende per il collo i soggetti più deboli come questo giornale, nell'intento di consegnare l'intero controllo dell'informazione ai potentati economici e politici, spazzando via ogni voce critica, autonoma, cooperativa. Anche in questo caso, il provvedimento è ancor più odioso perché salva i finanziamenti ai grandi giornali e agli amici del giaguaro.
Per tornare all'emendamento anti-precari, l'aspetto più ripugnante è quello che denunciavamo all'inizio: a migliaia di giovani viene tolta la possibilità di riprendersi quel che secondo la legge spetta loro, un lavoro sicuro e a tempo indeterminato. La possibilità, cioè, di pensare con serenità al futuro. Se per proteggere la nostra sicurezza dai rom e dagli immigrati sono stati mandati in piazza i soldati, chi bisognerà mobilitare per proteggerla dal governo Berlusconi e dai padroni?
Sarà ricordata la seduta della Camera dei deputati del 30 luglio scorso. Lo sarà perché in quel giorno, per la prima volta nella storia parlamentare del nostro paese, il relatore di maggioranza di un disegno di legge, nel riferire all'Assemblea, ne raccomandava l'approvazione ma, con grande onestà intellettuale e con una motivazione ineccepibile, ne criticava duramente il contenuto (pagg. 3-4, 86, 91 del resoconto della seduta). Il disegno di legge che ha avuto una sorte così singolare, è quello recante la ratifica e l'esecuzione del Trattato di Lisbona. Ne è stato relatore l'onorevole Giorgio La Malfa. La cui critica ha investito il trattato in quanto strumento che mantiene e aggrava il deficit di democrazia dell'Unione europea, invece che risolverlo o attenuarlo.
In che cosa si concretizza questo deficit democratico? Anche se per sommarie indicazioni la verità insita nelle istituzioni europee va detta e senza attenuazioni ed infingimenti. A cominciare dall'assenza di un minimo di distinzione del potere legislativo da quello esecutivo. Per poi rilevare le clamorose menomazioni del Parlamento europeo, unica istituzione di derivazione popolare dell'Unione, cui il Trattato di Lisbona conferma la degradazione ad organo solo compartecipe, con gli esecutivi europei, della funzione normativa primaria, (quella che all'interno degli stati si denomina «legislativa»). Un organo che risulta poi mutilato del potere di iniziativa degli atti di sua competenza. Competenza che, invece di essere generale come quella di tutti i Parlamenti degni di questo nome, è ritagliata, ristretta. Si conferma, invece, e si incrementa il potere di intervento generale e ad effetti diversificati della Commissione, che aggiunge al potere di iniziativa degli atti parlamentari, almeno due altre aree di competenza normativa esclusiva sottratte al Parlamento. Un organo questo che non risponde a nessuno, composto e definito dai precedenti Trattati e di cui, questo di Lisbona ribadisce l'assoluta preminenza e la piena irresponsabilità politica. Si consideri poi lo scenario programmato dal Trattato di Lisbona. Tributato l'ossequio di rito alla sussidiarietà ed alla proporzionalità, questo Trattato ridefinisce il ruolo degli stati membri rendendoli istituzioni-organi sostanzialmente esecutivi dell'Unione. Consente infatti che l'esercizio della funzione normativa primaria della stessa Unione si estenda a tutti i campi, il che contrasta con qualunque modello di stato federale.
L'onorevole La Malfa non ha confrontato le istituzioni europee ai principi della democrazia e del costituzionalismo e non credo che condivida il giudizio che ne dà da anni chi scrive. Ha però comparato l'ordinamento interno a quello dell'Unione e si è domandato se i cittadini europei possono influire sulle scelte della Commissione e del suo Presidente, se il Consiglio europeo risponde delle sue deliberazioni ai cittadini europei, se un ministro dell'economia può dialetticamente rappresentare una sua posizione rispetto alla Banca europea. Correttamente si è risposto con un no.
Ne ha giustamente ricavato la ragione per la quale i francesi, gli olandesi, gli irlandesi ai referendum hanno votato contro le istituzioni europee. Aveva già congetturato che in un ipotetico referendum, gli elettori italiani avrebbero espresso un voto non proprio coincidente con l'unanimità dei parlamentari che, come già al Senato, avrebbe approvato anche alla Camera la ratifica del Trattato. Evento puntualmente verificatosi il giorno dopo.
Cosa dedurne? Innanzitutto il riconoscimento da parte di un esponente della maggioranza della improbabile corrispondenza degli orientamenti anche se unanimi della rappresentanza parlamentare a quelli del corpo elettorale, il che coincide col giudizio che in tanti abbiamo espresso sulla incostituzionalità della legge elettorale con cui sono state elette le due Camere del Parlamento. Ma sorprende e inquieta l'indifferenza per il deficit nientemeno che di democrazia che questo Trattato rivela e aggrava quanto a istituzioni, funzionamento, spirito dell'Ue che pur viene definita come emblema della civiltà di questo continente.
Ma che dire della decisione di approvare la legge che autorizza la ratifica di questo Trattato dopo che gli elettori irlandesi lo hanno respinto precludendone la ratifica da parte di quella Repubblica, con il che non potrà mai entrare in vigore, a norma dell'articolo 6 delle «Disposizioni finali» di questo stesso Trattato? Che questa norma va elusa? Che il governo irlandese deve ratificare, disattendendo il voto popolare e violando quella Costituzione? Il presidente polacco ritiene che la ratifica di detto Trattato è diventata incongrua per l'impossibilità sopraggiunta della sua entrata in vigore. Pende innanzi al Tribunale costituzionale tedesco un ricorso che denunzia l'incompatibilità del Trattato con i principi e lo spirito di quell'ordinamento federale. Il presidente del Tribunale ha richiesto al presidente federale di sospendere la promulgazione della legge di ratifica. Che senso ha avuto la sollecita approvazione della legge di ratifica da parte dell'Italia? Si è voluto dimostrare lo spirito europeista del nostro paese, europeista ma non esattamente democratico? E se, invece, il popolo italiano volesse essere europeista e democratico? Si intende forzare la ratifica del Trattato aderendo alla incredibile concezione per cui, l'1% degli europei non può fermare l'integrazione di tutti gli europei? Ma, innanzitutto, chi ha verificato che tutti gli europei vogliono un'Europa che assume come principio supremo e assolto del suo ordinamento «l'economia di mercato aperta e in libera concorrenza»? Si vuole dar prova della possibilità di «riforme condivise» e si sceglie l'occasione di una normativa emblematica del deficit di democrazia? Non ci si domanda se la condivisione su di una normativa di quel tipo non preconizzi esiti dello stesso tipo? Ma che concezione della democrazia è mai quella che, in occasione di un atto costitutivo di una entità interstatale e internazionale quale vuole essere l'Ue, assolutizza il principio di maggioranza, che suppone l'unanimità almeno per una volta, la volta in cui un popolo, uno stato, una società si costituisce giuridicamente dandosi le regole fondamentali. È l'insegnamento che ci viene da Rousseau, quel tale che in compagnia di Voltaire aveva - secondo la letteratura reazionaria, rediviva e trasversale - originato tutti i mali del mondo.
A RISCHIO le scuole dei piccoli comuni. Nel giro di tre anni circa 2 mila istituzioni scolastiche potrebbero "chiudere o essere accorpate". Risultato: per gli alunni dei centri con meno di 5 mila abitanti frequentare la scuola potrebbe diventare una specie di rompicapo: sveglia all'alba e trasferimento in pullman (bene che vada) a scuola. Se i comuni e le province non potranno mettere a disposizione nessun mezzo di trasporto, del tutto si dovranno far carico le famiglie. E' uno dei tanti effetti del decreto legge 112, collegato alla manovra finanziaria per il 2009, già varato dalla Camera e in attesa soltanto dell'ok da parte del Senato.
Un comma dell'articolo 64, dall'innocuo titolo "Disposizioni in materia di organizzazione scolastica", parla chiaro: "Nel caso di chiusura o accorpamento degli istituti aventi sede nei piccoli comuni, lo Stato, le Regioni e gli enti locali possono prevedere specifiche misure finalizzate alla riduzione del disagio degli utenti". Possono. Ma se non possono, l'eventuale chiusura del plesso scolastico si ripercuoterà sul menage familiare. Come la prenderà il leader della Lega, Umberto Bossi - che nel giro di pochi giorni ha tuonato prima contro il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, e successivamente contro gli insegnanti meridionali - questa volta? Già perché le regioni nelle quali il provvedimento rischia di stravolgere la vita a milioni di persone sono proprio quelle del Nord.
Ma andiamo con ordine. Nei prossimi tre anni, per alleggerire la spesa della Pubblica amministrazione, la scuola dovrà lasciare sul campo 87 mila posti di insegnante e 42 mila e 500 di Ata (personale amministrativo, tecnico e ausiliario). Sono previsti alcuni interventi strutturali non ben definiti (il ritorno al maestro unico alle elementari?) e non viene esclusa una nuova "razionalizzazione della rete scolastica italiana" che tradotto dal burocratese significa tagliare e accorpare scuole. L'obiettivo è quello risparmiare riportando all'interno del "intervallo virtuoso" il numero di alunni delle singole scuole: tra 500 e 900 alunni, appunto. Per via della situazione geografica italiana sono parecchie le scuole dei piccoli centri che assicurano il servizio a "pochi alunni": basti pensare a Ustica.
Nel 2002, l'allora ministro dell'istruzione, Letizia Moratti, fece compilare una "lista nera" di 2 mila istituzioni scolastiche fortemente sottodimensionate (con meno di 500 alunni) che suscitò le vibranti polemiche dei sindacati e delle associazioni. Non se ne fece nulla, ma questa volta il governo Berlusconi sembra più deciso.
In Italia, secondo l'ultimo censimento, i piccoli comuni sono 5.836: il 72 per cento del totale. Sono poco più di 10 milioni gli abitanti che risiedono nei piccoli centri e nella maggior parte di essi (nel 60 per cento, secondo un calcolo di Legambiente) c'è almeno un plesso di scuola primaria (elementare) e di scuola media che rendono la vita meno complicata a milioni di famiglie. Ma in futuro potrebbe non essere più così perché per ridurre drasticamente le cattedre occorre tagliare le classi e alcune scuole potrebbero appunto chiudere.
Anche la distribuzione dei piccoli comuni lungo lo Stivale non è omogenea. La maggior parte (il 59 per cento) si addensa nelle otto regioni del Nord. Quelli ubicati nelle regioni del Centro sono appena 642 (l'11 per cento) e al Sud se ne contano poco meno del 30 per cento (1.740 per la precisione). Il provvedimento, così, rischia di penalizzare soprattutto le regioni settentrionali che, essendo le più "montuose", sono più ricche di piccoli centri.
Ho seguito da lontano il congresso di Rifondazione, grazie alle dirette di Radio radicale, e, sarà perché la radio è un medium «caldo» e coinvolgente, a me è parso un congresso caldo e coinvolgente. A sorpresa, perché - l'ha scritto Gabriele Polo domenica - tutt'altro che coinvolgente si era prospettato l'annunciato gioco al massacro della resa dei conti interna, tutt'altro che stimolante il dibattito sulle cinque mozioni, tutt'altro che edificanti i colpi sotto la cintola della conta precongressuale. Vero è che la liturgia congressuale fa sempre salire il diapason delle passioni con i suoi effetti scenografici, e che a Chianciano di effetti e di effettacci ce ne sono stati fin troppi. Dalle ovazioni all'unico leader riconosciuto che resta Fausto Bertinotti all'uso di Bandiera rossa come arma contundente di una parte contro l'altra. Vero è pure che non bastano le passioni a fare una politica, e che anche la lotta al coltello per il controllo di un partito è a sua volta una passione, triste. Ma non sarebbe giusto ridurre a colore o a resa dei conti tutta quella ridondanza emotiva che muoveva gli interventi da una parte e dall'altra: sotto c'era, e lo si è visto nella sorpresa del risultato, una posta in gioco evidentemente sottovalutata, all'interno e all'esterno del Prc, fino alla vigilia.
Nichi Vendola ha detto, e alcuni commentatori hanno già sviluppato il concetto, che questo congresso segna la fine di Rifondazione comunista per quello che è stata fin qui. Detto più in chiaro, segna la fine, o quantomeno la pesante sconfitta, del bertinottismo, che non è stato solo cachemire e salotti tv come pare adesso dai grandi giornali: è stato il tentativo - più o meno spericolato, più o meno lucido, più o meno teoricamente fondato e politicamente conseguente - di innestare sul tronco della tradizione del movimento operaio novecentesco (non solo comunista) un'innovazione all'altezza dello scenario del nuovo secolo. Non che Fausto Bertinotti sia, in questa sconfitta, esente da responsabilità: di stile (personalizzazione narcisista della leadership), di condotta politica (oscillazione fra movimentismo e seduzione istituzionale), di orientamento culturale (dai termini approssimativi della «svolta non violenta» all'infatuazione per Massimo Fagioli). Fatto sta che su questo tentativo di innovazione si è abbattuta a Chianciano la scure del ripristino: chiusura identitaria, arroccamento solipsista, «certezza» dei simboli - che per loro natura quando diventano certi sono morti. Un «com'eravamo» che come tutti i com'eravamo nostalgici s'inventa un passato che non apre al futuro e non legge il presente, nemmeno quel presente dei senza parola, dei senza potere e dei senza rappresentanza cui pure, e ci crediamo, si rivolge.
Grave errore sarebbe, tuttavia, leggere in questa dinamica solo l'ultima tappa dei duelli interni - Garavini e Cossutta, Cossutta e Bertinotti, Bertinotti e Diliberto e via dicendo - che hanno accompagnato la storia di Rifondazione come un riflesso del più ampio duello fra innovazione e conservazione che agita la sinistra italiana dall'89 in avanti. Ciò che rende più pesante la scure del ripristino è che essa si abbatte anche e in primo luogo - e non a caso infatti per punire Bertinotti immola Vendola - sulla generazione di giovani militanti che da Seattle e Genova in poi ha cercato di praticare l'innovazione nel vivo della contaminazione con i movimenti e le soggettività d'inizio secolo, sporgendosi non, com'è avvenuto fra gli innovatori della sinistra moderata, verso soluzioni liberal-liberiste ma verso culture di contestazione radicale dell'esistente. Anche questa è una storia complicata, che non si può fare in poche righe e a sua volta non è priva di limiti, culturali e di comportamento. Certo è però che nel tormentato campo della sinistra italiana il Prc è stato l'unico partito in cui si sia delineato un protagonismo giovanile fatto di qualcosa di meglio della rivendicazione d'incompetenza politica che va tanto di moda nel Pd. E' anche, forse in primo luogo a questa esperienza che il cartello vincente di Chianciano manda a dire «adesso basta». Ed è per questo che la strategia del ripristino ha più il sapore della reazione che quello del rigurgito nostalgico; e sembra più il primo atto di una battaglia sul terreno della post-modernità che l'ultimo su quello della modernità di ciò che fu il movimento operaio.
Questo esito culturale del congresso di Chianciano non è meno inquietante del suo esito politico, che con ogni evidenza consiste nella chiusura definitiva di un gioco già chiuso, ovvero nella liquidazione dei pochi margini che restavano per ripensare una sinistra istituzionale forzando le secche destinate del bipartitismo. Ora che per gli innovatori di Rifondazione comincia la traversata nel deserto, c'è ancora un errore che si può fare o che si può evitare: pensare che il deserto si attraversa con un equipaggiamento pesante, fatto di tessere, sedi, risorse finanziarie. Chi ama il deserto sa che è meglio andarci leggeri. Sa anche che è più popoloso di quanto si creda, e che ci si possono fare molti, imprevedibili e fortunati incontri.
Anche Montecarlo si è arreso alle star dell ‘architettura, ha chiamato a raccolta le grandi firme per costruire 275 mila metri quadri sull ‘acqua e allargare così il perimetro di appena due chilometri quadrati che racchiude il principato. Come ha ricordato nei giorni scorsi Le Monde, Alberto II ha "mondializzato" i suoi appalti, messo fine alla regola che voleva in concorso solo i monegaschi e si è offerto il lusso di una competizione con il fior fiore dell ‘architettura mondiale: Norman Foster, Rem Koolhaas, Frank Gehry, Christan de Portzamparc, Daniel Libeskind e diversi altri chiamati a riflettere su come rendere ancor più attraente per i ricchi "Le Rocher".
Da un secolo e mezzo a questa parte Monaco ha cercato di allargarsi costruendo sull ‘acqua, ma stavolta il progetto, lanciato nel 2006 da Alberto, è faraonico: 10-12 ettari di città da costruire sul mare con un investimento di otto miliardi di euro. «Si tratta di preparare il futuro, rimediando all ‘attuale insufficienza delle superfici immobiliari e degli spazi destinati al pubblico», ha detto Sua Altezza Serenissima. I vincitori si conosceranno a fine anno e il complesso dovrebbe essere interamente realizzato nell ‘arco di una quindicina d ‘anni. A investire non sarà il principato, che si limiterà a pagare le attrezzature pubbliche, bensì i privati, che recupereranno i loro soldi con la vendita al metro quadro. Sull ‘isola artificiale troverà posto un grande complesso culturale, destinato ad essere «una vera opera d ‘arte per rafforzare la notorietà del principato». E poi alloggi, commerci, alberghi, uffici. Per i ricchi, naturalmente, visto che sono loro a fare la fortuna di questo minuscolo lembo di terra dove l’imposta sul reddito delle persone fisiche è inesistente.
Jean-Paul Proust, ex questore di Parigi e oggi capo del governo monegasco (è la Francia a scegliere il "ministro di Stato" del principato), ha detto a Le Monde di non voler ripetere gli errori del passato, i casermoni alti decine di metri che sfigurano la città: «Costruiremo una città bassa, al massimo trentotto metri sopra il livello del mare. Non rovineremo la prospettiva dalla riva. L ‘estensione prenderà la forma di un capo che avanza piuttosto lontano in mare».
Una sfida non solo per gli architetti, che dovranno immaginare qualcosa di nuovo e, si suppone, di spettacolare. Ma anche per gli ingegneri. Non tanto perché dovranno costruire sul mare, ma perché dovranno rispettare l ‘equilibrio ecologico dei fondi marini, evitare di dirottare le correnti marine, magari costruendo su moderne palafitte. Una sfida tecnologica di tutto rispetto a due passi dall ‘imbocco del porto. Lì è già in costruzione il nuovo Yachting Club disegnato da Norman Foster e destinato ai miliardari che arrivano qui con i loro panfili che assomigliano a grandi ville galleggianti (solo Saint-Tropez può rivaleggiare con le barche di Montecarlo). E sempre lungo la costa è in costruzione il nuovo ospedale, naturalmente all ‘avanguardia dal punto di vista sanitario come dal punto di vista del comfort.
Progetti faraonici per uno staterello fiorente come pochi altri: 32 mila abitanti, di cui solo 8 mila monegaschi, e 45 mila posti di lavoro. Nel 2007, lo Stato ha incassato 730 milioni di euro e ne ha spesi 789, per un terzo destinati agli investimenti. La metà delle entrate fiscali viene dall ‘Iva, mentre non c ‘è Irpef e nemmeno imposta sulle società quando realizzano tre quarti del fatturato nel principato. Il giro d ‘affari generato nei due chilometri quadrati su cui regnano i Grimaldi è stato nel 2006 di ben 13 miliardi di euro. I soldi per i progetti faraonici, insomma, non mancano, anche se Monaco continua ad avere una brutta reputazione in materia fiscale e di riciclaggio, malgrado gli sforzi di Alberto per riacquistare un ‘immagine più lusinghiera. In ogni caso, questa immagine non sembra disturbare più di tanto i 45 mila residenti: poche settimane fa, uno dei più grandi chef francesi, Alain Ducasse, ha avuto il rarissimo onore di vedersi conferire la nazionalità monegasca. E non ha esitato ad abbandonare il suo passaporto francese pur di godere dei privilegi fiscali del principato.
Il turno di notte alla catena di montaggio del decreto legge sulla manovra economica comporta l'omicidio bianco di ogni ragionevolezza. Dopo l'emendamento che smantella i già fragilissimi diritti dei lavoratori precari, è toccato al taglio generalizzato delle pensioni sociali. Ma non si tratta solo degli effetti di quel taylorismo legislativo escogitato da Tremonti che a colpi di fiducia e a ritmi forsennati conduce dritto a procedure politiche postparlamentari.
Nella natura della «svista» c'è tutta la verità dell'accecamento ideologico e della spensierata ferocia che attraversa in lungo e in largo la classe dirigente e la società italiana. Dobbiamo dunque a un leghista assonnato, ma tormentato dall'incubo dell'invasione extracomunitaria, la dimostrazione pratica di come la discriminazione dell'Altro non costituisca solo qualcosa di moralmente e costituzionalmente riprovevole, ma qualcosa che colpisce i diritti e le libertà di tutti (i più deboli, naturalmente).
Per escludere una piccola parte di immigrati (regolari, questo è chiaro) dal diritto alla pensione sociale, lo spadone di Alberto da Giussano si abbatte su centinaia di migliaia di italiani indigenti. Allarme, marcia indietro, vergognosa giustificazione: «ma noi volevamo colpire soltanto gli stranieri!» Si ripete, questa volta sul piano di un diritto economico, l'indecente vicenda delle impronte digitali. Dalla discriminazione dei rom si passa (come misura egualitaria apprezzata da Veltroni) alla schedatura generale della popolazione. Dalla negazione dei diritti e delle libertà di un gruppo etnico alla negazione dei diritti e delle libertà di tutti. Il fatto è che la discriminazione, la storia dovrebbe avercelo insegnato, funziona come una reazione a catena: è il primo passo quello che conta, il resto necessariamente consegue, dilaga senza più alcun freno. E a quel punto perfino il Pd rischia di accorgersene, elargendoci le sue patetiche lamentazioni.
Basterebbe già questo grottesco incidente parlamentare sulle pensioni sociali a giustificare pienamente le accuse di praticare politiche discriminatorie e fomentare sentimenti xenofobi e razzisti, rivolte al governo italiano dal rapporto della commissione Ue per i diritti umani. Il veleno della discriminazione scorre ormai ovunque. Supponiamo per assurdo (ma l'assurdo è ormai esperienza quotidiana) che un terremoto riduca in macerie due palazzine. Una abitata da italiani, l'altra da stranieri. E che i soccorsi si dedichino prioritariamente a salvare i primi. E che i secondi, una volta usciti a fatica dalle macerie, protestino e vengano malmenati dalla polizia. E' uno scenario drammatizzato, ma che riproduce per filo e per segno ciò che è accaduto agli immigrati di Pianura a Napoli. Queste sono le politiche, questo è il clima, questo è il senso comune. Il commissario europeo per i diritti umani Hammerberg è fin troppo morbido nelle sue valutazioni. Ma la barbarie quotidiana non merita attenzione, quel che conta è che si continui a cantare tutti insieme l'inno di Mameli.
Il manichino sulla sedia elettrica che a Milano produceva a comando smorfie di dolore riassume l’immagine della giustizia oggi prevalente in Italia: una fabbrica di spettacoli, dove tutti diventano attori di se stessi e la realtà si trasforma continuamente in "reality". Eppure attraverso la giustizia passa oggi un conflitto di importanza fondamentale: quello tra sicurezza collettiva e diritti individuali. Proviamo a vederlo attraverso lo specchio di casi che emergono nella stampa internazionale.
In primo piano troviamo l’avvio dei lavori del tribunale militare statunitense riunito a Guantanamo. E’ il primo caso di una corte americana fuori del territorio metropolitano dai tempi della seconda guerra mondiale. Qui si è aperta la questione dell’ammissibilità in giudizio delle confessioni dei detenuti. Il capitano di marina Keith J. Allred ha chiesto di rigettare quelle di Salim Ahmed Hamdan, ex autista di Osama bin Laden, perchè rilasciate in condizioni di dura coercizione ("higly coercive") e dunque in contrasto col Quinto emendamento della Costituzione. Si è aperta una discussione, al Congresso e nell’opinione pubblica, sull’opportunità di consentire l’opera di tribunali speciali non vincolati dai diritti costituzionali e perciò più adatti a fronteggiare la minaccia del terrorismo. Il giudice federale John C. Coughenour ha scritto che, pur apprezzando l’opera di chi tutela la sicurezza nazionale, non ritiene che i diritti individuali di libertà fissati dalla Costituzione debbano essere sacrificati alla pressione di una collettività spaventata. Questo si legge sul Washington Post del 27 luglio, dove compare anche una statistica aggiornata dei caduti nella guerra irakena: gli americani sono i primi (4124) : seguono nell’ordine gli inglesi con 176 caduti e gli italiani con 33. La questione andrà seguita da noi: non solo perché riguarda una guerra che ci coinvolge (e di cui nessuno ha voglia di parlare), ma anche perché il conflitto tra sicurezza e diritti costituzionali è in pieno sviluppo anche in casa nostra.
Intanto, al di sopra dei confini statali aleggia il fantasma di quello che El mundo definisce "un embrione di giustizia universale". La Corte Penale Internazionale ha emesso alcuni giorni fa l’ordine di arresto contro il presidente del Sudan Omar Hassan Ahmad al Bashir accusato di crimini contro l’umanità per le stragi del Darfur. Giustizia difficile: l’incarico di investigare sul genocidio del Darfur fu affidato alla Corte dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU; ma oggi il Segretario Generale Ban Ki-moon reagisce all’ordine di arresto esprimendo il timore che questo crei difficoltà alla missione ONU. Ci si chiede se è ancora possibile porre sotto lo stesso cielo la giustizia interna degli stati e quella internazionale. E’ profonda la scissione fra le regole della democrazia che si vogliono portare al resto del mondo e la realtà di lesioni diffuse al principio dell’universalità dei diritti umani.
Pure l’Italia ha il discutibile privilegio di comparire nei media internazionali per vicende e polemiche relative alla questione della sicurezza. Del decreto omonimo ha informato una nota della BBC del 23 luglio che ha sottolineato l’aggravamento delle pene per i reati compiuti dagli immigrati illegali. E sono comparse qua e là cronache sui vari aspetti delle polemiche sulla giustizia. Ma il confuso panorama italiano non fa registrare un conflitto sui principi di pari nettezza e livello di quello che divide l’opinione pubblica americana. Eppure la posta in gioco è anche da noi quella del valore dei principi sanciti dalla nostra Costituzione: perché anche noi ne abbiamo una, non così antica come quella degli USA ma altrettanto profondamente legata alla nostra storia e alle lotte del nostro popolo. Difenderla non significa schierarsi con questo o quel partito ma saper guardare al futuro delle cose che contano.
Il fatto è che la crisi della giustizia e la sindrome dell’insicurezza assumono da noi connotati speciali difficili da tradurre per i lettori di altri paesi. Basti dire che il più ricco e potente fra tutti gli italiani si è presentato in veste di perseguitato e in suo soccorso è stata fabbricata a spron battuto una legge speciale. Non siamo davanti a un ritorno indietro al potere sovrano di diritto divino, quello che ha preceduto le costituzioni liberali e democratiche del ‘700. I sovrani del tempo antico non riconoscevano nessun potere superiore. Invece quella che abbiamo visto è stata una manifestazione di impotenza e di insicurezza. Per mettere una persona speciale, al vertice della società e del potere, al sicuro dalla persecuzione di giudici ostili è stato eretto un muro legale. Ma, come certi muri materiali eretti nelle città hanno modificato i diritti di cittadinanza, così quel muro legale ha modificato un carattere essenziale della giustizia. La formula solenne che si legge nelle aule dei tribunali - "La legge è uguale per tutti" - non è più vera. E anche il simbolo della bilancia andrà ritoccato di conseguenza. Il decreto sulla sicurezza ha previsto che sul piatto della bilancia i giudici aggiungano un peso speciale per ogni crimine commesso da un immigrato clandestino. Così, passo dopo passo, si va verso la riforma della giustizia annunciata per l’autunno. Sotto il segno della sicurezza nazionale sono state prese decisioni e compiuti atti formali assai rilevanti: stato d’emergenza, registrazione delle impronte digitali di minoranze etniche, presenza dell’esercito nelle città. In altri tempi qualcuno avrebbe sospettato un disegno occulto, l’avanzarsi a passi felpati di un regime d’eccezione, con dosi omeopatiche di uscita dalla democrazia in vista di un autunno rovente. Non è più il tempo di quei sospetti. Tutto avviene distrattamente e senza passione, in un gioco di scambio tra le promesse della campagna elettorale ("tolleranza zero", una formula importata anch’essa dagli USA) e l’indice di gradimento degli eletti. Mantenere alta la febbre dell’insicurezza, questo è il programma.
Torna alla mente quel manichino sulla sedia elettrica: lo scandalo che ne è nato è rivelatore. Ma quando legge e giustizia diventano spettacolo da baraccone bisognerebbe fermarsi a riflettere.
Per trovare qualcosa di simile bisogna risalire all’Inghilterra del ‘700. Allora il condannato compiva il percorso verso la forca di Tyburn in mezzo al disordine di una scena di festa e di mercato, con venditori e giocolieri, ladri e prostitute. Nemmeno i ladruncoli che venivano impiccati prendevano sul serio i riti frettolosi dell’esecuzione; e la loro morte non impediva che in mezzo alla folla altri tagliaborse approfittassero della calca per rubacchiare. Il discredito di quella giustizia era proverbiale. «La sacra spada della Giustizia colpiva solamente i disperati», scrisse sir Bernard Mandeville nella Favola delle api. La corda a cui finivano appesi serviva solo "per dar sicurezza a ricchi e potenti".
L'immagine è tratta dal sito www.homolaicus.com
Quando un governo è intimamente orientato da idee di destra, quale che sia la sua auto-etichettatura politica, in tema di politiche rivolte a peggiorare le condizioni di lavoro ci si può aspettare veramente di tutto.
In Francia sono state appena eliminate di fatto le 35 ore introdotte dieci anni fa dal governo socialista di Jospin come orario normale ed effettivo del lavoro settimanale. I governi Blair e Brown hanno fatto di tutto – riuscendoci, alla fine, pochi mesi fa – per far approvare dai ministri degli Affari sociali europei una norma che permette alle imprese di costringere i lavoratori a seguire orari compresi tra le 60 e le 78 ore la settimana. L’ultima trovata del governo Berlusconi batte però ogni precedente, quanto a disprezzo per le persone che si guadagnano da vivere alle dipendenze di un’impresa e adozione esplicita di misure che tolgono ad esse ogni possibilità di difesa, mentre introducono tra i lavoratori stessi forme clamorose di ingiustizia sociale.
Il nocciolo della trovata è noto. Finora un lavoratore titolare di un contratto a termine, come dipendente effettivo o come finto autonomo (è il caso dei lavoratori a progetto), il quale riteneva che il contratto medesimo fosse viziato da qualche irregolarità poteva far ricorso al giudice del lavoro. Se quest’ultimo stabiliva che il contratto era effettivamente irregolare, una condizione che sicuramente sussiste, tra gli altri, proprio per decine di migliaia di lavoratori a progetto, poteva imporre all’impresa di trasformare il rapporto di lavoro precario in un contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Ora non più. Il governo intende togliere al giudice simile facoltà. Salvo ripensamenti dell’ultima ora, un emendamento della finanziaria stabilisce infatti che l’impresa colta in fallo è tenuta al massimo a versare al soggetto alcune mensilità di stipendio, a titolo di indennizzo. Né ha l’obbligo di rinnovare almeno il contratto a termine. Le conseguenze a carico dei lavoratori interessati sarebbero esilaranti come il famoso Comma 22 (se vuoi essere esonerato dalle missioni pericolose devi essere dichiarato pazzo, ma nessuno può essere dichiarato tale se chiede l’esonero) se non fossero drammatiche.
Anziché passare da una condizione di precarietà lavorativa ed esistenziale alla modesta sicurezza che offre oggi un contratto a tempo indeterminato, la persona che protesta per le irregolarità che subisce rischia di perdere pure il contratto a termine.
Da parte loro le imprese non tarderanno ad approfittare della nuova normativa. Dinanzi alla prospettiva di perdere anche il posto da precario, pochi lavoratori oseranno rivolgersi al giudice, reso ormai impotente dal nuovo dispositivo. Territori sterminati si aprono quindi per la moltiplicazione dei contratti a termine, quasi non bastassero quelli che già impoveriscono la vita di alcuni milioni di persone. Intanto si inasprirà il conflitto tra chi ha un lavoro stabile, e teme sopra ogni altra cosa di finire catapultato nella massa di coloro che per decenni un lavoro stabile non sanno nemmeno che cosa sia.
Si dice che la trovata di togliere potere ai giudici del lavoro, annerendo al tempo stesso le prospettive di lavoro e di vita di tanti precari, sia motivata dal fatto che migliaia di lavoratori delle Poste che hanno un contratto a termine hanno fatto causa all’azienda. Se il motivo fosse davvero questo, la trovata in parola non solo apparirebbe ancora più meschina di quanto già non sia. Sarebbe anche rivelatrice di che cosa debbono attendersi i lavoratori italiani per quanto riguarda le intenzioni già annunciate dal governo di procedere a ulteriori riforme del mercato del lavoro. Si parte da situazioni specifiche, che magari fanno problema ma richiederebbero soluzioni altrettanto specifiche, per ridurre all’impotenza e al silenzio la massa dei lavoratori dipendenti.
La forma della Repubblica cambia nell'aula del senato alle 20 in punto, 171 sì 128 no e 6 astensioni al lodo Alfano che rende Silvio Berlusconi immune dal virus della giustizia. Lo spettro del Sovrano Assoluto si materializza, rigurgito di premodernità che scava la democrazia postmoderna. Ma è di prima mattina, ore 10.30, seduta appena iniziata, che entra in scena l'intendenza, addetta alla divisione ideologia. La guida Gaetano Quagliariello, professione storico, senatore da due legislature, vocazione intellettuale organico. Non nega, non sdrammatizza, non derubrica: rivendica, «a testa alta». Altro che interessi personali del premier, dice: il lodo rende uno storico servigio al paese.
Il paese, argomenta, soffre da sempre di una malattia, che si chiama «illegittimità del potere politico» e si manifesta nel fatto che l'esercizio del potere viene vissuto come un'usurpazione, fino a che il potente di turno non dà segni di cedimento e diviene oggetto di spietata crudeltà popolare. Con scientificità, diciamo, opinabile lo storico cita vittime illustri, da De Gasperi a Fanfani, da Moro a Craxi; con furbizia da guitto si annette l'idea dell'autonomia della politica di Togliatti, perché risalti di più l'ignavia dei suoi eredi che a un certo punto presero a considerare la magistratura «una casamatta gramsciana da conquistare per derivarne il potere sullo stato». Poi arriva al punto: dopo l'89, la storia d'Italia è storia del doppio conflitto fra potere politico e potere giudiziario, e fra giudici militanti e giudici «servitori (o servi?) dello stato». Sì che tre vittorie elettorali non sono bastate a togliere ai giudici il vizio di provare a delegittimare Berlusconi. È tempo di voltare pagina: si sappia d'ora in poi «che un risultato elettorale è definitivo fino alla successiva elezione», perché chi è legittimato dal popolo deve poter fare quello che vuole senza sottostare a legge alcuna. E l'opposizione ringrazi, perché il lodo le dà la storica occasione di liberarsi da quella «sindrome di superiorità morale» che un altro storico, com'è noto, le rimprovera un giorno sì e l'altro pure dalle colonne di un grande quotidiano.
Applausi. L'intellettuale organico ha svolto bene il suo compito. Ha preso i fatti e li ha messi a testa in giù e piedi in aria, come si conviene a una buona ideologia. Ha preso le carte e le ha mischiate col trucco, come si conviene a un mediocre illusionista. Ha scambiato lo storico deficit di legalità che affligge in Italia potere politico, potere economico e società civile e l'ha ribaltato in un deficit di legittimità. Ha preso l'equilibrio fra i poteri, che in Costituzione vincola il principio della legittimità politica al principio della legalità, e l'ha trasformato in «due legittimità concorrenti, quella dell'autorità giudiziaria e quella che deriva dalla sovranità popolare», rivoltando la tragedia in farsa. La tragedia, per dirla con le parole di Gustavo Zagrebelsky, è il rischio assai prossimo che lo scarto che si sta spalancando tra legalità e legittimità si trasformi nel conflitto insanabile «tra una legittimità illegale e una legalità illegittima». La farsa è il banale quadretto sempreverde di Silvio Berlusconi rincorso da frotte di toghe rosse.
Da ieri però c'è anche una farsa che può rivoltarsi in tragedia. Finora troppo pop, troppo cheap, troppo naïf, Silvio Berlusconi ha capito che gli serve un apparato ideologico, un pennacchio intellettuale, una rilettura della storia nazionale adatta allo scopo. E' l'ultima casamatta da espugnare all'egemonia che fu della sinistra. Lo spettro della sinistra ci rifletta e riemerga anch'esso da dov'è nascosto. È ora di ritrovare quantomeno una propria versione dei fatti e dei misfatti.
ROMA - Meno personale, buste-paga più leggere, chiusura di sedi locali. E soprattutto: soppressione degli incentivi sullo stipendio legati alla lotta all´evasione fiscale. Sono questi gli effetti della manovra d´estate che rischiano di dare un duro colpo al morale degli uomini impegnati nella caccia a chi fa il furbo con il fisco: a pagare il dazio dei severi tagli alla spesa pubblica sono in prima linea i 35.662 dipendenti dell´Agenzia delle entrate, tra di loro la schiera di «007» che è stata protagonista nei mesi scorsi dei casi legati a Valentino Rossi, Giancarlo Fisichella e Fabio Capello. Una vera e propria categoria di tecnici, cui si aggiungono le competenze dei dipendenti delle Dogane e dell´Agenzia per il territorio. Su tutti costoro cadrà la scure di Tremonti: e domani scenderanno in Piazza Montecitorio per protestare. «Tagliare le risorse dei lavoratori delle agenzie fiscali equivale ad indebolire la lotta contro l´evasione fiscale», dice il segretario della Confsal-Salvi, Sebastiano Callipo. «Da una parte ci chiedono di incentivare i controlli fiscali, dall´altra ci tagliano le risorse», spiega Giovanni Serio segretario della Fp-Cgil.
E i tagli ci sono. A partire dal quello noto come «comma 165»: fu introdotto nel 2003 dallo stesso governo di centrodestra che ora lo cancella: in pratica si stabilisce che una percentuale delle risorse recuperate dall´evasione fiscale ed effettivamente riscosse, vadano direttamente nelle buste paga dei dipendenti delle Agenzie fiscali e del ministero dell´Economia. Senz´altro un incentivo e comunque un modo di legare la retribuzione ad una variabile concreta. In tutto, ogni anno, arrivano circa 330 milioni che significano per il 2007 circa 3.900 euro lordi in media annua per dipendente. La manovra d´estate riduce del 10 per cento la somma del 2007 e la spalma anche sulla Guardia di Finanza: con l´effetto che ci saranno meno risorse per tutti. Ma c´è di più: dal 2009 il meccanismo del «comma 165» viene abolito. A questo si aggiunge il taglio dei fondi per l´integrativo, come per gli alti statali: circa 782 euro in meno all´anno dal 2010.
Nasce anche un problema di personale. Il governo Prodi aveva varato un piano per l´assunzione di 5.100 dipendenti per la lotta all´evasione: di questi non c´è più traccia. Al contrario scatta la tagliola del turn over che a fronte di pensionamenti per 1.700 dipendenti nelle tre agenzie principali, prevede solo un reintegro del 10%. «Al Nord gli uffici sono già in carenza di organico», aggiunge Serio della Cgil.
Anche i presidi territoriali dell´Agenzia delle entrate rischiano: la manovra prevede una riduzione del 20 per cento delle direzioni regionali. Significa che su 40 uffici, otto sono destinati a chiudere.
La lotta all´evasione batte la fiacca? La manovra prevede 100 mila accertamenti in più e norme contro i paradisi fiscali. Ma arriva anche una sorta di «condono mascherato», come lo definisce un documento del centro studi Nens, con la possibilità di aderire ai verbali di constatazione direttamente con la Guardia di Finanza che ha fatto le rilevazioni e senza passare per la trafila degli uffici: la sanzione prevista per queste pratiche, che era già di un quarto del normale, si riduce ad un ottavo. Scompare anche il cosiddetto elenco clienti-fornitori in base al quale ogni società doveva comunicare per via informatica codice fiscale e partita Iva, appunto, dei clienti e dei fornitori: una banca dati molto utile per individuare false fatturazioni o gonfiate. Tra le armi che vengono spuntate anche quelle tese a limitare l´uso del contante e a rendere possibile la tracciabilità del denaro: scompare il conto corrente dedicato imposto ai professionisti per incassare le parcelle sopra i 500 euro (vietando il contante sopra questa cifra). Scompare anche il divieto di pagare in qualsiasi transazione in contante fino a 5.000 euro: con la manovra il tetto torna a 12.500 euro lasciando maggiore libertà ma anche rendendo più difficili i controlli.
«Non ci stiamo», dicono Cgil-Cisl-Uil e Confsal-Salvi. E domani saranno in piazza.
Appena qualche settimana fa si rifletteva sulla pesante perdita del potere d’acquisto. Politici d’ogni colore, imprenditori e finanzieri dichiaravano di unirsi al coro di chi giudicava insostenibili gli attuali livelli salariali ed immaginava politiche di recupero. Magari perché i bassi salari deprimono i consumi. I numeri europei che hanno rimbalzato su tutti i media, nella loro drammaticità, sono del resto inoppugnabili. L’Italia è il fanalino di coda con una perdita di circa un quinto del potere di acquisto rispetto alla media degli altri paesi dell’Europa a 15. Rispetto a molti degli altri paesi, tuttavia, presenta alcune anomalie. La prima è costituita dal fatto che al deprezzamento dei salari non corrisponde un’analoga contrazione dei profitti, la seconda è costituita da una crescita esponenziale della remunerazione delle fasce più elevate della dirigenza, tant’é che le due linee del grafico che rappresenta i lavoratori “normali” da una parte e quelli della dirigenza dall’altra, non solo non marciano in parallelo, ma la seconda corre sempre più verso la parte alta del quadrante. Situazione tanto clamorosa da indurre esponenti del Governo a proporre politiche fiscali antispeculative indirizzate verso settori che, evidentemente non solo non risentono della crisi ma, anzi, nella crisi prosperano.
Perché non c’è niente di più falso della massima secondo la quale: quando è guerra è guerra per tutti. Nella stessa linea si era anche ipotizzato un taglio, o un tetto per le retribuzioni più elevate. Appena qualche settimana fa, si è detto, perché non appena arrivata la conferma della crisi, il Governo ha subito rimandato le politiche distributive che aveva annunciato per l’immediato dopo-elezioni. La Confindustria, dal canto suo, non solidarizza più con i percettori di salari insufficienti, ma riprende a piangere su se stessa, più che sui propri peccati. Come nelle migliori tradizioni, insomma, si ripresenta l’annoso problema di sempre: su chi scaricare i costi della crisi? In queste ultime settimane, le linee relative alla politica sociale ed alla questione salariale si sono sufficientemente chiarite. Lanciamo un’ancora di salvataggio per l’impresa e poi: si salvi chi può. Il salvataggio dell’impresa, però, parte ancora una volta dalla richiesta di solidarietà ai lavoratori: in una situazione di crisi come questa è impensabile chiedere un recupero salariale. Che è poi soltanto una forma elegante per annunciare il proposito di una ulteriore riduzione dei salari (reali). Cos’altro può significare la proposta del Governo di fissare all’1,7% il tetto dell’inflazione programmata, quando sappiamo che in Italia ed in Europa si galoppa al di sopra del 3,5 per cento, verso quota 4%? Che i sindacati, a queste condizioni, neppure accettino di sedersi al tavolo, sembra proprio il minimo.
Ma una volta chiarito che il salvataggio dell’impresa dovrebbe incominciare con il sacrificio dei lavoratori, rimane la seconda parte dello slogan: si salvi chi può! Su questo è importante riflettere per un momento, perché si tratta di una linea che il Governo pratica con sempre più coerenza offrendo un ventaglio di possibilità integrative a chi non riesce più a sbarcare il lunario con il proprio salario. Una prima possibilità offerta, di cui già abbiamo parlato, è quella di lavorare di più. Questa possibilità è incentivata mediante una parziale detassazione degli straordinari. Altri percorsi, ancora ispirati alla filosofia dell’arrangiarsi, sono quelli dell’abolizione dell’incompatibilità tra redditi da pensione e redditi da lavoro. Se la pensione non è più sufficiente, si può ritornare sul mercato per arrotondarla. Analoga possibilità è offerta ai dipendenti pubblici ai quali manchino non più di 5 anni per raggiungere il massimo contributivo: potranno ritirarsi dal lavoro con il 50%, fermo restando che al raggiungimento dei 40 anni diventeranno regolarmente pensionati con l’importo che sarebbe loro spettato se avessero continuato a lavorare.
Tutte misure, come si vede, che facilitano un incremento del reddito complessivo se ci si da da fare, in ogni caso, evidentemente, lavorando di più. La spaventosa cifra del lavoro irregolare, quasi il 40 per cento secondo le ultime stime, fa capire come funziona, nel suo insieme, il sistema. Sopratutto se si considera non solo l’evasione più eclatante delle imprese che lavorano totalmente in nero, ma i mille lavoretti, anche autonomi, spesso per lo stesso datore di lavoro con “gestione separata” che contribuiscono, per chi ne ha le forze e l’abilità, di arrotondare un salario che, nei livelli più bassi, è assolutamente insufficiente. Il salario, così, diventa solo una delle fonti di reddito, seppure spesso la principale, e le strade di difesa del reddito non suggeriscono più la solidarietà tra i lavoratori, la vertenza per il suo miglioramento, ma una vita spericolata, in mare aperto, che premia i più forti ed i più furbi e affonda i più deboli ed i più ingenui. Va avanti, grazie a mille sotterfugi, una profonda trasformazione del lavoro, del quale ci si può appropriare anche a basso costo, grazie alla concorrenza di un mercato parallelo di diseredati, pronti a qualunque sacrificio. La misura voluta dal Governo, che abolisce il diritto ad una data certa per le dimissioni, consentendo di ripristinare il barbaro costume delle dimissioni firmate in bianco, non è poca cosa, è un simbolo del rispetto che i potenti di turno riservano a chi, per vivere, è costretto a vendere la propria forza lavoro.
Qui il bellissimo quindicinale online il manifesto sardo
L’Italia che ricorda in quest’anno 2008 il settantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali è sotto accusa di razzismo per alcune misure varate dal governo attuale. È inevitabile che questa situazione dia un tono particolare alla rievocazione e alla discussione di quel che accadde nel 1938. Un gruppo di scienziati italiani, ad esempio, ha sentito la necessità di ribattere punto su punto le tesi di un celebre manifesto di alcuni scienziati di allora e di affermare esplicitamente che le razze umane non esistono. Questo "manifesto degli scienziati antirazzisti" è stato presentato nei giorni scorsi nel parco toscano di San Rossore in un meeting antirazzista dedicato dal presidente della Regione Claudio Martini a una riconsacrazione laica del luogo dove settant’anni fa Vittorio Emanuele III firmò le leggi razziali. Di commemorazioni e di riparazioni simboliche dello stesso genere se ne prevedono altre.
Intanto, su di un binario parallelo a quello dei riti e dei simboli si srotolano i fatti concreti di una società italiana che, pur lontana anni luce da quella di allora, viene accusata di ricadere negli stessi errori . Fra tante altre misure che dividono e discriminano la popolazione tra chi è al di sopra e chi è al di sotto di ogni sospetto ce n’è una che ha colpito in modo speciale l’opinione pubblica: il censimento delle impronte dei piccoli zingari. La storia non si ripete, certo, anche se è difficile non ricordare che alle leggi razziali si arrivò nel 1938 dopo un censimento dei cognomi ebraici.
Una cosa è certa: queste misure prese in nome della sicurezza diffondono insicurezza. Si è creato un circuito perverso tra paure socialmente diffuse e ricerca politica del consenso. Chi parla di maniera forte e tolleranza zero copre l’inefficienza delle istituzioni e stimola la paura nei confronti dei gruppi marginali. Mendicanti, vagabondi, gente senza casa e senza lavoro si trasformano così nella percezione sociale in gruppi pericolosi. E’ un fenomeno antico. Come abbia segnato la storia dell’Europa e dell’Italia ce lo ha raccontato in saggi bellissimi il grande storico e uomo politico polacco Bronislaw Geremek morto improvvisamente in questi giorni, che a quella umanità diversa, perdente e ribelle ha dedicato una vita di studi.
Oggi, in una situazione di crisi delle società affluenti assistiamo al riprodursi di meccanismi antichi: aumentano i gruppi di sradicati, emarginati, migranti e cresce la paura nei loro confronti. Su quella paura crescono fortune politiche mentre le relazioni sociali si spogliano rapidamente di ogni traccia di umanità. Che la stragrande maggioranza degli italiani, inclusi i membri del governo, non sia disposta a dichiararsi razzista niente toglie alla cupezza di ciò che avviene.
Qui non sono in gioco fedi razziste. E tuttavia la discriminazione su base etnica che colpisce gli zingari in Italia solleva una grande questione morale e giuridica. Minimizzarla o coprirla con una untuosa retorica paternalista , parlarne come di una misura protettiva verso gli stessi zingari significa non rendersi conto che attraverso questa misura passa una offesa alla dignità dell’individuo, alla parità dei diritti fra tutti gli esseri umani, all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. La democrazia ne è colpita in un frammento della popolazione tanto più indifeso quanto più esposto a essere ferito. E se l’offesa fatta ai bambini ci offende in modo speciale è anche perché all’origine della sensibilità morale della nostra cultura nei confronti dei bambini c’è una indimenticabile pagina dei Vangeli cristiani.
Il limpido manifesto antirazzista degli scienziati non si muove a questo livello e non può far reagire una società italiana che non si sente razzista. E’antica tra noi la coscienza della nostra realtà di paese di passo, aperto a tutte le presenze del mondo. "L’origine degli Italiani attuali risale agli stessi immigrati africani e mediorientali che costituiscono tuttora il tessuto perennemente vivo dell’Europa": lo diceva perfino il manifesto razzista del 1938 con parole che, in tempi di criminalizzazione legale dell’immigrazione clandestina e di sfruttamento bestiale dei lavoratori africani e orientali condannati alla clandestinità, sembrano venire da un altro mondo.
Resta il fatto che alla discriminazione poliziesca di quel piccolo contingente di bambini (di volta in volta definiti "pericolosi" o "in pericolo" , a seconda della franchezza o dell’ipocrisia di chi parla) si dovrà opporre un rifiuto fermo. Chi ha autorità per farlo la usi. Chi si vergogna del paese che fa questo lo dica. Nel 1938 ci fu un italiano che alla lettura delle leggi razziali esplose gridando che si vergognava di essere italiano. Si chiamava Achille Ratti ed era Papa col nome di Pio XI. (L’episodio è emerso grazie a uno studio di P. Giovanni Sale sulla "Civiltà cattolica"). Se il Papa non giunse a dichiarazioni pubbliche conseguenti e adeguate, ciò si dovette solo alla morte che lo colse di lì a poco.
Le parole di un Papa contano. Contano anche i silenzi. Qualcuno immaginerà che si voglia qui riaprire la questione del cosiddetto "silenzio" del successore di Pio XI , un altro italiano di diversa personalità: Papa Pacelli. Non è questo il punto. Si vuole solo ricordare una realtà a tutti evidente: il Papa aveva allora in Italia e sulle cose italiane uno speciale campo di azione e di governo. Lo ha ancor oggi: e non certo meno di allora. L’esercizio del diritto papale a fare politica è un dato di fatto. Che di recente l’attuale maggioranza di governo se ne sia fatta garante è piuttosto una mossa del gioco politico che una sanzione al di sopra delle parti.
Potrebbe il Papa di oggi avvertire lo stesso sentimento di vergogna del suo predecessore Pio XI? Difficile immaginarlo. Ci si vergogna per il paese a cui si appartiene, così come i bambini si vergognano per i genitori. Ma qui si pone un problema non di sentimenti bensì di atti politicamente e socialmente rilevanti. Sia l’eventuale parola del Papa sia un suo perdurante silenzio avranno il loro peso in una lacerazione della società e in un disagio che emergono oggi soprattutto dalle voci del mondo cattolico più impegnato nel volontariato e nel governo pastorale; un disagio tanto più forte quanto più vasta è l’apertura di credito fatta al nuovo governo italiano da parte delle autorità della Chiesa.
Nell’Italia del 1938 al papato guardarono con speranza gli ebrei italiani, in nome di una antichissima tradizione storica che aveva costituito il vescovo di Roma come il protettore supremo della comunità ebraica. Ebbene, anche gli zingari hanno costruito nei secoli un vincolo di tipo protettivo col pontefice. Come ha raccontato Bronislaw Geremek, gli zingari ricorsero molto spesso alla protezione papale . Si appellarono al Papa perfino per dimostrare che, se rubavano, lo facevano con un suo permesso scritto (apocrifo, naturalmente).
Anche questa è una storia tutta italiana. Ne fu protagonista quella stessa minoranza di antica presenza nella penisola che è stata vittima di recenti gravissime violenze e che oggi è nel mirino di misure legali di discriminazione. Discriminazione etnica: non diremo razziale perché le razze non esistono.
Per prendere una stretta di mano fra Olmert e Abu Mazen come il segno che la pace è vicina non ci vuole scarsa memoria, ci vuole mala fede: non solo perché leader israeliani e palestinesi, peraltro tutti ben più credibili dei due attuali, si sono ormai stretti la mano decine di volte e nelle più disparate capitali del mondo senza che poi nulla accadesse, ma soprattutto perché mai come ora, con l'attacco all'Iran incombente, lo scenario mediorientale è apparso altrettanto cupo. Come del resto quelli analoghi, anche questo vertice destinato a battezzare la ex iniziativa euromeditterranea con cui Sarkozy sperava di rilanciare un ruolo centrale della Francia (ex, da quando Angela Merkel gli ha ricordato il senso delle proporzioni), è spettacolo da baraccone.
Persino un passo indietro rispetto al passato perché di un accordo generale regionale ha solo il nome, consistendo in realtà solo nella proposta - a chi vuole e su cosa vuole - di accordi bilaterali, su un vastissimo menu, che va dalla polluzione al turismo. Non una iniziativa «comunitaria» come era, almeno nelle intenzioni, l'accordo di Barcellona, dunque, ma a geometria variabile, in cui il «comune» sarà poco più che formale: anziché delegare tutto il potere decisionale alla burocrazia di Bruxelles, ci sarà ora un segretariato con due co-presidenti, uno europeo e uno extracomunitario.
In continuità col passato c'è invece il fatto che si prevede di tutto, meno, anche questa volta, l'essenziale: la libera circolazione di merci capitali e servizi, non di quelle merci particolarissime che sono i prodotti agricoli, perché le sole competitive con le nostre; e perché, per motivi non certo commerciali, noi preferiamo la «banana atlantica» (quella della United Fruits), a quella pur buonissima dell'Africa del nord.
E, naturalmente, non prevede nemmeno la libera circolazione degli umani. (Come ha detto Roland Henri, che dirige il Centro di ricerca dell'Institut du Monde Arabe et islamique, «Gli europei ci vogliono come loro, con loro, ma non da loro»).
Imponderabile «Ufficio Gioventù»
Previsto nel menu di Parigi c'è persino anche un immancabile Ufficio Gioventù, che non si capisce bene cosa potrà fare in queste condizioni, il problema dei giovani della sponda sud essendo essenzialmente solubile per un tempo prevedibilmente lungo soltanto con una libera circolazione: metà della popolazione ha meno di 30 anni e per mantenere la percentale di disoccupazione al già altissimo livello attuale bisognerà, nei prossimi 15 anni, creare 23 milioni di nuovi posti di lavoro.
L'inutile iniziativa Sarkozy è l'approdo di 36 anni di mediocri tentativi euromediterranei, sulla cui inefficacia tutti concordano. Dalla «Politica Mediterranea globale», lanciata nel 1972 e rinnovata nel 1990, consistente in accordi commerciali; al «Dialogo 5+5» (Maghreb e europei vicini), anch'esso, nel 1990; al «Forum mediterraneo sulla sicurezza», nel 1994, stabilito fra 11 paesi, che ha avuto come effetto il coinvolgimento degli eserciti turco e marocchino nell'avventura del Kosovo; all' «Accordo di partenariato», firmato nel 1995 a Barcellona. Praticamente annullato dalla brusca inversione di tendenza impressa nel 2003 quando, sotto la presidenza Prodi, venne varata la Pev (Politica europea di vicinato), che ha affogato il Mediterraneo nel calderone, marginalizzandolo rispetto all'est, cui sono state indirizzate il grosso delle risorse, non solo perché l'operazione appariva economicamente più promettente, ma perché quell'orizzonte geografico assecondava la tentazione di un'Europa pan Cristiana.
Come in un recente convegno a Tangeri ha detto l'ambasciatore Huitzinger - uno dei diplomatici incaricati da Sarkozy di seguire il suo piano - la politica mediterranea dell'Unione europea assomiglia alla torta millefoglie: una serie di strati diversi, posti l'uno sopra l'altro. Così collocati senza mai riflettere criticamente sulle iniziative precedenti, senza tracciare un bilancio su ciò che è realmente accaduto o meglio non accaduto. E così anche ora, con il nuovo progetto di Unione per il Mediterraneo.
Nell'affrontare con qualche serietà il problema Mediterraneo, che ha riacquistato una grande centralità, non si può far finta di non sapere che attraverso il Mediterraneo passa la frontiera più drammatica del mondo, molto più drammatica di quella che separa il Messico dagli Stati Uniti: lì il rapporto è di 1 a 6 nel reddito procapite, invece da noi è di 1 a 14. E che la dipendenza dei paesi del sud dall'Europa è totale: quasi tutte le loro esportazioni vanno verso l'Ue ma per l'Ue sono niente, in compenso quasi tutte le loro importazioni provengono dall'Ue. In queste condizioni la zone di libero scambio non è solo inutile, può essere solo fonte di ulteriore degrado.
Lo squilibrio non è solo economico. È anche politico. Da una parte l'Europa unita, che agisce attraverso istituzioni comuni; sull'altra sponda un fronte frammentato e diviso da ostilità non sanate. Le sigle unitarie sono solo etichette. E poi sul fallimento del dialogo euromediterraneo - così occorre chiamarlo - pesa come un macigno l'accresciuta diffidenza politica generata dalle ferite aperte in questi 30 anni - la guerra all'Iraq - o non chiuse, anzi ulteriormente approfondite: l'occupazione israeliana della Palestina.
L'Europa avrebbe potuto contribuire alla soluzione. Non l'ha fatto perché gli Stati uniti glielo hanno impedito. Ci aveva provato con un'iniziativa un po' più autonoma nel 1973, in occasione della prima crisi petrolifera, quando aveva preso apertamente posizione in favore dell'Opec e aveva proposto il riconoscimento dell'Olp. Fu bloccata da un intervento di Kissinger che, con sarcasmo, chiese all'Europa di sottoscrivere una nuova Carta Atlantica che conteneva l'obbligo di consultazione preventiva su tutto.
L'asimmetria con il Nord Africa
L'intervento Usa si è ripetuto negli anni, sicché l'Ue ha finito per delegare a Washington la politica, ritagliandosi libertà per qualche accordo commerciale. I negoziati fra Israele e l'Autorità palestinese, come è noto, non prevedono nemmeno la presenza europea.
Ma ora sta accadendo una cosa molto grave. Una mossa europea che non potrebbe essere più in linea con la peggiore politica Americana: si sta procedendo, attraverso l'up grading dell'accordo di associazione di Israele con l'Ue, ad un mutamento qualitativo dello status di questo paese. Che potrebbe persino preludere ad un suo isolato ingresso nella stessa Unione. Per ora si tratta solo di manovre, di ballon d'essai. Ma è proprio così che di solito si procede in Europa.
L'ideologia mediterranea - l'aspirazione a ricercare l'unità fra nord e sud del Mediterraneo non è - bisogna tenerne conto - innocente. Non lo è mai stata. Oggi c'è chi, a giusta ragione, teme che sia un modo per separare il nord Africa dal suo continente, un pretesto per dissimulare - scrive Danilo Zolo - l'asimmetria.
Il dialogo euromediterraneo è intasato da quintali di detriti, di incomprensioni, non ha toccato la società araba reale, ha al massimo coinvolto le elites. La società araba è certo cambiata. Le emittenti locali si sono moltiplicate e sui tetti di in ogni villaggio fiorisce una selva di parabole. Ma attenti: stare alle finestre dell'Europa ma non poter stare alle sue porte, guardarci da lontano fidando in una vicinanza che è solo virtuale, può aver effetti perversi. La circolazione delle immagini e delle merci, e non quella degli umani, è uno squilibrio avvertito come insulto, come una ingiustizia suprema, come una beffa. Perché tutti sanno ormai che l'Europa non può far a meno degli immigrati, che sono già il 10% della nostra forza lavoro. Ma questa fetta di popolazione non ha rappresentanza, non ha diritti politici, non vota. Sono come gli schiavi nell'antica Roma. Peggio della casta degli intoccabili in India. Da noi il lavoro più umile e mal pagato, viene politicamente sottratto alla democrazia. Un'Europa che nega questi diritto è un vulno intollerabile.
Dietro il marketing dell’orso - dice il sociologo dell’ambiente Lauro Struffi - c’è una gabbia: vasta, con impalpabili sbarre elettroniche, ma gabbia. E mentre noi sogniamo un cucciolo, il suo territorio finisce di essere distrutto nell’indifferenza». A dare l’allarme, la moderatissima Società degli alpinisti tridentini. Per la prima volta, dopo 136 anni, ha indetto lo «sciopero dei sentieri». Non curerà più i tracciati in Paganella, cuore di una stagione epica dell’alpinismo. «Ruspe, piste e seggiovie - dice il presidente della Sat, Franco Giacomoni - hanno cancellato la montagna. Nessuno ci ha avvertiti. Inutile restare dove non si può più camminare». Il nuovo profilo è uno choc: uno scheletro di piloni, asperità spianate, grotte di ghiaccio riempite di detriti, autostrade sciabili che rompono i boschi. Uno scempio non isolato. Protetta dal marchio di garanzia dell’orso, la speculazione penetra in parchi e riserve.
La Provincia autonoma di Trento ha pronti 50 milioni di euro per gli impianti che collegheranno Pinzolo con Madonna di Campiglio. Dieci milioni andranno alla connessione tra Passo Rolle e San Martino di Castrozza. Cento milioni alla comunicazione tra Folgaria e Laste Basse, in Veneto. Un’altra valanga di denaro è destinata a cabinovie e strade a Tremalzo, nel Tesino, alla Polsa, in valle di Pejo e in valle dei Mocheni. A rischio anche il ghiacciaio della Marmolada: una funivia sul versante fassano, promessa in questi giorni dopo anni di opposizione, sbloccherà l’attuazione dell’accordo sui confini fra Trentino e Veneto. «Località fallite - dice il leader di Cipra e Mountain Wilderness, Luigi Casanova - o sotto la quota-neve, o in zone delicatissime e sotto tutela integrale. All’inizio i soldi pubblici pagano gli impianti, poi ripianano i debiti che producono ogni anno». Non sono esclusi i fallimenti dei privati.
La società funiviaria di Folgarida e Marrileva, in valle di Sole, in questi giorni rischia il crack. Decine di milioni gli euro perduti in una speculazione finanziaria sui terreni vicini all’aeroporto di Venezia. Il credito locale trema. La Provincia «per tutelare gli interessi collettivi», si è detta «pronta a fare la propria parte». A pochi mesi dalle elezioni provinciali d’autunno, monta anche l’ombra di una colossale speculazione edilizia. «Trentino e Sudtirolo - dice lo scrittore e giornalista Franco de Battaglia - sono la zona con la maggior concentrazione d’impianti al mondo. Non servono altre piste. Le seggiovie, spacciate per mobilità alternativa, nascondono milioni di metri cubi di seconde case sui fondovalle devastati da vent’anni di abusi».
Una legge, coraggiosa ma in ritardo di anni, ha appena frenato le lottizzazioni comunali. Dal 2009, però, e a discrezione della giunta. La volata per trasformare in un condominio l’ultimo pezzo di prato è lanciata. Mentre l’orso ammicca dall’ingannevole pubblicità di Alpi intatte, avanzano strade in alta quota, tangenziali, tunnel, edifici, centri commerciali, cave, capannoni, funivie e bacini per l’innevamento artificiale.
I parchi, soppressa la politica conservativa, sono relegati a logo per i depliant turistici: nessun ostacolo alle auto, sì anche a rally e ai raduni di fuoristrada. Il presidente del Parco Adamello-Brenta è diventato presidente dei cacciatori. Il leader del comitato anti-parco ha preso il suo posto. Davvero la specialità trentina, come si sussurra, è ridotta a finanziaria pubblica di sostegno alla voracità dei privati?
La catena delle Alpi misura più di 190 mila chilometri quadrati. Il versante ormai è inciso da 87 mila chilometri di strade di montagna, 2.024 impianti di risalita, 5.943 chilometri di piste, 12 milioni di posti-letto turistici. Negli ultimi vent’anni il 60% delle frazioni d’alta quota dei 5.954 comuni alpini, è stato però abbandonato. Dimezzato il territorio coltivato: macchia e cespugli invadono ogni anno oltre la metà del terreno.
«In Trentino nel 1980 - dice il perito Adriano Pinamonti - venivano sfalciati 300 chilometri quadrati di pascolo: ora, nonostante i contributi Ue e provinciali, sono 190. Dal 1990 le aziende agricole di montagna si sono dimezzate. Le malghe attive, da 700, sono ridotte a 300. Nel 1980 salivano sui pascoli estivi 36 mila vacche, oggi sono 8 mila. Gli ettari dei prati alti, da 90 mila, sono diventati 35 mila».
L’età media della popolazione alpina è di 57 anni, 72 quella dei piccoli contadini. Paesi e villaggi sono abitati da vecchi e immigrati, ultima risorsa per alberghi, stalle e cantieri. In un secolo la superficie dei ghiacciai alpini, termometro della salute climatica, si è ridotta del 50%. I suicidi, nelle località turistiche raggiunte dalla ricchezza dello sci, sono il triplo di quelli in città. Il 74% dei giovani emigra a fondovalle, o nei capoluoghi, prima dei 25 anni.
«L’Italia - spiega il direttore del Museo degli usi e costumi di San Michele all’Adige, Giovanni Kezich - dalla Roma imperiale ha ereditato cultura urbana e attrazione centripeta. Resiste però il magnetismo del paradosso alpino. Si fugge, ma si resta ancorati ad un invisibile, e indissolubile, cordone ombelicale. Chi nasce in montagna, appartiene per sempre alle relazioni che la animano. Il dramma è lo smarrimento della capacità di vivere da soli, senza rete. Un impoverimento sociale, ma pure un evento politico».
Dopo il 1968, l’alta quota ha perso il fascino «americano» della protesta. Libertà, avventura, impresa, rifiuto di uno sviluppo, dall’Europa, si sono trasferite in Asia e Sudamerica. L’esodo dalle Alpi occidentali, in Piemonte, è consumato. Ma anche i villaggi trentini, cassaforte immobiliare dei nuovi ricchi, cominciano a restare deserti quasi tutto l’anno. Un’agonia alimentata da governo ed enti locali. L’Italia, spaventata dall’idea di regolare il traffico dei Tir, è l’unico Paese a non aver firmato la Convenzione delle Alpi. Le comunità montane, anche quelle vere, rischiano la soppressione. I contadini di montagna ricevono un terzo degli incentivi destinati agli agricoltori di pianura. L’anno prossimo le Dolomiti saranno dichiarate «patrimonio dell’umanità»: Trento e Bolzano hanno preteso però di tutelare solo le rocce, non l’ambiente che le circonda.
«L’ennesimo imbroglio pubblicitario - dice il glaciologo Roberto Bombarda - svela l’obiettivo dei grandi interessi politici ed economici: ultimare la demolizione di ciò che resta dell’ambientalismo italiano. Un esempio? Nessuna località trentina è nella lista di quelle che hanno scelto una mobilità dolce».
Colpire associazioni e comitati alpini, a cominciare da chi si oppone alle linee ferroviarie ad alta velocità, per estinguere ciò che resta del movimento che nel 1987 disse no al nucleare. Quali battaglie credibili resterebbero, nel Paese, consumata la distruzione della montagna? «Protezionisti e Verdi italiani - dice Geremia Gios, docente di economia dell’ambiente all’università di Trento - vivono una crisi senza precedenti. Lotte estetiche, estremismo, mancanza di concretezza e assenza di leader autenticamente ambientalisti precedono il disastro degli ultimi anni. Si sono lasciati identificare come il partito neo-conservatore del no. In montagna, dove c’è bisogno di soluzioni ai problemi, odiano il loro snobismo ideologico: proprio quando sarebbero indispensabili». Solo un’assessora Verde, a Trento, siede ormai nei governi regionali delle Alpi. La mobilitazione associativa è ai minimi storici.
Nessuno schieramento nazionale mette la natura al primo posto del programma. «Il Trentino - dice il presidente provinciale del Wwf, Francesco Borzaga - era un esempio di armonia tra uomo e natura. Se l’equilibrio si è rotto qui, significa che non solo le Alpi sono perdute. La montagna, per la sua fragilità, ha sempre anticipato il destino ambientale di metropoli e pianure».
Sotto accusa, l’iper-specializzazione economica dell’alta quota: colonizzata dall’industria della neve, spazza via le piccole aziende agricole e piega le medie al modello padano, o bavarese. Dal 2006 l’Europa ha ridotto drasticamente i sussidi agli allevatori. I contributi locali del 2007, aumentati per scongiurare il tracollo delle stalle, non sono ancora stati pagati. Chi può, abbandona. «Se non ti adegui a sistema e dimensioni della pianura - dice Laura Zanetti, presidente dei pastori e dei malghesi del Lagorai - ti fanno fuori. Il biologico viene ostacolato con ogni mezzo, trionfa un iperigienismo comico».
Tutto deve essere sterile, pastorizzato e standardizzato. «Mentre tonnellate di concimi chimici, mangimi tossici e alimenti sconvolti dai conservanti, ottengono incentivi - continua Zanetti - La montagna è persa perché ha scelto di abbandonare i piccoli, la ricchezza della loro diversità».
Uno spartiacque impressionante e senza precedenti. Da una parte l’oligarchia del potere politico ed economico, ormai indistinguibili. Dall’altra la crescente domanda popolare di condizioni di vita compatibili sulle Alpi. L’esempio della Vallarsa, tra le più povere e marginali del Trentino, è lo specchio di un cambiamento dirompente. In due anni è stata totalmente cablata. L’altro giorno, quando la rete ottica si è bloccata, il Comune è stato sommerso dalle proteste: sedici telefonate in venti minuti. «Il giorno dopo - dice il sindaco - è mancata l’acqua per una mattina: una chiamata in quattro ore». Tra pochi giorni aprirà qui il primo supermercato italiano automatico. Nel distributore 400 prodotti, freschi compresi, scelti dagli abitanti e acquistabili 24 ore su 24 con una tessera. Gli anziani non dovranno più implorare i figli di fare la spesa per loro a Rovereto.
I neo-pendolari d’alta quota, vera novità della montagna fino a un’ora di viaggio dal posto di lavoro, disporranno di un servizio introvabile anche in città. Persi i contadini, grazie alla tecnologia i paesi si ripopolano di intellettuali e professionisti. Una coppia, nel silenzio di località Bruni, disegna cartoon destinati al mercato giapponese. «Non sono però i casi di nicchia - dice il sociologo Christian Arnoldi - a frenare la fuga innescata dal turismo di massa. L’indifferenza politica per la vita in montagna resta totale. In Italia si pensa ancora che seppellire il turismo di assistenzialismo significhi aiutare la montagna. Il risultato è che, assieme ai saperi, se ne va anche la cultura della contemporaneità. Una fascia del mondo sfasata dal proprio tempo: nelle valli gli eventi sono legati allo sport, oppure rileggono in farsa il passato». A combattere la battaglia decisiva contro l’ultimo assalto alla natura meglio conservata d’Italia, solo qualche giovane. Nei masi, assieme a rumeni, peruviani e indiani, cominciano a tornare ragazzi trentini decisi a coltivare la terra, invece di asfaltarla. Elisa e Filippo Rasom, ventenni, si sono appena sposati. A Vallonga, sopra Vigo di Fassa, hanno inaugurato un allevamento con 27 mucche e un apiario con 80 arnie. «Alberghi e piste - dice Filippo - senza una stalla non avranno più nulla da offrire». A Zortea, nella valle del Vanoi, Elisa e Corrado Cozzolino hanno puntato su 60 capre e 100 arnie.
Laureati, padovani, oggi trentenni, sono reduci dalla prima settimana di ferie dopo dieci anni. «Solo piccole dimensioni e grande qualità di prodotti naturali - dice Elisa - restituiscono un senso economico anche alle periferie montane». Francesco Prandel, professore di chimica a Levico, il pomeriggio fa invece il pastore a Fravort, in Valsugana. Una malga in affitto, sfalcio a mano, come risposta al sequestro dell’orso nutrito per piazzare settimane bianche. Ce ne sono già decine, come loro. Investimenti contenuti, sacrificio, coraggio, percezione del limite e passione: l’altra faccia delle valli svendute all’ordinarietà dei colossi finanziari che tengono in ostaggio il circo bianco.
Anche Francesco Franzoi, in Valpiana, non ha smesso di fare il formaggio sull’alpeggio. Riconosce ogni forma, dal profumo sa dire la settimana di caseificazione, fiori e versanti brucati quel giorno. Non capisce perché in Italia i prodotti tipici artigianali, per legge, non possano essere «somministrati fuori dal luogo di produzione». Come se una Ferrari potesse essere venduta solo a Maranello. «I modelli globali - dice - hanno svuotato il Trentino. Rese inutili le Alpi, portano al fallimento anche il resto dell’economia nazionale. Sussidiarietà, solidarietà e comunità sono l’unica risposta a liberismo, egoismo e xenofobia». L’autonomia riformista, alternativa al neocentralismo padano, si nasconde nelle periferie d’alta quota. Inizia a battersi per guarire ambiente e paesaggio. Chiede che dell’orso non si parli, e non si rida, più. Che si accetti di incontrarlo, piuttosto, ascoltando ciò che ha da dire la paura. Un animale di carne finalmente libero in una foresta vera.
La notizia è giunta tardi e mi induce a dirvela prima di ciò che sto per scrivere perché dubito che la troverete su molti altri giornali. Venerdì al Senato americano, i democratici hanno tentato di abbattere la privatizzazione delle cure mediche per gli anziani e di tornare all’estremismo di Kennedy, Johnson, Carter e Clinton: le cure mediche sono un diritto dei cittadini. La proposta repubblicana era: abbandonare i vecchi al buon cuore delle compagnie di assicurazione.
Ha scritto l’economista di Princeton Paul Krugman (New York Times 12 luglio): «Sembrava un film. Ai democratici mancava un voto per vincere. All’improvviso si è presentato in aula il settantasettenne Senatore Kennedy, appena operato di tumore alla testa. Kennedy ha portato il voto risolutivo. Bush e il dominio delle assicurazioni private sono stati sconfitti».
È una storia che dice molto della testarda ossessione di un vecchio, grande politico americano di stare ogni momento, e fino alla fine, dalla parte dei cittadini. Per noi è solo un simbolo, ma perché non dichiarare subito che solo così, qualunque sia il suo stato anagrafico, un leader politico può definirsi «coraggioso»?
Ma ora riprendo il mio percorso fra le tristi notizie italiane.
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Mi era venuto in mente, pensate, di dire in questo articolo, che il conflitto di interessi paga, che alla fine di qualunque storia che non sia una fiaba vince il più forte, non il migliore (persino se la forza è rubata attraverso l’abuso sia del potere privato che di quello pubblico), che non c’è niente di male nel sentirsi migliore di chi attacca o minaccia o ricatta tutti i poteri dello Stato e scardina, piega o abolisce con le sue leggi tutte le regole.
Mi era venuto in mente di dire che, per forza, molti perdono la testa, il filo e il sentiero della ragione dopo quindici anni di realtà berlusconiana raccontata a rovescio, deformata, amputata, pur di isolare, più o meno intatta, l’immagine di una sola persona - Berlusconi l’immune - costringendo tutti gli altri protagonisti presenti in scena a una forma di sottomissione, a un continuo addossarsi di colpe, o ad essere confinati dal consenso comune (dei buoni e dei cattivi commentatori) nell’isola degli estremisti, dove persino ciò che rimane di Rifondazione (Sansonetti, Liberazione, 10 luglio) ti ingiunge di chiedere scusa, e si unisce agli scandalizzati non dello scandalo, ma di chi lo denuncia, visto come un guastafeste, ovviamente estraneo alla sinistra, sia quando usa i toni sbagliati, sia quando usa quelli giusti.
Avrei voluto scrivere che non ci sono toni giusti perché, alla fine, come puoi presumere di essere un giudice, nel mondo in cui tutti ormai accettiamo di dire o lasciar dire che i giudici sono comunque manovrati da una forza politica, nel mondo in cui tutti, tutti più o meno, diciamo: «Basta con l’uso politico della giustizia» (alcuni usano l’assurda parola “giustizialismo”, dicono: «occorre far finire questa anomalia»; e precisano che l’anomalia sono i giudici che indagano, non coloro che - avendo grandi responsabilità politiche - ne approfittano e commettono reati).
Non dirò che sono stato dissuaso dalla enormità dei fatti, che sono questi: sono stati resi immuni da ogni azione giudiziaria le quattro più alte cariche dello Stato. Ma una, il presidente della Repubblica, è già difeso dalla Costituzione. Due, se malauguratamente inquisiste, non danno luogo ad alcuna impossibilità di governare perché sono cariche elettive interne al Parlamento e in caso di necessità si possono rieleggere o alternare senza coinvolgere o negare il consenso dei cittadini. Rimane la quarta, ma la quarta è il plurimputato Silvio Berlusconi. Dunque tutto è avvenuto per una sola persona anomala. E una immensa barricata, che coinvolge persone estranee a ogni imputazione, è stata eretta, per quella sola persona deformando lo Stato, creando per la Repubblica un danno senza ritorno, una ferita sul volto dell’Italia che ci renderà unici e riconoscibili anche in futuro.
Potrei continuare raccontando il modo un po’ mussoliniano con cui stata strangolata, in questi giorni, la Camera dei Deputati, soffocandone il dibattito fino al ridicolo per una grande istituzione democratica, forzando ognuno di noi, in quel quasi silenzio, ad apparire complici del progetto in cui il presidente-imputato esige la sua legge liberatoria, e la vuole sùbito, impone tempi ridicolamente stretti al presidente della Camera e il presidente della Camera si presta, obbedisce, esegue: «Volete un solo giorno di finto dibattito (finto perché la disciplina della maggioranza era toccante; finto per l’eroismo dell’Udc di Casini, che ha scelto l’astensionismo per non ipotecare il futuro; finto per il numero di minuti dedicati al dissenso). Come no? Agli ordini». Lo sanno tutti che un Parlamento (potere democratico dello Stato) è agli ordini dell’esecutivo e dunque si impegnerà nella missione di mettere a tacere l’altro potere democratico, quello giudiziario.
Potrei raccontare i veri e propri momenti di urla e rivolta fisica della maggioranza ad ogni tentativo di Pd e Italia dei Valori di porre almeno un argine alla prepotente imposizione di discussione strangolata. Pensate, persino la sinistra sembra provar piacere a condannare "l’opposizione urlata"; ma in Parlamento le sole urla che si sentono, alte e selvagge, sono quelle della maggioranza che si getta con furore su ogni spiraglio di resistenza, per quanto mite.
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Invece mi fermo qui, per dire: questo è il mio millesimo editoriale, uguale agli altri. È una rappresentazione fedele di ciò che accade. Ma ciò che accade ripete un gioco di potere che in fondo non si è interrotto mai, neppure nei pochi giorni di Prodi. Perché anche in quei giorni sono rimasti intatti tutti i centri di controllo di ciò che sappiamo ogni giorno del Paese. Infatti Prodi è apparso un grave e fastidioso pericolo mentre governava, veniva additato all’Italia come un incapace ed esoso esattore di tasse e come la rovina della nostra economia, che adesso è totalmente paralizzata e in stato di abbandono. E intanto i costi e le tasse salgono ma il nuovo Parlamento italiano è impegnato a fermare i giudici.
Mi fermo anche per il modo efficace con cui il notista della Stampa Ugo Magri racconta un momento della non esemplare giornata alla Camera che abbiamo appena vissuto. Cito: «Perfino Furio Colombo viene snobbato dai colleghi Pd, i quali si vede che ne hanno le tasche piene, nel momento in cui invoca “solidarietà per i magistrati che Berlusconi considera un cancro”».
Mi resta da dire che ho pronunciato questa frase in modo deliberatamente formale e non stentoreo sapendo - come è accaduto - che sarei stato subito coperto da urla. Strana cosa le urla di una larga maggioranza di potere che non rischierebbe nulla perfino ostentando una flemma tipo Anthony Eden o Lord Sandwich. Ma quelle urla ci dicono come è, come sarà l’epoca di potere che comincia adesso. Che nessuno pensi impunemente di sgarrare. Dalla gabbia mediatica non si sfugge. Provvede la gabbia mediatica, con la partecipazione straordinaria e volontaria di tanti di noi, a dire, proprio mentre urla fino al parossismo l’intero Popolo delle libertà, che l’opposizione “urlata” ed “estremista” è proprio insopportabile.
Dirò che mi fermo, in attesa di nuovi eventi che saranno, tra poco, così clamorosi, inauditi e - ripeteremo noi, pedanti - estranei alla democrazia, da prendere di sorpresa persino chi ha sempre dichiarato piena sfiducia in questo governo e nella sua maggioranza. Azzardo una previsione, e la proporrò. Sarà la descrizione di un paesaggio grave e tragico. Anche se vorranno costringerci alla percezione prevista dal copione. Ci diranno che è il “ritorno al Paese normale”.
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E’ il momento in cui si scopre che il conflitto di interessi ha un suo modo pernicioso di spandersi, anno dopo anno, in Italia. È l’interesse del conflitto, nei due sensi letterali: perché l’interesse è un continuo dividendo che il Paese deve pagare al titolare del conflitto, concedendogli ogni volta di più, visto che controlla così tanto.
Ma è anche l’interesse a mantenere vivo il conflitto perché i nemici, bene in vista e tenuti alla gogna, sono indispensabili per un governare montato come una campagna elettorale che non finisce mai. Nonostante l’effetto illusorio di una pace sempre possibile e sempre vicina, ogni accostamento viene impedito alzando bruscamente il prezzo, in modo che sia impossibile. Ma sempre per colpa dell’altro e a meno di un di un cedimento che ne cancella l’identità e lo esibisce come preda.
Dunque l’interesse remunera due volte il conflitto. C’è - s’intende - la condizione del rigoroso rovesciamento mediatico. Esempio: se gli aggrediti da questo potere commettono l’errore di rispondere con un insulto a un insulto, solo l’ insulto degli aggrediti sarà ricordato, ripetuto, inchiodato nella memoria collettiva. Avverrà a cura dei media, in modo che l’autore potente del primo insulto appaia sempre il mite protagonista vilmente insultato. Un esempio: Berlusconi definisce “cancro” e “metastasi” i giudici senza altra ragione che i temuti processi contro di lui. I media registrano e dimenticano all’istante. Fanno in modo che non se ne parli mai più, fino allo sbadiglio di Ugo Magri sulla Stampa per la mia frase. Ma se dite “magnaccia” (parola forse un po’ esagerata) al primo ministro sorpreso a sistemare le sue giovani amiche nella Tv di Stato, state tranquilli: se ne parlerà per sempre.
Temo invece, dati i tempi e dati i media, che non si parlerà per sempre della odiosa intenzione, inclusa nel “pacchetto sicurezza” del ministro dell’interno italiano Maroni, di obbligare all’umiliazione delle impronte digitali i bambini Rom, sia quelli italiani sia quelli ospiti del Paese Italia, che sta rapidamente diventando il più barbaro d’Europa. Giovedì 10 aprile [sic] il Parlamento europeo ha condannato a larga maggioranza l’Italia per l’incivile progetto. Il ministro degli Esteri Frattini e il ministro per gli Affari europei dell’attuale governo italiano Rochi, hanno subito indossato la faccia dell’«ora fatale del destino che batte nel cielo della nostra patria» (le prime parole del discorso di Mussolini, 10 giugno 1940) per ribattere a muso duro al Parlamento europeo che le nostre impronte digitali ai bambini non sono affari loro. Ronchi ha detto giustamente: «E’ il momento peggiore del nostro rapporto con l’Europa».
Vero, ma suona ridicola una frase così solenne se detta dal colpevole colto sul fatto. Il fatto triste è che Frattini e Ronchi intendevano proprio dire: «Se noi abbiamo deciso di svergognare l’Italia e affiancarla, quanto a diritti civili, allo Zimbabwe, sono affari nostri. E nessuno ci deve impedire di infangare come vogliamo la nostra immagine».
I due ministri, nel loro impegno a puntare sul peggio, sono apparsi così decisi, così sicuri che si possa buttare all’aria ogni decente e rispettoso rapporto con l’Europa, e così irrilevante essere considerati da Paesi civili come un Paese incivile, da rendere un po’ meno cupa l’immagine del ministro Maroni. Il ministro, in nome delle superstizioni della sottocultura leghista, priva di ogni soccorso, anche modesto, della cultura comune, ha dichiarato diverse guerre, tutte ai poveri e ai deboli inventati come nemici.
Pensate alla sua guerra ai Rom, che sono 150mila, metà italiani, metà donne, metà bambini. Il loro coordinatore, Xavian Santino Spinelli, ha parlato in Piazza Navona a nome dei molti Rom presenti (è la prima volta nella storia politica del nostro Paese) e a nome di tutti i Rom italiani.
Forse dispiacerà alla sottocultura leghista che il Rom Spinelli oltre a essere musicista (troppo facile, diranno) sia anche docente di Antropologia all’Università di Trieste. Il fatto è che il peggio di Maroni ha fatto nascere un meglio senza precedenti nelle vita italiana: un legame con il popolo Rom. Giovedì 8 luglio, per fare un altro esempio senza precedenti, la sala conferenze della Fondazione Basso era affollata di di Rom e di intellettuali della Fondazione per discutere il che fare insieme. Il lunedì precedente l’Arci ha organizzato in Piazza Esquilino una raccolta di impronte digitali di adulti e bambini italiani, evento affollato e filmato da una decina di televisioni europee e americane.
Ma proviamo a confrontare l’indefesso lavoro del ministro Maroni contro i piccoli, i deboli, gli scampati alla traversata del mare e alle guerre e persecuzioni nei loro Paesi, con ciò che pensa (del pensiero padano, del ministro Maroni e, ovviamente dell’illustre governo di Frattini e Ronchi) il Cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi. Cito da pag. 13 de Il Giornale, 8 luglio: «Asili per gli immigrati: le materne comunali dovrebbero essere aperte anche ai figli degli immigrati clandestini. Lo sgombero dei Rom: l’impressione è che nello sgombero si sia scesi sotto la soglia di tutela dei fondamentali diritti umani. L’esercito nelle città: I soldati servono ad aumentare la paura. La sicurezza non passa per decreto legge. La moschea di Viale Jenner: Maroni sposta la moschea? Solo un regime fascista e populista usa tali metodi dittatoriali».
Lo stesso giorno il ministro della Difesa La Russa aveva detto, con la sua famosa mancanza totale di humour: «Per il momento sembra chiaro che ai militari, a Milano, sarà affidata la sorveglianza del Duomo e delle chiese più importanti». Il Cardinale, che celebra ogni giorno la messa in Duomo, ha visto sùbito immagini che a uomini intelligenti e sensibili evocano Pinochet.
Come si è visto, l’interesse del conflitto è grande e sfacciato abbastanza da indurre l’editore del governo (che è anche il governo dell’editore) a pubblicare la più squallida e violenta copertina che mai settimanale politico europeo abbia pensato di pubblicare. Panorama, 10 luglio: la fotografia è quella di un bambino che i lettori sono chiamati a identificare come zingaro. Il titolo è “Nati per rubare”. Segue questo testo: «Appena vengono al mondo li addestrano ai furti, agli scippi, all’accattonaggio. E se non ubbidiscono sono botte e violenze. Ecco la vita di strada dei piccoli Rom che il ministro Maroni vuole censire, anche con le impronte digitali».
So di averne già parlato, ma ripeto le citazioni e l’immagine per due ragioni. Una è l’ offesa per una pubblicazione che esalta, secondo i canoni di Goebbels, l’indegnità genetica dei bambini di un popolo. L’altra è la solidarietà ai colleghi di Panorama, molti dei quali conosco e stimo personalmente, per l’umiliazione imposta loro da un proprietario che, dovendosi salvare dai suoi processi, ha bisogno dei voti leghisti e dunque deve pagare (e far pagare) pesanti tributi alla sottocultura leghista così risolutamente respinta dal Vescovo di Milano, in piena solitudine.
L’interesse del conflitto è una infezione che continua ad estendersi. Ma siamo appena all’inizio delle sue conseguenze peggiori. Purtroppo, a fra poco.
furiocolombo@unita.it