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Le società occidentali vivono in una paradossale situazione che ripropone in tutta la sua gravità la lungimiranza del paradigma di Thomas Hobbes secondo il quale, proprio perché difficilmente razionalizzabile, la paura indistinta e generica è la condizione peggiore per l’affermazione della pace sociale. Al tempo di Hobbes erano i profeti religiosi e i fanatici ad alimentare quella paura con l’arma della retorica e del linguaggio apocalittico delle sacre scritture. Oggi è la stessa società liberale che sembra trovare economicamente e politicamente conveniente alimentare una paura indistinta e anonima per nemici che possono essere dovunque e che sono totali. In ogni epoca, la pace civile è stata minacciata da tiranni, dittatori o demagoghi. Si trattava di minacce visibili e identificabili.

Oggi è il sistema sociale stesso che genera panico e minaccia la pace. Scrive Jaume Curbet in un libro sulla insicurezza in uscita presso Donzelli che espressioni generiche come "insicurezza urbana", "criminalità organizzata", "disastro ecologico", infine "terrorismo" creano un tipo di paura che molto più di quella per i tiranni del passato tocca le corde più ancestrali ed è quindi più estrema e meno risolvibile. Questo rende il bisogno di sicurezza un bisogno mai appagato tanto che neppure lo Stato riesce a trasmettere sicurezza attraverso la paura della legge. L’indistinta paura si traduce in soluzioni che sono altrettanto indistinte - che mirano più a colpire l’immaginazione dei cittadini che a risolvere la loro insicurezza. In effetti, una volta che la paura è associata a un oggetto indistinto, è al contingente che si presta più attenzione. Questo spiega la richiesta da parte dei cittadini di interventi immediati o del "qui e ora"; richiesta di provvedimenti di emergenza e di decisioni esemplari; soluzioni effimere (e poco in sintonia con le procedure e la deliberazione democratiche) che servono essenzialmente a tenere sotto controllo i sintomi dell’insicurezza. La politica della sicurezza nell’era dell’insicurezza indeterminata e globale, dove tutti subiscono l’influenza di tutti, ha una funzione essenzialmente sedativa.

Chiamiamo sicurezza lo stato psicologico che ci viene dal credere di vivere in un ambiente immutato, uguale a se stesso. Quindi ogni turbamento dell’ordinario status quo è visto come fonte di sicurezza. Questo spiega il paradosso descritto da Zygmunt Bauman: sebbene le nostre siano tra le società più sicure, ciò nonostante, molti di noi si sentono più minacciati, insicuri e spaventati, e sono quindi più propensi a cadere in preda al panico e ad entusiasmarsi di tutto ciò che è relativo alla protezione e alla sicurezza. In un mondo nel quale il rischio prende i contorni dell’imprevedibile e dell’indefinito, ai cittadini non importa sapere che le cause del pericolo sono complesse e non riducibili a una; desiderano soltanto che i rimedi siano semplici, immediati e soprattutto vicini nel tempo e nello spazio; esperimentabili nella quotidianità. Per esempio, la globalizzazione dei mercati e delle speranze di benessere porta milioni di immigrati a cercare una vita migliore nel nostro continente e nel nostro Paese. La trasformazione multietnica di molti quartieri delle nostre città basta da sola a mobilitare la paura, una paura senza una causa specifica; la prima condizione per domarla è che gli immigrati siano pochi o che siano e restino invisibili; che infine, o soprattutto, contro di loro si mobiliti lo Stato (e i privati cittadini se necessario) con tutti i mezzi disponibili, anche se arbitrari e anche se incostituzionali. Purché se ne vedano alcuni esiti immediati, anche se minimi.

Ma un aspetto nuovo di questa "ossessione per la sicurezza" consiste nel fatto che essa è anche un business sotto molti punti di vista. Esiste un mercato della insicurezza il quale, come ogni altro mercato, deve per poter prosperare e quindi alimentare il bisogno di sicurezza. Ecco il circolo vizioso del quale sono vittima le società democratiche mature: la paura generica alimenta il bisogno di sicurezza ed è a sua volta alimentata da questo bisogno. In cima a questa catena vi è la sicurezza come affare (politico prima di tutto, ma non solo, perché le "aziende" che offrono sicurezza sono sempre di più). Alimentare la paura artificialmente, dunque: questa è l’arte delle agenzie che si occupano della sicurezza. Ma come produrre insicurezza artificialmente? Se è vero che la paura anonima e indistinta è all’origine del panico dell’insicurezza, non c’è modo migliore per tenerla viva che creare capri espiatori. La storia è prodiga di esempi: la caccia alle streghe, la caccia agli ebrei, la caccia ai sovversivi. L’odierna insicurezza urbana è alimentata artificialmente dalla retorica dalla paura del diverso: zingaro, nero, extra-comunitario, musulmano. È certo che l’origine della nostra criminalità (causa tangibile e documentata di giustificata paura) non sta per nulla qui: l’Italia ha una criminalità organizzata e spietata che strangola metà o forse più del suo territorio nazionale, eppure giornali e televisioni ci parlano quasi soltanto degli episodi di violenza che coinvolgono gli "altri".

La politica dell’insicurezza trova un naturale alimento nelle politiche neoliberali, quelle che oggi godono di maggiore stima presso i nostri governi, politiche orientate principalmente a rispondere alle richieste di sicurezza di una popolazione spaventata più che a risolvere i problemi e i diversi conflitti che stanno all’origine delle varie manifestazioni di delinquenza. Le politiche della sicurezza hanno preso il posto delle politiche sociali. La filosofia dei governi di destra, come quello italiano, è che se disagio si dà questo non è un segno di ingiustizia sociale, ma invece di cattiva sorte e disgrazia, oppure di incapacità personale o mancanza di merito. In ogni caso, la carità umanitaria e religiosa può meglio dello stato sociale curare queste piaghe. Spetta quindi alle associazioni civili, alla famiglia (alle donne in primo luogo, potente surrogato dello stato sociale in ritirata) e alle parrocchie occuparsi della povertà. Lo Stato dovrà al massimo dispensare tessera di povertà ai bisognosi e sostegno economico a chi li soccorre. Ma il suo compito è un altro: quello di occuparsi dell’insicurezza generata dalla paura. Il neoliberalismo libera lo Stato dall’impegno di promuovere politiche sociali (questo è il significato della sussidiarietà) per occuparlo intensamente nel compito repressivo. Dissociando il disagio sociale dalla sicurezza viene messa in atto un’interessante divisione del lavoro tra società civile e Stato: la prima si occupa del disagio, il secondo della sicurezza.

Il paradosso è che, vivendo della insicurezza lo Stato sarà naturalmente portato a alimentare la percezione della insicurezza. Esso ha bisogno di cittadini impauriti per essere legittimato nel proprio ruolo. Lo fa moltiplicando esponenzialmente le sue polizie perché, come si è detto, è l’azione esemplare che colpisce l’immaginazione; quindi il territorio più vicino deve essere soprattutto curato e pattugliato - i quartieri, le città (questo spiega il favore che incontra la retorica federalista). Insieme alle polizie di Stato nascono e si moltiplicano piccole polizie private, in un crescendo di offerte di sicurezza, la quale è, come ha scritto Ulrich Beck, «come l’acqua o l’elettricità, un bene di consumo, amministrato sia pubblicamente che privatamente per ottenere benefici». In ogni caso, le frontiere apparentemente forti tra sicurezza pubblica e sicurezza privata sembrano svanire e quella che è una paura indistinta per il non consueto e il diverso diventa una formidabile merce: venduta dai governi per tenere alta la tensione e quindi incrementare consensi, amplificata dai media che sono comunque un prodotto di mercato, recepita dai cittadini nella solitudine dei loro quartieri che una paura generica alimentata ad arte sta desertificando.

Smontato lo statuto dei lavoratori

L'ultima sorpresa del ddl Tremonti

di Sara Menafra

Sottotraccia, senza grandi clamori, la camera dei deputati si appresta a stravolgere ancora un po' il diritto del lavoro. E, già che siam lì, a limitare le competenze dei giudici del lavoro.

Il colpaccio è contenuto nel Disegno di legge 1441 quater, ultimo erede di quell'enorme disegno di legge (il 1441, appunto) che il governo aveva presentato a giugno, collegandolo alla finanziaria, per poi trovarsi costretto a spacchettarlo in quattro tronconi. Ognuno con un frutto avvelenato, compreso questo, a sua volta geometricamente smontabile in quattro pessime mosse.

La prima, contenuta nell'articolo 65, alla voce «Clausole generali e certificazione», ha l'obiettivo, neppure nascosto, di limitare l'azione del giudice del lavoro alla sola valutazione di legittimità. Il testo è piuttosto chiaro: «In tutti i casi in cui le disposizioni di legge contengano clausole generali il controllo giudiziale è limitato esclusivamente, in conformità ai principi generali dell'ordinamento, all'accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente».

Vuol dire, a farla breve, che il giudice del lavoro, non potrà andare oltre il controllo di legittimità. Lo spiega bene Claudio Treves, coordinatore del Dipartimento Politiche attive del lavoro nella Cgil: «Se prima un giudice, davanti ad un contratto a tempo determinato stipulato per l'aumento di produttività poteva valutare ed eventualmente sanzionare un contratto stipulato con un titolo inadeguato, adesso - chiarisce - dovrà valutare solo i requisiti formali del contratto».

Al comma due il quadro non migliora: «Il giudice non può discostarsi dalle valutazioni delle parti espresse in sede di certificazione dei contratti di lavoro», così come previsto dalla legge Biagi. E ancora - e siamo al comma 3 - «nel valutare le motivazioni poste alla base del licenziamento, il giudice fa riferimento alle tipizzazioni di giusta causa e di giustificato motivo presenti nei contratti collettivi ovvero nei contratti di lavoro stipulati con l'assistenza e la consulenza delle commissioni di certificazione», di cui parla sempre la legge 30. Tradotto, vuol dire che il magistrato dovrà limitarsi a controllare che il contratto stipulato concordi col patto su cui si basa. E, quindi, non sarà sottoposto solo alla legge, ma pure ad un accordo che in astratto (ma, a sentire i sindacalisti, anche in concreto) potrebbe contenere parecchi problemi di legittimità.

Infine, negli articoli successivi, il testo si propone di «incentivare» l'arbitrato per risolvere le controversie di lavoro. E ai lavoratori licenziati, precari o no, lascia come unica strada 120 giorni di tempo per proporre ricorso al giudice, chiudendo la strada alle richieste «non giuridiche» che in molti casi risolvevano il problema grazie alla mobilitazione sindacale.

Il Partito democratico ieri pomeriggio ha firmato comunicati di fuoco. L'ha fatto il ministro della giustizia ombra Lanfranco Tenaglia - «si fa carta straccia dello statuto dei lavoratori, si torna indietro a trenta anni fa» - e quello del Lavoro, Cesare Damiano - «è grave che il governo tenti in modo surrettizio di cambiare radicalmente il processo del lavoro».

Si sa già come andrà a finire. Anche se la legge dovesse subire qualche scivolone, come è già capitato alla riforma del processo civile cascata in aula grazie alle assenze dei parlamentari Pdl, queste norme rischiano di volare all'approvazione del senato. E chiudere il cerchio che in pochi mesi ha fatto fuori la stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione e, se non fosse stato per una modifica ottenuta dal pd in commissione, rischiava di limitare il diritto ai permessi retribuiti. Una riforma del lavoro vera e propria. Spacchettata e confezionata per un consumo rapidissimo.

Contratti, il triplo inganno di Marcegaglia

di Loris Campetti

Lavorare in pochi, lavorare tanto, cioè più di prima, per guadagnare se va bene come prima. E prima - meglio dire adesso - i salari dei lavoratori italiani erano i più bassi d'Europa. E' questa, in due parole, la ricetta alla base dell'ipotesi di accordo presentata dalla Confindustria a Cgil, Cisl e Uil. I contratti nazionali vengono ridotti al puro recupero di una sola parte dell'inflazione, e quelli di secondo livello vincolati da un legame totale e indissolubile degli eventuali aumenti salariali alla produttività, all'utile d'impresa. Il tutto accompagnato dalla detassazione degli straordinari -per renderli addirittura più convenienti del normale costo orario della prestazione lavorativa - e dei premi di risultato, cioè degli aumenti conquistati nei contratti integrativi di secondo livello.

La proposta, come ha risposto all'unanimità il direttivo nazionale della Cgil, è irricevibile. Lo è in assoluto, perché riduce il lavoro a pura merce, variabile dipendente dai profitti. Lo è nello specifico, per la peculiare struttura produttiva italiana, frantumata in decine di migliaia di piccole imprese in cui non solo non si contratta, ma dove molto spesso il sindacato neppure riesce a metter piede. Dire che sia il recupero di una parte dell'inflazione che gli aumenti salariali sono demandati alla contrattazione di secondo livello, vuol dire discriminare i lavoratori e condannarne la maggioranza a un ulteriore impoverimento.

C'è una terza ragione che rende intollerabile, prima ancora che inaccettabile, la pretesa degli industriali, in piena coerenza con le politiche del governo (che è anche il padrone pubblico) e con il consenso di Cisl e Uil: con l'attuale precipitazione, la crisi finanziaria si estende all'economia reale, riducendo conseguentemente i consumi e dunque la domanda. In prospettiva, ciò significa esplosione della cassa integrazione nelle grandi imprese e licenziamenti in quelle più piccole. In questo contesto, quanti saranno i lavoratori in grado di conquistarsi il contratto integrativo?

Che effetto vi farebbe se vi dicessero che su tutto il territorio del Lazio e dell’Abruzzo non esiste più un solo filo d’erba, neanche un orto; che le due Regioni sono state completamente, e dico completamente, cementificate? Sono sicuro che la maggioranza degli italiani inorridirebbe. Forse avrebbero una reazione un po’ diversa tutti quelli che a vario titolo sono invischiati in speculazioni edilizie. O gli amministratori che devono fare cassa con gli oneri di urbanizzazione, ma credo, anzi spero, che non siano i più.

Se invece siete tra i più, sentite questa: negli ultimi 15 anni, se si fa un confronto tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005, in Italia sono spariti più di 3 milioni di ettari di superfici libere da costruzioni e infrastrutture, un’area più grande del Lazio e dell’Abruzzo messi insieme. Poco meno di 2 milioni di ettari erano superfici agrarie. Però nessuno sembra inorridire. Forse sarà a causa di una mentalità diffusa secondo la quale se non si costruisce non si fa, non c’è progresso economico. E questo lo dimostrano i programmi elettorali e la composizione delle liste stesse, soprattutto quelle relative alle elezioni amministrative: fateci caso, sono sempre infarcite di soggetti con evidenti interessi nell’edilizia. Sarà un caso?

Dal 1950 a oggi abbiamo perso il 40% dei territori liberi nel nostro Paese, negli ultimi anni il consumo medio annuo è addirittura cresciuto rispetto agli anni passati, quelli del boom economico (ed edilizio). Non ci sono solo gli "eco-mostri", tanti, che urlano con violenza tutta la loro protervia (sintomo di grande ignoranza) nel deturpare paesaggi e luoghi incantevoli lungo coste, colline e montagne del nostro Paese. Ci sono tanti "eco-mostriciattoli", e c’è tutta una tendenza a fuggire dall’ambiente urbano, sempre più brutto, caotico e poco salutare, per riparare in campagna, a colpi di villette che mangiano terreno utile alla produzione di cibo e tirano pugni in quegli occhi che ancora cercano bellezza. Prendiamo poi in considerazione l’edilizia per le attività produttive, dalle schiere di scatoloni di cemento che si snodano ininterrotte lungo molte nostre strade, fino al piccolo capannone isolato che abbagliati imprenditori ergono alle pendici (se non proprio in cima, perché nella mia Langa succede anche questo) di una collina particolarmente bella.

L’Italia è al primo posto in Europa per la produzione e il consumo di cemento armato, 46 milioni di tonnellate l’anno: le cave legali e abusive hanno un impatto paesaggistico tremendo, e i cementifici inquinano molto, mangiandosi vigne, campi coltivati, boschi, o compromettendo l’ecosistema di quelli viciniori che gli sopravvivono. Il tutto per foraggiare la costruzione selvaggia di villette a schiera, outlet, depositi e quant’altro. Non posso che sottoscrivere le parole di Giorgio Bocca quando, trovatosi a percorrere l’autostrada tra Milano e Firenze, scrive: «Il primo tratto tra Milano e Lodi si merita questo titolo: la scomparsa del paesaggio. La pianura del Po, "la più fertile e ricca regione d’Europa", come diceva quel re di Francia di nome Enrico, illustre invasore, la pianura dei pioppi e delle marcite, dei fontanili che sgorgano nei prati di erba medica, il paese di Bengodi, delle montagne di cacio e di ravioli, dei campanili svettanti nel verde, delle abbazie e delle cattedrali, dei battisteri policromi, degli Stradivari e dei culatelli è scomparso, sommerso da una distesa ininterrotta di fabbriche e fabbrichette».

Non c’è limite al brutto, al volgare, ed è giusto paragonare l’inghiottimento di un battistero policromo alla scomparsa di un prodotto gastronomico tradizionale. Riporto un’altra volta il dato: quasi 2 milioni di ettari di suolo agricolo sono spariti, come dire l’intero Veneto. Se da una parte ci scandalizziamo giustamente perché sparisce il bello - e viva le iniziative meritorie, come ad esempio quelle del FAI e di Legambiente, che ci documentano con regolarità le brutture peggiori e sanno coinvolgere i cittadini nella denuncia - la morte dei suoli agricoli sembra invece non interessare. È uno dei più grandi mutamenti che il nostro Paese ha subito nel secondo dopoguerra e non accenna a diminuire: sparisce la campagna, insieme ai contadini, si perdono spesso i terreni più fertili in pianura e in prima collina. Gli appezzamenti che resistono sembra che stiano lì, in attesa che qualcuno ci speculi su, perché diciamolo pure: non c’è bisogno di nuove case, l’edilizia è soltanto un’opportunità di investimento per chi già possiede bei capitali.

Il suolo, se non muore a colpi di fertilizzanti e pesticidi, sparisce: se la sua tutela non entrerà presto a far parte dell’agenda politica delle amministrazioni sarà ora che ci sia una mobilitazione popolare in sua difesa. È uno scempio senza fine, che pregiudica la qualità delle nostre vite in termini ecologici e anche gastronomici. Sì: gastronomici, perché ne va anche del nostro cibo, della sua qualità, della sua varietà e della possibilità di poterlo comprare senza che provenga da un altro continente, con tutti gli enormi problemi che ne conseguono.

L’ambiente è un diritto garantito dalla nostra Costituzione e non può esserci tutela dell’ambiente senza tutela del mondo rurale, sia per quanto riguarda la sua produttività, sia per quanto riguarda la sua bellezza. Gli enti locali fanno poco, anzi proprio loro vedono nell’edificabilità dei terreni agricoli e dei suoli liberi una via per fare quadrare i propri bilanci. La politica di Palazzo non se ne cura, e se pare normale da parte di chi governa e ha costruito le sue fortune proprio sull’edilizia, il silenzio dell’opposizione sulla tutela dei terreni agricoli diventa sempre più assordante. Il problema infatti è più che mai politico, oltre che etico e culturale.

Mancano delle politiche di territorio, come per esempio accade invece in Germania, dove per legge si cerca di riutilizzare aree già consumate e dimesse piuttosto che invadere nuovi campi, nuovo suolo, nuova agricoltura, paesaggi. Inoltre, i tedeschi, cercano di compensare nuove occupazioni andando ad agire su altre aree, con interventi di permeabilizzazione o naturalizzazione (contro il dissesto geologico, piantando nuovo verde). Tutto questo lo fanno senza rinunciare all’occupazione in edilizia, e certo senza aumentare il numero dei senzatetto. È solo questione di organizzazione, di razionalizzazione, e soprattutto di sentire il problema, che è gravissimo.

So che anche in alcune Regioni ci sono stati alcuni isolati interventi normativi tesi a migliorare la situazione ma bisogna per forza fare di più. Che si favorisca con incentivi la distruzione di obbrobri costruiti negli anni ?60 e già fatiscenti per riedificarci sopra qualcosa di bello, che si realizzino recuperi dell’archeologia industriale o di quelle aree urbane fortemente degradate: il lavoro per i costruttori non mancherebbe di certo. Che si tutelino per legge le aree rurali più importanti, come fossero Parchi Nazionali.

Lasciate stare i suoli agricoli, sono una risorsa insostituibile, pulita, bella e produttiva. Sono il luogo che ci fa respirare, che riempie gli occhi, che ci dà da mangiare e che custodisce la nostra memoria, la nostra identità. Continuare a distruggerli, dopo tutto lo scempio che è già stato fatto, non è da Paese civile e un Paese civile dovrebbe predisporre i giusti strumenti di tutela per dare più scuse a chi lo fa.

Postilla

Argomentare cause giuste con cifre sballate è un regalo che si fa all’avversario. Anche Petrini commette l’errore di confondere la riduzione della superficie agraria con l’aumento delle aree urbanizzate. È un errore grave, simmetrico rispetto a quello di calcolare l’aumento dell’urbanizzazione basandosi sulle quantità misurate con il programma Corine di rilevamento satellitare.

Come abbiamo più volte scritto in eddyburg, nel primo caso si sommano alle superfici urbanizzate tutte quelle che corrispondono all’abbandono colturale, alla progressiva sparizione delle aziende agricole marginali da agricole sono diventate incolte o restituite al “selvatico”. Nel secondo caso non si contano le aree che sono urbanizzate dalle infrastrutture e dall’insediamento sparso, che occupino con continuità superfici inferiori a 25 ettari.

Che il consumo di suolo, utile solo ai cementificatori parassiti, sia gigantesco è indubbio; che sparare cifre sbagliate contribuisca a consolidare i cementificatori lo è ugualmente.

A una delle figlie del presidente del Consiglio è sfuggita qualche giorno fa una dichiarazione singolare e parecchio infelice: forte della sua esperienza di imprenditrice e militante politica, Marina Berlusconi ha vantato le virtù di un governo che finalmente fa quello che gli italiani chiedono, cioè decide, aggiungendo «che di governi che decidono non c’è mai stato tanto bisogno come adesso, con questo tsunami che sta scuotendo l’economia mondiale e la speculazione che ha messo nel mirino anche le nostre banche».

È a questo punto che stupefatta si è domandata: come mai, se così stanno le cose, l’opposizione invece di criticare questo o quel provvedimento «tira ancora in ballo il rischio di regime»? Il mondo è troppo burrascoso e vasto, per indugiare su questioni marginali. È come mettersi a spolverare un comodino, mentre le pareti ti cascano addosso. Come mai tanto spreco d’energia, tanta passione per l’irrilevante? Molti ragionano come l’imprenditrice: in effetti certe lentezze della democrazia, certe sue puntigliose regole, son vissute come ostacoli alla decisione lesta che s’impone.

John McCain, candidato alla presidenza Usa, voleva addirittura sospendere la democrazia e interrompere la competizione con Obama, a causa della frana finanziaria. Fare le due cose insieme - salvare l’economia e preservare il conflitto che della vita democratica è il sale - sembra impresa non solo difficile ma inopinata.

Dichiarazioni simili sono singolari perché del tutto prive di memoria: le crisi economiche, a cominciare dal grande crollo del 1929 e dal successivo decennio di depressione, hanno inaugurato epoche in cui le istituzioni liberali hanno più vacillato, in alcuni casi naufragando. Gli Stati veramente liberali non hanno mai cessato di funzionare, uscendone invece rafforzati. Non è dunque ozioso discutere sui rischi di regime, in presenza della scossa finanziaria, per il semplice fatto che gli esecutivi tendono a irrigidirsi, in queste circostanze. Certe volte non si sa neppure bene cosa venga prima: se l’emergenza vera, o l’uso antidemocratico del discorso emergenziale. Il ricorso a vocaboli catastrofici come tsunami è significativo: l’inondazione è come un’orda che irrefrenabile avanza. S’apparenta alla guerra, e in guerra non c’è spazio per gli ingredienti liberali classici: separazione dei poteri, controllo dell’esecutivo e decentramento decisionale, indipendenza della giustizia, rispetto della Costituzione e della legalità, critica esercitata dai giornali.

L’esempio della repubblica di Weimar è tra i più istruttivi. Il governo di Franz von Papen restrinse le regole democratiche prima ancora che Hitler prendesse il potere, e nonostante i nazisti avessero già cominciato a calare nelle elezioni del novembre ’32. L’invocata forza di causa maggiore era anche allora l’economia. In suo nome fu eliminata l’autonomia della Prussia, e fu annunciato (in un libro del pubblicista Walther Schotte con la prefazione di von Papen, nel ’32) un «Nuovo Stato» decisionista: riordinato in maniera autoritaria, capace di decidere perché affrancato dal ricatto dei partiti, con un Parlamento esautorato. Nel settembre 1932, quattro mesi prima dell’ascesa di Hitler, furono abolite conquiste rilevanti dello stato sociale, introdotte da Weimar.

Esistono poi esempi più recenti. A partire dall’11 settembre e dalla guerra in Iraq, la Casa Bianca ha svuotato la democrazia accampando l’emergenza bellica: ha aggirato la Costituzione e le convenzioni internazionali, ha accentrato i poteri dell’esecutivo, ha tolto poteri ai giudici, ha cercato di piegare la stampa. Cheney alla vice presidenza teorizzò la «flessibilità» della Costituzione - un argomento ripreso da Sarah Palin, candidata alla vice presidenza - e facilitò la doppia deriva di Bush: la manipolazione della realtà che precipitò la guerra in Iraq, e l’impunità d’un esecutivo sottratto alle procedure di controlli e contrappesi (check and balance) che fondano il liberalismo politico.

Gli tsunami - siano essi naturali, militari, economici - non inaugurano tempi in cui interrogarsi sulla democrazia diventa meno importante. Diventa più che mai importante, e per questo la domanda di Marina Berlusconi oltre che immemore è infelice. Quando l’esecutivo non è disciplinato da altri poteri («Perché non ci sia abuso di potere, occorre che il potere arresti il potere», secondo Montesquieu) l’errore di decisione diventa più probabile, non meno. Il leader può avere il carisma del capo (il carisma «dell’azione e dell’esempio», dice Max Weber) ma può svegliare spettri che poi non controlla più, se non con misure illiberali estreme. L’Italia auspicata ultimamente da Berlusconi (essendoci troppo conflitto si vieterà a giornalisti e magistrati l’uso delle intercettazioni; l’esecutivo deciderà sempre più con decreti ed eviterà contraddittori in tv) è un Paese dove per forza ci si chiederà: è un regime? È un Paese dove le crisi saranno meno governabili, perché informazioni e controlli son mancati?

La crisi scoppia quando la realtà viene manipolata o occultata, e quando la decisione è magari veloce ma poggia su tale manipolazione o nascondimento: nascono così le bolle, i mondi paralleli che sembran veri senza esserlo. Nel 2005 avremmo ignorato i rischi economici che gli italiani correvano, se non fossimo stati informati sugli abusi di furbetti e Banca d’Italia. Ci saremmo trovati davanti a un male non curato in tempo, perché non visto. La trasparenza delucida e può prevenire le crisi. Non le provoca, contrariamente a quel che sostiene Cheney quando evoca il Watergate.

Parlare di tsunami finanziario in questi termini è proporre, ancora una volta, la logica emergenziale: una logica che mette in risalto i difetti della democrazia, che in essa non vede altro che clasa discutidora, classe chiacchierona, come nelle requisitorie ottocentesche di Donoso Cortés. Una logica che favorisce la nascita del Führerprinzip, il principio di comando assoluto fatto proprio non solo da Hitler ma da von Papen. Che spinge i governi a chiudersi nell’illusione di fare da sé: anche per questo è cruciale il vertice finanziario che Sarkozy ha convocato ieri a Parigi per metter fine a autarchiche chimere. La politica della paura ha finito col generare l’economia della paura, e non a caso la crisi finanziaria è paragonata all’11 settembre. Anche in Italia è così: stessa economia della paura, stessa paura non solo dell’opposizione ma del diverso, dello straniero. Berlusconi, il decisionista che vorrebbe rincuorare la nazione, accentua negli italiani le «tendenze alla chiusura autarchica e all’arroccamento sociale», e ha in realtà «poca memoria e pochissima speranza»: lo scrive con lucide parole don Vittorio Nozza sull’Osservatore Romano del 27 settembre.

Chi invoca l’emergenza dice che pensa a Main Street più che a Wall Street, al cittadino più che agli speculatori. Ma Main Street ha bisogno di una democrazia con poteri suddivisi e autonomi, ha bisogno di responsabilizzarsi sapendo come si è arrivati a questo punto e in seguito a quali menzogne. Se attorno a sé vedrà sprezzo delle leggi e magistrati inermi accetterà il caos per infine scoprire che sarà lei, comunque, a pagare. Lo si vede in America e in Italia. Per non aver detto la verità ai cittadini, il governo ha salvato l’Alitalia affidando a una cordata di industriali solo la parte buona della compagnia, e lasciando che gli italiani paghino debiti finanziari, prestito ponte, debiti con fornitori, ammortizzatori sociali, tutela degli azionisti. Secondo Carlo Scarpa e Tito Boeri la somma pagata dallo Stato - dal contribuente - oscilla fra 2,9 e 3 miliardi di euro (www.lavoce.info). Verità, separazione dei poteri, libera informazione: in tempi di tsunami, vigilare sulla società aperta e i suoi nemici interiori non è secondario, ma vitale.

È auspicabile che i presidenti della Camera e del Senato siano lesti nel cogliere gli scricchiolii della pacifica convivenza e promuovano un osservatorio parlamentare sul razzismo che ormai tracima dalla greve licenza verbale in troppi episodi di violenza fisica. Lo stesso governo della “tolleranza zero” ha interesse a far suo un allarme che non riguarda più solo il diffondersi dell’inciviltà, ma anche l’ordine pubblico.

Episodi come il pestaggio del giovane Samuel Bonsu Foster a Parma o l’umiliazione inflitta alla signora Amina Sheikh Said all’aeroporto di Ciampino - quali che siano gli esiti delle indagini - evidenziano un’impreparazione culturale di settori della forza pubblica nella pur necessaria opera di vigilanza e prevenzione anticrimine. Problemi simili esistono nelle polizie di tutto il mondo, il cui aggiornamento professionale deve tenere conto delle mutate condizioni ambientali. Ma ancor più inquieta l’ormai lunga collezione di aggressioni, squadristiche o individuali, che si tratti di pogrom incendiari contro gli abitanti delle baraccopoli o di sprangate sulla testa del malcapitato di turno. Tale esasperazione è stata spesso giustificata dagli imprenditori politici della paura come legittima furia popolare. Minimizzata tributando demagogicamente lo status di vittime ai “difensori del territorio”. Fino a quando c’è scappato un morto: Abdoul Salam Guiebre. Ma nella stessa città di Milano la guerra tra poveri ha riproposto il bis martedì al mercato di via Archimede. Stavolta non per un pacco di biscotti: Ravan Ngon è stato pestato con una mazza da baseball dal venditore di frutta e verdura alla cui bancarella si era avvicinato troppo con la sua merce abusiva. Lo stesso giorno, nella borgata romana di Tor Bella Monaca, una banda di teppisti adolescenti pestava, così, a casaccio, Tong Hongshen, colpevole solo di aspettare l’autobus. Abdoul Salam Guiebre, Tong Hongshen, Ravan Ngon: nomi difficili da pronunciare, figure giuridiche differenti (un cittadino italiano, un immigrato con permesso di soggiorno, un altro che vive qui da cinque anni senza essere riuscito a regolarizzarsi), ma innanzitutto persone. Nostri simili che stentiamo a riconoscere come tali, di cui preferiamo ignorare le vicissitudini e i diritti.

Nelle interviste trasmesse da Sandro Ruotolo a “Annozero”, abbiamo udito i parenti dei camorristi accusati dell’eccidio di Castel Volturno manifestare indignazione: la polizia si muove “solo quando i morti sono neri”! Che si trattasse di una vera e propria strage, sei omicidi, passava in second’ordine. Temo che quell’infame, velenoso rovesciamento delle parti tra vittime e carnefici, rischi di diventare in Italia senso comune, se le istituzioni non interverranno per tempo.

Di certo non aiutano i pubblici elogi di Maroni al vicesindaco di Treviso, che sul suo stesso palco si riprometteva di cacciare i musulmani “a pregare e pisciare nel deserto”. Come se non fossero già centinaia di migliaia i nostri concittadini di fede islamica. Non aiutano i giornali filogovernativi che attribuiscono all’intero popolo zingaro una congenita propensione al furto. Non aiuta il cortocircuito semantico che equipara il minaccioso stigma di “clandestino” a un destino criminale. La regressione culturale di cui si è detto preoccupato anche il presidente dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, ha tra i suoi responsabili gli spacciatori di stereotipi colpevolizzanti che nel frattempo promettono l’impossibile: un paese in cui, grazie alla mano forte delle nuove autorità, i cittadini siano esentati dalla fatica della convivenza.

Così come si è rivelato fallace ? inadeguato all’offensiva reazionaria ? l’espediente retorico di una sicurezza che non sia “né di destra né di sinistra”; altrettanto insulso rischia di apparire oggi il richiamo al binomio “diritti e doveri” degli immigrati. Giusto, certo. Ma astratto, fin tanto che non verrà indicato loro un percorso praticabile d’integrazione e cittadinanza. O preferiamo forse che si organizzino separatamente per farci sentire la loro protesta, esasperando una contrapposizione separatista fino allo scontro con le istituzioni?

Tra i sintomi della regressione culturale c’è anche la miopia con cui le forze democratiche del paese, a cominciare dal Pd, finora hanno ignorato la necessità di dare rappresentanza politica agli immigrati. Sarà forse poco redditizio elettoralmente, ma è decisivo per il futuro della nostra società che si affermino leadership responsabili, organizzazioni accoglienti, punti di riferimento alternativi ai capiclan e ai propagandisti dell’integralismo religioso. Persone che hanno avuto l’intraprendenza di emigrare per sfuggire a una sorte infelice, e che spesso hanno conseguito traguardi culturali e professionali significativi dopo essere approdati senza un soldo sulle nostre coste, possono contribuire anche al rinnovamento della politica italiana, bisognosa di ritrovare idealità e speranza.

Che deve pensare una cittadina come me, sprovveduta di teoria e pratica economica e perseguitata da vent'anni dal coro «meno stato più mercato», quando legge che la Camera dei rappresentanti e il Senato degli Usa stanno decidendo di stanziare 700 miliardi di dollari pubblici per coprire il gigantesco buco che banche e assicurazioni private hanno fatto? Prima di tutto, che vuol dire? Che con questi 700 miliardi di dollari lo stato federale si fa carico, cioè fa carico ai contribuenti, dell'immenso buco scavato da banchieri e assicuratori senza avere nulla in cambio, soltanto perché le macerie non precipitino su tutti, tipo 1929? Oppure che in cambio mette un guinzaglio su quelle proprietà, stabilendo quel che possono o non possono continuare a fare, alla faccia della libertà di impresa, sacra fino all'altro ieri? O che addirittura le hanno nazionalizzate, nel senso che sono diventati proprietari diretti di banche e assicurazioni?

Idem per l'Europa. Negli Stati uniti il congresso aveva emesso qualche lamento e prima di votare il Senato ha imposto degli emendamenti, mentre nel vecchio continente qualcuno ha deciso in meno di 24 ore di salvare Fortis e Texia e il presidente francese, nonché attualmente della Ue, Sarkozy, doveva annunciare ieri che la Ue istituiva un fondo di 300 miliardi di euro per salvare banche e assicurazioni europee in eventuale emergenza? Senonché Angela Merkel, che di questo non era stata informata, sta lanciando alte strida: «La Germania non ci metterà un soldo», per cui allo stato dei fatti Sarkozy rinunciava ad annunciare, e domani si vedrà. Intanto, l'opposizione vuol sapere perché la Francia, che dichiara vuote le sue casse, ha salvato con soldi suoi una Texia, che è di proprietà belga e della quale non detiene che una non significante minoranza. Nelle stesse ore l'ex cervello socialista e faro della sinistra, Attali, propone che i governi facciano, e subito, senza divulgare né prima né poi le cifre sennò i cittadini si spaventano, ritirano i depositi e patatrac. Ma l'Irlanda, rinvigorita grazie ai fondi europei, concorre e compete spudoratamente garantendo al cento per cento e in ogni caso chiunque depositi nelle banche sue. Sempre nelle stesse ore, il nostro premier, simile a San Michele Arcangelo, garantisce che difenderà con la spada ogni correntista italiano e più in generale che l'Italia non sarà toccata dal cataclisma. Tremonti rincalza assicurando che tutto è sotto controllo e nel contempo la Bce informa che la crescita è sotto zero. Va a capire, povera cittadina.

Mi dessero lumi gli economisti di sinistra, quelli marxisti ma anche soltanto i keynesiani di una volta, davanti allo sconquasso del sistema liberista e dunque democratico. Perché - ha ragione Valentino Parlato - non possiamo esultare: avevamo ragione nel dire che il neoliberismo è insensato e alquanto criminale, mentre tutto precipita e come sempre saranno gli stracci a volare. Che faremmo se fossimo al governo? Che chiederemmo di fare a Prodi se non fosse stato rovesciato? Prima di tutto occorre iniettare liquidità, ci ammoniscono da tutte le parti, giacché così chiamano questa colossale espropriazione di denaro pubblico per guasti di unaminoranza di malfacenti coperti dall'ideologia generale. Nient'affatto economica ma politica, come ha scritto giovedì Ezio Mauro e figuriamoci se non siamo d'accordo. Ma cosa bisognerebbe fare subito e a medio termine, questo è il problema numero uno della sinistra. Il mio amico Mario Tronti ammonisce che essa deve essere grande e non solo esprimere i lavoratori ma «parlare ai lavoratori». Appunto. Il problema è che cosa dire. Che cosa hanno detto ieri e dicono oggi i Veltroni e i D'Alema, i Bertinotti e i Ferrero, e noi stessi? Andiamo a vedere e prendiamo il toro per le corna.

Lo dico anche a noi stessi, che non abbiamo imbrogliato nessuno, a differenza di molta stampa e siamo spesso rimproverati perché i nostri avvertimenti sono sgradevoli. Meno sgradevoli di quel che sta succedendo. Tanto per ricordare che se chiediamo dei soldi per tirare avanti, non conviene soltanto a noi, ma a un minimo di senso comune che il manifesto non sia azzittito.

«Un esempio di cattiva politica, un classico esempio di politica asimettrica». Stefano Rodotà non ricorre certo a giri di parole per definire il decreto Tremonti sull'editoria, quel decreto «taglia fondi» che sta mettendo a repentaglio l'esistenza stessa della stampa indipendente.

Professor Rodotà, a cosa si riferisce quando parla di politica asimmetrica?

Ad una politica che, incapace di selezionare, tende a considerare alla stessa stregua situazioni differenti così disattendendo, peraltro, un principio di rango costituzionale. Mi spiego. E' vero che ad oggi il capitolo dei finanziamenti pubblici ha registrato numerosi abusi ma questo argomento viene utilizzato come puro pretesto per cancellare del tutto la presenza pubblica e così impedire qualsiasi forma di pluralismo democratico.

Una sorta di pulizia etnica che non risparmia neanche le cooperative.

Anche qui vale lo stesso discorso. Non che il mondo della cooperazione sia esente da ambiguità ma è sempre compito della politica individuare e denunciare tali ambiguità intervenendo caso per caso. Per restare all'editoria, ci sono cooperative la cui esistenza è garanzia di pluralismo e altre, viceversa, che esistono solo per accedere alla finanza pubblica. E i parametri per attuare una selezione rigorosa , come su queste pagine ha ricordato il Gruppo di Fiesole, ci sono.

Selezione qualitativa a parte, l'asimettria riguarda anche aspetti più specificatamente economici: salvaguardia dei contributi indiretti destinati ai grandi gruppi editoriali e taglio di quelli diretti di cui beneficiano le testate indipendenti.

L'operazione è palese e, se mi permette, ha ben poco di economico e molto di politico.

Cosa intende dire?

Intendo dire che alla grande stampa vengono garantiti presenza sul mercato e, dunque, profitto mentre sulla stampa cosiddetta minore si interviene al fine di eliminarne la possibilità stessa di esistenza. Come si fa, sulla base di queste condizioni, a restare sul mercato?

Professore, non lo dica a noi! Quanto al governo, qualcosa almeno ci guadagnerà...

Diciamolo con chiarezza. Il costo economico di questa operazione è assai modesto, le sue "grandezze" economiche sono modeste. Lo ripeto, ci troviamo di fronte ad una operazione che è tutta e soltanto politica. E questo, dal mio punto di vista, costituisce un'aggravante.

Un decreto per mettere a tacere il dissenso da qualsiasi parte esso provenga?

Molto di più. Proviamo ad allargare il discorso e a non soffermarci solo sul mondo dell'editoria. Ciò che è in atto è il tentativo di impedire - o comunque di ridurre al minimo e a tutti i livelli la produzione, la circolazione e la diffusione delle idee. Prova ne siano la situazione drammatica in cui versa l'università e la costante minaccia di smantellamento sotto cui vive l'intero sistema dell'istruzione.

Parliamo, naturalmente, della pubblica istruzione visto che di quella privata sinanco il pontefice non manca di farsi quotidianamente carico.

Anche qui, sono sbalordito e le mie propensioni laiche, contano assai poco. Il papa si esprime a favore di una sostanziale parità tra scuole pubbliche e private ma poi chiede maggiori finanziamenti per quelle non statali. E già non ci siamo: tutti sanno che l'articolo 33 della Costituzione, pur garantendo alle scuole private il sacrosanto diritto di esistere, specifica che tale diritto deve essere "senza oneri per lo stato".

Diciamo che il pontefice fa il suo dovere...

E infatti a lasciarmi sbalordito sono più le reazioni del ministro ombra all'istruzione che ci chiede di prestare la massima attenzione al richiamo del papa. E lo fa senza traccia di critica alcuna. Altro che 'senza oneri per lo stato'. Qui, al contrario, degli oneri si chiede che vengano aumentati proprio mentre la scuola pubblica viene fatta oggetto di tagli sconsiderati. Si tratta di una contraddizione enorme perché in momenti di crisi economica, compito primo e dovere dello stato dovrebbe essere proprio quello di destinare alla scuola pubblica tutte le risorse finanziarie disponibili.

Editoria, università, scuola. Mi pare di capire che la vera posta in gioco sia la democrazia.

E' così. Se è vero che la democrazia è il 'luogo' che consente a tutti di essere esposti al maggior numero di opinioni possibili, allora la scuola e l'intero sistema di formazione e di informazione devono essere in grado di fornire a tutti i cittadini la medesima possibilità. E la scuola, sotto questo aspetto, è il punto nevralgico della formazione civile, è il 'luogo' in cui si impara ad accettare gli altri. Se noi costruiamo ghetti all'interno delle scuole non facciamo altro che gettare le basi di una società del conflitto, di un conflitto permanente.

Con buona pace della coesione sociale.

L''essere esposti' è, appunto, la condizione necessaria della coesione sociale. Se non vedi l''Altro', la società si impoverisce e ciò che si determina sono solo fenomeni di esclusione.

Eppure c'è chi sostiene che anche il privato possa contribuire a produrre democrazia e cultura.

Si tratta di affermazioni dietro cui si nascondono ignoranza o ipocrisia. In Italia non c'è senso sociale dell'impresa e il mondo della cultura è costretto a cercare finanziamenti dalle fondazione bancarie. Questo non è arricchimento ma impoverimento della democrazia.

A proposito di impresa, non le sembra eccessivo il ruolo giocato dal mercato pubblicitario nel destino dell'informazione?

Anche qui siamo di fronte ad una vera e propria anomalia. In altri paesi non esiste la possibilità da parte del sistema televisivo di drenare risorse pubbliche. Da noi c'è addirittura un presidente del consiglio che detiene, insieme, il controllo del settore televisivo pubblico e privato. Settore che 'guida' l'80% delle scelte dell'opinione pubblica. E' al restante 20% che dobbiamo pensare, garantendo non un astratto pluralismo ma l'opportunità di essere esposti al maggior numero di opinioni possibili..

Postilla

Nel dare notizia oggi del contributo al manifesto raccolto nell’ambito della Scuola di eddyburg 2008, il giornale riporta il messaggio con il quale abbiamo accompagnato il versamento scrivendo, tra l’altro, che la nostra “ci è sembrata un'iniziativa egoistica, perché saremmo tutti disperati se in Italia la critica e l'informazione indipendente si spegnessero e, soprattutto, se il manifesto dovesse chiudere”.

L’intervista a Rodotà ci stimola ad affermate che la decisione del governo, se confermata, renderebbe ancora più intenso e pervasivo quel processo di annullamento della capacità critica degli italiani che le cronache, e le esperienze personali ogni giorno rivelano. Dominio delle pulsioni e degli interessi individualistici, scomparsa della solidarietà, sgomitamento per prevalere sugli altri, evasione fiscale, disprezzo della legalità, adeguamento al più becero senso comune, infantilizzazione del linguaggio, e poi giù giù fino al razzismo. Questo è il prezzo che abbiamo già pagato. Risalire la china sarà impossibile se riusciranno a spegnere quel poco di spirito critico e di informazione libera che sopravvivono.

Il razzismo che riemerge. La rivalutazione di Salò. La caccia al rom. Il consenso totale al Capo. Siamo al nuovo fascismo? No, rispondono storici e intellettuali. Ma la democrazia è in pericolo

Esagerato? Forse. Ma c'è un intellettuale che, viste le camicie nere e i saluti romani in Campidoglio, sommati i discorsi del nuovo sindaco Gianni Alemanno e quelli di Ignazio La Russa, ha deciso che l'Italia non fa più per lui.

Predrag Matvejevic, l'autore del fortunato Breviario mediterraneo, a Roma ci ha vissuto, e bene, dal 1994 all'altro ieri e ha insegnato letterature slave alla Sapienza. Adesso risponde da Zagabria col tono tra il battagliero e la delusa nostalgia: “Ho fatto le valigie. Se devo lottare contro il neofascismo lo faccio dove sono nato”.

L'Italia è stata (con la Francia) la sua isola felice in una vita apolide. Figlio di un russo menscevico di Odessa, nato a Mostar nel 1932, vissuto ragazzo sotto l'occupazione italiana, fuggito dai Balcani quando, dopo i comportamenti “fascistoidi” di Tudjman e Milosevic, si è ritrovato con la cassetta della posta crivellata di proiettili, ora ha deciso per un nuovo trasloco. Ha conosciuto tutti i totalitarismi del Novecento e confessa di “avere paura” per noi. Spende, per definirci, il termine già usato per certi regimi dell'Est, di “democratura”, crasi tra democrazia e dittatura. Non pensa al manganello e all'olio di ricino, però è preoccupato che “tanti discorsi parafascisti che ho sentito anche tra la gente”, coniugati con la crisi finanziaria internazionale, inducano gli italiani ad affidarsi a una “mano forte”.

Certo: per Matvejevic scatta il riflesso condizionato della sua storia personale. Però, se si mettono in fila una serie di fatti, certi interrogativi su una deriva autoritaria diventano almeno legittimi. I roghi nei campi rom, sindaci che seppelliscono il politicamente corretto per annunciare che “i negri puzzano anche quando si lavano”, Borghezio che va al raduno neonazista di Colonia, l'invocazione securitaria, la rilettura benevola del fascismo e persino della sua degenerazione lacustre (Salò) a opera di ministri e capipopolo.

La ridicola disputa sul male assoluto tra politici e storici dilettanti tracima sui media come fosse una discussione tra Karl Jaspers e Hannah Arendt. Come si definisce tutto questo? E se 'neofascismo' è troppo, quale termine pescare dal vocabolario? Serve un nuovo conio? L'Italia è il laboratorio di un 'nuovo' indefinibile al momento? Potrebbe venire in soccorso la parola 'barbarie'. Rotte le convenzioni, anche quelle ipocrite, il profluvio verbale non conosce limiti. Ma le parole definiscono il mondo, anche quando vengono ritirate il giorno dopo. Resta il fatto che non c'è nessun paese occidentale nel quale un premier può andare in tv senza contraddittorio con miss e medagliata di turno. E in nessun paese le veline della censura d'antan diventano culto mediatico.

La sbornia di consenso attorno al governo e al presidente Silvio Berlusconi possono essere la concausa della rottura di freni inibitori. Permette al trucido sepolto di venire a galla grazie all'investitura popolare. Sorride un po' delle nostre paure uno che ci conosce bene come il professore francese Marc Lazar, storico della politica italiana e a Roma stabile, per lavoro, da più di un anno: “La voglia dell'opinione pubblica di avere qualcuno che decide non significa che ci sia il fascismo”, dice. Semmai è successo qualcosa di diverso: “Da una quindicina di anni la destra è riuscita a vincere culturalmente dopo un lungo periodo caratterizzato dalla dominazione culturale della sinistra”.

Le grandi dottrine politiche sono finite. L'appiglio per definirsi diventano i valori “e la destra ha saputo imporne alcuni che le sono propri, in sintonia con la società”. Ha usato, per ripetere una convinzione diffusa, le televisioni per far giungere il proprio messaggio? “A livello di massa senza dubbio. Ma non si è fermata lì. Funzionano think tank e fondazioni bene organizzate”. Gli italiani, conclude Lazar, non hanno voglia di fascismo, “però la paura è cattiva consigliera. Recentemente ero a Firenze e mi sono reso conto che, nel centro, ci sono videocamere dappertutto È come se ti dicessero: siete sorvegliati per la vostra sicurezza. Avete questa ossessione e un governo che cavalca il consenso potrebbe essere tentato di prendere misure che restringono diritti umani e libertà”.

Anche per Mario Isnenghi, cattedra di storia contemporanea a Venezia, 'fascismo' è termine da maneggiare con cura. Non si stupisce, tuttavia, che riaffiori nel dibattito, “è un logico paradigma storico”, ma propone piuttosto “democrazia autoritaria”. Pensa a Berlusconi più che ai postfascisti o ai leghisti: “Per Fausto Coppi si usava l'espressione 'un uomo solo al comando'. Non è fuori luogo riproporla per il premier”. Coglie alcune analogie tra il Mussolini comunicatore di massa e l'imprenditore moderno della comunicazione e del virtuale e si premura di aggiungere: “Non c'è nulla di pregiudiziale in questo riscontro”.

Semmai l'equivoco deriva dal fatto che 'fascismo' riporta al passato, mentre qui siamo nella modernità e oltre. Berlusconi e non solo. Lui sarebbe il demiurgo di atteggiamenti mentali che, 'per li rami', scendono nei quadri intermedi. Dove ognuno porta un suo specifico. I leghisti la frammentazione antistatuale, i postfascisti una strisciante rivalutazione del ventennio. Isnenghi considera segno dei tempi che, in occasione del bicentenario di Garibaldi, si sia dato spazio persino a qualche nostalgico dei Borboni e del Papa Re: “Con questa finzione pluralista si rimescola la storia e si sottintende che non c'è nulla di vero e provato, ma tutto è negoziabile”.

Tutto diventa lecito. Commemorare per Porta Pia i caduti papalini, ad esempio: è appena successo. O rileggere con la lente dei vincitori di oggi anche le pagine di storia assodate. Con quale scopo? O meglio,ricordare quelli del battaglione Nembo assieme ai partigiani a cosa serve? Giovanni De Luna, storico dell'Università di Torino, prova a mettere ordine. “Sgombriamo il campo da alcuni equivoci”, dice, “e cominciamo col distinguere tra storia e memoria”. La confusione tra i due generi aiuta e nutre coloro che la nostra storia la vogliono manipolare per ridefinire i valori della Repubblica. “La memoria è individuale: quindi carica di emozioni e di rancore”. E la storia invece? “È pacata, perché frutto di ricerche, perché fatta da chi se ne intende”.

E qui De Luna fa una precisazione e un'autocritica: “La Russa può rivendicare il patriottismo dei soldati del Nembo perché viviamo in un abisso di ignoranza della storia. Perché nessuno sa che quei soldati erano inquadrati organicamente nella Wehrmacht, non difendevano la patria (neanche quella fascista), ma il Terzo Reich. La colpa di questo stato di cose è di noi che insegniamo la storia, sia nelle scuole, che come me, nelle università”. La scuola è ferma ai vecchi manuali che gli studenti non vogliono leggere, incapace di usare mezzi audiovisivi, raccontare ciò che si vede nelle foto e nei filmati”, mentre quella che viene raccontata nelle trasmissioni tv “è una storia usa e getta, che rifiuta la complessità: appiattita al presente consumista”.

La parola storia evoca polverosi archivi, biblioteche e dispute tra iniziati. Ma proprio ciò che sta succedendo dovrebbe ribaltare questo cliché. Perché da una storia rivista e corretta si cerca una legittimità per le scelte politiche che si andranno a compiere. “La destra”, è la tesi di De Luna, “si approfitta dell'ignoranza e della confusione per ridefinire lo spazio pubblico della memoria”. A questo scopo serve riaprire (o mai chiudere) le controversie. Anche in Francia c'è la memoria di chi stava dalla parte di Dreyfus e chi era antisemita, tra chi stava con Vichy e chi con la resistenza, male questioni sono chiuse. “Da noi questioni analoghe sono aperte perché la destra non ha il coraggio di dire direttamente di voler cambiare le fondamenta del nostro vivere civile”, fondamenta antifasciste, o se vogliamo, i valori della Costituzione. La manipolazione del passato è una scappatoia a chi manca il coraggio di dire apertamente come si immagina un futuro, basato su valori diversi da quelli della Repubblica. “Per loro (a eccezione di Fini) l'antifascismo non è un valore. Ma non osano dirlo esplicitamente”. Quando lo fanno, invocano le attenuanti di non essere stati bene intesi (le solite colpe dei giornalisti) e le ritrattano parzialmente. Intanto il dado è tratto.

Non succede altrove. Non succede in Germania. A Berlino a due passi dal Bundestag (l'ex Reichstag) c'è un gigantesco monumento alle vittime della Shoah: un popolo ha posto al centro della sua capitale il segno della propria vergogna, per posare una pietra sul passato, per non riaprirlo mai più. Del resto 'mai più Auschwitz, mai più il fascismo' uniti alla consapevolezza della colpa, sono le basi dell'identità della Repubblica federale.

E da noi, quali sono le basi della legittimità della nostra Repubblica? E la destra le sta cambiando? La destra in realtà si può permettere il revisionismo perché l'Italia, come ha sostenuto tra gli altri Emilio Gentile, non ha mai voluto affrontare la sua realtà totalitaria. L'ha semplicemente rimossa. E allora, indigerita, può tornare a galla. Anche per colpe dell'altra parte politica. Le individua Massimo Cacciari, filosofo e sindaco di Venezia: “La Costituzione è stata interpretata dalle sinistre in un modo miope, non presbite. Continuano a ripetere: resistere, resistere, resistere. Anziché: sviluppare, sviluppare, sviluppare [sic – n.d.r.]. Machiavelli scriveva che un modo sicuro per portare allarovina la città è fermare le sue leggi. Noi abbiamo bisogno urgente di aggiornare la nostra carta dei valori. Dobbiamo arrivare a un ripensamento radicale”. La Costituzione si basa sull'antifascismo, ma la legittimità del governare dipende da altro: “Dalle urne. Dunque il problema è politico. La destra italiana non è un'eccezione. Si muove nel solco di un trend europeo di revisionismo culturale mentre nell'ambito mondiale è parte della corrente neoconservatrice generale”.

La catastrofe semmai la rischiamo, secondo il sindaco, perché “c'è un intero ceto medio, base di ogni democrazia, che ha paura di essere travolto dalla crisi. In una situazione così si va alla caccia del nemico, alla ricerca del capro espiatorio”. Viviamo in tempi in cui la democrazia “sta diventando mera procedura e allora si apre tutto lo spazio per il populismo”. Berlusconi, andando in tv, entra nei salotti di chi lo guarda e “dà l'impressione di farti partecipare alle sue decisioni. Ma è demagogia. Per combatterla dobbiamo trovare un modo perché ci sia la responsabilità diffusa delle decisioni, la sovranità plurale (che risponde alla voglia di partecipazione cui i partiti sono incapaci di dare una risposta), il federalismo”. Il fascismo così come lo si intende, è morto. Ma la democrazia non sta molto bene. E la barbarie quotidiana avanza.

A chi ha seguito le polemiche sulla Biennale di Architettura (Lucia Tozzi e Emanuele Piccardo sul «manifesto», Vittorio Gregotti su «Repubblica») pare di cogliere l'eco di un dibattito che si è aperto a giugno con il XXIII congresso internazionale di Architettura di Torino. Se i risultati della esposizione veneziana sembrano oggettivamente modesti, come non sono parsi entusiasmanti i contributi alla kermesse torinese, è tuttavia interessante per un sociologo urbano sentire echeggiare una certa inquietudine nel mondo dell'architettura, e assistere al riaprirsi di una serie di questioni storiche: che cosa devono fare gli architetti? Esiste un futuro per la professione, e quale dovrebbe essere la relazione tra l'architetto e la società? Giustamente Gregotti segnala il pericolo della riduzione dell'architettura a «fatto ornamentale», ma forse sarebbe utile investigare maggiormente la «politicizzazione dell'estetica», non solo come componente costitutiva delle soggettività postmoderniste, ma più semplicemente per comprendere come determinate scelte ad effetto servano a coprire operazioni discutibili e a volte vere e proprie speculazioni. Nelle mutate condizioni della produzione l'estetica diviene un terreno di potenziali conflitti che non sempre trovano adeguata espressione. Forse ha avuto ragione Rem Koolhaas a contrabbandare per etica la provocatoria scelta della bigness : dietro le apparenze dei grandi contenitori «buoni per tutto» sempre più si giocano partite costitutivamente politiche. L'epoca è difficile: appare comprensibile che uno zoccolo duro di architetti si arrocchi su alcune tautologie, prima tra tutte quella per cui «gli architetti devono fare gli architetti» - una cosa bellissima, se solo fosse vera. In realtà gli architetti fanno di tutto, oggi più che in passato. Non avrà tutti i torti Gregotti a scagliarsi contro il pasticciaccio artistoide, magari taroccato, ma è evidente che la professione non è più quella d' antan e i suoi confini tendono a diluirsi in una dimensione di «progettista generico». Nel migliore dei casi l'architetto è un ideatore, ma molte volte finisce per essere l'esecutore di «spartiti» scritti altrove, in una condizione del tutto analoga a quella di altri lavoratori delle «industrie creative». È chiaro che in una simile situazione l'«artistismo» è una menzogna, ma questo non tanto per una «contaminazione» del campo architettonico, peraltro sempre meno definito, quanto per l'assoluta mancanza di una componente artistica tradizionalmente intesa nell'atto del produrre. D'altra parte è vero, come ha notato Piccardo, che chi si occupa di architettura tende sempre più ad attingere ai saperi del sociologo e dell'antropologo, talora con la presunzione di potersi sostituire ad esso - ma anche in questo caso mi pare di scorgere più una necessità imposta dai tempi che una «svolta sociale» significativa. Quella consapevolezza politica che Gregotti a più riprese pare auspicare si comincia solo timidamente a prospettare, a causa di limiti in parte storici, in parte strutturali. E non è solo questione della imbarazzante presenza delle archistar, che in fondo rappresentano nient'altro che l'esasperazione della figura dell'architetto che fa l'architetto, è il dibattito generale sui grandi problemi che stenta a decollare. Forse quello che Lucia Tozzi intendeva sottolineare nella sua lettura della Biennale era proprio un accenno di apertura, di cui attesta per esempio la presenza a Venezia di un lavoro controcorrente come quello di Giovanni Caudo. Insomma con il vecchio calembour si potrebbe concludere che la crisi dell'architettura ha finora generato solo un'architettura della crisi, ma che i tempi richiedono prese di coscienza più coraggiose, in grado di riverberarsi su un contesto sociale in mutamento che ha ormai le dimensioni del pianeta. Ma possono queste prese di posizione emergere unicamente dall'ambito delle discipline architettoniche? Per ora pare proprio di no. Forse allora aprire il dibattito sulla crisi dell'architettura ai saperi delle scienze umane, avviare un confronto con sociologi, filosofi e antropologi potrebbe rendere il dibattito più ricco.

Un paesaggio in via d'estinzione. Devastato da metastasi di villette, infettato dal cemento, soffocato da indigestioni di seconde case. Per il lago di Garda, ormai, non resta che cercare di salvare il salvabile. Come la ventina di ettari di terreni, un tempo parte del comune monastico, attorno all'abbazia di Maguzzano (Lonato), scelta da Italia Nostra per una tavola rotonda, in programma oggi («Dal mito all'offesa del mito»), nell'ambito di «Paesaggi sensibili», giornata nazionale dell'associazione ambientalista.

Un consulto attorno al capezzale del morente? Forse. O forse no. Perché l'intossicazione da mattone potrebbe anche regredire. Almeno a giudizio di Luca Rinaldi, soprintendente ai bene architettonici e paesaggistici di Brescia.

«Ai sindaci voglio dire: abbiate il coraggio non solo di non aggiungere altro cemento, ma di tagliare volumetrie».

Ma davvero si può fare? «In diversi Comuni ci sono strumenti urbanistici che già prevedono nuove costruzioni in aree molto delicate. Nel caso non ci fossero ancora i progetti, si potrebbe convincere i proprietari a non costruire più lì, accettando in cambio altre aree come compensazione».

Certo, anche senza scomodare le minacce arrivate allo scrittore Vittorio Messori per la sua battaglia a favore di Maguzzano, è evidente che i sin-daci di coraggio dovrebbero averne parecchio. Forse troppo. Tanto che, per dare coraggio anche a chi non ce l'ha, Rossana Bettinelli, vicepresidente nazionale di Italia Nostra, ha una proposta: «II problema di fondo è che i sindaci vendono, anzi svendono il loro territorio perché hanno bisogno di soldi. E, allora, perché lo Stato non pensa a come ricompensare economicamente i Comuni che si impegnano a salvaguardare determinate aree, rinunciando ai conseguenti oneri urbanistici o all'ICI sulle seconde case?»

Su una cosa, però, Rinaldi e Bettinelli concordano: che, anche per salvare il Garda morente, la prevenzione sarebbe la migliore delle terapie. «Il nodo — spiega Rinaldi — sono i Piani di governo del territorio dei Comune (che hanno sostituito i piani regolatori, ndr).

Le Regioni dovrebbero mettere dei paletti precisi e lo stesso dovrebbero fare le Province con i Pctp. Perché, anche per le Soprintendenze, lavorare con i singoli Comuni è faticosissimo. Purtroppo, un discorso pianificatorio che coinvolga più enti manca. E, anzi, negli ultimi anni mi sembra stia venendo meno l'entusiasmo sui temi del paesaggio. Noto, ad esempio, una corsa dei Comuni ad approvare i Pgt prima del nuovo anno, quando entrerà in vigore il nuovo codice dei beni culturali, che da più potere pianificatorio alle Soprintendenze».

«il mio sogno — aggiunge l'architetto Bettinelli — sarebbe di avere un referente di Italia Nostra in ogni Comune, che possa seguire le vicende dei Pgt e segnalarci le situazioni a rischio prima e non dopo che si inizi a costruire». Per questo Italia Nostra terrà a battesimo, oggi, un Osservatorio che, per un anno, censirà le parti ancora sane del grande malato: tutti i beni paesistici da salvaguardare sul Garda.

E, visto che a volte la storia può essere maestra di vita, Emilio Crosato, presidente del Comitato per il parco delle colline moreniche, annuncia un' altra iniziativa: «Dalla primavera del 2009, una mostra fotografica, in gran parte di foto aeree, mostrerà come è cambiato il Garda dal 1860 a oggi».

Anche Crosato la sua medicina ce l'ha: «Servono regole precise per il governo del territorio. Se non volete chiamarlo parco, chiamatelo in un altro modo. Ma i vincoli sono necessari».

Di deregulation si può anche morire.

la Repubblica

Don Antonio Sciortino

Il passo breve verso l´autoritarismo

La semplificazione del quadro politico alle ultime elezioni e l´ampia investitura popolare ottenuta dal Pdl (e di conseguenza dal governo del presidente Berlusconi) ha posto nel paese la questione del rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia di opinione. Il dibattito può assumere anche toni drammatici quando, invocando l´estesa legittimazione popolare al governo in carica, si mette in dubbio la possibilità altrui di esprimere opinioni e critiche sull´operato del governo. Quando poi gli attacchi vanno dritti contro un giornale e si dissente sul diritto all´opinione diversa e alla critica (non verso le istituzioni, ma verso le idee e le azioni che uomini delle istituzioni esprimono), è legittimo chiedersi se non sia in atto un ritorno all´autoritarismo, che disprezza il principio dell´uguaglianza delle idee, almeno nella loro possibilità di esprimersi.

Ciò che è accaduto di recente nei confronti di Famiglia Cristiana per le sue critiche ad alcuni provvedimenti del governo, è esattamente questo. Chi governa con ampio mandato popolare ritiene, forse, che è suo compito anche spalmare il paese di un pensiero unico e forte, senza ammettere alcun diritto di replica? In realtà, da sempre noi non abbiamo mai risparmiato critiche a governi e opposizioni, usando sempre lo stesso metro di giudizio, che è una visione solidale della realtà. Famiglia Cristiana si è comportata così con tutti i governi, anche quelli democristiani, quando ci sembrava giusto e cristiano farlo. Fedele al mandato del suo fondatore, il beato Giacomo Alberione, che diceva di «parlare di tutto cristianamente». Avverbio, questo, che connota la nostra missione di comunicatori, e ci spinge a giudicare la realtà alla luce del Vangelo. Solo così un giornale trova interlocutori, stimola il dialogo, aumenta il tasso di democrazia di opinione nel paese.

E´ stato assai singolare che, dopo le nostre prese di posizioni sulla questione dei rom e sul cosiddetto «pacchetto sicurezza», il governo si sia scagliato con insolita veemenza contro Famiglia Cristiana. Già questo denota quanto il nostro paese sia poco normale. Quando si mette il coprifuoco alle idee, quando un governo ritiene di doversi scagliare contro le critiche di un giornale, forse qualcosa non va nella nostra democrazia rappresentativa.

In realtà, in Italia la gente ha una concezione sempre più leggera della democrazia rappresentativa. Sembra che basti solo assolvere al dovere del voto. E i politici (soprattutto quelli «nuovi», quelli che non provengono da una lunga formazione, ma dalle scuole del marketing), ritengono che i cittadini abbiano firmato loro una delega in bianco. Si sentono legittimati a fare tutto ciò che le regole della soddisfazione dei desideri impongono, quasi che l´esercizio nobile dell´arte della politica, sia definita dalla migliore e scintillante soluzione dei desideri di ognuno. Siamo al paradosso che, proprio oggi, quando la politica sembra aver preso il sopravvento su molte altre attività (al punto che tutti ci si buttano), la partecipazione invece cala. E´ vero che la democrazia rappresentativa si risolve nella delega. Ma essa è intesa in maniera così forte dall´attuale classe politica (al governo e all´opposizione), che ha relegato in soffitta la democrazia di opinione. Siamo così all´antipolitica, che non è quella di Grillo o dei girotondi, ma quella della politica intesa come mercato della soddisfazione dei desideri. La classe politica italiana, ma anche gli intellettuali, hanno gravi responsabilità.

L´eterna transizione cui è costretta l´Italia almeno da 15 anni e la promessa reiterata di riforme che non arrivano mai, hanno tolto credibilità alla politica e rafforzato chi, nella politica, vede un teatro da calcare con le sue truppe ordinate e ubbidienti a ogni ordine, senza discutere. Vale a destra come a sinistra. In un quadro simile, la partecipazione e, dunque, la democrazia di opinione spariscono.

Né il riconoscimento maggiore del leader serve ad aumentare la partecipazione. Lo dimostrano le continue incursioni di Berlusconi nelle piazze tra la gente che vive drammaticamente problemi seri, quasi volesse non tanto rassicurarla, ma rassicurare se stesso di averla (la gente) sempre vicina. In realtà, nessuno sa veramente quel che pensano i cittadini, al di là del vecchio e, talora, obsoleto metodo dei sondaggi. Neppure a livello amministrativo c´è più passione per la «cosa pubblica». Non ci si interessa nemmeno del proprio marciapiede o dell´autobus che non passa. Quando un giornale come il nostro suona la campanella d´allarme, che segnala la distanza tra la politica e le attese concrete della gente, e insiste sulle politiche familiari, su un fisco equo, o critica le ossessioni per la sicurezze e la giustizia. dice semplicemente che in democrazia le opinioni devono contare. Infatti, se cala la partecipazione e, al tempo stesso, non si ammettono critiche, il rischio di scivolare verso una forma oligarchica e autoritaria è davvero grande.

Fa scalpore che tutte queste cose, corredate di esempi concreti, le abbia scritte un giornale cattolico? E´ un´altra delle anomalie italiane. In Francia nel corso dell´estate il quotidiano cattolico La Croix ha criticato la nuova grandeur francese di Sarkozy sulla scena internazionale. Ma nessun membro del governo s´è sognato di rivolgersi al cardinale di Parigi o al Vaticano. Ciò che spesso difetta al nostro paese è l´idea che i cattolici (giornalisti e non) siano cittadini come gli altri, e abbiano il diritto di partecipare al grande gioco della democrazia di opinione.

La rivista francese Esprit (che, certo, non può essere bollata di «cattocomunismo» o di «criptocomunismo») si domandava questa estate se non ci stiamo avviando verso la fine del ciclo democratico. La scomparsa delle ideologie non ha assolutamente semplificato il quadro politico. Ha solo prodotto maggiore difficoltà nella comprensione e nell´elaborazione del pensiero politico, che sembra debba inseguire solo i desideri della gente.

Oggi si tende a semplificare cose complesse, con risposte ai bisogni che saranno necessariamente inefficaci sul medio e lungo periodo, anche se al momento sono allettanti.

Ciò che accade attorno al pacchetto sicurezza, alla questione immigrazione, ma anche sui temi della giustizia, lo dimostrerà. La parola più indicata per definire tutto ciò è populismo, che insegue e accarezza i desideri. Una dimostrazione è l´ultima finanziaria, vada per tre anni e assai pesante, approvata in una manciata di minuti dal governo. Oggi la consapevolezza di tutto ciò sembra essere presente solo nel dibattito di opinione, mentre non trova casa (o ne trova una assai ristretta), nella classe politica e nelle istituzioni parlamentari. Ed è per questo che la classe politica, forte dell´investitura, tende a spazzar via il dibattito. Oggi, forse, non corriamo alcuni rischi del passato, ma c´è un allarme circa un progetto di Stato e di convivenza democratica, che non dà voce a chi non ha voce, a cominciare dalle famiglie e dai più poveri.

Non è questione, questa, che riguarda e preoccupa solo i cattolici, ma tocca il paese intero. Quando Famiglia Cristiana bussa all´Italia bipolare, ricordando che i costi sociali di operazioni che semplificano eccessivamente la realtà possono essere altissimi, non fa altro che il suo dovere, a favore del «bene comune». Il passo dal populismo all´autoritarismo può essere, fatalmente, breve.

il manifesto

Giorgio Bocca

«Sento puzza di fascismo e stampa di regime»

Intervista di Loris Campetti

Non usa mezze parole per raccontare l'esistente, Giorgio Bocca. Un esistente brutto che lascia poco spazio all'ottimismo. L'abbiamo cercato per avere un'opinione sullo stato dell'informazione in Italia, sulla sua concentrazione in poche mani e sul tentativo del governo di chiudere le voci libere, fuori dal coro. Non serve dire che l'abbiamo trovato ben preparato in una materia «che ha direttamente a che fare con la democrazia e la libertà d'espressione». Bocca non è soltanto uno dei padri del nostro giornalismo, è da sempre un occhio attento puntato sulla società, sulla politica e sui poteri.

Chi non ha partiti e padroni alle spalle e per giunta si permette di dissentire deve tacere. È questo il messaggio che arriva dal governo Berlusconi? E se è questo, quale natura e quali esiti sottende?

Ho appena finito di leggere una lettera sul Foglio dove si sostiene che la colpa della ferocia attuale è dell'antifascismo, da cui sarebbero nate tutte le tragedie del secolo. A me sembra vero il contrario: l'antifascismo è stata una battaglia per garantire a tutti, tra l'altro, la libertà di avere idee e poterle esprimere. Ne deduco che, se oggi si impongono manovre come quella che punta a chiudere le testate indipendenti dal potere e dalle sue direttive, questa è la conferma che la preoccupazione di chi teme un ritorno al fascismo non è poi così campata in aria.

Forse in altre forme, con altri mezzi?

Io conosco per esperienza diretta e per lo studio della storia il fascismo, e oggi percepisco nuovamente il ritorno di quella minaccia. Come allora, di fronte a una sventura la gente resta sorda, non si accorge dei rischi che corre la democrazia. Aggiungo che anche parte della sinistra e delle forze democratiche ritiene che si può andare d'accordo con chi oggi ha in mano la politica, il potere. Non so se le forme del ritorno di una cultura fascista siano così diverse da quelle di ieri, so che l'esito è lo stesso: prepotenza, repressione, magari anche galera. Diceva Benjamin Disraeli (scrittore e uomo politico, primo ministro inglese nella seconda metà dell'800, ndr ) che con la giustificazione della necessità si compiono i delitti più spaventosi. Anche ora, in nome delle difficoltà, certo quelle economiche dello stato, ma anche in nome dell'esigenza di razionalizzare e modernizzare l'informazione, liquefanno la democrazia e stanno uccidendo l'informazione. Si sbandiera l'idea di progresso per introdurre ogni nuovo mezzo, che automaticamente si trasforma in strumento nelle mani dei padroni e non certo dei dipendenti. Così la libertà sfuma, e a questo processo si accompagna il taglio dell'ossigeno all'informazione libera e democratica.

La stampa democratica perde copie, quella di sinistra rischia il collasso. La controriforma della legge dell'editoria che cancella il diritto soggettivo al sostegno pubblico può rappresentare il colpo di grazia. Almeno per il manifesto . Come mai tutto questo non fa scandalo?

Perché l'opinione pubblica è sensibile nei confronti di chi ha in mano il potere, e l'informazione rafforza, deve rafforzare questo potere. È un circolo vizioso pericolosissimo il rapporto tra un potere autoritario come quello che oggi ci schiaccia e un'informazione di regime che «forma» l'opinione pubblica. Berlusconi sostiene di avere il consenso del 70% degli italiani, forse esagera, ma il 60% ce l'ha dalla sua. Non vorrei essere nuovamente pessimista, ma temo che dovremo adattarci a forme di resistenza e lotte di minoranza.

Ma le minoranze restano mute, se i mezzi di informazione liberi vengono soppressi con lo strumento della manovra economica del governo.

È ovvio, bisogna salvare le voci libere. Ma non posso non chiedermi se sia ancora possibile riuscirci. Certo non vorrei accodarmi a una marea generale portatrice di disastri. Vedo davanti a noi un lungo periodo di crisi democratica perché vedo crescere, nell'Italia di oggi come avvenne in quella che ho conosciuto e combattuto da ragazzo, l'idea che i problemi debbano essere risolti d'autorità da qualcuno lassù. Questa idea, che ieri invocava il Duce, ha ancora successo tra gli italiani.

Se a questo siamo, c'è una responsabilità collettiva. È difficile tener fuori la sinistra.

Sì, ci sarà pure una responsabilità collettiva. Ma in una situazione in cui la sinistra e una storia comune vengono attaccate da tutti i fronti, non me la sento di sparare sulla mia parte, non ho alcuna intenzione di accodarmi alle crociate di Pansa. Per chiudere con l'informazione, non mi rassegno all'esistente ma pavento un futuro in cui i giornali schifosi camperanno mentre quelli liberi saranno crepati.

C´è un solo vizio ideologico che riesca a essere più ridicolo e irritante del politicamente corretto. È il politicamente scorretto, che nella sua smania polemica, nella sua fregola riparatoria, raggiunge capolavori di incongruenza storica, politica e perfino logica come quello perpetrato a Roma (anzi, ai danni di Roma) nelle celebrazioni del 20 settembre.

Come le cronache hanno riportato, il Comune della capitale d´Italia ha solennemente commemorato i caduti di Porta Pia. Ma non i bersaglieri del Regno, che aprendo quella breccia hanno fatto di Roma la capitale degli italiani. Bensì i loro stremati ed esitanti oppositori, i soldati papalini, che nonostante le raccomandazioni delle stesse autorità vaticane riuscirono, poveri cristi, a farsi ammazzare per la più anacronistica delle cause (il potere temporale della Chiesa, oggi rinnegato dallo stesso Papa Ratzinger) e nella più inutile delle battaglie, non per caso commemorata in tempi recenti dal solo Fantozzi in una memorabile ricostruzione che la defalca da vera e propria battaglia a una sorta di incidente edilizio.

Da parte papista caddero diciannove uomini, della cui memoria siamo oggi depositari tanto quanto di quella di qualunque vittima di guerra, compresi i lanzichenecchi, i tigrotti della Malesia, i caduti alle Termopili o i guerrieri ittiti. Ma della cui specifica vicenda, francamente, ci si era inevitabilmente dimenticati, a parte il manipolo di cattolici integralisti del gruppo "Militia Christi" (tutto un programma) che hanno accolto estasiati, e forse suggerito, la goffa commemorazione papista del vicesindaco di Roma Mauro Cutrufo. Il quale ha nominato con commozione rituale, uno per uno, i diciannove caduti anti-italiani, in presenza di autorità militari non si sa quanto costernate e quanto distratte, e ovviamente dei bersaglieri, i cui caduti a Porta Pia riposano in pace in archivi storici evidentemente molto impolverati.

Ora, si sa che in questo Paese lo spirito nazionale è così incerto e sfocato da essere affidato soprattutto alle imprese sportive. Nelle quali è facilissimo individuare il "comune sentire" in un grido strozzato davanti alla televisione, o in un carosello serale di motorini. Proprio per questo, però, episodi grotteschi come quello di Roma, oltre a indurre al riso, fanno mettere le mani nei capelli. Che il Municipio di Roma festeggi, centotrentotto anni dopo, i propri osteggiatori in armi, è un mistero spiegabile solo con l´indiscriminata ostilità a tutto quanto odora di Repubblica e, su per li rami, di unità d´Italia, di Risorgimento, di emancipazione laica da un potere temporale che fu il principale ostacolo storico e politico al disegno di Cavour e Garibaldi. Solo una destra intrinsecamente antiliberale poteva inventarsi il rovesciamento della cerimonia di Porta Pia.

Uno scherzo di natura (di natura reazionaria) che germina dal rimpianto, in ogni sua forma, per l´Ancien Régime, più in quanto ancien che in quanto régime. Ai laudatori dei Borboni, ai rivalutatori del brigantaggio, agli austriacanti di ritorno, si affiancano i papisti in armi (ossimoro, ma vai a spiegarglielo) che con un secolo e mezzo di ritardo provano a contare quante divisioni aveva il Papa. Ci piacerebbe dire che si tratta di eccentrici, perfino simpatici quando collezionano soldatini in uniforme o si impancano in "dibattiti" dalla struttura molto precaria. Ma se questa eccentricità diventa cerimonia ufficiale nella capitale del Paese, con tanto di bandiere e autorità schierate, forse significa che qualcosa di meno pittoresco, e di più sostanzialmente politico, sta accadendo o è già accaduto. No alla Resistenza perché "comunista", no al Risorgimento perché borghese, massonico e anticlericale, il tappeto della storia si riavvolge pian piano, secolo dopo secolo. A quando la commemorazione del Papa Re, con l´aristocrazia nera in prima fila e un signore con la fascia tricolore che, anche in rappresentanza nostra, commemora i mercenari caduti contro i ghibellini?

È vero che la crisi dell’Alitalia è un bruscolino rispetto a quanto sta accadendo sui mercati mondiali, ma è pur sempre un fatto che ci riguarda molto da vicino, mette in gioco il trasporto aereo d’una nazione, il prestigio d’un governo che è il nostro governo, la rappresentatività d’un movimento sindacale che discute e firma contratti in nome di milioni di lavoratori.

Quindi ci occuperemo anzitutto di quella crisi al punto in cui ora è giunta e di quanto potrà accadere nei prossimi giorni, fin quando la flotta di bandiera potrà ancora volare.

La cordata tricolore e il piano industriale redatto da Banca Intesa si fondavano sul concetto della discontinuità. Al di fuori di esso il tentativo di Colaninno e di Passera non sarebbe mai nato e nessun altro tentativo analogo avrebbe mai potuto nascere.

Discontinuità a 360 gradi: nell’organizzazione delle rotte aeree, degli aeroporti, dei velivoli, dei debiti, del personale di terra e di volo e dei rispettivi contratti.

Discontinuità sommamente sgradita ai creditori di Alitalia, ai suoi azionisti privati, ai suoi dipendenti, cioè a tutti coloro che avrebbero dovuto pagare il conto di un dissesto annunciato da molti anni.

Non starò qui a ripetere quali siano state le responsabilità di quel dissesto, ma debbo ancora una volta ricordare che gli anni terribili sono stati soprattutto gli ultimi cinque dal 2003 al 2008, dalla gestione Mengozzi all’affondamento del piano Air France. Un disastro che porta ben chiari i nomi dei responsabili: in testa l’associazione dei piloti e Silvio Berlusconi. Anche Prodi ebbe le sue colpe: incertezza, indecisione; ma senza l’opposizione aggressiva dei piloti e di Berlusconi la via della soluzione era stata finalmente trovata e si sarebbe realizzata.

Un progetto basato sulla discontinuità dipende in gran parte dalle modalità del negoziato e dalle capacità del negoziatore. Colaninno questa capacità l’ha dimostrata in precedenti occasioni ma in questo caso la sua presenza al tavolo è stata minima. È entrato in scena il penultimo giorno e ne è uscito subito.

Anche il ruolo di Gianni Letta è stato molto modesto. Berlusconi praticamente non s’è mai visto salvo per pochi minuti. Tremonti, diretto azionista dell’Alitalia, assente anche lui. L’unico negoziatore al tavolo è stato il ministro Sacconi. Una frana.

Sacconi ha impostato l’intera trattativa sugli ultimatum e su una scelta discriminatoria degli interlocutori. Sapeva fin dall’inizio che il nocciolo duro da convincere sarebbe stato il personale di volo e le associazioni autonome che lo rappresentano. Sapeva anche che il tempo utile a disposizione era breve a causa della pessima situazione patrimoniale e finanziaria della società.

Sacconi trattava cioè sull’orlo del baratro ma era evidentemente convinto che spingere il dramma verso il suo punto culminante avrebbe facilitato l’accordo. Perciò perse volutamente tempo. Si contentò di ottenere il beneplacito di Bonanni, Angeletti, Polverini che non contavano niente in questa vertenza; tenne fuori dalla porta i piloti dell’Anpac e le altre associazioni autonome; scelse come bersaglio la Cgil che accusò fin dall’inizio di ideologismo politico e di una strategia del «tanto peggio».

I piloti dell’Anpac hanno molte responsabilità come abbiamo già ricordato, ma ci sono anche alcuni punti fermi che vanno tenuti ben presenti e cioè:

1. Guadagnano meno dei loro colleghi di Air France, British, Lufthansa. Guadagnano invece di più dei piloti di Air One.

2. Hanno una produttività più bassa dei colleghi di quelle tre società a causa della cattiva organizzazione dei voli e degli equipaggi; tuttavia su questo punto avevano dato subito la loro positiva disponibilità.

3. Sia Sacconi sia il commissario Fantozzi hanno posto il negoziato sotto scadenze ultimative di 48 in 48 ore pena la messa immediata in mobilità di tutto il personale e, ovviamente, la sospensione dei voli. Ma poiché le 48 ore passavano e gli aerei continuavano regolarmente a volare l’effetto è stata la perdita di credibilità sia del ministro sia del commissario.

Ma l’errore di fondo è stato un altro e porta il nome di Silvio Berlusconi. Il "premier" aveva assunto in campagna elettorale l’impegno di favorire una cordata tricolore e questo ha determinato la strategia del governo producendo però un gravissimo vizio di forma nella procedura: ha vincolato il commissario Fantozzi a privilegiare come controparte la cordata Colaninno.

È vero che la legge Marzano, appositamente riscritta per l’occasione, prevede la trattativa privata, ma non prevede l’esclusiva. Fantozzi è stato tuttavia insediato con la condizione di preferire almeno in prima battuta la cordata Colaninno la quale a sua volta, forte di questo privilegio, ha fissato le condizioni pensando che su di esse sarebbe stato relativamente facile acquisire il consenso dei sindacati confederali.

Il tema del contratto col personale di volo è stato completamente sottovalutato sia da Colaninno sia da Sacconi. E quando Epifani ha fatto presente la verità e cioè che la rappresentatività dei sindacati confederali era pressoché nulla per quanto riguarda il personale di volo questa onesta ammissione è stata ritenuta segno di tradimento e di irresponsabilità sia da parte del governo sia da parte della Cisl e sia dalla quasi totalità dei «media» giornalistici e televisivi.

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Ancora ieri il presidente del Consiglio ha ribadito che le soluzioni sul tappeto sono soltanto due: accettare il piano industriale di Colaninno o il fallimento.

Ma non è così. La procedura impone a Fantozzi di sollecitare altre offerte di acquisto per l’Alitalia, in blocco senza discontinuità oppure soltanto per una parte degli asset. Se il commissario di Alitalia si sottraesse a questo suo urgente e inderogabile compito verrebbe meno ai doveri del suo ufficio e sarebbe passibile d’esser messo sotto accusa da parte della Corte dei conti per aver causato grave danno erariale alle casse dello Stato.

È ben comprensibile che una soluzione di questo genere, l’arrivo d’un cavaliere bianco che a questo punto non potrebbe essere altri che uno dei grandi vettori stranieri, sarebbe una penosa sconfitta d’immagine per il "premier", ma non è comunque in sua facoltà bloccare una procedura prevista dalla legge. Salvo di nazionalizzare l’Alitalia, magari temporaneamente, seguendo le procedure imposte in analoghi casi dalla Commissione di Bruxelles.

Gli esempi che proprio in queste ore vengono dagli Usa ci dicono che in casi estremi la politica, in mancanza di alternative e per evitare guai peggiori, può e anzi deve ricorrere a estremi rimedi.

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Il rimedio adottato - tardivamente - da George W. Bush è chiaro ed è stato già ampiamente descritto ieri dai giornali di tutto il mondo: creare un apposito veicolo federale che si assuma l’onere di acquistare tutti i titoli-spazzatura che ingombrano i portafogli del sistema bancario americano, pagabili al 65 per cento del loro prezzo nominale. Il costo dell’intera operazione è di 700 miliardi di dollari, cifra iperbolica alla quale il Tesoro farà fronte emettendo titoli propri e/o addirittura stampando carta moneta.

Un provvedimento analogo fu preso nel 1932 in piena depressione americana e mondiale con la creazione della Reconstruction Finance Corporation. Come si vede le analogie con la crisi iniziata nel 1929, che raggiunse il suo culmine anche in Europa a tre anni di distanza, sono molto forti con la situazione attuale pur nelle ovvie differenze.

In sostanza si tratta d’un salvataggio senza limiti di cifra dell’intero sistema bancario americano e mondiale perché non solo americano ma anche mondiale è stato l’inquinamento provocato sui mercati finanziari dai titoli-spazzatura.

Sarà sufficiente quest’intervento colossale a ridare fiducia e stabilità ai mercati? Probabilmente sì, ma ci saranno altri effetti che sono fin d’ora prevedibili. Stabilizzare il sistema e salvarlo da un crac totale è un risultato non solo utile ma necessario. Pensare che sia indolore e privo di conseguenze sgradevoli sarebbe però illusorio e sbagliato.

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Il costo di questa gigantesca operazione si scaricherà inevitabilmente sul bilancio federale Usa, già oberato da un antico e ampio disavanzo. Le previsioni più attendibili (riportate da Federico Rampini nel suo articolo di ieri) calcolano che il costo dell’intervento sarà del 7 per cento del Pil degli Stati Uniti. L’inondazione di liquidità avrà effetti cospicui sul tasso d’inflazione americana.

Più difficile è prevedere quale sarà il comportamento del dollaro sul mercato dei cambi. La ripresa in grande stile dei valori delle Borse potrà provocare un afflusso di capitali esteri e quindi un rialzo del tasso di cambio della moneta Usa, ma la prospettiva di inasprimenti fiscali e le dimensioni del disavanzo di bilancio potranno a loro volta provocare uno spostamento di capitali dal dollaro ad altre monete. Non dimentichiamo che il sistema finanziario Usa ha vissuto e vive sul paradosso d’esser finanziato non già dal risparmio interno ma dal risparmio internazionale. La crisi in atto può attirare capitali speculativi a breve ma può anche indirizzare altrove il risparmio internazionale. Del resto il vero e proprio crollo delle riserve della Fed avvenuto in questi mesi è un segnale in questa direzione.

Complessivamente ci sembra di poter dire che le forze di stagnazione economica siano maggiori delle forze di sviluppo per la semplice constatazione che lo sforzo di stabilizzare da parte del Tesoro serve a ripianare i debiti e non a rilanciare gli investimenti e la domanda.

Se questi effetti si produrranno sarà difficile scommettere sulla locomotiva americana e sui suoi effetti tonici verso il resto del mondo.

Post Scriptum. Ha fatto sensazione leggere il nome di Marina Berlusconi nel nuovo consiglio di amministrazione di Mediobanca, nella sua qualità di rappresentante di Fininvest, presente con l’uno per cento nel patto di sindacato di Piazzetta Cuccia.

La presenza di Marina Berlusconi è pienamente legittimata dalla presenza della Fininvest nel capitale di Mediobanca; non toglie che rappresenti un’altra anomalia del sistema Italia. Fininvest ha amici potenti e collaudati nel cda di Piazzetta Cuccia: Mediolanum, i francesi di Tarak Ben Ammar, Ligresti, Tronchetti Provera, Geronzi. Per quel tanto che conta in Mediobanca, c’è anche Banca Intesa.

La famiglia Berlusconi si muove da tempo per stabilire rapporti intrinseci con le banche e l’establishment assicurativo e finanziario italiano oltre che con quello industriale. Sono passati i tempi del Berlusconi che sparava sulla grande impresa e sulla grande finanza sostenendo gli interessi e le aspettative delle partite Iva e delle piccole imprese.

È finita la caccia alle allodole ed è cominciata quella al cinghiale. La stessa operazione Alitalia mira a questo risultato. Dietro la bandiera tricolore c’è sempre un sottofondo di interessi politici ed economici, ma questo lo sappiamo da un pezzo e accade in tutto il mondo.

Resisto alla tentazione del famoso discorso di Antonio e di cominciare scrivendo: Ezio Mauro è uomo d'onore. Ma, certamente Ezio Mauro è persona colta e per bene, ottimo direttore di Repubblica dove ha preso il posto di Eugenio Scalfari, ma proprio per tutto questo sorprende il suo editoriale di ieri dal titolo «Tornare al mercato», spiegabile solo con un accesso di nostalgia di un mercato che non c'è mai stato e tanto meno c'è in questi nostri tempi; come dire il mondo prima che Adamo ed Eva mangiassero la mela. L'amico Ezio Mauro chieda al suo editore, l'ingegner Carlo De Benedetti, qualche autorevole parere sullo stato del mercato della libera concorrenza. «L'interesse del Paese è che il mercato prenda il posto dell'ideologia» questo chiede il direttore della democratica e autorevole Repubblica . E qui siamo al massimo della confusione poiché quella del mercato è la peggiore e più falsa delle ideologie. E, quanto all'Alitalia, il mercato chiederebbe solo e soltanto il fallimento. E, sempre a proposito del dio mercato, suggerirei all'amico Ezio Mauro la lettura del Conflitto epidemico di Guido Rossi; una lettura utile di questi tempi di crisi. Ma vorrei richiamare l'attenzione dei lettori del manifesto e possibilmente di Repubblica su questo appello al mercato salvifico. Il mercato non c'è, basta leggere sui giornali le notizie delle crisi e dei fallimenti e dei salvataggi. Di conseguenza quando ci si appella - e da parte di un quotidiano autorevole come Repubblica - al mercato, vuol dire che massima è la confusione e massimi sono i pericoli di una deriva autoritaria. Non solo di qualcuno che dica: comando io, ma anche (purtroppo è sempre stata così) di un popolo che chiede un capo-padrone. In Italia abbiamo avuto un'esperienza, che in forme diverse, con la bandana invece che con il fez, potrebbe ripetersi. Grande è il disordine sotto il cielo e la situazione non è affatto eccellente. Così, in questo contesto, la questione Alitalia (compagnia di bandiera), il suo fallimento diventano sintomatici dei pericoli della democrazia nel nostro paese e l'appello al mercato di Repubblica conferma, a mio parere, l'attuale stato di crisi e i suoi pericoli. In questa situazione bisogna affermare che, se c'è ancora uno stato responsabile, dovrebbe intervenire, salvare e riformare l'Alitalia, dare un segno di vita. Insomma, se il direttore di Repubblica è ridotto ad appellarsi all'ideologia del mercato stiamo proprio messi male. Se c'è ancora una sinistra dovrebbe dare un segno. Aspettiamo. L'allarme c'è e risuona nelle orecchie di tutti. L'allarme, spesso, sollecita sogni e illusioni di salvezza. Sogni e illusioni (pensiamo all'Aventino) che mettono olio sulle rotaie dell'autoritarismo. Quello che non fa chiacchiere, ma fatti. Il ministro Giulio Tremonti, quello che ha scritto cosa terribili sul mercato, si dichiara contro ogni possibile nazionalizzazione dell'Alitalia. In questo modo non lascia la partita al mercato, al quale non crede, ma a chi è più forte. Anche lui si rassegna a subire, in cambio di qualche benevolenza elettorale. Se la sinistra c'è ancora (forse) batta un colpo. Ma Eugenio Scalfari che ne pensa?

Dal 3 al 14 dicembre 2007, Bali ha ospitato oltre 10.000 rappresentanti di governo e della società civile per una conferenza della Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici, un trattato ambientale internazionale nel cui ambito è stato negoziato il Protocollo di Kyoto. Il protocollo scade nel 2012 e Bali aveva il compito di dare avvio alle trattative per lo scenario post-Kyoto. Nel 2008 nessuno può ormai negare che sia in atto un cambiamento climatico causato dall'uomo. Tuttavia, l'impegno a mitigarne gli effetti e ad aiutare le aree vulnerabili ad adattarvisi non corrisponde alla consapevolezza del disastro. La mitigazione dei cambiamenti climatici richiede sostanziali cambiamenti nei modelli di produzione e di consumo. La globalizzazione ha spinto la produzione e il consumo mondiali ad incrementare le emissioni di anidride carbonica. Le regole per la liberalizzazione commerciale della Omc, l'Organizzazione mondiale del commercio, sono in realtà leggi che costringono i paesi a seguire la via delle alte emissioni. In modo analogo, la Banca Mondiale, che concede prestiti per la costruzione di superstrade ad alta circolazione e di centrali termiche, per l'industrializzazione dell'agricoltura e per la realizzazione di sistemi di distribuzione organizzata, forza i paesi a emettere maggiori quantitativi di gas a effetto serra. Poi ci sono le società colossi, come la Cargill e la Walmart, principali responsabili della distruzione di economie locali e sostenibili, che spingono le società, una dopo l'altra, alla dipendenza da un'economia globale ecologicamente distruttiva. La Cargill, che svolge un ruolo importante nella diffusione di coltivazioni di soia in Amazzonia e di piantagioni di palma da olio nelle foreste pluviali dell'Indonesia, incrementa le emissioni sia incendiando le foreste che distruggendo gli enormi bacini carboniferi presenti nelle foreste pluviali e nelle torbiere. Il modello del commercio centralizzato a lunga distanza di Walmart è una ricetta per aumentare il carico di anidride carbonica dell'atmosfera. Il primo passo verso la mitigazione richiede che si fissi l'attenzione sulle azioni reali degli attori reali. Le azioni reali sono azioni come l'abbandono dell'agricoltura ecologica e dei sistemi alimentari locali. Fra gli attori reali ci sono l'agribusiness globale, la Omc e la Banca Mondiale. Le azioni reali comportano la distruzione di economie rurali a bassa emissione in favore di un'espansione urbana incontrollata, ideata e progettata da imprenditori e società edili. Le azioni reali comportano la distruzione di sistemi di trasporto sostenibili basati sull'energia rinnovabile e del trasporto pubblico a favore degli autoveicoli privati. Gli attori reali coinvolti in questa transizione verso la non-sostenibilità nella mobilità sono le compagnie petrolifere e le società automobilistiche. Kyoto ha evitato di trattare la questione difficile e significativa dell'interruzione di quelle attività che sono causa di elevate emissioni, ha eluso anche la sfida politica alla regolamentazione degli inquinatori e all'imposizione di sanzioni nei loro confronti, in conformità ai principi adottati dal Summit della Terra di Rio. Ciò che ha fatto, invece, è stato mettere in atto un meccanismo di commercio di emissioni che, in realtà, ricompensa gli inquinatori, assegnando loro diritti sull'atmosfera e permettendo che questi diritti all'inquinamento diventassero oggetto di contrattazione. Oggi, il mercato delle emissioni è arrivato a 30 miliardi di dollari, ma ci si aspetta che raggiunga il trilione. Le emissioni di anidride carbonica continuano ad aumentare, mentre crescono anche i profitti da «aria fritta». La chiamo «aria fritta» in senso letterale, in quanto aria calda che porta al riscaldamento globale, e in senso metaforico, perché è aria fritta che si basa su un'economia finanziaria fittizia che ha sopraffatto, in dimensioni e nella nostra percezione, la vera economia. Un'economia d'azzardo ha permesso alle società e ai loro proprietari di moltiplicare il patrimonio senza limite e senza alcuna relazione con il mondo reale. Eppure, questi patrimoni sempre insaziabili cercano di prendere possesso delle risorse reali delle persone - la terra e le foreste, le aziende agricole e il cibo - per trasformale in denaro contante. Senza tornare al mondo reale non si possono trovare le soluzioni che aiuteranno a mitigare il cambiamento climatico. Un altro falso rimedio al cambiamento climatico è la promozione di biocarburanti a base di mais, soia, olio di palma e jatropa. I biocarburanti, combustibili ottenuti dalle biomasse, continuano ad essere la principale fonte energetica per le popolazioni povere del mondo. L'azienda agricola ecologica e biodiversa, ossia biologicamente varia, non è solo una fonte di cibo, è anche fonte di energia. L'energia per cucinare deriva dalle biomasse non commestibili, come sterco bovino essiccato, steli di miglio e gambi di leguminose, da specie agroforestali presenti sui terreni boschivi di proprietà dei villaggi. Gestite in modo sostenibile, le comunanze dei villaggi sono da secoli fonte di energia decentralizzata. I biocarburanti industriali non sono i combustibili dei poveri, ma sono il cibo dei poveri trasformato in calore, elettricità e trasporti. I biocarburanti liquidi, soprattutto l'etanolo e il biodiesel, sono uno dei settori di produzione in maggiore crescita, stimolato dalla ricerca di risorse alternative ai carburanti fossili, da un lato, per evitare la catastrofica impennata di prezzo del petrolio, e dall'altro, per ridurre le sostanze ricche di amido, come mais, orzo e grano. L'etanolo viene mescolato con il petrolio. Il biodiesel si produce solo con sostanze vegetali, come l'olio di palma, l'olio di soia e l'olio di semi di colza. Il biodiesel viene mescolato al diesel. (...) Il settore dei biocarburanti è cresciuto rapidamente in tutto il mondo. Gli Stati Uniti e il Brasile hanno creato industrie per la produzione di etanolo e anche l'Unione Europea si sta mettendo di fretta al passo per esplorare il mercato potenziale. I governi di tutto il mondo incoraggiano la produzione di biocarburante con politiche a sostegno. Gli Stati uniti stanno spingendo le altre nazioni del terzo mondo ad introdurre la produzione di biocarburante in modo da soddisfare i propri fabbisogni energetici, anche se questo significa svaligiare le risorse altrui. È inevitabile che questa massiccia crescita della domanda di cereali si risolverà a scapito della soddisfazione dei bisogni umani, con i poveri incapaci di competere economicamente e tagliati fuori dal mercato alimentare. Nel febbraio dello scorso anno il Movimento dei Senza Terra brasiliano ha rilasciato una dichiarazione in cui nota che «l'espansione della produzione di biocarburanti aggrava la fame nel mondo. Non possiamo mantenere i serbatoi pieni mentre gli stomaci si vuotano». La deviazione delle risorse alimentari a risorse per produzione di carburante ha già innalzato il prezzo di granturco e soia. In Messico si sono verificate rivolte per l'aumento di prezzo delle tortillas. E questo non è che l'inizio. Immaginate quanta terra è necessaria per produrre il 25% del combustibile utilizzando le risorse alimentari. Una tonnellata di granturco produce 413 litri di etanolo. 35 milioni di galloni di etanolo richiedono 320 milioni di tonnellate di granturco. Nel 2005 gli Stati uniti hanno prodotto 280,2 milioni di tonnellate di granturco. Con la stipula del Nafta, gli Stati Uniti hanno distrutto tutte le piccole aziende agricole messicane, rendendo il Messico dipendente dal granturco Usa. È stato proprio questo il motivo alla base della rivolta zapatista. Oggi nel paese, in seguito alla conversione del granturco in biocarburante, il prezzo del granturco ha subito un forte rialzo. I biocarburanti industriali vengono promossi come fonte di energia rinnovabile e mezzo per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Tuttavia, ci sono due inoppugnabili ragioni ecologiche che spiegano perché la conversione di colture come soia, granoturco e palma da olio in carburanti liquidi possa aggravare il caos climatico e il carico di CO2. In primo luogo, la deforestazione causata dall'espansione delle piantagioni di soia e di palme da olio sta portando a un aumento di emissioni di CO2. Secondo le stime della Fao, ogni anno vengono rilasciati nell'atmosfera 1,6 miliardi di tonnellate di gas a effetto serra provenienti dai disboscamenti, tra il 25 e il 30% dei gas totali. Entro il 2022 le piantagioni per la produzione di biocarburante potrebbero avere distrutto il 98% delle foreste pluviali indonesiane. (...) In secondo luogo, la conversione di biomassa in carburante liquido comporta l'impiego di quantitativi di carburante fossile maggiori rispetto a quello che sostituisce.La produzione di un gallone di etanolo richiede 28.000 Kcal. Un gallone di etanolo fornisce 19.400 kcal di energia. Un rendimento energetico pari al 43%. Gli Stati Uniti si serviranno del 20% del proprio granturco per produrre 5 miliardi di galloni di etanolo, che sostituiranno l'1% dell'uso di combustibile. Se si dovesse impiegare il 100% del granturco, si sostituirebbe solo il 7% del petrolio totale. Non è certo una soluzione questa, non per controbattere i prezzi record del petrolio, e né per mitigare il caos climatico. (David Pimentel alla conferenza IFG sulla "Triplice crisi", Londra, febbraio 23-25, 2007) Ed è fonte di altre crisi. Per produrre un gallone di etanolo vengono usati 1700 galloni di acqua. Il granturco necessita di più azoto fertilizzante, insetticidi ed erbicidi di qualsiasi altra coltivazione. Questi falsi rimedi finiranno per accrescere la crisi climatica, aggravando e acuendo al contempo la diseguaglianza, la fame e la povertà. Esistono, tuttavia, soluzioni reali che possono mitigare il cambiamento atmosferico ed anche influire sulla riduzione della fame e della povertà. Secondo il Rapporto Stern, l'agricoltura è responsabile del 14% delle emissioni, lo sfruttamento del terreno (con riferimento soprattutto alla deforestazione) lo è del 18% e il trasporto del 14%. All'interno di questo computo rientra il crescente fenomeno del trasporto di derrate fresche, che potrebbero essere coltivate in loco. L'agricoltura che fa uso della chimica industriale, nota anche come Rivoluzione Verde (Green Revolution) quando venne introdotta nei paesi del Terzo Mondo, è la fonte principale dei tre gas a effetto serra: anidride carbonica, ossido di azoto e metano. L'anidride carbonica viene emessa quando si utilizzano carburanti fossili per i macchinari e per il pompaggio dell'acqua dai pozzi, per la produzione di fertilizzanti chimici e pesticidi. I fertilizzanti chimici emettono azoto ossigeno che, come gas serra, è 300 volte più letale dell'anidride carbonica. Infine, l'allevamento di animali a granaglie è la fonde principale di metano. Gli studi indicano che un passaggio da una dieta a base di granaglia a una dieta biologica a base erbacea potrebbe ridurre fino al 50% l'emissione di metano attribuibile al bestiame. Non tutti i sistemi agricoli contribuiscono, tuttavia, alle emissioni di gas serra. L'agricoltura ecologica e biologica diminuisce le emissioni sia riducendo la dipendenza da combustibili fossili, da fertilizzanti chimici e da alimentazione intensiva, sia assorbendo un maggiore quantitativo di carbonio nel terreno. I nostri studi dimostrano un aumento di sequestro di carbonio fino al 200% nei sistemi biologici biodiversi. Quando «ecologico e biologico» si combinano a «diretto e locale», le emissioni vengono ulteriormente ridotte, grazie alla riduzione del consumo energetico per il trasporto del cibo, l'imballaggio e la refrigerazione. Il sistema alimentare locale ridurrà la necessità di incrementare l'agricoltura nelle foreste pluviali di Brasile e Indonesia. Con una transizione tempestiva, potremmo ridurre le emissioni, aumentare la garanzia e la qualità del cibo e migliorare la resistenza delle comunità rurali nell'impatto col cambiamento climatico. Optare per una transizione dal sistema alimentare industriale globalizzato, imposto da Omc, Banca Mondiale e Agribusiness globale, a sistemi alimentari ecologici e locali, rappresenta una strategia di mitigazione e di adattamento al cambiamento climatico. Protegge i poveri e protegge il pianeta. Lo scenario post-Kyoto deve necessariamente includere l'agricoltura ecologica come soluzione climatica.

Traduzione di Laura Pagliara

La produzione teorica di Jonathan Simon ruota attorno a quella secolare «guerra al crimine» che i vari governi statunitense stanno combattendo. Docente all'Università della California, ne ha ricostruito la storia in alcuni libri, purtroppo non tradotti in Italia, eccetto questo Governo della paura (Raffaello Cortina, pp. 403, euro 29), nel quale Simon concentra la sua attenzione sulle politiche della sicurezza statunitensi in quanto politiche di controllo sociale contro gruppi specifici della popolazione, dagli afro-americani ai latinos, dai poveri a uomini e donni di origine araba. E di come la privatizzazione del sistema penitenziario assieme alle politiche di «tolleranza zero» costituiscano appunto aspetti della trasformazione del «penale» in un dispositivo di uno stato di sicurezza nazionale. Così, mentre la tolleranza zero ha solo relegato ai margini delle metropoli gli «scarti umani» prodotti dal neoliberismo, le campagne mediatiche sulla diffusione delle droghe pesanti, della pornografia, della piccola criminalità alimentano una vera e propria settore economico, che combina tecnologie della sorveglianza, vigilantes, sviluppo di quartieri blindati (le cosiddette gated communities) e costruzione di penitenziari «privati». Nell'intervista che segue Jonathan Simon ha mostrato interesse anche su ciò che sta accadendo in Europa sulle politica della sicurezza e la militarizzazione della repressione contro i migranti. Per Simon, in Europa come negli Stati Uniti, la retorica sulla assenza di sicurezza non ha nessun riscontro empirico.

Negli Stati Uniti le politiche sulla sicurezza e contro la criminalità sono spesso motivate dalla convinzione che il criminale ha sempre un volto colorato: gli afro-americani, i latinos, gli asiatici. Si potrebbe dire che tutte le politiche contro la criminalità sono anche anche politiche di controllo sociale contro le minoranze etniche. Una sorta di riedizione razziale delle «classi pericolose» ottocentesche. Lei che ne pensa?

Sì, negli Stati Uniti le politiche contro la criminalità sono sempre state parte integrante delle politiche di controllo sociale delle minoranze. Questo emerge con più forza da quando esistono le cosiddette «prigioni in affitto», cioè quella privatizzazione del sistema penitenziario che ha caratterizzato spesso gli stati del sud, dove la popolazione carceraria è in stragrande maggioranza di origine afro-americana. Lo stesso si può dire di molte norme sulla sicurezza interna, laddove hanno ripristinato forme di segregazione razziale, in maniera esplicita sempre nel Sud, informalmente negli stati del Nord. Ciò che nei miei studi ho però voluto sottolineare è la continuità della politica statunitense nella «guerra al crimine» che ha sempre combinato repressione e retorica sui diritti civili dei detenuti. Una combinazione che non è venuta meno nemmeno durante la cosiddetta la «rivoluzione dei diritti civili». Negli anni Quaranta del Novecento, la componente «liberal» del Congresso, chiedeva repressione e al tempo stesso sosteneva anche che il «crimine dei negri» era il sintomo di un diffuso malessere sociale che richiedeva un massiccio intervento federale contro la povertà. Eppure furono emanate leggi molto repressive che colpirono duramente gli afro-americani. Negli anni Ottanta, il partito democratico aveva la maggioranza nel congresso. Eppure, con l'appoggio di molti leader della comunità afro-americana, ha proposto e fatto approvare leggi che prevedevano pene durissime sulla produzione e vendita di droga. L'obiettivo era contrastare la diffusione del crack e della cocaina, ma si tradussero in un aumento indiscriminato delle pene inflitte agli afro-americani. Sono questi gli anni in cui la retorica dei diritti delle vittime del crimine cerca e trova legittimazione negli anni Sessanta, quando le associazioni per le libertà civili sostenevano che le vittime di una qualche ingiustizia erano titolari di particolari diritti e che lo stato doveva intervenire per tutelarli. Non sostengo che il movimento sociale degli anni Sessanta sia responsabile di questa combinazione infernale di discriminazione razziale e politica dei diritti civili. Ciò che ho constatato nelle mie ricerche è che molti americani hanno appoggiato repressive politiche contro la criminalità utilizzando, cambiandogli di senso, l'ordine del discorso sui diritti inalienabili delle vittime di un'ingiustizia. E che erano esponenti politici e della società civile che facevano riferimento si al partito democratico che a quello repubblicano. L'obiettivo di imporre una supremazia bianca nel paese è largamente screditato, sebbene quella fosse l'aspirazione di molti elettori di entrambi i partiti almeno fino alla fine degli anni Sessanta. Tuttavia, l'obiettivo di garantire la sicurezza delle comunità - obiettivo che ha una lunga e contraddittoria storia negli Stati Uniti - è diventato egemone come obiettivo politico di entrambi i partiti, nutrendosi anche di contenuti razziali, visto che i nemici venivano individuati in questa o quella minoranza a seconda di chi parlava.

Alcuni studiosi sostengono che il governo della paura è in realtà una politica contro i poveri. Cosa ne pensa di questo punto di vista? la politica

Una volta con Michel Foucault discutemmo a lungo della tendenza in atto tra gli studiosi di porre l'attenzione sulla repressione esercitata dal potere, dimenticando però il modo di produzione del potere. In quell'occasione concordavamo sul fatto che se uno si concentra sulle politiche repressive è ovvio che giunge alla conclusione che la guerra al crimine è in realtà una guerra ai poveri. Ma questo, allora come oggi, è solo un aspetto di quelle che lei chiama governo della paura. Se infatti concentriamo l'attenzione anche sui dispositivi del potere come formalizzazione di determinati stili di vita, possiamo affermare senza essere smentiti che le politiche sulla sicurezza hanno al centro la difesa dello stile di vita della middle-class. D'altronde, è il ceto medio che, in nome della sicurezza, alimenta la costruzione delle comunità recintate negli Stati Uniti. Ed è il ceto medio che domanda alle imprese high-tech la produzione di programmi informatici e microprocessori che filtrano l'accesso a Internet, inibendo la connessione ad alcuni siti considerati «rischiosi». Ed è sempre il ceto medio che manda i propri figli a scuole dove la sicurezza è il marchio d'origine della vita scolastica.

La politica della sicurezza contribuisce allo sviluppo delle tecnologie della sorveglianza, dalle videocamere disseminate nelle metropoli al software per il «controllo» della rete o per il morphing, cioè il riconoscimento facciale. Per gli attivisti dei diritti civili o alcuni studiosi sono tecnologie che limitano la democrazia e rappresentano un attacco alla privacy. Cosa ne pensa?

Non ci sono dubbi che il «panopticon» della modernità che lei descrive è pagato dalla middle-class in nome della sicurezza. È stato chiesto che ci fosse un «Grande fratello» e chiunque mette in discussione la sua autorità è guardato con sospetto. Il segreto dell'iniziale successo della presidenza di George W. Bush è stato proprio l'insistenza sulla sicurezza e sulla necessità di uno stato forte che la salvaguardasse con ogni mezzo necessario. Le prigioni che dovrebbero tenere segregati i «nemici della società» sono però un luogo oscuro dove il potere non riesce a esercitare il controllo su chi ci vive.

Tanto negli Stati Uniti che in Europa la politica sulla sicurezza ha come obiettivo anche i migranti e altri gruppi della popolazione come i giovani, prendendo a pretesto il fenomeno delle bande giovanili. Negli Stati Uniti alcuni giornalisti e studiosi parlano di una strisciante guerra culturale contro le controculture perché considerate devianti. Perché, secondo lei, la polizia o il potere politico considerano i giovani dei nemici della società?

Da una parte i comportamenti giovanili sono definiti devianti come atto preventivo e sono colpiti per evitare che si trasformino in comportamenti criminali. Anche questa è una vecchia storia. Molti criminologi, da Cesare Lombroso in poi, hanno sostenuto che i giovani sono potenzialmente disponibili a intraprendere attività criminali. Sono quindi i bersagli potenziali nella guerra alla droga, perché la consumano o la spacciano; inoltre sono dei potenziali criminali economici economiche, perché scaricano illegalmente musica, film e software dalla rete. La legislazione antimmigrazione è invece motivata dal fatto che i migranti sono anch'essi potenzialmente dei criminali, perché è la loro condizione sociale che li predispone al crimine. Inoltre, i migranti, in quanto stranieri, mettono in discussione la «sovranità» di un governo di esercitare il potere all'interno della propria nazione. In tutto il ventesimo secolo, i vari governi americani hanno guardato all'immigrazione come un problema di gestione del mercato del lavoro. C'era una domanda di forza-lavoro che veniva soddisfatta regolando l'accesso sorvegliato alla cittadinanza. Più recentemente, invece, i migranti sono diventati un problema di sicurezza nazionale. Non c'è dubbio che l'attuale regime di governo della paura abbia le sue radici negli anni Sessanta, quando appunto i migranti sono stati affrontati come un problema di criminalità, perché vivevano, in quanto clandestini, nell'illegalità. È stato un cambiamento di toni, di dettaglio se vediamo che le leggi che regolano l'immigrazione non hanno avuto grandi riscritture. Da allora, piano piano, l'equazione tra migrante e criminale è entrata nel senso comune. Tanto negli Stati Uniti che anche da voi in Italia c'è stata ed è tutt'ora vigente una politica repressiva contro i migranti. Ma è importante sottolineare che sono politiche che oltre a configurarsi come repressione della criminalità legittimano l'uso della discrezionalità da parte del governo e dell'amministrazione nel governare la popolazione. E la discrezionalità nega qualsiasi possibilità di controllo sull'operato del governo, perché la discrezionalità non prevede nessuna pubblicità sull'azione dei pubblici poteri. Il governo della paura deve essere quindi al riparo da sguardi indiscreti. Il contrario cioè dello stato di diritto.

Con la vicenda Alitalia e con l'ormai prossimo epilogo della trattativa sul modello contrattuale, entrambi recanti il sigillo dell'aquila confindustriale, si materializza il progetto di un nuovo paradigma economico, sociale, politico, il cui tratto distintivo è quello di una indiscussa egemonia del capitale sul lavoro. E si cementa un blocco politico-sociale che proietta definitivamente l'Italia fuori dalla sua Costituzione, stracciandone anche quel titolo III che disciplina le relazioni economico-sociali, fissando nel primato e nella tutela della dignità e della sicurezza del lavoro il limite invalicabile dell'iniziativa privata. Da una parte, c'è una cordata di avventurieri che rappresentano la versione affaristica, speculativa e usuraria del capitalismo italiano, clientes del governo e in sodalizio parassitario con esso. Costoro, nulla rischiando in proprio, impongono per Alitalia una soluzione che prevede il ricorso ai licenziamenti di massa, bilanciati da più lavoro e meno salario per i sopravvissuti alla mattanza, in cambio di un progetto di rilancio industriale che ha lo spessore di un foglio di carta. Mentre la sorte di 4.000 precari non è neppure oggetto di negoziato.

Dall'altra parte, Confindustria consegna ai sindacati un documento che spazza via la già tremebonda piattaforma sindacale, resa ancor più volatile dall'esser priva di qualsiasi mandato dei lavoratori. Con l'arroganza di chi pensa che ormai tutto le sia possibile, Confindustria mette a tema la liquidazione del contratto nazionale e, con esso, del sindacato. Il manifesto ha dato puntualmente conto, nei giorni scorsi, della luciferina coerenza del disegno. Quello che si delinea è il modello di un sindacato collaborativo, la cui funzione essenziale è di immolare i lavoratori al dogma della competitività, tutta costruita sulla flessibilità assoluta del mercato del lavoro e della prestazione. I lavoratori sono ridotti a combustibili del processo di accumulazione o, per usare le parole di Emma Marcegaglia a «complici» dell'impresa e delle sue ragioni. La rivendicazione di un'alterità, di una soggettività culturale e politica del lavoro è messa al bando come un'anacronistica velleità.

All'eutanasia del sindacato di classe corrisponde tuttavia un premio: la proliferazione di una pervasiva rete di commissioni bilaterali che sostituiscono la contrattazione, inibiscono il conflitto, assicurano al sindacato la sussistenza economica grazie alle quote di servizio obbligatorie che rendono via via ininfluenti quelle associative, volontarie. Il sindacato, dunque, sopravvive, ma come corpo burocratico, «parastatalizzato», gestore di servizi a domanda individuale, ingranaggio del potere costituito e di quella comunità solidale che è l'impresa. Un sindacato al quale è estraneo qualsiasi rapporto democratico con i lavoratori. Ciò di cui la Cgil discuterà nei prossimi giorni è dunque l'avvenire del sindacalismo italiano. La speranza è che prevalga in essa la forza (e la lungimiranza) di sottrarsi al ricatto di un finto negoziato che, nel perimetro dato, produrrà danni irreversibili. Dev'essere battuta l'idea nefasta secondo cui anche il peggior accordo è meglio che nessun accordo, perché qui non si tratta di arretrare i confini di una trincea difensiva: qui c'è la richiesta di capitolazione, la dichiarazione sottoscritta di subalternità del lavoro all'impresa. La grande responsabilità che la Cgil non può disattendere consiste nel rompere questa coazione suicidiaria e dedicarsi alla faticosa ricostruzione di una propria identità strategica. Ma intanto da qui, sull'orlo del baratro, è indispensabile fare un passo indietro.

Dopo una ventina d’anni di dure polemiche, che hanno punito alcuni di noi per la loro resistenza alle mode con evidenti esclusioni (ma si sa che l’esclusione è una delle punizioni applicate dalla cultura di massa a chi non è d’accordo con le opinioni della maggioranza rumorosa; per essa quello che non compare non esiste e quello che compare può essere facilmente falsificato) cominciano ad apparire segni di rivolta contro gli «archistar», che hanno ridotto l’architettura a «design» ingrandito, i monumenti in immagini di marca, rifiutando di fare del tessuto urbano un materiale essenziale al disegno della città, accettando la privatizzazione dello spazio pubblico, e predicando l’ideologia della deregolazione come estetica della constatazione.

A queste critiche sembrava fare riferimento, anche se in modo confuso nelle sue dichiarazioni programmatiche, anche il responsabile della Biennale di Architettura di Venezia 2008 Aaron Betsky, ma poi, per far fronte agli errori denunciati, anziché cercare la via della responsabilità civica, egli sembra volere accelerare la corsa verso l’abisso dell’identificazione dell’architettura con l’idea di immagine, indefinibile, aperta ed instabile, anche se un’architettura, come sappiamo da 3500 anni, ha un’immagine formalmente ben definita anche se certo non è solo un’immagine. E’ vero: oltre alla città visibile, fisica, esiste una città dei flussi sempre più strutturalmente importante. Ma a ciascuno il suo compito. Gli architetti devono occuparsi della città visibile in cui quella non visibile abita e si confronta. Ma non fare un’architettura di imitazione del non visibile.

A distanza poi di quasi un secolo dal tempo delle avanguardie, non siamo più alimentati dal vento della rivoluzione politica ed artistica, dalla storia lunga e gloriosa delle utopie, siamo lontani da una società equa e liberata, ma anche dalla messa in discussione del ruolo stesso delle nostre pratiche artistiche nella società che è divenuta post-società di maggioranze rumorose ed omogenee.

No, caro Betsky, noi siamo oggi nell’epoca dell’impero del mercato, della finanza e dei consumi globali, siamo nel tempo della politica, del marketing e della pubblicità a cui una gran parte degli artisti, che confondono bizzarria e creatività, si adeguano, rispecchiando così fedelmente lo stato e le volontà dei poteri per i quali inoltre le proteste estetiche sono benvenuti ornamenti. Altro che «motivazioni proprie», il nostro problema è di lottare per mezzo dell’architettura contro tutto questo e contro il fatto che dopo i rispecchiamenti ideologici, ciò che trionfa è il rispecchiamento dei mercati; compreso il mercato degli architetti.

«L’architettura - dichiara solennemente Betsky - non è una questione tecnica ma culturale». Lo ringraziamo di questa prodigiosa scoperta, come quella che l’acqua è bagnata, sconvolge le nostre millenarie convinzioni. Come ho avuto più volte l’occasione di sottolineare, l’architettura sin dai tempi più antichi è stata sempre «ergon poietikon», cioè costruire poeticamente. Il costruire è, cioè essenza costitutiva della pratica artistica dell’architettura. Separare i due fatti e la specificità che deriva dalla loro congiunzione è, come dimostra lo stato dell’architettura di più ampia diffusione mediatica dei nostri giorni, del tutto disastroso: per l’architettura e per la società in cui essa opera. Ci si riduce a pensare che tutto è già giustificato dalla propria autonoma presenza, naturalmente prodotto dalla libertà creativa senza limiti e che si tratta di riconoscere il valore emozionale: è l’invenzione dell’estetica della constatazione, la violazione delle regole fatta a pagamento.

Ancor meno condivisibile appare poi nella mostra il richiamo al mondo immaginario dei film e dell’arte (e aggiungerei della letteratura). Da essi credo la cultura dell’architettura dovrebbe prendere le distanze, non per negarne i valori importantissimi per il progetto ma a causa dell’insistente ed artificiosa confusione tra le diverse pratiche (una specie di «Gesamtkunstwerk» della multimedialità) che invece, proprio al fine di discutere utilmente, devono mantenere chiare le proprie identità.

E’ vero, «ci serve un’architettura che interroghi la realtà» come Betsky afferma, ma aggiungo io, che sappia, attraverso alla risoluzione che essa propone, assumere anche una distanza critica da essa, cioè proporre un nuovo possibile. E per far questo non vanno proprio incoraggiate «quelle visioni effimere» che quasi sempre non sono affatto oggi «prove tangibili di un mondo migliore» ma consolazioni puramente seduttive attorno allo stato delle cose e riduzione delle pratiche delle arti a pura comunicazione.

Anche in questa Biennale dell’Architecture beyond Building non manca certo qualche eccezione. Anzitutto la mostra dedicata a Sverre Fen, un autentico grande architetto della mia generazione. Poi vi sono padiglioni, come quello spagnolo o finlandese che espongono con onestà i risultati architettonici recenti dei loro paesi. In generale gli allestimenti in quanto tali sono assai migliorati come ad esempio quelli di Russia o Francia: anche se la prima con pessime architetture stile archistar o la seconda con architetture di qualità modesta. Migliorati gli allestimenti salvo quelli del padiglione Italia e dell’Arsenale in bilico tra la caricatura di esperimenti compiuti dalle arti visive una trentina d’anni or sono e la festa dell’oratorio. La cosa migliore resta la dedica al grande Harald Szeemann di uno dei viali.

Anche se le proposte di questa Biennale sono, io credo, tragicamente sbagliate per la nostra disciplina e la sua pedagogia e per il futuro della città, da questo punto di vista la riflessione più seria mi sembra proprio quella fatta dal presidente Paolo Baratta, il quale sostiene giustamente che le informazioni ormai precedono le esposizioni e che forse è necessario fare delle Biennali qualcosa di completamente diverso, forse degli istituti di ricerca e sperimentazione ma soprattutto un luogo di confronto critico. Sempre che non si tratti di riflessioni senza fondamenti come vetrine delle esibizioni di pseudo artisti, come nel caso della Biennale 2008.

Questo purtroppo vale anche per le Biennali delle arti visive, che possono prendere senso solo se costruite a partire da un rigoroso punto di vista critico e non solo informativo, anche se questo è molto difficile, a causa del confronto con gli interessi delle numerose partecipazioni straniere, che sono fondamentali per le fortune delle Biennali di Venezia.

Certamente l’assenza di una esposizione dell’oggetto nella sua fisicità ha sempre costituito per le mostre di architettura, un ostacolo serio e la tentazione di sostituirlo con la scenografia o di assegnare un valore figurativo in sé alle testimonianze di produzione o di riproduzione (che talvolta qualcosa di esso possiede) è la strada che conduce appunto a ridurre l’architettura ad arte ornamentale.

Lo «sporco ladro», il «lurido negro», l´intruso nel sabato notte dei milanesi, stavolta è risultato essere concittadino dei suoi assassini. Un italiano di nome Abdoul William Guibre. Esattamente com´è italiano il suo coetaneo Mario Balotelli – pelle scura e accento bresciano – che poche ore prima indossava la maglia nerazzurra sul prato di San Siro.

Adesso è prevedibile che il pestaggio mortale, suggellato dalle grida razziste degli aggressori, rinfocoli sentimenti popolari di segno opposto. Il nostro turbamento per la penetrazione dell´odio xenofobo come malattia sociale contagiosa. E viceversa il malumore diffuso di chi ci accuserà: ecco, trasformate un balordo in martire pur di ignorare che le «vere vittime» sono i cittadini minacciati da una criminalità ben riconoscibile nella sua connotazione etnica.

La corrente di pensiero delle «vere vittime» riunisce difatti quei vasti settori popolari che traggono sollievo da un governo italiano per la prima volta dedito a nominare i colpevoli, non come singoli individui, ma come categorie da eliminare. Il povero «Abba» Guibre, con la sua cittadinanza tricolore, incarna una variabile non prevista dal senso comune dominante. Ma ugualmente il vittimismo deprecherà l´attenzione eccessiva concessa a un episodio che, senza quelle grida razziste, chissà, forse sarebbe rimasto in cronaca locale.

Ora ha poco senso disquisire se l´esasperazione dei baristi che hanno subito il furto si sarebbe scaricata tale e quale, a colpi di spranga, pure su ladruncoli d´aspetto diverso. Mi auguro invece che i responsabili politici riconoscano in quella esasperazione – troppo spesso cavalcata e legittimata – motivo di riflessione e allarme. Ogni giorno veniamo a conoscenza di episodi di violenza spicciola che si verificano nei cantieri del lavoro irregolare, sulle strade dell´accattonaggio e della piccola delinquenza, perfino nel fastidio per la religiosità altrui. Queste tensioni sempre più frequenti, come già accaduto in altri paesi, potrebbero degenerare in conflitti metropolitani a sfondo etnico. L´Italia sta raggiungendo, del tutto impreparata, il livello di guardia. Se è vero infatti che la giustificazione della furia popolare può offrire nell´immediato vantaggi politici, ne conseguiranno inevitabilmente lacerazioni del tessuto sociale, problemi di ordine pubblico, degrado civile.

Nessuno strumentalizzi il linciaggio della Stazione Centrale, dunque. Ma, per favore, gli imprenditori politici dell´allarme-stranieri valutino il rischio di trasformarsi in apprendisti stregoni. Solo ieri il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, se la cavava con una generica invettiva («è una vergogna») di fronte al fermo in via dei Missaglia di un marocchino già 34 volte arrestato e due volte rimpatriato. Mica è facile impedire il ritorno degli indesiderati. Eppure De Corato non smette di annunciare l´espulsione degli abitanti di altri dieci campi rom della periferia, come se gli ottanta sgomberi già effettuati avessero alleviato il senso d´insicurezza dei cittadini. Con chi se la prenderà quando sarà evidente l´inefficacia delle sue minacce? Con i magistrati, con le forze di polizia, con l´esercito?

Così sta accadendo un po´ dappertutto: vengono suscitate aspettative che, una volta deluse, incrementano un surplus di rancore o, peggio, degenerano in giustificazionismo della vendetta «fai da te». Mi auguro che il nostro concittadino «Abba» Guibre, nuovo italiano come ce ne sono tanti, sia pure ladro di biscotti, sprangato a morte in una notte di fine estate, venga onorato nelle sue esequie dalla presenza del sindaco di tutti i milanesi, Letizia Moratti, che riempirebbe così di significato le sue nette parole di condanna. Perché sia chiaro che la Milano dell´Expo 2015 diventerà metropoli europea solo facendo sentire a casa loro, non ospiti provvisori e indesiderati, pure i suoi abitanti più recenti di nome Abdoul.

Il tema caldissimo di oggi è l’Alitalia, il tema appena meno scottante ma altrettanto infuocato è il federalismo fiscale. L’accoppiata sarebbe già di per sé esplosiva ma come non bastasse si colloca in un panorama politico estremamente teso e inquietante: una serie di annunci, di disegni di legge, di atti politici e amministrativi che hanno tutti il solo univoco effetto di accrescere le tensioni, inasprire i conflitti, mostrare la faccia feroce e la voglia di menar le mani all’insegna di uno slogan diventato ormai un "passepartout".

Lo slogan è stato inventato dal ministro dell’Interno che lo ripete a dritto e rovescio come una sorta di tic, di intercalare, ed è "tolleranza zero". È diventato il succo programmatico del governo e della sua maggioranza.

Evidentemente funziona e i sondaggi in favore del "premier" hanno toccato il culmine.

La gente vuole che si proclami tolleranza zero nei confronti di chiunque utilizzi i propri diritti di libertà in senso non conforme al senso comune ora in auge. Che poi la tolleranza zero realizzi risultati desiderati oppure no, questo non arresta l’onda d’urto d’una strategia "schiacciasassi" tipica nella storia europea degli ultimi cent’anni tutte le volte che pulsioni autoritarie abbiano, in nome di superiori ragioni di ordine e di sicurezza, ristretto i diritti di cittadinanza.

Speriamo che il "trend" attuale non ci conduca oltre il limite del populismo e delle favole narrate al popolo per distrarlo, ma questa sorta di ipnosi collettiva induce comunque a riflessioni preoccupate in un’epoca in cui si ridisegna la mappa politica ed economica del mondo.

Tolleranza zero, abolizione di fatto della legge Merlin sulla prostituzione, smantellamento della scuola pubblica dell’obbligo senza un progetto che abbia un senso, crescente pressione sui poteri e sull’indipendenza della magistratura inquirente, leggi elettorali che rafforzano il potere degli apparati confiscando ogni diritto di scelta dei cittadini, disprezzo dei valori costituzionali più sensibili, clericalismo di ritorno e impoverimento dei valori cristiani in una ritrovata alleanza tra la gerarchia ecclesiastica e il potere politico, inquinamento reciproco tra politica e affari, rivalutazione del fascismo da parte di ministri e di sindaci in carica: questo è lo sfondo allarmante di questa stagione.

La crisi dell’Alitalia e l’incognita del federalismo fiscale ne rappresentano i punti di massima tensione e di totale mancanza di progettualità. Non la fantasia ma il dilettantismo è oggi al potere. Non è la prima volta che accade nel nostro paese dove purtroppo la memoria è labile e non riesce a diventare matura esperienza.

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Il ministro Tremonti, nella sua lunga ricostruzione del disastro Alitalia esposta davanti alla commissione competente della Camera e successivamente riprodotta nel suo testo integrale su 24 ore di venerdì e di ieri, ha esordito dicendo: «Lasciamo da parte il confronto con le condizioni di Air France dello scorso aprile, era un altro contesto e un’operazione di altra natura».

Seguiamolo in questa sua raccomandazione iniziale, non senza tuttavia aver ricordato che l’offerta di Air France fu respinta dal combinato-disposto del rifiuto dei sindacati, dalla campagna scatenata da Berlusconi contro quel progetto e dall’insistente pressione a favore d’una cosiddetta cordata tricolore sponsorizzata da Banca Intesa.

Se oggi ci troviamo tutti di fronte ad un "malpasso" la responsabilità sta in quel rifiuto dovuto a due soggetti (sindacati e Berlusconi) e alla presenza d’un convitato di pietra in attesa di entrare in scena (Banca Intesa).

Per Tremonti invece le responsabilità incombono interamente su Prodi e Padoa-Schioppa, incapaci secondo lui di afferrare il bandolo della matassa e concludere.

Credo che ci sia stata un’inerzia di Prodi come ci fu, ancor più grave, nella questione dell’immondizia napoletana. Ma Tremonti dimentica almeno due passaggi essenziali avvenuti nel corso del governo Berlusconi e della sua presenza al ministero dell’Economia. Il primo passaggio sta nella valutazione patrimoniale di Alitalia: l’azione in Borsa valeva circa 10 euro nel 2001 e 1,57 nel 2006. Tremonti ha contestato queste cifre, ma il 24 ore dell’11 settembre le ha ricontrollate insieme alla banca dati della Thomson Financial e ne ha certificato l’esattezza. In cinque anni di legislatura il patrimonio della compagnia di volo ha perso dunque i 9 decimi del suo valore patrimoniale. Le cifre non sono opinioni e non hanno bisogno di commenti.

Il secondo passaggio riguarda la proposta dell’amministratore di Alitalia, Mengozzi, nominato a quella carica dal governo Berlusconi e quindi dallo stesso Tremonti. Mengozzi aveva in animo una fusione con Air France. Aveva negoziato a lungo e aveva ottenuto che la fusione fosse fatta attribuendo ad Alitalia il 30-35 per cento del capitale del network francese. Il governo però respinse la proposta. Anche qui c’è poco da commentare, i fatti parlano da soli.

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E veniamo all’oggi. Il governo ha emanato pochi giorni fa un decreto che spacca in due Alitalia: la società controllata dal Tesoro con in capo tutti i debiti, il personale, la flotta, i diritti di volo e i pochi soldi rimasti in cassa; una società sostanzialmente fallita, affidata dal Tesoro ad un commissario secondo le regole della legge Marzano appositamente riveduta per meglio adattarla al caso Alitalia.

A fianco del rottame Alitalia una nuova società di nuovissima istituzione, con 18 azionisti, un presidente (Roberto Colaninno) e un amministratore delegato (Sabelli), depurata da tutti i gravami e pronta a fondersi con Air One.

Sulla base della legge Marzano questa società figlia giovane e bella d’una madre vecchia e moribonda, potrà rilevare tutta la polpa di Alitalia e cioè gli aerei per l’attuazione del piano industriale, le rotte, il personale di volo e di terra necessari. Gli esuberi resteranno in capo alla società madre, così pure i debiti e il personale esuberante. Il prezzo ritenuto giusto da ambo le parti sarebbe attorno ai 450 milioni di euro.

Il capitale messo insieme dai 18 azionisti (tutti italiani) supera il miliardo. Il nome, nuovo di zecca, è Compagnia Aerea Italiana (Cai). Air One si fonderà con essa e i suoi proprietari otterranno 300 milioni portando nella Cai la flotta, le rotte, le opzioni per l’acquisto di nuovi aerei, il personale di volo. L’amministratore di Air One, Toto, entrerà nel capitale della Cai con 120 milioni e siederà nel consiglio d’amministrazione.

Il governo e soprattutto Berlusconi è entusiasta: in centoventi giorni la cordata italiana si è materializzata, il caso Alitalia è stato risolto, tutto è stato previsto: la sospensione per sei mesi delle regole antitrust, una benevola disponibilità della Commissione di Bruxelles a dare il disco verde all’operazione, l’entusiasmo degli azionisti della Cai. Molti di loro – in palese conflitto d’interessi – sono felici di esser adeguatamente compensati da alcuni affari sottobanco. L’amministratore di Banca Intesa, diventato da "advisor" dell’operazione azionista Cai, di fronte all’obiezione sugli affari non chiari di molti colleghi di cordata ha risposto che «i conflitti d’interesse saranno gestiti». Il capo dell’antitrust chiamato in causa dal senatore Zanda non ha risposto. Bonanni della Cisl manifesta disponibilità a collaborare.

Tutto insomma sembra andare a gonfie vele. Certo il Tesoro si dovrà accollare parecchi pesi: i debiti della vecchia Alitalia, gli esuberi di circa 7 mila unità di cui mille piloti; ma l’onore è salvo, perdite future non sono previste, gli esuberi saranno trattati con gli ammortizzatori sociali esistenti. Ma l’attivo sta nella resurrezione della compagnia di bandiera interamente rinnovata e tricolore, un taglio consistente ai vecchi azionisti, l’ingresso d’un vettore straniero con una quota di capitale non superiore ai 120 milioni. Che cosa si vuole di più? Berlusconi dove tocca fa il miracolo. I consensi degli italiani distratti e assuefatti (che sono al momento la larga maggioranza) sono alle stelle. Tremonti sentenzia: «La luna di miele del governo con gli italiani durerà molto a lungo, ci stiamo preparando a festeggiare le nozze d’argento».

Invece no. Poche ore dopo queste celebrazioni scoppia la tempesta. Ci siamo dentro tuttora e non si sa ancora come finirà.

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Il governo e insieme con esso il commissario di Alitalia, Fantozzi, il presidente di Cai, Colaninno, il leader della Cisl, Bonanni, si erano scordati della questione "contratti". O meglio: non se ne erano scordati ma l’avevano considerata di facile soluzione. I dipendenti – pensavano – non hanno alternative: se non accettano le condizioni offerte dalla Cai, la nuova società si ritirerà, l’Alitalia fallirebbe, 20 mila persone forse più, considerando anche il lavoro indotto, andrebbero in mobilità, anticamera del licenziamento entro qualche anno. Quindi accetteranno.

Ma i contratti, per consentire alla Cai di volare con profitto, debbono realizzare una diminuzione di costi del 30 per cento e un pari aumento di produttività. O così o niente, prendere o lasciare. Gli esuberi avranno ammortizzatori lunghi e corsie preferenziali per essere ricollocati, ma sui contratti e sulla produttività non c’è margine. D’altra parte furono proprio i piloti ad affondare l’offerta di Air France. Dunque se la sono voluta. Chi semina vento raccoglie tempesta. E poi il mercato è il mercato.

Invece i piloti, gli assistenti di volo, il nucleo duro dei dipendenti, non ci stanno. All’inizio sembra una manfrina ma col passare dei giorni si vede che no, non è la solita sceneggiata sindacalese. I piloti alla fine si alzano dal tavolo e se ne vanno. Berlusconi chiama Colaninno, Sacconi chiama i sindacati, Matteoli chiama i piloti, Passera chiama tutti, ma la questione sembra ormai chiusa: Cai conferma che non può fare modifiche alla sua piattaforma, i piloti confermano che a quelle condizioni è inutile continuare. Berlusconi ha un momento di sconforto ma poi torna in battaglia: ha ancora qualche carta da giocare e la gioca.

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Alle ore 14 di ieri, sabato, Fantozzi incontra i sindacati e comunica che siamo alla fine: non c’è più un euro in cassa, i fornitori di carburante hanno comunicato che non faranno più forniture a credito, d’ora in poi la flotta Alitalia potrà contare soltanto sulle poche riserve esistenti nei depositi.

Per conseguenza a partire da domani lunedì alcuni voli saranno cancellati e il personale addetto verrà messo in cassa integrazione. I voli da annullare saranno 34. Gli altri e in breve l’intera flotta cesseranno di volare entro una settimana o poco più.

Tra i piloti e gli assistenti di volo la tensione sale alle stelle. Intanto si viene a sapere che il fornitore che ha chiuso i rubinetti del credito è l’Eni. Ennesimo paradosso: la compagnia di bandiera petrolifera non fa più credito alla compagnia di bandiera del trasporto aereo. Il governo è stato informato? Oppure governo ed Eni d’accordo stringono la tenaglia intorno al collo dei sindacati? Roberto Colaninno ha passato a Mantova la notte di venerdì e la mattina di sabato ma nel pomeriggio è all’aeroporto di Verona: rientrerà a Roma in serata. Questa mattina, domenica, inviterà i sindacati ad un colloquio finale.

Ha qualcosa da mettere sul tavolo? Sì, qualcosa ce l’ha. Si era tenuto una riserva da usare all’ultimo minuto e l’ultimo minuto è arrivato. Potrà migliorare il "monte salari" del personale da riassumere in Cai in misura del 20 per cento. Che cosa significa? Se aveva chiesto ai piloti una decurtazione stipendiale del 25 per cento rispetto gli stipendi vigenti, il 20 per cento di miglioramento significa che la decurtazione scenderebbe al 20. Basterà? Questa sarà l’ultima parola.

Ma c’è un però. Colannino non vuole trattare soltanto con i piloti. Se seguisse questa tattica le altre categorie dei dipendenti potrebbero esigere che quel 20 per cento di miglioria sia ripartito tra tutti. Da buon imprenditore Colaninno non ha nessuna voglia di imbottigliarsi in una questione di riparto, perciò la sua offerta sarà fatta al complesso delle sigle sindacali: vedano tra di loro come spartire l’offerta. Comunque entro oggi la questione dev’essere chiusa altrimenti lunedì mattina comincerà non più l’ultima fase ma l’agonia vera e propria di un malato terminale.

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Forse l’accordo oggi si farà: le probabilità si misurano al 51 per cento in favore dell’accordo in extremis contro il 49 che non riesca. Berlusconi, che era ormai con le spalle al muro perché il fallimento dell’Alitalia sarebbe stato per lui una catastrofe d’immagine senza precedenti, deve aver strizzato per bene Colaninno e i membri principali della cordata tricolore. Questi a loro volta avranno rincarato a propria compensazione i vantaggi extra che si aspettano dalla loro partecipazione.

Passera saggiamente aveva detto che i conflitti d’interesse debbono essere gestiti e il "premier" è un asso in quel tipo di gestione. Un’occhiata di riguardo non si può negare a nessuno dei 18 "capitani coraggiosi". Di occhiate di riguardo ne sono già state date parecchie, una di più non la si nega a nessuno pur d’assicurare il lieto fine.

Lieto fine per tutti? Forse per i piloti che rappresentano la nobiltà di spada tra i dipendenti Alitalia, forse per gli assistenti di volo che rappresentano la nobiltà di toga. Il popolaccio dei servizi a terra sarà il più strattonato, ma peggio per loro, qualcuno che trasporti i bagagli lo si trova sempre a buon prezzo magari tra i marocchini e i romeni per bene che fanno la coda per un posto precario.

E poi? Il finale della storia l’abbiamo già scritto domenica scorsa: tra cinque anni Cai avrà registrato una cospicua plusvalenza patrimoniale, gli azionisti venderanno e incasseranno. Cai entrerà a far parte di un bel "network" internazionale, tedesco o franco-olandese, perché nell’economia globale non c’è posto per una compagnia di volo come Alitalia, troppo grande per esser piccola e troppo piccola per esser grande. Così saremo tornati alla casella di partenza avendo perso un sacco di soldi e di tempo. Intanto il pifferaio suona il suo piffero e gli allocchi lo seguono incantati.

È in arrivo il federalismo fiscale, del quale riparleremo. Per ora si sono sentite molte parole ma non s’è visto nessun numero. Prima o poi però i numeri dovranno sbucare da qualche parte e bisognerà leggerli con molta attenzione.

Nella mostra allestita al Padiglione Italia, «Experimental Architecture», i progettisti invitati, attivisti e intellettuali oltre che professionisti, mettono in discussione le politiche della sicurezza, i cicli dell’industria edilizia, la gestione delle risorse. Un impostazione ribadita all Arsenale nella sezione «L Italia cerca casa», che propone nuove forme di condivisione dello spazio

«Sperimentale» è una di quelle parole trite e abusate la cui sola vista induce a voltare pagina. Lungi dall'evocare la rivoluzionaria presa sulla realtà del metodo galileiano, il termine tende ormai a sovrapporsi alla sfera mielosa della creatività, manna degli uffici stampa e dei predicatori neoliberisti. La mostra Experimental Architecture ospitata nel Padiglione Italia della Biennale veneziana restituisce invece al lemma il senso di critica e verifica del reale che gli compete. È sufficiente scorrere la lista dei circa sessanta partecipanti per rendersi conto che la visita non assomiglierà alla solita stanca passeggiata tra plastici colorati: pochi i nomi conosciuti al grande pubblico, e in ogni caso noti più per avere espresso nuovi punti di vista sull'abitare, elaborato nuove strategie d'intervento nella città, che per gli edifici realizzati. «Sono architetti, urbanisti, artisti - spiega Emiliano Gandolfi, curatore di questa sezione della Biennale - che hanno scelto di reinterpretare il ruolo dell'architettura in un momento storico in cui è sempre più marginalizzata, schiacciata tra la produzione di oggetti spettacolari e le richieste imperiose di un capitalismo globale che disegna la crescita urbana esclusivamente in base a calcoli economici». Dopo decenni in cui l'unica sperimentazione possibile era la definizione di forme sofisticate o strutture biomorfe, si torna a rivendicare apertamente un significato sociale e politico dell'architettura, si producono analisi, visualizzazioni, racconti che generano alternative al sistema unico del real estate .

Spaesamento e tensione vitale

È vero che tutto questo non rappresenta una novità assoluta: con l'intensificarsi, nel terzo millennio, di crisi economico-finanziarie, petrolifere e immobiliari, anche gli ambienti più tradizionali dell'architettura mondiale hanno ritenuto opportuno stemperare l'entusiasmo ludico della creazione, fieramente ostentato per tanti anni, con una mesta retorica della responsabilità, dell'attenzione alla natura e al rispetto delle persone. Per limitarsi agli esempi più istituzionali, basta ricordare il Less Aesthetics, More Ethics della biennale di Fuksas o i rassicuranti casi di buon governo di Burdett, o ancora i temi dell'ultimo congresso mondiale degli architetti che si è tenuto a Torino a luglio. Ma gli architetti selezionati da Gandolfi sono decisamente più radicali, mettono in questione le politiche della sicurezza, l'istituto della proprietà, i sistemi di comunicazione, i cicli consolidati dell'industria edilizia, la gestione degli spazi pubblici, delle risorse energetiche. Per lo più sono attivisti e intellettuali, oltre che professionisti. Censiscono e quantificano fenomeni altrimenti difficili da valutare, come le enormi cubature di uffici inutilizzati o la sostituzione dei tessuti misti dei centri storici con i grandi centri commerciali (NL Architects e ZUS, entrambi olandesi). O studiano sistemi di riuso integrale dei materiali di costruzione (l'architettura a ciclo continuo dei 2012 Architecten, sempre olandesi). Oppure lavorano su nuove forme di architettura partecipata, come i cileni Elemental o Teddy Cruz, che opera sul confine Tijuana-San Diego. Altri «attivano» spazi abbandonati con installazioni e servizi temporanei, come una forma di manutenzione urbana, o inventano sistemi interattivi per gli spazi pubblici (Id-lab, Milano-Torino) o forniscono kit di autocostruzione (gli spagnoli Recetas Urbanas). Anche se molti di loro sono comparsi su riviste specializzate, a mostre e convegni internazionali, questa è con ogni probabilità la prima volta che si trovano concentrati in così grande numero a fare massa, protagonisti della scena e non speziate figure di contorno, in un posto come la Biennale: una contiguità che può produrre una sensazione di spaesamento, ma certamente anche una grande tensione vitale.

Sulla stessa linea si pone la mostra del Padiglione Italiano all'Arsenale, curata da Francesco Garofalo. Il titolo neorealista, L'Italia cerca casa , e i modelli in scala potrebbero dare l'impressione di un genere espositivo completamente diverso, e invece anche in questo caso la ricerca si è spostata dall'abitazione all'abitare, dalle soluzioni formali all'interrogazione politica, sociale, economica della città. In un paese dove il dibattito pubblico sui problemi delle periferie e del disagio abitativo è stato ininterrottamente dominato da faziose arringhe sulle responsabilità dell'architettura e dell'urbanistica modernista (che però per insondabili ragioni ha prodotto, dall'Olanda al Sudamerica, tessuti urbani e abitazioni più che desiderabili), un'analisi sulla finanziarizzazione del mercato immobiliare come quella prodotta da Giovanni Caudo, co-curatore del Padiglione, è ossigeno puro. Studiando i meccanismi che hanno alimentato l'impennata dei valori immobiliari attraverso l'indebitamento delle famiglie, Caudo mette a nudo l'inutilità dei programmi di espansione edilizia: «Le radici dell'emergenza abitativa contemporanea sono profondamente diverse dalla storica "vertenza della casa". Per soddisfare il fabbisogno abitativo degli anni '70 bastava costruire più case. Oggi se ne costruiscono in abbondanza, ma solo in libero mercato, e la fascia di persone che se le possono permettere si assottiglia». La chiave del problema è nella quota di affitti a prezzi sociali, che negli altri paesi europei è infinitamente più alta, mentre in Italia il culto della casa di proprietà viene incoraggiato come «un fenomeno di identità culturale». Ma tra la realtà del debito e il miraggio di un canone equo si possono sperimentare nuove forme di condivisione dello spazio e dei servizi, dal co-housing in su.

Il recupero degli interstizi

Portando alle estreme conseguenze questo concetto di abitazione collettiva, Andrea Branzi propone un co-housing integrale , che estende la convivenza agli animali come nelle metropoli indiane, dove circolano scimmie, vacche sacre e altre bestie. Un modello non antropocentrico meno irragionevole di quanto possa sembrare a prima vista, che ritorna nel progetto dei Salottobuono, Altri inquilini - una rilettura critica del piano di riqualificazione del quartiere Sant'Elia a Cagliari elaborato da Oma - che prende in considerazione oltre ai movimenti dei residenti storici anche quelli delle «popolazioni» animali e vegetali. Molti si pongono il problema della ripopolazione dei centri storici, espropriati da turismo, commercio, uffici, banche: i genovesi Baukuh intensificando gli spazi interstiziali, i lotti abbandonati, i parcheggi a raso di cui è stracolma Milano, Ian+ riconfigurando i palazzi sottoutilizzati di Roma, Studio Albori convertendo un «ecomostro», ex-stazione ferroviaria disegnata da Aldo Rossi e Gianni Braghieri, in un aggregato di case miste. E se Italo Rota polemicamente sostiene l'impossibilità di immaginare nuove case collettive, perché «la gente non può vivere da sola, ma è incapace di vivere insieme», i disegni e il modello metallico di Beniamino Servino danno consistenza a questo paradosso attraverso una visione perturbante: un'enorme stecca orizzontale alla Le Corbusier sopraelevata su pilotis di ordine gigante, congiunta alla terra da rampe elicoidali che ricordano gli scivoli di Carsten Höller. Un'immagine che potrebbe coincidere con il peggiore incubo di un fiero abitante di una villetta brianzola.

La cancellazione del progetto della realizzazione del parcheggio del Pincio da parte dell’amministrazione comunale romana è una notizia straordinaria. Ha vinto la Roma migliore e potremo godere nuovamente della terrazza sovrastante piazza del Popolo senza che uno dei peggiori scempi a cui si voleva perpetrare alla nostra città lo deturpasse per sempre. Da questa vicenda si possono trarre tre lezioni generali e un’attenzione per il futuro di Roma.

Lungo le recinzione del cantiere che ha tentato di sfigurare la meravigliosa terrazza si legge che la decisione era stata presa sulla base dell’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3543 del 2006. Un riferimento oscuro che in realtà si riferisce al provvedimento con cui Romano Prodi aveva fornito all’allora sindaco Veltroni poteri speciali in materia di traffico. La città soffoca quotidianamente in un gigantesco ingorgo e la soluzione prescelta, senza alcun confronto con il consiglio comunale e la città grazie ai poteri speciali, era quella di sfigurare uno dei luoghi più belli del mondo per ricavarne 720 posti auto.

E siccome al ridicolo non c’è più fine, qualche giorno fa lo stesso Veltroni -eroicamente immolatosi nella difesa del Pincio- sulle pagine di Repubblica affermava che la principale urgenza di Roma era quella di costruire un piano per i parcheggi. Era proprio lui, sulla base dell’ordinanza Prodi, ad avere pieni poteri per realizzare quel piano dei parcheggi. Non l’ha fatto quando era sindaco e ora traccia la linea della nuova amministrazione di destra a cui ha regalato il governo della città! Bisognerebbe che qualche anima caritatevole lo avvertisse di non insistere. La prima lezione da trarre dalla vicenda è che bisogna farla finita con le scorciatoie istituzionali. Il futuro delle città deve tornare ai consigli comunali e ai cittadini. I pieni poteri ad personam, i commissari straordinari e i famigerati accordi di programma hanno dimostrato che servono soltanto a consentire ignobili speculazioni.

Seconda lezione. Quando lo scorso anno ci mobilitammo contro quella decisione governo, regione, provincia di Roma e capitale erano amministrate dal centro sinistra. In altri tempi sarebbe stata una garanzia di libera dialettica. Ai nostri giorni non è bastato che l’appello contro il parcheggio fosse firmato da personalità della cultura come da Desideria Pisolini Dall’Onda, Salvatore Settis, Italo Insolera eLuitpold Frommel, solo per citare alcuni delle decine di firmatari. A parte Liberazione e il manifesto, sugli altri quotidiani non è uscita una riga. Un controllo ferreo dell’informazione non consentiva il libero dispiegarsi di una normale dialettica che –sempre auspicabile- assumeva per la rilevante delicatezza del luogo il significato quasi di obbligo morale. Oggi il vaso di Pandora si è aperto. Dello scandalo del Pincio se ne parla su Le Monde e sulla stampa nazionale. In queste condizioni la nostra ragionevole posizione si è affermata. Dobbiamo oggettivamente ringraziare un sindaco che non ripudia il ventennio fascista perché a sinistra si è voluta azzerare ogni elemento critico. La seconda lezione da trarre dalla vicenda è dunque che a sinistra bisognerà chiudere per sempre una pagina umiliante in cui si è confuso il proprio ruolo con l’obbligo valido per tutti di “obbedir tacendo”. Si pensi che Roberto Morassut, ex assessore all’urbanistica di Roma, ha denunciato alla magistratura Report per l’impeccabile servizio sull’urbanistica romana. Un deputato Pd, come la società immobiliare negli anni ’60 contro l’Espresso, cerca di far tacere la Gabanelli e Mondani.

Terza lezione. I luoghi simbolici di ogni città vanno rispettati. A nessuna persona sensata verrebbe in mente di costruire un parcheggio sotto piazza San Pietro. Siamo invece arrivati ad un tale livello di corruzione delle coscienze che da noi si voleva scavare sotto il Pincio, mentre a Milano si scava davanti a Sant’Ambrogio e a Fiesole si devasta una delle piazze storiche più belle d’Italia. Il problema è che con l’impressionante silenzio della sinistra si è affermata in questi anni una concezione economicista delle città e dei beni comuni. Viene prima lo sviluppo, viene prima l’economia e le città si devono adeguare. Non era mai accaduto nella storia e conseguentemente è a rischio l’identità di tutte le nostre meravigliose città. A Torino, è solo un esempio tra tanti, si vorrebbe mutare per sempre, creando qualche grattacielo, lo storico disegno urbano soltanto perché –così si afferma- farebbe bene all’economia. L’interesse di alcuni potentissimi gruppi finanziari prevale sulla storia, sulla ragione della tutela, sugli interessi di tutti. Questa posizione culturale è congeniale della destra neoliberista. Ma quando queste stessa supina accondiscendenza verso le false ragioni dell’economia (in realtà si farebbe presto a dimostrare che si tratta sempre di speculazioni fondiarie) viene sostenuta dalla sinistra si comprende perché stiamo vivendo una sconfitta storica. La terza lezione è dunque che la sinistra ricostruisca un suo autonomo pensiero critico sulle città che metta al primo posto gli interessi generali. Si potrebbe iniziare da pochi passi dal defunto parcheggio del Pincio, dove un ettaro di villa Borghese, la prima villa pubblica aperta alla cittadinanza romana è stata recintata e affidata a un gruppo imprenditoriale che gestisce la casina Valadier. Questi benemeriti “imprenditori” non hanno trovato di meglio che contrattare i costi del restauro con la possibilità di aumentare il numero dei tavolini del ristorante. L’amministrazione di centro sinistra di Roma ha accettato con entusiasmo. Così il popolo delle stock option può pranzare a contatto con gli eroi dell’Italia mentre villa Borghese versa in degrado spaventoso. Non c’è una città dell’Europa civile che compie simili misfatti. E’ ora di revocare la concessione.

Infine l’attenzione al futuro di Roma. Oggi i quotidiani parlano della volontà di compensare il compianto parcheggio del Pincio con l’allargamento dell’offerta del vicino parcheggio del galoppatoio. Nel merito occorrerà comprendere se questo allargamento peggiorerà ancora lo stato di villa Borghese. E a scorrere le indiscrezioni della stampa non c’è da stare allegri. Sembra che si voglia realizzare un magnifico tunnel tra il parcheggio del Galoppatoio e piazza del Popolo. Un’idea geniale, degna di Chicco Testa. Si potrebbe tracciarne uno simmetrico dall’altro lato e farlo uscire proprio davanti alla storica “breccia” da cui le truppe piemontesi entrarono a Roma. Un magnifico tunnel che rappresenterebbe bene la modernità stracciona di un paese che non vuole liberarsi, unico in Europa, del predominio della speculazione fondiaria. Di un paese che non ha ancora capito che sono la storia e la natura a dover guidare le trasformazioni delle città e non viceversa. Proprio nel paese in cui esiste il più grande giacimento culturale del mondo. Lasciato in pace il Pincio, occorrerà lasciare in pace anche la piazza del Pop

Fra le luci sfavillanti e le installazioni visionarie della Biennale Architettura si apre lo spazio drammaticamente concreto de «L´Italia cerca casa / Housing Italia», allestito da Francesco Garofalo nel Padiglione italiano alle Tese delle Vergini e promosso dalla Parc (la Direzione generale del ministero dei Beni culturali). Qui il volo dell´architettura diventa più radente: niente star, niente bizzarrie compositive, niente bei gesti assimilabili alla moda. Visitando il Padiglione si sente rimbalzare il paradosso di questi anni, quello per cui più case si costruiscono più ce ne vorrebbero. I dati li propone Garofalo, architetto romano e professore a Pescara, introducendo il catalogo della mostra (che verrà edito da Marsilio): il bisogno di case è acuto e stringe alla gola milioni di persone (più di centomila, per esempio, nella sola Roma), eppure non si è mai costruito tanto in Italia come in questo decennio, 350 mila appartamenti nel solo 2007, un trend che non ha eguali neanche nel dopoguerra, quando occorreva dare un tetto a chi l´aveva avuto distrutto dalle bombe. «Quella dell´abitare è la questione centrale della nostra cultura architettonica», sintetizza Garofalo.

La mostra è divisa in tre sezioni. Si guarda al passato, alle politiche per l´abitazione attuate nel Novecento. Al presente, a un mercato dell´edilizia dominato dalla finanza e dai mutui. E al futuro, con l´esposizione di dodici progetti di altrettanti studi italiani, in prevalenza animati da giovani architetti: accanto ai più esperti Andrea Branzi (classe 1938) e Italo Rota (nato nel 1953), ecco Marco Navarra (1963) e Beniamino Servino (1960), Mario Cucinella (1960) e Luca Emanueli (1961), insieme agli studi Albori, Baukuh, Cliostraat, IaN+, Salottobuono e al gruppo Stalker/Osservatorio Nomade.

La prima sezione racconta l´edilizia popolare in Italia dagli anni Trenta al suo esaurirsi, alla fine degli anni Ottanta. Un atlante sistemato nella grande sala rettangolare del Padiglione (disegnato da Mario Lupano e curato da Maristella Casciato) assembla su 350 metri quadrati di parete le immagini di un pezzo fondamentale dell´architettura novecentesca. È la storia di insediamenti che ancora resistono nel paesaggio opaco di molte periferie italiane, svettando in mezzo alla banalità dei palazzi di speculazione privata – sono i palazzi dell´Icp, Istituto case popolari, poi diventato Iacp, oppure dell´Incis, che erano destinati agli impiegati dello Stato, o, ancora, dell´Ina-Casa. Le ultime istantanee riguardano i grandi complessi degli anni Sessanta e Settanta, edificati sulla spinta di manifestazioni di piazza e di lotte operaie. Fu uno sforzo enorme da parte dello Stato. Nacquero lo Zen a Palermo, le Vele a Napoli, a Roma Corviale e il Laurentino 38. Molte città videro ergersi nelle cinture periferiche grappoli di torri grigie, disegnate in modo elementare eppure dotate di personalità architettonica e di una monumentalità che i progettisti ritenevano adeguati a una classe operaia sempre più consapevole di sé. A Roma, racconta Giovanni Caudo, autore del saggio presente nel catalogo Dalla casa all´abitare, i piani di edilizia popolare prevedevano alloggi per una popolazione pari a quella dell´Umbria, 712 mila stanze su più di 5 mila ettari. I risultati, in molti casi, furono controversi. Enormi spazi inutilizzati. Servizi scarsi e scadenti. Manutenzione inesistente. E, soprattutto, una lontananza dalla città che aveva l´aspetto dell´esclusione sociale. La discussione fra gli storici dell´architettura è tuttora aperta e cerca di districarsi fra luoghi comuni demonizzanti, come se quegli edifici fossero la quintessenza del disagio che affligge le periferie, la sola sua causa.

Quella stagione è comunque chiusa, nonostante l´intervento pubblico nell´edilizia sia stato in Italia di molto inferiore alla media dei paesi europei.

La seconda sezione della mostra è occupata dal video che mette in immagini il testo di Caudo Dalla casa all´abitare (regia di Maki Gherzi, animazione di Kalimera). Caudo spiega il paradosso delle tante case costruite e della tanta gente che non trova casa. I valori immobiliari sono tremendamente lievitati negli ultimi anni e soltanto ora, dopo la crisi dei subprime americani, gli aumenti si sono arrestati. Crescono i mutui e le famiglie sono sempre più indebitate. Il mercato è di fatto l´unico a fornire abitazioni, prevalentemente da acquistare (in Italia, a differenza degli altri paesi europei, il 73 per cento delle famiglie vive in appartamenti di proprietà). Ma al mercato non accedono le fasce più deboli e neanche strati del ceto medio (single, precari, giovani coppie, studenti, lavoratori in trasferta). L´affitto è anche fattore di dinamismo e una città in cui questo mercato è risicato ne risente: è difficilissimo, per esempio, per ricercatori o artisti stranieri trovare a Roma una sistemazione temporanea. «Le case sono diventate di carta», spiega Caudo, «sono merce di transazioni finanziarie e lo stesso sta accadendo per le città, un tempo luogo principale delle trasformazioni, dall´economia industriale a quella dei servizi».

La soluzione del paradosso non viene indicata in un ritorno all´edilizia popolare. Caudo segnala come molti paesi europei puntino sull´affordable housing, le case accessibili, né solo private, né solo pubbliche, che sorgano in aree già urbanizzate, ma inutilizzate. L´invito è dunque lanciato alla politica, ma anche alla cultura architettonica, «che sembra essersi appiattita sul mercato imperante e sulle domande di spettacolarizzazione».

I progetti esposti (la cura è di Gabriele Mastrigli) sono "materiali per la riflessione". Ma già il titolo che li raggruppa bandisce gli effetti speciali: «La casa per ciascuno». La gran parte di essi propongono il riuso di volumi già esistenti, evitando di consumare territorio. Lo studio Albori di Milano vorrebbe recuperare la struttura incompiuta della stazione ferroviaria di San Cristoforo a Milano, progettata da Aldo Rossi. Andrea Branzi, invece, immagina una "casa madre", un complesso che tiene insieme residenza e lavoro, ma non solo: è una specie di co-housing integrale, di coabitazione fra specie umana e animale. Mario Cucinella indaga su una casa da 100 mila euro di 100 metri quadrati a zero emissioni di CO2. Lo studio IaN+ suggerisce un ritorno della residenza nel centro di Roma, ricostruendo l´interno di alcuni edifici di cui resterebbero intatte le facciate. Marco Navarra, architetto che vive a Caltagirone, studia i modi di abitare degli immigrati ed è anche un sostenitore del repairing cities, le città che si riparano senza espandersi (ha appena pubblicato un volume sulle esperienze compiute al Cairo): per la Biennale ha messo a punto delle soluzioni di abitazioni e di servizi per la comunità tunisina di Mazara del Vallo. Il gruppo Stalker, invece, ha analizzato le tecniche costruttive dei Rom ed ha realizzato con loro, nel campo Casilino 900 di Roma, una casa in legno, grande 70 metri quadrati. Beniamino Servino, architetto casertano, ha disegnato un edificio sospeso su piloni, una casa-viadotto che si contrapponga all´immensa città diffusa spalmata fra Napoli e Caserta.

I progetti esplorano vari temi. E offrono soluzioni più a portata di mano o più lontane, proponendosi come ipotesi di studio: ma il concetto dell´abitare li attraversa tutti, come pure l´idea che l´architettura non può fare a meno di cercare un riscontro sociale. «È una sfida architettonica», insiste Garofalo, ricordando che non a caso le tre principali riviste dell´architettura italiana si intitolino Abitare, Casabella e Domus.

“Piove sul bagnato”, era il titolo d’apertura del “manifesto” di domenica scorsa. A illustrarlo, la foto di una cordata di persone con l’acqua alla cintola. A spiegarlo, il sommario che diceva di 530 vittime ufficiali (ma certamente molte di più) nella poverissima Haiti, ripetutamente colpita da violente tempeste tropicali. Commento: “Ma nel mondo non fa notizia”.

Ch’io sappia è la prima volta che un giornale, con tanta evidenza e così decisa condanna (all’interno suffragata poi dall’ampia descrizione di un paese afflitto anche in condizioni “normali” da miseria e sfruttamenti inauditi), sottolinea il fatto che le catastrofi ambientali (quelle stesse che trovano vastissimo spazio e sensazionale risonanza se lo tsunami si abbatte su riviere fitte di turisti occidentali, o Katrina colpisce un simbolo della mitologia americana come New Orleans, o Gustav mette a rischio la convention repubblicana) vengono di fatto ignorate quando offendono paesi del sud del mondo, esclusi dal novero di quelli che contano, estranei al circuito dei mercati forti, privi di risorse pregiate che gli consentano di “emergere”, da sempre soggetti a tutte le maledizioni. Basta buttare un occhio su “Il diario della terra”, rubrica per cui mezzo ogni settimana meritoriamente “L’Internazionale” dà notizia di questi eventi: sempre sono decine, ma spesso centinaia o migliaia di morti, e centinaia di migliaia di profughi, senza tetto, senza cibo, senza meta. Ma tutto questo appunto non fa notizia. Venti righe nelle pagine interne di qualche quotidiano, quindici secondi in coda a un telegiornale, è il massimo che ne segue. Quando va bene.

Nulla di che stupirsi, si dirà: da sempre morti e calamità “valgono” di più o di meno a seconda di chi ne soffre. Ma la cosa non appare più così semplice, se si confronta con una serie di altri fatti o comportamenti collettivi riguardanti il rischio ecologico. I poli si sciolgono, ma di che mai lamentarsi: li si potrà circumnavigare con ampie prospettive di un nuovo boom turistico, e sarà finalmente facile l’accesso ai sottostanti preziosi giacimenti di gas, petrolio, uranio; peccato certo per i poveri orsi che da mesi continuano a nuotare senza trovare approdo, ma dopotutto anche una lacrima serve a coronare teneramente la narrazione dei fatti. E se i mari inquinati e supersfruttati non hanno più pesce, in compenso prosperano le acquaculture; se poi il loro livello continua a innalzarsi, l’Olanda già va progettando coste artificiali e case galleggianti; alcuni arcipelaghi in Oceania sono già sommersi, ma nessuno ci fa caso. L’automobile ancora e sempre insostituibile simbolo del nostro tempo, rimane protagonista nei mercati come nell’immaginario collettivo, benché notoriamente tra le cause prime di ciò che i giornali annunciano, vistosamente titolando “Il pianeta ha la febbre”. D’altronde tutto questo significa tanto buon Pil, che (mentre le borse crollano, i consumi ristagnano, la benzina è alle stelle, potenti banche falliscono e - udite udite! - tocca allo stato salvarle, e insomma la crisi a lungo negata è ormai tra noi) scalda i cuori di economisti e politici e riaccende le speranze. Come sciuparle, soffermandosi sulle sciagure di Haiti e altre terre iellate? Bush, che censura i più allarmati rapporti del Pentagono sulla crisi ecologica, fa scuola. “La crescita innanzitutto”, è l’articolo di fede che tutti fanno proprio e con stentorea certezza rilanciano. Da destra come da sinistra.

Ed è questo che mi è difficile capire. Se il capitale insiste nelle politiche che l’hanno portato a conquistare il mondo, e con pertinacia e disperazione ad esse si aggrappa anche quando sempre meno si rivelano paganti, sempre più contrastate come sono nel loro obiettivo primario e imprescindibile (la crescita appunto, l’accumulazione) dai confini stessi del mondo che dominano: tutto ciò appartiene a una “necessità” difficile da negare, anche se sempre meno pagante. Ma le sinistre? Anche tra loro, fatta eccezione per piccoli gruppi ambientalisti, la crescita è una indiscutibile, perfino ovvia necessità. E su questo spesso mi trovo a scontrarmi di brutto anche con amici, ai quali porto stima e affetto.

Penso ad esempio a Galapagos, un amico appunto, che in un recente fondo (“Sotto i debiti”, 3 settembre) dopo un ampio giro d’orizzonte sul calo dei consumi che tocca più o meno tutti i paesi e sulla conseguente generale contrazione della crescita, si sofferma a considerare che “fra i lettori del manifesto ci sono molti sostenitori della ‘non crescita’, fautori della qualità della vita più che dell’ espansione illimitata del Pil”. “E di ragioni ne hanno,” ammette. Ma, aggiunge, “in un paese come l’Italia ci sono macro aree che necessitano di crescita quantitativa per colmare gap storici di redito e sviluppo”. Ora, a parte che tra i fautori della qualità della vita più che della crescita ci sono non solo lettori ma anche redattori e collaboratori del manifesto (basti pensare alla eccellente rubrica “Terra-terra”, firmata per lo più da donne, la bravissima Marina Forti in testa) davvero è plausibile sperare che l’insistenza nella medesima logica economica fin qui osservata possa sanare il guasto da essa prodotto? Se lo sfruttamento più che mai esoso del lavoro caratterizza lo strenuo tentativo del capitalismo neoliberistico di rimettersi in equilibrio? Se negli ultimi decenni, mentre il Pil poco o tanto continuava a salire, aumentavano precarietà e disoccupazione, gli orari di lavoro si allungavano, crescevano le distanze tra ricchi e poveri, non solo a livello internazionale ma anche all’interno dei paesi più affluenti? E oggi l’1% degli abitanti del mondo ne possiede il 50% della ricchezza?

Ma (sapendo di rischiare impopolarità e forse reazioni negative tra persone sinceramente impegnate per “un mondo migliore”) credo si debbano considerare anche altre posizioni. Un esempio. Non ho seguito personalmente il forum torinese di “Sbilanciamoci!”, ma ne ho letto ampie cronache e dettagliati compendi delle “Cento proposte per il bene comune”, cioè della “Controfinanziaria” come ogni anno elaborata dal gruppo, e in sostanza (quasi) tutta condivisibile. Come non essere d’accordo con chi auspica migliori scuole, sanità, trasporti pubblici, case popolari, tasse sulle emissioni inquinanti, e dichiara di volere “equità sociale, sostenibilità ambientale, pace e solidarietà internazionale”?

Rimane tuttavia difficile capire come si pensi di realizzare tutto ciò in un solo paese, prescindendo - parrebbe - dal fatto che questo paese, come l’intero pianeta, è governato dal neoliberismo (mentre mostrano di saperlo benissimo gli operai che in Italia, in Polonia, in Serbia, in Bangladesh, lavorano per la Fiat, e proprio al Forum di Torino ne discutono concludendo: “I problemi sono uguali in tutto il mondo”). Senza dunque rimettere apertamente in causa un modello economico che, in tutto il mondo appunto, sempre più brutalmente va depredando la natura e sfruttando il lavoro, e ormai solo nella guerra vede lo strumento per rilanciare la crescita e mantenersi vincente. Che è quanto, sempre a Torino, hanno denunciato uno scienziato dell’ambiente, Luca Mercalli, e uno scienziato della politica, Marco Revelli: chiedendo il primo la fine della crescita, il secondo un netto cambio di paradigma.

Questo oggi a me pare l’handicap più grave di tutte le sinistre (quelle che restano e ancora hanno il coraggio di chiamarsi così). Una sorta di rassegnazione che sembra dare ormai il capitale come un fenomeno metastorico, una realtà immodificabile quindi, un destino ineluttabile. Cui segue il ripiegamento su una politica piccola, frantumata, operante per singoli temi, incapace di confrontarsi con i problemi che (come ha detto la piccola internazionale di operai Fiat allo stesso Forum Sbilanciamoci) sono di tutto il mondo.

Conseguenza inevitabile della sconfitta? Certo, le botte pesano. Ma a volte possono servire a ripensare le linee guida seguite finora, e magari rimetterle in causa, a confronto con una realtà sociale economica culturale ambientale clamorosamente trasformata e in continua trasformazione, su tutto il pianeta.

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