Poste in gioco In un sistema ispirato a prassi neo-patromoniali di accaparramento, vincere o perdere le elezioni può significare moltissimo in termini non solo di governo ma di arricchimento personale
Un tempo in Kenya non c'erano né urne né schede elettorali. Nei giorni comandati gli elettori si recavano ai seggi senza matita perché il voto non si esprimeva votando ma mettendosi in fila dietro alle insegne del proprio candidato. Il massimo di trasparenza con il minimo di libertà di scelta. Il sistema della «coda» (queuing nel linguaggio giornalistico in uso allora nel paese) fu impiegato per selezionare i candidati fra quelli proposti dal solo partito legale ancora vent'anni fa, nel 1988, e non mancarono le polemiche.
Tutte le elezioni successive, peraltro, anche quelle che si sono svolte dopo l'introduzione del multipartitismo, hanno originato controversie e faide, comprese quelle del dicembre 1997, l'ultima volta di Daniel arap Moi. Mwai Kibaki si era presentato come principale antagonista di Moi, già in disgrazia presso i suoi tradizionali sostenitori (gli organismi internazionali e i donatori occidentali stavano pensando a una successione che togliesse almeno le ragnatele), conquistando il 30 per cento dei voti. Le proteste di piazza provocarono una decina di morti. Niente a confronto della tragedia nazionale seguita alle elezioni del 27 dicembre scorso, che rischia di fare a pezzi anche un paese relativamente stabile, e dotato di una solida ragion di stato, come il Kenya.
In compenso, la prima vittoria di Kibaki, osannato nel 2002 e oggi vituperato e sotto accusa, fu un verdetto accettato senza discutere perché Kibaki si era smarcato dal regime in carica dopo essere stato al governo per due decenni e aveva acquisito rispetto, consensi e popolarità capeggiando l'opposizione nella fase conclusiva del più ventennale «regno» autoritario di Moi.
I due alleati divenuti rivali
È stata la logica dello scontro elettorale che ha via via aumentato il divario fra i due principali pretendenti alla corona nella fatale consultazione del 2007. Nel 2002, pur appartenendo a formazioni politiche diverse, Mwai Kikabi e Raila Odinga erano quasi alleati. Raila Odinga è figlio di Oginga Odinga, militante di grande spicco nella lotta per l'indipendenza e vice-presidente con Jomo Kenyatta alla presidenza nei primi anni dopo l'indipendenza, che si dissociò dal «padre della patria» quando il suo governo imboccò la deriva dell'iperconservazione e della corruzione istituzionalizzata.
Un tema di contrasto era la considerazione da dare ai Mau Mau nella memoria e nella prassi dello stato. Oginga Odinga si impossessò dei miti che Kenyatta riteneva di dover lasciar cadere per quieto vivere (sia verso i potentati interni che verso quelli esterni) e si trovò automaticamente collocato a sinistra. Così facendo assecondava, oltre alle sue ambizioni, le aspettative frustrate dei luo, il suo gruppo etnico, nei riguardi dell'egemonismo rapace dei kikuyu, l'etnia di Kenyatta ma anche dei capi e della base negli anni Cinquanta del movimento Mau Mau (ufficialmente «esercito per la libertà e la terra»).
L'evoluzione compiuta da Raila Odinga è molto simile a quella del padre. Anche il non più giovanissimo Raila, dovendosi distinguere dal moderatismo imperante, si è trovato a indossare i panni del paladino dei poveri. È facile però predicare contro i mali del liberismo estremo e la corruzione quando si parla dall'opposizione.
Tutti contro i kikuyu
In un sistema ispirato alle pratiche di accaparramento proprie del neo-patrimonialismo, vincere o perdere le elezioni può significare moltissimo in termini non solo di governo ma di arricchimento personale e al limite di sopravvivenza di un'intera sezione della società.
In caso di risultato equilibrato del voto, le irregolarità nello svolgimento delle elezioni o nello scrutinio - che sono fisiologiche in una situazione di arretratezza ma che possono essere patologiche quando il potere non è disposto ad accettare le regole della successione (come stando alle molte testimonianze è probabilmente avvenuto nel duello fra Mwai Kibaki e Raila Odinga) - sono sfruttate come ultima chance. La «rivolta» è un altro modo d'essere di una democrazia malata e violenta e difficilmente rende giustizia ai deboli.
Ci sono precedenti comunque di esiti elettorali sconfessati e persino rovesciati ex post in alcuni paesi africani e anche in Europa. Spesso la contestazione o la sanatoria dipende dai protettori rispettivi a livello internazionale. Le stesse procedure degli «osservatori», un misto di paternalismo e impotenza, finiscono, magari involontariamente, per esasperare gli animi.
Prima o poi i conflitti in Africa assumono un connotato etnico. Anche in Kenya la miccia etnica, sincera o pretestuosa poco importa, ha scatenato il caos, riproponendo il solito schema dei kikuyu contro i luo o di tutti contro i kikuyu. Nessuno naturalmente vuole restaurare l'ordine tribale, ma l'appartenenza a una comunità etnica è il movente più immediato di mobilitazione politica. A ben vedere, le poste sono le stesse di ogni confronto politico: l'esercizio del potere, l'accesso alle risorse e, tema importantissimo in questo caso, la terra.
Tutelare il turismo internazionale.
La terra sta divenendo in Kenya, come quasi ovunque in Africa, un bene scarso. Per di più, le vicende storiche legate prima all'insediamento degli inglesi e poi alle peripezie della decolonizzazione hanno alterato gli insediamenti tradizionali suscitando risentimenti contro gli intrusi. L'enfasi sull'etnicismo è un'ammissione di parzialità anche di chi pretenderebbe di difendere la giustizia offesa. Dopo tutto, in Africa - per le condizionalità del mercato o dell'aiuto (e in Kenya c'è anche la necessità di tutelare il turismo internazionale, massima risorsa del paese) - le decisioni sfuggono in gran parte alla politica locale.
Il messaggio di fine d'anno del Presidente della Repubblica è, da tempo, un rituale confortante. E questo vale anche per il discorso di Giorgio Napolitano, il primo presidente della Repubblica che si è formato nel Pci. Questa volta, però, il messaggio presidenziale era stato anticipato dal 41º Rapporto del Censis, che insisteva sulla poltiglia italiana, soprattutto politica e istituzionale. Giorgio Napolitano ignora il Censis, quasi a dire che de minimis non vale occuparsene.
Certo il discorso del Presidente mette al primo posto gli operai uccisi alla Thissen. È assolutamente positivo, anche se sarebbe stato difficile tacerne. Tuttavia, visto che siamo ai 60 anni della Costituzione sarebbe stato utile che avesse citato un passo dell'art. 36 della Costituzione che recita: «L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alle libertà, alla dignità umana». Dove la sicurezza viene prima della dignità e della libertà. E così anche a proposito del salario. L'art. 36 della Costituzione dice che «Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa». Sottolineo «libera e dignitosa».
Queste cose il Presidente avrebbe dovuto dire e sottolineare, mentre non era (a mio avviso) affatto necessario citare gli Usa come «il nostro maggiore e storico alleato» e neppure il «sincero augurio» a Benedetto XVI.
Il punto è, torno al Rapporto del Censis, che sarebbe autolesionista ignorare che il nostro paese è messo male e peggio ancora sta il suo mondo politico del quale il Presidente sottolinea che «Vi sto parlando poco». Certo il Presidente della Repubblica ha ragione di non voler entrare nelle dispute della «casta», tuttavia una sua critica allo stato di cose esistente sarebbe stata molto utile. Viene quasi nostalgia delle intemerate di Sandro Pertini.
Per concludere e dichiarandomi largamente d'accordo con la diagnosi del Censis, sarebbe stato più utile a noi italiani un messaggio un po' più preoccupato e meno confortante. Siamo, soprattutto nel campo della politica istituzionale, nella «poltiglia». Ignorare - pur con tutte le migliori intenzioni - questa verità non aiuta, anzi aggrava il male.
La democrazia è malata, e non solo in Italia e, pertanto, bisogna avere il coraggio e l'onestà intellettuale di dichiararlo. L'Italia - ci dice Napolitano - deve esigere di più da se stessa, ma proprio perché non stiamo messi bene. E questo dobbiamo avere il coraggio di dichiararlo. Anche nel messaggio di fine d'anno del Presidente della Repubblica.
È da troppo tempo che ci confortiamo con il «nostro patrimonio storico-artistico e culturale». Bisognerebbe parlare di più «di quel che accade nella sfera della politica e delle istituzioni», anche tenendo a mente quel che ci ha detto il Censis.
Si può ammazzare un poeta e cantastorie? La storia ci ha più volte detto di sì. Talvolta l’autore è stato la bestialità di un potere dittatoriale, talaltra la causalità, anch’essa bestiale, impersonata da ragazzi di strada. Siamo sempre più assuefatti alla violenza omicida e questa ‘abitudine’, dopo un battito di inquietudine, ci ha reso indifferenti di fronte all’orrore della morte procurata, a meno che essa non colpisca persone a noi vicine. All’indomani del fatto quasi sempre siamo già dimentichi, nonostante la ragione ci suggerisca che non ci sono giustificazioni (neppure le più gravi e tanto meno quelle presunte) per accettare un atto così estremo.
Hanno ammazzato Peppino Marotto, un poeta le cui uniche armi erano i dolci suoni delle sue poesie e la coscienza civile che metteva al servizio della comunità di Orgosolo. Difficilmente potremo dimenticare questa violenza, e chi oggi appare indifferente non sa di essere più povero e più solo di ieri.
Non ho mai conosciuto Peppino Marotto, ma il suo nome e la sua attività intellettuale mi erano familiari, e seppure a distanza facevano parte del mio background. Non avrò più occasione di conoscerlo, qualcuno lo ha ammazzato in pieno giorno e in una strada centrale del paese.
Ho letto in modo partecipe gli articoli a lui dedicati e ascoltato con attenzione i commenti di chi conosce certamente molto più di me l’humus culturale di Orgosolo e la lunga vita operosa di Marotto. Mi hanno colpito le dure parole di Giovanna Marini, secondo cui il paese che uccide i suoi poeti è senza speranza, ed anche quelle di Paolo Pillonca, secondo cui se una spiegazione c’è, va cercata nelle tenebre del passato; così come ho ascoltato quelle affrante di Giacomo Mameli che della comunità orgolese in molti suoi articoli ha esposto la grande capacità di cogliere i nuovi percorsi di sviluppo sociale ed economico. Ma anch’egli sembra aspettarsi che la causa di questo omicidio vada cercata nei profondi labirinti del rancore tramandato per decenni.
Sono di nascita barbaricina e mi capita di riflettere sul rancore che sembra connotare pezzi della popolazione sarda, e ciò perché nei racconti di qualche famigliare continuo a cogliere un’atavica incapacità di distaccarsi emotivamente da un torto subito (o presunto tale), anche quando il torto non lo riguardava direttamente, ma era vissuto di riflesso attraverso qualche antico componente della famiglia. Ed ogni volta mi sono chiesta a che serve accanirsi con se stessi in questo modo . Perché accade questo nella maggior parte dei casi. Ricordare del passato prevalentemente il male che si crede di aver ricevuto, significa imputare ad altri la responsabilità della propria più o meno grande infelicità.
Ma la mia reiterata riflessione non ha valenza scientifica, è solo un vissuto personale che non si può estendere ad un’intera comunità. Recentemente ho avuto modo di studiare le dinamiche degli omicidi in Sardegna, pratica violenta ancora troppo diffusa , in modo particolare in una delimitata area dell’Isola centro-orientale. Omicidi che si caratterizzano per lo più per il fatto che si tratta di atti individuali, che avvengono in ambienti comuni a vittima ed autore, che vengono compiuti da persone con un basso livello di istruzione, in gran parte per ragioni futili e solo in minima parte per ragioni economiche. Pratica che comunque non è connessa a forme di malessere sociale così come si è sostenuto in passato, e che neppure può essere spiegata come un modo residuale e primordiale di soluzione dei conflitti, in assenza di altri meccanismi di conciliazione e mediazione. Insomma, provo una certa resistenza ad acquisire come spiegazione la vendetta per risolvere un conflitto, seppure tardiva, come viene ipotizzato da alcuni nel caso dell’omicidio di Marotto.
Le diverse spiegazioni che conducono al passato mal si conciliano con un’immagine di Orgosolo che in questi ultimi tempi ha saputo esprimere intelligenze, sapienza del fare e civicità, paese che recentemente ha saputo sostenere le ragioni del suo sviluppo, confermate dal fatto che è uno dei pochi comuni dell’interno che non ha subito il devastante processo di spopolamento.
Saranno gli inquirenti ad indagare, nella speranza che sappiano tessere la ragnatela per intrappolare celermente l’omicida. Di questa persona mi ha colpito il senso di sicurezza con cui ha agito in pieno giorno, come se si sentisse immune dal pericolo tra i muri del suo paese, come ha detto Giacomo Mameli a Rai 1; spero soltanto che quei muri abbiano acquistato voce e orecchie, così come i suoi abitanti hanno saputo conquistarsi intelligenza e sapienza.