C'è fra lo Stato moderno e le donne un'antica inimicizia, fatta di esclusione da una parte e di estraneità dall'altra, che la costruzione della cittadinanza non è mai riuscita a sanare del tutto ma solo a lenire. La legge italiana numero 194 è stata una tappa cruciale di questo lenimento: siglando, fra donne e Stato, non la pace ma un armistizio. La procura di Napoli che ha ordinato il blitz del Policlinico, i poliziotti che l'hanno eseguito con zelo in eccesso, i politici che lo approvano, lo sdrammatizzano o lo spoliticizzano, i predicatori che lo cavalcano per testare (scusate la volgarità della citazione letterale) la grandezza dei propri genitali, devono sapere che hanno rotto questo armistizio e assumersene, da adulti e non da bambini, da padri e non da figli in perenne rivolta edipica contro le madri e contro la Madre, le dovute responsabilità.
Da oggi sul tappeto non c'è solo la questione dell'aborto, o la difesa della 194. E sbaglierebbero anche le donne se si lasciassero prendere nella trappola strumentale di questo perimetro. La questione sul tappeto è quella dello Stato costituzionale di diritto. Quello che garantisce - o dovrebbe - che le leggi siano applicate correttamente e non in un clima di emergenza permanente, quello che stabilisce - o dovrebbe - procedure giudiziarie corrette, quello che ci tutela - o dovrebbe- dagli abusi delle forze dell'ordine, quello che difende - o dovrebbe - il rapporto fra medico e paziente da aggressioni e interferenze indebite. Prima di discutere dell'aborto si discuta di questo: a quando un'ispezione nella procura di Napoli? Da quando una telefonata anonima è quanto basta per ordinare un blitz? L'infermiere anonimo verrà gratificato con un encomio allo zelo pro-life? Noi comuni mortali dovremo munirci di avvocato prima di entrare in una sala operatoria? E i medici, prima di fare una disgnosi fetale, dovranno dare un'occhiata ai giornali per vedere che aria tira?
Non è la prima volta e non sarà l'ultima che l'aborto si fa segno di più generali questioni: proprio perché l'aborto, al contrario di quanto sostiene la scellerata campagna sulla sua «faciloneria», si colloca su un delicato crinale, fra coercizione e libertà, fra garanzie collettive e decisione individuale, fra specie e singolarità. Bombardare questo delicato crinale a colpi di cannone significa bombardare, con la cittadinanza femminile, l'edificio dello Stato di diritto, tornare a uno Stato violento da un lato e paternalista dall'altro, che si fida più dei poliziotti che delle donne, e delle donne fa quando va bene delle vittime incapaci di intendere e di volere, quando va male delle assassine: feticide, come recita il brillante neologismo. Lasciare tutto questo fuori dalla campagna elettorale, come va predicando la premiata ditta V&B, è un'illusione falsa e truffaldina, che serve a Veltroni per non sbarrarsi il voto cattolico, a Berlusconi per non sbarrarsi il voto femminile. Siamo abituati a una politica che si nutre di confusione, ma ci sono questioni che domandano chiarezza. E se non la ricevono, la fanno.
Quale sarà il destino dei diritti e delle libertà civili nel nuovo tempo della politica che si è appena annunciato, e che assumerà tratti più netti dopo il voto del 13 aprile? Da Napoli è appena arrivata una inquietante risposta, tanto più grave perché dà la misura di un mutamento di clima.
Un mutamento di clima che, senza bisogno di cambiare le norme in vigore, determina una vera e propria aggressione nei confronti di chi altro non ha fatto che valersi dei diritti che le riconosce la legge sull’interruzione della gravidanza.
Il racconto della donna è davvero un caso di scuola di violazione della dignità della persona, dunque di uno dei principi fondativi della convivenza, come si legge nella nostra Costituzione e nell’articolo 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea: «La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata». Non basta dire, infatti, che s’era ricevuta una segnalazione anonima e che era necessario effettuare accertamenti. Proprio il carattere anonimo delle segnalazioni esige sempre prudenza nella loro utilizzazione, altrimenti la libertà e la dignità di ciascuno di noi vengono consegnate nelle mani di qualsiasi mascalzone. Vi erano molti modi per accertare se davvero si stava violando la legge, senza bisogno di piombare addosso alla donna e di farle domande assolutamente illegittime, come quella riguardante il padre. Ma ci si comporta così quando si ritiene di essere assistiti da un consenso sociale, quando si pensa che l’aria sia cambiata e che nell’agenda politica ed istituzionale a diritti e libertà spetta ormai un posto marginale. La vicenda napoletana ci ha purtroppo dato la tragica conferma di una regressione civile già in atto. Sarebbero urgenti, a questo punto, una reazione politica ed una istituzionale.
Chiunque abbia il senso delle istituzioni, merce purtroppo sempre più rara, dovrebbe esigere, nell’interesse di tutti, un chiarimento del modo in cui magistratura e polizia si sono comportate a Napoli, e l’individuazione delle specifiche responsabilità, come hanno chiesto le componenti del Csm. Siamo di fronte ad una violenza di Stato, che esige un immediato e pubblico ristabilimento della legalità. Solo così sarà possibile cancellare, almeno in parte, l’effetto intimidatorio che quella irruzione può avere nei confronti di tutte le donne che intendono far ricorso alla legge 194. Per quanto riguarda la reazione politica, sono ovviamente benvenute le proteste, le condanne. Ma non bastano. Non siamo di fronte ad un caso isolato ed isolabile, ma appunto alla rivelazione di un clima. E questo clima può essere cambiato solo se, con adeguata forza, si rifiuta l’agenda politica che l’ha determinato e a questa se ne oppone una più civile, rispettosa delle persone e della loro umanità, che rimetta al primo posto il riconoscimento e il rispetto dei diritti.
Dal centrodestra sono venuti segnali insistiti e chiarissimi. La radicale messa in discussione dell’aborto è netta, ha ormai una forte evidenza nella campagna elettorale, ben poco offuscata dalle variazioni tattiche di Berlusconi rispetto alla lista di Giuliano Ferrara, visto che lo stesso Berlusconi ha rilanciato proprio la parola d’ordine di Ferrara di proporre all’Onu ben più di una moratoria sull’aborto - il pieno riconoscimento del diritto alla vita del concepito. A queste proposte si aggiungono la posizione ostile ad ogni aggiustamento della legge sulla procreazione assistita, anche a quelli che una provvida giurisprudenza ha rigorosamente introdotto, mettendo in evidenza gli eccessi di potere del governo Berlusconi; la dura linea sulle questioni della sicurezza; la "questione privacy" proposta sostanzialmente come mezzo per limitare il ricorso alle intercettazioni anche in materie dove appaiono necessarie e per incidere sulla libertà d’informazione; e l’ipotesi di procedere ad una revisione anche della prima parte della Costituzione, quella appunto delle libertà e dei diritti.
Se questo è il catalogo, ormai evidentissimo, del centrodestra, quali segnali sono venuti dal Partito democratico e dalla Sinistra arcobaleno? Flebili, comunque privi finora della evidenza necessaria per presentarsi come un programma forte e coeso, capace di imporsi all’attenzione dell’opinione pubblica e modificare così l’agenda politica. Per il Partito democratico questo è anche il frutto di una difficoltà interna, testimoniata dalla pubblica adesione della senatrice Binetti alla proposta berlusconiana sull’aborto. Per la Sinistra arcobaleno è probabilmente l’effetto determinato dal ritardo di una effettiva elaborazione comune.
La passata legislatura lascia un’eredità pesante. Testamento biologico, unioni di fatto, disciplina delle intercettazioni sono lì a ricordarci una impotenza dell’Unione, la difficoltà estrema nel gestire politicamente situazioni complesse. Soprattutto per i primi due casi, si constatò in modo sbrigativo che non v’era la necessaria maggioranza parlamentare, e questo favorì all’interno dell’Unione le operazioni di chi volle chiudere nel cassetto testi significativi. Non si tenne conto che si trattava di materie che riguardano la vita di tutti, le decisioni sul morire e l’organizzazione delle relazioni affettive (e il nascere, legato alle nuove linee guida sulla procreazione assistita), sì che sarebbe stato necessario avere non solo un più netto atteggiamento davanti all’opinione pubblica, ma anche più coraggio parlamentare, portando in assemblea i disegni di legge, obbligando i senatori ad assumere esplicitamente le loro responsabilità e consentendo così ai cittadini di valutare meriti e colpe all’interno di entrambi gli schieramenti. In altre materie, quelle legate alla sicurezza pubblica in particolare, vi è stata una eccessiva propensione a soluzioni sbrigative, con una riduzione di problemi complessi a questioni di puro ordine pubblico, rendendo indistinguibile la posizione del governo da quella dell’opposizione. Di queste debolezze si è avuta una conferma ulteriore nelle materie sbrigativamente indicate con il termine privacy, che sono poi quelle che riassumono molti dei diritti legati al diffondersi delle nuove tecnologie. Un solo esempio. Con il decreto "milleproroghe" si è portato ad otto anni e mezzo il tempo di conservazione dei dati sul traffico telefonico, un non invidiabile record mondiale.
Che cosa potrà accadere nel prossimo Parlamento? La previsione più facile induce a concludere che, se prevarrà il centrodestra, la linea sarà quella della riduzione dell’autonomia delle persone nel decidere della loro vita (ricorso alla procreazione assistita, aborto, rifiuto di cure, decisioni di fine vita, unioni di fatto), dell’indebolimento delle garanzie in nome della sicurezza, della limitazione del controllo di legalità da parte dei giudici, che è una componente essenziale della tutela dei diritti. Ma questo non significherà necessariamente abbandono di una nuova normativa sul testamento biologico o sulla procreazione assistita. Regole su queste materie potrebbero servire per una finalità esattamente opposta a quella per la quale erano state finora pensate: chiudere ogni varco alla possibilità di giungere comunque al riconoscimento di diritti delle persone sulla base delle norme della Costituzione, come hanno fatto con grande rigore alcuni giudici.
La necessità di un diverso e chiaro programma in materia dei diritti è evidente. Questo programma, in primo luogo, deve essere dichiaratamente "conservatore", nel senso che deve consistere in una intransigente difesa dei principi costituzionali e in un loro coerente sviluppo nelle direzioni segnate dall’innovazione scientifica e tecnologica. È vero che queste innovazioni ci obbligano a confrontarci in modo assolutamente inedito con i temi della vita, dell’umano. Ma questa riflessione, e le conseguenze pratiche che se ne traggono, devono trovare la loro collocazione nel quadro di valori democraticamente definito, appunto quello costituzionale. Questo non esclude il confronto, la discussione, la prospettazione di punti di vista anche radicalmente diversi. Esclude, invece, la pretesa di imporre un altro quadro di principi, imposto autoritativamente, ritenuto "non negoziabile" perché espressione di verità non discutibili.
Giungiamo così al vero nodo politico e culturale, alla revisione costituzionale di fatto che si vuole realizzare avendo le prescrizioni delle gerarchie ecclesiastiche come unica tavola dei valori. Questo è uno dei punti condivisi di cui si vanta il Popolo delle libertà. Questa è la vera radice del rischio che corrono libertà e diritti, che non ha nulla a che vedere con l’anticlericalismo o con il "laicismo", ma ha molto a che fare con la democrazia. Un rischio che si aggrava ogni giorno, visto che l’interventismo delle gerarchie vaticane si traduce sempre più spesso in una precettistica minuta. Quale società si sta delineando?
Le debolezze politiche e culturali del passato centrosinistra sono nate anche su questo terreno, e si è rivelata sbagliata la linea di chi ha ritenuto che un atteggiamento morbido avrebbe consentito un progressivo superamento delle difficoltà. Il "politicismo" del rapporto esclusivo con le gerarchie vaticane non ha pagato e, anzi, ha aperto varchi sempre più ampi al loro intervento, mentre veniva trascurato e mortificato il rapporto con il mondo cattolico più aperto. Chiedere maggiore consapevolezza di questa situazione non significa incitare allo scontro. Significa mettere in chiaro, nella fase democraticamente essenziale della campagna elettorale, i propositi e le prospettive di azione di ciascuno. Anche su questo si costruirà il consenso delle forze politiche di centrosinistra e di sinistra.
L’esempio del Partito democratico è contagioso: Berlusconi si agita, il centrodestra è in subbuglio, Casini minaccia di imboccare un percorso separato se non potrà confederarsi conservando autonomia, ma anche la base di An non resterà elettoralmente indifferente alla piroetta di Fini e dei suoi colonnelli, già da tempo berlusconiani.
Alla sinistra del Partito democratico un altro processo semplificatorio è egualmente in corso. Anche lì con alcune non trascurabili difficoltà. Le sigle scompaiono ma il vento potente delle elezioni cancellerà inevitabilmente le microscopiche oligarchie dell’uno virgola che tanto hanno rallentato e debilitato il percorso del governo Prodi.
La ditta Diliberto scomparirà senza traumi rientrando nella casa da cui era uscita qualche anno fa. Per i Verdi l’abbraccio con la sinistra sarà assai meno semplice e non basta certo la parola «arcobaleno» nel logo elettorale a preservarne la missione cui del resto avevano già da tempo rinunciato.
L’esperienza dei partiti ambientalisti in Europa ci dice che essi, se non hanno la forza di presentarsi da soli al corpo elettorale, sono destinati a scomparire o debbono scegliere di fare da lievito ambientalista in un contenitore ampio. Stemperarsi nel Partito democratico poteva avere un senso, nella sinistra radicale non ha senso alcuno ed equivale ad un decesso annunciato.
La funzione rinnovatrice del Partito democratico sull’intero sistema politico è talmente evidente che tutti gli osservatori e commentatori l’hanno colta e sottolineata. Rappresenta un robusto passo avanti verso un bipolarismo meno imperfetto e, perché no? verso un bipartitismo che metterebbe finalmente il nostro paese al passo con le altre democrazie occidentali, gli Usa, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, la Spagna, tanto per citarne le principali.
Ma gli effetti innovatori non si fermano qui. Altri se ne profilano non meno importanti e non privi di rischi.
L’appuntamento elettorale ne mette in prima fila alcuni, la fase successiva ne farà emergere altri dei quali tuttavia è fin d’ora possibile e utile segnalare la natura.
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In prima fila ci sarà il programma economico, in corso di avanzata stesura da parte d’un ristretto gruppo di competenti che si valgono di qualificati contributi: Morando, che guida l’équipe, Boeri, Visco, Bersani ed altri ancora. Si sa fin d’ora che le liberalizzazioni vi avranno ampio spazio. Il rifinanziamento dei salari e del potere d’acquisto dei redditi bassi e medi altrettanto. L’incremento di produttività e di competitività delle imprese. Il nuovo "welfare" configurato per bilanciare la flessibilità del lavoro.
Nel complesso la parte redistributiva del programma economico avrà come base i provvedimenti già predisposti da Prodi, Padoa-Schioppa e Visco nell’ultima fase di quel governo prima della crisi, con in più interventi di detassazione e di riduzione della pressione fiscale.
Questo complesso di misure che il gruppo dirigente del Partito democratico ha ben chiare in mente dovrebbe anche avere un effetto anticongiunturale e anti-recessivo. I sintomi di rallentamento economico sono ormai evidenti in Usa e in Europa; soprattutto in Germania, con effetti diffusivi nelle altre economie dell’Unione europea.
L’Italia da questo punto di vista offre possibilità di intervento anticiclico maggiori che altrove, i redditi individuali consentono e anzi richiedono incrementi capaci di rilanciare i consumi; le liberalizzazioni insieme a radicali interventi di riforma del sistema distributivo potrebbero stabilizzare i prezzi anche di fronte ad un aumento della domanda.
Per converso c’è carenza di manodopera qualificata. Questa è una strozzatura grave alla quale bisognerebbe far fronte con offerte di lavoro a tecnici e manodopera qualificata straniera.
Si tratta insomma di un insieme complicato che richiede collaborazione tra governo, sindacati, imprenditori, commercianti, agricoltori, banche. Mercato e regole di mercato. Un «mix» appropriato per un partito riformista affiancato da un patto sociale che garantisca un appoggio di base.
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Capitalismo democratico e nuovo patto sociale: così si può definire un programma idoneo all’attuale fase storica e addirittura dell’attuale andamento di «stagflation» del ciclo economico mondiale.
Per attuare un programma del genere è necessario sollecitare la collaborazione del centrodestra o offrire quella del Partito democratico, secondo che la vittoria elettorale arrida all’una o all’altra parte?
Tutti ci auguriamo che nella nuova legislatura l’opposizione sia esercitata in modo costruttivo e che la maggioranza ascolti i suggerimenti dell’opposizione, ma di qui a governi di larghe intese ci corre un mare. Io ritengo che le larghe intese siano sconsigliabili, più d’intralcio che di giovamento. La maggioranza ha il compito di stabilire le priorità e le modalità della politica economica, l’opposizione quello di suggerire modifiche e appoggiare specifiche misure di generale interesse. Niente di meno ma niente di più. Ma in altri campi la collaborazione tra le parti politiche contrapposte è invece necessaria laddove si parli di riforme istituzionali e costituzionali, non disponibili a maggioranze risicate ed occasionali.
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Ci sono ancora, da una parte e dall’altra dei due principali schieramenti, larghe zone di resistenza alla collaborazione reciproca sulle riforme istituzionali.
Bisogna vincere queste resistenze che non hanno alcuna valida motivazione. Si tratta di riformare la legge elettorale affinché il pessimo sistema attuale sia modificato recuperando la libertà degli elettori di scegliere i loro candidati, magari affidando tale compito a consultazioni primarie previste per legge. Bisogna anche varare un sistema proporzionale con elevate soglie di sbarramento, riformare i regolamenti parlamentari, e soprattutto il finanziamento pubblico: quello che è recentemente accaduto in Parlamento con la connivenza di tutti i gruppi è semplicemente vergognoso e deve essere a nostro avviso immediatamente cancellato fin dall’inizio della prossima legislatura. Infine bisognerà istituire il Senato federale in corso di legislatura.
Ma anche l’ordinamento giudiziario richiede una collaborazione bipartisan con l’occhio fisso al problema dei problemi che è quello dei tempi per una rapida giustizia. E’ imperativo che il processo sia riformato e la giurisdizione esercitata con efficienza e rapidità. Lo si promette da decenni senza che alle parole siano mai seguiti i fatti. Non è più possibile andare avanti in questo modo nell’erogazione di un servizio pubblico fondamentale.
A nostro avviso queste e non altre sono le riforme da affrontare insieme. Su tutto il resto la maggioranza e il suo governo siano responsabili di attuare il proprio programma, l’opposizione eserciti uno stretto controllo parlamentare e proponga valide alternative.
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Un tema che impegnerà in pieno la nuova legislatura sarà quello delle questioni «eticamente sensibili»; per dirlo in modo più concreto e semplice, il rapporto corretto tra i cattolici e i laici o meglio ancora tra la gerarchia ecclesiastica e le istituzioni della Repubblica, laiche per definizione.
Da questo punto di vista sono rimasto allibito (e non credo di esser stato il solo) leggendo sui giornali di ieri che Casini, dopo lo scontro con Berlusconi e Fini, si sia consultato sul da fare con il cardinale Camillo Ruini che sarebbe stato largo di suggerimenti e forse anche di interventi conciliativi tra l’una e l’altra fazione. Allibito. Qui non c’entra l’uso dello spazio pubblico che nessuno contesta alla gerarchia ecclesiastica. Qui un leader di partito sollecita l’intervento del cardinal vicario in una disputa tra forze politiche e il cardinale interviene. Così ho letto e mentre scrivo non mi risulta alcuna smentita da parte degli interessati.
Contemporaneamente Giuliano Ferrara lancia l’idea di una lista, collegata con il partito di Berlusconi e di Fini, che abbia come programma la moratoria contro l’aborto. Una lista siffatta, dopo che la gerarchia ecclesiastica con il conforto esplicito del Papa ha fatto sua la campagna di Ferrara, si configura come l’entrata in campo elettorale e politico dei vescovi italiani. In mancanza d’una pubblica sconfessione di quell’iniziativa, la lista sulla moratoria è dunque la lista della Cei. Se quest’iniziativa si materializzerà penso che il Partito democratico non possa sottrarsi a denunciare un’invasione di campo di proporzioni inaudite con tutte le inevitabili conseguenze che essa avrà sulla campagna elettorale e i contraccolpi sul rapporto fra le istituzioni laiche e quelle religiose.
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C’è ancora un aspetto dell’entrata in campo del Partito democratico che merita di essere affrontato. Sarà un partito di sinistra o di centro? Le opinioni degli osservatori sono sul merito discordi mentre quelle dei diretti interessati sono univoche: sarà un partito di sinistra riformista.
Personalmente la penso come loro: un partito di sinistra riformista che ha utilmente segnato un confine con la sinistra massimalista senza tuttavia che quel confine sia presidiato da un muro invalicabile.
La novità è notevole. Nenni aveva fatto qualche cosa di simile nel 1963, aveva rotto il patto d’unità d’azione col Pci fin dal ‘57 dopo i fatti d’Ungheria, ma non c’era nessun muro tra i due partiti. Come non ci fu ai tempi di Craxi, almeno nelle parole. Ci fu nei fatti. Craxi faceva mostra di poter usare i due forni (quello della Dc e quello del Pci) per rendere ancor più forte il potere d’interdizione del suo 10 per cento dei voti e in gran parte ci riuscì.
E’ un fatto tuttavia che la sinistra massimalista o comunista ha esercitato un potere rilevante su quella riformista nel sessantennio di storia repubblicana. Il senso comune attribuisce al Pci la responsabilità di questa deformazione della democrazia italiana rispetto alle altre democrazie europee, ma non sempre il senso comune coincide col buonsenso. E’ certamente vero che il Pci ebbe in tempi di guerra fredda questa responsabilità, ma nessuno ha il buonsenso di domandarsi perché il Pci ebbe un peso determinante nella sinistra italiana mentre non lo ebbe (o addirittura non esisté) nelle altre democrazie europee.
Perché? Non è una curiosità storiografica poiché la questione ha riverberi sulla nostra attualità. La risposta potrebbe essere questa. Il Pci ebbe gran peso perché la borghesia italiana fu percorsa sempre da tentazioni trasformistiche e/o eversive e non dette mai vita ad una destra liberale di stampo europeo.
Il Partito democratico – così mi sembra – sfida oggi una destra demagogica e interpella quel poco che c’è di autentica borghesia produttiva affinché si schieri con le forze dell’innovazione che uniscono insieme i valori della libertà e dell’eguaglianza.
Dipende da questa borghesia se il partito delle riforme avrà la meglio stimolando anche – se vincerà – la destra a trasformarsi non solo nelle forme ma nella sostanza.
Muore, senz’essere mai nata, la Seconda Repubblica. Lascia uno spaventoso vuoto di legalità, dove è già precipitata la politica e nel quale rischia di inabissarsi l’intera società italiana. In questo clima, e con un contesto così degradato, si corre verso le elezioni anticipate.
È infatti l’intero sistema politico italiano che ha fissato un appuntamento con il viandante solitario: non più con il popolo ma con l’individuo, non più con la classe ma con il lavoratore, non più con l’ideologia ma con il merito personale. È tutto qui il tema della campagna elettorale che comincia oggi: correre da soli. La solitudine rivendicata da Veltroni significa infatti non potersi più nascondere dentro il numero; e mai più mimetizzarsi nella folla che garantisce l’impunità, nella folla dei partiti che è la stessa delle mille curve sud d’Italia.
Ed è la società, prima ancora che il centrosinistra in macerie, ad avere preparato, tra grillismi e antipolitica, tra girotondi e manifestazioni di piazza, tra Porta a Porta e Anni Zero, tra tradimenti e ribaltoni, tra demagogie e caste, l’uscita dal gruppo del solitario in fuga e in salita, perché è tutta in salita la ricostruzione del lessico politico in Italia. È insomma lo Spirito del Tempo a incarnarsi nel leader che deve correre da solo per sfasciare la poltiglia che non permette al paese di essere governato; per emulsionare questa chiazza d’olio di intrighi e di miseria che è diventata la politica; per scuotere la mediocrità dei topi nel formaggio, degli ubriachi che si sorreggono a vicenda, delle mezze figure che in venti non fanno una figura intera.
Correre da soli, dunque. Con l’istinto prima che con la ragione, con il sentimento più che con l’intelligenza, con la fantasia più che con la logica. Nel ciclismo correre da soli è un azzardo, roba da campioni o da ragazzini presuntuosi che a metà percorso spompano, vengono raggiunti dal gruppo, risucchiati e abbandonati senza gloria negli ultimi posti. Nel mondo animale chi corre da solo è la preda che scappa e che soccomberà alla zampata del predatore. Nella letteratura e nel cinema americani corre da solo il cow boy, il giustiziere e il farmer dell’Ovest dove banchieri, avvocati e federali sono come i tanti partiti italiani, imbroglioni e perditempo; corrono da soli Humphrey Bogart in Casablanca, e John Wayne in tutti i suoi film: generosamente risolvono i problemi ma alla fine se ne vanno, vittoriosi e perdenti, lasciando ad altri la terra, le donne, una nuova regola e un nuovo modo di stare al mondo.
Ebbene, nella sfida di Veltroni c’è questo sapore dell’America che è amata a sinistra, quella – diceva Goethe senza contrapporla alla politica italiana – che «non ha i castelli e non ha i basalti», l’idea dell’America politica liscia liscia, bella e diretta, olimpicamente classica, senza le contorsioni inverificabili delle verifiche italiane, degli inciuci, dei trasformismi, dei mercati parlamentari, l’America dove sempre si corre da soli.
È vero che può far sorridere l’inglese abusato di Veltroni, ma lasciamoglielo dire yes we can se dietro questo primo slogan della campagna elettorale si intravede un’idea americana di Italia veloce contrapposta all’Italia barocca e mostruosa delle vecchie coalizioni. È vero che l’inglese di Veltroni a volte sembra quello della pubblicità, don’t touch my Breil, o magari l’insensato life is now. È vero che a volte somiglia a quello dei nostri cosiddetti manager bocconiani, veri cretini cognitivi che dicono background e break even, serendipity e fuzzy come una specie di tributo pagato alla moda più presuntuosa e più insulsa. E però concediamoglielo questo vezzo, facciamogli contrapporre a una lingua politica che è una babele la lingua diretta e moderna che non ha accenti, non ha né sdrucciole né piane. Molto meglio andare avanti con le assonanze, da I care a We can che con le procedure istituzionali ridotte ad apparati cerimoniali; meglio rincorrere una realtà velocissima che ribolle da Kennedy a Hillary ad Obama piuttosto che l’inaderenza cadaverica alla realtà.
Ma, come dicevamo, c’è anche, nella sfida di Veltroni che corre da solo, qualcosa del ciclismo di Pantani, di Coppi e di quei volti tristi come le salite. E c’è l’alone dell’animale sacrificale con il destino segnato dai sondaggi: l’uomo che corre da solo contro Mosé – così lo chiama Maroni – che alla testa di diciotto partiti ci prova per la quinta volta. Si sa che in campagna elettorale nessuno si salva dalla demagogia e dalla retorica, ma la demagogia è un mantello che, con lo spavaldo yes we can di Veltroni, si stringe a sinistra e si allarga a destra.
«La corruzione è il male che affligge ancora la pubblica amministrazione». La Corte dei conti apre col botto l'anno giudiziario 2008. Uno scenario sinistro, dove il malcostume galoppa e lo sviluppo rimane fermo. E' tutto nero su bianco nella relazione del procuratore generale della magistratura contabile, Furio Pasqualucci, secondo cui «profili di patologie» sono evidenti «nel settore dei lavori pubblici e delle pubbliche forniture, nonché nella materia sanitaria». In particolare, aumentano le condanne per danni materiali e per danni all'immagine della pubblica amministrazione a causa del diffuso pagamento di tangenti (per concussione o corruzione) durante la stipula di contratti.
Una lista degli illeciti lunga, lunghissima che il procuratore generale pronuncia sotto gli occhi attenti del presidente della Repubblica Napolitano e del ministro dell'economia Padoa Schioppa. E così si scopre un giro di tangenti che il più delle volte sarebbe diretta conseguenza di «artifici ed irregolarità nella dolosa alterazione di procedure contrattuali», o di «trattamenti preferenziali negli appalti d'opera». Il dato parla da solo: su un totale di 1.905 sentenze di condanna emesse in primo grado nel 2007 dalle sezioni regionali della Corte dei conti per un totale di oltre 92 milioni di euro, l'11,4% ha riguardato danni causati da corruzione, tangenti e concussione. Uno dei casi più eclatanti è stata la condanna da 2,4 milioni di euro per i danni materiali e morali all'Enipower spa.
L'illecito pagamento di prezzi superiori al dovuto, continua il procuratore, viene realizzato anche attraverso «fittizie sovrafatturazioni di lavori pubblici, false attestazioni sull'accelerazione dei lavori con con conseguente erogazione di premi non dovuti e fatturazione di opere in tutto o in parte ineseguite». A questi danni se ne aggiungono altri, causati «dal disinteresse, dall'inerzia e da comportamenti omissivi» da parte di chi, invece, è preposto alle procedure di appalto di opere o all'acquisizione di servizi e forniture che si sono tramutati in «altrettanti atti di citazione in giudizio». Il pg Pasqualucci cita, come esempio lampante, i numerosi casi di «indebita protrazione di procedure di espropriazione» per la realizzazione di opere pubbliche, «di ingiustificata inerzia nell'emanazione di atti nell'ambito del procedimento di appalto di tali opere, con conseguente danno per la nomina di commissario ad acta, di mancata realizzazione di progetti di monitoraggio in settori importanti come quello delle acque».
Il procuratore generale ha anche richiamato l'attenzione sull'alto numero di condanne (13 nel 2007) inflitte all'Italia dalla Corte di giustizia dell'Unione europea per la mancata applicazione delle normative europee in materia di rifiuti. «Le ripetute violazioni di regole comunitarie da parte del nostro Paese - ha detto - è segnale che merita la più attenta considerazione e una assunzione precisa di responsabilità per i notevoli danni, patrimoniali e non, che vengono arrecati all'intera collettività». E non finisce qui. Raddoppiano anche le frodi comunitarie. Nel 2006 si è registrato un forte incremento rispetto all'anno precedente degli importi del bilancio comunitario da recuperare per le irregolarità e frodi accertate di cui il 99,13% relative ai fondi strutturali e lo 0,87% per il Feoga, il Fondo europeo agricolo.
Unica nota positiva: il miglioramento dei conti pubblici. «Particolarmente apprezzabile appare - ha detto il presidente della Corte dei conti, Tullio Lazzaro - il miglioramento dell'avanzo primario, condizione essenziale per rafforzare il processo di riduzione del debito pubblico». Troppo poco però. Intorno, infatti, continua ad esserci solo terra bruciata con «la Repubblica che vive un momento di diffuso malessere e incertezza», la disamina di Lazzaro, secondo il quale occorrerebbe «riconsiderare» alcune scelte per ridare «sistematicità all'insieme degli organismi amministrativi» a tutti i livelli.
Caro Direttore, adesso lo sappiamo. Le elezioni si svolgeranno ancora una volta con la legge che tutti hanno definito una «porcata», per responsabilità soprattutto del centrodestra che a suo tempo la impose, e si è successivamente speso contro il referendum e ogni iniziativa che si proponesse di rispondere alla domanda dei cittadini. Accadrà dunque che il Parlamento sarà così eletto ancora una volta a partire da una legge delegittimata agli occhi dei cittadini e in pendenza del referendum che attende di essere svolto. Rispondendo a questa legge pensata per dividerci l'Unione si è divisa. L'Unione ha deciso in modo concorde la propria discordia cedendo alle illusioni delle identità e ai calcoli delle convenienze di partito. In questo contesto il Pd si presenta ai cittadini come una novità esposta alla tentazione della autosufficienza. A questo punto tornare indietro ci sembra purtroppo impossibile.
Attendiamo tuttavia ancora che qualcuno ci spieghi qual è il motivo che ci costringe ad assecondare questa legge divisiva continuando a dividerci, distruggendo allo stesso tempo il centrosinistra e il bipolarismo in Italia.
Sia consentito agli ulivisti, che da ulivisti si sono riconosciuti dentro il processo costituente del Pd nella candidatura di Rosy Bindi, di ripetere ancora una volta quello che vanno dicendo inascoltati da mesi.
Ricominciamo dall'alleanza dell'Ulivo.
Non è una questione di nomi. Non ci interessa che si chiami Ulivo, l'importante è ricominciare dallo spirito dell'Ulivo. Ricominciamo da un progetto di governo condiviso solo da chi lo condivide, un progetto che esclude solo chi si esclude.
Ricominciamo da un Pd ulivista nella ispirazione e non solo nel simbolo, che si proponga non più come parte contro le altre parti, ma, come dicevamo un tempo, come baricentro, motore, timone dell'alleanza dell'Ulivo e di tutto il centrosinistra. Siamo ancora in tempo. Torniamo allo spirito dell'Ulivo. Ricominciamo da una alleanza ulivista.
Ricominciamo da oggi.
Due frammenti sul destino della nostra storia nei nostri tempi. Uno. Qualche volta anche Omero dormicchia. L'inserto di «Repubblica» sul '68 si apre stralciando un brano di Umberto Eco: «Il Sessantotto è finito, ed è giusto che lo si giudichi storicamente. Il Sessantotto ha prodotto anche il terrorismo...».
Persino Eco, nostro maestro, viene ridotto a quel riflesso condizionato che nel '68 vede per prima cosa le origini del terrorismo.
Ci vuole molta smemoratezza per non ricordarsi che il terrorismo in Italia comincia con Piazza Fontana il 12 dicembre 1969, una strage di stato che non fu certo «prodotta» dal '68, ma semmai contro il '68 e contro l'autunno caldo.
«È giusto chiedersi, anche dal punto di vista storiografico - continua il brano - che cosa ci sia stato nel Sessantotto che ha prodotto, in alcuni che non hanno saputo riaversi dalla sua crisi la scelta terroristica». Va bene. Ma non sarà giusto chiedersi che cosa ci fosse, e che cosa ci sia, nello Stato di allora e di oggi, che ha prodotto quella strage rimossa? E che relazione ci sia fra la stagione iniziata quel giorno a piazza Fontana e le sciagurate scelte di una minoritaria frazione del movimento che cominciò nel '68 e che continuò, e continua, in tante forme che con gli assassini non hanno avuto niente a che fare?
Due. Buone notizie dal Partito Democratico: si sono scordati di mettere la resistenza e l'antifascismo nella carta dei valori del nuovo partito. Secondo alcuni esponenti della nuova formazione politica si è trattato di una «dimenticanza», che a richiesta potrà essere bonariamente sanata con una frase o due, tanto c'è posto per tutti, e nascere sulla dimenticanza è un buon viatico per un partito nuovo. Secondo altri è una cosa logica: un senatore spiega che il PD si fonda sul «presupposto che la storia del '900 è finita, e con lei le sue ideologie: il fascismo oltreché il comunismo». Perciò «l'antifascismo in quanto ideologia politica è anacronistica come il fascismo». L'una e l'altra per noi pari sono.
Il '900 sarà finito, ma se uno va sul sito di Forza Italia trova messaggi che incitano i vertici: «Prendete il potere, anche contro la Costituzione, non parlate più, altrimenti i parassiti cresceranno, agite»; «Ci vogliono le maniere forti altro che le elezioni». L'antifascismo sarà obsoleto, ma il fascismo no: a Roma i fascisti aggrediscono, si prendono la Consulta degli Studenti, si preparano a marciare l'8 febbraio. Piero Terracina, ex deportato di Auschwitz-Birkenau, chiede al Pd una esplicita condanna del fascismo e del nazismo per evitare che «in nome della pacificazione, vittime e carnefici vengano equiparati». Ma che vuole? La Shoah è successa nel '900, è una storia finita, siamo in un altro millennio, tanto vale dimenticarsi anche di quella.
Tre. Un sindacalista della Cisl chiede alla Rai di bloccare il film di Francesca Comencini sulla fabbrica perché gli pare che faccia vedere troppi comunisti. Nel gioco delle obsolescenze, il '900 si porta via l'antifascismo e lascia rifiorire il fascismo; si porta via il comunismo ma l'anticomunismo no. Nello spazio di due giorni, aboliamo dalla memoria tutti quelli - studenti, partigiani, comunisti - che hanno provato a immaginare un mondo diverso. Nell'Unione Sovietica, si cancellavano i gerarchi in disgrazia dalle foto ufficiali. Noi invece celebriamo compunti la Giornata della Memoria. Orwell, al confronto, era un dilettante.
Non è la prima volta che gli italiani e i loro politici, quando arrivano al culmine della scontentezza di sé, guardano oltre le proprie frontiere e credono di trovarvi straordinari modelli di governo o straordinari uomini-guida: da invidiare o corteggiare, adorare e imitare. Oggi sono alcuni nomi che suscitano questi sentimenti d’invidia e adorazione, perché negli animi c’è sete di nomi più che di programmi, di uomini forti più che di istituzioni durevoli. Se solo avessimo un Sarkozy, se solo avessimo Angela Merkel, potremmo curare tanti nostri mali, se non tutti. Potremmo fare come il primo, che ha inventato la parola d’ordine della rottura e le ha dato sostanza aprendo il governo a personalità di valore del campo avversario. Potremmo fare come la seconda, che dal 2005 regna con la socialdemocrazia e ottiene con essa non pochi successi. Zapatero in Spagna non raccoglie consensi unanimi, perché il suo rapporto con la Chiesa è giudicato eterodosso, ma la costante sua tenacia risveglia analoga ammirazione emulativa.
Guardare oltre le proprie frontiere e mettersi alla ricerca di esempi è un’attività che può aiutare, ma a condizione di guardare da vicino i modelli che s’inseguono e di provare a capire come funzionano e perché. È questo sguardo profondo che in Italia manca, non solo a governanti e oppositori ma alla maggior parte dei partiti e a chi nella società civile si occupa della cosa pubblica e l’influenza.
L’attrazione che proviamo verso Sarkozy o la Merkel o Zapatero nasce da un singolarissimo miscuglio di invidia, di esotismo, e di quella che i latini chiamavano incuriositas. L’Italia è enormemente affascinata da quello che accade in Europa, ma a queste realtà esterne non guarda con autentica voglia d’immedesimarsi, con curiosità di sapere e comprendere. L’estero ci ammalia ma in maniera del tutto frivola, approssimativa: lo sforzo di conoscerlo davvero, di accumulare informazioni e fatti, è tanto striminzito perché è al tempo stesso strumentale ed effimero. In queste condizioni gli esempi esterni sono inservibili, così come sono inservibili le discussioni sui sistemi elettorali altrui, di cui abbiamo fatto ormai una marmellata. L’Italia incuriosa non vede e non vuol vedere quel che fa la vera forza di Sarkozy, della Merkel, di Zapatero. Proviamo dunque a esaminare questi idoli, nella speranza che qualche curiosità non frettolosa si accenda.
Sarkozy, innanzitutto. È descritto come un politico dotato di notevoli muscoli: qualcosa che mancherebbe sciaguratamente in Italia. Sarkozy è brillante, attivo, inventivo, e inoltre possiede energie eccezionali e una volontà ferrea. Ma se si osserva da vicino la sua forza, si vedrà che i muscoli in Francia non sono nell’uomo, bensì nelle istituzioni. Naturalmente anche qui c’è impazienza di correggere le istituzioni, per il peso troppo marginale che conferiscono al Parlamento. Anche qui viene criticato un sistema elettorale - il maggioritario a due turni - che ha vistosi difetti: un personaggio centrista come Bayrou, ad esempio, non riesce a trovar spazio anche se molto popolare nei sondaggi. Nonostante questo Sarkozy è oggi un Presidente legittimato, incisivo: se lo è, è perché ha come spina dorsale la Quinta Repubblica, che De Gaulle decise di sostituire nel 1958 al regime instabile dei partiti e ai veti reciproci in Parlamento che caratterizzarono la cosiddetta Quarta Repubblica.
Quel che i francesi hanno, e che gli italiani non hanno, è una memoria vivissima dei propri errori passati: non solo quelli che risalgono alle guerre tra europei, ma quelli commessi nella democrazia postbellica. Le parole che Jean Monnet pronunciò a proposito dell’Europa valgono come regola di vita quotidiana della politica e spiegano anche il nascere della V Repubblica: «L’esperienza di ciascun uomo è qualcosa che sempre ricomincia da capo. Solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e da questa esperienza, da questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole potranno vedere non già come la propria natura cambi, ma come il proprio comportamento si trasformi gradualmente». È soprattutto l’istituzione che assicura il progresso, e che dà efficacia e tempi lunghi alle individualità.
Osservazioni simili si possono fare sulla Grande Coalizione di Angela Merkel: coalizione che nessuno dei protagonisti avrebbe voluto, nel 2005, ma che s’impose perché nessuno dei due aveva in parlamento una maggioranza, neppure d’un voto (con un voto in più sia la Merkel che Schröder avrebbero governato senza esser ritenuti illegittimi: anche questo consentono le regole tramutate in comune patrimonio). Se la Grande Coalizione oggi funziona, se è vissuta come strada impervia ma obbligata e obbligante, è perché in Germania esiste una cultura della stabilità, e un attaccamento a governi forti, le cui radici sono caparbie e resistenti. Anche qui c’è memoria vivissima di errori e peccati commessi in passato, su cui i tedeschi hanno meditato a lungo, producendo la stabilità economica e politica di cui si nutrono. C’è il ricordo di Weimar, con i suoi governi debolissimi e il peso abnorme esercitato da forze extraparlamentari. Ma ci sono anche le colpe accumulate negli anni della Repubblica federale: il dominio e protagonismo di singoli partiti, l’avidità di potere che prevale sugli obblighi di lealtà assunti davanti all’elettore. Sono vizi che sempre incombono, ma che stanno lì nell’animo dei tedeschi come memento non aggirabile.
È interessante osservare quel che sta succedendo dopo le elezioni in Assia e Bassa Sassonia: i democristiani scendono, e ai fianchi della socialdemocrazia si va formando una sinistra radicale che cresce a Est ma anche nei Länder occidentali. I socialdemocratici sono al bivio, e per evitare una grande coalizione devono decidere con chi allearsi (Verdi e Liberali, oppure nuova sinistra). Non si sa cosa accadrà, ma assai significativi sono i ragionamenti che vengono fatti da politici e commentatori. L’alleanza con la sinistra radicale è giudicata alla luce della storia, dunque dell’illiberale Germania comunista. Ma anche l’alleanza dei socialdemocratici con i Liberali crea imbarazzo, urta tabù. I Liberali hanno il diritto di cambiare alleanze, dopo aver promesso agli elettori di non farlo? Questo diritto non ce l’hanno, scrive la Frankfurter Allgemeine, perché «ancora grava su di essi l’etichetta di partito-voltagabbana (Umfallerpartei) attribuito loro nel 1961», quando il partito infranse la promessa di non governare mai più con Adenauer e si decise ad appoggiarlo, avendo ottenuto la garanzia di poterlo sostituire ai comandi dopo un certo tempo. A distanza di ben 47 anni, quel peccato di slealtà elettorale pesa ancora!
Zapatero, infine. Da quando è al potere, il Premier è impegnato in una lotta dura con la Chiesa, anche se più prudente di quel che viene raccontato. Anche qui la memoria conta, è un ingrediente del futuro che il Paese approva dopo il patto dell’oblio voluto da González: una memoria assente nella Chiesa, incapace di analizzare le sue responsabilità ai tempi di Franco, e su cui si fonda la popolarità di cui godono le misure laiche del Premier. Luigi La Spina nella sua inchiesta su La Stampa ha descritto bene la forza del leader spagnolo. Può anche darsi che Zapatero perda le elezioni, il 9 marzo. Ma la laicità non sarà abbandonata, e anche se la destra s’aggrappa alla Conferenza episcopale spagnola, priva com’è di idee e alle prese con una rivoluzione conservatrice americana fallita, «nessuno si sogna di cancellare tutte quelle riforme introdotte da colui che, in Italia, viene dipinto come un pericoloso mangiapreti» (La Stampa, 1 febbraio).
Questi esempi mostrano una realtà diversa da quella usualmente descritta. Non è vero in primo luogo che in Italia c’è un’overdose di commemorazioni: come ha scritto Arrigo Levi, ieri su questo giornale, la memoria è semmai troppo corta, e un futuro diverso è difficile perché abbiamo insufficiente ricordo del passato. La memoria è da noi un rito formale non perché sovrabbondi, ma perché è cagionevole, svogliata, e appunto incuriosa. Non sono solo fascismo e nazismo a insegnare poco. Non insegnano neppure le esperienze di Tangentopoli, i danni causati dall’abitudine così inestirpabile all’illegalità, all’impunità, ai particolarismi, alla violazione della Costituzione. L’Italia «è un Paese senza memoria e verità», diceva Sciascia, e probabilmente è per cominciare a coniugare queste due virtù che una persona come Gherardo Colombo ha deciso nel febbraio 2007 di dimettersi da magistrato e di insegnare ai giovani la cultura della legalità che tanto ci manca. In Italia le colpe antiche e recenti non sono riconosciute come colpe, non c’è stata catarsi d’alcun tipo, e non stupisce dunque che non esista - come afferma Jacques Attali su La Repubblica - il ricambio di generazioni avvenuto altrove. Da errori e colpe si può uscire con l’uomo forte o con istituzioni e regole possenti, capaci di durare più degli uomini e di assorbire cambi di generazione anche bruschi. Imboccare questa seconda via non trasforma certo la natura delle persone ma - Monnet ha ragione - trasforma alla lunga i comportamenti e gradualmente ci darà non uomini forti, ma uomini nuovi.
La settimana si conclude con un netto successo di Berlusconi: si va alle elezioni al più presto. Berlusconi, ha ripetuto, con Veltroni, il giochetto che con la bicamerale aveva fatto con D'Alema: ha avuto da Veltroni la legittimazione a trattare per un leale accordo tra grandi potenze e poi ha fatto lo sgambetto. E, con tutta probabilità, complice di questo gioco la Confindustria di Montezemolo, la quale, dopo essersi fatta apprezzare dal centro-sinistra per la sua resistenza alle elezioni, si è repentinamente schierata a fianco del Cavaliere, dicendo che era impossibile evitare il voto al più presto.
In sostanza il fronte padronale si è ricompattato e sfida un malandato e diviso centro-sinistra al voto, forte (Berlusconi) del fatto che il centro-sinistra è stato già abbandonato dagli alleati di destra (Mastella e Dini) e che le forze della sinistra (si dice radicale) sono mortificate e scontente e soffrono delle pulsioni astensioniste del loro elettorato.
Siamo già al confronto elettorale e lo schieramento di centro-sinistra ci arriva piuttosto malmesso e senza una piattaforma unificante e credibile. In queste condizioni la prospettiva - rebus sic stantibus - è quella di una pesante sconfitta elettorale e di un regime clerico-liberista, come non si è avuto neppure nei momenti di maggior forza della Democrazia cristiana (De Gasperi non era un succubo del Vaticano mentre oggi Ruini e anche Bagnasco sono in cattedra).
Allo stato dei fatti queste prossime elezioni annunciano una vittoria della destra, ripeto, clerico-liberista nei confronti di un centro-sinistra che è sempre più centro e meno sinistra e di una sinistra che però non riesce a liberarsi delle dispute elettorali (quanti parlamentari hai tu e quanti io?) e darsi un programma di rinnovamento sociale e politico e soprattutto culturale. In tutto questo c'è la riprova (e dalle colonne del manifesto possiamo dirlo) della debolezza o inconsistenza di tanti attuali leader che si erano formati nel Pci non tanto per gli obiettivi del comunismo, ma per la subalternità all'Unione sovietica. Per molti di questi attuali dirigenti di sinistra la caduta del muro è stata come la fine del (loro) mondo.
E per venire al punto o, meglio, a una conclusione parziale e provvisoria dobbiamo dirci che da questa crisi non si esce con le astuzie tattiche dei politicanti, ma solo con l'impegno a rinnovare la propria cultura, a fare una seria analisi della società, del lavoro, della mondializzazione. Se ne può uscire solo rendendosi conto che la sovranità del mercato (e poi bisogna vedere di chi) annulla la sovranità della politica e riduce lo stato al ruolo di consiglio d'amministrazione di un condominio.
Siamo alla vigilia di un difficilissimo scontro elettorale, cerchiamo di ritrovare le armi della sinistra, del socialismo e del comunismo. Se vogliamo combattere con le stesse armi di Berlusconi andremo a una sicura sconfitta.
Oggi è il 24 gennaio 2008. Sono passati 4295 giorni dal 21 aprile del 1996, quando i Verdi italiani vinsero le elezioni politiche partecipando nell’alleanza di centrosinistra dell’Ulivo. I Verdi italiani entrarono, quel giorno, primi nella storia d’Europa, nel governo di uno dei grandi paesi del continente. Ho il ricordo preciso e forte di quel giorno, perché ero il leader dei Verdi italiani.
Oggi la lunga alleanza tra la sinistra e la cultura e l’azione degli ecologisti italiani è fallita. Rovinosamente. Sul quadrante costituzionale della conservazione della tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione; su quello delle città storiche; su quello del territorio; su quello dell’inquinamento dell’aria e delle acque e, infine, sui dossier vitali dell’energia e dei rifiuti. Con i Verdi al governo i nostri maggiori problemi ambientali non solo risultano irrisolti, ma si sono aggravati.Nell’alleanza con la sinistra il pensiero ecologista si è rapidamente trasformato in enunciazione dogmatica, abbandonando il metodo problematico degli albori, ricco di ipotesi e di verifiche. Dalla fine degli anni Settanta si è via via mutato in certezze apodittiche e pregiudizi manichei.
Ne sono conferma due crisi in corso: l’agonia della regione Campania per i rifiuti bloccati, e la sterile predicazione ansiogena-ribellistica sulle questioni climatiche ed energetiche. Tutta intrisa, quest’ultima, dalle torbide attese di illimitati finanziamenti, il più delle volte calata con calcolo sull’opinione pubblica evocando scenari cancerogeni per le terrorizzate popolazioni, abusando cinicamente della credulità dei più. Così come si è potuta ritrovare la stessa intenzione nella Conferenza climatica internazionale, convocata in settembre a Roma dal governo italiano, aperta dal ministro dell’ambiente con informazioni scientifiche false sull’aumento di temperature medie in Italia.
Falsità immediatamente smentite dalla comunità scientifica. A partire dal 2007 si è rotto l’incanto: quando in Toscana prima, poi in Umbria, poi a Mantova, poi nell’Agro romano, poi a Roma, poi in Campania, poi in Puglia, è partito l’assalto al territorio di massimo pregio, nei luoghi più integri fino a tempi recentissimi. Molti hanno scoperto l’anno scorso che il potere regionale, provinciale e comunale del centrosinistra si trovava sempre dall’altra parte, con le imprese, con il business immobiliare, contro la tutela e la conservazione del paesaggio e delle città storiche. Da Fiesole al Pincio, da Perugia a Spoleto fino a Ravello, nella divina costiera.
Così nel 2007 sono nati in pochi mesi centinaia di comitati spontanei di cittadini, per lo più elettori di centrosinistra, ferocemente contrapposti ai poteri locali di centrosinistra percepiti come prova del tradimento esercitato dai propri eletti, “Templari del solo Pil”. Altro che “modello Roma”. Contraccolpi, abbandoni, in questi ultimi due mesi, tra i Verdi in Toscana e in Piemonte, per esempio, nel desiderio primario di sottrarsi alla contiguità con i Centri sociali e i partiti neocomunisti. Tentazioni, in Piemonte, Toscana e altrove, di rifondare i Verdi veri. Sgomento tra le associazioni, in particolare le più sensibili alle aree protette e al paesaggio, Italia Nostra, Wwf, Fai, Civita, Comitato per la Bellezza e Associazione Bianchi Bandinelli. Sono uscite dieci giorni fa con un pubblico appello al presidente del Consiglio dei ministri, Romano Prodi, su una intera pagina di La Repubblica: «Sdegnati dall’inarrestabile e avido assalto al territorio del quale siamo impotenti spettatori in ogni regione d’Italia».
Contando, loro, insieme a Salvatore Settis, su «un suo segnale forte, caro presidente». Santa ingenuità. E se il mondo ambientalista meno partitizzato, genericamente e pigramente di sinistra, comincia a interrogarsi se sia il caso di continuare a riservare in esclusiva la propria interlocuzione ai soli legislatori di centrosinistra, affidando loro le proprie antiche speranze, Legambiente, con il suo stile spregiudicato, ha pensato di preparare una posizione più flessibile: ha saltato a piè pari il fosso della autonomia formale dai partiti ed è entrata, in diretta, con gli ultimi suoi due “presidenti nazionali” nella Casamatta del ristrettissimo Esecutivo del Partito democratico. Decisi a realizzare lì, all’interno del partito maggiore del centrosinistra, un approccio duttile, sostituendo di fatto i Verdi in materia, per esempio, di revisione energetica, forse spingendosi fino al nucleare.
Abbandonando in questo modo le pratiche patetiche dei tavoli dell’Associazionismo, che loro sanno essere ormai inascoltato. La sinistra in Italia ha ucciso l’ambientalismo, dopo averlo disarmato, invecchiato, imbolsito con la ripetizione acritica e gli arcaismi. Almeno in due regioni dove la sinistra governa ormai da lungo tempo senza saggezza, si è arrivati con i rifiuti all’antivigilia della rovina che inghiotte Napoli e la Campania. Intendo il Lazio con Roma e in Umbria Terni e Perugia. Si è dunque all’anno zero. Mai la questione ambientale è stata così presente e insieme così negletta. Mai prima la Repubblica si è trovata senza tutela, senza conservazione, con le Sovrintendenze disperse, mortificate, degradate. Mai prima l’Italia è stata così sfigurata, neppure nella concitazione dell’immediato dopoguerra.
Finisce dunque, nel disonore, l’Alleanza innaturale. La sinistra comunista al potere ha provocato il maggior collasso ambientale della storia europea, a cominciare per lunghi decenni con le piogge acide che hanno scortecciato le foreste della Mitteleuropa. I comunisti al potere in Cina, Corea, Vietnam, Cuba, hanno prodotto la maggiore sofferenza ambientale di questi nostri anni contemporanei. Che fare in Italia? Prima di tutto uscire dalla rassegnazione e dare forza e idee nei luoghi nuovi della elaborazione, lì dove da qualche tempo si studia, si ricerca, ci si confronta, a cominciare dalle fondazioni Liberal e Farefuturo. Poi collegare tutte le persone che scrivono e studiano, e che da sole hanno cominciato a controinformare, smascherando le parole malate, le informazioni fraudolente. Infine, non lasciando isolata la recente mobilitazione del cattolici sul tema, come loro lo definiscono, della difesa del Creato. Gli ecologisti liberi da una parte. I professionisti dei raggiri dall’altra.
Quest’articolo è uscito su di un giornale berlusconiano che non è tra le nostre frequentazioni abituali. Ringraziamo chi ce lo ha segnalato perchè insegna molte cose. Intanto, conferma che Ho Chi Min è stato l’apostolo, e l’iniziatore, di quel pauroso degrado del Pianeta Terra di cui cominciamo a vedere le conseguenze. Aspettiamo che Ripa di Meana scopra che le radici teoriche delle attività di distruzione del paesaggio e dell’ambiente sono state poste, nelle carceri che frequentò, da Antonio Gramsci.
Poi, perché spiega bene le ragioni per cui i paesaggi della Toscana siano stati, dal 1945 in poi, degradati in modo scellerato mentre le ridenti campagne della Lombardia e del Veneto sono rimaste intatte e, anzi, rese più verdi, ridenti e boscose di quelle dell’Austria.
Infine perché dimostra, con ricchezza di testimonianze, che l’ambientalismo di Alleanza nazionale (“Farefuturo”) e di Forza Italia (“Liberal”) è degno di fiducia; scopriremo che Franco Nicolazzi è tra i soci fondatori di entrambi, e che le radici furono poste dalla Società Generale Immobiliare negli anni del processo contro l’Espresso di Arrigo Benedetti e le denunce di Manlo Cancogni.
Abbandonando l’ironia, il tentativo della destra italiana (che è quello che è) di utilizzare personaggi dell’ambientalismo dei salotti per acchiappare voti nel bacino dei verdi ci sembra che vada seguito con attenzione. Gli errori della sinistra possono aiutare, certo inconsapevolmente, il lavoro dei Ripa di Meana e dei loro sponsor; può essere che anche sul versante opposto a quello dominato da Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini questo episodio insegni qualcosa di utile.
Molte cose sono cambiate in positivo, in questi anni, sul versante dell'antimafia.
Quel che non cambia o che cambia troppo poco è la politica, o perlomeno certa politica. Preliminarmente vorrei fissare alcuni punti.
Primo punto. Larga parte della politica oggi (anche trasversalmente, purtroppo) considera troppa giustizia e troppa legalità come un fastidio. Gli viene l'orticaria. Non si identifica con l'Italia delle regole quanto piuttosto con l'Italia dei furbi, degli affaristi o degli impuniti.
Secondo punto: io sono assolutamente convinto (non lo dico retoricamente) del primato della politica. Spetta alla politica, soltanto alla politica, operare le scelte di governo nell'interesse - si spera - di tutti. Non spetta a nessun altro, meno che mai ai giudici (la storia del governo dei giudici è bieca propaganda). Ma proprio perché sono seriamente convinto del primato della politica sono altrettanto convinto che la politica questo primato lo deve vivere ed interpretare nella consapevolezza della sua importanza effettiva, non con attenzione alla sola facciata. Allora, se ci sono delle inchieste giudiziarie che rivelano fatti dando indicazioni preziose in tema di corruzione e collusione fra mafia e politica, ecco che la politica dovrebbe - secondo me - esercitare il suo primato intervenendo con nuove leggi, con controlli più adeguati. E invece di tutto questo abbiamo avuto ben poco dal '90 ad oggi. Molte volte invece sembra di avvertire una certa tendenza (trasversale) a mal concepire il primato della politica come pretesa di sottrazione dei politici ai controlli, alla legge che dovrebbe essere uguale per tutti. Ecco allora che la giustizia nel nostro paese non funziona, ma invece di chiedere più giustizia si chiede meno giustizia, tutte le volte che la giustizia incrocia determinati interessi. Ecco allora che alla magistratura si chiede di fare un passo indietro, invece di potenziarne gli strumenti e le possibilità di risolvere - nelle sue competenze istituzionali - questo o quell'altro problema.
Terzo ed ultimo punto preliminare. Usa dire che l'antimafia e l'anticorruzione non portano voti. Non è vero, secondo me, ma sta di fatto che antimafia e anticorruzione nell'agenda politica, quando ci sono, sono in posizioni non primarie. Per quanto riguarda la mafia ciò accade a partire dal 1996, con vari sussulti successivi di tipo emergenziale e quindi effimero. Nel senso che soltanto dopo un fatto clamoroso che ci sveglia, troviamo tempo e modo di occuparci di queste cose, ma con una forte tendenza a dimenticarle presto e rimetterle ai margini dell'agenda.
Allora, se questo è lo scenario di fondo, non stupisce che tanti uomini politici, amministratori, imprenditori, operatori economici, professionisti (con frequente predilezione nel settore della sanità), non stupisce che tanti, troppi soggetti ancora oggi intrattengano rapporti di affari o di scambio con mafiosi o paramafiosi. Ancora oggi, dopo le terribili stragi del 92 e del 93, ancora oggi ci sono personaggi che vivono e operano nel mondo legale, talora con responsabilità istituzionali di altissimo rilievo, che sono disposti a trescare, a trattare con mafiosi o paramafiosi come se nulla fosse, come se fosse cosa assolutamente normale. Questa è una totale vergogna, che dovrebbe fare drizzare i capelli in testa a tutti. Invece quelli che si indignano sono sempre di meno. E chi viene colto con le mani nel sacco può sempre contare sulla solidarietà dei propri capi cordata, sia locali che nazionali. E allora ecco che invece dell'indignazione o della giusta tensione abbiamo la passività e la rassegnazione. Ci si convince che così va il modo, che c'è poco o nulla da fare. La questione morale e la responsabilità politica diventano reperti archeologici. Favole per i gonzi e la mafia obiettivamente e inesorabilmente cresce. Mentre è sempre più difficile agganciare i giovani con discorsi credibili in termini di impegno per la legalità.
Io ho un' impressione, sempre più forte: che la buona politica sia stata soppiantata o rischi di essere sempre più soppiantata da una politica che va facendosi sempre meno compatibile con la verità. Politica e verità stanno imboccando sempre più strade diverse. Una certa politica (oltre ad essere autoreferenziale, oltre a trasformare il confronto in perenne rissa ideologica) costruisce verità virtuali per conservare e consolidare il suo potere. Nasce anche di qui la perenne autoassoluzione di se medesima da parte della politica, anche quando sono evidenti ed indiscutibili clamorose responsabilità, se non giudiziare, certamente politiche. La strada maestra ormai è confondere deliberatamente assoluzione con prescrizione. Non sono la stessa cosa, anche se confonderle ormai è la regola. Se una sentenza - magari una sentenza definitiva di cassazione - elenca come provati e commessi fatti gravissimi (scambi di favori con mafiosi; incontri con boss per discutere di fatti criminali gravissimi, compresi omicidi; senza mai denunziare niente di niente; contribuendo in questo modo ad un sostanziale rafforzamento della organizzazione criminale: il riferimento è al "caso Andreotti"), se tutto questo - in quella sentenza - si dice che è stato commesso fino a una certa data e che costituisce reato, non punibile ancorché commesso sol perché prescritto, questa non è assoluzione! E' un'altra cosa. Confondere la prescrizione di un reato provato come effettivamente commesso con l'assoluzione è prima di tutto un errore tecnico. Ma non solo. E' anche, è soprattutto un grave errore politico. Perché se io dico che c'è stata assoluzione, a fronte di fatti gravissimi accertati in una sentenza, io questi fatti li cancello, io questi fatti li sbianchetto. Ma cancellando questi fatti, io legittimo un certo modo di fare politica, che contempla anche rapporti organici con la mafia. E questo modo di fare politica lo legittimo per il passato, per il presente e anche per il futuro. Tutto ciò è di una gravità inaudita : si cancella il confine tra lecito ed illecito, tra morale ed immorale. Ma se cade questo confine, non c'è convivenza civile al mondo che possa reggere più di tanto. Prima o poi si va a sbattere. Tutti. E tutti ci si può ritrovare sotto un bel cumulo di macerie. Oppure si va alla deriva e si finisce chissà dove. E' l'eclissi della questione morale, quando la questione morale è la premessa fondamentale di ogni buona politica.
E allora si capiscono tante cose, a partire dalla mancanza di continuità. L'antimafia "militare" bene o male ormai procede costante (come prova la sequenza di arresti: da Riina e soci a Provenzano ai Lo Piccolo). Non così l'antimafia che voglia colpire la spina dorsale del potere mafioso, le cosiddette relazioni esterne, le complicità, le collusioni, le coperture. Su questo versante, si riesce a rimanere ad un certo livello - quando lo si raggiunge - per non più di due anni tre anni. Poi stop. Allora si capisce come la nostra antimafia sia quella del giorno dopo: se non succede qualcosa che ci costringe ad intervenire e finalmente ci sveglia dal nostro torpore, non ce ne occupiamo. Allora si capisce perché quel punto nevralgico dell'antimafia che è la gestione efficiente, razionale, incisiva dei beni confiscati ai mafiosi stia subendo -lentamente ma inesorabilmente - vischiosità ed inceppamenti che rischiano di svuotare e rendere sempre meno credibile una delle conquiste più importanti dei nostri tempi. Allora si capiscono le amnesie: per esempio l'anagrafe dei conti bancari, una legge del '93 che non è mai stata attuata. Sterilizzata fino ad oggi, con qualche recentissimo segnale di novità ancora tutto da verificare. Allora si capiscono le gaffes di chi dice che con la mafia bisogna convivere. E magari dice cose che tanti altri pensano anche se lo negano, ma poi le praticano.
E attenzione, che questo quadro insieme comporta delle scelte disastrose. Una recente ricerca della Svimez, e prima ancora una ricerca del Censis, dimostrano lo zavorramento dell'economia delle aree meridionali ad opera delle mafie. Zavorramento che significa 180 mila posti di lavoro perduti ogni anno; zavorramento che significa produzione di ricchezza in meno pari a 7,5 miliardi di euro ogni anno; zavorramento che significa (secondo il Censis) che senza le mafie il PIL pro-capite del mezzogiorno sostanzialmente sarebbe identico a quello del centro-nord. Ma non basta. Il Censis ha anche denunciato che il potere criminale è sempre più potere economico, al punto che sta trasformando radicalmente il mercato e la concorrenza in paraventi, simulacri, scatole vuote. Perché l'imprenditore mafioso - rispetto a quello onesto - gode di vantaggi enormi: capitali a costo zero (il mafioso è ricco di suo, grazie al denaro illecito che continuamente riempie le sue tasche); possibilità, proprio perché già immensamente ricco di suo, di offrire prezzi molto più bassi, non avendo come obiettivo immediato quello del profitto. E infine, se ci sono dei problemi l'imprenditore mafioso, rispetto all'imprenditore normale ha il vantaggio di poterli risolvere - questi problemi - coi sistemi che sono nel suo DNA di mafioso: la corruzione, la suggestione, l'intimidazione e la violenza. Vantaggi che spiazzano ogni concorrente pulito, ne comprimono gli affari o lo espellono dal mercato. Oppure lo spolpano fino a svuotarlo, consentendo ai mafiosi o ai prestanome dei mafiosi di impadronirsi di quelle attività.
Così, il libero mercato e la legale competizione economica diventano scatole sempre più vuote e la situazione è tale che bisogna soltanto sperare che Francesco De Gregori, quando cantava: "legalizzare la mafia sarà la regola del 2000", non fosse - mentre faceva della intelligente ironia - un profeta.
Caro direttore, sono stata una moderata, non certo per la forza della mia passione civile, quanto per i modi in cui ho fatto politica e i luoghi della mia collocazione politica: ho sempre militato nella Dc e di quel partito sono stata a lungo parlamentare.
Mi rivolgo pertanto a quei moderati che hanno a cuore come me le sorti dell’Italia, che rispettano le istituzioni e le regole democratiche e che sovente ho sentito dichiararsi discepoli di Alcide De Gasperi.
Non metto in dubbio la loro buona fede allorché li vedo non solo chiedere a gran voce, con la forza del loro potere di parlamentari, elezioni subito; ma li vedo già scendere in campagna elettorale in un momento tanto delicato, in cui gli stessi presidenti del Senato e della Camera hanno ribadito che questo è il tempo della riflessione, del silenzio, del lavoro del capo dello Stato.
Mi rendo conto – pur con un notevole sforzo di immaginazione e andando contro quello che è il mio modo di intendere la politica e di considerare gli avversari mai nemici e mai indegni di rispetto – che solo il loro desiderio di mettersi al più presto al servizio del Paese, di tornare a governare per "salvare" l’Italia, li abbia portati a brindare in Senato alla fine di un governo, pur sempre eletto democraticamente dalla maggioranza dei cittadini e delle cittadine di cui faccio parte anch’io.
Tuttavia, da moderata e da cattolica – educata negli ideali di Dossetti e di De Gasperi a rispettare, a difendere la laicità dello Stato e a legare strettamente l’onestà dei comportamenti all’operato politico – mi rivolgo ai tanti che ho visto maturare e crescere nelle file del mio partito, e a tutte le donne e agli uomini di buona volontà che vorranno ascoltare le mie parole. E, aggiungo, da partigiana.
Come potrei non fare riferimento a quella mia intensa, dolorosa, forte, esperienza, di giovane staffetta partigiana, in questi giorni del 2008, in cui si celebrano i sessant’anni della nostra Carta Costituzionale? Permettetemi di ricordarvi, quale testimone di quei lontani anni del primo dopoguerra, che rispettare la Costituzione non vuol dire solo rispettarne i contenuti, ma rendere omaggio ai tanti che hanno concorso a elaborarla, a quelle donne e a quegli uomini, quegli italiani, che sacrificarono la loro vita per la democrazia. Vuol dire non dimenticare le tante vittime civili, i tanti giovani e meno giovani morti in una guerra scatenata dalla follia di onnipotenza della Germania di Hitler e delle tante nazioni, tra cui ahimé l’Italia fascista di Mussolini, che combatterono al suo fianco.
Purtroppo ciò che ho visto, ho analizzato, ho capito, durante gli anni del mio lavoro quale presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2 di Licio Gelli, mi spinge a vedere nella attuale crisi politica una grave situazione di emergenza democratica. Mi rendo conto che gli anni di Gelli e dei suoi compagni oggi appaiano lontani, ma quanto lontani?
Ebbene, insisto, e aggiungo che la parte del progetto di Gelli legato al discredito delle istituzioni democratiche, attuato dall’interno delle medesime e dalla loro esasperata conflittualità – che molti ultimi avvenimenti testimoniano – rischia di giungere all’atto conclusivo.
Immaginate quali guasti potrebbe arrecare al tessuto connettivo del nostro Paese una campagna elettorale – e ne abbiamo già visto un anticipo – vissuta all’insegna della selvaggia contrapposizione tra i due poli, della violenza verbale, degli insulti, di altro fango gettato sulle nostre istituzioni.
Anch’io ho vissuto la stagione infelice di tangentopoli, e in quegli anni mi sono battuta a viso scoperto perché non si cadesse nel facile qualunquismo del: così fan tutti.
Vorrei pregare le persone per bene di ribellarsi a questo luogo comune scellerato: chi ha le mani pulite, chi ha la coscienza a posto, pretende, ottiene, i distinguo. Concludo con una frase di Jacques Maritain: «Non si può costruire una democrazia se non c’è amicizia».
I conti pubblici sono a posto, le imprese da due anni «sgavazzano» con la riduzione dell'Irpeg e dell'Irap. Ora doveva essere il turno dei lavoratori dipendenti ai quali - l'aveva promesso Prodi - doveva essere destinato tutto l'extra gettiti, per cercare di recuperare un po' del potere d'acquisto perso negli ultimi anni. Dal 2000 al 2006 - ci ha detto ieri Bankitalia - il reddito netto delle famiglie il cui capofamiglia è lavoratori dipendenti è cresciuto solo dello 0,3%, mentre per i lavoratori autonomi sono stati anni di vacche grassissime: i loro redditi sono aumentati del 13,1%. Ma c'è di più: i dati Bankitalia ci dicono che il 10% dei ricchi posseggono il 45% di tutte le ricchezze nazionali, mentre il «rimanente» 90% si spartisce il 55% e nella ricchezza è compresa anche la casa di proprietà. Forse è giunto il momento di rilanciare l'idea di una imposta patrimoniale per cercare di rendere un po' meno disumano il paese per renderlo un po' meno «stato libero di Bananas».
Dal 2000 al 2006 ci sono stati due avvenimenti particolari: l'arrivo dell'euro e il governo Berlusconi. «Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani», era stato il fortunato slogan di Berlusconi e Tremonti. Purtroppo ai lavoratori dipendenti è stato rubato il portafoglio, mentre a chi non lavora sotto padrone è stato concesso tutto: condoni fiscali tombali, diritto di sfruttare e precarizzare grazie alla legge battezzata Biagi.
Per capirlo basta guardare con attenzione i dati di Bankitalia: negli ultimi due anni i redditi dei lavoratori dipendenti sono cresciuti più di quelli dei lavoratori autonomi. Purtroppo è solo parzialmente vero. Nelle famiglie italiane è cresciuto il numero dei percettori di reddito da lavoro, ma il salario percepito (spesso frutto di abuso di part-time) è stato appena sufficiente a bilanciare l'immobilità dei salari. Quanto ai redditi da lavoro autonomo, Bankitalia fa una ammissione molto onesta: attenti - ci dice - il lavoro autonomo ha varie forme. E così scopriamo che bottegai e artigiani seguitano a spassarsela, mentre altri autonomi vedono il loro reddito diminuire. Il trucco è che non si tratta di veri autonomi, ma di lavoratori atipici il cui numero sta crescendo in maniera esponenziale, direttamente proporzionale al loro basso livello retributivo.
Visco - il ministro più odiato dagli italiani evasori - ha fatto un grande sforzo per stanare chi non pagava le tasse. Un grande sforzo è stato fatto, come negli anni '90, allora per non perdere il treno dell'euro - per sanare i conti pubblici. Il risultato, purtroppo, è negativo: forse il risanamento andava fatto, ma doveva essere accompagnato da una politica di redistribuzione dei redditi ovviamente di segno opposto a quella di classe dei tempi di Berlusconi. Insomma, serviva una politica di rientro più soft e non una politica dei due tempi. Anche perché c'è il rischio che con Berlusconi il secondo tempo si trasformi in un primo tempo bis con nuovi benefici per le imprese (in nome della competitività), riduzioni fiscali spalmate su tutti e lavoro ancora più flessibile e precario.
Basterebbe fare una semplice operazione aritmetica - due più due uguale quattro, ad esempio - per fugare parecchi equivoci sulla caduta di Prodi e vedere l’Italia così come s’accampa davanti a chi sa vedere: nello stesso momento in cui il governo di centro sinistra è sfiduciato in una delle due Camere, l’opposizione che si prepara a tornare al potere fa quadrato attorno a personaggi del ceto politico o dell’amministrazione condannati dalla giustizia: attorno al governatore della Sicilia Cuffaro, condannato a 5 anni per favoreggiamento a mafiosi e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici; attorno a Contrada, condannato definitivamente a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; attorno a chiunque chieda che il politico o l’alto funzionario dello Stato non sia, come ogni cittadino, imputabile quando infrange la legge. Cuffaro ieri si è dimesso ma Casini insiste ad accusare gli «sciacalli» che avrebbero screditato un’onesta persona.
Questa è l’evidenza matematica che abbiamo di fronte: nell’Italia che sta richiamando Berlusconi ai comandi non ci si fida di Prodi ma ci si fida di Cuffaro, di Contrada, di Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e in secondo grado per estorsione aggravata. Non ci si fida di Prodi, ma si fa capire a Mastella che la magistratura, caso mai dovesse giungere a un giudizio negativo sul suo operato in Campania, non avrà l’autonomia per farlo. Quando si parla di tramonto del prodismo e di una scommessa invecchiata e morta conviene tenere a mente questa realtà, limpida e ben visibile. Quel che viene offerto oggi agli italiani non è un nuovo che caccerà il vecchio, non è la fine dello spadroneggiare dei partiti sulla cosa pubblica, come chiesto da tanti cittadini. I partiti tornano a essere decisivi, e sono loro a far quadrato attorno alla presunzione d’impunità che sostituendo la presunzione d’innocenza diverrà il marchio del rinnovamento promesso. Di questa restaurazione Berlusconi è principe, e tutto quel che ha detto nell’ultimo decennio sul teatrino della politica si copre di polvere e frana. Il teatrino è imperante, e quel che vediamo non è quel che appare. Prodi non è riuscito a imporre il nuovo, ma nuovo resta pur sempre quel che ha proposto e tentato. L’aura di novità abbandona Berlusconi e quel che propone è in realtà il vecchio.
Anzi è vecchissimo. Poco prima del voto al Senato, il capo dell’opposizione fece capire che se Prodi avesse ottenuto la fiducia in ambedue le Camere, lui si sarebbe appellato alle Piazze. Bossi ha rincarato la dose assicurando che quelle piazze avrebbero «trovato facilmente le armi», per una rivoluzione. Hanno detto queste cose nell’indifferenza generale: della destra, dei leader di sinistra, di stampa e televisione, delle Istituzioni della Repubblica. Anche questo non è davvero nuovo. Nella storia recente d’Europa c’è memoria viva di tempi simili, quando si pensava che le parole non pesassero e invece pesarono: la Repubblica di Weimar aveva queste caratteristiche, questa violenza linguistica, questi demagoghi. Due più due non ha fatto cinque nella storia passata e non farà cinque neppure in quella che si sta tessendo, opaca ma consequenziale, sotto il nostro sguardo.
La storia presente non è tuttavia fatale, così come non lo è il futuro. A differenza del passato, il futuro che fabbrichiamo oggi è aperto a soluzioni molteplici, è libero. Ed essendo libero consente domande che sono decisive e che dunque vale la pena porsi: sono veramente nuove le politiche proposte da chi affossando Prodi assicura una sorta di palingenesi o comunque un’alternativa migliore? C’è una sinistra, c’è una destra che hanno fatto i conti con l’esperienza di centro sinistra e che avendo fatto tali conti sanno discernere una categoria politica dall’altra, e distinguere quindi tra il ritorno al potere cui anelano e il piano di governo su cui pervicacemente tacciono?
Dicono che il nuovo consiste in modifiche profonde della Costituzione, che diano più poteri all’esecutivo e diminuiscano quello dei partiti. Dicono non senza ragione che il Presidente del consiglio è fallito perché i particolarismi potenti nella maggioranza hanno corroso la sua autorevolezza, il suo governare, il suo desiderio di risanare non solo l’economia ma l’etica pubblica. Ma le forze vincenti sono ben più vecchie dei vecchi impedimenti che hanno reso così difficile il compito di Prodi e che ce l’hanno mostrato negli ultimi venti mesi così solo, come Franca Rame ha scritto con cristallina sconsolatezza sulla Stampa del 25 gennaio: «Prodi, in quel suo governo, di fatto, si è trovato come un condannato agli arresti domiciliari con manco un cane che gli portasse le arance... non l’avete mai considerato? Andavano da lui solo a imporgli, a chiedere e a ricattare. Bella gente!». Questa bella gente gli ha impedito di fare quel che si era ripromesso: una legge sul conflitto d’interessi, una legge che sottraesse le televisioni al dominio dei politici. Questa bella gente ha chiuso e chiude gli occhi davanti alla triplice violazione della Costituzione di cui Berlusconi si è reso colpevole: delegittimazione non solo dell’iniziale voto alle legislative ma anche del voto delle Camere (il ricorso alle piazze in caso di fiducia del Senato vuol dire questo); controllo dei mezzi televisivi da parte di un candidato alla guida del Paese; corruzione dei senatori come appare dalle intercettazioni dei colloqui tra Berlusconi e Saccà, manager della Rai.
I partiti che hanno partecipato all’esperienza Prodi escono particolarmente malconci, perché più d’ogni altro si prestano all’equivoco, scambiando il vecchio per il nuovo. Cosa resta infatti del centro sinistra? Resta lui, Prodi, che si è battuto usando la forza durissima della sua testa («Sembra un ferro da stiro o il muso di un’escavatrice», scrisse Eugenio Scalfari) e che contro praticamente tutti ha deciso di contare i fedeli in Parlamento e dunque di far politica pubblica in pubblico, non nelle segrete dei partiti. Resta un’estrema sinistra, che ha fatto il tentativo di governare contro se stessa, contro il proprio istinto, che ha ripetutamente teso la corda ma sarà influenzata da un esperimento di gestione responsabile che non è stata lei a rompere.
Ma soprattutto resta il Partito democratico, che il nuovo pretende di costruirlo seppellendo l’Unione come fosse un logoro vestito di cui spogliarsi. Per la verità non si sa che partito sia, che programmi di governo abbia, che militanza vanti, che alleati cerchi. Anche in questo caso, è il potere ciò cui sembra aspirare e non il governare, e l’equivoco è esistito in fondo sin dalle primarie del 14 ottobre, che suscitarono l’adesione di più di tre milioni di cittadini ma a questi cittadini non chiarì, per l’occasione, né quale fosse il programma né quale fosse la politica di alleanze. Chiarì che Veltroni sarebbe stato il leader, creò innanzitutto una personalità, alla maniera berlusconiana. Il 19 gennaio, a Orvieto, Veltroni ha poi detto che il suo partito «correrà da solo alle prossime elezioni», e con questo ha di fatto screditato la scommessa di Prodi e dell’Ulivo (2 giorni prima dell’uscita di Mastella dalla maggioranza, 5 prima della caduta di Prodi). Per suggerire che cosa, anch’egli, che non sia il vecchio, e cioè un partito che si presenta alle urne e poi deciderà con chi e con quale programma governerà? In una lettera a Repubblica, il 2 settembre 2006, l’odierno segretario citò Tahar Ben Jelloun: «I nostri passi inventano il sentiero a mano a mano che si va avanti». Il libro da cui sono tratte queste parole è un romanzo, Creatura di sabbia. Ma la politica non è letteratura, e nel libro è scritto anche questo: «Nella vita bisognerebbe poter avere due facce... sarebbe bene averne almeno una di ricambio. Oppure, e questo sarebbe ancora meglio, non avere nessuna faccia, semplicemente... essere solo delle voci.. un po’ come i ciechi». Può darsi che Veltroni ce la faccia, ma grande è il rischio e strana la velleità di sconfitta che lo anima: lui avrà insegnato al partito democratico i vizi della prima repubblica, mentre Berlusconi continuerà a battersi con vaste alleanze tipiche del bipolarismo.
C’è un passaggio nel discorso di Prodi al Senato, che vale la pena rimeditare: «Sarebbe necessario innanzitutto rileggere la nostra Costituzione con lo spirito con cui i padri costituenti la scrissero. Non vi troveremmo, se la rileggessimo così, la debolezza dell’Esecutivo che paralizza chiunque sieda a Palazzo Chigi; non l’ammissibilità di voti di sfiducia individuali nei confronti di singoli ministri; né la prassi delle crisi extraparlamentari; né l’asservimento dell’informazione pubblica al potere politico». È un passaggio che nessuno a sinistra ha fatto proprio, e non stupisce oltre misura. I partiti riprendono il potere, e presentano tutto questo come Nuovo che avanza. Ma i partiti sono come gli Stati nazione: la loro forza sovrana è del tutto fittizia. Un partito che decide di correre da solo e poi di allearsi con chi vuole è un partito in costante metamorfosi coatta, non è sovrano, è più che mai prigioniero delle forze extraparlamentari (mezzi di comunicazione, istituti di sondaggio, potentati non eletti) che hanno voluto la fine di Prodi.
La parola «popolo delle primarie» non significa niente; se non significa nulla non ha poteri. È un’illusoria figura. Immagino che la stragrande maggioranza degli elettori di Veltroni lo sappia: la loro forza, i loro diritti-doveri, il loro peso, sono infinitamente più insignificanti del peso e dei diritti che nei vecchi tempi avevano gli iscritti, figura scomparsa nel vocabolario del Pd. Chi ha forza sono i poteri che perdurano nonostante il voto, sono le Piazze sempre di nuovo invocate, sono gli uomini con capacità di dominio sui telegiornali, e sono, non per ultimi, i politici decisi a riconquistare l’impunità che per un breve lasso di tempo hanno visto minacciata.
il manifesto
Suicidio politico
Gabriele Polo
Romano Prodi è caduto con la stessa ostinata sicurezza con cui aveva brindato in una triste festa notturna di piazza il 10 aprile di due anni fa. Fermo nel voler portare fino in fondo la propria sfida alle leggi della matematica e della politica. Si è presentato al senato sapendo che gli avrebbero sparato addosso e lui ha mostrato il petto lanciando ai suoi cecchini un avvertimento inascoltato: «Dopo di me il diluvio». Avversari vecchi e nuovi gli hanno concesso l'onore delle armi e della coerenza parlamentare. Poi hanno sparato.
Ma la sua ostinazione copre solo in piccola parte il lento ma inesorabile suicidio politico dell'Unione sfociato nella crisi di governo. A spiegarla non basta la debolezza numerica - frutto di una legge elettorale inguardabile - che in questi mesi ha trasformato il senato in una sorta di ring. Né l'eterogeneità della coalizione e nemmeno la vaghezza di un programma troppo generico e al tempo stesso corposo. Su queste radici sono cresciuti due problemi che hanno portato al collasso. In primo luogo il progressivo allontanamento dalle attese degli elettori - badando più agli equilibri interni e alle compatibilità di bilancio. Più che in parlamento Prodi è rimasto solo nel paese: coperto a sinistra dal sacrificio di chi veniva sempre indicato come il possibile «traditore», ha deluso le attese di quella parte dell'elettorato che più di ogni altra chiedeva una svolta dopo il quinquennio berlusconiano. Alla fine è caduto da destra, come era ampiamente prevedibile. In secondo luogo, a destabilizzare un quadro politico diventato la principale se non unica attenzione del premier, è arrivato il parto del Pd, determinando un dualismo di potere che non poteva durare. E così è stato proprio il «suo» partito a togliere il terreno sotto i piedi a Romano Prodi.
Tra le macerie che ora si cercherà di raccogliere in qualche modo per evitare le elezioni anticipate, emerge la sconfitta della sinistra che pagherà i costi più alti di una scommessa perduta: contrattare l'alternativa sociale sul tavolo di governo. Ma si profila anche il sordo rovello del Partito democratico, concepito per vivere al potere e oggi posto di fronte alla scelta tra un'opposizione che non sa più cosa voglia dire e cercare alla sua destra i partner di una futura alleanza. Un bel disastro: complimenti a tutti
la Repubblica
Così muore il centrosinistra
di Ezio Mauro
Nemmeno due anni dopo il voto che ha sconfitto Berlusconi e la sua destra, Romano Prodi deve lasciare Palazzo Chigi e uscire di scena, con il suo governo che si arrende infine al Senato dove Dini e Mastella gli votano contro, dopo una settimana d’agonia. È lo strano – e ingiusto – destino di un uomo politico che per due volte ha battuto Berlusconi, per due volte ha risanato i conti pubblici e per due volte ha dovuto interrompere a metà la sua avventura di governo per lo sfascio della maggioranza che lo aveva scelto come leader. Con Prodi, però, oggi non finisce soltanto una leadership e un governo, ma una cultura politica – il centrosinistra – che tra alti e bassi ha attraversato gli anni più importanti del nostro Paese, segnando la storia repubblicana.
Ciò che è finito davvero, infatti, è l’idea di un’ampia coalizione che raggruppi insieme tutto ciò che è alternativo alla destra, comunque assemblato, e dovunque porti la risultante. Prodi è morto politicamente proprio di questo. È morto a destra, per la vendetta di Mastella e gli interessi di Dini, ma per due anni ha sofferto a sinistra, per gli scarti di Diliberto, Giordano e Pecoraro, soprattutto sulla politica estera. Mentre faceva firmare ai leader alleati un programma faraonico e velleitario di 281 pagine e un impegno di lealtà perfettamente inutile per l’intera legislatura, Prodi coltivava in realtà un’ambizione culturale, prima ancora che politica: quella di tenere insieme le due sinistre italiane (la riformista e la radicale), obbligandole a coniugare giustizia e solidarietà insieme con modernità e innovazione, in un patto con i moderati antiberlusconiani. Quell’ambizione è saltata, o meglio si è tradotta talvolta in politica durante questi due anni, mai in una cultura di governo riconosciuta e riconoscibile.
I risultati positivi di un governo che ha rovesciato il proverbio, razzolando bene mentre continuava a predicare male, non sono riusciti a fare massa, a orientare un’opinione pubblica ostile per paura delle tasse, spaventata dalle risse interne alla maggioranza, disorientata dalla mancanza di un disegno comune capace di indicare una prospettiva, un paesaggio collettivo, una ragione pubblica per ritrovare il senso di comunità, muoversi insieme, condividere un percorso politico. Anche le cose migliori che il governo ha fatto, sono state spezzettate, spolpate e azzannate dal famelico gioco d’interdizione dei partiti, incapaci di far coalizione, di sentirsi maggioranza, di indicare un’Italia diversa dopo i cinque anni berlusconiani: ai cittadini, le politiche di centrosinistra sono arrivate ogni volta svalutate, incerte, contraddittorie e soprattutto depotenziate, come se la rissa interna – che è il risultato di una mancanza di cultura comune – avesse succhiato ogni linfa. Ancor più, avesse succhiato via il senso, il significato delle cose.
Fuori dal recinto tortuoso del governo, la destra non ha fatto molto per riconquistarsi il diritto di governare. Le sue contraddizioni sono tutte aperte, e la crisi della sinistra regala a Berlusconi una leadership interna che i suoi alleati ancora ieri contestavano. Ma la destra, questo è il paradosso al ribasso del 2008, è in qualche modo sintonica e addirittura interprete del sentimento italiano dominante, che è insieme di protesta e di esclusione, forse di secessione individuale dallo Stato, probabilmente di delusione repubblicana, certamente di solitudine civica. Nella grande disconnessione da ogni discorso pubblico, che è la cifra nazionale di questa fase, il nuovo populismo berlusconiano può trovare terreno propizio, perché salta tutte le mediazioni, dà agli individui l’impressione di essere cercati dalla politica e non per una rappresentanza, ma per una sintonia separata con la leadership, una vibrazione, un’adesione, ad uno ad uno. Intorno si è mossa e si muove la gerarchia cattolica, che ormai lascia un’impronta visibile non nel discorso pubblico dov’è la benvenuta, ma sul terreno politico, istituzionale e addirittura parlamentare, dove in una democrazia occidentale dovrebbe valere solo la legge dello Stato e la regola di maggioranza, che è la forma di decisione della democrazia. Un’impronta che sempre più, purtroppo, è quella di un Dio italiano fino ad oggi sconosciuto, che non si preoccupa di parlare all’intero Paese ma conta le sue pecore ad ogni occasione interpretando il confronto come prova di forza – dunque come atto politico –, le rinchiude nel recinto della precettistica e se deve marchiarle, lo fa sul fianco destro.
Un contesto nel quale poteva reggere soltanto una politica in grado di esprimere una cultura moderna, cosciente di sé, risolta, capace di nascere a sinistra e parlare all’intero Paese. Tutto questo è mancato, per ragioni evidenti. La vittoria mutilata del 2006 ha messo subito il governo sulla difensiva, preoccupato di munirsi all’interno, col risultato di una dilatazione abnorme di ministri e sottosegretari. Ma i partiti, mentre si munivano l’uno contro l’altro, si disconnettevano dal Paese. Nel loro mondo chiuso, hanno camminato a passo di veti, minacce e ricatti, indebolendo la figura dello stesso Presidente del Consiglio, costretto a mediare più che a indirizzare. Si sono sentite ogni giorno mille voci, a nome del governo. La voce del centrosinistra è mancata.
Oggi che Mastella ha firmato un contratto con il Cavaliere e Dini ha onorato la cambiale natalizia, risulta evidente che Prodi salta perché è saltato quell’equilibrio che univa i moderati alle due sinistre, e come tale poteva rappresentare la maggioranza dell’Italia contemporanea. Tuttavia, senza il trasformismo (non nuovo: sia Dini che Mastella sono ritornati infine a casa) Prodi non sarebbe caduto. Barcollando, il governo avrebbe ancora potuto andare avanti, e questa è la ragione che ha spinto il premier ad andare al Senato, per mettere in piena luce sia la doppia defezione da destra e verso destra, sia l’assurdità di una legge elettorale che dà allo stesso governo la vittoria alla Camera e la sconfitta al Senato.
Da qui partirà il presidente Napolitano con le consultazioni, nella sua ricerca di consolidare un equilibrio politico e istituzionale che ritrovi un baricentro al sistema e al Paese. Il Capo dello Stato dovrà dunque tentare, col suo buonsenso repubblicano, di correggere queste legge elettorale prima di riportare il Paese al voto. La strada è quella di un governo istituzionale guidato dal presidente del Senato Marini, formato da poche personalità scelte fuori dai partiti, sostenuto dalle forze di buona volontà per giungere al risultato che serve al Paese. Riformare la legge elettorale, e se fosse possibile, riformare anche Camera e Senato, cambiando i regolamenti, riducendo il numero dei parlamentari, correggendo il bicameralismo perfetto. Un governo non a termine, ma di scopo. Che può durare poco, se i partiti sono sinceri nell’impegno e responsabili nelle scelte, col Capo dello Stato garante del percorso e dell’approdo.
Berlusconi è contrario a questa soluzione perché vuole votare al più presto, con i rifiuti per strada a Napoli (altra prova tragica d’impotenza del centrosinistra, locale e nazionale), con piazza San Pietro ancora calda di bandiere papiste, con il volto di Prodi da esibire in campagna elettorale come un avversario già battuto, in più in grado di imbrigliare l’avversario vero, che è da oggi Walter Veltroni.
E qui si apre una partita decisiva, per il Paese che ha bisogno di governabilità, stabilità, di un rapporto sano e corretto tra cittadini, partiti e istituzioni, anche attraverso una legge elettorale che restituisca agli elettori il potere effettivo di scelta, e ristabilisca una relazione di mandato tra gli eletti e gli elettori. Ma la partita è decisiva anche per le sorti della sinistra, che col governo rischia di smarrire se stessa.
Le due sinistre potranno allearsi in futuro, ma oggi con ogni evidenza si separano. Rifondazione vuole riprendere la sua libertà di movimento e col movimento. I riformisti vogliono tentare la sfida del governo, provando a parlare all’intero Paese, attraverso il Partito Democratico che si presenterà da solo alle elezioni, contro Berlusconi. Questa soluzione è l’unica che ha una possibilità espansiva, dall’abisso in cui si trova oggi la sinistra italiana, dopo la sconfitta di Prodi. È una carta che va giocata, che può cambiare da sola il quadro politico, che rappresenta non solo una novità ma una innovazione: ma che nello stesso tempo può essere depotenziata fino alla rovina dalla capacità di conflitto intestino della sinistra italiana, se importerà dentro il Pd le risse di coalizione che hanno distrutto l’Unione e il governo Prodi. Già si vedono le avvisaglie: l’Unione contro la solitudine, l’alleanza contro il leaderismo e infine e soprattutto l’Ulivo contro il Pd, in una contrapposizione che sarebbe distruttiva.
Tocca a Prodi, che tutto il Paese oggi dovrebbe salutare come un galantuomo, comportarsi da leader anche nella sconfitta, aiutando il Pd che ha fondato a rendersi autonomo nelle sue strategie, e a compiere la sua strada e il suo destino. Tocca a Veltroni, in caso di ostacoli da parte dei vecchi potentati, strappare in avanti, rivolgendosi a chi lo ha votato, i cittadini delle primarie. Non c’è altra strada per chi deve prendere atto che il centrosinistra ha fallito, ma pensa che non è il Berlusconi III, quattordici anni dopo, la ricetta contro il declino dell’Italia.
l’Unità
Per futili motivi
di Furio Colombo
Prodi esce dall’Aula con la dignità con cui era entrato mentre un’opposizione volgare e fascistoide esulta come alla fine di una brutta partita. Ma vediamo la storia della giornata dall’inizio.
Alle tre del pomeriggio una folla disorientata attende intorno al Senato di sapere il destino di Prodi. Uno mi dice, senza animosità e senza amicizia: «Io non so chi vince o chi perde, oggi, ma in qualunque caso non vi accorgete che non contate niente? Quelli che contano intanto stanno svuotando le Borse, stanno cambiando i prezzi, raddoppiano il costo delle case. Sono loro che comandano. Sono loro che decidono. Voi, quando va bene, siete come le piante in un corridoio, degli ornamenti, e quando va male, come oggi, vi cambiano».
C’è un po’ di confusione, un po’ di tensione. È impossibile rispondergli. Come fai a dargli torto se illustri notisti politici e addirittura intere compagini editoriali sembrano non avere notato che i conti pubblici sono in ordine e non lo erano, che le entrate fiscali sono robuste, e non lo erano, che contratti come quello dei metalmeccanici che poteva spaccare il Paese, sono stati firmati?
È vero, conta poco la politica senza l’opinione pubblica e conta poco l’opinione pubblica senza la televisione e la stampa. E aiutano poco la televisione e la stampa se diventano, per comodità e per progetto, la casa del conflitto, il luogo di scontro dei politici trasformati in gladiatori invece che il crocevia in cui si incontrano i portatori di opinioni diverse e le spiegano in modo chiaro e senza condurre un continuo gioco al massacro.
Una ragione il mio interlocutore tra la folla intorno al Senato ce l’ha: una brutale tempesta economica, una sorta di si salvi chi può, imperversa nel mondo e sbatte contro le porte dell’edificio Italia.
L’edificio non è così debole, né così indifeso. O almeno, non lo era fino a ieri sera. Un governo, che a volte appare introverso e noioso, non ha mai smesso l’ingrato impegno intrapreso di mettere in ordine la casa dell’economia.
La tempesta che si sta scatenando nel mondo ci avrebbe trovato, almeno, con le porte sorvegliate. C’è differenza fra congiunture difficili e momenti di rischio totale. Il mio interlocutore fuori dal Senato, che ha fatto anche un elenco di nomi di coloro che, in Italia, decidono il nostro futuro invece dei politici, non sa che adesso stanno per avere le mani molto più libere. Le hanno avute per i cinque hanni in cui ha governato Berlusconi e si è ammassato di tutto, dall’immondizia (la crisi inizia proprio nel 2001) al debito, dallo sperpero delle risorse ai condoni fiscali (in modo da avere le entrate tributarie più basse della storia italiana). Ma niente è successo di cui si possa dire: ecco, comincia qualcosa di nuovo.
D’accordo, questo governo è quasi afasico, e in un’epoca in cui le comunicazioni contano al punto da essere continuamente alterate e taroccate, non è un problema da poco. E tuttavia, nonostante il buon lavoro di 20 mesi (vedi il Financial Times e il Wall Street Journal) il governo che ha chiuso il buco e incassato le tasse, sta cadendo.
Una volta entrato nell’aula del Senato mi accorgo, ascoltando, che cade - in un momento molto grave nel mondo - per futili motivi. Fate l'elenco di coloro che fanno mancare il voto al Governo di Prodi e avete una immagine più squallida del non dimenticato evento del 1998, non sto parlando di Calderoli e Castelli. Quella è gente che preannuncia la rivoluzione e fa sapere che sta cercando le armi. Continuiamo pure, per salvare l'immagine del Paese, a far finta di credere che siano compagnoni scherzosi invece di un serio pericolo per le questure. Ma questo è il loro livello e il loro mestiere: una politica che ha le impronte - già debitamente schedate - del deputato Borghezio.
Non sto parlando dei discorsi finto-dolenti e finto-decenti delle varie componenti della Casa delle Libertà che - gira gira - gravitano sempre, tutte, verso il vulcano spento di Berlusconi. Sto parlando dei futili motivi di Mastella che si vendica su Prodi per le presunte offese fatte alla moglie. Sto parlando dei Senatori di Mastella, che litigano a rischio infarto per l'onore della moglie di Mastella, come in un film di Germi.
Sto parlando di Lamberto Dini. Su quale palcoscenico recita? In quale dramma? Con quale ruolo? Per quale pubblico? Quando dice «noi» visto che il suo partito sono tre e uno non lo segue e l'altro non partecipa al voto, di quale «noi» sta parlando? Forse le sue ragioni non sono così futili, ma niente, tranne il no è trapelato del suo discorso, niente è trapelato che si possa eventualmente citare in una nota, carattere corsivo a piè di pagina, in un libro di storia.
Poi c'è lo scampanio della sinistra-sinistra. Impegna il suo prestigio, che non è da poco, nell'accusare come unico vero nemico il Partito democratico. Possibile che persone di grande, indiscutibile esperienza politica guardino il mondo dalla feritoia stretta di una rivalità occasionale, mentre qui cade un governo che sembra «fare poco per il lavoratori» ma - nel drammatico dopo - lascerà un rimarchevole vuoto e un pauroso sbandamento a destra, la destra economica che decide? In una cosa hanno ragione. In tanti - anche nella maggioranza che finisce adesso - hanno lamentato la palla al piede della sinistra, e preannunciato mille volte la caduta del governo per colpa e azione malevola della sinistra. E invece sono sfilati, a uno uno, tutti i «volenterosi» di destra della maggioranza che finisce.
E, a uno a uno, per futili motivi e per non sempre chiare ragioni private, hanno offerto, la loro mano ben tesa a Berlusconi, hanno bruscamente voltato le spalle a chi aveva dato loro uno spazio politico che - spiace per loro - non avranno mai più. Alla fine, nel brutto show, torna a farsi avanti, sia pure con esuberanza un po' consumata, il corpo di ballo della compagnia Berlusconi. Arriva fino al punto da stappare bottiglie in aula come in una festa un po’ volgare delle matricole ricordando sempre che, «prima di tutto viene il rispetto per le istituzioni».
È una replica triste e dobbiamo domandarci che cosa abbiamo fatto per meritarcela. Nota bene. Tutto ciò avviene esattamente come e quando aveva predetto Berlusconi. Bisogna riconoscere un po’ di ragione alla persona che mi ha fermato fuori dal Senato: il potere dei soldi fa miracoli.
colombo_f@posta.senato.it
Che cosa sta facendo precipitare la crisi di governo: la monnezza di Napoli, il caso Mastella, il riproporsi del conflitto fra politica e legalità, l'incidente della visita mancata del papa alla Sapienza col seguito al rialzo dell'Angelus in Piazza San Pietro domenica e del proclama di Bagnasco ieri, l'imprudente annuncio di Walter Veltroni sul Pd che correrà da solo nell'arena elettorale, i contorcimenti ripetuti di Lamberto Dini e compagni, la delusione diffusa per l'azione del governo Prodi, le fotografie impietose dello stato del paese firmate Censis, New York Times, Financial Times? Tutti questi fattori uno dopo l'altro e uno sull'altro, si dirà ed è vero. Ma c'è un massimo comun denominatore fra tutti, ed è il collasso della politica che si è palesato in una settimana di fuoco, fra il conflitto con la magistratura reinnescato dal caso Mastella da un lato e il conflitto con la Chiesa inscenato dall'ondata (e dal senso comune) teocon-teodem dall'altro. La politica collassa in questa doppia morsa. Sull'una e sull'altra, al di là delle apparenti ripetizioni di film già visti, c'è di che riflettere.
Sul versante del duello fra ceto politico e magistratura, che per quanto sembri l'ennesima replica di una soap in onda da quindici anni è arrivato, fra Ceppaloni e Montecitorio, a un livello di drammatizzazione mai visto in precedenza, nemmeno sotto la monarchia di Berlusconi. Mai s'era visto infatti un attacco di tale entità alla magistratura sferrato dal guardasigilli in persona (col plauso dell'aula); e mai la magistratura era apparsa insieme tanto necessaria quanto insufficiente a combattere una corruzione e un malcostume politico che travalicano ogni definizione di reato, e procedono piuttosto da un completo sfarinamento dell'etica pubblica e da un compiuto processo di privatizzazione della politica (l'opposto esatto della politicizzazione del personale predicata qualche decennio fa dal '68 e dal femminismo). Tutto molto simile, ma tutto molto diverso dagli anni Tangentopoli e Mani pulite: spente le speranze palingenetiche (erroneamente) attribuite allora alla «rivoluzione giudiziaria», smentito il tentativo di far accettare alla politica il dispositivo fisiologico del controllo di legalità, svanite le illusioni di rinascita (erroneamente) riposte in una «seconda Repubblica» mai nata, o nata non sul risanamento ma sulla rimozione (e la continuazione) dei guasti della prima.
Sul versante del conflitto con la Chiesa, duello in verità con un unico duellante, dato il pressoché unanime coro di scandalo levatosi a difesa del Pontefice in tutto il mondo politico (cosiddetto) laico. Qui la novità è più consistente, anche se ampiamemente annunciata dagli ultimi anni di iniziativa teocon sempre più aggressiva e lasciata prosperare senza impedimenti, senza antivirus e senza contrasti, fra attacchi all'aborto, alla procreazione assistita e alla ricerca sulle staminali, maledizioni della sessualità «deviante», invocazioni della Verità assoluta. Il salto degli ultimi giorni supera però largamente tutti questi annunci. Non si tratta più infatti di una Chiesa che va alla conquista dell'egemonia sull'etica pubblica presentandosi come unica riserva di senso in un mondo senza bussola. Si tratta di una Chiesa che scende direttamente in campo, con Ratzinger Ruini e Bagnasco, come soggetto dichiaratamente politico che dichiaratamente detta l'agenda politica mobilitando dall'alto le sue divisioni. A spese dell'autorità morale e spirituale che dovrebbe connotare la figura del Pontefice. Se Atene piange, infatti, Sparta non ride. Nella morsa che l'attanaglia la politica perde senso e autonomia, e la religione pure.
Col compiacimento di chi si sente un libero pensatore, Bruno Tabacci scandisce parole grosse, che pochi altri politici possono permettersi: «Confesso che le brutte vicende di questi giorni - i rifiuti campani, la vicenda Mastella, la condanna a Cuffaro - mi hanno messo in una condizione di grande prostrazione. Nella vicenda politica oramai c’è soltanto la violenza delle diverse bande in campo. Comincio a provare disgusto per quel che siamo diventati: l’etica pubblica si disperde, siamo diventati campioni del conflitto di interesse, che esalta il nostro personale contro quello generale». Allievo di Albertino Marcora, già presidente democristiano della Regione Lombardia negli anni della Prima Repubblica, indagato e assolto durante Tangentopoli, da anni Bruno Tabacci vive con indipendenza di giudizio la militanza nell’Udc e nel centrodestra.
Il leader del suo partito, Pier Ferdinando Casini, ha tirato un sospiro di sollievo perché il Governatore di Sicilia Totò Cuffaro non è mafioso e dunque può restare al suo posto dopo una condanna a 5 anni. Lei condivide?
«Non sono d’accordo con la sottovalutazione fatta da Casini. La mia solidarietà umana a Cuffaro è fuori discussione, ma nella mia coscienza emerge un dissenso politico per l’indifferenza con la quale si valutano le sentenze giudiziarie. Qui non stiamo parlando di un divieto di sosta».
Quale il messaggio che viene fuori dalla vicenda?
«Quello della furbizia. Non si può ridurre tutto ad uno scontro tra poteri, nel quale oltretutto non emerge un’autorevolezza della politica, capace di indicare la strada di un rinnovamento anche alla magistratura. Una politica che si erge invece a difesa della casta».
Si obietta, il processo è lungo, fatto di tre gradi...
«Non è la prima volta che si ragiona così. Anche qualche illustre banchiere si è mosso sulla linea dell’irrilevanza della condanna di primo grado. Non è un esempio».
Con questo atteggiamento minimalista, non si alimenta il qualunquismo?
«Esattamente. Così si fa crescere l’antipolitica, non ci si può assolvere da soli in un sistema democratico fondato sulla divisione dei poteri. D’altra parte il giustizialismo e la risposta della piazza all’ebbrezza del sangue e alla decapitazione delle classi dirigenti, lo conosciamo già. Solo una politica alta e credibile può spingere la magistratura a recuperare appieno il senso dello Stato».
Lo spaccato offerto dall’inchiesta Mastella non racconta una politica impicciona sino a diventare soffocante?
«Emerge un quadro nel quale è difficile distinguere tra reato e costume tra fatti penalmente rilevanti e abitudini consolidate. Si staglia la crisi di una politica arrogante che giustifica ogni corporazione e furbizia, il prevalere dell’accaparramento personale sull’etica pubblica. Non sono più le raccomandazioni di Remo Gaspari. La sanità non è per il malato, ma per chi vi opera: la politica vuole controllare la sanità per controllare i bisogni dei cittadini nella debolezza della loro salute e condizionarne le scelte».
Nel Mezzogiorno l’etica pubblica fatica da decenni, ma al Nord la politica è davvero così disinteressata?
«Anche al Nord accadono certe cose e nella stessa Lombardia non è che i Formigoni ci vadano leggeri».
Se lei distingue le fasi del processo, non se la sente di rimproverare il segretario del suo partito, Lorenzo Cesa, o il collega di partito Cosimo Mele che sono ancora «a monte»...
«Non ho lesinato le critiche quando, nel venir meno dell’etica pubblica, poi si giustifica tutto».
Mastella che si è dimesso è meglio di Cuffaro?
«Dopo il suo intervento alla Camera, ho stretto la mano a Mastella e gli ho detto: “Dai subito dimissioni irrevocabili”. Lui mi ha risposto: “Prodi sta...”. E io: “Se pensi di utilizzare l’interesse di Prodi a galleggiare, non arrivi a stasera”. Se pensava di restare, non lo ha fatto e ha dato il segno di come ci si deve comportare in questi casi».
ROMA - «Una palla di neve diventata valanga». Mentre gli ultimi fedeli lasciano piazza San Pietro, Marcello Cini affida a questa immagine l’incipit delle sue parole. A lanciare la "palla di neve" fu lui - professore emerito di Fisica della Sapienza - con la lettera di "indignazione" per la lectio magistralis affidata a Benedetto XVI. Era il 14 novembre. Alla sua protesta si unirono i 67 firmatari del secondo appello al rettore contro "l’incongruo invito".
Ha seguito l’Angelus?
«No, ma mi sembra inaudito il linciaggio che abbiamo subito. Io ho scritto una lettera al rettore in cui sostenevo con molta chiarezza che è inammissibile affidare a un pontefice l’inaugurazione di un anno accademico. Nessuno vuole imbavagliare il Papa, ma il contesto "inaugurazione dell’anno accademico" è incompatibile con l’intervento di un pontefice. È tanto difficile da capire? Io non credo. Mi sembra piuttosto che il sistema politico si sia comportato in maniera ipocrita».
È deluso per il mancato sostegno?
«Presidente della Repubblica, ministro dell’Università, presidente del Consiglio. Tutti ci hanno attaccati. Siamo stati definiti "intolleranti", "cretini", "cattivi maestri", "laici malati" per una lettera al nostro rettore che avevamo tutto il diritto di scrivere e che è stata travisata in modo ignobile. Oggi per tutti noi siamo "quelli che vogliono imbavagliare il Papa"».
Ma perché la palla di neve è diventata valanga?
«Per l’estrema instabilità del teatro politico italiano, che è tutto un annaspare frenetico e caotico. In un sistema complesso e instabile, gesti piccoli e isolati producono conseguenze imprevedibili e sproporzionate. È il famoso battito d’ali di una farfalla che provoca un uragano».
Avete ricevuto messaggi di solidarietà?
«Sì, dalle persone più impensate. È l’unica nostra consolazione. Certo, non siamo arrivati a 200mila simpatizzanti».
Avete in mente iniziative future?
«Io sono un professore in pensione, non ho in mente nulla. Però scriverò una lettera al ministro dell’università Mussi. Per tutta la vita sono stato un uomo di sinistra, e la sua presa di posizione mi ha molto deluso. I miei colleghi pensano a un’iniziativa che riprenda la questione, ma in maniera distesa e pacata. Un’iniziativa di dialogo, invece di accettare questa caccia alle streghe senza reagire».
È probabile che Camillo Ruini, che per molti anni ha presieduto la Conferenza episcopale italiana e ancora influenza la Chiesa nella sua qualità di vicario di Roma, gioirà di quello che oggi potrebbe accadere nella capitale: una moltitudine di cittadini romani e italiani, da lui incitata e inebriata, accorrerà sicuramente all’Angelus, in piazza San Pietro, per ascoltare il Papa e denunciare la persecuzione di cui sarebbe stato vittima. Persecuzione che lo avrebbe indotto a non pronunciare più nell’aula universitaria la prolusione che gli era stata - senza seria preparazione - affidata. Il brutto episodio finirà col trasformarsi in una giornata gloriosa per la Chiesa, questo il giudizio cui sembra esser giunto il cardinale, e il male ancora una volta si muterà provvidenzialmente in bene. Lui stesso s’è espresso in questo modo, venerdì alla televisione, ripetendo quanto già detto il 4 novembre a Aldo Cazzullo sul Corriere. La Chiesa (tali furono le sue parole) è attaccata quando vince: «Constato che quando l’impegno non è coronato da successo, quando la Chiesa “perde”, tutto fila liscio».
Il rifiuto che numerosi scienziati e un gruppo di studenti hanno opposto al Pontefice, la ritirata strategica del Santo Padre: tutto questo non è, per una parte della gerarchia, un episodio increscioso, o come ha detto sull’Avvenire Souad Sbai, in nome dell’Islam italiano anti-integralista, un «giorno di tristezza».
Forse non è del tutto increscioso neppure per il Papa. Al giornalista Rai che l’interrogava, Ruini ha detto: «I rapporti tra Stato italiano e Chiesa possono migliorare, grazie a episodi come questo».
E ha sorriso sibillino, come si rallegrano quei militanti apocalittici che provocano tenebre e caos pensando che solo a queste condizioni rinasca la luce, che incitano a sfasciare (nel linguaggio brigatista si diceva «disarticolare») per generare palingenesi prerivoluzionarie.
La sovversione ha in genere queste proprietà, avverse al filar liscio dei rapporti. Non a caso il sorriso di Ruini si accentua sino a tingersi di scherno, quando respinge l’accusa d’ingerenza nell’agenda politica e chiede - provocatoriamente, accendendo sorrisi complici nel giornalista - se ci sia oggi «qualcuno in Italia, capace di dettare agende politiche». Esiste insomma un modo di raccontare l’episodio della Sapienza, che deforma ogni cosa. Si falsifica quel che accade, si comprime il tempo che viviamo schiacciandolo tutto sul presente e togliendogli ogni profondità. Ci si racconta la storia di una Chiesa perseguitata, prendendo in prestito il linguaggio dell’esperienza ebraica; si denuncia e si irride la stasi della politica. In questo Ruini ha comportamenti sovversivi che singolarmente lo apparentano alla figura di Berlusconi.
Ma è un sovversivo che miete successi, e sono questi ultimi che conviene analizzare. Non è un successo religioso, perché l’indebolirsi delle fedi non si argina riempiendo piazze. Non è neppure in questione la libertà della religione cattolica, perché in Italia essa è garantita e ha un’estensione enorme. Nessuno l’ostacola, tanto meno la censura: se la fede è debole, quando è debole, lo è per cause spirituali o pastorali e non per cause esterne, di potere politico. Solo in Italia questa realtà è obnubilata. È sottratta allo sguardo dei cittadini anche dai commentatori che dovrebbero sapere e che sanno, senza però sentirsi in dovere di aiutare i fedeli a emettere giudizi adulti perché informati.
Quel che molti commentatori o intellettuali nascondono è il divario tra simili realtà e il modo di raccontarle. Il rapporto mimetico del cattolicesimo italiano con l’ebraismo è un non senso, nelle democrazie. Fuori dall’Italia, in Francia o Germania, Spagna o Inghilterra, esiste certo una nuova consapevolezza dell’importanza delle religioni (le parole e le esperienze personali di Sarkozy e Blair lo testimoniano), ma i mutamenti avvengono in contesti radicalmente diversi: in nessuno di questi Paesi la Chiesa ha il peso, il tempo di parola che ha in Italia. Venerdì, su questo giornale, Giacomo Galeazzi ha spiegato bene lo spazio abnorme che le viene dato: da quando è Papa, Benedetto XVI ha avuto un tempo d’antenna superiore a quello del premier e del Capo dello Stato, e appena inferiore a quello di tutti i ministri messi insieme. Non solo: la Chiesa cattolica ha il 99,8% dello spazio dell’informazione religiosa, lasciando briciole a altre fedi. Il vittimismo è storia senza sostanza. La Chiesa italiana non è imbavagliata ma piuttosto sovraesposta. L’idea che esistano comportamenti etici su cui lo Stato non può autonomamente legiferare perché appartenenti alla legge naturale, dunque iscritti dalla mano creatrice di Dio nella stessa natura umana, dunque interpretabili e tutelabili solo dalla Chiesa, è idea diffusa. Chi contesta il diritto della Chiesa a imporre i suoi veti su famiglia, unioni di fatto, aborto, testamento biologico, ricerca biologica, è una minoranza.
È questa situazione che ha finito col generare rabbia gridata, e stupida perché perdente. Ma rabbia che comunque non nasce dal nulla. Ogni evento ha una storia, un tempo lungo in cui è iscritto ed è maturato: ha cause che dispiegano effetti, non è istante che fluttua nell’etere come piuma ed è infilabile in ogni tipo di racconto. Questa verità viene ignorata da parte della gerarchia, ma anche dal Pontefice nell’ultimo incidente italiano. È la verità di una Chiesa italiana che ancora non ha deciso che fare, dopo la perdita della Dc: se schierarsi con la destra o no, se far politica direttamente o privilegiare lo spirituale, il profetico-pastorale. È la verità di un Pontefice che sta mostrandosi incapace di sintesi, di delicatezza istituzionale. Di volta in volta Benedetto XVI aderisce a una corrente o all’altra della gerarchia, senza anticipare proprie soluzioni alte e meno italiane. Un giorno s’infiamma contro il «degrado» di Roma, e ventiquattr’ore dopo descrive una città accogliente e ben governata. Precipitosamente accetta di aprire l’anno accademico, poi rinuncia senza fugare il sospetto che la ritirata sia uno strumento - maneggiato da Ruini - per inasprire le tensioni anziché placarle. La sua opinione politica oscilla, diventa impreparazione, per forza vien chiamata inconsistente.
È un’impreparazione che non solo ignora la dimensione del tempo ma che induce i vertici del Vaticano a sprezzare i significati profondi della laicità, dell’autonomia della politica, dello Stato neutrale. È assurdo doverlo ricordare alla presenza di un cattolicesimo che ha dato all’Europa questa separazione: ma laicità non è pensiero debole, non è visione relativista del mondo, dell’etica. Il laico non è, contrariamente a quello che Marcello Pera ha scritto su questo giornale, «chi non crede o non riesce a credere». Non è neppure chi non riesce a «conferire senso alla vita», a «interpretare il male» perché dotato del lume della ragione e non anche della fede. Il laico è colui che tra Chiesa e Stato sente di dover erigere, come diceva Thomas Jefferson, un alto «muro di separazione»: per proteggere sia la sovranità legiferante del popolo, sia le religioni. Diceva Jefferson che i poteri legislativi del governo «riguardano le azioni, non le opinioni» (Lettera ai Battisti di Danbury, 1802), e di azioni devono ancor oggi occuparsi i governi. La laicità non è un’opinione ma un metodo, uno spazio dove le convinzioni più diverse - anche integraliste - possono incontrarsi senza violenza e senza impedire leggi attente al bene comune. L’autonomia della politica (il «muro» di Jefferson) non appartiene al non cristiano: appartiene a ciascuno. Non esiste una forza esterna allo Stato cui viene delegata la «competenza delle competenze», come la chiama lo storico Giovanni Miccoli, e che può decidere le materie su cui lo Stato può o non può legiferare.
Il muro di Jefferson in Italia è in permanenza fatiscente - anche se esiste nella sua Costituzione - e questo origina cronici disordini e l’alternarsi continuo di ingerenze e di contestazioni anti-papaline. Queste ultime son state definite malate, ma non meno malate son state le ingerenze degli ultimi anni: l’intera spirale necessita guarigione e correzione. Il chiaro muro divisorio non esisteva nemmeno nella Spagna di Franco, nel Portogallo di Salazar, e quella malattia ha prodotto la reazione di Zapatero e le sue misure di riordino e separazione laica.
In Italia siamo a un bivio simile, anche se con impressionante ritardo. È come se nella nostra Chiesa permanesse ancora il modello franchista spagnolo, come se il pensiero di cattolici come Rosmini e Maritain non avesse mai messo radice. Come se non ci fossero stati il Concilio Vaticano II e Paolo VI, difensore della laicità di Maritain contro gli integralisti del Vaticano. Come se fosse ancora vivo e forte il «partito romano» che per decenni, da dentro la Chiesa, cercò di suscitare uno Stato etico cristiano in Italia e mai si conciliò con papa Montini e la Dc autonoma di De Gasperi.
L’episodio della Sapienza non è caduto dal cielo, e non rendersene conto significa che una certa imprudentia politica sta divenendo la caratteristica del Pontefice. Dice ancora Pera che le vecchie regole laiche sono sorpassate, e forse lo pensa anche Benedetto XVI. Sono invece più che mai attuali, in un’Europa dove si è ormai insediato un Islam forte, in espansione. Senza Stato laico, che garantisca cattolici e non cattolici, atei e agnostici, avremmo in Europa guerre di religioni, intolleranze, pogrom. Avremmo catastrofi benefiche solo a chi non sa apprezzare quanto si stia bene, quando «tutto fila liscio».
Seguono, all'articolo di Valentino Parlato , quelli di Eugenio Scalfari, Quanti atei dooevoti nel giardino del Papa, e di Cesare Magris, Chi è laico chi è clericale
il manifesto
Al mercato del Papa
di Valentino Parlato
La giornata di oggi, con l'appello di Ruini ad andare tutti a piazza San Pietro a sostegno del Papa, ci dice - a mio parere - che mai come in questi giorni la politica è caduta in basso. Non siamo più alla pur criticata massima che il fine giustifica i mezzi: il fine è stato degradato a mezzo. Siamo anche a un degrado del pur criticato mercato, che non è più il regolatore del vecchio Smith, bensì anche lui sede e strumento di basse speculazioni.
La storia è quella del Papa che doveva andare all'università e dell'opposizione di una parte del corpo insegnante. Qui comincia la prima speculazione del «pastore tedesco», il quale capisce che avrà più pubblicità non andando. Una sorta di «gran rifiuto». E qui siamo già alla speculazione pura: non contano né la religiosità, né la laicità.
A questo punto il ben noto cardinal Ruini raddoppia: tutti all'Angelus di oggi, domenica, per dimostrare che il Papa è forte e vincerà. Contemporaneamente scatta l'animo speculativo di una parte della sinistra e del cosiddetto partito democratico: bisogna andare per essere con il Papa e acquisire i voti dei cattolici, anche di quelli papalini. E già si annunciano presenze di parlamentari calabresi del Pd e altri ancora: tutti con il Papa per guadagnare i voti dei papalini (siamo sempre in pieno mercato).
Fortunatamente Arturo Parisi e Rosy Bindi (che sono cattolici sul serio) si sono dichiarati contrari (almeno così sembra) alla presenza dei Pd in piazza San Pietro e contrari alla formazione di una componente cattolica del Partito democratico (la lezione è venuta da vecchi democristiani).
Il guaio, meglio il sintomo di una profonda debolezza ideale, è che i più impressionati dal rifiuto di Benedetto XVI sono quelli del Pd, in parte provenienti dallo scomparso Pci. Non c'è solo Livia Turco che va alla veglia di Giuliano Ferrara, ma anche Veltroni e Mussi che si sbracciano a dire che loro il Papa lo amano e lo rispettano e lo avrebbero voluto alla Sapienza.
Oggi vedremo come andrà lo spettacolo in piazza San Pietro. Sicuramente sarà un successo al quale avranno contribuito anche componenti del Pd. Ma un successo di chi e per quale obiettivo?
La risposta è triste: un successo del trasformismo e della conservazione. Un ulteriore degrado della politica, che non ha più finalità grandi, ma è mossa solo dagli interessi particolari (mi dispiace dirlo) dei soci della casta, sempre più separati dalla gente, che - di necessità - butta sul qualunquismo e dà spazio a Beppe Grillo e agli altri.
Ps. Da segnalare che, sempre oggi, domenica, a Milano, in piazza Duomo, ci sarà un maxischermo sul quale, alle ore 12, si potrà vedere e sentire il messaggio di Papa Benedetto XVI. Si tratta di una prima assoluta. Il gonfalone di Milano sarà portato in piazza San Pietro dal sindaco Letizia Moratti. Qualcosa di più?
La Repubblica
Quanti atei devoti nel giardino del papa
di Eugenio Scalfari
NON CI sarebbe, secondo me, alcun bisogno di tornar a scrivere sull’agitato rapporto tra laici e cattolici, tra laicità sana o malata, tra spazio pubblico e spazio privato.
Questi e altri temi strettamente connessi sono infatti della massima importanza per il rafforzamento delle regole di convivenza sociale in uno Stato democratico, ma si evolvono e maturano con il passo lento dei processi storici. È quindi, o almeno così sembra a me, inutile e forse dannoso dibattere quotidianamente temi che sono già chiari alla coscienza di molti anche se le risposte di una società complessa non sono univoche ma plurime.
Capisco la voglia di farle convergere, capisco anche il legittimo desiderio dei credenti e di chi li guida a spingere i non credenti verso le loro convinzioni di fede per guadagnar loro la salvezza, ma capisco meno la petulanza ripetitiva che talvolta accoppia lo slancio missionario con un’attività pedagogica fondata sulla ferma credenza di chi depositario della verità considera come inferiori intellettualmente e spiritualmente quanti dissentono dal suo zelo religioso o ne accettano alcuni principi ispiratori respingendone la precettistica che l’accompagna.
Il dibattito sulla presenza-assenza del Papa all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza ha rinfocolato alcune differenze sui modi di pensare e sui comportamenti pratici che ne derivano.
Il Vicario di Roma, cardinal Camillo Ruini, ha lanciato da giorni l’appello ad un’adunata di massa all’"Angelus" di oggi in piazza San Pietro. L’adunata ha preso inevitabilmente la forma politica che è propria delle manifestazioni di massa, dove è più il numero che la qualità a determinare gli esiti di una politica "muscolare".
Così bisogna di nuovo affrontare quei temi, precisare il significato di gesti e di parole, capire, se possibile, il senso di ciò che accade. La storia dello Stato italiano è fortemente intrecciata con quella della Chiesa. In nessun altro Paese questo intreccio è stato tanto condizionante e la ragione è evidente: siamo il luogo ospitante del Capo della cattolicità. Siamo stati e siamo il "giardino del Papa", ci piaccia o no. Questa condizione ha determinato in larga misura la nostra storia sociale e nazionale. Nel positivo e nel negativo, nelle azioni degli uni e nelle reazioni degli altri. Le persone ragionevoli non dovrebbero mai dimenticare queste condizioni di partenza, ma spesso purtroppo accade il contrario.
* * *
Metto al primo posto del mio ragionare l’incidente della Sapienza. Su di esso si è già espresso il nostro direttore ed io concordo interamente con lui: una laicità malata ha suggerito ad un gruppo di docenti e di studenti comportamenti di contestazione in sé legittimi ma divenuti oggettivamente provocatori. Di qui la necessità di garantire la sicurezza dell’insigne ospite, di qui la possibilità di tumulto tra opposte fazioni, di qui infine il fondato timore che Benedetto XVI dovesse parlare nell’aula magna mentre sotto a quelle finestre i lacrimogeni e i manganelli avrebbero potuto esser necessari: spettacolo certamente insopportabile per il "Pastor Angelicus" che predica pace e carità.
La contestazione "stupida", tuttavia, non è nata dal nulla ed è l’effetto di varie cause, anch’esse ricordate nell’articolo di Ezio Mauro: l’invito incauto del Rettore nel giorno, nell’ora e nel luogo dell’inaugurazione dell’anno accademico. Non dovrebbe essere un evento mondano e mediatico bensì l’indicazione delle linee-guida culturali e dei problemi concreti della docenza e degli studenti.
Il Rettore, evidentemente, ha un altro concetto, voleva l’evento. E l’ha avuto col risultato di dividere l’Università, la società, la cultura, le forze politiche, in una fase estremamente delicata della nostra vita pubblica.
Un esito catastrofico da ogni punto di vista, di cui il Rettore dovrebbe esser consapevole e trarne le conseguenze per quanto lo riguarda. Ci saranno tra breve le elezioni del nuovo Rettore. Quello attuale vinse la precedente tornata per una manciata di voti. Questa volta si presenterà come quello che voleva che il Papa parlasse alla Sapienza e ne è stato impedito. Un "asset" elettorale di notevole effetto.
Mi auguro che il Rettore non se ne renda conto, ma in tal caso la sua intelligenza risulterebbe assai modesta. Se se ne rende conto, il sospetto di un invito con motivazioni elettoralistiche acquisterebbe fondatezza.
Per fugarlo non c’è che un rimedio: protestare la sua ingenuità e non presentarsi in gara. I guelfi e i ghibellini nacquero anche così.
* * *
La risposta della gerarchia, guidata ancora da Ruini, è stata l’adunata di stamattina. Mentre scrivo non so ancora quale sarà l’esito quantitativo ma prevedo una piazza gremita e un mare di folla fino al bordo del Tevere. È un evento da salutare con piena soddisfazione? È una «serena manifestazione di affetto e di preghiera» per testimoniare l’amore dei fedeli al Santo Padre? Certamente è una manifestazione più che legittima.
Certamente le presenze spontanee saranno robustamente rinforzate dalle presenze organizzate, treni e pullman sono stati ampiamente mobilitati senza risparmio di mezzi dal Vicario del Vicario. La motivazione è esplicita: dimostrare al Papa l’amore del suo gregge dopo l’offesa subita.
Se questa non è una motivazione politica domando al Vicario del Vicario che cosa è. Se questo non avrà come effetto di acuire la tensione degli animi, la lacerazione d’un tessuto già usurato e logoro, ne deduco che il Vicario è privo di intelligenza politica. Ma siccome sappiamo che invece ne è ampiamente provvisto, ne consegue che il Vicariato di Roma si prefigge di accrescere la tensione degli animi e di annunciare venuta l’ora di rilanciare il partito guelfo che ha sempre avuto in cuore.
La Segreteria di Stato vaticana è dello stesso avviso? La Chiesa è unanime in questo obiettivo?
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Abbiamo celebrato giovedì scorso in Senato il senatore, lo storico, il fervido credente Pietro Scoppola, da poco scomparso, alla presenza di molti cattolici che hanno condiviso il suo pensiero e la sua fede e si propongono di continuare nell’impegno da lui auspicato.
Scoppola aveva scavato a fondo nella storia dei cattolici italiani e nell’atteggiamento di volta in volta assunto dalla gerarchia e dal magistero papale. Distingueva il popolo di Dio dalla gerarchia; sosteneva che la gerarchia è al servizio del popolo di Dio e non viceversa.
Mi ha fatto molto senso vedere, proprio alla vigilia del mancato intervento del Papa alla Sapienza, la messa celebrata da Benedetto XVI nella Sistina col vecchio rito liturgico rinverdito a testimoniare la curva ad U rispetto al Concilio Vaticano II: il Papa con la schiena rivolta ai fedeli e la messa celebrata in latino.
Qual è il senso di questa scelta regressiva se non quello di ribadire che il mistero della trasformazione del vino e del pane in sangue e carne di Gesù Cristo viene amministrato dal celebrante senza che i fedeli possano seguire con gli occhi e in una lingua sconosciuta ai più? Il senso è chiarissimo: l’intermediazione dei sacerdoti non può essere sorpassata da un rapporto diretto tra i fedeli e Dio. Il laicato cattolico è agli ordini della gerarchia e non viceversa. Lo spazio pubblico è fruito dalla gerarchia e – paradosso dei paradossi – dagli atei devoti che hanno come fine dichiarato quello di utilizzare politicamente la Chiesa.
* * *
Si continua a dire, da parte della gerarchia e degli atei devoti, che i laici-laici (come vengono chiamati i credenti veramente laici e i non credenti che praticano la laicità democratica) vogliono relegare la religione nello spazio privato delle coscienze.
Questa affermazione è falsa. Chi pratica la laicità democratica sostiene che tutte le opinioni dispongono legittimamente di uno spazio pubblico per esporre e sostenere i loro modi di pensare.
La libertà religiosa è una, e direi la più importante, da tutelare sia nel foro della coscienza che in quello pubblico. Non mi pare che difetti quello spazio, mi sembra anzi che la gerarchia lo utilizzi pienamente anche a scapito di altre religioni e massimamente di chi non crede e potrebbe in teoria reclamare uno spazio più confacente.
Ma noi non abbiamo obiettivi di proselitismo. Facciamo, come si dice, quel che riteniamo di dover fare, accada quel che può. Tra l’altro cerchiamo di amare il prossimo e riteniamo che la predicazione evangelica contenga grande ricchezza pastorale quando non venga stravolta in strumento di potere, il che è accaduto purtroppo per gran parte della storia del Cristianesimo da parte non del popolo di Dio ma della gerarchia che l’ha guidato con l’obiettivo del temporalismo e del neo-temporalismo.
La lettura della storia dei Papi insegna molte cose e, quella sì, andrebbe fatta nelle scuole pubbliche. Papa Wojtyla ha chiesto perdono per alcuni di quegli episodi, ma non poteva certo chiederlo per tutti: avrebbe certificato che per secoli e secoli la gerarchia si è messa sul terreno della politica, della guerra ed anche purtroppo della simonia piuttosto che praticare nello specifico il messaggio di pace e di povertà della predicazione evangelica.
* * *
Ci saranno modi e occasioni per riprendere questo discorso che tende a chiarire ciò che non sempre è chiaro.
Mi restano due osservazioni da fare. Giornali di antica tradizione laica sembrano aver perso la bussola e si schierano apertamente accanto agli atei devoti.
Di atei devoti la storia d’Italia è purtroppo gremita.
L’ultimo nella fase dell’Italia monarchica fu Benito Mussolini. In tempi di storia repubblicana gli atei devoti fanno ressa e la faranno anche oggi alle transenne di piazza San Pietro.
Questa prima osservazione mi conduce alla seconda.
L’onorevole Mastella nella sua conferenza stampa di Benevento, mentre gli grandinavano addosso pesanti provvedimenti giudiziari, ha fatto come prima affermazione quella relativa alla sua presenza oggi a piazza San Pietro.
Dopo averla fatta si è guardato fieramente intorno con sguardo lampeggiante e ha scandito: «Io sono con il Papa e andrò a testimoniarlo in piazza».
Ne ha pieno diritto. Personalmente mi auguro che i pretesi reati di Mastella, di sua moglie, del suo clan, si rivelino per una montatura. Ma il problema è sul comportamento politico e morale di Mastella, di sua moglie del suo clan.
Un comportamento clientelare e ricattatorio che non ha scuse di sorta, rappresenta una deviazione molto grave dalla democrazia. Non è assolutamente valida la giustificazione proveniente dal fatto che si tratta di un male diffuso.
Negli stessi giorni della "mastelleide" abbiamo assistito anche alla "cuffareide": il popolo non di Dio ma di Totò Cuffaro si è radunato in preghiera nelle chiese della Sicilia; il "governatore" ha pianto di gioia e si è fatto il segno della croce quando ha ascoltato la lettura della sentenza dalla quale è stato condannato a cinque anni di reclusione (che non farà) e all’interdizione dai pubblici uffici che non rispetterà.
Il capo del suo partito, Casini, e il capo della coalizione di centrodestra, Berlusconi, si sono immediatamente complimentati con lui.
Che cos’ha di cattolico il comportamento di Clemente Mastella e di Totò Cuffaro? Nulla. Anzi è il contrario dello spirito cristiano.
Fossi nei panni del Vicario del Vicario farei discretamente e con mitezza sapere a Mastella, a Cuffaro, a Berlusconi, a Casini, che i loro comportamenti sono a dir poco imbarazzanti per la Chiesa e forse farebbero bene a non presenziare manifestazioni di testimonianza cristiana. Ma se poi si venisse a sapere che anche Camillo Ruini è un ateo devoto? Del resto sarebbe l’ultimo in ordine di tempo di un’interminabile sfilata di papi, cardinali, vescovi, abati, che tradirono – devotamente – il messaggio celeste del Figlio dell’uomo, da essi rappresentato.
Corriere della sera
Chi e’ laico chi e’ clericale
di Claudio Magris
Quando, all’università, con alcuni amici studiavamo tedesco, lingua allora non molto diffusa, e alcuni compagni che l’ignoravano ci chiedevano di insegnar loro qualche dolce parolina romantica con cui attaccar bottone alle ragazze tedesche che venivano in Italia, noi suggerivamo loro un paio di termini tutt’altro che galanti e piuttosto irriferibili, con le immaginabili conseguenze sui loro approcci. Questa goliardata, stupidotta come tutte le goliardate, conteneva in sé il dramma della Torre di Babele: quando gli uomini parlano senza capirsi e credono di dire una cosa usando una parola che ne indica una opposta, nascono equivoci, talora drammatici sino alla violenza. Nel penoso autogol in cui si è risolta la gazzarra contro l’invito del Papa all’università di Roma, l’elemento più pacchiano è stato, per l’ennesima volta, l’uso scorretto, distorto e capovolto del termine «laico», che può giustificare un ennesimo, nel mio caso ripetitivo, tentativo di chiarirne il significato. Laico non vuol dire affatto, come ignorantemente si ripete, l’opposto di credente (o di cattolico) e non indica, di per sé, né un credente né un ateo né un agnostico. Laicità non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede, a prescindere dall’adesione o meno a tale fede; di distinguere le sfere e gli ambiti delle diverse competenze, in primo luogo quelle della Chiesa e quelle dello Stato.
La laicità non si identifica con alcun credo, con alcuna filosofia o ideologia, ma è l’attitudine ad articolare il proprio pensiero (ateo, religioso, idealista, marxista) secondo principi logici che non possono essere condizionati, nella coerenza del loro procedere, da nessuna fede, da nessun pathos del cuore, perché in tal caso si cade in un pasticcio, sempre oscurantista. La cultura — anche cattolica — se è tale è sempre laica, così come la logica — di San Tommaso o di un pensatore ateo — non può non affidarsi a criteri di razionalità e la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un Santo della Chiesa, deve obbedire alle leggi della matematica e non al catechismo.
Una visione religiosa può muovere l’animo a creare una società più giusta, ma il laico sa che essa non può certo tradursi immediatamente in articoli di legge, come vogliono gli aberranti fondamentalisti di ogni specie. Laico è chi conosce il rapporto ma soprattutto la differenza tra il quinto comandamento, che ingiunge di non ammazzare, e l’articolo del codice penale che punisce l’omicidio. Laico — lo diceva Norberto Bobbio, forse il più grande dei laici italiani — è chi si appassiona ai propri «valori caldi» (amore, amicizia, poesia, fede, generoso progetto politico) ma difende i «valori freddi» (la legge, la democrazia, le regole del gioco politico) che soli permettono a tutti di coltivare i propri valori caldi. Un altro grande laico è stato Arturo Carlo Jemolo, maestro di diritto e libertà, cattolico fervente e religiosissimo, difensore strenuo della distinzione fra Stato e Chiesa e duro avversario dell’inaccettabile finanziamento pubblico alla scuola privata — cattolica, ebraica, islamica o domani magari razzista, se alcuni genitori pretenderanno di educare i loro figli in tale credo delirante.
Laicità significa tolleranza, dubbio rivolto anche alle proprie certezze, capacità di credere fortemente in alcuni valori sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili; di non confondere il pensiero e l’autentico sentimento con la convinzione fanatica e con le viscerali reazioni emotive; di ridere e sorridere anche di ciò che si ama e si continua ad amare; di essere liberi dall’idolatria e dalla dissacrazione, entrambe servili e coatte. Il fondamentalismo intollerante può essere clericale (come lo è stato tante volte, anche con feroce violenza, nei secoli e continua talora, anche se più blandamente, ad esserlo) o faziosamente laicista, altrettanto antilaico.
I bacchettoni che si scandalizzano dei nudisti sono altrettanto poco laici quanto quei nudisti che, anziché spogliarsi legittimamente per il piacere di prendere il sole, lo fanno con l’enfatica presunzione di battersi contro la repressione, di sentirsi piccoli Galilei davanti all’Inquisizione, mai contenti finché qualche tonto prete non cominci a blaterare contro di loro.
Un laico avrebbe diritto di diffidare formalmente la cagnara svoltasi alla Sapienza dal fregiarsi dell’appellativo «laico». È lecito a ciascuno criticare il senato accademico, dire che poteva fare anche scelte migliori: invitare ad esempio il Dalai Lama o Jamaica Kincaid, la grande scrittrice nera di Antigua, ma è al senato, eletto secondo le regole accademiche, che spettava decidere; si possono criticare le sue scelte, come io criticavo le scelte inqualificabili del governo Berlusconi, ma senza pretendere di impedirgliele, visto che purtroppo era stato eletto secondo le regole della democrazia.
Si è detto, in un dibattito televisivo, che il Papa non doveva parlare in quanto la Chiesa si affida a un’altra procedura di percorso e di ricerca rispetto a quella della ricerca scientifica, di cui l’università è tempio. Ma non si trattava di istituire una cattedra di Paleontologia cattolica, ovviamente una scemenza perché la paleontologia non è né atea né cattolica o luterana, bensì di ascoltare un discorso, il quale — a seconda del suo livello intellettuale e culturale, che non si poteva giudicare prima di averlo letto o sentito — poteva arricchire di poco, di molto, di moltissimo o di nulla (come tanti discorsi tenuti all’inaugurazione di anni accademici) l’uditorio. Del resto, se si fosse invitato invece il Dalai Lama — contro il quale giustamente nessuno ha né avrebbe sollevato obiezioni, che è giustamente visto con simpatia e stima per le sue opere, alcune delle quali ho letto con grande profitto — anch’egli avrebbe tenuto un discorso ispirato a una logica diversa da quella della ricerca scientifica occidentale.
Ma anche a questo proposito il laico sente sorgere qualche dubbio. Così come il Vangelo non è il solo testo religioso dell’umanità, ma ci sono pure il Corano, il Dhammapada buddhista e la Bhagavadgita induista, anche la scienza ha metodologie diverse. C’è la fisica e c’è la letteratura, che è pure oggetto di scienza — Literaturwissenschaft , scienza della letteratura, dicono i tedeschi — e la cui indagine si affida ad altri metodi, non necessariamente meno rigorosi ma diversi; la razionalità che presiede all’interpretazione di una poesia di Leopardi è diversa da quella che regola la dimostrazione di un teorema matematico o l’analisi di un periodo o di un fenomeno storico. E all’università si studiano appunto fisica, letteratura, storia e così via. Anche alcuni grandi filosofi hanno insegnato all’università, proponendo la loro concezione filosofica pure a studenti di altre convinzioni; non per questo è stata loro tolta la parola.
Non è il cosa, è il come che fa la musica e anche la libertà e razionalità dell’insegnamento. Ognuno di noi, volente o nolente, anche e soprattutto quando insegna, propone una sua verità, una sua visione delle cose. Come ha scritto un genio laico quale Max Weber, tutto dipende da come presenta la sua verità: è un laico se sa farlo mettendosi in gioco, distinguendo ciò che deriva da dimostrazione o da esperienza verificabile da ciò che è invece solo illazione ancorché convincente, mettendo le carte in tavola, ossia dichiarando a priori le sue convinzioni, scientifiche e filosofiche, affinché gli altri sappiano che forse esse possono influenzare pure inconsciamente la sua ricerca, anche se egli onestamente fa di tutto per evitarlo. Mettere sul tavolo, con questo spirito, un’esperienza e una riflessione teologica può essere un grande arricchimento. Se, invece, si affermano arrogantemente verità date una volta per tutte, si è intolleranti totalitari, clericali.
Non conta se il discorso di Benedetto XVI letto alla Sapienza sia creativo e stimolante oppure rigidamente ingessato oppure — come accade in circostanze ufficiali e retoriche quali le inaugurazioni accademiche — dotto, beneducato e scialbo. So solo che — una volta deciso da chi ne aveva legittimamente la facoltà di invitarlo — un laico poteva anche preferire di andare quel giorno a spasso piuttosto che all’inaugurazione dell’anno accademico (come io ho fatto quasi sempre, ma non per contestare gli oratori), ma non di respingere il discorso prima di ascoltarlo.
Nei confronti di Benedetto XVI è scattato infatti un pregiudizio, assai poco scientifico. Si è detto che è inaccettabile l’opposizione della dottrina cattolica alle teorie di Darwin. Sto dalla parte di Darwin (le cui scoperte si pongono su un altro piano rispetto alla fede) e non di chi lo vorrebbe mettere al bando, come tentò un ministro del precedente governo, anche se la contrapposizione fra creazionismo e teoria della selezione non è più posta in termini rozzi e molte voci della Chiesa, in nome di una concezione del creazionismo più credibile e meno mitica, non sono più su quelle posizioni antidarwiniane. Ma Benedetto Croce criticò Darwin in modo molto più grossolano, rifiutando quella che gli pareva una riduzione dello studio dell’umanità alla zoologia e non essendo peraltro in grado, diversamente dalla Chiesa, di offrire una risposta alternativa alle domande sull’origine dell’uomo, pur sapendo che il Pitecantropo era diverso da suo zio filosofo Bertrando Spaventa. Anche alla matematica negava dignità di scienza, definendola «pseudoconcetto». Se l’invitato fosse stato Benedetto Croce, grande filosofo anche se più antiscientista di Benedetto XVI, si sarebbe fatto altrettanto baccano? Perché si fischia il Papa quando nega il matrimonio degli omosessuali e non si fischiano le ambasciate di quei Paesi arabi, filo- o anti-occidentali, in cui si decapitano gli omosessuali e si lapidano le donne incinte fuori dal matrimonio?
In quella trasmissione televisiva Pannella, oltre ad aver infelicemente accostato i professori protestatari della Sapienza ai professori che rifiutarono il giuramento fascista perdendo la cattedra, il posto e lo stipendio, ha fatto una giusta osservazione, denunciando ingerenze della Chiesa e la frequente supina sudditanza da parte dello Stato e degli organi di informazione nei loro riguardi. Se questo è vero, ed in parte è certo vero, è da laici adoperarsi per combattere quest’ingerenza, per dare alle altre confessioni religiose il pieno diritto all’espressione, per respingere ogni invadenza clericale, insomma per dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, principio laico che, come è noto, è proclamato nel Vangelo.
Ma questa doverosa battaglia per la laicità dello Stato non autorizza l’intolleranza in altra sede, come è accaduto alla Sapienza; se il mio vicino fa schiamazzi notturni, posso denunciarlo, ma non ammaccargli per rivalsa l’automobile.
Una cosa, in tutta questa vicenda balorda, è preoccupante per chi teme la regressione politica del Paese, i rigurgiti clericali e il possibile ritorno del devastante governo precedente. È preoccupante vedere come persone e forze che si dicono e certo si sentono sinceramente democratiche e dovrebbero dunque razionalmente operare tenendo presente la gravità della situazione politica e il pericolo di una regressione, sembrano colte da una febbre autodistruttiva, da un’allegra irresponsabilità, da una spensierata vocazione a una disastrosa sconfitta.
L'immagine nell'articolo di Margris è: Masaccio, Pagamento del Tributo (1424-25 circa), Cappella Brancacci, Chiesa del Carmine, Firenze
«Quello che mi indigna un po', francamente, è questa pressoché unanime valanga che si sta rovesciando - oltre che su di me - sui firmatari dell'appello, sugli studenti che hanno reagito da studenti, in un unico blocco di violenti, intolleranti che hanno impedito al papa di venire alla Sapienza a parlare. Io rispondo per quanto mi riguarda, perché la mia è stata un'iniziativa personale - con una lettera scritta il 14 novembre su il manifesto - in cui mi rivolgevo al mio lettore.
E lo criticavo anche aspramente perché vedevo nell'invito a inaugurare l'anno accademico della Sapienza (di questo si trattava, anche se prima come lectio magistralis, poi camuffata all'italiana con un intervento nello stesso giorno, comunque)».
Il giorno dopo il «gran rifiuto», Marcello Cini è amareggiato. Ma non contrito. Contesta il modo in cui quasi tutti i media hanno costruito il mancato evento e le ragioni sue e dei firmatari della lettera al rettore della Sapienza. «La sostanza era l'invito al papa a inaugurare l'anno accademico. A questa proposta io ho reagito, e reagirei ancora oggi, per due ragioni. La prima è di tipo formale, ma essenziale. L'inaugurazione dell'anno accademico è un atto pubblico, forse il più importante, che riafferma la natura e la funzione dell'università come istituzione di crescita della conoscenza, di formazione della cultura al più alto livello, di uno stato laico, democratico, moderno, sui principi della Rivoluzione francese, dell'illuminismo e della modernità. Un atto importante - un rito se si vuole - che riafferma il modo in cui è organizzato questo processo di crescita e trasmissione della conoscenza alle giovani generazioni. Invitare al centro di questo rito laico un'autorità come il papa è di fatto una contraddizione in termini, non può che generare conflitto. Il papa è a capo di un'istituzione come la Chiesa cattolica, fondata su pricipi totalmente diversi - come il carattere gerarchico-autoritario, detentore di una verità assoluta proveniente direttamente da dio, quindi dalla trascendenza. Si fonda perciò su criteri di verità, metodologici e epistemologici, completamente diversi. È questo contesto che non si vuol capire. Ossia la coesistenza e il conflitto tra due istituzioni di natura diversa e fondate su principi in antitesi fra loro».
Un conflitto istituzionale che non implica affatto «censura», ma rispetto della diversità degli ambiti. «Ciò non vuol dire che il papa, come professor Ratzinger, non sia un professore universitario, un intellettuale fine, colto, ecc. Ma la confusione tra queste due figure che coesistono entro la stessa persona, ha permesso di generare - per esempio in occasione dell'invito a Ratisbona - un'interpretazione del suo discorso come una presa di posizione contro l'Islam, con tutte le polemiche che ne sono seguite».
Luogo e occasione, insomma, con parecchie riserve su come è stata realizzata l'idea della visita papale. «Non sarebbe successo nulla se il rettore e il Vaticano avessero semplicemente spostato la visita in un'altra data. Anche altri papi l'hanno fatto, esponendo il proprio punto di vista. Nei contenuti sarebbe stato poi approvato, obiettato, contestato, ecc».
Molte distinzioni «istituzionali» sembrano svanire nel dimenticatoio...
«Tutto questo si colloca in un contesto in cui questo papato - in particolare nel nostro paese - sta perseguendo una politica concreta tesa a sgretolare sempre di più la separazione tra Stato e Chiesa, tra repubblica italiana e clero. Questo ha creato una situazione in cui una presa di posizione legittima - un professore che si rivolge pubblicamente al proprio rettore - e fondata sulla separazione delle sfere di competenza, viene classificata, bollata e demonizzata come un'intolleranza da parte mia, dei miei colleghi e degli studenti. L'intolleranza quotidiana è quella che arriva alle telefonate del cardinal Bertone ai deputati italiani di stretta osservanza cattolica perché non votino certe leggi».
Sembra una scena da favola di Esopo (la volpe che accusa l'agnello)...
«Se questa reazione è un'intolleranza o un 'divieto di parlare', siamo a un tale stravolgimento della realtà dei fatti che, da un lato, non può che indignarmi; dall'altro - vedendo che tutta la sinistra e il centrosinistra si accoda a questa mistificazione - deprimermi profondamente. C'è un'incapacità di reagire a questo pensiero unico per cui il depositario dei valori è la religione e i laici non hanno valori. Per acquietare le coscienze e orientarsi sul senso della vita, sul lecito e il non lecito, su tutte queste cose l'unico riferimento ritorna a essere la religione. È colpa nostra».
Due giorni fa Joseph Ratzinger ha celebrato la messa nella cappella Sistina dando le spalle ai fedeli. Liturgia che il Vaticano II aveva sostituito con la celebrazione faccia a faccia perché non fosse un dialogo del sacerdote con dio, e i fedeli dietro, ma una celebrazione in comune. Ora si ritorna indietro. Da quando è papa ha riaperto ai lefebvriani, ha chiuso con il dialogo ecumenico all'interno stesso dell'area cristiana, ha negato nel non casuale lapsus culturale a Ratisbona, qualsiasi spiritualità all'islam, ha messo un alt all'avanzata di un sacerdozio femminile, ha ribadito l'obbligo del celibato per i sacerdoti, ha negato i sacramenti ai divorziati che si risposino, ha respinto nelle tenebre gli omosessuali, ha condannato non solo aborto e eutanasia, ma ogni forma di fecondazione assistita, ha interdetto la ricerca sugli embrioni, intervenendo ogni giorno direttamente o tramite i vescovi sulle politiche dello stato italiano. Tra un po' risaremo al Sillabo.
Sono scelte meditate, che significano un passo indietro rispetto al Concilio Vaticano II, che era stato un aprire le braccia all'intera comunità cristiana e oltre, a quel più vasto «popolo di dio» che era costituito, per il clero più illuminato, anche dai laici. Insomma, come Cristo la chiesa ridiscendeva fra la gente, e non saliva obbligatoriamente con lui sulla croce. Era stato Giovanni XXIII - un papa che non vantava grandi meriti teologici - a guardare con generosità alla crisi del cattolicesimo nel mondo moderno e a riaprirne i varchi. E ne venne un grande fervore, la crisi parve per breve tempo sciogliersi negli anni Sessanta. Ora si incancrenisce di nuovo basta leggere le preoccupate informazioni di Filippo Gentiloni sul posto che ha oggi la pratica del cattolicesimo fra gli italiani, e la crisi delle vocazioni che ne consegue.
E' con questo papa che l'intera sfera politica italiana, da destra a sinistra, a eccezione dei radicali, dialoga e compone, cedendo ogni giorno qualcosa di più. Già aveva cominciato Luigi Berlinguer a eludere il divieto costituzionale finanziando le scuole confessionali ma, se era una concessione, almeno non era il consenso a una perpetua interferenza. Che si è andata invece accentuando con Karol Woityla, dovunque le scelte politiche sfiorino il terreno della coscienza. Come se questa fosse dominio riservato alla religione, e perdipiù cattolica, e una coscienza laica non esistesse, o fosse di ordine inferiore.
Così ieri Giovanni Paolo II è stato invitato in quella sede eminentemente politica che è il Parlamento, cosa che ad Alcide de Gasperi non sarebbe mai venuta in mente e oggi Walter Veltroni trova che, Roma essendo sede del seggio pontificio, non è il caso di celebrarvi le unioni civili fra persone del medesimo sesso, e speriamo che non trovi maleducato continuare a celebrare quelle fra sessi diversi, ma maleducatamente civili. E l'università della capitale, dimentica che negli atenei nessuna autorità estranea, neppure i tedeschi occupanti aveva mai messo piede, invita Ratzinger - che ieri ha saggiamente rinunciato - a elargirle non so se parole o benedizioni, qualcuno sostenendo che sarebbe un sommo teologo l'autore delle due modeste encicliche su carità (o amore depurato da ogni eros) e speranza (nella salvezza), e d'un libro su Cristo che non ha fatto palpitare. Che la destra vaticana voglia la riconquista dello stato si capisce. Che questo le spalanchi le porte no. Inviterei Veltroni e la costituente del Pd a rileggere il dibattito del 1905 sulla separazione fra stato e chiesa. In essa Jaurès argomentava come essa costituisca la sola garanzia di libertà per l'uno e per l'altra. O in una democrazia postmoderna, postcomunista, riformista è più trend ispirarsi all'Opus Dei della signora Binetti?
Michele Serra
Rifiuti, ancora roghi e scontri. La Ue minaccia sanzioni
la Repubblica, 3 gennaio 2008
Una comunità che sprofonda e soffoca nei propri escrementi: difficile immaginare un’allegoria più devastante, quasi dantesca nella sua potenza punitiva. Le immagini infernali (e annose) di Napoli e parte della Campania che cercano una impossibile purificazione nel rogo delle cataste di rifiuti che intasano le strade ci riguardano non solo perché Napoli è Napoli, città del mondo affidata alla custodia italiana.
Ma perché quell’occlusione, pur essendo una catastrofe locale, incarna e ravviva una delle paure collettive più attuali e – ahimé – più motivate: quella di non essere più in grado, come consesso umano, di smaltire le nostre deiezioni. E di controllare, di governare la progressione geometrica dei consumi e delle scorie.
Naturalmente, al netto di questa sensazione (la sensazione, cioè, che le scorie di Napoli siano solo le più visibili, le più infette e ingombranti nel breve periodo), rimane lo scandalo, gigantesco, di un apparato politico, amministrativo, industriale e tecnico che proprio lì, e proprio ora, è stato totalmente sopraffatto dal fenomeno, e non è in grado di gestirlo. E l’immagine di autorità sopraffatte, a ben vedere, è perfino più paurosa del vecchio luogo comune – molto diffuso al Sud - delle autorità sopraffattrici: né la speculazione né eventuali arbitrii nelle decisioni hanno potuto sortire alcun effetto. Quando il risultato finale è l’impotenza, vuol dire che a lasciare il segno non è l’arroganza del potere, ma la sua debolezza, la sua latitanza. Ed è perfino peggio.
L’ultimo capitolo della labirintica vicenda dei rifiuti campani, fatta di continui passi falsi e frettolosi arretramenti, è la tentata riapertura di una discarica, quella di Pianura, chiusa dodici anni fa con la trionfale promessa di aprire proprio lì un campo da golf. Ma i green non si sono visti. Semmai si vedranno tornare, come un figliol prodigo non particolarmente atteso, i rifiuti, sotto la forma di quelle ecoballe che si accumulano a decine di migliaia, fino a formare non metaforiche catene montuose, nei siti che dovrebbero avviare i rifiuti ai due grandi inceneritori mai attivati.
A quanto si capisce (e non è facile orientarsi) il sistema di smaltimento della Regione Campania è infatti come un intestino chiuso, senza sbocco. Era stato impostato oltre dieci anni fa, dal governo regionale di centrodestra, sui termovalorizzatori di Acerra e di Santa Maria La Fossa, che avrebbero dovuto bruciare le famose ecoballe, a loro volta sbocco intermedio della raccolta differenziata.
A quanto pare nessuno di questi tre livelli (raccolta differenziata, trasformazione in ecoballe, incenerimento) è riuscito ad andare a regime. La raccolta differenziata a Napoli viaggia, secondo stime desolanti, attorno al dieci per cento del totale, e già qui è molto difficile stabilire se sia una mediocrissima pedagogia politica o il disastroso stato del senso civico diffuso a produrre i danni peggiori, le negligenze più gravi. Le ecoballe, che dovrebbero "preparare" i rifiuti allo smaltimento finale, evitando di destinare agli inceneritori anche i rifiuti tossici o riciclabili, pare siano del tutto inadeguate al loro scopo, spesso puri involti di tutto quello che finisce in discarica, indiscriminatamente. Quanto ai due termovalorizzatori, la storia è nota: ne esiste uno soltanto, quello di Acerra, ma ancora virtuale, non in grado di funzionare. E nel frattempo le ecoballe si accumulano a dismisura, intasando il livello intermedio. E i rifiuti rimangono nelle strade, intasando la vita delle persone.
Se il disastro fin qui descritto assomiglia alla realtà e alla verità, è ovvio che le colpe non possono essere limitate. Certamente il potere regionale, che si identifica da parecchi anni con il governatore Bassolino (che è stato anche, per lungo tratto, commissario straordinario per l’emergenza rifiuti), deve sobbarcarsi la percentuale più alta e inappellabile delle responsabilità. Ha ereditato dal centrodestra un’ipotesi di smaltimento, l’ha fatta propria, non è riuscita a portarla a compimento. Le municipalità locali, e questo salta all’occhio, non hanno neanche provato a farsi carico di ciò che non le riguardava. "Dove volete, ma non nel mio cortile" è stata la dilagante parola d’ordine in grado di animare ogni subbuglio, ogni preoccupazione per la salute locale ma anche ogni menefreghismo e ogni mini-localismo. "No alla discarica", e pazienza se la mia merda andrà a intasare le fognature degli altri. Basta che io non ne senta la puzza.
La camorra ha trasformato in industria l’inefficienza pubblica, si infila in ogni possibile pertugio lasciato incustodito dallo Stato, figurarsi in una voragine del genere. Ma viene da domandarsi se non sia, quello della mano malavitosa sui rifiuti, solamente uno scandalo collaterale rispetto all’incapacità di una regione popolosa, importante, depressa in alcune plaghe ma operosa, industrializzata e perfino tecnologica in altre sue parti, di mettere in piedi un sistema di smaltimento in grado di funzionare.
Perfino il dibattito sui modi (inceneritori sì o no, eccetera) è del tutto ozioso, lussuosamente ideologico, in una zona d’Italia che contempla le sue montagne di scorie senza riuscire a immaginare una maniera, virtuosa o viziosa che sia, di liberare il paesaggio. La regione italiana che esprime il leader dei Verdi, nonché ministro per l’Ambiente, non può fare altre ipotesi sul proprio futuro ambientale se non quella di turarsi il naso per sopravvivere.
Massimo Serafini
Una politica usa e getta
il manifesto, 5 gennaio 2008
Le nuove giornate di fuoco scatenate in Campania dall'eterna emergenza rifiuti sollecita una domanda: perché il rifiuto di inceneritori e discariche della popolazione campana è così radicale, «senza se e senza ma», infinitamente più duro che in altri posti, al punto da invocare la presenza dell'esercito? La risposta è semplice: da decenni la camorra seppellisce illegalmente, con profitti elevatissimi, nel territorio campano gran parte dei rifiuti tossici delle imprese del nord.
E in particolare di rifiuti tossici delle imprese lombarde e venete. Questa scomoda verità è da tempo nota, anche perché è tutta scritta in Gomorra, il bel libro di Saviano. Forse sarebbe il caso di mandare ai cancelli di quelle fabbriche esercito e polizia e non contro le popolazioni, in modo da far cessare questo traffico illegale che ha avvelenato gran parte della terre e delle acque della Campania, causando una diffusione di tumori e malattie di ogni tipo fra la popolazione che non ha pari in nessuna altra regione italiana.
Se non si parte da qui non si capisce nulla dell'emergenza rifiuti e della rabbia delle popolazioni. Soprattutto rende irricevibili i pelosissimi e continui richiami alla razionalità e l'invito di tanti a dire qualche sì, a cominciare dal presidente di Confindustria, che ha coperto le imprese responsabili di questi traffici mortali. Che cosa è stato fatto per stroncare questo traffico o per bonificare la terra intossicata ed avvelenata? Nulla, anzi dai cumuli ammassati lungo le strade non emana solo odore di marcio si sente forte la puzza dell' intreccio fra affari e politica su cui questa realtà ha potuto consolidarsi.
Grandi sono dunque le responsabilità dei decisori politici, soprattutto quelli di sinistra, che in questi anni sono stati latitanti. Forse più che di latitanza bisognerebbe parlare di colpa: di avere accettato la cultura della crescita infinita dei consumi e quindi dei rifiuti, così ben sintetizzata dalla pubblicità dei rasoi Gillette «la comodità dell'usa e getta» con cui ogni sera veniamo martellati ed educati al dogma dell'eterna crescita economica. Ma la colpa più grande è quella di aver pensato che il problema fosse possibile risolverlo con i commissari e con l'intervento straordinario, escludendo la popolazione e i suoi sindaci. Una scelta assurda e miope, imposta con innumerevoli decreti di proroga che hanno attraversato sempre uguali la prima e la seconda repubblica. Una decisione con cui di fatto si è tolta ogni possibilità all'unica politica che permette di gestire i rifiuti quella che chiede prima di pensare se seppellirli o incenerirli di organizzare le tre R: ridurne la quantità, raccoglierli in modo differenziato e riciclarli. Poi si penserà a ciò che resta.
Queste politiche non partono per ordine di un commissario né per decreto, ma solo se si organizzano le donne e gli uomini e li si convince offrendo loro partecipazione, conoscenza, una cultura critica del consumismo, nuovi stili di vita, tutte cose che solo un intervento ordinario e quotidiano, gestito da decisori, come i sindaci, vicini alla gente, può garantire.
E l'emergenza? Nessuno la nega, ma paradossalmente solo commissariando i commissari la si può affrontare. Soprattutto dando qualche segnale alla popolazione di un cambio di passo: far capire a chi ha fallito ed è responsabile di questo disastro che esiste la nobile arte delle dimissioni e soprattutto presentando piani di bonifica e di organizzazione delle tre R. Solo così anche misure straordinarie ed impiantistiche saranno capite e accettate e non imposte.
Roberto Saviano
Ecco tutti i colpevoli della peste di Napoli
la Repubblica, 5 gennaio 2008
È UN territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l’ossessione di emigrare o di arruolarsi. E’una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all’opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.
Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%. Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all’opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un’impresa - l’Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia. Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio. Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l’ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l’inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell’antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi. Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso erano vicino alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano. Nel caso dell’inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all’anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni.
Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall’estero: da ogni parte d’Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l’autorizzazione dalla Regione. Aveva però l’unica autorizzazione necessaria, quella della camorra. Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l’unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell’inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l’emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l’emergenza e quindi riuscì con l’attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003. Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all’amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l’appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan. La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all’avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L’emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione. Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l’operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell’80% sui prezzi ordinari. Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no. Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d’Italia è stato intombati a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra. E’in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E’in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l’ossessione dell’informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell’informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi. Non è affatto la camorra ad aver innescato quest’emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l’emergenza e con l’apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli. Quando si getta qualcosa nell’immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall’emergenza non si vuole e non si po’ uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più. L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa. Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L’80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriare. Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: "il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.
Non è serio ridurre la questione della legge elettorale alla solita rissa fra notabili. Quali che siano i limiti della democrazia rappresentativa, considerare il problema come inesistente è una frivolezza che non ci possiamo permettere.
Il sistema elettorale «alla francese», al quale inclina Walter Veltroni, è il peggiore nei dintorni. Un presidenzialismo secco, vera e propria monarchia, senza neanche un'adeguata informazione degli elettori: Nicolas Sarkozy, scelto dal suo partito nel giro di due sedute a 2007 già avanzato, era presidente della Repubblica quattro mesi dopo. Peggio che negli Usa.
Nel sistema statunitense come in quello francese l'obiettivo è ridurre più che si può la complessità delle espressioni politiche in una società complessa. Cosa che negli Usa è, molto parzialmente, corretta da una divisione dei poteri, in Francia assai meno. E non penso a quella elementare divisione che dovrebbe darsi fra presidenza, governo e parlamento; già era poca cosa dopo la costituzione di De Gaulle del 1958, adesso sarà ancora meno, dato che secondo la commissione nominata da Sarkozy se finora toccava al presidente e al governo decidere la linea della Repubblica, d'ora in poi questo toccherà soltanto al presidente.
Ogni sistema presidenziale sembra fatto per dare voce, dovunque, alle spinte meno riflettute, più manipolate, delle popolazioni relative: vota un re! Fidati di lui! Il buon popolo americano ha votato in massa per la rielezione di George W. Bush perché aveva fatto e continuava a fare la guerra. Il buon popolo francese ha votato, anch'esso in massa, Nicolas Sarkozy, perché si proclamava un fautore dell'ordine e dello slogan «arricchitevi» in salsa parigina. Adesso i cittadini degli Stati uniti sono pentiti di avere votato Bush e i sondaggi francesi danno Sarkozy in vistoso calo, a meno di sei mesi di distanza dall'averlo messo in trono.
C'è da riflettere sullo spessore di un sistema democratico, da esportare fin con la guerra, nel quale si vota a vanvera, pagando poi prezzi altissimi. Eppure Bush s'è presentato per quel che era, Sarkozy non ha mentito sulle sue intenzioni: voleva mettere ordine, ha aumentato la polizia e sta riducendo poteri e mezzi della magistratura, voleva difendere la «francesità» e intende sbattere fuori 25.000 immigrati all'anno, e obliga a chi vuole riunirsi alla famiglia a sottoporsi alla prova del dna.
Voleva far «lavorare di più per guadagnare di più» e sta facendo fuori quel che restava delle 35 ore e ha già fatto passare gli straordinari senza contributi sociali. Aveva annunciato la discontinuità, e ha elogiato i benefici del colonialismo e riportato la Francia in linea con la politica estera del Pentagono. Di passaggio, si è aumentato l'indennità presidenziale del 140%. Di queste vicende a Veltroni evidentemente non cale.
Il presidenzialismo piace a chi è persuaso, come il «Sindaco d'Italia» e a colui che era il suo maggior avversario fino a poco tempo fa, che al governo è meglio essere soli, senza l'intralcio di opposizioni in grado di contare qualcosa. E senza avere fra i piedi una piccola minoranza di sinistra alternativa. Il richiamo al sistema francese è eloquente: esso si propone di distruggere tutti i contendenti salvo due. E già dire due è molto, perché negli Usa come in Francia, è difficile che il secondo arrivato resti visibile: chi si ricorda più di Kerry? E che cosa conta più Segolène Royal, che alle presidenziali aveva raccolto il 47 per cento di voti? Non che il proporzionale "alla spagnola" sia molto meglio, ma almeno non azzera del tutto. In verità, ha ragione Sartori, un qualsiasi democratico dovrebbe arretrare ululando davanti a qualsiasi premio di maggioranza. Resta la necessità per chi non è uno dei due grandi partiti ammessi dal bipolarismo, di esistere. Anche sul piano istituzionale. Perché fuori di esso si danno gruppi di opinione, movimenti, isole di soldiarietà, oppure la rivolta. Almeno su questo le sinistre a sinistra del Pd si dovrebbero accordare e non solo in separata sede. C'è una battaglia da dare in un paese scombussolato. Che da noi oggi la Costituzione sia considerata uno straccio conteso fra quattro poveracci è un po' penoso.