A Ballarò il candidato-sindaco del centrodestra, Gianni Alemanno, ha dipinto martedì sera un quadro «terroristico» di Roma, parlando di «sgoverno», di «situazione terribile», di «città fuori controllo». La più sonora smentita gli viene dai dati reali della Questura di Roma: nel raffronto fra i primi trimestri dell’anno, dal 2006 al 2008, l’ultimo presenta il segno meno in quasi tutti i reati.
Meno omicidi volontari (da 9 a 6), meno violenze sessuali (dalle 53 dell’anno passato alle 35 di quest’anno), meno furti, molti di meno, meno rapine (- 35%), meno reati connessi alla droga e così via. Dati che confermano, del resto, la tendenza nazionale al calo annunciata dal ministro dell’Interno Giuliano Amato che ne ha scritto, inascoltato, sul primo numero della rinata rivista Amministrazione civile del suo dicastero.
Pochi giorni or sono, il New York Times ha scritto, fra l’altro, che, a Roma, «uscire a cena è una cosa perfettamente sicura, grazie ad una bassa percentuale di criminalità», la capitale non è stata mai così sicura, anche «dopo il crepuscolo», dai tempi dell’imperatore Traiano. Firmato Jan Fisher che vive qui e sa quello che dice su giorni e notti romane.
Del resto, se la Roma odierna fosse quella dipinta a tinte fosche dal candidato-sindaco della destra, per quale masochismo sarebbero venuti l’anno scorso nella Città Eterna oltre 9 milioni di turisti che vi hanno soggiornato per alcuni giorni? Masochisti fino in fondo perché, intervistati dalla Doxa, oltre la metà di loro, il 51 per cento, ha risposto che non era alla prima vacanza sul Tevere. Dunque erano già stati fra noi e si erano trovati così bene da volerci tornare. Tutto ciò l’anno scorso, in pieno «sgoverno» veltroniano, secondo il fantasioso e cupo Alemanno (nomen/omen).
Il quale però non si è fermato lì e per quasi tutta la serata ha continuato a dipingere a tinte fosche la realtà romana, costellata di delitti, di stupri, di rapine e così via. Abbiamo già fornito la secca smentita che viene dai dati reali. Ma aggiungiamo qualcosa. Noi non siamo soliti attribuire ai sindaci le responsabilità relative al tasso di criminalità di questa o quella città, ben sapendo che i loro poteri in materia sono abbastanza scarsi. Però, siccome l’onorevole Alemanno insiste nel gettare la croce (celtica?) addosso a Rutelli e a Veltroni, andiamo a vedere, in base al Rapporto del Viminale sul 2006, cosa è successo realmente a Roma e cosa è accaduto oggettivamente a Milano dove, fra Lega, Forza Italia e An, il governo della città il centrodestra ce l’ha dallo stesso 1993 in cui Rutelli fu eletto per la prima volta in Campidoglio. Possiamo così constatare che negli omicidi volontari Roma è a 1 ogni centomila abitanti contro 1,7 di Milano che risulta superiore persino alla media nazionale di 1 e mezzo. Pessima graduatoria quindi. Che rimane tale per le rapine dove Milano (sempre riferendosi ai centomila abitanti) ne registra quasi il doppio di Roma, o per i furti in appartamento (336 contro i 257 di Roma).
Nello scenario truculento messo in piedi alla bell’e meglio da Alemanno c’è il discorso, in sé gravissimo, sulla droga. Anche in questo caso però gli va molto male, peggio anzi del previsto. Perché se a Roma, nel 2006, è stata denunciata una persona per spaccio di stupefacenti, a Milano, nello stesso anno, ne sono state denunciate poco meno di due. Di questi, quanti sono risultati stranieri? Uno immagina che nell’inferno romano cupamente affrescato da Gianni Alemanno siano, in percentuale, molti di più i delinquenti di nazionalità straniera, e invece no, essi risultano molti di più a Milano: quasi il 58% là contro il 40% qui. Percentuali che, in ogni caso, esigono più prevenzione, attenzione e rigore repressivo. Su un reato il candidato-sindaco della destra potrebbe avere le sue ragioni: per i furti di auto e moto Roma batte Milano, ma, insomma, non è un reato cruento o pericoloso come ammazzare qualcuno oppure spacciare droga.
Insomma, se esistesse un delitto di «terrorismo sociale e turistico», l’onorevole Alemanno potrebbe esserne accusato con ampia facoltà di documentazione e di prova. In effetti ha ragione Francesco Rutelli ad usare un solo aggettivo, liquidatorio, per quel suo comizio: irresponsabile. Apprendisti stregoni che scherzano col fuoco, che lo alimentano, aiutati da telegiornali e giornali dove l’Italia, e Roma con essa, per un omicidio avvenuto chissà dove fanno grondare di sangue il video per giorni e giorni. Così la provincia di Pavia - dove c’è, sì e no, un omicidio l’anno - per la vicenda irrisolta di Garlasco si tinge di sangue. Così Perugia dipinta, da mesi ormai, come una sorta di Sodoma e Gomorra d’Italia.
E poi ci lamentiamo se all’estero, nella stessa Europa, ci considerano un Paese fermo, seduto, anzi ripiegato su se stesso. Nella graduatoria degli omicidi volontari l’Italia è scesa, in cifra assoluta, dai 1.441 del 1992 ai 621 nel 2006, e da 4 ogni centomila italiani a 1,5. Con una netta diminuzione (specie in Sicilia) degli assassinii dovuti alla criminalità organizzata e con un aumento invece dei delitti passionali o familiari, cresciuti da 97 a 192 l’anno. La criminalità organizzata comunque «firma» tuttora un quinto degli omicidi volontari. Nonostante questa presenza malavitosa, tuttora sanguinaria, il tasso di omicidi si colloca in Italia in linea con le medie europee.
Sulle violenze sessuali - che oggi ben più di ieri vengono denunciate da chi le subisce - ha detto bene Rutelli: per una quota elevata, purtroppo, esse avvengono ad opera di persone conosciute dalla vittima, consanguinei oppure partner, parenti, amici, quindi fra le mura domestiche. La violenza sulla donna o sul minore non viene percepita fra quelle mura come un crimine vero e proprio. Sciaguratamente. Poiché questo appena descritto è lo scenario oggettivo della criminalità in Italia rispetto al resto dell’Europa e del mondo, poiché questo è il quadro autentico della criminalità a Roma che l’Interpol ha definito qualche anno fa la capitale più sicura fra quelle dei Paesi sviluppati, come mai la propaganda «sfascista» sull’Italia e su Roma può attecchire tanto? Perché la nostra informazione, in speciali modo quella in tv, con rare eccezioni, proietta - soprattutto nei periodi in cui al governo c’è il centrosinistra - una immagine largamente distorta della realtà criminale dando conto, spesso come prima notizia negli «strilli» dei Tg, di un delitto avvenuto chissà dove, amplificato poi per mesi, se la notizia è morbosamente ghiotta (Cogne, Garlasco, Perugia, ecc.), da tutti i possibili talk-show, a cominciare da Porta a porta. Ogni tanto vedo i Tg europei e non trovo nulla di paragonabile, di «oscenamente» paragonabile. E pensare che, secondo il Censis, oltre il 60% si forma proprio dalla tv un’opinione sulle cose. Che inganno, che manipolazione, che tremenda responsabilità civile.
Roma. Gianfranco Fini se ne va per mercati in passeggiata elettorale «controllando» il permesso di soggiorno degli ambulanti. Se voleva documentare il disordine, non gli va troppo bene. Al semaforo di Forte Boccea, il venditore di accendini, egiziano, mostra i documenti in ordine. Più avanti altri due egiziani. Altri due permessi di soggiorno esibiti. Conclude il prossimo presidente della Camera dei Deputati (ride, ma non deve essere molto soddisfatto): «Dico, non è possibile che tutti siano in regola, mi sa proprio che i documenti se li comprano».
Altra città. Altra scena. Bologna. Il consiglio comunale approva un ordine del giorno per dotare la polizia municipale di spray urticanti e «manganelli», da usare nelle intenzioni soltanto per legittima difesa perché tra la pistola e le mani nude ci deve essere uno strumento intermedio, si sente dire. Sempre Bologna. Il sindaco Sergio Cofferati non gradisce che si parli di «ronde», ma conferma che saranno chiamati «volontari» a svolgere «compiti di assistenza alla cittadinanza più debole e a segnalare comportamenti scorretti o pericolosi».
Sembra diffondersi, come un’onda impetuosa, una sicurezza «fai da te». Ogni maggioranza comunale, ogni sindaco, ogni partito con troppo o pochi voti, agita la questione per proprio conto, con una propria iniziativa - «ronde», «volontari», ordinanze contro lavavetri, controlli del reddito degli immigrati. Una babele dove quel che conta, non pare essere l’efficacia dell’iniziativa, la sua coerenza con una «politica», ma l’eco mediatica che avrà, il dividendo politico che sarà possibile incamerare pronta cassa. Non c’è di niente di peggio - e di più dannoso - che l’approssimazione, quando si hanno di fronte problemi seri.
Abbiamo imparato, nel corso del tempo, a capire che le politiche pubbliche in tema di sicurezza ridisegnano il profilo stesso della società (mai che si ascolti un qualche ragionamento, a questo proposito); che molte esperienze hanno messo in dubbio l’efficacia delle politiche criminali nel controllo dei conflitti e dei fenomeni illeciti; che il senso di insicurezza non è necessariamente connesso all’esistenza di pericoli "concreti", ma spesso ha a che fare con il genere, l’età, l’esperienza di vita, la familiarità con l’ambiente in cui si vive, il senso di appartenenza a una comunità. Ilvo Diamanti ci ha spiegato come l’insicurezza sia un sentimento diffuso, che riflette un timore concreto, reale; ma anche un’inquietudine più nebbiosa. Non è un scherzo affrontare, con politiche pubbliche efficaci e condivise, la sovrapposizione della Paura, figlia di uno spaesamento esistenziale, con le paure provocate da minacce concrete. Appena l’anno scorso l’Osservatorio Demos-Coop, ha documentato come «entrambi i sentimenti stanno montando, senza freni». L’83% degli italiani ritiene che negli ultimi 5 anni la criminalità, nel nostro Paese, sia cresciuta. Nella precedente rilevazione, che risale a 2 anni fa, questa percentuale era già alta: 80%. È cresciuta ancora. È aumentata l’insicurezza locale. Nel 2005, il 34% delle persone percepiva in crescita l’illegalità nella zona di residenza. Oggi, quella componente è salita di oltre 10 punti percentuali. Ha superato il 44%. L’incertezza - è la conclusione delle ricerca - si sta insinuando nel nostro mondo, nelle nostra vita. Intorno a noi. Dentro noi stessi. Stentiamo a trovare un rifugio nel quale sentirci protetti. Infatti, il 57% delle persone si dicono preoccupate della criminalità nella zona in cui vivono. Quasi 10 punti più di due anni fa.
Si può affrontare una catastrofe «emotiva» e concretissima così imponente con qualche alzata d’ingegno, con una mossa del cavallo, con un’iniziativa propagandistica e qualche posa gladiatoria? Non pare. Eppure è quel che accade in un clima di allegra spensieratezza secondo un canovaccio che attribuisce alla «destra» la capacità di «combattere la criminalità». Lo pensa il 40% degli italiani mentre solo il 18 riconosce una qualche fiducia al centrosinistra che appare debole, incerto, incapace di comprendere, spiegare, affrontare il fenomeno. E proprio per questo è chiamato a dotarsi ora di una «cultura della sicurezza» moderna, non ideologica, arricchita dai valori del rispetto della dignità della persona. A giudicare da quel che si è visto ieri, e nei giorni addietro, «destra» e «sinistra» sembrano muoversi nella stessa direzione sbagliata. Frammentarietà e approssimazione degli interventi. Qualche sceneggiata propagandistica. Che finiranno soltanto per aumentare la percezione di insicurezza che affligge il Paese.
La società di costruzioni Condotte, terza in Italia per fatturato, non ha più il certificato antimafia. A darne notizia è stato un comunicato del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, che ha precisato di aver “dato disposizioni all’Anas affinché adotti con urgenza tutti i provvedimenti previsti dalla legge relativamente ai rapporti contrattuali in corso con la Società Italiana per Condotte d’Acqua Spa, cui è stata revocata dal Prefetto di Roma la certificazione antimafia”.
E la risposta dell’Anas non si è fatta attendere. Interpellata dal Sole 24 ore la società ha annunciato: “Abbiamo provveduto in giornata (ieri, ndr) alla revoca di tutti i contratti in essere e alla comunicazione del provvedimento a Condotte”. Da ieri, quindi, sono bloccati tre lotti della Salerno-Reggio Calabria: le tratte Serre-Mileto da 91 milioni e la Mileto-Rosarno (il lotto A vale 41 milioni e il lotto B 26) e un maxilotto della Ss Jonica (la variante di Palizzi da 87 milioni). Ancora incerta la sorte dei cantieri: per ora l’Anas ha deciso solo di revocare il contratto con Condotte. Deve ancora valutare se procedere a una riassegnazione con gara oppure se, soprattutto nei caso di lavori ormai quasi finiti (come ad esempio sulla Serre-Mileto) si possano tentare anche strade più brevi, come il subentro del raggruppamento secondo classificato.
Ma il no al certificato antimafia rischia di provocare un effetto domino su moltissime della grandi opere in corso di realizzazione in Italia nelle quali è impegnata Condotte: a cominciare dall’Alta velocità ferroviaria (sia sulla Roma-Napoli che sulla Torino-Novara) passando poi per il Mose di Venezia e per finire da ultimo anche alla Nuvola di Fuksas, appalto da 221 milioni vinto da Condotte appena a dicembre 2007. Per la Nuvola sarebbe il secondo stop dopo il braccio di ferro con la prima impresa, la Dec di Bari che ha bloccato per anni il progetto.
Il nulla osta antimafia è richiesto in varie fasi dell’appalto e non solo all’inizio. Serve per ottenere i pagamenti in ogni fase di avanzamento dei lavori. Anche se ogni prefettura è autonoma nella valutazione discrezionale sul provvedimento, nei casi come questo, di imprese di rilievo internazionale, è scontato che anche le altre prefetture si adegueranno e negheranno anche per gli altri appalti il visto.
Al momento non si ha notizia di indagini in corso sui vertici della società: il problema, come ha spiegato lo stesso Di Pietro nel comunicato, riguarda piuttosto “la gestione di alcuni cantieri dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e della nuova strada statale 106 Jonica”. Il diniego del nullaosta antimafia deciso dal Prefetto di Roma – spiega Bruno Frattasi alla guida del Comitato di sorveglianza sulle grandi opere – è stato preso dopo numerose verifiche del gruppo interforze di Reggio Calabria, che ha visitato più volte i cantieri trovando un contesto ambientale inquinato”. Le indagini secondo Di Pietro avrebbero evidenziato “uno stretto legame tra la società e la criminalità organizzata calabrese”. Anche il comitato diretto dal prefetto Bruno Frattasi e incaricato di vigilare sulle grandi opere della legge obiettivo ha fornito un parere negativo al Prefetto di Roma sul rilascio.
Sorpresa e stupore da parte della società romana. “Siamo attoniti – commenta il vicepresidente di Condotte, Duccio Astaldi – perché completamente all’oscuro di tutto. Nella vicenda ci dovremmo sentire parte lesa: avevamo denunciato noi per primi che nelle forniture di calcestruzzo nel cantiere sulla strada statale Jonica qualcosa non funzionava”. In un comunicato poi la società si è detta certa che “tutto verrà chiarito e risolto in tempi rapidi” e ha auspicato “che tutti gli organi competenti, verso cui esprime la massima fiducia, agiscano nel pieno rispetto dei loro poteri”. Impossibile per ora pensare a un ricorso: “Non abbiamo ricevuto alcun provvedimento: lo abbiamo saputo dal comunicato del Ministro”.
Condotte è la terza impresa di costruzioni italiana per fatturato. Secondo l’ultimo bilancio disponibile, nel 2006 ha avuto un giro d’affari d 713 milioni con un utile di 6,9 milioni. È anche una delle più antiche; è stata fondata nel 1880 e ora fa capo a Ferfina (holding della famiglia Bruno). Ma il sospetto dell’infiltrazione mafiosa e il conseguente blocco di tutti gli appalti in Italia potrebbero portarla al fallimento. Prima ad esprimere solidarietà è stata l’associazione di categoria dei grandi general contractor, l’Agi, secondo la quale la revoca dei contratti “avrebbe effetti di devastante gravità per una delle maggiori, più antiche e più qualificate imprese del settore”.
Berlusconi, per come racconta la cronaca e come lo ricordo io che fui anche testimone diretto, è stato l’inventore delle cordate fasulle.
La più celebre fu quella della Sme, passata anche sui tavoli della giustizia civile e penale. Per bloccare il contratto già firmato tra De Benedetti e l’Iri, s’inventò un’inesistente cordata guidata da un suo prestanome, certo Scalera, che rimise in gioco l’accordo per il tempo necessario a riaprire il gioco. Poi Scalera scomparve, scomparve fisicamente, e la cordata Fininvest-Ferrero-Barilla ne prese il posto, ma era fasulla anche quella. Alla fine lui si ritirò e Ferrero-Barilla si divisero le spoglie della Sme. In quel caso la Fininvest non aveva altro interesse che fare un favore politico a Craxi. Il compenso fu il famoso decreto soprannominato "decreto Berlusconi" con il quale il governo bloccò la sentenza della Corte Costituzionale autorizzando le televisioni Fininvest a trasmettere in barba alla sentenza della Corte e dei tribunali che le avevano emesse.
Non fu il solo caso. Ce n’erano stati altri all’epoca della guerra di Segrate, che vide ancora una volta opposti lui da un lato e la Cir di De Benedetti dall’altro e che culminarono nel famoso "lodo Mondadori" anch’esso transitato sui tavoli della giustizia civile e penale con esiti a volte a lui favorevoli a volte contrari, sepolti infine dalla prescrizione.
Il personaggio è dunque coniato in questo modo, se ne infischia dei conflitti d’interesse, se ne infischia delle leggi e se ne strainfischia delle norme europee. Guarda al sodo, al suo interesse, animato dall’istinto del combattente e dagli spiriti animali d’un capitalismo senza regole.
Però questa volta non gioca sul tavolo delle tre carte. Questa volta – credetemi – fa sul serio. La cordata italiana lui la vuole veramente e riuscirà a farla decollare in un modo o in un altro, magari imbarcando per la strada i tedeschi o i fondi americani o qualche arabo di quelli che lui conosce.
Questa volta gioca da presidente del Consiglio "in pectore". L’Alitalia la considera cosa sua e considera cosa sua anche l’hub di Malpensa e quello di Fiumicino. Considera cosa sua i sindacati di Alitalia e quelli della Sea. Anche di Linate. Anche i dieci aeroporti che infiocchettano il lombardo-veneto da Bergamo a Treviso.
Si è calato interamente nella figura del leader autoritario preconizzato da Giulio Tremonti. Decide la politica, l’economia segue. Il mercato, se ostacola i suoi disegni, vada a farsi fottere. E se necessario vada a farsi fottere anche l’Europa tecnocratica.
Dio, Patria, Famiglia e ora anche Alitalia. Tremonti dixit.
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È opportuno a questo punto valutare oggettivamente i costi dell’operazione cominciando dall’Alitalia e dal piano industriale presentato da Air France, che prevede un investimento immediato di due miliardi di euro.
Questa cifra è la somma di 150 milioni di esborso per gli azionisti di Alitalia, più 600 milioni di rimborso delle obbligazioni emesse da quella società, più l’assunzione dei debiti che figurano nel bilancio della Compagnia di bandiera. Air France si è anche impegnata a ricapitalizzare l’azienda con un miliardo di capitale. E fanno tre. Ci vogliono dunque tre miliardi per assumere il controllo di Alitalia e assicurarle il capitale di funzionamento. Ma resta che la Compagnia continuerà a perdere a dir poco 350 milioni l’anno se non sarà risanata e rilanciata.
Il corso Spinetta, che fa l’amore col progetto Alitalia ormai da quindici anni, prevede di portare la società al profitto entro cinque anni col taglio degli esuberi, il rinnovamento della flotta, l’abbandono di Malpensa e un investimento complessivo di 6,5 miliardi entro il 2013 nel quadro di un grande gruppo che comprende Air France, Klm, e la stessa Alitalia.
L’impegno totale dell’acquisto e del rilancio contempla dunque 10 miliardi di investimenti. Queste sono le cifre di partenza.
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Ma per una cordata patriottica che abbia come obiettivo di rilanciare non solo Alitalia ma anche Malpensa tutelando i sindacati interni delle due aziende senza tuttavia smantellare Linate e tanto meno gli altri aeroporti padani, il costo dell’investimento non si ferma qui.
Senza eliminare gli esuberi non si risana un bel niente. Quanto a Malpensa le perdite attuali ammontano a 200 milioni annui. Per arrivare all’aeroporto partendo da Milano si impegna un’ora e venti minuti. Ci vogliono quindi altri investimenti indispensabili in strada e ferrovia. I diritti di traffico dell’Alitalia dovranno poi essere divisi tra i tre aeroporti di Malpensa, Fiumicino e Linate. La Sea non ha un soldo e deve essere ricapitalizzata.
Non si è dunque lontani dal vero ipotizzando che la cordata patriottica dovrà darsi carico di almeno altri 4 miliardi entro il 2013, da aggiungere ai 10 previsti da Air France. Totale quattordici. Ammesso che due hub siano un peso sostenibile.
Non mi sembra che Toto sia affidabile per un’impresa di queste dimensioni né mi sembra che Banca Intesa si possa accollare da sola una responsabilità di questo genere.
I nomi chiamati in causa e cioè Ligresti, Bracco, Soglia, Moratti, Fininvest, Della Valle, possono mobilitare l’un per l’altro 200 milioni a testa. Sapendo che nessuno di loro guiderà l’operazione. Cordata patriottica, appunto. Come la fede d’oro per finanziare la conquista dell’Impero.
Comunque un miliardo o giù di lì. Ne mancano almeno altri tredici. Ma il leader patriottico non bada a queste quisquilie. Lui guiderà il governo, su questo non ha dubbi. È in grado di compensare chi lo aiuta. Troverà il modo. E poi c’è lo Stato. Lo Stato pagherà. Il rischio e l’investimento saranno distribuiti sulle spalle dei contribuenti e dei risparmiatori. Sarà lanciato un prestito obbligazionario. Si formerà un consorzio di banche. Al Tesoro ci sarà Tremonti il creativo. Tremonti il protezionista. Tremonti il colbertiano. Che vuole la politica autoritaria alla testa dell’Europa e dell’Italia. Amico di Sarkozy.
La Cassa Depositi e Prestiti avrà un ruolo. Mediobanca anche.
Naturalmente le risorse che saranno gettate su Alitalia-Malpensa dovranno essere sottratte da altri impieghi. Ma la decisione è politica. Se il Capo è d’accordo, si va alla guerra e così sia.
Dio, naturalmente, è con noi e intanto ci farà vincere le elezioni, che è ciò che conta.
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I sindacati incontreranno Spinetta il 25 prossimo, dopodomani. Forse sul cargo tratteranno (cinque vecchi aerei, 135 piloti per guidarli, 200 milioni di fatturato annuo, 70 milioni annui di perdita). Forse si aprirà uno spiraglio sugli esuberi di AZ Servizi e sul tempo di dismissione.
Se rompono la crisi sarà immediata. Se rompono si assumono i rischi della rottura perché Spinetta è stato chiaro su questo punto: senza l’accordo con i lavoratori mi ritiro. E’ un ricatto? A me sembra un dato di fatto e un segno di considerazione. Ma ognuno decide con la sua testa.
Può darsi però che i sindacati non rompano, che il piano industriale francese li convinca, ma che abbiano bisogno di qualche giorno per perfezionarlo.
Può darsi che cinque giorni, dal 25 al 31 marzo, non bastino. Può darsi che ne vogliano dieci o giù di lì. Spinetta concederà quei pochi giorni fissando una data certa e accettata? Prodi e Padoa-Schioppa accetteranno una proroga breve con data prefissata e non superabile?
Esprimo un’opinione personale: una proroga di cinque o sei giorni oltre il 31 marzo sembra accettabile. Oltre quel limite non lo è.
Quanto al prestito che Berlusconi chiede al governo, Prodi ha già detto che non si può fare se non è garantito da un soggetto bancabile. La Ue vieta operazioni di prestito a rischio da parte di un governo ad una società per azioni.
Al di là di questo non ci sono altri orizzonti che l’amministrazione controllata. Significa congelamento dei debiti, nomina d’un commissario giudiziale, risanamento con vendita delle poche attività e concordato con i creditori. Esuberi? Da quel momento la controparte dei sindacati sarà il commissario. La flotta continuerà a volare? Così come Parmalat continuò a produrre il suo latte e i suoi yogurt?
C’è una differenza di fondo tra i due casi: la gestione di Parmalat era attiva ma il capitale finanziario non c’era più. Per Alitalia invece il capitale finanziario non c’è più e la gestione è in pesante passivo.
Affinché la flotta continui a volare occorre che i fornitori vendano il carburante a credito, la manutenzione e il personale di volo e di terra lavori senza sapere se a fine mese gli stipendi saranno pagati. Una situazione ovviamente impossibile quale che siano le opinioni in proposito di Giordano, Diliberto e Pecoraro Scanio.
Berlusconi strillerà e con lui Fini. E con loro Formigoni e la Moratti che sono tra i principali responsabili del flop di Malpensa. E gli elettori?
Nessuno può dire quale sarà l’effetto dell’affaire Alitalia-Malpensa sugli elettori del Nord. Forse la maggioranza se ne infischia o forse no. Quanto agli industriali, è un fatto che in quindici anni da quando dura quest’agonia sotto quattro diversi governi, gli industriali del Nord nessuno li ha visti. Avevano altri pensieri. Li vedremo oggi? Daranno oro alla Patria? In barba al mercato? Col solo vantaggio d’essere i finanziatori di Berlusconi?
Tutto è possibile. Nel 1921 finanziarono Mussolini pensando che sarebbe stato una marionetta nelle loro mani. Non fu così, ma quando se ne accorsero era troppo tardi. Dovettero aspettare vent’anni e una catastrofe epocale.
Qui se ne preparano altri cinque e siamo ancora alle prese con lo stesso leader, lo stesso personale politico, la stessa Lega, lo stesso Fini, gli stessi "ascari" con i cannoli o senza cannoli.
Ma il popolo è sovrano. A volte decide per il suo bene, a volte si dà il martello sui piedi, a volte resta a casa a guardare lo spettacolo dalla finestra. E questa è la cosa peggiore che possa accadere.
Quel che è avvenuto a Bolzaneto nel 2001 è la violazione simultanea e flagrante di tre importanti trattati internazionali che l'Italia aveva contribuito ad elaborare e si era solennemente impegnata a rispettare: la Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950, il Patto dell'Onu sui diritti civili e politici del 1966, e la Convenzione dell'Onu contro la tortura del 1984. A Bolzaneto sono stati inflitti trattamenti disumani e degradanti ma, in più casi, anche vere e proprie torture.
I trattamenti disumani e degradanti, vietati dalla Convenzione europea, sono quelli che causano sofferenze fisiche o mentali ingiustificate e umiliano e abbrutiscono una persona. Ad esempio, la Corte europea vietò all'Inghilterra di infliggere come pena la fustigazione di minorenni condannati; condannò la Turchia perché due ufficiali avevano commesso atti di violenza carnale nella zona nord di Cipro senza essere puniti; censurò la Lettonia per aver detenuto in un carcere carente di strutture adeguate un condannato paraplegico e non autosufficiente, causandogli 'sentimenti costanti di angoscia, inferiorità ed umiliazione'. Anche tenere ventidue ore al giorno più detenuti in celle anguste, senza servizi igienici, costituisce trattamento disumano e degradante - come fu rimproverato all'Inghilterra.
Quando si ha invece tortura? Quando i maltrattamenti o le umiliazioni causano gravi sofferenze fisiche o mentali, ed inoltre la violenza è intenzionale: si compiono volontariamente contro una persona atti diretti non solo a ferirla nel corpo o nell'anima, ma anche ad offenderne gravemente la dignità umana; e ciò allo scopo di estorcere informazioni o confessioni, o anche di intimidire, discriminare o umiliare. "Datemi un pezzettino di pelle e ci ficcherò dentro l'inferno", è quel che un grande scrittore americano fa dire ad un aguzzino. La tortura è proprio ciò: l'inferno nel corpo o nell'anima. È tortura l'uso di elettrodi su parti delicate del corpo, il fatto di provocare un quasi-soffocamento (infilando un sacchetto di plastica sul capo), o quasi-annegamento (si tiene una persona a testa in giù, inondandole di acqua la bocca e il naso, così da darle la sensazione di annegamento), o picchiare con forza e a lungo sul capo di una persona con un elenco telefonico, fino a provocare capogiri o svenimenti. Queste e tante altre forme di violenza sono state concordemente considerate tortura da autorevoli giudici internazionali.
A Bolzaneto quasi tutti i 200 e passa arrestati vennero sottoposti a trattamenti disumani e degradanti, come risulta dagli atti dei pubblici ministeri, riassunti nell´incisivo reportage di D'Avanzo pubblicato su questo giornale. Ma in più di un caso si andò oltre e si trattò di vera e propria tortura. Ad esempio, nel caso di A.D. che – cito D'Avanzo – «arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella 'posizione della ballerina' [in punta di piedi]. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole, lo minacciano di 'rompergli anche l'altro piede'. Poi gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano 'Comunista di merda'». Penso anche al caso di G.A., arrivato ferito a Bolzaneto: «Un poliziotto gli prende la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due 'fino all´osso'. G.A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G.A. ha molto dolore. Chiede 'qualcosa' Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare». Questi fatti, se confermati dai giudici, costituiscono tortura. Così come si arriva alla soglia della tortura in altri casi apparentemente meno gravi, ma in cui l´effetto cumulativo di più comportamenti (insulti, pestaggi ripetuti, umiliazioni soprattutto nei confronti delle donne, spesso lasciate nude agli sghignazzamenti e agli scherni dei poliziotti), è tale da causare gravi sofferenze mentali (spesso anche fisiche).
Orbene, di fronte a questi fatti cosa si può fare in Italia? Visto che siamo legati da importanti trattati internazionali, se i giudici non infliggeranno adeguate punizioni e significativi risarcimenti, si potrà fare ricorso alla Corte Europea. Ma non basta. La Corte di Strasburgo potrà tutt'al più accertare la violazione della Convenzione europea da parte dell'Italia e condannare il nostro Governo a risarcire i danni morali e materiali. Più significativo sarebbe che i nostri giudici potessero condannare per tortura coloro che fossero ritenuti colpevoli di tali atti. Ma è impossibile: come è noto, anche se la Convenzione dell´Onu del 1984 ne impone l'emanazione, una legge che vieti specificamente la tortura manca ancora in Italia – benché ben 20 progetti di legge siano stati presentati in Parlamento dal 1996.
Come mai? In genere in Italia tardiamo ad attuare trattati internazionali, per insipienza, lentezze burocratiche, ottuse resistenze della pubblica amministrazione. Nel caso della tortura è lecito però sospettare che la mancanza di una legge sia dovuta anche ad una precisa volontà politica di certi partiti: la volontà di non consentire che i colpevoli dei fatti di Bolzaneto venissero puniti adeguatamente. È significativo che nella penultima legislatura (2001-2006), quando sembrava di essere in dirittura di arrivo, all'improvviso la Camera approvò a maggioranza, in plenaria, un emendamento della Lega che richiedeva per la tortura la sussistenza di "reiterate violenze o reiterate minacce" (non basterebbe torturare solo una volta, bisognerebbe torturare la stessa persona ieri, oggi e domani, per essere puniti!). Anche se successivamente si tornò al testo originario, la legislatura si chiuse senza alcuna legge, così come è avvenuto nel 2006-2008.
Se i giudici confermeranno la ricostruzione dei fatti e le tesi dei pubblici ministeri, si avranno due conseguenze, già sottolineate da altri: taluni fatti non verranno chiamati per nome e cognome (tortura), ma con termini generici, inadatti a rifletterne la gravità, come «abuso di ufficio» e «violenza privata»; e i reati cadranno presto in prescrizione.
Per il futuro, non ci resta che sperare che il prossimo Parlamento sia meno inefficiente. E che le «autorità amministrative competenti» traggano le debite conseguenze da condanne di funzionari dello Stato che infangano il buon nome delle forze dell'ordine, la cui stragrande maggioranza rispetta e tutela i diritti umani. E non si tema di continuare a protestare: il giorno in cui smettiamo di indignarci per fatti come quelli di Bolzaneto, la democrazia è morta in Italia.
Domani sono cinque anni. Era il 20 marzo del 2003 e i primi missili salparono dalle navi al largo del Golfo Persico diretti su Baghdad. Avvertiti per tempo, pochi direttori di giornali statunitensi si piazzarono davanti alla tv per non perdersi i primi lampi verdi nella notte di Baghdad e all'Hotel Palestine i reporter cominciarono a strillare nei microfoni. Quella notte un missile più grosso degli altri sventrò il palazzo che una spiata aveva indicato come il covo di Saddam, non era vero e la guerra continuò per un altro pugno di settimane, i figli del dittatore cacciati come bestie, macellati ed esposti come trofeo di caccia, il dittatore stesso stanato dal suo buco, rasato ed impiccato davanti a un telefonino con telecamera. «Major combat is over», Bush lo annunciò in maggio su una portaerei con più cineprese che cannoni. Non era vero nemmeno quello ma a chi importava? L'Iraq era stato vinto in un attimo, senza alcun onore - se mai ve n'è in una guerra - i bombardieri americani spianavano la strada alla fanteria americana che spianava la strada alle salmerie della ricostruzione, la stampa occidentale scherniva i fantaccini iracheni che si arrendevano in massa mentre Halliburton e soci firmavano contratti che avrebbero arricchito alcuni e mandato altri in galera per truffa. Lo stato canaglia moriva sepolto di missili e bugie. Intanto il mondo cambiava. Il primo a sparire fu il principio che gli stati si riconoscono tra loro e tra loro si possono difendere ma non aggredire. Era il trattato di Westfalia, datava tre secoli e mezzo, bruciò come carta vecchia. Morì anche l'Onu ma non se ne accorse e oggi si ostina ad esistere in un palazzo di vetro a New York ma non più nelle coscienze di un pianeta mutato. A che serve una legge sovranazionale se funziona benissimo la legge del più forte?
Dotata delle moderne protesi tecnologiche, la superpotenza mondiale rimasta ha sancito l'eversione dalla struttura legale che governava il mondo e ha fatto della soggezione dell'altro la leva e il motore di una nuova storia. La seconda superpotenza mondiale, come il New York Times battezzò l'opinione pubblica in quelle giornate di cinque anni fa, non tardò a liquefarsi come l'illusione generosa che era. I dettagli rimasti, come il divieto di torturare i nemici, vennero sepolti ad Abu Ghraib. In Italia la sinistra di governo ha avuto in una guerra, quella per il Kosovo, uno dei suoi atti fondativi: sradicata nei punti cardinali, disseccata nei molti vegetali a cui la sua toponomastica si è riferita negli anni, ha continuato per quella strada. La sinistra cosiddetta radicale ha avuto nella guerra la prima forca caudina davanti alla quale piegarsi per fedeltà di coalizione, avviando la crisi in cui oggi si dibatte. Messi insieme i partiti arcobaleno valgono il 13% ma pregano per l'8% e qualcosa vorrà dire. Sì, il governo Prodi si è ritirato dall'Iraq, ma quando ormai lo prometteva anche Berlusconi. E in questa campagna elettorale della guerra non si fa minuziosamente parola, è cosa remota. Molto remota. Domani sono cinque anni
Marco Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. «Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro».
«Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell´androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio…».
Marco Poggi dice che sa che cos´è la violenza. «Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l´avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"».
Marco Poggi è «l´infame di Bolzaneto». Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l´infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall´altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. «Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c´erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l´ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c´era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l´ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch´io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l´ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l´ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani».
Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. «Beh! - dice - un po´ sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l´infame di Bolzaneto».
Dice Marco Poggi che «se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare». Dice che lui «lo sapeva fin dall´inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione». Dice Poggi che però «quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell´autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch´io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c´è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d´inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo».
Ci incontriamo nell'ufficio di Ken all'ottavo piano della City Hall e stiamo ancora chiacchierando, prima di cominciare davvero l'intervista, quando Ken esce correndo dalla stanza e rientra sventolando un documento. La vecchia energia e entusiasmo non sono chiaramente diminuiti. «Guarda - dice - guarda qui... Stiamo progettando di presentare questo il 27 febbraio. E' la strategia di riduzione del carbone per la città fino al 2025-30. E può essere realizzato. Si può davvero ottenere il 60% di riduzione nelle emissioni. Si basa tutto sul cambiamento di atteggiamento e sulle tecnologie esistenti. Tutto ciò che serve è la volontà politica».
E come si genera?
Ah... beh, continuando instancabilmente a parlare di queste cose. Bisogna acquistare consenso, spingere tutto in avanti. Vedo almeno un ministro alla settimana e lo faccio da sei anni e mezzo. Sì fanno progressi dolorosamente lenti, e di tanto in tanto si torna indietro, magari perché uno di questi ministri ti dice che serve un'altra pista a Heathrow.
La tua priorità ora paiono essere i cambiamenti climatici.
Sì, ma se non riusciremo a ridurre le emissioni di carbonio sarà una catastrofe. I capitalisti più sensibili riconoscono il problema. Al tempo del Greater london council (Glc), l'arena politica internazionale rispecchiava la divisione di classe nella società e le imprese avevano totalmente aderito al Thatcher-pensiero. Ma le grandi imprese adesso sono un alleato forte su tutta una serie di questioni, dai cambiamenti climatici al miglioramento della specializzazione della forza lavoro, all'investimento nei trasporti pubblici. Non sono più loro il nemico, sono i comuni (sia quelli in mano ai laburisti che quelli guidati da conservatori e liberali). E poi c'è il governo, che è terrorizzato da quello che potrebbe dire il Daily Mail.
Parli molto di rendere Londra una città globale sostenibile. Quando eravamo nel Glc ci preoccupavamo di evitare che Londra diventasse thatcheriana. C'è qualcosa di equivalente oggi?
Allora stavamo promuovendo una strategia economica alternativa. E avevamo anche un piano per ridurre il numero di abitanti da 8 milioni e mezzo a 6. Ma le cose sono andate al contrario. Adesso bisogna lottare per contenere il più possibile la crescita di Londra. La densità immobiliare è aumentata del 300% per ettaro in quattro anni. E dato che la maggioranza della popolazione mondiale oggi vive in città bisogna trovare il modo di farle funzionare in maniera sostenibile. Poi c'è la questione della struttura. Nel Glc abbiamo fatto il possibile per impedire il declino dell'industria manifatturiera e nulla per incoraggiare business e finanza, ma quella battaglia è stata completamente persa. I servizi commerciali e finanziari sono raddoppiati e rappresentano oltre un terzo dei posti di lavoro a Londra, mentre l'industria è scesa a 300mila posti e sta ancora calando. La situazione che abbiamo di fronte certamente non è quella che avremmo scelto. A produrla è stato il big bang della Thatcher.
Finora le cose su cui ti sei concentrato sono la City e i cambiamenti climatici. Quando parli di Londra come città globale, cosa intendi?
Beh, mi pare chiaro che Londra si sia avvicinata a città come New York.
In che termini?
In termini di servizi finanziari e commerciali, ma anche di come viene percepita dal resto del mondo. Qui succedono tante cose, sempre più giovani scelgono di trasferirsi qui anziché a New York. E l'altro grande cambiamento è che la popolazione nera e asiatica è raddoppiata dai tempi del Glc. Quindi siamo di fronte a una città che è certo la capitale della Gran Bretagna ma che a tutti gli effetti è una città globale.
Nel senso di avere tutto il mondo in una sola città...
Sì. A Londra si parlano 300 lingue, a New York 200. Il grande vantaggio che abbiamo rispetto ad altre città miste è che le etnie e i luoghi qui si mescolano meglio. Una persona su venti qui è di etnia mista, ma non è così a New York. Perciò queste idee di scontro di civiltà e terrorismo globale non hanno alcun senso.
Il multiculturalismo di cui parli è diverso da quello americano...
Sì, negli Usa si tratta di condividere i valori americani, e quindi i cittadini sono definiti come italo-americani, messico-americani. Noi qui diciamo invece che questa è una città in cui ognuno mantiene la propria identità ma partecipa alla città. Nel mondo ci sono oggi diverse importanti culture e nessuna di queste potrà prevalere sul lungo periodo. Devono imparare a coesistere. Se guardiamo al tasso di crescita della Cina, è chiaro che fra dieci o vent'anni supererà gli Usa, il che sarà uno shock devastante per la psiche americana. E' per questo che sono a favore degli stati uniti d'Europa: sarebbe bello esserci.
In questo senso sei esplicitamente contrario all'egemonia Usa...
Sono contro qualunque egemonia. In questo momento abbiamo la possibilità che il mondo decida che cosa gli piace delle varie culture, che la gente scelga quali pezzi delle culture degli altri ignorare e quali invece adottare, far propri.
Nonostante tutto Londra è ancora il luogo di produzione di un neoliberismo che ha sostenuto il Washington consensus e ha prodotto ogni sorta di disastri e ingiustizie in giro per il mondo. Tu sei abbastanza esplicitamente contrario al neoliberismo e lo hai detto, eppure questo è il cuore del London Plan. Non voglio che tu riconcili queste cose, vorrei che mi dicessi come usi le due cose insieme...
All'interno di quello che tu chiami neoliberismo c'è il brutto e il bello. Voglio dire, c'è la negazione dei cambiamenti climatici, ma ci sono anche Bp e ora Shell che dicono che qualcosa va fatto. Questo per dire che le contraddizioni sono molte. Non è un complesso militare-industriale, non sono Bush, Cheney e Halliburton che dominano tutto questo.
Dunque ci sono contraddizioni o brecce nel sistema con le quali puoi lavorare...
Sì. Ma dovresti davvero parlare con i manager delle grandi imprese per chiedere perché lavorano con me. Io ho il cruccio di dover avere a che fare con istituzioni come le grandi banche che sono responsabili di problemi come l'enorme debito. Ma le banche devono avere a che fare con me.
Ok, ma questo significa che continui a sostenere la City e il suo corollario di industrie di servizi, che le chiami o meno neoliberiste...
Beh, sostengo ancora che bisogna avere una Tobin tax e che io dovrei avere il potere di redistribuire ricchezza togliendola ai super ricchi di Londra.
Ecco cosa volevo sapere. Perché l'altro problema è che Londra sta diventando anche la capitale dell'ineguaglianza e questo ha un'enorme ricaduta sulle politiche per la casa...
Sì. Ma questo non dipende dalle grandi imprese, questo dipende dal governo Labour. E' abbastanza chiaro che a Londra i guadagni lordi di quella piccola élite sono così fuori dai limiti che si potrebbero ricavare un bel po' di tasse.
E allora perché non battersi per questo?
Non vedo alternative. Non c'è possibilità che questo governo, o Gordon Brown, mi diano il potere di redistribuire la ricchezza a Londra. Così sono legato a un sistema fiscale molto meno progressista di quello che avevo al Glc, che era fantastico.
Allora al governo stai dicendo che bisognerebbe tassare i ricchi?
Certo. Ma non spreco il fiato a cercare di convincere Gordon Brown.
Però se non avessi una strategia così centrata sulla finanza non potresti redistribuire qualcosa?
E su cosa dovrebbe essere centrata? Dovrei ricostruire l'industria? Questo non è il mondo che crei, questo è il mondo in cui sei.
Ma aumenta l'ineguaglianza.
Sì. Ma dato che la finanza oggi è la fonte maggiore e più importante di posti di lavoro a Londra, allora non possiamo dire che l'abbandoniamo, perché naturalmente questo ci porterebbe ad una catastrofica recessione. Quindi è un problema. Si fa il possibile per ricostruire l'industria nel settore creativo. Ma alla fine siamo ingabbiati in quella struttura.
Questo è il punto...
Lo so, ma a New York è uguale. La cosa interessante è stata anche che New York e Londra sono cresciute diventando virtualmente il riflesso una dell'altra in termini di struttura del lavoro. Entrambe sono città in cui la popolazione sta crescendo, entrambe sono città varie, entrambe sono città che in termini culturali non hanno quasi nulla in comune con il resto del paese. Ed entrambe sono al centro dell'amministrazione dell'economia globalizzata.
Esattamente.
Beh, datemi poteri dittatoriali e saremo in grado di fare qualcosa su questo. Se si facesse qualcosa a Londra, la finanza si sposterebbe semplicemente a Parigi o Shanghai. Bisogna costruire strutture globali di progressisti, laburisti e verdi per affrontare il problema. Se improvvisamente il governo Labour mi desse la libertà di gestire l'intera faccenda e io rimettersi mano al sistema fiscale, la finanza si trasferirebbe in un altro posto. Ma, fortunatamente per noi, avrebbero dei problemi a spostarsi in altre parti d'Europa. Ma non è solo una questione di che cosa fa la sinistra. Adesso abbiamo Bill Gates che dice "ho guadagnato 35 milioni di sterline e non posso spenderli, dovrò realizzare qualcosa di progressista con questi soldi". E Warren Buffet ha praticamente detto la stessa cosa. C'è Clinton che corre di qua e di là per convincere le ditte a donare medicinali e strumentazioni mediche economiche al terzo mondo.
Fanno qualcosa di diverso da te, però. Fanno cose per cercare di evitare che i problemi appaiano così gravi, mentre quello che tu ti proponi di fare è cercare di cambiare il funzionamento delle cose. Non solo esercizi ginnici.
No, ma neanche quello che stanno facendo Gates, Buffet e Clinton a proposito dei cambiamenti climatici. La Fondazione Clinton sta davvero spingendo su questa questione. Clinton sta negoziando con grandi compagnie la possibilità di passare alla produzione di semafori a risparmio energetico. L'idea è assicurare che Chicago, New York, Londra e Los Angeles li comprino e magari pure Parigi e Berlino, e perciò il prezzo si abbasserà così da avere un effetto a lungo termini. Questo genere di cose è molto interessante. Durante la guerra fredda, sia che ci si schierasse con l'Urss che con gli Stati uniti, quasi ogni questione politica interna rifletteva gli stessi schieramenti. Ma adesso non è così semplice.
Tu hai fatto certamente parecchio in termini di relazioni globali, hai già detto che hai molte iniziative in piedi con Cuba, la Cina, la Russia, il Venezuela. Puoi dirci qualcosa in più?
In tutto questo la questione centrale è quella cinese. La cosa interessante della Cina è che, nonostante abbia adottato la sua forma di capitalismo, in realtà non è un semplice capitalismo. La nostra opinione iniziale che avremmo avuto un legame da città a città con Shanghai ben presto è stata cancellata quando ci siamo resi conto che tutte le più grandi decisioni globali ottengono ancora il via libera dalla macchina del partito a Pechino. E in ogni nostra trattativa con la leadership del Partito comunista cinese abbiamo visto che sono sinceramente orgogliosi di aver sollevato 200 o 400 milioni di persone dalla povertà.
Qual è il ruolo di Londra allora?
Il ruolo di Londra è quello di fare il possibile per incoraggiare legami tra quello che sta emergendo in Cina e in India, le forze progressiste dell'occidente, le forze progressiste del sud America e via dicendo.
Ok, dimmi ora un po' di Chavez. Che succede?
Chavez è consapevole del fatto che non possiamo redistribuire ricchezza. Così ci vende il petrolio per i nostri autobus a 20 milioni di dollari in meno l'anno e noi usiamo i soldi che risparmiamo per ridurre della metà le tariffe sugli autobus in modo che tutti ne possano usufruire.
Da una parte ti allei con Chavez, dall'altra vai a Davos.
Ci vado per parlare di cosa possiamo fare sui cambiamenti climatici.
Che ne pensi del movimento no global? Hai sostenuto il social forum.
Si, ma bisogna isolare i violenti. Non penso che siano tutti provocatori, ma dal collasso del comunismo è nata una generazione di giovani arrabbiati che sono cresciuti senza l'esperienza all'interno di organizzazioni comuniste o trotzkiste o nel sindacato. E poiché non sono stati addestrati nel marxismo e non hanno imparato da gente che gli ha spiegato che questa è una lotta lunga una vita, si sono arrabbiati e sono usciti a spaccare vetrine. Mi dispiace, ma questa gente è un lusso che non possiamo permetterci. Non lascio che un venticinquenne arrabbiato che fra vent'anni sarà un bancario senza scrupoli e si sarà dimenticato tutto mi faccia venire rimorsi. Ho investito la mia intera vita adulta nel cercare di portare avanti la causa socialista.
L'intervista
Il sindaco e la giornalista
Doreen Massey è una geografa di rilievo internazionale, insegna all'Open University, ha ricevuto il Prix Vautrin Lud (il «Nobel della geografia») e collabora alle politiche urbane di Caracas, in Venezuela. I suoi ultimi libri sono For space (Sage, 2005) e World city (Polity, 2007), un'analisi delle dinamiche metropolitane a partire dal caso di Londra. Insieme a Stuart Hall e Michael Rustin ha fondato e diretto a lungo la rivista «Soundings, A journal of politics and culture». Questo colloquio con Ken Livingstone, «sindaco» della Grande Londra, pubblicato anche su Soundings, continua un dialogo iniziato quando Livingstone, negli anni '80, era a capo del Greater London Council (poi sciolto dal governo Thatcher) e Doreen Massey collaborava con le politiche di cambiamento urbano. Anche a Londra si vota (fra poco più di un mese) per le elezioni locali e i conservatori - sostenuti dalla grande stampa inglese - hanno lanciato una durissima sfida a Livingstone e agli aspetti più radicali delle sue politiche. Dopo Parigi e Roma, il voto di Londra sarà un test importante per disegnare il profilo di una politica di sinistra nelle grandi città europee.
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La parola impronunciabile - quella che dovrebbe far scattare chiunque, con un senso di allarme istintivo - è stata pronunciata, in un'aula di tribunale. E non dagli avvocati: dai Pubblici ministeri. Connessa a fatti specifici. A ben individuati imputati. Documentata. Certificata da testimonianze giurate e giudicate vere da una magistratura di solito avara, quando si tratta di «organi dello Stato».
«La tortura è stata molto vicina a Bolzaneto - ha detto la Pm Petruzziello - In quelle ore si è verificata una grave compromissione dei diritti umani». Nel nostro paese sono state praticate, a livello di massa, su oltre 200 persone, con continuità e ostentazione, sevizie, umiliazioni, crudeltà che rientrano tra gli atti previsti dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Non è una notizia, questa?
No, a leggere i grandi quotidiani italiani. L'ho cercata a lungo, quasi incredulo, quella notizia - almeno un titoletto, qualche riga, un corsivo, un piccolo editoriale... - sulle prime pagine del Corriere e di Repubblica, che pure, il giorno prima, in un'anticipazione della requisitoria (a pagina 16!) aveva parlato di «trattamenti inumani e degradanti...., dita spezzate, pugni, calci, manganellate su persone inermi, bruciature con accendini e mozziconi di sigaretta, bastonate sulle piante dei piedi; teste sbattute contro i muri, taglio di capelli, volti spinti nella tazza del water...». E che mercoledì non ne parla più - un compito già svolto, un fatto già archiviato -, mentre il Corriere la confina a pagina 23, come se si trattasse di cronaca nera, e la Stampa a pagina 20 (con almeno un piccolo richiamo in prima). Per i giovani di Bolzaneto, per i loro oltraggi subìti, non si scomodano gli opinion leader, i Panebianco, i Galli della Loggia, e nemmeno gli Scalfari o le Annunziata. De minimis non curat praetor. È più importante il gossip su Ciarrapico (prima pagina di tutti), sulle squillo del governatore di New York (in prima di Repubblica), sulla moglie di Mastella ...
Non è nemmeno un fatto politico?
Ancora una volta no, a porgere l'orecchio al brusio che viene da questa orribile campagna elettorale, tutta all'insegna della virtualità e della simbolizzazione. Evidentemente quei corpi umiliati, quei ragazzi profanati alla loro prima esperienza d'impegno pubblico, non sono simboli sufficientemente maneggiabili, né utili nello spazio degradato della competizione senza principii. Meglio il faccione di Calearo, i fogli bianchi strappati da Berlusconi, le boutades sulla castrazione chimica di Veltroni, la rincorsa ai santini distribuiti da Ruini. Fanno più colore. «Funzionano», «tirano», come si dice adesso.
Qualcuno ha sentito un solo fiato, al centro o da quello che si chiamava fino a ieri il centro-sinistra (lasciamo andare la destra, che quelle torture le ha favorite, le ha prodotte e le ha coperte...), sullo scandalo di Bolzaneto? Sul nostro senso civile finito sotto i tacchi degli anfibi dei medici aguzzini e dei secondini sadici, in una caserma della Repubblica? Quegli stessi che ancora pochi mesi fa guidavano la caccia ai mendicanti e ai lavavetri in nome della legalità, e si stracciavano le vesti di fronte a un migrante privo di permesso di soggiorno, hanno obiettato qualcosa per quegli uomini in divisa che colpivano le ferite aperte, minacciavano di stupro ragazzine minorenni, piegavano a colpi di bastone adolescenti ridotti all'impotenza?
Eventi come questi non sono indolori. Scavano un solco. Tracciano un confine. D'ora in poi sarà sempre più difficile mantenere anche solo un terreno di discorso possibile, e aperto, tra queste due Italie: quella piccola, esile, minoritaria fin che si vuole, che non ci sta a digerire tutto, anche il disumano, e quella disposta ormai a passare su tutto e che tutto accetta come «normale». Sarà sempre più difficile continuare a credere anche solo a una riga delle infinite colonne di piombo, e delle stucchevoli prediche sulla nostra bella democrazia, che ci ammanniscono sui giornali. Sarà sempre più difficile, quasi impossibile, continuare ad affidare anche solo un brandello dei nostri progetti e delle nostre speranze a un qualche settore di questo ceto politico indifferente a tutto tranne che a se stesso. Insomma, sarà sempre più difficile sentirsi parte, anche piccola, di un medesimo paese.
Saremo apolidi, forse. O esuli mentali. Può darsi che sia questo l'estremo approdo del bradisismo che si è innescato in questa tormentata transizione italiana: la fuoriuscita dell'Altra Italia dall'Italia ufficiale. La chiusura definitiva del ciclo apertosi col 1945, e protrattosi per oltre un sessantennio. Non lo so. Ma una cosa è certa: d'ora in poi nessuno si permetta più di farci, dall'alto di un qualche luogo «istituzionale» o da qualche organo di stampa, la predica sul «bene comune», sull'«impegno civile», e della «buona cittadinanza». Perché ogni legittimazione è finita.
Quaranta anni fa, dopo il 1968, c'era a ogni assemblea una discussione su chi potesse aprirla, presiederla e chiuderla, nella generale presa di parola che dilagò in Italia e in gran parte d'Europa. Ognuno sentì che poteva e doveva parlare, esporsi, assumersi delle responsabilità, partecipare a una decisione rifiutando di delegarla ad altri, perché ogni mandato rappresentativo portava in sé il verme della gerarchia e della burocratizzazione.
Adesso, quegli ardenti giovani sono almeno cinquantenni e assieme alla loro prole non sembrano desiderare altro che dare una delega al più presto e a un leader che presenti un'immagine attraente, capace di decidere per tutti, perlopiù autocandidato dopo un vasto lavorio, sul quale discutere fra pochi e per un poco, e mandare al voto popolare affidandoglisi per cinque anni senza essere più seccati. In capo a quella scadenza si giudicherà se confermarlo o no, nel mandato. Questo è il sugo della democrazia moderna e, come dice Veltroni, semplificata e non si rompano ulteriormente le scatole.
Nel giro di una generazione s'è dissolta l'acerba critica che, nel nome di un bisogno e diritto assoluto di partecipazione di tutti e di ciascuno, investì la «forma partito» e ogni struttura organizzata. Verso di essi la sfiducia era duplice: qualsiasi organizzazione cristallizza livelli di comando che depotenziano l'assemblea. E nel medesimo tempo spersonalizzava le responsabilità in nome di una «linea» astratta dettata dal gruppo dirigente, lontana dalla complessità degli individui e delle individue che portavano avanti il cambiamento.
Perché di cambiamento si trattava, come sempre quando ingenti masse, stavolta un'intera generazione, si muovono. E in quale direzione era chiaro: allargare la sfera delle decisioni al limite fino alla partecipazione di tutti. Obiettivo difficile. Ma quella spinta spezzò luogo per luogo l'impermeabilità delle strutture politiche, economiche, civili, dalla fabbrica agli ospedali, che furono invase e pervase.
Negli anni Settanta non fu «ideologia», fu esperienza di massa. Essa fragilizzava non solo i vecchi partiti ma i nuovi, e i gruppi extraparlamentari costituitisi sotto l'ondata del movimento, e lo stesso costituirsi nei movimenti di strutture d'una qualche stabilità. Uno dei maggiori problemi della democrazia, e non solo quella diretta, ma ogni democrazia che si rispetti, fu sperimentato da migliaia di soggetti, uomini e donne, giovani e vecchi, molti dei quali per la prima volta «facevano politica».
In Italia durò quasi dieci anni, incontrando prima resistenze forti ma opache e poi, quando cominciò l'azione dei gruppi armati, la repressione si scatenò su quelli ma anche su di essa, che andò finendo. Oggi l'esito di quella stagione è surreale. Il concetto stesso di democrazia ne è uscito modificato ma in senso opposto a quello che aveva innervato la spinta d'urto iniziale.
Oggi infatti ne siamo agli antipodi: prima niente delega, oggi avanti tutta con la delega, prima niente leader, oggi solo un leader, al massimo due per via dell'alternanza che si confrontino in lunghe sfide di immagine. Quando uno di essi avrà ottenuto dagli elettori anche pochi voti in più assicurandosi un consistente «premio di maggioranza», decida senza perdere tempo in parlamentarismi, comitati e assemblee, centralizzando di fatto i poteri fino alla scadenza fisiologica del mandato, che la società non deve accelerare né disturbare. (A meno che il leader sia scoperto in flagrante delitto di menzogna - possibilmente d'ordine personale, perché quella politica è un inconveniente ammesso).
A uscirne a pezzi in Italia sono stati per primi i partiti del dopoguerra, dove la cristalizzazione burocratica s'era trasformata negli anni del Caf anche in monopolio di sempre meno giustificabili privilegi, quando non corruzioni e imbrogli con la scusa dei «costi della politica», producendo alla fine lo scandalo di Tangentopoli.
Diversa fu soltanto l'origine della crisi del partito più partito di tutti, quello comunista, provocata non dalla corruzione ma dal dubbio sulla sua stessa ragione di essere dopo la caduta del Muro di Berlino. Dubbio che si presentò anche come la prima rottura di metodo: in capo a una notte di pensamenti, l'allora segretario Occhetto si presentò non alla segreteria o alla direzione del Pci ma in una popolare sezione di Bologna, di tradizione partigiana, proponendo a quegli stimati veterani di cambiare nome e bandiera del Pci per tenerlo fuori dal precipitare dell'Urss e ridare fiato a una nuova «Cosa».
Fu uno choc, che quella sezione ingoiò, e da allora gli choc non sono cessati, sempre più diretti fra leader e base, leader ed elettori, leader e gente non più intercettata da un partito - perché il metodo della Bolognina non fu messo in causa da nessuno, tanto dovette sembrare liberatorio dalla cappa delle forme.
Scomposte le quali, la divaricazione fra partito politico come luogo di elaborazione, cultura, interesse d'un gruppo politico-sociale e dirigente carismatico - che fino ad allora s'erano tenuti assieme - si è andata allargando, e dai partiti ha investito le istituzioni elettive modificando l'ossatura formale della rappresentanza. Inutile fare la storia. Sta di fatto che scomposto il partito, il militante si è andato confondendo con il simpatizzante, la base del partito del dirigente scivola nella base elettorale, il leader si candida da sé, cerca ex post un consenso e assume i comportamenti d'una figura carismatica dal quale si attende la parola.
È fin paradossale che nel 2008, mentre le residue monarchie, in Spagna e Gran Bretagna, sono semplici portaparola dei governi, i capi di stato delle repubbliche presidenziali sono sempre meno garanti delle costituzioni e sempre più dirigenti assoluti dell'esecutivo. Addio alle distinzioni di poteri fra un capo dello stato, il potere legislativo e quello esecutivo - esse tendono a essere riassunte tutte nel capo dello stato. Con Mitterrand presidente, si diceva ancora il governo Rocard o Chirac o Jospin, mentre oggi, del governo presieduto da Fillon, è chiamato senz'altro il governo Sarkozy. In Italia il processo è più sornione, perché per ora non siamo ancora una repubblica presidenziale, ma le pressioni per divenirlo sono esplicite.
Insomma dal «niente delega» del 1968 e seguenti si è passati alla quasi generale autoconsegna a un leader, mentre i poteri costituzionali e i contropoteri della repubblica rinunciano a funzionare. Se lo tentano, il presidente li sfida. In Francia, Sarkozy fa appello contro di essi per istituire la «pericolosità sociale» come sufficiente a tenere illimitatamente in galera anche chi ha scontato la sua pena, chiedendo e avendo l'appoggio delle famiglie delle vittime. Berlusconi ha fatto lo stesso contro la magistratura, che non è riuscita mai a condannarlo sul serio. Veltroni, leader del Pd, ha ottenuto un raid distruttivo della polizia contro un'incolpevole comunità romena a mo' di vendetta per ingraziarsi l'opinione.
Ogni leader è ormai tentato dal populismo, arma (impropria) personale. Le leggi sono fredde e impermeabili, anche Veltroni si rivolge agli umori d'un popolo già di sinistra - come fa Berlusconi con quello di destra - che lui solo capirebbe e questo popolo volentieri gli si affida, a misura di quanto il senso comune democratico si sia andato guastando.
È il modello americano senza le sue salvaguardie, anch'esse del resto fortemente attenuate dopo l'11 settembre: il presidente Bush, che da un anno non ha più con sé né il paese né il Congresso, continua a condurre una guerra illegale e mortale all'Iraq, ne agita un'altra all'Iran, e appoggia le più folli avventure di Israele contro Gaza, tirando dritto fino alla scadenza del prossimo novembre. Chissà che un'azione di al Qaeda non lo confermi. Lui o un altro repubblicano, mentre i democratici si dilaniano in infinite primarie.
Questa sarebbe la democrazia «modernizzata» che hanno in testa anche politici molto diversi, come Berlusconi e Sarkozy, Putin e Veltroni. Il cui slogan è non per caso: semplifichiamo. Un parlamento è troppo complicato in una società divisa. Semplifichiamolo. L'ideale è arrivare a due capi assoluti con maggioranze assolute. Due condottieri. Due prìncipi. Prìncipi repubblicani, s'intende. Nel senso che durano cinque anni salvo riconferma.
Un capovolgimento del senso della Costituzione del 1948 e dei sommovimenti che l'avrebbero radicalizzata. Non è un evento giuridico, una vicenda delle culture del diritto. Qualcosa di più forte di esse le ha minate nel profondo perché si vada concludendo a questo modo quella che speranzosamente è stata chiamata «la transizione italiana» dalla prima alla seconda Repubblica. La quale si affaccia ben deforme. C'è da interrogarsi perché sia andata così e quali ne possano essere ancora i ripari. Quel che è certo è che, piaccia o non piaccia, l'estrema sinistra, fra cui Negri, avevano veduto giusto: sugli stati ha prevalso la forza cogente delle proprietà e dei capitali internazionali diventati giganti con la globalizzazione, che non incontra più freni né correttivi nei poteri politici. Ne è stata aiutata e li depotenzia.
Messa in causa la loro base di massa nelle figure del conflitto di classe, di sesso, di dominio sulla sfera etica, i leader europei sembrano apprendisti stregoni che non poggiano più che sui loro stessi esorcismi. Mentre alle masse sembra non restare che la protesta o la rivolta, mancando qualcosa di più, a partire da una preliminare e condivisa ricomposizione degli interessi. Che sia finita un'epoca più di quanto ci siamo finora resi conto è confermato dalla battuta di Gianfranco Fini che, per sbeffeggiare la Repubblica nata nel 1945, ha proposto di chiamare giorno della Liberazione quel 13 aprile che presume giorno di vittoria del Popolo delle Libertà. A mettere un alt occorre un sussulto di coscienza, di cultura. Al quale sta chiamando soltanto la Sinistra Arcobaleno, povera sinistra un po' malconcia, ma la sola a ragionare.
«L'ultimo atto di una sinistra anti-industrialista»: Luca Cordero di Montezemolo «teme» che in questo si traduca il decreto contro l'insicurezza sul lavoro varato ieri sera dal governo, nell'ultimo giorno disponibile prima di una scadenza-termini che avrebbe rimandato il tutto al prossimo governo. Detta a un ex presidente dell'Iri passato alla storia per le privatizzazioni dell'industria pubblica (una su tutte, la svendita a prezzo stracciato dell'Alfa Romeo alla Fiat), suona un po' grossa. Ma la riconoscenza e la memoria non sono di questo mondo.
«Con le sanzioni non si salvano le vite», ha chiosato acido il presidente di Confindustria. Chissà perché è un'affermazione che nessuno ha osato pronunciare a proposito di un altro decreto sicurezza, quello varato in poche ore e senza nessun travaglio dopo l'omicidio della signora Reggiani a Roma, a opera di un poveraccio. Un provvedimento, reiterato la scorsa settimana, che limita la libera circolazione dei cittadini comunitari e che secondo Amnesty international «mette a rischio i diritti umani». C'è sicurezza e sicurezza: poco importa che ogni giorno muoiano più persone lavorando di quante ne vengano assassinate per strada.
«Si punta solo sull'inasprimento delle pene». Sono ancora parole di Montezemolo. A Confindustria non basta che il governo abbia attutito le sanzioni per le imprese fuorilegge (quelle che, per esempio, trasgrediscono la direttiva Seveso sulle produzioni pericolose per chi lavora e per chi ci vive attorno), trasformando il carcere in multe. L'organizzazione degli industriali italiani considera la sicurezza un prezzo troppo alto, perché sa che la gran parte dei suoi affiliati trasgredisce regolarmente quelle norme per contenere il costo delle proprie produzioni. Cos'altro potrebbe sostenere un sistema industriale che compete principalmente sul costo del lavoro?
«Servirebbero più formazione, più prevenzione, più cultura della sicurezza». Su questo il presidente di Confindustria ha perfettamente ragione, meglio affrontare il problema alla radice. Ma chi dovrebbe fare formazione, prevenzione e cultura della sicurezza? Chi dovrebbe mettere i lavoratori nelle condizioni di sapere i rischi che corrono, di avere le conoscenze per evitarli, di non correre come dei pazzi accettando qualunque condizione? E non è forse la politica industriale prevalente in Italia a impedire tutto ciò? A Montezemolo gli antichi risponderebbero: de te fabula narratur.
Il decreto varato dal governo uscente di per sé non risolve il problema dell'insicurezza sul lavoro, può semplicemente limitare qualche danno, arriva persino tardi. Ma i padroni ne parlano come roba da Soviet e l'ostacoleranno con ogni mezzo: non si sono accorti che Walter Veltroni ha dichiarato finita la lotta di classe, ricomponendola in un'accogliente lista elettorale.
Le “esigenze” emerse al “tavolo tecnico” Stato-Regioni - in particolare la contrarietà a un nuovo centralismo delle funzioni in materia di paesaggio, la distinzione con i beni paesaggistici sottoposti a vincolo, lo snellimento delle procedure - sono state esaminate il 27 febbraio in un incontro fra il presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, e il ministro per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Rutelli.
Lo ha reso noto l'ufficio stampa della Basilicata, precisando che De Filippo ha chiesto al Ministro di “valutare l'opportunità di modificare la terza parte del Codice dei beni culturali e del paesaggio sulla base delle esigenze espresse al tavolo tecnico della Conferenza Stato-Regioni”.
Il presidente lucano ha espresso “preoccupazione per la manifesta volontà di accentramento delle funzioni in materia di paesaggio con conseguente svalutazione del ruolo regionale. Tale aspetto ha aggiunto De Filippo - trova fondamento, tra l'altro, nel previsto assetto delle autorizzazione per cui il parere del Soprintendente (Ministero) è preventivo, obbligatorio e sempre vincolante, nonostante l'obbligatorietà dell'elaborazione congiunta Ministero-Regioni del Piano paesaggistico”. Il presidente della Giunta regionale della Basilicata, inoltre, ha chiesto “una maggiore semplificazione delle procedure” e ha proposto di “rendere più evidente, all'interno del Codice, la distinzione del concetto di 'paesaggio' riferito a tutto il territorio da quello di 'beni paesaggistici' intesi esclusivamente come beni sottoposti a vincolo, considerato il fatto che l'articolato normativo del testo è riferito essenzialmente alla tutela dei beni paesaggistici”.
Il Ministro - è scritto nella nota dell'ufficio stampa dell'esecutivo regionale lucano - “ha assicurato la disponibilità del ministero a negoziare su questi tre nodi accogliendo l'emendamento che distingue fra beni paesaggistici e paesaggio. Inoltre, il ministero ha concordato sulla opportunità di modificare il parere da vincolante ad obbligatorio, condizionato al fatto che esso avvenga successivamente all'approvazione del piano e all'accertamento dell'adeguamento-conformità ad esso degli strumenti urbanistici. E, infine, si è detto disponibile a rendere più semplici le procedure.
Il modello del partito-contenitore, che presuppone una dialettica tra due grandi aggregazioni elettorali, è nato negli anni ’60 all’interno della politologia statunitense, con Kircheimer e Wells.
L’idea centrale era che, in una fase di crescita stabile della classe media, i voti potenziali per i due schieramenti si concentrassero sulle issues intermedie tra una destra e una sinistra che rimanevano residuali poiché diminuivano gli elettori interessati a quelle opzioni “estreme”. In Italia, il sistema bipolare è arrivato faticosamente ad affermarsi proprio quando la middle class, in tutto l’Occidente, si proletarizza e aumentano in modo esponenziale i differenziali di reddito tra i molto ricchi e i sempre più poveri. Era peraltro già avvenuto negli USA negli anni ’80, ed è un processo che continua ancor oggi. Quindi, è prevedibile che i due contenitori politici debbano fare i conti sia con una differenziazione interna paralizzante sia con una concorrenza significativa di flash parties alle loro estreme. E non è un caso che il nuovo partito di centro che si va ricostituendo si riunisca intorno ai “valori non negoziabili” dell’etica cattolica, dato che sempre meno si riesce a trovare l’elettorato omogeneo nei pressi del ceto medio. Il bipartitismo, poi, dove si è affermato, subisce il contrappasso di esecutivi forti e con diversa legittimazione, o di centri di identificazione super partes. È il caso degli USA, con la Presidenza che si autolegittima elettoralmente fuori dalle votazioni per il Congresso e la House of Representatives, o della Gran Bretagna, dove la Corona dei Windsor raccoglie l’identità nazionale e controlla la politica estera, di difesa, di intelligence e delle relazioni con il Commonwealth delle vecchie ex-colonie. Caso diverso è la Francia, dove però la Presidenza è la fonte e il riferimento dell’esecutivo, mentre l’Assemblea Nazionale è sempre più residuale nel decision making politico. E in Italia, dove si trova il “motore immobile” del bipartitismo?
La Monarchia, come è noto, non c’è più, ed è stata anzi un fattore di rottura della classe politica, non di identità nazionale e territoriale. I Savoia sono diventati monarchi dell’Italia unita grazie a un simpatico avventuriero repubblicano (Garibaldi), a un cupo letterato genovese (Mazzini) anch’egli antimonarchico, e al Conte di Cavour che, monarchico per dovere, aveva della casa Savoia una pessima opinione, mai nascosta, peraltro. Per non parlare di Benito Mussolini.
I “valori cattolici” poi non sono più universali, e comunque corrispondono agli interessi di uno Stato Autonomo, dentro le Mura Leonine. L’epica dell’unità italiana, infine, è stata scientemente distrutta, per volgari interessi di bottega, dalla corsa al federalismo che ha consumato il residuo prestigio della classe politica; e consegnato l’Italia, proprio mentre si doveva rinegoziare la politica estera e la collocazione dell’Italia nella nuova divisione internazionale del lavoro, alla contemplazione degli ombelichi localistici e alla retorica dei “distretti industriali”. Vi immaginate cosa può contare la Basilicata del petrolio di Ferrandina, da sola, contro il cartello dell’OPEC e i suoi compari russi? Mentre occorreva la morte ma anche la rinascita dello Stato-Nazione, tutti sono andati alla spicciolata nel mercato-mondo, e ne hanno prese di santa ragione.
Il carisma del leader inoltre non è tutto, e comunque oggi i dirigenti politici sono privi di quelle caratteristiche psicologiche, culturali, di formazione che hanno costruito Mitterrand e De Gaulle, Helmut Schmidt e Ronald Reagan. Non a caso nei programmi politici ci sono pochi e generici accenni alla politica estera.
Ho due sospetti: che entrambi gli schieramenti italiani, i due partiti-contenitore (nel senso dei programmi-contenitore alla TV, dopo il primo shock petrolifero del 1973) credano che, come si dice in Toscana, “il mondo goda”; e si attendono dagli USA e dalla NATO il sostegno gratuito che tanta parte ha avuto nel “miracolo economico” italiano, o che magari sognino di fare quelli che, con il nostro debito pubblico e la nostra amministrazione locale e centrale, dettano le regole all’UE che si sta invece interrogando se, in futuro, non si debba riservare all’Italia lo stesso trattamento che Giuliano Amato e il suo ministro Piero Barocci furono costretti a subire nel 1992: l’uscita temporanea della Lira dallo SME.
Insomma, nei programmi non si intravede una geopolitica seria e fattibile, ma un elenco di belle cose che, forse, non ci sarà modo di poter attuare. Come il bambino affamato, all’osteria, con il padre affranto per la perdita del lavoro in “Ladri di Biciclette”. Ma ne riparleremo in seguito.
Nel quotidiano parlare di economia sembra che la produttività abbia soppiantato la flessibilità. Del lavoro, è evidente. Non c’è intervento dei dirigenti confindustriali, del governatore di Bankitalia, di esperti radiotelevisivi, di manager, di politici dei maggiori schieramenti, che non rimarchi la necessità assoluta di aumentare la produttività del lavoro. Per far salire le retribuzioni, reggere la competizione con i paesi emergenti, rilanciare il tasso di crescita del paese. Quel che nella discussione sovente non è chiaro è che cosa realmente si intenda per produttività del lavoro. Non è questione da poco. Infatti, a seconda del significato che si attribuisce a questa parola, le azioni da intraprendere in varie sedi saranno assai differenti, così come lo saranno le conseguenze per i lavoratori.
La definizione più appropriata di produttività del lavoro vede in essa il valore aggiunto (o frazione di Pil) prodotto per ora lavorata. Prendiamo due lavoratori, Carlo e Luigi, di pari età e competenza professionale. Il lavoro di Carlo, tutto compreso, costa 30 euro lordi l’ora, mentre il prodotto che lui realizza in un’ora vale 50 euro. In questo caso il valore aggiunto è di 20 euro. Il lavoro di Luigi, dipendente da un’altra azienda, costa di più, 40 euro l’ora, ma quel che produce ne vale 65. Poiché il suo valore aggiunto tocca i 25 euro, la produttività del lavoro di Luigi è maggiore di quella di Carlo. Supponiamo ora che il suo capo dica a quest’ultimo che se proprio vuole un aumento di salario deve aumentare la produttività: additandogli, per stimolarlo, l’esempio di Luigi. Che cosa deve fare Carlo per soddisfare una simile richiesta? A rigore, ha una sola scelta: lavorare più in fretta. Accelerare i movimenti. Come il suo omonimo Charlot in Tempi moderni. Deve avvitare più freneticamente i bulloni che il nastro trasportatore gli fa scorrere davanti, senza saltarne uno, a costo di finire anche lui nel ventre della macchina che li muove – con qualche rischio in più a paragone del personaggio del film.
Prima di mettersi ad emulare Charlot, Carlo potrebbe però avanzare qualche obiezione. Ad esempio potrebbe dire che se gli dessero dei mezzi di produzione più moderni, come quelli di Luigi, in luogo dei residuati di vent’anni fa con cui deve arrangiarsi, produrrebbe di più, senza dover lavorare a ritmi infernali. O che l’organizzazione del lavoro studiata dai tecnici a tavolino, magari imposta da una lontana impresa capogruppo che dei problemi locali non capisce nulla, spreca l’intelligenza e l’esperienza delle persone anziché utilizzarle al meglio. Che quelli della ricerca & sviluppo potrebbero finalmente inventarsi qualcosa che abbia un più elevato valore d’uso, in modo da poter essere venduto a un prezzo migliore, facendo così crescere il valore aggiunto per ora lavorata.
Potrebbe anche far notare, il Carlo, che i materiali, i semilavorati, i componenti che arrivano nel suo reparto da una regione vicina, oppure dalla Turchia, dalla Malesia o da un’altra parte del mondo, presentano spesso difetti o ritardi che provocano rallentamenti della produzione. Un problema che rende quasi impossibile valutare quale sia la produttività del lavoro di una data unità produttiva, visto che in moltissimi casi due terzi se non tre quarti, in valore, d’un qualsiasi manufatto o servizio provengono appunto dall’esterno. Per cui la maggior produttività di Luigi a confronto di Carlo potrebbe derivare da una miglior catena globale di subfornitura, non già dal fatto che lavora meglio o più in fretta.
Nell’insieme le obiezioni di Carlo che non vorrebbe diventare Charlot stanno a significare che allo scopo di aumentare la produttività del lavoro, e con essa i salari, non esiste soltanto la formula "lavorare di più per guadagnare di più". Esiste anche quella che consiste nel fare maggiori investimenti in capitale produttivo, ricerca e sviluppo, innovazioni organizzative interne ed esterne, formazione. Quegli investimenti che le imprese italiane non amano fare, o fanno in misura assai inferiore rispetto a quella che i loro utili gli permetterebbero. Tanto per dire, i cinquanta maggiori gruppi italiani quotati in borsa hanno realizzato nel 2006 (dati Mediobanca) oltre 42 miliardi di utile. Nel 2007 non dovrebbero essere lontani dai 50 miliardi.
Dopo avere equamente rimunerato gli azionisti, gran parte dei suddetti gruppi potevano spendere il resto degli utili in investimenti rivolti ad aumentare la produttività del lavoro. Hanno invece speso somme colossali, ancora in tempi recenti, nel riacquisto di azioni proprie, o buybacks. Lungi dall’essere il segno d’una lungimirante politica industriale, come sono immancabilmente salutati dai commentatori economici, i buybacks sono effettuati in prevalenza allo scopo di far salire il prezzo delle azioni. Avendo di mira un duplice risultato: rendere più ostici eventuali tentativi di scalata al proprio gruppo da parte di altri gruppi, e soprattutto aumentare il guadagno derivante dalle opzioni sulle azioni che i manager hanno sottoscritto in passato (senza versare un euro), in attesa di tempi in cui il valore delle azioni sale di molto. Quelli, appunto, che il riacquisto delle azioni proprie miracolosamente avvicina. Risultati conseguiti a scapito degli investimenti e dell’aumento che questi potrebbero recare alla produttività del lavoro.
Il dubbio che a questo punto affiora è che, tutto sommato, alle imprese un aumento di produttività ottenuto accrescendo il valore aggiunto per ora lavorata in realtà importi poco. Naturalmente, se Carlo accetta di lavorare ai ritmi del film di Charlot tanto meglio. Ma in fondo basterebbe che lavorasse più a lungo. Nessun bisogno di investimenti per rinnovare gli impianti, migliorare l’organizzazione, inventare prodotti migliori. Sarebbe sufficiente che facesse un congruo numero di ore di straordinario, che lavorasse qualche sabato in più, o facesse qualche giorno di ferie in meno. Avvicinandosi così agli orari degli americani. Al riguardo il presidente di Confindustria è stato esplicito: ogni cinque anni in Italia, ha detto, si lavora un anno di meno che negli Stati Uniti. Trascurando qualche dettaglio. Gli americani lavorano 1800 ore l’anno anziché 1500, e fanno in media otto giorni di ferie pagate in luogo di trenta, perché l’assicurazione sanitaria privata di cui debbono forzatamente avvalersi è costosissima, l’istruzione universitaria per i figli pure, le retribuzioni di gran parte dei lavoratori dipendenti sono cresciute, in termini reali, di pochissimi punti rispetto agli anni 70, e i sindacati hanno quasi perso ogni potere. Se questo è il modello soggiacente all’idea di lavorare di più per guadagnare di più, la nozione autentica di produttività del lavoro, perfino il mite Charlot avrebbe qualcosa da obbiettare. Se poi nei fatti, cioè nei futuri contratti, il dubbio citato sopra circa il significato reale di produttività dovesse rivelarsi infondato, saranno in tanti a rallegrarsene.
In piedi per ore, nudi e con le mani alzate, o a fare il cigno o a piroettare come ballerine o ad abbaiare come cani per essere meglio derisi e insultati dalla polizia, dai carabinieri, dai medici. Intimidazioni politiche e intimidazioni sessuali, schiaffi, colpi alla nuca. Un salame usato come manganello, o agitato per meglio rendere le minacce di sodomizzazione. Gentili epiteti come «troia» e «puttana» alle ragazze, «nano di merda», «nano pedofilo», «nano da circo» a un disabile, costretto per sovrappiù a farsela addosso dal sadico rifiuto di accompagnarlo in bagno. Una mano divaricata e spezzata. Nuche prese a schiaffi e a colpi secchi. Piercing strappati, anche dalle parti intime. Promesse di morte, al grido di «Ne abbiamo ammazzato uno, dovevamo ammazzarne cento». Nella caserma di Bolzaneto, in quel di Genova 2001, dopo l'assassinio di Carlo Giuliani e l'assalto alla scuola Diaz, questi furono i fatti, secondo la ricostruzione dei pm al processo che si sta svolgendo in questi giorni. Lo sapevamo dalle testimonianze, adesso lo sappiamo, come si dice in gergo, dalla raccolta degli elementi probatori sottoposti a riscontri. Fu dunque tortura a tutti gli effetti, con tutto il carico di sadismo, sessismo, pornografia di cui la tortura è fatta. Conviene non volgere lo sguardo e leggere attentamente questa macabra descrizione: non solo a Abu Ghraib, non solo a Guantanamo, non solo nelle carceri dove «spariscono» le vittime delle «rendition» americane, la tortura è tornata ad essere uno strumento ordinario dello stato d'eccezione permanente in cui viviamo. «Standard Operation Procedure», normale procedura, come dice il titolo del documentario su Abu Ghraib di Errol Morris meritoriamente premiato alla Berlinale, come meritoriamente Hollywood ha premiato ieri «Taxi to the Dark Side», il documentario di Alex Gibey su sevizie e morte di un tassista afgano nella base americana di Bagram, caso d'avvio dell'uso della tortura da parte dell'amministrazione Bush dopo l'11 settembre. E certo, rivisto adesso - e non da adesso - il film di Genova appare una sinistra anticipazione su scala locale di quello che pochi mesi dopo, con l'11 settembre e la guerra al terrorismo, si sarebbe scatenato su scala globale. Una prova generale, come del resto a molti fu chiaro fin da subito.
Conviene non volgere lo sguardo e non rimuovere il fatto che a Bolzaneto quei gesti sono stati eseguiti, quelle parole sono state dette, quei piercing sono stati strappati, quei corpi sono stati denudati e derisi e colpiti, da quelle forze dell'ordine che dovrebbero presidiare lo stato di diritto. E' accaduto, e niente ci garantisce che non possa riaccadere. E fin qui, il discorso pubblico si è ben guardato dal seminare qualche parola immunitaria. Genova è sepolta nella memoria, riemerge solo nelle requisitorie dei pm e nelle sentenze dei giudici. Storia giudiziaria, questione di ordine pubblico: non entrerà nei comizi elettorali, come non è mai entrata nell'agenda politica; non è tema «eticamente sensibile», non c'entra con la Vita né con la Morte, non è fatta di maiuscole, non sta a cuore al Vaticano, non agita i teo-con, non si intona col pensiero positivo del Pd. Alla prima del suo film a Berlino, Errol Morris ha detto che l'ha girato per dire quanto si vergogna del suo paese. Qualcuno in sala ha commentato che è troppo poco, che la vergogna è messa in conto nel gioco delle opinioni della democrazia americana e non impedirà alle «standard operating procedure» di ripetersi. Può essere, ma chi si vergogna in Italia di Bolzaneto? Abu Ghraib, sostiene Errol Morris, forse non fu opera di qualche «mela marcia», come l'amministrazione Bush ha sostenuto assolvendosi; forse fu il picco di una prassi di abusi sistematica, e certo fu il sintomo del degrado della tavola dei valori della democrazia americana. Di che cosa fu sintomo Bolzaneto quanto alla democrazia italiana, di che cosa picco, chi autorizzò le «mele marce» di quella caserma, chi ci garantisce che altre mele non marciscano? Un processo istruisce queste domande, ma sta alla politica, e a noi tutti, rispondere.
«A cosa servirà - in Parlamento e fuori di esso, nell'immediato e in prospettiva - il soggetto unitario e plurale che state costruendo a sinistra in tutta fretta?». E' questa la domanda centrale che Gabriele Polo ci pone nell'editoriale del manifesto di sabato scorso. Intendo rispondere chiaramente, perché quell'interrogativo coinvolge e inquieta una parte grande del nostro popolo. Polo chiede «risposte non scontate» né limitate all'«elenco dei sacri princìpi». Va bene, è giusto. A patto però di non considerare comunque banali e ovvie quelle risposte. Perché non lo sono affatto. Perché non è banale e ovvia la fase che stiamo attraversando. Siamo di fronte a un'operazione politica di portata e di ambizione gigantesche, iniziata ben prima della campagna elettorale ma che con la campagna elettorale ha subìto una drastica accelerazione.
Senza giri di parole, l'obiettivo è cancellare la sinistra dal quadro politico di questo paese, per rendere marginale il conflitto sociale, rimuovere ogni forma di protagonismo e partecipazione, far scomparire dall'orizzonte ogni idea di alternativa di società.
D'altronde, il quadro che tende a delinearsi dopo le elezioni è proprio quello di un governo di compatibilità confindustriali, per far valere gli interessi forti allorquando si faranno sentire la recessione americana, la crisi finanziaria e quella energetica. Non mi riferisco solo al classico governo di larghe intese, come in Germania, ma anche ad altre e inedite modalità, come peraltro si sta sperimentando in Francia con la commissione Attali. Tutte scelte che peseranno in maniera soverchiante sul lavoro e sulle condizioni di vita delle fasce più deboli della popolazione, accentuando precarietà e moderne forme di impoverimento. La possibilità di fronteggiare questa situazione ed evitare che a pagare i costi della crisi siano, come al solito, i più deboli dipende tutta dalla presenza di una forte e radicata sinistra politica. E' evidente che l'esperienza del governo Prodi, per lo scarto enorme tra le aspettative che aveva suscitato e le delusioni seguenti, rende tutto ciò molto più difficile. Non è un caso infatti che il Pd di Veltroni, dopo aver rappresentato con le altre forze centriste la principale resistenza all'attuazione del programma del governo e alle aspirazioni di rinnovamento del paese, eviti oggi qualsiasi serio bilancio di quella esperienza e proponga un programma stavolta, a differenza di quello boicottato in precedenza, del tutto adeguato alle richieste condizionanti di Confindustra e delle gerarchie ecclesiastiche
Se accetto e ritengo fondata la critica rispetto al ritardo con cui abbiamo avviato il processo unitario, nonostante lo sforzo da noi compiuto da tempo per contrastare resistenze e conservatorismi, credo che il tema vero sia quello di convenire unitariamente sulla necessità della costruzione di una sinistra non solo parlamentare ma politica in senso forte. Capace cioè di legare qui ed ora il mutamento concreto delle condizioni materiali individuali e collettive con un progetto complessivo di trasformazione della società. Esattamente il rovescio del modello americano, che tollera esperienza anche di radicalità sociale, incapaci, però, di incidere sulle scelte di fondo e sulla progettualità della politica. Dove è possibile, insomma, aprire solo canali di microcontrattazione parziale i cui esiti sono destinati, con il tempo a rivelarsi effimeri. A volte ho la sensazione che la sirena della contrattazione «all'americana», così come quella del ritrarsi in una dimensione del sociale incontaminata dalla politica, trovino entrambe ascolto anche sulle pagine del manifesto. E invece, pur tra limiti e contraddizioni, la sfida del nuovo soggetto unitario e plurale sta proprio nella capacità di coinvolgere a pieno titolo nella sua costruzione tutte le esperienze della Sinistra, dai movimenti alle esperienze comunitarie di nuovo legame sociale, dalle associazioni ai singoli compagni, dai luoghi della conflittualità sociale a quelli della lotta in difesa dei diritti civili, fino alle esperienze di ricerca politica e culturale che sono fiorite in questi anni al di fuori delle forze politiche organizzate.
Non vedo altra via per tenere aperta la possibilità di trasformazione nel nostro paese e per restituire attualità all'idea di eguaglianza, mettendola in relazione dialettica con le trasformazioni subìte dai processi di produzione e con la valorizzazione della differenze introdotta dal femminismo e dal pensiero della differenza sessuale nei criteri classici del pensiero critico. Non vedo altra via per affrontare la scommessa costituita dalla necessità di coniugare, in forme adeguate ai tempi, l'eguaglianza con la libertà, intesa come liberazione dei soggetti dalle forme di alienazione, dall'eterodeterminazione dei bisogni, dal peso della tecnica e della scienza che colonizza i corpi, i sentimenti, gli affetti: il capitalismo che oggi occupa lo spazio della produzione e della riproduzione.
Se questa è la posta in gioco, care compagne e cari compagni del manifesto, la critica, anche aspra, è non solo benvenuta ma per noi necessaria. A patto però che quella critica e quella necessità di confronto non si traducano solo in una sorta di attesa vigile che esclude il coinvolgimento immediato e diretto nel processo di costruzione del soggetto unitario e plurale della Sinistra.
Il precipitare della crisi politica ci ha posto di fronte a enormi difficoltà ma ci ha anche offerto potenzialità altrettanto grandi. Possiamo, dal basso, cambiare il segno di questa fase politica e tenere aperta una prospettiva che in troppi vorrebbero definitivamente chiusa. Non potete tirarvene fuori.
Negli ultimi giorni l’agenda elettorale è cambiata. Sembrava che i temi riguardanti i diritti civili, le questioni «eticamente sensibili» dovessero rimanerne fuori, per una tacita intesa tra i grandi contendenti, timorosi di discussioni difficili che potevano rendere più polemici i confronti, e così provocare divisioni all’interno di Pd e Pdl. Le cose sono andate diversamente.
Perché qualche irriducibile non si rassegnava a questa rimozione e, soprattutto, perché una cronaca impietosa mostrava una realtà insensibile agli ammiccamenti tra i partiti, com’è avvenuto a Napoli quando una donna che aveva appena interrotto una difficile gravidanza si è trovata nelle mani della polizia. Da qui una fiammata di consapevolezza, con le donne che si riprendono la piazza e la parola; con categorie professionali abitualmente assai prudenti, come quella dei medici, che assumono posizioni nette; con l’arrivo nel Pd delle candidature «scandalose» dei radicali e di Umberto Veronesi.
Qualcuno dirà, ancora una volta, che le elezioni si vincono dando risposte precise ai bisogni materiali, che oggi sono quelli dell’economia, del fisco, del lavoro, della crescita dei prezzi, della sicurezza. In tempi tanto difficili, i diritti civili vecchi e nuovi appartengono ad un «secondo tempo» della politica, sono un lusso che ci si può permettere solo dopo aver risolto le questioni davvero urgenti. «Prima la pancia, poi vien la morale» – canta alla fine del secondo atto dell’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht «il re dei mendicanti», Mackie Messer. Ma può la politica vivere senza ideali, senza gettare il suo sguardo al di là delle contingenze, non per sfuggire ad esse, ma per coglierne il significato più profondo? «L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che viene dalla bocca di Dio». Anche il non credente coglie in questo passo del Vangelo di Matteo un insegnamento che non può essere trascurato, e che consiste appunto nella necessità di trarre ispirazione da qualcosa che non consista solo nell’amministrazione del quotidiano.
Ma – si può ancora obiettare – tutti i sondaggi ci mostrano che temi come il testamento biologico o le unioni di fatto raccolgono un consenso modesto.
Ora, a parte la considerazione che i risultati dei sondaggi sono fortemente influenzati dal momento in cui sono effettuati e dal modo in cui sono strutturate le domande, l’esistenza di un gruppo di elettori sia pur limitato, ma che farà le sue scelte proprio in base al modo in cui i partiti si pronunceranno su quelle questioni, deve far riflettere quanti sottolineano che il risultato elettorale dipenderà probabilmente dall’orientamento di fasce ristrette dell’elettorato. E, se si vuole rimanere nella dimensione dei sondaggi, vale la pena di ricordare che, quand’era ministro della Salute, Umberto Veronesi aveva un gradimento altissimo, superiore a quello degli altri suoi colleghi di Governo.
Nasce forse da qui il risentimento di alcuni ambienti per le candidature dei radicali e di Veronesi, per il comunicato sui temi della nascita della Federazioni dei medici. Si chiede chiarezza, ma in realtà si è disturbati proprio dal fatto che quelle candidature sono chiarissime, comprensibili per i cittadini senza distorsioni tattiche. Disturbano perché rifiutano il monopolio dell’etica da parte di chicchessia, perché manifestano convinzioni forti, ma in nome del dialogo e del confronto, non della pretesa di schiacciare gli altri sotto il peso di «valori non negoziabili». E’ buona cosa per la democrazia quando tutte le opinioni possono stare in campo con eguale forza e dignità.
Alle considerazioni contenute nel comunicato della Federazione di medici dovrebbero essere riservati lo stesso rispetto e attenzione che ambienti e giornali cattolici dedicarono, qualche settimana fa, a quel che disse un gruppo di primari medici romani sulla necessità di rianimare i feti nei casi di aborti tardivi. Si è sostenuto, da parte dell’Avvenire, che quel testo non corrisponde al documento effettivamente votato. Chiarimenti a parte su questo aspetto, è bene ricordare che lo stesso giornale riconosce che nella Federazione sono ufficialmente emerse posizioni critiche sulla legge sulla procreazione assistite e di pieno sostegno alla legge sull’aborto ed alla pillola del giorno dopo. Come si diede piena legittimità alla privata presa di posizione dei primari romani, allo stesso modo si deve riconoscere rilevanza ad una posizione espressa nell’ambito della massima organizzazione dei medici, se non altro perché smentisce la tesi tante volte avanzata di un massiccio rifiuto dei medici delle nuove tecniche che la scienza mette a disposizione delle donne.
Arricchita l’agenda elettorale con gli ineludibili temi che riguardano la vita delle persone e i loro diritti, si tratta ora di vedere come questa novità sarà gestita politicamente. La salute si presenta giustamente come un tema centrale, che sollecita l’autocandidatura di Giuliano Ferrara ad occupare quel ministero e fa nascere il timore che, invece, il ministro possa essere proprio Umberto Veronesi. Al futuro ministro, quale che sia, conviene ricordare che, proprio in materia di salute, l’articolo 32 della Costituzione stabilisce che «la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». E’, questa, una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, poiché pone al legislatore un limite invalicabile, più incisivo ancora di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. Nell’articolo 32 si va oltre. Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all’indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato. Il governo del corpo e della vita appartiene all’autonomia della persona. Un principio non ispirato da una deriva individualistica, ma memore dell’orribile sperimentazione dei medici nazisti, processati proprio mentre si scriveva la nostra Costituzione. E da quella esperienza nacque il Codice di Norimberga, che subordina ogni intervento sul corpo al consenso dell’interessato.
Tornando al presente, si deve sperare che non si avvii una spirale «compensativa», un bilanciamento affidato a candidature cattoliche. Se così fosse, il Pd diverrebbe prigioniero di una schizofrenia paralizzante, la stessa che nella passata legislatura ha impedito ai disegni di legge sul testamento biologico e sulle unioni di fatto di arrivare in aula. E, poiché è tempo di programmi e di promesse e Veltroni ha parlato della immediata presentazione in Parlamento di una serie di proposte se vincerà il suo partito, si può chiedere un altro impegno. Qualora il Pd non raggiunga la maggioranza, presenti lo stesso le sue proposte e usi gli spazi e i tempi riservati alle opposizioni dai regolamenti parlamentari per chiederne la discussione e sollecitarne il voto.
Certo, in questo modo si corre il rischio della bocciatura. Ma sarebbe peggiore il silenzio, e il rifiuto di chiedere il consenso sociale, di promuovere in concreto la cultura dei diritti. Vi sono comportamenti «impolitici» che sono il miglior antidoto all’antipolitica.
«Ben che vada portiamo a casa la pelle». Partiamo da qui, da questa frase detta a mezza voce un po' dovunque, per affrontare l'incubo presente a molti ma esplicitato da pochi: la scomparsa della sinistra parlamentare italiana, o la sua riduzione a irrisoria consistenza (che poi è come sparire). Finire sotto l'8% aprirebbe la strada per un declino alla «francese» e a quel punto resterebbe solo il terreno extraparlamentare; superare quella soglia rappresenterebbe una «prova in vita», che senza risolvere il problema dell'assenza di un progetto di trasformazione, terrebbe aperta la possibilità di agire la lotta politica anche a livello istituzionale.
La Sinistra-l'arcobaleno è arrivata a questo bivio nel peggiore dei modi: con un'unità tutta «di riporto» rispetto alla nascita del Partito democratico, massacrata da un'esperienza di governo foriera di pochissimi successi, nella fretta di costruire una compagine elettorale sotto gli equilibri dei partiti che la compongono (e che rischiano di esaurirla) e solo promettendo per un domani la costruzione di un vero e proprio soggetto politico. Mettendo insieme, con pessima alchimia, il peso di una concezione della politica parziale nel merito e totalizzante nel metodo (centralità quasi esclusiva delle sedi istituzionali, pretendendo di rappresentarvi il «tutto» di una società frammentata) con la leggerezza di messaggi testimoniali. Tradotto in termini elettoral-parlamentari, proporsi come opposizione senza le idee e le forze per praticarla. Così la domanda cui ci viene chiesto di rispondere diventa: «pensate o no che debba esistere una sinistra in Parlamento?». La risposta è fin troppo facile: «certo che sì», ma il punto è che quella è la domanda sbagliata. Perché corrisponde al «congelamento delle idee di fronte alla liquidazione della sinistra» di cui parlava ieri Marco Revelli in un'intervista su queste pagine; perché rivela una logica puramente testimoniale. Se fosse così, tanto valeva tenersi la falce e il martello: almeno sarebbe stata una testimonianza lineare.
La domanda vera - che giriamo ai dirigenti della Sinistra-l'arcobaleno - è un'altra. A chi - come chi scrive - vi voterà per stato di necessità, quale disegno proponete? A che cosa servirà - in Parlamento e fuori da esso, nell'immediato e in prospettiva - il soggetto «unitario e plurale» che state costruendo in tutta fretta? Non è una domanda retorica e sarebbe bene dare risposte non scontate, né risolvere il problema con l'elenco dei sacri princìpi (che diamo per acquisiti) o con un elenco di microprovvedimenti. E' una domanda che si fanno in molti e che pretenderebbe l'apertura di un confronto serrato, da non esaurire il 13 aprile. Avrebbe bisogno della ricostruzione di una comune alternativa da riempire di pratiche. Altrimenti il rischio - più che concreto - è che di fronte a una pura logica di sopravvivenza, le donne e gli uomini in carne e ossa - alle prese con i loro pressanti problemi - preferiscano la scelta «americana» del Partito democratico. Scegliendo un contenitore che non propone nessuna alternativa di sistema, ma che in una logica del tutto contrattualistica della politica promette soluzioni parziali a individui e gruppi, elargendo un po' di prebende e affermando l'antico e interclassista luogo comune della comunità nazionale ben governata. Alla fine è un imbroglio, ma potrebbe essere visto da molti come l'unica soluzione possibile. E, poi, le illusioni - se ben presentate - possono apparire un sogno. Per evitare tristi risvegli avremmo bisogno di tutt'altri sogni.
Oggi le campagne elettorali si organizzano, come ormai affermano tutti i manager del settore, o su “idee-guida” valoriali, come è il caso dei politicalpreachers statunitensi, o su issues che interessano direttamente la vita quotidiana dei cittadini.
Morte le ideologie, finite le grandi narrazioni storiche in cui si identificavano vasti gruppi di cittadini, cessata la protezione geopolitica che aveva fatto parlare Ronchey di un “fattore K”, la vendita delle scelte politiche è simile sempre di più alla campagna per la diffusione dei prodotti di largo consumo. Uso del “testimonial” (il leader politico, in questo caso) creazione di slogans forti e semplici, scarsa innovazione nella comunicazione, simbolizzazione di alcuni temi. Un partito politico si vende con le stesse tecniche del fustino di detersivo, che serve a tutti, è abbastanza anonimo, e comunque evoca messaggi rassicuranti e universali, niente affatto collegati alla funzione del detersivo, che è appunto quella di pulire. Inoltre, la comunicazione politica è, e deve essere, suadente e non creare associazioni negative o complesse, e deve parlare all’area pre-razionale dei sentimenti, delle pulsioni, delle abitudini.
Quel genio di Séguéla, che ha avuto l’unico torto di far incontrare Sarkozy e Carla Bruni, ha fatto vincere Mitterrand con lo slogan “la forza tranquilla”, ancora insuperato nella comunicazione politica. Non implica una attività da parte dello spettatore-elettore che deve sempre rimanere passivo, come invece il “we can” di Obama, ma ti sottopone il messaggio di un lento e piacevole abbandono a un padre buono, forte e autorevole. Poi, come diceva lo spin doctor di Tony Blair, “noi possiamo fare tutto, ma non possiamo creare il carisma”.
Nel caso della campagna elettorale italiana, abbiamo leaders che comunicano insieme troppi concetti (e spesso abborracciati, si vede che non sono statisti) oppure veicolano un eccesso di messaggi consolatori e edulcorati, che senza l’effetto carismatico “bambolizzano” come dicono gli spin doctors, l’elettore ma non lo fidelizzano. Compreranno subito un fustino di detersivo, ma non è detto che sia quello che produci tu. La sequenza di botte e risposte sulle issues, poi, depotenzia il messaggio e le rende poco credibili.
Il problema è che, nel marketing politico attuale, non si vende più un prodotto (la riforma universitaria, l’aumento delle pensioni, gli asili-nido) ma la certezza della capacità di risolvere i problemi. La moneta è comandata a Francoforte, e non da noi, i flussi di capitale arrivano da ben altre linee che non da Montecitorio, la divisione internazionale del lavoro si discute nei think tanks internazionali, che poi la inducono sui governi. Quindi, nessuno può più fare promesse, ma solo vendere l’aura magica della potenza e della credibilità di risolvere imprevisti problemi futuri.
«Non riconosceremo l’indipendenza del Kosovo unilateralmente dichiarata, perché contraria al diritto internazionale». Così ha detto in apertura della riunione Ue - dando con la sua autorevolezza voce a una linea già enunciata da molti governi europei - ilministro degli esteri spagnolo, Moratinos. Che ha anche aggiunto, conferendo particolare drammaticità alla sua denuncia, che accettare questa secessione dalla Serbia equivale all’invasione dell’Iraq .
L’unità dell’Ue si è dunque ampiamente spezzata, al punto che l’Unione va in ordine sparso e non vale più l’argomento secondo il quale non ci sarebbero stati spazi per una posizione italiana diversa da quella che rischia invece di prevalere a Bruxelles: un’accettazione del fatto compiuto, che appare tanto più grave se si considera che così, oltretutto, si opera anche contro il Consiglio di Sicurezza e la risoluzione 1244 votata a suo tempo dall’Onu.
Una doppia violazione, dunque, che per l’Italia appare anche più grave: innanzitutto perché nei mesi passati Romaaveva stabilito un dialogo con la Serbia che, nella pur difficilissima situazione, sembrava dare frutti positivi, tanto è vero che Belgrado aveva già accettato di concedere alla regione ribelle un’autonomia larghissima, tale da conferire alle autorità locali più del 90% delle funzioni statali. Bruciare così bruscamente questo rapporto produrrà inevitabili risentimenti, l’affossamento di ogni ipotesi di soluzione negoziale, la fatale ripresa di egemonia delle forze serbe più nazionaliste, a tutto danno di quelle democratiche che oggi governano. In secondo luogo è particolarmente grave per noi perché è il nostro paese che sarà capofila di una spedizione di polizia affidata a regole quanto mai confuse e destinata a imporre, in spregio ai principi del diritto internazionale, la volontà del gruppo kosovaro di Thaqi, e degli Stati Uniti che l’hanno spalleggiato.
L’affermazione di Moratinos è sacrosanta: l’inviolabilità delle frontiere è uno dei cardini dell’ordine postbellico che va salvaguardata, anche se oramai da tempo le indipendenze unilateralmente annunciate e realizzate solo quando di convenienza occidentale sono diventate la prassi. Proprio l’uso arbitrario nell’attuazione delle decisioni dell’Onu sta minando ogni fiducia nella possibilità di un assetto democratico delmondo e producendo barbarie. Cosa potrà accadere ora nel Kosovo è facile da immaginare. Basti pensare a quanto è già accaduto in questi nove anni: 300.000 profughi serbi, 2.000 uccisioni, monasteri incendiati. Nessuno vuole fare il computo dei morti dell’una e dell’altra parte.Ma va ben detto che con i bombardamenti Nato sulla Jugoslavia si sono fatti altri morti e si è solo ritardata la vittoria degli oppositori di Milosevic. E che ora si apre la strada all’acutizzazione di una serie senza fine di conflitti, bruciando ogni possibilità di trovare soluzioni negoziate per dare a ogni popolo i diritti che gli spettano, mache non necessariamente coincidono con la moltiplicazione di stati che sta sbriciolando la mappa del mondo garantendo solo un’indipendenza fittizia. Perché manovrata dall’una o dall’altra grande potenza; e, complessivamente, dai poteri forti e incontrollati del mercato globale.
Primo: modernizzare l’Italia.
Pensare ad un’Italia moderna significa scegliere come priorità le infrastrutture e la qualità ambientale.
Il Paese ha bisogno di infrastrutture e servizi che oggi sono ostacolati più da incapacità di decisione che da carenza di risorse finanziarie.
Noi riformeremo la normativa di valutazione ambientale delle opere, con l'eliminazione dei tre passaggi attuali e la concentrazione in un’unica procedura di autorizzazione, da concludere in tre mesi. La priorità va data agli impianti per produrre energia pulita, ai rigassificatori indispensabili per liberalizzare e diversificare l'approvvigionamento di metano, ai termovalorizzatori e agli altri impianti per il trattamento dei rifiuti, alla manutenzione ordinaria e straordinaria della rete idrica.
L’Alta Velocità è il più grande investimento infrastrutturale in corso nel nostro Paese: va completato e utilizzato appieno. Il completamento della TAV metterà a disposizione del trasporto regionale un aumento del 50 per cento delle tratte ferroviarie. Noi le useremo per ridurre il traffico attorno alle grandi città e per dare ai pendolari un servizio finalmente decente.
Secondo: crescita del Mezzogiorno, crescita dell’Italia.
La priorità in materia è quella di portare entro il 2013 la rete delle infrastrutture, a cominciare dal sistema dei trasporti – strade, ferrovie, porti, aeroporti e autostrade del mare – su un livello quantitativo e qualitativo confrontabile con l’Europa sviluppata. E lo stesso vale per servizi essenziali come quelli idrici e ambientali.
La Sicilia ha bisogno di una rete infrastrutturale che le consenta di diventare davvero, con le altre regioni del nostro Mezzogiorno, la naturale piattaforma logistica per gli scambi di servizi, di beni, di persone, di culture in un’area cruciale del mondo.
Terzo: controllo della spesa pubblica.
Proprio l’esperienza di questi due anni ci consente di dire credibilmente ai cittadini italiani che nella prossima legislatura, il banco di prova decisivo per il Governo del Partito Democratico è quello di riqualificare e ridurre la spesa pubblica. Senza ridurre, anzi facendo gradualmente crescere in rapporto al PIL, la spesa sociale aumentandone la produttività e rendendola finalmente quel fattore di sviluppo e di uguaglianza che oggi ancora non è.
Mezzo punto di PIL di spesa corrente primaria in meno nel primo anno, un punto nel secondo e un punto nel terzo: il conseguimento di questo risultato è condizione irrinunciabile per onorare l'altro impegno che assumiamo con i contribuenti italiani, famiglie e imprese: restituire loro, con riduzioni di aliquota e detrazioni, ogni Euro di gettito aggiuntivo, derivante dalla lotta all'evasione fiscale. Obbiettivo del Partito Democratico è quello di semplificare il nostro barocco sistema amministrativo, ridurre le sovrapposizioni fra uffici, livelli istituzionali, organismi ed enti pubblici, accorpare in un’unica sede provinciale tutti gli uffici periferici dello Stato.
Cominceremo da subito abolendo le Province nei grandi Comuni metropolitani, ai quali andranno dati poteri reali in settori importanti come la mobilità. Utilizzeremo in modo produttivo il grande patrimonio demaniale, con l’accordo di Stato e Comuni, in modo da abbattere contestualmente di qualche punto il debito pubblico, che potrà così scendere più rapidamente al di sotto della soglia del 100 per cento sul PIL. Libereremo così risorse per almeno un punto di PIL all’anno.
Quarto: Pagare meno, pagare tutti.
Oggi è possibile ridurre davvero le tasse ai contribuenti leali, che sono tanti, lavoratori dipendenti e autonomi, e che pagano davvero troppo. Il risanamento della finanza pubblica realizzato negli ultimi due anni, combinato con questo credibile e concreto programma di riduzione e riqualificazione della spesa e con la prosecuzione della lotta all’evasione, permette per il futuro, anche per quello immediato, di programmare una riduzione del carico fiscale.
Un obiettivo che si traduce, subito, in un incremento della detrazione IRPEF a favore dei lavoratori dipendenti. E dunque in un aumento di salari e stipendi.
Quinto: investire sul lavoro delle donne.
Il modello sociale italiano è oggi afflitto da tre gravi patologie: bassi tassi di occupazione femminile, bassa natalità e alti tassi di povertà minorile. Per questo noi vogliamo trasformare l’enorme capitale umano femminile inattivo in un “asso” da giocare nella partita dello sviluppo, della competitività, del benessere sociale.
Vogliamo rovesciare il circolo vizioso in un circolo virtuoso. Più donne occupate significa infatti più crescita, più nascite (come dimostra l’esperienza degli altri paesi europei), famiglie più sicure economicamente e più dinamiche e meno minori in povertà.
Sesto: aumentare il numero di case in affitto.
La scarsa disponibilità di case in affitto blocca la mobilità, specie dei giovani e delle giovani coppie. Il terzo delle famiglie che non possiede abitazioni è esposto al rischio di aumenti dei costi degli affitti e alle difficoltà di poter acquistare una casa senza venderne un'altra.
Tra le misure che proporremo per aumentare l’offerta di case in affitto, un grande progetto di social housing realizzato da fondi immobiliari di tipo etico a controllo pubblico, con ruolo centrale della Cassa Depositi e Prestiti, che può mobilitare risorse per 50 miliardi di euro, senza intervento di spesa pubblica, per la costruzione e gestione di 700 mila unità abitative da mettere sul mercato a canoni compresi fra i 300 e i 500 euro.
E una coraggiosa riforma del regime fiscale degli affitti: tassare il reddito da affitto ad aliquota fissa, ferma restando l’opzione per la condizione di miglior favore; e consentire la detraibilità di una quota fissa dell’affitto pagato fino a 250 euro mensili.
Settimo: incremento demografico.
Grande obiettivo programmatico del Partito Democratico è quello di invertire l’attuale trend demografico, aiutando in modo significativo le famiglie con figli, mediante l’istituzione della Dote fiscale per il figlio, proposta dalla Conferenza governativa di Firenze sulla famiglia.
La Dote sostituisce gli attuali Assegni per il nucleo familiare e le detrazioni Irpef per figli a carico, assicura trattamenti significativamente superiori a quelli attuali, si rivolge anche ai lavoratori autonomi.
L'asilo nido deve diventare un servizio universale, disponibile per chiunque ne abbia bisogno. Il nostro obiettivo, in collaborazione con le Regioni e gli enti locali, è quello di raddoppiare il numero dei posti entro cinque anni, in modo da assicurare il servizio ad almeno il 20 per cento dei bambini da 0 a 3 anni.
E’ anche con questi strumenti che si sostiene la famiglia, che la si aiuta a svolgere la sua importante funzione sociale.
Dobbiamo fare della nostra una società a misura di bambino, riservando all’infanzia i tempi e gli spazi di cui ha bisogno.
Ottavo: Scuola, Università e Ricerca.
Abbiamo bisogno di “campus” scolastici e universitari. Abbiamo bisogno che per i ragazzi i luoghi di formazione non siano come una fabbrica o un ufficio, ma dei centri di vita e di formazione permanente.
Cento “campus”, universitari e scolastici, dovranno essere pronti per il 2010. Questi saranno a tutti gli effetti delle centrali di sapere per le comunità locali, dei luoghi di formazione e di “internazionalizzazione” per i nostri ragazzi.
Tutti gli studenti delle scuole italiane saranno periodicamente sottoposti a test oggettivi, che serviranno alle famiglie per valutare la qualità dell’apprendimento dei ragazzi e della scuola che frequentano.
Importante sarà l’investimento destinato alla professionalità dei docenti. Ciò significa ad esempio prevedere per gli insegnanti periodi sabbatici di aggiornamento intensivo, così come avviene per i professori universitari.
Quanto alla ricerca, dobbiamo spingere le imprese a investire più risorse, concentrando solo sugli investimenti in ricerca e sviluppo i contributi a fondo perduto.
Nono: lotta alla precarietà, miglior qualità del lavoro e più sicurezza, un diritto fondamentale della persona umana.
In questo senso si tratta di difendere e promuovere standard minimi di civiltà. Ma anche di far avanzare un’idea alta della competizione e della produttività.
Per questo bisogna creare un'unica Agenzia Nazionale per la sicurezza sul lavoro, grazie alla quale potrà essere realizzato un sistema di forti premi per le imprese che investono in sicurezza, agendo sul livello della contribuzione; bisogna, inoltre, avviare la sperimentazione di un compenso minimo legale, concertato tra le parti sociali e il governo, per i collaboratori economicamente dipendenti, con l'obiettivo di raggiungere 1.000 euro mensili.
Troppi giovani sono ora “intrappolati” troppo a lungo, spesso per anni, in rapporti di lavoro precari.
Noi contrasteremo questa situazione, facendo costare di più i lavori atipici e favorendo un percorso graduale verso il lavoro stabile e garantito. Un percorso che preveda un allungamento del periodo di prova e una incentivazione e modulazione del contratto di apprendistato come strumento principale di formazione e di ingresso dei giovani nel lavoro.
Decimo: garantire la Sicurezza.
Far sentire sicuri i cittadini, aumentando la presenza di agenti per strada e anche utilizzando nuove tecnologie è uno dei principali obiettivi programmatici del Partito Democratico.
Per questo, trasferiremo ai comuni funzioni amministrative e vareremo un piano di mobilità interna alla Pubblica Amministrazione di personale civile oggi sottoutilizzato, per impiegarlo nelle attività amministrative di supporto alle attività di polizia. La sicurezza dipende anche dalla certezza della pena. Troppo frequenti sono i casi di condannati per reati di particolare allarme sociale che vengono ammessi a rilevanti benefici di legge senza avere mai scontato un giorno di carcere.
Il “pacchetto sicurezza” approvato dal Consiglio dei Ministri il 30 ottobre scorso aveva ampliato il numero dei reati particolarmente odiosi, fra questi la rapina, il furto in appartamento, lo scippo, l’incendio boschivo e la violenza sessuale aggravata. E in tutti questi casi prevedeva l’obbligo della custodia cautelare in carcere, il giudizio immediato, l’applicazione d’ufficio della custodia cautelare in carcere già con la sentenza di primo grado e l’immediata esecuzione della sentenza di condanna definitiva senza meccanismi di sospensioni. Su questa linea noi proseguiremo.
Undicesimo: giustizia e legalità
Di innovazione ha bisogno un’altra sfera decisiva nella vita di un Paese e di ogni suo cittadino: quella della giustizia, della legalità. Il Partito Democratico, sia attraverso il codice etico, sia attraverso norme statutarie relative ai comportamenti di suoi iscritti eletti nelle istituzioni, stabilisce indicazioni rigorose in particolare sulla qualità delle nomine di cui i suoi rappresentanti dispongono.
Proporremo, inoltre, norme innovative per la trasparenza delle nomine di competenza della politica. Per ognuna di esse, dovranno essere predeterminati e resi pubblici criteri di scelta fondati sulle competenze; attivate procedure di sollecitazione pubblica delle candidature; infine, pubblicato lo stato e gli esiti delle procedure di selezione. Noi proporremo anche di introdurre nel nostro ordinamento il principio della non candidabilità al Parlamento dei cittadini condannati per reati gravissimi come quelli connessi alla mafia e alla camorra, alle varie forme di criminalità organizzata, o per corruzione o concussione. Il nostro undicesimo grande obiettivo programmatico comprende anche il motivo principale dell’emergenza giustizia: i tempi del processo, sia penale che civile.
Noi porteremo a compimento le riforme avviate negli scorsi anni, come la razionalizzazione e l’accelerazione del processo civile e di quello penale. Ma adotteremo anche provvedimenti amministrativi che possono essere presi immediatamente, per accrescere l’efficienza del sistema giudiziario italiano.
C’è poi il nodo delle intercettazioni telefoniche, informatiche e telematiche. E’ uno strumento essenziale al fine di contrastare la criminalità organizzata e assicurare alla giustizia chi compie i delitti di maggiore allarme sociale, quali la pedofilia e la corruzione. Si tratta di conciliare queste finalità con i diritti fondamentali, come quello all’informazione e quelli alla riservatezza e alla tutela della persona.
Dodicesimo: banda larga in tutta Italia e TV di qualità.
L’effettiva possibilità di accesso alla rete a banda larga deve diventare un diritto riconosciuto a tutti i cittadini e a tutte le imprese, su tutto il territorio nazionale, esattamente come avviene per il servizio idrico o per l’energia elettrica. Noi realizzeremo, a partire dalle grandi città, reti senza fili a banda larga per creare un ambiente disponibile alla gestione di nuovi servizi collettivi.
Per quanto riguarda la televisione è necessario seguire i principi della libertà, della concorerenza e dell'autonomia. Più libertà significa superamento del duopolio, oggi reso possibile dall'aumento di canali garantito dalla TV digitale. Per andare oltre il duopolio occorre correggere gli eccessi di concentrazione delle risorse economiche, accrescendo così il grado di pluralismo e di libertà del sistema. La libertà di informazione è un cardine della democrazia, come ci ha insegnato un grande giornalista, che resta nel cuore di tutti gli italiani, Enzo Biagi.
Più concorrenza significa ricondurre il regime di assegnazione delle frequenze ai principi della normativa europea e della giurisprudenza della Corte costituzionale. Più qualità: noi proponiamo di istituire un fondo, finanziato da una aliquota sui ricavi pubblicitari, che finanzi le produzioni di qualità. Dire qualità e dire Italia è la stessa cosa. Più autonomia della televisione dalla politica significa, subito, nuove regole per il governo della RAI. La nostra idea è quella di una Fondazione titolare delle azioni, che nomina un amministratore unico del servizio pubblico responsabile della gestione.
Queste sono alcune delle nostre idee per cambiare il Paese. Questo è il cammino di innovazione che attende l’Italia.
wwww.partitodemocratico.it
Ambiente
Infrastrutture e qualità ambientale. Veltroni respinge l'ambientalismo del No "che cavalca ogni movimento di protesta del tipo Nimby cioè 'non nel mio giardinò". È prioritaria la realizzazione di impianti per produrre energia pulita, rigassificatori e termovalorizzatori. Non dimentica la Tav che "va completata e utilizzata appieno". E poi vuole che si "produca il 20 per cento di energia con il sole e con il vento per risparmiare miliardi di euro sulle importazioni di petrolio". Lo slogan è: dopo aver incentivato la rottamazione delle auto, ora incentiviamo la rottamazione del petrolio.
Mezzogiorno
Farlo crescere per far crescere l'Italia. Portare entro il 2013 la rete delle infrastrutture, a cominciare dal sistema dei trasporti, allo stesso livello dell'Europa sviluppata. Stesso discorso vale per servizi essenziali come quelli idrici e ambientali. Attenzione particolare è rivolta alla Sicilia per la sua posizione cruciale nel Mediterraneo.
Spesa pubblica
Spesa pubblica da riqualificare e ridurre, far aumentare gradualmente la spesa sociale in rapporto al Pil. lo slogan è 'spendere meglio, spendere menò. Nel dettaglio: mezzo punto di Pil di spesa corrente primaria in meno nel primo anno, un punto nel secondo e uno nel terzo. E poi l'impegno di restituire ai contribuenti italiani, "con riduzioni di aliquota e detrazioni, ogni euro di gettito aggiuntivo derivante dalla lotta all'evasione fiscale". E poi, ancora Veltroni promette un aumento dell'efficienza del lavoro pubblico "collegando all'effettiva produttività la dinamica delle retribuzioni" e una "semplificazione del nostro barocco sistema amministrativo".
Abolizione delle Province nei grandi comuni metropolitani; utilizzo del grande patrimonio demaniale per abbattere contestualmente di qualche punto il debito pubblico che "potrà cosi' scendere più rapidamente al di sotto della soglia del 100 per cento sul Pil".
Tasse.
"Ridurre davvero le tasse ai contribuenti locali, che sono tanti, ai lavoratori dipendenti e autonomi che pagano davvero troppo". Grazie al risanamento, per il leader del Pd è possibile programmare una riduzione del carico fiscale. 'Pagare meno, pagare tutti' è il suo slogan. Come? Incremento della detrazione Irpef a favore dei lavoratori dipendenti e dunque aumento di salari e stipendi; si parte dai redditi medio-bassi e poi si porta a regime per la restituzione del fiscal-drag. L'impegno è, a partire dal 2009, di ridurre gradualmente tutte le aliquote Irpef: un punto in meno all'anno, per tre anni.
Subito, invece, riduzione della pressione fiscale sulla quotadi salario da contrattazione di secondo livello. Per le piccole imprese, poi, elevare il tetto di 30mila euro di fatturato per il pagamento a forfait delle diverse imposte e tributi.
Donne
Incentivi fiscali per lavoro femminile e difesa della 194. In particolare, Veltroni pensa ad un credito di imposta rimborsabile per le donne che lavorano: nei primi due anni della legislatura vale solo per il sud, poi sarà esteso a tutto il paese. Inoltre, i Cda delle aziende pubbliche devono essere per metà al femminile. Nuovo congedo di paternità interamente retribuito dalle imprese. Sulla 194: difesa netta delle legge che "è una buona legge contro il dramma dell'aborto e che in 30 anni ha quasi dimezzato il numero degli aborti", per questo "va difesa ed è un tema che va tenuto fuori dalla campagna elettorale".
Casa
Aumentare il numero di case in affitto. Il progetto è quello di social housing realizzato da fondi immobiliari di tipo etico a controllo pubblico, con ruolo centrale della Cassa depositi e prestiti, che può mobilitare risorse per 50 miliardi di euro, senza intervento di spesa pubblica, per la costruzione di 700 mila case sul mercato a canoni compresi tra i 300 e i 500 euro. E poi: tassare il redddito da affito ad aliquota fissa e consentire la detraibilità di una quota fissa dell'affitto pagato fino a 250 euro mensili.
Figli
Istituire una Dote fiscale di 2.500 euro per il primo figlio, cifra che poi aumenta con il numero dei figli. Più asili nido: assicurarli ad almeno il 20 per cento dei bambini da 0 a 3 anni. E qui Veltroni condanna in modo netto la pedofilia "il più orrendo dei crimini, equiparabile ad un delitto".
Università
100 campus universitari e scolastici da realizzare entro il 2010. E poi, scuole aperte il pomeriggio e luoghi di formazione permanente. Novità anche sulla valutazione degli studenti: nelle scuole dovranno essere sottoposti a test oggettivi perchè, dice Veltroni, "è sul talento e sul merito che la società italiana dovrà contare" e "a quarant'anni dal '68 - aggiunge Veltroni - fatemi dire che chi allora proponeva il '6 politicò produceva un falso egualitarismo che perpetuava le divisioni sociali e di classe esistenti". Per gli insegnanti, previsti periodi sabbatici di aggiornamento intensivo.
Precari
Lotta alla precarietà con il salario minimo legale di 1000 euro per i giovani precari. Il percorso prevede un allungamento del periodo di prova e una incentivazione del contratto di apprendistato come strumento principale di formazione e ingresso dei giovani nel lavoro. In un primo periodo i trattamenti e le agevolazioni all'impresa restano quelle attuali; alla fine di questo periodo si procede alla verifica della qualificazione dell'apprendista con la possibilità di continuare il rapporto e se necessario con ulteriori agevolazioni. Dopo, vanno previsti incentivi all'impresa che trasforma il rapporto in contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Sicurezza
Diritto alla sicurezza. Previsto il varo di un piano di mobilità interna alla Pubblica amministrazione di personale civile, oggi sottoutilizzato, per impiegarlo nelle attività amministrative di supporto alle attività di polizia. Maggiore controllo del territorio grazie alle nuove tecnologie, a cominciare dalle reti senza fili a larga banda, e la videosorveglianza da far diventare un terminale della rete.
Giustizia
Giustizia più equa e veloce. Trasparenza delle nomine di competenza della politica. L'istituzione della figura del manager dell'Ufficio giudiziario che si occupi di assicurare la celerità dei processi.
Banda larga
Portare la banda larga in tutta Italia e garantire a tutti gli italiani una Tv di qualità. Veltroni promette la realizzazione, a partire dalle grandi città, delle reti senza fili a abanda larga per creare un ambiente disponibile alla gestione di nuovi servizi collettivi. Inoltre, superamento del duopolio, oggi possibile grazie all'aumento di canali garantito dalla tv digitale.
La decisione di Pierferdinando Casini di presentarsi da solo alle elezioni complica un po' il panorama politico ma rende chiarissima la "truffa" che si delinea nei confronti degli elettori. Truffa quadrupla. Proviamo a spiegare perché.
Prima truffa , di carattere aritmetico. Ai nastri di partenza della campagna elettorale ci sono quattro o forse cinque (o forse sei o sette) partiti: quello di Berlusconi, il Pd, la Sinistra, Casini (immagino con la Cosa Bianca), forse la destra di Storace, forse (se non andrà con Casini) Mastella, forse i socialisti e i radicali. Di questi partiti, uno arriverà primo e prenderà il 55 per cento dei seggi alla Camera, tutti gli altri (indipendentemente dalla loro collocazione a destra o sinistra) si divideranno il restante 45 per cento dei seggi. Il partito che arriverà primo (quasi certamente quello di Berlusconi) difficilmente avrà ottenuto più del 40-42 per cento dei voti. Dunque beneficerà di un premio di maggioranza pari al 10-15 per cento. Una enormità. Non esiste in nessun paese dell'Occidente. Una legge così ha un solo precedente: la legge elettorale varata da Mussolini nel '23. E' una legge di tipo fascista.
Seconda truffa . Il senso della legge dovrebbe essere quello di dividere il parlamento in maggioranza e opposizione. Una maggioranza solida del 55%, una opposizione consistente del 45%. Agli elettori decidere se la maggioranza andrà alla destra o alla sinistra. Nel parlamento che uscirà dal 14 aprile non sarà così. Alcuni (o forse molti) dei partiti che hanno preso i voti come opposizione cambieranno schieramento e passeranno in maggioranza. E' uno scenario molto probabile. Praticamente sicuro per Storace, probabilissimo per Casini, abbastanza probabile per il Pd. Anche perché in Senato - dove il premio di maggioranza viene distribuito regione per regione, e quindi è praticamente inesistente - probabilmente Berlusconi non avrà i voti per governare, o ne avrà pochissimi (come fu per Prodi) e dunque dovrà ricorrere necessariamente alle alleanze. In questo modo si comprime e si punisce l'opposizione.
Terza truffa . Si dice che questa meraviglia bipartitica - inventata da Veltroni, Fini, Guzzetta, Segni e qualche altro genietto - garantirà all'elettore che sarà lui - l'elettore - a scegliere chi governa e chi no. Cioè che le coalizioni, le alleanze, i programmi, si fanno prima delle urne. Bene, ora è chiaro che è esattamente il contrario. Prima ci si accapiglia in campagna elettorale, poi si vota, e poi l'ammucchiata. Un imbroglio del genere non si era mai visto in democrazia. Agli elettori non sarà concesso di scegliere né per quale deputato votare, né per quale partito, né per quale coalizione. E' una situazione davvero senza precedenti.
Quarta truffa . Per i motivi che dicevamo prima - ma anche per l'incredibile somiglianza del programma politico illustrato dal Pd con il programma elettorale che Berlusconi presentò nel 2001 e nel 2006 - diventa sempre più vicina la prospettiva della grande coalizione. E tutta quella storia del "voto utile" diventa più truffaldina che mai. Ti dicono: «vota per Berlusconi o Veltroni, perché solo uno di loro due può vincere e quindi è inutile votare per i partiti minori...» . Falso: se voti per uno o per l'altro cambia poco, tanto governeranno insieme.
L'unica vera certezza, per l'elettorale, è chi starà all'opposizione: la Sinistra l'Arcobaleno. Non vorrei apparire fazioso, ma a me sembra che davvero l'unico possibile voto utile - dal punto di vista "scientifico" - sia quello per la sinistra.
Sulla tendenza di fondo si veda l'articolo di Rossana Rossanda del 2 dicembre 2007
NAPOLI — Il piano della grande pattumiera capace di ingoiare un milione di tonnellate di rifiuti, il piano che il commissario straordinario Gianni De Gennaro aveva preparato per risolvere la crisi di Napoli, finisce nella spazzatura. Non è realizzabile perché le discariche individuate non possono essere riaperte. Il commissario le aveva scelte basandosi sulle documentazioni che gli erano state fornite, ma quando i tecnici sono andati a fare gli esami necessari prima di dare l'ok all'utilizzo, è venuto fuori un quadro completamente diverso. L'impianto di Montesarchio poteva franare da un momento all'altro, quello di Ariano Irpino anche, e in più è pure inquinato. La discarica di Villaricca, che secondo il piano aveva una capacità di 35 mila tonnellate, in realtà non può riceverne più di diecimila.
Tutte informazioni che è lo stesso De Gennaro a fornire in una conferenza stampa stavolta ristrettissima, senza né telecamere né microfoni. Ammette: «Non sono riuscito a trovare colpi d'ala per raccogliere, nei cento giorni preventivati, le 200 mila tonnellate di giacenza». Oggi di giorni alla scadenza del suo mandato ne mancano ottantaquattro e tranne la riapertura del sito di stoccaggio di Ferrandelle — che ha una capacità di 350 mila tonnellate, ma per accordi con i cittadini che protestavano ne sarà utilizzata solo la metà — non c'è altro.
Nei quartieri residenziali o del centro di Napoli la raccolta dell'immondizia ora si fa, in periferia meno, in provincia è ancora un disastro. E per smaltire le tonnellate di spazzatura in giacenza ci si è rivolti a ditte tedesche, che potranno farlo in circa sei mesi. Per avere discariche utilizzabili bisognerà invece aspettare l'apertura dei cinque impianti (uno per provincia) di cui, con un provvedimento del governo, fu decisa la realizzazione quando a gestire l'emergenza c'era il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Era l'estate 2007: cioè quattro commissari fa.