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Qui in Italia l’unica volta che l’urbanistica in quanto tale ha “bucato” sui media risale ai primissimi anni ’60, quando l’astro nascente della Democrazia Cristiana Fiorentino Sullo si giocò il potenzialmente luminoso futuro col tentativo fallito di riformare la legge sui piani regolatori.

In Gran Bretagna, dal XIX secolo culla di tutte le innovazioni sulla città e il territorio, l’argomento è popolare al punto di scaldare gli animi e provocare titoloni di prima pagina. Ed è anche giusto sia così, visto che le decisioni sullo spazio che abitiamo, urbano o rurale che sia, hanno enormi impatti non solo sul portafoglio di qualche speculatore, ma anche e soprattutto sulla qualità della vita, dell’ambiente, e in fondo della democrazia.

Non a caso una delle parole che ricorrono maggiormente nel dibattito (in parlamento e fuori) sul nuovo progetto di legge sulle trasformazioni del territorio, è accountability: chi risponde a chi, nelle decisioni sulle infrastrutture, le grandi opere, la conversione da un uso all’altro delle superfici urbane e rurali?

Tutto comincia nel 2005, quando due pezzi da ’90 del New Labour con altissime responsabilità di governo (John Prescott, vicepresidente con delega al territorio, Gordon Brown, Cancelliere dello Scacchiere) chiedono all’economista Kate Barker “di esaminare come … politiche e procedure di pianificazione territoriale possano favorire una crescita economica e produzione di ricchezza …”. La versione finale del rapporto Barker è resa pubblica alla fine del 2006, e inizia, a partire dalle sue raccomandazioni (ovviamente orientate alla massima efficienza, rapidità, efficace delle decisioni di trasformazione) il percorso politico che porta alla revisione della legge urbanistica, a circa sessant’anni dal Town and Country Planning Act 1947, dove nel pieno della ricostruzione dopo le bombe naziste il parlamento a maggioranza laburista metteva le basi per uno sviluppo territoriale fortemente orientato dall’iniziativa pubblica. Era l’epoca delle new town, spinte anche dalla paura dell’ecatombe atomica ma che iniziavano un processo di riordino dell’intero territorio metropolitano nazionale, e la parola planning diventava il simbolo di una presenza costante dello stato nella vita del cittadino, nel quadro generale del welfare.

Ora ci sono le eco-town, nuove città “sostenibili” molto volute da Gordon Brown, ma che ben riassumono con le reazioni negative suscitate tutte le perplessità sulla nuova idea di urbanistica economicamente efficiente: non sembrano affatto “eco” perché vanno ad occupare ettari di ottime terre agricole, a volte anche fette di quella greenbelt rurale tanto cara ai cittadini britannici amanti del paesaggio tradizionale; scavalcano le popolazioni locali e le amministrazioni che si sono democraticamente elette, con procedure centralizzate di decisione sui siti e approvazione dei progetti; come se non bastasse, tutta l’operazione sembra costruita in una logica di rapporto diretto e privilegiato fra il grande business immobiliare-energetico e qualche alto papavero governativo.

Anche la riforma del sistema urbanistico, nella scia efficientista indicata dall’economista Kate Barker, tenderebbe ad esempio a indebolire l’intangibilità delle grandi greenbelt, le fasce di spazio aperto intermetropolitano di ispirazione biblica, riprese a fine ‘800 dal movimento della Città Giardino e istituzionalizzate fra le due guerre, ma che ora sono considerate possibili localizzazioni per i milioni di nuove case programmate dal governo da qui al 2020. E, dicono i critici, è abbastanza ridicolo parlare di lotta al cambiamento climatico con un’edilizia energeticamente efficiente, se poi quegli edifici “ecologici” ricoprono di cemento e asfalto la terra che dovrebbero salvare …

Altro oggetto del contendere è la Commissione speciale per le grandi opere strategiche (già approvata in parlamento), che istituisce un percorso parallelo di autorizzazioni per aeroporti, centrali energetiche, autostrade ecc. Per evitare l’ostruzionismo egoista e piccolo borghese dei soliti nimby che impediscono lo sviluppo per non rinunciare al panorama dal portico di casa, dicono i sostenitori. Per levare dai piedi la partecipazione locale, e imporre un modello decisionista autoritario, dicono gli ambientalisti e i rappresentanti delle amministrazioni comunali.

Il giornalista specializzato del Guardian Peter Hetherington un anno fa scriveva delle linee generali del progetto di legge: “ Non abbiate paura. Il governo non sembra voler distruggere il sistema di pianificazione urbanistica britannico così come dura da sessant’anni”. Ma restano forti dubbi, anche in parlamento. Da un certo punto di vista verrebbe da dire: fortunati loro!

Saliva la mota giovedì dalle caditoie - così si chiamano i tubi - e dai tombini non solo alla Stazione Tiburtina, ma anche a piazza Ungheria, dove i pariolini, quando non piove, gustano i migliori arancini di riso di Roma. E mentre la capitale andava sott’acqua, otturata dalle foglie lasciate marcire e dai sampietrini divelti in uno scenario fognario degno di Lagos, Nigeria, Heinz Beck, superchef della «Pergola», il miglior ristorante d’Italia arrampicato sulla cima di Monte Mario, sfornava a Napoli le sue «opere» per la «meglio borghesia» partenopea. Accolta in via Cristoforo Colombo da un elegante guardiaporta in livrea color nocciola, tra fontane verticali, camini nereggianti, pianoforti rosseggianti, e armature da samurai, opera dello studio Kenzo Tange.

È l’inaugurazione, se vogliamo di gusto un po’ kitsch, dell’Hotel Romeo, cinque stelle lusso, 12 piani, 83 camere, 17 suite con pareti di cristallo e piscina a sfioro sul tetto. L’hotel non è dedicato a Romeo, il mitico gatto del Colosseo, ma alla volpe di Posillipo, dove essa abita in un palazzo di sei piani con prato degradante verso il mare, pur se lievemente infastidita da un piccolo decreto di sequestro per abuso edilizio e una violazione dei sigilli.

Al secolo, la volpe è Alfredo Romeo, 55 anni, titolare della Global Service, che gestisce il patrimonio immobiliare del comune di Napoli e tanti altri patrimoni pubblici a Roma, Milano, Firenze, Venezia, per conto dell’Inps, dell’Inpdai, dei ministeri dell’Economia, dell’Interno, della Difesa, persino per il Consiglio di Stato e per il Quirinale. Un patrimonio amministrato di almeno 48 miliardi di euro, sulla cui redditività la Corte dei Conti - non c’è voce in Italia più inutile - ha espresso fiere critiche.

Primo contribuente di Napoli, Romeo ha il sogno di gestire intere città, compresi i cimiteri, dove il flusso di clienti è inarrestabile. Ha cominciato dalle strade, in testa quelle di Roma, coperte giovedì scorso da tonnellate di mota maleodorante che ha otturato per un giorno i milioni di buche su cui quotidianamente si sfrangono le centinaia di migliaia di centaurini in motorino della Capitale. Conquistò a suo tempo, con le amministrazioni di centrosinistra, insieme a Francesco Gaetano Caltagirone, senza il quale a Roma e a Napoli non si muoveva foglia, un appalto di 64 milioni l’anno per nove anni per la manutenzione delle strade romane. Totale 576 milioni per 800 chilometri, cioè 80 mila euro a chilometro ogni anno, contro i 5 mila e cinquecento euro a chilometro che per lo stesso lavoro spende il comune di Bologna, con risultati che difficilmente possono risultare peggiori rispetto a quelli dei tombini che scoppiano alle prime piogge. Utili in tre anni della volpe di Posillipo: 75 milioni su un fatturato di 130. Che poteva fare il nuovo sindaco di Roma Gianni Alemanno, che pure non sembra affatto eccellere nella gestione quotidiana di una metropoli come Roma, se non disdire il contratto con il re partenopeo delle buche, prima ancora che gli elementi complottassero contro la mancata ma salatissima manutenzione? «Magnanapoli»: si chiama così l’inchiesta che scuote, tra le tante, palazzo San Giacomo e che - guarda un po’ - ha al centro Alfredo Romeo, con l’appalto da 400 milioni per la strade partenopee, che, pur senza mai essere andato in gara, è lo scandalo presunto che ha reso negli ultimi giorni invivibile un clima già torbido, come se incombesse il giudizio universale, dopo il suicidio di Giorgio Nugnes e le dimissioni dell’assessore al Bilancio Enrico Cardillo.

Sono passati giusto quindici anni, ma forse qualcuno ancora ricorda chi è quell’Alfredo Romeo che oggi inaugura il suo albergo argenteo a cinque stelle lusso con una cena di Beck nella sala denominata «Il Comandante», in onore di Achille Lauro, che di quel palazzo e di Napoli tutta fu padrone prima che ne prendessero possesso la «Corrente del Golfo» e l’«Intepartitico», secondo la definizione dell’ex assessore democristiano Diego Tesorone. Cioè la cupola politico-affaristica trasversale, destra-sinistra, che oggi sembra essersi riprodotta, secondo il collaudato schema di allora.

Proprio Romeo, l’uomo dei lussi di Kenzo Tange, il Creso di Posillipo cui nessun politico sa dire di no, è il passato che ritorna. Correva il 1993, l’era di Mani Pulite, quando il giovane avvocato immobiliarista, oggi ricchissimo padrone bipartisan delle città, raccontò tutto ai magistrati: «I politici mi saltavano addosso come cavallette, volevano soldi, io sono una vittima, non un complice», narrava quasi piangente a quelli che volevano ingabbiarlo. Straordinario il racconto dell’incontro della presunta «vittima» con Elio Vito, che gli fu presentato dall’assessore democristiano al patrimonio Vincenzo De Michele.

Vito era noto come «Mister Centomila Preferenze» e - per sua ammissione - fu il collettore democristiano della Tangentopoli napoletana. Da una tangente del 2 per cento, per la quale alzava l’indice e il medio di fronte all’interlocutore che doveva pagare, riusciva a salire per un qualsiasi appalto fino al 7 e mezzo per cento, o, nei casi peggiori per lui e per i partiti della Cupola, al cinque. Proprio mentre a Milano Antonio Di Pietro ingabbiava i primi di Mani Pulite. Si è beccato due anni e sei mesi Romeo, ma poi è andato prescritto in Cassazione e, con pazienza e abilità, è diventato il perno del nuovo accordo politico-affaristico trasversale che governa Napoli con buona pace di Rosetta Iervolino e di Antonio Bassolino. Ha domato costosamente le cavallette di tutte le parti, se non con le mazzette, che forse non usano più, con i subappalti alle ditte collegate alla politica.

«Inerzia, inefficienza, inadeguatezza», scandisce il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, senza mai pronunciare la parola «corruzione», che a Napoli sembra unire oggi pezzi di destra e di sinistra sugli appalti e sugli affari, come ai tempi antichi della Cupola, della Corrente del Golfo e di Tangentopoli. Le nuove leve, in questo cupo clima di vigilia e in attesa del diluvio universale, sono pronte, anche se alquanto stagionate. Claudio Velardi, ex Richelieu di Massimo D’Alema, oggi assessore straparlante al Turismo di Bassolino e consulente ben pagato di Romeo, annuncia una lista civica, chiedendo che Veltroni e D’Alema stesso «si tolgano di mezzo». Italo Bocchino, Renzo Lusetti e anche Nello Formisano - destra, sinistra, dipietrismo - chissà se son tutti lì come nell’«Interpartitico» di tanti anni fa a celebrare i fasti dell’«Hotel Romeo», o se l’hanno archiviato. Romeo in persona, che la sa lunga, inaugura la sala del «Comandante». Quale Comandante? Ma Achille Lauro, l’armatore che della politica napoletana fu il padrone per lustri interi, scambiando pacchi di pasta e mezze suole di scarpe agli elettori. In fondo, a parte le piscine e le pareti di cristallo, che cos’è cambiato a Napoli con l’«Hotel Romeo», cinque stelle super, e anche a Roma, con i tombini vomitanti, rispetto a sessant’anni fa?

La ragazza in crisi che si ritrova unita al nuovo compagno dalla magia del raggio verde, il misterioso riflesso marino descritto da Eric Rohmer. Le dune di Ostia a pochi anni dalla guerra immortalate, assieme a Marcello Mastrioanni, in Una domenica d'agosto. I vitelloni raccontati da Fellini nel loro ondeggiare tra caffè, biliardi e amori sulle spiagge. Sarà bene tenerseli cari questi film, perché i paesaggi che li animano potremo goderli solo al cinema.

Il lungomare come prospettiva, come sfida emozionale sta sparendo, sostituito dall'affastellarsi di caseggiati, svincoli portuali, stabilimenti irregimentati. Abbiamo già perso due terzi del nostro affaccio al mare.

La denuncia viene da uno studio dei Verdi che parte da un dato Unep (il Programma ambiente delle Nazioni Unite): se nell'intero bacino mediterraneo il 40 per cento delle coste è stato occupato da interventi antropici, in Italia la percentuale supera il 60 per cento. E, all'interno di questa quota di litorale invaso, le ville antiche e i centri medioevali rappresentano la parte decisamente minoritaria. Pochi decenni di sviluppo incontrollato hanno rubato più spazio di millenni di storia.

«È stata una trasformazione urbanistica violenta, che ha cambiato anche le abitudini delle famiglie italiane», spiega l'ex capogruppo alla Camera del Sole che ride, Angelo Bonelli. «Il lungomare non è più il luogo delle passeggiate e degli incontri: ormai è un lungomuro - afferma. - In molte città la prospettiva del mare è stata completamente cancellata dal cemento, dalle cabine, dai porti, dalle attività industriali, dalle villette. E le immagini satellitari, in notturna, confermano che il rapporto con il buio è sparito dalle nostre coste».

Al lido di Ostia l'85 per cento del litorale è occupato da stabilimenti. A Fregene non esiste un vero lungomare e a Torvaianica, sempre nel Lazio, otto chilometri ininterrotti di edifici impediscono non solo l'accesso al mare ma anche la vista dell'acqua. In Sicilia la cancellata sulla spiaggia di Mondello ha acquistato un valore simbolico. A Maiori, nella costiera amalifitana, è sparita la spiaggia libera. A Forte dei Marmi la vista mare è impedita sul 70 per cento del litorale. In controtendenza la Puglia e la Sardegna, con il 70 per cento del mare visibile in molte città.

Nel complesso sono 7 mila gli stabilimenti che gravano sui 7.375 chilometri di litorali italiani. Il record spetta alla Liguria, dove su 135 chilometri solo 19 sono liberi. Segue l´Emilia Romagna con 80 chilometri su 104 occupati da stabilimenti privati (la sola provincia di Rimini su 40 chilometri di costa ha la bellezza di circa 700 bagni). In Campania i chilometri di spiaggia privata sono ottanta.

Si calcola - afferma il rapporto - che almeno 1.050 chilometri di spiagge siano occupate da stabilimenti. E agli stabilimenti vanno aggiunti le infrastrutture, i campeggi, i villaggi turistici, le opere abusive residenziali, gli agglomerati urbani a ridosso dell´arenile. Portando così il dato complessivo sull'occupazione delle aree demaniali marittime attorno al 60 per cento del totale.

Un'occupazione che spesso comporta la negazione del diritto all'accesso al mare. L'effetto gabbia provocato dal muro di cemento - come è stato sottolineato nel Manuale di autodifesa del bagnante redatto dai Verdi e nella denuncia del ministro-ombra dell'Ambiente, Ermete Realacci - restringe infatti l'accesso al mare facilitando la pratica illegale del pedaggio per il bagno. La norma approvata dal Parlamento nel 2006 è chiara: è fatto obbligo «ai titolari delle concessioni di consentire il libero e gratuito accesso e transito per il raggiungimento della battigia anche al fine della balneazione». Ma gli abusi e i pagamenti imposti illecitamente restano frequenti.

L’ITALIA SVENTRATA E SVENDUTA

Duecento metri di verde distrutti ogni minuto

di Giuseppe Salvaggiulo

Lo spettacolo è agghiacciante e non si dimentica: un’intera montagna sventrata. Si apre ogni giorno davanti agli occhi degli automobilisti che percorrono l’Autostrada del Sole, all’altezza del casello Caserta Nord. È l’immagine di un paese che deturpa il suo paesaggio, disseminandolo di migliaia cave, e soprattutto lo svende, concedendo concessioni a canoni irrisori, se non gratis. Oltre al danno ambientale, quello economico. Per la prima volta fotografato da un dossier di Legambiente, che quantifica in 500 milioni di euro i quattrini che Stato e Regioni rinunciano a incassare «regalando» il territorio.

Di cave si parla pochissimo, in Italia. Eppure si tratta di un settore che muove 5 miliardi di euro per il solo indotto creato dagli inerti usati nell’edilizia. E suscita appetiti non solo imprenditoriali, ma anche criminali. Le cave attive su tutto il territorio sono poco meno di 6 mila, circa 10 mila quelle dismesse. In tutto, dunque, si arriva a 16 mila: una media di due cave per ogni Comune.

E continuano ad aumentare. Il motivo è semplice: attivare una cava richiede una semplice autorizzazione e costa poco. «I canoni di concessione - scrive Legambiente - risultano a dir poco scandalosi. In media, infatti, nelle regioni si paga il 4 per cento del prezzo di vendita degli inerti. Ancor più assurda è la situazione delle regioni dove si cava addirittura gratis, come in Valle d’Aosta, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna».

Le amministrazioni pubbliche incassano ogni anno dai canoni di concessione la miseria di 53 milioni di euro, a fronte di ricavi per le imprese di 1,7 miliardi di euro. Se l’Italia applicasse le regole della Gran Bretagna, per esempio, incasserebbe ogni anno 567 milioni di euro. Mezzo miliardo in più.

Ma l’Italia non è la Gran Bretagna. E nemmeno la Francia, la Germania e un po’ tutta l’Europa, che segue un’altra strada: incentivare il riciclo dei materiali degli edifici demoliti per ridurre l’impatto sul territorio di cave e discariche. Per farlo basta imporre limiti e canoni più robusti ai cavatori e rendere più costoso lo smaltimento dei rifiuti inerti in discarica. A quel punto le imprese scoprono che conviene riciclare e lo fanno.

La Danimarca ci lavora da vent’anni e oggi vanta il record del 90 per cento di materiale edilizio riciclato. Olanda e Belgio sono all’80 per cento. La Gran Bretagna ha svoltato sette anni fa e oggi ricicla il 50 per cento. La Svezia ha triplicato il canone sulle cave negli ultimi dieci anni. La Repubblica Ceca ha aggiunto un’imposta calcolata sul territorio occupato, in funzione del danno ambientale.

Noi no. Noi non ci pensiamo nemmeno: incentiviamo con canoni bassi sia le cave che le discariche, riciclando meno del 10 per cento. Doppio danno ambientale, doppio spreco economico. «A Roma si sta scavando per la nuova linea della metropolitana, ma tutto quel materiale finisce in discarica», spiega Edoardo Zanchini di Legambiente, autore della ricerca. Solo la Valle d’Aosta ha cominciato a sperimentare la via europea.

Che questi temi interessino poco alla politica, è dimostrato dal fatto che la normativa nazionale di riferimento risale al 1927, in pieno regime fascista. Mezzo secolo dopo quel regio decreto, i poteri furono trasferiti alle Regioni. E infatti oggi il ministero dell’Ambiente fa sapere che la responsabilità è tutta loro.

Il bilancio è sconfortante: un censimento ufficiale delle cave non esiste. In nove regioni non esistono i piani per stabilire dove scavare e dove no. I dati sono aggiornati con fatica e mancano i controlli sulle estrazioni effettive (necessari per calcolare i canoni da pagare). La Calabria, in trent’anni, non è riuscita ad approvare una legge, legittimando l’anarchia dei Comune.

Il fatto che le regioni meno virtuose siano quelle meridionali non è un caso. «Il controllo delle organizzazioni mafiose è totale», sostiene Zanchini. In Campania, dove un piano ancora non c’è, la quantità di materiale estratto legalmente è tra le più basse d’Italia, perché la camorra fa da sé. Solo nelle province di Napoli e Caserta, si stimano più di mille cave abusive. I boss prima le aprono e poi, quando non servono più, le riempiono di rifiuti.

MICHELANGELO NON C’ENTRA L’ECOMAFIA SÌ

di Mario Tozzi

L’Italia è uno dei Paesi europei più sforacchiato dalle cave, primo strumento della devastazione ambientale. Non solo è molto facile aprirne di nuove, ma nessuno si preoccupa di ripristinarle una volta finita la coltivazione. In altri Paesi si usa obbligare chi vuole aprire una cava a lasciare in fideiussione il denaro sufficiente per poterla ripristinare, qui spesso prima della fine della concessione le cave vengono abbandonate: lo scempio ambientale resta e nessuno può porre riparo.

Si cava soprattutto per il cemento ma anche per la polvere del marmo. È il caso delle Alpi Apuane, uno dei luoghi più incontaminati e straordinari d’Italia, sforacchiato da quasi 300 cave che non servono più a produrre i marmi monumentali della Pietà di Michelangelo o dei romani antichi, ma solo polvere di marmo usata come sbiancante o additivo, dunque non più per un uso monumentale.

Una nuova cava significa strade, camion, inquinamento atmosferico, polveri sottili, rumore. Inoltre spesso la cava è il primo passo dell’ecomafia dei rifiuti: se ne apre una abusiva, ci si fa cemento. Nel buco si interrano i rifiuti tossici speciali. Sopra, una volta ricoperto con la terra, ci si fanno i pomodori.

La legislazione è carente e non comporta obblighi ambientali. Servirebbero nuove norme uguali per tutto il territorio, ricordando che i giacimenti minerari e le rocce sono patrimonio della nazione.

LA GIORNATA DEI PARCHI

Ecco chi ci guadagna nell’Italia sventrata e svenduta.Il campus

«Le aree protette sono un’importante realtà che nel nostro Paese ha permesso la conservazione della natura nell’undici per cento del territorio». In occasione della Giornata europea dei parchi che si celebra oggi, il Wwf festeggerà in Abruzzo ospitando, in collaborazione con la Croce Rossa, i ragazzi delle tendopoli dell’Aquila. Molte oasi del Wwf in questi giorni sono diventate luogo d’accoglienza per chi ha subito il terremoto, come a Penne, trasformata in campus per gli studenti di Scienze ambientali.

Scempio continuo

Per il Wwf i parchi «sono sia un presidio contro le aggressioni del cemento (in Italia si consumano 200 mq di territorio al minuto) sia una garanzia per le generazioni future». Ma soprattutto «in assenza di un piano nazionale sulla Biodiversità, le aree protette rappresentano il solo presidio per la tutela della diversità biologica, come chiesto dalle convenzioni internazionali».

L'icona nel sommario è tratta dal blog caiazzorinasce, e rappresenta una manifestazione che contrasta insieme i due sfruttamenti del territorio

L'attacco al Parco dell'Appia Antica parte già pochi metri dopo Porta San Sebastiano, con il centro motoristico Hyundai che continua a lavorare per la Provincia occupando abusivamente un antico tabacchificio di proprietà del Campidoglio vicino al Quo Vadis; e con le due mega piscine da poco costruite senza permesso nel verde della Caffarella. Ma i raid di gru e betoniere erodono i fianchi della Regina Viarum anche diversi chilometri più a valle: con i cantieri edili che da Santa Maria delle Mole minacciano l'integrità del sito archeologico di Mugilla, inserito nell'ampliamento del parco deciso a ottobre. E, in questo caso, la minaccia viene da uno dei membri del Parco: il Comune di Marino che sta facendo costruire nei lotti liberi del suo territorio nonostante manchi il piano di attuazione della variante generale al Prg. Ma uno stop all'attività edilizia dell'amministrazione comunale di centrodestra guidata dal sindaco Adriano Palozzi viene ora dalla Regione. Per bocca di Esterino Montino, vicepresidente e assessore all´Urbanistica della giunta Marrazzo. Che annuncia: «Ho appena dato mandato ai miei uffici di verificare la possibilità di un blocco dell'attività edilizia su tutta l'area del Comune. E di creare un commissario ad acta per verificare la congruità dell'attività urbanistica in corso che, come ho avuto modo di verificare personalmente, sta avvenendo fuori dalla norma».

Martedì scorso Montino ha incontrato una quarantina di rappresentanti dei comitati del centro storico, di Santa Maria delle Mole, di Cave di Selci. «Abitano in case dove manca addirittura l'allaccio in fogna. E una parte dei bambini di Santa Maria va a scuola a Ciampino perché mancano le scuole» racconta. C'è un deficit di servizi pubblici che rende impossibile la vita dei cittadini. E vengono spesso ignorati gli "atti d'obbligo notarili" che vincolavano parte dei terreni edificati per destinarli a servizi e a verde. L'"atto d'obbligo" sembra esistesse ad esempio sul terreno di via Curiel dove sta costruendo, con un permesso del 2007, la Esa 2050 srl: «E al cantiere sono stati posti i sigilli dall'ispettorato del lavoro per violazione delle norme di sicurezza». Poi c'è il caso di via Segni, in pieno centro di Marino: «Ho misurato personalmente - aggiunge l'assessore regionale - la distanza tra balcone e balcone: è solo un metro e mezzo. E il distacco dalla strada è di tre metri e settanta, invece degli otto previsti dalla legge». La Regione vuole vederci chiaro sul mega cantiere Marino: «Lo facciamo per la tutela degli abitanti che non meritano il saccheggio di un territorio che, in alcune aree, è già parte integrante del Parco dell'Appia Antica» insiste Esterino Montino.

Da anni Legambiente porta avanti una battaglia per preservare l'area archeologica e naturalistica di Mugilla, cuneo verde nell'abitato violato di Santa Maria delle Mole. «Il piano paesaggistico regionale ha confermato l'inedificabilità assoluta di quest'area» spiega Renato Arioli, presidente del Circolo Appia Sud. «E il progetto di ampliamento del Parco - prosegue - passa anche per Mugilla e per il Divino Amore, zone che si trovano nel Comune di Marino. Ma la giunta sta portando avanti uno stravolgimento dell'identità del territorio. Lì dove esistevano terreni con case rurali, ora spuntano come funghi palazzine, una attaccata all'altra, con numerosi appartamenti».

Parte da Alghero un appello di urbanisti e intellettuali per migliorare la qualità della vita degli abitanti. Edoardo Salzano promotore di un’iniziativa che vuole ristabilire il concetto di «bene comune» opponendolo alle logiche privatistiche del mercato

«Sardegna fatti bella», recitava qualche anno fa lo slogan di un progetto della Regione volto a migliorare lo stato ambientale e la qualità della vita. «Ma non perdere tempo», sembra essere la risposta di un gruppo di intellettuali che proprio da una città sarda, Alghero, lanciano un appello per trasformare, o ritrasformare, le città italiane in un bene comune: città a misura di abitanti invece che «non-citta ad uso turistico». Proprio come Alghero, dicono. L’idea dell’appello, che sinora ha raccolto oltre duecento firme, è venuta a uno dei maggiori urbanisti italiani, Edoardo Salzano, docente all’università di Venezia, durante una delle sue frequenti visite in Sardegna all’amico e collega Arnaldo “Bibo” Cecchini, presidente del corso di laurea in Urbanistica della facoltà di architettura di Alghero, dove è anche vicepreside.

L’obiettivo? Restituire Alghero agli algheresi, o a chiunque voglia abitarci stabilmente, garantendo servizi adeguati per tutto l’anno ai cittadini e invertendo quella marcia di «disneylandizzazione» che sta trasformando la città «in una distesa informe di servizi e di attività rivolte al turismo». Di qui la proposta di riconsiderare la città come «un bene pubblico e non una merce», e fronteggiare l’inevitabile fenomeno della crescita turistica con un’adeguata pianificazione.

Ma perché, tra tutte le devastazioni che ci sono in Italia e altrove in Sardegna, partire proprio da Alghero? I primi firmatari dell’appello (tra loro gli scrittori Giulio Angioni e Giorgio Todde, il giornalista Giacomo Mameli, la sociologa Antonietta Mazzette), fanno presente che «Alghero è il pretesto, il punto di partenza: una città di alta qualità ambientale e storica, che sta soffrendo sotto il peso di un turismo indifferenziato e non controllato e di un’assenza di pianificazione e di strategie, ponendo a rischio il suo futuro di città».

«Non si tratta - proseguono nell’appello che si può leggere integralmente, e volendo firmare, nel sito http://m.lampnet.org/benecomune/ - della città peggio amministrata d’Italia o di quella con i problemi più drammatici, ma proprio per questo può essere un punto di partenza per un ragionamento e un ripensamento sui temi del governo e della pianificazione urbana, realizzando una carta di Alghero che verrà costruita e presentata nel corso di un convegno nazionale nella primavera del 2009».

Edoardo Salzano, classe 1930, veneziano d’adozione, è un urbanista illustre (ha coordinato il comitato scientifico che ha curato i piani paesaggistici della Sardegna) che dal 2001 ha sul web un blog seguitissimo (eddyburg.it), dove accanto ad appelli per la tutela del patrimonio storico e ambientale, trovi ricette di cucina, consigli per viaggiare, persino per sorridere. «L’idea dell’appello - dice - è nata con l’amico Cecchini. Abbiamo pensato che il destino di una città non deve essere unicamente affidato agli urbanisti o agli addetti ai lavori, perché la sua trasformazione interessa tutti e in primo luogo gli altri saperi. Ricordo anni in cui i problemi delle città e dell’urbanistica erano al centro dell’attenzione politica e dell’opinione pubblica. Questo è accaduto sino agli anni Settanta, quando in parlamento si discusse la legge sulla casa e si introdusse l’equo canone. Adesso non se ne parla più, la città è qualcosa che riguarda solo gli specialisti. E gli immobiliaristi. Ecco, noi abbiamo pensato di dare vita, partendo proprio da Alghero, a una discussione che mobiliti anche artisti, antropologi, storici...».

Città bene comune, d’accordo. Ma dove va a finire la «vocazione turistica» di Alghero e del suo territorio? «Intanto chiariamo - dice Salzano - che il territorio non ha alcuna vocazione a essere edificato. Ha delle caratteristiche, è stato costruito nei secoli dal lavoro della natura e dell’uomo ed è da qua che bisogna partire, dal riconoscerne le qualità. Questo è ciò che mi sembra si sia tentato di fare con il piano paesaggistico».

Si parla tanto di turismo come risorsa fondamentale della Sardegna, ma qual è allora il modello da scegliere? «Io abito a Venezia - continua Salzano - che forse è la città turistica per eccellenza. Sa che mi capita spesso all’aeroporto di incontrare persone che non sanno che è costruita sull’acqua? Vedesse quanta gente cammina per le strade senza sapere cosa sta guardando... Ecco, a mio avviso il turismo dovrebbe essere radicalmente convertito, reso ben diverso da quello attuale. Quest’anno sono stato per la prima volta a vedere la Gallura: è sconvolgente tutto ciò che è stato edificato. Ma soprattutto c’è l’importazione di un modo di vivere che non ha niente a che fare con la Sardegna. Accade perché, dalla Emilia Romagna alla Spagna, ormai si impone un modello unico di turismo. E questa tendenza va combattuta. Io vorrei vedere un turista al quale interessa visitare, conoscere, mangiare i cibi di un luogo. Non mi riferisco a un turismo di nicchia, perché credo che ormai ci sia un potenziale umano molto disponibile, specie tra i giovani».

Ma perché partire da Alghero? «A me sembra che la città storica sia bellissima, mentre trovo brutta l’espansione, forse perché gli architetti sono diventati geometri. Voglio dire: non sono loro che decidono, ma i costruttori. Ma i particolari è meglio che li chieda a Cecchini, che ad Alghero vive da tanti anni».

Detto fatto. Perché partire da Alghero per la vostra battaglia?. «Abbiamo pensato - dice Arnaldo “Bibo” Cecchini - che l’ideale fosse appunto scegliere una città media, come dimensione e come problemi, che avesse molti aspetti interessanti, con non troppi problemi, ed enormi potenzialità. Ma una città che, se non viene amministrata in modo strategico, poi produce una bassa qualità. Mi preme sottolineare che, pur ricoprendo un ruolo istituzionale - continua il vicepreside di Architettura -, qui sono un cittadino, che assieme ad amici storici, architetti e scrittori individua un problema, e cioé la l’assenza di una visione di strategia di pianificazione nel governo delle città. O meglio, che vede solo le iniziative private di chi, legittimamente ma dal suo punto di vista, si batte per i proprio interessi. Ciò che chiediamo è che si torni a una gestione pubblica delle città. Che si creino spazi fruibili da tutti. Se il turismo è il motore dell’economia algherese, allora i suoi aspetti positivi non devono esserlo solo per alcuni, ma vanno utilizzati nell’interesse collettivo e nel miglioramento di tutta la città, e non solo delle zone che ne sono in qualche modo favorite. Poi non vogliamo che il turismo sia qualcosa di contrapposto alla vita quotidiana. È giusto che le bellezze del nostro paese siano fruite da tutti, il nostro non è un atteggiamento elitario. Il problema è come avviene: se in modo incontrollato e predatorio o all’interno di un disegno che migliora la vita di tutti».

Sin qui il punto di vista di urbanisti, storici, scrittori, sociologi: insomma, degli intellettuali. Ma chi di turismo ci vive, cosa ne pensa? «Alghero è una città strana - dice Giorgio Macioccu, presidente di Confturismo e di Federalberghi per il Nord Sardegna, algherese - Nasce benissimo come città catalana, si sviluppa bene ma poi esplode come città turistica e secondo il nostro punto di vista ora ha un po’ esagerato, soprattutto per il mercato delle seconde case, che vedo come speculazioni edilizie, investimenti che poi tengono quelle zone della città morte per sette, otto mesi l’annio. Per non parlare degli algheresi che vogliono comprare casa a cifre accettabili e non lo possono più fare. Chiaro che una città che passa da 40 mila abitanti in inverno a 120-130mila presenze estive viene snaturata. Il sindaco ha promesso di ascoltare il nostro parere riguardo al piano urbanistico comunale. Noi vorremmo una città che cresca in modo diffuso. In larghezza, cioé, e non in altezza, come quei palazzoni che sono un chiaro segnale di speculazioni. Un città con molti spazi verdi, anche tra casa e casa, che cresca verso Calabona, verso Fertilia e oltre, verso l’aeroporto. E le seconde case, quelle affittate due mesi l’anno, spesso in nero: va fatto un censimento, servono maggiori controlli. I servizi di una città vanno pagati da tutti». E l’appello? «Per me è un motivo di soddisfazione il fatto che parta da Alghero».

«Grazie per i consigli, ma il piano c’è eccome»

Il sindaco Marco Tedde: uno strumento strategico per governare lo sviluppo

«L’appello? Credo sia un iniziativa utile, se è finalizzata a consentire ai cittadini di vivere meglio e ai turisti e agli ospiti di trovare una città più accogliente». Bastano poche parole al telefono e si capisce che il sindaco di Alghero, Marco Tedde, avvocato cinquantenne, è uno che la sa lunga. Può anche permetterselo, del resto, forte del 64 per cento di preferenze con cui è stato rieletto nel 2007.

- Certo sindaco. Ma loro, quelli dell’appello, dicono che siete voi amministratori a dover migliorare Alghero. Dicono che le trasformazioni della città vanno governate e pianificate, e invece non accade.

«Non sono d’accordo. Ci sono strumenti in itinere sui quali facciamo affidamento. Lavoriamo moltissimo alla pianificazione: dal piano del porto a quello urbanistico comunale che entro gennaio dovrà essere portato in cosiglio».

- L’urbanista Cecchini dice che è proprio la pianificazione che manca.

«Urbanista, ma non era un fisico? Comunque, strano che lo dica proprio lui. Perché noi abbiamo fatto il piano strategico, al quale per inciso ha partecipato anche Cecchini, che di fatto è l’ombrello per tutte le altre azioni di pianificazione: il Puc, che stiamo adeguando al piano paesaggistico, il piano del porto, quello di utilizzo dei litorali o accessi al mare».

- Anche se Cecchini precisa di parlare a titolo personale, quali sono i rapporti tra l’amministrazione comunale e la facoltà di architettura?

«Ottimi, di grande collaborazione. Come dimostra appunto il coinvolgimento nella stesura del piano strategico. E consideri poi che ad Architettura abbiamo dato in uso alcuni tra gli immobili più prestigiosi della città».

Qui la replica di Arnaldo (Bibo) Cecchini

Brandelli d’Italia pullulano sul finire d’agosto nella "poltiglia di massa" ormai incapace di orientamento collettivo, in una società senza più memoria (Walter Veltroni), senza o con più opinioni pubbliche (Eugenio Scalfari e Nanni Moretti), senza più valori (tutti), di fronte a un’offerta politica taroccata che nuota nella banalità. Un’Italia con l’Alzheimer, bulimica soltanto del presente, in crisi civile, forse democratica, con una maggioranza vuotamente arrogante e un’opposizione letargica, di fronte alla perdita di legalità e di verità. Di qui, mestamente, riparte il dibattito che forse scandirà l’autunno di quel che resta dell’opinione di centro e di sinistra riformista, ridotta "allo stato larvale" (Scalfari).

Su uno spartito del genere non si può non andare a sentire Giuseppe De Rita, presidente del Censis, cattolico, appena fregiato dai Devoti di Sant’Agnese della "Targa Socrates Parresiastes", come portatore di "parresia", cioè la capacità di "dire la verità", che già nell’ultimo rapporto da lui firmato alla fine del 2007, ben prima del risultato elettorale e del cambio di maggioranza da Prodi a Berlusconi, parlava di un paese avvolto nella "mucillagine sociale", una paccottiglia di coriandoli priva di un orientamento collettivo. Quasi una malattia dell’anima che da tempo ha colpito il paese, un corpaccione psicologicamente debole, ormai antropologicamente incapace di "fare tessuto sociale", con un’esclusiva passione all’impulso, non più alle passioni, non più alla storia e ai principii, ma un "monstrum alchemicum" che il benessere piccolo borghese ha creato e che ci rende poco vitali, impotenti, come di fronte a una generale entropia della società.

De Rita è a Courmayer, dalle finestre guarda placidamente il Monte Bianco, panorama alpino, ma che non cancella nella sua testa il paragone con mari accaldati: "Esattamente la mucillagine, la citerei ancora molti mesi dopo e con tanti fatti accaduti in una società nella quale le singole realtà non si integrano, dove vediamo una distesa di elementi galleggianti uno accanto all’altro che non si integrano. E’ esattamente quel che mi ritorna in mente leggendo Scalfari, Veltroni, Moretti. La mucillagine è figlia di un’opinione pubblica che può pure avere un’opinione comune, ma non si integra, non fa sistema. Ecco la tragedia italiana di oggi."

Cosa manca? Forse la macchina? Ebbene sì: "Per quarant’anni abbiamo fatto partiti d’opinione contro i partiti di massa, poi cosa è successo? E’ arrivato Berlusconi e l’opinione pubblica che fa? si riconosce nel berlusconismo, in una poltiglia di opinione figlia dell’emozione. Tutto scende come in un colatoio di fiocchi di neve, un colatoio di opinioni, che produce soltanto saracchi e crepacci. Non c’è un primato dell’opinione sulla macchina, sia della Chiesa o del partito. Si è teorizzato il primato dell’opinione sulla macchina, ma adesso si vede che l’opinione non c’è o non è collettiva e non c’è neanche la macchina".

De Rita ha scritto sul Corriere che di tutte le istituzioni oggi operanti in Italia la Chiesa è quella che più presidia il territorio con le parrocchie, i movimenti, le associazioni, il volontariato e, si faccia o non si faccia il federalismo, questa è di fatto una società localistica con un’anima e una coesione sociale, capace di innervare comportamenti di iniziativa e responsabilità. Allora il federalismo di Bossi come nazionale panacea? Macchè. De Rita ritiene l’unico federalismo possibile oggi è quello dall’alto, ma quando Bossi dice a sorpresa che reintrodurrà l’Ici abolita da Berlusconi "ha capito che per un buon federalismo bisogna far crescere l’autonomia dal basso, occorre affidarsi alle comunità di base, non ci vuole certo una grande legge nazionale che estranei dal consenso localistico. Quando Bossi difende Malpensa non lo fa, del resto, per supremi principii, ma per il direttore, il vicedirettore, gli impiegati e anche per l’ultimo pouliscicessi dell’aeroporto".

Insomma, il centro e la sinistra devono lavorare dal basso, intercettare le "minoranze vitali" trascurate: "Nanni Moretti ha ragione - dice - tutto oggi sembra vuoto, occorre riprendere il filo delle integrazioni strutturali, ma senza credere mai nel primato dell’opinione, come sembrano fare Veltroni, Scalfari, Moretti stesso, i giornali e anche parte della Chiesa. Posso dire che odio la parola opinione, figlia di processi culturali che mirano a far opinione con emozioni, mai con la coscienza."

Ma la memoria, professor De Rita? Come può vivere un paese senza più memoria, in cui tutto si confonde in tanti brandelli una "brandellizzazione" storica berlusconiana? "Caro mio, veniamo da lontano e andiamo lontano, dicevano i comunisti. Poi hanno dismesso lo slogan perché era troppo comunista. Anche San Tommaso diceva che la Chiesa deve essere bioculata, con un occhio davanti e uno di dietro. Regole fondamentali in una società che ormai vive senza passato e, purtroppo, senza futuro. Il Pci ce l’aveva la biocularità, poi se l’è giocata male. Ma la nostalgia della memoria che manifesta Veltroni oggi non fa bene. Ha senso solo se il tuo presente orienta il futuro, altrimenti un grigio presente produce soltanto nostalgia del passato".

Davanti al Bianco che trascolora in un tramonto rosso, De Rita ha l’ultimo empito di entusiasmo per le "minoranze fertili", pezzi della Chiesa, e della "minoranza industriale", che, secondo lui, si distaccano dalla "poltiglia di massa". Saranno loro a salvarci dalla perdita di memoria da una civiltà che Giacomo Leopardi giudicava incompiuta perché mancante di una "coscienza stretta", cioè delle connessioni personali nel rapporto sociale? E hanno i necessari "Big players"? "Le analisi di Tettamanzi, di Bazoli, con la Banca che deve anche pensare al futuro, di Marchionne, dell’Eni, dell’Enel, di Montezemolo, le scommesse sul futuro non solo individualiste forse capaci di far lievitare tutta la società sostituendo una politica che si perde e perde consenso attraverso il mito dell’opinione. Io ci spero".

Ma è forse questa, così poco mucillaginosa, l’agenda che esalta il prossimo autunno di Montecitorio?

In via del Podestà 71 A, in un’area collinare che degrada verso le Due Strade, delimitata a monte da via de’ Martellini, in uno scenario che ancora oggi ricorda l’antico contado fiorentino, fra ville storiche circondate da struggenti giardini all’italiana stanno sorgendo due costruzioni lunghe e strette. Gli abitanti della zona le chiamano treni. Ognuna di esse accoglierà una sequenza di casette terratetto, ciascuna con mansarda e un minuscolo giardinetto a fronte. L’insediamento, progettato dagli architetti Riccardo Bartoloni e Miranda Ferrara della Quadra Progetti, sarà costituito da 18 appartamenti di diverse dimensioni, con relative cantine e parcheggi sotterranei. Le nuove costruzioni stanno sorgendo a fianco di alcune casette che vengono ristrutturate e al posto di alcuni edifici, in parte abusivi e condonati, che sono stati demoliti e che erano indicati come ex fabbrica di piastrelle, ma più esattamente utilizzati come depositi di materiali e di scarti edili. Si trattava sostanzialmente di tettoie. Gli abitanti del vicinato giurano che le nuove costruzioni, che dovrebbero avere la stessa superficie complessiva di quelle demolite, sono in realtà molto più estese e più alte. Raggiungeranno infatti l’altezza di 7 metri e 74 centimetri. Il che significherà per alcuni dei vicini la perdita del panorama delle colline e della vista della Certosa del Galluzzo.

L’iter di autorizzazione del nuovo insediamento è stato lungo e complesso, ma ogni difficoltà è stata superata. Il progetto firmato Quadra - la società di progettazione guidata da Riccardo Bartoloni (presidente dell’ordine degli architetti) e dal geometra Alberto Vinattieri, dipendente part time del Comune, e di cui è stato fondatore e socio fino al 23 marzo 2004 l’ex capogruppo del Pd in Palazzo Vecchio Alberto Formigli (tutti e tre indagati per corruzione nell’inchiesta sul complesso Dalmazia) - ha ottenuto l’assenso della commissione edilizia, della commissione per il paesaggio, della soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici, del consiglio di quartiere. Uniche raccomandazioni: «utilizzare, per la copertura, embrici soprammessi in luogo delle marsigliesi» e piantare 44 alberi negli spazi verdi privati. Il piano di recupero con contestuale variante del piano regolatore ha superato indenne il vaglio del consiglio comunale. Il 19 settembre 2005 ventuno consiglieri di centrosinistra hanno votato senza battere ciglio il piano di recupero e la variante. Fra di loro c’era anche Formigli, all’epoca ancora presidente della commissione urbanistica. Gran parte dei consiglieri di opposizione erano assenti dall’aula. Gli unici tre voti contrari furono di Ornella De Zordo, Enrico Bosi e Leonardo Pieri.

Una parte dei terreni interessati al progetto presentato dalla società Praedium e dalla Quadra era inserita in zona A (Centro storico minore), dove di regola si può costruire e modificare molto poco. Nei dintorni molti hanno chiesto invano di aprire una finestra. Un’altra parte dei terreni inclusi nel piano di recupero erano classificati come zone agricole E, sottozona E1, all’interno del parco storico delle colline. Nelle sottozone E1 (aree agricole di particolare interesse culturale) all’interno del parco storico delle colline non si può costruire niente. Proprio niente. Una limitazione non da poco, a cui il consiglio comunale ha posto rimedio il 19 settembre 2005 approvando una variante al piano regolatore che ha tolto le particelle catastali inedificabili dalla sottozona E1 e le ha incluse in zona A (Centro storico minore). Contestualmente il consiglio ha approvato il piano di recupero destinato ad eliminare «le condizioni di degrado» dell’area, ha consentito che i lavori partissero con una Dia (dichiarazione di inizio di attività) e ha autorizzato la monetizzazione degli standard. Ciò significa che, non essendo reperibili all’interno dell’area interessata dal piano di recupero i terreni che per legge devono essere destinati a spazi pedonali e a parcheggi e giardini pubblici, si è scelto di monetizzare «le aree non cedute». Il prezzo, fissato nella convenzione firmata il 19 giugno 2006 fra Comune e Praedium, risulta pari a 300 euro al metro quadro.

Né Provincia di Firenze né Regione Toscana hanno sollevato obiezioni. Fra lo stupore degli abitanti di via del Podestà e di via de’ Martellini la Quadra e il consiglio comunale hanno dimostrato che il parco storico delle colline non è intoccabile e che può accogliere fra le storiche dimore anche un bel po’ di casette a schiera.

Spero che i vasti e spinosi problemi dell'Occidente non vi distraggano dai veri drammi della civiltà evoluta e del capitalismo maturo come, per esempio, quello dei mendicanti orizzontali. La città di Firenze, salotto sopraffino, se ne è accorta e passa al contrattacco, ha funzionato per i lavavetri, funzionerà anche per i mendicanti, e la civiltà sarà salva, insieme alle sorti luminose e progressive del «si può fare».

Il problema, naturalmente non è il pietoso gesto di chiedere la carità, ma il fatto di farlo da seduti, sdraiati, orizzontali, e insomma, nello sconveniente modo di diventare un problema alla circolazione. In poche parole un mendicante di Firenze, se decide di non stare in piedi, diventa un intralcio al traffico. Non c'è solo l'insolazione a dare alla testa, ma anche le elezioni. Comunque sia, dice l'assessore Cioni, è urgente «contrastare chi chiede l'elemosina intralciando i pedoni».

Una signora non vedente è inciampata in un mendicante, e lo spiacevole incidente prelude dunque alla cacciata dei mendicanti da Firenze, una cosa che somiglia molto al colpirne cento per educarne uno (quando si dice: più realisti del re). Ma sia: se c'è una cosa che non scarseggia sono i capri espiatori, esauriti i lavavetri (venti temibili eversori armati di spugne che tenevano in pugno la città di Dante), si passa ai mendicanti.

La stagione elettorale aiuta: chissà di quali mirabolanti sondaggi sono in possesso l'assessore Graziano Cioni e il sindaco Leonardo Domenici. Forse c'è qualche studio avanzato, qualche grafico di flussi elettorali che dice che cacciare i poveri rende popolare la sinistra, o quel che ne rimane. Del resto che Cioni e Dominici siano sinistra dura e pura lo sanno tutti. Il primo, ai tempi dei lavavetri attaccò il presidente della camera che criticava il pogrom dicendo: «Questi palazzi allontanano gli eletti dal popolo, dalla gente». E parlava di Bertinotti, mentre lui, il prode Cioni, allontanava quattro straccioni. E quanto al sindaco Domenici, pur di cacciare una ventina di povericristi citava nientemeno che Lenin: «In fondo si tratta di un'ordinanza leninista. Lenin diceva: il problema è l'analisi concreta di una situazione concreta». Testuali parole. Era estate, faceva caldo, sentire un esponente dei Ds, oggi Pd, citare Lenin dava il brivido di una granita alla menta. Usare Lenin come un corpo contundente contro il lumpenproletariat semaforico, nomade e accatone sembrava assurdo, e invece era solo una astuta preparazione dell'oggi.

Come diceva il fortunato slogan di un vecchio congresso pidiessino (1997), «Il futuro entra in noi molto prima che accada». Ecco è accaduto, il futuro sta entrando, dolorosamente simile all'ombrello di Altan. Ora è primavera. Il sindaco è sempre quello, l'assessore è sempre quello, in mancanza di lavavetri, sotto coi mendicanti. Ancora una volta Firenze è all'avanguardia, traccia il solco e poi lo difende, ma soprattutto ci dice chiaro e tondo dove stiamo andando. E che, purtroppo, si può fare.

mercoledì 19 novembre

Castello, accuse di corruzione

agli assessori Cioni e Biagi

Salvatore Ligresti non ha ancora posato un mattone, ma sull´area di Castello destinata ad accogliere un nuovo vasto quartiere di Firenze già aleggia l´ombra della corruzione. Il costruttore di origine siciliana, presidente onorario di Fondiaria Sai, proprietaria dei terreni di Castello, è indagato insieme con il suo braccio destro Fausto Rapisarda, con gli assessori comunali Graziano Cioni (sicurezza sociale) e Gianni Biagi (urbanistica), con due architetti progettisti e con il dirigente di Europrogetti (società del gruppo Fondiaria Sai). Per tutti l´ipotesi di reato formulata dai pubblici ministeri Giuseppina Mione, Giulio Monferini e Gianni Tei è il concorso in corruzione. I carabinieri del Ros hanno perquisito le abitazioni e gli uffici degli indagati e le sedi di Fondiaria Sai, del Consorzio Castello (la società del gruppo che si occupa della operazione immobiliare sulla piana) e di Europrogetti.

La tesi della procura è che il gruppo Fondiaria Sai guidato dal 2001 da Salvatore Ligresti abbia instaurato un «rapporto corruttivo» con i due assessori fiorentini. Un rapporto «connotato di promesse e dazioni» da parte dell´impresa e da «atti contrari ai doveri d´ufficio» da parte dei pubblici amministratori. L´obiettivo, per il gruppo Ligresti, sarebbe quello di ottenere l´avallo e l´esito positivo delle proprie iniziative economiche e imprenditoriali finalizzate, fra l´altro, alla massima valorizzazione dell´investimento immobiliare nell´area di Castello.

Nel caso dell´assessore all´urbanistica Gianni Biagi, gli inquirenti ipotizzano che egli abbia adottato «iniziative e provvedimenti in contrasto con gli interessi pubblici» del Comune di Firenze, in cambio della «promessa... di utilità economiche e non economiche, per sé e per altri, ovvero da conseguirsi da lui direttamente o indirettamente». Fondiaria Sai, fra l´altro, gli avrebbe chiesto indicazioni sui nomi di professionisti cui affidare incarichi di progettazione nell´area di Castello.

Quanto all´assessore Graziano Cioni, i magistrati gli contestano di aver instaurato con Fausto Rapisarda, indicato come «alter ego» di Salvatore Ligresti, «un rapporto corruttivo a carattere continuativo» e di aver garantito al gruppo imprenditoriale il suo costante appoggio politico e amministrativo, quanto meno negli ultimi cinque anni. I magistrati ritengono che l´assessore avrebbe dovuto astenersi dall´approvare la convenzione urbanistica stipulata il 18 aprile 2005 fra il Comune di Firenze e il Consorzio Castello (Gruppo Ligresti), che aveva ad oggetto lo sfruttamento edilizio dell´area di Castello. Avrebbe dovuto astenersi - secondo la procura - perché suo figlio è dipendente di Fondiaria dal 2002. Al contrario, secondo gli inquirenti, l´assessore non solo ha approvato la convenzione ma ha anche ricevuto concreti vantaggi dal gruppo Ligresti. Tramite Fausto Rapisarda ha ottenuto - sostiene l´accusa - la possibilità per una sua conoscente di prendere in affitto un appartamento in viale Matteotti di proprietà di Fondiaria. Gli contestano inoltre una gratifica in favore del figlio dipendente della compagnia di assicurazioni e un contributo di 30.000 euro corrisposto da Fondiaria Sai per finanziare la consegna a domicilio a tutti i fiorentini del regolamento di polizia municipale introdotto da una lettera di presentazione dello stesso assessore.

Oltre che per corruzione, Graziano Cioni è sotto inchiesta anche per violenza privata aggravata in una vicenda che si intreccia, secondo gli inquirenti, con la sua partecipazione alle primarie del Pd per la scelta del candidato sindaco di Firenze. Si tratta in questo caso di fatti recentissimi, risalenti al mese scorso, peraltro smentiti da tutti i protagonisti. Secondo le ipotesi di accusa, l´assessore avrebbe costretto a suon di minacce l´imprenditore Marco Bassilichi a rimuovere la sua dipendente Sonia Innocenti dall´incarico di rappresentante dell´impresa Bassilichi con le pubbliche amministrazioni. Ciò perché - affermano gli inquirenti - Sonia Innocenti intendeva appoggiare nelle primarie un altro candidato. La signora risulta infatti fra i firmatari che hanno sostenuto la candidatura dell´europarlamentare Lapo Pistelli. Secondo le accuse, dopo aver saputo che Sonia non l´avrebbe appoggiato e dopo avere ricevuto la conferma dalla stessa interessata nel corso di una burrascosa telefonata, Cioni si arrabbiò di brutto e fece una sfuriata con Bassilichi, dicendogli che non avrebbe mai più fatto entrare la signora Innocenti nel suo ufficio e che avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per farle chiudere in faccia ogni altra porta. La procura ritiene che in tal modo l´assessore abbia messo Bassilichi con le spalle al muro, prospettandogli guai per la sua attività imprenditoriale se non avesse sostituito l´impiegata. Tanto più che - secondo le accuse - la minaccia sarebbe stata ribadita a Bassilichi tramite il presidente della Provincia di Firenze Matteo Renzi, altro candidato alle primarie in concorrenza con Cioni, con Pistelli e con l´assessore Daniela Lastri. Una brutta faccenda all´ombra della corsa alle elezioni del nuovo sindaco. Urla, sfuriate, accordi trasversali, minacce. Che tutti, però, smentiscono.

mercoledì 19 novembre

Domenici ai magistrati

"Fate presto l´inchiesta"

All´origine dell´inchiesta c´è la convenzione stipulata il 18 aprile 2005 tra il Consorzio Castello e il Comune di Firenze per l´utilizzo dell´area di proprietà dei Ligresti estesa 168 ettari. Con la convenzione la proprietà cedette gratuitamente al Comune 101 ettari (di cui 80 per un parco pubblico) avviando la fase realizzativa dell´intervento del quale a Firenze si parla dal 1983, quando il progetto insisteva su un´area ancora più grande, quella di ´Fiat-Fondiaria´. Nel 1989 fu una famosa telefonata di Achille Occhetto, allora segretario del Pci, a bloccare il via libera che la giunta guidata da Massimo Bogianckino (Psi) si apprestava a dare al progetto presentato in pompa magna pochi giorni prima in Palazzo Vecchio. Il progetto prevede la realizzazione di uffici pubblici e privati (fra i quali le sedi della Regione, della Provincia e un nuovo polo scolastico). Sono poi previste abitazioni, negozi, la scuola carabinieri, due alberghi, strade, piazze, scuole, impianti sportivi. Il completamento era previsto nel 2014. Due mesi fa Diego e Andrea Della Valle hanno presentato un progetto per il nuovo stadio di Firenze e il Comune ha già votato un emendamento al Piano strutturale che prevede la possibilità di realizzare un nuovo impianto in quella zona.

«Mi auguro, nel ribadire piena fiducia nell´autonomo operare della magistratura, che l´inchiesta possa essere chiusa presto anche tenendo conto del delicato momento politico-istituzionale che la città si sta accingendo a vivere, in vista delle prossime elezioni amministrative» ha detto intanto il sindaco Leonardo Domenici. «La situazione non fa venire meno la mia fiducia nei confronti di Gianni Biagi e Graziano Cioni, di cui conosco e apprezzo, oltre alla capacità amministrativa, anche le qualità umane e il cui apporto alla lunga azione di governo di questi anni è stato particolarmente importante».

giovedì 20 novembre

Ecco perché la procura crede

che Ligresti sia stato favorito

Domanda: «Qual è stata la fiammella che ha dato il via all´inchiesta?». Risposta di uno degli inquirenti: «La fiammella è un incendio». Dal che si dovrebbe dedurre che l´inchiesta per corruzione sul progetto di urbanizzazione dell´area di Castello di proprietà Fondiaria Sai è fondata su elementi più vasti e più gravi di quelli abbozzati nelle informazioni di garanzia che hanno colpito il costruttore Salvatore Ligresti, presidente onorario di Fondiaria Sai, il suo braccio destro Fausto Rapisarda, il suo collaboratore Gualtiero Giombini di Europrogetti, gli assessori fiorentini Gianni Biagi (urbanistica) e Graziano Cioni (sicurezza sociale), nonché l´architetto Marco Casamonti (Archea) e il professor Vittorio Savi, docente di storia dell´architettura, consulenti di Fondiaria Sai per il piano di Castello su indicazione (sostiene l´accusa) dell´assessore Biagi. I difensori si apprestano a ricorrere al tribunale del riesame anche per poter conoscere qualcosa di più delle carte in mano ai magistrati.

Ieri Palazzo Vecchio ha ribadito che non sono sotto accusa gli atti amministrativi sui terreni di Castello. E l´assessore Graziano Cioni, indagato per aver instaurato «un rapporto corruttivo di carattere continuativo» con Fausto Rapisarda del Gruppo Ligresti, ha ricordato che era assente il 14 dicembre 2004, quando la giunta approvò la convenzione attuativa del piano urbanistico esecutivo di Castello, poi approvata in consiglio comunale il 17 gennaio 2005 e stipulata il 18 aprile successivo.

Da quella convenzione, in ogni caso, occorre partire per comprendere l´ipotesi della procura secondo cui il Gruppo Ligresti sarebbe stato favorito. L´area ha una superficie di 168 ettari a ridosso dell´aeroporto di Peretola. L´accordo prevedeva che Fondiaria cedesse a titolo gratuito al Comune 130 ettari, di cui 80 destinati a parco urbano, il resto alla Scuola Marescialli dei Carabinieri, a strade, giardini, scuole, piazze. Sui restanti 38 ettari Fondiaria poteva realizzare circa 1500 appartamenti, oltre ad alberghi e a insediamenti commerciali e alla nuova sede della Regione. Allegati alla convenzione uno studio di impatto ambientale in forma semplificata, una valutazione previsionale di clima acustico e uno studio di accessibilità, infrastrutture e traffico.

Dopo la stipula dell´accordo accade però che la parte pubblica accresce i suoi progetti su Castello. Oltre alla Regione si pensa alla nuova sede della Provincia e a un complesso scolastico. Nascono seri problemi perché la convenzione prevede la facoltà per il Gruppo Ligresti di realizzare con le proprie imprese le edificazioni di interesse pubblico, mentre per legge Regione e Provincia non possono non bandire un appalto. La trattativa si conclude con la decisione che la parte pubblica acquisterà i terreni «a prezzo di mercato» (invece di riceverli a titolo gratuito).

A quel punto l´iter di trasformazione dell´area sembra acquistare una doppia velocità. In agosto il Consorzio Castello del Gruppo Ligresti ottiene le concessioni edilizie per costruire i fabbricati per «funzioni private», mentre è ancora in discussione la ulteriore variante sugli insediamenti pubblici, per la quale manca la valutazione di impatto ambientale. Quanto al parco urbano, la convenzione lo definisce «elemento essenziale per assicurare qualità urbana all´intero complesso» e stabilisce che le aree destinate ad accoglierlo siano cedute a titolo gratuito al Comune «sotto la condizione risolutiva che non ne venga modificata la destinazione urbanistica a parco urbano». In base alla convenzione, il parco deve essere realizzato da Fondiaria a scomputo degli oneri di urbanizzazione. Il progetto è di Christophe Girot, ritenuto «il miglior paesaggista del mondo». Ma nessuna concessione è stata finora rilasciata per la sua realizzazione. E la sua sorte è in bilico dopo che Diego Della Valle ha lanciato l´idea (corredata dal progetto firmato Massimiliano Fuksas) di un nuovo stadio e della cittadella dello sport, e il Comune ha inserito, nella bozza di piano strutturale, la previsione del nuovo stadio a Castello. Si presume a spese del parco, che verrebbe drasticamente ridimensionato, con l´ulteriore problema che i terreni non verrebbero più ceduti a titolo gratuito. Ma il sindaco Leonardo Domenici non sembra contrario, visto che ha espresso i suoi dubbi su quegli 80 ettari di verde che, secondo lui, potrebbero divenire «un ricettacolo dell´area metropolitana».

Postilla

Lo scandalo di quella che era la splendida Piana di Sesto, tra Firenze e Prato, era cominciato molto prima. A chi vuole conoscere la storia antica di quel lembo di territorio suggeriamo il bel libro di Daniela Poli (La piana fiorentina. Una biografia territoriale narrata dalle colline di Castello, Alinea editrice, 1999, prefazione di Alberto Magnaghi). La radice dello scandalo e il tentativo compiuto dal segretario nazionale del PCI Achille Occhetto per troncarla la trovate in un capitolo del libro di P. Della Seta ed E. Salzano (L’Italia a sacco. Come nei terribili anni 80 è nata e si è diffusa Tangentopoli , Editori riuniti, 1993). Una ricca storia degli eventi che si sono sviluppati fino a oggi la trovate nell'articolo di Paolo Baldeschi.

Se poi volete vedere che pattumiera è fiventata la Piana, date un’occhiata all'area su Google map o Google earth; e non è finita!

L'immagine si riferisce alla Piana di Sesto, qualche anno fa, ed è tratta da una pubblicazione del Comune di Sesto fiorentino

Con cosa possiamo impastare il pane di domani? Quali ingredienti ci lasciano e quali ci consigliano gli eventi dell’anno che si conclude? C’è un lievito cui possiamo affidarci per il cibo solido che nutrirà i giorni dell’anno che viene? Sono domande spontanee a ogni volgere di calendario, ma forse ancor più cogenti al termine di un anno che pare identificarsi con il termine crisi, non solo in campo economico. Per il nostro impasto potremmo cominciare da un sano ripensamento sugli errori commessi.

Bush ha ammesso che la guerra in Iraq è stata un errore: del resto non è quello che si dice dopo ogni guerra? La si intraprende sempre facendola apparire come il male minore, il ristabilimento di un diritto infranto, la via per giungere a un nuovo equilibrio più giusto. Poi, una volta avviata, è la logica stessa della guerra a prevalere su ogni altra logica.

Il diritto, la giustizia, la solidarietà, la libertà, tutto viene messo tra parentesi, soffocato in attesa della fine delle ostilità. Ma dalle macerie fumanti sale solo nuovo odio, nuova violenza, nuovi pretesti per ricominciare un’altra guerra, anch’essa «giusta», naturalmente. Ora, tra i potenti che hanno dato fuoco alla polveriera in Iraq vi è chi ha chiesto scusa, chi ha affermato di essere stato ingannato, eppure nessuno di quanti nel nostro paese avevano sostenuto a spada tratta la giustezza di quell’errore si è sentito in dovere di riconoscerlo come tale. Senza riconoscimento degli errori come possiamo pensare che il futuro non ce ne riservi di analoghi e di più gravi?

Anche in campo economico non emerge con chiarezza un riconoscimento degli errori: sembra anzi che si preferisca rincarare la dose di anfetamine invece di trarre lezione dall’abuso di mercato senza regole. Invitare al consumo anche se non se ne hanno i mezzi né tanto meno la necessità, spingere verso un tenore di vita costantemente superiore alle proprie possibilità, oltre a condurre verso un precipizio ancor più profondo, cancella ogni senso del limite, eccita e inebria con il mito della crescita inarrestabile infinita, come fosse un diritto acquisito. Non è solo questione di ritrovare una certa sobrietà nel vivere e una maggiore solidarietà nel condividere bensì, a un livello ancor più radicale, di aderire alla realtà, di prendere coscienza che noi stessi, la nostra terra, abbiamo dei limiti: il tenerne conto non significa tarparci le ali ma, al contrario, irrobustirci per affrontare le sfide che il futuro ci riserva.

Ecco allora un ingrediente fondamentale per il pane quotidiano di domani: ridestare nella società, a cominciare dai giovani, la cultura dei valori. Anche qui dobbiamo interrogarci su cosa siamo stati e siamo capaci di trasmettere, quali modelli culturali veicoliamo con i nostri comportamenti e le nostre scelte, quali miti dominanti, quali aspirazioni sollecitiamo nelle nuove generazioni. A cosa aneliamo, in cosa crediamo, c’è qualcosa per cui vale la pena spendere ed eventualmente dare la vita? Se non siamo capaci di narrarlo con le nostre vite, se lasciamo che sia percepito come «reale» quanto di più artificiale si può creare nei «laboratori» di ogni tipo, non possiamo poi stupirci se la «connessione» sociale si rivela fragile quanto un segnale digitale. Ripartire da alcuni principi fondamentali che le generazioni che ci hanno preceduto hanno saputo trasmetterci - anche grazie alla loro capacità di ripensare agli orrori di due guerre mondiali - è condizione indispensabile per ridare futuro al nostro presente. La Carta universale dei Diritti dell’uomo, i principi fondamentali della nostra Costituzione, le regole basilari della convivenza civile devono diventare elementi «vitali» delle nostre società: elementi cioè capaci di ridare vita perché vissuti nel quotidiano.

Sì, occorre una grande consapevolezza degli errori commessi, ma anche delle enormi potenzialità nascoste nel cuore e nell’agire di ciascuno. Occorre per domani il lievito della fiducia nell’umanità: credere nell’uomo, nella sua grandezza, credere che possiamo umanizzare e rendere migliore la nostra convivenza, se solo accettiamo di guardare oltre il nostro interesse immediato, di tendere lo sguardo verso un orizzonte comune, verso una speranza che è tale solo se giunge a essere condivisa. Il pane di domani sarà allora ancor più gustoso perché intriso del sapore di ieri.

Ora è più chiaro, anche se c’erano pochi dubbi. Le brutte storie che tempestano i governi locali c’entrano molto con il governo del territorio, giacimento d’interessi grandi. Dietro ogni brutta storia si nasconde un guasto ai luoghi, una catena di alterazioni ai paesaggi, botte ai beni culturali. Se si tratta di reati si vedrà. Intanto i casi controversi si ampliano costantemente, come si è visto in questo scorcio del 2008, ma in modo occasionale e convulso si propongono all’opinione pubblica. Sono trattati dagli organi d’informazione a traino di una indagine giudiziaria, sull’onda curiosa di confuse intercettazioni, ma senza curarsi di spiegare il quadro, salvo lamentare genericamente la bruttezza delle città costruite in questi decenni. C’è grande attenzione alle decisioni che riguardano economia, sanità, giustizia, dalle quali certamente dipendiamo. Eppure sono scelte reversibili (lasciando strascichi serissimi, si capisce, e numerose vittime). Ma le scelte sbagliate che si riflettono nella forma del territorio, occorre riconoscerlo, sono più resistenti e direi irrimediabili.

La domanda che occorre riproporre, nello sfondo di fatti recenti, come quelli di Napoli, Firenze, ecc., è se nelle scelte i governi locali, anche quelli di sinistra, siano stati attenti a non cedere, oltre la soglia raccomandabile, agli interessi di pochi nel nome della modernizzazione. La risposta è agevole. Anche perché l’impressione è che nel frattempo le cose siano peggiorate proprio in linea con l’idea di mediare al ribasso su tutto. Che a qualche buon principio nei programma corrisponda la spregiudicatezza dell’ azione locale faidate è ormai evidente. Altrimenti non ti spieghi il discredito dei partiti. E rieccoci a discutere della superiorità morale della sinistra. Sempre meno sicuri, questa è una novità, che da destra non ci possa essere prima o poi un’attenzione inedita su questi temi. Non mi sorprenderei se accadesse.

Stare a sinistra ha significato per molti di noi la scelta di sostenere un progetto a vantaggio dei gruppi sociali più sfortunati a vivere meglio. E non per garantire l’interesse di pochi. Nell’epoca del craxismo si chiese che i vincoli morali fossero recisi di netto per andare spediti verso la liberta e la ricchezza, con spregiudicatezza e cinismo a volta riconoscibili negli atti amministrativi (quelli urbanistici si prestano assai). Ora si capisce quanto quel messaggio sia penetrato, fino ad incrinare la diversità di sinistra, nonostante Berlinguer e il suo richiamo all’austerità (non caso tempestivamente associato all’urbanistica nel titolo di un libro). Che quel messaggio sia sembrato troppo di sinistra soprattutto a sinistra?

Anche l'immagine è tratta dal giornale online il manifesto sardo, di cui consigliamo la lettura

Dalle intercettazioni telefoniche dell'inchiesta emerge anche il ruolo positivo dei «resistenti», consiglieri e dirigenti comunali, considerati dall'immobiliarista arrestato un ostacolo al raggiungimento dei propri obiettivi. Tra questi figura il consigliere del Pd Vincenzo Russo definito dall'ex assessore Di Mezza «un pazzo, inavvicinabile». Si è difeso per cinque ore dalle accuse l'imprenditore Alfredo Romeo, arrestato mercoledì scorso nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti di Comune e Provincia di Napoli: «Non esiste alcun sistema Romeo, con gli assessori avevo solo rapporti istituzionali ».

Roberto Giannì, Enzo Russo e Sandro Fucito. Li definivano «matti, inaffidabili, rompiscatole» - Ad opporsi al presunto disegno criminale di Romeo ci furono alcuni consiglieri e tecnici del Comune di Napoli

NAPOLI — «Secondo me stiamo facendo tutto con prudenza. Poi se il segretario generale rompe il cazzo là, lo devi bloccare tu». A parlare è Alfredo Romeo, l'immobiliarista arrestato nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti per il Comune e la Provincia di Napoli. Il suo interlocutore telefonico è l'(ormai ex) assessore al Patrimonio e manutenzione immobili Ferdinando Di Mezza, finito agli arresti domiciliari. Destinatario dell'invettiva, invece, probabilmente l'ex segretario generale del Comune Angelo Parla, ora in pensione, o forse il suo vice Vincenzo Mossetti, che ha sempre avuto un ruolo di primo piano all'interno della Segreteria generale. Comunque, una persona che dava fastidio.

Nella Napoli dove ci si ci vende per un piatto di lenticchie, dove per far chiudere un occhio o magari tutti e due a chi avrebbe il dovere di tenerli aperti può bastare una trasferta gratis ad una manifestazione all'estero, è bello apprendere che c'è anche chi dice no.

Dileggiati

Soprattutto, che c'è già stato chi non si è mostrato disponibile, compiacente, premuroso, addirittura prono di fronte alla sfacciata insistenza di Romeo. Anche i nomi dei "resistenti", di chi magari ha semplicemente compiuto il proprio dovere, di chi ha agito secondo coscienza sono rigorosamente annotati nelle seicento pagine dell'ordinanza che ha comminato le misure cautelari e che, al di là delle conseguenze giuridiche, offre uno spaccato non certo lusinghiero dei rapporti tra il palazzo (politici e tecnici) e il potentissimo imprenditore. Questi esempi positivi, per scelta etica ma spesso anche per caso, sono citati dallo stesso Romeo e dai suoi interlocutori telefonici, definiti con epiteti dispregiativi, considerati «pazzi» o «rompiscatole », proprio perché sollevavano obiezioni, ponevano questioni, pensavano, in altre parole perché erano fuori dal controllo della presunta associazione a delinquere. Un altro esempio è rappresentato dal consigliere comunale Vincenzo Russo del Pd, che viene tirato in ballo durante un'altra telefonata del 19 marzo 2007 tra l'immobiliarista e Di Mezza. Era la vigilia di una seduta della commissione che avrebbe dovuto esprimersi sul Global service. Di Mezza relaziona a Romeo sui componenti dell'organismo. «I nostri (della Margherita, ndr) — dice — è un guaio, perché ci sta Vincenzo Russo (...), eh ma Russo è proprio pazzo, è inavvicinabile».

Durante l'iter per la definizione dell'appalto per la concentrazione della gestione della manutenzione e refezione scolastica, sponsorizzato dall'allora assessore comunale Giuseppe Gambale, il gip evidenzia il tentativo «di sostenere una prevalenza funzionale dei servizi (manutenzione scolastica) rispetto alle forniture (distribuzione del cibo nelle scuole cittadine) benché nella specie l'importo da destinare alla manutenzione degli edifici scolastici fosse pari a 6 milioni di euro mentre quello da destinare ai pasti ammontasse invece a ben 20 milioni di euro».

Il rifondarolo

Ebbene questo disegno aveva degli oppositori. Tra questi «Alessandro Fucito, assessore comunale di Napoli (di Rifondazione comunista, ndr) che non mancava di denunciare anche pubblicamente, con inequivoche interviste rilasciate ad organi di stampa locali, il progetto dell'assessore Gambale».

Tanti dubbi

Ma è lo stesso Fucito a raccontare il perché della sua contrarietà all'accentramento in un unico soggetto della manutenzione scolastica e della fornitura di cibo alle scuole. «Quel progetto — chiarisce il consigliere in una dichiarazione resa ai pm — destava le mie perplessità anche per un'altra ragione: si assumeva la prevalenza dei servizi rispetto alle forniture, nonostante che l'importo da destinare alla manutenzione fosse di gran lunga inferiore rispetto alla fornitura dei pasti. Ed inoltre trovavo anomalo che a decidere non fossero i consigli municipa-li, a mio parere gli unici organi competenti. Infatti, non erano sufficienti, ritengo, i pareri favorevoli dei presidenti delle municipalità espressi con la sottoscrizione di quel protocollo. Infine ritenevo che la ditta aggiundicataria non sarebbe stata in condizione di fornire pasti di qualità adeguata, in considerazione dell'elevata qualità da fornire».

Dirigente onesto

Un altro osso duro si è rivelato il dirigente del dipartimento di pianificazione urbanistica del Comune di Napoli Roberto Giannì, il cui nome ricorre spesso nelle intercettazioni e nelle parole del gip. In particolare, Romeo manifesta senza mezzi termini, e in più riprese, il suo fastidio per l'atteggiamento del dirigente a Roberto Mostacci, consulente dell'Anci al quale «sarebbe stato affidato l'incarico da parte del Comune di redigere un documento per la gestione e il recupero degli edifici pubblici a scopo residenziale, di proprietà comunale». Un primo riferimento risale al 19 aprile. «Secondo me — si sfoga Romeo — abbiamo fatto una cazzata, per accontentare quel coglione di Giannì abbiamo inserito questa cosa senza dare evidenza, ma praticamente è caduto il movente principale dell'intera operazione». Cinque giorni dopo un'altra sparata, sempre con Mostacci. «Ma io,— tuona l'immobiliarista — mi sono rotto il cazzo , provvedere di pensare, è che tutto sia subordinato a Giannì. Ma facesse quello che cazzo vuole lui, io non ci sto, se non ci devo stare non ci devo stare, non ci sto».

Zona grigia

Ma in alcuni casi l'attività di resistenza si rivela solo strumentale. Lo si deduce da altre intercettazioni che spingono il giudice a conclusioni sconfortanti. «Di qui — si legge — l'ennesima amara conferma sulle modalità di gestione della cosa pubblica: l'opposizione politica ad un progetto lungi dall'essere sussumibile nella fisiologica dialettica delle parti, ad altro non mira che al perseguimento di utilità o profitti per la parte rappresentata e viene tacitata attraverso la promessa di soddisfare quella determinata esigenza». Siamo, in questo caso, in una zona grigia, in una sorta di terra di mezzo, dove l'etica lascia puntualmente il posto alla convenienza, dove la prospettiva di poter vantare un credito diventa l'argomento più convincente in grado di neutralizzare anche l'ultimo sussulto della coscienza.

In bicicletta Roberto Giannì, direttore del dipartimento di Pianificazione urbanistica del Comune di Napoli

Eccolo il candidato presidente della Sardegna: si chiama Ugo Cappellacci. Quarantotto anni, è nato sotto il segno del Biscione.

«Sagittario, precisiamo».

Ugo è figlio di Giuseppe Cappellacci, commercialista molto noto a Cagliari, curatore dei tributi e delle sette ville berlusconiane sull´isola. Ugo ha ricevuto in dote dal papà lo studio commerciale e l´amicizia di Silvio.

«Mi ero appena diplomato al liceo e già varcavo il cancello di Arcore. Ho una frequentazione antica col presidente al quale sono legato da affetto autentico».

Il presidente l´ha incoronata: dunque sfiderà Soru.

«Cinque mesi fa era una prospettiva fuori dalla mia portata».

Cappellacci, un bel cognome sardo.

«Sardi da almeno tre generazioni, glielo assicuro».

Trasparente e volitivo.

«Lo dicono in tanti».

L´ha detto Berlusconi.

«Ah! Ehm, ritengo di essere soprattutto affidabile».

Senza i grilli di Floris per la testa (sindaco di Cagliari e mancato candidato ndr).

«Con Floris abbiamo appena tenuto una bellissima conferenza stampa. Grande comunione d´intenti, e se ci sono stati attriti già sono alle nostre spalle».

Dottor Cappellacci: si rende conto di essere un fior di raccomandato?

«Mi sta dicendo che sono figlio di papà?»

Esattamente.

«Ho goduto delle relazioni di mio padre, non sarei sincero se lo negassi. Penso comunque di aver dato prova delle mie capacità, della voglia di innovare, di costruire qualcosa per la mia Isola, dell´onestà».

Assessore per cinque mesi in Regione, poi trasferito di peso al comune di Cagliari. Quindi nominato coordinatore di Forza Italia.

«L´impegno, la dedizione, la profonda fede nella cultura dell´innovazione».

Parla già da sperimentato uomo politico.

«Alcune paroline tendono a scapparmi di bocca».

Vorrebbe aprire un tavolo, per esempio.

«Aprire il tavolo: adesso che mi ci fa pensare, credo di averlo detto anch´io».

È impossibile aprire un tavolo, vero?

«La politica consegna un vocabolario diverso. Io provengo dalla società civile e là vorrei ritornare».

Ma ha fatto di tutto per lasciarla.

«In cinque anni mi è cambiata la vita».

Quanta carriera!

«Non lo nego. E tante altre cose vorrei ancora fare».

Ha meno di due mesi di tempo per farsi conoscere dai sardi.

«Sarà un´impresa dura».

Berlusconi dovrà accompagnarla mano nella mano.

«Stasera vado da lui e parliamo di queste cose».

Speriamo che trovi il tempo.

«Sarebbe un guaio altrimenti».

Vedrà, sarà bellissimo: ad ogni angolo di strada le adagerà lo spadone della libertà sulla spalla.

«Tutto il movimento ha investito tanto su questa candidatura».

Anche soldi.

«Penso di sì».

Servirà pure un suo assegnino, un gesto personale gradito.

«Non mi tirerò indietro».

Ci mancherebbe.

«Ci mancherebbe».

In effetti ha promesso di dare fondo a tutte le sue risorse.

«Fisiche. Ho famiglia anch´io!».

Un appunto, se mi è permesso.

«Prego».

Va in giro troppo spesso senza cravatta. Lei sa che a Berlusconi?

«?ma la cravatta è la compagna della mia vita. Blu, camicia bianca (o anche celestina) e un bel completo blu a dare forma e tono. Solo che a volte stufa».

È pure pelato.

«Avevo un bel caschetto biondo. Purtroppo è andato via».

Peccato.

«Peccato, sì».

Lui, comunque, fa miracoli.

«Sto per andare proprio da lui».

«TUTTO ciò che è improvviso è male, il bene arriva piano piano». Così pensava nella sua saggezza Mendel Singer, l’impareggiabile "Giobbe" di Joseph Roth. Magari ne serbassero memoria gli israeliani, esasperati da un assedio senza fine ma tuttora accecati dal mito della guerra-lampo risolutiva che nel 1967 parve durare sei giorni appena e invece li trascina, dopo oltre 41 anni, a illudersi nuovamente: bang, un colpo improvviso bene assestato, e pazienza se il mondo disapprova, l’importante è che il nemico torni a piegare le ginocchia.

Solo che al posto dei fanti straccioni del panarabista Nasser ora c’è l’islamismo di Hamas e Hezbollah. Al posto del generale Dayan e del capo di stato maggiore Rabin, c’è il ministro Barak, pluridecorato ma già politicamente logoro. E alla guida provvisoria del governo c’è un dimezzato Olmert che non crede fino in fondo in quel che fa, dopo aver condiviso negli ultimi anni l’autocritica strategica di Sharon.

Il bene arriva piano piano. Tutto ciò che è improvviso è male. Non sono massime buone solo per deboli ebrei diasporici come quel Giobbe di un’Europa che non c’è più. È la sapienza antica d’Israele che ci ammonisce ? da Davide e Golia in poi ? come la superiorità militare non basti a dare sicurezza. Perché la forza non è tutto, anzi, può trascinare alla sconfitta le buone ragioni.

Tre minuti di bombardamento micidiale preparati da mesi di lavoro d’intelligence possono schiacciare l’apparato visibile di Hamas ma non disinnescano il suo potenziale offensivo clandestino. Così i minuti si prolungano in giorni, mesi, anni. Seminando un odio tale da rendere sempre meno probabile che tra i palestinesi recuperi legittimità la componente moderata dell’Anp, destinata a soccombere dopo Gaza anche in Cisgiordania.

Il risultato sarà un Israele che riesce a mettersi dalla parte del torto e del disonore pur avendo ragione nel denunciare la sofferenza delle sue contrade meridionali bombardate e, di più, la ferocia del regime imposto dagli sceicchi fondamentalisti alla popolazione di Gaza che tengono in ostaggio con la scusa di proteggerla. La competizione elettorale israeliana del prossimo 10 febbraio non offrirà più l’alternativa del 2005: di qua la coalizione che prospettava la pace in cambio di sacrifici territoriali, di là l’oltranzismo di chi considera gli arabi capaci d’intendere solo le bastonate. Ora tutti i contendenti gareggiano nel mostrarsi inflessibili, a costo di sacrificare le trattative con l’Anp e la Siria. L’opinione pubblica si rassegna all’inevitabilità della guerra, ma non per questo ritrova fiducia e combattività. All’indomani dell’attacco riaffiorano le divisioni. Gli stessi celebri scrittori, rappresentativi di un’intellighenzia minoritaria, dapprima hanno confidato che la rappresaglia di Tsahal rimanesse limitata, ma ora già chiedono un cessate il fuoco. Sono i primi ad avvertire, nel loro profetico distacco dalla politica, come il disonore possa trascendere nella perdizione d’Israele. Esprimono il malessere di una comunità frantumata cui riesce sempre più difficile riconoscersi in una cultura nazionale unitaria.

L’affievolirsi della solidarietà esterna costringe Israele a guardarsi dentro, sottoponendo a autoanalisi pure le sofferenze indicibili, come il trauma della generazione ebraica sterminata. Si misurano i danni dell’ultimo lascito velenoso di Hitler, cioè il transfert nelle generazioni successive dei "sopravvissuti per procura". È il richiamo terribile con cui scuote Israele l’ex presidente del suo parlamento, Avraham Burg: non hai un futuro di nazione come "portavoce dei morti della Shoah"; noi dobbiamo diventare altro che un’insana, dubbia rappresentanza delle vittime. Il nostro futuro pensabile è di compenetrazione con l’Oriente nel quale di nuovo gli ebrei provenienti da regioni lontane si sono fra loro mescolati; è di relazione con le altre vittime di questa terra.

Perfino l’unico obiettivo politico realistico - due popoli, due Stati - come notava ieri Bernardo Valli, viene rimesso in discussione da un orizzonte storico in cui si registra il declino parallelo dei due nazionalismi (sionismo e panarabismo) in lotta da un secolo. Quanto al rimpianto per le innumerevoli occasioni perdute, la guerra lo confina in un ambito letterario e cinematografico. Si legga il bel romanzo dell’ebreo irakeno Eli Amir, immigrato in Israele nel 1951, Jasmine (Einaudi). Racconta l’incapacità di trarre frutto dalla consuetudine con gli arabi degli ebrei orientali, che pure sarebbe stata preziosa quando si cercava una soluzione per i territori occupati nella guerra-lampo. Invano zio Khezkel, reduce da una lunga detenzione per sionismo nelle prigioni di Bagdad, liberato dopo la vittoria del 1967, cerca di convincere una platea laburista di Gerusalemme: "Noi dobbiamo prestare ascolto al loro dolore, non ignorare la Nabka, la loro tragedia, ricordare che anche loro hanno una dignità. Dobbiamo ricordare che il debole odia il forte e chi oggi è sull’altare domani potrebbe ritrovarsi nella polvere". La leadership ashkenazita non poteva intendere l’appello di zio Khezkel, i giovani gli danno del codardo.

Mi ha fatto impressione domenica sera vedere al telegiornale il migliaio di musulmani convenuti di fronte al Duomo di Milano per pregare Allah dopo il bombardamento di Gaza. Ho ricordato la notte del 1982 in cui, per protestare contro la strage di Sabra e Chatila, ci ritrovammo in quella piazza arabi ed ebrei insieme, laicamente, non certo a genufletterci verso la Mecca. Oggi pare impossibile, costretti ad appartenenze irriducibili da un fondamentalismo che inferocisce la guerra nei suoi connotati religiosi. Hamas all’epoca non esisteva. Nasceva in Israele il movimento "Pace adesso" che avrebbe spinto al dialogo con i palestinesi. La rivoluzione iraniana degli ayatollah, nei suoi primi tre anni di vita, non era ancora riuscita a contagiare d’odio (suicida) l’islam globale.

Oggi viviamo il pericolo di un conflitto che si estende e si assolutizza dall’una all’altra sponda del Mediterraneo, bersagliando Israele come tumore da estirpare. Distruggere Hamas, cioè l’islam fondamentalista penetrato fino a immedesimarsi nella causa nazionale palestinese, appare obiettivo difficilissimo da conseguire. Dubito che il governo di Gerusalemme, dichiarandolo, creda davvero che sia questa, chissà perché, la volta buona. Il rischio, al contrario, è che si consegni all’obbligo di combattere una guerra senza fine.

Solo qualche settimana fa Ehud Olmert , un leader che non ha più niente da perdere e quindi s’è preso la libertà di dire le verità scomode, raccomandava ben altro futuro agli israeliani. Dobbiamo ripensare ciò in cui abbiamo creduto per una vita, anche se è doloroso. Rinunce territoriali, un lembo di Gerusalemme capitale palestinese. Olmert ha usato perfino una parola terribile, "pogrom", per sanzionare le violenze messe in atto dai coloni contro i palestinesi di Hebron. Era prossimo a raggiungere un accordo con la Siria quando Hamas, rompendo la tregua e scatenando l’offensiva missilistica, ha trascinato l’establishment israeliano nella coazione a ripetere di questa guerra dei cent’anni.

Spero di sbagliarmi, ma temo che i più entusiasti sostenitori dell’operazione "Piombo Fuso" saranno i primi a squagliarsi, quando si avvicineranno le ore fatali d’Israele.

Milano "conosciuta sulle gambe", battuta palmo a palmo, notte per notte. Milano "dove la vita c’era sempre", nelle trattorie e nei crocicchi di strada, nei circoli e nelle case accese dalla politica, nei suoi teatri febbrili. Nel minuscolo Gerolamo (ora defunto) cantò la Piaf, alla Magolfa mangiavano Fortini e Vittorini, al Giamaica andava a bere e giocare a carte chiunque rifiutasse di finire la notte dormendo nel suo letto.

"Sono anche io un luogo di Milano", dice di sé Ivan Della Mea, cantautore, scrittore, intellettuale, etnomusicologo, agitatore politico, sessantottino non senza essere stato anche cinquattottino e forse quarantottino, ex presidente della più grande e bella bocciofila per anziani dell’universo (l’Arci-Corvetto), campione di scopa, perdigiorno e perdinotte. Come quasi tutti i milanesi significativi - Jannacci, Celentano, Gaber, Fo, Walter Chiari - immigrato nel dopoguerra, prima da Lucca poi da Bergamo. Circola quasi come un samizdat, nella semiclandestinità in cui il mercato ha relegato tanti scampoli d’arte, di memoria, di ostinata differenza, una sua notevole antologia-biografia (Antologia, Ala Bianca, euro 14,90): un cidì con molte delle sue canzoni più importanti, in dialetto e in lingua, e un magnifico divudì, realizzato da Isabella Ciarchi, che quasi strappa il cuore per quanto riesce fortemente a rivivificare la Milano dal dopoguerra fino ai Settanta, quella dove Della Mea crebbe e "cantò la classe".

La classe era il popolo, allora non solo integro mito della sinistra, ma carne della città, e lingua viva. Ivan, nel solco di ricercatori come Gianni Bosio e Roberto Leydi e degli artisti del Nuovo Canzoniere, è artista militante in senso fisiologico prima che ideologico. Raccoglie la voce del popolo, la frequenta, la vive, non ha bisogno di tradurla perché la esprime naturalmente come esperienza propria. Gli capita di dormire sulle panchine come sui divani della borghesia rossa, e mentre Eco e Leydi discutono della sua maniera di cantare (con una "attiva indifferenza all’intonazione", dice il musicologo Luigi Pestalozza) lui riposa le ossa, finalmente al caldo, nella supersignorile via Cappuccio.

Nelle sue ballate, specie se riascoltate adesso, impressiona la spontanea con-fusione tra il dibattito politico della sinistra di almeno un paio di epoche (dalla rivoluzione cubana agli anni di piombo) e l’epica di strada, libertà e violenza, emarginazione e sogno, una easy rider urbana e navilica, gatti e affamati, matti e operai, scioperanti e orfani di qualche amore. Quasi scioccante, con il senno di poi, è questa convivenza tra scrittura e popolo, tra intellettuali e classe. Più ancora della nostalgia per quella città insonne a austera, ben più creativa allora piuttosto che quando divennero di moda i "creativi", ascoltando Della Mea, le sue canzoni, il suo racconto ragionato, viene da pensare che la vera perdita - secca, irrimediabile, davvero epocale - è proprio il rapporto tra sinistra e popolo. Una luce zavattiniana illumina il tragitto "di classe" di Della Mea, un saldo e caldo vincolo tra chi pensa e chi lavora, tra lo sbocco politico e la gente di fabbrica e di strada che lo alimenta. Utopia, sì, e populismo forse: ma che abbia perduto, la sinistra nostra coeva, quel profondo tramite di carne, quell’anima di strada, di popolo, di rabbia attiva (non la mugugnante e depressa rabbia di adesso), è un fatto. Eccome.

La distanza abissale, ormai neanche più dolorosa per quanto lungo è il tempo passato, tra quella Milano e quella sinistra, e questa Milano e questa sinistra, descrive perfettamente ciò che chiamiamo il "declino della politica". La sua perdita di giovinezza, il suo ritrarsi impaurita dal territorio, come qualcuno che non esce più di casa per paura di non reggere l’impatto con il sociale, con i paesaggi mutati, con gli umori imperscrutabili del popolo domato dalla televisione, e fatto a fette dai sondaggi.

Per vie traverse, e certamente intellettuali (Elio Vittorini) il giovane Della Mea ebbe in regalo un cappotto appartenuto a Hemingway. Prima di regalarlo a sua volta, lo trascinò per osterie e partite a carte, perché "alto" e "basso" non avevano neanche il tempo di definirsi, tanto intensa e promiscua era la vita "di classe" di quegli anni. Oggi gli intellettuali milanesi si vedono solo tra loro, il censo e più ancora la stanchezza levano la voglia di misurarsi in campo aperto con la città, se non nelle accademie e nei salotti dove la città è poco più di un grafico sul quale discettare. E certamente non esiste più neanche "il popolo", men che meno la classe, e niente è peggio, per un eventuale neo-populista, che frequentare i localini glamour, zeppi di fichetti e fichette, che hanno preso il posto delle trattorie, delle taverne, delle bocciofile. Ma qualunque cosa esista, là fuori, ci vorrebbe un giovane Della Mea che provasse a raccontarcela, e prima di raccontarla, come è buona prassi, a viverci in mezzo fino al collo.

Con una suggestiva immagine notturna, sul manifesto del 20 novembre, Rossana Rossanda così rappresenta l’afasia attuale delle « sinistre critiche» di fronte alla crisi economica mondiale:« sembriamo il gatto nella notte, abbacinato dai fari di un camion di cui preconizzavamo l’arrivo ma che ci prende di sorpresa.» E’ una amara constatazione, che descrive una condizione generale, non solo italiana. Ma è anche un’esortazione ad afferrare il momento, a utilizzarne le potenzialità. Oggi chi ha voce pubblica( sindacati, partiti) si limita ad alzare la posta delle rivendicazioni immediate in termini di misure di soccorso congiunturale destinate alle famiglie e ai ceti popolari. Chiede un pò di più rispetto a ciò che governo e ceto imprenditoriale sono disposti a dare. E’ dunque una voce che rimane timidamente dentro l’orizzonte del presente disordine del mondo. Eppure la portata della crisi è di tale ampiezza e radicalità da reclamare apertamente nuove architetture istituzionali, nuovi strumenti permanenti con cui rovesciare o quanto meno raddrizzare le inique gerarchie che hanno condotto alla catastrofe presente. Perché questa crisi è figlia primogenita delle iniquità con cui il capitalismo tardonovecentesco ha plasmato la società mondiale, non solo l’esito di un imbroglio finanziario, come credono le menti semplici.

Ma occorre intervenire ora - mentre colossi economici e finanziari, che hanno spadroneggiato per decenni, implorano il soccorso pubblico - perché la politica possa riprendersi quel potere di regolazione che essa stessa ha ceduto ai privati nel trentennio del delirio neoliberista. Del resto, proprio il New Deal messo in campo da Roosevelt negli anni della Grande Crisi – oggi così ripetutamente richiamato a proposito dei programmi presidenziali di Obama – fu tutto un fiorire di nuove istituzioni che spostarono decisamente il potere a favore della classe operaia, dei ceti popolari, dei sindacati. E stupisce non poco oggi riscoprire la creatività progettuale del capitalismo di allora di fronte all’opaca e spenta gestione quotidiana dei dirigenti dell’Unione Europea. I quali testimoniano desolatamente quanto il conformismo totalitario del pensiero unico abbia lavorato nelle menti dei nostri contemporanei. Ricordo che nel 1933, in un ramo del Parlamento USA, venne approvata la legge che istituiva le 30 ore di lavoro settimanale, poi accantonata per le pressioni padronali. Ma nel 1938 divenne legge definitiva il Fair Labor Standard Act, che introduceva le 40 ore. Una conquista che si estenderà all’Europa del dopoguerra. Così come si estenderanno gran parte delle istituzioni fiorite negli anni della crisi e che regaleranno all’Occidente la stabilità e la prosperità del primo ventennio postbellico.

Ebbene, oggi è il momento del lavoro, del suo riscatto. Rammento che negli ultimi decenni una delle più grandi rivoluzioni tecnologiche dei tempi moderni, l’informatica, è andata quasi tutta a vantaggio del capitale. Una gigantesca sostituzione di lavoro vivo che in altre condizioni storiche poteva tradursi in una progressiva riduzione dell’orario di lavoro, in liberazione sociale, in un assetto più avanzato delle società industriali, si è trasformato nello strumento di una inedita oppressione antioperaia. Ristrutturazioni, subcontratti, outsourcing, flessibilità, delocalizzazione, tutti gli strumenti della nuova organizzazione industriale resa possibile dall’informatica sono stati usati nell’ultimo trentennio per rendere più produttivo il lavoro e più emarginata la classe operaia. La nuova mobilità è servita a rendere più completa e lacerante la divaricazione segnalata da Ulrich Beck, tra la «mobilità globale del capitale» e il vincolo locale del lavoro. E tale squilibrio, la possibilità del capitale di giocare sui grandi spazi planetari per collocare le imprese, non solo gli dato la possibilità di utilizzare a man bassa la forza-lavoro sindacalmente più indifesa nei Paesi poveri. Ma gli ha consentito di tenere puntata alla tempia dei lavoratori dell’Occidente la pistola della minaccia del licenziamento. Gli operai sono stati così messi in un angolo, costretti ad accettare di volta in volta tutte le condizioni che l’avversario decideva di imporre all’interno di un agone intercapitalistico sempre più aspro. Ma la mortificazione e l’impotenza dell’avversario storico non ha solo compresso gli standard salariali, e quindi la domanda. Essa ha ridotto drammaticamente quel grande regolatore delle società industriali che è stato il conflitto operaio, la sua spinta redistributiva di reddito, potere, capacità di controllo, spazi di libertà. Sulla scena sociale non ci sono stati più due contendenti, ma un dominatore incontrollato. L’arroganza distruttiva del capitale, negli ultimi decenni, è incomprensibile al di fuori dell’emarginazione storica della classe operaia e delle sue organizzazioni.

Oggi, si può incominciare a voltare pagina. Si può ad esempio regolamentare la delocalizzazione. Non certo con misure di protezionismo nazionale. Queste sono le vie che normalmente vengono scelte dai liberali, quando la realtà rende difficile la coerenza del loro pensiero. Essi infatti osannano la libera circolazione del danaro e delle merci , ma quando a muoversi sono le persone si rammentano dell’esistenza dei confini nazionali. E accade facilmente che chi viene da un altro Paese, se non si presenta come forza-lavoro immediatamente utilizzabile, cioè come merce, viene bollato come clandestino. Al contrario, noi non abbiamo dimenticato l’esortazione e la sfida della chiusa del Manifesto dei comunisti, «proletari di tutto il mondo unitevi». Le soluzioni sono globali, l’avvenire è cosmopolita. E allora lo strumento regolatore potrebbe essere un organismo internazionale in cui si stabiliscono degli standard universali relativi a salario minimo, orario giornaliero, protezioni, condizioni di lavoro, ecc. I vari Stati riuniti nell’organismo internazionale dovrebbero impegnarsi a conseguire queste condizioni di tendenziale parificazione, modulata ovviamente sulle diverse condizioni economiche dei loro rispettivi Paesi. Una sorta di Protocollo di Kyoto applicato al lavoro o, se vogliamo, l’equivalente del WTO, che oggi regola la «libera» circolazione delle merci.

Oggi gli Stati inviano in quest’organismo i loro rappresentanti per regolamentare la circolazione mondiale delle loro produzioni. Non dovrebbero poter inviare i rappresentanti dei lavoratori che quelle merci producono con il loro lavoro quotidiano ? Certo, non è semplice. La diversità delle singole situazioni nazionali è grande. Ma è semplice il Protocollo di Kyoto, naviga senza tempeste l’imbarcazione del WTO ? E tuttavia non debbono sfuggire i potenziali vantaggi che ne seguirebbero, per i lavoratori del Sud, ma anche per quelli delle società postindustriali. Anche quella sorta di « guerra intercapitalistica» (J.Ziegler) che è diventata la competizione mondiale ne verrebbe calmierata. E gli operai di tutto il mondo avrebbero un organo universale di rappresentanza a cui rivolgersi, unificando così, tendenzialmente, su scala planetaria, le loro aspirazioni rivendicative, il loro sentirsi parte non marginale ma decisiva nel processo di produzione della ricchezza mondiale.

La direzione del partito democratico ha retto bene allo shock. Con una relazione del Segretario non reticente e ben motivata. Con un dibattito serrato e dignitoso. Tento di individuare quelli che a me sembrano i nodi cruciali emersi in quel dibattito.

Il primo riguarda, ovviamente, la "questione morale". Non si tratta della replica di "mani pulite". Quella riguardava il finanziamento dei partiti a partire dal loro centro e si diramava nelle loro articolazioni. Il partito socialista ne fu la principale vittima. Era stato investito da una ondata di immorale volgarità prima, e fu travolto poi dalla "vendetta fraterna" comunista. Questa attuale nasce alla periferia del sistema, nelle amministrazioni regionali e comunali che hanno accumulato, specie in alcuni settori, come quello sanitario, un enorme potere autonomo, gestito in modo arbitrario e incontrollato da dirigenti di partito locali. È il problema che Scalfari denuncia, ricordando Berlinguer, dell´invadenza dei partiti nella società, il quale va affrontato in due modi: recidendo i conflitti di interesse tra responsabilità politiche e gestioni amministrative, restituite alla normale selezione professionale; e esercitando all´interno del partito una rigorosa selezione morale nella scelta dei propri dirigenti. Mi pare che il problema sia stato posto correttamente in questi termini. Ma, come si dice, the proof of the pudding is in the eating: per sapere se la minestra è buona bisogna mangiarla.

Il secondo è il problema dei rapporti tra giustizia e politica: che si condensa ma non si esaurisce per il Pd nei rapporti con un alleato scomodo. È essenziale per i democratici distinguere nettamente la legalità dal giustizialismo. Nel furore delle tricoteuses, quelle storiche e quelle contemporanee, c´è sempre stato il germe di un autoritarismo di sinistra, simmetrico a quello populista di destra. Qui, la questione è rimasta sospesa a metà.

La terza è la questione socialista europea. Il partito democratico si afferma europeista e riformista. Ora, la sinistra riformista europea si identifica essenzialmente con lo schieramento socialista. I partiti socialisti europei comprendono in grande parte, anche quelle istanze di riformismo liberale e cristiano che in Italia rivendicano una loro rappresentanza autonoma. E accettano di riconoscerle in una ridefinizione ampliata del gruppo socialista nel Parlamento europeo. Al rischio di morire socialisti corrisponde, per gli irriducibili che si oppongono anche a questa soluzione, quello di morire in un poco splendido isolamento in Europa. La questione non è stata risolta.

La questione federalista. C´è chi rimpiange, secondo me a ragione, che l´unità d´Italia sia stata compiuta non nel segno del federalismo di Carlo Cattaneo, e, aggiungo io, neppure in quello dell´unità repubblicana di Giuseppe Mazzini, ma in quello dell´annessionismo sabaudo. La storia non ammette repliche. Ma correzioni e riforme, sì. Ora, la peggiore riforma sarebbe quella di un federalismo separatista, ridotto al tema della ripartizione della fiscale: mentre l´essenza del federalismo sta in un patto nazionale unitario, da cui derivare spazi di autonomia, e impegni di solidarietà. Mi sembra che questa sia la posizione prevalente nel Pd. Ma sono emerse anche tentazioni di istituire sub-partiti territoriali, fatti apposta per complicare con nuove strutture di accentramento intermedio la già complicata rete di comunicazione interna.

La questione mercatistica. È stata unanimemente riconosciuta la natura strutturale di quella che appare sempre più una crisi capitalistica mondiale. Ma a questo riconoscimento non segue l’impegno a una risposta di livello corrispondente: e ciò non riguarda solo il Partito democratico, ma tutta la sinistra. Si chiede oggi allo Stato, soprattutto da quelli che lo denunciavano non come la soluzione ma come il problema, di risolvere il problema, pagando il conto della crisi per poi togliere subito il disturbo. Poiché questi squilli non si odono solo a destra, ma anche a sinistra è lecito chiedere al partito democratico se, oltre all’intimazione di non morire socialisti, sia anche previsto l’impegno a vivere liberisti. Oppure prevalga la autentica risposta riformista: un mercato davvero libero (da monopoli e da corporativismi) in uno Stato non gestore ma programmatore. Una risposta sembra rinviata alla prossima Conferenza programmatica del Pd.

La questione laica. Il conflitto tra popolari e socialisti, che ha radici storiche, ha strascichi perduranti nel partito democratico. L’offensiva integralista della Chiesa di Benedetto XVI non è fatta per attenuarli. Non saranno definitivamente superati se non sarà chiara la distinzione tra questioni attinenti alla morale religiosa, sempre oggetto di doverosa attenzione, e comandamenti del Vaticano inammissibili dalla sovranità nazionale. La questione è ancora aperta.

C’è infine il problema del rapporto con l’opposizione. Da tante parti si leva il monito a smetterla con l´antiberlusconismo. Bisogna chiarire. Se per berlusconismo s´intende la vulgata macchiettistica (corna, barzellette, gallismo) la si può impunemente relegare nel folklore. Ma l´essenza del berlusconismo sta nel gigantesco intreccio di potere (non semplice conflitto di interesse) tra pubblico e privato. Questo è un pregiudizio fondamentale della democrazia che è colpa gravissima della sinistra di avere a suo tempo trascurato. È un problema aperto. Anche e soprattutto per il partito democratico.

Stefano Rodotà, giurista dal cursus honorum sterminato, ricorda bene «Tangentopoli». All'inizio degli anni '90 era presidente del Pds, il «partito nuovo» di allora.

Più che di scuse a Craxi - dice con una battuta seria - suggerirei al Pd di chiedere scusa a Berlinguer».

Per non aver visto la centralità della «questione morale»?

Certamente. Chiedere scusa a Craxi vuol dire che tanto siamo stati tutti uguali. E invece vorrei suggerire alla sinistra che Berlinguer la caduta drammatica della moralità pubblica l'aveva vista come uno dei grandi problemi politici della società italiana. Ora sulla politica di Berlinguer si possono dire molte cose, tuttavia aveva cercato di far diventare un fatto politico la consapevolezza della diversità di un partito e della sua pratica amministrativa.

Una consapevolezza, dice, che si è persa?

Negli anni '90 quando venne fuori «mani pulite» io ero presidente del Pds. Nel marzo 1991, un anno prima dell'arresto a Milano di Mario Chiesa, scrissi una prefazione molto dura a un libro di Gianni Barbacetto ed Elio Veltri intitolato «Milano degli scandali». Scrivevo che quelle cronache di ordinaria corruzione riflettevano non la patologia ma la fisiologia dell'intero sistema politico-amministrativo dell'Italia repubblicana. Lo ricordo perché allora i leader del Pds milanese mi denunciarono alla commissione di garanzia presieduta da Chiarante, che ovviamente gli diede una bella lezione. Il mio ultimo atto politico prima di dimettermi da presidente del Pds fu la proposta al partito di convocare le assise contro la corruzione. Un appuntamento in cui affrontare il tema frontalmente e pubblicamente. Lo feci non perché ritenessi il Pci-Pds prigioniero di quella logica corruttiva che pure l'aveva ferito in punti nevralgici come Milano e Torino, ma perché ritenevo che quello era un tema politico di prima grandezza, che doveva diventare l'asse portante dell'allora nuovo partito. La proposta fu respinta, Occhetto chiese scusa per le deviazioni di alcune amministrazioni e la partita finì lì.

E' una proposta che oggi rinnova al Pd?

Assolutamente sì. Come dicono in America, «la luce del sole è il miglior disinfettante». In tutti questi anni i pericoli erano chiari, nonostante chi li denunciasse, per esempio Diego Novelli, venisse denunciato come moralista. I mali sono chiari: la progressiva cancellazione dei partiti, la trasformazione della democrazia in un'oligarchia ristretta, fatta di gruppi che negoziano tra loro e con il mondo degli affari in un connubio che ha infettato tutto. Invece il rapporto con il mondo degli affari non può avvenire a scapito di una trasparenza assoluta, di una moralità pubblica impeccabile e della consapevolezza che la politica non si affida al gioco reato-non reato. I reati esistono ma ci sono comportamenti che senza essere reati sono inammissibili per un politico.

Per esempio?

Ma guardi, ormai è la regola. Non si possono più offrire coperture, il tema della moralità pubblica è un grande tema politico ed è il fondamento capitale della politica. Segna un campo. Anche se ovviamente non tutto il corpo politico è infettato, un'ondata di arresti come questa non è mai accaduta nella sinistra. Dopo una lenta deriva alla fine ci siamo.

Pensa che faccia parte della moralità politica dimettersi in caso di sconfitta come accade in tutto il resto del mondo? Lo dico a destra e a sinistra.

Un establishment politico sa che sopravvive finché ha la fiducia dei cittadini. Perché negli Usa ci si dimette per una colf irregolare o per una leggera infedeltà fiscale quando in Italia tutto il centrodestra ha difeso un ministro come Cesare Previti? Questi sono i comportamenti con cui un ceto politico diventa una casta invisa ai cittadini.

Ma in fondo per la sinistra non dovrebbe essere più facile essere diversi da uno come Berlusconi?

Penso di sì. Invece in questi anni c'è stato troppo timore a prendere le giuste distanze da un certo modo di fare politica. Ha preso il sopravvento l'idea che si dovesse essere «pragmatici». Ed era inevitabile che questa logica scoppiasse di fronte a debolezze personali o dove il controllo democratico è più debole. Le oligarchie sono autoreferenziali per definizione. Parlare di moralità non è moralismo. Ora serve una reazione forte.

Ma non c'è un nesso tra la crisi morale e la crisi di contenuti di questo Pd?

La cattiva politica è sempre figlia di cattiva cultura. Con la resa all'ideologia del turbocapitalismo poi c'è stata una caduta verticale. Quando si è pensato che una certa forma di diversità comunista dovesse essere sottoposta a revisione radicale si sono buttati via anche tutti quegli aspetti di solidarietà, moralità, trasparenza e modestia dei costumi che le si accompagnavano.

Professore, non le sfugge che l'ennesimo scontro tra politica e giustizia è una tentazione forte per portare a termine le riforme contro la magistratura.

Negli anni Berlusconi ha portato avanti un attacco alla magistratura mettendo sempre in secondo piano il tema dell'efficienza della giustizia e la tutela della legalità. Ma sono questi i veri problemi dei cittadini. E garantirli non ha nulla a che fare con i veleni del dibattito politico come la separazione delle carriere e l'obbligatorietà dell'azione penale. Certamente: tra i giudici ci sono sempre stati atteggiamenti scorretti. Già durante il terrorismo ci battemmo da garantisti contro certi teoremi assurdi e contro metodi discutibili usati dalle procure. La stessa Magistratura democratica è figlia di quella stagione. Ma l'abbiamo sempre fatto con critiche puntuali e non ci siamo mai sognati di mettere a rischio l'autonomia e l'indipendenza della giustizia. Così si deve fare. Invece la politica usa lo scontento diffuso per allontanare da sé l'attenzione dei giudici. E' un disegno che va rovesciato senza tentennamenti.

Oggi è il giorno della resa dei conti dell’ «Obama di Sanluri», come gli avversari della sua stessa parte politica, a loro volta bollati come «Sinistra immobiliare», hanno acidamente soprannominato Renato Soru. Alle 17 si riunisce il Consiglio regionale, al termine del quale il governatore della Sardegna comunicherà se conferma o ritira le dimissioni date a causa delle imboscate cementizie alla legge per la difesa delle coste dalla speculazione.

Presidente, allora confermerà le dimissioni?

«Deciderò sulla base del dibattito in Consiglio. Quel che per ora confermo è che è il momento della chiarezza, non è più il tempo delle decisioni pasticciate, degli accordi poco trasparenti, dei giochetti di pochi e delle camarille».

Con la conferma delle dimissioni quando si andrà al voto?

«Il 15 o il 22 febbraio».

Mi pare che lei si sia già preparato a candidarsi subito per il secondo mandato, sanando in tutta fretta il suo conflitto d’interessi con la nomina a fiduciario per le sue aziende del professor Racugno.

«Sì. Ed è la prima volta che capita in Italia. E’ un blind trust secondo le norme che la Regione Sardegna si è recentemente data sul modello canadese, messo a punto anche dal professor Guido Rossi, che molti in Italia potrebbero applicare pur senza obbligo di legge: ne guadagnerebbero tutti in trasparenza».

Mario Segni dice però che è un modello lassista e qualcuno ironizza dicendo che Racugno a Tiscali è come «Fedelu Confalonieru» a Mediaset e suo fratello all’Unità è come «Paolu Berlusconu» al Giornale.

«Sciocchezze. Io vengo sostituito in tutto dal professor Racugno, persona di specchiata onestà e moralità. Egli mi sostituisce come socio a pieno titolo, non può parlare con me delle società, non può prendere direttive, non può scambiare qualsivoglia informazione, deve assumere tutte le decisioni aziendali in piena autonomia. Mio fratello è stato nel consiglio dell’ Unità per pochi giorni e si è già dimesso. Nessuno in buona fede può scambiare il fiduciario Racugno con Fedele Confalonieri. Egli parla col suo azionista, si consulta, lo informa e ne viene informato, in un dialogo che presumo continuo. Il contratto fiduciario prevede invece il divieto di scambiarsi anche solo informazioni. Racugno ed io dovremmo eventualmente parlarci soltanto di nascosto e contravvenendo a un preciso obbligo di legge. Questo le sembra possibile?».

Direi di no, se c’è etica da tutte le parti, ma ormai ne vediamo di tutti i colori. E comunque il contratto di blind trust è revocabile in qualunque momento.

«Ma perché dovrei revocarlo. Se revocassi il blind trust, diventerei incompatibile come presidente della Regione».

Lei, presidente, ha dato le dimissioni per gli attacchi cementizi della sua stessa maggioranza alla difesa delle coste pochi giorni prima che venisse giù il diluvio della questione morale, o meglio immorale, in tutta Italia: Napoli, Firenze, Roma, l’Abruzzo, la Basilicata. Il diluvio di scandali deriva, come qualcuno dice, dalla forma «liquida» dei partiti?

«Guardi, la questione morale fu posta per primo da Enrico Berlinguer nel 1980, quando i partiti non erano liquidi. Anzi erano superstrutturati, erano presenti in ogni dove, occupavano tutti i gangli delle istituzioni, del potere e della società. Forse è cambiato il quadro, ma oggi la situazione morale è persino peggiore: la mancanza di una comunità di valori e di programmi causa la perdita di fiducia e di legittimazione da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni, ciò che rischia di portarci presto in una deriva autoritaria o all’amara considerazione del si salvi chi può».

Prima si rubava per il partito, o almeno così si diceva, ora per sé e la propria cordata?

«Non è solo questione di furti, pur deprecabili, ma dello spreco di risorse, di disinteresse per il bene comune come l’ambiente, la scuola, la sanità pubblica. E’ il problema dell’indecisionismo, della difficoltà nel governare di fronte a scorrerie di bande che cercano di mantenere il potere. E’ altrettanto grave che rubare impedire che si facciano gli inceneritori, o trasformare la scuola in una merce, con un’istruzione migliore per chi può pagare di più. O delegittimare la sanità pubblica per rafforzare quella privata».

Più che i partiti oggi imperversano i cacicchi, come li chiama D’Alema, o i capibastone, come li ha definiti Veltroni?

«Forte ed esemplare nella sua crudezza la definizione di Veltroni, come pure quella di D’Alema. Di fronte al dilagare dei capibastone bisogna riaffermare la funzione dei partiti come luogo di partecipazione politica, come sono previsti dalla carta costituzionale. O si cercano la partecipazione e il consenso sui programmi e i comportamenti, o si baratta una spiaggia per cento voti».

Prego?

«Sì, penso alla questione sarda, ma vale per tutte le questioni. Anche dalla nostra parte c’è chi pensa: meglio cento voti oggi svendendo una spiaggia o un altro pezzo di paesaggio, e conservando un potere che dura lustri interi, che restituire alle future generazioni un ambiente nel quale sia bello vivere un paesaggio intonso. I partiti sono necessari, perché la politica deve accogliere la partecipazione dei cittadini rispetto alla logica dei capibastone. Ma a certe condizioni».

La prima?

«Devono essere partiti ben radicati nel territorio, aperti, effettivamente rappresentativi dei bisogni e delle aspirazioni delle comunità, capaci di una discussione ampia, piuttosto che dedicarsi alla perpetuazione eterna delle stesse dieci o venti persone che da troppo tempo incarnano tutti i ruoli e decidono per tutti. Non è più tempo di nomenklature».

Magari senza cadere nella sindrome «dateci Obama»: nel Partito Democratico, che D’Alema giudica senza amalgama, non sarà l’Obama di Moncalieri, quello di Bettola e neanche quello di Sanluri, a risolvere i problemi dell’amalgama e dei cacicchi che a livello locale fanno come vogliono in assenza dell’autorità di partito.

«Certamente. E’ necessario ricostituire una comunità di valori e di programmi. Soltanto così si neutralizzano i ras e le loro scorrerie».

Scusi, presidente, lei dà l’impressione di essere un buon giocatore di poker, ma se porta la Sardegna al voto tra poco più di due mesi, lei sa che i rischi sono altissimi, mentre imperversa a sinistra anche la questione morale. Alcuni sondaggi danno la destra 10 punti sopra.

«Altri danno noi in vantaggio. Ma non credo alle tattiche sondaggistiche preelettorali. Credo invece nella necessità di mantenere il patto con gli elettori. O questo patto lo posso portare avanti in modo compiuto, senza derogare e scantonare, o non m’interessa governare purchessia».

L’orrore comincia subito, dopo l’incanto delle risorgive di Popoli, trasparenti tra i salici. È lo sposalizio con i veleni stoccati per un secolo dalla Montedison ai piedi del Gran Sasso, lì dove emerse la statua del guerriero italico di Capestrano. Roba micidiale, tipo Marghera, che per anni ha inquinato l’acquedotto di Pescara e per mesi è stata nascosta agli abruzzesi. Il terreno doveva essere messo in sicurezza, ma è ancora lì, sotto la pioggia d’autunno. In alto, immacolate di neve, Maiella e Gran Sasso. Sotto, un fiume che muore. Trote malate, boccheggianti, coperte di piaghe. Le puoi quasi prendere con le mani. Ma il peggio arriva dopo, quando la gola s’allarga. Un intrico di strade, viadotti, parcheggi, cave, centri commerciali. Il Pescara diventa uno zombie, le sponde un colabrodo, la valle un Bronx. Rosciano è in allarme: è prevista una discarica di materiali inerti, in gestione alla famiglia Bellìa, siciliana, appena colpita da arresti per traffico di rifiuti illeciti. L’idea è di chi ha progettato un supermercato poco a valle, sul fiume. «Vada - mi dicono - è grande come una portaerei. Si chiama Megalò. Ma - ghignano - noi lo chiamiamo... Regalò».

Megalò, ai piedi di Chieti, va oltre l’immaginazione. Enorme, lussuoso, con commesse-veline e guardiani in completo scuro. È il più grande dell’Italia centrale. Una luccicante astronave del consumo dove si celebra la fine della cultura appenninica. Ma lo stupefacente è dove l’hanno costruito: nel mezzo di uno spazio già inondato da metri d’acqua nel ‘92. Il fiume ribolle, a soli cento metri. Chiedo se non c’è rischio e mi spiegano di no. C’è l’argine appena fatto, alto undici metri sul letto del Pescara.

Vado a vedere. Una scarpata di pietra ha ingabbiato la corrente e la golena superstite è stata attrezzata con parcheggi, lastroni in cemento e sentieri in ghiaia. Il tutto decorato con alberelli (stitici), un laghetto (vuoto), qualche panchina (già distrutta dai vandali) e pannelli (illeggibili) a gloria di transumanze morte e sepolte. Intorno, piloni e scavalco di superstrade. Persone: zero. Fango: ovunque. Un cartello corona il degrado. C’è scritto: «Parco fluviale». Anzi, «Parco di riqualificazione urbana per lo sviluppo sostenibile del territorio». Meno male. Non occorre sapere molto di fiumi per capire che quel tipo d’argine è un acceleratore che toglie ogni freno all’acqua in picchiata su Pescara. L’area è bassa, una di quelle tipiche «casse di espansione» dove in caso di piena si lascia che il fiume dilaghi per non impazzire a valle. Non ci posso credere. Cerco nel sito della regione Abruzzo. C’è una mappa del fiume Pescara al 25 mila, con le zone a massimo rischio di esondazione (R4) segnate in blu. Megalò sorge su una di queste. Un posto inedificabile, dove i terreni non costano niente. Forse è per questo che lo chiamano Regalò. Possibile che abbiano dato una concessione edilizia in un posto simile? Dopo la tragedia di Sarno la legge lo vieta. Invece sì, l’hanno data. Prima con i timbri della regione di centrodestra, poi - due anni fa - con l’inaugurazione in pompa magna del centrosinistra, Del Turco in prima fila. Continuità perfetta.

Piove di nuovo, cielo giallo monsonico. Scendo a valle, dove la mappa indica un’altra zona blu. Una spianata agricola, l’ultima cassa di espansione del fiume. Inedificabile anche quella. Ma nel paese accanto, a Villanova, mi avvertono che anche lì sorgerà un ipermercato. Di più: una città commerciale, con un autodromo e mega-alberghi. Una cosa immensa, mai vista in Italia, grande come la somma di tutti gli ipermercati già costruiti in zona. La domanda è già approdata alla commissione ambiente. Anche il nome è già pronto: «Grand Prix One».

Leggo su internet: un milione di metri quadrati, 1800 addetti, una «magica combinazione di strutture ricettive, espositive, commerciali e (sic) esperienziali». Disneyland e Imola messe insieme. A che serve, in una regione che ha già la più alta densità europea di ipermercati? Chi saranno i clienti? E chi ha i soldi per questo immane investimento? Pare che l’ok della Regione non sia ancora arrivato solo per via della campagna elettorale. Ma ora tutto dovrebbe sbloccarsi. Megalò ha aperto la strada.

Scendo ancora verso Pescara, ma non c’è pace per il fiume. Ruspe s’accaniscono su un’ansa, poco sotto un altro ipermercato, nome «Auchan Mall». La riva è stata sostituita da gabbioni in pietra, un querceto è stato spianato. Intorno, cani liberi. Un disastro. Chiedo che roba è. Risposta: centraline idroelettriche. Faccio un po’ di conti. Il dislivello è minimo. Insieme, i due sbarramenti produrranno meno di una sola pala eolica. Cerco notizie su un giornale abruzzese «on line», e la conferma arriva. Quattro megawatt e mezzo contro cinque di un mulino a vento. Che senso ha? Non c’è risposta. La gente dice: «Addumannètele a lu commissarie». Quale commissario? Quello che governa le acque del bacino, nominato da due anni. Ma cosa fa? Perché non vede tutto questo? C’è il Pescara che ribolle, gonfio di limo smosso dai bulldozer, picchia come un golem sulle porte della città. Pare la vigilia dell’alluvione del ‘92, quando spinse in mare 300 pescherecci e decine di automobili, dopo aver sfondato gli sbarramenti di alberi accumulati. Nel 1888, quando si scatenò il peggio, l’acqua superò i tetti delle case portandosi via la gente che s’era arrampicata lassù.

Pescara. Nel Palazzo risposte guardinghe e facce scure. Ma qualcosa viene a galla: per le centraline i lavori sono iniziati senza valutazione ambientale. Sembra impossibile ma è così. Per compensare l’invasione cementizia a monte, «lu commissarie» costruirà a monte nuove casse di espansione, artificiali. Un’altra manomissione per compensare una manomissione. A spese di chi? Del contribuente. E intanto mi illustrano un «piano di navigabilità» del Pescara, con tanto di chiuse tipo Panama, piste ciclabili e aree picnic. Che intanto il fiume sia scomparso, non preoccupa nessuno.

Il commissario dunque. Nome Adriano, cognome Goio, ex sindaco di Trento. Ha pieni poteri sul fiume Pescara e affluenti. Regna su un terzo delle acque abruzzesi, una delle regioni più ricche di oro blu. Chi l’ha voluto? Ottaviano Del Turco, l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia che, eletto governatore, ha chiesto al governo - allora di centrodestra - di dichiarare un non meglio specificato stato di «emergenza socio-economico-sanitaria» per il degrado del fiume Aterno-Pescara. Tutto comincia allora.

È l’inverno del 2006 e l’idea piace al Cavaliere, che pure sta per decadere causa elezioni anticipate. Gli piace al punto che la approva come ordinanza, all’ultimo minuto della sua permanenza a Palazzo Chigi, la sera del 9 marzo 2006. Il provvedimento è sul sito del consiglio dei ministri, porta il numero 3504, l’ultimissimo del governo. Da nessuna parte si chiarisce il senso dell’emergenza. Chiarissima, viceversa, la fretta. Come per un debito d’onore.

Oggi si vocifera di un passaggio di Del Turco al Pdl? Roba vecchia, ti dicono a Pescara. Tra l’orso marsicano e Berlusconi l’idillio cova da tre anni. I fiumi non mentono. Difatti il commissario - confermato dal successivo governo di sinistra - ha carta bianca sul territorio. Può fare a meno di valutazioni di impatto ambientale e derogare dalla legislazione italiana ed europea. Oggi risponde a una sola persona: Silvio Berlusconi, che diventa monarca delle acque d’Abruzzo.

Sembra un’eccezione necessaria ad adeguare rapidamente l’alveo ai parametri della Ue, ma non è così. «Non posso interferire sull’urbanistica degli enti pubblici» ci dichiara Goio. «A quei supermercati avrei dato parere negativo, ma non ho competenza per bloccare nulla. Sarebbe come se chiedessi ai giudici di liberare il sindaco di Pescara». Quando la gente gli ha chiesto di intervenire almeno sui veleni Montedison, Goio ha obiettato che la cosa non rientrava nei suoi compiti. Ed era vero: per coprire anche quell’emergenza gli hanno dovuto dare una seconda nomina a commissario. Ma anche così sulla Marghera del Centro-Sud non arriva ombra di contromisura. Contro la Montedison (e i privati in generale) i poteri assoluti non contano improvvisamente nulla. Niente messa in sicurezza, niente carotaggi, niente piani di bonifica. E intanto il fiume è in apnea.

Povero Abruzzo, il fango avanza e l’ultimo scandalo è solo una conferma del tramonto di un’isola felice. Da tempo mafia e camorra hanno messo le mani sul territorio, col business dell’edilizia e dei rifiuti. C’è l’affarone dell’acqua da imbottigliare per una manciata di euro; e ci sono i «regali» alla grande distribuzione, a spese dei fiumi e della cultura locale. «Qui - ti dicono - un pastore è asfissiato di divieti, ma un palazzinaro fa ciò che vuole».

Il Pescara arriva tumefatto al mare e non trova un metro libero per uscire al largo. L’ultimo pezzo di arenile con pineta, in comune di Francavilla, lo stanno cancellando ora, con una linea Maginot di appartamenti. Ma il bello deve ancora venire, con la Nuova Pescara di cemento che l’imprenditore Carlo Toto - implicato nell’ultima storiaccia - s’appresta a costruire a monte di quella esistente. Il mare non c’è più, le dune sono sparite, i veleni avanzano, il fiume è diventato una belva selvaggia, ma pochi protestano. Gli abruzzesi sono abituati a tacere da secoli. La loro è una «regione camomilla», utilmente nascosta in una zona d’ombra dei media. Il dossier di un’azienda multinazionale la descrive così: «facilità di penetrazione, costi d’insediamento minimi, zero conflittualità sociale». Soprattutto, «poche obiezioni ecologiche». Sembra il Congo, invece è Italia.

Del Turco li ha emarginati tutti, i rompiscatole ambientalisti. Il direttore del parco del Gran Sasso, quello del parco del Sirente, i consulenti universitari e i dirigenti attenti alle regole. Nelle liste elettorali il Pd ha completato l’opera, con i risultati che si vedono. Ora, la melma degli ultimi arresti. Piove governo ladro, dicono gli italiani. Forse non è mai stato così vero come da queste parti.

È difficile far finta che il problema ambientale e dei beni culturali sia un problema circoscritto, che interessa solo gli «specialisti». Ed è vero quel che ha scritto recentemente Eugenio Scalfari: la situazione non è peggiore di quel che si dice: è puramente e semplicemente pessima. Questa situazione si deve soprattutto a due motivi. Il primo è rappresentato dal fatto che l’ideologia del «profitto economico», un tempo contrastata da altri valori, ha rotto tutti gli argini: se un bene non produce profitto, vada in malora; oppure un bene, se è tale, «deve» produrre profitto, al pari di un giacimento di petrolio. A ciò va attribuito, oltre a molti altri effetti catastrofici, lo smoderato consumo di suolo a fini speculativi, da cui il leggendario «paesaggio italiano» uscirà per sempre distrutto.

L’altro motivo è che, su questo delicato terreno, sembrano essersi attenuate le distanze fra «politiche e comportamenti di destra» e «politiche e comportamenti di sinistra» (anche per questo argomento valgono molte delle riflessioni di Scalfari). Ma sulle accezioni di «destra» e di «sinistra» in materia ambientale tornerò in conclusione.

Allargando un po’ l’angolo visuale: io direi che nei comportamenti del governo in questa fase c’è più ideologia (e più consapevolezza) di quanto non appaia. L’elemento che unifica tante iniziative e proposte diverse, è lo «smantellamento del pubblico».

I tagli ai bilanci dei beni culturali, dell’Università, della ricerca, della scuola, l’arrogante buttar per aria procedure e regole confermate dall’esperienza di decenni, le minacce sempre pendenti sul comparto giustizia, la campagna terroristica (a cui purtroppo molti hanno abboccato) contro il «fannullonismo» nel pubblico impiego e contro le pretese insufficienze e il presunto degrado dei processi formativi a tutti i livelli (anche là dove tutto va bene), rappresentano altrettanti momenti di una strategia inequivocabile, che consiste nel fare tabula rasa di quanto in Italia ancora resiste come valorizzazione, miglioramento e difesa d’un patrimonio nazionale comune, quell’«essere italiani», cioè, quale è scaturito, con ombre e con luci, dalle esperienze della Resistenza e della Costituzione. Se non si coglie la programmatica generalità di tale attacco, e ci si limita a condannarlo separatamente quando appare nei suoi diversi segmenti, non gli si può rispondere efficacemente.

Da questo punto basso della situazione politica generale in tema di cultura ed ambiente, trovo che sarebbe un errore, opposto ma speculare, non accorgersi di fenomeni in controtendenza.

Cresce a livello di base una «resistenza» sempre più tenace e consapevole. Questo neoambientalismo è contraddistinto da tre fondamentali caratteristiche: nasce, come dicevo, dal basso, espressione d’interessi talvolta circoscritti, ma componibili in un quadro strategico complessivo; si autorganizza, non dipende cioè da altri (partiti, gruppi o associazioni), se mai trova forma di relazione al proprio interno (similia cum similibus componuntur), mantenendo tuttavia le proprie relative autonomie; punta dal particolare al generale, si muove dal punto in cui è nato, e in cui pure resta solidamente incardinato, per arrivare ad una visione di massima dei suoi problemi, là dove si spiega quel che, restando nel proprio «particulare», non sarebbe spiegabile.

Sarebbe dunque un errore limitarsi a registrare l’immagine di un’Italia immobile e passiva, esaurita per così dire negli schemi politici della nostra tradizione. In Italia ribollono risposte, che per ora non trovano né interlocutori all’esterno né concatenazioni fra loro. Ne segnalo una. È il più delle volte l’implicita (ma talvolta persino esplicita) risposta a quello «smantellamento del pubblico» di cui parlavamo. E cioè: le varie forme di eredità culturale e l’ambiente e il paesaggio, sempre più vengono intesi, a livello di base e di massa, come «beni comuni», al pari dell’aria e dell’acqua.

Come? Un profilo collinare, un’opera d’arte, un museo sono come l’aria che respiriamo o l’acqua che beviamo? Sì, nell’esperienza di decine di migliaia di persone sì, e sempre di più sì. Ciò significa che quel profilo collinare, quell’opera d’arte, quel museo risultano sempre più «incorporati» nella vita di ognuno che ne ha bisogno e ne fruisce, non importa se la sua vita si svolga lì da generazioni accanto a quel profilo collinare o a quell’opera d’arte, oppure se ne stia lontano migliaia di chilometri e la sua fruizione resti solo potenziale (ma non è detto che non possa diventare reale un giorno). Ossia: ognuno difende da sé il proprio bene, purché sia in vista di un interesse generale, quello della conservazione delle forme e delle eredità.

Alcuni si chiedono: questa impostazione è di destra o di sinistra? La questione è complessa. Mi limito a osservare: sono stato abituato fin da bambino a considerare di «sinistra» quanto metteva in discussione lo «stato di cose esistente» in direzione di una più umana e ragionata dislocazione dei doveri e dei benefici. Se oggi non lo si riconosce come si dovrebbe, mi pare che le responsabilità siano della «sinistra storica», ossia la sinistra com’è oggi. Per affermare i diritti della cultura, del paesaggio, dell’ambiente ad esser considerati «beni comuni», bisogna dunque cambiare la «politica», la quale non risponde più alle esigenze della cittadinanza, quand’anche siano assai diffuse. Un altro motivo per considerare la battaglia ambientalista non circoscritta e parziale ma generale: riguarda tutto e tutti, ma in primo luogo il «modo di governare».

Postilla

Pensando proprio a quanto ha scritto e fatto Asor Rosa abbiamo aperto una cartella intitola ”Verso una rete”. É dedicata a raccogliere materiali significativi di gruppi, associazioni, comitati che si costituiscono e si muovono per protestare, criticare, proporre un uso diverso della città, del territorio, dell'ambiente. In questo tessuto sociale individuiamo uno dei (pochi) segni di speranza per un futuro migliore. Ai soggetti presenti in questo mondo ancora fluttuante occorre fornire non solo solidarietà, ma anche idee e strumenti: di comprensione della realtà, in primo luogo.

A questo proposito, poiché una delle cause principali del disastro è, come Asor Rosa denuncia, l’appiattimento di ogni cosa sulla mera dimensione economica a sua volta schiacciata sulla rincorsa al maggior tornaconto individuale. non sarebbe male riprendere una lotta che spesso si dimentica: la critica e la lotta nei confronti non genericamente del “profitto economico”, ma del fatto che, nel nostro paese, il cosidetto “profitto economico” non comprende solo l’espropriazione del pluslavoro (visto da sinistra) o la remunerazione dell’attività imprenditiva (visto da destra), ma quell’obbrobrio premoderno, parassitario, bollato dalle dottrine liberali, che in Italia domina il campo da decenni, e forse da secoli.Parliamo, ovviamente, della rendita.

Del resto, lo sfruttamento selvaggio dei beni comuni della città, del territorio, del paesaggio avviene proprio accrescendo la rendita immobiliare (fondiaria+edilizia) e privatizzandola al di là di ogni decenza, sempre più spesso con la complicità dei rappresentanti del popolo. Ne parliamo anche nell’eddytoriale 119.

Non c’è alcun «interesse pubblico» in questa storia nera. Come se fosse morto. Come se, nell’esercizio di «pubbliche funzioni» e di «pubblici poteri», fosse deperita la più elementare nozione - e distrutta anche soltanto l’ombra - di «servizio al bene collettivo». Nella rete di assessori, consiglieri comunali, provinciali, regionali, parlamentari, magistrati penali e amministravi, tecnici comunali, professionisti, burocrati ministeriali -in questo «sistema» apparecchiato da Alfredo Romeo esistono soltanto le cose nostre. «Dobbiamo parlare delle cose nostre...». «Quella cosa nostra come sta andando?». «C’interessano soltanto le cose nostre?». «Dacci uno sguardo a quella cosa nostra?».

Alfredo Romeo si autodefinisce «leader del mercato immobiliare». Gestisce, in appalto, un patrimonio pubblico di 48 miliardi tra Napoli, Milano, Venezia. Tiene d’occhio (si legge nelle carte) Roma e Firenze. Ficca il naso a Bari. È, dicono i pubblici ministeri, «lo scrittore, lo sceneggiatore, il regista, l’attore, il protagonista e il beneficiario finale» di un «sistema» elementare, come un do ut des. Sgomina la concorrenza, quando si affaccia perché si fa consegnare i documenti della gara, li corregge, li riscrive mentre i suoi "pupazzi" si preoccupano di farli approvare.

E’ una scena che capovolge tutte le convinzioni sul morbo italico della corruzione. Il tableau napoletano racconta che non è più la politica a imporre il prezzo della corruzione all’impresa. E’ l’impresa che ingaggia la politica, la crea dal niente, la coccola, la indirizza, ne fissa gli obiettivi e i programmi, la corrompe, se ne appropria come fosse una cosa sua. I politici appaiono miserabili figurine nelle mani dell’imprenditore. Lo assecondano in ogni ambizione e desiderio; sgomitano tra di loro «come in ogni harem che si rispetti», esagerano i pubblici ministeri, per diventare «il favorito del sultano».

Il «sultano», chiamiamolo così, è generoso. Assume amici, mogli, figli, parenti prossimi. Quando non assume, allarga i cordoni della borsa magari con una consulenza o con un contratto assicurativo. Si lascia indicare di buon grado ditte a cui affidare un subappalto. In qualche caso, affiora «denaro sonante», ma la vera posta è un’altra: fare di un consigliere circoscrizionale un consigliere comunale. Di un consigliere comunale, un parlamentare. Di un parlamentare, un sottosegretario da governare come un burattino. La politica diventa lo «strumento attuativo» dei progetti dell’impresa, soltanto la funzione servente e sottordinata delle mire dell’imprenditore.

E’ il quattro aprile del 2007, il centro sinistra è al governo. Giorgio Nugnes (l’assessore di Napoli suicida) chiama Romeo.

Nugnes. «Mi ha chiamato Renzo (è Renzo Lusetti, all’epoca parlamentare della Margherita e segretario di presidenza della camera dei deputati) per vederci con Rutelli circa il congresso cosi... Lui si rende conto. Dice: "Sarebbe utile che tu ci venissi a dare una mano a Roma". Perché, giustamente, l’ho fatto riflettere: con 4 ministri, vicepresidente del consiglio e il segretario del partito, insomma, questi si sono fatti scippare il partito da sotto. Insomma a stento arrivano al 30 per cento».

Romeo. «Con Renzo ci ho parlato anch’io. Ti ha fatto anche i complimenti, abbiamo confrontato questa cosa tua che stai facendo su Napoli... e lui spesso mi ha detto: "Dobbiamo parlare con Francesco"».

Nugnes. «Preferisco questo percorso qua anziché buttarmi in mezzo alle Regionali. Se devo fare l’amministratore non mi posso mettere a fare i voti per la Regione insomma. Ti pare?».

Romeo. «Va bene, io ho appuntamento telefonico con lui stasera, mi deve far sapere una cosa...».

Il «sultano» dirà di aver presentato Nugnes a Rutelli. Di averlo definito «un "giovane di qualità" che lo stava "aiutando" su Napoli e che, a differenza del sindaco, si era mostrato "disponibile" nei suoi confronti». E’ quasi una lasciapassare per un salto nella carriera dell’assessore. Altri bussano alla porta di Romeo disponibili a prendere ordini come Nugnes. Che, nelle lunghe conversazioni con Romeo, indica le gare di appalto disponibili. Si lascia dire che cosa deve dire, come dirlo, quando dirlo. Si lascia preparare e correggere dai tecnici della Global Service di Romeo gli atti amministrativi e le delibere. Rimuove gli intoppi in giunta e in consiglio e, quando l’opposizione rumoreggia o si fa testarda, avverte «il sultano». Che si mette al lavoro sull’altra sponda politica.

Romeo chiama Italo Bocchino e il vice-presidente dei deputati del Partito delle libertà (oggi) si lascia addottrinare, come uno scolaretto, sulle decisioni del Consiglio d’Europa utili, le sentenze del Consiglio di Stato decisive, le mosse aggressive dei Costruttori (sono i competitori di Romeo). Poi, è Bocchino a muovere i suoi fanti inconsapevoli (non tutti). Convoca i consiglieri di Alleanza nazionale. Li convince a ritirare gli emendamenti che ostacolano l’appalto e poi addirittura a lasciare l’aula. Soddisfatto del suo lavoro, Bocchino commenta con Romeo: «Alfredo, siano una cosa consolidata, una cosa solida, un sodalizio?». Il rapporto è cosi stretto che Bocchino si dà da fare per convincere un chef (l’apprezzatissimo Gennarino Esposito della Torre del Saraceno di Vico Equense) a lavorare nell’hotel a cinque stelle luxury di Romeo. Il legaccio è così serrato che a Bocchino importa niente che l’altro penda per il centro-sinistra. «Organizzo una colazione con Gianfranco (Fini)?». Lo invita alle grandi manifestazioni di An. Gli ricorda «i saluti di Andrea Ronchi (oggi ministro)?». Gli annuncia le mosse di Fini: «viene a trovarlo Aznar, poi verrà Sarkozy dopo che sarà eletto». Romeo, dopo, lo lusinga: «Fini ha fatto un figurone enorme...». Bocchino: «Madonna, ha fatto una bella cosa oggi con Aznar».

Bocchino, Lusetti. Di qua e di là. Il bipolarismo diventa una farsa. Qualsiasi cosa succeda al vertice della piramide politica, Romeo ha il suo uomo, dice il giudice, ma la spalla più solida, il burattino più reattivo, spregiudicato, operoso è il Lusetti. Il «sultano» lo manovra a piacimento (sembra). Quando non rende come dovrebbe, Romeo lo rimprovera. Mica soltanto sulle "cose loro", anche sulle cose che dovrebbero essere soltanto della politica. I congressi, ad esempio. Il «sultano» vuole allungare le mani a Firenze e a Bari. Gli equilibri politici devono essere coerenti alle sue ambizioni (quadri politici obbedienti) e Lusetti, quello sventurato, perde i congressi cittadini invece. A Romeo salta la mosca al naso e lo dice all’altro a muso duro.

Romeo. «Mi hai bruciato il congresso a Firenze? mi hai bruciato il congresso a Bari? tutti i congressi fino adesso me li hai fatti perdere tutti? mo’ cambio partito e mi metto con i Ds (è il 3 maggio 2007)».

Lusetti. «Con i Ds hai più fortuna? hai capito che i Ds sono più bravi di noi?».

Forse celiano. Si mettono subito al lavoro su «una questione di vita o di morte». La "Romeo Gestioni" ha una controversia con la "Manital" per la gestione dei servizi integrati del patrimonio stradale del comune di Roma. Decide il Consiglio di Stato. Lusetti deve intervenire. Conosce l’uomo giusto. E’ Paolo Troiano, segretario generale per il Consiglio di Stato e dal 2005 al settembre del 2007, vice segretario generale della presidenza del consiglio dei ministri.

Lusetti. «C’ho un incontro operativo alle otto, direttamente con il grande capo e parliamo di tutto. Capito?».

«Conversazioni di questo tipo ?- scrivono i pubblici ministeri - lasciano comprendere in pieno lo spessore del potere di Romeo» perché l’operazione va in porto. Il Consiglio di Stato capovolge a favore della "Romeo Gestioni" la decisione del Tar del Lazio che aveva accolto il ricorso della "Manital" annullando i provvedimenti comunali di aggiudicazione alla Romeo del ricco appalto per la gestione del patrimonio stradale del comune di Roma.

Romeo chiede a Lusetti anche di «metter a posto» chi, nel partito, non guarda nella sua direzione con la necessaria attenzione. Antonio Polito (oggi direttore de ilRiformista, nel marzo 2007 senatore della Margherita e segretario del partito a Napoli) lo ha tagliato fuori da un appalto cospicuo («i hanno escluso perché c’era un suo amico, hanno fatto un po’ una pastetta»).

Lusetti è pronto a fare la faccia feroce. «Se vuoi blocco tutto, eh!».

Romeo. «No, non bloccare. Lascia stare, povero cristo! Però gli va fatta pesare la cosa!».

Scrivono i pubblici ministeri che «il "sistema" è così drogato» che non sono le imprese a conformare le proprie caratteristiche ai metodi e agli schemi della gara, ma sono le gare, le prassi, i procedimenti, i singoli atti a essere modellati «a misura» delle caratteristiche tecniche delle imprese di Romeo «al fine di consentirgli l’aggiudicazione degli appalti milionari».

Un assoluto campione di questo lavoro sporco appare Giuseppe Gambale, addirittura il magniloquente assessore «all’educazione, trasparenza, legalità pubblica, istruzione edilizia scolastica, diritto allo studio, tutela del cittadino dal racket e dall’usura».

Il racketeer è lui, Gambale, dice il giudice. L’assessore progetta un piano. Centralizzare nelle sue mani l’appalto delle mense scolastiche e consegnarlo all’Ati, una delle imprese di Romeo. E’ entusiasta come un bambino della sua idea. Così infervorato che Romeo lo invita alla prudenza. Gli dice di non sbilanciarsi troppo con chi non è del giro, a cominciare dal sindaco Rosa Russo Jervolino. Gambale non se ne preoccupa perché ha già intrappolata quell’ingenua che non si avvede di nuotare in una vasca di piranhas.

Gambale. «ma con il sindaco ho parlato. E’ molto contenta. Io poi sono stato un po’ criptico. Lei mi ha detto che (il progetto) poteva essere un modello di decentramento?».

Romeo. «Ma lei non ha capito che c’ha degli assessori intelligenti?».

Gambale. «Ma quella è scema completa. Non si rende conto?».

Gambale convocherà i presidenti della municipalità. Li convincerà ad affidare alle sue mani i loro poteri decisori per la refezione e la manutenzione delle scuole. Quelli firmano anche un documento d’intesa.

Anche Gambale, come Nugnes, è una creatura che attende l’ingresso nel grande giro della politica nazionale. Per meritarsi un’opportunità offre altri politici al potere di Romeo, il presidente di una municipalità e - boccone ghiotto - Pasquale Sommese, oggi vicesegretario provinciale del Pd.

Gambale. «Alle cinque e mezza in punto sono da te. Vengo in compagnia?»

Romeo. «Che incarico ha, questo qui».

Gambale. «Tranquillo, va bene? E’ il consigliere regionale più votato e in questo momento (marzo 2007) ha in mano il partito provinciale a Napoli, è persona a me molto vicina, sostiene Ciriaco (De Mita)?».

Romeo. «Lui lo sa che io sono amico del grande vecchio?».

Romeo non si fida. Vuole che sia il «grande vecchio» a rendere affidabile Sommesse, anche in vista del solito congresso. Gambale fa quel che deve. Ne parla con De Mita.

Gambale. «E’ stato gradito?».

Romeo. «Quindi il vecchio ha dato l’autorizzazione a prendere contatti, fare la presentazione?».

«Con questi metodi, Romeo ha letteralmente in pugno la città di Napoli», è la conclusione del pubblico ministero. Il «sultano» aveva già avuto simbolicamente «le chiavi della città» da chi ha voluto dimenticare le sue condanne per corruzione degli anni novanta. Come gli interessi pubblici, la memoria deperisce presto in questa disgraziata città.

Il caso. Due distinte operazioni per far decollare l'Alta velocità a distanza di dieci anni l'una dall'altra. Ma entrambe miseramente fallite per la mancanza di una gestione imperniata sui principi di efficacia, efficienza ed economicità. A pagare lo Stato e le generazioni future in alcuni casi addirittura fino al 2060

La sezione di controllo della Corte dei Conti non fa sconti nella relazione sulla gestione dei debiti accollati al bilancio dello Stato contratti da Fs, Rfi, Tav e Ispa per le infrastrutture ferroviarie necessarie alla realizzazione del sistema dell'Alta Velocità. Nel mirino della suprema magistratura contabile due ipotesi di accollo dei debiti - una nel 1996 e l'altra nel 2006 - che hanno in comune "la scelta normativa di accollare debiti, insostenibili per il gestore del servizio pubblico, allo Stato". E la gravosità delle operazioni di prestito e la scarsa trasparenza amministrativa e contabile nella gestione del debito.

Nel primo caso, quello che risale più indietro nel tempo, l'operazione si è inserita nel "solco tradizionale dei prestiti di scopo, il cui ammortamento viene rimborsato dall'Erario, anziché con i proventi del servizio"; nel secondo ha assunto le forme del project finance atipico "con rischi interamente gravanti sulla parte pubblica" che, osserva la magistratura contabile, garantivano il finanziamento delle linee ferroviarie "con debito pubblico futuro, nemmeno acquisito alle migliori condizioni di mercato".

La Corte dei Conti è implacabile non soltanto nei confronti dei manager pubblici accusati di "gravi carenze e manchevolezze che hanno favorito il nascere delle passività successivamente assunte dallo Stato. Nella fattispecie in esame - scrive in un altro passaggio la Corte -, gli interessi dello Stato-proprietario dovrebbero essere tutelati anche attraverso la vigilanza su determinate scelte, separando la discrezionalità manageriale, assolutamente insindacabile, da eventuali decisioni irrazionali o immotivate che abbiano inciso direttamente o indirettamente sul patrimonio pubblico". Ma spietato è il giudizio su operazioni come quella dell'Ispa (ex Infrastrutture spa) in cui si "caricava meccanicamente sull'erario lo sbilanciamento tra ricavi e servizio del debito".

A finire sul banco degli imputati è soprattutto la gestione del progetto finanziario che si basava su stime "molto ottimistiche di flusso passeggeri e di utilizzazione della rete. "La scissione tra questa previsione, l'andamento dei lavori e le stime della utilizzazione della rete ferroviaria da parte dei soggetti interessati, nonché la stessa individuazione generica di questi ultimi senza riscontri di carattere programmatico e contrattuale - scrive la Corte dei Conti - hanno reso l'ipotesi dell'autofinanziamento meramente virtuale, inducendo il graduale abbandono del progetto iniziale, sancito con la incorporazione di Ispa in Cassa Depositi e prestiti, con contestuale accollo del debito correlato al patrimonio separato a carico dell'Erario".

Insomma, per la Corte dei Conti l'Ispa ha costituito un "diaframma operativo" sul quale non sarebbe comunque dovuto venir meno un dovere di vigilanza-ingerenza che consentisse una attendibile ricostruzione dei costi industriali, finanziari, di ammodernamento delle linee, progettazione e acquisto di nuovo materiale rotabile. "Il totale di dette previsioni, geometricamente superiore alla entità dell'indebitamento previsto, pari a 25 miliardi di euro, fortunatamente dimezzato nel suo concreto sviluppo, doveva essere confrontato con le ipotesi di copertura, costituite, secondo gli indirizzi più volte esplicitati in sede parlamentare, dai ricavi delle nuove infrastrutture", annota la suprema magistratura contabile che aggiunge: "La nascita di Ispa era giustificata dall'esigenza di reperire sul mercato di capitali le soluzioni finanziarie ottimali, sulla base di criteri di trasparenza e di economicità. È evidente come tali intenti siano stati smentiti".

Ma come è nata la decisione di creare Ispa? "La decisione di caricare sul bilancio statale gli oneri della fallita operazione di project finance è, probabilmente, anche conseguenza del fatto che fin dal 2005 Eurostat ha espresso perplessità sulla esternalizzazione delle poste di finanziamento Tav rispetto al bilancio pubblico, chiedendo la riclassificazione settoriale dei finanziamenti di Ispa a Tav. Nella buona sostanza, la posizione di Eurostat avrebbe abbattuto l'ultimo diaframma di questo project finance virtuale. Per chiarire, si può affermare che, mentre di regola il cattivo esito di un project ricade sugli investitori privati, nel caso di specie detto onere è gravato interamente sullo Stato" - scrive la Corte dei Conti che nelle conclusioni sottolinea: "Contratti di servizio e finanziamenti vincolati dovrebbero essere sufficienti per porre rimedio ad un simile pregiudizievole andamento ciclico di scarico degli oneri sui conti pubblici: la loro realistica e corretta gestione, unita ad un severo monitoraggio e vigilanza sul permanere delle condizioni ipotizzate, appaiono snodi ineludibili per prevenire le esperienze non positive venute alla luce a seguito della presente indagine. (...) In definitiva, la scelta delle modalità degli investimenti dovrebbe tenere conto dei fondamentali principi-guida dell'efficacia, secondo cui la fonte di finanziamento dovrebbe tendenzialmente generare le risorse necessarie per farvi totalmente o parzialmente fronte e dell'efficienza, che dovrebbe indurre a scegliere la migliore soluzione che ottimizza al massimo grado, a parità di risultati, il costo delle risorse; ciò nella fondamentale prospettiva dell'equità intergenerazionale, in base alla quale i soggetti che beneficiano dell'investimento dovrebbero essere anche quelli chiamati a ripagarne i correlati debiti".

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