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Giorgio Napolitano prende posizione. E nelle sue funzioni di presidente del Consiglio superiore della magistratura. Quindi, nella sede più opportuna e nella forma più adeguata. E´ un intervento formale che, nei fatti, sostiene i dubbi e l´iniziativa ispettiva già annunciata da Clemente Mastella. Le parole del capo dello Stato sono più di un monito e poco meno che un´esplicita richiesta di un procedimento disciplinare contro il giudice per le indagini preliminari Clementina Forleo. Il tono scelto dal capo dello Stato è didattico e censorio. «Desidero rinnovare il richiamo a non inserire in atti processuali valutazioni e riferimenti non pertinenti e chiaramente eccedenti rispetto alle finalità dei provvedimenti».

Dunque, nella richiesta al Parlamento di rendere utilizzabili le intercettazioni telefoniche tra Gianni Consorte (Unipol) e i ds D’Alema Fassino Latorre, il giudice di Milano utilizza in eccesso il potere che gli è assegnato dai codici, con uno "sviamento", uno "straripamento" delle prerogative che gli attribuisce la legge. Deve soltanto illustrare al Parlamento le ragioni che, a suo giudizio, rendono necessario utilizzare nel processo delle "scalate" Antonveneta/Bnl/Rizzoli-Corriere della Sera le registrazioni di quei colloqui. Con «valutazioni eccedenti» e «riferimenti non pertinenti», il giudice indica esplicitamente e in sovrappiù – per Napolitano, abusivamente – una corresponsabilità nel delitto (aggiotaggio) dei parlamentari non ancora indagati. Scrive la Forleo: «A parere di questa autorità giudiziaria, sarà proprio il placet del Parlamento a rendere possibile la procedibilità penale nei confronti dei suoi membri i quali, all’evidenza, appaiono non passivi percettori di informazioni pur penalmente rilevanti, ma consapevoli complici di un disegno criminoso».

Se le parole hanno un senso – e non possono non averlo se dette dal presidente della Repubblica in un’occasione così rituale – l’ordinanza del giudice è, come dicono i tecnici, «abnorme» e costituisce il solo caso in cui un ministro di giustizia è legittimato a intervenire sul provvedimento di un giudice. Se i comportamenti saranno coerenti con le parole, si deve credere che siamo alla vigilia di un nuovo, robusto conflitto tra la politica e la magistratura. Il procuratore generale della Cassazione Mario Delli Priscoli chiede di acquisire le ordinanze. Mastella invierà a Milano gli ispettori mentre la Giunta per le autorizzazioni (decide dell’utilizzabilità dei colloqui) avrà molte difficoltà – dinanzi all’ipotizzato vulnus inflitto al potere legislativo con un’iniziativa anomala – ad accogliere la richiesta dei giudici di Milano (ammesso che avesse voglia di accoglierla).

Il putiferio è assicurato anche perché il giudizio di Napolitano non è condiviso da tutti gli addetti. Tra i quali, c’è chi autorevolmente difende le decisioni e le ordinanze di Clementina Forleo giudicandole, forse "border line", ma non illegittime o abusive. Doveva motivare, come le impone la legge, l’essenzialità per il processo di quelle registrazioni. Lo ha fatto forse con qualche parola storta, ma all’interno delle costrizioni procedurali, e schiacciata per di più dalla decisione del pubblico ministero di non iscrivere al registro degli indagati i parlamentari, nonostante quei colloqui li vedessero partecipi e collaboratori di un progetto che occultava e manipolava le notizie da offrire per legge ai mercati e ai risparmiatori. Ora si vedrà quale direzione prenderanno gli organi di disciplina della magistratura, quale giudizio dei passi della Forleo prevarrà tra i giuristi. Esiste una macchina procedurale che vaglierà il rispetto o il dispetto delle regole.

Quale che sia l’esito, appare burlesco soffocare l’intera storia che provoca l’inchiesta penale (le "scalate" del 2005) in una esclusiva questione tecnico-giuridica anche se rilevante perché interpella il sistema delle garanzie. In queste ore, si odono formule troppo confuse. La macchina giudiziaria farà la sua strada, ma l’affare – conviene ricordarlo agli smemorati – è anche politico. La manovra del ceto politico di fare spallucce dinanzi a legami imbarazzanti e obliqui – si vedrà con o senza rilievo penale – è debole. Ancora più fragile è la litania che con Prodi, D’Alema, Fassino, Violante, Finocchiaro ripete: è roba vecchia, già letta e digerita. Letta sì, ma digerita da chi?

E’ utile ricordare che cosa è accaduto per scongiurare il rischio che si finisca di parlare soltanto di codici. La scena ricostruita dalla magistratura e dalle testimonianze dei protagonisti (da Ricucci come da Fazio) – e rinforzata, al di là di ogni dubbio, dalle intercettazioni telefoniche – conferma che la politica non ha espresso soltanto «opinioni» nell’anno delle scalate ad Antonveneta, a Bnl, al Corriere della Sera, al gruppo Riffeser. E’ stata protagonista. Con l’ambizione esplicita e dichiarata (parole del senatore Nicola Latorre) di «cambiare il volto del potere italiano». I leader politici non si sono limitati ad attendere l’esito di una contesa di mercato. Sono intervenuti, con il peso del loro ruolo e responsabilità pubbliche, a vantaggio dei protégés. Berlusconi indica a Stefano Ricucci il partner industriale per l’assalto a via Solferino e scrutina i possibili mediatori. D’Alema consiglia a Consorte (Unipol) l’acquisto di pacchetti azionari mentre Fassino e Bersani (come ha riferito ai pubblici ministeri Antonio Fazio) incontrano il governatore della Banca d’Italia per «spingere» una fusione Unipol-Monte dei Paschi-Bnl. Quel che se ne ricava è la ragionevole certezza che la politica abbia giocato in proprio la partita, per di più cercando di influenzare uno degli arbitri (il governatore). Chiunque comprende che non può essere questo il primato della politica. La politica legifera. Seleziona opzioni. Sceglie regole che possano modernizzare il Paese e renderlo capace di affrontare le sfide del futuro. A destra come sinistra sembrano, al contrario, non voler prendere atto che una politica che, nello stesso tempo, gioca, fa l’arbitro e legifera è una cattiva politica. Che scredita se stessa.

Già in occasione della pubblicazione delle testimonianze di Stefano Ricucci, si è avuta la sensazione che, quasi "a freddo", il ceto politico volesse resuscitare il conflitto tra il potere politico e l’ordine giudiziario, la contrapposizione tra ceto politico e informazione per aumentare il "rumore", sollevare polvere, star lontano dal nocciolo più autentico della questione. Da questo punto di vista, se non fosse esistita, Clementina Forleo l’avrebbe dovuta creare la politica. Ma con o senza la Forleo, non è agevole eliminare dal tavolo la questione politica. Quell’intrigo, che vede protagonisti intorno allo stesso tavolo Berlusconi e Prodi, D’Alema e Gianni Letta con un poco nobile codazzo di banchieri, arbitri faziosi, avventurieri della finanza, astuti nouveaux entrepreneurs, racconta ancora oggi la distanza tra i propositi dichiarati e i comportamenti effettivi; la divaricazione tra gli accordi in corridoio e i contrasti in pubblico. Da due anni si attende una parola trasparente e critica su quel pasticcio, un’assunzione di responsabilità, un impegno pubblico. Chi può, in buona fede, giudicarla roba vecchia? E’ una questione attualissima, qualsiasi cosa decida di fare la magistratura.

«Aiuto, mi vogliono rottamare. Da 36 anni faccio compagnia al manifesto, senza mai chiedere nulla e subendo tutto. Mi hanno messa lì all'inizio, poi mi hanno sostituita, poi rimessa, spostata in basso e riportata in alto, rimpicciolita e ingrandita. Ora se la prendono di nuovo con me, come se fosse colpa mia se il giornale vende poco. Suvvia, pensino a ciò che scrivono, alle scelte editoriali sbagliate, alle direzioni confuse... perlomeno ai refusi. E mi lascino in pace. Non sono mica la mummia di Lenin». Firmato, quotidiano comunista.

A fine anno si buttano le cose vecchie. Simbolico atto di rinnovamento, cui si è ispirato anche il governo decidendo - in maniera affatto originale - l'ultima rottamazione automobilistica. In effetti di cose da gettare alla mezzanotte di domani ce ne sarebbero tante. Tremando un po', la nostra testatina ha pensato di aprire bocca, per la prima volta in vita sua. Nel frattempo noi una rottamazione l'avevamo già decisa, quella della sede che lasciamo dopo tanti anni. Tra pochi giorni andiamo a Trastevere. E poiché diamo il buon esempio, ci permettiamo di suggerire alcune cose da buttare con il 2007. Quelle essenziali, che hanno il vantaggio di non incidere su bilanci familiari non proprio floridi.

La prima cosa da rottamare è l'amministrazione Bush. Bisognerà aspettare qualche mese, fino a novembre, ma poi bisognerebbe liberarsi dal presidio militare repubblicano della Casa Bianca. Giriamo il suggerimento oltreoceano, confidando che gli eredi di Custer capiscano che non si può far fare al mondo la fine dei Sioux. Si aprirebbe la possibilità di una rottamazione più grande, quella bellica, anche - semplicemente - con una lenta ma inesorabile dismissione delle guerre. Forse se ne gioverebbero pure i cittadini di Vicenza e persino il governo italiano che potrebbe avere un'evoluzione semantica, imparando altre parole oltre a «signorsì».

Nella nostra piccola Italia bisognerebbe rottamare Lamberto Dini. Che invece vorrebbe rottamare Romano Prodi. Il senatore-rospo si crede onnipotente e proclama ultimatum. Non si capisce con quale forza e per far cosa - ambizioni personali a parte. Ma, forse, il problema è che glielo permettono, trattandolo mica male, invece di buttarlo (politicamente) dalla finestra e sfidarlo alla prova del «controribaltone».

Rottamazione urgente sarebbe quella della senatrice Binetti. Lo suggeriamo a Veltroni. Per almeno due ragioni. La prima è che così il suo Pd, in almeno una cosa - un po' di laicità -, non sarebbe peggio della vecchia Dc. La seconda è che la senatrice teodem non si farebbe alcun male: il Dio con cui è spesso a colloquio magari stenderebbe la pietosa mano, salvandola dall'impatto al suolo.

Alla sinistra che vuol dar vita al nuovo soggetto unitario e plurale suggeriamo di rottamare le incrostazioni burocratiche che bloccano i suoi attuali quattro partiti, di gettare dalla finestra i silenzi sulle sconfitte di questi mesi di governo e le paure verso la possibilità di stare all'opposizione. E, soprattutto, rottami la confusione programmatica e culturale: meglio poche cose su cui puntare e giocarsi il futuro su quelle.

Ci sarebbero poi da rottamare tantissime altre cose: dai Cpt alla legge Bossi-Fini, dall'omofobia alle fabbriche che inquinano e ammazzano, dalle banche ormai onnipresenti all'idea di cancellare il contratto nazionale di lavoro, fino alle lamentazioni sui salari troppo bassi non accompagnate da nessun provvedimento per aumentarli che non sia l'idea di agganciare tutto alla produttività, cioè a una precaria fatica. Le elenchiamo come pro-memoria, verranno buone anche dopo capodanno. Auguri.

Romano Prodi, negli ultimi giorni, ha polemizzato contro la "sfiducia artificiale". Quel malessere diffuso, fra gli italiani, cui hanno dedicato pagine intere autorevoli testate straniere. Il presidente del Consiglio non contesta queste analisi. D’altronde, tutti i sondaggi le confermano. Ma sostiene, in modo esplicito, che si tratta di sentimenti amplificati.

Costruiti, in qualche misura, "ad arte". Da un’opposizione irresponsabile. Ma anche dai media, pronti a trasformare sussurri in grida. Offrendo ai cittadini una rappresentazione pessimista; in contrasto con la realtà e con ciò che il governo, concretamente, "fa". Anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha contraddetto, con puntiglio, il "declinismo". Le letture che – in Italia e fuori – definiscono il nostro Paese depresso e stagnante. Dal punto di vista economico, demografico e del sentimento. C’è da scommettere che dedicherà una parte, almeno, del suo discorso di fine anno alla questione della fiducia. O del suo complemento: la sfiducia. Per presentare il 2008 come una svolta verso il futuro. Non come la pallida replica dell’anno che se ne va.

Si tratta di polemiche, in parte, giustificate. È vero: la sfiducia è ormai un argomento (forse il principale) di lotta politica agitato contro l’avversario. Da molto tempo. Da quando, cioè, con l’avvento di Berlusconi, si è affermata la "democrazia del pubblico", fondata sulla crescente importanza della personalizzazione, dei media e dei sondaggi.

È altrettanto vero che i media contribuiscono ad alimentare la sfiducia e l’insicurezza. D’altronde, i "buoni sentimenti" non fanno notizia. Non alzano l’audience. Vuoi mettere l’angoscia, la paura, l’odio? La bontà e la carità funzionano solo nelle fiction dedicate ai santi del passato, anche recente. Si tratti di Wojtyla o di San Francesco.

Queste "colpe", tuttavia, non assolvono la politica dalle sue responsabilità. Il senso di precarietà prodotto dall’azione di governo, i conflitti che agitano la maggioranza e l’opposizione. Ma non possono neppure svalutare le radici sociali e soggettive di questo sentimento. Che, invece, sono largamente rimosse. La sfiducia, l’incertezza e la delusione non costituiscono vizi dell’Italia d’oggi. Attraversano i principali Paesi occidentali da almeno vent’anni. Con poche pause. La sfiducia, peraltro, ha una "meccanica" particolare, come abbiamo sottolineato altre volte. Si concentra soprattutto sul "pubblico", ma anche sugli "altri". D’altronde, il compito della tutela sociale, sanitaria, previdenziale dallo Stato si è spostato progressivamente sui privati. E sul "privato". Il lavoro è sempre più frantumato e temporaneo. Mentre i riferimenti che offrivano ideologia, identità e aggregazione si sono indeboliti. Fatti noti a tutti. Riassunti dal sociologo Richard Sennett nel "declino dell’uomo pubblico". Flessibile perché indebolito dalla "corruzione del carattere". Un fenomeno che si è affermato insieme alla "privatizzazione". Non solo in ambito economico, anche nella vita quotidiana. Dove ciascuno insegue "soluzioni private a problemi privati" (come osserva il filosofo Gilles Lipovetsky). Numerosi segni, d’altronde, rivelano il contemporaneo diffondersi di felicità individuale e infelicità pubblica.

A differenza di quanto sostiene il Nyt, gli italiani sono felici. Ma nel loro piccolo, nella loro vita personale, nella cerchia stretta della famiglia e degli amici. Nonostante le preoccupazioni economiche (il lavoro, il reddito, il costo della vita) stiano spargendo inquietudine anche in quest’ambito. Gli italiani, invece, si sentono insoddisfatti quando si guardano intorno. Quando si rivolgono ai servizi e alle istituzioni. Al sistema pubblico locale e soprattutto statale. Ma anche quando si rivolgono agli altri. Alle persone con cui non hanno consuetudine. (Soprattutto gli immigrati, perché cumulano le paure dell’altro che non ri/conosciamo; e della globalizzazione, che incombe su di noi, facendoci sentire vulnerabili). Per questo crescono le forme di aggregazione "diffidenti" e particolariste. Fondate sull’interesse professionale, locale. Oltre a una pluralità di appartenenze faziose, ideologiche e settarie. Nessuna in grado di marcare linee di confine nette; o di attrarre e mobilitare le "masse". Tutte in grado, però, di opporre veti. Di fare esplodere, insieme alla protesta, la sfiducia generale. Minoranze dominanti.

È difficile, indubbiamente, "governare" ma anche fare politica, mentre affonda l’uomo pubblico. Tanto più se, nel frattempo, l’uomo privato stenta ad emergere. A frasi largo. Perché la rivendicazione di uno "stato minimo" contrasta con la difficoltà (forse: la velleità) evidente di asserragliarsi dentro a un "io minimo" (la definizione è di Cristopher Lasch).

Non per niente il garante Francesco Pizzetti ripete da tempo che stiamo perdendo la "privacy". Mentre Stefano Rodotà sostiene che l’abbiamo già perduta. I nostri dati personali, ormai, vengono raccolti e schedati: a ogni transazione bancaria, a ogni passaggio autostradale con il telepass, a ogni acquisto fatto con carta di credito o bancomat. Per non parlare dei cellulari. Che tutti possiedono. E usano dovunque: a casa, per strada, sul lavoro, a scuola, a pranzo, al cinema, in autobus, in auto. Perfino in Chiesa. Forse per comunicare meglio con Dio. Ciascuno di noi può essere rintracciato e "tracciato", un passo dopo l’altro, attraverso i cellulari. Sempre: il giorno e la notte. E che dire della rete? Google registra e archivia i nostri tracciati su Internet. Attraverso "Google maps", fra non molto, sarà possibile scrutare la nostra vita e i nostri movimenti. Cellulari e rete, insieme: permettono incursioni senza limite nella nostra vita quotidiana. I maggiori scandali degli ultimi anni/mesi, d’altronde, nascono da «intercettazioni». Da Calciopoli all’Unipol a Bancopoli, a Vallettopoli. Fino a quelle pubblicate qualche settimana fa fra dirigenti Rai e Mediaset. Ma, soprattutto: Berlusconi e Saccà. Certo: non si tratta di "gente comune". Però, grandi scandali e grandi intercettazioni rammentano che, a maggior ragione, i più piccoli potrebbero essere ascoltati e osservati. Senza troppi scrupoli.

Tutto ciò avviene senza destare eccessive preoccupazioni. Ci stiamo abituando alla riduzione dello spazio privato. Infatti (indagine Demos per Fondazione UniPolis, ottobre 2007), 1 italiano su 5 si dice disposto a farsi controllare la posta e le e-mail; circa 1 su 3 a permettere il monitoraggio sul proprio conto bancario. In nome della sicurezza. Ma, soprattutto, quasi 9 italiani su 10 chiedono che «venga aumentata la sorveglianza con telecamere di strade e luoghi pubblici». Siamo giunti alla "banalizzazione" della videosorveglianza (come ha scritto il sociologo Eric Heilmann). Le telecamere spuntano dovunque, evidenti. Ma non ci preoccupano. Elettrodomestici a cui affidiamo la soddisfazione del bisogno di sicurezza. Elementi "naturali" del nostro paesaggio quotidiano. Li accettiamo senza negoziarne le condizioni d’uso. Anche se gli obiettivi sorvegliati siamo "noi". Infine, sempre nel nome della sicurezza, si stanno preparando norme e controlli che permettano la schedatura del Dna. (Altrove, come in Francia, è già avvenuto). Degli immigrati, delle categorie "pericolose". Insomma, si mira a legalizzare la raccolta delle informazioni genetiche. La chiave per accedere alla nostra specifica "struttura individuale". Un’ipotesi largamente condivisa. In nome della paura dell’altro. La banalizzazione e la diffusione delle tecnologie di controllo. L’abitudine a essere spiati senza saperlo. E a spiare gli altri a loro insaputa. La cessione di ogni estremo sistema immunitario della nostra individualità. Tutto ciò suggerisce un paradosso. Mentre celebriamo il declino del pubblico, in realtà, il nostro privato tramonta. Perché siamo sempre "in" pubblico. Siamo sempre pubblico. Spioni e spiati. Allo stesso tempo. Come non essere inquieti? Come non provare sfiducia e paura? La personalizzazione, la mediatizzazione, i nuovi partiti, le riforme istituzionali, lo stesso sistema elettorale. Risposte utili, talora importanti e perfino necessarie per restituire governabilità al Paese e rappresentanza alla società. Ma non bastano. Sono scorciatoie. Se la politica non dà risposte a questo "uomo anfibio", perso nella battigia tra pubblico e privato.

Nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio occhi puntati sul bilancio di previsione 2008 del Comune. Ma nella manovra è passata in secondo piano un’accesa discussione: per il finanziamento di 55mila euro per un progetto di memoria sulle foibe. Cos’era successo? Alleanza Nazionale tempo fa aveva presentato un emendamento a favore dei viaggi di studio per conoscere la tragica storia delle Foibe. Progetto sulla memoria che, a sorpresa, quel venerdì precedente il Natale, fu inserito nel maxi-emendamento presentato dalla Giunta capitolina, comprendente anche altri progetti, come la notte bianca della solidarietà, sempre proposta da Alemanno di An e il museo della Shoa. Immediate le proteste della sinistra. Il Consiglio comunale alla fine ha comunque approvato il maxi emendamento con 45 voti a favore, 5 contrari (3 di Rifondazione, uno del Pdci e uno di Sinistra democratica) e un astenuto.

Come è ovvio, la sinistra si è arrabbiata non appena ha letto il testo del maxi emendamento, scatenando un’accesa polemica. «Abbiamo fatto tante riunioni maggioranza e non siamo mai stati avvertiti: né nel merito e né nel metodo», replica ora Adriana Spera di Rifondazione comunista. Ma andiamo con ordine. Dopo lo stupore in aula, un pezzo della maggioranza ha chiesto il voto per parti separate, ovvero ha votato contro la parte riguardante le foibe.

«È inaccettabile - ha detto il capogruppo del Pdci Fabio Nobile - che all’interno del maxi-emendamento della giunta si finanzino espressamente iniziative di propaganda della destra. È il solito tentativo di dar vita a un’iniziativa che dà una lettura distorta e revisionista della storia». E prontamente gli ha fatto subito eco il capogruppo di Sinistra democratica Roberto Giulioli: «La parte relativa alle foibe - ha sottolineato l’esponente di Sd - non c’era quando abbiamo concordato il maxi emendamento. Non è detto che la maggioranza debba approvare tutti i passaggi. La destra si è contrattata il proprio voto di bilancio sulla base di alcuni finanziamenti che ha ricevuto». Di tutt’altro avviso il capogruppo del Pd, Pino Battaglia, che ha tentato di fare da paciere: «Facciamo parte della maggioranza - ha ricordato ai colleghi - e ci siamo impegnati a votare il maxi emendamento», ha precisato. E sul merito ha aggiunto: «Sarebbe ora di fare un dibattito sereno sulla memoria. Le vittime delle violenze sono tutte uguali. Poi, chi vuole usare eccidi per bilanciarne altri commette un grave errore».

Ma Adriana Spera è irremovibile. Ancora oggi dice: «Non si possono portare gli studenti a visitare le foibe - sottolinea il capogruppo del Prc - e non spiegargli che in quei luoghi i fascisti organizzarono i primi campi di concentramento. E poi vorrei proprio sapere come avvengono questi viaggi-studio». Non si da pace la capogruppo: «Avrei preferito più sedute di Consiglio che mettere le istanze della destra in giunta. Invece...». E racconta che nelle diverse riunioni di maggioranza avevano concordato la manovra: «Abbiamo chiesto di non aumentare le spese e abbiamo proposto di definanziare l’intervento di restauro al Flaminio e quei soldi spenderli per bonificare gli argini del Tevere e dell’Aniene ma anche in opere di manutenzione usufruibili dai cittadini, come strade, marciapiedi e corridoi della mobilità. L’assessore Causi ci rispose che ci avrebbe pensato se fare o meno lo storno al Flaminio. Non ci ha detto, però, che nel frattempo aveva recuperato risorse per accontentare An. Per lealtà, dovevamo essere informati. Poi potevamo condividere o meno. E invece ecco che hanno messo sullo stesso piano chi ha combattuto contro la dittatura e chi l’ha sostenuta».

Furono solo i "titini jugoslavi" a gettare i loro avversari politici nelle foibe? La storia dice che furono preceduti dai fascisti italiani. Sull’argomento, e sul ruolo degli italiani nell’assassinio di sloveni e di altri jugoslavi, vedi i materiali nella cartella Italiani brava gente, in particolare gli scritti di Corrado Stajano, Claudia Cernigoi, Enzo Collotti e Giacomo Scotti

Avvicinandosi la fine dell’anno, invece dei soliti bilanci, si può fare un piccolo gioco di fantapolitica. Immaginiamo che il referendum del 1993 sia stato vinto dai sostenitori della legge elettorale proporzionale e che, per effetto di questa vittoria, si siano moltiplicati e ingigantiti tutti gli effetti degenerativi che i critici imputano proprio a questo sistema.

Nell’Italia così "riproporzionalizzata" succedono cose che il maggioritario avrebbe evitato. La frammentazione politica viene accelerata, cresce vertiginosamente il numero dei partiti, tanto che in Parlamento sono diventati 26. La partitocrazia si consolida, i partiti si trasformano in oligarchie, si arriva a partiti personali. Cresce il potere di ricatto dei partiti minori o addirittura di singoli parlamentari. Resistono le peggiori abitudini del proporzionalismo, come i vertici di maggioranza e le "verifiche". L’occupazione partitica della Rai non conosce più alcun freno. L’annuale rapporto dei Censis misura gli effetti sociali della nuova situazione e, abbandonando il suo storico ottimismo, definisce la realtà italiana una "poltiglia di massa". Il «New York Times» afferma che "l’Italia non si ama più". Un’ondata di antipolitica travolge il paese. I proporzionalisti, razza dannata, già esecrati durante la campagna referendaria assai più dei terroristi, vengono finalmente acciuffati, bruciati in piazza e sulle loro ceneri può nascere l’agognata Seconda Repubblica.

Naturalmente tutti ricordano che il referendum fu vinto da sostenitori del sistema maggioritario. E tutti possono riconoscere nei diversi fatti elencati, rogo finale a parte, esattamente quel che è accaduto in questi anni, nel tempo meraviglioso del maggioritario. Con un ulteriore sforzo di memoria si potrebbe ricordare che una schiera di politologi, cantando le lodi dell’avvento del nuovo sistema, dedicò articoli e saggi alle virtuose conseguenze di quella novità, che avrebbe assunto proprio le sembianze della scomparsa della frammentazione partitica, dei vertici e delle verifiche, e via raccontando (dunque, esattamente il contrario di quel che è effettivamente accaduto). Sarebbe il caso di ricordarne pure nomi e cognomi (e una volta bisognerà pur farlo), ma intanto speriamo che un provvisorio oblio aiuti qualche "ravvedimento operoso". Peraltro, ai politologi o sedicenti tali non si possono attribuire colpe che non sono loro. La responsabilità vera è di una classe politica che ha affidato da troppo tempo la soluzione di problemi sostanzialmente politici alla sola ingegneria costituzionale.

In questo amaro gioco di fantapolitica non vi sono nostalgie del passato. Vi è solo l’invito ad una riflessione finora mancata o elusa. Non si dica, però, che gli effetti perversi non sono figli della "rivoluzione maggioritaria", ma del fatto che essa è rimasta a metà. Basta, per favore, con le vittorie e le rivoluzioni tradite o mutilate. Quando si è trasferito lo strumento referendario sul terreno delle riforme istituzionali, con la logica della spallata, era del tutto evidente che si sarebbero alterati gli equilibri complessivi del sistema, che vi sarebbero stati contraccolpi negativi, che non sarebbero stati avviati automatismi correttivi. La cosiddetta Seconda Repubblica è nata con questi vizi d’origine, che troppi non hanno voluto vedere e che sono all´origine del fallimento che abbiamo di fronte.

Ma, come si sa, dalle esperienze del passato non si impara nulla. Eccoci, allora, entrati di nuovo in un tunnel referendario ancora più rischioso di quelli passati. L’eventuale vittoria dei referendari, infatti, produrrebbe un sistema politico spaventosamente distorto, di cui gli osservatori più attenti stanno mettendo a nudo la probabile incostituzionalità. Ma non è soltanto il futuro ad essere a rischio. Già oggi la prospettiva del referendum è usata come arma per inquinare la discussione sulla riforma elettorale. Rischiamo così di non liberarci dei molti mali dell’ultima fase, ai quali, anzi, ne verrebbero aggiunti altri.

La discussione politica, mentre proclama di guardare avanti, è impigliata nel vecchio. I suoi maggiori protagonisti si muovono come se vi fosse una preziosa eredità da salvaguardare, come se il bipolarismo fosse un bene in sé e ai cittadini fosse stato fatto un dono straordinario, l’indicazione preventiva del premier come bacchetta magica per risolvere ogni problema. Ma questa rappresentazione di un’età dell’oro è dissolta da una osservazione della realtà che, invece, ci mostra gli infiniti danni del bipolarismo frettoloso e coatto. Veniamo da anni di conflitti laceranti, di erosione continua della legalità, di degrado culturale, di corruzione del linguaggio e dei comportamenti politici. Tutto questo non nasce dagli umori o dalle cattive propensioni delle persone, mali ai quali si potrebbe porre rimedio con inviti a rinsavire. Nasce da errori istituzionali gravi, che bisogna cominciare ad ammettere, invece di continuare ad adorare idoli che impediscono la percezione della realtà.

Senza questa consapevolezza non si andrà lontano. Vi è un problema di cultura politica che non può essere risolto con qualche prova di disgelo dei rapporti tra i due schieramenti. Istituzioni più solide per il domani possono venire solo da una consapevolezza critica di quel che è avvenuto, da un riconoscimento dell´insuccesso della Seconda Repubblica, che non nasce tanto da un difetto di decisione, ma da una perdita di democrazia. L’introduzione di ulteriori distorsioni del sistema democratico attraverso la riforma elettorale darebbe l’illusione di una soluzione e preparerebbe, invece, tempi ancora più difficili. La scoperta tardiva del sistema tedesco, sdegnosamente rifiutato agli inizi degli anni ‘90, è la prova evidente dei limiti della passata stagione istituzionale e, purtroppo, del tempo colpevolmente perduto.

La questione della cultura politica necessaria per sostenere anche una nuova fase istituzionale, quindi, non può essere chiusa nel gioco dei meccanismi elettorali. Deve essere affrontata non solo uscendo dalla spirale televisiva, ma ricostruendo strumenti di conoscenza e di comprensione di una realtà che ha la sua sostanza non nei battibecchi tra veri o presunti leader, ma nella durezza di una situazione che conosce infiniti guasti sociali e politici, rivelati impietosamente da fatti come la strage di Torino.

Di fronte a ciò è lecito dubitare dell’utilità della scrittura di nuovi "manifesti dei valori", annunciati da varie parti, che difficilmente potranno riscattarsi dalla mediocrità dell’oggi ed essere qualcosa di più di un acrobatico compromesso tra posizioni diverse. Serve piuttosto una linea di riflessione costituzionale, che prenda sul serio una serie di testi non da scrivere, ma già esistenti, dalla Costituzione italiana del 1948 alla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, dai documenti internazionali sulla bioetica a quelli sull’ambiente. Questa è la riflessione perduta in questi anni, causa non ultima degli abissi in cui siamo precipitati.

Per capire cos’è stata la politica ai tempi di Berlusconi un saggio serve meno di una telefonata di sette minuti fra il "Presidente" e "Agostino" che chiunque può scaricare dal sito di Repubblica e L’espressoAncora una volta un’intercettazione disvela per caso il vero volto del potere in Italia. Ancora una volta gli intercettati, Berlusconi in testa, reagiscono lamentando la violazione della privacy, senza mai entrare nel merito dei contenuti. Devastanti.

Andiamo alla scena. Protagonisti il presidente, naturalmente Berlusconi, e Agostino Saccà, direttore della fiction Rai, l’uomo più potente della prima azienda culturale italiana, in teoria il capo della concorrenza a Mediaset. I rapporti sono chiari dal "pronto". Saccà dà del "lei" a Berlusconi e lo chiama sempre "presidente". Berlusconi risponde con il "tu" a Saccà, lo chiama "Agostino" e lo tratta come i servi ai tempi di Swift.

Nei sette irresistibili minuti di conversazione, dai quali forse un giorno una Rai libera trarrà finalmente una bella fiction, si mescolano generi teatrali, perlopiù comici, e argomenti. Si parla di televisioni, attrici raccomandate e politica. Senza soluzione di continuità perché sono la stessa cosa.

"Agostino" declama dall’ingresso in scena la sua natura di servo contento. Batte le mani al padrone, che fa il ritroso, lo gratifica di «uomo più amato d’Italia» («lei colma un vuoto nel Paese, anche emotivamente»), usa il "noi" di parte per vantare la sua fedeltà. «Abbiamo mantenuto la maggioranza nel consiglio d’amministrazione Rai». Quindi, sempre in posizione genuflessa, il servo Agostino porta idealmente la bocca dalla scarpina rialzata del signore all’orecchio per sussurrargli i nomi dei traditori. Non quello «stronzo» di Urbani, come pensa il signore ma «i nostri alleati», An e Lega, «che hanno spaccato la maggioranza per un piatto di lenticchie». Lo implora di «richiamarli all’ordine».

Il Presidente prende nota e passa alle comande di giornata. Ha bisogno che vada avanti la fiction sul Barbarossa («Bossi mi fa una testa tanta...»). Il fido Agostino acconsente con entusiasmo, ma segnala che il regista Renzo Martinelli ha creato problemi vantandosi troppo con la Padania. Il Martinelli è uno di quegli intellettuali molto di sinistra con eccellenti rapporti a destra e con Mediaset, eppure sempre liberi e alternativi e «contro», checché ne dicano alcuni moralisti borghesi di merda. Nella sintesi di Saccà, a tratti acuta, «un vero cretino».

Comunque non c’è problema, assicura il boss Rai. La fiction s’ha da fare «perché poi Barbarossa è Barbarossa, Legnano è Legnano». Argomenti inoppugnabili. Senza contare l’autocitazione. Saccà è infatti il geniale inventore dello slogan «perché Sanremo è Sanremo». D’altra parte, insiste il servitore, il padrone è così modesto, così liberale, gli chiede sempre tanto poco che è un piacere contentarlo. «Per la verità, ogni tanto ti chiedo di donne», lo corregge Berlusconi, introducendo la seconda comanda. Si tratta di piazzare la solita Elena Russo e una certa Evelina Manna, per conto di un senatore della maggioranza di centrosinistra col quale Berlusconi tratta la caduta di Prodi. «Io la chiamo operazione libertà» chiarisce Berlusconi, che quando non racconta barzellette, rivela un involontario ma formidabile sense of humour.

Esaudito il terzo desiderio, il genio Saccà, invece di rientrare nella lampada, come nella tradizione, continua a profondersi in inchini e profferte di servigi. Tanto che perfino Berlusconi si stufa e lo liquida.

L’intercettazione è allegata all’inchiesta per cui Berlusconi è indagato con l’accusa di corruzione per la Rai e per il mercato dei voti, come ha rivelato Giuseppe D’Avanzo su Repubblica. In Italia, per effetto del combinato disposto di riforme di giustizia promosse da destra e da sinistra, si sa che i processi a imputati eccellenti finiscono tutti in prescrizione. In assenza di una verità processuale, le intercettazioni servono dunque nella pratica a farsi un’idea del Paese: e l’ascolto, fornisce anche un’idea sulle persone.

Il Paese degli Agostini e dei Berlusconi è una nazione dove la politica non governa nulla, tranne la televisione. Al singolare, perché la telefonata tra il leader della destra e Saccà rivela come il sistema berlusconiano sia una vera "struttura delta" che controlla l’universo Tv. Per necessità, il padrone della televisione è diventato il padrone della politica. Usa l’una per fare l’altra e viceversa. Ci sarebbe un sistema semplice per interrompere questa perenne fonte di corruzione. Prendere un canestro, ficcarvi dentro in bussolotti una ventina di leggi europee sui sistemi televisivi, quindi estrarne a sorte una. Questo sistema, che rispecchia più o meno la logica seguita per discutere la riforma elettorale, non è mai stato preso in considerazione. Per quanto la riforma televisiva figurasse nei programmi del centrosinistra, prima e seconda versione.

I leader del centrosinistra, comunque si chiamino, alla fine s’innamorano dell’idea di poter trattare con Berlusconi, portatore di un conflitto d’interessi così gigantesco e pervasivo, accordi istituzionali «nell’interesse della collettività». Ora, l’interesse di Berlusconi per la collettività è ben illustrato dal suo dialogo con il boss della tv pubblica. Non si tratta di demonizzare i patti fra destra e sinistra. Se per esempio la sinistra e una parte di destra si trovassero finalmente ad approvare una decente e sempre più urgente riforma della Rai e dei monopoli televisivi, saremmo in prima fila a festeggiare il valore «bipartisan» dell’accordo. Ma allora si rischierebbe davvero di voltar pagina, di cambiare una politica che così com’è farà schifo ma garantisce a tutti un posto al sole, una fiction, una quota raccomandati e fidanzati, il proprio Saccà pronto ad esaudire i desideri.

Ian Fisher, il corrispondente del New York Times autore dell'ormai famoso reportage sul malessere italiano pubblicato dal suo giornale il 13 dicembre e ripreso dai nostri nei giorni successivi, andrebbe onestamente ringraziato. Il suo ritratto, spietato e affettuoso, è veritiero e non fa che mettere in forma dati ben noti sulla paralisi sociale, economica e politica in cui l'Italia versa e che rimbalzano di bocca in bocca nelle nostre chiacchiere quotidiane. Ma si sa che l'effetto-specchio è un elemento importantissimo della comunicazione, nonché dei processi di identificazione e riconoscimento. Riflessa nello specchio autorevole del New York Times, l'Italia ha evidentemente preso una scossa: vedendosi nello sguardo altrui non può più fare finta di non vedersi, né di essere invisibile. Il declino, lo smarrimento, il tasso di felicità più basso d'Europa devono uscire allo scoperto, e i mezzi per contrastarli - se ci sono - anche. Di questo effetto di svelamento bisognerebbe perciò essere contenti. Ma i più, evidentemente, non lo sono e si difendono, dal Presidente della Repubblica - che è comprensibile, dato il ruolo - in giù. La gente comune probabilmente si difenderebbe meno avendo poco da perdere, ma non è la gente comune a essere interpellata bensì i politici e gli imprenditori (i secondi sovente più sinceri dei primi), che da perdere hanno qualcosa di più.

Del resto, una reazione difensiva, o una non-reazione, era scattata pochi giorni fa anche sull'ultimo Rapporto del Censis, che usava metafore più dure di quelle di Fisher, ma con quell'immagine della «mucillagine» sociale perveniva a una diagnosi molto simile sul mood depresso del paese. E reazioni scarse avevano ricevuto mesi fa diagnosi analoghe sulla malinconia del presente e la nostalgia di tempi migliori come quella di un significativo articolo di Berardo Bertolucci....La depressione è indicibile, o è un tabu per la politica, che non può né guardarla in faccia né farsene carico, pena la perdita della sua illusoria potenza? Colpisce, delle reazioni dei politici all'articolo del Nyt (ne ha già scritto sul manifesto di domenica Micaela Bongi), l'insistenza - evidentemente indotta anche dalla denuncia della «hyperpartisanship» fatta da Napolitano - sulla conflittualità politica come causa del malessere sociale, e sul dialogo fra parti avverse come ricetta per curarlo. Ma siamo sicuri? Fisher non ha scritto che quel 64% di italiani che non crede nella rappresentanza politica è avvilito per il conflitto fra centrodestra e centrosinistra: ha scritto di una più generale sfiducia verso la politica, facendola risalire alla non digerita fine della cosiddetta Prima Repubblica, a un sistema politico da allora in poi «errant», pieno di errori e sempre più logoro, nonché a una serie di fattori sociali che vanno dalla fine della famiglia tradizionale all'impoverimento da Euro all'esaurimento della vena creativa della cultura. In che senso il dialogo sulla legge elettorale fra Veltroni, Berlusconi, Fini, Casini e Bertinotti potrebbe lenire questi guai? Non si tratterebbe di fare una radiografia attendibile del paese e dei sentimenti che lo abitano, di inventarsi qualche correttivo più efficace e soprattutto di procedere a una autodiagnosi più veritiera dello stato di bassa credibilità in cui versa la politica?

Vittorio Zucconi ha scritto domenica su Repubblica che se Sparta piange Atene non ride: c'è anche la mucillagine americana, il Pil Usa rallenta, la borsa annaspa sotto la catastrofe dei mutui, il dollaro perde valore rispetto all'Euro, i poveri sono più che da noi, la Casa Bianca non brulica di idee nuove né il congresso di giovani promesse, due sole famiglie, i Clinton e i Bush, si alternano da lustri al vertice del potere e il 71% dei cittadini sentono che l'America è sulla strada sbagliata. Fisher dunque ha scritto anche lui sotto un effetto-specchio. Ma gli Usa sono un paese insabbiato in una guerra sbagliata da cui non trarrà alcun vantaggio; l'Italia no. E negli Usa, nessuno più di quindici anni fa ha dichiarato aperta una transizione verso le magnifiche sorti di una Seconda Repubblica mai nata. Ci sono illusioni che si pagano care. La crisi della crescita sarà pure imperiale, ma questo insabbiamento è tutto italiano.

Le bizzarrie d’Italia ci hanno abituato a molto, e di più. Alla stupefacente scena mancava il Berlusconi che denuncia la minaccia di un Grande Fratello così pericolosa da rendere necessario l’allarme per una «un’emergenza nazionale».

Al Cavaliere l’interpretazione spericolata della Vittima Unica riesce in modo memorabile. È un grande comunicatore, si sa. Lo accompagna una claque assordante di turiferi e flabellieri che eccepiscono, protestano, ringhiano a comando e cronacanti di attenzione cerimoniosa che hanno la generosa tendenza a nascondere o minimizzare ciò che accade a vantaggio di ciò che si dice (e naturalmente non c’è limite a quel che si può legittimamente dire, se non si tiene conto dei fatti). Quando la necessità lo impone, il lavoro incrociato di questa orchestra con coro, al servizio della Vittima Unica, produce un catalogo di verità rovesciate che confonde l’opinione pubblica; istupidisce gli avversari politici; lascia senza bussola anche gli osservatori più attenti e avvertiti.

C’è forse un Grande Fratello come va dicendo il Cavaliere, dunque? E se c’è, dov’è? Una memoria appena mediocre aiuta a venire a capo del quesito. Nei cinque anni del governo di Silvio Berlusconi, è nato all’ombra di Palazzo Chigi un intreccio spionistico illegale e clandestino che ha associato l’intelligence politico-militare di Nicolò Pollari, l’ufficio Informazioni della Guardia di Finanza del generale Roberto Speciale, la Security di Giuliano Tavaroli e alcune società di investigazioni private, pagate dagli azionisti della Telecom-Pirelli di Marco Tronchetti Provera. Questa cosa, che non si sa nemmeno come definire, ha spiato senza alcun controllo gli avversari politici del governo del Cavaliere, imprenditori, finanzieri, banchieri, magistrati, editori, giornali e giornalisti. Ha raccolto illegalmente migliaia di fascicoli con informazioni riservate violando al di là di ogni legge la privacy dei poveri malcapitati. Ha progettato operazioni per «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche» tutti coloro che erano - a torto o a ragione - «potenzialmente in grado di «creare problemi» all’attività dell’esecutivo di centrodestra». Ha ingaggiato contro la legge giornalisti spioni per affidare loro il pedinamento di qualche pubblico ministero che pericolosamente si stava avvicinando ai pasticci organizzati da Palazzo Chigi nella fantasmagorica "guerra al terrore" all’italiana. Per non parlare di Telekom Serbia, Mitrokhin e i falsi dossier contro Prodi. Alla luce di tutto quel che è accaduto nella scorsa legislatura, se si deve parlare di Grande Fratello, si può sostenere documenti alla mano che, è vero, il Grande Fratello ha fatto capolino in Italia negli anni in cui il Cavaliere governava il Paese.

Quel che è accaduto nel passato può, però, non aiutarci a capire l’oggi. C’è un Grande Fratello al lavoro in questi giorni? Un Grande Fratello uguale a quello della scorsa legislatura, ma contrario nei suoi obiettivi visto che ha nel mirino il povero Berlusconi? È frutto di quel lavoro storto l’inchiesta sulla corruzione dei dirigenti Rai e nel mercato della politica? Anche se l’orchestra con coro, al servizio della Vittima Unica, lo dimentica, l’istruttoria di Napoli ha il vantaggio di essere "formalizzata" dal codice di procedura penale. Può essere ricostruita negli atti e nelle decisioni, quando diventerà pubblica. Ci potranno lavorare gli avvocati delle difese, gli ispettori del ministero di Giustizia, il consiglio superiore della magistratura, le giunte parlamentari qualora dovessero essere chiamate ad autorizzare l’uso processuale di fonti di prova che coinvolgono eletti del popolo. Se qualcuno ha sbagliato, sarà punito. Nulla a che fare, per farla breve, con il lavoro sporco della cosa nata durante il governo Berlusconi, che spiava illegalmente - dunque, al di là di ogni formalità - e riferiva non si sa bene a chi e in quale Palazzo del Potere. E comunque non si può ridurre ogni controverso evento pubblico ad affare giudiziario, a meno di non voler davvero assegnare alla magistratura la custodia della salute pubblica. Anche una testa fina come Massimo Cacciari sembra non comprenderlo. Questa storia appare al filosofo soltanto «una cafonata», per di più una volgarità che «piace agli italiani», e allora che dobbiamo farci?

La stravagante furia inconoclastica del sindaco di Venezia dimentica una questione essenziale: che cosa sanno gli italiani del Cavaliere? È lecito o addirittura doveroso per l’informazione raccontare agli italiani qualcosa di Berlusconi? Se non conoscono Berlusconi, quella passione degli italiani la si può giudicare autentica, genuina, consapevole?

Noi pensiamo che la libertà di stampa debba avere la responsabilità di rendere informato chi vota e decide pubblicando notizie di interesse pubblico, anche coperte da segreto, perché la stampa serve i governati non i governanti. Le notizie pubblicate da Repubblica possono essere utili a comprendere meglio la realtà italiana e i comportamenti di un suo decisivo attore. Non spinge la sua curiosità nella privacy di Berlusconi. Dà conto di due questioni pubbliche. Berlusconi, tycoon televisivo, promette di ricompensare a tempo debito un alto dirigente della Rai pubblica. Come pensava di ricompensarlo? E lo avrebbe ricompensato soltanto per l’ingaggio di qualche attrice o questa promessa poteva, se necessario, ampliarsi e deformare in chiave privata altre decisioni pubbliche del dirigente Rai? Berlusconi, leader dell’opposizione, incontra un senatore della maggioranza per convincerlo a votare contro il governo che egli sostiene. Gli dice che l’accordo potrebbe essere «garantito» da «un contratto». Gli ripete che «il contratto è pronto e (il senatore) deve solo passare a firmarlo». Di quale «contratto» si tratta? Che cosa prevedeva il «contratto» approntato? Queste mosse - contratti, promesse di ricompense - non appaiono soltanto sconvenienti o «volgari». Sono iniziative che meritano dal protagonista un chiarimento e non il petulante piagnisteo da Vittima Unica che si nasconde nella nebbia di un grottesco complotto contro le riforme. Noi pensiamo che, al di là di quel potrà e non potrà accertare la magistratura, le due questioni meritino da oggi una spiegazione pubblica. Anche nell’interesse di chi vuole votare consapevolmente Silvio Berlusconi.

Oggi, al Parlamento di Strasburgo, viene "riproclamata" la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. È un atto di grande valore politico e simbolico proprio perché non era formalmente necessario. La Carta, infatti, era già stata proclamata a Nizza nel 2000 e ad essa sarà attribuito domani valore giuridico vincolante con la firma a Lisbona del nuovo Trattato. Qual è, allora, la ragione che ha determinato questa iniziativa delle istituzioni europee?

Si vuole pubblicamente sottolineare che la nuova stagione dell’Unione non è tanto quella di un Trattato del quale la miopia politica di Stati e gruppi ha cercato di spegnere la forza costituzionale (complice una infelice stesura del testo originario). È l’"Europa dei diritti" che si manifesta davanti a se stessa e davanti al mondo, testimonianza della volontà di non rassegnarsi ad una progressiva riduzione a semplice area di libero scambio. È il ritorno dell’Europa come progetto, il recupero di quel suo "spirito originario" del quale ha parlato a Berlino Giorgio Napolitano nella sua lezione alla Università Humboldt. È l’avvio di un cammino, difficilissimo certo, ma che può mobilitare energie in questi anni indebolite.

Due conservatorismi sono stati sconfitti, quello giuridico e quello politico. Siamo di fronte al fallimento di una cultura giuridica, non soltanto italiana, che dal 2000 ad oggi, ricorrendo a vecchi e inadeguati strumenti, si è affannata nel tentativo di dimostrare che quella Carta era proprio carta straccia, un esercizio che non poteva produrre alcun frutto concreto, una dichiarazione senza radici e senza futuro. L’invenzione del nuovo turbava il tranquillo tran tran dei riferimenti abituali: com’era possibile una dichiarazione dei diritti senza Stato (s’era già detto, al tempo dell’euro, che non era possibile una moneta senza Stato)? Si pensava che la sfida dell’inedito potesse essere vinta rifugiandosi nel passato. Pochi videro che la Carta dei diritti era destinata comunque a lasciare subito un segno, che si era di fronte ad un vero Bill of Rights, destinato a cambiare il panorama istituzionale europeo.

Le cose sono andate proprio in questa direzione, e da sette anni molti giudici fondano le loro decisioni sulla Carta. Ora il cambiamento viene formalizzato, la Carta assume lo stesso valore giuridico dei trattati, anche se non ne fa parte. Ma questo non è un limite: negli Stati Uniti il Bill of Rights sta a sé. La Carta dei diritti fondamentali - non isolata, ma autonoma - individua le linee guida dell’azione dell’Unione, non più riducibili alla pura logica economica, ma fondate sui diritti delle persone. Qui è l’innovazione costituzionale. Il futuro dell’integrazione europea deve ora passare attraverso i diritti, non più attraverso un riferimento privilegiato al mercato.

V’è da augurarsi che questa nuova fase sia sostenuta da una adeguata cultura politica e istituzionale. È necessario non solo per poter cogliere in pieno tutte le opportunità offerte dalla Carta, ma per reagire in modo adeguato alle resistenze che si manifesteranno, alla mediocrità di visione evidente nel rifiuto di Gran Bretagna e Polonia di rendere applicabile la Carta nei loro paesi. È un triste segnale che viene soprattutto dagli inglesi, dal paese dell’habeas corpus (dunque della più antica fondazione dei diritti della persona), dell’invenzione del sindacato e del diritto di sciopero: quasi una secessione da se stesso, dalla propria cultura.

I casi inglese e polacco sono la residua testimonianza di un conservatorismo politico che proprio sul terreno dei diritti ha subito uno scacco, dopo aver cercato in questi anni di rallentare o bloccare le dinamiche impresse dalla Carta al processo europeo. Ora i provvedimenti dell’Unione dovranno essere valutati in primo luogo in base alla loro compatibilità con la Carta, che diviene riferimento essenziale e strumento di controllo delle attività delle istituzioni europee.

Ma è stato sconfitta pure la miopia politica di chi in essa aveva visto addirittura un mezzo per ribadire la pura logica liberista. Sfuggiva il fatto nuovo dell’unificazione dei diritti, che poneva i diritti sociali sullo stesso piano di quelli civili e politici. Sfuggiva il riferimento esplicito alla solidarietà come valore fondativo, assente nei trattati. Sfuggivano le parole del Preambolo - l’Unione "pone la persona al centro della sua azione" - e l’apertura affidata al principio di dignità, che hanno realizzato una vera "costituzionalizzazione" della persona. Indicazioni non sfuggite ai giudici che hanno utilizzato la Carta, nella quasi totalità dei casi per tutelare appunto diritti sociali. Ora è possibile abbandonare i pregiudizi, e guardare alla realtà della Carta ed ai valori forti indicati come titoli delle sue parti: dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia. Senza trionfalismi, perché le debolezze non mancano, ma facendo una scelta che è, insieme, politica e di civiltà: lavorare per valorizzarne tutta la forza innovativa e non per darne una lettura minimalista.

Poiché nel fluire degli avvenimenti si manifesta pure un’astuzia della storia, la rinnovata proclamazione di oggi cade in un momento che conosce la critica frontale rivolta da Ratzinger alle dichiarazioni dei diritti e la bega suscitata dall’emendamento al decreto sulla sicurezza che punisce le discriminazioni basate sulle tendenze sessuali. Da tempo i vertici della Chiesa hanno intrapreso una campagna assai determinata per sostituire ai valori costituzionali quelli propri della sua dottrina. È avvenuto con alcune prese di posizione della Conferenza episcopale che esplicitamente negavano principi fondamentali della Costituzione italiana. Benedetto XVI ha poi negato la legittimità stessa di norme internazionali a suo avviso espressive di "una concezione del diritto e della politica in cui il consenso tra gli Stati è ottenuto talvolta in funzione di interessi di corto respiro o manipolato da pressioni ideologiche", con un attacco diretto all’Onu. Ora, sull’onda delle polemiche suscitate dal voto su quell’emendamento, viene rifiutato il Trattato di Amsterdam, giudicato "pericoloso" perchè vieta appunto le discriminazioni basate sulle tendenze sessuali.

Che cosa si dirà della Carta dei diritti fondamentali, che non solo ribadisce all’articolo 21 quel divieto, ma nell’articolo 9 ha fatto cadere il riferimento alla diversità di sesso per quanto riguarda la costituzione di una famiglia? I critici sono privi di memoria e di senso delle istituzioni. Siamo di fronte a documenti internazionali sottoscritti dall’Italia e che, quindi, costituiscono un riferimento obbligato per le sue scelte istituzionali. E bisogna ricordare che Berlusconi, Casini, Buttiglione, Fini, Forza Italia e An, al Parlamento europeo e poi al Parlamento italiano, votarono a favore di quella Carta che contiene il riferimento alle tendenze sessuali, oggi ritenuto inaccettabile.

Proprio sul terreno dei diritti fondamentali, allora, dobbiamo aspettarci conflitti. Ma siamo davvero di fronte a qualcosa che non è negoziabile, al patrimonio rappresentato da un insieme di documenti che muove dall’Onu, passa dall’Unione europea, giunge alla nostra Costituzione. Sono i frutti della democrazia, non di manipolazioni, ai quali non si può sostituire alcun valore che nasca da una pretesa unilaterale, per quanto rispettabile possa essere considerata. L’avvento della Carta dei diritti fondamentali contribuisce così a porre una grande questione democratica, rispetto alla quale saranno giudicati partiti e forze politiche intenti a scrivere i loro nuovi manifesti e programmi.

Vale la pena di aggiungere che alla Carta dei diritti fondamentali si guarda con intensità crescente dai più diversi paesi, dove è stato colto il valore di questo "eccezionalismo" dell’Unione come l’area del mondo dove è più elevata la tutela dei diritti, dunque come un modello per chi crede che sia possibile una globalizzazione attraverso i diritti, e non solo attraverso i mercati. È significativo che persino il ministro degli Esteri inglese, riconoscendo che l’Europa non più aspirare al ruolo di superpotenza, abbia parlato di essa proprio come di una "potenza modello". Ora l’Unione deve tradurre in politiche concrete questa sua nuova, forte legittimazione.

Si può capire la passione che affligge le sinistre radicali, impegnate a governare con Prodi da un anno e mezzo. Dentro di sé sentono accumularsi delusione, scoraggiamento, e un senso d’inutilità che s’espande e le umilia. Fausto Bertinotti ha dato voce a questo stato d’animo nell’intervista a Massimo Giannini su la Repubblica del 4 dicembre, e per questo suo dire è stato criticato. Curando l’interesse d’un partito invece di stare sopra le parti come s’addice a chi presiede la Camera, ha dato ragione all’ultimo rapporto del Censis: il senso dello Stato e delle istituzioni si sta disfacendo in Italia, al suo posto abbiamo poltiglia, mucillagine, e i miasmi contaminano anche i politici. Ma questa sregolatezza istituzionale, questa temeraria decisione di esporsi come leader di Rifondazione anziché obbedire alla laica neutralità della funzione hanno una sostanza che non si può ignorare.

In ogni passione c’è un patire, e le sinistre radicali che da ieri sono riunite a Roma per creare il nuovo partito Sinistra-L’arcobaleno soffrono più di altri gli squarci inferti alla coalizione ogni giorno. Hanno l’impressione sempre più intensa di servire solo come numeri per fare maggioranza, e nessun individuo né gruppo può alla lunga credere in se stesso se viene adoperato come mezzo, peggio come numero. Hanno l’impressione di non contare affatto per quel che sono, che fanno. Hanno l’impressione che esista un estremismo del centro, nell’Unione, che è il vero affossatore di Prodi e che però viene lusingato. Ha cominciato il direttore di Liberazione Piero Sansonetti, l’1 novembre in un editoriale, a porre l’eretica domanda: «Perché restiamo in questo governo?». Sono tante le cose - e non solo l’equilibrio dei conti - che le sinistre radicali son chiamate ad accettare affinché il governo non perda Mastella o Di Pietro, Dini o la Binetti. Sono troppe, se si pensa che Veltroni, leader del Partito democratico, continua a tacere sulle alleanze future. Che il governo non ha neppure osato misure simboliche come i Dico o la chiusura della base a Vicenza. Che il Senato venerdì ha vacillato non a causa delle sinistre ma perché Paola Binetti s’è rifiutata di introdurre - nella legge sulla sicurezza - una normativa che penalizzi, come imposto dall’Unione europea, comportamenti razzisti e omofobi.

Dicono che la signora Binetti abbia opposto il suo No perché voleva testimoniare la propria fede. Perché non ha ammesso che la «sua coscienza venisse strangolata». Sono parole forti, rumorose, e imprecise. Opporsi a una norma che vieta la discriminazione dei diversi testimonia di che, sempre che il testimoniare cristiano abbia il senso classico? Accettarla, strangola in che modo una coscienza fedele a Gesù? Ci sono gesti centristi che a forza d’esagerare son divenuti banali, e accolti come un nobile credo che nessuno tuttavia discerne: anche quando nascondono opportunistiche manovre. Che questo indigni la sinistra radicale non sorprende. Indigna chiunque sappia che cos’è una coscienza strangolata e, nel cristianesimo, un testimone-martire.

C’è un passaggio nell’intervista di Bertinotti che chiarisce forse alcune cose. È quando dice che per far prosperare la sinistra radicale «devi vivere nello spazio grande e nel tempo lungo». Non ti puoi aggrappare a piccolezze, e se intuisci un incendio non puoi neppure rispettare le servitù della carica che ricopri. Lo spazio grande cui pensa Bertinotti è quello del mondo, del caos e delle giustizie che lo assediano. Ed è lo spazio dell’Europa, dove si sta rafforzando una sinistra refrattaria al declino dello Stato sociale.

È probabile, se si guarda a tali spazi e tempi, che il calcolo del presidente della Camera non sia vano. La sinistra in cui crede è data per agonizzante, ma nei paesi travagliati da mondializzazione e precariato non pare avere il futuro alle spalle: pare averlo davanti a sé. Il pessimismo sociale e esistenziale che spesso la caratterizza - sulle ingiustizie inflitte agli esclusi, sull’internazionalizzazione senza regole, sul clima (l’Italia è il quinto inquinatore mondiale, prima di Russia e Usa) - ha una nuova plausibilità. Questa sinistra sta crescendo in Germania, in Francia. Il nuovo partito fondato nel giugno scorso a Berlino (Die Linke, La Sinistra, fonde gli ex comunisti dell’Est e i dissidenti socialdemocratici di Oskar Lafontaine) sta raccogliendo inaspettati successi. È forza di governo a Schwerin, Magdeburg, Berlino. Ha avuto risultati eccellenti a Brema. Con il 20 per cento nei sondaggi, oggi è al terzo posto dopo democristiani e socialdemocratici.

Anche in Francia la sinistra radicale è in crescita, dopo la sconfitta di Ségolène Royal alle presidenziali. Olivier Besancenot, il giovane impiegato postale che guida la Lega comunista rivoluzionaria, progetta una fusione alla tedesca e 40 francesi su cento chiedono in un sondaggio che abbia «più influenza nella politica nazionale»: la stessa cifra di Ségolène.

Quel che unisce tali forze è la Questione Sociale, che sembrava un relitto dell’Ottocento-Novecento e invece fa di nuovo apparizione. Le sfide non sono quelle di ieri, i mezzi toccherà reinventarli, ma le iniquità non sono meno dolorose: lavoro precario, spese sanitarie esorbitanti per i deboli, impoverimento degli anziani, stragi di lavoratori in fabbriche obsolete come quella avvenuta a Torino, prezzi alimentari sempre più alti da quando Cina e India consumano di più, il clima distrugge sul nascere i raccolti, e l’energia si fa rara e costosa. Sono questioni sociali anche queste, sempre che si voglia guardare, dietro poltiglie e mucillagini, le persone come vivono e sperano.

Le sinistre radicali vedono tutto questo, ma senza lucidità su se stesse, sulla necessaria reinvenzione dei mezzi, perfino sui pericoli. Senza intuire che i nuovi dilemmi resteranno anche in Italia irrisolti, se non muteranno dottrine, metodi, e la memoria di quel che la sinistra estrema ha fatto nell’ultimo decennio. Essa ha di fronte a sé una conflittualità ravvivata, è vero, ma l’astrattezza con cui si ripromette di affrontarla ha qualcosa di profondamente autodistruttivo, di ancestralmente miserabilista. È astratto in primo luogo lo sguardo sulle alternative a Prodi: è per evitare l’errore compiuto nel ‘98 che Rifondazione ha deciso di andare al governo nel 2006, e quel che rischia è di ripetere la colpa e di offrire di nuovo l’Italia a Berlusconi. La Questione Sociale magari s’inasprirà: ma ne approfitteranno gli apparati della Cosa Rossa, almeno nell’immediato, non i cittadini. È astratto in secondo luogo perché molte delle cose chieste da questa sinistra sono solo in apparenza giuste: se i soldi vanno tutti a poche categorie molto garantite, nulla resterà per i veri poveri e emarginati. Lafontaine mente, quando proclama che la restaurazione tale e quale dello Stato sociale «è solo questione di buona volontà», e in Italia questo ormai lo si sa. Indagando sui conflitti francesi mi è stato detto che «la sinistra non ha futuro quando lo Stato non ha soldi», e una risposta a questa sfida ancora non esiste.

È infine astratto lo sguardo sulla propria pratica di governo: non è vero che le sinistre radicali non abbiano ottenuto nulla. Il poco ottenuto, esse hanno tendenza a non valutarlo, a non esserne mai fiere. Non rendono giustizia a se stesse, pensando che il non ottenuto pesi infinitamente di più. Il fatto è che non volevano solo il ritiro dall’Iraq, ma anche il rientro dall’Afghanistan e la chiusura della base di Vicenza. Non volevano solo l’inizio di ridistribuzione e le prime misure per i precari, che Prodi ha assicurato. Volevano tutto e subito, come d’altronde vogliono tutto e subito anche certi riformisti. Il popolo di sinistra non avrebbe strappato queste misure se al governo non avesse avuto propri rappresentanti. Ma poco importa: chi nell’azione è pessimista vede solo l’impopolarità, lo scacco. Non a caso Bertinotti tace i progressi, non dice che senza le sue truppe avremmo più razzismo e meno senso della misura con gli immigrati. Non dice che se mai vi sarà un'indagine parlamentare sulla «macelleria messicana» del G-8 di Genova, lo si dovrà alla presenza nel governo di Rifondazione e dei comunisti.

Ma soprattutto, Bertinotti e Sansonetti non dicono che il successo dei radicali di sinistra, in Germania e Francia, è dovuto al fatto che non governano, al loro essere tribuni che trascinano ma non possono fare vere promesse, perché promettere vuol dire agire, e agire si può solo assumendosi l’onere del governare. La sinistra alternativa in Italia non è l’ultima e la più sfortunata in Europa, ma la più coraggiosa e l’unica in grado di offrire risultati, sia pur parziali. In Germania la Linke sa che un giorno dovrà governare con la socialdemocrazia, pena la caduta nell'irrilevanza: è significativo che ne siano convinti soprattutto gli ex comunisti di Lothar Bisky, più che il socialdemocratico Lafontaine.

L’esperienza italiana oltre a esser unica è all’avanguardia in Europa. Per la prima volta una sinistra antagonista e marxista abbandona il pulpito del tribuno disinteressato ma irresponsabile. Non smette di dire che la lotta continua, e infatti continua. Guadagna un poco, non il tutto annunciato e promesso: solo un partito unico può il Tutto, malamente. Se apprezza la democrazia, essa dovrà puntare a coalizioni, a compromessi, a conversioni mentali e linguistiche non solo formali. Non potrà fare a meno di interiorizzare quel che Prodi ha detto il 6 dicembre: «Gli aggiustamenti e il risanamento sì, ma i miracoli non li so fare».

Sansonetti si pone la domanda fondamentale, per ogni individuo o politico: «Vale la pena sforzarsi, per fallire tante volte?». O più precisamente: «Cos’è che obbliga la sinistra a restare dentro un’alleanza che in nessun modo la rispetta, che cammina su una linea completamente diversa da quella tracciata nel programma di governo del 2006, che subisce i ricatti e i diktat delle sue componenti moderate - spesso più d’accordo con la Casa delle Libertà che con gli alleati di governo -, che la considera pura riserva di voti, ne offende spesso i principi fondamentali, ritiene di poterla tenere prigioniera sulla base di una equazione che viene ripetuta all’ossessione: se si scioglie questa maggioranza torna Berlusconi?».

Vale la pena? Sì, vale la pena, perché l’Italia senza il ministro per la Solidarietà sociale Ferrero o il ministro dei Trasporti Bianchi sarebbe diversa e peggiore. Vale la pena proprio se ci si muove «in uno spazio grande, con lo sguardo lungo», senza dipendere completamente dalla popolarità. È tremendo esser solo numeri, sfruttati e sprecati da centristi che si dicono riformatori e sono anch’essi attratti dal tutto o nulla. Ma provare conviene pur sempre, e non badare solo a salvare un apparato. Fernando Pessoa lo dice: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola».

Troppe competenze - Ogni ufficio verifica un pezzo, con il risultato che alla fine nessuno paga mai - La debolezza delle Rsu «Chi denuncia irregolarità rischia il licenziamento»

TORINO Un numero per comprendere il fenomeno: 774. Da gennaio a settembre in Italia, secondo l’Inail, poco meno di 800 persone sono morte sul lavoro. Perché? «Negli ultimi quindici anni è stato sistematicamente depotenziato il servizio pubblico di vigilanza e controllo della sicurezza sul lavoro» denuncia il segretario della Fiom, Giorgio Cremaschi. Che aggiunge: «In compenso si è costruito un gigantesco meccanismo burocratico attorno alla legge 626, quella che regola la sicurezza sul lavoro. Sulla carta siamo il Paese più sicuro del mondo. Invece è nato un business: corsi, imprese che offrono consulenza e servizi. E dell’organizzazione del lavoro nessuno si occupa: fa da sfondo a tutto questo gran bailamme».

Mille responsabili

Quante persone si occupano di sicurezza nelle aziende? L’ispettorato del lavoro, i tecnici delle Asl, i vigili del fuoco, la Finanza, addirittura la polizia mineraria. Una miriade. Come dire, nessuno. Ma ognuno con competenze diverse. «L’ispettorato si occupa solo della contrattualistica, del rispetto degli orari - spiega Mario Notaro, capo degli ispettori del ministro Damiano -. L’igiene e la sicurezza competono alle Asl. Ma non in tutti i settori. Per esempio a noi resta la titolarità sull’edilizia e sulle ferrovie». Perché? Mistero. Ma così salta il coordinamento. E così, mentre l’ispettorato del lavoro negli ultimi due anni ha aumentato il numero dei propri ispettori di 1400 unità arrivando a fare 200 mila verifiche l’anno, le Asl arrancano.

Il controllo impossibile

A Torino ci sono 30 ispettori per 68.000 aziende. Come dire: ognuno deve vigilare su 2266 aziende. Per controllarle almeno una volta all’anno dovrebbe visitarne 6 al giorno. Domeniche e festivi compresi. «In Italia in totale siamo 1950 per 5 milioni di aziende - dice Vincenzo Di Nucci, presidente dell’Aitep, i tecnici delle Asl -. In tutta la provincia di Messina c’è un solo ispettore. A Vibo Valentia: due. A Verona, polo del legname con 1250 imprese, cinque». Vuol dire che si entra in un’azienda ogni 33 anni. E secondo le camere di commercio la vita media di una ditta è tra i 12 e i 15 anni. «In questi ultimi sei mesi si è parlato molto di lavoro nero - dice Di Nucci -. È giusto, ma contro i morti sul lavoro ci vuole prevenzione».

Il superlavoro in fabbrica

E prevenire vuol dire anche limitare il numero di ore in reparto. «Picchi come quelli alla Thyssen sono un’anomalia assoluta - dice Notaro -. Mai visti in tutta la mia carriera». Succede quando si passa dai 380 dipendenti di giugno ai 200 di oggi sulla base di un accordo sindacale che parlava di un calo delle commesse che, evidentemente, non c’è stato. Risultato: più lavoro straordinario e aumento esponenziale del rischio per gli addetti alla linea. Si poteva evitare con un intervento dei sindacati?

Fragilità

Il leader nazionale della Cgil, Cremaschi, non ha dubbi: «Le rappresentanze sindacali interne alle fabbriche, ed elette dai lavoratori, sono fragili. Lo erano alla Thyssen, lo sono altrove. Se denunciano situazioni anomale, pagano in prima persona. Anche con la perdita del posto di lavoro». Possibile? La cronaca di questi ultimi anni è tempestata di episodi di questo tipo. Dicembre 2006: la MvAgusta di Varese licenzia in tronco un delegato delle Rsu. Motivo? Ha richiesto l’intervento dei tecnici dell’Asl per problemi nel reparto verniciatura. L’azienda ha ravvisato un tentativo di danneggiare l’immagine della società. E parlando di interruzione del rapporto di fiducia lo allontana.

Luglio 2005: sette operai e due delegati della Ilva di Taranto scioperano perché in reparto c’è una perdita d’acqua. Non è un problema da poco per chi ha a che fare con i metalli fusi. Specialmente se è ghisa. Se i due elementi entrano in contatto si generano esplosioni devastanti. In questa azienda, già famosa per gli infortuni, la scoperta di una perdita provoca la ribellione. Lavoro sospeso. Sciopero. Passano due giorni e nei confronti dei protagonisti scatta il licenziamento. «Avevano agito benissimo, avevano difeso la salute dei colleghi. Eppure ecco cos’è accaduto» dice Cremaschi. Che insiste sulla necessità di fermare il lavoro se non ci sono condizioni di sicurezza. Ma con i licenziamenti alla Ilva e alla Mv Agusta com’è finita? Tutti reintegrati, ma solo dopo una battaglia durata mesi.

Postilla

Sfruttamento straordinario del lavoro, smantellamento della pubblica amministrazione, privatizzazione della sicurezza e frammentazione dei controlli, primato della produttività a basso costo (per le imprese) su ogni altra esigenza, riduzione dei diritti dei lavoratori. Non sono questi i connotati del neoliberismo, ideologia dominante e prassi in espansione?

L'élite trascina in su la poltiglia di massa

Guglielmo Ragazzino

In pochissime pagine il Censis risponde alle domande fondamentali: chi siamo, donde veniamo, dove andremo (a finire). E' fantastico il modo per cui nel racconto tutto vada a posto. Oggi siamo divisi in due: quelli del «silenzioso boom» che sono anche cresciuti di numero e di forza, rispetto a ieri; e poi gli altri, «quelli dell'afflosciato pessimismo imperante» che, come vedremo tra un attimo, se la cavano anch'essi, con qualche accorgimento. In passato abbiamo ricevuto le spiegazioni necessarie per capire la nostra storia: nel 2003 il Censis ha fatto presente che «non c'erano ragioni per innamorarsi di un'ipotesi di declino e impoverimento». L'anno dopo ha rilevato che la «patrimonializzazione di massa», soprattutto immobiliare, era divenuta il motore del paese. Nel 2005 vi erano soprattutto «schegge di ripresa», poi confermate l'anno scorso, quando il «silenzioso boom» era guidato ormai essenzialmente da una minoranza industriale «orientata alla globalizzazione». E nel 2007? Oggi contribuiamo al mondo globale con un'offerta diretta alla «fascia altissima del mercato»; a fianco c'è una «strategia di nicchia» per le piccole imprese che lavorano su commessa; infine si assiste a una «ricollocazione in Italia di molte produzioni di alto brand».

Il futuro è di una economia reale, guidata da grandi protagonisti: che, non nominati, sono Fiat, super banche, Eni, Enel più qualche altro. C'è la «buona ripresa», pur turbata da qualche «nuvola nera» di carattere finanziario e dallo scontento dell'opinione pubblica, ma si fa trascinare in una sorta di neghittosità (parola che prestiamo al Censis per una prossima edizione del rapporto). «Tuttavia non è una snobistica sottovalutazione dei problemi finanziari dire che le preoccupazioni sorte negli ultimi mesi sono state via via ridotte e in parte superate».

La buona ripresa è però localizzata in aree del paese e non è generalizzata. Il sud è rimasto fuori e i salari sembrano bassi, anche se la retribuzione reale è poi un po' «diversa». In ogni caso i salari subiscono la strategia delle imprese vincenti: «Prezzi alti sull'esterno e costi bassi sull'interno». Dumping come se piovesse, insomma. Il mancato incremento salariale rende difficile la ripresa dei consumi; anche se il Censis ha notato un aumento dei consumi del 2% nella prima metà del 2007 che corrisponde «non alla trasposizione delle energie minoritarie in energie di massa», ma a una nuova «logica di consumo delle famiglie italiane».

Con il cambio della moneta, le famiglie hanno «vissuto una compressione durissima» e l'hanno contrastata con una «strategia intelligente»: il consumo ordinario è stato gestito con compere di merci scontate; il risparmio, usato nell'acquisto di beni durevoli «calibrando anche il credito al consumo» cioè pagando a rate anche il panettiere; dedicando il residuo «allo sfizio gastronomico o turistico o addirittura culturale». Tutto questo però, con l'aggiunta di una certa sfiducia nei «tesoretti» dispersi nella politica dal governo, invece di offrire una palestra di efficienza, ha ingenerato un inspiegabile pessimismo. Ne è risultata una realtà ambigua, un'inerte «antropologia senza storia, senza chiamata al futuro». Il fatto è che la maggioranza sfugge al sociologo; è ormai una «poltiglia di massa», un impasto di pulsioni, ua «progressiva esperienza del peggio», lo spegnimento di tutto quanto è "vitale"». E per parlare meno forbito, invece di «poltiglia» si dice «mucillagine», che è poi la parola forte del 41° Rapporto Censis. Seguono alcune pagine di grande trasporto emotivo. Ce n'è per tutti: «la passione si sfarina in pulsioni; il valore della parola si grattugia in parole tanto eccitate ed ebbre quanto prive di contenuto e di messaggio».

Ogni piccola frase ha però un obiettivo, spesso a noi sconosciuto, ma che si riconoscerà nell'invettiva . «... La religione diventa religiosità individuale e di gruppo; la libertà diventa imperfetto possesso del sé; il popolo diventa moltitudine di massa (questa l'abbiamo capita, ndr.)» Ma la poltiglia di massa può essere rimessa in movimento. Il Rapporto pensa a un certo numero di imprenditori schumpeteriani: «sono proprio lo spirito di avventura e il largo spettro di relazioni che hanno fatto grandi, anche nell'immaginario collettivo, i protagonisti più noti della recente minoranza vitale, siano essi fabbricanti di auto, pellami, vestiario o denaro». E con un sperticato elogio delle «minoranze» industriali, il Censis affida ai pochi Montezuma capaci, il compito di guidare il paese. L'ultima minoranza è quella che sceglie «l'appartenenza a strutture collettive (gruppi, movimenti, associazioni, sindacati, ecc. come forma di nuova coesione sociale e di ricerca di senso della vita». Tanto per prendere le distanze dai grandi partiti, condannati perché, ahimé loro, «non hanno forza di mordente unitario».

Master necessari e costosi, carta stampata in ripresa

Più media E più utenti. Si leggono più libri e giornali, si frequenta di più la Rete

i.d.

La scelta di elevare a dieci anni il percorso dell'istruzione obbligatoria, scrive il RApporto Censis, è coerente sia con lo scenario europeo sia con i desideri e le scelte della popolazione studentesca e delle famiglie. Più del 90% degli studenti italiani, finita la scuola media, si iscrive di buon grado alle superiori, ma i più lamentano attività di orientamento troppo generiche e inefficaci. Buone notizie dal mondo della scuola per quello che riguarda la presenza di studenti stranieri, che sono oggi più di mezzo milione (il 5,6% sul totale), con un tasso di crescita che oscilla fra il 12,8% della scuola elementare e il 23,8 delle superiori; gli studenti stranieri vorrebbero però maggiore supporto da parte di mediatori culturali, esperti e istituzioni locali e nazionali. Per quanto riguarda l'università, lo schema 3+2 Berlinguer-Moratti è ormai diventato saldamente 3+2+2: dopo la laurea triennale si passa alla specialistica e dopo la specialistica si pensa sia utile frequentare un master nel 61% dei casi. I master costano: una media di 5.400 euro all'anno, ma la qualità non ne consegue. L'Erasmus è nei desideri di tutti o quasi (92%) gli studenti italiani. All'interno del territorio nazionale, la mobilità continua a essere prevalentemente da sud a nord. La spesa media di uno studente fuori sede si aggira sui 1100 eiuro al mese.

Buone notizie dal RApporto Censis anche in materia di fruizione dei mass media. IN controtendenza rispetto alle analisi più accreditate sulla crisi della carta stampata, il RApporto sostiene che il pubblico dei giornali aumenta: il 79,1% della popolazione èè entrato in contatto con un quotidiano nel 2007. Su questa cifra incide sia la free press sia i quotidiani on-line, ma l'84% dei lettori sceglie i quotidiani tradizionali (il doppio degli utenti della free press e il quadruplo dei frequentatori dei siti on line). La tv continua a menare la danza nell'utenza multimediale. La tv tradizionale è il mezzo più usato (92%) , la tv satellitare raggiunge il 27% degli italiani e la tv digitale il 13,4. Secondo il RApporto, la qualità televisiva è sempre più bassa nell'utenza «feriale» (quiz, fiction, reality), ed emigra verso le tv a pagamento. Morale: dal «di tutto di più» della tv generalista bisognerebbe passare al «di meglio ai più» nel contesta della rivoluzione digitale.L'integrazione di diversi media non ne premia uno a scapito degli altri, ma aumenta la platea complessiva degli utenti. E' così che perfino il consumo di libri, tradizionalmente uno degli indicatori più bassi e disperanti dela società italiana, sembra crescere: sono il 59,4% gli italiani che nel 2007 hanno letto almeno un libro e il 52,9 quelli che ne hanno letti addirittura tre. Il pubblico televisivo aumenta a sua volta, anche se di poco. La radio vive una seconda giovinezza, rivelandosi il medium più flessibile di tutti e più adatto a fare da sfondo all'uso di computer, cellulari, mp3. Gli utenti del Web sono arrivati al 45,3% della popolazione, con un boom della banda larga.

Il lavoro en general sotto la mucillaggine

Benedetto Vecchi

Al Censis non manca certo il gusto per le ellissi, i giochi di parole, le immagini fantasiose sulla società italiana, a partire dalle capriole che la comunità di produttori raccolti attorno alla piccola impresa compie per garantirsi quel ruolo, misconosciuto, di locomotiva dell'economia italiana. È infatti attorno alle gesta di quell'esercito operoso di vecchi e nuovi artigiani, di «fabbrichette» che il Censis costruisce l'annuale rapporto sulla società italiana. Quest'anno è la volta della mucillagine, l'immagine scelta per sintetizzare le tendenze in atto nella società italiana. Una sintesi, tuttavia, che privilegia una lettura organicistica della società italiana che non aiuta certo a fare chiarezza.

Dunque un'Italia melmosa, segnata da impoverimento che si riproduce, diffondendosi, mantenendo intatte le caratteristiche: laboriosità, una certa capacità di muoversi agilmente sul mercato mondiale, disinteresse, se non ostilità per come viene gestita la cosa pubblica. Eppure dietro ogni capitolo che compone il quarantunesimo rapporto sulla situazione sociale del paese fa capolino una griglia analitica in auge al tramonto del decennio reaganiano. Si tratta di quelle analisi sugli Stati Uniti dove la crescita delle diseguaglianze sociali ha prodotto l'underclass, cioè quei lavoratori poveri erranti per il paese che sembrano emergere da un'altra era, quella descritta da John Steinbeck in Furore.

Donne e uomini che lavoravano sì, ma con salari al di sotto della soglia di povertà. Donne e uomini indebitati con le banche, perché incapaci di pagare i mutui delle case faticosamente acquistate. Donne e uomini che mettono in atto strategie di «finanza creativa» per far fronte alla perdita del potere di acquisto del proprio salario. Infine, donne e uomini che reagiscono alla galoppante globalizzazione rifugiandosi nel culto del locale. Descrizione spietata di una classe operaia impoverita, colpita al cuore dal capitalismo neoliberista. Ci vorranno altri dieci anni affinché il giovane clarinettista di Little Rock Bill Clinton riesca a infondere un po' di fiducia, senza però mai riuscire a far uscire la working class dalla povertà in cui l'ha cacciata Ronald Reagan.

Ma se al posto della classe operaia e della forma stato statunitense mettete il ceto medio tanto caro al Censis e il sistema politico e finanziario italiano il risultato non cambia. Impoverimento, indebitamento, strategie di fronteggiamento della perdita di status. Il vero nodo da sciogliere, ma che il Censis preferisce lasciare aggrovigliato, sono le condizioni materiali del lavoro en general.

La mucillaggine che cresce a dismisura, che copre come una melma in attesa di chissà quale nuovo boom economico è infatti il lavoro senza aggettivi. Metalmeccanici, colletti bianchi, lavoratori della conoscenza a tempo indeterminato o precari sono tutti colpiti dalle politiche neoliberiste del passato governo e dalla crisi di quel «capitalismo molecolare» talvolta guardato con ammirazione dal Censis. Un tendenza che non sarà certo ribaltata dal liberismo compassionevole che domina l'attuale politica economica del governo di Romano Prodi.

Qui l'editoriale di Ida Dominijanni

ROMA - Tutte le carte di Bettino Craxi - 400 mila tra lettere, discorsi, appunti e documenti vari - saranno consultabili da oggi su Internet, grazie a un accordo tra la Fondazione Bettino Craxi e il Senato della Repubblica, che ha finanziato l’imponente lavoro di catalogazione, digitalizzazione e messa online. «Non è stato facile» spiega Stefania Craxi, che per assumere la presidenza della Fondazione ha rinunciato anche alla sua attività di produttrice tv. «Il fatto è che mio padre non teneva un archivio. Non conservava nemmeno le copie delle lettere che scriveva, quasi sempre a mano. Aggiungete che l’archivio del Psi è stato interamente distrutto, compresi i verbali delle riunioni della Direzione, e capirete quanto è stato complicato rimettere insieme le tracce di quarant’anni di vita politica».

Oggi negli scaffali della Fondazione sono catalogati - accanto a 10 mila fotografie ancora da riordinare e a 4000 ore di riprese televisive già condensate in 460 titoli - 285 faldoni zeppi di documenti, con 16 mila schede descrittive. E’ il frutto di due anni di lavoro di un gruppo di archivisti della società "Memoria", coordinati da Leonardo Musci. Quasi tutto il materiale che Craxi aveva voluto con sé in Tunisia è stato riportato in Italia dalla direttrice della Fondazione, la professoressa Giuliana Volpi: «Ci sono volute 18 valigie e quattro viaggi», ricorda.

A quelle carte si sono poi aggiunti documenti donati da amici e compagni che avevano conservato gelosamente una lettera, un biglietto o un telegramma firmato "Bettino", fino a comporre un archivio on line che sarà consultabile, da oggi, sul sito del Senato (www. senato. it).

Il materiale è stato suddiviso in quattro sezioni: attività di partito, attività istituzionale, attività 1994-2000, carte personali. Non risultano consultabili, perché la legge lo vieta, gli atti riservati di Craxi come presidente del Consiglio (1983-1987). Altri documenti sono stati poi esclusi dalla consultazione pubblica dalla stessa Fondazione.

La consegna ufficiale dell’archivio elettronico avverrà questo pomeriggio, nella sala Zuccari, alla presenza del presidente del Senato, Franco Marini.

TRA I 400 mila fogli, lettere, discorsi, biglietti, appunti e telegrammi che ora riempiono la stanza accanto, Stefania Craxi ne ha scelto uno, che ora è appeso alle sue spalle. E’ probabilmente l’ultimo scritto di suo padre Bettino - che lei non chiama mai “papà”, ma sempre “Craxi” - e fu trovato sulla scrivania di Hammamet il 19 gennaio 2000, il giorno della sua morte. E’ un semplice foglio di bloc notes, con le righe celesti solcate dalla grafia ancora forte e decisa di un uomo forse già morente: “In questo processo, in questa trama di odio e di menzogne, devo sacrificare la mia vita per le mie idee. La sacrifico volentieri. Dopo quello che avete fatto alle mie idee la mia vita non ha più valore. Sono certo che la storia condannerà i miei assassini. Solo una cosa mi ripugnerebbe: essere riabilitato da coloro che mi uccideranno”.

Ma neanche Stefania, che ha scelto in un minuto il documento da incorniciare, sa esattamente tutto quello che c’è in quei 285 faldoni nei quali è sigillata la storia di suo padre, o meglio le tracce cartacee e visuali che ne sono rimaste. Forse, per dire, non sa neanche che nello scatolone della corrispondenza personale, tra le lettere di Yasser Arafat e i biglietti di Mitterrand, c’è una lettera firmata Silvio Berlusconi.

Una lettera breve, di una paginetta, ma scritta di suo pugno alla fine di ottobre del 1984. Una testimonianza importante, perché è il tassello mancante di una vicenda decisiva, nella storia della televisione italiana: il decreto Berlusconi. Era successo che il 16 ottobre tre pretori - a Roma, Torino e Pescara - avevano ordinato l’oscuramento di Canale 5, Retequattro, Italia Uno e altri due network perché trasmettevano in diretta su tutto il territorio nazionale, nonostante il divieto allora imposto dalla legge. Berlusconi guidò ovviamente la protesta, parlò di “sconcerto, amarezza e ribellione”, ma dovette tenere spente per quattro giorni le sue tv.

Finché, la mattina del 20 ottobre, il Consiglio dei ministri - convocato d’urgenza da Craxi - varò un decreto-legge che sanava immediatamente la situazione e concedeva un anno di tempo alle tv. Tutti pensarono, molti dissero e qualcuno scrisse che il capo del governo aveva voluto dare una mano al suo amico Silvio. Nessuno però poté dimostrarlo. Ebbene, la lettera di Berlusconi è la conferma che mancava.

“Caro Bettino - scrive il Cavaliere - grazie di cuore per quello che hai fatto. So che non è stato facile e che hai dovuto mettere sul tavolo la tua credibilità e la tua autorità. Spero di avere il modo di contraccambiarti. Ho creduto giusto non inserire un riferimento esplicito al tuo nome nei titoli-tv prima della ripresa per non esporti oltre misura. Troveremo insieme al più presto il modo di fare qualcosa di meglio. Ancora grazie, dal profondo del cuore. Con amicizia, tuo Silvio”.

Le lettere di Craxi sono una netta minoranza, nel mare magnum della corrispondenza catalogata, perché il leader socialista scriveva spesso a mano e non conservava una copia delle missive che spediva. Tra le poche di cui è rimasta traccia, ce n’è una scritta a un compagno socialista con il quale lui ebbe rapporti altalenanti: Sandro Pertini.

Maggio 1984: Pertini è al Quirinale, Craxi a Palazzo Chigi. Ma è una lettera privata, da compagno a compagno, quella che Bettino scrive. “Caro Sandro, anche il presidente della Repubblica consentirà al segretario dei socialisti italiani di essere franco. Dopo la campagna di aggressione polemica ripresa dai comunisti contro i socialisti da quando ho l’onore di guidare il governo della Repubblica, penso che se tu ti fossi trovato tra i delegati socialisti del congresso di Verona, ti saresti unito alla loro legittima protesta con lo stesso orgoglio e la stessa energia con la quale sempre i socialisti riformisti hanno dovuto difendere il socialismo ogni qualvolta esplodeva il settarismo dei comunisti. Un abbraccio fraterno, tuo Bettino”.

Cos’era successo? Al congresso socialista di Verona la platea aveva rumorosamente fischiato Enrico Berlinguer, capo della delegazione del Pci. “Io non posso unirmi a questi fischi solo perché non so fischiare” aveva commentato Craxi dal palco. Una frase che non era piaciuta affatto a Pertini (come lo stesso presidente si era premurato di far sapere al leader socialista, con una secca telefonata) e della quale lo stesso Craxi si sarebbe poi amaramente pentito, un mese dopo, al momento della morte di Berlinguer.

Uno sprazzo di luce su una vicenda ancora oggi più ricca di ombre che di luci arriva invece da una lettera che Giuliano Amato scrive a Craxi il 9 febbraio 1993. La data è importante. Lo scandalo di Tangentopoli è al culmine della sua deflagrazione: da 24 ore Silvano Larini viene interrogato dal pool di Mani Pulite, e sta raccontando di un conto “Protezione” su cui Licio Gelli ha versato sette milioni di dollari al Psi. Craxi è già stato raggiunto da un avviso di garanzia e tre giorni dopo si dimetterà da segretario. Martelli darà le dimissioni entro poche ore.

In questo clima infuocato Amato, presidente del Consiglio, scrive a Craxi una lettera di suo pugno - su carta intestata di Palazzo Chigi, ma non protocollata e dunque non classificata - che sembra avere un solo obiettivo: rassicurarlo sui suoi guai giudiziari. “Caro Segretario, prendo a calci i primi mattoni di un muro di silenzio che non vorrei calasse fra noi. E vorrei chiederti invece di avere fiducia in quel che io sto cercando di fare. Occorre certo che passi qualche giorno, che la situazione delle imprese, e non solo della politica, appaia (come del resto già è) insostenibile. E’ inoltre realisticamente utile che la macchia d’olio si allarghi. Neppure a quel punto credo che sarà possibile estinguere reati di codice. Ma credo che l’estensione per essi dei patteggiamenti e delle sospensioni condizionali sia una strada percorribile. Sto conquistando su questo preziosi consensi. E ritengo che si ottengano così procedure non massacranti, che evitano la pubblicità devastante dei dibattimenti e forniscono possibilità di uscita (...). Claudio mi pare ormai in pericolo. Apprendo che, se ci fosse un riscontro a ciò che ha detto Larini, già sarebbe partito un avviso per concorso in bancarotta fraudolenta. Io sono qua. E continuo ad esserti grato ed amico. Giuliano”.

Il giorno dopo, al Senato, Amato dirà che “la questione morale è diventata, di prepotenza, prioritaria”. E tre settimane più tardi, il 5 marzo, il suo governo varerà quello che passerà alla storia come il “decreto salva-ladri”: depenalizzazione per il finanziamento illecito dei partiti ed estensione del patteggiamento ai reati di concussione e corruzione. Decreto che sarà precipitosamente ritirato dopo la clamorosa protesta in tv del pool milanese.

Alcuni dossier sono riservati a politici e giornalisti. Uno è dedicato a Cesare Merzagora. Un altro è intitolato “Eugenio Scalfari” e contiene cento documenti catalogati, tra i quali gli articoli dattiloscritti (consegnati dunque a Craxi prima della pubblicazione) di un’inchiesta dell’“Europeo”, cinque puntate al vetriolo sul fondatore di “Repubblica”.

Nomi invece ce ne sono tanti. Cossiga scrive più di tutti: lettere, biglietti, telegrammi. Una lettera dal Quirinale sembra scritta alla vigilia delle dimissioni: “Caro Bettino, non ho potuto seguire, in coscienza, il tuo consiglio di “restare”. Ma ho gettato piuttosto un ponte con quel galantuomo che è Oscar Luigi Scalfaro...”. Roberto Benigni nel 1991 gli manda da Porto Cesareo (Lecce) una cartolina con uno scoglio scritta nel suo stile: “Bettino, e a stare zitti ho già detto tutto. Ti saluto”.

Nel 1986 Leonardo Sciascia gli scrive: “Ho votato per il Psi e per il giovane Musotto. Già da anni io voto come se ci fosse il sistema uninominale (che bisognerebbe ripristinare). Ma non è questo il punto: è che la campagna elettorale del Psi in Sicilia mi pare sia partita sul piede sbagliato: quando si vuole rinnovare, e si vuole rinnovamento, bisogna che siano nuovi gli uomini che si propongono. Questa è la terra in cui l’esperienza della storia si è coagulata nella sentenza che “‘ncapu a lu re c’è lu vicirè”, al di sopra del re c’è il vicerè...”.

Una delle ultime lettere, dell’estate 1999, è per Giovanni Paolo II: “Santo Padre, don Verzè mi porta il Suo messaggio augurale. Grazie. L’unica grande fiducia è in Lei. Offro le mie sofferenze per il mio paese e per le intenzioni di Vostra Santità. B. Craxi”.

Dall’ordinanza contro i lavavetri del sindaco di Firenze, all’ordinanza antisbandati del sindaco di Cittadella, il passo era purtroppo fatale e prevedibile. Non poteva bastare a impedirlo, nei due mesi che le separano, il decreto governativo che autorizza i prefetti a espellere gli immigrati di riconosciuta pericolosità sociale. un rom. Siccome poi gli effettivi accompagnamenti alla frontiera si contano nell’ordine delle centinaia e non delle migliaia, com’era inevitabile a meno di organizzare incivili deportazioni di massa, l’allarme sociale ne risulta enfatizzato a prescindere dalle statistiche sulla criminalità straniera.

Così ora tocca fare i conti con il movimentismo di decine di sindaci del lombardo-veneto, scatenati nella gara a chi s’inventa il provvedimento più spettacolare contro gli stranieri. Ha un sapore antico il loro prodigarsi nella costruzione di una solida diga della rispettabilità, tale da separare i cives dagli infames. Da una parte il popolo titolare della dignità civica, dall’altra gli estranei che la insidiano. Adopero non a caso il linguaggio del diritto medievale riproposto dallo storico Giacomo Todeschini in un libro dai richiami purtroppo attuali: "Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all’età moderna" (Il Mulino).

Ha fatto scuola Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella, con l’ordinanza che prescrive un reddito minimo di residenza. Vale la pena di ricordarne i termini: iscrizione all’anagrafe comunale vietata per chi non dimostri un’entrata minima di cinquemila euro l’anno; obbligo di esibire un’assicurazione sanitaria; sopralluogo dei vigili per verificare che l’abitazione sia decorosa; creazione di un’apposita commissione municipale per ravvisare eventuali sospetti di pericolosità sociale.

Quando poi la Procura della repubblica di Padova ha avviato un’indagine per verificare che non sussista un’usurpazione di funzioni competenti ad altri organi dello Stato - come il prefetto o il questore - è scattata la solidarietà degli altri primi cittadini: "10, 100, 1000… Bitonci", si leggeva sullo striscione esibito domenica 25 novembre nella piazza di Cittadella. E già quaranta sindaci veneti hanno seguito l’esempio di Bitonci, appigliandosi alla direttiva 38 dell’Unione europea segnalata sui giornali italiani dal commissario Franco Frattini con un’enfasi distorsiva tale che gli è valsa, il 15 novembre scorso, una mozione di censura del Parlamento di Strasburgo. Tale direttiva afferma, all’articolo 7, che il diritto di soggiornare per un periodo superiore a tre mesi nel territorio di un altro Stato membro è previsto a condizione di disporre "di risorse economiche sufficienti". Può bastare tale richiamo a cancellare un diritto fondamentale come la libera circolazione dei cittadini dell’Ue? Il diritto può essere limitato sulla base del censo?

Sono domande che appaiono oziose ai sindaci di centrodestra del lombardo-veneto. E poco importa loro che Gianantonio Stella segnali come un’ordinanza stile Bitonci avrebbe impedito lo sbarco in America di centinaia di migliaia di poveri emigranti dalle tre Venezie.

Scatta infatti tra i loro concittadini impauriti un paradossale rovesciamento di ruoli che Julia Kristeva descrive efficacemente a partire dall’antica dialettica fra lo schiavo e il padrone. Benché l’immigrato sia povero e giunga fra noi sospinto dal bisogno –disponibile a farsi carico di attività subalterne e mal retribuite - è pur sempre il vecchio abitante di quel territorio a sentirsi indebolito dal suo arrivo. Ha bisogno della manodopera immigrata, ma nello stesso tempo prova il rimpianto sintetizzato nello slogan leghista: non mi sento più padrone in casa mia. Spiega la Kristeva che quel "sentirsi stranieri" nella relazione col nuovo venuto "fa sorgere nell’indigeno soprattutto un sospetto: sono veramente a casa mia? sono proprio me stesso? non sono forse loro padroni dell’avvenire?".

Risultato: "Il ‘padrone’ si trasforma così in schiavo che caccia il suo conquistatore". Fa impressione rileggere in questa luce l’esortazione scritta sabato scorso dal sindaco di Montegrotto Terme, rinomata e prospera località del turismo sanitario, sui display municipali: "Cittadini, emigrate! Vivrete meglio da immigrati in un’altra nazione che da cittadini nel vostro paese". Un invito che ovviamente nessun montegrottese raccoglierà, ma che alimenta la percezione di un’Italia troppo generosa con gli stranieri. Poco importa che si tratti di un rovesciamento della realtà, visti i nostri clamorosi ritardi nell’integrazione dignitosa e nel riconoscimento di cittadinanza agli immigrati che lavorano fra noi da molti anni.

Così l’offensiva antistranieri scatenata dai sindaci non si limita a individuare i clandestini come bersaglio. E’ il caso del primo cittadino di Caravaggio che d’ora in poi rifiuterà di officiare matrimoni in assenza di permesso di soggiorno, benché la normativa vigente lo consenta per favorire le regolarizzazioni e combattere la clandestinità. Certo, vi sono nazioni che hanno saputo trasformare anche l’immigrazione illegale in motore della crescita economica. Come gli Stati Uniti, che erigono una forte barriera all’ingresso. Ma, una volta che il clandestino sia riuscito ad aggirarla, gli viene consentito di conseguire la patente di guida e alcune banche gli forniscono pure speciali carte di credito.

La sindrome da invasione, alimentata dagli imprenditori politici della paura, da noi si manifesta viceversa in vero e proprio accanimento nei confronti degli stessi stranieri regolarizzati. Retrocessi nelle graduatorie per le case popolari, là dove la Lega è al governo della regione. Discriminati nei giorni scorsi a Romano d’Ezzelino (Vicenza) nell’assegnazione dei bonus istruzione, quand’anche risultassero meritevoli, dopo che già gli erano negati gli assegni per i nuovi nati: bell’incoraggiamento all’integrazione!

La rivendicazione identitaria si manifesta –in mancanza di meglio- escogitando rituali patriottici, padani o tricolori. Come a Loria, nel trevigiano, dove il sindaco farà cantare l’inno di Mameli prima delle sedute del consiglio comunale.

E’ un progetto culturale che, combinandosi con la selezione sulla base del censo e con la discriminazione nazionale, mira a ristabilire nei confronti degli immigrati una sorta di gerarchia etnica. Prospettando loro un futuro circoscritto nella condizione dei paria. Ospiti forse necessari, ma ingrati. Costretti a sentirsi sempre provvisori. Minacciati di espulsione. Minoranza ghettizzata, indegna di contrarre matrimonio con i nativi: il sindaco di Morazzone (Varese) ha deciso due mesi fa di segnalare alla polizia tutte le pubblicazioni di nozze fra italiani e stranieri.

Rassicurati dalla constatazione che in Italia i partiti xenofobi hanno raccolto finora consensi inferiori ad altri paesi europei, forse ci siamo lasciati cullare dall’illusione. La politica si è accontentata di inseguire le paure dei cittadini con sgomberi e retate scarsamente efficaci. E ha derogato invece a uno dei suoi compiti fondamentali: affermare i valori di civiltà e le regole inderogabili della convivenza anche di fronte alle circostanze più drammatiche. Col risultato che la deriva razzista ha tracimato dalle pagine dei giornali ai provvedimenti discriminatori degli amministratori, tra gli applausi di una cittadinanza esacerbata.

Il governo di centrosinistra rischia di pagare a caro prezzo la titubanza rivelata in questa battaglia culturale che l’avrebbe costretta a sfidare l’impopolarità. Da questione di ordine pubblico, la necessaria repressione della criminalità straniera sta degenerando in Veneto e Lombardia sotto forma di politiche locali discriminatorie, legittimate da una diffusa ideologia xenofoba. La corsa per conquistare il consenso dei cittadini si è trasformata in gara a chi mostra la faccia più feroce agli immigrati.

E allora serve poco recriminare sulle politiche dissennate del passato: dall’incapacità di selezionare qualitativamente i flussi migratori in base al fabbisogno, agli ostacoli burocratici opposti all’integrazione e alle naturalizzazioni, fino alla sanatoria resa indispensabile da una legge ideologica come la Bossi-Fini. Di fronte al movimento antistranieri capitanato dai sindaci nordisti bisogna assumere finalmente la priorità dell’allarme razzismo, se vogliamo preservare una civile convivenza sul nostro territorio.

Altrimenti la riduzione a paria dello straniero rischia di produrre esiti drammatici, già anticipati dalla corrente di violenza sotterranea – non più solo verbale - che serpeggia nella nostra società.

Fabrizio Giovenale nell’illustrare l’accelerazione della crisi ecologica planetaria usava sovente una felice metafora: “il mondo come un bicchiere”. Bicchiere (che rappresenta la Terra) contenente un liquido (che rappresenta gli umani); contenitore che rimane sempre uguale, contenuto che viceversa continua ad aumentare di numero e di esigenze. Il bicchiere per migliaia di anni semivuoto ha incominciato, prima lentamente poi sempre più in fretta, a riempirsi del liquido: liquido fortemente tossico tra l’altro, corrosivo, che deteriora il contenitore mentre continua a salire, finché ne raggiunge l’orlo, ne trabocca.

22° gradi ad Aosta, 20 a Cuneo, 19 a Belluno e Torino, 23° a New York, 18 a Madrid, Natale a Mosca senza neve, solo neve artificiale in tutte le località sciistiche, il 2006 accertato come l’anno più caldo che si ricordi, ciliegi e mimose già in fiore, dovunque agricolture a rischio e richieste distato di calamità, uccelli migratori disorientati da questa intempestiva primavera, orsi incapaci di entrare in letargo per via del caldo, mentre nel Mar del Nord le temperature crollano tra furiose tempeste, e nel lontano West la California viene colpita da un’improvvisa ondata di gelo. Il bicchiere di Fabrizio, si direbbe, sta già abbondantemente traboccando.

I guasti dell’effetto serra già in atto e i pericoli di un ulteriore riscaldamento erano d’altronde stati ripetutamente segnalati. Dal Wwf che aveva tra l’altro annunciato come nel 2050 cominceremo a “mangiare” il pianeta, non più solo i suoi frutti. Da Nicholas Stern, consigliere di Blair, che aveva calcolato il costo in moneta sonante di un mancato intervento risanatore: ben 5,5 trilioni di euro. Dalla Commissione Europea infine, la quale col suo rapporto di una settimana fa, concentrando l’attenzione sul Vecchio Continente, prevedeva la desertificazione dei paesi mediterranei e la sommersione di buona parte delle loro coste, migliaia di morti per il caldo e per l’arrivo di nuove sconosciute malattie, e il conseguente crollo del turismo italiano greco e spagnolo, tendente a orientarsi verso le meno bollenti regioni scandinave, ecc.

Non cose da prendersi alla leggera. Nè pareva potersi prendere alla leggera l’impegno che l’Unione Europa assegnava a se stessa e ai singoli paesi membri, e che annunciava di voler proporre anche ad altri (Usa in primis), per tentar di tamponare la catastrofe: abbattere del 30% le emissioni di gas serra entro il 2020. E la stampa di tutto il mondo gli ha dedicato pagine, titoli e foto a sensazione.

E’ vero - qualche ambientalista particolarmente severo faceva notare - che il 30% è appena la metà di quanto la scienza più autorevole ritiene indispensabile per raddrizzare un minimo lo sconquasso dell’ecosfera. Ed è vero - qualcun altro scetticamente osservava - che il non meno allarmato rapporto Stern non sembra avere prodotto risultati significativi. Il tutto non impediva però la sostanziale soddisfazione della comunità verde, memore delle timidezze di Kyoto e del quasi nulla di fatto che ne è seguito.

Questo forse ha impedito di considerare adeguatamente la vistosa discrasia tra il grande rilievo dedicato dall’informazione al rapporto della Commissione e la totale indifferenza dei politici, non solo italiani. I giornali continuavano a commentare con notizie inedite e sempre più drammatiche lo squilibrio ecologico in atto e le sue conseguenze prossime venture, ma dai politici (interviste, esternazioni estemporanee, partecipazioni a talk-shaw, interventi a radio e telegiornali) nemmeno una parola; tutt’al più un fuggevole cenno all’“efficienza energetica”, inserito in un elenco di altre “riforme” da porre in essere. Mentre concordemente tutti insistevano sulla necessità della crescita produttiva (e quindi di maggior effecienza, produttività, competitività) a garanzia del nostro benessere presente e futuro. Particolarmente entusiasti gli italiani, che ne hanno parlato come di una eccezionale scoperta: a quanto si legge su La Repubblica (13 - 01- 07) “l’ ‘Agenda di Caserta’ individua un grande obiettivo: la crescita.” Perbacco!

In presenza di questa sorta di “rimozione” con la quale mondo politico e mondo economico (senza eccezioni significative) tenacemente tentano di difendersi dalla realtà della minaccia che, anche per loro responsabilità, sovrasta l’intera società umana, non era davvero così imprevedibile (come vorrebbero alcuni Verdi fortemente delusi) il pronto ridimensionamento dei propri impegni da parte della Commissione di fronte alle rimostranze degli industriali: riduzione dal 30 al 20% del taglio dei gas serra, e sia pur esitante (perché no?) apertura al recupero del nucleare.

D’altronde Angela Merkel, nell’annunciare con orgoglio i propositi della Commissione, aveva parlato di “rivoluzione energetica”. La quale, dopotutto, di rivoluzionario non ha gran che. Perché, a parte la consistenza del taglio di gas serra (in effetti non disprezzabile, almeno prima della sua correzione, se confrontata con l’avarizia delle proposte analoghe messe in campo finora e per lo più rimaste lettera morta) resta il fatto che gli impegni della Commissione non si allontanano dalla solita, sovraffollata e soprattutto sopravalutata, corsa alle energie rinnovabili. Una meta da molti anni entusiasticamente inseguita, che però ha dato finora risultati limitati e da più parti molto discussi: sia nella loro supposta totale “innocenza” ecologica (basti pensare all’impatto causato dal loro trasporto, come sempre accade per ogni sorta di energia); sia nella loro oggettiva insufficienza a sostituire in toto o almeno in misura consistente i carburanti fossili (anche un loro possibile progressivo miglioramento verebbe fatalmente annullato nella prospettiva di un’economia in ulteriore continua crescita, come i responsabili delle nostre sorti auspicano e volonterosamente promettono).

Senza dire che l’effetto serra è certo la manifestazione più pericolosa e anche la più spettacolare del dissesto dell’ecosfera, ma non è la sola. Il guasto dell’ ambiente si articola in una quantità pressocché infinita di altri fenomeni, solo apparentemente minori, ciascuno dei quali ha una sua funzione squilibrante; ed è proprio nel grande numero di manifestazioni diverse ma di analogo significato, che si segnala l’estrema gravità dello squilibrio complessivo. Per cui orientare le politiche ambientali solo sulle anomalie climatiche, non basta a risanare il mondo

Ma soprattutto va considerata la debolezza dell’assunto del rapporto europeo, il quale rimane tutto interno alla razionalità economica data, nel suo evidente proposito di ridurre l’inquinamento e di contenere il surriscaldamento dell’ atmosfera, per potere così consentire un felice, illimitato dispiegarsi dell’ accumulazione di plusvalore. Nel dibattito di questi giorni ben pochi hanno messo il dito sull’ esigenza ormai ineludibile e non più rinviabile di rimettere in discussione l’impianto dell’economia oggi attiva nel mondo, certo dichiarandone l’incompatibilità con la realtà fisica del pianeta, e però gridando anche la sua insostenibilità sociale, richiamando l’attenzione di tutti sulle disuguaglianze che aumentano nonostante l’aumento continuo di ricchezza.

Nella stessa debolezza e ambiguità del rapporto della Commissione europea,

sta d’altronde la ragione anche della esitante, ambigua risposta al rilancio del nucleare che molti industriali vorrebbero: perché no? Eppure è un perché ampiamente illustrato da tutti gli esperti del settore. Dei tanti grossi problemi che il nucleare comporta, nessuno è stato finora risolto: gli alti costi e la difficoltà della manutezione, l’impossibilità di uno stoccaggio delle scorie radioattive assolutamente affidabile (di recente Nature ha parlato di tempi assai superiori a quelli abitualmente indicati, e di una possibile durata di 1400 anni), l’esaurimento dell’uranio che molti prevedono prossimo; senza dire della mostruosa pericolosità che migliaia di bombe atomiche sparse per il pianeta comporterebbero, sia pure calcolando la scarsa (ma da nessuno decisamente negata) probabilità di un incidente. Non è un caso se gran parte dei paesi che usano il nucleare sono orientati ad abbandonarlo.

Vuoi vedere che tutto finirà con il rilancio a tappeto del nucleare? Si domandava giorni fa un amico ambientalista. Che dire? Che da una società come la nostra c’è da aspettarsi di tutto? Ma forse è meglio rifiutare la domanda.

“Questa è l’ora della rivoluzione. La rivoluzione delle coscienze. La rivoluzione dell’economia. La rivoluzione della politica.”

Mai avrei immaginato di poter affidare le mie speranze di ambientalista alle parole di un vecchio e per più versi screditato gollista come Jacques Chirac. E però debbo riconoscere che le ineludibili urgenze imposte dalla crisi ecologica, e in tutta la loro catastrofica reatà illustrate dall’ultimo Rapporto Ipcc, mai (ch’io sappia) sono state lette da un politico con più puntualità e intelligenza di quanto ha fatto il presidente francese venerdì scorso, aprendo la Conferenza di Parigi “Per una governance ecologica mondiale”.

Per tentare di arrestare lo squilibrio ecologico è necessaria una rivoluzione, anzi una “tripla rivoluzione” da aprire e combattere su tre fronti, dice Chirac. Se “una trasformazione radicale dei nostri modi di produzione e consumo” ne è la condizione prima, a completarla, anzi a consentirla, occorre però una “rivoluzione culturale”, capace di imporre tra l’altro una diversa contabilizzazione della ricchezza, che contempli e integri anche la qualità ambientale. Ma una trasformazione dell’economia di tale portata è resa possibile solo dalla “rivoluzione delle coscienze”, cioè dalla liberazione degli individui dai comportamenti acquisiti e dai modelli imposti, cioè dall’ideologia dell’ iperconsumo (e del produttivismo quindi, della competitività, della crescita, del Pil, di tutti i totem del nostro tempo): solo così si rimettono in causa le basi stesse della macchina economica, e può trovare spazio la “crescita zero” come possibile risposta alla sfida ecologica. E’ a questo punto che s’impone la terza rivoluzione, quella dell’agire politico. Ma l’estrema difficoltà dell’impresa e la sua dimensione planetaria esigono una conduzione internazionale. Di conseguenza la proposta è quella di un organismo ad hoc in seno all’Onu, sul modello dell’Oms o dell’Unesco, che operi sulla base di delibere condivise, facendosi carico della moltitudine dei problemi ecologici e soprattutto delle minacce più gravi e imminenti.

Certo, se a dire queste cose fosse un qualche leader delle sinistre radicali, lo preferirei. Ma onestamente, anche dette da Chirac, non posso non apprezzarle. Perfino perdonandogli il tono insopportabilmente enfatico, che nell’esordio aveva trovato il suo apice, alla peggiore maniera francese: “Il pianeta soffre… La natura soffre… Siamo sull’orlo dell’ irreversibile…”, ecc.

La Conferenza di Parigi ha dato retta al vecchio presidente. Una United Nations Environmental Organization è stata già virtualmente istituita. Un “gruppo pioniere” di stati, tra cui tutti i membri dell’Unione Europea, si è costituito allo scopo di sollecitare le inevitabilmente non brevi procedure per il varo della commissione. Esperti di varia natura e provenienza (dal grande sociologo Edgard Morin all’economista inglese Nicholas Stern, autore di un allarmante rapporto sul costo della crisi ecologica, ad Al Gore che in Usa sta spopolando con il suo documentario ambientalista “Inconvenient Truth”) sono mobilitati ad affiancarla, e nel frattempo hanno lanciato un loro “Appello da Parigi”, onde risvegliare le sonnacchiose coscienze politiche. E tuttavia che cosa concretamente seguirà a tutto ciò, non è facile dire, o piuttosto si possono fare previsioni non proprio entusiasmanti. Non solo gli Usa come sempre si sono tirati fuori, ma tutt’altro che positive sono le posizioni dei paesi terzi, Cina, India, Stati africani, esitanti quando non decisamente contrari sia a far parte della Commissione, sia ad accettarne rigide normative per la salvaguardia degli ecosistemi, al massimo disposti a considerare come consultivo il nuovo organismo. E gli industriali già alzano la voce contro la produzione di auto a livelli obbligati di emissione di Co2, mentre più che mai si fa sentire il sempre più folto gruppo favorevole al rilancio del nucleare.

In complesso il discorso di Chirac, il suo accorato invito a un radicale mutamento di approccio alla dimensione economica del nostro esistere, non pare aver lasciato traccia significativa. E nemmeno la Conferenza di Parigi nel suo complesso sembra aver prodotto nella collettività reale consapevolezza della situazione ambientale. Decine di comunicati che gareggiavano nella descrizione di scenari agghiaccianti e avvertivano come i rapporti scientifici precedenti fossero stati di eccessiva prudenza, per cui è prevedibile che la temperatura aumenti fino a 4.5° entro il secolo, che l’innalzamento dei mari tocchi i 45cm, che migliaia di chilometri di coste finiscano sott’acqua, che milioni di persone siano costrette a fuggirne, ecc.; ripetute e concordi dichiarazioni della comunità scientifica mondiale secondo cui tutto questo è senza dubbio alcuno conseguenza delle attività umane. Il tutto seguito per alcuni giorni dall’informazione del globo intero, con l’incontenibile eccessività del nostro tempo: réportages e titoli a sensazione, gran clamore per i simbolici cinque minuti di buio da tutto il mondo osservati “in favore del pianeta”, per Monsieur Hulot, divo del piccolo schermo francese che s’improvvisa ambientalista e sfida i candidati alla presidenza di Francia a dichiarare la loro “fede verde”, cosa a cui prontamente a gara aderiscono (salvo dimostrare, ad apertura di labbra, la loro massiccia ignoranza del problema), proprio come già Bush s’era affrettato a fare nella speranza di recuperare qualche punto negli scoraggianti sondaggi della sua popolarità. Ecc. ecc.

Oggi tutto finito. Appena chiusa Parigi, tutto - parrebbe - caduto nell’oblio. Sparita ogni notizia del genere dagli schermi televisivi e dai programmi radiofonici, come dalle prime pagine dei giornali (non solo quelli italiani, preoccupati soprattutto delle domeniche senza partita) e spesso dall’intero fascicolo. Le rarissime eccezioni ci raccontano di un “medieval warming” che colpì l’Europa nei primi anni del millennio scorso, a consolarci dei guai attuali con le “bizzarrie climatiche d’antan”, oppure - guarda un po’ - affermano che non serve il “terrorismo climatico”.

In compenso continuano ad abbondare le notizie economiche improntate a sincero ottimismo. In Usa il Pil è aumentato del 3.5, in Cina del 10.7, e anche da noi l’ultimo quadrimestre ha registrato una ripresa dei consumi, benché il governatore Draghi con vigore sostenga la necessità di una maggiore crescita. La Fiat ha in programma la produzione di 46 nuovi modelli di auto, e per non so quale di essi prevede la vendita di 120mila unità all’anno. La Cina, affamata di energia e materie prime, sbarca trionfalmente in Africa. Praga e Budapest accettano l’installazione di rampe per missili americani. Preoccupa un poco, è vero, l’ipotesi di un Opec del gas, patrocinata da Putin. Esalta invece il progetto di un tunnel sottomarino che consenta l’attraversamento dello Stretto di Gibilterra a secco, a 1700 metri di profondità. Ecc.

Ma non si creda che in questo quadro manchi l’ambiente. La Generlal Motors sta puntando attivamente sull’idrogeno per la macchina del futuro, mentre altri industriali dello stesso settore stanno lavorando sul mais come biocombustibile a emissioni zero. Su treni e mezzi pubblici si orientano invece con fervore molte compagnie dell’acciaio. In sessanta città d’Europa l’alta velocità trova sempre più frequenti applicazioni anche nei trasporti locali. Fatturati da capogiro vengono realizzati con i nuovi business di neve artificiale per lo sci e di erba artificiale per il calcio. E anche i produttori di bicilette se la cavano niente male, essendo le due ruote al centro della vulgata verde, che a gran voce, insieme alla chiusura del rubinetto mentre ci si lavano i denti e allo spegnimento della spia rossa della tv, prescrive sollecita rottamazione del vecchio frigo, della veccia lavatrice, ecc., ovviamente allo scopo di risparmiare energia. “La difesa dell’ambiente è la nuova frontiera dello sviluppo,” ha di recente dichiarato un noto leader dei verdi italiani.

A questo modo, per il momento, parrebbe richiudersi la parabola del problema ambiente. A lungo ignorato, anzi nevroticamente “rimosso” (da gran tempo ne sono convinta) per via della sua ingestibile magnitudine, della infinita molteplicità delle sue manifestazioni, ma soprattutrto della sua radicale incompatibilità con l’intero impianto economico, sociale e culturale della società capitalistica, il problema si ripropone oggi in dimensioni gigante, non solo denunciate con la massima attendibilità dalla scienza mondiale, ma ormai da ognuno di noi in modo più o meno grave direttamente sperimentate: imponendosi dunque in modi che vietano ogni velleità di negarlo. Ma ciò che si tenta oggi è ridimensionarlo, assimilarlo alla forma stessa, addirittura alla patologia, del sistema che ne è causa, solo a questo modo accettandone anzi valorizzandone la presenza, capovolgendone il senso da problema a risorsa. “La buona crescita” è l’ultimo ossimoro coniato a Parigi. “Let green pay,” dicono in America: l’ambiente, facciamolo fruttare.

Mentre scrivo vedo sullo schermo tv Giacarta sommersa fino ai secondi piani da un’alluvione. Le previsioni meteorologiche dicono che le grandi piogge continueranno almeno una settimana.

Il clima giusto per decidere

di Massimo Serafini

Grandi sono le attese che la conferenza sul clima suscita. Sarebbe delittuoso andassero deluse. Non tanto per ciò che può dirci di più di quanto già sappiamo sulla gravità della situazione, ma per due ragioni politiche: in primo luogo dire all'Europa che sul clima il nostro paese non copre più lo scetticismo e il disimpegno americano, ma assume le scelte unilaterali degli europei nella lotta al riscaldamento globale. E in secondo luogo se le decisioni che prenderà diventeranno una delle priorità della legge finanziaria che si sta preparando. Che il risultato politico sia questo non è scontato e motivi per essere preoccupati ce ne sono molti.

Stupisce che il ministro dell'ambiente non abbia dato una risposta alla decisione di convocare alla vigilia dell'appuntamento sul clima, l'assemblea dei parlamentari dell'Ulivo, ministro Bersani compreso, per discutere di energia, nella quale l'amministratore delegato dell'Enel, minacciando un inverno al freddo e al buio, ha chiesto, per evitarlo, di puntare sul carbone che porterebbe le emissioni climalteranti del paese e le conseguenti multe a livelli record.

È auspicabile che il presidente del consiglio Prodi dica da che parte sta. Ma oltre alla chiarezza politica c'è bisogno che dalla conferenza escano decisioni chiare sia per quanto riguarda le politiche di adattamento al clima che cambia, sia a quelle necessarie a mitigarlo. Sulle prime devono emergere scelte di gestione del territorio e delle acque che puntino a una manutenzione diffusa e a una loro rinaturalizzazione, in altre parole a ridurne la cementificazione.

Altrettanto importante sarebbe un progetto di prevenzione degli incendi, basato su una riconquista del controllo del territorio, sottraendolo all'illegalità, ma soprattutto che obblighi, in tempi certi, tutti i comuni a predisporre il catasto dei territori bruciati e a mettere su di essi i conseguenti vincoli. Fondamentale poi, per ridurre i pericoli a cui è esposta la popolazione a causa del cambio di clima, sarebbe la decisione di rinunciare al piano delle infrastrutture, presentato dal ministro Di Pietro che, se realizzato, aggraverebbe la vulnerabilità del nostro già dissestato territorio. Adattarsi non basta. È tempo di decisioni, per quanto impopolari siano, in grado di mitigare il fenomeno, impedendo che l'aumento delle temperature superi i due gradi, come la comunità scientifica chiede.

Emergano dunque da un lato scelte chiare di riduzione dei consumi energetici e modifiche agli stili di vita e dall'altro venga fissato un obiettivo preciso su quanto petrolio, carbone e metano si intende sostituire, nei prossimi anni, col sole, il vento, le biomasse, la geotermia e il miniidro. In poche parole se si intende lottare contro la vera causa del collasso climatico: questo modello di produzione e consumo.

Non sono decisioni facili, ma necessarie se si vuole rilanciare e dare un futuro a questo paese. Non prenderle o rinviarle, per non inimicarsi l'Enel e la Confindustria, significherebbe per questo governo perdere ulteriore credibilità e consenso.

«Ma pochi si impegnano davvero»

di Guglielmo Ragozzino

Paolo Cacciari, a detta dei benpensanti, è il Cacciari cattivo. Ha pubblicato di recente un libro di ambientalismo militante «Pensare la decrescita», pubblicato da Intramoenia e da Carta. E' stato sindacalista e anche vicesindaco di Venezia. Attualmente è deputato di Rifondazione. Alla Conferenza sui cambiamenti climatici appariva piuttosto deluso.

Non ti ha convinto Pecoraro? E Mussi?

Pecoraro ha fatto fin troppo con le forze che aveva. Mussi è stato molto bravo, con una dichiarazione forte sull'incompatibilità tra questo capitalismo e la difesa dell'ambiente. Ma il resto?

Il resto non era poi male....

L' Italia è piuttosto arretrata, a essere buoni, in materia di ambiente. Si può dubitare che come paese si abbia una comprensione effettiva del problema. La comunità scientifica nazionale ha un atteggiamento disperante rispetto all'elaborazione necessaria, quella che esiste a livello mondiale. Ti pare ammissibile che la partecipazione italiana alle ricerche dell'Ipcc, l'insieme degli scienziati che lavorano per conto dell'Onu in tema di cambiamenti climatici, sia tanto modesta? Che i migliori scienziati non siano ancora entrati in sintonia? Alla Conferenza non c'erano i presidi delle facoltà scientifiche e ambientali; e anche il Cnr, il Comitato nazionale per le ricerche, era rappresentato da giovani di buona volontà. Per non parlare dell'assenza assoluta degli economisti.

Meglio giovani e impegnati che parrucconi...

La platea è piena di giovani che non incidono sulle scelte. Sono spesso fragili, soprattutto quando manca una politica cui fare riferimento. Pensa al rapporto Stern, presentato al governo inglese, con tutta descritta l'economia dei cambiamenti climatici. Da Londra arrivano in questi giorni segnali di uno scontro tra conservatori e laburisti, tra David Cameron e Gordon Brown sulle tasse ambientali. Quanto a metterle, sono d'accordo entrambi, ma disputano sull'idea di Cameron di tassare patrimonialmente la casa, qualora non si mette a norma la coibentazione. Pensa alla discussione a livello italiano. Emma Marcegaglia, parlando per conto di Confindustria, ha raccontato la sua esperienza di industriale avanzato: prevede di avere un po' di capannoni con tetti fotovoltaici, tra un anno e mezzo. In Spagna tutto ciò era obbligatorio, già con il vecchio governo di José Maria Aznar. Siamo anni luce in ritardo, sul piano ambientale e nella comprensione dei problemi. Per architetti e urbanisti delle nostre facoltà, la bioedilizia è sconosciuta.... Oppure pensa all'agricoltura: è tutta in sofferenza. Ovunque, nella pianura padana le colture estensive sono in crisi. Si salva invece l'uva che dopo il disastro del metanolo si è riconvertita e bada ormai alla qualità.

Cosa prevedi per il futuro?

Mi sembra che sia sintetizzato molto bene in un fatto. Il nostro governo è l'unico che non ha ancora preso davvero sul serio la faccenda. In parlamento, l'ottava commissione della Camera ha preparato un buon documento che verrà discusso nella prossima settimana. Voglio fare una scommessa con te. Saranno presenti dieci deputati, o venti, compresi quelli incaricati dai partiti di intervenire. Nel resto d'Europa, una Conferenza sui mutamenti climatici non sarebbe stata affidata al ministro del clima, degnissima persona nel nostro caso, ma privo di veri poteri. In Germania chi fa l'appello ambientale è Angela Merkel, nel Regno unito Tony Blair o il suo successore, in Francia, dopo Jacques Chirac, è la volta di Nicolas Sarkozy. In Italia nessuno che mostri di capire sul serio che il problema, politico, è di sistema: energia, trasporti, agricoltura, fanno parte del clima....

Un processo da pilotare, scansare, svuotare. Con una serie di false testimonianze rese da rappresentanti dello stato per difendere un’istituzione dello stato. Anche a costo di screditare, svilire, immobilizzare un’altra istituzione dello stato. Il tutto diretto dai massimi vertici di chi dovrebbe garantire la sicurezza dei cittadini e, invece, tutela solo se stesso e il suo potere. Genova, G8, processo per i fatti della Diaz: quello che pubblichiamo a pagina 3 è il racconto di un tentato sopruso contro il diritto, per coprire la messa in mora del diritto durante due terribili giornate di un’estate di sei anni fa. Le false testimonianze dei dirigenti di polizia su indicazioni dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro (poi promosso a capo di gabinetto del Viminale), il tentativo di smontare l’inchiesta sulla mattanza della Diaz attaccando il magistrato inquirente e la partecipazione a tale disegno dell’attuale capo della polizia, Antonio Manganelli, possono essere letti come una «semplice» difesa di interessi personali o come una «nobile» tutela dell’onorabilità di corpo. Ma probabilmente c’è qualcosa di più profondo e grave.

Sappiamo tutti cos’è stata Genova 2001, nell’evidenza delle violenze e degli abusi. Sappiamo qual è stato il suo senso politico, nell’indiscubilità del dominio che nessuna piazza avrebbe più dovuto contestare. Ma sappiamo meno quale ridefinizione dei poteri dello stato si sia praticata in quei giorni tra piazza Alimonda, la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto. Ora, l’inchiesta che dovrebbe portare (condizionale d’obbligo) al rinvio a giudizio di Gianni De Gennaro ci aiuta a capire meglio.

L’accusa per De Gennaro è d’istigazione alla falsa testimonianza, cioè una regia tesa a coprire e difendere il sistema costruito dall’ex capo della polizia: una gestione dell’ordine pubblico totalmente svincolata dal controllo della magistratura. Genova, l’assalto alla Diaz fatto in assenza di alcuna tutela di legge (il magistrato avrebbe dovuto essere come minimo informato), rivelano una sovversione interna allo stato: prima un uso tutto politico - appoggiato dal potere esecutivo - dell’ordine pubblico, poi la polizia che si appropria del potere d’arresto e di persecuzione penale. La rappresentazione esemplare di cosa avrebbe dovuto essere quella struttura centrale di Ps (nata poi nel 2006) costruita a immagine e somiglianza dell’Fbi, il modello americano che bypassa la magistratura tanto caro a De Gennaro, che con gli apparati Usa ha ottimi rapporti.

Da qui le bugie («siamo stati attaccati »), le false prove (le molotov «trovate» alla Diaz), le false testimonianze per smontare il processo. A che punto sia arrivata tale degenerazione lo indicherà la sorte del processo di Genova. Quali argini esistano ancora a una gestione autoritaria e «indipendente» dell’ordine pubblico, quali limiti abbiano i suoi dirigenti, lo dovrebbe dire il governo.

C'è da sempre un modo e uno solo per salvare il corpo femminile dalla violenza maschile che lo riduce a cosa e lo assale di preferenza nel chiuso delle case, nell'intimità dell'amore e nell'ipocrisia della famiglia: uscire nell'aperto della strada e trasformarsi in corpo politico. Fu il gesto rivoluzionario del femminismo, ed è ancora l'unica barriera simbolica efficace, più efficace di qualunque legge e di qualunque proclama sulla sicurezza. Quel gesto si ripete oggi nelle strade di Roma, promosso da una generazione di giovani donne che la libertà guadagnata dalle generazioni precedenti non ha reso immune da stupri, botte, maltrattamenti, omicidi a movente sessuato: prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne di tutto il mondo, così dicono i dati ufficiali.

Persistenze patriarcali? Magari: le persistenze prima o poi si esauriscono, la violenza sulle donne invece prospera, sotto qualunque cielo, qualunque dio e qualunque regime politico, dove i diritti sono scritti e dove non lo sono, nei piani bassi e nei piani alti dell'istruzione e della scala sociale. Non è l'oppressione, bensì la libertà femminile a muoverla: è questo il paradosso a cui cercare risposta.

Vendetta del sesso forte, deprivato del suo privilegio e messo in crisi nelle sue certezze? Troppo semplice, troppo frontale. Il conflitto fra i sessi segue vie più asimmetriche, e riguarda sempre poste in gioco epocali. Una di queste poste ha a che fare per l'appunto con il senso della libertà. Scambiare la libertà femminile per disponibilità (sessuale), o per assimilazione ai metri di misura dell'altro sesso, è ciò che forse rende cieco lo sguardo maschile di fronte al desiderio femminile, violenta la mano di fronte a un rifiuto. E ottusa la mente, sempre pronta a riconoscere la violenza degli uomini «altri» - islamici, rumeni...- rimuovendo la propria, o a cercare soluzione nella tolleranza zero o nei pacchetti sicurezza.

Non senza eccezioni tuttavia. Se qualcosa di nuovo è venuta a interrompere la sequenza liturgica di un 25 novembre uguale al precedente e al successivo, è proprio un inizio di parola pubblica maschile contro la violenza maschile, che rompe il muro dell'omertà e il velo dell'incomprensibilità. E' una parola maschile che serve a sanzionare e a capire, e a trovare la strada di relazioni più libere fra donne e uomini, e dunque più umane. Per questo la manifestazione di oggi avrebbe dovuto accoglierla e incoraggiarla, non lasciarla ai margini, come il frutto buono della semina femminile. Per questo i troppi uomini ancora complici, o ancora silenti, dovrebbero seguirne l'esempio. Rotti i muri frontali, del resto, anche per le donne c'è di che interrogarsi. Le torturatrici di Abu Ghraib, o l'imitatrice parigina del massacro di Meredith, stanno lì a ricordarci che la violenza ci riguarda non solo come vittime, ma come un riflesso dell'altro che ha lasciato l'impronta.

il manifesto

Residenza negata. Indagato sindaco di Cittadella

di Orsola Casagrande

Usurpazione di funzione pubblica. L'avviso di garanzia inviato al sindaco di Cittadella, il leghista Massimo Bitonci, parla chiaro. I carabinieri hanno consegnato mercoledì mattina l'avviso di garanzia e posto sotto sequesto l'ordinanza che stabilisce che chi non ha un reddito sufficiente non può ottenere la residenza nel comune padovano.

L'indagine della procura di Padova nasce dall'ordinanza cosiddetta 'antisbandati' emessa da Bitonci che limita la concessione della residenza a chi può dimostrare di avere un reddito di almeno cinquemila euro l'anno e una casa 'dignitosa'. Immediata è scattata la solidarietà della Lega Nord. Roberto Maroni ha annunciato un suo intervento in parlamento. Mentre il sindaco di Cittadella ha definito una «forzatura» il provvedimento della magistratura, contro una ordinanza che «è già stata richiesta da centinaia di comuni». Anche Forza Italia si schiera con Bitonci. «L'ordinanza è assolutamente legittima - ha detto la vicepresidente dei deputati di Berlusconi, Isabella Bertolini - e l'avviso di garanzia inaccettabile. Un giudice - ha aggiunto la parlamentare - non può tentare di impedire a un primo cittadino, democraticamente eletto, di difendere adeguatamente i propri amministrati».

Di segno opposto i commenti del centro sinistra. «Non poteva finire altrimenti - ha detto il coordinatore della segreteria dei comunisti italiani, Severino Galante - l'iscrizione nel registro degli indagati del sindaco ha svelato la demagogica rozzezza e l'intrinseco razzismo alla base di una iniziativa che giustamente ora viene perseguita sotto il profilo giuridico». Per Galante a destare allarme è soprattutto «la plateale incostituzionalità del provvedimento che di fatto avrebbe visto il primo cittadino nell'inedita veste di tutore dell'ordine pubblico, ruolo che normalmente è di competenza delle forze dell'ordine». I comunisti italiani infine sottolineano la necessità di «contrastare la violenta campagna xenofoba che sta montando nel Veneto, portata avanti da amministratori locali di fede padana». Letteralmente sul piede di guerra la Lega Nord Padania. Il deputato Angelo Alessandri, presidente federale del partito, annuncia che sarà a Cittadella domenica. «Ci sarò con l'orgoglio di far parte di un movimento popolare che rappresenta la sua gente e che si stringe unito a difendere i nostri amministratori quando vengono attaccati perché fanno il loro mestiere, predisporre atti per la sicurezza e la serenità dei cittadini».

Da parte del governo, duramente criticato dal centro destra anche per alcuni provvedimenti del pacchetto sicurezza, ieri è arrivato il commento del ministro degli interni Giuliano Amato. «Non si può fare di Cittadella una repubblica diversa dalle altre», ha detto Amato che ha aggiunto: «Quella di Cittadella è una storia curiosa perché è il riassunto di discipline esistenti». Bitonci in effetti ha difeso la sua ordinanza sostenendo di essersi limitato a osservare provvedimenti e direttive. A partire dalla direttiva 30. «Il problema - dice l'avvocato Marco Paggi - è che l'idoneità alloggiativa e la pretesa di verificare la non pericolosità di una persona non hanno nulla a che fare con la l'iscrizione anagrafica». Il legale sottolinea che «il sindaco non ha poteri creativi. In questo caso ha anticipato poteri di polizia che non gli competono. La situazione a Cittadella non è tale - aggiunge l'avvocato - da giustificare provvedimenti urgenti in materia di salute e sicurezza pubblica. Inoltre la colpa vera è la discriminazione nei confronti di un gruppo di cittadini comunitari. Perché - conclude Paggi - solo formalmente l'ordinanza è rivolta a tutti».

la Nuova Venezia

«L’editto Bitonci: stato di diritto a rischio»

di Cristina Genesin

PADOVA. Procuratore Calogero, è la prima volta che mette sotto inchiesta un sindaco per usurpazione di funzioni...

«Sì, è la prima volta che mi capita. Vorrei precisare: è solo un’indagine. Non c’è nessuna sentenza. Si tratta di una ricerca volta a verificare se siano stati o no superati i limiti che definiscono l’area di liceità della condotta funzionale di un pubblico amministratore».

Perché si è attivato dopo l’informativa dei carabinieri che le hanno trasmesso l’ordinanza?

«Per spiegare il senso dell’inchiesta è necessario ricordare che la divisione dei poteri e il rispetto della distinzione di funzioni e di attribuzioni sono le fondamenta dello Stato di diritto. L’ordinanza afferisce ad una tematica di fondo dell’ordinamento giuridico complessivo, in quanto può intaccare uno dei pilastri dello Stato di diritto. Una tematica come l’immigrazione, il diritto di circolazione e di soggiorno di cittadini comunitari, l’ordine e la sicurezza pubblica è riservata in via esclusiva alla competenza legislativa dello Stato. Ripeto: è materia di legislazione esclusiva statale perché implica valutazioni che lo Stato riserva a sé. Materia disciplinata da leggi speciali: dalla Martelli del 1989 all’ultima, la legge numero 30 del febbraio scorso (di attuazione di una direttiva Ue relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri). Queste leggi hanno un contrassegno che le accomuna: sono coerenti con il quadro costituzionale. Lo Stato riserva esclusivamente ai propri organi - quello centrale individuato nel Ministro degli Interni, quelli periferici rappresentati dai prefetti e, come autorità provinciali di pubblica sicurezza, i questori - la disciplina del diritto fondamentale di circolare e di soggiornare da parte dei cittadini di altri Stati membri dell’Unione. La maggior parte degli allontanamenti, infatti, spettano al Ministro dell’Interno, una parte minoritaria al prefetto».

Ecco la cornice in cui si inserisce l’indagine...

«È il fondamento. Ribadisco: il punto oggetto della ricerca in relazione al quale si è impostata l’indagine è di accertare il superamento o meno dei limiti imposti dalla riserva di legge. Al vaglio penale non rientrano altri aspetti dell’ordinanza che, magari, afferiscono ad irregolarità amministrative. Io non me ne occupo».

Allora quali punti dell’ordinanza potrebbero aver rilievo penale?

«C’è un unico punto di possibile rilevanza penale. Ripeto possibile. Si tratta degli ultimi due capoversi dell’ordinanza, nella parte dispositiva, in cui si legge che è istituita una commissione interna avente il compito, fra l’altro, di accertare anche per notizie direttamente acquisite la pericolosità sociale di chi richiede l’iscrizione anagrafica in modo da stabilire il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica. Questo accertamento preliminare all’iscrizione anagrafica - che si prevede oggetto di una segnalazione in questura - è il focus dell’indagine: il rappresentante dell’ente territoriale, infatti, ha istituito una commissione con date funzioni. È qui che ci può essere un’appropriazione di poteri specifici - con riferimento all’accertamento della pericolosità e dell’eventuale messa in pericolo dell’ordine pubblico - che appartengono ad altri organi dello Stato, in ragione di quella competenza legislativa riservata in via esclusiva allo Stato di cui ho parlato prima. Così un organismo locale, la commissione comunale parallela ad organismi statali, mette in moto un sub-procedimento con l’acquisizione diretta di dati in una materia riservata allo Stato. Perciò l’eventuale appropriazione dei poteri in tale materia può ledere non solo il buon funzionamento della Pubblica amministrazione, ma la stessa personalità dello Stato».

Ritiene che l’ordinanza del sindaco di Cittadella potrebbe costituire un precedente grave?

«La ragione dell’iniziativa giudiziaria è che l’ordinanza non inerisce un aspetto secondario ma riguarda un principio cardine dell’ordinamento del nostro paese. L’informazione di garanzia non è stata emessa con l’aria di mazzolare nessuno, bensì per salvaguardare, ripeto, un principio basilare. Gli altri aspetti dell’ordinanza non rientrano nell’inchiesta che mi è parso doveroso avviare per stabilire se siano stati o meno superati i limiti posti a salvaguardia della legislazione riservata allo Stato e a tutela delle attribuzioni proprie degli organi statali. Uno dei doveri che ho come procuratore della Repubblica è di sovrintendere al rispetto delle regole».

Dunque è la commissione l’elemento critico, almeno dal punto di vista penale.

«La commissione rende evidente che si sono creati una procedura e un organismo paralleli rispetto a quelli statali».

L’ordinanza del sindaco di Cittadella è del 16 novembre. L’informazione di garanzia è stata firmata il pomeriggio del 21 novembre. Perché tanta fretta?

«Il caso oggi è limitato, ma pensiamo se si moltiplica per migliaia di Comuni. La prontezza dell’iniziativa giudiziaria è legata al fatto che più si allarga l’applicazione di un’ordinanza come quella di Cittadella, più si estende il danno. E se si riesce a contenerlo, tanto meglio. In più l’atto afferisce ad una tematica fondamentale. E, come procuratore, ho il dovere di avviare un’indagine quando ritengo esserci un vulnus in uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto da Montesquieu in avanti, il principio della divisione dei poteri».

Secondo lei nel testo ci potrebbero essere profili di incostituzionalità?

«Di quest’aspetto se ne occuperanno eventualmente altri, io mi limito al profilo penale».

Insomma è la previsione della commissione a fare a pugni con la legge.

«Alla fine l’iscrizione anagrafica è un atto dovuto: quindi non si può introdurre qualcosa che è in contrasto con la legge. Tra pericolosità sociale e iscrizione anagrafica non c’è collegamento. Altrimenti un diritto fondamentale rischia di aver mille ancoraggi e di mancare di effettività».

Perché solo il sindaco Bitonci è stato indagato e non, per esempio, gli altri componenti della commissione?

«L’atto istitutivo della commissione e fondante di quella che potrebbe essere un’anomalia è un atto sindacale».

Ma il sindaco ha cercato di dare una risposta alle richieste dei cittadini che si sentono sempre più insicuri...

«Io capisco il bisogno di sicurezza. E comprendo il fermento dei sindaci che avvertono l’esigenza di colmare le carenze e di rispondere alle istanze dei cittadini. Tutto, comunque, deve avvenire nel rispetto soprattutto di una regola fondante: non è consentito farsi giustizia da sé. E neppure è consentito, per fare un esempio, torturare un indagato al fine di accertare una responsabilità. È pur vero che l’obiettivo finale è legittimo, tuttavia devono essere legittimi anche gli atti strumentali: in democrazia è consunstanziale il rispetto delle regole che l’ordinamento appresta per realizzare il bene comune. Una democrazia o uno Stato di diritto si valutano non tanto in ragione del risultato ma degli obiettivi che conseguono nel rispetto dei diritti altrui e delle regole. Guai a scavalcarli».

Allora pure per quanto riguarda le ronde padane potrebbero esserci rilievi di carattere penale?

«Anche se oggi non hanno la configurazione iniziale più pregnante, ho sempre pensato che potessero aprire un varco ad operazioni di destabilizzazione involontarie. C’è un cono d’ombra. E poi guai a far entrare nel sistema-opinione l’idea che lo Stato non riesca ad assicurare una tutela effettiva dei diritti fondamentali e autorizzi, o peggio tolleri, altre forme di tutela non controllate dallo Stato e dagli organi che, nell’assicurare tutela, si assumono le proprie responsabilità e agiscono garantendo il rispetto dei diritti. Sono discorsi pericolosi: la tutela va contemperata con il principio di responsabilità».

Il problema ha un’altra faccia: i cittadini reclamano più sicurezza e il rispetto delle regole, i sindaci (in questo caso Bitonci) cercano di dare risposte. Ed ecco l’ordinanza...

«Ammetto: lo stato di amministrazione della giustizia è disastroso. Tuttavia questo non giustifica scorciatoie. Tutto quello che non è raggiunto nel rispetto delle regole, non vale niente».

Dopo qualche decennio di aspre critiche (secondo ottiche diverse e per diversi fini sollevate dall’Onu, dal Wwf e da una serie di altri soggetti ambientalisti, dall’ Ocse, dagli uffici studi dei governi di Usa e Australia, dai vignettisti del New Yorker, dal re del Bhutan) adesso il Pil (“Prodotto interno lordo”, Gdp per il mondo), cioè il celebre misuratore della nostra ricchezza, approda al tribunale dell’Unione Europea.

“Beyond Gdp” (“Al di là del Pil”) si intitola il convegno promosso dal Presidente della Commissione Manuel Barroso, che si svolgerà a Bruxelles domani e dopodomani, con la partecipazione del Commissario all’Economia Joaquin Almunia e della direttrice della Banca mondiale Kristalina Georgieva, oltre a rappresentanze di tutti i Paesi membri. Per la verità, a giudicare dalle anticipazioni, l’evento non pare annunciarsi carico di propositi rivoluzionari, come potrebbe, anzi dovrebbe. A parte l’impegno che prevede la sottrazione dei costi ambientali dal computo della crescita - cioè la semplice correzione di una incredibile mancanza - si parla soprattutto della necessità di integrare vari indicatori di benessere, quali l’aumento della speranza di vita, la possibile fruizione di servizi di volontariato, e simili. Nulla cioè che lasci intravedere la volontà di recare variazioni significative ai criteri preposti al calcolo del reddito collettivo; che appunto intenda andare “al di là del Pil”. Ma non è detto. Non è impossibile che il dibattito fuoriesca dalla sua sede convenuta per allargarsi in modo da avere almeno una benefica ricaduta di informazione. Che non sarebbe affatto male.

Perché in realtà per le maggioranze resta ancora oggi un mistero che cosa davvero sia il Pil, questa sorta di talismano della felicità affannosamente inseguito e invocato da politici, economisti, operatori economici, ogni giorno trepidamente osservato nelle sue minime variazioni, prospettato non solo come indicatore della ricchezza prodotta da ogni paese, ma come misura del suo progresso e del suo benessere. Ben pochi sanno in che modo venga calcolato, di quali apporti finanziari sia composto, quali elementi della vita consideri e quali escluda. Se in occasione del programmato convegno tutto ciò diventasse sapere comune, forse - chissà - qualcosa cambierebbe nelle valutazioni e negli orientamenti politici diffusi, e magari anche nei comportamenti e nelle scelte quotidiane.

Innanzitutto sarebbe utile sapere che il Pil non rappresenta un computo fedele della realtà economica presa in esame, in quanto calcola soltanto i redditi che passano attraverso il mercato, che sono oggetto cioè di una transazione finanziaria, e ignora invece tutte le attività che non si convertono in moneta, ma che spesso sono parte integrante di una data realtà sociale, e della sua stessa condizione economica. A questo modo il Pil cancella tutte le economie di sussistenza, che ancora esistono in molte parti del Sud del mondo, in cui i prodotti vengono direttamente consumati. Esclude poi tutta quella vastissima attività famigliare e domestica, svolta senza compenso alcuno in massima parte dalle donne, che non produce direttamente reddito, ma produce i produttori di reddito, in quanto è presupposto indispensabile della continuità vitale della società e quindi dell’economia: un contributo alla creazione di ricchezza che l’Onu ha calcolato attorno al 35% del Pil mondiale.

Ma altri criteri del computo del Pil hanno addirittura dell’assurdo, o più ancora, dello scandaloso. Vengono infatti calcolati in positivo tutti i redditi derivanti da eventi catastrofici e luttuosi. Disastri ferroviari aerei navali, terremoti alluvioni tifoni frane, weekend particolarmente funestati da incidenti, e simili, che ovviamente richiedono attività straordinarie di medici, infermieri, ospedali, cliniche, pompe funebri, ecc. causando aumenti del reddito in proporzione diretta alla loro gravità, vengono inclusi positivamente nel Pil. Mentre non vengono affatto considerati e calcolati in negativo, non si dice le perdite umane, le sofferenze fisiche, il dolore - cose difficilmente quantificabili - ma le distruzioni materiali, i danni agli edifici, all’agricoltura, le interruzioni di attività, ecc. imputabili ai medesimi fatti. Allo stesso modo viene inserito nel computo con il segno + il valore di ogni intervento di disinquinamento di mari, fiumi, dell’atmosfera, ecc. ma non viene assolutamente calcolato il danno recato dall’inquinamento. Così pure tutta l’enorme e sempre crescente produzione di merci, che ovviamente occupa gran parte della certificazione del prodotto, non appare affatto quale pesante causa d’inquinamento. “Produrre inquina”, come dice il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ma questa verità non sembra proprio riguardare i contabili del Pil. “Se nel calcolo del Pil si includessero i valori negativi derivanti le tante forme di inquinamento, certamente nella maggior parte dei paesi occidentali si avrebbero saldi negativi,” mi disse nel ‘91 Herman Daly, ambientalista di fama mondiale. Da allora le fonti di inquinamento si sono moltiplicate, ed enormemente aumentato è lo squilibrio dell’ecosfera che ne deriva, ma il Pil continua a ignorare la cosa, e a dare per ricchezza e benessere dei popoli l’aumento di cifre su questa ignoranza calcolate.

Tra le merci di cui non si considerano le conseguenze dannose, ma solo il positivo contributo al prodotto, vanno incluse anche le armi. Le quali figurano nel Pil mondiale per una quota calcolata sul 3,4%, da tutti ritenuta peraltro assai inferiore alla realtà, in quanto non ne considera l’enorme produzione clandestina, destinata a un vastissimo contrabbando. La guerra rappresenta dunque un cospicuo contributo all’ammontare del Pil, il quale aumenta ancora considerevolmente se si calcola la produzione di tutto quanto (approvvigionamenti, vettovagliamenti, alloggi, trasporti, supporto burocratico, ecc. ecc.) attiene al buon funzionamento di un moderno esercito. Senza dire di quella che cinicamente viene definita “la torta del dopoguerra”, cioè la ricostruzione. Che entra ovviamente col segno + nei conti del Pil, mentre in nessun modo vi appaiono gli enormi danni della guerra, materiali, sociali, umani.

Che la guerra sia uno degli strumenti normalmente usati per il rilancio di economie in crisi non è una novità: celebri economisti, da Galbraith a Keynes, lo hanno ampiamente dimostrato. Che proprio in questa logica la guerra appartenga oggi alla “normale” politica americana, oltre ad esserne asse portante sul piano geostrategico, anche questo è noto, e anche più o meno supinamente accettato dal mondo. Proprio per questo forse non sarebbe male se, con l’occasione del prossimo convegno, si invitasse la gente a riflettere sul vero significato di una contabilità del prodotto che normalmente include la guerra tra i suoi imprescindibili addendi, nel momento stesso in cui ci viene proposta non solo come l’obiettivo indiscutibile del nostro agire economico, ma come misura di tutto il positivo, individualmente e socialmente desiderabile.

Forse potrebbe essere occasione, per “il popolo di sinistra”, di interrogarsi anche sulla reale qualità di un’economia come quella attuale, che si regge sull’obbligo della crescita, non importa quale. Magari rileggendo un passo del Rapporto Onu sullo Sviluppo Umano del ’96, il quale così recita: “Crescita di che cosa, e per chi? Crescita di inquinamento che richieda altri dispositivi antinquinamento? Crescita di criminalità che impieghi nuove schiere di poliziotti? Crescita di incidenti d’auto che comporti tante riparazioni? Crescita di reddito solo per i più ricchi? Crescita di armamenti militari? Tutto questo è parte della crescita del Pil.”

Potrebbe essere il modo migliore di utilizzare il programmato convegno per ragionare a fondo sul tema, davvero spingendo lo sguardo “al di là del Pil”.

L’agente della polizia stradale che ha ucciso Gabriele Sandri non si è accorto della rissa. Nemmeno ha intuito che, nell’area di servizio di Badia al Pino lungo l’A1, due piccoli gruppi di juventini e laziali se le erano appena date di santa ragione. L’agente – se sono buone le fonti di Repubblica – è stato messo sul chi vive dal parapiglia. Era lontano, dall’altra parte della carreggiata. C’è chi dice duecento metri, chi cento, in linea d’aria.

Ha sentito urla e grida. Ha visto un fuggi fuggi e un’auto che velocemente – o così gli è parso – si allontanava dall’area di servizio. Ha pensato a una rapina al benzinaio. Ha azionato la sirena. L’auto non si è fermata. Ha sparato. Ha ucciso. Raccontata così dal suo incipit, questa domenica crudele e brutale in cui è precipitata l’Italia, da Bergamo a Roma, poteva non avere come canovaccio principale la violenza che affligge il mondo del calcio ma, più coerentemente, il caso, la probabilità, l’errore. Il caso che incrocia l’auto della polizia stradale con il convoglio di tifosi. La probabilità che il proiettile raggiunga, da settanta metri, il collo di "Gabbo" Sandri che dormiva. L’errore, il doppio errore "tecnico" del poliziotto che non comprende che cosa è accaduto dall’altra parte della strada e, convinto di essere alle prese con un delitto ben più grave di una scazzottata, troppo emotivamente, troppo affrettatamente spara.

Per lunghe ore, questa ricostruzione – che non allevia la tragicità dell’insensata morte di Gabriele Sandri – non è saltata fuori. In un imbarazzato silenzio, è stata eclissata. Chi doveva svelarla – la questura di Arezzo, il Viminale – ha taciuto e – tacendo – ha gonfiato l’attesa, la rabbia, la frustrazione delle migliaia di ultras che si preparavano a raggiungere in quelle ore gli stadi, sciogliendola poi con una cosmesi dei fatti che si è rivelata un abbaglio grossolano che, a sua volta, ne ha provocato un altro ancor più doloroso. E’ stato detto che l’agente della polizia stradale è intervenuto per sedare una rissa tra i tifosi e, nel farlo, ha sparato in aria un colpo di pistola («introvabile l’ogiva») che «accidentalmente», «forse per un rimbalzo», ha ucciso Sandri. Consapevole che non di calcio si trattava, ma del tragico deficit professionale di un agente lungo un’autostrada, il Viminale non ha ritenuto di dover fermare le partite muovendo l’ennesimo passo falso di un’infelice domenica. Il racconto contraffatto è stato accreditato di ora in ora senza correzioni. Rilanciato e amplificato dalle dirette televisive, dalle radio degli ultras, dai blog delle tifoserie, ha acceso come una fiamma in quella polveriera che sono i rapporti tra le forze dell’ordine e l’area più violenta degli stadi, prima e soprattutto dopo la morte dell’ispettore Filippo Raciti a Catania.

L’illogica catena di errori, malintesi, confusione, silenzio e furbe manipolazioni – non degne di un governo trasparente, non coerenti con una polizia cristallina – ha trasformato la morte di Sandri in altro. L’ha declinata come morte "di calcio", morte "per il calcio". E’ diventata una "chiamata" per l’orgoglio tribale degli "ultras" che, incapaci di esaurire la loro identità nell’appartenenza a una passione, a vivere il calcio come una buona, adrenalinica emozione, hanno soltanto bisogno di odiare, di posare a "guerrieri", di mimare la partita come protesta e come battaglia. Hanno bisogno di dividere il mondo in "amico" e "nemico" e devono avere – tutti insieme, amici e nemici – come nemico assoluto «le guardie». Sono non più di settantamila in tutto il Paese e ieri, per la gran parte si sono presi, in un modo o in un altro, gli stadi. Li hanno "governati" o distrutti, come è accaduto a Bergamo, per bloccare le partite in segno di lutto come accadde dopo la morte di Filippo Raciti. Come se Raciti e Sandri fossero i "caduti" su fronti opposti di una allucinata "guerra", dichiarata tanto tempo fa e ancora in corso, domenica dopo domenica, scontro dopo scontro, carica dopo carica.

Questo disgraziato 11 novembre rischia di azzerare i discreti risultati raggiunti dentro gli stadi (meno eccitazione, risse e aggressioni sugli spalti; più autocontrollo e fair play in campo; maggiore rispetto per avversari e arbitri anche negli striscioni). Impone di affrontare l’imbarbarimento che oggi – sacralizzato e protetto lo stadio – ne impegna soprattutto i dintorni e, come si è visto anche ieri a Badia al Pino, le autostrade lungo le quali è assolutamente impossibile prevedere come e dove opposte tifoserie potranno incontrarsi, per uno sventurato caso. Questa delirante "guerra" deve avere fine. Questo "terrorismo" domenicale deve sciogliersi. Non c’è bisogno di nuove leggi, di nuovi provvedimenti, di scorciatoie amministrative. E’ sufficiente proteggere quei beni di interesse collettivo – la pubblica sicurezza e l’ordinata convivenza civile minacciate – che un recente decreto legge del governo riserva a difesa dei comportamenti dei cittadini non-italiani.

Forse non è sbagliato pensare a vietare del tutto le trasferte delle tifoserie, come già è stato episodicamente deciso. E’ di tutta evidenza che bande di "guerrieri" che attraversano il Paese per sostenere in trasferta la propria squadra con la voglia matta di aggredire il "nemico" non sono gestibili da nessuna polizia del mondo, a meno di non militarizzare una volta la settimana autostrade, stazioni ferroviarie e piazze. E’ un divieto che mortifica il Paese. E’ una sconfitta utile a evitarne di peggiori. In questa sventurata domenica non c’è chi non abbia già perso. Gabriele Sandri ha perso la vita. Il Viminale la faccia. Il mondo del calcio, per una decina di migliaia di fanatici, ancora una volta la credibilità.

Il decreto antiromeni se non fascista, certo fascistizzante, non può essere approvato, non dovrebbe essere approvato, dai parlamentari del neonato Partito democratico e tanto più da quelli di Rifondazione, dai verdi e dai comunisti italiani.

Tanto più dovrebbe essere respinto dalle forze di centro-sinistra e di sinistra ove ci fosse il consenso della Casa delle libertà e dell'ex Movimento sociale di Fini. Affermare, per legge, che chi non riesce a guadagnarsi il cosiddetto pane quotidiano va cacciato e con espulsione «coatta» è solo l'anticipazione, nazista, che i poveri vanno ammazzati.

La questione è politica e anche morale. E il nostro paese sta facendo una figuraccia internazionale. Ieri tutti i giornali d'Europa (i loro paesi non sono tanto meglio del nostro) ci hanno accusato di essere un po' selvaggi e lontani dalla civiltà europea. I giornali di quei paesi imbrogliano. Anche loro sono piuttosto come noi, tuttavia il comportamento del nostro attuale governo ha dato loro il destro di metterci alla gogna. Oltre che l'errore di principio, di moralità politica, l'attuale governo, i partiti che lo sostengono e, soprattutto, il suo ministro degli interni sono stati goffi, subalterni e autolesionisti.

Tutto questo per dire che un paese serio risponde alle sfide che lo investono e non soggiace ad esse. Tanto più che il nostro paese è stato un paese di grande emigrazione e dovrebbe ricordare che i siciliani negli Usa erano considerati assai peggio dei rumeni e dei rom. Tuttavia, se non sbaglio, gli Stati uniti non fecero mai una legge per l'espulsione coatta dei siciliani e degli italiani.

Certo, l'Italia oggi è un paese diviso tra i delusi delle speranze di rinnovamento socialista e i soliti, storici reazionari, che hanno sempre accompagnato la nostra storia nazionale. L'affare dei romeni e dei rom e del decreto caccia stranieri, benché europei, è il terreno di confronto tra la civiltà e la reazione troglodita, non dico tra la sinistra e la destra in un normale confronto democratico.

Non dico che saremmo alla «difesa della razza» (di tremenda memoria), ma all'esaltazione dell'egoismo di gruppo o di famiglia.

Domani, o qualche giorno dopo, vedremo quel che accadrà. Certo se quelle forze che ancora si dicono di sinistra e non soltanto democratiche daranno via libera a quel decreto, sarà un terribile passo indietro della nostra civiltà.

Se le forze di sinistra, che si dicono ancora di sinistra, daranno via libera a questo decreto ammazza immigrati, vorrà dire che siamo a una crisi della democrazia italiana, che siamo a un fascismo di sostanza anche se non dichiarato. Mi si obietta: ma se le forze di sinistra voteranno contro potrà cadere il governo Prodi e si aprirebbe la via al ritorno di Berlusconi. Questo rischio c'è, ma forse è preferibile un ritorno di Berlusconi a una berlusconizzazione di noi stessi.

Si veda l'articolo di Slavoj Zizek su la Repubblica.

Quanto avvenuto in Italia in questa maledetta settimana di Ognissanti non ha paragone con nessun altro paese civile. Che un crimine, per orrendo che sia - e l’assassinio di Giovanna Reggiani lo è -, produca come reazione la ritorsione collettiva, in alto e in basso, nelle istituzioni e nella società, contro un intero gruppo etnico e un’intera popolazione, è fuori da ogni criterio di civiltà, giuridica e umana. Che la colpa «personale» dell’autore del crimine venga fatta pagare sulla pelle di migliaia di donne, uomini, bambini, già costretti a vivere in condizioni di indigenza estrema, è cosa che non può non sollevare un senso di desolazione e disgusto.

Le immagini delle ruspe immediatamente entrate in azione per spianare gli «insediamenti abusivi» e ostentate in tutti i telegiornali, le irruzioni un po’ in tutta Italia nei «campi nomadi», le identificazioni di massa e le prime espulsioni annunziate trionfalmente da prefetti e giornali, come se tra quel crimine e quelle persone scacciate senza tanti complimenti esistesse un nesso diretto, fino all’aggressione di Tor Bella Monaca, evocano scenari inquietanti, d’altri luoghi e di altri tempi. Alludono a una bolla di odio, di ostilità, di paura aggressiva gonfiatasi sotto la superficie patinata della nostra quotidianità, che personalmente mi terrorizza. Sgonfiare quella «bolla calda» di rancore ed emotività, neutralizzarne i veleni, dovrebbe essere il compito di tutti noi. Di chiunque lavori davvero a una condizione di «sicurezza collettiva ». Soprattutto della politica, nel suo senso più nobile, come organizzazione della coabitazione pacifica nella città (della «bella politica», come ama chiamarla Veltroni).

E invece la politica, da cura del male si trasforma oggi in fattore di contagio. Anziché neutralizzarlo, finisce per reclutare l’odio. Per quotarlo alla propria borsa, come risorsa capace di assicurare il consenso prodotto dalla paura. Nel caso specifico ha incominciato Gianfranco Fini, perfettamente coerente in questo con il suo passato fascista, occupando il terreno del crimine. Dichiarandone con la sua sola presenza il carattere «politico». Facendone oggetto di contesa politica. Ma gli altri, purtroppo, non si sono tirati indietro. L’hanno seguito a testa bassa, in rapida successione, governo e sindaco di Roma, forse pensando così di contendergli lo spazio.Di parare il colpo, in una rincorsa sciagurata. Di fatto contribuendo ad alimentare quella bolla, a legittimarne implicitamente gli umori lividi. A sdoganare l’ostilità preconcetta.

Né ci si può stupire se, dietro le ruspe del comune, qualcuno penserà di fare da sé, di «dare una mano », sgomberando a colpi di spranga qualche baracca. O bruciandone qualcuna. O eliminando, a coltellate, qualche «abusivo» dell’umanità. Stiamo veramente giocando col fuoco. La possibilità di evocare mostri che poi non si sapranno controllare è spaventosamente reale. Io ho paura. Non lo nego. Vorrei che chi ha oggi il potere della parola e dell’amministrazione, ci riflettesse. Seriamente. Fuori dalla nevrosi mediatica e dall’urgenza di piacere. Pensando, per una volta, a un futuro che vada oltre il prossimo sondaggio.

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