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COMUNQUE vada a finire, la vera sorpresa di queste elezioni è che l'Italia non cambia mai. O forse a essere stupefacente è solo il nostro stupore, alimentato da anni di sondaggi ed elezioni locali a senso unico. A furia di leggere e scrivere che il popolo del centrodestra non ne poteva più di Berlusconi, avevamo finito col sottovalutare un particolare decisivo: che qualsiasi nausea e delusione sarebbero sempre state inferiori alla paura procurata dal pronostico di una vittoria altrui. E quel popolo detesta i valori della sinistra e ne teme l'attuazione pratica al punto da essere disposto a turarsi ogni volta il naso, pur di non mandarla comodamente al potere. Berlusconi non è la democrazia cristiana, ma i suoi elettori sì, e non averlo mai voluto capire è la colpa strategica dei partiti dell'Ulivo. I berluscones sono l'Italia che si sente all'opposizione dai tempi «di quel comunista di Fanfani», tranne aver sempre continuato a votare per chi stava al governo, lamentandosene. L'Italia dissimulatrice che mente agli exit polls perché non vuol far sapere in giro per chi vota: mica per vergogna, ma per disinteresse, non considerandolo un motivo particolare di orgoglio. La maggioranza silenziosa che non ha una passione speciale per la politica e se avesse un Moretti o una Guzzanti di centrodestra non andrebbe nemmeno a vederli, perché preferisce le commedie romantiche e i giochi a premi. Un fiume carsico che scorre sotto traccia per badare agli affari propri e riappare in superficie solo il giorno delle elezioni nazionali, quando bisogna sbarrare il passo ai «cattivi» che vogliono portargli via «la roba».

Sono quelli che preferiscono l'America all'Europa, le barzellette agli appelli e i libri della Fallaci a quelli di Terzani. Sullo Stato hanno idee chiare: non lo considerano un amico, ma un padrone che vogliono affamare con la riduzione delle tasse, e pazienza se all'inizio a rimetterci non saranno le autoblu dei ministri ma i servizi, perché «è come nelle diete, prima di arrivare a perdere la pancetta devi rassegnarti a dimagrire anche dove non vuoi».

L'unica speranza che l'Unione aveva di ammansirli era mettere in pista il suo finto democristiano: l'ipnotizzatore di masse variegate Walter Veltroni. Invece ha insistito col voler schierare quello vero, Romano Prodi. Ora, se c'è una categoria che gli elettori democristiani detestano con tutta l'anima sono i cattolici rossi o almeno rosè. Già il cuore piccolo borghese della democrazia cristiana era convinto che i propri voti difensivi servissero ai vertici del partito per promuovere politiche progressiste e candidati molto più a sinistra del loro elettori. Prodi rappresenta la sintesi di ciò che essi detestavano e detestano: don Camillo che va a pranzo da Peppone. Più prosaicamente, il sindacato rosso che si mette d'accordo con la Confindustria sulla pelle del ceto medio dei piccoli produttori.

Nessuno, a sinistra, ha provato sul serio a esorcizzare queste antiche paure, pensando che il fallimento del governo Berlusconi avrebbe influito sugli esiti del voto più di qualsiasi pregiudizio contrario nei loro confronti. Non è così. Non nel Nord industriale del Paese. Quello che ha eletto a suo filosofo di riferimento un commercialista, Giulio Tremonti, e almeno a parole vorrebbe riforme liberali, ma in ogni caso preferisce tenersi stretto il suo monopolista preferito che affidare la dichiarazione dei redditi agli amici del compagno Visco.

Nulla riesce a smuoverli dalle certezze dell'esperienza e il sentirsi perennemente descritti dagli intellettuali come uomini ignoranti e allergici alle regole non fa che alimentare la convinzione di essere nel giusto. Dopo dodici anni si tengono ancora stretto Berlusconi: è diventato una ossessione, ma sempre meno che per gli altri, «i comunisti».

Se aveva ragione Borges, e la democrazia perfetta è quella in cui i cittadini non ricordano come si chiama il loro presidente, l'Italia di questi anni è stata di un'imperfezione assoluta. Riesce ormai difficile persino immaginare che sia esistito un tempo in cui i giornali potevano uscire la mattina senza avere sulla prima pagina il marchio di quelle quattro sillabe, Ber-lu-sco-ni, abbinato a qualche dichiarazione dirompente: «Scendo in campo!», «Magistrati comunisti!», «Farò l'Italia come il Milan!», «Giornalisti stalinisti!», «Meno tasse per tutti!», «Bollitori di bambini maoisti!», «Sì, avete capito bene, a-bo-li-rò l'Ici!», «Chi non vota per i propri interessi è un coglione!» e ogni punto esclamativo era il profilo della sua dentatura, sorridente o digrignante a seconda del copione. Ma risulta altrettanto improbo ricordarsi un film, un libro, un monologo satirico, un'inchiesta giornalistica e finanche una conversazione privata su un oggetto politico, calcistico o televisivo che non andassero prima o poi a sbattere lì, addosso a Sua Invadenza. Lui che se fosse un elemento del creato, non sarebbe fuoco che brucia ma acqua che sommerge, occupando ogni spazio vuoto aggirabile o non ostruito da una diga.

Eppure i berluscones continuano a sopportarlo, a considerarlo uno di loro. Qualche sua bizza ha il potere di imbarazzarli, ma nessuna veramente di sconvolgerli. Lo accettano come il fratello un po' troppo disinibito che avrebbero voluto avere e, in fondo, essere. Li accomuna la stessa visione utilitaristica delle istituzioni e l'idea assolutamente rivoluzionaria che lo Stato e la politica debbano essere gestite da un padrone, proprio come le aziende. Che la democrazia non sia partecipazione diffusa e continua, ma consista nel trovare 5 minuti ogni 5 anni per andare a votare, delegando per il tempo rimanente qualcuno che abbia non solo la voglia bizzarra di occuparsene, ma anche un interesse personale nel farlo, perché «se Berlusconi non avesse le tv e tutto il resto, non avrebbe alcun tornaconto a far andare bene l'Italia, diventerebbe un politico e si metterebbe a rubare come gli altri», mi ha spiegato un idraulico romano che lo vota da una vita: immaginarlo a colloquio con un girotondino dà la misura della incomunicabilità delle due Italie che non hanno più un linguaggio di valori condivisi con cui parlarsi o almeno capirsi. Ognuna delle due addossa all'altra i mali della modernità: l'immobilismo delle gerarchie, l'impoverimento del ceto medio, la diminuzione delle garanzie, la superficialità delle emozioni, l'orgoglio dell'ignoranza, il sadismo dei reality show. Si guardano in cagnesco, mentre la barca affonda. Senza nemmeno più rendersi conto che è la stessa barca.

GIORNATA nerissima quella di venerdì per Berlusconi e per tutta la Casa delle Libertà. Cominciata a metà mattina con le dimissioni di Storace e finita alle 2 dopo mezzanotte con la conclusione del "match" con Diliberto, aggiudicato per unanime verdetto al segretario dei Comunisti italiani per 3-0 se non addirittura per ko. Una gradevole sorpresa per quanti temevano pericolose intemperanze verbali e politiche da parte dello sfidante (io tra questi e me ne pento) e si sono invece trovati davanti un roccioso e calmo rappresentante di tutta l’Unione che colpiva con precisa regolarità un Berlusconi sfasato e inutilmente ripetitivo di lunghe filastrocche anticomuniste e anti-magistratura.

Un match rovinoso e pieno di insegnamenti per successive disfide e in particolare per l’atteso duello con Romano Prodi. Si è visto infatti che il campione del centrodestra non ha una sola idea né uno straccio di programma per la prossima legislatura. Segue lo schema che i suoi consulenti gli hanno preparato: descrivere l’Italia come un paese al colmo del benessere, plagiato dal potere diffuso dei comunisti annidati in tutti i gangli del potere e dedito alla menzogna; raccontare la bravura e i miracoli compiuti dalla sua squadra di governo e soprattutto da lui stesso, che è riuscito a superare l’avversa congiuntura, le diavolerie messe in campo dai comunisti nonché la pochezza e la malizia dei suoi alleati; infine presentarsi come una vittima della cattiveria altrui, un agnello nelle grinfie d’un branco allupato di magistrati faziosi e di politici sciagurati. Con in tasca tuttavia la vittoria e il trionfo finale, novello San Giorgio in lotta contro il drago che lui e lui soltanto riuscirà a trafiggere mortalmente in quelle che saranno le radiose giornate del 9 e 10 aprile.

Portato fuori da questo schema che ormai recita a memoria tanto l’ha ripetuto in due mesi di invasioni barbariche di tutte le televisioni nazionali e locali, il "premier" si smarrisce, perde il controllo di sé, sfugge le risposte, si rivela incapace di incalzare l’avversario con domande ficcanti e risposte pertinenti. Hai la sensazione che il mattatore indiscusso e temuto sia diventato un robot programmato per recitare una parte che non prevede varianti e dà l’impressione d’un disco rotto più che d’un discorso compiuto. Il più sofferente durante il match con Diliberto sembrava Enrico Mentana che ad un certo punto è arrivato ad apostrofarlo e quasi a redarguirlo per la sua assenza mentale.

«Presidente, si sta forse annoiando?» gli ha chiesto mentre Diliberto continuava a colpire con pacata durezza. «No», ha risposto il premier scuotendosi con fatica evidente «No, stavo riflettendo».

Mai riflettere troppo a lungo quando sei sotto l’occhio implacabile della macchina da presa, ce l’ha insegnato lui. Mai fuggire, mai indugiare in "melina", per far passare il tempo e salvarsi almeno con uno stentato pareggio.

Ma Mentana era preoccupato anche per un’altra ragione: il match di venerdì sera condanna infatti la formula fin qui seguita di incontri senza regole chiare e nette. Consente di evitare il dibattito sui temi di fondo, favorisce la rissa anziché il confronto su programmi e su valori. Ha quindi ragione Prodi a voler stabilire regole precise perché con competitor come Berlusconi non si esce dal "trash" della tv-immondizia. Di quella ce n’è già tanta in circolazione ed è inutile propinarne una dose aggiuntiva.

* * *

Sul caso Storace ha già scritto ieri Ezio Mauro delineando compiutamente la natura scandalosa di quanto è avvenuto e il gravissimo "vulnus" inferto al funzionamento delle istituzioni democratiche. Alla sua diagnosi giustamente impietosa non c’è molto da aggiungere se non ricordare che la guerra per bande di cui il caso Storace rappresenta l’esempio più recente, è un connotato ricorrente nella storia italiana tutte le volte che lo Stato e le istituzioni cadono nelle mani di gruppi di avventura, privi di cultura politica e avidi di potere senza altro scopo che il potere e il gusto di esercitarlo.

Dalle trame del Sifar negli anni ‘60 allo stragismo degli anni ‘70, agli "opposti estremismi", alla P2, agli anni di piombo delle Br, c’è una storia parallela che incrocia gli apparati deviati, la manovalanza terrorista nera e rossa, la criminalità mafiosa e camorristica in un intreccio perverso che ha comunque avuto come obiettivo fisso e comune quello di inquinare e infine sopprimere il funzionamento della democrazia, dello stato di diritto e della legalità.

La magistratura accerterà, speriamo con rapida chiarezza, se l’ex ministro della Sanità sia direttamente e consapevolmente coinvolto nello spionaggio politico organizzato in suo favore dai suoi più intimi collaboratori. Ma resta il fatto che una banda di investigatori privati, ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza, nonché dell’ "intelligence" e di operatori della Telecom ha violato la vita privata e pubblica di persone che contrastavano i progetti di Storace, ha manomesso e invalidato documenti pubblici nell’intento di alterare gli esiti di elezioni democratiche per procacciarsi denaro e potere.

Queste metastasi attecchiscono quando un corpo sano è invaso da cellule degenerate mentre gli anticorpi che dovrebbero eliminarle sono stati prostrati e resi inoperanti. Per fortuna questo processo degenerativo ha trovato ostacoli, per fortuna il sistema immunitario è ancora largamente operante, per fortuna la magistratura è ancora in grado di esercitare il controllo di legalità che la Costituzione le assegna.

Il caso Storace è un campanello di allarme ma anche la prova che le difese democratiche funzionano. Per merito di gran parte della società civile, dei partiti democratici, della libera stampa e della giurisdizione.

* * *

Non starò ad analizzare gli altri eventi che hanno reso nerissima per il centrodestra la giornata di venerdì. Mi basterà elencarli: la richiesta di rinvio a giudizio per corruzione in atti giudiziari inoltrata dalla Procura di Milano al giudice dell’udienza preliminare nelle persone di Berlusconi e dell’avvocato inglese Mills; l’intervento dell’industriale Della Valle di aspra critica della politica economica del governo; la dichiarazione di Bossi che, in caso di sconfitta nelle prossime elezioni, la Lega uscirà dall’alleanza di centrodestra.

Prodi, alla fine di quella giornata, ne ha sintetizzato il senso con quattro parole: la legislatura finisce con una catastrofe del governo. La nostra bravissima Ellekappa non è stata da meno sul piano della satira: «Schizzi di fango su Storace? Tranquillo, si confondono con tutto il resto». A volte anche una vignetta ha la forza d’un articolo di fondo.

Ma resta il problema dei programmi e della loro fattibilità. Alla resa dei conti s’è visto che il centrodestra un programma non ce l’ha. O meglio, il suo è quello di portare a compimento il programma del 2001 a conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che il famoso contratto con gli italiani è stato onorato in piccola parte o per nulla.

Il fatto è che - a parte la sua mancata realizzazione - quel programma nelle sue linee maestre era profondamente sbagliato. Presupponeva una crescita del reddito nazionale in una fase di ristagno della congiuntura mondiale; si basava sulla drastica riduzione della pressione fiscale attraverso il taglio delle aliquote dell’Irpef e dell’Irpeg allo scopo di rilanciare la domanda languente; tendeva a favorire i ceti più abbienti sperando che reinvestissero i profitti nelle attività produttive.

Queste erano le linee maestre del programma 2001, realizzate minimalmente e per di più sbagliate nella scelta degli strumenti poiché per far crescere l’economia bisognava puntare sul rilancio dell’offerta piuttosto che sulla domanda e quindi sul taglio del cuneo fiscale invece che su quello delle imposte sul reddito.

Per nulla ammaestrato dall’esperienza negativa, Berlusconi propone per la legislatura 2006-2011 il completamento di quanto non fatto nel 2001-2005. Che dire?

Sbagliare è umano, perseverare nell’errore è diabolico. Per di più in una fase in cui il nostro paese non riesce a intercettare la ripresa europea già in atto mentre la politica dei bassi tassi di interesse si è interrotta, sostituita in Europa, in Usa, in Asia da un «trend» di tassi al rialzo e di prosciugamento della liquidità internazionale.

* * *

Il programma del centrosinistra c’è ed è ben chiaro nonostante le geremiadi sul numero delle pagine e sui compromessi necessari a tenere unita la "lunga coalizione".

C’è il taglio di 5 punti del cuneo fiscale nel primo anno e di altri 5 nei restanti della legislatura, programma condiviso sia dai sindacati sia dalla Confindustria.

C’è l’indicazione delle coperture: abolizione degli altri incentivi alle imprese, destinazione d’una parte del taglio alla fascia dei bassi salari, stretti rapporti tra benefici al potere d’acquisto e incremento della produttività.

Tassazione delle rendite e delle plusvalenze speculative, allineandola allo standard europeo. Emersione del lavoro nero e dell’economia sommersa attraverso un piano di recupero graduale e opportunamente incentivato.

Revisione degli studi di settore per il lavoro autonomo e le partite Iva al di sopra di una certa dimensione.

Crescita degli stanziamenti per la ricerca pubblica.

Investimenti nell’alta velocità, nei porti, nella rete viaria e autostradale, completamento delle reti ferroviarie europee. Politica energetica di risparmi, energie alternative, partecipazione a produzioni estere.

Lotta al precariato, revisione della legge Biagi, incentivazione fiscale alla trasformazione delle flessibilità d’ingresso in contratti a tempo indeterminato.

Queste cose stanno nel programma di Prodi. Queste cose dirà nel duello televisivo con Berlusconi se il premier accetterà di misurarsi sui programmi del futuro anziché sulle battute e sul comunismo staliniano di due generazioni fa.

Mancano un po’ meno di quattro settimane al 9 aprile.

Vale la pena di cominciare il conto alla rovescia.

ROMA —Un atto d'indirizzo, per precisare i limiti che tivù pubbliche e privatedovranno rispettare prima della par condicio. Il presidente dell'Autorità per le comunicazioni Corrado Calabrò lo potrebbe firmare mercoledì, per porre fine alle polemiche sull'offensiva mediatica di Silvio Berlusconi e tradurre in concreto il suggerimento del capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. Un semplice atto d'indirizzo. Ma che secondo il presidente dell'Authority imporrebbe regole certe a tutte le televisioni e servirebbe a mettere in chiaro un fatto: «Ci sono principi che si applicano tutto l'anno, anche prima della convocazione del comizi elettorali. Forse a qualcuno era sfuggito».

Qualcuno chi?

«Non posso anticipare cose che sono in corso di valutazione. Ma è certo che qualcuno ha pensato che in questo periodo ci fosse assenza di regole. Adesso, dopo il richiamo di Ciampi, con cui sono perfettamente d'accordo, è ancora più evidente che non può essere così».

Berlusconi insiste che la legge sulla par condicio non è ancora operativa. Lei che dice?

«È un abbaglio, quello che non ci fossero regole, nel quale sono caduti in molti. Faccio il magistrato da 45 anni e posso assicurare che la mia interpretazione è giusta, come hanno riconosciuto anche i rappresentanti delle televisioni pubbliche e private nell'incontro che abbiamo avuto con loro la scorsa settimana. Rai e Mediaset ci hanno addirittura consegnato un documento con le istruzioni date ai capistruttura».

Ma poi le hanno rispettate?

«Non c'è dubbio che sia opportuno un chiarimento. La legge prevede che la tutela del pluralismo è compito dell'Agcom. E la legge ci dà competenza a dettare disposizioni applicative».

Disposizioni applicative?

«Un atto d'indirizzo. Mercoledì valuteremo, alla luce del comportamento delle televisioni, se ci sarà o meno la necessità di emanarlo.»

Che cosa ci sarà scritto?

«Saranno precisati i comportamenti che tutte le televisioni dovranno tenere in base a principi sempre stati chiari, ma che in quanto principi, possono anche sfumare nell'indeterminatezza».

Quali sarebbero?

«La legge parla chiaro: obiettività, completezza dell'informazione, lealtà, apertura alle diverse opinioni e tendenze politiche».

E lei sostiene che vanno rispettati anche prima che scatti la par condicio.

«Non io. La legge. Tenga presente che il periodo precedente la campagna elettorale è ancora più delicato, perché l'apparizione del politico nei programmi non espressamente dedicati alla propaganda, come quelli di informazione e intrattenimento, può essere ancora più suggestiva».

Il premier è intervenuto anche a Isoradio. E c'è chi ipotizza la violazione del contratto di servizio fra Rai e Stato. Ipotesi corretta?

«Isoradio può trasmettere solo informazioni di pubblico interesse e repliche di programmi già andati in onda. Valuteremo se esistono presupposti per un'eventuale sanzione».

Ecco, le sanzioni. Che si rischia?

«Una multa da 10 mila a 258 mila euro. Mentre per la Rai, che è servizio pubblico, si arriva fino al 3% del fatturato. Tutte le volte che riscontreremo una violazione dei principi d'imparzialità scatteranno le sanzioni. A questo punto ognuno si dia una regolata».

Se è tutto qui, regolarsi è fin troppo facile...

«Sottolineo che è in corso un procedimento penale nel quale si è arrivati alla determinazione che chi non obbedisce alle decisioni dell'autorità rischia pure d'incorrere nel reato d'omissione d'atti d'ufficio».

Sa che spavento.

«Faccio presente che è un reato. Ma soprattutto confido che dopo l'intervento di Ciampi tutti staranno molto più attenti».

Sia sincero: le sanzioni non sono inadeguate?

«Per la Rai no. Per i privati sono troppo lievi».

A proposito, è vero che in questo periodo la Rai ha commesso più violazioni di Mediaset?

«No comment. Qui parlo solo di regole. I giudizi si discutono in sede sanzionatoria».

Dove al massimo si può dare uno scapaccione.

«Per questo stiamo facendo una segnalazione molto articolata al Parlamento. Nel complesso il sistema sanzionatorio è insoddisfacente».

C’era ancora qualcosa che mancava alla restaurazione in corso. Azzerato con la nuova legge elettorale il bipolarismo italiano, ricostituite le condizioni per una grande palude al centro del prossimo parlamento, vi era ancora un muro che vi avrebbe impedito il libero scolo delle acque. Era il muro della "diversità" del berlusconismo, il fattore impediente di ogni cambio, intreccio, pasticcio, compromesso per la legislatura futura.

Che fare? La fortuna ha aiutato i restauratori, senza bisogno di complotti né di cavalli di Troia. Le telefonate dalla cooperativa rossa e il "tifo" di chi si informava sono stati distorti e rimontati in una colossale opa sulla credibilità etico-politica del partito-pilastro della opposizione. Ma il vero obiettivo dell’operazione non era, e non è, questo. Era, ed è, quello di togliere l’ipoteca morale che grava, con insistenza planetaria, sulla anomala destra italiana. Insomma: negare la "diversità" della sinistra per negare la "diversità" del berlusconismo. "Sdoganare" il berlusconismo senza pagare neppure il dazio di una parvenza di revisionismo. Ma soltanto con l’argomento che l’"altro", l’opposizione, i "comunisti" gli sono diventati "uguali". Lo slogan che corre è: "niente più superiorità morale".

E’ un tentativo certo assai curioso ma pericoloso. Curioso perché ammette che l’opposizione possa essere considerata sullo stesso piano del berlusconismo solo quando ne condividesse il livello etico-politico. Tentativo pericoloso, perché fa appello, neppure nascosto, a quel certo immoralismo italiano diffuso, al "così fan tutti", al "sono tutti uguali" che è la giustificazione di ogni rifiuto qualunquista e di ogni astensione politica.

C’è però una cosa che rende difficile il successo di tale insidioso tentativo. L’impasto di vari partiti e zone sociali che si chiama "berlusconismo" non è più solo la questione politica-affari. Il fatto nuovo è che, negli ultimi cinque anni, nella legislatura dominata con 150 parlamentari di maggioranza, la questione morale del berlusconismo è venuta a coincidere, senza residui, con la questione istituzionale. Questa coincidenza l’ha, per così dire, indurito, l’ha pietrificato e l’ha reso irriducibile allo spazio della politica repubblicana dove sono sempre possibili i negoziati e le larghe intese.

Il marchio della legislatura che sta per finire, e del berlusconismo che l’ha padroneggiata, è stato il negazionismo dello Stato costituzionale e delle sue origini (appena ieri al Senato è caduto il tentativo di equiparazione della "repubblica di Salò" allo Stato della liberazione nazionale....). E’ il negazionismo del diritto come regola generale (anche negli ultimi giorni il Senato sarà costretto ad occuparsi di norme processuali personalizzate che disarmano i pubblici ministeri e snaturano la Corte di Cassazione...).

A chiusura di questa legislatura, insomma, il berlusconismo è diventato un’altra cosa. E’ un blocco politico che, senza rinunciare all’originario impasto affaristico, cerca di imporre un altro Stato, con un mutato racconto delle origini; con diversi rapporti costituzionali; con una differente visione dei rapporti internazionali e comunitari e addirittura della pace e della guerra; perfino con un’altra idea della libertà di religione degli italiani.

In queste condizioni il tentativo di "sdoganarlo", per conseguita omogeneità, non può riuscire: neppure se si sollevasse contro l’opposizione una "questione morale" cento volte più grande e, soprattutto, cento volte meno infondata dell’attuale. Non può riuscire perché il berlusconismo non è più una questione di soldi, che ci sono sempre stati, ma è una questione infinitamente più grave e di altra qualità: l’onestà verso la Repubblica e la sua storia.

Oggi che la legislatura sta per finire nel modo che si è detto, la valutazione del comportamento etico della maggioranza e di ciascuno dei suoi componenti non può essere dissociata da quello che per cinque anni hanno fatto contro le istituzioni.

Prendiamo, ancora, la questione dei processi. Non possono essere giudicati moralmente a posto coloro che hanno inventato un letto di Procuste alla rovescia: per adeguare le leggi ai processi in corso e ai loro imputati e non, come accade nel mondo dove civiltà giuridica regna, i processi alle leggi.

Ma se, al di là della sempre scivolosa materia dei processi penali, si andasse a guardare come nella legislatura siano state regolate delicatissime questioni istituzionali, i dubbi morali si fanno più forti e stringenti. E’ possibile che fior di galantuomini abbiano approvato una legge-burla come quella sul conflitto di interessi, quella che - appunto - dovrebbe segnare il confine tra politica e affari? Una legge che certo ha regole meno vincolanti per il presidente del consiglio di quelle che disciplinano il gioco delle tre carte (dal momento che, secondo un primo parere di Authority, il premier è considerato estraneo ai benefici di una legge del suo governo perfino quando su di essa abbia posto la questione di fiducia)? E’ possibile che onesti patrioti abbiamo approvato un progetto di Costituzione che cerca di fare avanzare l’idea di più "nazioni" nella Repubblica; di diritti fondamentali ineguali per regioni ricche e per regioni povere; di più frammentazioni burocratico-territoriali? E, ancora, è possibile che uomini con qualche scrupolo etico-democratico abbiano potuto far passare una legge elettorale che abolisce, senza le preferenze e senza i collegi uninominali, lo storico legame di responsabilità e di rappresentanza tra parlamentari e territorio e che, lacerando la Costituzione, falsifica la base elettorale del Senato (così mettendo a rischio certo la governabilità del Paese)? No, non è possibile: la supremazia del numero è stata adoperata per scopi diversi da quelle virtù repubblicane. Non c’è stata onestà, né lealtà nazionale, né scrupoli democratici nel concepire e approvare leggi così dirompenti per il comune senso delle istituzioni, per le stesse tradizioni popolari poste alla loro base.

Ma all’azione si è congiunta, forse più grave, l’omissione. Quando quella stessa enorme maggioranza parlamentare, pur capace di tali rivolgimenti, ha preferito invece far marcire, fra gli scandali, contro la norma costituzionale sulla tutela del risparmio, le regole di governo dei mercati finanziari, delle società, delle banche. E alla fine, quando è diventata insopportabile la situazione, ha imposto, per muoversi, un’ultima mancia per allentare le norme sul falso in bilancio...

E’ in tutto questo che la questione istituzionale ha coinciso rovinosamente con la questione morale. E’ tutto questo che oggi rende irreparabile la "diversità" del berlusconismo.

Dice un grande giurista tedesco che la essenza dello Stato costituzionale è nel "principio di speranza". A chi affidare allora la speranza che tanto disordine sia corretto se non a chi l’ha combattuto giorno dopo giorno per cinque lunghi anni, dimostrando così nei fatti di non essere come gli altri, di essere anzi simmetricamente "diverso" da essi? La speranza dell’alternanza alle prossime elezioni è dunque soprattutto la speranza di un nuovo ordine che ricominci con l’onestà repubblicana verso le istituzioni.

Certo: non è questione di superiorità morale. L’opposizione che ha contrastato, per una intera legislatura, e ancora dovrà contrastare in queste ultime settimane, norme ripugnanti per l’etica pubblica, ha fatto solo il suo dovere civico. Ma ha mantenuto viva, con questo quotidiano impegno che ha coinvolto partiti, associazioni, piazze e parlamento, la più grande delle questioni morali: la questione della democrazia. La bussola infallibile da tenere d’occhio quan

La rivincita non c'è stata. Berlusconi ha riperso le elezioni, in maniera ancor più netta di quanto sia avvenuto lo scorso 9 aprile.Un paese un po' stanco non l'ha seguito nella sua crociata «contro l'invadenza della sinistra». In molti hanno disertato i seggi elettorali: a sinistra convinti che con il voto politico il più era ormai fatto, a destra pensando che nessun risultato amministrativo sarebbe suonato comeunannuncio di sfratto per Prodi.Valutazioni entrambe sbagliate, ma comprensibili. Anche perché nonè stata una campagna elettorale vibrante: sugli autobus e nei bar l'attesa era per i mondiali di calcio e per la sorte di Juve eMilan, le preoccupazioni per i tagli di bilancio che il rosso dei conti pubblici annuncia. Privato delle pubbliche passioni il Cavaliere ne è uscito dimezzato, anche se conferma che il centrodestra non può prescindere da lui. Il risultato è coerente, da nord a sud: il centrosinistra guadagna ovunque e recupera anche dove perde. Gli stenti milanesi della Moratti e la vittoria contenuta di Cuffaro in Sicilia valgono più dello scontato trionfo dell'Unione a Torino e Roma. Mentre Napoli, su cui il centrodestra aveva puntato tutto, conferma la Jervolino nonostante le disillusioni del suo elettorato.

Ora Berlusconi e i suoi alleati punteranno tutto sul referendum costituzionale: per salvare la pelle, visto che una nuova sconfitta sulla ragione sociale leghista della devolution avrebbe conseguenze esplosive sulla tenuta di una coalizione già profondamente divisa. Ed è proprio questo l'obiettivo che il centrosinistra dovrebbe ora perseguire.Non solo per ragioni tattiche: vincere il referendum significa salvare il paese da una controriforma devastante. Ma il voto di ieri consegna al centrosinistra una grande responsabilità, dà un mandato che pretende rapido rispetto. Il governo che esce rafforzato dalle elezioni amministrative a questo punto non ha più alibi per dare un segnale di discontinuità rispetto al berlusconismo: dalle scelte internazionali (Iraq, Medio oriente e Afghanistan) a quelle economiche e sociali (risorse finanziarie, lavoro e welfare). Gli elettori hanno chiesto per la seconda volta un chiaro cambio di direzione: essere l'opposto di ciò che ha rappresentato il centrodestra, fare il contrario di ciò che il precedente governo ha fatto.

Care amiche, cari amici,

il 25 aprile che festeggiamo nelle piazze del nostro Paese ci rammenta, a 61 anni di distanza, il prezzo e il valore della libertà. Ci consegna il compito di mantenere viva la memoria dei fatti nella loro verità e delle migliaia di persone che, combattendo la buona battaglia, hanno aperto un’epoca nuova della nostra storia.

Tra le città liberate il 25 aprile 1945 c’è anche Milano, dove io pure sarò domani a ricordare la nostra rinascita di popolo libero e unito. E’ nell’unità nazionale che festeggiamo, proprio come allora, il bene supremo della democrazia. Per questo occorre una memoria che unisca e non divida. Una memoria che guarda al futuro, non alle recriminazioni e agli odii del passato.

E’ questo il significato di una festa che, come tante volte ci ha ricordato il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, scandisce e scandirà per sempre la vita della Repubblica nata dalla lotta di Resistenza. Quel 25 aprile del 1945 le numerose forze partigiane e comuni che variamente operavano sul territorio nazionale si unirono nell’abbraccio forte della vittoria, dopo la battaglia congiunta e sanguinosa contro l’occupazione nazista.

In quella lotta decisivo fu il contributo delle truppe degli eserciti alleati con l’apporto di alcune divisioni dell’esercito italiano, ai quali dobbiamo e vogliamo rendere onore e merito. Ma in quella lotta decisivo fu anche il contributo di popolo: delle donne e degli uomini che con coraggio, con eroismo, con generosità seppero mettere al primo posto il bene della propria Patria, la dignità dell’uomo, i propri ideali di libertà e giustizia. In loro c’era la speranza e la volontà di vivere essi stessi e di far vivere i propri figli in un Paese libero e giusto.

E’ ricordando quelle donne e quegli uomini che oggi penso ai nostri giovani. Ai quali rivolgo, con affetto, una raccomandazione. Non lasciatevi portare via la storia. Essa vi appartiene. Non lasciate che il sacrificio di chi ha vissuto prima di voi pensando anche a voi, venga dimenticato. Ricordiamo insieme i momenti che hanno fatto grande il nostro Paese; ricordiamo chi ha saputo sacrificare se stesso per farci vivere in questa Italia, uniti e liberi. Abituatevi a pensare all’Italia come alla Patria, leggete la costituzione repubblicana nella sua forza e nella sua indiscutibile attualità, scoprite il valore delle istituzioni democratiche che tutelano i nostri doveri e i nostri diritti, la libertà nostra e quella degli altri, anche di coloro che a quella lotta di liberazione non presero parte.

Ma questo 25 aprile rammenta a tutti noi anche l’urgenza di difendere la nostra Costituzione. La riforma costituzionale che la destra ha portato a conclusione senza un confronto parlamentare stravolge il senso del lavoro della Costituente del 1947 che seppe far prevalere l’interesse generale su quello delle parti e il bene di tutti sulle divisioni ideologiche. Per questo è importante ricordare in questa giornata che la partecipazione popolare al prossimo referendum sia la più ampia possibile e che il no a questa sbagliata riforma costituzionale arrivi da ogni parte d’Italia.

La coalizione di centrosinistra non ce l'ha fatta. Prodi non ha vinto, Berlusconi non ha vinto, si va verso un pareggio, aggravato dal pessimo meccanismo della legge elettorale. Si apre uno scenario incerto, ma sicuramente politicamente negativo. Siamo davanti a un voto molto partecipato e riflettuto sul quale ha pesato l'aggressività di Berlusconi, giocando sulle viscere più torbide del paese, e spuntandola per meno di poco quando pareva aver già perduto. Non stavano più con lui infatti né la grande stampa né la Confindustria, né le banche. Stava con lui soltanto la chiesa di Ratzinger. E stava il portafoglio di una proprietà diffusa, alta media e bassa che egli aveva sfacciatamente protetto e che si è difesa a denti stretti. Il pareggio non è solo nei numeri: all'interno delle coalizioni non è avvenuto nessun grande spostamento. Berlusconi resta di gran lunga il leader più forte del centrodestra. L'agitazione dei Follini e Casini non gli ha recato gran danno, anzi, in conclusione lo ha favorito. Nella coalizione di centrosinistra il solo successo evidente è quello di Rifondazione, ma in un quadro generale che non ne moltiplica la valenza. La Rosa nel pugno, anche se puntava su un'affermazione maggiore, dimostra - ed è meglio che niente - che neppure in Italia si può andare oltre un certo limite nell'ossequio al Vaticano. E questo è tutto.

Il problema più grave, e del quale sarebbe folle tenere poco conto, è che a differenza di solo venti anni fa, su cento italiani che incontri per strada, in autobus e in treno, quarantotto votano una destra illimitata che non si da confini neanche nei confronti del fascismo. Questo non accade in nessun altro paese dell'occidente europeo. Questa destra si è radicata nella cosiddetta società civile. Anche per la flebilissima condanna che ha incontrato nelle istituzioni, a cominciare dal Quirinale che non ha difeso con forza quei principi fondanti della Repubblica dei quali doveva essere garante. Neanche l'opposizione ha capito che cosa era in gioco quando ha scelto la bonarietà: che Berlusconi andasse oltre ogni limite di decenza non comportava che non si dovesse condannarne in termini più secchi l'oltranzismo e il disprezzo per qualsiasi principio di una democrazia non formale. C'è in ogni paese, come in ciascuno di noi, un fondo di impaurito e pauroso egoismo che non va accettato - una democrazia non è tenuta a rappresentare qualsiasi cosa, la Costituzione non è un optional. E anche chi ha seminato, supponendosi più a sinistra, l'antipolitica, oggi ci deve riflettere. Non è detto che ci sia molto tempo. Un paese che è profondamente diviso non, come si è andati cianciando, dalle ideologie, ma da contraddizioni sociali di fondo, non può darsi una maggioranza che abbia, non dico un abbastanza ampio consenso, ma consenta uno spazio di mediazione. Nel nostro paese è così ogni volta che la destra si consolida: essa porta in sé un connotato eversivo. Quale che sia il risultato che ci aspetta nelle prossimo ore – stiamo scrivendo ancora sull'orlo dell'incertezza - l'Italia è ammalata. Faremo di tutto perché non lo si dimentichi.

E’stato coraggioso Paolo Mieli a scrivere l’editoriale, pubblicato ieri sul Corriere della Sera, nel quale esprime l’appoggio del suo giornale all’Unione. In inglese - o più precisamente in “americano” - si dice endorsement, che vuol dire approvazione, ed è un passaggio importante - negli Stati Uniti - di tutte le campagne elettorali. C’è un momento, cioè - in genere molto atteso dall’opinione pubblica - nel quale i grandi giornali (Il New York Times, il Washington Post, il Los Angeles Times, il Boston Globe eccetera) annunciano agli elettori quale sarà il candidato che loro sosterranno in vista delle elezioni. Nelle democrazie anglosassoni il “rito” dell’ endorsement è un passaggio importante, perché garantisce “trasparenza” nei rapporti tra stampa e politica e aiuta i lettori a capire le questioni essenziali della partita elettorale.

Da noi il rapporto tra giornali e politica non è mai stato molto trasparente. Per un milione di motivi. Forse il più chiaro ed evidente è un motivo storico: nel secolo scorso il nostro paese ha vissuto sotto due regimi, uno illiberale (il fascismo) che aveva del tutto abolito i giornali indipendenti, e uno liberale (nel dopoguerra) dominato dal potere democristiano e dal cosiddetto fattore “K” (cioè l’impossibilità dell’opposizione, comunista, di accedere al governo). In questo secondo, lungo, periodo, cioè il cinquantennio della prima repubblica, la grande stampa - tutta la grande stampa - è sempre stata subalterna ai partiti governativi e in particolare alla Dc: in qualche modo ne è stata l’emanazione. Questo non ha permesso all’Italia di avere un giornalismo indipendente forte e sviluppato come quello di altri paesi occidentali.

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Paolo Mieli ha scritto un editoriale molto lucido, nel quale ha chiarito il motivo per il quale il Corriere sceglie Prodi. Perché il governo uscente, e i gruppi dirigenti espressi dal centro destra - e specialmente dal partito di maggioranza relativa, e cioè Forza Italia - non sono in grado di governare il paese, e cioè di farsi carico di un qualche interesse generale. E’ questa la ragione del loro fallimento. Naturalmente si può discutere finché si vuole sull’interesse generale, ed è assolutamente evidente che l’idea di interesse generale che può avere qualunque lettore di questo giornale è assai diversa dall’idea di Paolo Mieli, o dei lettori del Corriere, o dei gruppi intellettuali, politici, economici, che sono vicini al direttore del Corriere della Sera. Il fatto è che Paolo Mieli, nel suo editoriale, sostiene che il governo di centrodestra non ha saputo porsi al servizio di nessun tipo di interesse generale, ma ha lavorato solo per l’interesse specialissimo del premier e dei gruppi che fanno parte del suo sistema economico, finanziario, politico. Ha privatizzato lo Stato.

A me è sembrato che più che un endorsement verso Prodi, Paolo Mieli abbia espresso la più netta e irreversibile sfiducia al premier uscente. Tanto che - rivolgendosi agli elettori di destra - li ha consigliati di votare eventualmente per Casini, o per An, o per chi vogliono, ma mai e poi mai per Forza Italia.

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Paolo Mieli, scrivendo l’editoriale, ha dimostrato anche quanto sia insidiosa l’ipoteca che una parte ampia e molto forte delle classi dominanti italiane (la “grande borghesia”, nel vecchio gergo, i “poteri forti”, se vogliamo usare un linguaggio più moderno) pone sul futuro governo di centrosinistra. Quel pezzo consistente di borghesia, che dopo un decennio si è smarcata nettamente da Berlusconi e ha deciso di non seguirlo più, ci dice: «noi investiamo sul centrosinistra, noi aiuteremo il centrosinistra a vincere, ma tutto ciò non sarà gratis».

Già, non sarà gratis. Una alleanza politica e sociale impone dei prezzi. E’ giusto. Purché sia chiaro che i prezzi li pagano tutti - il centro, la sinistra, la borghesia, i ceti popolari - e che il punto di equilibrio politico che va trovato non può essere una semplice riproposizione - più colta ed educata - delle vecchie politiche della destra. Per capirci: il futuro governo di centrosinistra - usiamo uno slogan - non può essere un governo “Prodi- Montezemolo”, né può essere una alleanza nella quale viene delegato alla sinistra il compito di occuparsi del “teatro” (cioè le regole del gioco, i diritti in Tv, le par condicio e quelle cose lì, le varie norme e limitazioni o esaltazioni del ceto politico) e ai rappresentanti dei “poteri veri” resta il compito di decidere le politiche economiche e statuali. Questo - e Mieli lo sa - non sta nelle cose. Per un motivo, in fondo, semplicissimo: che dentro la coalizione, stavolta, avranno un peso consistente le forze della sinistra radicale guidate da Rifondazione.

ROMA, 26 gennaio – Ora è ufficialmente impossibile evitare il viso confidenziale, sorridente e lisciato dal chirurgo di Silvio Berlusconi. Negli ultimi tempi è apparso in televisione quasi ogni sera, parlando di sua madre, delle sue idee sulla morale, dei suoi nemici, del suo giardino (smisurato: 100 ettari, come sottolinea), e anche di Erasmo.

”Erasmo diceva: Le migliori idee non vengono dalla ragione, ma da una lucida follia visionaria” ha dichiarato Berlusconi, primo ministro italiano, nel corso di un’intervista di un’ora e mezza trasmessa questa settimana da una delle tre reti televisive di sua proprietà.

Visionario o tendente alla follia, Berlusconi si è lanciato con l’abituale energia in un inconsueto blitz sui mezzi di comunicazione: una prolungata televendita rivolta agli elettori italiani, che i sondaggi mostrano stanchi di lui dopo cinque anni di governo. “Ciclone Silvio” ha strombazzato sulla copertina dell’ultimo numero il settimanale Panorama, pure di sua proprietà.

A poco più di due mesi dalle elezioni nazionali, questo teatro politico rappresenta, secondo molti, la lotta dell’uomo più ricco d’Italia, presidente del consiglio in carica per il periodo più lungo, per la propria sopravvivenza politica. Il copione prevede l’attacco.

Vigoroso sessantanovenne, dall’aspetto più giovane e con più capelli di quando è entrato in carica, grazie alla chirurgia estetica che ha discusso in pubblico, ha iniziato due settimane fa accusando il principale partito dell’opposizione di centrosinistra di affari poco trasparenti. Poi Berlusconi, più volte processato per corruzione ma mai arrestato, ha fatto una visita ai magistrati a questo proposito.

Immediatamente coi suoi alleati del centro destra – uno dei quali ha definito la visita in procura “di cattivo gusto” –sono ripresi i periodici battibecchi. Questa settimana Berlusconi si è impegnato in un altro bisticcio, stavolta col presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, sul desiderio da parte di Berlusconi di prolungare la durata del parlamento di due settimane oltre la data del 29 gennaio originariamente fissata da Ciampi per lo scioglimento delle camere. “Solo contro tutti” ha dichiarato il primo ministro settimana scorsa.

La questione è se, spingendo via tutti gli altri, Berlusconi possa guadagnarsi l’ammirazione – e i voti – degli italiani alle elezioni previste per il 9 aprile.

”Sta conducendo una campagna elettorale che dimostra leadership” dice Carlo Pelanda, professore di relazioni internazionali e collaboratore di due quotidiani conservatori italiani. “Se si analizzano le tendenze elettorali, non è vero che la sinistra stia crescendo. È vero che alcuni elettori di centro destra hanno perso un po’ di interesse per Forza Italia, e Berlusconi deve sollecitare l’entusiasmo della gente che gli ha dato il voto nel 2001”.

Almeno, anche i suoi molti nemici concedono che Berlusconi, a capo del partito Forza Italia, sta dominando il dibattito, e insieme a televisione, radio, giornali e riviste ci sono pure i manifesti per le strade. La sua accusa che il principale partito di opposizione, i Democratici di Sinistra, abbiano avuto un ruolo in una oscura acquisizione, sembra essere riuscito a mettere l’opposizione, non certo famosa per la sua unità anche nei tempi migliori, in ulteriore disagio.

Secondo alcuni esperti, questa offensiva potrebbe essere il colpo da maestro di un esperto tattico, che rivela speranze di rielezione migliori di quanto non mostrino i sondaggi. “È un uomo d’affari troppo realista: se avvertisse davvero che la situazione è disperata, o irrecuperabile, probabilmente cercherebbe una strategia d’uscita” dice Franco Pavoncello, analista politico alla John Cabot University di Roma. “Agire così è significativo, secondo me, del fatto che sente di poter probabilmente modificare la situazione”.

Nicola Piepoli, presidente dell’Istituto Piepoli, specializzato in sondaggi, dice che anche lui non considera Berlusconi fuori gara, e crede che stia riuscendo a infondere energia nella base dei voti più conservatori. Però, aggiunge, i dati dei sondaggi non mostrano ancora uno spostamento a suo favore. “Aveva il 46% prima, e ha il 46% adesso” dice Piepoli, sottolineando come Berlusconi affermi di star superando la differenza rispetto all coalizione di centrosinistra guidata dall’ex primo ministro Romano Prodi.

In un paese tradizionalmente dominato dai partiti, e non dalle singole personalità, la campagna mediatica in stile americano di Berlusconi è tanto nuova quanto ubiqua. I critici sostengono che sta usando in modo scorretto la sua posizioni di capo del governo, che controlla la televisione pubblica, e di magnate della comunicazione che controlla le proprie reti. Secondo uno studio comparso sui giornali italiani, ha avuto più di tre ore di tempo televisivo in due settimane, mentre Prodi appariva per soli otto minuti.

Il tono della campagna è apparso chiaro sin dall’inizio, quando Berlusconi è comparso in un popolare talk show politico, attaccando a testa bassa il suo elemento di maggior debolezza politica: l’idea, diffusa anche fra molti alleati, di aver usato il governo per tener lontani i magistrati. Nel corso della trasmissione, è riuscito a ricordare agli italiani che alcuni degli scandali principali sono accaduti all’epoca dei governi di centrosinistra. Ma è andato anche oltre: si è definito un esempio vivente di “come politica e affari devono rimanere separati”.

”La politica” ha dichiarato di fronte a un interlocutore esterrefatto, “non mi ha mai aiutato negli affari”. Per attenuare i colpi sferrati nel primo spettacolo, più tardi è comparso in un programma dedicato al calcio (è proprietario non solo della rete che lo trasmetteva, ma anche della squadra di calcio del Milan). Mentre la sinistra annaspava per rispondere all’attacco, Berlusconi diventava una presenza quasi quotidiana per gli spettatori televisivi, dibattendo col capo dei Comunisti, Fausto Bertinotti, e con Francesco Rutelli, che guida il partito di centro sinistra della Margherita.

Lunedì, ha risposto alla più gentile delle interviste possibili da parte di uno dei più popolari personaggi della televisione italiana, Paolo Bonolis, mostrando immagini della famiglia, e di sé insieme a tre presidenti americani. “Ho fatto visita a Bush 20 volte” ha detto, mettendo se stesso – e così l’Italia – al centro del palcoscenico mondiale.

La sua battaglia col Presidente Ciampi sulla data di scioglimento delle camere è stata anche determinata, sostengono i critici, dal desiderio di rimanere visibile. Anche se ha sostenuto che il parlamento aveva lavori fondamentali da concludere prima delle elezioni, la campagna elettorale comincerà ufficialmente al momento in cui le camere vengono sciolte, e per legge i tempi televisivi saranno distribuiti equamente fra i due schieramenti sino alla data delle elezioni.

Prodi ha dichiarato che la battaglia di Berlusconi con Ciampi mostra come il primo ministro abbia bisogno di tempo televisivo extra per ribaltare “il giudizio degli elettori” su di lui. “Non vogliono regole” ha dichiarato lunedì riferendosi a Berlusconi e ai suoi sostenitori. “Vogliono un Far West dove l’unica cosa che conta è la possibilità di spendere denaro e comparire in televisione”. Berlusconi ha vinto la sua battaglia: Ciampi ha consentito di sciogliere le camere l’11 febbraio.

here English version

LE ELEZIONI amministrative di oggi e di domani sono un’altra cosa dalle elezioni politiche di un mese e mezzo fa. Non rappresentano una conferma o una rivincita di quel risultato. Così pure il referendum costituzionale del 25 giugno: non è in gioco il governo ma una proposta di riforma da alcuni considerata mirabile e da altri esecrata.

Così sostengono Prodi e i partiti dell’Ulivo.

Berlusconi (ma non lui soltanto, anche Bossi, Fini e Casini) sostengono stentoreamente l’esatto contrario: il voto di oggi (venti milioni di italiani alle urne) e quello referendario del 25 giugno serviranno in primo luogo a stabilire da che parte sta la vera maggioranza, il paese reale. Serviranno ad uscire dall’incertezza su chi deve comandare. Perciò tutti alle urne e se la spallata sarà confermata dai voti, allora tutti in piazza, tutti a Roma per imporre all’imbalsamato Napolitano lo scioglimento delle Camere e il ritorno al potere dell’Uomo della Provvidenza.

Del resto lui, quell’Uomo, non ha forse scritto una lettera personale a tutti i capi di Stato e di governo d’Europa per informarli che le elezioni del 9 aprile le ha vinte lui e che ritornerà al potere entro poche settimane dopo che alcuni controlli burocratici saranno stati adempiuti? Un fatto simile non si era mai verificato. Non era mai accaduto che un candidato sconfitto si rivolgesse alle cancellerie straniere per comunicare che lui è ancora lì, presente e vittorioso.

L’altro ieri Giuliano Ferrara nella sua ultima trasmissione "Otto e mezzo", ha chiesto a Massimo D’Alema con una buona dose di malizia se sarebbe stato permesso al centrodestra di organizzare pacifiche manifestazioni di piazza.

Ovviamente D’Alema ha risposto sì. «Vogliamo metterlo per iscritto?» ha proposto Ferrara mellifluo, «un patto tra gentiluomini, non si sa mai...».

Un patto scritto tra un vicepresidente del Consiglio e un conduttore televisivo de La7? Veramente il comune senso del pudore ha fatto fagotto. Del resto nelle stesse ore Berlusconi (con Fini e Casini che si spellavano le mani con applausi entusiastici) apostrofava il suo pubblico a Milano e subito dopo a Roma adottando la retorica mussoliniana: «Siete pieni di rabbia contro questo governo?». «Sì» urlava la platea. «Siete favorevoli a non trattare su niente con quella gente?». «Sì» rispondeva il coro. «Siete pronti a muovervi senza paura? Siete pronti a venire tutti a Roma al mio primo richiamo?». «Sì, a Roma». «Non ho sentito bene, ripetete ancora». «Sì, a Roma, senza paura».

Nel frattempo alcune camionette gremite di giovanotti in camicia nera, stendardi con fiamma tricolore e fasci littori, percorrevano le vie di Roma cantando inni e minacciando vendette.

Questo è il clima. Forse sarebbe utile rasserenare l’atmosfera, distinguere i diversi appuntamenti elettorali, avviare un riconoscimento reciproco dei diversi ruoli costituzionali e politici, ma per arrivare a questo risultato bisogna essere in due come nei matrimoni.

Berlusconi ha preso un’altra strada. I suoi alleati lo seguono senza alcun distinguo. In questa situazione il rasserenamento è una favola.

Sandro Viola, in un gustoso articolo di qualche giorno fa su queste pagine, prevedeva che i giornalisti italiani, avvezzi da anni alle sciabolate antiberlusconiane dovessero ora morire di noia dopo l’uscita di scena del Cavaliere.

Purtroppo non potremo goderci questa noia riposante perché il nostro uomo è sempre lì, più vociante e aggressivo che mai. Più demagogo ed eversivo di prima. Il finale del Caimano ripreso alla lettera. Altro che annoiarsi, caro Sandro...

* * *

Avevo pregato un mio amico imprenditore di raccontarmi il «matinée» della Confindustria dell’altro giorno nella grande sala dell’Auditorium di via dell’Architettura gremita in ogni ordine di posti. Secondo il suo resoconto (del resto confermato da tutti i giornali) il momento di maggior rilievo è stato il lunghissimo applauso, anzi la «standing ovation» tributata a Gianni Letta. Più lungo e più intenso del battimano a Montezemolo. Più che al nome di Ciampi. Più di quello alla memoria di Biagi e della intoccabile legge ribattezzata con il suo nome.

Il mio amico mi ha proposto alcune e diverse interpretazioni di quell’applauso. 1. Hanno applaudito Letta per la sua candidatura al Quirinale, poi ritirata in corso d’opera. Quasi un applauso polemico nei confronti di Napolitano. 2. Un applauso al "factotum" di Silvio Berlusconi indirizzato dunque a quest’ultimo per interposta persona. 3. Un applauso a Letta mediatore per eccellenza, contro la linea dura e avventurosa che Berlusconi sta portando avanti e che non si sa dove ci porterà.

Tu - gli ho chiesto - quale interpretazione dai? Mi ha risposto «Le prime due, la terza è fuori discussione». E credo che le cose stiano esattamente così. Ma se stanno così la questione merita attenta riflessione perché quei duemilasettecento plaudenti, anzi osannanti, non sono persone qualunque. Sono i delegati delle associazioni territoriali e di categoria degli industriali di tutta Italia; imprenditori piccoli, medi, grandi; del Nord, del Centro, del Sud; gente che sa leggere i bilanci, conosce il mercato nazionale e quello internazionale; gente che viaggia, esporta, importa, conosce i congegni del credito e delle Borse, lavora e dà lavoro, discute con la pubblica amministrazione, paga le tasse, i contributi, assume e licenzia lavoratori.

Insomma rappresenta l’Italia produttiva. Il «business». Il fatturato. Infine la borghesia, quale che sia il significato che si voglia dare a questa parola.

La borghesia produttiva.

Ebbene, questa borghesia sa le seguenti cose:

1. Il governo per il quale Letta è stato il grande e ascoltato consigliere, ricevette dal governo precedente una pubblica finanza con un deficit di 3.1 sul Pil. Leggermente al di sopra dei parametri di Maastricht; nei mesi pre-elettorali del 2001 aveva un po’ allargato i cordoni della spesa. Dopo cinque anni d’un governo munito d’una schiacciante maggioranza parlamentare il deficit nel 2006 è certificato dalle autorità europee a 4.2; la Ragioneria dello Stato lo posiziona a 4.4; il nuovo ministro dell’Economia teme che arriverà ancora più in su (4.8?) quando saranno stimati con esattezza i disavanzi delle Ferrovie, delle Poste e dell’Anas.

2. Nel 2001 l’avanzo primario del bilancio ammontava a 4.5, più di 50 miliardi di euro in cifra assoluta. Dopo cinque anni si colloca mezzo punto sotto allo zero.

3. Il debito pubblico negli ultimi due esercizi è aumentato di oltre 2 punti; si prevede un aumento ulteriore nel 2007.

La conseguenza è che le agenzie di rating minacciano di declassarlo. La Banca centrale europea ci chiede una manovra bis di 7 miliardi entro giugno per rassicurare i mercati e ci fa notare che il debito pubblico espresso in euro riguarda l’intera Eurolandia.

4. La spesa pubblica corrente è aumentata nel quinquennio di circa 3 punti di Pil.

5. Le infrastrutture, cavallo di battaglia del Cavaliere, sono ferme al palo per mancanza di fondi e la loro insufficienza è strettamente inerente alla declinante competitività del sistema imprenditoriale.

* * *

Mi limito a ricordare questi cinque indiscutibili dati di fatto come consuntivo dei cinque anni del trascorso governo, ma dovrei ancora aggiungere le mancate liberalizzazioni dei mercati, il mancato snellimento dei processi civili e penali ed anzi il loro ulteriore appesantimento, il fallimento della politica dell’immigrazione, nonché il completo fallimento della riforma fiscale a pioggia attraverso la riduzione priva di risultati delle aliquote Irpef.

Sulla base di questo consuntivo si vorrebbe capire quali siano le ragioni di nostalgia del passato governo da parte dell’Italia produttiva, borghese, moderata, pragmatica.

Esiste una questione settentrionale? Sì, esiste. È nata dopo il voto di due mesi fa? Non direi proprio, ci vogliono anni se non decenni per far nascere problemi di quella portata. Questa questione è stata affrontata negli ultimi cinque anni? Non sembrerebbe. Però avete nostalgia del Cavaliere.

Poiché manca ogni spiegazione logica, ogni rapporto causale, ogni riscontro economico che possa spiegare quella nostalgia, mentre tutti i dati a consuntivo dovrebbero suscitare un senso di liberazione; allora bisogna cercarla, quella spiegazione, in qualche cosa di irrazionale, in un sentimento, in una ideologia, ma quale?

* * *

Il governo di centrodestra non è stato né liberale né liberista, su questo punto sono tutti d’accordo a cominciare da Tremonti. Ha abbassato la pressione fiscale dello 0.7 per cento in cinque anni. Cioè nulla.

Però non ha regolato il mercato. Ha condonato ogni sorta di elusione o di evasione fiscale e contributiva. Ha vellicato l’antiparlamentarismo e l’antipolitica, ma poi, d’un colpo solo, ha varato una legge elettorale che riportava gli apparati di partito al vertice del sistema. Avete nostalgia di tutto questo?

Oppure vi piace il Berlusconi di oggi (che poi non è diverso da quello di sempre, con la differenza per lui non piccola di non essere più a Palazzo Chigi)? Vi piace il Berlusconi eversivo che mima una sorta di marcia su Roma per riconquistare il Palazzo? Di questo avete voglia? Sembrerebbe impossibile che i rappresentanti della borghesia produttiva, moderata, pragmatica, siano disposti a seguire l’avventurismo d’un demagogo che vuole tornare in sella subito. Rifare subito le elezioni.

Subito. Vuol dire sospendere per almeno altri sei mesi ogni possibilità di governare. Niente politica economica, Camere di nuovo latitanti, congelamento dell’Italia all’interno dell’Unione europea, rating sul debito ai minimi termini.

Sapete bene che gli effetti di quell’avventura sarebbero questi. Ed è questo che volete?

* * *

Post Scriptum. I voti della Val d’Aosta e gli italiani all’estero non entrano nel computo per l’attribuzione del premio di maggioranza, ma fanno parte dei voti di schieramento politico. Ne consegue che la maggioranza di centrosinistra non è di 24 mila voti come finora si è detto ma di 130 mila.

Non saranno moltissimi ma nemmeno tanto pochi.

Verrà di sicuro il giorno in cui l’Unione di Prodi, avendo vinto le elezioni, si troverà di fronte un’opposizione normale, che contesta anche duramente la politica del governo, ma che non lo chiama illegittimo, frutto di enorme usurpazione. Una parte degli oppositori proseguirà la battaglia di Berlusconi, imboccando la strada del combattente irregolare che rifiuta di indossare l’uniforme di guerra e volutamente si fa partigiano, ma pian piano la strategia della piccola guerra illegale, detta anche guerriglia, perderà seguaci. Quel giorno, forse, l’Italia ritroverà un suo metodo di convivenza politica ordinato, prevedibile, una razionalità non continuamente travolta da emozioni esagerate. Una fase storica forse si concluderà, cominciata nel ‘91-‘92 con Mani pulite e contrassegnata da una questione che lungo gli anni s’è fatta centrale: la questione della legittimità.

La questione della legittimità si pone quando cessa la maestà indiscussa e stabile della legge, e si accampa una giustizia sostanziale che trascende la legalità condivisa, trasgredendola. La legittimità fa appello a un diritto superiore a quello rafforzatosi nel tempo, e sospende la vita politica consueta inaugurando uno stato di eccezione transitorio o permanente, a seconda di chi rompe le regole. L’eccezione assoluta è quella di Antigone, che s’appella a un diritto naturale che il potere costituito, sulla base di regolamenti arbitrari, non ritiene legale.

Ma contestare la legalità quando essa nuoce a una carriera e contrapporla sistematicamente a una superiore legittimità è caratteristica del dittatore o dell’anti-politico, che irrompe nella politica e la sovverte creando un’emergenza ininterrotta. Denunciando il voto-truffa Berlusconi scommette sul permanere di quest’antinomia fra legittimità e legalità, che da anni cattura l’Italia e che gli consente d’affogare l’anomalia del proprio conflitto d’interessi in una anomalia cosmica, da cui tutti sarebbero infettati.

Il diritto superiore cui Berlusconi si è appellato lungo gli anni non ha nulla di fermo, di costante: ieri era il giudizio delle urne opposto a quello dei tribunali; poi erano le leggi ad personam al posto della legge uguale per tutti; oggi è la «maggioranza morale» che premia su quella dei votanti. Due più due per lui non fa quattro, per lui l’equazione sarebbe un’impudenza sommamente insopportabile come lo è per l’Uomo del Sottosuolo di Dostoevskij: «Due più due quattro ha un'aria strafottente, vi si piazza in mezzo alla strada con le mani sui fianchi e sputa. Sono d'accordo che due più due quattro è una cosa magnifica; ma se si vuol lodare proprio tutto, allora anche due più due cinque è una cosuccia talvolta molto carina». La democrazia sostanziale ha da prevalere su quella legale, il sistema rappresentativo è una maschera grottesca incollata sull’essere reale della nazione: lo diceva Charles Maurras nel ‘37, ed è ancora l’argomento della destra estremista. Paradossalmente, il giorno in cui simile stato d’eccezione finirà, la politica cesserà di dominare ogni anfratto delle nostre esistenze. Nella strategia del partigiano, la popolazione non si compone di cittadini con idee e occupazioni diverse ma si suddivide in fanatici, ribelli e indifferenti.

Molto, forse tutto, dipenderà dalla coalizione guidata da Prodi: dalla capacità che essa avrà di aiutare i cittadini a ricongiungere l’imperativo della legittimità con quello della legalità. Chi sistematicamente invoca superiori legittimità mette infatti in causa la liceità delle leggi, attenta alla stabilità dell’ordine giuridico, sospende per ciascuno ­ politico e cittadino ­ l’esecuzione dei propri doveri. Il resistente o il gregario sono le due uniche figure in cui si sostanzia il rapporto con l’autorità. Anche nella sinistra questa tradizione eversiva ha radici forti: il caos rivoluzionario affascina estremisti d’ogni tipo.

Restaurare la maestà della legge non è solo questione etica. Non è solo il tentativo di fondare su norme condivise e non arbitrarie sia la legalità, sia la legittimità. È operazione necessaria perché ricomincino a proceder bene l’economia, la crescita affidabile delle imprese, l’imposizione di tasse che consentano a ospedali e scuole di funzionare, l’abitudine dei magistrati all’autonomia, alla correttezza. Restaurare la maestà della legge non è abbassare toni e conflitti ma togliere al conflitto i miasmi della distruttività e del libertinaggio. È un compito immane: sia perché gran parte della classe politica non è più abituata a una libera parola che non sia libertino turpiloquio, sia perché un certo numero di politici continuerà ad agitare il vessillo della vera democrazia, mutilata o usurpata. Questo agitarsi non è solo l’inelegante incapacità di perdere, derisa dalla stampa estera. La mancanza d’eleganza interiore è un veleno terribile, come lo sono l’ottusità e l’ignoranza militanti. Si può scommettere naturalmente su isole di razionalità nella futura opposizione: Berlusconi potrebbe restare isolato. Ma è la sinistra con i suoi comportamenti, il suo stile e le sue politiche che dovrà fare il lavoro essenziale.

Il senso del dramma potrà aiutare l’Unione a lavorare e superare le divisioni. In fondo il mandato di oggi non è molto diverso da quello che generò la volontà costituente nel dopoguerra, quando l’urgenza era di restaurare un’affidabile legalità democratica. Se tale è il mandato, i partiti e le identità contano, ma ancor più conta la coalizione che dovrà favorire il ritorno a un rapporto di fiducia tra italiani e giustizia, italiani e Stato, italiani e diritti-doveri.

Continuare a occuparsi delle identità partitiche significa sottovalutare il dramma: pensare d’aver tempo, agio. Invece tempo e agio son brevi, e per tanti motivi c’è incendio in casa. La maggioranza vincente è esigua, minacciosamente. Il Nord che produce ricchezze non le ha dato fiducia. Il rapporto degli italiani con legalità e giustizia è guastato. L’Europa è inferma, e per ricostruirsi ha bisogno di Parigi e Berlino ma anche di Roma.

Non ultima, la Conferenza episcopale: anch’essa s’è acclimatata a un’Italia anomala, intervenendo nella sua politica come non usa in altre democrazie.

Il discorso sui valori che essa fa e che viene esibito da molti esponenti del centro-destra nasconde la rinuncia a stigmatizzare un ormai diffuso dispregio dell’etica pubblica.

Rifondare il senso delle leggi e lo spirito costituente è difficile, imporrà un’inusuale disposizione al sacrificio. Verrà il giorno in cui ci si occuperà delle singole culture politiche e identità. Ma fino a quando c’è chi combatte irregolarmente una sua guerra da partigiano, converrà sospendere ogni calcolo particolare e avere un obiettivo prioritario: ripristinare non solo la maestà della legge, ma l’utilità per tutto un popolo di questa maestà.

Oggi noi italiani siamo chiamati a fare il nostro dovere: votare. E credo che oltre che un dovere, sia un privilegio. La mia generazione sa che cosa vuol dire non poter scegliere, tant'è vero che molti hanno dato la vita per permettere a tutti di poter uscire stamattina e andare al seggio. Non sono qui a dare indicazioni di voto, ma voglio condividere con voi delle riflessioni che ho fatto in queste settimane. Per cinque anni, su queste colonne ho espresso il mio pensiero su Silvio Berlusconi. Dal punto di vista di qualcuno, l'ho fatto anche troppo.

Dunque, che il Cavaliere non mi piaccia, niente ovviamente di personale, è chiaro. Sintetizzando prendo a prestito le parole di Corrado Alvaro: «Abbiamo il diritto di sapere non solo ciò che i rappresentanti del popolo hanno in testa, ma anche quello che hanno in tasca». Aggiungo, anche come hanno fatto a riempire quella tasca. Adesso devo dirvi perché sto dall’altra parte, quella che simpaticamente il premier ha definito «coglioni ». Credo che tutti i giovani, figli di ricchi o di poveri, debbano avere gli stessi diritti allo studio e uguali possibilità nell'affrontare la vita; credo nella magistratura, nella sua indipendenza, e che tutti possano difendersi qualunque sia il conto in banca, quindi non credo alle trame; credo nella libertà di espressione, cioè giornali e televisioni liberi di criticare il potere; credo che non debbano esserci prevaricazioni né leggi ad personam, per sé, familiari o amici; credo che la pace debba sempre vincere sulla guerra; infine credo che non si debbano imbarcare fascisti e neonazisti per un pugno di voti. Non mi fido di chi ha avuto cinque anni e li ha spesi male. E non ho mai sopportato quelli che fanno promesse e non le mantengono.

Siamo di fronte a un appuntamento drammatico. Dal 2001 a oggi l’Italia è precipitata spaventosamente in basso quanto a rispetto delle leggi e della Costituzione, quanto a situazione economica e quanto a prestigio internazionale. Se dovessimo avere altri cinque anni di governo del Polo, rappresentati di fronte al mondo dai Calderoli e dalle ultime leve (appena arruolate in Forza Italia) dei più impenitenti tra i reduci di Salò, il declino del nostro Paese sarebbe inarrestabile e non potremmo forse più risollevarci.

Quindi l’appuntamento del 9 aprile è diverso da tutti gli altri appuntamenti elettorali del passato: in quelli si trattava di decidere chi avrebbe governato senza sospettare che un cambio di governo avrebbe messo a repentaglio le istituzioni democratiche. Ora si tratta invece di salvare queste istituzioni.

In questo frangente i partiti di opposizione cercano, come è ovvio, di catturare il voto degli indecisi che nelle scorse elezioni avevano votato Polo e che si sono sentiti traditi. I partiti fanno il loro dovere, ma ritengo che rivolgendoci ai soci e ai simpatizzanti di Libertà e Giustizia occorra fare un altro ragionamento.

Uno dei rischi maggiori di queste elezioni non sono solo gli indecisi che hanno votato a destra la volta scorsa (i quali si sposteranno secondo dinamiche difficilmente controllabili, per fede o per pigrizia continueranno a votare come prima, o rinunceranno a votare). D’altra parte il loro numero, come mostrano i sondaggi, è oscillante. Io ritengo che il popolo di Libertà e Giustizia debba invece impegnarsi non per convincere gli indecisi di destra ma i delusi della sinistra.

Li conosciamo, sono molti e non è in questa sede che si possono discutere le ragioni del loro scontento. Ma è a costoro che occorre ricordare che, se si lasceranno trascinare da questo scontento, collaboreranno a lasciare l’Italia in mano di chi l’ha condotta alla rovina. Non c’è scontento, per quanto giustificabile, che possa stare a pari con il timore di una fatale involuzione della nostra democrazia, con l’indignazione che coglie ogni sincero democratico di fronte allo scempio che si è fatto delle leggi, della divisione dei poteri, del senso stesso dello Stato. E’ questo che ciascuno di noi deve ripetere agli amici incerti e delusi. E’ proprio da loro e dal loro impegno che dipenderà se l’Italia eviterà di essere ancora per cinque anni territorio di rapina da parte di difensori dei loro privati interessi..

Se pure questi amici ritengono di nutrire senso critico ed equanimità (perché è segno di senso critico ed equanimità – direi di onestà intellettuale - saper criticare la propria parte, e neppure il sito di Libertà e Giustizia si è sottratto a questo dovere), in questo momento essi debbono sacrificare i loro sentimenti e unirsi a tutti noi nell’impegno comune.

E’ in questa azione di convincimento che consiste il dovere e la funzione di quanti hanno partecipato in questi anni alla discussione che Libertà e Giustizia ha svolto e fatto svolgere. Ora la nave potrebbe affondare. Ciascuno deve prendere il proprio posto.

Umberto Eco

Titolo originale: Left on the line - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il suo portavoce dice che non può far altro che “denunciare decisamente una campagna avvelenata di dicerie” innescata da uno dei principali giornali nazionali. Ricorda che la pubblicazione delle conversazioni telefoniche di un parlamentare è illegale, e richiede che le autorità responsabili intervengano a scoprire in che modo alcune frasi registrate nel corso di un’indagine giudiziaria siano arrivate alla stampa.

Sono cose che abbiamo già sentito. Quando Silvio Berlusconi dava la colpa ai media e ai magistrati anziché rispondere alle accuse che gli erano state mosse.

Soltanto, stavolta non è Berlusconi o il suo ufficio stampa, ma il portavoce di uno dei principali oppositori del primo ministro. Piero Fassino è il leader del principale partito italiano, i Democratici di Sinistra (DS), eredi del formidabile movimento comunista nazionale.

Insieme al suo partito è una delle pietre angolari di un’alleanza, formata dall’ex presidente della Commissione Europea Romano Prodi, che alle elezioni generali del 9 aprile spera di scalzare Berlusconi e la sua coalizione di destra dopo cinque anni in carica tra forti opposizioni. Uno scandalo che coinvolga Fassino potrebbe decidere il risultato.

Ma lo stesso potrebbe fare una divisione a sinistra. Ed è esattamente questo che sta succedendo in Italia, coi sostenitori e i critici del leader dei Democratici di Sinistra a discutere se ci sia o meno uno scandalo.

Quello che è successo è che un giornale di proprietà della famiglia Berlusconi ha pubblicato alcuni estratti da una conversazione telefonica registrata tra Fassino e Giovanni Consorte, presidente di Unipol, compagni assicurativa che è tra i molti attori in una enormemente controversa battaglia di acquisizione.

All’inizio di quest’anno Unipol, controllata dall’importante movimento cooperativo italiano, si è imposta sulla banca spagnola BBVA in una lotta per la Banca Nazionale del Lavoro. Gli estratti delle registrazioni fanno supporre che Fassino non solo sosteneva l’offerta, ma la riteneva un prolungamento delle attività del partito. Dopo aver ascoltato i particolari, si riporta che abbia dichiarato: “Beh, allora siamo padroni di una banca”. Ma poi ha cambiato registro dicendo: “Voi siete padroni della banca. Io non c’entro niente”.

Questo, da solo, fa pensare a una confusione nelle distinzioni fra politica e finanza. Ma qui non si trattava di una comune offerta di acquisizione.

È una delle due offerte che lo scorso mese hanno condotto alle dimissioni del governatore della banca centrale italiana, Antonio Fazio. In entrambi i casi, una contro offerta da parte di un soggetto italiano apparentemente più debole aveva strappato l’iniziativa a un concorrente straniero meglio fornito di capitali.

I magistrati al momento stanno indagando se Fazio abbia agito per bloccare i due offerenti stranieri. Vogliono anche sapere se i finanzieri italiani coinvolti abbiano agito per aiutarsi l’uno con l’altro a costruire la propria offerta. Consorte è indagato per attività criminali e truffa in entrambi i casi.

Dal punto di vista politico, c’è un problema più serio. La sua compagnia, Unipol, è indicata come modello di capitalismo amico con ispirazioni socialiste. E pure molti degli investitori nell’altra battaglia di acquisizione erano uomini della destra. Esiste chiaro il pericolo che gli elettori progressisti traggano dalla vicenda la conclusione che c’è in realtà poca differenza fra sinistra e gente come Berlusconi, disertando poi le urne il giorno delle elezioni.

Come hanno sottolineato gli stessi magistrati, non c’è niente nelle trascrizioni che indichi alcun comportamento illegale da parte di Fassino. Ma questo non ha impedito a molti a sinistra di deplorare il suo coinvolgimento in un affare tanto opaco.

Beppe Grillo, il comico il cui sito web è diventato un punto di incontro per il dissenso, sostiene il bisogno di un radicale chiarimento al vertice dei DS. Molti importanti esponenti del partito, come l’ex presidente del gruppo alla Camera, Giorgio Napolitano, hanno chiesto a Fassino di ammettere di aver grossolanamente sbagliato. Prodi, in una dichiarazione molto cautamente articolata, ha detto che è importante mantenere separati politica e affari.

Ma in modo compatto la dirigenza del partito ha risposto seccamente, negando che esista niente da ripudiare. Il presidente dei DS Massimo D’Alema, ha liquidato una domanda sulla presunta collaborazione dell’Unipol con gli altri scalatori italiani dichiarando: “Nel mondo degli affari, ci sono contatti. È una cosa che succede normalmente”.

Forse ha ragione. Ma quello che conta ora è che l’opposizione è visibilmente e in modo imbarazzante divisa, a quattro mesi da una verifica pubblica decisiva.

here English version

Finalmente abbiamo un governo, forse di centro-sinistra, forse di sinistra-centro, ma certamente non c'è più il Cavaliere in sella. E' questo un grande successo: ci siamo liberati dal populismo reazionario di Berlusconi.

Ma in quale situazione siamo? Le borse di tutta Europa, e degli Usa anche, vanno giù. I famosi «spiriti vitali» del capitalismo sono in difficoltà. Quindi la parola dovrebbe passare dal mercato (che è fiacco) alla politica. E in Italia questo non sarebbe una novità. Nel secondo dopoguerra, quando c'era la conventio ad escludendum e il dominio della Dc, abbiamo avuto iniziative di intervento pubblico che sono state alla base del famoso «miracolo economico». Facciamo solo alcuni nomi: Cassa del Mezzogiorno, Eni, Enti di sviluppo, Svimez. Senza dimenticare l'Iri che esisteva già. Ma oggi tutte queste forme di intervento sono condannate e siamo, dal punto di vista della crescita, in una situazione più difficile. Allora che fare? Innanzitutto procedere a una rilevazione dello stato del paese reale.

E qui debbo confessare che Berlusconi non aveva tutti i torti quando affermava che l'Italia non sta tanto male, e debbo consentire con il mio stimatissimo amico Geminello Alvi, che ha scritto un libro nel quale sostiene che l'Italia vive di rendite e quindi rischia di arenarsi in una palude di depressione. In questa situazione il mio totale consenso va a Vincenzo Visco (purtroppo un ministro che anche quando ha ragione non ispira simpatia) il quale propone, si propone come vice-ministro per le finanze, di tassare le rendite e di punire il guadagno di chi non fa niente,ma ha - come si dice - una rendita di posizione.

Il punto - senz'altro discutibile - è che Visco non vuole tassare tanto il profitto, il quale deriva da iniziativa e lavoro, ma la rendita che arriva anche al proprietario dormiente. In una Italia nella quale i valori immobiliari sono arrivati quasi alle stelle senza che il proprietario abbia mosso un dito, la rendita è doverosamente tassabile. E' tassabile non solo nell'interesse dei non proprietari ma anche nell'interesse dei medesimi proprietari, i quali con tutte le loro rendite avrebbero difficoltà a pagarsi malattie e pensioni. Nella campagna elettorale - va riconosciuto - l'uso delle tasse sulle rendite e anche la patrimoniale sono state usate male e sul terreno elettorale anche controproducenti. Ma adesso che le elezioni sono state vinte? Adesso la maggioranza deve avere il coraggio della verità e della razionalità, come il ministro Visco sembra abbia inteso. La patrimoniale e tutte le tassazioni sulle rendite e le proprietà immobili non sono tassazioni moralistiche o vendicative di quella parte della popolazione che non ha proprietà, dei proletari si diceva una volta. Tassare le rendite e i patrimoni è un modo di rianimare e rendere attiva una ricchezza morta e che è mortifera per il paese e per gli attuali proprietari. Anche - se non soprattutto - per evitare di trarre risorse a scapito del lavoro, costringendo chi vive del proprio reddito a «pagare la crisi» come avvenne negli anni '90 per l'entrata in Europa. La lotta alla rendita non è proprio un'invenzione bolscevica. E' un grano di saggezza borghese. Visco non è un bolscevico, ma fonda le sue tasse su ragioni antiche. E tuttora valide.

Nota: si vedano le curiose assonanze fra questo articolo di Parlato e un contemporaneo intervento sul britannico Guardian (f.b.)

Giulio Tremonti ne parla apertamente in tv, Silvio Berlusconi ne parla dietro le quinte coi suoi: come volevasi dimostrare, gli sconfitti sono pronti a prendere al balzo la palla della rivincita che il referendum sulla Costituzione gli offre. Certi di farcela, tanto per non perdere l'abitudine di «pensare positivo» come comanda lo spirito di Arcore: perché gli italiani non dovrebbero premiare «l'innovazione » di cui la loro riforma costituzionale è portatrice, e bloccarla andando dietro al «conservatorismo » quarantottesco del centrosinistra? Molto colpevolmente l'appuntamento referendario è stato occultato durante la campagna elettorale, come si trattasse di una questione spinosa. O rimosso, come si trattasse di una vittoria scontata. A essere sicuro di farcela, infatti, fino a l'altro ieri era il centrosinistra: un referendum senza quorum si vince facilmente, quando si è certi della capacità di mobilitare il proprio elettorato.

Senonché a dimostrarsi pronto alla mobilitazione, e a una mobilitazione ideologica, è stato l'elettorato di centrodestra, accorso a votare senza defezioni per salvare il capo dai comunisti che lessano i bambini e mettono le tasse. Figurarsi se si tratta non di salvarlo ma di resuscitarlo: tutti alle urne, come alla messa di Pasqua. Mentre nella metà campo di centrosinistra, finora, non si sente circolare un solo argomento che spinga qualcuno ad andare al seggio invece che al mare. Prodi accennò al referendum come «completamento dell'opera » la notte dei risultati elettorali, mentre cantava troppo trionfalmente vittoria.

Poi non se n'è sentito più nulla, come prima. E nei comitati per la difesa della Costituzione circola voce che i vertici del centrosinistra puntano al rinvio, o peggio a fare di un nuovo patteggiamento sulla riforma la carta da mettere sul tavolo del «dialogo» possibile fra le famose «due metà del paese». Converrà essere chiari e andare al sodo, della forma e della sostanza. Qui non c'è in gioco una conferma o un ribaltamento del risultato elettorale - che già non sarebbe cosa da poco. C'è in gioco un passaggio storico e istituzionale, prim'ancora che politico, di primaria grandezza. Proviamo infatti a immaginare lo scenario che si aprirebbe nello sciagurato caso di una vittoria del centrodestra al referendum.

Sul piano formale, sarebbe davvero insostenibile una situazione che vedesse gli eredi della Costituzione archiviata al governo e i padri della Costituzione «nuova» all'opposizione: la cesura costituzionale azzererebbe i giochi ordinari della politica e lo scioglimento delle camere sarebbe inevitabile.

Sul piano sostanziale, l'Unione si ritroverebbe ad aver vinto (di misura) le elezioni e ad aver perso la transizione italiana tutt'intera: se è vero com'è vero che la sua vera posta è, da quindici anni in qua, precisamente la riscrittura del patto fondamentale, lo sradicamento delle radici antifasciste della Repubblica, la rottura della sua unità territoriale, l'archiviazione liberista dei suoi principi egualitari, l'introduzione di una forma di governo presidenziale che renda pleonastico il ruolo del parlamento. Ovvero il progetto che dal '94 tiene incollata la destra tricipite italiana e che la riforma costituzionale varata in parlamento e sottoposta a referendum realizza perfettamente e coerentemente.

Non è credibile che i vertici dell'Unione non abbiano contezza di questo scenario. A che si deve allora il silenzio che avvolge il referendum, se non alle divisioni che da sempre solcano il centrosinistra sui destini della Costituzione, ben più radicali di quelle sui destini della legge 30 o dei Pacs? Il velo del silenzio serve a coprire la frattura fra chi vuole dire di no alla riforma del centrodestra per salvare e rilanciare la Costituzione del '48, e chi vuole dire no per modificarla subito dopo in termini più moderati ma non opposti a quelli della Cdl, anzi nella stessa direzione della Cdl, anzi con la Cdl. Dove porti questa strada lo sappiamo già. E del resto Berlusconi non ha alcuna intenzione di percorrerla. A radicalizzare lo scontro ci penserà lui, e nessuno dei suoi alleati, checché ci speri l'Unione, pensa di sfilarsene.

Franco Ferrarotti, tanto più ora (il 7 di aprile) che ha compiuto ottant'anni, è un mostro sacro della cultura italiana. Nessuno, che abbia una certa età, può dimenticare che è stato lui a sfondare la cortina di ferro «crocio-marxista» liberando l'insegnamento della sociologia dalla criminologia, dandole la dignità di disciplina autonoma. Poi Franco Ferrarotti non è stato solo professore in patria, ha insegnato in varie parti del mondo, è stato anche deputato, ha indagato sulle borgate non solo romane, ha scritto un sacco di libri, tutti piuttosto provocatori. E anche adesso è un vulcano, che non risparmia lava e lapilli. In omaggio a questi suoi ribollenti ottant'anni non ho resistito alla tentazione di intervistarlo.

Se ti va, visto che siamo alla vigilia, dimmi che pensi di queste elezioni.

Sì, la passione politica non mi manca. Da giovane, avevo ventidue anni, bazzicavo un po' con i trozkisti e gli anarchici. Nel '48 poi ero per la fusione dei socialisti di Nenni con i comunisti di Togliatti. Questi i miei lontani precedenti. Ora, le elezioni di domenica: mi sembrano molto importanti, quasi come quelle del 18 aprile del 1948 e vale sottolineare che il leader avverso non è De Gasperi, ma Berlusconi. Quelle del '48 segnarono la storia d'Italia dando il potere alla restaurazione democristiana. Oggi il rischio è analogo: Berlusconi è il bacino collettore di tutto lo storico moderatismo italiano, per di più rafforzato dalla chiesa cattolica. E' un blocco socio-culturale da temere.

Mi chiedi come andrà. Ho molta fiducia nel fatto che Berlusconi - come si è già visto - a un certo punto sbarella. Penso che il centro-sinistra vincerà, ma - aggiungo - o sarà una vittoria chiara e forte oppure sarà una mezza vittoria e la crisi italiana continuerà e andrà peggio.

La tua, e si era già nel 1960, è stata la prima cattedra di sociologia in Italia. Come mai questo ritardo?

In Italia dominava quel che io chiamerei crocio-marxismo, che fece blocco contro la sociologia: la si studiava solo nelle facoltà di giurisprudenza e medicina, come criminologia, ma non poteva essere una scienza a sé.

E come sei riuscito a passare, ad avere una cattedra?

Nel mondo accademico avevo due quinte colonne, Nicola Abbagnano e Franco Lombardi, poi ho avuto un po' di fortuna, ma dominante era l'affermazione della sociologia in tutto il mondo occidentale: l'eccezione italiana non poteva resistere.

In che senso fortuna?

Pensa che nel 1949 (avevo 23 anni) Einaudi pubblicò la mia traduzione della «Teoria della classe agiata» di Veblen. Il volume arrivò nelle librerie il 3 gennaio del 1949 e il 15 gennaio uscì una stroncatura di Benedetto Croce: il successo era assicurato. Ma anche la cultura marxista si schierò contro: la rivista Critica Economica diretta da Antonio Pesenti pubblicò la sua stroncatura a firma di Angiolini, che era - credo - il redattore capo della rivista. Allora trovai un sostegno da parte di Cesare Pavese e Felice Balbo.

Perché queste resistenze?

Si temeva una contaminazione della cultura consacrata e c'era anche la convinzione dell'impossibilità di passare dall'empiria (propria della sociologia) alla teoria.

Credo di capire, ma a che serve oggi la sociologia?

Bella domanda. La sociologia avrebbe dovuto essere sinottica, globale, l'autoanalisi continua dello stato della nostra società. Invece è diventata una tecnica specialistica di analisi settoriali senza un giudizio complessivo. Mi verrebbe da dire che si è ridotta quasi a un'attività di spionaggio e avrei voglia di aggiungere che oggi i veri sociologi negli Usa sono i pubblicitari, i quali studiano le capacità di spesa dei vari strati sociali e quindi le loro scelte di consumo.

Sai, quando andai per la prima volta negli Usa avevo in mente il sogno di Scipione scritto da Cicerone. Sognava che lo spirito filosofico greco si unisse allo spirito pratico romano. Io sognavo qualcosa di analogo tra pensiero filosofico europeo e pensiero sociologico americano, ma era solo un sogno.

Parliamo un po' del lavoro, che mi pare abbia perso di importanza nel dibattito politico-culturale anche in questa campagna elettorale.

Il lavoro è stato banalmente concepito come un puro strumento per procacciarsi i mezzi di sussistenza. Una visione riduttiva fatta propria anche dai sindacati. Pensa alla monetizzazione della nocività.

Voglio essere rozzo: è ancora il lavoro che produce ricchezza? E c'è ancora lo sfruttamento?

Certo è ancora il lavoro che produce ricchezza e c'è ancora lo sfruttamento, ma con la tua «rozzezza» rischi di rimanere ai tempi di Charlie Chaplin e della catena di montaggio e di non vedere i grandi cambiamenti che sono avvenuti nel processo capitalistico. Oggi le categorie nelle quali si dividevano i lavori sono saltate. Da una parte ci sono le macchine transfer che fanno parte del lavoro che una volta faceva l'operaio: oggi l'operaio ha soprattutto funzioni di controllo, è un supervisore. Siamo forse a un passaggio dall'operaio all'operatore.

C'è poi la questione dei cambiamenti del lavoro, non è più solo questione di lavoro flessibile, quanto di lavoro occasionale. La fabbrica nuova non è più la vecchia Mirafiori, spesso è diffusa nel territorio.

Così dall'altra parte non solo non c'è più la presenza del padrone e neppure del manager come era ancora ai tempi di Valletta, che si riconosceva sempre subalterno agli Agnelli. Ora - anche in Italia dovremmo impararlo - c'è il chief executive officer, che comanda, guadagna moltissimo, non ha nessun rapporto di fedeltà con l'impresa e non tiene in nessuna considerazione il padrone, che il più delle volte è rappresentato da un popolo di azionisti dispersi, che guardano più agli andamenti di borsa, che ai risultati produttivi dell'impresa.

Tutto questo - a mio parare - funziona in America, ma in Europa è un disastro. In America - mi hanno telefonato stamane - Bush, che è Bush, vuole dare la cittadinanza a undici milioni di ispanici, in Italia invece siamo alla Bossi-Fini e in Europa non è tanto meglio.

Passiamo ad altro, ma non tanto. Nel tuo libro sul capitalismo, dici che è l'unico sistema sociale ormai esistente. Per un verso corrisponde alla realtà, ma mi sembra un cedimento, anche culturale. Ha veramente vinto il capitalismo?

Sì il capitalismo ha vinto, ma è una vittoria «pirrica». Ti ricordi la frase di Pirro? «Un'altra vittoria così contro i romani e potremo tornarcene a casa».

La vittoria del capitalismo sul socialismo è indubitabile: il capitalismo produce ricchezza, il socialismo distribuisce ricchezza, ma siccome non la produce è un fallimento. Gorbaciov mi ha detto che il fallimento del socialismo sovietico era «inevitabile».

Ma oggi che succede?

Oggi - i marxisti hanno ancora una volta perso il treno - c'è la finanziarizzazione dell'economia nei paesi ricchi: la produzione la fanno gli altri, gli iloti dei paesi che cercano di raggiungere il capitalismo.

Perché dici che i marxisti hanno perso il treno?

Perché fra le tante cose che hanno dimenticato hanno dimenticato pure Hilferding e il suo Capitale finanziario. Oggi il comando capitalista sta nella finanza e i marxisti - ma forse esagero - si occupano ancora della produzione. Non hanno capito che il capitalismo è Proteo (lo diceva anche Franco Rodano). Cambia continuamente sotto le tue mani e diventa insuperabile perché supera sempre se stesso. I marxisti dovrebbero essere più attenti a Marx che, quando ancora i lavoratori erano artigiani, aveva anticipato la venuta della classe operaia.

Concludiamo, quale è il tuo giudizio sulla nostra società?

E' una società saturnina che alleva i suoi figli, li manda a scuola, gli fa fare anche i master e poi li ammazza, li divora.

La conversazione continua, ma sulla società «saturnina» mi fermo. Del resto se ne parlerà ancora. Franco Ferrarotti, come dicevo è un vulcano, e niente affatto in sonno.

NEW YORK - Professor Schlesinger, ha sentito? Silvio Berlusconi viene presentato negli Stati Uniti come un «nuovo De Gasperi». Lui stesso, nel discorso di mercoledì notte sulla portaerei Intrepid, ancorata non lontano da qui, ha proposto di trasformare il mondo in «una grande America». Lei che ne pensa?

«In teoria dovrei essere orgoglioso per questa professione di fede in una serie di valori che hanno sempre contraddistinto il nostro paese, e che tanti di noi hanno aiutato a difendere e rafforzare. Ma non mi fido, perché viene da Silvio Berlusconi, un uomo che ha sempre dimostrato di essere molto distante dai principi che ispirano la nostra democrazia».

Pochi personaggi hanno lo spessore e l´esperienza politica di Arthur Schlesinger Jr. A dispetto dell´età - ormai è alla soglie dei novanta anni - il grande storico e biografo kennediano appare instancabile, curioso, impegnato, con la battuta sempre pronta e la passione di un vero intellettuale liberal. È sempre stato un amico dell´Italia e - lo ammette chiaramente - un nemico di Silvio Berlusconi. Ad alimentare le sue riserve sul presidente del Consiglio non sono solo gli articoli dell´Economist, ma anche la lettura dell´ultimo libro di Alexander Stille, che lui ha ricevuto prim´ancora dell´uscita ufficiale nelle librerie newyorkesi.

Perché è così sospettoso sulla buona fede di Berlusconi?

«Nessuno, tra i politologi americani e i conoscitori dell´Italia, pensa che Berlusconi sia sincero nelle dichiarazioni sul modello americano. In un certo senso erano inevitabili, visto il contesto ufficiale della sua visita, ma l´insistenza e la forza con cui le ha poste fanno pensare a un tentativo di guadagnarsi in fretta una popolarità negli Stati Uniti, da poi rivendersi nelle elezioni italiane.».

Michael Stern, responsabile della "Intrepid Foundation", ha parlato di Berlusconi come l´artefice di un ravvicinamento storico tra Roma e Washington e come «un nuovo De Gasperi della politica italiana». È un paragone calzante?

«Non scherziamo. Alcide De Gasperi era una persona pia, un uomo santo che credeva nella presenza divina. Berlusconi crede solo in se stesso.»

Ma perché è così sicuro, professore, del carattere strumentale delle posizioni berlusconiane?

«Non sono certo il solo, né qui né in Europa, a dire che abbiamo a che fare con un acrobata della politica. Ma, nel risponderle, vorrei cercare di attenermi ai fatti, senza farmi condizionare da altre opinioni. Berlusconi vuole che il mondo diventi una grande America? Ma tutto quello che fa, in politica e negli affari, va nel senso opposto ai valori americani. Ad esempio, si presenta di nuovo alle elezioni con l´appoggio dei suoi miliardi e di sei reti televisive, senza alcun rispetto per le norme sul conflitto di interesse. Negli Stati Uniti non avrebbe alcuna chance. »

Berlusconi punta anche sul suo ruolo di alleato di George W. Bush nella guerra al terrorismo e ha citato, l´altro ieri, il contributo italiano agli sforzi militari in Afghanistan e Iraq.

«Berlusconi ha sempre fatto molto comodo a Bush, perché ha diviso il fronte europeo e ha appoggiato la Casa Bianca sull´avventura in Iraq. L´anno scorso, come paradossale ricompensa per questo ruolo, il presidente del consiglio subì l´umiliazione del caso Calipari: ricevette da Washington solo qualche vaga espressione di cordoglio per la morte dell´ufficiale artefice della liberazione della Sgrena di e una totale chiusura sul fronte delle indagini militari».

Hamas ha vinto le elezioni: i terroristi hanno sconfitto la democrazia con le sue stesse armi, quelle elettorali, oppure la democrazia elettorale ha saputo convincere anche chi non le credeva? È ovvio che soltanto il tempo ci darà una risposta certa, ma quel che oggi possiamo già dire è che la prima risposta - quella che si attesta sul pericolo che Hamas porti il terrorismo in Parlamento - è tutt’altro che fondata. Per una serie di motivi: se non credi alle elezioni non vi partecipi; se vi partecipi vuol dire che poi seguirai le logiche parlamentari.

E poi: se non le seguirai perderai il sostegno popolare ottenuto così largamente; se violi le regole democratiche, non potrai più evocarle per difenderti dai soprusi altrui.

Si potrebbe dire che addirittura il mezzo trasforma chi lo utilizza: o Hamas chiude il Parlamento (ma allora perché ha voluto entrarci?), o il Parlamento atrofizza il terrorismo.

Una nuova grande sfida sorge nella storia del rapporto tra Israele e Palestina: la democratizzazione di Hamas sconvolgerebbe tutte le aspettative più consolidate e Hamas potrebbe scoprire che la democrazia paga più che un attentato. Ma se si incomincia subito con la sferzante alzata di spalle: terroristi erano e tali restano anche dentro un Parlamento, allora è chiaro che non ne potrà venire nulla di buono, a incominciare dal giudizio ingeneroso e aprioristico che daremmo sulla società palestinese: ha scelto Hamas perché è terrorista, oppure perché spera che porti nella lotta politica parlamentare tutta la forza del suo programma indipendentistico?

Non dovremo, poi, disprezzare la forza delle istituzioni: Hamas non ha vinto le elezioni con un programma di azioni terroristiche, e non potrà usare il terrorismo né per organizzarle né per giustificarle. La democrazia infatti, tra le sue virtù, ha anche quella di avere una funzione promozionale, spinge cioé chi utilizza le sue istituzioni a comportarsi secondo le loro regole. Le responsabilità di governo trasformano chi se le assume. Ma non accadrà invece (credo di sentir dire) che i meccanismi democratici saranno piegati e distorti a vantaggio dei terroristi, e che proprio le elezioni, uno dei più sacramentali riti della vita democratica, siano violentate da un movimento che ammantatosi da agnello per vincere le elezioni poi ridiventa lupo cattivo?

Ovviamente nessuno di noi conosce il futuro, ma oso ipotizzare che gestire del potere politico potrebbe fare di Hamas un partito di governo più che di lotta e che ciò costituirebbe il miglior viatico per la ripresa di un vero processo di pace con Israele. L’ultimo Sharon non ha preso decisioni che parevano contrarie alla sua politica? Y. Rabin, da militare, fu un combattente spietato, ma da politico divenne un abilissimo diplomatico: essi fecero non tanto ciò che era nelle loro corde emotive, ma ciò che politicamente era più vantaggioso e in entrambi i casi li aveva portati vicinissimi alla pace. Potremmo dunque ribaltare gli allarmi pessimistici ipotizzando che il processo di pace potrà riprendere più facilmente tra interlocutori rappresentativi della reale posizione dei rispettivi paesi e vincolati a procedure di tipo democratico: pace e democrazia sono l’una la conseguenza dell’altra e avanzano soltanto insieme. Se è vero che l’Autorità nazionale palestinese del passato non era democratica, ora che il suo governo è stato eletto, Israele per la prima volta avrà un interlocutore affermatosi con le schede elettorali e non il fucile.

Un curioso dilemma si apre di fronte alla politologia occidentale: dopo le elezioni in Iran, in Egitto, in Iraq, ora in Palestina, continueremo a pensare che i risultati che vi si ottengono non sono (ancora) democratici, oppure finalmente incominceremo a dirci che, insomma, quella elettorale non è tutta la democrazia, ma ne è almeno un buon inizio?

Oppure, perché mai le vorremmo in Iraq e non altrove? Perché le elezioni in Afghanistan devono essere state democratiche (chi ne ricorda i risultati?), e quelle in Palestina no? Qui entra in gioco una delle scommesse fondamentali alla teoria democratica lanciate dagli Stati Uniti quando sostengono che la democrazia si esporta non con l’esempio ma con la forza, come in Iraq. In certi stati l’esempio può bastare, in altri ci vuole un risoluto intervento che ponga fine alla dittatura? La risposta è semplice: chi la democrazia la subisce, non ne diventerà, appena possibile, un nemico?

La democrazia è un costume che si forma dentro di noi, come può svilupparsi mentre intorno sentiamo sibilare i colpi di fucile?

Non possiamo decidere quali elezioni siano buone e quali no, chi sia giunto democraticamente al potere e chi no. Sappiamo che lo strumento migliore per combattere il terrorismo non è il contro-terrorismo (che ne è altrettanto violento), ma la democrazia.

Se la popolazione palestinese sta incominciando a impratichirsi con lo strumento elettivo della democrazia, le elezioni, perché non apprezzarlo e confidare che, come gli elettorati occidentali, riuscirà a raffinarlo sempre di più?

Un «bravo!» a Valentino Parlato che sul manifesto ha inneggiato alle intercettazioni affermando che «la privacy è una forma di difesa per i cittadini comuni ma non per i protagonisti della cosa pubblica». Quando l´ho letto avevo già deciso di sostenere una analoga tesi nella odierna rubrica.

Cercherò ora di approfondire l´argomento soprattutto perché, dopo le minacce di Berlusconi d´imporre un decreto-bavaglio, sono sopravvenute le reprimende di Casini («Le intercettazioni sono una barbarie, sia che riguardino Fassino che Fazio»), le lamentele di D´Alema che invoca l´intervento della magistratura, le reazioni di tanti timorati di sinistra, riassumibili nel altolà del senatore diessino Guido Calvi («Guai a scherzare con le garanzie previste dalla Costituzione che sono una conquista della democrazia, un retaggio della Rivoluzione francese perché tutelano il parlamentare e lo mettono al riparo da attacchi strumentali») che si sente evidentemente di mette sull´avviso quanti, come Parlato e il sottoscritto, non reputano incombente la restaurazione dell´assolutismo borbonico mentre pensano che la trasparenza della politica, assicurata dalla libertà di stampa - compresa la pubblicazione delle telefonate delle personalità pubbliche - costituisca oggi una indispensabile garanzia per impedire il trionfo dei Fiorani e dei Consorte.

Mi ha confortato constatare che Stefano Rodotà, da me consultato, sia del medesimo avviso. L´ex Garante della privacy (una parola anglosassone che rivela l´origine giuridica del principio) mi ha illustrato la distinzione che la giurisprudenza è venuta sempre più approfondendo tra diritto alla privatezza dei semplici cittadini e, per contro, le ridotte aspettative in materia per chi si espone pubblicamente (uomini politici ma anche gente dello spettacolo e campioni sportivi). Fa testo, come punto di partenza in materia, una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 6 marzo 1964 che assolveva il New York Times, accusato di aver divulgato notizie riservate e diffamanti sul City Commissioner di Montgomery in Alabama, tal Sullivan, allora impegnato in una campagna contro Martin Luther King. La Corte, respingendo le accuse di Sullivan, teorizzò che, nei riguardi delle "figure pubbliche", la libertà di espressione dei mezzi d´informazione deve essere talmente ampia da consentire perfino la pubblicazione di qualche notizia inesatta, a meno che non lo si faccia con "actual malice", cioè con la consapevolezza della inesattezza e del suo uso al fine di danneggiare l´individuo. Da questo spartiacque è discesa tutta una legislazione che si è estesa anche agli ordinamenti di molti altri Paesi nei quali, quasi ovunque, si è riconosciuta una tutela «affievolita» per quanti abbiano deciso di svolgere una attività pubblica e per ciò stesso abbiano accettato di "vivere in pubblico". Con una rigorosa eccezione: la tutela alla privacy per tutti - uomini pubblici e semplici cittadini - per quanto attiene alle relazioni della vita privata, alle credenze religiose o ideali, alla salute, alle inclinazioni sessuali e a quant´altro riguarda esclusivamente l´individuo nelle sue peculiarità. E pur tuttavia, a volte, la natura pubblica del soggetto implica persino qualche eccezione in merito.

Ad esempio Rodotà mi ha ricordato il caso di un consigliere regionale lombardo, colto dalla PS durante un rapporto omosessuale in un luogo aperto, la cui invocazione alla privacy non venne accolta in quanto lo stesso personaggio era noto per vivaci campagne contro i gay. Quindi quel comportamento privato rivelava un risvolto attinente il comportamento pubblico che non poteva essere "oscurato".

Ma, tornando a cose ben più corpose, Rodotà mi ha anche ricordato il Codice deontologico dei giornalisti, avallato dal Garante e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale quale norma di legge che all´articolo 6 recita: «La divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l´informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell´originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti. La sfera privata delle persone note o che esercitino funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica». É una "barbarie" aver pubblicato notizie e dati riservati, riguardassero essi Fazio, Fassino o chiunque altro o non, piuttosto, la pretesa autoreferenziale di un ceto politico, aduso ad una omertosa segretezza e che legge come lesa maestà ogni giudizio critico?

Provo a immaginare la lunghissima notte di Prodi tra il 16 e il 17 maggio. L’elenco di ministeri e ministri mille volte scritto cancellato riscritto, telefoni a squillo continuo, inseguirsi di richieste di segno opposto, esigenze inconciliabili che si incrociano e scontrano, insindacabili diritti da non dimenticare, promesse portate all’incasso, ricatti e minacce appena e non sempre dissimulati, consiglieri che ne inventano di tutte, ma i conti ostinatamente non tornano. E via con ministeri che si sdoppiano, sottosegretariati che si moltiplicano… E’ fatta finalmente!

Oddio, le donne! Quante sono le donne? Appena due! Impossibile, che figura ci facciamo? Lascia perdere Zapatero, ma che siano almeno sei, come nel governo D’Alema… E ancora via con gli scorpori, l’invenzione di dicasteri nuovi di zecca, la crescita esponenziale dei sottosegretariati. Eccetera.

Magari non è andata proprio così, ma il senso del governo faticosamente partorito è questo: le donne non appartengono alla politica. Sono un’altra cosa, un’altra “categoria”, direbbe Berlusconi. Dopo trent’anni di femminismo, dopo una vastissima produzione di leggi a cancellare le più gravi discriminazioni a loro carico e ad agevolarne l’inserimento in tutti gli ambiti del pubblico e del sociale, le donne per il mondo politico rimangono una variabile esterna e assolutamente non determinante, sono qualcosa che si “aggiunge” al quadro politico via via definito dai governi, che non ha alcun potere di modificare in misura significativa. Le grandi e celebri eccezioni, da Golda Meir a Indira Ghandi a Margaret Thatcher a Condy Rice, sono in realtà eccezioni solo biologicamente.

Il discorso sui perché è quanto mai complesso e non è questa la sede per affrontarlo. Forse resta il fatto che la cultura, come la natura, “non facit saltus”, che trent’anni sono un nulla rispetto ai millenni della storia umana. Il portato della cultura lo si ritrova infatti anche dove meno lo si aspetterebbe. Vedi l’articolo 37, comma 1, della nostra Costituzione, il quale recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.”

Un testo senza dubbio dettato dalle migliori intenzioni e, per l’epoca, anche notevolmente avanzato, che certo in anni di difficile emancipazione è stato la base per provvedimenti di sicura utilità. Un testo che comunque dice con tutta chiarezza: la cura della famiglia è il compito “essenziale” delle donne; la maternità riguarda esclusivamente loro, non solo come ovvio dal punto di vista biologico, ma per tutto quanto comporta di lavoro e di impegno; nulla cambia quando la donna è regolarmente inserita nel mercato del lavoro, al massimo può esserle concesso qualche pubblico ausilio, come appunto l’articolo dispone; nessun provvedimento del genere ha motivo di essere previsto per i padri; dunque la società - con pieno diritto e con tutta naturalezza - scarica interamente sulla popolazione femminile i compiti relativi alla riproduzione.

Dopo sessant’anni che hanno visto il mondo radicalmente trasformato, e quello femminile soprattutto, l’articolo 37, comma 1, della nostra Costituzione ancora resiste intatto. In contraddizione peraltro con provvedimenti legislativi di qualche decennio fa secondo cui anche i padri hanno diritto a “permessi di paternità”. E però in perfetta omogeneità con il fatto che sono pochissimi i padri che se ne avvalgono. Tutto si tiene. Ciò che pensano i politici, pensa anche la grandissima parte degli uomini. E forse dopotutto anche non poca parte delle donne? Le elette che non protestano abbastanza per essere così poche, come le elettrici che sono più numerose degli elettori e se volessero potrebbero regalarci un parlamento al femminile, come in questi giorni è stato notato?

Una proposta di revisione dell’articolo 37, comma 1, della Costituzione fu il primo atto di una mia breve stagione parlamentare. Proposta puntualmente finita dentro un cassetto di Palazzo Madama dove, suppongo, tuttora sta. Non sarebbe il caso che qualche nuova eletta riprendesse l’iniziativa? Il dibattito che ne seguirebbe, inevitabilmente trattandosi di una modifica costituzionale, non servirebbe ad approfondire il discorso di questo dopo-elezionii? E a capire perché di fatto, ancorta oggi, le donne non appartengono alla politica?

La questione iraniana è di per sé preoccupante. Anzi angosciante. Mahmud Ahmadinejad, il presidente eletto di Teheran, auspica la distruzione di un paese vicino (Israele), minaccia di sguinzagliare kamikaze nel mondo giudeo-cristiano che gli è ostile, e al tempo stesso annuncia (l´11 febbraio) di possedere la tecnologia necessaria per dotarsi di strumenti nucleari. Il deterrente di cui dispongono le potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, può distogliere, ben inteso, i successori di Ruhollah Khomeyni dall´idea di poter usare un giorno le eventuali armi atomiche in loro possesso, o di fornirle a dei terroristi. Resta pur sempre inquietante la prospettiva di vedere tali ordigni di distruzione nelle mani di un regime di quel tipo (la cui credibilità è già inquinata dall´intenzione di violare il trattato di non proliferazione sottoscritto dall´Iran). Ma all´inquietudine alimentata dalla prospettiva di vedere l´Iran teocratico accedere al rango di potenza nucleare, se ne aggiunge un´altra: quella di vedere la (quasi) esclusiva responsabilità di risolvere la questione affidata a coloro che hanno gestito la vicenda irachena come degli «autisti ubriachi». (L´ espressione è di Thomas L. Friedman del New York Times). Stando a quanto ha scritto (sul New Yorker) Seymour Hersh, autore di affidabili inchieste giornalistiche, quegli « autisti ubriachi» starebbero considerando l´eventuale uso di armi atomiche tattiche per distruggere gli impianti sotterranei nucleari iraniani.

Fondata o non fondata, smentita o non smentita, la semplice ipotesi suscita sgomento. Altri commentatori americani, abitualmente cauti nell´esprimere opinioni, non escludono del tutto che l´amministrazione Bush, paralizzata, boccheggiante nel pantano Iraq, adotti un vecchio proverbio, secondo il quale se hai preso male una curva non devi schiacciare il freno, perché rischieresti di uscire di strada, meglio schiacciare l´acceleratore. Per Bush, significherebbe estendere l´avventura mediorientale all´Iran.

Visto attraverso il prisma iracheno il bilancio della politica americana in Medio Oriente risulta un lungo elenco di insuccessi. Sarebbe di cattivo gusto fare del sarcasmo mentre il terrorismo e il controterrorismo uccidono ogni giorno gente inerme. Ma non assomiglia a una beffa il ritrovarsi davanti agli stessi fantasmi tre anni dopo l´invasione? Un´invasione giustificata dalla necessità di neutralizzare le armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein; rivelatesi inesistenti nella valle del Tigri e dell´Eufrate; ma adesso rispuntate come dannati, maledetti fantasmi nel vicino Iran. Quindi l´inseguimento rischia di ricominciare, sia pure sotto un´altra forma. Non ci sono più marine da mobilitare, ma negli arsenali non mancano le bombe.

Altro motivo della spedizione irachena era ed è la democrazia. La democrazia da seminare, come il grano o il granoturco, nel mondo musulmano che non ha conosciuto né la rivoluzione americana né quella francese. La messe, al primo raccolto, assomiglia tuttavia più a una guerra civile che a una democrazia. Le elezioni ci sono state, in gennaio e poi in dicembre del 2005. È stata persino approvata, con un referendum, la Costituzione federale. Ma gli iracheni non hanno votato per questo o quel programma politico. Le schede sono servite per dichiarare l´appartenenza al proprio gruppo etnico e confessionale. In una società senza uno Stato in grado di garantire la sicurezza non può nascere la democrazia.

Nell´Iraq in preda alla violenza, dove neppure l´esercito della Superpotenza occupante è in grado di mantenere l´ordine, uomini e donne si rifugiano nel clan, nella tribù, nell´etnia, nella religione, che diventano fortezze dalle quali difendersi o attaccare gli avversari. Quattro mesi dopo le ultime elezioni politiche, che hanno dato vita a un Parlamento paralizzato, non c´è ancora quello che doveva essere il primo governo costituzionale della Repubblica democratica irachena. Nessuno riesce a scalzare il vecchio, inefficiente primo ministro, Ibrahim al-Jaffari, benché egli non riesca a trovare una maggioranza nel nuovo Parlamento. Il panorama politico uscito dalle elezioni è frantumato in Sciiti, Sunniti e Curdi. Spesso divisi al loro interno in partiti, correnti e clan. Alle spalle dei quali si muove una miriade di milizie armate che formano come una cornice attorno alla guerra civile. Un mosaico che si compone e scompone, sotto lo sguardo smarrito degli americani impacciati sotto il peso di armi e di idee non adeguate all´Oriente che volevano convertire alla democrazia.

Tre anni dopo l´invasione anglo-americana, l´Iraq sprofonda sempre più nella barbarie. Decine di innocenti, a volte centinaia, quando le esplosioni avvengono in un mercato o sul sagrato di una moschea, sono dilaniati dalle autobombe guidate da kamikaze. Continuano i rapimenti criminali o politici che fanno fuggire medici, avvocati, ingegneri, commercianti nei paesi vicini, in Giordania, in Siria, in Arabia Saudita. Si moltiplicano le bande armate, guidate da signori della guerra o da capi clan incaricati di difendere una tribù, un quartiere, una qualsiasi attività economica, dagli assassini che colpiscono per denaro o per conto di una comunità etnica o religiosa. Il sospetto si insinua dappertutto. In tutti gli ambienti.

Oltre agli attentati spettacolari, ogni giorno si trovano cadaveri nei quartieri misti di Bagdad, dove un tempo convivevano in pace sciiti e sunniti. Per spingere una comunità o una famiglia ad andarsene viene ucciso uno dei suoi componenti. È una violenza che fa in media una ventina di morti quotidiani ma che passa quasi inosservata nella metropoli. È una pulizia etnica silenziosa. È un veleno che alimenta quella che ancora viene chiamata una guerra civile «non dichiarata», perché i capi religiosi, sciiti e sunniti, nella loro ufficiale saggezza, si guardano bene dal proclamare nelle moschee. Non stupisce che molti rimpiangano la dittatura sanguinaria di Saddam Hussein, il tiranno di cui si celebra con fatica il processo, nella Zona Verde, quella bunkerizzata in cui si trovano ministri, deputati, diplomatici (in particolare quelli americani), e non pochi giornalisti stranieri. Ai tempi di Saddam le strade erano sicure e la donne non erano costrette a coprirsi i capelli con uno scialle nero. L´Iraq occupato dal più potente esercito occidentale è il Paese meno sicuro per un occidentale. C´è stato un momento, dopo lo scioglimento del regime di Saddam, in cui si poteva assaporare una insolita, promettente libertà di espressione.

Non era ancora la democrazia. Ma ne poteva essere il preludio. La violenza, l´insicurezza, l´odio hanno fatto abortire quel tentativo. Hanno polverizzato il ricordo delle prime emozionanti elezioni, quando uomini e donne andavano alle urne affrontando le minacce dei terroristi.

Quest´ultimi, provenienti da numerose contrade dell´Islam, si sono annidati nel Paese. Si sono alleati o si sono imposti all´insurrezione armata dei sunniti, i quali rimpiangono i tempi in cui, pur essendo minoritari, loro, i sunniti, governavano il Paese. Il prisma iracheno non rivela soltanto il fallimento dell´impresa americana in Mesopotamia, aiuta anche a decifrare la crisi iraniana. La presenza militare in Iraq riduce la capacità dissuasiva di Bush nei confronti di Ahmadinejad, e delle sue ambizioni nucleari. Il regime sciita di Teheran esercita una forte influenza sulla comunità sciita irachena, che è stata l´alleata, non solo obiettiva, della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Le ripetute elezioni non hanno dato alla luce una democrazia, ma hanno condotto al legittimo riconoscimento della maggioranza sciita (55 per cento della popolazione), a lungo frustrata dallo strapotere sunnita. Da qui una complicità, sia pur tormentata, tra la comunità riabilitata e le forze della coalizione. L´esercito iracheno che si batte a fianco degli americani contro l´insurrezione armata, è composto da curdi, ma soprattutto da sciiti.

Al tempo stesso il più importante partito (sciita) del Paese, il Consiglio supremo per la Rivoluzione islamica in Iraq (Sciri), è stato fondato in Iran ai tempi di Khomeini, e la sua milizia ha combattuto a fianco degli iraniani nella guerra 1980-´88. Conflitto che ha opposto l´Iraq all´Iran, e ha fatto, si dice, un milione di morti. Lo stesso percorso ha seguito l´altro grande partito sciita (Dawa), del quale è uno dei massimi esponenti Ibrahim al Jaffari, il primo ministro di cui gli americani non riescono o non possono liberarsi. L´obbedienza degli sciiti iracheni ai dirigenti scitti di Teheran non è assoluta. Il nazionalismo talvolta prevale sul rapporto religioso. Ma resta che l´Iran, oggi principale nemico degli Stati Uniti in Medio Oriente, ha buoni alleati, se non addirittura dei complici, nella comunità grazie alla quale gli Stati Uniti riescono a galleggiare sul fallimento iracheno. Una grande zattera non troppo sicura.

ARRIVANO quando scende la sera e il corteo dei settecentomila si sta lentamente sciogliendo. Tutti hanno paura di questi predatori di banlieue, di queste "squadracce pasoliniane" che sono la sola drammatica novità dell´ennesimo sessantotto francese, e non certo perché spaccano, come in passato, le vetrine, e perché attaccano la polizia.

Ma perché adesso piombano sui cortei come gli uccellacci sugli uccellini, derubano gli studenti, scippano loro i telefonini, sfilano ai ragazzi persino le scarpe. Tutti aspettano i casseurs come si aspetta il terremoto, perché questa è la loro natura: quando non ci sono, incombono; e quando ci sono, depredano i manifestanti come i pirati depredavano i galeoni spagnoli, e intanto lanciano biglie sulle porte delle boutiques e sassi contro la polizia.

I casseurs non risparmiano nessuno. Poi, veloci come i ratti, si dileguano con il loro bottino verso la periferia, che è covo e rifugio, come per i pirati lo furono Algeri o l´isola della Tortuga.

A Parigi fanno la loro incursione alle 7 della sera. A Rennes e Marsiglia sono stati più spavaldi. Ma a Parigi il servizio d´ordine dei sindacati ha esibito i manganelli proletari, e quattromila gendarmi hanno presidiato le stazioni, hanno perquisito, arrestato, e hanno sequestrato coltelli, bastoni, biglie e molotov. Eppure, durante il corteo, tutti sapevamo che, da qualche parte, c´erano anche i pirati che per tutta la scorsa settimana avevano picchiato e derubato i liceali in sciopero, scompigliando soprattutto i piccoli cortei, dopo avere trasformato Les Invalides in un campo di battaglia il 23 marzo scorso; e dopo essere stati affrontati con i cannoni d´acqua il 28 marzo. Venerdì scorso sul boulevard Montparnasse, mentre i beduini di banlieue distruggevano automobili in sosta e arraffavano marsupi, giubbotti, maglioni e magliette, avevo visto i tradizionali estremisti dei cortei, gli anarchici e i trotzkisti, chiedere e ottenere la protezione dell´odiata polizia. E la stessa cosa accade ora, dopo le 20 della sera, in place d´Italie. Ed è un inedito paesaggio che ci era sconosciuto: l´alleanza della città contro i teppisti sottoproletari delle banlieue, il centro unito contro la periferia. Ho visto tre di questi razziatori senza identità buttare per terra un ragazzino: lo hanno letteralmente spogliato, anche le calze gli hanno portato via.

I casseurs, tra i quali per un momento io stesso mi sono sentito prigioniero quando sono apparsi in mezzo al fumo, alle sirene, ai manganelli; i casseurs che si muovono come i topi, che si materializzano quando tutti scappano e nessuno capisce quel che accade tranne loro che riescono anche a scomparire, o come oggi ad uscire dal loro buco solo quando tutto sembra ormai finito; i casseurs fanno più paura dei black bloc. Mentre scrivo, casseur, estremisti e black bloc sono tutti all´opera, in place d´Italie, tutti chiusi in un angolo dalla polizia di Sarkozy, il ministro che non distingue e li chiama tutti casseurs.

Ma la differenze ci sono. I black bloc lavorano su licenza dei cortei che, tenendoli dentro, in qualche misura li autorizzano. Sono la parte estrema del movimento, la parte che lo corrode, sono i vermi nel formaggio. I casseurs sono invece i topi che si avventano sul formaggio e anche sui suoi vermi, non hanno l´autorizzazione di predare e propongono la razzia come dato connaturale di chi abita in quel deserto di opportunità che si chiama banileue, un deserto dove la risorsa non appartiene a nessuno se non all´ultimo che ci arriva.

E qui si vede quanto sbagliava Pasolini, quanto l´utopia arcaica di Pasolini si sia trasformata in pericoloso futuro.

Innamorato del sottoproletariato che aveva in testa e che gli pareva come il tempio della premodernità antifascista, Pasolini non aveva visto all´opera questi casseurs abilissimi nell´incursione, tecnici dell´arte predatoria, in rivolta contro la rivolta. Non aveva visto la rivolta dei simbiotici che succhiano il sangue a tutti, la rivolta dei "pidocchi".

Sicuramente sono loro, i nomadi sognati da Toni Negri e raccontati da Attali, la "rivelazione", drammaticamente gravida di futuro, di questo movimento francese contro la precarietà, contro l´idea di precarietà. Sono loro che resteranno nella mente di tutti noi che pure abbiamo tranquillamente navigato, sotto un cielo pieno di palloni colorati, tra enormi pupazzi di cartepesta con la faccia deformata di Chirac, di Villepin, di Sarkozy, tra sassofoni, tamburi e persino violini, in un mare di strada che cercava il sessantotto del duemila ma era lontano ventimila leghe da quel mare. A Parigi gli studenti che manifestano sono più studenti che altrove, e non solo perché ci sono la Senna, la Sorbona, la piazza della Bastiglia, e questa volta pure il sole.

Parigi, si sa, è l´America d´Europa. Tutto è nato qui: lo stato moderno, la repubblica, la rivoluzione, e anche il sessantotto.

E infatti dal sessantotto in poi, le manifestazioni, gli slogan, i cortei e le bandiere, ripetitivi perché la giovinezza è ripetitiva, sono sempre un sessantotto parigino, un nuovo maggio francese, un´altra primavera della Sorbona. Anche gli slogan sono arrangiamenti di una vecchia musica: «Sous le pavés, la plage», sotto i sampietrini, la spiaggia. Oppure «CRS-SS». Invece di «nous demandons l´impossible» gridano «tout ce que nous demandons est possible». Qualcuno grida «La France est irreformable». Su una specie di carro a due ruote c´è issato uno striscione con le lettere tricolori: «La chienlit, oui. La réforme, non» che è il rovescio esatto della famosa frase pronunziata da De Gaulle il 19 maggio del 1968: «La réforme, oui. La chienlit, non». Ce´ è pure un curioso «Barroso, Berlusconi, Sarkozy, la jeunesse est unie».

Farsi anguilla in questo mare, lasciarsi trasportare dalla corrente in un bel pomeriggio, fa dunque pensare al sessantotto molto più di quanto accade nelle mille analoghe manifestazioni delle città d´Europa. Più che altrove, a Parigi la piazza è teatralizzazione delle oltranze accidiose, delle riserve astiose che appunto nella teatralizzazione perdono la loro veemenza e diventano colori, suoni, canti, balli e giovinezza: «Chirac en prison / Villepein démission». È vero che la politica in piazza è ormai uno stanco rito attraverso il quale viene cooptata e segnalata la nuova classe dirigente, sono i giovani che si preparano a diventare vecchi, ma è meglio illudersi con Parigi che disilludersi con tutte le altre città del mondo.

Eppure alle 20,30 in place d´Italie ci sono ancora i casseurs. Con la loro rabbia assoluta attaccano la città, picchiano e smascherano la città, la Parigi gelosa che tiene a distanza le periferie marginali, le quali mandano queste loro avanguardie sottoproletarie, pasolinane appunto, a eroderne la compostezza, ad insidiare i privilegi centripeti. La polizia li circonda, li arresta, li malmena un pochino, li disperde. Ma sono casseur tutti questi arrestati? «Ogni casseur arrestato sia un casseur condannato» è l´ordine di Sarkozy. Ma quando si picchia è difficile identificare chi non ha un´identità. Intervengono i pompieri, le ambulanze, fumo, grida, calci, ferite. Noi siamo convinti che i casseurs non sono più là. «I casseurs non sopportano che la ribellione abbia un obiettivo, che la rivolta abbia un´etica», ha scritto Jean Daniel. In realtà il movimento degli studenti sta producendo, come al solito, tanti bravi leaderini pieni di etica, intervistati e coccolati dai media, ma non ci sono i figli degli immigrati tra di loro, e le sole università di Parigi che non sono coinvolte nella rivolta sono quelle di banlieue. Se la Sorbona, transennata da alte barriere di lamiera erette nelle stradine comprese tra la rue Saint Jacques e il boulevard Saint Michel, sembra un´isola prigione, come Manhattan nel film «Fuga da New York», al contrario Paris-VIII, nella periferia Seine-Saint-Denis, è tranquilla, non sono saltati né una lezione né un esame. Visitarla in questi giorni è come passare il confine verso un altro mondo, fertile e ordinato.

Paris-VIII è frequentata soprattutto dai figli degli immigrati e per l´università è già una promozione sociale. Ecco dunque un´altra novità apparentemente paradossale: nel momento più caldo sono rimasti freddi i posti più caldi. I nomadi della periferia esprimono sia gli studenti di Paris-VIII, vale a dire il massimo della compostezza, e sia i casseurs razziatori, vale a dire il massimo della violenza: sono le due faccia della stessa rabbia etnica. A loro infatti non importa nulla della precarietà. Gli studenti della città di Parigi protestano contro la teoria della flessibilità, un´idea ancora astratta perché il lavoro a Parigi è e rimane garantito. Ma la flessibilità è un valore connaturato al bedunio di periferia, è la sostanza stessa dell´abitante del deserto metropolitano, con un´identità indefinita e cangiante da passamontagna, da zingaro, da pirata, o da viaggiatore, con abitudini itineranti, lavori che ci sono e non ci sono, una vita d´espedienti, il trasloco.

Ecco perché i casseurs attaccano gli studenti garantiti, chiedono loro di pagare il biglietto. Ed ecco perché la critica più estrema del capitalismo vede nei casseurs insensati e irresponsabili l´avanguardia scombiccherata dei nemici dell´Impero, come se i casseurs fossero le forze speciali dei nuovi invasori, gli stessi che dal Messico entrano negli Stati Uniti, i cinesi che occupano i mercati delle città nel Meridione d´Italia, i nordafricani, gli albanesi, gli indiani, il terzo mondo, l´oriente povero che stringe d´assedio le città dell´occidente ricco.

In un'Europa che non cresce tutto è più incerto, a cominciare dal lavoro. I «posti» di una volta non ci sono più, i lavori che si trovano durano 6, 12 mesi al massimo. L'ansia del domani colpisce soprattutto i giovani: non bastano bonus bebè e asili nido per convincerli a formare una famiglia.

In un'economia che ristagna ogni novità fa paura. L'Europa non cresce, ma ci impone di liberalizzare i mercati, abbattere le barriere, eliminare le protezioni dei molti settori che vivono al riparo dalla concorrenza: non è sorprendente che i cittadini non capiscano e chiedano di essere difesi dagli effetti di questa ventata di liberismo. Il voto di francesi e olandesi contro la nuova Costituzione è stato anche un voto contro un'Europa che ci chiede di non aver paura del cambiamento ma poi non riesce a dare una prospettiva a 14 milioni di disoccupati.

Anziché avere il coraggio di affrontare le vere cause del ristagno, i governi cercano di rassicurare gli elettori. Hanno evirato la direttiva Bolkestein che liberalizzava i servizi escludendone medici, notai, la finanza, i servizi sociali. Parigi ha deciso di nazionalizzare Suez pur di evitare il rischio che finisse all'Enel; qualche settimana fa Francia e Lussemburgo si erano opposti all'acquisto di Acelor, un grande gruppo siderurgico europeo da parte di un efficiente imprenditore indiano. Madrid si appresta ad approvare norme che impediranno a E.on, un'azienda elettrica tedesca, di acquisire la spagnola Endesa per creare il maggior gruppo al mondo nell'elettricità e nel gas. E' come curare un malato grave con l'aspirina: il male e la paura temporaneamente si dissolvono, ma intanto la malattia procede e si acutizza.

Il paradosso, come ha scritto una settimana fa l'ex ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, in un bell'articolo su

La Stampa, è che l'Europa non cresce proprio perché vi è troppo poca concorrenza, troppe protezioni, un'eccessiva interferenza dello Stato nell'economia. Per riprendere a crescere occorre aver il coraggio di liberare l'economia e spiegare agli elettori che ogni protezione dei produttori corrisponde a uno sfruttamento dei consumatori. Si viaggiava forse meglio da Brescia a Roma quando Alitalia aveva il monopolio dei cieli e Ryanair non poteva volare da Montichiari a Ciampino?

E non è neppur vero che la liberalizzazione favorisce i consumatori a danno dei lavoratori. Da quando il Nuovo Pignone è stato ceduto alla General Electric l'azienda è cresciuta perché gli americani si sono accorti che pochi sanno costruire turbine come l'azienda fiorentina e lì hanno trasferito produzioni che prima svolgevano altrove nel mondo. «I giudici hanno regalato Antonveneta agli stranieri», ha detto il premier Silvio Berlusconi: chiedete ai dipendenti e ai clienti della banca patavina se avrebbero preferito essere amministrati da Fiorani.

E che errore, come giustamente scrive il senatore Franco Debenedetti, insistere sulla reciprocità. Se la concorrenza è la chiave della crescita, e Parigi si arrocca, aprendoci cresceremo più dei francesi. La Gran Bretagna, il Paese più dinamico d'Europa, non si è mai sognata di bloccare un'acquisizione, neppure quando Finmeccanica ha acquistato un'azienda militare, la Westland. L'unica azienda europea che valeva la pena difendere era Skype, l'operatore telefonico via Internet che metterà in ginocchio le telecom tradizionali. Proteggiamo l'acciaio ma nessuno ha scritto un rigo quando l'americana eBay ha comprato Skype.

Se vogliamo ricominciare a crescere dobbiamo innanzitutto liberarci delle nostre paure.

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