loader
menu
© 2022 Eddyburg

La lettera di

Piero Fassino

Caro Padellaro,

non mi viene in mente nessun Paese democratico, né di quelli governati dai conservatori, né di quelli governati dai progressisti, dove un capo del governo - nel nostro caso direttamente proprietario di un impero mediatico e finanziario - occupi il suo tempo ad attaccare platealmente una testata che non può controllare, né condizionare direttamente o indirettamente.

È un comportamento molto grave che smentisce una volta per tutte la falsa immagine di un leader politico come Berlusconi che vuole presentarsi agli italiani come capo dei moderati. Non c'è nulla di moderato in questo attacco a l'Unità, né nel tentativo disperato di aggredire, offendere, demolire gli avversari politici e gli organi della stampa libera.

Tenete duro, il più grande partito dell'opposizione - e del Paese - è con voi; sono con voi decine di migliaia di cittadini che leggono l'Unità e i tantissimi italiani che trovano incredibile l'aggressione a cui la vostra testata è sottoposta. Continuate nell'opera preziosa di far vivere ogni giorno un'informazione libera e seria.

Nessuna intimidazione vi potrà fermare nel fare onestamente il vostro lavoro e il 9 aprile, ne sono convinto, gli italiani manderanno in archivio Berlusconi e le sue pulsioni autoritarie e populiste.

Buon lavoro.

Perché ci odia

di Antonio Padellaro

Caro Fassino,

Grazie per le tue parole di solidarietà, forti come quelle che in questi giorni abbiamo letto in centinaia di messaggi dei nostri lettori e nelle espressioni dei tanti amici che, domenica, ci aiuteranno a distribuire Unità, con lo stesso slancio ideale che ha segnato i momenti più importanti della storia di questa gloriosa testata. È vero: in nessun Paese democratico c’è un premier che passa il tempo ad aggredire un giornale dell’opposizione. In Francia uno scandalo del genere sarebbe impensabile, ci ha detto Marcelle Padovani, corrispondente in Italia del Nouvel Observateur. Uguale sconcertato stupore abbiamo colto nei giudizi di tante altre firme della stampa internazionale che non sanno più come spiegare questa inarrestabile progressione di minacce e di insulti da parte del presidente del Consiglio.

Due domande ci pongono i nostri colleghi stranieri. Perché Berlusconi odia l’Unità?. Ma, soprattutto: come mai tanto silenzio? Nei loro Paesi, infatti, sarebbe sufficiente un moto d’insofferenza nei confronti di un qualunque giornalista da parte di Chirac o di Blair o di Zapatero o della Merkel per scatenare l’insurrezione di tutti gli altri media. Qui da noi, invece, davanti alle offese e alle intimidazioni che da cinque anni, costantemente, Berlusconi rivolge contro l’Unità (come raccontiamo nel dossier allegato al giornale di domani), praticamente, non si sente volare una mosca. Noi pensiamo che i due interrogativi siano in qualche modo intrecciati poiché scaturiscono da quella grande, devastante, permanente anomalia che è il conflitto di interessi del premier. Che come scrivi, oltre a essere il proprietario dell’impero mediatico e finanziario che sappiamo, controlla, direttamente o indirettamente un’altra larga fetta dell’informazione scritta e radiotelevisiva.

Sia chiaro: nessuno mette in discussione onestà e qualità professionali dei giornalisti che lavorano in quelle importanti testate. Ma, francamente, ci si può aspettare che quei bravi colleghi si mettano a criticare per le accuse rovesciate sull’Unità il loro datore di lavoro? Che è anche il capo del governo. E uno degli uomini più ricchi del pianeta. Dunque, è già molto se dell’argomento evitano di fare cenno.

C’è poi un altro atteggiamento che chiameremo dell’indifferenza voluta e che ritroviamo, spesso, tra le righe di quella libera stampa fortunatamente ancora forte e diffusa nel nostro Paese. È una regola non scritta che suggerisce di non dare troppo spago all’Unità, che resta pur sempre un giornale concorrente. E se Berlusconi insulta il nostro giornale, lo si oscura. Ce lo ha gentilmente spiegato un’autorevole intervistatrice quando le abbiamo domandato come mai davanti all’incredibile accusa del cosiddetto cavaliere di avere noi (comunisti) in qualche modo sobillato un attentato contro la sua persona, lei non abbia replicato alcunché. Risposta testuale: sarebbe stato di scarso interesse per il telespettatori consentirgli di ricominciare daccapo, sempre sul prediletto terreno del «comunismo».

Beh, questa del premier censurato per non fargli dire troppe bestialità la dice lunga sulla credibilità del personaggio; ma anche sul ruolo, qualche volta improprio, giocato dall’informazione. Che in un qualsiasi altro Paese si porrebbe piuttosto il problema di come incalzare il premier; di come replicare punto per punto ai suoi foglietti propagandistici; di come indicarlo esporlo alla pubblica riprovazione nel caso dicesse, mentendo, che un giornale vuole la sua morte.

Ecco che allora Berlusconi ci detesta, non perché siamo comunisti (lo sa bene che è una stupidaggine) ma perché gli mostriamo per intero i suoi fallimenti interferendo con l’inclinazione a falsificare i fatti quando non lo soddisfano. Siamo un’ossessione perché lui legge sull’Unità (la legge eccome) quella evidenza che lo fa soffrire e che gli viene nascosta. Spiega bene lo psicanalista Mauro Mancia che Berlusconi è dominato dall’impulso di manipolare la verità quando è scomoda; di negare la realtà quando non gli piace per sostituirla con una pseudo realtà. Non ci sopporta perchè l’Unità titola che è stato «sbugiardato» sul caso Unipol mentre altrove la figuraccia in procura viene edulcorata. Perché le domande dei giornalisti dell’Unità lo fanno uscire dai gangheri. Perché non abbiamo paura di lui. E forse ci odia perché non lo amiamo.

Questo, caro Fassino, cerchiamo di spiegare ai colleghi della stampa estera quando ci interrogano increduli su quanto ci accade intorno. Fiduciosi con te che tra qualche settimana tutto questo sarà solo un brutto ricordo.

Titolo originale: Bird flu's spread in east Turkey – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

DOGUBAYAZIT, Turchia – Circa tre settimane fa, i polli hanno cominciato a morire in quantità bibliche nella cittadina di Diyadin in Turchia orientale, ha detto lunedì Mehmet Yenigun. In due giorni, racconta l’abitante del villaggio, tutti gli uccelli - migliaia – erano morti.

Gli allevatori allarmati sono corsi dai responsabili locali a riferire della “peste” cercando aiuto e informazioni. Ma uno dei funzionari era in vacanza. Un altro, il veterinario regionale, ha annotato i particolari e risposto che qualcuno sarebbe andato a indagare. Sinora non è arrivato nessuno.

”Potrebbe essere influenza aviaria?” ha chiesto uno degli allevatori. Gli è stato risposto “No, non preoccupatevi di questo”.

Yenigun ha fatto quello che fanno da secoli i contadini in queste alte colline coperte di neve: insieme alla moglie e ai sei figli, hanno macellato e mangiato i loro 12 polli. Ha buttato due piccioni oltre la recinzione. “Non so, forse li hanno portati via i cani” dice. Questo potrebbe aver iniziato a diffondere l’infezione.

Domenica, finalmente, i funzionari riferiscono l’apparire dell’influenza a viaria nella provincia di Agri, che comprende il villaggio di Diyadin, anche se non hanno ancora rilevato il caso di Diyadin stessa.

La lentezza della risposta, dicono gli esperti, ha contribuito al consolidarsi dell’influenza nelle vaste zone orientali del paese. Ha consentito alla malattia di spostarsi da un villaggio all’altro incontrollata e – nell’ultima settimana – di passare dagli uccelli all’uomo. Sinora sono stati confermati quindici casi.

Nessuno dei sei figli di Yenigun si è ammalato. Ma qui vicino a Dogubayazit, Zeki Kocyigit e sua moglie questa settimana hanno seppellito tre dei quattro figli. Tutti morti di influenza aviaria. Il quarto, che si presume abbia contratto l’influenza giocando coi polli della famiglia, è tornato a casa lunedì dopo più di una settimana in ospedale.

”La sfortuna nel caso della Turchia è che le persone hanno iniziato a morire prima che i funzionari scoprissero l’esistenza dell’influenza aviaria nella regione” dice Ahmet Faik Oner, responsabile di pediatria al Van Hospital, che ora sta curando sette persone colpite dall’influenza, e si è preso cura dei tre fratellini morti. “Se lo scoppio della malattia fosse stato identificato prima, e fossero state prese immediatamente le precauzioni necessarie, le cose avrebbero potuto avere sviluppi diversi”.

Nella loro linda casa di cemento di due stanze alla periferia di questa attiva cittadina di confine, mentre aspettava l’arrivo del figlio sopravvissuto, Marifet Kocygit singhiozzava sul letto. Suo marito, Zeki Kocygit, dice che non avevano sentito parlare dell’influenza aviaria alla fine di dicembre, quando loro figlio si ammalò. “Naturalmente i miei figlio giocano coi polli: sono bambini” dice Zeki Kocyigit, disoccupato e che va in città ogni giorno per cercare lavori.

Molti abitanti della regione considerano i bambini come dei martiri le cui morti finalmente hanno attirato l’attenzione sulle loro sofferenze. “È necessario che muoiano dei bambini perché la pubblica amministrazione si occupi di noi?” chiede Yenigun.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che dall’influenza aviaria in Turchia sono state infettate 15 persone. Di questi, cinque casi – riferisce il Ministero della Sanità turco lunedì – sono giudicati “preliminarmente positivi” dato che l’organizzazione non ha ancora ricevuto informazioni sufficienti a riguardo, riferisce Maria Cheng, portavoce della OMS. Un gruppo di lavoro che ha iniziato a indagare si casi ha affermato in un primo tempo che i casi erano causati da “contatto diretto con pollame malato” sostiene Cheng. Ma aggiunge: “Naturalmente stiamo ancora indagando sulla possibilità di trasmissione da umano a umano”.

Il bilancio turco su quante regioni siano state colpite, secondo i funzionari internazionali è incompleto, ma si tratta di quantità in crescita a macchie di leopardo.

La scorsa settimana solo in due o tre località venivano riferiti dei casi. A lunedì, 12 villaggi hanno confermato la malattia, con estensione dalla città di Van nell’estremo oriente sino a Bursa, vicino a Istanbul, a 1.600 chilometri di distanza. Come risposta sono stati abbattuti secondo il Ministreo dell’Agricoltura 106.000 uccelli.

Oltre a questi focolai, ha annunciato lunedì il governatore di Istanbul, Muharrem Guler, è stata diagnosticata l’influenza aviaria su uccelli in tre distretti della città, di 12 milioni di abitanti, anche se non è ancora chiaro se siano portatori della più pericolosa variante H5N1. In queste aree sono già in corso abbattimenti, ha annunciato.

Quando viene individuata l’influenza aviaria, gli animali nella zona colpita devono essere rapidamente eliminati per prevenire la diffusione della malattia. Le persone devono mantenere la massima allerta riguardo ai sintomi della malattia negli animali e prendere precauzioni quando entrano in contatto con essi.

Oltre ai 15 casi confermati, dice il governatore, ci sono oltre 20 persone negli ospedali di Istanbul che potrebbero essere ammalate:tre dei casi sono considerati altamente sospetti dato che le persone colpite sono arrivate da poco in città; avevano avuto contatti coi polli in una zona vicino alla città di Van.

Ma non è chiaro come la malattia si sia estesa in modo così violento nel paese, sostengono i funzionari delle Nazioni Unite. Anche ora, qui nelle aree più gravemente colpite, molti abitanti sostengono che le operazioni di controllo sono ancora casuali.

Mukaddes Kubilay, sindaco di Dogubayazit, dice che i funzionari locali si sono resi conto dell’influenza aviaria solo il 31 dicembre organizzando immediatamente un centro di crisi per coordinare l’abbattimento. Non ci sono più uccelli ora, dice.

In teoria, gli allevatori vengono risarciti per gli animali eliminati: ricevono circa 5 lire turche per ogni pollo, e 20 lire per un tacchino nella provincia di Agri, ad esempio. Ma gli allevatori devono fare richiesta per questi indennizzi dopo che gli uccelli sono stati prelevati, e molti dipendono dai polli per le uova e l’alimentazione quotidiana.

Nella città di Caldiran, alcuni abitanti riferiscono che le persone si tengono i polli nonostante l’ordinanza di abbattimento. “Se si hanno 15 polli se ne danno 10 per far contente le autorità” dice Nesim Kacmaz, che gestisce un negozio per l’alimentazione animale. “Credono ancora che non gli succederà niente”.

Alla realizzazione di questo articolo ha contribuito anche Seb Arsu del New York Times.

here English version

SE SI guarda alla storia del lavoro, i metalmeccanici – le tute blu – non sono una categoria di operai tra le altre. Sono l´Operaio. L´operaio è anzitutto un corpo umano al quale si chiede, da oltre due secoli, di compiere su dei pezzi di metallo alcune operazioni, semplificate al punto da poter essere eventualmente affidate a una macchina. In seguito a ciò diventa possibile costruire una macchina che provvede a render superfluo l'operaio.

Prima dell´operaio - è il caso che riporta Adam Smith in La natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776) - uno spillo veniva fabbricato da un solo lavoratore, il quale stirava il filo d´acciaio, lo tagliava di misura, forgiava la testa dello spillo, appuntiva l´altra estremità, lucidava il tutto e lo incartava. Poi qualcuno scoprì che facendo svolgere ciascuna operazione da un singolo lavoratore la capacità di fabbricare spilli – quella che si sarebbe chiamata produttività – poteva aumentare di centinaia di volte. Con la divisione del lavoro applicata in modo spinto alla fabbricazione di spilli era nato il moderno metalmeccanico.

La macchina che fabbricava da sola gli spilli fu inventata davvero qualche tempo dopo, per cui gli operai del settore persero il lavoro. Successivamente un processo analogo si è ripetuto in molti altri campi. Non solo nella fabbricazione di parti metalliche, ma anche nel loro montaggio o assemblaggio per giungere a un prodotto finito. All´inizio del Novecento un ingegnere statunitense, Frederich W. Taylor, perfezionò la divisione del lavoro nelle officine introducendo un nuovo principio: pensare nuoce alla produttività. Chi usa le braccia per lavorare non deve pensare a quello che fa. Questo compito spetta soltanto alle direzioni d´officina. I loro uffici "tempi e metodi" sono centri di scienza organizzativa, incaricati di studiare come far muovere il corpo e le membra dell´operaio nel modo scientificamente più appropriato, allo scopo di ricavare da esse una maggior produttività.

Poco dopo la sua concezione teorica, la divisione del lavoro di tipo tayloristico, nel duplice senso di scomposizione d´un mestiere in operazioni elementari e ripetitive, e di drastica separazione tra ideazione ed esecuzione, veniva applicata su larga scala nelle officine Ford di Detroit sotto forma di catena di montaggio (1913). L´oggetto in fabbricazione – in questo caso un´auto, ma lo stesso sistema verrà presto adottato in ogni settore produttivo – scorre su un nastro meccanico davanti al lavoratore. Questo non deve far altro che compiere alcuni gesti elementari, purché si muova con la rapidità necessaria a non farsi scappare il pezzo che avanza sulla catena. Per vari aspetti i robot di oggi sono stati prefigurati allora. Le attuali braccia meccatroniche non compirebbero i movimenti sapienti che avvitano e verniciano, posizionano e montano pezzi complicati, se non fossero stati prima concepiti come movimenti delle braccia di operai addetti alle catene di montaggio.

Operai che però hanno anche una mente, la quale non ha mai gradito di venire consultata sul lavoro il meno possibile, perché così le manifatture prosperano di più, né di vedere il corpo che la ospita trasformato, insieme con quello dei compagni, in una parte di una grande macchina. Un´osservazione risalente ad un autore che influenzò non poco Marx, Adam Ferguson, il quale nel Saggio sulla società civile del 1767 denunciava pure la «disparità di condizioni e ineguale coltivazione della mente» che derivava da una avanzata divisione tecnica del lavoro.

Ci hanno provato spesso, i metalmeccanici, a ridurre la disparità di condizioni che deriva dal lavoro suddiviso in fasi insignificanti, e a introdurre in fabbrica una maggior possibilità di coltivare la mente. Lo hanno fatto con gli scioperi contro l´organizzazione parcellare del lavoro, dalla Renault di Billancourt del 1912 sino alla Fiat di Melfi del 2004, uno stabilimento in cui il tradizionale ufficio tempi e metodi che stabiliva imperativamente con quale angolo, e a quale velocità, bisogna muovere il braccio sinistro o la gamba destra, è stato sostituito da un computer; non è chiaro se con un tocco di umanità in più o in meno. Si sono opposti al lavoro insignificante, i metalmeccanici, anche specializzandosi in nuove professioni, come quelle che consistevano nel fabbricare parti dal raffinato e complesso disegno guidando a mano, con l´occhio al centesimo di millimetro, macchine utensili come torni e frese, rettifiche e piallatrici. Oppure, ancor sempre a mano, costruendo al banco, a forza di passaggi con lime e altri attrezzi via via più fini, prodigi di precisione come gli stampi destinati alle presse che ricavano dalla lamiera ogni sorta di sagome.

Sono professioni meccaniche durate una generazione o più, ma via via rese ridondanti, e gli operai specializzati con esse, dall´avvento di macchine sempre più indipendenti dall´operatore. Tornitori, fresatori e compagni sono stati quasi ovunque sconfitti, sin dagli anni ´50 del Novecento, dall´arrivo delle macchine utensili automatiche, poi dalle batterie di teste operatrici a trasferimento automatico, infine dai sistemi flessibili di produzione. Negli anni ´60 i mestieri di aggiustatori e attrezzisti sono stati eliminati dal controllo numerico - macchine che eseguono lavorazioni complicate sotto la guida di un programma elettronico. E per i mestieri restanti sono arrivati i robot.

C´è tuttavia qualcosa, nel corpo e nella mente dei metalmeccanici che hanno reso possibile con i loro successivi adattamenti l´industria moderna, che sembra proprio non possa essere trasferito alle macchine. E che forse spiega come siano ancora tanti, più di un milione e ottocentomila, e producano ancora, in Italia, immense quantità di manufatti all´anno: 27 milioni di tonnellate d´acciaio, oltre 20 milioni di elettrodomestici, 1 milione di auto, decine di migliaia di macchine che sanno fare di tutto, da produrre altre macchine a inscatolare biscotti. Tempo fa vi furono tecnici di produzione che puntavano a realizzare stabilimenti dove non c´era nemmeno bisogno di accendere la luce, perché erano interamente automatizzati. Ma quei pochi che riuscirono a costruire si rivelarono un mezzo disastro, e la maggior parte di simili progetti è stato abbandonato. Perché non c´è robot o automatismo che possa sostituire l´occhio e l´ascolto d´un operaio, allenati a distinguere ciò che a un dato momento funziona bene o male in un impianto in marcia; né la sua manualità che sa individuare e riparare difetti di qualità del prodotto. E meno che mai la sua conoscenza implicita dei mille snodi in cui le parti in produzione, i sistemi automatici, i tempi e i cicli e gli arrivi di materiali giusto in tempo dai fornitori si intersecano e si completano, ma non di rado si complicano e si disturbano a vicenda, sino a che l´intero processo s´inceppa. A meno che non intervenga la capacità del metalmeccanico di turno di capire e rimediare in tempo. Ad onta di chi vorrebbe che la sua mente fosse consultata il meno possibile, o di chi pensa che i metalmeccanici siano figure del passato.

Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini (il titolo è quello originale)

Il cinismo a proposito della politica italiana è facile, ma qualche volta fuori luogo. L’11 novembre Francesco Rutelli, uno dei due vicepresidenti del consiglio nel governo di centrosinistra di Romano Prodi, ha pubblicato un programma di liberalizzazioni. Alcune parti suonano quasi ridicole, come la deregulation degli autobus scolastici, dei pulmini degli alberghi e dei servizi di auto di rappresentanza. Altre sono di campo più vasto: più concorrenza in campo energetico e nelle ferrovie, far sì che i fornitori di pubblici servizi partecipino a un appalto, e valutare la loro produttività sulla base della soddisfazione dei consumatori.

Rutelli è più noto come abile tattico piuttosto che come politico di profonde convinzioni. Nato come radicale anticlericale, è stato un verde prima di spostarsi verso il centro e assumere la leadership della Margherita, un insieme di democratici cristiani progressisti e liberali che è uno dei tre grandi partiti dell’articolatissima coalizione di governo. In quel governo, lui è visibilmente sottoutilizzato, con un portfolio che comprende soltanto cultura e turismo.

Persone vicine al primo ministro commentano che c’è poco, nel piano di Rutelli, che non sia già stato proposto anche da Prodi. Un pacchetto di riforme a luglio, redatto da un altro ministro, Pierluigi Bersani, ha liberalizzato le farmacie, i taxi e le tariffe legali. Prodi ha promesso di più: ci sono già altri due ministri al lavoro su progetti per smuovere il mondo delle amministrazioni locali e delle professioni.

Ma nonostante tutto l’iniziativa di Rutelli conta. In una società dove l’opinione pubblica è stata per lungo tempo favorevole alla regolamentazione e ai monopoli, un politico con un certo fiuto per i consensi sostiene riforme liberali. Anche la reazione alle prime mosse di Bersani è stata positiva. Potrebbe trattarsi di uno spartiacque storico.

Ma i liberalizzatori hanno bisogno di uno sponsor potente. Sinora, è la componente più di sinistra del governo Prodi ad avere più spazio: la bozza di finanziaria per il 2007, ad esempio, è prodiga di aumenti delle tasse, avara di tagli alla spesa. Ma Rutelli segnala che, una volta approvata la finanziaria, si aspetta il sostegno di Prodi.

Chi gestirà le riforme? Prodi sa che il suo compito è di coordinare i ministri. Ma nella sua posizione deve mantenere l’equilibrio di coalizione fra moderati, ex comunisti e chi comunista lo è ancora. Il decreto Bersani si è guadagnato un ampio sostegno nel governo solo perché tocca gruppi non sindacalizzati come i farmacisti, gli avvocati o i taxisti. Se il governo fa sul serio con le riforme, prima o poi dovrà scontrarsi coi potenti sindacati italiani. Anche se il piano di Rutelli offre una rete di protezione a chi è colpito dalle liberalizzazioni, qualcuno dovrà ribadire la determinazione governativa.

Rutelli vuole questo compito. Si è dimostrato uno sfavillante ed efficace sindaco di Roma. Adesso lo chiama il grande compito.

here English version

Presidente Prodi, il centrosinistra governa in Italia e in Spagna. I due modelli politici, però, sembrano piuttosto diversi.

«Perché bisogna sempre parlare di modelli? Ogni Paese ha i suoi problemi, le sue caratteristiche, i suoi momenti storici. È un bene che nell’ambito del centrosinistra convivano diversi modelli. Gli obbiettivi devono sempre essere raggiungere una maggiore uguaglianza, migliorare il sistema dell’istruzione, dare più sicurezza ai cittadini, innovare nel campo delle relazioni umane e proteggere i più deboli. Sotto questo aspetto, le nostre politiche sono analoghe. Ma l’ambiente in cui operiamo in Italia è totalmente diverso da quello della Spagna. Zapatero può contare su un partito che ha una chiara maggioranza in Parlamento, io cerco di costruirlo».

Come sarà il futuro Partito democratico, e quando partirà?

«Il processo è già iniziato. Incontreremo ostacoli, perché in politica è più facile dividere che unire. Già il prossimo anno, i due grandi partiti che costituiranno l’ossatura del Partito democratico, i Democratici di sinistra e la Margherita, terranno i propri congressi per dare il semaforo verde all’unificazione. L’obbiettivo è poter contare su un punto di riferimento per qualsiasi governo riformista».

Dopo il suo primo mandato come presidente del consiglio in Italia, lei passò alla testa della Commissione europea, a Bruxelles. L’incapacità europea di articolare una politica estera efficace deve rappresentare un motivo di particolare preoccupazione per lei.

«Questo è un vecchio problema. Il grande problema dell’Europa. Toccammo il fondo nel 2003, con la crisi irachena. L’Ue subì divisioni terribili. Non sono ottimista, né spero che la situazione migliori rapidamente, anche se questa estate, con l’invio di soldati nel Libano, è stata recuperata l’unità. In qualsiasi caso, la politica estera e la politica di difesa saranno l’ultimo capitolo del processo di unione. Le difficoltà, però, vanno al di là. Dobbiamo affrontare con urgenza il capitolo dell’immigrazione e quello dell’energia, che è gravissimo. L’Europa è molto esposta in questo senso. Non ci rendiamo conto della fragilità della politica energetica europea».

L’Iran rappresenta un problema particolarmente delicato per l’Italia.

«Sì, siamo il principale partner commerciale dell’Iran in Europa. Ma il nostro ruolo politico è per forza di cose secondario, perché non facciamo parte del gruppo di negoziatori e non possiamo assumere iniziative. Appoggiamo Javier Solana e la sua politica di dialogo e di fermezza. Non vogliamo che l’Iran costruisca un ordigno nucleare, ma fino all’ultimo bisogna cercare un accordo».

Ritornando alla politica italiana, perché in Italia sembra essere così difficile fare le riforme?

«È facile farle in Germania? O in Francia? È sempre difficile fare cambiamenti in materia di stato sociale. Ma noi abbiamo già cominciato. Siamo arrivati al govenro lo scorso 17 maggio, abbiamo avuto a disposizione appena cinque messi, con in mezzo le vacanze. E già abbiamo messo in campo il cosiddetto "pacchetto Bersani", per liberalizzare settori come l’avvocatura, le farmacie e i taxi. Guardi, giovedì scorso sono scesi in piazza a manifestare contro le riforme più di 20.000 professionisti. Avremo pur fatto qualcosa per spingere tutta questa gente a scendere in piazza, no? Abbiamo sviluppato uno sforzo enorme per riformare molti settori, e sappiamo che tra gli interessi che sono stati colpiti ci sono anche quelli di molti nostri elettori. Ma il Paese ha bisogno di riforme, soprattutto nel settore dei servizi. Le professioni, l’energia, il sistema energetico, devono trasformarsi. Abbiamo anche firmato un protocollo d’intesa con i sindacati per dare il via a una riforma approfondita delle pensioni. Certo, un protocollo non equivale a una decisione, ma apre la strada per cominciare a lavorarci nella prossima primavera».

Basterà una legislatura per raggiungere questi obbiettivi?

«Deve volerci di meno, perché queste cose si fanno all’inizio della legislatura».

Solo i sindacati applaudono senza riserve la Finanziaria del 2007. Non sono state fatte troppe concessioni alle centrali sindacali?

«Non abbiamo dato niente ai sindacati. Abbiamo dato tutto il possibile alle categorie più deboli del Paese. Onestamente, i più favoriti dal progetto di legge di bilancio sono la Confindustria, gli imprenditori. Le imprese avranno a disposizione 7 miliardi di euro per stimolare l’economia. Guardi, non è possibile cambiare rapidamente la distribuzione del reddito. Per il momento, abbiamo dato il segnale che intendiamo cambiare la situazione italiana, dove la sperequazione nella spartizione della ricchezza raggiunge livelli che non hanno eguali in Europa. I sindacati ci applaudono? Bene. Non sono loro a guidarci, ma la pura e semplice decenza».

Quindi, l’opposizione degli imprenditori va letta in chiave politica.

«In parte sì. Ma c’è un’altra chiave di lettura più profonda. Glielo dico con la massima sincerità: il problema fondamentale è l’evasione fiscale. In realtà le categorie professionali che manifestano protestano contro il pagamento delle tasse. E per me non cambierebbe niente anche se scendessero in piazza a milioni. Nella lotta contro l’evasione, ci giochiamo il futuro del Paese. Il resto è secondario. Il fatto che gli introiti del fisco siano tanto cresciuti negli ultimi mesi, senza che sia entrata in vigore nessuna riforma, è dovuto al fatto che la gente sta prendendo coscienza che dovrà pagare. Riusciremo a mettere fine alle frodi? Le resistenze sono enormi. E negli ultimi anni tutta la struttura della lotta contro l’evasione è stata smantellata».

Al precedente presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, evadere le tasse sembrava normale.

«Esatto. Questo dà la misura della sfida. Gli avvocati e gli ingegneri che manifestavano si opponevano, in fondo, a determinati principi contabili e a certi metodi di pagamento, come i bonifici elettronici, che limitano la possibilità di frode. Si rende conto? È un fenomeno interessantissimo. Non manifestavano per problemi concreti, ma contro l’obbligo di presentare una contabilità chiara e di pagare le imposte corrispondenti ai propri guadagni. Lo stesso Berlusconi stimò in un 40 per cento il volume dell’economia sommersa in Italia. E affermò che quando le imposte superavano un terzo dei guadagni, l’evasione era moralmente lecita. Il mio grande avversario è la cultura della frode. Lei vive qui, percepisce la ricchezza di questo Paese, l’intensità dei consumi, no? Questa situazione è inaccettabile. L’Italia di oggi deve scegliere una volta per tutte: o la cultura della legge o la cultura della disobbedienza e dell’anarchia».

Ma…

«Lei ha seguito il caso delle intercettazioni di massa di Telecom Italia. Una grande impresa, la Telecom, stava facendo quello che più le pareva. Ma hanno spostato l’attenzione da questo scandalo con delle accuse assurde, secondo cui noi volevamo intervenire sulla Telecom. È avvenuto un abuso molto grave, con intercettazioni illegali di massa. Io stesso ero spiato. E nessuno dice niente. Neanche El Pais».

Abbiamo dato un certo spazio alla questione.

«Salvo l’Unità, nessuno segue quello che è il vero scandalo. La stampa italiana tace. Segnale che abbiamo ingaggiato una battaglia importante. In casi del genere, bisogna capire da che parte sta la libertà. Evidentemente, lavorare con i mezzi di comunicazione contro per noi è un problema serio. Il leader dell’opposizione è proprietario del principale gruppo nel settore dei media. Ci sono di mezzo grandi interessi. Quello che è certo è che nessuno può rimproverarmi niente. Io non sapevo nulla del rapporto (elaborato da Angelo Rovati, consigliere personale di Prodi, e in cui si proponeva la rinazionalizzazione della rete di telefonia fissa controllata dalla Telecom, ndr), ma anche se lo avessi saputo? Che importanza aveva? Sono riusciti a spostare il dibattito sulla questione se io sapevo oppure no, se mento o se dico la verità su una cosa senza importanza. Quel documento non aveva nulla di ufficiale. Ma pazienza, alla fine vincerò io. Sa come si fa la mozzarella? Si gira e si rigira con pazienza, fino a formare una matassa. Diciamo che io sto facendo la mozzarella. Se non riescono a farmi fuori adesso, alla fine il Paese capirà le mie ragioni. E non possono mandarmi via perché non saprebbero che fare. Il momento in cui è scoppiato il caso Telecom non è casuale: proprio prima della Finanziaria».

Se lei rimane saldamente al timone del governo, qual è l’obbiettivo di questa campagna generalizzata contro di lei?

«Spingerci a trattare. Il grande problema dell’Italia, un Paese pieno di inventiva e intelligenza, sta nel fatto che la politica deve sempre stare sotto scacco, sotto minaccia. Non si tratta di guerra, ma di guerriglia. È un vecchio schema. Dobbiamo fare i conti con un ginepraio di privilegi radicati. Nel dialogo politico italiano, è difficile distinguere il problema reale, di cui non si parla mai, dal problema fittizio, su cui si combatte con accanimento. In questo momento, il problema reale è la contabilità, la trasparenza».

(Copyright El Paìs-La Repubblica - Traduzione di Fabio Galimberti)

Il papa è riuscito con un sol colpo a compattare l'islam e i fondamentalisti, e a ridare impulso alla «guerra di civiltà» che già tramontava nel sangue delle carneficine medio-orientali. Ci voleva il teologo Ratzinger con il suo disprezzo verso l'occidente laico e illuminista - incapace di far fronte alla forza spirituale del «nemico» - per infiammare l'islam, figlio di un «dio minore». Non è una gaffe quella del papa che fin dall'inizio del suo pontificato ha consegnato la salvezza del nostro mondo consumista e materialista al ritorno di un'identità forte e al primato del Dio cristiano. E il silenzio della comunità politica e laica adesso gli dà ragione così come gli Usa di Bush, che per bocca di John Hanford, responsabile per la libertà religiosa del dipartimento di stato, incassa l'aiuto del Vaticano nella sua guerra permanente e preventiva all'«islamo-fascismo».

La sordina messa dalla stampa alle prime dichiarazioni di Ratzinger si è infranta contro la protesta dei seguaci dell'«irragionevole» profeta con la spada, Maometto, e adesso il senso del discorso di Ratisbona emerge in tutta la sua pericolosità. Dalla Giordania all'Egitto, da Hamas alla Turchia - intenzionata a cancellare il viaggio apostolico di Benedetto XVI - dal Libano agli Ulema iracheni l'islam è in fiamme: «Le parole del papa consentono ai soldati in Afghanistan e in Iraq di sentirsi nel giusto, mentre le loro mani commettono crimini vergognosi nei confronti dei musulmani». Risponde dall'altra parte dell'Atlantico, il presidente degli Stati Uniti, che ieri ha avvertito il Congresso: «Torneranno ancora, ci attaccheranno ancora» e ha chiesto il nulla osta alle leggi speciali contro il terrorismo.

Dov'è finita la cristiana «ragionevolezza»? In che modo Ratzinger interpreta la religione di un Dio che si fa uomo contro un Allah trascendente, intransigente e incapace di coniugare il divino con l'umano? Se c'è una contraddizione in questo papa, è proprio qui, nel suo farsi integralista, interlocutore di altri integralisti, nel promuovere una jihad sotto il segno della croce. E per una cattiva convergenza astrale oggi i giornali celebrano la scrittrice che temeva l'invasione dei topi-arabi, e che per un solo giorno ha mancato il suo trionfo.

BENGODI L’Italia è davvero il Belpaese: barche, auto di lusso e case. Tante case. Meglio se di pregio, circondate dal verde e con vedute mozzafiato. Silvio Berlusconi lo sapeva bene e lo ripeteva ad ogni occasione. Nuovi poveri? Ma dove? Se i ristoranti sono

pieni e i compagni di scuola dei miei figli hanno almeno un paio di telefonini. Vero, tutto vero. Nella Penisola ci sono oltre 7 milioni di auto di lusso circolanti. Negli ultimi mesi sono stati venduti circa 40mila Suv di lusso, 10mila Mercedes, altrettante Audi A6. Dal 2005 ad oggi sono stati venduti 150mila fuoristrada del valore di 50mila euro, di cui 74mila (quasi la metà) nei primi mesi di quest’anno. Se si cambia mezzo di trasporto, le cifre non cambiano di molto. Le imbarcazioni da 17 metri nel 2005 erano 65mila. Ma le vere scintille si vedono nel mercato immobiliare. Altro che barche e Rolls Royce: qui si parla di appartamenti in palazzi d’epoca, ville circondati da parchi, attici panoramici. Nel 2004 ne sono state acquistate 35mila unità. Sotto le Alpi poi una casa sembra non bastare a chi vive nell’agio: le famiglie proprietarie di almeno tre abitazioni sempre due anni fa erano 566mila (mezzo milione).

Questa folta moltitudine di ricchi si incontra al mare sugli yacht ormeggiati nei porti, e in città. In quei famosi ristoranti sempre pieni, per l’appunto, oppure nelle feste degli amici (sai, ho preso l’ultimo modello della Porsche Cayenne....). Gli unici a non intercettarli tanto facilmente sono gli uomini del fisco, se è vero (come è vero) che sono solo 17mila i contribuenti che dichiarano redditi superiori ai 200mila euro. Difficile pensare che ciascuno di loro abbia decine di barche e migliaia di auto. Chiaro che tutto quel Bengodi resta allegramente nelle tasche dei cittadini e non viene neanche leggermente filtrato dallo Stato. Anzi: a quanto pare più si è ricchi più ci si sente legittimati a fare il proprio comodo con i propri (propri?) soldi, senza rispettare le regole e i patti fondamentali del vivere sociale. Tant’è che di fronte ad uno Stato che non riesce a costruire strade, ferrovie, ponti, oberato da un debito pubblico che equivale a oltre il doppio della sua intera ricchezza, affannosamente alla ricerca di un pareggio di bilancio che sembra una chimera, quando il governo ha iniziato a dire di voler fare la lotta all’evasione (controllando i redditi da lavoro dei professionisti, roba dell’altro mondo per l’Italia) si è gridato allo scandalo. Con il decreto Bersani-Visco si dota l’amministrazione di strumenti più moderni. Eppure una certa Italia si è sentita oltraggiata. Si è evocato il grande fratello, anche se nessuna parte delle procedure necessarie per aprire un’indagine è stata modificata. Semplicemente si sono accorciati i tempi per le verifiche grazie a supporti più innovativi. Un passo normale, che nel Paese del liberi tutti (anzi, solo alcuni, perché i dipendenti non lo sono affatto) sembra una rivoluzione.

Eppure l’Istat registra un «nero» che sfonda i 200 miliardi di euro, e che si concentra nell’agricoltura, nelle costruzioni (insieme oltre il 30%) e nel terziario (circa il 20%). Secondo altre stime, il 25% della ricchezza prodotta dal paese resta irregolare: un euro ogni 4. Il tutto nella più assoluta indifferenza della popolazione. Che soffre in silenzio, visto che l’altro primato di questa Italia è l’alto grado di diseguaglianza. Per Bankitalia il 10% dei più ricchi controlla il 43% della ricchezza, mentre sul fronte opposto il 10% dei più poveri non arriva a controllare l’1%.

In una situazione così sorprende la tolleranza generalizzata per l’illecito fiscale. L’amministrazione spesso ha giocato a mosca cieca (parole di Pier Luigi Bersani) con alcuni contribuenti. La prova? Si vedano lr dichiarazioni. Che i ristoratori dichiarino in media quanto i metalmeccanici (circa 20mila euro) fa ridere (o piangere). Stesso dicasi per i dentisti che staccano di poco i docenti universitari (42.800 contro 38.500). Sempre i ristoratori guadagnano meno dei poliziotti. Sarà un caso, ma nell’ultima relazione annuale l’Agenzia delle entrate ha rivelato che oltre il 92% dei controlli è risultato positivo. Come dire: come cercano il nero lo trovano. Ma in giro non si sente aria di ribellione. Anzi, gli sforzi del governo Prodi per recuperare qualche grado di legalità e di equità sono messi all’indice da molte forze politiche come troppo punitive. Significativa l’interpretazione fornita da un’associazione culturale di finanzieri (ficiesse- finanzieri cittadini e solidarietà) in un documento sulla lotta all’evasione. Ecco l’analisi: «La situazione attuale discende dal fatto che in Italia, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, si è gradualmente creato un particolare equilibrio tra categorie produttive per il quale, a fronte delle conquiste ottenute dai lavoratori dipendenti in termini di sicurezza del posto di lavoro, di livelli retributivi e di regimi pensionistici - si legge sul sito www.ficiesse.it - è stato di fatto consentito a imprenditori, artigiani e professionisti di pagare molte meno tasse (o di non pagarle proprio), grazie al ricorso a una molteplicità di meccanismi tra i quali in primo luogo l'evasione fiscale». Insomma, anche l’evasione farebbe parte del «patto». Difficile da digerire un’interpretazione di questo genere, che mischia diritti con reati e illegalità. Tanto più che un equilibrio di questo tipo non ha più le gambe per proseguire. I lavoratori dipendenti non hanno più né sicurezze, né buoni livelli retributivi, né certezze previdenziali. Devono pagare tutto: l’inflazione in aumento, le vicissitudini della precarietà del lavoro e anche una pensione aggiuntiva. Oltre naturalmente alle tasse. Non possono continuare a pagare anche le rendite di chi è «libero» dal mercato e dal fisco.

A indirizzare la spesa in conto capitale in questa direzione sarà il Quadro Strategico Nazionale 2007-2013 (di seguito: Quadro) che l’Italia definirà entro l’estate 2006 anche per accedere all’uso dei fondi europei. La politica regionale di sviluppo delineata nel Quadro sarà diretta a ridurre la persistente sottoutilizzazione di risorse del Mezzogiorno e contribuire alla ripresa della competitività e della produttività dell’intero Paese. Si intende perseguire una “strategia dell’offerta”, che attraverso la realizzazione di infrastrutture materiali e immateriali e il miglioramento dei servizi collettivi conferisca redditività agli investimenti privati. Un aumento della convenienza a investire potrà tradursi in un incremento dell’attività imprenditoriale sia endogena sia esterna ai territori meridionali, con effetti positivi sui redditi e sull’occupazione. Per contrastare il rallentamento della dinamica della produttività nelle regioni del Centro Nord le politiche faranno leva sui punti di forza del sistema produttivo dell’area che, oltre a un settore agroindustriale in rinnovamento, a un settore turistico con rilevanti possibilità di miglioramento, e a produzioni tradizionali con prospettive di crescita dimensionale, comprende medie imprese in grado di affrontare i processi di internazionalizzazione e filiere quali la meccanica, capaci di sviluppare innovazioni sia di processo sia di prodotto e per tale via innescare un processo di modernizzazione utile all’intero Paese.

Sulla base degli impegni europei e dell’Intesa raggiunta da Stato e Regioni nel febbraio 2005, il Quadro conterrà un’indicazione delle priorità, le regole di condizionalità per il trasferimento dei fondi, incluse quelle a tutela del principio di addizionalità dei fondi comunitari, gli impegni finanziari settennali sulle risorse comunitarie e nazionali.

Nel prossimo settennio 2007-2013, in base all’accordo sulle Prospettive finanziarie dell’Unione europea raggiunto nello scorso mese di dicembre, le risorse comunitarie da utilizzare con Programmi nazionali, regionali e interregionali ammontano a circa 29 miliardi di euro. Le risorse nazionali a carico del Bilancio dello Stato richieste per l’accesso ai fondi europei saranno commisurate, secondo una programmazione anch’essa settennale: quanto al cofinanziamento, in base ai tradizionali tassi di cofinanziamento, integrati dalle dovute compensazioni per particolari aree;quanto alle risorse nazionali afferenti al Fondo aree sottoutilizzate, nella misura media dello 0,6 per cento del PIL, in linea con le leggi finanziarie degli ultimi anni. Verranno inoltre garantite, anche partendo dai limiti dell’esperienza passata, condizioni atte ad assicurare requisiti di aggiuntività finanziaria e strategica delle politiche regionali rispetto a quelle ordinarie.

Per quanto riguarda la strategia di assegnazione dei fondi, essa si muoverà sulla base dell’esperienza acquisita con il ciclo 2000-20061 e in linea con quanto prefigurato nella bozza tecnico-amministrativa di Quadro definita dalle Amministrazioni centrali e regionali con il partenariato economico e sociale, che ha identificato dieci priorità.

Quattro sono i principali obiettivi:

1. sviluppare i circuiti della conoscenza;

2. accrescere la qualità della vita, la sicurezza e inclusione sociale;

3. potenziare le filiere produttive, i servizi e la concorrenza;

4. internazionalizzare e modernizzare.



1) Sviluppare i circuiti della conoscenza

All’accrescimento delle conoscenze concorrono le azioni previste nell’ambito delle priorità “miglioramento e valorizzazione delle risorse umane” e “ricerca e innovazione per la competitività”. Si tratta di interventi per la qualificazione delle risorse umane e delle competenze in un contesto in cui, soprattutto al Sud, del tutto inadeguate appaiono le conoscenze diffuse dei giovani (cfr. par. 1). L’impegno finanziario in tema di istruzione andrà decisamente moltiplicato rispetto a quello, ancora insufficiente, destinato negli anni 2000-2006 al Programma nazionale sulla scuola. Va inoltre proseguito, orientato con maggior forza verso l’obiettivo dell’apprendimento lungo l’arco della vita e migliorato nella qualità, l’intervento di formazione, per il contributo che esso può dare alla capacità di inserimento nel mercato del lavoro degli individui e, in particolare, delle donne.

Nel campo della ricerca e dell’innovazione risorse superiori rispetto a quelle assegnate nel periodo di programmazione precedente saranno indirizzate, con criteri fortemente meritocratici a tre linee di intervento: finanziamento di centri d’eccellenza di standard internazionale presenti nel territorio meridionale; meccanismi di “mediazione” tra ricerca e mondo imprenditoriale in grado di valorizzare in termini di innovazione e di produttività i progressi della ricerca nazionale; promuovere la trasformazione della conoscenza in applicazioni produttive, anche valorizzando il ruolo delle tecnologie dell’informazione come fattore essenziale di innovazione.



2) Accrescere la qualità della vita, la sicurezza e l’inclusione sociale

Le condizioni di vita dei cittadini e l’accessibilità dei servizi condizionano la capacità di attrazione e il potenziale competitivo di un’area.

Gli interventi sull’ambiente mireranno, innanzitutto, attraverso un incremento di risorse dedicate, ad accrescere la disponibilità di risorse energetiche mediante il risparmio e l’aumento della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili. Per i servizi idrici e della gestione dei rifiuti, saranno effettuati, in continuità con l’impostazione data nel 2000-2006, e con una identificazione di precisi obiettivi di servizio, investimenti rivolti all’efficienza e alla tutela del territorio.

Saranno previsti interventi per il miglioramento dell’accessibilità, con particolare attenzione alla logistica e alla disponibilità e qualità dei servizi sociali. Indispensabili risultano inoltre azioni che, soprattutto in alcune regioni del Mezzogiorno, contrastino e prevengano i fenomeni criminali, ripristinando condizioni di adeguata sicurezza. Esse andranno condotte con un forte impegno sulla qualità delle risorse umane coinvolte e con un legame alle iniziative territoriali, che è finora mancato. A questi obiettivi è rivolta la priorità “Inclusione sociale e servizi per la qualità della vita e l’attrattività territoriale”, con accresciute risorse finanziarie.



3) Potenziare le filiere produttive, i servizi e la concorrenza

Gli interventi previsti in questo ambito si rivolgeranno alla promozione della competitività delle filiere produttive, incidendo sulle posizioni di rendita che pongono un netto limite alle potenzialità di crescita dei territori. Essi saranno integrati con azioni specifiche e modalità volte a incrementare la concorrenza nell’accesso alle opportunità offerte dai programmi, nei mercati dei servizi di pubblica utilità, e alla creazione di esternalità positive per il sistema delle imprese .

Ad aumentare la competitività dei sistemi di imprese contribuiranno anche “progetti integrati locali”, in base alla priorità “competitività dei sistemi produttivi locali e occupazione” e interventi per la mobilità e la logistica. Potranno contribuire anche meccanismi fiscali automatici, come i crediti d’imposta, da finalizzare alla ricerca, alla crescita dimensionale, agli start-up innovativi. A tali azioni si affiancheranno quelle mirate ad aprire spazi alla concorrenza e a ridurre il peso della burocrazia sull’attività imprenditoriale.

Particolare rilievo assumono le potenzialità di alcune filiere produttive:

• l’agro-alimentare potrà avvalersi anche di interventi atti a rendere più accessibili i mercati di sbocco e a rafforzare la logistica (priorità “reti e collegamenti per la mobilità”e “apertura internazionale e attrazione di investimenti, consumi e risorse”);

• la filiera meccanica potrà attivare fra l’altro la necessaria promozione e valorizzazione di produzione di energia rinnovabile;

• la filiera del turismo culturale e ambientale potrà orientare il proprio sviluppo grazie alla concentrazione delle risorse su pochi grandi attrattori culturali e naturali che già beneficiano di flussi di domanda turistica internazionale (priorità “valorizzazione delle risorse naturali e culturali”);

• i servizi avanzati nel campo della scienza, delle nuove tecnologie e della cultura potranno meglio svilupparsi nei sistemi urbani e nelle aree metropolitane grazie a un più elevato sostegno finanziario alle azioni per connettere le città e i sistemi territoriali con le reti materiali e immateriali dell’accessibilità e della conoscenza, al rafforzamento della specializzazione delle funzioni urbane.



4) Internazionalizzare e modernizzare

L’apertura del Mezzogiorno ai flussi di merci e persone, nonché il suo potenziamento quale area di destinazione di investimenti diretti esteri potrà essere favorita da interventi infrastrutturali e logistici destinati a rafforzare la capacità di penetrazione commerciale delle imprese dell’area sui mercati di sbocco e l’attrattività di queste aree per gli investitori. Quest’ultima andrà anche promossa attraverso il rafforzamento di un programma dedicato. Le relazioni internazionali del Mezzogiorno, affiancandosi a un rafforzamento dell’azione di capacity building, accelereranno la modernizzazione complessiva.

Ieri sera allo Spazio Krizia di Milano il Circolo Società civile ha ricordato il suo ventesimo anniversario. Fondato, su impulso di Nando Dalla Chiesa, da 101 cittadini milanesi, professori, giuristi, architetti, artisti, scrittori, giornalisti di gran nome o che un gran nome avranno, il Circolo e il giornale omonimo rappresentarono, alla metà degli anni Ottanta, un vigoroso segno di ripulsa e di ribellione contro la corruzione divenuta soffocante. Ai 101 si aggiunsero via via altri 400 soci: Società civile divenne il concreto simbolo di una vigile opinione pubblica.

Si sapeva tutto o quasi nella «Milano da bere» di quel che stava accadendo nella città craxiana, si conoscevano anche le tariffe del malaffare nel quale erano coinvolti tutti i partiti politici con differenti livelli di responsabilità, democristiani e socialisti in testa. Possedendo le leve del potere erano infatti in grado di distribuire appalti e donativi, ingenti somme per finanziare i partiti, non poco denaro per le tasche di politici corrotti. Fu l’odore della corruzione e la prova della sua esistenza la molla che suscitò la reazione di un gruppo consistente di cittadini. Rappresentavano la borghesia responsabile che rifiutava le pratiche della corruzione istituzionalizzata: la ritenevano deleteria per il bene comune, politicamente, eticamente, finanziariamente.

Il Circolo durò una decina d’anni. Ne facevano parte professori universitari come Valerio Onida, futuro presidente della Corte costituzionale, Guido Martinotti, Raffaella Lanzillo, Giorgio Galli, Alberto Martinelli, Stefano Draghi, Franco Rositi; giornalisti di fama come Camilla Cederna, Giorgio Bocca, Alberto Cavallari, Carlo Rognoni, Giampaolo Pansa, Carlo Stampa, Paolo Murialdi; magistrati come Gherardo Colombo, Edmondo Bruti Liberati, Giuliano Turone, Luigi De Ruggiero, Armando Spataro, Livia Pomodoro, Piercamillo Davigo, Ilda Boccassini e poi Mariuccia Mandelli (Krizia), Franco Parenti, Enrica Domeneghetti, Luigi Santucci, Eolo Mazzotti, padre David Maria Turoldo, Cini Boeri, Alessandro Dalai, Silvio Novembre. E molti altri. Una quantità (e qualità) di persone che adesso sarebbe assai più difficile coinvolgere in un impegno per la comunità.

Il Circolo e il giornale, diretto da Gianni Barbacetto, ebbero con i pochi mezzi a disposizione una funzione importante e al di là delle aspettative: per svegliare le coscienze, per denunziare speculazioni e storture che porteranno, nel 1992, all’inizio dell’inchiesta «Mani pulite» di cui adesso si tenta di dire che nacque soltanto per l’accanimento dei magistrati i quali avrebbero perseguito il progetto di coloro che allora sostennero l’inchiesta della Procura di Milano. Purtroppo la ruberia fu ben reale come lo furono gli imprenditori (e i politici) che si mettevano in coda per confessare ai magistrati le modalità della legge da loro violata.

Circolo e giornale discussero temi spinosi e crudi che gli organi della grande informazione si guardavano bene dal toccare: gli affari e i partiti a Milano e altrove: le tangenti e la pratica amministrativa; il caso Ligresti; la questione morale analizzata non tanto con astratte dichiarazioni d’intenti, ma con specifici e particolareggiati esempi di corruzione.

Il giornale fu anche un laboratorio di scrittura e d’inchiesta. Con Barbacetto uscirono da Società civile eccellenti giornalisti come Mario Portanova, Giampiero Rossi, Mario Calabresi, Umberto Brindani, Sofia Basso, Elena Cosentino, Andrea Riscassi: diede un gran fastidio con le sue indagini sulle connessioni tra politica e poteri criminali nell’hinterland milanese, Bruzzano, Buccinasco, Rozzano, Trezzano - piaghe sempre vive -, con la denunzia delle degenerazioni che riguardavano strati non piccoli della società produttiva, l’ortomercato, il mercato del pesce, le imprese di pulizia, i cantieri dell’edilizia, le aste, i fallimenti di imprese occulte, la diffusione del racket. Senza dimenticare mai che Milano è sempre stata un terminale di affari politico-mafiosi: la mafia ha sempre bisogno, infatti, di una grossa banca per i suoi traffici e dopo la Banca Privata Italiana di Sindona è stata la volta del Banco Ambrosiano di Calvi e, dopo, delle innumerevoli finanziarie dal volto oscuro.

Ma i temi centrali delle discussioni tra i soci di Società civile riguardavano il rapporto tra cittadini e istituzioni, la distanza incolmabile tra Paese ufficiale e Paese reale, la necessità di mutare le logiche politiche. Aveva provocato polemiche l’articolo 5 dello Statuto di Società civile che vietava di associarsi al circolo ai parlamentari, ai consiglieri regionali, provinciali e comunali e anche a quanti svolgevano professionalmente un’attività politica all’interno di un partito. C’era qualche esagerazione, ma la maggioranza dei soci non presumeva una superiorità morale della società civile sulla società politica. Non riteneva che tutto quanto fuori dalla politica fosse di per sé civile. Il Circolo Società civile non nasceva contro i politici i quali non sapevano neppure che quella dizione era vecchia di secoli, risaliva ad August Ludwig von Schlözer (1794) ed era stata discussa da Marx, da Hegel, da Rousseau, da Gramsci.

Bisognava, dopo il craxismo e la degenerazione di quella politica, cercare di spaccare un sistema immobile, bloccato, che impediva di far politica, appunto. Bisognava cercare di discutere in modo non strumentale, non lottizzato, non meccanico i problemi essenziali della vita e della società. Tra gli altri la trasformazione di uno Stato anchilosato, la corruzione ritenuta un costo di produzione, la liberalizzazione dell’informazione, la sua uscita dagli interessi inconfessabili del potere economico e politico. L’esigenza era quindi politica, non di qualunquistico rifiuto della politica.

Il tempo politico è più lungo del tempo reale, se si pensa a quel che è accaduto in Italia e nel mondo dal 1986 a oggi. Ma vent’anni dopo, non pochi di quei problemi posti al centro della discussione dal Circolo Società civile sono di piena attualità. La cancellazione del voto di preferenza unico, la legge elettorale berlusconiana che toglie al cittadino elettore ogni possibilità di giudizio politico, hanno reso ancora più profondo il fossato tra governanti e governati. Il cittadino non sa neppure chi sia il proprio rappresentante in Parlamento. Ha votato come un cieco. Anche per questo è risultato ancora più difficile spiegare l’indispensabilità di una non facile legge finanziaria, come quella attualmente al Senato, da approvare in stato di necessità in nome del popolo italiano.

Tra il castello dei poteri e i cittadini sono saltati i ponti levatoi.

Tutto è relativo, anche la povertà. Non è un caso che l'indagine che ieri ha pubblicato l'Istat si chiama: «La povertà relativa in Italia nel 2005». In un paese ricco, qual è l'Italia, d'altra parte, la povertà non può che essere relativa. Nessun paragone con le centinaia di milioni di persone che vivono con un dollaro al giorno. Ovviamente nessuno accusa l'Istat: le statistiche sulla povertà relative sono standardizzate, svolte con gli stessi criteri in tutti i paesi del mondo. A cominciare dagli Stati uniti, dove la percentuale di poveri relativi è maggiore di quella italiana, ma non di tanto.

In realtà più che la povertà relativa, sarebbe preferibile conoscere con certezza i dati della povertà assoluta partendo da un aggregato statistico certo: un paniere di beni essenziali ai quali ciascuna famiglia o ciascun individuo dovrebbe poter accedere. Ma sono alcuni anni che l'Istat non fornisce questo tipo di informazione, anche se, come sembra, una apposita commissione sta lavorando in questa direzione.

Conoscere la reale entità della povertà assoluta consentirebbe una politica economica mirata; una vera redistribuzione dei redditi a chi ne ha veramente bisogno. Altrimenti tutto diventa casuale. Come nel recente caso del ridisegno delle aliquote Irpef che finiscono per premiare anche lavoratori autonomi onesti (ce ne sono) ma soprattutto i grandi evasori fiscali. Insomma, i ricercatori Istat sono bravi a fare il loro mestiere, ma è difficile credere che quello che non viene dichiarato al fisco, venga con trasparenza raccontato all'Istituto di statistica. In conclusione, questa indagine, ripropone con ancora più forza il problema dell'evasione fiscale di un Italia.

Tuttavia, questa indagine qualcosa dice. Per esempio che in Italia oltre 7,5 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà; che oltre 3,5 milioni di cittadini sono sicuramente poveri e che esiste un area grigia di quasi 6 milioni di persone «quasi povere» che da un anno all'altro possono sprofondare in una condizione insostenibile. Dall'indagine emergono anche cose che sapevamo: per esempio che al Sud la «povertà relativa» è infinitamente maggiore (5-6 volte) rispetto al Nord e che per le famiglie numerose essere poveri è una condizione di normalità. L'indagine, però, forse per l'esiguità del campione è eccessivamente aggregata e non fa distinzione tra grandi città e piccoli centri: crediamo che sia soprattutto nei grandi centri che la povertà relativa è più insostenibile, visti i costi dei servizi e delle abitazioni.

I dati italiani sulla povertà sono stati diffusi ieri in contemporanea con la presentazione pubblica del rapporto annuale della Banca mondiale. Un rapporto che andrebbe diffuso nelle scuole visto che ci parla della vita di miliardi di persone, molte delle quali escluse dalla vita. Più di tutti i quasi 1,4 miliardi di giovani che avranno un futuro (ammesso che sopravvivano alle malattie che li sterminano come mosche) forse peggiore del presente. Come dire: tutto è relativo.

Il numero di Internazionale in edicola commemora il quinto anniversario dell'11 settembre 2001 ripubblicando le prime pagine dei principali quotidiani del giorno dopo di tutto il mondo. Tornare a sfogliarle fa bene: riporta a quel primo shock della ragione e dell'inconscio, della parola e dell'immaginario, che prese tutto il mondo di fronte al collasso delle Torri gemelle in diretta tv. E aiuta a rispondere alla domanda che tutte le prime pagine del mondo si pongono in questi giorni, tornando a loro volta a quel «più niente sarà come prima» che si disse allora: che cosa è cambiato in realtà in questi cinque anni? tutto, poco, niente? Le risposte, come sempre, dipendono dal metro di misura. Ed è uno strano metro di misura, iperrealistico, quello di chi sostiene, cifre e macrotendenze alla mano (l'autorevole Foreign Affairs, ma anche e altrettanto autorevolmente, nella pagina qui a fianco, Immanuel Wallerstein), che in verità è cambiato poco o nulla - nel sistema-mondo, nella politica estera americana, nei flussi del capitalismo mondiale, nel rapporto fra il colosso americano e il colosso cinese emergente o fra il nord e il sud del mondo -, e che il grande evento con cui tutt'ora ci troviamo a fare i conti non è tanto l'11 settembre quanto il crollo dell'Urss e dell'ordine mondiale bipolare. Altre cifre crude e altri crudi fatti - le guerre fatte in risposta all'11 settembre e i cadaveri relativi, la centralità conquistata dal mondo islamico, l'inasprirsi del conflitto in Medioriente, i nuovi muri in Palestina e alle frontiere più calde dell'immigrazione, i diritti sacrificati sull'altare della sicurezza - basterebbero a replicare che in realtà molto è cambiato eccome. Ma non è solo questo il punto, perché quello che l'11 settembre ha cambiato non si può misurare solo con il metro, sempre discutibile, dell'oggettività. Per quanto poco o molto l'11 settembre abbia cambiato nel mondo, di certo ha cambiato la nostra percezione del mondo. E accanto alle guerre combattute sul campo, altre ne ha aperte - «guerre culturali» le chiamano infatti - nella nostra interpretazione del mondo.

Per questo fa bene rivedere le prime pagine di cinque anni fa, e ripensare quel «siamo senza parole» che ricorreva nei titoli come nella vita quotidiana, a significare che lo sfondamento delle Torri era anche uno sfondamento dei nostri schemi mentali e delle nostre categorie interpretative. In quei quattro aerei-cyborg nel cielo americano non c'era solo l'attacco inaudito alla grande potenza, la volontà di potenza del terrorismo internazionale, la fine della favola bella della «fine della storia», di una globalizzazione senza conflitti e di una democrazia senza resistenze che era spuntata dalle macerie del mondo bipolare. C'era, in quei quattro aerei così alieni e insieme così familiari, un'improvvisa epifania del mondo globale che ci piombava in casa via tv come un mondo interconnesso ma drammaticamente fratturato, secolarizzato nell'uso della tecnologia e teologico nella deriva apocalittica, multiculturale nei suoi flussi reali (di 63 etnie erano le vittime delle Torri) e identitario nei suoi proclami di guerra. Non eravamo attrezzati a interpretarlo, tutto andava ripensato, le geometrie mentali dovevano aprirsi e adeguarsi a quella nuova geometria non euclidea del mondo globale.

Il seguito è, in larga parte, storia del conflitto fra chi ha lottato appunto per aprirle e chi per richiuderle. La «grande narrazione» dello «scontro di civiltà» che, allestita prima dell'11 settembre, ne ha interpretato il dopo, altro non rappresenta che questo tentativo di riportare il «disordine» del mondo globale al rassicurante ordine del due del mondo bipolare perduto: l'Occidente contro l'Islam, la democrazia contro il Nemico ritrovato, l'identità contro la minaccia dell'alterità e delle diversità. Una litania speculare a quella di Bin Laden, che maschera e ingabbia le fratture reali che lacerano da dentro i due campi , e invalida i legami altrettanto reali che possono fluidificarli. Tutto il resto ne consegue, ed è appunto la posta in gioco - politica, geopolitica, culturale, antropologica - del cambiamento in corso, che dentro la grande e la piccola cronaca di questi cinque anni ha riscritto l'agenda del presente.

Dalla concezione della vita e della morte ai criteri della convivenza internazionale, dalla concezione dell'Occidente a quella della democrazia, dal multiculturalismo ai rapporti fra i sessi nulla ne è rimasto esente. Se la pratica sacrificale del terrorismo suicida ha attaccato alla radice il dispositivo primario della deterrenza, cioè la difesa della propria vita, la dottrina e il dispiegamento della guerra preventiva ha fatto fuori a sua volta il tabù primario della guerra su cui la convivenza internazionale si era retta - non senza infrazioni- dopo la seconda guerra mondiale. Con l'11 settembre il costituzionalismo novecentesco è finito sia nelle relazioni internazionali, sia all'interno degli stati democratici: lo stato d'eccezione è diventato la norma, Guantanamo incombe sulla coscienza occidentale. La democrazia, esportata con la forza fuori dall'Occidente, si svuota nelle società occidentali; i diritti sono le sue munizioni, da imporre agli altri e soprattutto alle altre con il nostro linguaggio e i nostri tempi.

L'Occidente universalistico torna così a mostrare la sua faccia più parziale ed etnocentrica. Il dopo-11 settembre ha inciso potentemente su questo punto sempre in bilico della nostra storia, piegando la società multiculturale americana, e due decenni di «lotte per il riconoscimento, su una concezione tradizionalista, e irrigidendo a loro volta le società europee. Al centro dei conflitti culturali, la libertà femminile e i rapporti fra i sessi sono diventati la posta in gioco dei backlash patriarcali, fuori dall'Occidente e dentro, e dell'espansionismo democratico: non si vede solo dai tentativi di legittimare in nome delle donne le guerre in Afghanistan e in Iraq, si vede dagli ordinari episodi di cronaca che affliggono la nostra provincia, e dalle ordinarie leggi come quella francese contro l'uso del velo in nome della laicità, a sua volta diventata, nella guerra contro il fondamentalismo, un valore aggressivo.

Le cose potevano prendere un'altra piega? Potevano e possono. La fine dell'invulnerabilità americana sancita dall'11 settembre poteva esser letta ed elaborata come un memento dell'interdipendenza, dell'esposizione all'altro, della fragilità che ovunque unifica la condizione umana. Poteva, può derivarne non un arroccamento identitario ma un'apertura alla differenza; non un affossamento ma un ripensamento della democrazia. La storia ufficiale di questi cinque anni dice che non è stato così. La memoria sotterranea del trauma, quella che non passa nei media mainstream ma traspare nei romanzi di Safran Foer e nei film di Spike Lee, può restituire altre impronte e altre soluzioni, e attende ancora di essere ascoltata e rappresentata. Dopo l'11 settembre tutto è cambiato, ma tutto è ancora in gioco.

IERI, subito dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato il disegno di legge in favore della cittadinanza più rapida per gli immigrati e per i loro figli nati in Italia, Romano Prodi ha dichiarato: «L’azione di governo comincia a ingranare e andrà sempre più spedita». Era soddisfatto il nostro premier e credo ne avesse buone ragioni. Certo c’è ancora molto da fare prima che la nave Italia – lasciata dal precedente governo con molte falle nella chiglia e molti guasti nella timoneria – possa raggiungere la velocità di crociera, ma la rotta mi sembra quella buona e ci consente di sperare.

L’appuntamento grosso verrà in autunno con la finanziaria, ma il timoniere è esperto e lo stato di necessità del bilancio e dello sviluppo dovrebbero aiutare e aver la meglio sui dissensi, che sono legittimi e possono contribuire alla formazione di interventi equilibrati, nel rispetto di obiettivi inderogabili per l’interesse generale e compatibili con le attese dell’Europa e dei mercati.

In politica estera la linea Prodi-D’Alema è solida e nitida. Purtroppo le soluzioni per la crisi in Medio Oriente non sono nelle nostre mani, ma dipende anche da noi rafforzare la posizione europea e per quella via esercitare una pressione sulla comunità internazionale nel senso del dialogo e della pace.

Perciò aspettiamo con fiducia, pur non nascondendoci la fragilità di un assetto politico che deve essere ogni giorno sorretto con duttile intelligenza accompagnata da coerente fermezza. Fermezza, coerenza, duttilità. Ma soprattutto tenacia. Mai pensare d’essere all’ultima svolta, mai puntare su una sola carta l’intera posta; mai decidere da soli, mai rinviare le decisioni subendo veti e capricciose impuntature.

* * *

Tutto ciò premesso permangono tuttavia alcuni motivi di disagio non marginale che hanno natura etico-politica.

Per dire che non riguardano il piccolo cabotaggio politichese, ma mettono in gioco ragioni profonde e una concezione della politica che ponga in discussione i sentimenti di appartenenza e le ragioni ideali che motivano il voto per una anziché per l’altra delle parti politiche contendenti.

Su questi motivi di disagio bisogna essere molto chiari. Ci sono domande da fare, questioni da discutere, risposte da esigere. Con onestà di intenzioni. Al di fuori delle ipocrisie, delle mezze verità e del tirare a campare.

In un rapporto sincero con la pubblica opinione democratica, strumento prezioso di supporto e di controllo dell’azione politica e delle sue motivazioni ideali.

La prima questione – ai miei occhi quella fondamentale – riguarda il modo di concepire lo Stato come entità ben distinta dal governo. E quindi la qualità della legislazione e dell’amministrazione, i rapporti tra le forze politiche e le istituzioni, il tema della continuità e della discontinuità. La moralità pubblica. L’efficienza. La legalità. La politica delle poltrone.

Il costituendo partito democratico, per la cui nascita si cercano le ragioni necessarie, ha in questo gruppo di problemi la sua motivazione. Ciò che lo rende indispensabile. Senza di che sarebbe una pura invenzione fatta a tavolino, senz’anima e senza quindi alcun reale consenso.

La storia politica dell’Italia gira da molto tempo intorno a questa questione. La debolezza del riformismo è dovuta alla mancata risposta alle domande che abbiamo indicato. La mala pianta del trasformismo rappresenta la controprova delle soluzioni mancate. La stessa fragilità della vittoria elettorale del centrosinistra si deve interamente a questa lacuna. La trappola della pessima legge elettorale con la quale si è dovuto votare ha certamente contribuito a quella fragilità, ma non ne è la vera causa. La vera causa, la causa prima, sta nell’assenza d’una concezione dello Stato e delle istituzioni. Questo avrebbe fatto la differenza tra una destra populista e demagogica e una sinistra democratica e innovatrice.

Se esiste il problema di rafforzare la sinistra in corso d’opera – e dio sa se esiste – quel rafforzamento sarà realizzabile solo facendo emergere nella nuova legislazione e nella nuova amministrazione quella differenza di fondo che con una definizione di scuola si chiama lo stato di diritto, senza il quale il sostantivo democrazia e l’aggettivo democratico non sono che parole vuote, gusci vuoti, castelli di carta esposti ad ogni vento e ad ogni fulmine. Il potere si riduce a sopravvivenza, furberia, corruttela diffusa. Durare per durare. Questo è il peggior andreottismo nelle sue forme minimaliste. E il peggior berlusconismo nelle sue forme roboanti e mediatiche. La peggiore continuità della storia italiana cui fa riscontro simmetrico la retorica massimalista dell’estremismo e la vocazione infantile della pura testimonianza.

La politica non è testimonianza e tantomeno immondezzaio. È scelta di obiettivi, tenacia e fatica per realizzarli, intelligenza e capacità di spiegarli.

Educazione civica da dare quotidianamente con l’esempio.

* * *

La politica delle poltrone, o meglio la politica delle spoglie: ecco una frase che il centrosinistra non dovrebbe né pensare né tantomeno praticare perché è esattamente l’opposto di una concezione democratica dello stato di diritto.

Non dovrebbe esistere una politica delle spoglie. Non dovrebbero esistere i tecnici di area. Non dovrebbero esistere cariche da affidare a candidati sconfitti alle elezioni o ricompense da attribuire a chi fa mostra d’aver indossato i colori della maggioranza di turno o il vessillo del duca e del conte più potenti in un sistema feudale e pre-moderno.

Si parla di modernizzare il paese e lo Stato. In realtà se ne parla da quando questo Stato esiste. Cominciarono a discuterne ai tempi loro Marco Minghetti e Silvio Spaventa. Nientemeno.

Adesso l’accento della modernizzazione è stato messo sulla liberalizzazione dei mercati. Con ragione, perché le forme di oligopolio deformano il mercato, ne rendono difficile l’accesso, premiano le rendite di posizione.

Ma la liberalizzazione dei mercati è solo uno degli aspetti d’una questione molto più vasta perché in un’economia moderna e complessa i punti d’interferenza e le intersecazioni tra potere pubblico e imprenditoria privata sono innumerevoli, inevitabili e perfino necessari per configurare un progetto-paese che orienti, coordini, apra la strada alle innovazioni, alle tecnologie, agli investimenti, alla competitività, alla concorrenza.

Se le istituzioni preposte a questi compiti sono considerate luoghi dove si annida il potere dei partiti, se le "lobbies" alzano il vessillo di questo o di quello, la liberalizzazione dei mercati sarà puramente nominale, le partite saranno sempre truccate come le partite di calcio di Calciopoli.

Le rappresentanze sindacali e sociali dovrebbero essere più interessate alla piena realizzazione dello stato di diritto; troppo spesso invece si iscrivono anch’esse tra le "lobbies" sia pur legittime. Dovrebbero stare molto attente e non sporcarsi anche loro con la politica delle spoglie.

Per non parlare dei partiti, ai quali dovrebbe esser vietato per principio di esprimere, sostenere, impicciarsi di candidature ad enti, banche, imprese concessionarie di pubblici servizi.

* * *

Farò tre soli esempi di questa politica delle spoglie che considero quanto mai nefasta poiché è l’esatto contrario di uno stato di diritto e quindi d’una forte e giusta democrazia.

Il primo esempio riguarda gli organi dirigenti della Rai, società concessionaria d’un pubblico servizio e interamente posseduta dal ministero del Tesoro.

L’attuale consiglio d’amministrazione della Rai, nominato dal precedente governo, è l’esempio peggiore di lottizzazione partitocratica mai visto fino ad oggi. Faccio salva la qualità delle persone che non è eccelsa ma neppure infima. Il punto non è questo, ma la provenienza e quindi la rappresentanza politica che ciascuno dei consiglieri porta con sé, l’intervento diretto delle segreterie di partito e degli apparati di corrente sui quali si sono pedissequamente appiattiti i presidenti delle Camere di allora.

Che cosa ci si aspettava dal nuovo governo? E che cosa ancora ci si aspetta? Che l’attuale consiglio sia rimosso e sostituito non già col criterio del manuale Cencelli perché in tal caso avremmo solo la sostituzione d’una maggioranza con un’altra, bensì col criterio della competenza e dell’indipendenza da fazioni e interessi. Si obietta: la tessera di partito diventa dunque un impedimento? Per cariche di questo genere sì, deve diventare un impedimento.

Può darsi che a termine di legge non si possa costringere il consiglio a dimettersi anzitempo. Non lo so. Ma in tal caso si crei una Fondazione, si passi ad essa il possesso delle azioni della Rai creando in tal modo una novazione strutturale e si affidi ad essa la nomina dei nuovi consiglieri.

Questo ci si aspettava e questo ci si aspetta. Ma non si ha sentore che il governo si stia mettendo su questa strada. Ne saremmo rassicurati se ciò fosse.

Il secondo esempio riguarda Francesco Cognetti, medico e scienziato di fama europea, direttore scientifico dell’istituto Regina Elena di Roma. Da lui portato a punti di eccellenza competitivi con le maggiori istituzioni sanitarie italiane e internazionali.

Sulla base del criterio delle spoglie il ministro della Salute Livia Turco ha decretato la sua sostituzione con altra persona, scientificamente accettabile, ricercatrice ma non medico. Senza valutare i risultati oggettivi e le qualità scientifiche e mediche di Cognetti.

Nonostante che gran parte dei primari del Regina Elena abbiano inviato al ministro una lettera in favore del direttore scientifico e nonostante che molte personalità abbiano fatto altrettanto a cominciare dalla Rita Levi Montalcini, premio Nobel e senatore a vita.

Il ministro della Salute (e il presidente della Regione) dovrebbero quantomeno dare pubblica motivazione di questo provvedimento che suscita profonde perplessità nella pubblica opinione e non giova certo al prestigio del ministro e meno che mai alla persona subentrata nell’incarico.

Infine il terzo esempio altrettanto rivelatore d’una prassi che non esito a definire pessima. C’è da nominare il presidente della Ferrovie. Padoa-Schioppa, d’accordo con Prodi, offre l’incarico a Fabiano Fabiani, attuale presidente dell’Acea e già presidente per molti anni di Finmeccanica. Un manager di tutto rispetto. Non iscritto a nessun partito.

Fabiani viene interpellato. Si riserva di rispondere. Poi invia una lettera al ministro dell’Economia dove pone una sola condizione: che i consigli d’amministrazione delle società controllate dalle Ferrovie siano nominati dal presidente e dall’amministratore delegato della holding senza alcuna interferenza politica e che i predetti consiglieri, se di provenienza da altre cariche delle Ferrovie, riversino alla holding gli emolumenti di spettanza. Aggiunge che per quanto lo riguarda non vorrà alcun emolumento come già accade per lui all’Acea.

Il vicepresidente del Consiglio, Francesco Rutelli, si oppone alla nomina. Prodi gli chiede una rosa di candidati. Rutelli fornisce la rosa. Si aspettano decisioni. Fabiani si è ritirato e resta dov’è (credo che in cuor suo ne sia ben contento). Ma il senso di quanto è accaduto è molto chiaro: Fabiani è stato escluso non per appartenenza politica non gradita, ma per non appartenenza e per desiderio di immettere nelle società controllate amministratori «non appartenenti». Come dovrebbe essere.

Mi permetto di fare una critica al ministro dell’Economia, che stimo molto e di cui sono amico di vecchia data. Se la nomina del presidente delle Ferrovie è di sua spettanza, sia pure concertando col presidente e con i vicepresidenti del Consiglio, dopo il concerto proceda alla nomina se è convinto della sua scelta. Debbo dire: Tremonti ha sempre fatto così, anche in aperto e pubblico dissenso con Fini. Tra le tante pessime cose di cui è responsabile, questa gli va riconosciuta come merito anche perché spesso le sue scelte erano pienamente accettabili.

* * *

Sarebbe motivo di vera speranza e conforto se il governo imboccasse questa buona strada per modernizzare lo Stato e liberare le istituzioni. Ho già detto: aspettiamo con fiducia. Ma presto. Il buongiorno infatti si vede dal mattino. Anche quello

Sta accadendo attorno alla Juve, al Milan, alla Fiorentina e alla Lazio quel che di solito capita nei quartieri pericolosi di Bari, Napoli e Palermo quando arrestano uno scippatore. Reattivamente interi aggregati umani (in inglese, "populace" e, in greco, "ochlos") insorgono a protezione del fuggiasco. Lì si identificano con il delinquente e qui si identificano con Moggi. Lì aggrediscono fisicamente il poliziotto e qui delegittimano moralmente il giudice sportivo.

Questi e quelli, ministri e masanielli, intellettuali e posteggiatori abusivi, contrappongono il loro tribunale, il tribunale della plebaglia, il plebeismo giuridico o calcistico che sia, ai codici istituzionali, a quello penale e a quello sportivo.

Ma c´è il diritto e c´è il tifo. Sempre il diritto ha come antagonista il tifo. E il diritto tifoso è solo un altro degli ossimori italiani, con esempi ancor più demagogici e addirittura sospetti via via che si avvicina la sentenza. Si va da Mastella, insolentemente amico di Moggi e «fraternamente sodale» di Della Valle, fino a Pisapia che confonde la curva nord con i Consigli operai e di fabbrica. Da Cossiga, che scambia Andreotti con Moggi e Giraudo con Contrada, si arriva all´immancabile autoconfliggente Berlusconi. E l´intera Accademia della pedata garantista, convinta che la giustizia nel nostro paese sia sempre "politica", ormai vede Craxi in ogni imputato italiano, si chiami Consorte o Pairetto, e pensa che Paparesta sia un personaggio di Borges, un sequestrato immaginario.

Insomma, qui la figura del delinquente la fa il giudice sportivo e la riprovazione viene scagliata sull´accusatore Palazzi piuttosto che sui corruttori di arbitri e sugli arbitri corrotti. In molti giornali il dibattimento è diventato tout court «il processo farsa». Cossiga dice che i giudici sono «buffoni» e letteralmente invita gli imputati «a mandarli a fare in c...». E Mastella propone l´amnistia senza neppure aspettare la sentenza, si batte perché si vanifichi il processo, stringe di solidarietà la vittoria ai mondiali dei valenti calciatori con i limacciosi imputati, come se in campo invece di Gattuso ci fosse Meani, come se il gol di Del Piero alla Germania l´avesse segnato Moggi. Abbiamo degli ottimi giocatori, forse i migliori del mondo, ma abbiamo anche i dirigenti calcistici più corrotti del mondo. Non c´è alcuna incompatibilità. Premiamo i primi e puniamo i secondi.

E invece, proprio come i plebei dei quartieri popolari, le furie della malafede vorrebbero un calcio codificato e regolamentato dai tifosi, dimenticando che i tifosi fra di loro hanno diritti confliggenti perché il tifo non ammette diritto, non ammette arbitri, non ammette Caf, non ammette moviole e prove televisive, non ammette regole; l´unica cosa ben accolta è la vittoria comunque, in qualsiasi modo procacciata.

Ci sono dimensioni intime e private nelle quali non esiste la norma, dove l´occhio esterno non deve entrare, e dinanzi alle quali i giudici dovrebbero fare passi indietro. Mai i giudici dovrebbero processare la storia e mai dovrebbero far prevalere gli interessi politici di parte, come invece in Italia ancora accade. Ma se c´è un pianeta dove il giudice è ontologicamente indispensabile, ebbene questo è il giuoco. Altrimenti si potrebbe disobbedire all´arbitro e, sarebbe lecito doparsi... Il gioco, il più perfetto, è giustificato dalla regola perché il gioco è sempre gratuito, è alogico. Senza la regola che assegna la superiorità assoluta all´asso il gioco della briscola crolla e i quattro giocatori diventano figure dell´assurdo, che è appunto il gioco senza regole. La comunità senza regole, l´utopia anarchica per esempio, è perfetta proprio perché non ha regole. Ma il gioco è perfetto perché ha regole. Come si può mandare "a fare in c…" l´asso di spade? Solo se vuoi, comunque e sempre, vincere puoi mandare al diavolo le regole o cambiarle unilateralmente o surrettiziamente. O giochi o rubi. E infatti si dice che il gioco d´azzardo è un furto regolamentato, gioco di destrezza sottoposto a regole.

I giudici sportivi e dunque le regole sono la condizione della stessa bellezza del gioco. Nel calcio è punito giocare la palla con le mani. È una regola. Mettete in campo Mastella e Cossiga: a dispetto dell´età e dell´adipe giocherebbero con le mani mandando al diavolo, magari in nome della loro impunibilità parlamentare, anche l´arbitro. E chi andrebbe a vedere una partita con arbitri tifosi come Mastella e Cossiga? E chi darebbe credito a sentenze sportive pronunziate da Mastella, Cossiga, Moggi, Lotito e Berlusconi?

Pare che uno degli elementi inficianti la legittimità del giudizio sia la rapidità della giustizia sportiva. Ma un giudice sportivo deve essere veloce ed efficace come un chirurgo d´urgenza perché, come cantano i Beatles, life is very short and there is no time. È anche la velocità di giudizio che certifica la qualità del giudice sportivo, che non deve cincischiare con la palla della demagogia, non deve fare melina.

Infine, perché Cossiga e Mastella dovrebbero saperne più di Zidane, quali saperi sportivi esprimono se non l´amicizia pelosa con i dirigenti della Juve, della Fiorentina, del Milan e della Lazio? E dove erano quando la giustizia sportiva abbatteva il suo duro maglio sulle squadre provinciali, sul Taranto, sul Palermo, sul Genoa...?

Forse non lo sapete ma in questo momento avete sotto gli occhi un´arma più potente della maggioranza di quelle in dotazione alle forze armate Usa. Una bomba a grappolo è in grado di uccidere o mutilare migliaia di persone ma quest´arma può portare milioni di individui ad acconsentire che i loro governi diano avvio a nuove guerre. Quest´arma si chiama giornale. Al giorno d´oggi la sua azione si esplica per lo più tramite disseminazione sugli schermi elettronici. Le fanno compagnia nel nuovo arsenale la radio, la televisione, i blog, le trasmissioni via internet e gli sms.

La crescita del potere dei media è una delle principali realtà del nostro tempo. I giornalisti si sono tradizionalmente attribuiti un ruolo di vigilanza nei confronti del potere, fosse esso politico, militare o economico. Oggi godono di un potere superiore rispetto a quelli canonici. Rivedendo la sua famosa "Anatomia della Gran Bretagna" a quarant´anni dalla prima pubblicazione, nel 1962, il giornalista Anthony Sampson conclude che «in Gran Bretagna nessun settore ha accresciuto il suo potere più rapidamente dei media». E non solo in quel paese. In tutto il mondo i governi, i terroristi, le grandi imprese e le Ong assegnano la massima priorità alla diffusione del proprio messaggio attraverso i media.

L´11 settembre 2001 i terroristi di Al Qaeda sfruttarono il potere dei media per moltiplicare milioni di volte l´impatto della loro terribile azione. L´11 settembre è diventato l´11 settembre perché mezza umanità ha potuto guardare in diretta il crollo delle torri gemelle in tv e molti hanno potuto rivederlo sugli schermi del computer, replicato 24 ore su 24, 7 giorni su 7 dai media globali su piattaforme multiple. Lo stesso vale per la guerra in Iraq. Il convincimento comune a molti che Saddam Hussein disponesse di armi di distruzione di massa era solo frutto dell´inganno messo in atto dai governi di Washington e di Londra, che "imbastendo" e diffondendo informazioni distorte per il tramite del New York Times e di altri media di consolidata reputazione, normalmente credibili, fecero passare il falso per vero.

Per i media come per gli armamenti l´accresciuta potenza è frutto dell´innovazione tecnologica. Nel giornalismo come in guerra le nuove tecnologie danno luogo a opportunità senza precedenti, e a rischi altrettanto imponenti.

Quando, trent´anni fa, iniziai la mia carriera di giornalista come inviato in una Berlino divisa, avevo a disposizione una penna, un taccuino e una macchina da scrivere manuale. Per mandare il pezzo dovevo raggiungere un ufficio telex, punzonare o far punzonare un nastro telex e introdurlo in un macchinario scoppiettante. Le possibilità di ritardo, di errori di comunicazione e di incorrere nella censura locale erano innumerevoli. Oggi gli inviati multimediali del Guardian o della Bbc possono mandare un videoreportage digitale pressoché in tempo reale e senza censure dalle vette dell´Hindu Kush, via laptop e telefono satellitare, quasi direttamente sul vostro schermo. Oggi si ha la possibilità di fare cronaca direttamente dal luogo degli eventi con un´immediatezza e una precisione che prima i corrispondenti dall´estero potevano solo sognare.

Ma con altrettanta facilità si possono diffondere notizie false o esagerate e falsificare le immagini digitali. Esistono possibilità di manipolazione, distorsione e istigazione che trent´anni fa non c´erano. Pensate al ruolo dei siti web jihadisti radicali nel reclutamento dei terroristi locali in Europa.

Più che mai conta come queste armi straordinariamente potenti vengono utilizzate, per illuminare le masse, per ingannarle o per stimolarle, e questo dipende dai valori che guidano chi le maneggia. Sul fronte dei valori questa settimana si sono registrati due incoraggianti sviluppi. Li chiamerò per brevità Al Jazeera e Oxford. Forse l´accostamento vi lascerà sconcertati, un po´ come accoppiare semtex e sherry, ma forse è perché avete un´immagine superata e distorta di entrambi, per cui Al Jazeera evoca echi di Al Qaeda e Oxford una torre d´avorio con docenti universitari che tracannano porto. (Ma chi è che perpetua queste immagini? Continuiamo a dare la colpa ai media…)

A mezzogiorno di mercoledì della scorsa settimana stavo guardando in tv la prima ora di trasmissione del notiziario di Al Jazeera English, il nuovo canale in lingua inglese di Al Jazeera. È chiaro da tempo, data la qualità dei giornalisti soffiati a Bbc, Itn, Cnn, Sky, Reuters e altre emittenti, che Al Jazeera ha intenzione di battere i principali media giornalistici occidentali con le loro armi. Il codice deontologico di Al Jazeera, pubblicato sul sito web dell´emittente, è positivamente irto di rassicuranti termini simil-Bbc: «correttezza, equilibrio, indipendenza, credibilità», «fedele ricostruzione dei fatti» distinguendo le notizie dalle opinioni e così via. Anche la costituzione dell´Unione Sovietica era colma di nobili promesse. Ma, come si dice dalle mie parti, il budino va mangiato per sapere se è buono.

Il primo assaggio è stato appetitoso. L´intento dichiarato di Al Jazeera di «dare un ordine di priorità alle notizie» si è manifestato attraverso la scelta e l´ordine di presentazione dei servizi piuttosto che tramite un approccio preconcetto: primo la striscia di Gaza, secondo il Darfur, terzo l´Iran, quarto lo Zimbabwe. In altre parole si è deciso di attirare la nostra attenzione sistematicamente sulle sofferenze e le esperienze del mondo in via di sviluppo e soprattutto sul medio oriente. Lo stile era più quello di Bbc World che di Fox News, per non parlare di esempi di propaganda più rudimentale. A condurre il servizio sull´esordio dell´emittente era Mike Hanna, veterano corrispondente britannico e nel corso dell´ora si sono sentite altre voci conosciute. (Persino le previsioni del tempo erano affidate ad una briosa conduttrice britannica che prometteva sole in Medio Oriente). Nel corso del notiziario si è insistito molto sulle sofferenze dei palestinesi nella Striscia di Gaza, ma ce n´è ben donde, e a fondo schermo scorreva un flash di agenzia che con precisione e correttezza riportava: «Donna israeliana uccisa da un missile palestinese».

Nel complesso è stato un esordio eccellente, a dire il vero una delle cose più incoraggianti scaturite dal Medio Oriente da qualche tempo. Ma il banco di prova si avrà quando verrà il momento di trattare dei disordini in Arabia Saudita e riportare giorno per giorno il malcontento nei confronti di altri regimi arabi. Sarà solo uno scrutinio paziente spassionato ed analitico delle trasmissioni di Al Jazeera paragonandole con imparzialità a quelle di altre emittenti internazionali a stabilire se il nuovo canale è all´altezza delle sue lusinghiere aspirazioni.

E qui entra in campo Oxford. Lunedì scorso è stato inaugurato il nuovo Reuters Institute for the Study of Journalism presso l´Università di Oxford, nel corso di una cerimonia che vedrà la presenza dell´executive editor del Washington Post, del responsabile per la cronaca della Bbc e del direttore generale di Al Jazeera impegnati in un dibattito sul tema del giornalismo del dopo-Iraq. Quello che noi dell´Istituto Reuters cerchiamo di fare (dico noi perché in qualche modo sono coinvolto nell´iniziativa) è proprio mettere in rapporto lo scrutinio paziente, spassionato, analitico con quella che si può forse definire la superpotenza meno conosciuta del mondo. Superando le tradizionali barriere di lieve diffidenza che separano accademici e giornalisti, l´istituto di Oxford si pone l´obiettivo di studiare l´effettivo operato dei giornalisti in media e paesi diversi con rigorosa scientificità attraverso una costante comparazione internazionale.

Nel mio duplice ruolo di accademico e di giornalista credo che i giornalisti dovrebbero continuare a considerare un importante componente della loro missione l´impegno di «testimoniare la verità di fronte al potere». Ma se il giornalismo stesso è diventato un potere, ha anch´esso bisogno di verità. Il modo più certo di scoprire questa verità è di coniugare il meglio dell´operato dei giornalisti e degli accademici. Allora Al Jazeera potrà venire a dirci in che cosa, a suo giudizio, stiamo sbagliando.

Traduzione di Emilia Benghi

«Manca la missione. Questo è il vero problema dell’Italia di oggi...». Al culmine della tempesta politica sulla Legge Finanziaria, Carlo Azeglio Ciampi lancia un messaggio ai naviganti. E inutile imporre o litigare per le troppe tasse. E inutile rinviare o rifiutare i grandi interventi sulla spesa pubblica. E inutile guardare sempre e solo al proprio interesse particolare.

Che si tratti di un interesse di coalizione o di partito, di corporazione o di categoria. «Quello che conta e che oggi non si vede - dice l’ex presidente della Repubblica - è un grande obiettivo, generale e condiviso, che il Paese possa comprendere e che dia un senso a tutto ciò che si sta facendo».

Ciampi è appena rientrato da una passeggiata a Villa Ada. «Mi godo questa splendida ottobrata romana...», dice. Non vuole intervenire direttamente nel dibattito politico di questi giorni. «Mi sono dato una regola - chiarisce - mi occupo solo di questioni europee. Sono stato a Trento per il convegno su De Gasperi, poi a Berlino alla Fondazione Bertelsmann, tra un mese sarò a Firenze per una giornata di studio sull’Europa organizzata dal Gabinetto Viesseux. Non voglio parlare di problemi specifici di politica italiana. E un impegno che ho preso con me stesso, per rispetto e per coerenza...».

Ma l’ex capo dello Stato segue con grande attenzione tutto quello che sta succedendo. I primi passi del governo Prodi, il travagliato parto della manovra economica, le difficoltà all’interno della maggioranza, i malumori di molte parti sociali. Ciampi si guarda bene dal lanciare moniti paternalistici e dare consigli pubblici a Tommaso Padoa-Schioppa, con il quale ha condiviso tanti anni in Banca d’Italia, e che è anche suo amico personale, oltre che, a questo punto, «collega» in quanto ministro del Tesoro. La stessa, rovente poltrona che lui stesso occupò, tra il 1996 e il 1999, con il primo governo di centrosinistra.

«Sì - osserva Ciampi - vedo che in questo momento ci sono parecchie difficoltà sulla Finanziaria. Non la giudico, nel dettaglio delle misure che contiene. Certo, quando si fa una manovra, soprattutto di quell’entità, ci sono passaggi sempre molto complessi, che vanno affrontati con grande equilibrio e senso di responsabilità. In questa circostanza colpisce un fatto: da un lato c’è una buona accoglienza da parte dei sindacati, ma dall’altro lato c’è una evidente presa di distanza, oltre che da parte delle imprese, soprattutto da parte degli enti locali. Questo fa riflettere...». L’ex presidente non lo dice. Ma questa sua riflessione rafforza il dubbio che, nella fase che ha preceduto il varo della Finanziaria, ci sia stato un cortocircuito nel confronto triangolare tra governo e parti sociali. Si è riprodotto, ma questa volta amplificato ed estremizzato, lo schema della «concertazione asimmetrica» che caratterizzò a tratti anche il primo governo ulivista.

«Anche con le mie Finanziarie succedevano inconvenienti di questo tipo, e io sono convinto che alla fine queste tensioni con i sindaci rientreranno», aggiunge Ciampi, con una previsione in parte già confermata dal buon esito dell’incontro di ieri pomeriggio a Palazzo Chigi tra il premier e i vertici dell’Anci. «Il contributo degli enti locali al risanamento e allo sviluppo, del resto, è fondamentale. Io stesso me ne resi conto immediatamente, nel ‘96, quando partimmo con la rincorsa all’euro. Per questo mi inventai il «Patto di stabilità interno», che doveva servire proprio a questo: risanare il bilancio, per poi convogliare tutte le risorse verso lo sviluppo».

Allora la prima parte della scommessa funzionò.

«Raggiungemmo il nostro obiettivo, che allora era il risanamento e poi l’ingresso nella moneta unica. Fu un grande traguardo, che ci diede una certezza: una volta raggiunta la stabilità finanziaria, sarà finalmente possibile concentrare tutti gli sforzi per il rilancio della crescita economica». Con questa convinzione, poco prima di essere eletto al Quirinale, Ciampi lanciò l’idea di un «nuovo Patto sociale», che puntava all’obiettivo più ambizioso: aumentare la produttività, ridurre il costo del lavoro, rimettere in moto gli investimenti delle imprese e quindi l’occupazione.

Quella proposta, sottoposta all’attenzione della Confindustria e di Cgil, Cisl e Uil, fu in pratica il suo ultimo atto da ministro del Tesoro. Ma quella che allora parve una certezza (la stabilità acquisita come presupposto per la crescita possibile) presto si è trasformata in un’illusione. Nessuno ha ripreso in mano quella sfida. «E oggi - commenta l’ex Capo dello Stato - ci rendiamo conto una volta di più che l’obiettivo più importante di tutta la politica economica resta proprio quello di tornare alla crescita...».

Su questo terreno, purtroppo, la Legge Finanziaria appena approvata non fornisce risposte convincenti. C’è un’attenuante, che non può essere sottaciuta. Con una manovra da quasi 35 miliardi di euro, Padoa-Schioppa non ha potuto dedicare proprio alla crescita tutte le disponibilità di bilancio.

Ha invece dovuto concentrare un grande sforzo, ancora una volta, al riprisitno della stabilità finanziaria. Di nuovo, Ciampi si tiene lontano dai veleni da Transatlantico: extradeficit, buchi nascosti, eredità lasciate dal governo Amato e poi dal governo Berlusconi. Ma una cosa, per amore di verità, ci tiene a dirla: «Nei cinque anni tra il 2001 e il 2006, purtroppo, è stato abbandonato un sentiero virtuoso che noi avevamo imboccato. E stato annullato l’obiettivo dei 5 punti di avanzo primario rispetto al Prodotto lordo, che pure era un impegno che avevamo sottoscritto in sede europea. Ed è stata nuovamente invertita la tendenza alla riduzione del rapporto debito/Pil, che aveva caratterizzato la legislatura precedente. Questo, per me, è stato un colpo durissimo. Anche sul piano personale...».

Era ovvio che, in queste condizioni, il nuovo governo non potesse costruire una Finanziaria interamente dedicata allo sviluppo. E il ragionamento di Padoa-Schioppa: «Con questa manovra 2007 ci liberiamo una volta per tutte dell’incubo del risanamento, e dal prossimo anno ci dedichiamo interamente alla crescita». Ha una sua logica, che Ciampi capisce e condivide. Ma scontato questo limite «esogeno», che prescinde dalla volontà di chi l’ha redatta, la Finanziaria sconta anche un suo limite «endogeno», che invece non può prescinderne. E appunto quella che Ciampi chiama «la missione». «Vede - ragiona l’ex presidente - noi nel ‘96 una missione ce l’avevamo, l’abbiamo spiegata agli italiani e a quella abbiamo ancorato tutto il nostro impegno politico. Oggi è proprio questo che manca: la missione. Se il Paese non la vede, sta ai politici inventarsela, farla capire e cercare di farla condividere da tutti. Bisogna dare un senso, a quello che si fa. Oggi, come nella seconda metà degli anni ‘90, ci deve essere una direzione di marcia, un filo rosso che tiene tutto assieme, una stella polare da seguire. Sa come dicevo io, nel ‘96? Bisogna fare delle scelte, perché se non si sceglie si "svagola"...».

Ecco il punto. Quello che sta più a cuore a Ciampi. Quello già indicato su questo giornale da Ilvo Diamanti, domenica scorsa. Questa Italia in declino ha un urgente bisogno di «una missione». E di una politica capace di scegliere con spirito di modernizzazione, non di "svagolare" per istinto di autoconservazione.

Nell’avanspettacolo napoletano dei tempi andati c’era anche la scenetta dell’uomo dalla faccia feroce. Qualcuno gli ordinava: «Facite ‘a faccia feroce» e lui aggrottava i sopraccigli, gonfiava le gote e digrignava i denti. «Cchiù feroce ancora» e lui oltre a digrignare ringhiava. «Ferocissima» e lui erompeva in urla che avrebbero dovuto terrorizzare e provocavano invece una generale risata nelle platee.

La cosa strana è assistere alla ripetizione di questa antica quanto ingenua scenetta da parte d’un manipolo di belli ingegni che dall’alto di prestigiose tribune giornalistiche e para-politiche si dedicano alla predicazione della faccia feroce. I destinatari della predica sono di solito le forze politiche riformiste. Le quali, secondo i loro mentori, dovrebbero ringhiare da sera a mattina contro la cosiddetta sinistra massimalista, antagonista, radicale e conservatrice che dir si voglia. Le forze riformiste – secondo questa squadra d’élite di predicatori – dovrebbero sostenere una politica estera allineata al verbo dei neocon americani; in politica interna dovrebbero avere come modello l’ex sindaco di New York, Giuliani. In politica economica la faccia «cchiù feroce» dovrebbe essere rivolta contro la sinistra radicale e contro i sindacati accompagnata a strizzatine d’occhio verso il centrodestra, non solo quello di Casini ma anche di Tremonti e dello stesso Berlusconi. E’ appena di ieri – ma è solo l’ultima di una lunga serie – l’esortazione appassionata d’uno di questi belli ingegni che così si esprime: «In politica poche cose conferiscono identità come gli avversari che ci si sceglie. Che la sinistra riformista abbia per avversario la destra è scontato. Ma quel che conta è che l’altro suo nemico per antonomasia sia e debba essere la sinistra radicale. Ma capirlo non basta. Bisogna anche comunicarlo con chiarezza all’esterno e dirlo forte».

Lo schema politico su cui si muovono queste esortazioni è evidente: un robusto partito «centrale» in lotta contro la destra e la sinistra. Nel partito centrale Casini Fini Tremonti Rutelli Fassino e, ovviamente, Montezemolo. Mario Monti benedicente dall’alto; Prodi e Berlusconi presidenti onorari sempre che lo vogliano. A sinistra, con diritto di tribuna Bertinotti Diliberto ed Epifani; a destra, come figurante perché altri non ce ne sarebbero, Storace. E’ uno schema da bar dello sport, ma c’è gente seria e intelligente che ci crede, ne parla, ne scrive, convinta che per far progredire l’Italia non vi sia altra strada. Convinta anche che in tutte le democrazie degne del nome sia questo lo schema dominante. Naturalmente non è affatto vero.

In nessuna democrazia occidentale c’è un grande centro con due nanerottoli a destra e a sinistra. E’ stato così solo in Italia e si è visto come andò a finire. Non è così in Francia, in Gran Bretagna, in Spagna, in Usa, in Scandinavia. Neppure in Germania – a parte l’alleanza incidentale tra Cdu e Spd. Ma comunque: in Italia non esistono le condizioni per ritornare ai tempi di De Gasperi-Saragat, di Moro-Nenni e di Moro-Andreotti-Berlinguer. Se non altro perché non ci sono più personaggi di quel calibro, ma soprattutto perché è cambiato il Paese.

* * *

La nostra squadra d’élite si contenterebbe, almeno per ora, di molto meno dell’intero e vagheggiato disegno. Si contenterebbe di un Padoa-Schioppa catafratto, con lancia e spada a menar fendenti per ridurre in angolo l’abominevole sinistra radicale; oppure, qualora né la lancia né la spada fossero sufficienti, pronto a rassegnare le dimissioni sbattendo la porta.

Va da sé che questa seconda ipotesi porterebbe con sé uno sconquasso di prima grandezza, il ritorno alle urne passando magari per un governo tecnico pre-elettorale. La paralisi completa di sei mesi. L’ipotesi del partito riformista «centrale» potrebbe prender corpo. «Parva favilla gran fiamma seconda». Perché non sperare?

Si dà il caso però che Padoa-Schioppa non sia propriamente il personaggio vagheggiato dai «centralisti». Padoa-Schioppa è certo quotidianamente alle prese con i demagoghi e i faciloni, molti dei quali stanno all’estrema sinistra, ma molti altri nidificano nei più vari settori della maggioranza camuffati con le più buffe maschere: moderati, democristiani di ritorno, liberaldemocratici di lungo corso, equidistanti e al di sopra delle parti, fautori della doppia tessera se non tripla. Insomma opportunisti. Dediti al bene proprio. Sono la iattura, la zavorra, il tormento della politica.

Padoa-Schioppa ovviamente non appartiene a nessuna di queste categorie. Non le sopporta. Gli sono idiosincratiche. E’ un uomo rigoroso e anche puntiglioso ma non un moderato. Pochi giorni fa ha detto in pubblico che le imprese debbono cominciare a svegliarsi perché gran parte della perdita di competitività non dipende affatto dai sindacati e neppure dall’insufficienza della politica, ma dalla loro pigrizia imprenditoriale. Romano Prodi che era con lui faceva larghi cenni di assenso. La platea, in gran parte formata proprio da imprenditori, era alquanto allibita. Ciò detto, sia Prodi sia Padoa-Schioppa, sia Bersani e sia Visco, faranno per intero quel che si deve fare in materia di politica economica e di legge finanziaria. Adempiranno agli impegni presi con l’Europa, riporteranno il deficit sotto al 3 per cento entro il 2007. Ridurranno la dinamica della spesa con misure strutturali, avvieranno la riforma delle pensioni non per fare cassa ma per assicurare ai lavoratori giovani un futuro previdenziale accettabile. E lo faranno in accordo con i sindacati.

Faticheranno ma ce la faranno. Per due ragioni: la prima è che la sinistra radicale non è fatta di mattoidi; la seconda è che un’altra strada non esiste. O meglio: un’altra strada c’è ma porta alla sconfitta totale ed alla scomparsa della sinistra – radicale o riformista che sia – dalla geografia italiana. Quindi percorribile solo da mattoidi.

* * *

Certo, il governo non si può permettere errori perché sul piatto della bilancia l’elemento fondamentale sarà la credibilità e il prestigio che il governo avrà accumulato in tutti i campi della sua attività entro il prossimo novembre. Usando accortamente il freno e l’acceleratore. Promettendo solo ciò che è sicuro di poter mantenere. Ma su quello non arretrando più nemmeno di un passo.

Sui trenta miliardi di manovra, tanto per fare un esempio, non può arretrare. Trenta ha detto e tanto hanno da essere. Mi correggo: trentacinque disse e tanti saranno se è vero che i cinque apparentemente abbonati rappresentano un miglioramento strutturale acquisito. Il commissario europeo Almunia vuole essere sicuro, vuole verificare a ottobre. E’ un suo diritto-dovere. Male fece a non essere altrettanto rigoroso con i conti di Tremonti e noi lo rimproverammo per questa eccessiva credulità.

Se poi Almunia avesse ragione e quei cinque miliardi di maggiori entrate non fossero strutturali ma dovuti ad un ciclo congiunturale erratico, allora è chiaro che il ministro del Tesoro dovrebbe riportare in capitolo la cifra originaria di trentacinque, checché ne pensino Mastella e Pecoraro Scanio.

* * *

E’ altrettanto chiaro che la riforma pensionistica Dini – da tutti giudicata la migliore – dovrà essere applicata fino in fondo con poche innovazioni emerse come necessarie dopo dieci anni di funzionamento.

Applicarla fino in fondo significa intanto attuare l’aggiustamento dei coefficienti tra contributi versati e invecchiamento demografico. E poi adeguare l’età pensionabile al predetto invecchiamento. C’è un modo «imperatorio» per imporre una più elevata età pensionabile e un altro modo che si affida alla volontarietà opportunamente guidata da un sistema di incentivi e disincentivi. Un governo di centrosinistra si varrà logicamente di questo secondo strumento, ma anche qui: stabilita la volontarietà guidata, ecco un altro picchetto dal quale non si può arretrare. Osservo incidentalmente che mantenere bassa l’età di pensionamento favorisce il lavoro nero dei pensionati giovani. Risultato paradossale che non dovrebbe essere incoraggiato, in particolare dai sindacati.

Non si può arretrare – ecco altri esempi – dal patto di stabilità finanziaria tra governo e enti locali e tra governo e regioni. Infine non si può arretrare dal turnover limitato nel pubblico impiego, con un miglior utilizzo delle forze-lavoro specie nelle strutture scolastiche.

* * *

L’opposizione? Faccia quel che crede, l’opposizione. Per ora parla di una macelleria sociale di cui in realtà non si vede traccia. Se, come personalmente credo che avverrà, la legge finanziaria, i suoi allegati e l’eventuale legge – delega sul riordino pensionistico da approvare entro e non oltre il 2007, approderanno ad un risultato equilibrato nel rispetto degli impegni europei; e se di fronte a un siffatto risultato l’opposizione votasse contro; ebbene, essa si alienerebbe buona parte delle sue alleanze economiche e sociali. Dal centrodestra più volte ipotizzato da Follini, da Tabacci e anche da Casini, spunterebbe la faccia feroce d’una destra populista, schiacciata sulle vallate leghiste della Lombardia e del Veneto e sui settori corporativi delle professioni e della impresa medio piccola.

Si dice da alcuni che il centrosinistra deve chiarire il proprio Dna. C’è del vero, l’alleanza è fin troppo estesa e alcune anomalie sono innegabili. Ma le anomalie del centrodestra sono travi e non fuscelli, perché lì ha convissuto per dieci anni il liberismo con il dirigismo e la concorrenza con gli accessi bloccati. Coronate, le anomalie, dal paradosso maggiore: un monopolista e un concessionario dello Stato alla testa della cosiddetta Casa delle libertà.

* * *

Due parole sul conflitto d’interessi, attorno al quale si continuano a spargere fiumi di inutile inchiostro. Si ha conflitto quando la stessa persona abbia nelle sue mani il potere di decidere tra l’interesse generale e quello della propria azienda. Il caso del proprietario e socio di maggioranza della Fininvest-Mediaset e d’una infinità di altre aziende è il più rilevante, ma non è il solo. Molti altri ce ne sono. Il caso Berlusconi è reso più eclatante dal fatto che si applica ad aziende operanti nel delicatissimo campo dell’informazione e in più d’una informazione che opera in regime di pubblica concessione. Può il presidente del Consiglio essere un concessionario dello Stato? A questa domanda c’è una sola risposta: non può. Per risolvere un siffatto conflitto c’è un solo modo: il proprietario imprenditore di attività svolte con la concessione di un bene pubblico non può ricoprire cariche di governo. Il che significa che può essere eletto a cariche parlamentari ma non può diventare né presidente del Consiglio né ministro né sottosegretario.

E’ una legge punitiva? E perché mai? Dov’è la punizione? Se vuole far politica può farla con la massima dignità e rappresentatività. Aspira a far parte del governo e addirittura a dirigerlo? Venda preventivamente l’azienda, ne incassi il controvalore e lo investa in titoli pubblici. Questa è una soluzione equa, buona e giusta. Altre non ce ne sono. Il governo vuole rinviare la legge al 2007? Lo faccia sotto la sua responsabilità ma sappia che, passato quel termine, tutti i suoi amici gli saranno contro e questa volta senza perdono.

Post scriptum. E’ tornato. Finalmente è tornato. Molte illustri persone erano stupite e preoccupate dalla sua assenza dalle scene. Si produceva a Villa Certosa e al Billionaire ma non dove si forgiano la vita e i destini d’un paese. Ma per fortuna eccolo di nuovo lì. Ieri. Dagli ozi delle vacanze alle fatiche di Gubbio. Ha detto che non voterà per la missione in Libano, che si batterà fino all’ultimo respiro contro i propositi di confiscare i suoi beni e contro il turpe progetto di mettere le mani sulla Rai. In difesa della libertà della (sua) Rai. E altre piacevolezze del genere. L’incredibile non è quello che dice. L’incredibile è che quest’uomo, questa barzelletta vivente, è stato per due volte presidente del Consiglio e ci ha governato per un’intera legislatura.

UN´AFFERMAZIONE centrale della politica estera dell´Amministrazione Bush è che il rimedio contro il terrorismo è la diffusione della democrazia in Medio Oriente. Che si fa, allora, quando ci si trova davanti a un´organizzazione terroristica democraticamente eletta? Si ignora l´antinomia. Si fa finta che non esista.

Nel corso delle ultime settimane c´è stato qualcosa di effettivamente surreale nel fatto che gli Stati Uniti abbiano continuato a permettere all´esercito israeliano di colpire Hezbollah, e così facendo di uccidere donne e bambini innocenti, pur continuando a sostenere che Washington si ripropone l´obiettivo di rafforzare il legittimo e democratico governo libanese. Intanto, il capo di quel governo, il primo ministro libanese Fuad Siniora, sta disperatamente chiedendo un´unica cosa, qualcosa che Stati Uniti e Israele si rifiutano di mettere in atto: un cessate-il-fuoco immediato. Hezbollah, che Stati Uniti e Gran Bretagna definiscono un´organizzazione terroristica, è parte integrante di quel governo democraticamente eletto.

E così dobbiamo fare qualsiasi cosa per il governo libanese democraticamente eletto all´infuori di ciò che esso chiede espressamente. Noi sì che sappiamo che cosa è bene per loro. Chi ha mai detto che democrazia significa lasciare che i popoli decidano da sé? Come ha detto martedì notte al programma Newshour della televisione americana Tarek Mitri, inviato speciale del Libano: «Non potete appoggiare un governo nel momento in cui tollerate che il suo Paese sia distrutto». Nel frattempo Hamas non ha l´autorizzazione ad agire come governo democraticamente eletto dei palestinesi. Il popolo palestinese si è espresso, ma lo ha fatto in modo sbagliato. Doveva essere male informato. Deve rifletterci su ancora.

Chiaramente, siamo in presenza di un vero dilemma. Solo perché Hamas e Hezbollah si sono candidati e hanno avuto buoni risultati alle urne non significa che si debba accettare tutto ciò per cui essi si schierano. Sono entrambi movimenti bifronte, dal doppio volto come Giano, come era l´Ira/Sinn Fein nella politica dell´Irlanda del Nord. Impegnarsi con Hezbollah-inteso-come-Sinn Fein o Hamas-inteso-come-Sinn Fein non significa tollerare le attività di Hezbollah-inteso-come-Ira o di Hamas-inteso-come-Ira. In una certa qual misura è possibile combattere il lato terrorista incoraggiando al contempo il lato politico. In effetti, la parola d´ordine è precisamente questa: spostare i loro calcoli interessati verso una politica di pace, aumentando sia i costi della violenza sia i benefici della partecipazione. Nondimeno, le transizioni dalla politica della violenza al compromesso democratico sono sempre complicate: comportano il dover condurre trattative con i terroristi, lasciare impuniti alcuni errori del passato, accettare che la retorica militante di un movimento possa trascinarsi dietro la più pragmatica realtà della sua posizione. Comporta tutto ciò che, di fatto, gli Stati Uniti stessi hanno messo in pratica nei loro rapporti con l´Esercito di Liberazione del Kosovo, che inizialmente definivano - non senza motivo - un «gruppo terroristico, indubbiamente».

Da questi primi strani frutti del processo di democratizzazione in Medio Oriente è possibile trarre due deduzioni diametralmente opposte. La prima è affermare che l´intera agenda di Bush, mirante a sostenere la democratizzazione nel mondo arabo e islamico, è stata sbagliata sin dall´inizio, frutto come era dell´approccio alla politica internazionale di un ingenuo cowboy-missionario. Quell´agenda destabilizza. Porta al potere terroristi ed estremisti. È una cura peggiore del male. Ritorniamo dunque a un sano e valido "realismo". Non cerchiamo di trasformare questi Paesi o di aspettarci che diventino più simili a noi, ma prendiamoli come sono. Perseguiamo i nostri interessi nazionali - sicurezza, commercio, energia - con qualsiasi alleato riusciremo a trovare. Prima di tutto viene la stabilità. Il vostro affabile despota locale può anche essere un figliodiputtana, ma quanto meno sarà il nostro figliodiputtana. O così candidamente immaginiamo.

Questa è la posizione di default di buona parte della diplomazia europea. È il buonsenso di Jacques Chirac. È abbastanza bizzarro, ma è anche la posizione che finisce con l´avere parte della sinistra europea, portatavi dalla sua opposizione alla "diplomazia trasformazionale" alla Bush o alla Blair, o semplicemente dall´automatismo del "se Bush è favorevole, allora noi dobbiamo essere contrari". Avendo seguito da vicino il dibattito in corso in America nelle ultime settimane, credo che anche negli Stati Uniti stia crescendo l´opposizione all´agenda della democratizzazione.

È sempre esistita una posizione "realista" Repubblicana, associata a personaggi come Henry Kissinger e Brent Scowcroft, consigliere nazionale per la sicurezza del presidente George Bush Sr. Dopo l´Iraq, e quest´ultimo imbroglio, questa posizione potrebbe riguadagnare terreno e prendere il sopravvento sui Repubblicani nel periodo che precede le elezioni presidenziali del 2008. Potrebbe altresì prendere il sopravvento sull´altra parte della politica americana. Se si analizza il dibattito sulla politica estera tra i Democratici, si scopre una forte vena di questo "realismo", anche se adesso lo si etichetta con l´aggettivo "progressivo". La tesi secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero tirarsi indietro da questo mondo pernicioso, badare ai propri interessi economici e trovare alleati ovunque si può sta affascinando una significativa parte dell´elettorato Democratico. Per molti Democratici il fatto che l´attuale presidente Bush si sia identificato così energicamente con la promozione della democrazia è un´altra ragione per essere scettici al riguardo della promozione della democrazia. Se democratizzare il Medio Oriente significa Iraq, Hezbollah e Hamas, meglio non provarci nemmeno.

Io credo che questa sia proprio la conclusione sbagliata da trarre da tutto ciò. Nel lungo periodo la crescita delle democrazie liberali effettivamente è la speranza migliore per il Grande Medio Oriente. É la migliore speranza di modernizzazione, di cui il mondo arabo ha disperatamente bisogno; la migliore speranza di affrontare alla radice le cause del terrorismo islamico, quanto meno nella misura in cui quelle cause sono radicate in quei Paesi piuttosto che tra i musulmani che vivono in Occidente; e la migliore speranza di permettere ad arabi, israeliani, iraniani, curdi e turchi di vivere fianco a fianco senza ostilità. Si tratterà, in ogni caso, di una lunga marcia. Sappiamo, da altre situazioni in altre regioni, che la fase intermedia di transizione verso la democrazia sarà un periodo pericoloso. Quella transizione di fatto può aumentare il rischio di violenza, specialmente nei Paesi spaccati al loro interno da spartiacque etnici o religiosi, e laddove si affrettano i tempi della competizione politica tra i partiti per il potere senza aver prima predisposto uno Stato funzionante, con confini ben definiti, un monopolio quasi esclusivo della forza, la legalità, mezzi indipendenti di informazione e una sana società civile. Questo è quanto è accaduto nell´ex Yugoslavia. Questo è quanto sta accadendo in modi diversi in Palestina, in Libano e in Iraq. Una democrazia liberale a tutti gli effetti contribuisce alla pace. Una democratizzazione parziale e incompleta può aumentare il rischio di belligeranza.

Ciò che dovremmo fare noi, nella comunità mondiale delle democrazie liberali consolidate, è non abbandonare il perseguimento della democratizzazione, ma perfezionarlo. Dovremmo riconoscere che soltanto in circostanze eccezionali (come nella Germania e nel Giappone del dopoguerra) le democrazie vengono effettivamente alla luce sotto occupazione militare, e che l´obiettivo di far nascere la democrazia di per sé non legittima un intervento militare. Dovremmo ammettere che, come ha scritto di recente il dissidente iraniano Akbar Ganji sul New York Times, è meglio che i popoli trovino da soli il loro cammino verso la libertà, mentre nostro dovere è quello di aiutarli nel modo in cui vogliono essere aiutati. Dovremmo imparare dall´esperienza che un sicuro monopolio della violenza organizzata, le frontiere ben controllate, la legalità e i mezzi indipendenti di informazione sono tanto importanti quanto le elezioni, e potrebbe essere necessario che venissero prima di esse. Dovremmo imparare che lungo la strada si devono condurre trattative con alcune persone o regimi davvero sgradevoli, come Siria e Iran. E dovremmo ricordare che in questo sporco e complicato vecchio mondo gli ex fautori della lotta armata e persino chi la pratica - i terroristi, se si vuole - possono diventare leader democratici. Come Menachem Begin. Come Gerry Adams. Come Nelson Mandela.

Cerchiamo quindi di non buttare il bambino/democratizzazione con l´acqua del bagnetto/Bush. Siamo in presenza di un´idea eccellente, che deve soltanto essere tradotta in realtà meglio, e con pazienza, e a lungo raggio. La conclusione esatta di questo ragionamento, pertanto, è strana ma vera: un po´ di democrazia è un pericolo. Assicuriamocene quindi molta di più.

(Traduzione di Anna Bissanti)

Scenario inquietante

di Ezio Mauro

Un atto ufficiale della Procura della Repubblica di Milano contro due alti funzionari del Sismi ipotizza che il giornalista di Repubblica Giuseppe D’Avanzo sia stato sottoposto a intercettazione illegale da parte dei nostri servizi segreti.

Si tratta, com’è evidente, di uno scenario inquietante. Un giornalista impegnato da anni in un lavoro di analisi e di inchiesta – insieme con Carlo Bonini – su tutte le vicende più delicate ed oscure della Repubblica viene fraudolentemente "ascoltato" nel suo lavoro da parte di due pubblici ufficiali, incaricati di operare a tutela della sicurezza del Paese e dei cittadini. Non solo. Gli stessi soggetti, secondo i magistrati che li hanno invitati a comparire, hanno messo in atto «comportamenti di controllo degli spostamenti fisici» di D’Avanzo e Bonini, cioè li hanno seguiti e pedinati, nei loro movimenti e nei loro contatti di lavoro.

È la prima volta, da molti anni, che la libertà di stampa subisce un attentato così clamoroso e patente nel nostro Paese. Qualcosa di inconcepibile in qualsiasi democrazia, anche più malandata della nostra. Un reporter intercettato fuori da ogni inchiesta giudiziaria, da ogni ipotesi di reato, da ogni autorizzazione della magistratura, fuori in una parola dalla legalità e dalla legge. Semplicemente per un sopruso, un abuso di potere diretto contro l’autonomia della libera stampa.

È così grave quanto è avvenuto che ci dobbiamo domandare dov’è cominciato, e quando è finito. Quali altre intercettazioni sono state fatte a giornalisti, senza emergere nel filtro casuale di un’inchiesta? Con quali limiti invisibili, con quanti custodi occulti, abbiamo lavorato negli anni di Berlusconi? E il governo attuale, di fronte a questo attacco ad un diritto fondamentale di una società democratica, non sa far altro che replicare una gregaria "fiducia" nei servizi? Perché non si domanda e soprattutto non domanda se il direttore del Sismi ha autorizzato questo sfregio illegale? Se sapeva, ed è dunque colpevole direttamente, o se non sapeva, ed è colpevole indirettamente?

Repubblica, naturalmente, si difende da sola, con il lavoro dei suoi reporter che è davanti ai suoi lettori. Ma se il Paese non ha nulla da dire quando un giornalista è intercettato dai servizi perché indaga su di loro, perché scrive su un giornale sgradito, o semplicemente perché è un giornalista, allora significa che in quel Paese tutto può davvero succedere.

Se le spie manipolano la realtà

di Giuseppe D’Avanzo

Chi ha saputo che cosa? Dopo l’arresto di Marco Mancini e Gustavo Pignero, l’uno e l’altro – nel corso del tempo – direttori del controspionaggio del Sismi, è questa ora la domanda che deve trovare una risposta accettabile. Le fonti di prova raccolte dalla procura di Milano (testimonianze di agenti segreti, tracciati telefonici, intercettazioni) raccontano che i due alti ufficiali dell’intelligence militare erano a conoscenza della decisione della Cia di sequestrare Abu Omar.

Quanto meno, i due ufficiali del Sismi non hanno fatto nulla per impedire l’extraordinary rendition del cittadino egiziano, come sarebbe stato loro compito istituzionale e di legge. È la conferma di quanto Repubblica va raccontando da tempo. L’Italia sapeva del «gravissimo attacco all’autorità dello Stato italiano e ai trattati internazionali» (come ha scritto il giudice Chiara Nobili), della «grave violazione della sovranità nazionale che, per la prima volta nella storia giudiziaria italiana, ha sottratto un indagato all’autorità giudiziaria per condurlo con la forza in uno Stato terzo» (come ha scritto il giudice Guido Salvini). Oggi, però, dire che "l’Italia sapeva" non significa più nulla.

Chi ha saputo? Le cose, in questi casi, dovrebbero andare così. L’agente segreto che ha notizia dell’organizzazione di un reato, o che presto un delitto sarà commesso, deve informare il suo superiore diretto. Il superiore diretto deve riferire al suo superiore, su su fino alla cima della catena gerarchica. La procura di Milano muovendosi dall’ultimo anello della catena - un maresciallo dei carabinieri che partecipa al sequestro nella speranza di essere trasferito nei ranghi degli 007 - è risalita con la decisiva testimonianza del capocentro Sismi di Milano (nel dicembre del 2002, il colonnello Stefano D’Ambrosio, contrario alla rendition, viene rimosso dall’incarico in un batter di ciglia) alla responsabilità di Marco Mancini, nel 2003, responsabile dei centri del Nord-Italia e reggente del centro di Milano (dopo la liquidazione di D’Ambrosio). Da Mancini a Gustavo Pignero, tre anni fa direttore del controspionaggio.

Agenti in azione durante il sequestro. Mancini. Pignero. L’indagine, per il momento, si ferma qui, alla porta del direttore del Sismi, Nicolò Pollari. Si può prevedere che i due alti ufficiali, nei loro interrogatori, dovranno soprattutto rispondere a questo interrogativo: hanno informato il loro Capo? Se i due agenti segreti dovessero confermare che l’informazione è salita fino al gradino più alto, avrebbero fatto il loro dovere. Le loro spalle sarebbero libere da ogni accusa. I grattacapi sarebbero tutti di Nicolò Pollari.

Ancora un’altra circostanza è oggi evidente. Escluso il direttore della "Ditta" da ogni provvedimento giudiziario (nessun avviso di garanzia, nessun invito a comparire, nessuna convocazione come testimone), si deve concludere che, al momento, i pubblici ministeri di Milano, Ferdinando Pomarici e Armando Spataro, non ritengono di avere in mano alcuna fonte di prova che possa far pensare che Pollari sapesse.

Pollari non ha saputo, dunque. Non è una novità. Nel corso di questi anni, è capitato spesso al direttore del Sismi di non accorgersi di quel che accadeva nel cortile di casa sua. Qualche esempio. Un gruppo di lestofanti, guidati da un facchino del mercato ortofrutticolo di Brescia, con l’aiutino di un ex collaboratore del Sismi, e documenti falsi e confessioni farlocche, combina la trappola "Telekom Serbjia". Per due mesi tiene sulla griglia, dicendoli «ladri», Prodi e Fassino e il direttore del Sismi non si accorge di nulla. Non vede e non sente. Un manipolo agguerrito di ex ufficiali dell’Arma dei carabinieri occupa un nodo nevralgico di Telecom Italia. È il luogo dove si effettuano tutte le intercettazioni telefoniche del Paese, utilizzandole (sospetta la Procura di Milano) secondo necessità assolutamente estranee alle ragioni istituzionali. Pollari, che pure per esigenze d’ufficio, ha strettissimi rapporti con Telecom, non si avvede di nulla. Nulla dice e nessuno avverte. Tre pitocchi - un ex collaboratore del Sismi, una "fonte" del Sismi, un colonnello del Sismi - pasticciano, ai tavolini di un bar, documenti contraffatti sull’uranio nigerino per sostenere che Saddam si sta preparando una bomba atomica e il direttore nulla sa, nulla vede. I siriani vogliono salvarsi dalla risoluzione dell’Onu che li obbliga a lasciare il Libano. Hanno una trovata per salire, da bravi ragazzi, sul carro della lotta al terrorismo. Inventano un attentato al tritolo alla nostra ambasciata di Beirut. Con la collaborazione del Sismi, afferrano un paio di poveri cristi. Li torturano per farli confessare. Troppo. Uno degli afferrati muore in carcere. La Grande Spia non se ne cura. Corre, trafelato e soddisfatto, in Parlamento. Annuncia di aver protetto l’Italia da un catastrofico «11 settembre». Una manina scaltra trafuga nell’estate del 2005 intercettazioni telefoniche che non vengono neanche trascritte all’autorità giudiziaria. E’ vero - come dicono i soliti maldicenti - che le sale di intercettazioni della Guardia di Finanza a Milano sono «affollate di agenti segreti». Ma la Grande Spia di nulla s’avvede, né prima né dopo.

Come di nulla si deve essere accorto, Pollari, dell’»agenzia di disinformazione e dossieraggio» che un funzionario del Sismi, sotto la supervisione di Marco Mancini (intanto diventato direttore del controspionaggio) ha organizzato in un "ufficio riservato" al 230 di via Nazionale a Roma. L’appartamento è all’attico. Da quell’attico, il funzionario controlla un giornalista, «fonte Betulla», che offre "appunti riservati" sulle indagini di Milano. È illegale, per il servizio segreto, ingaggiare giornalisti. Se è stato concluso un ingaggio, è del tutto evidente che Pollari non ne ha saputo niente. E nulla deve aver saputo dell’accorta e diffusa manovra di disinformazione che quel funzionario, pur avendo un rapporto diretto con il Capo, pilota nelle redazioni di giornali di destra e di sinistra. Sono soprattutto "bufale", utili a frullare nella paura il Paese, o aggressioni diffamatorie contro chi alle "bufale" non crede. Meno che mai, Pollari deve aver compreso che il direttore del controspionaggio, con il funzionario dell’ufficio riservato ai "depistaggi redazionali", si sia lasciato prendere la mano e abbia organizzato pedinamenti di due reporter di Repubblica, l’"osservazione" dei loro incontri di lavoro. Addirittura, l’intercettazione illegale delle loro telefonate.

Siamo al punto. Nell’ipotesi che la procura di Milano resti con le mani vuote di prove a carico di Pollari - la migliore delle ipotesi - si può dire che il direttore non è stato e non è in grado di sapere che cosa accade nell’istituzione strategica che gli è stata affidata nell’interesse della sicurezza nazionale. La palese incompetenza e la dimostrata impreparazione del generale Nicolò Pollari rende assai stravagante la nota diffusa dal Palazzo Chigi. Si legge: «Il governo ha assunto le dovute informazioni sul cosiddetto caso Abu Omar da parte delle strutture di intelligence nazionale che hanno ribadito la propria totale estraneità alla vicenda».

Poche righe. La sintesi di uno sketch comico. Le cose dovrebbero essere andate così. Il governo, che non sa nulla, chiede a Pollari, che non sa nulla, che cosa è successo. Pollari, come sempre, risponde che non è successo nulla perché, per quanto lo riguarda, non ha saputo nulla o per lo meno i suoi uomini non gli hanno, come al solito, detto nulla. Allora il governo, rinfrancato dall’inettitudine di Pollari, si affaccia al balcone di Palazzo Chigi e grida all’Italia: tutto va bene, non è successo nulla, siamo in buone mani, nelle mani di chi non sa nulla e, se non sa nulla, non è successo niente. Non è così, mister Prodi?

Che cosa è necessario oggi per esistere? Sfondare i media. Così ben nove sconosciuti fra i diecimila che hanno sfilato a Roma sabato scorso per la Palestina - scrive La Repubblica - si sono affiancati al corteo con tre pupazzi di cartapesta, raffiguranti un soldato americano, un israeliano e un italiano, per dargli platealmente fuoco al cospetto di telecamere e cronisti. E così starnazzando: «Una cento mille Nassiriya».

Erano in nove, è durato qualche minuto. Si poteva affogarli nella loro insignificanza. Invece no. Tutti, proprio tutti - giornali, politici, generali con lacrima al ciglio, financo Ingrao, financo il Presidente della Repubblica - si sono precipitati ad amplificare. Sdegno ed orrore, hanno insultato «i nostri ragazzi», vogliono la distruzione di Israele, è la sinistra massimalista antipatriottica e antisemita, sono i centri sociali, eccetera. Il portavoce di Prodi, Sircana, è uscito in un sorprendente: erano pochi, questo è il più grave, come se fosse stato accettabile se fossero stati in molti. Nei tg di sabato sera e domenica quel fuoco ricominciava ad ardere a ogni dichiarazione di condanna, come se Roma fosse fitta di roghi. Gli altri diecimila dimostranti della capitale sono stati sbeffeggiati perché anziani e composti, i cinquantamila di Milano, compostissimi e sprovvisti di piromani, sono stati accusati - specie il segretario della Cgil Epifani - di aver partecipato a un corteo per la Palestina dove non si sa mai, anzi si sa bene, quel che può succedere.

Così è andata, cara Miriam Mafai, donna saggia e giornalista avveduta, che hai scritto l'editoriale indignato su La Repubblica. Ci conosciamo da oltre mezzo secolo. Sei uno dei pochi leader del giornalismo italiano che si è posto, durante la tua presidenza e in tempi foschi, domande essenziali sulla deontologia del nostro mestiere. Non sarebbero da riproporre per la condotta dei media il 18 novembre?

La nostra categoria si inviperisce ogni volta che è in pericolo il diritto di cronaca. Ha ragione. Esso consiste nello scrivere la verità. Ma tutta la verità. Di quel che è successo sabato è stato enfatizzato un frammento. Esso andava registrato, sicuro, perché dimostra che qualcosa non gira in alcune teste, come gli ammiccamenti di qualche altro foglio che non mi sono sfuggiti. Ma se non si rispettano le proporzioni fra quel minuscolo episodio e l'imponenza delle manifestazioni vere - nove persone su sessantamila - non si dice la verità. La si falsifica.

Per gusto dello scandalo o per altre intenzioni. Non siamo nate ieri né tu né io, sappiamo come puntare i proiettori su una sola parte della realtà sia un modo per oscurarne l'altra. In questo caso, sia per far passare la tesi che ogni manifestazione per la Palestina porta in sé un germe velenoso, sia per sottolineare come ogni manifestazione della sinistra del centrosinistra sia massimalista, anzi estremista. Il governo, si sottintende, farebbe bene a liberarsene. Si sottintende, ma non si dice, che sarebbe meglio se Prodi sbarcasse Rifondazione, Pdci e Verdi e imbarcasse la Udc. Si sussurra e non si scrive.

E fin qui sarebbe una puntata della poco ammirevole nostra fiction politica, se non ci fosse di mezzo il conflitto fra Israele e Palestina, che tutti dichiarano una tragedia gettando peraltro benzina sul fuoco.

Per un Bernocchi dei Cobas, il quale non vuole sfilare sotto lo slogan «Due popoli, due stati» (ma poi sfila) perché preferisce ululare contro l'unico di essi che per ora esiste, decine di politici si scordano che se qualche razzo lanciato da poco preveggenti estremisti palestinesi o di hezbollah fa danni a Sderot, le bombe di Tsahal demoliscono presunti covi di presunti terroristi nel Libano e a Gaza facendo ogni volta morti a decine. E Tsahal non è un gruppo di scalmanati, è il governo israeliano, il quale minaccia a ogni piè sospinto di ricominciare la guerra. C'è una tale sproporzione di forze che una elementare correttezza suggerirebbe di metterla ogni volta in evidenza. Come la miseria di Gaza. Come il fatto che Tel Aviv detiene molti soldi di proprietà palestinese mentre i palestinesi crepano di fame. E che per Tel Aviv le risoluzioni delle Nazioni Unite sono carta straccia, ne ha respinto una su Gaza proprio ieri. Ma chi ha il coraggio di scriverlo? Di titolare che in questi giorni Francia, Spagna e Italia hanno proposto una conferenza sul Medio Oriente ma Israele ha detto subito di no? Io non penso che Israele sia una nazione come un'altra. E' la nazione di un popolo perseguitato da duemila anni e che la generazione dei nostri padri - ahi, anche italiani - ha tentato di sterminare. Non è lecito dimenticarlo. Degli ebrei va capita l'angoscia. Non ne vanno incoraggiati gli incubi. Non ne vanno appoggiate le sconsiderate rappresaglie. Né si deve tacere - ha ragione Angelo d'Orsi - perché è abitudine degli attuali rappresentanti delle comunità ebraiche di Roma e Milano dare dell'antisemita a chiunque critichi il governo di Tel Aviv. Questa è una canagliata, tale e quale quella dei bruciatori di sabato. Cerchiamo di ragionare come David Grossman e Abu Mazen, dismettendo reticenze e ricatti. Non è molto chiederlo alla stampa democratica, chiedercelo almeno fra noi.

Quello che segue è un estratto dell'intervista a Anna Politkovskaya realizzata da Giorgio Fornoni per Report (Raitre), nell'agosto del 2003.



Ci parli delle tecniche di terrore di massa usate dai russi sui civili in Cecenia.

Non sono d'accordo con il vostro modo di esprimervi. Prima di tutto, non si parla di russi, ma di militari di diverse nazionalità. Ci sono forze federali contro la popolazione civile nella Repubblica cecena. Tanto la popolazione russa quanto quella ucraina hanno condiviso la stessa sorte di quella cecena in quei territori. Conosco russi che sono stati torturati e altri russi le cui case sono state fatte saltare in aria intenzionalmente, poiché pensavano che nascondessero guerriglieri ceceni. I metodi utilizzati sono vari, e spesso ci si comporta da bestie più che da uomini. Un uomo può essere eliminato solo perché si trovava nelle vicinanze di militari. Un ragazzo di 26 anni, nel 2001, era in giro per le strade di Grozny quando è stato preso. È stato pestato mentre veniva portato alla stazione di polizia, e una volta lì gli è stato detto che per salvarsi doveva diventare un loro agente e indicare dove si trovavano i guierriglieri. Il ragazzo proveniva da una famiglia cecena perbene, era laureato, e si è rifiutato di collaborare. La cosa particolare è che ci sono stati dei testimoni di questo arresto. In generale si hanno a disposizione soltanto i risultati di queste violenze, cioè i corpi torturati. Questo ragazzo ormai agonizzante è stato gettato in una cella. La cella non era altro che una buca, e quando si venne a sapere che la mattina sarebbe giunto sul posto un procuratore, i militari hanno semplicemente gettato in un pozzo il corpo del giovane che si era rifiutato di diventare un loro agente. Dopo i bombardamenti a Grozny ci sono molti posti così, sono come dei pozzi che scendono verso il basso, là dove c'erano le fognature. Subito dopo hanno lanciato una granata e del corpo non è rimasta traccia. Lui ha semplicemente cessato di esistere. Questa è solo una piccola pagina di quello che accade in Cecenia. Ci sono varie tecniche di pulizia etnica, che in sostanza sono operazioni punitive contro villaggi interi. Viene circondato un villaggio, vengono portati via tutti gli uomini, e non tutti vi fanno ritorno. Dicono che viene controllato che fra loro non ci sia nessuno che abbia preso parte ai combattimenti, invece vengono pestati da qualche parte, vengono portati via e dichiarati scomparsi. La violenza di massa sulla popolazione maschile è un fatto perché rientra nella mentalità dei nostri soldati. Vengono portati via dai villaggi tutti gli uomini alti, forti, e vengono lasciati i vecchi e i drogati. In genere dipende tutto dal comandante della divisione. Questa non è una guerra di generali, ma di colonnelli: la sorte della persone dipende dall'ufficiale che comanda la divisione, che di fatto ha potere di vita e di morte.

Giovani ceceni pieni di odio, donne kamikaze. Cosa spinge a ciò?

La domanda è molto generica. Per prima cosa ci sono due tipi di donne kamikaze. Ci sono quelle della djamahat, le comunità religiose che ritengono tutto ciò un loro dovere verso Allah. La maggior parte sono persone portate alla disperazione da tutto ciò che ho raccontato prima. Madri, sorelle di scomparsi che hanno bussato alle porte di tutte le sezioni di polizia ricevendo sempre la stessa risposta: «Non ci sono più, sono scomparsi, rassegnatevi». Dal 2001 queste donne hanno iniziato a dire apertamente che a loro non rimane che farsi giustizia da sé. Se i militari si fanno giustizia da sé, in risposta riceveranno lo stesso. Nel 2001 ci sono stati i primi sporadici casi di donne kamikaze. Una donna si avvicina a un generale che ritiene responsabile della morte del marito e si fa esplodere. Muore lei, ma muore anche lui. Sono donne che non hanno un comandante, ma sono unite da una comune disgrazia. Per dirla in modo non militare, è quasi un «club»: non vedono altro senso nella loro vita se non la vendetta.

C'è qualche legame tra i ceceni e al Qaeda?

Come giornalista prima dovrei sapere cos'è al Qaeda. Dopo l'11 settembre c'è stato detto «è responsabile al Qaeda». Ma che sistema è questo? Senza dubbio l'ex vice presidente ceceno Zemilhad Dardyev, scappato molto tempo fa dalla Cecenia senza combattere tutta la seconda guerra - e questo per un ceceno è un disonore - riceveva aiuti da Bin Laden e dalla sua struttura. Ho visto con i miei occhi le tombe degli arabi che hanno combattuto qui nella seconda guerra cecena, ma non so se fossero membri di al Qaeda. Credo che al Qaeda sia un paravento dei nostri potenti per nascondere i propri errori quando non riescono a fronteggiare gli attacchi terroristici. È come una nuova alleanza dopo la guerra fredda. Per questo alla vostra domanda non posso rispondere né sì né no.

Lei condivide le scelte del presidente Putin?

Ritengo che se siedi al Cremlino la tua responsabilità principale è la pace. Personalmente non è che non mi piaccia Putin, è che non mi piace ciò che sta facendo. Lui deve mantenere la pace, è un suo dovere costituzionale. Invece continua la guerra nel Caucaso, con migliaia di morti non solo ceceni, ma anche russi. Gli attentati non possono cessare. Putin deve smetterla con questa guerra suicida e mettersi a trattare anche con quelle persone che non gli piacciono.

La popolazione locale non crede ai dirigenti ceceni. Lei cosa pensa?

Anch'io non credo a loro. Per me, come giornalista, prima di tutto vengono le esigenze della popolazione civile. Loro dicono che non c'è differenza che arrivi un bandito di Maskhadov o di Putin. Loro vogliono vivere.

Perché Mosca non vuole osservatori internazionali in Cecenia?

È chiaro che non li vogliono perché sono stati commessi molto delitti. Gli osservatori vedrebbero i cadaveri, le donne violentate e capirebbero chi è stato. Per questo l'accesso è limitato al massimo. Non vogliono testimoni.

Occidente e Usa hanno chiuso un occhio...

Il gioco delle sfere alte è tutto un gioco di compromessi. Il Kosovo, Baghdad, l'Afghanistan. Noi siamo stati co-sponsor degli Stati uniti. Abbiamo dato il nulla osta per le basi in Uzbekistan e Tagikistan. Ma io rifiuto categoricamente questo tipo di compromessi fatti sul sangue. Putin e Bush sono contenti. Invece io, quando guardo negli occhi queste persone a cui il giorno prima hanno ucciso il figlio, capisco che il prezzo di questo compromesso è nel dolore di quelle persone e nessuno può aiutarle. Il mio lavoro è sul campo, vedo i risultati di questo sanguinoso compromesso e non posso essere d'accordo, non voglio essere un cinico commentatore politico.

Racconti il fatto più feroce perpetrato dai militari russi sui civili ceceni.

No, non dirò nulla. Non ho una buona opinione della società occidentale. Non siamo nel 2000, quando c'erano grandi speranze che raccontando ciò che stava accadendo l'Occidente avrebbe fatto qualcosa per aiutarci. So da tempo che l'Occidente non si interessa di questi problemi, ha tradito queste persone che pure vivono in Europa. La Cecenia tra l'altro fa parte dell'Europa, geograficamente. Per questo non mi metterò a solleticare i nervi con racconti di come hanno ucciso, tolto scalpi e tagliato nasi e orecchie. Capitemi bene, non è quello lo scopo del mio lavoro, ma prevenire atrocità di questo genere in futuro.

Quanti morti ci sono stati, sia ceceni sia russi?

Sapete, la vera tragedia è che non c'è una statistica precisa. Ci sono statistiche nei singoli villaggi e nelle unità militari. Ma chi è al potere fa di tutto perché non ci siano dati ufficiali. Per questo, qualsiasi cifra io vi dica, sarà solo la mia cifra, non corretta, e un altro vi darà la sua. So che sono migliaia a oggi, migliaia, e questa storia non è ancora finita, sta continuando.

Un rappresentate ceceno a Tblisi parla di 400 mila morti...

La cifra esatta non la conosce nessuno e di queste parole sono pronta a rispondere. Sì, il signor Aldanov, credo vi riferiate a lui, ha parlato di 400 mila vittime, ma un altro rappresentante di Mashkadov ha parlato di 250 mila. Io so che i federali diminuiscono il numero di perdite, mentre i ceceni lo aumentano. Penso comunque che questo sia un problema del futuro.

Ha paura del Cremlino?

Tutti hanno paura ora, e anch'io sono una parte del tutto. Anch'io ho paura, ma questa è la mia professione e avere paura è una cosa tua, personale. La professione esige che si lavori e si parli di quello che è il fatto principale nel Paese e la guerra che continua è il fatto principale.

Perché lì muore la nostra gente. E avere paura o non averne è il rischio di questa professione.

Non sono d'accordo sul fatto che l'occidente si disinteressi...

Non sto parlando di voi. In tutto questo tempo molti giornalisti occidentali hanno tentato di far conoscere quanto sta accadendo. Ma la realtà è che i leader occidentali si sono messi d'accordo con Putin, e il prezzo di questo compromesso è la Cecenia. La società occidentale non è riuscita ad essere compatta e ottenere che i propri leader contrastassero Putin.

Perché la comunità internazionale non conosce i fatti veri?

Il mondo sa. Basta entrare in Internet e vedere cosa scrive Human rights watch, Amnesty International che monitorano costantemente la situazione cecena. Ogni volta che Putin fa visita a un leader occidentale, si rivolgono al leader di quel Paese. E come può non sapere? Il mondo sa, ma non vuole prendere posizione... Viviamo in un tempo veramente strano, o almeno io non avrei mai pensato che sarebbe arrivato il momento del concetto di terrorismo di stato e terrorismo non dello stato in lotta l'uno contro l'altro. Su che base gli Usa sono entrati in Iraq? Capisco perfettamente chi è stato Hussein, che il suo regime era terribile, ma su che basi sono entrati lì i soldati americani? Non capisco. Capisco che Basaev in Cecenia è il tipico terrorista, ma non capisco perché per quattro anni si risponde con azioni terroristiche che coinvolgono tutta la popolazione.

La stampa israeliana funziona spesso da sveglia. Nel corso di avvenimenti che agitano trippe e cervelli, guerre o intifada, nei momenti in cui hai l´impressione che le idee si appannino e si smarriscano nella faziosità, su alcuni quotidiani di Gerusalemme e di Tel Aviv puoi trovare analisi lucide, dissacranti, anticonformiste, che riconducono alla ragione e quindi alla realtà. È una delle principali virtù di una società democratica puntualmente messa alla prova dalle passioni. Nelle ultime ore, grazie ai colleghi israeliani, mi sono reso conto che avevamo dimenticato la questione palestinese.

Prima presi dal conflitto in Libano, e poi dalle sue immediate conseguenze, impegnati come eravamo a seguire le grandi trame diplomatiche, a Damasco, a Teheran, nelle capitali occidentali, avevamo perso di vista il dramma all´origine, magari come pretesto, di (quasi) tutti i drammi mediorientali: appunto la questione palestinese. La quale, se non verrà risolta o seriamente affrontata, renderà vani i tentativi di ridisegnare, in positivo, la mappa politica mediorientale.

Leggo in un articolo di Danny Rubinstein (Haaretz del 4 settembre), che tra luglio e agosto, a Gaza e in Cisgiordania, sono stati uccisi 251 palestinesi, tutti da soldati delle Forze armate israeliane. E che circa la metà di quei morti erano civili, inclusi vecchi, donne e bambini. In quei due mesi i contatti diplomatici tra Israele e l´Autorità palestinese sono stati congelati. E lo sono tuttora. Soltanto quelli riguardanti i problemi pratici quotidiani sono assicurati da semplici funzionari. Non si è più parlato di un possibile rilancio della road map, il mai ufficialmente defunto processo di pace. E il Primo ministro, Ehud Olmert, ha ribadito ieri, ancora una volta, che il progressivo ritiro unilaterale dalla Cisgiordania, compreso nel suo programma elettorale di marzo, non è più d´attualità dopo la guerra del Libano. Sempre ieri è stato inoltre reso pubblico il finanziamento per la costruzione di 690 nuove abitazioni nelle colonie israeliane di Betar Llit e di Ma´aleh Adumim, nei territori occupati. Si tratta della più importante decisione tesa a rafforzare gli insediamenti al di là della Linea Verde, virtuale confine tra Israele e la Palestina, presa dal governo formato dal Labour e da Kadima, il movimento centrista creato da Ariel Sharon, dopo il suo divorzio dal partito di destra Likud.

La vittoria elettorale di Hamas e la costituzione di un governo che non riconosce lo Stato di Israele avevano già condotto al comprensibile irrigidimento di Gerusalemme. Ma i rapporti con l´Autorità Palestinese (di fatto Presidenza di una repubblica da creare), ben distinta da Hamas e guidata dal moderato Abu Mazen, non erano stati congelati. Anche perché essa cercava e cerca di condurre Hamas ad accettare lo statuto dell´Olp, che riconosce da tempo, dal 1993, lo Stato ebraico. L´ulteriore irrigidimento è adesso senz´altro dovuto, in larga parte, alla necessità di assecondare l´opinione pubblica israeliana, insoddisfatta di come il governo ha condotto la guerra in Libano, e pronta a votare, stando ai sondaggi, per i partiti di destra e di estrema destra. Ma pesa soprattutto il rapimento del soldato Gilad Shalit, ancora nelle mani di un gruppo estremista di Gaza. Israele non lo perdona. Esige la liberazione. Stringe Gaza in una morsa. Per ora le trattative segrete non hanno dato risultati. Gli stessi uomini di Abu Mazen lavorano per convincere i rapitori a lasciare la preda. Non si sa quanti palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane esigano in cambio.

Se la cattura, da parte degli hezbollah, di altri due soldati ha provocato il 12 luglio la guerra del Libano, la cattura di Gilad Shalit, da parte di estremisti palestinesi, ha provocato di fatto la rioccupazione di Gaza, che Ariel Sharon aveva evacuato l´anno scorso, costringendo con fatica i coloni ad abbandonare i loro insediamenti. Le condizioni umanitarie in quella città, collettivamente punita perché colpevole del ratto di Gilad Shalit, sono disastrose. Gli ospedali sono gonfi di malati e privi di medicine. Scarseggia l´acqua, manca in molti quartieri l´elettricità. Come in Cisgiordania, ancora ufficialmente occupata, a Gaza i funzionari non sono pagati da mesi. Non si è neppure potuto inaugurare l´anno scolastico perché gli insegnanti senza salario sono rimasti a casa. Come prefigurazione della Palestina indipendente, Gaza offre una triste immagine. Ghazi Hamad, portavoce del governo Hamas, ha fatto l´autocritica. Non è soltanto colpa dell´occupazione israeliana, ha scritto, se siamo in queste condizioni: «Anche noi siamo responsabili dell´anarchia, degli assassinii, dei furti, delle occupazioni illegali delle terre abbandonate dai coloni, delle montagne di rifiuti per le strade».

Una scuola di pensiero, emersa soprattutto nelle capitali europee, giudica che il trauma della (seconda) guerra israelo-libanese abbia creato le premesse per una revisione positiva della intricata situazione mediorientale. Si sarebbe prodotto qualcosa di simile a un "bang" politico da cui potrebbe nascere un´occasione di dialogo tra paesi (e popoli) finora abituati a comunicare soltanto attraverso le armi, il terrorismo e la repressione. La guerra avrebbe prodotto una scarica, un elettrochoc, in grado di riaccendere i lumi della ragione nelle menti accecate dall´odio di antiche rivalità. Si può certo guardare con scetticismo quella volonterosa scuola di pensiero che intravede la possibilità di creare condizioni favorevoli, affinché tanti popoli nemici rinsaviscano. Ma la volontà dell´ottimismo è spesso efficace nelle grandi imprese. Tante volte, nella storia, dalle rovine e dai cimiteri è scaturita una pace che sembrava impossibile. Per ottenerne una vera è stato tuttavia indispensabile estirpare i principali motivi che l´avevano a lungo impedita. Ed è evidente che la questione palestinese è all´origine di larga parte del dramma mediorientale. Il dialogo è dunque consigliabile anche con Gaza.

Prove di guerra hi-tech, così si muore in Libano e a Gaza

di Manlio Dinucci

Da Gaza al Libano, le testimonianze dei medici sono unanimi: in decenni di lavoro negli ospedali non hanno mai visto niente di simile alle condizioni in cui sono ridotte molte delle vittime (quasi tutte civili) degli attacchi israeliani. Corpi bruciati e deformati da sostanze penetrate al loro interno, che carbonizzano il fegato e le ossa. Corpi che all'interno presentano migliaia di finissimi tagli, ma nei quali non si trovano schegge, oppure se ne trova solo una di plastica con la scritta «Test Gf». Braccia e gambe colpite da frammenti non visibili ai raggi X, che devitalizzano i tessuti e coagulano il sangue, provocando dopo l'amputazione una rapida necrosi che si estende al resto del corpo. Corpi mummificati che non presentano ferite esterne.

Anche se non si conoscono le armi che provocano tali effetti, una cosa è certa: le forze israeliane stanno usando non solo bombe a guida di precisione, proiettili al fosforo bianco, munizioni termobariche, munizioni a grappolo, i cui effetti sono ormai noti (v. il manifesto, 23/26/28 luglio). Stanno usando anche armi di nuova generazione. Lo conferma l'ordine dato agli organi di stampa il 23 luglio dal colonnello Sima Vaknin-Gil, capo censore militare israeliano, di non fornire informazioni sull'«uso di tipi unici di munizioni e armamenti». In base agli indizi sinora raccolti, si possono fare due ipotesi, non alternative ma complementari l'una all'altra.

La prima: alcune delle munizioni a grappolo rilasciano nuovi tipi di submunizioni le quali, esplodendo, spargono attorno non frammenti metallici (visibili ai raggi X) che squar-ciano i corpi con la loro energia cinetica, ma sostanze che, una volta penetrate nel corpo, lo distruggono dall'interno con le loro specifiche proprietà. Il fatto che siano riportati casi di feriti in cui la necrosi si estende molto rapidamente e in modo inarrestabile e che, nonostante l'amputazione degli arti, i feriti muoiano entro breve tempo, fa pensare che gli ordigni possano essere contaminati da agenti biologici specifici oppure da sostanze chimiche destinate ad aggravare lo stato delle ferite.

La seconda: possono essere state usate dalle forze israeliane anche armi a energia diretta. Esse colpiscono l'obiettivo non con proiettili, frammenti di submunizioni o con l'onda d'urto di un'esplosione, ma con forme di energia non cinetica: radiazioni elettromagnetiche, plasma ad elevata energia, raggi laser. Una delle armi laser - il Mobile tactical high energy laser (Mthel) - è stata sviluppata da un team statunitense guidato dalla Northrop Grumman e da uno israeliano comprendente diverse industrie: Electro-Optic Industries, Israel Aircraft Industries, Rafael, Tadiran. In alcuni test, il Mthel si è dimostrato capace di distruggere proiettili di mortaio e razzi prima che arrivassero al suolo. Armi di tale potenza, sia laser che elettromagnetiche, possono però essere usate sia a scopo difensivo che a scopo offensivo contro bersagli umani.

Il Tacom (il comando responsabile della «mobilità e potenza di fuoco dell'esercito americano») presentò a un simposio, il 29 agosto 2000, il Pulsed impulsive kill laser (Pikl). Testato su bersagli di gelatina (con all'interno sensori) riproducenti il corpo umano, su camoscio umido riproducente la pelle umana e su abiti di diversi tessuti, questo laser killer aveva dimostrato di poter distruggere veicoli con «impulsi che letteralmente masticano il materiale senza causare bruciature» e di poter provocare «effetti anti-persona di tipo letale o inferiore a quello letale». Il Tacom concludeva quindi che il Pikl poteva essere usato sia per operazioni militari, sia per il «controllo della folla».

Tre anni dopo alcune di queste armi a energia diretta sono state quasi certamente usate dalle forze statunitensi nella guerra in Iraq. Lo conferma l'inchiesta di Maurizio Torrealta e Sigfrido Ranucci, «Guerre stellari in Iraq», trasmessa da RaiNews24 il 17 maggio 2006. Attendibili testimoni riferiscono di aver visto, durante la battaglia dell'aeroporto a Baghdad nell'aprile 2003, un autobus che, colpito da una misteriosa arma, si accartoccia riducendosi alle dimensioni di un pullmimo, corpi intatti con solo testa e denti bruciati, corpi intatti senza più occhi, corpi rimpiccioliti a 1 metro di lunghezza. Corpi fatti sparire rapidamente per cancellare ogni traccia.

Intervistati dai realizzatori del documentario, alcuni dei massimi esperti statunitensi confermano che prototipi di armi a energia diretta sono già in uso. William Arkin, già analista del Pentagono ora al Washington Post, afferma che siamo di fronte a un cambiamento epocale: dalle armi cinetiche si sta passando alle armi a energia diretta.

Poiché non c'è test che equivalga all'uso di un'arma nelle condizioni reali di una guerra, è logico che le nuove armi a energia diretta, come le nuove armi contenenti probabilmente specifici agenti biologici e sostanze chimiche, siano state usate in funzione anti-persona prima in Iraq e ora in Libano e a Gaza. Solo che a fare da bersaglio al laser killer non sono manichini di gelatina ricoperti di camoscio ma uomini, donne, bambini.

Qualcosa possiamo fare, noi ebrei italiani

di Stefania Sinigaglia

Domenica mattina, risveglio davanti alle immagini trasmesse dalla Bbc da Qana, Sud Libano.

«Di fronte agli eserciti e alle superpotenze ci si sente deboli e inermi. Abbiamo dalla nostra parte soltanto la capacità di analisi e raziocinio, la nostra volontà di reagire e di farci ascoltare, e su queste risorse dobbiamo contare. Dobbiamo agire qui ed ora, dal basso, dato che i poteri del mondo dimostrano o connivenza insipiente o colpevole complicità, come organizzazioni e associazioni, ma soprattutto come ebrei singoli quali siamo, insieme alle organizzazioni palestinesi che rifiutano le derive islamiste, dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per evitare una catastrofe comune».

Ho riguardato alcuni miei testi scritti anni fa, come singola ebrea laica già legata al piccolo gruppo «Ebrei contro l'Occupazione», ora libera battitrice grazie alle cesure temporali delle mie peregrinazioni terzomondiste, perfetto clichè dell'ebrea errante del 21esimo seecolo. E pour cause: la terra promessa non è in quel lembo di territorio strappato a un altro popolo che da 60 anni ormai lotta per averne la porzione cui il diritto internazionale inascoltato decreta il suo diritto ad accedere. Testi del 2002, pubblicati dal manifesto o usati per riunioni pubbliche, che dicevano: la misura è colma, Israele sta distruggendo se stesso e la sua anima nel distruggere il sogno palestinese di una patria e di un loro ritorno, ossessionato dal miraggio di una impossibile «sicurezza», ottenibile solo al prezzo della rinuncia alla politica di aggressione che dagli anni Ottanta lo ha caratterizzato. Ma questa misura si rivela smisurata, la misura non ha fondo, la follia miope e disastrosa delle dirigenze israeliane (e la cecità di chi le elegge) sfida ogni sforzo di comprensione. Ciascuna nuova compagine governativa supera la precedente in capacità di recare morte e distruzione a popolazioni inermi, perseguendo militarmente un nemico politico che si rivela sempre più ubiquo e inafferrabile, e che come Atlante ad ogni colpo inferto si rialzerà rafforzato, sia in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania, sia ora, di nuovo, in Libano, chissà domani in Siria o in Iran. E recando morte e distruzione a civili, e ai civili più poveri e privi di risorse, quelli che non hanno neppure i soldi e la macchina per scappare, addensa su di sé non solo l'obbrobrio di chi ha occhi per vedere ma compatta una nuova più solida resistenza. Invece di distruggere Hezbollah, Israele lo sta rafforzando oltre ogni previsione, in modo perfettamente autolesionista.

Ripensando ai versi del famoso canto pacifista di Bob Dylan di 40 anni fa, quanti morti ci vorranno ancora finchè Israele capisca che non si può esigere il diritto alla propria esistenza finchè non si riconosce il diritto di esistere degli altri? E questi altri sono i loro vicini, i loro, i nostri, cugini. «Degli Ebrei sono cugino», diceva la copertina di un Espresso del giugno del 1967, recante l'immagine di Nasser sconfitto. Già, cugini, e non ci sono lotte peggiori di quelle tra parenti o lontani parenti. Tutti figli in un modo o nell'altro di un Medio Oriente che non smette di sanguinare. Gli Israeliani dicono agli ebrei della diaspora, quei pochi che alzano la voce contro la loro politica distruttiva ed autodistruttiva: voi non siete qui, la pelle è la nostra, noi ci difendiamo. Chiamano traditori o rinnegati i loro dissidenti interni, anche loro una minoranza vocale ma numericamente esigua. Che in questi giorni sono in piazza comunque, come mi ha assicurato una rappresentante di New Profile, una delle organizzazioni che aderiscono alla Coalition of Women for a Just Peace.

La maggioranza, in Israele e anche nella Diaspora, è accecata dal mito del militarismo, che sembra l'unica garanzia di salvezza, perché si hanno negli occhi ancora le immagini degli ebrei buttati come cenci sporchi nei vagoni blindati. Mai più deboli, mai più vilipesi, mai più vittime.

Israele-Faust ha fatto allora un patto con un neo-Mefistofele: mai più vittima, vittime saranno «gli altri». Ma non esisterà nessuna catarsi un questa nuova edizione del Faust, nessun «fermati sei bello». Solo il baratro dell'ignominia di uno Stato che da faro possibile di civiltà e di redenzione si muta in canaglia internazionale.

Che possiamo fare noi ebrei italiani per esprimere il nostro orrore e il nostro rifiuto di fronte a questo nuovo salto di qualità nella discesa agli inferi della politica israeliana? Vogliamo tacere e macinare il nostro disgusto e la nostra rivolta davanti alle immagini di dolore lancinante dei civili libanesi e palestinesi? L'inettitudine della diplomazia è stata finora somma, solo la volontà di pace delle persone di buona volontà ci può forse ancora una volta aiutare ad uscire da questo nuovo carnaio.

Propongo che come singoli e in silenzio, senza alcuna etichetta ci si ritrovi davanti alla Sinagoga di Roma, il venerdì sera prossimo, con un semplice cartello di cartone che ognuno di noi può scriversi a casa, che dica: «Nessuna soluzione militare ai problemi politici in Medio Oriente. Applicazione di tutte le risoluzioni dell'Onu. Solo il negoziato conduce a una pace sostenibile».

Il correntone minaccia la scissione. Massimo D'Alema pare che freni. Giovanna Melandri nega che sarà il recinto del moderatismo. Marina Sereni dice che bisogna fare il programma per sciogliere le paure. Fra una buona e una cattiva intenzione, il partito democratico rimane lo spettro che si aggira sullo scenario politico. Si fa? Non si fa? Ma quando si fa? E come si fa? E soprattutto perché si fa? Credevamo di essere al come e invece siamo ancora al perché, ha scritto sul Riformista di ieri l'ex direttore Antonio Polito, replicando a un editoriale di venerdì del nuovo direttore Paolo Franchi, il quale aveva giustamente messo nero su bianco che «del perché un simile, inedito soggetto dovrebbe prendere corpo,e del perché l'Italia ne avrebbe bisogno, nessuno dei praticoni del 'partito nuovo' si è mai peritato di darci qualche ragione di carattere nazionale». Tali non essendo, a giudizio di Franchi, le esigenze di allargamento dei consensi elettorali di Ds e Dl, né «il tedioso chiacchiericcio» sulla necessità di far confluire le diverse tradizioni riformiste, né il successo delle primarie per Romano Prodi. Qualche ragione cercherà di darla il forum convocato per oggi a Roma dall'associazione per il partito democratico, presenti tutti gli interessati da Fassino a Rutelli a Cacciari a Parisi ad Amato. Ma allo stato attuale, la base più realistica per la discussione non l'ha fornita nessuno dei leader Ds, Dl e dintorni, ma un lungo e ambizioso saggio di Michele Salvati, pubblicato sempre sul Riformista in due puntate, venerdì e sabato. Impossibile da riassumere qui esaustivamente, ma di cui vanno almeno segnalati, e interrogati, alcuni passaggi. In primo luogo l'inizio, perentorio e sacrosanto: «Un 'partito nuovo' non nasce e non sopravvive se non risponde a un'esigenza storica, a una domanda del tempo, che i suoi promotori sono capaci di avvertire anche quando non è esplicita. Nasce e sopravvive se vi risponde». In secondo luogo il compito principale che per il nuovo partito viene indicato: prendere sul serio il rischio-declino dell'Italia e provare a rilanciare una crescita non solo economica ma anche civile e politica. In terzo luogo, la collocazione del progetto nella «storia lunga» della Repubblica: della cosiddetta Prima e della cosiddetta Seconda Repubblica, dei rispettivi sistemi politici e dei relativi blocchi. In quarto luogo, la definizione di una base culturale per il nuovo partito, con una rosa di autori di riferimento finora mai assunti esplicitamente come tali.

Personalmente condivido il primo e il secondo di questi punti, mentre avrei molte questioni da porre sul merito - non sulla rilevanza - del terzo e del quarto. Mi pare ad esempio tanto centrata la sottolineatura di Salvati del fallimento del primo centrosinistra nelal gestione della modernizzazione degli anni '60 e del consociativismo Dc-Pci nella gestione della crisi sociale degli anni 70, quanto affrettata l'analisi dei rapporti fra Psi e Pci; tanto apprezzabile l'esortazione a superare definitivamente le nostalgie per la «Prima» Repubblica, quanto rassicurante l'analisi delle derive della « Seconda», che non sono riducibili al «cattivo funzionamento» del bipolarismo ma a fattori di crisi sociale e politica che hanno scavato in profondità. Ancora: tanto condivisibile è la necessità di contestualizzare il progetto del nuovo partito nel «mondo cambiato» del dopo-'89, quanto discutibile è l'accettazione sostanziale della cassetta degli attrezzi di Blair, o la sua sostanziale equiparazione a quella di Schroeder e Zapatero; e tanto chiara è la defizione della'orizzonte culturale liberal-socialista (Sen, Rawls, Dworkin, Bobbio, Walzer) del partito democratico, quanto liquidatorio il giudizio sui «residui marxisti» presenti a sinistra. Infine e soprattutto: tanto è convinto l'invito a «derivare dal valore della democrazia una serie di implicazioni programmatiche forti», quanto è elusa la questione della crisi che le democrazie reali di oggi attraversano. Forse è proprio da qui che bisognerebbe avere il coraggio di cominciare a discutere. Ma allora quel nome, «partito democratico», apparirebbe ancor più spettrale di quanto non sia.

Alla vigilia dei cortei che ieri sono sfilati a Roma e Milano sul conflitto Israele-Palestinesi, e prendendo in anticipo le distanze dalla manifestazione di Roma, Piero Fassino ha detto una cosa su cui conviene meditare: contrariamente a quel che accade altrove, in Medio Oriente i confini tra aggressore e aggredito non sono del tutto chiari. Ambedue le parti hanno ragioni. Ogni giorno le milizie palestinesi colpiscono con missili le città israeliane di Sderot e Ashkelon, ogni giorno l'esercito israeliano colpisce a morte civili e non civili, e di fatto è tornato a occupare Gaza dopo il ritiro unilaterale dell’estate 2005.

“In Medio Oriente non sono in conflitto un torto e una ragione, ma due ragioni”, conclude Fassino: perché è legittima la volontà israeliana di vivere nella sicurezza, ed è legittima la volontà palestinese di veder liberato uno spazio su cui costruire uno Stato, e non una terra desolata che Israele circonda con soldati e occupa con colonie.

È dai tempi della Grecia antica che quando si ha conflitto fra due ragioni egualmente valide si oltrepassa la normale contrapposizione e si ha invece aporia, che significa assenza di passaggio, di percorso. L'aporia è stoffa di cui è fatta la tragedia, che è una condizione moralmente insolubile, sormontabile solo con espedienti che aggiustino la morale salvaguardandola. In politica, dall’aporia si esce con una parziale rinuncia alle proprie ragioni, alla propria sovranità. Tragica è dunque la condizione in Israele-Palestina, e per forza essa crea perplessità morale e poi divisione. Ma è proprio qui (nella divisione tra pareri contrari, non ignorata ma accettata) che comincia il percorso d’uscita. La divisione è non solo lievito della decisione politica, ne è anche la premessa.

Per questo desta qualche preoccupazione la maniera in cui parte delle comunità ebraica italiana ha reagito alle parole di D'Alema, espresse in un'intervista all'Unità del 10 novembre. È molto tempo che il ministro degli Esteri è accusato di faziosità: tempo fa venne accusato di equidistanza, oggi è sospettato di partigianeria anti-israeliana. Il colmo, tuttavia, l'avrebbe raggiunto sulla questione della diaspora. Questione spinosa, intoccabile: qual è il suo ruolo, e quale il suo rapporto con lo Stato d'Israele? Deve esercitare pressioni su quest’ultimo, come comunità? Può dividersi su Israele? È l'appello a dividersi e a premere sulle scelte israeliane che ha suscitato fortissimo sdegno. D'Alema è accusato di fare elenchi di ebrei buoni e non buoni, democratici e non, come usano gli antisemiti.

Vorrei fare qui l’elogio della divisione. Essendo la comunità ebraica un’associazione, essa può avere posizioni più o meno democratiche, più o meno pacifiche, più o meno favorevoli a negoziare con gli avversari di Israele. Non c’è niente di male a evocare e invocare tale divisione, ineluttabile. Non si parla qui del singolo italiano ebreo: individualmente egli non è tenuto a pronunciarsi per il solo fatto d’essere ebreo. Ma chi è iscritto in una comunità entra a far parte di un gruppo di pressione religioso, culturale e politico. Il che vuol dire: sulla condotta d'Israele ha da farsi un'opinione, cosa che comunque fa quando sceglie di essere attivista d’un collettivo. Alcuni, in diaspora, sentono addirittura una doppia lealtà: verso il paese di cui son cittadini e verso Israele.

Negli Stati Uniti si discute molto di questi dilemmi, da quando due professori, John Mearsheimer e Stephen Walt, hanno scritto nel marzo scorso un saggio attorno al peso che la lobby ebraica ha sulla politica americana. Le loro tesi sono state contestate o approvate, non solo fuori dalla comunità ebraica. In particolare, la critica rivolta dai due accademici alla lobby più conservatrice e faziosa (l'Aipac, Comitato americano-israeliano di pubblici affari) è discussa con veemenza dentro lo stesso Comitato. Sul giornale israeliano Haaretz, il 17 novembre, Gidon Remba, iscritto all'Aipac, accusa l'associazione di non difendere le ragioni dello Stato israeliano ma di militare in favore delle sue componenti più bellicose, conservatrici, fondamentaliste.

Simile militanza - continua Remba - è tutt'altro che condivisa dagli ebrei americani: almeno la metà e forse più della metà «considerano che la politica dell'Aipac sia perniciosa per la ricerca israeliana di pace e sicurezza». Occorre di conseguenza «creare una lobby ebraica moderata», che rispecchi la varietà della diaspora e separi i democratici dai non democratici. Questo in sostanza ha detto D'Alema: quel che avviene in America, potrebbe utilmente avvenire in Italia. Chi l'accusa di voler fare elenchi di buoni e cattivi, democratici e non democratici, vede il mondo ebraico come un collettivo chiuso, monolitico, incompatibile con la diversità. E trasforma tale visione in tabù. La divisione d'altronde è anche in Italia fisiologica. Non è concepibile che gli ebrei italiani siano in blocco a favore del premier Olmert e anche del suo nuovo vice, Avigdor Lieberman, che rappresenta l'ala più razzista e anti-araba della destra israeliana.

Dividersi in diaspora vuol dire che anche gli altri possono dividerti e catalogarti. È il primo espediente della politica. È la fine della messa all'indice di opinioni diverse, e della fusione integralista che vien fatta tra chi avversa i governi israeliani, chi avversa il sionismo e chi avversa l'ebreo in quanto tale. Nella diaspora c’è una varietà grandissima, che non esclude l'ebreo non sionista. È una varietà che va salvaguardata, soprattutto da quando l'uccisione di civili è divenuta un’usanza anche israeliana, in Libano o a Beit Hanun nella striscia di Gaza. È vero, esiste il rischio di condannare Israele più di quanto si condanni il terrorismo islamico. Ma la santuarizzazione della popolazione civile non esiste nel terrorismo islamico, mentre esiste in Israele che è una democrazia.

Scoprire che la storia è tragica e che su di essa tocca dividersi è più che mai urgente, oggi. La diaspora risente di quel che accade in Israele, anche quando non ne vuol sapere nulla. Una politica bellicosa a Gerusalemme ha effetti perniciosi su ciascun ebreo in diaspora e questo crea responsabilità speciali: responsabilità dello Stato israeliano verso la diaspora, e della diaspora organizzata per quello che fa Israele.

C'è urgenza per vari motivi. Ha detto il re di Giordania Abdallah che se entro il 2007 non ci sarà uno Stato palestinese, i terroristi avranno il completo monopolio della violenza nei territori. Non pochi analisti in Israele sostengono che l'assedio brutale e l'immiserimento di Gaza creerà una più agguerrita generazione di terroristi e che Hamas sarà sostituito da Al Qaeda, come in Iraq. Infine c'è il problema della solitudine israeliana, sollevato da Furio Colombo nella replica a D'Alema (l’Unità, 13-11). Aver fiancheggiato con tanta veemenza la politica di Bush, e averla in parte ispirata, non ha aiutato Israele ma l'ha stremato. Le amministrazioni Usa non l'abbandoneranno ma le loro politiche cambieranno. Saranno più attente ai propri interessi, non identici a quelli israeliani; chiederanno a Israele di fare più concessioni, di accettare negoziati con l'Autorità palestinese, con la Siria, magari con l’Iran. I primi sforzi di riadattamento già si percepiscono. C’è un nuovo piano Beilin, lo stesso politico che negoziò l'accordo di Ginevra nel 2003. C'è un abbozzo di iniziativa europea, per ora ristretta a Italia, Spagna e Francia. Disprezzare questi tentativi non produrrà più sicurezza per Israele.

Resta naturalmente il dramma dell'Iran e dei tanti arabi per cui l'Olocausto non è tabù: Ahmadinejad lo ha abbattuto in loro nome. Occorre anche qui una storia revisionista che faccia tabula rasa delle mitologie, come è avvenuto in Israele negli Anni 80. Occorre ricostruire e ripensare la cacciata degli ebrei dai paesi arabi, e anche l'aiuto che tanti arabi diedero agli ebrei perseguitati durante la Shoah. È quello che sostiene Rashid Khalidi, professore alla Columbia University, sul Boston Globe dell'1 ottobre: il grande compito dei palestinesi, se vogliono costruirsi un'identità statuale, è di scrivere e riscrivere anche questa storia, per troppo tempo occultata e dimenticata.

© 2022 Eddyburg