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Il turismo italiano deve puntare su pochi progetti di sviluppo, intorno ai quali raccogliere l'interesse di finanziatori nazionali ed esteri. Lo ha detto Pietro Modiano, direttore generale del gruppo bancario Sanpaolo, intervenendo ieri a Milano a un convegno, organizzato da Banca Imi, sul tema “Turismo: come diventare grandi”.

Del nanismo degli operatori italiani si è detto e scritto fin troppo negli ultimi tempi. La novità è che alcune realtà bancarie e finanziarie si stanno muovendo per promuovere progetti di aggregazione, per cercare di dar vita a un campione nazionale in grado di aggredire il mercato. La riprova è il piano di rilancio della catena alberghiera Jolly, recentemente annunciato da Banca Intesa. Per Modiano, “in Italia si muore di localismo, mentre servono cose grandi e simboliche”. In concreto, occorre individuare due o tre grandi progetti regionali su cui investire e far convergere tutti gli sforzi.

Di più il d.g. del Sanpaolo non ha detto, ma uno studio curato da Banca Imi e dall'università Luiss ha identificato quattro prodotti chiave per lo sviluppo: un resort mediterraneo; un hub crocieristico, con un porto da 5-6 mila passeggeri; Italian lifestyle, un'offerta di arte e cultura intorno alle città; un distretto integrato del golf. La ricerca evidenzia inoltre che, se l'Italia attuerà investimenti di alto profilo, il turismo potrà contribuire alla crescita annuale del pil nell'ordine di mezzo punto percentuale. Intanto, però, emerge nuovamente una grave lacuna: l'assenza, nel ramo alberghiero e dei tour operator, di soggetti in grado di fare numeri importanti.

Un altro punto ripreso da Banca Imi riguarda la concentrazione delle ferie in agosto. Su questo aspetto è intervenuto recentemente il vicepresidente del consiglio Francesco Rutelli, che ieri ha rilanciato l'idea di distribuire meglio, nell'arco di tutto l'anno, le vacanze degli italiani: sono stati costituiti, a livello governativo, due distinti tavoli per reimpostare il calendario scolastico, insieme ai rappresentanti delle famiglie. Rutelli ha promesso che nel giro di pochi mesi sarà pronta un'iniziativa concreta per favorire la destagionalizzazione delle ferie.

Restano, tuttavia, dei nodi da sciogliere. Vasco Errani, presidente della Conferenza stato-regioni, ritiene indispensabile la creazione di “un cluster di operatori”. Se è vero che “non riusciremo mai a costruire la Tui italiana”, bisogna almeno sforzarsi di dar vita a una rete di imprenditori in grado di presentare un'offerta di migliaia di camere. Ma, con l'aiuto delle banche, è necessario anche stimolare i piccoli albergatori a mettersi insieme, realizzando reti attraverso nuove forme partecipative.

E se Pier Luigi Celli, direttore della Luiss, ha denunciato che il brand Italia “si sta rapidamente logorando”, il presidente dell'agenzia Enit, Umberto Paolucci, ha detto che in queste settimane si sta ridisegnando l'organizzazione dell'ente, partendo dai dirigenti: per esempio, saranno istituite le figure dei product manager. Nel contempo, bisogna puntare sui nuovi mercati, aprendo un ufficio a Pechino. Sempre che si trovino i soldi. Inoltre l'Enit stimolerà gli operatori congressuali a portare avanti il progetto di un convention bureau nazionale.

C’è un concorrente nascosto all’edizione 2007 dell’“Isola dei famosi”.È Astaldi, la seconda società di costruzioni in Italia. A luglio ha firmato il contratto per iniziare i lavori del megaprogetto turistico “Laguna de los Micos”. Il complesso verrà realizzato nella Bahia de Tela, sulla costa caraibica dell’Honduras, a pochi chilometri dalle isole dei Cayos Cochinos, dove il 20 settembre inizia la nuova serie del reality show.La regione è abitata dal popolo afro-indigeno dei garifuna, che vive di pesca in comunità lungo la costa e teme l’impatto sociale e ambientale del turismo di massa.Oggi la Laguna de los Micos è un paradiso di mangrovie, una striscia vergine di spiaggia e vegetazione di oltre 3 km. Il progetto nella Bahia de Tela prevede la realizzazione di quattro hotel di lusso, 256 ville, un campo di golf, un club ippico e un centro commerciale -su una superficie complessiva di oltre 300 ettari-. Il tutto verrà realizzato all'interno del Parco nazionale intitolato a Jeanette Kawas (Pnjk) e di una laguna registrata (con il numero 722) nell'elenco delle paludi protette dalla Convezione internazionale di protezione delle paludi (conosciuta come Ramsar). Perciò il riempimento di gran parte della palude per la realizzazione del campo da golf è illegale. Non ci sono state nemmeno le consultazioni con le popolazioni locali, come vorrebbe l'Accordo n. 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro. Astaldi si incaricherà di realizzare la rete di infrastrutture di base, per un importo complessivo di circa 18 milioni di dollari (il budget complessivo del progetto è di circa 200): l'azienda italiana costruirà le strade, le fognature, il sistema elettrico, quello per la raccolta dei rifiuti solidi e per immagazzinare l'acqua potabile.Il 17 agosto scorso il ministero del Turismo ha posto “la prima pietra” del megaprogetto: presto arriveranno i villaggi vacanze, pronti ad attrarre nel Paese un numero sempre maggiore di turisti occidentali (da Milano ogni settimana parte già un volo charter diretto in Honduras, porta i turisti sull'isola di Roátan, attualmente l'unica “Cancún” del Paese). Non è un caso, perciò, se per il secondo anno consecutivo “i famosi” e l'Isola metteranno per tre mesi le spiagge honduregne in vetrina davanti a milioni di telespettatori italiani (lo scorso anno il programma raccolse il 25% di share). Cosa nasconde l'Isola? Nel dicembre 2006 un'inchiesta della rivista Altreconomia ha rivelato che le isolette dei Cayos, sedi del reality, sono in vendita. In più, il format prodotto da Magnolia e trasmesso dalla Rai sconvolge gli equilibri su cui si regge la vita delle popolazioni locali. Lo scorso anno, ad esempio, la gente del Cayo Chachahuate non poté uscire in barca a pescare per tutto il tempo delle riprese.Il Collettivo Italia Centro America (Cica), impegnato al fianco dei garifuna di Ofraneh, l'Organizzazione fraterna dei popli negri dell'Honduras, lancia domani una campagna internazionale contro Astaldi. Sul blog lisolaeilmattone.blogspot.com dossier e una dettagliata lettera di denuncia (in tre lingue: italiano, inglese e spagnolo) da inviare ai rappresentanti dell'azienda in Italia e in Honduras.

Il Collettivo Italia Centro America (Cica) è un collettivo di base, formato da persone che negli ultimi anni hanno lavorato in progetti di cooperazione popolare in diversi Paesi del Centro America. Lavora per monitorare gli interessi del capitale italiano in America Centrale e denunciare le violazioni dei diritti umani nella regione. (Web: www.puchica.org)

Si consiglia anche di consultare il blog nato per promuovere questa campagna:

http://lisolaeilmattone.blogspot.com/

D’ESTATE LE NOTIZIE meno importanti si adeguano alla spensieratezza delle vacanze. Frivole e drammatiche, più o meno sempre le stesse. Vip in spiaggia, 30 morti a Baghdad, sbarco di clandestini, meduse rosse in agguato, pulizia etnica nel Darfur, la casa al mare di Bruno Vespa. E fuoco che continua a bruciare foreste e villaggi. Bel paese che va in fumo. Chissà perché le polemiche dei soccorsi in ritardo trascurano da trent’anni la disattenzione amministrative e le trame politiche che preparano con pazienza queste tragedie. Al primo temporale d’agosto ce ne saremo dimenticati e fino alla prossima estate nessuno parlerà più su come prevenire i disastri. Le spiegazioni di oggi rimandano alle spiegazioni del secolo scorso: vento africano, mancate assunzioni dei forestali ausiliari i quali si fanno sentire col gioco dei piromani. Speculatori che soffiano pianificando le tariffe: la categoria degli incendiatori professionisti ha unificato i prezzi dal nord al sud.

Tremila euro al giorno per incenerire le pinete mettendo in moto la macchina costosissima e tanto attesa della riforestazione, appalti, progetti e giuramenti solenni: nessun terreno svuotato dalle fiamme potrà diventare area edificabile. Ma le promesse volano e le case al mare crescono. Crescono anche in montagna. La parola «verde» resta insopportabile ai costruttori e ai politici raccolti alle loro spalle. E la morbidezza delle cementificazioni si esalta nella elegia delle riviste per signore pronte a decantare la razionalità del palazzone vacanze o l’idillio della casetta-villaggio «7,8 metri quadrati di giardino personale» firmato dall’architetto di grido. Non basta la buona notizia dell’ecomostro abbattuto sulla costa amalfitana. Mille mostri stanno crescendo mentre i giornali del posto battono le mani: editori e imprenditori intrecciano le convenienze mascherando gli affari con bugie provvisorie. Costruire case, alberghi, campi da golf e piscine, dà lavoro a chi non ha lavoro. Non dicono che lo perderà appena le opere della speculazione coprono il tetto oppure chiudono i battenti.

Sviluppo senza progresso, ipotesi che Antonio Cederna, difensore del paesaggio italiano degradato dagli appetiti dei mattonari, aveva cercato di contrastare sul Corriere della Sera anni 70. Ma dopo le mani sulle città sono cominciate le mani sulle vacanze; mani sulle discariche; mani sulle sorgenti dell’acqua pubblica che diventa oro nelle bollicine della minerale. Mentre il Gargano bruciava, in fondo alla Puglia si tremava nelle pinete rinsecchite e mai ripulite. Costosissimi canali di irrigazione soffocati dalle immondizie. Anche se l’acqua scorresse abbondante non arriverebbe mai. Anni fa il Claudio Signorile, ministro socialista, si era impegnato a trasformare il meridione nella California del Mediterraneo impreziosita da una storia della quale si conserva memoria attorno ad ogni braccio di mare. La fretta dei costruttori ha trasformato il sogno nel posto-spiaggia per tutti. Il progresso non può essere frenato da quattro muri diroccati. E non importa se le strade restano carraie con un velo d’asfalto. Se mancano depuratori e parcheggi. Se i servizi sono improvvisati. Se i camping dilagano senza regole sicure. Se la professionalità del personale non ricorda la professionalità romagnola: studenti che arrotondano; precari che per due mesi in qualche modo respirano. Gentili ed affettuosi ma alla prima nuvola, tutti a casa. Nel sud la solidarietà negli affari attraversa i partiti, da destra a sinistra: non è diversa dal nord se non nel perbenismo delle forme. La sostanza non cambia. E neanche i soldi.

Mancano testimoni in grado di mettere le mani sotto la realtà, mancano perché demonizzati alla prima manifestazione di indipendenza. Guai analizzare l’onore di certi protagonisti, ondivaganti da un partito all’altro, dipende dalle convenienze. Cosa possono fare i cronisti che lavorano in tv o in giornali dalle proprietà meticce, mezzi affari e mezza politica locale? La professionalità resta ideale quando chi cerca può scrivere su giornali nazionali più complicati da imbrigliare. Non sempre, ma succede. È successo a Carlo Vulpio: racconta il Sud per il Corriere della Sera. Ed è successo ai giornalisti de Il resto, periodico di Matera, e a Carbone della Rai. Gli agenti hanno perquisito per sette ore la casa di Vulpio portando via sei computer: anche i computer di moglie e figli. Non si sa mai. Vulpio l’ha saputo dal telefono: stava raccontando i fuochi del Gargano. È accusato di concorso morale in associazione a delinquere per le cronache che raccolgono le indagini della procura di Catanzaro sulle toghe lucane. La denuncia viene da Emilio Nicola Buccio, ex membro del Csm, senatore di Alleanza Nazionale iscritto (assieme ad altri) nel registro degli indagati. Vulpio ne ha raccontato per primo la storia. La meraviglia è che i suoi articoli non appaiono fra i documenti d’accusa. Un modo per intimidire: o metti la testa a posto o la vita diventa difficile. Non è la prima volta che gli succede.

Il sud e il nord dei signori degli affari prediligono il silenzio o l’applauso mentre i loro piccoli e grandi mostri stanno crescendo. Querelano per fermare le inchieste degli uomini liberi di un libero giornalismo. Lontani dagli occhi della curiosità civile moltiplicano le nefandezze.

Il cimitero di Otranto è un bell’esempio. Dietro la sigla dell’agriturismo a volte si nascondono speculazioni ruspanti. Ibridi di strutture precarie e parcheggi al di là del consentito. La legge 447 permette a regioni, province e comuni di favorire poli di sviluppo per occupare braccia senza lavoro in deroga alla pianificazione urbanistica. Varianti autorizzate a fin di bene. Bene di chi? La filosofia della legge è sensata, dipende da cosa si intende per «deroga». Attorno alle pinete di Otranto sta crescendo un agriturismo che sembra un cimitero. Non è un paragone forzato: d’istinto ci si fa il segno della croce. Bungalow cappelle di famiglia, miniabitazioni, una sull’altra, tetto spiovente come nel Tirolo che fa scivolare la neve. Cappelle in fila nel malinconico camposanto per spensierati masochisti. 600 posti letto così. La bruttezza non è il solo problema. L’agriturismo nasce nella prospettiva di dare una mano alla piccola agricoltura che traballa. Grande successo quando è seria. Ma non trasforma i contadini in affittacamere. Li obbliga a servire in tavola solo i prodotti che raccoglie. Di fianco al cimitero di Otranto (località Frassineto) un altro agriturismo funziona proprio così: 70 posti letto dove gli ospiti mangiano e bevono le cose che il contadino fa in casa mentre il cimitero ricopre quasi per intero i tre ettari di orti disponibili. Resta lo spazio per un fazzoletto di prezzemolo. Sparisce la campagna, strade impossibili per le auto che non si possono incrociare stravolgono l’identità di una zona che affascina il turismo: il Comune l’ha abbandonata. Decisione presa da un sindaco Forza Italia con l’incoraggiamento della regione Puglia quando Fitto regnava. La stessa giunta si è impegnata con fervore nella creazione di un altro ecomostro. Attorno a Otranto è sbarcato Enea. Ipogei e tracce archeologiche lasciate dai monaci di San Basilio in viaggio da Oriente verso Roma, raccolti in un monachesimo ascetico al quale si rifà San Benedetto. L’insediamento nel Salento precede di due secoli la costruzione della cattedrale (1080): lo sterminato mosaico ricorda Aquileia intrecciando misteri greci, normanni e bizantini. Il tessuto incantato della città ha richiamato nel tempo un turismo non banale che le ruspe di un gigantesco albergo stanno sgretolando. Banalizza il cammino dei monaci nel nome scelto dai proprietari del resort: “I Basiliani”. 350 posti letto nella valle delle Memorie. Si annunciano straordinarie comodità: centro benessere e centro estetico. E il mare in bocca. Insomma, paradiso da rotocalco che qualcosa doveva pur sacrificare. Pazienza per il passato. Aggrapparsi al nome di un protagonista o dei monumenti trascurati non è solo debolezza pugliese. Leggendo i nomi di caffè e risoranti, i viaggiatori che attraversano Praga hanno l’impressione di visitare una città beatificata da Kafka. Scrittore amatissimo anche se in passato soffocato dalle repressione nazista perché ebreo, dalla censura sovietica perché piccolo borghese. È stato pubblicato timidamente nove anni fa. «La metamorfosi», tanto per cominciare. L’editore non ha azzardato un secondo libro: del primo capolavoro ha venduto 1890 copie. Pacchi di rese si impolverano nel magazzino. I Basiliani di Otranto (intesi come albergo) ripropongono lo stesso meccanismo: luce al neon come ricordo del passato, ma le memorie che lo rappresentano sepolte sotto il piano bar.

Per fortuna Maria Corti, nata da queste parti, è morta prima dello scempio. Ha dedicato uno dei suoi romanzi più belli («L’ora di tutti») al massacro turco dei cristiani di Otranto: non avrebbe sopportato la banalizzazione della storia tanto amata. Inutilmente Lega Ambiente denuncia la distruzione ambientale, paesaggistica e archeologica. Muri e grotte tagliare; cripte rupestri deturpate, rocce e verde impacchettati. Il Comune di Forza Italia ha approvato il progetto e la regione di Fitto lo ha benedetto. Una volta firmato il via ai lavori si è dimesso un assessore azzurro, farmacista nella vita e proprietario del terreno nella concretezza. Improvvisamente la politica gli è venuta a noia. Nessuna inchiesta, nessun trasalimento giornalistico. Le voci dell’architetto Fernando Miggiano e di qualche volonteroso sono rimaste proteste isolate. Voci redarguite pubblicamente: ma di cosa ti impicci? Da oggi alla prossima estate bisognerebbe tenerne conto. In un paese civile il turismo comincia a bruciare bruciando la memoria.

mchierici2@libero.it

VENEZIA — «Il turismo veneto ha due nemici. Innanzitutto gli immobiliaristi che riempiono il territorio di seconde case, in particolare sulle coste, ormai solo un costo e non un investimento produttivo. Poi i politici che non capiscono come questo settore non va più valutato in base alle semplici presenze, ma alla loro qualità e redditività». Un attacco duro quello lanciato in piena stagione estiva da Marco Michielli, albergatore veneziano di Bibione, presidente regionale di Federalberghi e di Confturismo, la branca della Confcommercio che rappresenta tutto il comparto. Ma anche la base di una sorta di manifesto per il rilancio del settore a partire dalla regione che in Italia ne detiene il primato. Però anche in Veneto si vedono sempre più evidenti i segnali della crisi complessiva che hanno fatto scivolare il Belpaese al quinto posto della classifica mondiale per visitatori, superata anche dalla Cina, nella quarta piazza, con davanti i capolista Usa, seguiti da Francia e Spagna.

Ma come presidente, l'altro giorno la Regione ha dato le ultime statistiche: nel 2006 le presenze turistiche hanno quasi raggiunto quota 60 milioni, in crescita del 4,6% rispetto all'anno prima...

«Va bene, però quanto rende questa massa? Anche nel nostro ambito i numeri vanno "pesati" più che contati. Quello che conta è quanto ci si guadagna. Per capirci, la Fiat ora ha utili maggiori di quando produceva più automobili. Qualcuno, soprattutto a livello politico, si augura di arrivare a 80 milioni di presenze. Ma lo sanno che un'invasione del genere metterebbe a rischio i fragili equilibri di una regione che è già la più antropizzata d'Italia? Il 15% del territorio, compresi monti, laghi e lagune è urbanizzato. I paesaggi del Giorgione e del Tiepolo sono tempestati di capannoni».

Da imprenditore turistico ad ambientalista?

«No, parlo da chi vive del suo lavoro. I beni naturali e culturali sono la materia prima per la nostra attività che, lo ricordo, è la prima in Veneto per quota di Pil, la ricchezza prodotta e numero di addetti. Ambiente e patrimonio artistico vanno tutelati per garantire il futuro del turismo che, secondo me e tanti analisti, coincide con quello della nostra economia in generale. Tra vent'anni non sarà la manifattura a basso valore aggiunto a trainare il Veneto, ma quella hi-tech. E soprattutto il turismo. Guardiamo cos'è successo in Spagna: partendo da questo settore hanno creato un'economia che ci sta superando».

E invece cosa minaccia l'industria dell'ospitalità veneta?

«Proprio il consumo eccessivo e il saccheggio del territorio avvenuto dagli anni '60 ad oggi. La maggior parte delle vedute dei pittori paesaggisti toscani del '400 è oggi come allora, altrettanto non è possibile qui. Non siamo più poveri e le nostre priorità non sono più quelle degli anni '60. È ora che ci impegniamo a tutelare quanto rimasto per la qualità della vita nostra e dei nostri figli, oltre che per rilanciare il turismo. Questo devono capirlo tutti».

Chi non ci sente?

«Per esempio gli immobiliaristi, non tutti, dediti alla pura speculazione. Alla cementificazione già avvenuta delle coste se ne sta per aggiungere una ulteriore, con milioni di metri cubi edificabili già approvati. E quel che è più grave quasi tutti dedicati ad appartamenti e seconde case in genere, tra l'altro con una crisi in corso da anni delle locazioni balneari. È l'ora di dire basta a queste a nuove costruzioni sulle coste. Con quella tipologia poi significa rovinare il paesaggio e gravare i Comuni di costi per servizi come la nettezza urbana che comunque devono garantire, anche se spesso si tratta di immobili occupati un mese all'anno. D'altra parte i sindaci sono diventati complici, loro malgrado. Per compensare i tagli dei finanziamenti statali agli enti locali concedono licenze edilizie per guadagnarci in oneri di urbanizzazione e introiti del-l'Ici ».

«I politici che devono fare il loro mestiere, cioè programmare senza farsi tirare la giacchetta dagli interessi immobiliari e avvalendosi degli esperti del settore. Devono stoppare i cantieri sulle coste e incentivare le demolizioni degli edifici peggiori e più vecchi sul litorale. Anche concedendo maggiori cubature all'interno, come si fa in Spagna. In Regione l'assessore Zaia è brillante e rapido, ma deve capire che i nodi del turismo veneto non stanno tanto nel

marketing e nella comunicazione. Bensì nella carenza del prodotto che vendiamo su un mercato mondiale sempre più competitivo. Non è integrato, manca la parte d'intrattenimento oggi fondamentale per attirare clientela. Lavoriamo su queste cose, altro che puntare agli 80 milioni di presenze».

«Prendiamo le ville venete. Ce ne sono quattromila, ma solo sette sono visitabili, peraltro in orario d'ufficio. A Grenada l'Alhambra si può visitare anche alle 3 di notte. Le nostre ville, se opportunamente usate e penso al turismo congressuale, si ripagherebbero le spese e magari produrrebbero reddito invece di pesare sulle tasche dei cittadini».

Insomma far ripartire il turismo, veneto e italiano, si può...

«Certo i fattori per essere competitivi li abbiamo, ma non li usiamo. Il governo ripristini il ministero del Turismo per coordinare lo sbando attuale delle strategie di promozione di Regioni. Sul prezzo i Paesi del Sud del mondo ci batteranno sempre. In Veneto si renda l'offerta più appetibile e la si faccia pagare di più. Altrimenti saremo sommersi dall'orda di turisti low cost ».

Marco Michielli è presidente regionale per il Veneto di Federalberghi e di Confturismo

Il clamore mediatico che ha suscitato l'ordinanza del Comune di Firenze contro i lavavetri ha varie cause. Una è certamente culturale: la «città sul monte», che nel secolo scorso ha animato e nutrito, nell'intero paese e a livello internazionale, la cultura della solidarietà, dell'accoglienza, della pace nella giustizia, grida la propria sconfitta di fronte al montare dell'insicurezza e della paura e si piega fino a diventare apripista e capofila di una politica repressiva e intollerante che suscita ammirazione e bisogno di emulazione nelle stesse amministrazioni più chiuse.

Non potendo aggredire le vere cause dell'insicurezza ci si affida al collaudato meccanismo del capro espiatorio: risorsa potente dell'impotenza politica.

Con questo non voglio dire che l'immigrazione oltre che una risorsa non sia anche un problema. I lavavetri infastidiscono, è vero. Ma nessuna persona razionale e sufficientemente informata può ritenere che davvero la strategia repressiva risolva qualcuno dei problemi sollevati dall'immigrazione. Erigere muraglie nel tempo della globalizzazione totale è come recitar giaculatorie per fermare la pioggia.

In conseguenza dell'appesantimento del controllo repressivo avremo solo una intensificazione del dominio della illegalità e della delinquenza sull'immigrazione. Non è questo che vogliono le strategie repressive, ma questo è lo sbocco inevitabile. Ed è proprio ciò a cui puntano le forze politiche ed economiche irresponsabili che da un lato cavalcano il disagio, la paura e le angosce della gente, mentre dall'altro fanno affari d'oro con gli immigrati irregolari, facendoli lavorare a nero con salari irrisori, senza diritti né sicurezze, oppure utilizzandoli per manovalanza in traffici loschi.

Il problema vero, primario, non è l'immigrazione, ma la globalizzazione liberista. L'economia basata sul valore assoluto e quindi totalitario del denaro e del profitto sfrutta il divario Nord-Sud per annullare gradualmente la società dei diritti, per distruggere lo stato sociale, per portare a fondo la sconfitta della classe operaia e della sua cultura solidale. Al dominio della finanza che regola il libero mercato fa comodo un Terzo Mondo disperato. E gli immigrati servono in quanto assolutamente ricattabili, bisogna quindi che almeno in certa misura siano irregolari, braccati, disperati, impauriti, affamati, pronti a subire tutto per sopravvivere.

Siamo a uno snodo cruciale. Perché la scienza e la tecnologia stanno dando un'accellerazione incredibile e incontrollabile alla globalizzazione mondiale. Ma la cultura resta quella del neolitico. E forse a dir questo manchiamo di rispetto verso l'homo sapiens, che si costruiva armi di selce per la pura sopravvivenza e non per la rapina. La nostra è tutt'ora una cultura di egocentrismo, di contrapposizione, di rapina e in fondo di profonda violenza.

È emblematico che si ergano grandi muraglie contro la mobilità dei dannati della Terra, nel momento della massima esplosione della mobilità globale. E che tanti fiorentini plaudano all'ordinanza contro i lavavetri mentre gnomi senz'anima e senza volto continuano a occupare i crocevia col commercio illegale e mafioso e si comprano Firenze riciclando danaro sporco e spesso anche insanguinato. Ecco lo snodo cruciale. L'unificazione mondiale non può esser affidata alla cultura della superiorità dell'Occidente la cui etica è un'etica di sopraffazione, di contrapposizione e di violenza. È senza sbocchi e senza speranza.

L'associazionismo solidale che tenta giorno per giorno, faticosamente, di risolvere i problemi dell'immigrazione con esperienze concrete e positive di integrazione, che dà forma, visibilità e concretezza a un'anima della città tollerante, accogliente, critica verso le mura che il potere eleva fra «noi» e gli «altri», anche in questa occasione deve assolvere il suo compito ed esprimere la propria contrarietà verso uno strumento puramente repressivo e inefficace che rischia di bruciare un lavoro positivo di anni. La «città sul monte» non merita questo offuscamento della sua immagine internazionale e lo pagherà caro.

7 agosto 2006

Pirisi: «La giunta dialoghi col Consiglio»

di Luigi Alfonso

CAGLIARI. È destinato a far discutere, tanto nell’opposizione quanto nella maggioranza. Il testo del Piano paesaggistico regionale è ancora al vaglio della quarta Commissione consiliare, che ha richiesto alla Giunta ulteriori dettagli. Ma il governatore Soru preme per accelerare i tempi.

Il parere della Commissione Urbanistica, per la verità, è previsto dalla legge 8 ma non è vincolante. In poche parole, se il presidente Soru volesse dribblare il lavoro dei consiglieri regionali presieduti dal diessino Giuseppe Pirisi, potrebbe farlo prima del 24 agosto, data che il governatore si sarebbe posto come obiettivo. «È difficile che si possa fare entro quella data - commenta Pirisi - La Commissione ha richiesto la tabella dei livelli, come è previsto dal comma 5 dell’articolo 7 delle Norme tecniche di attuazione. La Giunta è tenuta a fornirle, perché noi possiamo esprimerci compiutamente».

Pirisi non ha alcuna intenzione di creare contrasti all’interno della maggioranza e con la Giunta. «Il nostro lavoro va nella direzione di una collaborazione con la Giunta, affinché la Sardegna possa dotarsi di un Piano paesaggistico che oggi manca. Vogliamo delle norme che tutelino le coste da un arrembaggio indiscriminato: su questo punto siamo in perfetta sintonia, ma non nascondo che ci siano dei punti di divergenza e altri che appaiono fragili, sui quali stiamo cercando di offrire il nostro contributo».

Pirisi sa bene che il parere della Commissione non è vincolante. «Però nessuno ha la verità in tasca - sottolinea - Ma quando i pareri vengono espressi in un certo modo, assumono un valore politico importante».

Fanno discutere i limiti di edificabilità che l’esecutivo vorrebbe porre nelle zone costiere. Anche la Commissione ha avanzato alcune perplessità. «Secondo la proposta avanzata dalla Giunta - spiega Pirisi - in alcuni territori la fascia costiera s’inoltra all’interno per 5-10 chilometri. Talvolta gli àmbiti arrivano addirittura a 30 chilometri e oltre. Noi riteniamo che la fascia costiera sia troppo estesa: ecco perché richiediamo la tabella dei livelli e la cartografia aggiornata». Non ci sarebbero, quindi, i tempi tecnici per rispettare la data del 24 agosto. «Ognuno si assumerà le responsabilità delle proprie azioni. Non credo che l’assessore all’Urbanistica e i suoi consulenti abbiano la verità in tasca. Il presidente Soru è persona saggia e saprà valutare, ma non sempre i suoi consiglieri e i suoi collaboratori sono altrettanto saggi. Noi crediamo che siano da evitare forme di pianificazione calate dall’alto, in quanto rischiano di andare incontro a un insuccesso. È indispensabile la concertazione con gli Enti locali».

Altro nervo scoperto è quello riguardante la disciplina degli spazi agrari. «Si deve intervenire soltanto nell’agro che rientra nella fascia costiera - è il parere di Pirisi - Non possiamo accettare gli attacchi speculativi. Ma fuori da questa fascia si devono fare ragionamenti diversi: il territorio dev’essere presidiato. Le zone interne della Sardegna non possono essere considerate alla stregua degli agri a ridosso del mare. La Regione dà dei contributi in base alle disposizioni dell’Unione europea: non vorremmo che con una mano si conceda e con l’altra si prenda. Bisogna fare dei distinguo. La prima ipotesi fatta dalla Giunta lo scorso mese di dicembre, poneva limiti anche alle aziende agricole dei paesi dell’interno. Qualcosa è stato limato, altro resta da fare. Al di là delle buone intenzioni. Ritengo che la Commissione abbia fatto un buon lavoro, approfondendo tutti i punti, ascoltando i territori con otto riunioni nelle otto province. Crediamo che ci siano dei punti di contraddizione e qualche elemento di confusione nelle norme, come ha avuto modo di evidenziare anche l’esperto professor Edoardo Salzano in un’intervista alla Nuova. Bisogna intervenire e trovare un punto d’incontro tra Giunta e Consiglio, con uno spirito collaborativo».

A proposito di collaborazione, una parte dell’opposizione ha offerto un contributo importante alla stesura della relazione della Commissione. «Da una parte - spiega Pirisi - il consigliere Fedele Sanciu, di Forza Italia, ha espresso un parere piuttosto duro, direi in sintonia con l’indirizzo del suo partito, sulla scia di un referendum che non ha avuto un esito glorioso. Molto più costruttivo l’apporto di Ignazio Cuccu dell’Udc. A parte queste considerazioni, abbiamo avuto più di un punto di convergenza, anche perché la minoranza ha capito che non poteva forzare troppo la mano su certi ragionamenti. Devo dire che vale anche al contrario».

8 agosto 2006

Piano paesaggistico, resta il braccio di ferro

di Filippo Peretti

CAGLIARI. Anche se oggi, come è probabile, dovesse arrivare il parere della commissione Urbanistica del consiglio regionale, la giunta di Renato Soru non approverà il Piano paesaggistico: il braccio di ferro all’interno della stessa maggioranza, infatti, non è risolto e potrebbe provocare persino un rinvio rispetto alla data (24 agosto) indicata dal presidente come termine ultimo. E nel Centrosinistra, con una presa di posizione del deputato del Prc Luigi Cogodi, ex assessore regionale, si apre anche un’altra partita politica, quella dei beni demaniali dello Stato.

Il piano paesaggistico. Oggi si riunisce la giunta, ma, salvo clamorose sorprese, non ci sarà l’approvazione del documento e delle relative cartografie che tuteleranno le coste dell’isola. Per due ragioni. La prima è tecnica: le recenti modifiche nazionali al codice Urbani hanno costretto la giunta, attraverso i propri uffici, a rivedere diversi punti della normativa del piano paesaggistico. La seconda è politica: la commissione Urbanistica, presieduta dal diessino Giuseppe Pirisi, invia oggi il parere previsto dalla legge, ma è un parere monco, perché contiene la richiesta di ulteriore documentazione, in particolare la «tabella dei livelli» che disciplina l’attuazione dei vincoli zona per zona.

Ieri l’assessore all’Urbanistica, Gian Valerio Sanna, non ha voluto commentare la presa di posizione di Pirisi, anticipata ieri dalla Nuova. «Per valutare la situazione - ha spiegato Sanna - vogliamo leggere prima il parere della commissione». Anche se Soru insiste sui tempi rapidissimi («l’approvazione dovrà avvenire nei tempi previsti») il braccio di ferro tra giunta e commissione è destinato a durare anche dopo la data del 24 agosto. Innanzitutto perché la giunta non è in grado, evidentemente, di produrre subito la «carta dei livelli». E poi perché, se la documentazione non dovesse arrivare, la commissione dovrà completare il parere richiesto dalla legge.

Un accordo dovrà essere approvato. Perché, tecnicamente, la giunta potrà approvare il Piano anche senza un parere completo, ma un rilievo della commissione su una questione giuridica (l’assenza di una tabella prevista dalla legge) rischierebbe di rendere il Piano vulnerabile. E i ricorsi non mancherebbero.

I beni demaniali. «La partita dei beni pubblici regionali, a partire dai beni demaniali, è di vitale importanza per la comunità sarda e non può più essere giocata in difesa». Luigi Cogodi non si è mostrato entusiasta di come è stata sbloccata la lunga vertenza della Regione nei confronti dello Stato per il trasferimento delle proprietà. Ha detto, riferendosi a Soru: «L’annunciato passo avanti è troppo piccolo ed incerto. Così il rischio è di non arrivare mai». Cogodi ha quindi spiegato le «diverse ragioni» del pericolo da lui evidenziato:

1) In forza della norma costituzionale dello Statuto Sardo e delle sue normative di attuazione, i beni demaniali e patrimoniali dello Stato debbono essere attribuiti alla piena disponibilità della Regione, qualora non più funzionali alle attività statali, in modo automatico e non mediato da altri “Comitati Tecnici”, che, per altro, sempre iniziano e mai finiscono;

2) Lo Stato conosce già benissimo quali sono i suoi beni demaniali e patrimoniali. La Regione lo sa ugualmente. E’ necessario perciò compiere finalmente gli atti politici ed amministrativi conseguenti e dovuti;

3) Nella fase attuale di proposta di modificazione statutaria, non si comprende e non si giustifica perché da parte della Regione non debba essere tenuta aperta la partita della titolarità del “Demanio Marittimo”, bene pubblico essenziale per lo sviluppo ordinato della nostra Regione-Isola.

Il deputato di Rifondazione comunista ha quindi rilevato che «questi temi sono esplicitamente trattati oggi nel Parlamento nazionale (egli è segretario della commissione Finanze a Montecitorio, ndc) e, forse, l’azione dei parlamentari sardi meriterebbe migliore attenzione e disponibilità di coordinamento con le iniziative regionali». Inoltre «anche le buone intenzioni manifestate dal nuovo governo nazionale appaiono ancora troppo parziali e perfino controverse tra diversi ministeri e comunque devono passare il vaglio della concretezza e della immediata concludenza». Perché, ha concluso polemicamente Cogodi, «la enorme quantità di beni pubblici presenti in Sardegna deve costituire la base dei più validi progetti di sviluppo locale, di nuova impresa diffusa nel territorio e di nuova occupazione stabile e giammai la riserva per nuove avventure speculative congeniali ai tradizionali grandi gruppi finanziari e immobiliari che ancora imperversano in Sardegna».

9 agosto 2006

Piano paesaggistico, c’è il parere

CAGLIARI. La commissione Urbanistica del consiglio regionale ha inviato ieri alla giunta il parere sul Piano paesaggistico. Ora, tecnicamente, la giunta può approvare il Piano in via definitiva: la cosa potrebbe succedere il 24 agosto (probabile data della prossima prossima seduta), secondo l’indicazione «politica» data dal presidente Renato Soru dopo il non tranquillo vertice della settimana scorsa con gli alleati.

Ma c’è un problema. La commissione, infatti, ha chiesto di conoscere la «tabella dei livelli» per verificare l’esatta applicazione dei vincoli per non lasciare margini di discrezionalità alla giunta. La quale non ha ancora inviato la tabella e se non lo dovesse inviare il parere della commissione risulterebbe monco. Con una conseguenza rischiosa: il Piano, se la giunta lo varasse così, potrebbe risultare vulnerabile (i ricorsi sono già preannunciati). E’ quindi possibile che la giunta, per non far slittare la scadenza indicata da Soru, invii subito la «tabella» per affermare che se il parere non sarà completato in tempo la responsabilità sarà della commissione.

Postilla

Il Piano paesaggistico della Sardegna era stato redatto con molta fedeltà al Codice dei beni culturali e del paesaggio allora vigente. Quest’ultimo dichiarava che “il piano ripartisce il territorio in ambiti omogenei, da quelli di elevato pregio paesaggistico fino a quelli significativamente compromessi o degradati” e che “in funzione dei diversi livelli di valore paesaggistico riconosciuti, il piano attribuisce a ciascun ambito corrispondenti obiettivi di qualità paesaggistica”. In ossequio a questo precetto nelle norme del PPR si faceva riferimento ai “livelli di valore”, rinviandone la determinazione a un atto successivo. Il Comitato scientifico aveva espresso critiche al concetto stesso di “livelli di valore”, ritenendolo un errore culturale: “il CS non può nascondere le sue perplessità nei confronti di impostazioni che (seguendo più o meno la linea indicata dal DLeg 42/2004 prima delle recenti modifiche) attribuiscano al PPR il compito di definire una gerarchia di livelli di valore, individuando le modalità per la loro specifica attribuzione ai diversi ambiti o, peggio, alle diverse componenti territoriali”. È proprio a questa critica si faceva riferimento nell’intervista citata dal consigliere Pirisi, ma l’Amministrazione regionale aveva preferito rispettare la lettera della legge.

Fortunatamente, nelle modifiche successivamente introdotte al Codice dei beni culturali e del paesaggio l’intera parte relativa agli ambiti “omogenei”e alla loro classificazione in relazione a differenti “livelli di valore” è stata soppressa. La cosa più semplice e più giusta, adesso, per rispondere positivamente alla richiesta della Commissione consiliare è quella di sopprimere quel riferimento ai “livelli di valore”, ea abolire così la materia stessa del contendere.

«Chi siete?»... «Quanti siete?».... «Cosa portate?»... «Uno scellino»... diceva meccanicamente, senza guardare, un uomo seduto dietro un tavolino fuori dalla

città, occupato a fare i conti sulle tasse che faceva pagare a tutti coloro che gli passavano davanti. Chi non ricorda l'immagine del bellissimo e divertente film di Benigni e Troisi, ambientato nel medioevo. Erano le tasse dell'epoca, che pagavano viandanti e commercianti che si spostavano da una zona a un altra. Mio padre, con i suoi fratelli che di mestiere facevano is carrettoneris, i carrettieri, erano quelli che trasportavano merci dal centro Sardegna verso le città. Mi raccontava che all'ingresso della città c'era il dazio. La legge Soru, impropriamente detta «tassa sul lusso», mi ricorda,in parte queste immagini e per certi aspetti mi fanno anche pensare a qualche residuo pensiero ancestrale, dell'odio verso su strangiu, in italiano «lo straniero». «Il pericolo viene dal mare e non potendo fare altro facciamo pagare le tasse a tutti coloro che provenendo da quella direzione con mezzi navali, ormeggiano le barche nei nostri porticcioli. Magari comprano anche la casa in Sardegna per trascorrere le proprie vacanze». Si racconta che queste entrate verranno utilizzate per risanare l'ambiente degradato dagli innumerevoli e incalcolabili danni creati dalla speculazione edilizia sulle nostre coste. Giusto! Chi fa danni all'ambiente paghi. Ma che a pagare siano tutti. Ma davvero tutti. Tutti coloro che ieri e oggi, sardi e continentali, hanno danneggiato e degradato le coste della Sardegna. Intere zone cementificate e rubate alla collettività da imprenditori sardi senza scrupoli, alla pari di imprenditori provenienti dalla «terraferma», diciamo anche con il consenso delle amministrazioni locali: le hanno sottratte non ai sardi, ma al mondo civile, all'ambiente al paesaggio, alle generazione di oggi e di domani.

Caro Pierluigi Sullo, quest'estate sono stato a Costa Rei, Villassimius, e due giorni nella zona che va da Siniscola a Capo Codacavallo, dovresti vedere lo scempio,hanno costruito sugli alberi. Ma come è potuto accadere questo scempio?... Saranno tutte case abusive? No... non lo sono. In alcune di queste zone sono state costruiti alberghi di sindaci (sardi). Dovresti fare una ricerca seria su ciò che sta avvenendo nelle nostre coste. La sinistra ha esultato sulla legge Soru sul lusso, ma se è sul lusso e non vuole essere una legge razzista, perché questo lusso non lo pagano tutti? I sardi proprietari di ville al mare così come di costosissime barche, perché non dovrebbero pagare anche loro la tassa?

Elio Pillai, Prc Sardegna

Caro Elio Pillai, questa estate sono stato a Santa Teresa di Gallura, dove esiste una città morta di seconde case equivalente (in volumi) alla città vera, quella degli abitanti. Dico città morta, perché porte e finestre si aprono un paio di mesi l'anno: ma le case, costruite in un improbabile stile «mediterraneo» un po' copiato dalla Grecia delle cartoline e un po' dai telefilm californiani, restano lì, con il loro inesorabile cemento, dodici mesi l'anno. E certo a fare il disastro è stato l'ormai ex sindaco diessino, e architetto (guarda un po'), ma a portarsi via i profitti sono stati in moltissimi casi palazzinari del nord: se si osservano le targhe delle auto della gente in vacanza si vedranno blocchi etnici: trentini, ad esempio, perché chi ha costruito ha poi venduto a suoi compaesani. Bene, questo è lo stato delle cose, in moltissime aree dell'isola che tu e io (da strangiu) amiamo. Sandro Roggio, urbanista sassarese che su queste pagine ha replicato a un'altra lettera critica con la legge Soru di Andrea Pubusa (che come impone la cultura delle vecchia sinistra invoca lo stato), ha scritto per il mensile di Carta tuttora in edicola un ampio articolo proprio su questo disastro (quindi un po' di ricerca l'abbiamo fatta anche noi). Perciò, a parte la tua passione per la libera circolazione delle merci, bisognerebbe considerare la tassa sulle seconde case come parte integrante del Piano paesistico sardo, che proibisce di costruire più alcunché vicino alla costa: da una parte si salva il salvabile, dall'altra si cercano risorse sostitutive a quelle che i comuni ottenevano moltiplicando le concessioni edilizie (e peraltro chi paga quella tassa sa che la sua seconda casa varrà di più, se non si potrà costruire più nulla). Quanto infine all'eguaglianza tra sardi e non, mi pare di ricordare che esistano le discriminazioni positive: la tassazione progressiva, ad esempio, per cui i più ricchi non solo pagano di più in assoluto, ma anche in percentuale. Altrimenti, si dovrebbero abolire le tariffe agevolate, su traghetti e aerei, per i residenti in Sardegna.

Pierluigi Sullo

Eguaglianza e tassa sul lusso

di Andrea Pubusa

Possibile che Pierluigi Sullo (La spia accesa sarda» - il manifesto del 2 agosto) non capisca che nel rinvio della «legge Soru» la c.d. «tassa sul lusso» non c'entra un fico secco? Qui c'è in gioco qualcosa di più importante, viene chiamato in causa uno dei principi centrali della nostra Costituzione: il principio di eguaglianza dei cittadini, senza discriminazione in ragione della loro provenienza regionale. Anni fa il presidente della provincia di Milano, una ex cantante passata alla destra, suscitò la giusta indignazione di molti, limitando alcune sovvenzioni scolastiche agli studenti residenti. Una misura venata di un odioso spirito razzista verso gli studenti figli di extracomunitari. Domani la regione Lombardia potrebbe imporre un tributo a tutti gli italiani residenti da Roma in giù che si rechino in quella operosa città. In una versione classista, il balzello potrebbe imporsi solo a coloro che hanno un alto reddito e il ricavato potrebbe essere destinato ai lavoratori ultracinquantenni privati del loro posto di lavoro. Come si vede, una volta infranto il principio di eguaglianza fra i cittadini a seconda della residenza o della provenienza, ogni regione potrebbe sbizzarrirsi a pensare misure di destra o di sinistra che introducono dei distinguo fra cittadini.

Confesso: personalmente ai ricchi (alla Briatore) imporrei non solo la tassa sul lusso, ma anche una prestazione personale e cioè gli chiederei se vuol trascorrere l'estate da noi, di dissodare, con pala e piccone, uno dei tanti assolati e incolti campi di Gallura. Forse la prestazione contribuirebbe amigliorarne non solo la linea, ma anche l'umanità e la condotta. Ma che c'entra? Il problema è se questa misura, vigente l'art. 3 della Costituzione, sia ammissibile se introdotta da una legge regionale e con una differenza di trattamento a seconda della provenienza regionale. Dunque, l'imposizione a carico di chi mostra con le seconde case una capacità contributiva per poi destinare i fondi così raccolti a favore della tutela ambientale, non è peregrina. E' una misura discutibile, ma può essere considerata un giusto contributo per l'uso del territorio. Ma l'oggetto della discussione è un altro: si può dare del federalismo un'interpretazione di stampo «leghista», secondo cui, al di fuori di un quadro comune e unitario offerto dalla legge statale, ogni regione fa quel che vuole? Di più: può una regione trattare i cittadini in modo diverso a seconda della loro residenza e della loro origine? Ancora, l'idea che allo stato rimanga la funzione di camera di compensazione fra regioni ricche e meno ricche è utile e buona? O è meglio il federalismo fiscale leghista, secondo cui, egoisticamente, ogni regione gestisce, senza solidarietà, le sue risorse e discrimina i cittadini di altre regioni? Come si vede, la questione sollevata dal governo tocca un aspetto centrale della formadi stato in Italia e dei diritti fondamentali di cittadinanza. La Corte costituzionale, nello sciogliere la querelle, inciderà a fondo nello sviluppo del nostro ordinamento, dovrà confermare o ridefinire i principi della prima parte della Carta. Sotto questi chiari di luna, in cui la Costituzione è sotto attacco sul fronte sostanziale (e presto lo sarà di nuovo su quello formale), io non baratterei il principio di eguaglianza con alcuna misura, giusta o sbagliata, d'ispirazione leghista, legata all'appartenenza regionale dei cittadini; lo proteggerei come il bene più prezioso.

Legge Soru per compensazione

di Sandro Roggio

Il presidente della regione Sardegna, spiazza spesso gli sguardi, pure da sinistra. Azzardando con progetti e provvedimenti, alcuni oltremodo necessari come quelli per il buon governo del territorio, che dalla politica prima di Soru non sono purtroppo venuti con la dovuta tempestività. E' la «tassa sul lusso» (chiamata così, impropriamente) oggi al centro dell'attenzione. C'è un aspetto nella discussione su questa misura - disapprovata dal governo Prodi - che riguarda la violazione del principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini davanti al fisco.

Il principio è spesso violato - altro che tasse!- come sappiamo bene, basta un'occhiata a come vanno normalmente le cose. D'altra parte c'è la circostanza dei paesaggi sardi spremuti per fare plusvalenze impressionanti (una casa di alto rango può spuntare un prezzo 30 volte il costo di costruzione); e non può lasciare indifferenti che quegli immobili valgono decine di milioni di euro perché stanno in luoghi unici e non c'entra nulla l'abilità d'impresa. Si pensi che per l'Ici di una villa in una costa di pregio si spende come per qualche serata al Billionaire, e che le paventate imposte sulle barche sono pari al costo per tenerle in acqua alcuni giorni. La Sardegna azzarda l'idea di una compensazione. Nel deficit del legislatore nazionale si riconosce ai residenti il privilegio del risarcimento di innumerevoli guasti arrecati al paesaggio che pagheranno, non c'è dubbio, le generazioni future. Ci sono pezzi di costa sottratti all'uso pubblico con danni incalcolabili per le comunità locali che mai più potranno mettere a frutto quelle risorse compromesse in modo irreversibile. L'appartenenza a un luogo («terra e sangue» - è stato detto) non basterebbe per accordare franchigie, neppure nel nome della solidarietà ecologica e generazionale. Eppure, solo esentando i residenti questo tributo assume il suo vero significato. Questa scelta, questo principio etico, trova consensi (l'ottimo articolo di Pierluigi Sullo coglie il significato di questa scelta) e non mancano apprezzamenti da parte di illustri studiosi come Valerio Onida o Guido Melis. Ci sono preoccupate contrarietà da non sottovalutare quando dicono dello strappo alla regola costituzionale; anche se appare improprio confrontare questa motivata esenzione con quelle oltranziste di impronta razzista. Neppure convince il silenzio su altri poteri in capo alle regioni, che seminano comunque differenze tra i cittadini del paese. In altre materie nelle quali le regioni operano già con un alto grado di autonomia - l'urbanistica appunto- si possono produrre grandi sperequazioni nei territori. Infine: chi - come me - di argomenti fiscali e di delicate cose costituzionali sa poco, si pone domande riguardo a franchigie concesse ai residenti molto simili nella sostanza a dispense da imposizioni fiscali.

Peraltro il governo, mentre difende il quadro delle compatibilità, avanza ipotesi che fanno pensare. In particolare colpisce l'annuncio nei giorni scorsi del ministro Rutelli a margine - ma neppure tanto - della discussione riguardo alla progettata autostrada Tirrenica Civitavecchia - Grosseto. Su Repubblica del 5 agosto scorso, in cronaca di Firenze, un ampio resoconto del dibattito a proposito dei danni al paesaggio che verrebbero da quella strada. E ecco la proposta di Rutelli di «un'autostrada leggera con barriere a pagamento al posto degli svincoli», per agevolare il traffico locale consentendo ai residenti di «viaggiare gratis». Il sottosegretario Marcucci precisa, credo nell'ottica della compensazione del danno, che per gli aspetti tecnici «spetterà alla regione decidere in via definitiva i meccanismi che permettano di alleggerire i pedaggi per chi abita e lavora in zona». E allora: com'è che «sangue e terra» di Maremma varrebbero per ammettere, basta fare due conti, notevoli privilegi tributari?

Stati Uniti, la mia casa farà crash

di Andrea Rocco

Lo scoppio della «bolla» immobiliare potrebbe essere più violento del previsto, e trascinerebbe con sé la già fragile economia a stelle e strisce. I primi segnali dagli agenti: prezzi in picchiata, via i dipendenti. Guai per il consumatore medio: si è indebitato fidando sul valore dell'abitazione

Fino a qualche mese fa l'espressione chiave per descrivere la situazione del mercato immobiliare negli Stati Uniti era soft landing, atterraggio morbido. Una fase di declino progressivo, ma non drammatico, a cui doveva seguire una ripresa a tempi ragionevolmente brevi. Oggi non c'è più alcun osservatore che parli di discesa morbida. Il dibattito semmai si è spostato sull'alternativa tra una crisi dura, ma governabile, e un vero e proprio crash simile a quello che ha colpito il settore tecnologico nella primavera del 2000. Le similitudini non mancano. Come l'hi-tech, anche l'immobiliare ha visto la costruzione di una bolla speculativa con aumenti dei prezzi delle case superiori al 10% all'anno nel periodo 2002-2005, ma con punte di aumenti annui vicini o superiori al 20% in alcuni mercati particolarmente «caldi» come la Florida, la California del Sud, una parte delle Montagne Rocciose. Una vera e propria corsa al mattone che ha interessato tutte le tipologie e i segmenti del mercato, dalle ville di lusso alle seconde case per le vacanze, dagli appartamenti popolari alle penthouse newyorkesi, e che ha avuto effetti indiretti anche fuori dai confini americani. Sono però alcuni mesi che il vento sembra essere cambiato e che si moltiplicano le grida di allarme di chi vede i segni inequivocabili di un rovesciamento di tendenza. In realtà aveva già cominciato l'ex-presidente della Federal Reserve Alan Greenspan nella primavera del 2005, parlando se non di «bolla» speculativa, di «schiuma» (come quella dei cappuccini) che si sarebbe creata nel mercato immobiliare.

I dati più recenti, quelli di inizio agosto, sono però inequivocabili, anche perché vengono da due aziende leader che operano negli snodi critici del mercato e che godono dunque di un punto privilegiato di osservazione. La prima è Countrywide Financial Corporation, la più grande organizzazione finanziaria del paese nel campo della concessione di mutui immobiliari. Nell'ultimo mese Countrywide ha visto un crollo del 19% delle richieste di mutui. E ha immediatamente licenziato 382 dipendenti.«La gente è troppo ottimista - ha detto il direttore generale di Countrywide, Angelo Mozilo - quando continua a parlare di atterraggio morbido». Il secondo operatore a suonare l'allarme in questi giorni è stato Toll Brothers, azienda leader nelle case di lusso (ne costruisce oltre 9 mila ogni anno). Nell'ultimo trimestre gli ordini di abitazioni Toll sono scesi del 47% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. «Sembra che il rallentamento del mercato - ha detto al Los Angeles Times Robert Toll, amministratore delegato della società - durerà almeno altri sei mesi, che potrebbero però diventare anche due anni». Da tenere presente che fino alla primavera scorsa Robert Toll era considerato uno degli operatori più «tori», ovvero più ottimisti sulle prospettive dell'immobiliare. Ma altri segnali non incoraggianti vengono dal mercato delle seconde case. In alcune aree costiere della Florida, dominate dalle seconde case, si segnalano cadute dei prezzi nell'ordine dell'8% sull'anno precedente, in New Jersey siamo sul meno 10-15%. La crisi tocca anche le ville super-lussuose degli Hamptons, nei pressi di Long Island dove gli agenti immobiliari hanno iniziato a produrre spot televisivi per vendere le case ed organizzano veri e propri ricevimenti con vini e formaggi francesi per attirare potenziali acquirenti. Quello delle seconde case è un mercato ovviamente più «discrezionale», non guidato da necessità abitative urgenti (matrimonio, divorzio, trasferimento per lavoro) ed è caratterizzato da oscillazioni più marcate rispetto a quello delle prime case.

Il caso di San Diego è poi ancora più significativo. Qui il boom immobiliare è stato davvero straordinario. Dopo la crisi dei primi anni '90, dovuta ai tagli all'industria militare e aerospaziale, dal 1995 ad oggi i prezzi delle case sono triplicati. Ma anche qui il crash sembra dietro l'angolo: ovunque fioriscono i cartelli for sale e si diffonde la pratica delle riduzioni di prezzo, nell'ordine dei 20, 30 e anche 50 mila dollari. L'aumento di prezzi e di vendite negli ultimi dieci anni era stato spinto dal basso livello dei tassi di interesse, da nuove facilitazioni fiscali e dall'introduzione di nuovi strumenti, alcuni piuttosto disinvolti, per finanziare gli acquisti immobiliari. In pratica si è consentito di acquistare case di alto valore a chi aveva redditi limitati, con anticipi in contanti nulli e rate procrastinate nel tempo. Il castello di carte ha retto fino ad un certo punto, ma oggi l'aumento dei tassi ne ha accentuato e accelerato la caduta. E questo introduce l'altro tema molto dibattuto tra politici, economisti e operatori dell'immobiliare: le conseguenze che la ormai pressoché certa caduta del mercato delle case avrà sull'economia americana. Perché, al contrario di quanto era successo in altri momenti di crisi, oggi potrebbe essere l'immobiliare a rallentare l'economia e non la situazione economica generale ad essere motivo di arretramento nel mercato delle abitazioni. All'inizio degli anni 2000 il settore aveva tirato l'economia americana fuori da una mini-recessione e il recente boom ha consentito agli americani di indebitarsi usando l'abitazione come garanzia per i prestiti e di spendere quel denaro, tenendo alto il livello dei consumi. Si calcola che un terzo circa della crescita economica recente sia da attribuire all'immobiliare. Una decisa correzione, come quella che ormai quasi tutti si aspettano, potrebbe ridurre la crescita del Pil di un 1,5%. «Credo che le cose peggioreranno ancora molto prima che si possano vedere dei segnali di ripresa», ha dichiarato al New York Times Greg Gieber, un rispettato analista del settore

Nota: sulla bolla immobiliare USA, qui su Eddyburg vedi anche l'articolo di Mike Davis (f.b.)

Argentina, la grande occasione della speculazione immobiliare

di Maurizio Galvani

Scoppia la bolla immobiliare (e speculativa) in Argentina. Trainata dalla robusta ripresa industriale del paese latinoamericano - 8,8% negli ultimi sette mesi del 2006 e una espansione annuale pari al 7,6% - che, a sua volta, trascina la ripresa di tutti i maggiori settori. Particolarmente di quello edilizio e delle costruzioni (con un più 17,9% di produzione sia dei metalli leggeri sia di cemento). La «grande occasione» immobiliare è dovuta, inoltre, alla debolezza attuale del peso (la moneta nazionale) rispetto all'euro e al dollaro (cambiati tra il 3,91-4,01 e 3,07- 3,10 rispettivamente), come pure al grande ritorno dei capitali stranieri ed locali. O meglio, al grande rientro dopo la fuga «permessa» alla fine degli anni Novanta con la complicità dei grandi istituti di credito: quando si iniziava a paventare lo shock della grande crisi e si era conclusa la sbornia provocata dalla parità - 1 a 1 - del cambio tra peso e dollaro.

«Tornano» gli investitori, stranieri e non, e pretendono la casa più bella, più spaziosa, più d'epoca. Comprare nella zona portuale di Puerto Madero o nella zona residenziale di Recoleta o Retiro non è più solo un lusso ma anche un affare. I prezzi delle case sono lievitati e il valore al metro quadro di un abitazione è già sopra i duemila dollari; quando non tocca anche la cifra record di 3.500 dollari. Ma questo non è un problema: la richiesta può essere avanzata lo stesso, tanto i medesimi appartamenti o sono destinati ad uso privato per persone facoltose, oppure sono a loro volta fonte di speculazione e guadagno. Vengono infatti affittati, magari per brevi periodi, a turisti, per la maggior parte di nazionalità europea. I quali pretendono, appunto, il bello ed il confertevole, il «fascino bohemien» e l'avventura di una città ancora molto particolare. Comunque, una metropoli dove vivono circa tredici milioni di abitanti.

Del resto, è meglio reinvestire i propri risparmi invece che tenerli bloccati in una banca. Dopo che si è concluso il ciclo dele vacche grasse, quando in Argentina si poteva investire nei famosi tango-bond e si potevano ottenere smisurati guadagni sul costo del denaro (quasi il 15% di interesse). Ora si torna a reimpiegare questi soldi nel settore immobiliare, forse più sicuro. Tanto le ultime, più recenti, statistiche segnalano che - in tutto il paese e non solo a Buenos Aires - il costo delle viviendas (abitazioni) è cresciuto già del 17%, in un solo anno. Ed è destinato a salire provocando, a sua volta, ristrutturazioni forzate come pure espropriazioni forzate in numerossime zone. Aree che successivamente diventano «esclusive», come sta accadendo in tanti barrios (quartieri) della capitale (la zona di Palermo, ad esempio) che è diventata un'area per singole categorie di persone: Palermo hollywood (ad esempio, per gli attori...), Palermo soho (per i designer...) o Palermo chico (zona per ricconi...). Inoltre, stanno fiorendo come funghi molte agenzie immobiliari e via Internet si moltiplicano le proposte; che «preparano» i turisti prima della partenza per la capitale argentina.

Buenos Aires è sempre stata meta attrattiva per la diffusione del tango. Negli anni più recenti, fino alla dichiarazione del default, l'Argentina ha accumulato un debito pari a a 140 miliardi. La ripresa hecha in Argentina (made in argentina) è costata fatica e continua a pesare. La ripresa e una nuova investitura internazionale del paese - sotto la guida di Nestor Kirchner - si è avvertita, ma non è stata, allo stesso tempo, egualitaria (ancora sono tanti i poveri e i disoccupati). Il paese torna ad essere un grande protagonista e anche una grande «occasione» per coloro che vogliono fare degli investimenti. Con la speranza, comunque, che non si ripeta l'esperienza di svendita che fu realizzata negli anni Novanta dall'ex-presidente Carlo Menem.

Titolo originale: Reach for the Sky- Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Sin dall’unificazione italiana del 1861, Torino, la “capitale delle Alpi”, sa cosa significhi essere un saltatore con gli sci dal trampolino olimpico. Un giorno sta alta nel cielo più di ogni altra città; quello successivo, viene riportata a terra senza tante cerimonie.

Nel 1861, questa magniloquente cittò barocca, tutta sensazionali cupole, strade commerciali porticate, pasticcerie specializzate in cioccolato e grandi piazze, divenne la capitale della nuova Italia. Ma nel giro di pochi anni, il titolo andò a Firenze, e poi a Roma, portandosi con sé via posti di lavoro, prestigio nazionale e ruolo. Torino si scrollò la polvere di dosso e divenne una delle più innovative e particolari città industriali, famosa per la sensazionale fabbrica Fiat del Lingotto – progettata dall’ingegnere Giacomo Matte-Trucco, con la pista da corsa sul tetto – come per la Cappella della Sacra Sindone, il più barocco di tutti i monumenti religiosi barocchi, capolavoro del teatino sacerdote-architetto Guarino Guarini.

La storia d’amore politico fra Mussolini e Hitler portò quella che era diventata la più razionalista delle città romantiche ad essere una rovina senza tetti: nel maggio 1945, più del 40% degli edifici di Torino risultavano distrutti. Così la città si reinventò un’altra volta: negli anni ’50, insieme a Milano, fu il propulsore del “miracolo economico” italiano. Alla fine del secolo, con l’industria pesante che migrava verso l’Asia, cadde in un altro periodo di declino.

Ora, per le Olimpiadi Invernali del mese prossimo, Torino sta di nuovo alzando lo sguardo. Nelle prossime settimane, i visitatori scopriranno una città che mette in mostra non solo le prodezze sportive, e nemmeno semplicemente buone architetture connesse alle Olimpiadi, ma un’urbanistica intelligente e ricca di senso civico ad una dimensione tranquillamente eroica. Il modo in cui Torino sta utilizzando i giochi olimpici a proprio vantaggio è quasi l’esatto opposto di come vengono gestiti i giochi del 2012 a Londra.

A Torino, i nuovi edifici sono per la maggior parte interventi sottotono nel vecchio tessuto urbano sia della città industriale che di quella barocca. È vero, c’è il vistoso Palasport Olimpico d’acciaio da 12.250 vicino al recentemente restaurato Stadio comunale degli anni ‘30, ma anche questo scintillante progetto dell’architetto di Tokyo Arata Isozaki, costruito formalmente per le partite di hockey su ghiaccio olimpiche, ha un futuro di lungo termine come struttura multiuso per gli sport, gli spettacoli, gli eventi culturali. Come ogni altra realizzazione olimpica qui, fa parte di una massiccia trasformazione urbana. Al punto che l’intero funzionamento della città, o più precisamente il modo in cui ci si muove per far funzionare la città, sarà completamente trasformato fra due o tre anni.

A Londra, gli ultimi progetti per il parco olimpico del 2012 resi pubblici la scorsa settimana sembrano confermare che qui quello che conta di più è la gran bolgia di trucchi visivi e illusionismo architettonico. Lo stadio e le altre strutture progettate per il 2012 sembrano montagne russe prese da una fiera dei divertimenti gigantesca e probabilmente saranno già fuori moda appena terminate. Nel frattempo, il programma dei trasporti pubblici tanto necessario a fare delle Olimpiadi di Londra un successo, sta arrancando. Se Torino è vicina a completare una nuova linea di metropolitana completamente automatizzata, e la ricostruzione delle principali linee ferroviarie - liberando nel frattempo una enorme quantità di spazio per nuove case e l’ampliamento della principale università- Londra deve ancora raggiungere un accordo per iniziare i lavori del Crossrail, o stendere i binari del tram verso Stratford. Eppure, tutto il clamore, tutta la grafica architettonica al livello dei bambini, la visibilità politica, arrivano dalla Londra Olimpica.

A Torino, i visitatori delle Olimpiadi che si concederanno un po’ di tempo per esplorare resteranno esterrefatti dalla ricostruzione delle principali linee ferroviarie. Quello che per decenni è stato una guazzabuglio di binari che attraversava la città ora è stato ricoperto. Le linee presto attraverseranno il centro in tutte le direzioni, quelle nazionali e internazionali. Al di sopra, un grandioso viale di proporzioni davvero barocche porterà il traffico su sei corsie, e poi piste ciclabili, altri trasporti pubblici, percorsi pedonali fiancheggiati da poderose fontane, e poi giù dentro al cavernoso flusso del nodo di interscambio di trasporti a Porta Susa. Il traffico, pubblico e privato, così si può muovere verso il centro, oppure superarlo tangenzialmente venendo dalla direzione di Milano verso le Alpi, o dalla costa ligure o dalla Francia.

L’ambiziosa nuova cattedrale del Santo Volto, progettata da Mario Botta, fungerà da portale est del nuovo Viale della Spina. Il Metro automatico, che scambia con le ferrovie e il Viale della Spina a Porta Susa, sarà prolungato per raggiungere i parcheggi posti agli ingressi autostradali principali della città.

Altri monumenti di architettura verso il centro di Torino comprendono un centro culturale progettato da Mario Bellini e i nuovi spazi del Politecnico cittadino di Vittorio Gregotti. I nuovi colorati alloggi per gli studenti serviranno come villaggio della comunicazione durante le Olimpiadi, prima che entrino gli studenti. Nessuno degli edifici olimpici andrà sprecato quando gli sciatori lasceranno la città.

Le Olimpiadi sono state anche utilizzate per completare la rivitalizzazione delle ex aree industriali più vicine al centro, come il Lingotto, dove la famosa fabbrica Fiat è stata trasformata nel corso di parecchi anni sotto la direzione architettonica di Renzo Piano. I Mercati Generali Ortofrutticoli degli anni ‘30, un grande e buon esempio di progetto classico ed essenziale, sono stati intelligentemente rinnovati e trasformati da Benedetto Camerana e Giorgio Rosental in un Villaggio Olimpico per i 2.600 atleti che parteciperanno ai giochi del prossimo mese. Sarà un magnifico posto per abitare, sia durante i Giochi che dopo, quando sarà usato come alloggio per studenti e giovani in cerca di prima casa. Nonostante l’uniforme feticista delle sue architetture dell’era di Mussolini, il vecchio mercato rivitalizzato sembra indossare una camicia verde anziché nera: i pannelli fotovoltaici abbondano, e anche il sistema di ventilazione è alimentato a energia solare.

Lì vicino, un delizioso padiglione in cemento in stile fluttuante costruito per l’Esposizione Italia '61 è stato riutilizzato dopo anni di abbandono: sono stati inseriti una struttura sportiva da 94.000 posti per il pattinaggio artistico e altre gare, sotto le complesse geometrie di calcestruzzo originariamente concepite dai fratelli architetti Annibale e Giorgio Rigotti. Il rifacimento è di Arnaldo De Bernardi e Gae Aulenti, molto conosciuta per la conversione della Gare D'Orsay, a Parigi, nel Musée D'Orsay. Come nel caso del vecchio Mercato Ortifrutticolo, anche qui c’era una struttura che aveva perso il proprio scopo ed è stata riportata in uso per il lungo periodo.

C’è un edificio olimpico nuovo di zecca al Lingotto; si tratta degli 8.000 posti dell’Ovale progettato da Hok Sport e dallo Studio Zoppini di Milano. Realizzato per le gare di pattinaggio veloce durante i Giochi, è stato costruito in modo tale che, con poca fatica, sia possibile riconvertirlo in struttura per mostre e fiere commerciali. La città, a differenza di Londra, riesce a progettare con calma nuovi e funzionali edifici pubblici anziché fantasmagorie.

Il padiglione della medaglie a Torino è collocato in Piazza Castello, la maggiore delle piazze barocche della città, mentre in Piazza Solferino, l’Atrium Torino, una coppia di svolazzanti padiglioni da mostra terminati nel 2004 su progetto di Giugiaro Architettura e Archiland Studio, è usato per raccontare la storia di cosa abbiano significato a Torino le Olimpiadi Invernali. Si ricorda anche ai visitatori, che nonostante la città giochi un ruolo importante nei Giochi, gli eventi più spettacolari avranno luogo nelle valli alpine di Susa, Chisone e Germanasca. Qui non tutto è andato liscio. I nuovi interventi olimpici sono avvenuti in zone piuttosto selvagge, dove si aggirano ancora i lupi. C’è stato un inteso dibattito sull’equilibrio fra investimenti nelle Olimpiadi e la domanda di mantenere le Alpi intatte, per quanto possa restarlo una catena di montagne tanto vicina a tante luccicanti città.

Per una cifra pari ad un quarto del costo degli investimenti che Londra prevede di fare entro le Olimpiadi del 2012, Torino ha mostrato che è possibile preparare un evento sportivo internazionale investendo anche nel benessere urbano di lungo periodo. Le nuove architetture danno la sensazione di essere parte integrante di quella che continua ad essere una delle più belle e illuminate città d’Europa.

here English version

Il coraggio di cambiare ha reso nei secoli le città italiane le più belle del mondo. La paura del futuro rischia ora di ucciderle, di ridurle a musei invivibili e avvelenati dal traffico. A lanciare l’allarme non è soltanto Renzo Piano, ma i fatti. Le capitali del pianeta, Londra e New York, Parigi e Barcellona, Berlino, Praga e Sydney, si lanciano nell´inaugurazione di grandi opere nei centri urbani. In Italia la contemporaneità suscita immediato sospetto e aperta ribellione. E’ probabilmente, come sostiene Piano, la paura del futuro tipica di una società vecchia come la nostra. In qualche caso il sospetto non sarà infondato. Ma da qui a «non poter spostare una panchina nei centri storici senza provocare la nascita di venti comitati», come dice il presidente dell´associazione dei comuni Lorenzo Domenici, ne corre.

Oltre le ragioni concrete e specifiche, si coglie una paura soltanto nostra. I verdi italiani salgono sulle barricate contro le nuove linee ferroviarie, benedette invece dagli ambientalisti tedeschi, francesi, spagnoli. A Bordeaux e a Nantes si festeggia in piazza il ripristino delle tramvie, considerate a Firenze e a Perugia uno «sfregio ambientale».

Il dato più paradossale è che a scatenare le proteste non sono quasi mai le grandi speculazioni in periferia, l’anonima colata di cemento che ha ripreso a inghiottire pezzi interi di Paese. Ma piuttosto il progetto di qualità. Ravello insorge alla notizia dell’auditorium progettato dal centenario Oscar Niemayer, un mito del Novecento. Firenze s’interroga da anni sulla pensilina degli Uffizi del grande Isozaki, definita un «orrore» da Vittorio Sgarbi, nientemeno. Mentre naturalmente nella periferia, da Novoli in poi, l’intramontabile Salvatore Ligresti progetta vagonate di metri cubi nel silenzio quasi generale.

La guerra alla torre della banca Intesa-Sanpaolo, disegnata da Renzo Piano, muove da una cartolina-manifesto. All’immagine più nota di Torino, dominata dalla Mole, viene affiancata la sagoma bruna di un grattacielo alto come una delle Torri Gemelle. Il fotomontaggio è un falso, secondo l´architetto, che ha esibito subito il progetto vero, dove la torre risulta trasparente, alta la metà e lontana due chilometri e mezzo dalla Mole. Ma intanto, che senso ha fermare il futuro nel segno di una cartolina? Lo chiediamo a Renzo Piano, rintracciato a New York alla vigilia dell’inaugurazione della nuova sede del New York Times, il primo grattacielo della città dopo l’11 settembre.

«Ho l’impressione sempre più spesso, quando torno in Italia, che siamo diventati un paese prigioniero delle paure. E la prima è quella del futuro. Declinata in varie forme. Fanno paura la società multietnica, i cambiamenti sociali, le scoperte scientifiche, sempre rappresentate come pericoli, la contemporaneità in generale. Si fa strada, perfino fra i giovani, la nostalgia di un passato molto idealizzato. Si combina una memoria corta e una speranza breve, e il risultato è l´immobilità. Il passato sarà un buon rifugio, ma il futuro è l’unico posto dove possiamo andare».

Nel comitato torinese colpisce però la presenza di nomi illustri e certo non conservatori, come l’ex sindaco Diego Novelli, il primo a disegnare la città post industriale, ai tempi del Lingotto.

«Per una volta Novelli è stato mal informato. Ha scritto che la torre è alta sessanta metri più della Mole e costa un miliardo. In realtà supera la Mole di soli dieci metri e costa 248 milioni. Ma non è questo il punto. Stimo Novelli e non voglio sottovalutare il disagio che rappresenta. Al contrario, le critiche intelligenti sono preziose. Un palazzo non è un quadro o un romanzo, ma qualcosa destinato a condizionare la vita delle persone, lo vogliano o no. Più voci si ascoltano meglio è. Ma allora Novelli, che conosce Torino meglio di chiunque altro, mi aiuti a fare un progetto migliore per i torinesi. A chi e a che cosa serve una guerra ideologica dove il fatto concreto non conta, si può manipolare a piacimento in nome di una giusta causa?»

Si può anche vedere così, la Torino industriale rifiuta d’inchinarsi allo strapotere della finanza, delle banche, materializzato in un simbolo di dominio come un grattacielo.

«E’ un’altra critica motivata. Ma anche qui, non facciamoci condizionare dai simboli. Le torri sono per natura simboli di potere, d’accordo. Ma costruire in verticale ha dei vantaggi. Qui per esempio, il vantaggio è di poter creare un grande parco per i torinesi. Il San Paolo ha molto terreno, io potrei sdraiare la torre in orizzontale. E i verdi, per assurdo, sarebbero contenti di far sparire un parco».

Non è la prima volta che si trova a giocare il ruolo del mancato profeta in patria. Basta confrontare la stampa americana di questi giorni con le durissime polemiche italiane sul Lingotto di Torino, l’Acquario di Genova, l’Auditorium di Roma.

«Belli o brutti, non spetta a me dirlo, sono luoghi di socialità e di scambio che hanno preso il posto del nulla. Basta contare le presenze. Comincio a pensare che quello che non si perdona in Italia è l’essere contemporanei. Ed è triste per un paese che ha insegnato al mondo il coraggio in architettura».

Per secoli nelle città italiane ai contemporanei è stato permesso non soltanto di costruire ex novo e sovrapporre stili, ma di mettere mano ai monumenti-simbolo. Stern aveva vent’anni quando fu chiamato a "migliorare" il Colosseo, e dopo di lui venne Valadier. Leon Battista Alberti ha rimodellato e stravolto il tempio malatestiano di Rimini. Lo stesso Antonelli riuscì a completare la "follia" della Mole, all’epoca considerata dai torinesi una mostruosità.

«Tutto questo è molto chiaro all’estero. Mi chiamano perché sono italiano, vengo da questa storia. Il problema è che la nostra storia è più conosciuta a Sydney o a Londra. All’estero l’Italia è considerata ancora un laboratorio, noi ci vediamo come un museo. Si parla tanto di modernizzazione, ma è retorica. La modernità è soltanto la parodia del futuro. Siamo il paese dei veti incrociati. Prendiamo la politica. In tutte le democrazie un’opposizione che gioca al massacro e vive soltanto per demolire perde consensi, qui li moltiplica»

E’ una logica da curve ultras, per rimanere all’attualità di questi giorni, dove trionfa lo scontro frontale, lo sventolar di bandiere contrapposte?

«Ma sì, s’è perso il gusto della discussione. Una discussione vera che non consista, diceva Norberto Bobbio, nell’arte retorica di persuadere, di vincere sull’altro. E’ un regresso civile che ormai si vede nel corpo fisico del Paese. Le nostre città sono belle perché hanno mescolato sempre gli stili, sono state oggetto di continue trasformazioni, specchio di milioni di vite vissute. Ora rischiano di modellarsi sullo scontro per bande, dove alla fine trionfa soltanto la difesa dello status quo»

E’ ancora una volta il futuro il grande assente dalla scena?

«Il mio lavoro mi costringe a pensarci in continuazione. Perché se un architetto sbaglia un progetto oggi, glielo ricorderanno per tutta la vita».

Mentre nei media o in politica una cantonata si dimentica nel giro di qualche giorno.

«Sì, ma quando un’intera società assume tempi televisivi, sono guai seri. Più di tutto preoccupa questa difesa di un passato che peraltro non si conosce. Come se il futuro fosse soltanto gravido di minacce. E’ nella natura umana, certo. Penso alle ultime pagine del Grande Gatsby, all’immagine della vita come di una barca destinata a remare sempre contro la corrente e la voglia di lasciarsi portare indietro. Peccato che tornare indietro non si possa. Si può soltanto andare nel futuro. Prima o poi, presto o tardi. A volte, con molto sforzo, troppo tardi».

Postilla

L’articolo di Curzio Maltese è esemplare nel tentativo di connotare l’attuale dibattito sulle nostre città come riproposizione in chiave architettonica della querelle des anciens e des modernes, in cui, ovviamente, i modernes sono portatori di valori positivi e progressisti, mentre gli anciens, misoneisti attardati, fautori della paura e dello status quo.

Oltre ad essere diversificate al loro interno, le posizioni di chi si oppone a taluni interventi architettonici nelle nostre città non si appiattiscono certo in un acritico accanimento preconcetto contro tutto ciò che non odora di antico. Ma la nostra ottica, lo ribadiamo ancora una volta, è di sistema: quali sono le nostre città. Così l’introduzione di un elemento, peraltro spesso non insignificante dal punto di vista oggettivamente “quantitativo”, non è né indifferente né semplicemente collegato alle intrinseche qualità formali, che intrinseche non sono mai perché ogni testo si adatta e adatta il contesto (urbanistico e sociale) nel quale vive e dal quale è spesso destinato a subire “mutazioni” anche radicali (nell’uso, nell’impatto, nella funzionalità) e del tutto impreviste in fase progettuale. Questo non significa “non fare”, ma operare con consapevolezza e strumenti (non solo tecnici) non solo moderni, ma davvero innovativi, rispetto ad una generica, provincialissima e pertanto questa sì, attardata, pulsione verso l’icona architettonica come simbolo, esteriore e posticcio, di adeguamento al contemporaneo.

Non ci riguarda evidentemente, l’accusa di accanimento sulle singole costruzioni di archistars a scapito dell’attenzione a quanto succede nelle nostre periferie e nei territori periurbani o rurali. Basta uno sguardo anche superficiale a qualsiasi pagina di eddyburg per verificare che la sua azione di denuncia civile e politica è sistemica e sistematica sull’insieme delle speculazioni che da qualche anno a questa parte investono il nostro territorio: proprio perché ci rendiamo conto sempre più che la lottizzazione estensiva e i singoli interventi architettonici, possono avere lo stesso carattere di invasività e di distorsione della qualità urbana e sono quindi, nel loro complesso, manifestazioni di quella strategia di attacco al territorio che la sua rinnovata centralità dal punto di vista economico, ha scatenato. I rimandi che trovate in calce sono una esemplificazione ridottissima di una documentazione ormai amplissima e stratificata di casi proposti, diversificata per aree geografiche, per “tipologie” progettuali, per modalità di intervento.

A volte, a noi della redazione, prende una sorta di sconforto per non riuscire a dare conto di tutto ciò che accade e il senso dell’emergenza ci sovrasta quotidianamente. Se anche da giornalisti non ignari della complessità della partita politica e sociale in atto e architetti di grande livello culturale l’unica risposta è la riproposizione, con toni caricaturali e violentemente distorsivi, dell’intera panoplia dei luoghi comuni sui conservatori a prescindere, il gioco diventa davvero durissimo da giocare.

A chiosa finale del panorama di banalità esemplificative inanellato nel testo (da Ravello al tempio malatestiano) ricordiamo che l’Auditorium di Piano a Roma fu fortemente caldeggiato da uno dei più accaniti e polemici difensori dell’intangibilità dei nostri centri storici qual era Antonio Cederna. (m.p.g.)

Sui grattacieli di Torino e Milano, in eddyburg:

Ettore Boffano e Vittorio Gregotti,

Oreste Pivetta,

Eddyburg per carta, n.36 e n.39

La polemica per il grattacielo più alto della Mole

di Ettore Boffano

Alla fine, sarà una sorta di referendum per una cartolina. Quella dei tabaccai e dei "saluti da Torino", con la metropoli distesa come in un quadro di Felice Casorati, la corona delle Alpi e infine la Mole Antonelliana: solitaria ed enigmatica nello skyline. Poi, un quesito polemico, «Vorreste vedere nell’orizzonte un grattacielo di 200 metri?», e assieme anche un retropensiero di politica bancaria del NordOvest e una corsa al primato tra Piemonte e Lombardia. Per via di quella fusione di un anno fa tra "San Paolo Imi" e "Banca Intesa" che molti, in riva al Po, non hanno ancora digerito e che, quasi per tutti, sarebbe una vittoria tutt’altro che simbolica delle guglie del Duomo di Milano e degli uomini di Giovanni Bazoli e di Corrado Passera.

Quasi per tutti, meno uno: Enrico Salza, uno dei "padroni" della città che al grattacielo, a dire il vero, ci pensava già quando il "San Paolo" era ancora tutto torinese. E che, questa mattina, ne presenterà in una mostra il progetto definitivo assieme al suo creatore: quel Renzo Piano che a Torino ha già offerto il ridisegno del Lingotto. Duecento metri di altezza, di cemento armato, di acciaio e di vetro (almeno 180 reali e altri 20 di antenne contro i 167 metri della Mole), per degli uffici realizzati vicino al Palazzo di Giustizia, sulla "spina" urbanistica che ha coperto il passante ferroviario: il trincerone che divideva in due i quartieri. Una spesa di almeno 350 milioni di euro. Quasi un festa per il banchiere, che al grattacielo annette il segnale tangibile e definitivo di non aver tradito la sua città e di non aver «svenduto la banca ai milanesi». Ma una festa già rovinata dai contrasti, perché proprio ieri pomeriggio la questione è diventata una polemica. Nella libreria del Gruppo Abele, infatti, un comitato organizzato tra gli altri dall’ambientalista Paolo Hutter e dal meteorologo Luca Mercalli ha lanciato la battaglia. C’è già lo slogan, «Non grattiamo il cielo di Torino», c’è un primo manifesto (proprio una cartolina vera, "taroccata" con la sagoma di un grattacielo accanto alla Mole) e c’è anche la provocazione eccellente: un messaggio inviato da Vittorio Gregotti, padre del piano regolatore torinese, che mette in guardia dalle "torri" troppo alte. Una critica che l’architetto Augusto Cagnardi, l’altro coautore del prg, aveva avanzato in modo ancora più caustico: «I grattacieli non sono prezzemolo, da distribuire a casaccio. Il rischio è che si trasformino nei salami di Jacovitti che crescono tra i piedi di Cocco Bill».

Insomma, gli ingredienti necessari perché tutto si amalgami in un "caso Torino", tenuto conto che la città attende adesso altri tre grattacieli pronti a frastagliare l’orizzonte delle Alpi: quello "gemello" del progetto di Piano e che potrebbe essere assegnato a Salvatore Ligresti, quello disegnato da Massimiliano Fuksas per la Regione Piemonte al Lingotto e infine quello previsto in piazza Marmolada accanto alla fontana-igloo di Mertz. Con la questione pronta ad attorcigliarsi attorno a un solo interrogativo: nel ventunesimo secolo, ha ancora senso mutare lo skyline di una città? Guido Montanari, docente di storia dell’architettura e tra i promotori del comitato, risponde con un no secco: «Torino ha un orizzonte che, eccetto la Mole e poi la Torre Littoria di piazza Castello e il grattacielo della Rai, conserva le linee dell’Ottocento. È una sua grande bellezza: così come hanno rivelato tutte le tv del mondo durante le Olimpiadi. Perché rovinarla? Il problema non è decidere se i grattacieli sono giusti o sbagliati, semmai invece se una città come Torino ne ha bisogno».

Renzo Piano preferisce non parlare, in attesa della conferenza stampa di oggi. Ma qualche settimana fa, commentando la prossima inaugurazione, il 19 novembre, del grattacielo disegnato per il "New York Times", aveva replicato anche alle prime critiche torinesi: «Io non difendo in modo aprioristico l’uso delle torri, anche se mi affascinano. Ciò che conta, in realtà, è fare edifici che non siano egoistici, arroganti, ma piuttosto pubblici e aperti. Il grattacielo di "Intesa San Paolo" avrà un auditorium, un ristorante sul tetto, terrazze panoramiche, sale per mostre».

Adesso, però, tutti i contrasti si sposteranno in Comune, dove dovrà essere approvata la variante per il grattacielo (c’è già un parere negativo, non vincolante, delle circoscrizioni). Con il sindaco Sergio Chiamparino che, però, sembra lasciare pochi spazi ai ripensamenti: «È vero, lo skyline torinese è fermo all’800. Ma ogni epoca ha segnato la città e dunque ciò può accadere anche oggi. I grattacieli non sono oggetto del demonio: dipende da come vengono realizzati. Discorsi che Piano conosce bene e sui quali ci dà garanzie». Tutto si concluderà dunque tra i banchi della Sala Rossa? Paolo Hutter, ex assessore comunale all’ambiente, promette di no: «Faremo decidere i cittadini. E non è il solito modo di dire: siamo pronti al referendum».

Un edificio altissimo è un buon affare

ma anche la storia ha le sue ragioni

Vittorio Gregotti

La fissazione dei grattacieli, oltre all’orgoglio sempliciotto degli amministratori per il segno urbano simbolico, al di là della sfida per il "Guinness dei primati" e dei suoi significati banalmente psicanalitici, non bisogna dimenticare che è anche un buon affare. Nonostante i maggiori costi di strutture ed impianti, qualche centinaia (o migliaia) di metri quadrati in più guadagnati con la maggiore altezza qualche volta fanno tornare i conti. Quindi si capisce come molti e vari interessi convergano verso l’edificio altissimo. Tutto questo senza alcun pregiudizio verso un tipo edilizio consolidato da più di un secolo. Ma anche per il grattacielo dovrebbe valere una più generale strategia di disegno urbano sia per quanto riguarda il suo impatto con il profilo della città e nei confronti degli altri monumenti, sia per la sua collocazione sul piano funzionale e dei trasporti. Non meraviglia quindi che la "corsa al grattacielo" sollevi molte obiezioni fondate, anche al di là delle resistenze conservatrici ad ogni novità: questo specie nelle città con un forte profilo storico come Torino. Credo che se anche si tratta di un’iniziativa di un ente come la banca San Paolo-Intesa, le amministrazioni della città farebbero cosa utile aprendo una discussione sulla questione. Al di là della qualità architettonica del progetto di Renzo Piano, che potrà essere certamente positiva a partire dalla sua esperienza in merito alla tipologia delle torri.

Si veda anche eddyburg per Carta, nel numero del 13 ottobre 2007

Quando quest’orgia di emozioni sul "Vesuvio buono" sarà assorbita resterà un’opera di architettura di uno straordinario architetto italiano. Ricordo l’incredulità dei contadini nella sezione del Pci, io inviato dal Partito, quando si resero conto di avere perduto le proprie terre di pianura e irrigue, capaci di tre raccolti l’anno. Territori di alta produttività agraria furono così inseriti nell’"Area di sviluppo industriale" di Nola su un progetto urbanistico redatto da tecnici, commessi di scelte irresponsabili. Insisto: erano zone pianeggianti e irrigue.

Si documentò l’enorme perdita di suolo produttivo per esigenze industriali sproporzionate, con una scelta priva di serie premesse economiche e sociali. In seguito la crisi industriale e l’accaparramento di superfici a prezzi contratti verificano in maniera indiscutibile l’irresponsabilità di consentire al Cis di Nola, organismo commerciale, di realizzare il proprio insediamento.

È opportuno rileggere il procedimento 10862/B/95 e l’affidamento, quale incidente probatorio, da parte del giudice per le indagini preliminari di una perizia sulla legittimità dell’intervento Cis eseguito. Questo studio contesta fermamente la conformità agli strumenti urbanistici vigenti delle concessioni edilizie, tra l’altro di enormi dimensioni, giustificate dall’interpretazione vaga e inconsistente di "insigni giuristi" napoletani; documenta l’irritualità di attrezzature destinate ad attività commerciali - è la definita funzione del Cis - in quanto il Piano Asi vincola in maniera univoca il territorio investito per interventi industriali, unica finalità. Quindi la destinazione commerciale era esclusa. In sede penale viene derubricato il delitto relativo al 416 bis nell’articolo 378 cp e viene dichiarato il non luogo a procedere dati i tempi di prescrizione raggiunti. Il Pg si appella, la Corte di Assise conferma la sentenza.

E l’illegittimità di quanto concesso in superfici e volumi resta, non essendoci purtroppo "prescrizioni" su di essi. È necessario un grande sforzo ad avere fiducia nella pianificazione urbanistica e nei diritti naturali dei contadini irrigui. Si esce da tale vicenda, oggi conclusa con l’avvitamento nell’ambiente del Bacino dei Regi Lagni del "Vesuvio buono" tanto caro alla collettività irriflessiva con la verifica ancora di una sconfitta, la mancata protezione e sviluppo coerenti del territorio da parte delle autorità preposte al rispetto di tutte le preesistenze, dei valori irrinunciabili della politica economica. È grave. Resta un’opera di architettura, ma in un luogo offeso dall’arroganza di organismi amministrativi locali i quali utilizzano indifferentemente l’ambiente per suggellare, in acqua, il potere di una classe dirigente.

Confesso che non avrei immaginato di ricevere tanti messaggi, di essere oggetto di tanti commenti "postati" sui blog, dopo le Mappe e le Bussole dedicate, nelle scorse settimane, ai giovani, agli studenti e alle città universitarie. Invece, continuano a giungere. Quasi tutti polemici nei miei confronti. A volte (soprattutto nei blog) acidi.

Gli studenti Erasmus dell'Università di Torino ne hanno fatto oggetto di una esercitazione: lettura dei miei testi e successivo commento. Puntualmente critico. Naturalmente, tante reazioni sono segno di interesse. Per questo, le ho lette con soddisfazione. Tutte. Anche quelle "politicamente scorrette" (non poche). Magari mi hanno irritato un poco, all'inizio. Ma solo all'inizio.

Tutta questa attenzione, però, mi ha sorpreso. In particolare, mi hanno spiazzato le critiche rivolte (in larga misura) ad aspetti che, nei miei testi, stanno sullo sfondo; occupano un posto minore. Ancor più le contestazioni a valutazioni ricavate dai miei articoli, ma che non mi appartengono. E sono di segno opposto rispetto a ciò che intendevo sostenere. Evidentemente, il messaggio lanciato sui media, spesso, viene recepito e interpretato in modo molto lontano dalle intenzioni originarie. Per colpa di chi "comunica", soprattutto. (Mia, in questo caso). Ma anche perché viene percepito e decifrato in base ad aspettative specifiche. Così, per quanto io abbia dedicato due distinti e successivi articoli alle medesime questioni, alcuni contenuti hanno suscitato, in molti lettori, opinioni in netto contrasto con quanto intendevo esprimere.

1. Il riferimento al delitto di Perugia, che ha sollevato tanta morbosa attenzione. Per me era solo uno spunto. L'occasione per entrare nella realtà delle città e della "socialità" universitaria. Molti lettori, invece, l'hanno considerato la chiave di lettura dei miei testi. Ritenuti, per questo, un esercizio di voyeurismo perbenista. Ispirato - viziato - dall'intento di stigmatizzare l'intera categoria degli "studenti fuori sede", come si trattasse di una popolazione dedita a pratiche dissolute e goderecce.

2. Da qui la seconda "accusa": generalizzare episodi isolati ed eccezionali all'intera realtà studentesca (peggio: giovanile). Un problema denunciato soprattutto dagli studenti stranieri dell'Erasmus; che svolgono una parte degli studi universitari in atenei di altri Paesi.

3. Dietro a queste "critiche" c'è l'irritazione suscitata da alcuni passaggi dei miei articoli. In particolare, aver definito gli studenti delle città universitarie "non-cittadini" che vivono in "non-città" (echeggiando un concetto di Marc Augé, molto noto: i "non-luoghi"). Quasi degli "apolidi", insomma.

Tornare un'altra volta sullo stesso luogo, nelle stesse città, sullo stesso argomento, a questo punto, può risultare noioso e ridondante. Ma è proprio ciò che, in effetti, sto facendo. D'altronde, può essere utile chiarire alcuni concetti, evidentemente equivoci, viste le reazioni. Assumendomi il rischio - a questo punto calcolato - di sollevare nuovi dubbi, senza risolvere quelli emersi.

Tuttavia, mi pare importante precisare, soprattutto, perché io abbia parlato - consapevolmente - degli studenti come "non-cittadini" che popolano "non-città".

Le "città", per definizione, sono luoghi abitati da "cittadini". Cioè: persone "residenti", titolari di diritti e di doveri. In modo attivo. In quanto sono soggetti alle leggi, pagano le tasse. Partecipano alla formazione del governo locale scegliendo, con il voto, gli amministratori; oppure attraverso l'associazionismo di rappresentanza sociale ed economica (quello studentesco opera solo dentro all'università).

Gli studenti "fuori sede" hanno il domicilio nelle città in cui studiano, ma non vi risiedono. (Gli studenti Erasmus, poi, risiedono in altri Paesi). Certo, sono soggetti alle medesime regole e alle medesime leggi dei residenti, ma non hanno rappresentanza né poteri. Per questo sono "non-cittadini". La "città" in cui risiedono è quella dove vive la loro famiglia. Sono "irresponsabili": perché non sono chiamati a "rispondere" di ciò che riguarda la loro vita. Il loro luogo di vita. Mentre, parallelamente, le autorità locali non si sentono "responsabili" verso di loro. Perché gli studenti non votano.

Tuttavia, nelle città universitarie gli studenti costituiscono una componente rilevante, talora dominante. Non solo dal punto di vista demografico, ma anche economico. Sono una fonte di reddito, per chi affitta stanze e camere, per il commercio e l'artigianato locale. Ma sono anche un fattore di spesa: perché è l'amministrazione locale che gestisce servizi e infrastrutture. Bisogna tener conto, ancora, che gli stili di vita della popolazione dei residenti e degli studenti, per alcuni versi, contrastano. Per cui si assiste, non di rado, a conflitti fra i due mondi sociali. Gli studenti e i residenti: vivono separati. Vicini e al tempo stesso lontani. Le scelte delle amministrazioni locali, tuttavia, sono condizionate dai sentimenti e dalle reazioni dei residenti che li hanno eletti, da cui dipende la loro legittimazione, la loro futura rielezione. Per questa ragione ho parlato di non-città. Per indicare quei contesti abitati perlopiù da non-residenti. In questo caso, dagli studenti. Che sono non-cittadini, perché estranei ai diritti-doveri della rappresentanza. (Non) città che si riducono a contenitori per attività di consumo. E riducono la popolazione (studentesca) in consumatori.

In contesti di questo tipo, d'altronde, si indeboliscono i legami sociali e la presenza dell'autorità. Certo, la realtà giovanile è densa di reti interpersonali, di rapporti di amicizia. Però, per ragioni generazionali, comprensibili, è riluttante ai vincoli e ai controlli. Anzi: per definizione, li contraddice e li contesta. E' ambiente espressivo, emotivo, ricreativo. Inoltre, gli studenti stringono legami (anche affettivi) con l'ambiente locale talora saldi. Ma perlopiù sono di passaggio. Ho usato, per questi motivi, la formula "comunità artificiale".

Le città universitarie, per le stesse ragioni, costituiscono un caso esemplare della condizione dei giovani. Che vengono parcheggiati dagli adulti in luoghi separati, dove vivono fra loro. Una zona (relativamente) franca da regole e autorità. Dove agiscono con limitate responsabilità, pochi poteri e, in fondo, diritti.

Non si tratta di un invito a tenerli di più in famiglia, insieme ai genitori. Al contrario: penso che i giovani debbano uscire di casa presto. Non solo per studiare. Ma per lavorare e per vivere. Non solo da studenti. Ma da cittadini. Oggi, invece, sette su dieci, a ventinove anni, risiedono ancora con i genitori. Perché non hanno ancora un lavoro stabile, una casa propria (costerebbe troppo). Inoltre (come ha osservato Guido Maggioni), è finito il tempo in cui la famiglia, per educare i figli, usava "mezzi autoritari e coercitivi".

Quando (fino agli anni Sessanta) ci si sposava "anche" per fuggire da casa, per liberarsi all'autorità autoritaria dei genitori. Per vivere la propria vita. Per diventare cittadini. Oggi, non ce n'è più bisogno. I giovani possono sperimentare la loro autonomia (relativa) presto. Fin dall'adolescenza si allontanano dalla famiglia, per studiare le lingue, fare corsi di perfezionamento, stages. L'Erasmus. Sono più liberi. Ma al tempo stesso più dipendenti. Figli insicuri di genitori insicuri. I giovani. Condannati a una lunga transizione verso una maturità che non arriva. Purtroppo per loro. E per noi.

Vedi su eddyburg l’articolo di Diamanti: Quando gli studenti si prendono la città

La legge sulla partecipazione della regione Toscana

Una nota per eddyburg

Le tappe della costruzione della legge sulla partecipazione della Regione toscana approvata dal Consiglio regionale il 20 dicembre 2007, cui la Rete del Nuovo Municipio ha attivamente partecipato, esemplificano una pratica di buongoverno che si incentra sul rapporto mantenutosi costante fra il metodo partecipativo di costruzione e la formulazione progressiva dei contenuti della legge

Il metodo

Va premesso che l’idea di applicare la democrazia partecipativa al livello regionale e in particolare all’attività legislativa presenta non poche difficoltà. La sede primaria della democrazia partecipativa resta il municipio, il quartiere, il luogo dove è possibile realizzare relazioni sociali di prossimità e la costruzione diretta di esperienze comunitarie. Tuttavia l’orizzonte del “federalismo municipale solidale” come prospettato ad esempio dalla Rete del Nuovo Municipio, richiede la realizzazione integrale del principio di sussidiarietà per affrontare i problemi alla loro giusta scala di risoluzione, in forme non gerarchiche. Se si vuole attribuire ai processi partecipativi il ruolo di strumento di intervento della cittadinanza attiva sulla costruzione del proprio futuro, è chiaro che tematiche come la qualità dell’ambiente di vita, la produzione, il consumo, la qualità dell’alimentazione, la mobilità, il paesaggio, le strategie di sviluppo, ecc. richiedono una forte interscalarità degli attori interessati e delle istituzioni coinvolte, dai comuni ai circondari, alle province alla regione.

Il percorso ha visto tappe diverse per modalità, temi e per livelli territoriali “di prossimità”: dalla prima assemblea di lancio del percorso del 13 gennaio 2006 [1], a numerosi incontri a livello comunale[2], a workshop rivolti a soggetti sociali di varia composizione[3], ad un grande convegno internazionale[4]; alla formazione di un gruppo di lavoro multidisciplinare che, raccogliendo i risultati dei workshop, degli incontri comunali, delle assemblee regionali della Rete del Nuovo Municipio, ha proceduto alla stesura di un primo documento per la legge[5]; al Town Meeting di Carrara[6] che ha visto la presenza di circa 600 partecipanti e la nomina di 48 delegati di tavolo; al sito internet della Regione e quello della Rete del Nuovo Municipio che hanno costantemente pubblicizzato tutto il processo partecipativo; al seminario interattivo fra assessorato e i rappresentanti di tavolo del Town Meeting per discutere il documento preliminare della giunta[7]. In parallelo al percorso è anche nato un coordinamento fra regioni sul tema della partecipazione nelle attività legislative[8]

la costruzione della legge regionale è stata dunque un banco di prova della possibilità di realizzare percorsi partecipativi interscalari, anche se nei passaggi di scala territoriale tende a d affievolirsi il rapporto diretto con i cittadini e ad affermarsi il rapporto con rappresentanze più o meno istituzionali. L’interscalarità dei processi partecipativi consentirebbe una effettiva modellazione degli organi superiori di governo come espressione delle comunità locali in una strategia di federalismo municipale solidale.

Il percorso è stato anche la ricerca del ruolo che può giocare una legge regionale nell'incentivare, promuovere, diffondere processi e istituti partecipativi a livello locale e garantirne il funzionamento senza ovviamente ledere i principi di autonomia del municipio come luogo primario della partecipazione e tenendo conto della distinzione necessaria fra azioni istituzionali (top down) e azioni che nascono dal sociale (bottom up).

I contenuti

Il testo della Giunta ha recepito in gran parte gli esiti complessi del processo partecipativo, che sintetizzo nei seguenti punti:

- dar corpo e piena attuazione allo Statuto regionale in merito alla partecipazione dei cittadini alle scelte di governo affermando il principio del metodo partecipativo come “forma ordinaria di governo in tutti i settori e in tutti i livelli amministrativi”;

- realizzare nei processi partecipativi la massima inclusività soprattutto dei soggetti più deboli e privi di rappresentanza;

- promuovere forme di autoorganizzazione e di autogoverno della società civile;

Per quanto riguarda la partecipazione su scala locale la legge prevede:

- la promozione e la diffusione dei processi partecipativi locali, incentivando le “buone pratiche” e progetti specifici di attivazione di processi partecipativi promossi da enti locali, cittadini, associazioni;

- la definizione dei principi che garantiscono requisiti essenziali del processo partecipativo: inclusività, trasparenza e pari opportunità di accesso alle informazioni, condivisione preliminare delle regole della discussione e del confronto, definizione dei tempi del dibattito pubblico;

- sostegno delle iniziative autonome della società civile e delle sue forme associative.

Per quanto riguarda le procedure partecipative per le politiche regionali la legge prevede, oltre alla generalizzazione e sistematizzazione delle procedure partecipative già presenti in molti settori:

- l’attivazione di procedure straordinarie di dibattito pubblico regionale su opere di particolare inpatto socioterritoriale;

- la sperimentazione dei processi partecipativi in settori di competenza regionale di particolare importanza quali le grandi scelte in materia di gestione e di governo del territorio, di politica ambientale, sanitaria, sui servizi pubblici locali, ecc.

La messa in campo di una pluralità di soggetti che restituisce diritto di parola a ampi interessi sociali modifica l’orizzonte e i contenuti delle strategie, spostando le forme di governance dal modello toscano storico della concertazione (fra livelli istituzionali) e programmazione negoziale (fra rappresentanze di interessi, con i suoi risvolti consociativi), alla democrazia partecipativa. Questo passaggio è destinato ad influire, ad esempio, sulle strategie di governo del territorio. Se è vero che siamo di fronte ad una crescente divaricazione fra scelte di crescita economica legate ai processi competitivi delle forze economiche sul mercato globale e benessere dei cittadini (come si evince dai conflitti crescenti, anche in Toscana sulle grandi opere), è evidente che l’introduzione nel dibattito pubblico degli interessi sociali allargati relativi ai beni comuni, il territorio l’ambiente e il paesaggio in primis, è destinato a mettere a nudo questa forbice e a modificare l’agenda politica e gli obiettivi strategici rispetto a quelli portati avanti da attori (poteri finanziari, immobiliari, commerciali e industriali, ecc) che vedono gli abitanti come degli intrusi nelle decisioni di uso e governo del territorio.

D’altra parte il fatto che la legge assuma la democrazia partecipativa come forma ordinaria di governo rappresenta un passaggio strategico fondamentale per almeno due ragioni:

a)impone una radicale trasformazione nel funzionamento dell’amministrazione locale oggi abituata ad agire per politiche di settore che rispondono a specifici interessi del settore stesso e non fanno riferimento ad una domanda aggregata espressa attraverso un dibattito pubblico, rispetto alla quale valutare le singole politiche di settore. La attivazione della partecipazione come forma ordinaria di governo dovrebbe avere come prima conseguenza la riorganizzazione intersettoriale del sistema decisionale;

b) favorisce il passaggio dell’azione partecipativa da questioni puntuali, solitamente determinate dagli effetti di scelte generali già compiute sulla qualità della vita degli abitanti, a questioni più generali del futuro di una città, di un territorio, di una regione, delle sue scelte ambientali, produttive, di consumo, ecc; consentendo ad esempio di affrontare in forme nuove il rapporto fra città e mondo rurale (qualità alimentare, energia, acque, paesaggio, reti corte di produzione e consumo, ecc); uscendo dunque da una visione “quartieristica” della partecipazione per affrontare i temi dell’autogoverno della comunità locale.

Infine il principio di sussidiarietà: l’applicazione radicale della Regione Toscana di questo principio ad esempio nella legge 1/2005 sul governo del territorio suscita, soprattutto in molti urbanisti, ma anche in alcune forze politiche e ambienti culturali, forti perplessità. Si verificano cosi spinte per ripristinare organi di controllo sovraordinati, verso un neocentralismo regionale. Le motivazioni ruotano intorno al concetto della debolezza dei comuni a fronte dei poteri forti (interessi della rendita immobiliare in primis) a decidere autonomamente, e alla connivenza oggettiva dei comuni stessi con gli interessi economici e speculativi, determinata dalla debolezza crescente della finanza locale e al ricatto su ICI e oneri di urbanizzazione.

Naturalmente questi problemi esistono, ed è quotidiana la verifica della devastazione patrimoniale che produce sul territorio toscano.

La legge sulla partecipazione può essere tuttavia un forte deterrente per una risoluzione in avanti del problema, senza ritorni al neocentralismo.

Infatti una applicazione integrale e radicale del principio di sussidiarietà, quale quella attivata dalla Regione Toscana, ha senso solo se il Comune è effettivaespressione della comunità e degli obiettivi di interesse collettivo che scaturiscono dalla cittadinanza attiva e non di pochi interessi forti di natura privatistica. Solo con processi partecipativi ampi e strutturati è possibile che il Comune esprima una reale capacità di autogoverno che, nell’attivare politiche che rispondano agli interessi relativi al benessere degli abitanti, consente autentici livelli sussidiali con gli altri livelli di governo del territorio.

La legge 1/2005sul governo del territorio costituisce dunque un banco di prova immediato degli effetti potenziali della legge sulla partecipazione: attivando infatti quanto già delineato nell’articolo 5 della legge (statuto del territorio) sulla democrazia partecipativa, e rafforzato con le modifiche introdotte dalla legge sulla partecipazione, è possibile attivare un percorso che, dalla individuazione condivisa delle risorse essenziali in campo ambientale, territoriale e paesistico, alla definizione delle invarianti strutturali e alle regole statutarie per la loro conservazione e valorizzazione, si sviluppi un dibattito pubblico che porti alla stesura dello statuto del territorio come strumento socialmente condiviso, a carattere “costituzionale”.

Questo percorso (accompagnato da altre forme di organizzazione della finanza locale) consentirebbe maggiore autonomia dell’ente locale e una reale espressione della società locale nel difendere e valorizzare il proprio territorio come risorsa per modelli di sviluppo autosostenibili.

Opportunità e rischi di una normativa sulla partecipazione

L’articolato di legge è l’esito di un complesso processo interattivo: esso non appartiene a qualcuno in particolare, e ciascuno vi ritrova qualche elemento della propria visione del mondo, e anche cose che non si condividono, parzialmente o interamente. Anche per la Rete del Nuovo Municipio è così. Il nostro giudizio finale è che la legge offre opportunità che non esistevano, che essa può attivare politiche e progetti innovativi, incoraggiare e rafforzare le azioni spontanee della popolazione.

Tuttavia il destino di una legge resta alla fine legato alla dialettica politica e sociale, alla capacità degli abitanti di piegare quella legge ai propri bisogni e alle proprie aspettative: l’attuazione della legge potrà avere il carattere sperimentale che dichiara (dopo 4 anni dovrà essere sottoposta a verifica), se i movimenti, i comitati e le organizzazioni sociali di base, sempre più attivi in Toscana, avranno la volontà di “mettere alla prova” la legge, ad esempio chiedendo di aprire procedimenti di dibattito pubblico sui temi più scottanti della grandi opere, verificando l’effettiva apertura di processi partecipativi nei piani strutturali, controllando gli esiti dei processi e proponendo, al termine della sperimentazione, le modifiche e i miglioramenti necessari.

(21 dicembre 2007)

[1] L' assemblea ha visto la partecipazione di circa trecento persone (amministratori e funzionari pubblici, associazioni e altre realtà del terzo settore, università, cittadini, etc.). Dall'assemblea del 13 gennaio a Firenze sono emersi molti elementi di riflessione interessanti rispetto al percorso di costruzione della legge, che hanno permesso di costruire un quadro delle potenzialità e problematicità che occorre affrontare quando si parla di partecipazione, a partire dalle riflessioni sull'idea di fare una legge regionale e sulla situazione in cui ci si trova ad operare, dal racconto di alcune esperienze di partecipazione in atto sul territorio toscano e dalle prime dichiarazioni di disponibilità a collaborare al processo di costruzione della legge.

[2] Il lavoro di discussione e di ascolto per la costruzione della legge è continuato nei mesi successivi con l'organizzazione di assemblee locali (Piombino, Marina di Bibbona, Montespertoli, Prato, Livorno, Pistoia, Rosignano, Grosseto, Pisa, Viareggio, Lucca) e con un'attività di inchiesta consistente in interviste ad attori privilegiati e schede descrittive delle esperienze di partecipazione in Toscana.

[3]I primi workshop territoriali (settembre 2006), che si sono tenuti nell'area metropolitana di Firenze-Prato-Pistoia e Circondario Empolese-Valdelsa e nell'area costiera livornese-maremmana (Follonica), avevano l'obiettivo di fornire indicazioni utili alla costruzione della guida alla discussione del Town Meeting, mentre il terzo workshop, che è svolto ad Arezzo (ottobre 2006), ha avuto lo scopo di approfondire la riflessione sui temi chiave emersi finora dal percorso partecipato di costruzione della legge. Per facilitare la discussione nei workshop, i contenuti emersi nel corso degli incontri sono stati sintetizzati in quattro tematiche principali: cultura della partecipazione;partecipazione e potere politico; partecipazione e macchina amministrativa; partecipazione, inclusione, autopromozione sociale.

[4]Il 19 maggio 2006 la Regione Toscana, con la collaborazione del prof. Luigi Bobbio, ha organizzato il Convegno Internazionale "Le vie della partecipazione" con l'obiettivo di mettere a confronto esperienze e metodi di partecipazione di vari paesi del mondo.

[5] il testo “Contributo alla stesura di una legge regionale sulla partecipazione”, novembre 2006, si trova sul sito della Rete wwww.nuovomunicipio.org

[6]Il Town Meeting si è svolto il 18 novembre 2006 in occasione della fiera annuale delle pubbliche amministrazioni (Dire&Fare, Marina di Carrara, 15-18 novembre 2006).. L’electronic TM, organizzato dalla Regione Toscana e da “Avventura Urbana” di Torino è stato sperimentato per la prima volta in Italia a Torino con più di mille persone. E’ uno strumento di democrazia deliberativa con voto elettronico, articolato in tavoli di discussione, e un tavolo di regia che in tempo reale sintetizza le opzioni dei diversi tavoli e le mette in votazione. Ha riunito cittadini estratti a sorte, amministratori pubblici locali, persone attive nei comitati, nelle associazioni e nel volontariato.

A conclusione dei lavori sono stati eletti dei rappresentanti di tavolo (48) con il mandato di continuare a seguire il percorso di costruzione dell’elaborato di legge.

[7]Nelseminario dell’8 febbraio 2007 a Firenze la bozza del documento preliminare preparata dall’Assessorato di Fragai è stata discussa e integrata dai delegati eletti al TM e dai componenti del gruppo di lavoro della Rete del Nuovo Municipio.

[8]L'iniziativa, in continuità con l'idea nata in occasione della terza assemblea nazionale, promossa dalla Rete del Nuovo Municipio, degli enti locali/territoriali che sperimentano pratiche partecipative, Bari, 5 Novembre 2005), segna l'inizio di un lavoro comune tra le regioni impegnate in processi partecipativi nei rispettivi territori. Al primo incontro fiorentino (14 febbraio 2006) hanno partecipato rappresentanti delle regioni Abruzzo, Lazio, Puglia, Toscana e della Rete del Nuovo Municipio.Alla seconda riunione (18 maggio 2006) si sono aggiunte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Umbria, Veneto e un rappresentante del Dipartimento Funzione Pubblica del Governo.

E' di casa in Toscana il modello partecipativo

da il manifesto del 22 dicembre 2007

La costruzione della legge sulla partecipazione della regione Toscana approvata il 20 dicembre 2007 esemplifica una pratica di buongoverno fondata sul rapporto costante fra il metodo partecipativo attivato e la formulazione progressiva dei suoi contenuti.

Il metodo

Il percorso, avviato dalla regione con la Rete del Nuovo Municipio, ha visto molte tappe: dalla prima assemblea del gennaio 2006, a numerose assemblee promosse dai comuni, a workshop rivolti a soggetti sociali articolati, a un convegno internazionale di confronto di esperienze; a un primo documento programmatico rappresentativo dei processi partecipativi; ai siti internet della regione e della Rete; al Town Meeting di Carrara di circa 600 partecipanti con 48 delegati di tavolo; al seminario fra l'assessorato e i delegati di tavolo. In parallelo al percorso è anche nato un coordinamento fra sette regioni sulla partecipazione nelle attività legislative.

La costruzione della legge è stata dunque un banco di prova della possibilità di realizzare percorsi partecipativi interscalari incentivando, promuovendo, diffondendo processi e istituti partecipativi dal livello municipale a quello regionale. Questa interscalarità apre la prospettiva politica che gli organi superiori di governo diventino espressione delle comunità locali in una strategia di federalismo municipale solidale e di applicazione integrale del principio di sussidiarietà facendo interagire azioni istituzionali (top down) e azioni che nascono dal sociale (bottom up).

I contenuti

Il testo della legge ha recepito in gran parte gli obiettivi emersi dal processo partecipativo:

- attivare la democrazia partecipativa come «forma ordinaria di governo in tutti i settori e in tutti i livelli amministrativi»;

- realizzare nei processi partecipativi la massima inclusività dei soggetti più deboli;

- promuovere forme di autorganizzazione e di autogoverno della società civile;

- attivare procedure straordinarie di dibattito pubblico regionale su opere di particolare impatto socioterritoriale;

- sperimentare i processi partecipativi in settori di particolare importanza quali le grandi scelte in materia di gestione e di governo del territorio, di politica ambientale, sanitaria, sui servizi pubblici locali, ecc.

La messa in campo di una pluralità di soggetti che restituisce diritto di parola a ampi interessi sociali modifica l'orizzonte e i contenuti delle strategie, affiancando la democrazia partecipativa alle forme di governance del modello toscano della programmazione negoziale, con i suoi risvolti consociativi. Questo passaggio è destinato a influire, ad esempio, sulle strategie di governo del territorio: l'introduzione nel dibattito pubblico degli interessi sociali relativi ai beni comuni, in primis il territorio, l'ambiente e il paesaggio, è destinata a modificare l'agenda politica rispetto agli interessi di attori (poteri finanziari, immobiliari, commerciali e industriali, ecc) che considerano gli abitanti come degli intrusi nelle decisioni di uso e governo del territorio; e ad attivare un percorso che, porti alla stesura socialmente condivisa dello statuto del territorio come atto «costituzionale» di una comunità locale.

La legge sulla partecipazione può costituire inoltre un forte deterrente per una risoluzione in avanti del problema della sussidiarietà, senza ritorni al neocentralismo regionale.

Infatti un'applicazione integrale e radicale del principio di sussidiarietà, quale quella attivata dalla regione Toscana, ha senso solo se il comune è effettiva espressione della comunità e degli obiettivi di interesse collettivo che scaturiscono dalla cittadinanza attiva. Solo con processi partecipativi ampi e strutturati è possibile che il comune esprima una reale capacità di autogoverno del proprio territorio come risorsa per modelli di sviluppo autosostenibili, a garanzia di autentici livelli sussidiari con gli altri livelli di governo del territorio.

L'attuazione della legge avrà il carattere sperimentale che dichiara (quattro anni di sperimentazione) se le espressioni della cittadinanza attiva, in forte crescita in Toscana, avranno la volontà di «metterla alla prova», ad esempio chiedendo di aprire procedimenti di dibattito pubblico sui temi più scottanti della grandi opere, verificando l'effettiva apertura di processi partecipativi nei piani strutturali, controllando gli esiti dei processi e proponendo, al termine della sperimentazione, modifiche migliorative o l'abrogazione della legge.

Non so se conoscete la Baia di Sistiana, ad un passo da Trieste. Se non l’avete ancora ammirata nella sua miracolosa integra bellezza, andateci: c’è un progetto di «valorizzazione» della Regione che incombe su di essa. Per contro, in Sardegna, altra Regione autonoma, il governatore Soru, dopo il decreto salva coste, ha varato i piani paesaggistici, il Tar gli ha dato quasi integralmente ragione, ma il centrodestra (e non solo) lo attacca a testa bassa e si sta attrezzando per un bel referendum popolare che bocci a furor di cemento quei piani illuminati. Si va facendo sempre più strada l’idea populistica che il paesaggio non appartiene all’intera Nazione (articolo 9 della Costituzione), ma delle popolazioni locali. E che lo Stato, le Soprintendenze sono dei meri consulenti tecnici.

Non c’è pace per il paesaggio italiano che pure - assieme alle città d’arte ricomprese in esso in un unico palinsesto - rappresenta la superstite risorsa primaria per il nostro turismo di qualità (le spiagge ce le siamo ampiamente giocate, Sardegna parzialmente esclusa, e le montagne ce le stiamo giocando). L’ultima legge finanziaria garantisce, purtroppo, la continuazione dell’invasione edilizia in atto da alcuni anni permettendo ai Comuni di finanziare ancora la spesa corrente con gli oneri di urbanizzazione. L’articolo 24 comma 5 del disegno di legge - come ha ben spiegato Il Sole 24 Ore di martedì 11 dicembre - «torna all’impostazione prevista lo scorso anno (il 50 % degli introiti può finanziare la spesa corrente dei Comuni e un ulteriore 25% può essere destinato alla manutenzione ordinaria del patrimonio comunale)». Anzi, questo regime, lasciatemelo dire, sciagurato viene consentito per tutto il prossimo triennio, cioè fino al 2010.

Quindi, per tre anni ancora non c’è speranza di salvezza per il già intaccato paesaggio italiano. A questo punto la commissione Settis per la revisione del Codice per il paesaggio servirà a poco quando avrà concluso (ma quando?) i lavori. E non a molto serviranno i piani paesaggistici regionali previsti per il maggio 2008 (sempre che essi non si limitino a dare buoni consigli). È vero che, grazie all’iniziativa del verde Angelo Bonelli raccolta da Rutelli, entrerà in finanziaria un fondo triennale di 15 milioni l’anno per abbattere gli ecomostri in siti come Monticchiello e, in genere, per mitigare l’impatto paesaggistico dell’edilizia più invasiva. Ma non era meglio prevenire riducendo la quota degli oneri di urbanizzazione spendibili in forma corrente anziché metterci poi una toppa, un rammendo, una mascheratura? La risposta mi pare ovvia.

Quanto ricaveranno i Comuni da quella norma? Secondo il quotidiano economico della Confindustria, «con questo intervento le spese correnti trovano un finanziamento aggiuntivo per circa 800 milioni di euro». Ciò significa che, per non trasferire ai Comuni questa cifra (o una parte di essa) per la spesa corrente, il governo, lo Stato autorizzano gli Enti locali a continuare a «fare cassa» con l’edilizia e quindi con l’ulteriore avanzata della Bruttezza nel nostro paesaggio.

Saggiamente, nel 1977, la legge n.10 firmata dall’allora ministro dei Lavori Pubblici, il repubblicano Pietro Bucalossi, stabilì che i Comuni potessero utilizzare gli introiti provenienti dall’edilizia soltanto per spese di investimento. Malauguratamente la legge finanziaria del 2001 (secondo governo Berlusconi, notate bene) travolse l’articolo 12 della Bucalossi permettendo che i Comuni potessero con quegli introiti turare invece le falle del bilancio ordinario. Prende avvio da lì il meccanismo infernale, inarrestabile, che ha concorso a devastare l’Italia più bella e integra. Tanto più laddove, come in Toscana, i Comuni sono stati sub-delegati dalla Regione alla tutela del paesaggio, preferendole, come si vede anche a occhio nudo, l’edilizia.

Gli appelli contro lo scempio del Belpaese arrivano, quotidianamente, da tutta Italia. A Casole d’Elsa (Siena) è emerso uno dei casi più gravi e imbarazzanti. Qui, difatti, la magistratura è giù intervenuta a bloccare il cantiere di una lottizzazione orrenda e sospetta. Ma si è venuto a sapere che il Piano comunale d’Intervento adottato il 30 novembre 2001 «continua ad essere approvato per stralci sino al 27 maggio 2007», ben diciassette stralci, pubblicati sul B.U.R.T della Regione. Come spiega una lettera della locale sezione di Italia Nostra, che non ha avuto concrete risposte ufficiali ai propri interrogativi sulle numerose concessioni e costruzioni in essere nel cuore della splendida Val d’Elsa.

Anche dall’Umbria vengono acuti segnali di allarme. Lanciati nell’ancora recente convegno promosso a Trevi dall’etruscologo Mario Torelli a difesa di quel colle decorato, da secoli, di splendidi e produttivi uliveti. Nell’alto Lazio, nella Tuscia, a Sutri per esempio, si avverte forte la pressione speculativa di Roma, praticamente inarrestabile. A Bologna è in pericolo, qui per una lottizzazione avallata dal Tar e dal Consiglio di Stato, l’integrità della collina coraggiosamente vincolata (ben 2.500 ettari) ai tempi di Dozza e Fanti. Sull’Adriatico, dal litorale inesorabilmente cementificato, dove le dune sono quasi tutte sparite, costruzioni di ogni genere stanno ormai risalendo le vallate. Per esempio nelle Marche seminando, nel massimo disordine, capannoni, ville e villette in un paesaggio che ancora pochi anni fa si presentava integro. A Colli del Tronto (Ascoli Piceno) si è tenuto pochi giorni fa un affollato, appassionato convegno organizzato da Sd, con la presenza di numerosi comitati, e aperto dall’intenso saluto del pittore Tullio Pericoli che qui è nato e che qui è tornato, d’estate, a lavorare, a dipingere paesaggi.

«Non rubateci il nostro futuro. Aiutateci a salvare ciò che di bello è ancora salvabile», è intitolato l’appello lanciato, anche da personalità fuori dalla politica come l’ex procuratore della Cassazione, Galli Zucconi Fonseca, a Regione, Province e Comuni marchigiani. I cui recenti piani regolatori prevedono invece «forti espansioni residenziali e produttive» (nonostante la crescita lentissima della popolazione), con «un danno gravissimo e irreversibile alla bellezza» delle Marche, flagellate da alluvioni disastrose alla prima pioggia prolungata e battente. Situazione denunciata dal presidente della Provincia ascolana, Massimo Rossi e dal docente universitario Piergiorgio Bellagamba autore di un lucido volume sul paesaggio violentato, con foto che parlano da sole.

Giorni fa mi è capitato in un dibattito televisivo di sentire affermare, spontaneamente, dal rappresentante del Collegio Nazionale dei Geometri, Pavoncelli, che anche questo organismo «è allarmato da un eccessivo consumo di suolo» (e quindi di paesaggio), troppo intenso per il nostro delicato Paese, il più intenso d’Europa. Le associazioni agricole, in specie la Coldiretti, denunciano la sottrazione ormai insostenibile dei terreni migliori a favore del cemento e dell’asfalto. Al convegno di Colli del Tronto il giovane assessore provinciale di Biella, Davide Bazzini, è venuto a dare una sofferta testimonianza: «La stoffa migliore del mondo viene prodotta in un territorio che fa schifo». È un ragionamento analogo a quello che fanno i produttori toscani dei grandi vini: capiscono di venderli meglio all’estero se il loro mirabile paesaggio rimane bello, se non imbruttisce. Come purtroppo sta accadendo.

Date queste premesse, cosa ci aspettavamo dal governo Prodi? Almeno una prima riduzione, in legge finanziaria, della percentuale di proventi edilizi utilizzabile per spese correnti. Non la conferma della quota di un anno fa e, soprattutto, non la proiezione di quell’incentivo a cementificare sino al 2010. Su questi temi strategici si misura tuttora, eccome, la differenza concreta fra destra e sinistra.

Sullìargomento si veda anche l'eddytoriale n. 109

Il mestiere dell’ambientalista comporta errori, come ogni mestiere. Il fatto è che ambientalisti si dovrebbe essere per il solo fatto che siamo al mondo e non per professione perché la professione, alle volte, riduce tutto ad un’abitudine.

E così accade che Greenpeace, che ha salvato balene innocenti, ha subìto l’affondamento di sue navi, arresti e soprusi, ha salvato con coraggio luoghi dall’orrore delle radiazioni nucleari, accade, dicevamo, che anche Greenpeace prenda un granchio nonostante il blasone e trenta anni di dedizione alla causa.

Gli avventurosi volontari della libera associazione, sbarcati in città, sostengono che, siccome la Sardegna ha la fortuna di essere battuta incessantemente dal vento, allora con un po’ di centrali eoliche e con l’utilizzazione del solo 3% del territorio dell’Isola noi potremmo soddisfare il 50% del nostro fabbisogno energetico, che significherebbe ottenere dalle pale eoliche più di sette milioni di chilowattore l’anno. Nientemeno.

Beh, ci trattano come le balene da salvare.

Ma anche le balene meno avvedute sanno che si può ricavare dall’energia eolica una piccola percentuale di energia rispetto a quanta ne consumiamo e che non potremmo mai ottenere sette milioni di chilowattore neppure se trasformassimo l’intera Isola in un immenso ventilatore. E sanno che la monocultura del vento, da sola, risolve poco. Insomma, ci hanno rifilato una panzana, una frottola.

Nessuno può ragionevolmente essere contro l’eolico, il fotovoltaico e tutte le altre fonti di energia pulita. Però servono norme, un piano, e ce li siamo dati. Non servono pale eoliche che sfigurano il Limbàra e i luoghi più belli dell’Isola, né un fotovoltaico infestante privo di regole. Così, senza dimenticare i meriti e le medaglie di Greenpeace, si possono suggerire agli scalatori animosi altri palazzi e altri obiettivi. Ricordiamo al responsabile del blitz e del goliardico striscione di Greenpeace come si sia formata da queste parti (anche grazie alle loro azioni) un’opinione pubblica che ha espresso un pensiero compiuto sul paesaggio, sui problemi dell’energia, sul consumo dei suoli, sul turismo distruttivo che infetta l’isola per tre mesi l’anno, sul problema dello smaltimento dei rifiuti e quello delle emissioni. Quanto al problema del carbone, anche le balene sanno che dalla combustione del carbone si ottiene, appunto, anidride carbonica, ne discutono e hanno capito che un obiettivo assennato è quello di abbandonare, quando si potrà, una fonte di energia “sporca” con i minori traumi sociali possibili. Greenpeace ha dato un contributo alla discussione sul carbone (il “carbone pulito” è un’utopia) ma ha generato una dannosa confusione e diffuso informazioni sgangherate sull’eolico e sul piano per l’energia isolani proprio mentre un’intera comunità ne discute e si da regole. Esiste solo nella fantasia del suo portavoce un lotta tra carbone ed energia pulita. E’ un modo malizioso e fasullo di presentare la realtà.

Ci auguriamo che Greenpeace continui la sua muscolosa attività e che non faccia mai dell’ambientalismo un mestiere. Siamo certi che qualche sacco di carbone recapitato in segno di rimprovero, come accade per l’epifania, non faccia male a nessuno. Anzi, moltiplica le riflessioni e, quindi, è benefico. Però, anche di questo siamo certi, la Befana si informa con cura sui nostri peccati, prima di consegnarci il temuto carbone.

Riprende la collaborazione di Giorgio Todde a La nuova Sardegna e a eddyburg. Qui trovate una informazione sull'evento cui il corsivo di Todde si riferisce, che è stato ampiamente raccoontato dai giornali sardi ma nn dalla stampa nazionale

Sembrano lontani i tempi in cui Aldo Natoli e Carlo Melograni tuonavano, dai banchi del Campidoglio, contro la febbrile speculazione edilizia che ha distorto lo sviluppo urbanistico di Roma nella seconda metà del Novecento. Dopo cinquant'anni, quelli che allora erano definiti (con snobismo) «palazzinari» sono diventati imprenditori modello della città, promotori di occupazione e testimoni di modernità. Perfino di stile.

Lo scaltro Scarpellini, per primo, ha chiamato il celebre Manuel Salgado per progettare il «suo» quartiere della Romanina ed ora i costruttori mettono in fila le archistar internazionali per riempire di funzioni lo spazio che presto sarà lasciato libero, sulla via Cristoforo Colombo, dai capannoni dell'ex Fiera di Roma. Gehry, Foster, Nouvel, Fuksas, De Portzamparc, perfino Eisenman: architetti purosangue in gara per far vincere ai rispettivi committenti un mega-appaltone di 800 milioni che ricorda quell'altro di 600 per la manutenzione delle strade.

Ma non bisogna farsi accecare dalle stelle dell'architettura, che più che artisti ispirati dal nuovo paesaggio socio-culturale romano sono freddi fabbricatori appassionati al proprio business. È l'odore dell' arrosto ad averli richiamati sulla Colombo, sono le fantasmagoriche parcelle promesse dai costruttori, che a loro volta puntano su colossali guadagni, a muovere le inclite matite.

Il ricorso al talento delle archistar garantisce che la montagna di metri cubi che sorgerà sulla Colombo sarà di ottima qualità architettonica, chiunque possa essere il vincitore della corsa all'ex Fiera. È un enorme passo avanti rispetto a quando i costruttori pretendevano di fare business senza neppure tener conto dell'estetica, risparmiando in più sull'onorario dei progettisti. Ma si tratta di una autentica svolta culturale e professionale, di un costoso adeguarsi alle necessità del mercato immobiliare, o addirittura del sintomo di una nevrosi? Per essere chiari: di quel freudiano contrappasso che induce l'uomo a rimuovere le male intenzioni con ripetute dichiarazioni di buoni sentimenti? Il nuovo «mattone col pennacchio» è probabilmente un po' di tutto questo.

MILANO - Meno televisioni e più mattone. Meno blitz in Borsa (salvo per casi “sensibili” come quello di Mediobanca) e più investimenti senza troppi rischi. Dopo aver rimescolato le carte della politica italiana creando dal nulla il “Popolo della Libertà”, Silvio Berlusconi prepara un lifting radicale anche per la sua Fininvest.

Il primo segnale è arrivato dalle casseforti cui fa capo il controllo del Biscione che con una raffica di assemblee straordinarie nelle ultime settimane hanno rivisto lo statuto in modo da allargare il loro business al settore immobiliare. Il secondo tassello di questa svolta strategica potrebbe essere piazzato in tempi molto brevi: la holding di via Paleocapa, secondo indiscrezioni attendibili, sarebbe a un passo dall’acquisto da Pirelli Re di Villa Somaglia – detta il “Gernetto” – a Lesmo (due passi da Arcore), un edificio settecentesco decorato dal Canova e circondato da un parco secolare di 35 ettari. Il prezzo sarà di circa 35 milioni – nemmeno troppo, meno di quanto costi Ronaldinho – e la tenuta brianzola dovrebbe finire sotto il cappello della Fininvest sviluppi immobiliari, società nata sulle ceneri di Cinema 5 e destinata ad assumere un ruolo sempre più rilevante nell’impero del Cavaliere.

Il ritorno al mattone dell’ex-premier non è un semplice Amarcord degli anni ruggenti di Milano 2 e dell’Edilnord. La decisione sarebbe frutto di un’approfondita revisione strategica della cassaforte di famiglia, avviata nei mesi scorsi dopo l’ingresso nel capitale – accanto a Marina e Piersilvio – dei tre figli di Veronica Lario. Obiettivo: gestire il patrimonio di Arcore per il futuro in un modo più conservativo, evitando – com’è successo quest’anno – di vedere andare in fumo 1,5 miliardi dei beni di casa per il tracollo dei titoli Mediaset, Mediolanum e Mondadori a Piazza Affari.

Villa Gernetto è la prima pietra di questa svolta decisa assieme agli storici consulenti finanziari di famiglia. Il futuro del Biscione – per risparmiare le coronarie e il portafoglio dei soci non impegnati nella gestione operativa – si dovrebbe concentrare su investimenti lontani dai capricci di politica e Borsa, soprattutto all’estero e nel settore immobiliare. Non più nel campo della costruzioni come in passato, ma comprando «edifici di prestigio da mettere a rendita» come recitano gli obiettivi della Fininvest Servizi immobiliari che ha debuttato qualche mese fa rilevando il palazzo di Via Negri a Milano, sede de “Il Giornale Nuovo”, per puntellare i conti traballanti del fratello dell’ex premier.

La tenuta di Lesmo è stata utilizzata fino ad oggi come centro formazione Unicredit ed è da tempo nel mirino del Cavaliere. Le prime avance sono state fatte proprio ad Alessandro Profumo qualche anno fa, quando la villa era parte integrante del patrimonio di Piazza Cordusio. Ma il numero uno della banca aveva respinto le proposte di Berlusconi. Poi tutti gli immobili dell’istituto milanese sono passati alla Pirelli Re e l’ex premier – visti i buoni rapporti con la Bicocca cui ha già girato Edilnord – è tornato all’assalto. Questa volta, pare, con successo.

Per la Fininvest non sarà troppo difficile «mettere a rendita» il nuovo gioiello brianzolo: a pagarle l’affitto, salvo sorprese dell’ultima ora, sarà l’erigenda “Università del pensiero liberale”, vecchio pallino accademico di Berlusconi che vorrebbe portare in cattedra sulle rive del Lambro, nelle “Frattocchie” del centro-destra, docenti del calibro di Tony Blair, Josè Maria Aznar, Vladimir Putin e Bill Clinton. Le ville di famiglia (Macherio, Arcore e Certosa) sembrano invece destinate – almeno per ora – a rimanere fuori dalla Fininvest, sotto il cappello di quella Dolcedrago controllata direttamente dall’ex-premier (99%) e da Marina e Piersilvio (0,5% a testa).

Il carburante della nuova vita del Biscione sarà il “tesoretto” di via Paleocapa, la ricca liquidità – un miliardo di euro circa – raccolta con il collocamento del 14% di Mediaset tre anni fa e parcheggiata finora in investimenti a breve termine. Una forza di fuoco che potrebbe facilmente raddoppiare visto che via Paleocapa può sopportare senza alcuna difficoltà fino a un miliardo di debiti.

Qualche decina di milioni, a dire il vero, se n’è già andata nel raddoppio al 2% della quota in Mediobanca, partecipazione strategica che garantisce a Berlusconi una poltrona nel salotto in cui si decidono i destini di alcuni degli snodi cruciali della finanza italiana come Generali, Telecom ed Rcs. Il resto – salvo occasioni irripetibili – verrà utilizzato per consolidare con investimenti “sicuri” e meno volatili di Piazza Affari il patrimonio (11 miliardi di dollari secondo Forbes) di Arcore. A garanzia degli interessi di tutta la famiglia.

La giustizia sociale si realizza con il trasporto pubblico. Si può aggiungere che si realizza anche con il trasporto pubblico. Ma la nettezza con la quale Richard Burdett esprime il suo convincimento supera le sfumature. Architetto, consulente del sindaco di Londra Ken Livingstone (che per il suo radicalismo chiamano Ken "il rosso"), Burdett studia da tempo quanto la struttura fisica di una città produca benessere sociale o, al contrario, esclusione. Da Berlino a Johannesburg. Da Città del Messico alla sua Londra. Sua fino a un certo punto, perché Burdett ha vissuto per vent’anni a Roma, sulla via Cassia (il padre era il corrispondente della Cbs), e ora si muove con agio su una scala che comprende Parigi, Bogotà, Kinshasa e Mumbai. La città occidentale ancora sufficientemente definita nella sua forma e le sterminate conurbazioni africane o asiatiche. In questi giorni Burdett, che insegna alla London School of Economics, è a Roma per un convegno (vedi il box in questa stessa pagina), dove propone i dati che continuamente acquisisce, come direttore del progetto Urban Age, su che cosa stanno diventando le città nel mondo.

Cominciamo da Londra.

«Londra sta crescendo, a differenza delle altre grandi città europee: 750 mila persone arriveranno entro il 2015».

Perché dice "arriveranno"?

«Perché la gran parte dei nuovi londinesi verranno da fuori, in particolare dall’Europa dell’est. Si prevedono almeno 400 mila nuovi posti di lavoro. D’altronde Londra ha superato Tokyo e New York per il giro degli affari che si realizzano e per gli investimenti soprattutto di russi e arabi».

E la città come si prepara ad accogliere i nuovi venuti?

«Livingstone ha deciso che tutto lo sviluppo edilizio si svolga all’interno degli attuali confini della città - la cosiddetta Green Belt - senza consumare un centimetro quadrato del verde che la circonda. Si edificherà solo sui terreni abbandonati - ex aree industriali, vecchi scali ferroviari, depositi di gas o elettrici. E solo dove già esiste un sistema di trasporto pubblico. Londra ricostruisce se stessa».

È un fenomeno urbanistico e sociale insieme.

«Nascono quartieri che dovrebbero sfruttare la vera forza della città, la forza della reciprocità, come la chiama il sociologo Richard Sennett, quella che sconfigge "l’estraniamento e il rancore". La città è nata mescolando funzioni diverse - la casa, il lavoro, la cultura, il divertimento. Ogni quartiere deve riprodurre questi intrecci. Tenga poi conto che almeno metà di tutti i nuovi insediamenti deve essere accessibile alle fasce economicamente più deboli, da chi ha pochissimi mezzi fino a chi sta già un po’ meglio, ma certo non può permettersi i prezzi del libero mercato. I quartieri evitano di diventare ghetti se ospitano persone di ceti diversi».

Apro una parentesi. Fra la città che cresce disperdendosi sul territorio e la città compatta, che invece tiene ben presenti i suoi confini, lei predilige questo secondo modello?

«Non c’è dubbio. La prima è la città dell’auto privata. Occorre ricordare che le grandi città del mondo contribuiscono per il 75 per cento alle emissioni di anidride carbonica?».

Forse sì.

«E allora facciamolo. Ma la città compatta non ha solo minori effetti sul riscaldamento globale. È molto meno costosa, perché i trasporti pubblici e tanti altri servizi non sono costretti a rincorrere i brandelli di quartieri sparsi nel territorio».

Torniamo a Londra. Si vedono già gli effetti di quella che gli urbanisti chiamano la ridensificazione?

«L’uso delle macchine è diminuito del 20 per cento dal 2001. E nello stesso periodo è raddoppiato quello dei mezzi pubblici su strada. Il 99,8 per cento di chi lavora nella City - gente ricca, forse straricca - usa o la metropolitana o l’autobus. I parcheggi sono stati banditi dal centro...».

... e invece parcheggi si progettano e si costruiscono nei centri storici di Milano e di Roma...

«A Londra si prevedono parcheggi in centro solo per i disabili. Ma accade lo stesso a Tokyo, dove quasi l’80 per cento degli abitanti usa stabilmente la metropolitana. I soldi che l’amministrazione londinese incassa dal biglietto d’ingresso delle auto nel centro - fra i 2 e i 300 milioni di euro l’anno - sono destinati a migliorare il trasporto pubblico e tutti i servizi che si realizzano nei nuovi quartieri - ospedali, biblioteche, scuole».

La tendenza che prevale nel mondo, però, è lo sprawl urbano, la città diffusa. Sia nel mondo occidentale, tanto più in Africa o in Sudamerica dove l’urbanesimo è quello degli slums, delle baraccopoli.

«Città del Messico esemplifica al meglio la tensione tra ordine spaziale e ordine sociale. La sua sterminata espansione, con il 60 per cento dei 20 milioni di abitanti che vivono in baracche e case abusive, rivela disparità economiche enormi, ma che sono rese più acute dal dominio delle auto in una città in cui la benzina costa meno dell’acqua minerale».

E come si fronteggia questo fenomeno?

«Purtroppo si continua a investire in autostrade a due livelli anziché nel trasporto pubblico. Queste scelte stanno deteriorando ulteriormente la città, aumentando i tempi di tutti gli spostamenti e spingendo i poveri ai margini più remoti di una metropoli che sembra non avere limiti».

E i più ricchi?

«Cercano protezione nelle comunità blindate e protette da grate o nei nuovi ghetti verticali di Santa Fè, grattacieli scintillanti che dominano la città di casupole. Non è difficile capire che solo aumentando la popolazione che vive nei quartieri centrali si può ovviare alle gravi carenze strutturali - trasporti pubblici insufficienti, l’acqua potabile che scarseggia, terreno franoso e mancanza di spazi aperti. Ma l’assenza di qualunque controllo sull’edificazione fuori dei confini legali della città vanifica ogni tentativo di pianificazione».

I centri storici si svuotano di residenti anche in Italia.

«È grave che ciò accada. Gli effetti negativi si propagano in tutta la città. Un caso estremo, però, è quello di Johannesburg, dove il quartiere di Hillbrow, che era la sede delle principali istituzioni finanziarie fino al 1994, nello spazio di pochi anni è diventato una zona inaccessibile, sia ai neri che ai bianchi. Il paesaggio è inquietante, di sera si vedono solo le luci tremolanti di cucine improvvisate: indicano la presenza di una nuova sottoclasse urbana priva di diritti. Gli edifici, anche quelli di recente costruzione, restano vuoti o vengono chiusi con assi di legno. Questa regione diventerà una delle più popolose dell’Africa, malgrado gli effetti dell’Aids e una speranza media di vita di 52 anni. Ma se lo spazio e i trasporti pubblici non riescono a sviluppare il loro potenziale democratico, diventando luogo di integrazione e di tolleranza, si creerà un sistema che celebra la diversità e non l’inclusione».

Lei sovrintende alle trasformazioni di Londra in vista delle Olimpiadi del 2012. Cosa state progettando?

«Abbiamo scelto una delle zone industriali dismesse della città, Lower Lea Valley, dove non si investiva da sessant’anni, con pochissimi abitanti, ma con una buona rete di trasporti. Lì costruiremo impianti sportivi che per il 90 per cento smonteremo dopo le gare».

E cosa fate? Una specie di città temporanea?

«In parte sì. Ma intanto allestiremo servizi e infrastrutture che serviranno quando le Olimpiadi saranno finite. Il cuore dell’area sarà una grande stazione ferroviaria. Londra deve continuare a vivere dopo il 2012».

L'associazione Rete nuovo municipio, Arnm, è attiva sulle tematiche della democrazia partecipativa e delle nuove forme di cittadinanza. L'Arnm è riunita per tre giorni a Roma, con un fitto programma di incontri e gruppi di lavoro. Ieri pomeriggio erano previsti in contemporanea attività sette gruppi: a) curare il territorio: beni comuni, energia, rifiuti; b) governare il territorio: altra economia, distretti di economia solidale, decrescita; c) vivere il territorio: alloggio, mobilità, urbanistica, servizi; d) smilitarizzare il territorio: pace, basi militari, sicurezza, legalità; e) aprire il territorio: inclusione e differenza; e inoltre un forum sull'acqua e un altro, il settimo, internazionale delle città, per la partecipazione e l'inclusione sociale. La mattina è stata invece utilizzata in un confronto su norme e pratiche di partecipazione a scala regionale. Un titolo arido per un tema di grande portata: la partecipazione dal basso alla politica.

Innanzi tutto, si è chiesto Gigi Sullo, direttore di Carta, che coordinava il dibattito, una Regione è uno stato più piccolo che ripartisce le sue disponibilità tra gli enti locali al suo interno, oppure è meglio considerare i rapporti dal basso verso l'alto, con la Regione intesa come un consorzio di comuni di cui si fa interprete o come l'entità che raccoglie e comunque fa proprie le decisioni e le scelte dei cittadini e delle loro associazioni? Sussidiarietà? Federalismo? O che altro?

Il primo che risponde a Sullo è l'assessore della giunta toscana Agostino Fragai. Questi inizia distinguendo partecipazione e concertazione. La Regione è molto aperta alla concertazione e invita al tavolo istituzionale 18 categorie per concertare insieme. Ma la partecipazione è un'altra cosa: una forma di democrazia dal basso di qualità diversa, che sollecita il ruolo dei cittadini soprattutto sui beni comuni. Si tratta di sollecitarli, aiutarli nella loro azione partecipativa. La Regione ha cercato i modelli da applicare in giro per il mondo; ha sentito tutti e sta scolpendo una legge, poco alla volta («ormai è pronta al 90%»; e la proposta finale potrebbe arrivare in Consiglio il 5 dicembre. Lo stanziamento è già deliberato. Si tratta di un milione annuo per tre anni. E' prevista anche un'autorità indipendente, e la scelta è stata quella di una sola persona, nominata sulla base di un concorso «internazionale»; inoltre, come prova massima di democrazia partecipativa, la legge scade dopo 5 anni, nel senso che alla fine del quarto deve esssere confermata, se si vuole mantenerla in vita. E se non ha funzionato bene, la si butta senza difficoltà.

A Luigi Nieri, assessore nel Lazio, viene chiesto di parlare della Bufalotta, possibile o probabile espansione di Roma, dentro e più ancora fuori dai piani regolatori. Nieri assicura che i «palazzinari», caratteristica e vergogna (o vanto?) della capitale, questa volta non passeranno. Il piano regolatore non sarà modificato, nessuno aggiungerà varianti. Spiega però la debolezza dei comitati di cittadini nei confronti dei poteri forti e fa il caso del debito di dieci miliardi che la Regione ha trovato nei conti lasciati dall'amministrazione precedente. Parla dei padroni di cliniche e di palazzi che sono poi i creditori della Regione per vari miliardi di euro, approfittando di un meccanismo che ne fa fornitori, creditori e finanziatori allo stesso tempo, con introiti complessivi che andando oltre il 20%, sono da codice penale.

Sul rapporto tra comunità e poteri forti torna anche Alberto Magnaghi, presidente di Arnm. «Con il principio di sussidiarietà, applicato in Toscana, i piccoli comuni sono preda dei poteri forti». Serve una sovrintendenza nazionale per sostenere le cause del territorio, a partire dal paesaggio. Basta capannoni! «Il consumo di suolo deve essere azzerato». Questo articolo del Decalogo di Milano serve a dare forza a Comuni e Regioni contro la speculazione immobiliare. Occorre poi dotare i Comuni di maggiore potere finanziario per spostare il rapporto di forze; e la partecipazione serve proprio a questo. (g. ra.)

Il lavoro di casa, dentro le mura domestiche è un «tesoretto» che vale, sia pure sul piano virtuale, qualcosa come il 32,9% del Pil, cioè circa 433 mila milioni di euro. Cioè come le entrate tributarie di tutto il 2006. Sono le donne, ovviamente, a sobbarcarsene il peso maggiore perché di questo 32,9%, il 23,4% grava sulle loro spalle contro il 9,5% degli uomini.

Il lavoro di casa, dentro le mura domestiche. In pratica, tutte quelle ore passate a rammendare, pulire, stirare, accompagnare i bambini, accudire gli anziani, fare la spesa. Ecco, se fosse calcolato nella contabilità nazionale, si scoprirebbe che è il vero motore dell’economia italiana, la produzione-ombra che nessuno paga o vuole pagare e di fatto non considera. Comunque un «tesoretto», questo sì, che vale, sia pure sul piano virtuale, qualcosa come il 32,9% del Pil, cioè circa 433 mila milioni di euro, come una valanga di pluri-stangate, come migliaia di lotterie di Capodanno, come milioni di sms di solidarietà. Oppure, per avere un’idea ancora più concreta, come le entrate tributarie di tutto il 2006.

E sono le donne, neanche a dirlo, a sobbarcarsene il peso maggiore perché di questo 32,9%, il 23,4% grava sulle loro spalle contro il 9,5% degli uomini. Volendo convertire le percentuali in miliardi di euro «prodotti», sono rispettivamente 308 e 125. In più, l’ora-lavorata delle donne «vale» assai meno.

Sono calcoli che fanno una certa impressione, nel loro insieme. Ma soprattutto sono il risultato di un lavoro mai tentato prima su base scientifica, elaborato ora dagli economisti de Lavoce.info. Una bell’impegno perché bisognava anzitutto cercare di dare un «valore-orario» e dunque un «prezzo» a questo universo lavorativo così particolare, che è reale e virtuale insieme; che si sa quando comincia e mai quando finisce; che si sviluppa quotidianamente nelle case di ciascuno, senza pause né festività, volenti o nolenti.

Paola Monti, 28 anni, laurea alla Bocconi, un Master a Londra, economista della Fondazione Rodolfo Debenedetti, prova così ad inquadrarlo, a dargli un peso, una quantificazione e persino a confrontarlo con quel che avviene nel resto del mondo. Il metodo che sceglie è doppio. Anzitutto rielabora i dati Eurostat sulla cosiddetta «occupazione elementare». Quindi utilizza un’indagine sull’uso del tempo fatta dall’Istat nel biennio 2002-2003 che permette di stabilire quanti minuti una persona dedica a diverse attività di tipo domestico nell’arco di una giornata, in Italia e nel resto del mondo. Il tutto rielaborato con coefficienti e medie ponderate sulla base di un volume a cura di Tito Boeri, Michael C. Burda e Francis Kramarz (Working hours and job sharing in Eu and Usa, Oxford University Press-Fondazione Rodolfo Debenedetti) di prossima pubblicazione.

Ed ecco che i numeri fotografano una realtà complessa, raccolta in una «voce» tutta tecnica che si chiama household production, ovvero il tempo che si spende per produrre beni e servizi all’interno della casa e della famiglia, gli stessi che si potrebbero comprare sul mercato. Le pulizie, per esempio, sono parte di queste production perché chi non vuole farsele da solo, può sempre cercare aiuto all’esterno e dunque pagare il servizio. Ma anche la cucina o il baby-sitting, così come la spesa al supermarket o l’assistenza agli anziani. Ebbene, secondo una media ponderata, a questo tipo di occupazioni vengono dedicate 3,89 ore al giorno. Nella scomposizione per genere però viene fuori che 1,92 ore le svolgono gli uomini, 5,78 le donne. Ogni ora «costerebbe» 7,83 euro, che al maschile diventano 8,76 e al femminile solo 6,94.

Il confronto internazionale riserva subito delle novità. Questo salario medio orario di 7,83 euro, in Olanda diventa 9,86, in Francia 9,94, in Inghilterra 10,93, in Germania 11,12. Soltanto in Spagna, tra i pochissimi paesi che finora ha cercato di calcolare il valore intrinseco dell’economia cosiddetta domestica, pure asse portante del Pil nazionale, il lavoro di casa è più a buon mercato: appena 5,34 euro di media. Ovunque le donne «guadagnano» meno.

Se questi sono i dati di partenza, viene fuori che ogni anno il lavoro casalingo, assorbe qualcosa come 1.419 ore (si tratta sempre di una media ponderata). Ma nella suddivisione tra maschi e femmine, circa 700 sono svolte dagli uomini contro 2.110 dalle donne. Se questa occupazione fosse retribuita, come di tanto in tanto viene reclamato, avrebbe un valore medio ponderato di circa 10.473 euro per ciascuno dei 41 milioni di italiani in età tra i 20 e i 74 anni presi in considerazione nel biennio 2002-2003, cioè appunto 433 mila milioni di euro l’anno, pari al 32,9% del Pil. Sul totale della cifra annuale, la quota media maschile «varrebbe» circa 6 milioni di euro e quella femminile, meno «retribuita» ma superiore per numero di ore, avrebbe un valore medio di circa 14 milioni.

Adesso, pur con tutti i loro limiti, questi conteggi sono sufficienti per dare una idea della fatica che ogni giorno ciascuno compie dentro il perimetro di casa sua. Ma l’indagine cerca anche di dare un valore al cosiddetto iso-work, cioè alla somma del lavoro pagato sul mercato più la produzione domestica. Ebbene, dalla ricerca viene fuori che uomini e donne di mezzo mondo - dagli Usa alla Germania all’Olanda - dedicano lo stesso ammontare di minuti al lavoro remunerato e a quello domestico insieme, tranne in Italia. La differenza tra i due generi - ben 74,7 minuti in più a sfavore del femminile - costituisce la riprova, in chiave economica, che le donne spesso sommano il lavoro interno e quello esterno, diventando di fatto doppiolavoriste croniche. Ovviamente i numeri non sono in grado di spiegare se, dietro il fenomeno, c’è anche la voglia tipicamente femminile di tenere ogni cosa sotto controllo o se si tratta di una prevalenza per così dire subìta, o involontaria o semplicemente inevitabile.

Ma in casa, per fortuna, non c’è soltanto il lavoro cosiddetto «elementare» che tutti fanno, con più o meno allegria e rassegnazione. Gli esperti cercano anche di catalogare le attività più tipiche all’interno del «focolare». Per esempio, il family-care, cioè la cura che si richiede per mandare avanti la famiglia e la casa in generale, che è parte dell’household production: in Italia, assorbe 29,6 minuti al giorno, grosso modo come la Germania ma assai meno dei 34 dell’Olanda e dei 44,5 degli Usa. Poi c’è la voce shopping, che non significa andare per negozi a comprare vestiti o gioielli, ma è piuttosto la tipica spesa quotidiana di cibo e generi di prima necessità: ebbene, gli italiani sono assorbiti da questa attività per 43,3 minuti al giorno, gli americani per 51,4, i tedeschi per poco meno di un’ora, (57,4). Le donne «vincono» ovunque, dedicando in ciascun paese considerato il maggior numero di minuti per fare compere. Anche qui: è smania consumistica o lavoro aggiuntivo sulle spalle? I numeri non lo spiegano, ma il sospetto resta.

Casa dolce casa, allora? Di sicuro consola vedere che nella graduatoria delle diverse attività quotidiane incorniciate nel perimetro domestico ci sono anche l’ozio e il relax. Ecco allora spuntare la categoria del tempo libero - leisure, in gergo - che in Italia supera le 6 ore e mezzo, cioè esattamente 401.3 minuti al giorno, contro i 334,6 della Germania, i 337,5 degli Usa e i 397,7 dell’Olanda. Ma di nuovo gli uomini, in ciascuno dei paesi esaminati, sono quelli che si trastullano di più: 439,6 minuti contro 367, nel caso dell’Italia. In compenso, dormono di meno: su una media italiana giornaliera di circa 8,2 ore (497.9 minuti, per l’esattezza) il sonno maschile è pari a 496.7 minuti, quello femminile a 499. Dalla graduatoria globale si scopre anche che i più dormiglioni in assoluto sono gli olandesi, seguiti da tedeschi e americani con oltre 500 minuti al giorno.

Quando non si schiaccia un pisolino, c’è la tv. Ecco allora che davanti allo schermo (ma anche ascoltando la radio perché il capitolo è unico), gli italiani passano 101,1 minuti al giorno di media e per questo sono ultimi nella graduatoria. Ma - sorpresa? - 114.5 minuti sono appannaggio degli uomini, 89,1 delle donne.

La vita in casa, valutata in chiave economica. Un lavoro duro che, al dunque, se si volesse fare un paragone internazionale, potrebbe valere più del Pil del Belgio, il doppio di quello della Danimarca, quasi il triplo di quello dell’Irlanda. Ma non c’è ricerca scientifica che calcoli anche quanto vale la «regia» del lavoro domestico, il tempo che si spende per organizzare l’agenda del giorno, per economizzare le energie e i quattrini, per incastrare una cosa con l’altra, quando non sono dieci insieme, per «pensare». Un lavoro nel lavoro, insomma, di cui non c’è ancora - e chissà se mai ci sarà - traccia numerica.

Postilla

Vautare il costo monetario virtuale del lavoro casalingo delle donne non è solo un esercizio di economia applicata: è la testimonianza “scientifica” di una gigantesca ingiustizia sociale. La nostra evoluta civiltà tollera e incoraggia l’asservimento di un intero genere a un ruolo che non può essere definito che subalterno, poiché è escluso dall’unica valutazione che – nella società di oggi – conta davvero: la valutazione economica. Un ruolo che, per di più, non è scelto, ma è assegnato per default .

Si discusse a lungo di questo negli anni (soprattutto i Sessanta) in cui le riforme non si riducevano ai paradigmi dell’attuale” riformismo”. In quegli anni si iniziava a “riformare” la struttura della società, cioè a cambiarne le regole di fondo. In quegli anni si comprese che, per “liberare” le donne dal lavoro casalingo, bisognava cambiare qualcosa nell’organizzazione della città. Questa doveva essere completata e arricchita da “servizi sociali” che si facessero carico di molte delle mansioni fino ad allora “casalinghe”.

Così nacque la richiesta di asili nido e di servizi sanitari distribuiti sul territorio, di spazi pubblici in misura e localizzazione adeguate: insomma, degli “standard urbanistici”. Così si tentò di sperimentare forme di organizzazione dell’abitare in cui altri servizi collettivi riducessero il peso della gestione domestica e integrassero l’alloggio con i servizi collettivi in una più evoluta concezione della “residenza”.

Queste posizioni raggiunsero alcuni primi obiettivi con la “legge ponte” del 1967 e il decreto sugli standard del 1968, e con le leggi per la casa del periodo immediatamente successivo.

Non mancano, sebbene siano pochi, i libri che raccontano quegli eventi e le ragioni delle sconfitte che seguirono. Queste intervennero quando la “controriforma” nel campo dell’organizzazione della città ebbe il sopravvento, e quando la politica si appiattì sull’economia data, rinunciando al suo ruolo di indicare un diverso progetto di società.

Sull'argomenti si veda su questo sito l' eddytoriale dell'8 marzo 2007, i materiali inseriti in proposito dal sito Tempi e spazi, la relazione di Giovanni Astengo al convegno dell'UDI del 1964.

Il Ministro Rutelli, attribuendo all'incultura dei geometri la responsabilità del degrado urbano, assolve il mondanamente pervasivo diffondersi di una immagine progettuale colta, veicolatasi in campo urbanistico-architettonico dall'ambito mass-mediatico, più affine al mondo della novità effimera della moda e del design che non ai fenomeni di lunga durata della conformazione urbana e assunta acriticamente da pubblici amministratori inclini (a destra e a sinistra) alla politica-spettacolo.

La Finanziaria 2008 stanzierà 550 milioni di Euro per edilizia residenziale pubblica; blando lenimento, dopo dieci anni di carenza, al disagio sociale nello scarto tra redditi medio-bassi e costi di affitto e vendita delle abitazioni; ma dove si attueranno gli investimenti se i comuni hanno pressoché esaurito la capacità insediativa dei piani per l'edilizia economico-popolare dei lontani anni Settanta, e si sono ben guardati, per Io più, dal reperirne di nuova nelle trasformazioni urbane sempre più diffusamente contrattate con le proprietà fondiarie?

Bisognerà, dunque, contrattare con esse quote edificatorie aggiuntive a quelle attese per garantirsi un'adeguata remunerazione della rendita fondiaria oppure dirottarle sull'edificazione delle aree a servizi pubblici previste nei piani regolatori e sinora inattuate (come, già un anno fa, indicava con spregiudicato pragmatismo ai proprietari di quelle aree una delibera del Comune di Milano, più o meno convintamene all'unanimità di maggioranza ed opposizione).

In ambo i casi, abbassando le dotazioni pubbliche programmate, la Vantazione Ambientale Strategica (VAS) disposta da una direttiva europea del 2003 per valutare la sostenibilità di lungo periodo delle attuazioni programmatico-pianificatorie si ridurrà ad un adempimento burocratico privo di efficacia reale.

Non a caso, nel loro intervento del 3 ottobre scorso, Del Monaco e Ottaviano ribadivano la necessità di un programma strategico di trasformazione economico-sociale alternativo quale orizzonte imprescindibile per la sinistra per non rendere il potere di indirizzo pubblico succube dei centri di interesse economico consolidati, esemplificato appunto nei piani regolatori concepiti sulle esigenze dei grandi gruppi immobiliari.

Nel 1967, dopo la lunga renitenza dei comuni a dare attuazione al compito pianiflcatorio-conformativo loro attribuito dalla Legge Urbanistica del 1942, e a seguito della clamorosa frana di Agrigento in cui si materializzarono simbolicamente le diseconomie della mancata pianificazione nello sviluppo urbano, la fase di più attivo riformismo del centro-sinistra originario tentò di dare alla valorizzazione fondiario-immobiliare un miglior e più stabile orizzonte anticongiunturale e di efficacia economico-sociale, a partire dalla cosiddetta Legge Ponte del 1967, in cui si obbligavano i Comuni a subordinare le trattative coi privati almeno alla redazione di un piano insediativo generale e ponendo a carico degli attuatoli immobiliari i costi urbanizzativi (poi via via erosi dall'accondiscendente inerzia di gran parte dei comuni ad adeguarli alla dinamica inflazionistica) giungendo con la Legge Bucalossi del 1977 a chiudere la prassi viziosa di finanziare le spese correnti dei comuni con gli oneri urbanizzativi e introducendo un contributo concessorio (circa il 4% del costo medio di costruzione) destinato al risanamento dei centri storici degradati e al contenimento del costo abitativo.

Un patrimonio di conquiste di un riformismo non imbelle, dispersosi dal 1977 in poi, in nome della rapidità attuativa e delle contingenti necessità economiche, in una serie di provvedimenti deregolatori (Accordi di Programma, Patti Territoriali, Contratti di quartiere, Programmi Integrati di Intervento), che - consentendo agli Enti locali il sempre più pervasivo ricorso alla sommatoria di interventi per lo più proposti direttamente dagli operatori privati in deroga a qualunque obiettivo generale di assetto sostenibile pubblicamente individuato e il ritorno al dirottamento di oneri urbanizzativi e contributo concessorio a sostegno di bilanci correnti sempre più zoppicanti - non solo ne svia l'effetto di investimento anticongiunturale a livello locale, ma condiziona le stesse priorità di pianificazione strategica.

Una condizione, nonostante le accampate pretese di inusitata flessibile innovatività, del tutto analoga a quella praticata dal dopoguerra al 1967.

All'indomani dell'insediamento del Governo Prodi, la rivista specialistica Edilizia e Territorio chiedeva: «nello 'spacchettamento" tra Infrastrutture e Trasporti, chi controllerà FS?» Arguta osservazione: ha senso discutere le priorità del Quadro Strategico Nazionale in Lombardia (ad esempio: Gronda ferroviaria Malpensa-Orio al Serio e collegamenti al progetto elvetico del San Gottardo) se il Comune di Milano da solo è in grado di concordare con FS la destinazione di 900 milioni di Euro di rendite fondiarie con un protocollo d'intesa che massimizza la rendita fondiaria degli scali ferroviari purché la si reinvesta nel Secondo Passante Ferroviario?

E gli investimenti per Expo' 2015 saranno decisi dal Tavolo per Milano o visti in ottica metropolitano-regionale?

Occorrerà una nuova frana di Agrigento (questa volta forse non edilizia ma territoriale, ambientale ed economica) perché il centro-sinistra si renda conto della strada su cui ci si è tornati a mettere?

Qualche giorno fa - l'otto novembre - si è celebrata la giornata mondiale dell'urbanistica. Da Canberra a Vancouver, da Buenos Aires a Shanghai, i documenti e i messaggi che in quella occasione si sono scambiati centri, laboratori e organizzazioni di urbanisti e pianificatori in tutto il mondo hanno sottolineato in modo pressoché unanime un punto: le prossime politiche urbane e territoriali devono assumere pienamente la gravità della questione ambientale e della crisi climatica, così che la disciplina urbanistica possa esprimere proposte analitiche e progettuali conseguenti.

Già da tempo il paradigma della sostenibilità appare, nelle dichiarazioni dei tecnici e dei decisori, il dato strutturante di tutto il settore, e tuttavia queste parole soltanto raramente si traducono in azioni. Lo dimostra, per esempio, l'attenzione suscitata da recenti dibattiti su temi già in declino, quali i «non luoghi», del cui calo ha fornito una interessante interpretazione Massimo Ilardi (in Tramonto dei non luoghi, Meltemi); oppure l'ancor più recente entusiasmo per i «superluoghi» (che in realtà dovrebbero chiamarsi correttamente «supernonluoghi»), megastrutture multifunzionali, la cui presenza domina e condiziona interi ambiti territoriali per le loro dimensioni e il loro impatto; o infine per i nuovi grattacieli, talora mascherati da tentativi, non di rado goffi, di innovazione ambientale («boschi verticali») o energetica (megacontenitori, sì, ma alimentati da sole e vento).

I cantori del gigantismo

Non sono solo i più attenti analisti del territorio, ma anche diversi architetti costruttivisti, quali Rem Koolhaas e Renzo Piano, a evidenziare la contraddittorietà e l'obsolescenza di queste posizioni. La bigness concentra quantità di interessi e capitali tali da prospettare una governance che ha tutti i mezzi per legittimare la propria autoreferenzialità: il peso economico e decisionale di simili operazioni rischia infatti di stravolgere le politiche urbanistiche e le stesse architetture (quelle che Koolhaas ha definito nei suoi scritti pubblicati in Italia per Quodlibet «Junkspace»). Tecnici e decisori sono ridotti al ruolo di cantori (chiamati cioè solo a «disegnare la retorica»), portavoce o facilitatori di operazioni la cui ampiezza suscita grandi quanto banali entusiasmi mediatici.

I problemi sorgono quando tali azioni, programmatiche o progettuali, si scontrano con una domanda sociale, estranea al sistema di governance che li sorregge, e che esprime anzi istanze spesso del tutto diverse, in conflitto con le dinamiche suscitate dai «supernonluoghi». D'altra parte, non solo le operazioni in sé, ma l'intero orientamento su cui esse si basano fa sì che vengano alimentate, e non corrette, le logiche che hanno portato all'attuale crisi ecologica.

I termini della questione ambientale - e in generale la gravità dei problemi prodotti dai modi di funzionamento del «villaggio globale», dalla povertà alle guerre, dagli squilibri al crollo delle relazioni sociali, al depauperamento delle risorse - richiedono una impostazione di fondo realmente innovativa, nonché svolte drastiche nei modi in cui nel prossimo futuro si dovranno strutturare molte discipline, e non soltanto quelle che hanno strettamente a che fare con società e territorio. La svolta dovrebbe insomma presentare caratteri di più profonda radicalità, investendo tutti i livelli della conoscenza. Del resto, proprio la presenza di una simile consapevolezza, che a mano a mano si è diffusa nei vari campi disciplinari di riferimento, ha probabilmente determinato il favore del filone «autosostenibile» o «territorialista» presso gli urbanisti (e non solo).

Avendo in mente come obiettivo la realizzazione di attività sociali sostenibili, che possano efficacemente invertire le deterritorializzazioni in atto, le nuove regole dovrebbero prendere avvio dallo «statuto dei luoghi», dalle relazioni tra valori e caratteri del patrimonio e dalla sua fruizione da parte degli «abitanti-produttori». Molte adesioni di studiosi, appartenenti all'area delle scienze ambientali, sono tuttavia state banalizzate, o addirittura vanificate, perché è stato sottovalutato il rigore con cui vanno individuate e trattate le tappe - vere pietre miliari - del programma territorialista, vale a dire appunto la concatenazione di valori, caratteri, regole e azioni. Le potenzialità di innovazione della proposta possono trovare, infatti, attuazione proprio all'interno di una rappresentazione «consistente» di questo apparato concettuale e nella sua applicazione.

Un paradigma che mal si concilia, se non confligge apertamente, con l'orientamento territorialista è naturalmente quello neoliberista, che tuttora permea molta disciplina economica e territoriale: il concetto di competitività è infatti estraneo (e forse invalidante) rispetto alla possibilità di un utilizzo coerente del mainframe della razionalità autosostenibile. Non va sottovalutata - anzi va considerata in tutta la sua portata - l'assenza di categorie economiche da questo ambito fondamentale di rappresentazione: ne derivano possibili concetti di sostenibilità economica, «da azioni indirette, non economiche»; maggiormente rapportabili, infatti, alle nuove domande di qualificazione territoriale e paesaggistica, piuttosto che alle semplici istanze sociali.

Tentativi disperati

Siamo distanti anche da Keynes, dunque, e figuriamoci dalle politiche territoriali basate sull'offerta di trasformazioni, quali oggi vengono proposte da tanto quadro istituzionale. Va considerato invece il dissolversi, «fino alla liquefazione», di comunità sociali, che possono ricostituirsi - in particolari condizioni e contesti - proprio tra quelle soggettività, talmente capaci o fortunate da «impigliarsi» negli intrecci di valori verticali (si pensi per esempio all'evoluzione del concetto di rizoma in Millepiani). Questo attribuisce maggiore valenza alle componenti più «naturali», ecologico-paesaggistiche, del patrimonio territoriale e restringe, invece, la gamma delle possibili fruizioni sociali: in questo senso lo «Statuto dei Luoghi» quasi coincide con le tassonomie del paesaggio.

Le nuove valenze, attribuibili al paesaggio, sono correlabili alle metamorfosi semantiche che segnano anche altri concetti, per esempio le relazioni tra «città», «sviluppo» o «progresso», che hanno marcato l'intera modernità. Nella postfazione alla nuova edizione dei Vandali in casa di Antonio Cederna (Laterza, pp. 279, euro 18), Francesco Erbani ripropone una simile rassegna di progetti, ma sottolinea che il tentativo degli urbanisti di giungere a una razionalizzazione pianificatoria di qualcosa che sfuggiva loro continuamente di mano - la città - risulta chiaramente disperato. Infatti, le figure che incombono sulla città contemporanea sono la sprawltown occidentale e la megalopoli terzo/quartomondista, due immagini ormai a forte connotazione negativa. Questo dovrebbe indurre molta prudenza «negli entusiasmi progettuali», il cui abuso diventa evidentemente strumentale alla prosecuzione delle dinamiche in atto.

La ricerca Itaten, diretta nel 1996 da Alberto Clementi, Giuseppe De Matteis e Piercarlo Palermo, è stata certamente una delle elaborazioni recenti più importanti sull'urbanizzazione in Italia. Le immagini satellitari di quello studio, ancora una dozzina di anni fa, lasciavano intatta l'ipotesi che il progetto potesse ristrutturare e risostanziare il territorio. Già qualche anno dopo, allorché Arturo Lanzani ha condotto la ricognizione presentata in Paesaggi italiani (Meltemi 2003), tale opzione si era di molto ridotta.

Nelle applicazioni attuali (come risulta dai rapporti «Itater 2020»), gli stessi spazi che si riteneva di poter reinterpretare in termini di sviluppo locale, ancora giocando sul ridisegno di scenario, risultano rozzamente ingombri, drammaticamente degradati. E analoga traiettoria prospetta l'iniziale feeling positivo di Koolhaas per il Junkspace, che adesso fa posto a uno sguardo preoccupato e a una attitudine progettuale minimale.

Oggi la diffusione insediativa americana assomiglia alla città diffusa europea: ambedue hanno cancellato o banalizzato molti valori e risorse del patrimonio ambientale. Sprawltown è dovunque nell'occidente «avanzato». Contemporaneamente nel sud del mondo, da Lagos a Città del Messico, da Shanghai a San Paolo, imperversa Megalopoli, con i suoi slum, le sue miserie, le sue emergenze, i suoi rifugiati e sfollati.

Simboli in decadenza

Qualche anno fa Michele Sernini, studioso appassionato e rigoroso, aveva proposto un titolo forse inconsapevolmente predittivo per uno dei suoi ultimi studi: la città nel dominare il territorio si è disfatta ( La città disfatta, Franco Angeli 1988). E disfacendosi, ha perso la sua identità di simbolo del progresso moderno, come hanno aggiunto altri autori. Dunque le teorie vanno riviste, secondo il lascito di Pierre George. Oggi osserviamo la città consapevoli che il senso di progresso e modernità, evocato da questo termine, si è dissolto.

Forse paesaggio è un nuovo concetto che può «educare alla speranza», anche di un progresso più consono alle istanze contemporanee degli abitanti (non si usa volutamente la parola sviluppo). Allora la «città della Piana», la «metropoli dello Stretto», la «media città toscana», la «megacittà padana», in cui ancora Itaten, dodici anni fa, e Lanzani, qualche tempo dopo, riscontravano un senso di libertà («perché vai a stare nella tua casetta a Dalmine, arrivi quando vuoi e ti sposti con la macchina») come orizzonti positivi, sono tramontate. Lo stesso Lanzani, di recente, ha espresso un'opinione abbastanza diversa.

Di certo più radicali sono i pareri di alcuni sociologi e antropologi che studiano la Padania e si spingono fino a correlare la distruzione dei valori del paesaggio e del territorio e la produzione di ricchezza - comunque in contrazione - da multiabuso, sociale, fiscale e ambientale, alla produzione di violenza intramoenia, anche nell'ambito delle famiglie. La perdita di senso dei luoghi e degli spazi corrisponderebbe e favorirebbe il vuoto e la generazione di mostri nella vita di ognuno.

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