loader
menu
© 2026 Eddyburg

ROMA - Giulio Tremonti appena rientrato al governo, l´aveva buttata lì, vendiamo le spiagge. Poi aveva aggiustato il tiro. «Non mi hanno capito. Ho solo detto che avrei allungato le concessioni a 100 anni». Era la fine di aprile e l´idea sembrava archiviata. Per rispuntare fuori, a sorpresa, in quel pezzo di disegno di legge sulla competitività che era rimasto fuori dal decreto approvato a maggio. Poche norme che andavano semplicemente riscritte, ripresentate e votate. Il compito se l´è assunto il relatore di maggioranza, Guido Crosetto di Forza Italia. Che però non si è limitato a riscriverle, ma ci ha messo di suo pugno un intero articolo, il 14, dal titolo impegnativo: "Legge obiettivo per il turismo di qualità". Che opposizione e ambientalisti hanno subito ribattezzato "Legge Las Vegas". Dieci punti che prevedono la costruzione di villaggi turistici, di alberghi, con annessi casinò, per i quali, tra l´altro, non sarebbe necessaria alcuna autorizzazione. La vendita delle spiagge non c´è, ma è come se ci fosse. Le concessioni demaniali verrebbero allungate fino a 90 anni, i soldi incassati verrebbero ripartiti tra stato comuni e regioni. Ma soprattutto la nuova legge spazza via in un sol colpo tutte le autorizzazioni che vanno richieste per costruire un albergo, un casinò, per edificare villaggi turistici. Non solo. Le piccole aziende artigiane di prodotti alimentari potrebbero vendere pasti e bevande, alcol compreso, anche ai minori di 21 anni e senza l´ok del sindaco. Da una parte l´azienda vera e propria, dall´altra una specie di bar-trattoria. La stipula di quello che viene definito "un accordo di programma" sostituirebbe ogni altra autorizzazione. In una sola seduta chi decide di investire sulle spiagge otterrebbe il via libera dalla Regione, chiamata a individuare i progetti di pubblico interesse. Unico vincolo è che si tratti di «insediamenti turistici di qualità».

La qualità è misurata da vari fattori: l´elevato livello dei servizi erogati, la soddisfazione degli utenti, la qualità ambientale e il rispetto del tessuto storico e culturale circostante. «Dunque le leggi si possono bypassare con un semplice atto amministrativo e la competitività del Belpaese è da ricercare nei casinò», accusano i deputati dell´Unione. «E´ solo una strada per snellire le procedure», taglia corto Crosetto, che difende la sua proposta e se ne assume la paternità. «Il governo, Tremonti, la Casa delle libertà - spiega - non c´entrano nulla». Domenico Siniscalco, ministro dell´Economia, conferma: «Io non ne sapevo niente, è una iniziativa parlamentare». Che "l´aggiuntina" al testo sulla competitività avrebbe creato un marasma Crosetto lo sapeva. E la bufera si è scatenata subito. «Tra l´altro la procedura seguita da Crosetto - dice Mauro Agostini, vicepresidente e responsabile economico del gruppo Ds - è opinabile anche da un punto di vista procedurale. Il disegno di legge sulla competitività aveva una parternità, il governo. Questo invece - prosegue Agostini - non è figlio di nessuno».

Un banale errore da segretaria

la tecnologia non risparmia i potenti

di V . ZAMBARDINO

ROMA - Una banale dimeticanza. La commettiamo sui nostri computer ogni volta che lavoriamo su un file. Le segretarie ne costellano le loro giornate. Di piccoli ostacoli e incidenti è fatta la quotidianità con le macchine. Di cose che accadono a tutti noi, uomini comuni, che crediamo di poter risolvere con le nostre mani l'intrico burocratico che l'uso della tecnologia ci disegna addosso come una ragnatela. Mille piccoli adempimenti quotidiani - ricarica il cellulare, setta l'agenda, apri quel sito, installa il software del palmare sul pc che però non va, configura, salva, setta. Gerghi che sono check-list di cose da fare. E uno sbaglia e le conseguenze si vedono. Ma il punto è che quando pensi ai militari americani, non credi ai tuoi occhi. Pensi che chissà quali software di alta raffinatezza ci siano dietro, a prova di errore e di umano. Persi nella fantascienza degli scudi stellari, abbiamo dimenticato che è possibile sbagliare usando il programma della segretaria.

Perché quello che ha portato in rete e in chiaro gli omissis sul caso Calipari è l'errore che chiuqnue può commettere, fatto sopra un programma che tutti abbiamo sul nostro computer. E qui viene il punto: dalle cronache di queste ore sappiamo che i documenti gli americani li scrivono con Acrobat, che le comunicazioni tra posti di blocco erano fatti in "voice over ip" (cioè il programma di telefonia su internet che tutti stiamo imparando a usare perché costa pochissimo o niente), le comunicazioni con casa sono frutto di connessioni sul messenger di uno dei vari provider internet. Il Re si serve sempre dei pedoni e l'Impero comunica con gli strumenti delle masse. Anche con gli errori delle masse.

E non è un caso che questo accada. Quei programmi hanno molti vantaggi: si installano facilmente, si imparano in pochi minuti di pratica (Adobe meno, ma non è certo un arcano), si usano su qualsiasi computer. Insomma funzionano. Però sono precari, come si rivela in quelle telefonate con l'amico, in cui a un certo punto la conversazione è fatta di: Mi senti? Ci sei? Resetto? No, scemo, devi resettare! Il software di guerra non è perfetto e nemmeno troppo intelligente. E' lo stato dell'arte che conosciamo. E dalla guerra proviene, dalla guerra di tanto tempo fa.

Il Voice over Ip e i messenger sono frutto dell'ingegno dei programmatori che lavoravano per l'esercito, in alcuni casi quello israeliano. Come per internet, nata militare e diventata civile, il "reverse engineering" , la ricaduta di pace di ciò che è pensato per la guerra, ha prodotto un boom di massa che oggi segna un ritorno alle origini delle applicazioni pensate per la guerra. Ma esattamente come in tempo di pace e nella conversazione fra due adolescenti, quella roba può fermarsi, può sbagliare, ma soprattutto può far sbagliare.

In un libro molto bello di Edward Tenner, "Quando le Cose si ribellano", di qualche anno fa si compie una rassegna di tutte le dure repliche della tecnologia alle speranze di chi l'ha lanciata. Tenner rivede le promesse realizzate (molte) e i problemi creati dalle macchine che accompagnano la nostra vita. Una di questa è la crescita burocratica dei mille piccoli adempimenti quotidiani. Si finisce per lavorare per il computer prima che questo lavori per noi. E' un aumento di complessità operativa che si accompagna all'efficacia, al numero, alla potenza delle operazioni che compiamo. Ai censori americani questo è successo. Un incidente dovuta alla tecnologia che si ribella. Non è la prima volta che accade, anche perché non esiste una tecnologia a prova di errore. In ogni dispositivo tecnologico l'errore umano è possibile e le potenziali conseguenze catastrofiche. In fin dei conti che fine fa il pilota-cow boy del "Dottor Stranamore"? La molla che libera la bomba "fine di mondo" non scatta, ma non c'è elastico che non ceda a un vero americano esperto di meccanica. Lui ci sale sopra, libera il contatto, e scende verso l'abisso a cavallo della morte, gridando "Yahoo!"

L'errore del colonnello Potter

un clic in meno, svelati gli omissis

di ALESSIO BALBI

ROMA - Un clic. Per evitare la figuraccia, al colonnello Robert Potter del Comando Centrale statunitense sarebbe bastato spuntare una crocetta con il mouse. Un clic sulla casella "Autorizza la copia di testo, immagini e altri contenuti" avrebbe negato al mondo la possibilità di sbirciare dietro gli omissis del rapporto sulla morte di Nicola Calipari.

Ma il colonnello (il suo nome risulta come autore del file insieme a quello di Richard Thelin), quel clic lo ha dimenticato. E ora su internet chiunque può leggersi nomi, cognomi, date che la commissione congiunta nata per indagare sull'uccisione del funzionario del Sismi aveva pensato bene di far sparire dal suo rapporto finale. Basta aprire il file Pdf messo a disposizione sul sito della forza multinazionale, selezionarne il testo e copiarlo su qualunque editor (va benissimo anche il blocco note di Windows) oppure salvare il file in formato testo. E oplà: gli omissis non ci sono più.

Com'è possibile? Ad una prima occhiata, il rapporto Calipari sembra essere stato trattato, nella sua versione elettronica, con la funzione di "Highlighting" di Adobe Acrobat Professional. Uno strumento pensato per evidenziare le parole, non per nasconderle. Ma sostituendo il colore giallo usato normalmente dal programma con il nero, si ottiene una sorta di pennarello digitale che, colorando lo sfondo del foglio, rende illegibili i caratteri.

E' un po' ciò che si fa con i libri quando si vuole coprirne il prezzo prima di regalarli: ci si passa uno strato di nero. Ma sulla copertina il prezzo resta stampato, e con un po' di buona volontà (mettendo il foglio controluce, magari) è possibile farlo spuntare fuori. Sul foglio elettronico è lo stesso: copiando il testo e incollandolo da un'altra parte, il caratteri restano ben visibili, mentre lo sfondo nero sparisce. Se l'autore del file avesse deselezionato la fatidica casella, copiare il testo e incollarlo altrove sarebbe stato impossibile. Ma nessuno ha avuto questa accortezza.

Viene spontaneo chiedersi quanti altri documenti costellati di omissis e pubblicati in rete abbiano la stessa falla. Ma su questo, c'è da scommetterci, gli americani indagheranno a fondo. E stavolta, probabilmente, un colpevole salterà fuori.

Calipari, il rapporto in Procura

"No comment" dalla Farnesina

Intanto i militari americani indagano sulla vicenda degli omissis

ROMA - La Procura della Repubblica di Roma acquisirà il rapporto Usa sulla vicenda Calipari, pubblicato sabato con numerosi omissis sul sito delle forza multinazionale in Iraq, e poi rivelatosi accessibile nella sua versione integrale. La procedura di acquisizione è quella che gli inquirenti definiscono delle cosiddette "fonti aperte", vale a dire notizie di interesse per l'autorità giudiziaria che però non hanno alcuna valenza processuale. Nessun commento dalla Farnesina: "E' una vicenda che riguarda gli americani" dice dal ministero degli Esteri il portavoce Pasquale Terracciano. E intanto i militari americani indagano per stabilire che cosa sia accaduto.

Il documento alla Procura. La Procura di Roma acquisirà nelle prossime ore il rapporto, di 42 pagine, stilato dopo la conclusione dell'indagine amministrativa sulla morte di Nicola Calipari compiuta dalla Commissione Usa. Gli investigatori ritengono che l'esame del rapporto - insieme con gli elementi forniti dall'auto sulla quale viaggiava il funzionario del Sismi - sia il primo passo per poter poi, eventualmente, sentire i due componenti italiani della Commissione, che non hanno controfirmato la relazione a patto che le loro motivazioni non siano coperte da segreto militare. Il rapporto acquisito dai magistrati sarà quello ufficiale, omissis compresi.

Esami sulla Toyota. Nel corso della prossima settimana saranno formalizzati gli incarichi ai consulenti tecnici, sia delle parti lese sia della procura, propedeutici agli esami balistici, tecnici e eventualmente biologici che dovranno esser compiuti sulla Toyota Corolla custodita per ora in un hangar dell'aeroporto di Pratica di Mare e che sarà trasferita in un laboratorio della polizia scientifica.

Preite dai magistrati. I pubblici ministeri Franco Ionta, Erminio Amelio e Pietro Saviotti, che hanno aperto un fascicolo per omicidio volontario e tentato omicidio, dovrebbero ascoltare Gianluca Preite, difeso dall'avvocato Carlo Taormina. Preite, un ingegnere che sostiene di aver lavorato per i servizi di sicurezza italiani anche durante la vicenda delle Simona Pari e Simona Torretta, spiegò nella scorse settimana di aver intercettato telefonate tra l'Iraq e Roma durante l'operazione da cui scaturì la liberazione della giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena.

Mai più governatori, anzi in certi casi addirittura Governatori, con la «G» maiuscola.

Nella sua prima conferenza stampa il vincitore del Lazio Piero Marrazzo ha detto: «Non voglio essere chiamato governatore. Io sarò il presidente di tutti, un presidente che governa nel pieno rispetto del consiglio regionale». Altrettanta ripulsa per quella parola di così ridondante potere ha espresso Mercedes Bresso, candidata vincente del centrosinistra in Piemonte.

Ora, nella realtà istituzionale la carica di governatore non è prevista, non esiste proprio. Ma dalle scorse elezioni la parola è entrata lo stesso in circolo, soprattutto per volontà dei medesimi governatori, il che l’ha resa assai popolare come espressione «forte» di un nuovo rango, anche collettivo, in vista del federalismo. Nell’autunno del 2000 i governatori vecchi e nuovi del centrodestra si ritrovarono a Crotone: c’è una foto che li immortala mentre sembra che giurino alla moschettiera, una mano sopra l’altra. Didascalia: ecco i Governatori. Ma anche nel centrosinistra quella condizione di potere così netto piacque, e proliferò. Bassolino, per dire, non risulta aver mai rigettato quello status semi-patronale - fino a mettere all’asta, per motivi di beneficenza, le proprie scarpe usate.

E’ questo infatti il tempo della personalizzazione, del protagonismo invasivo e televisivo, del comando il più accentrato possibile. I vecchi istituti della partecipazione, specie i consigli regionali, vivacchiavano ridotti a mera comparsa di presidenti che volevano sentirsi più potenti dei potenti di una volta. Governatori, appunto: che altro se no? «Governatore - si sussurrava con il dovuto compiacimento - vale più di un ministro».

Si sa come vanno poi queste cose. Da governatori a cacicchi, a vicerè, piccoli Cesari. Cominciarono a parlare di se in terza persona, come nel De bello gallico. Galan si fece una pubblicità elettorale con pezzi de «Il gladiatore». Aprirono doviziosi uffici a Roma, poi all’estero. Si misero attorno poderosi uffici stampa e comunicazione. Arruolarono artisti. Quasi ognuno aveva da mostrare all’opinione pubblica un «nuovo Rinascimento» che la regione scopriva, guarda caso, in coincidenza del loro governatorato.

Ogni domenica allo stadio in tribuna vip: foto di Pizzi su Dagospia. Alcuni di loro intrattenevano pure. Divi, ormai. Due volte Formigoni è finito a Scherzi a parte, indubbio certificato di tele-popolarità. Disegnarono stemmi, allestirono giuramenti, scelsero inni e perfino santi protettori. Gestirono miliardi. Storace sponsorizzò un programma aeronautico e portò la Costituzione del Lazio anche al Papa. Totò Cuffaro, intanto, consacrava la Sicilia al cuore di Maria. Poi, alle elezioni, vollero pure farsi le loro liste. Ma Berlusconi disse: no.

Era, in qualche modo, la nemesi del verticismo, la leadership che si rivoltava contro se stessa, il meccanismo del potere che s’inceppava da solo. Potesse, la correzione nominale di Marrazzo, invertire la tendenza. Potesse, sul serio.

(f.cec.)

Titolo originale: Iraqis Says Italians Aren't Cooperating in Kidnapping Investigation– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

BAGHDAD, Iraq, 15 marzo – Gli investigatori iracheni che stanno cercando di individuare i rapitori della giornalista italiana Giuliana Sgrena affermano che il loro lavoro è stato ostacolato dalla mancata cooperazione dei servizi segreti italiani, che hanno ottenuto il rilascio ad un mese esatto dal rapimento, avvenuto il 4 febbraio.

Gli iracheni sostengono di aver compiuto almeno mezza dozzina di incursioni in un quartiere del nord-ovest di Baghdad, dove si ritiene che la signora Sgrena - di 56 anni, reporter del quotidiano romano di estrema sinistra Il Manifesto – fosse tenuta prigioniera. Ma i rapitori sono scivolati fra le dita, e l’ostaggio è stato rilasciato dopo che i sequestratori avevano negoziato con gli agenti italiani. Uno di questi agenti è stato ucciso dalle truppe americane, che hanno aperto il fuoco sull’auto che portava la signora Sgrena verso la libertà.

Anche dopo il rilascio, gli agenti italiani hanno rifiutato di condividere le informazioni con gli iracheni, afferma il colonnello Jabbar Anwar, capo della polizia criminale per il settore di Baghdad che comprende Gazalea, il quartiere dove si pensa sia stata tenuta prigioniera.

Il gruppo che ha compiuto il rapimento è un’organizzazione di criminalità comune, che probabilmente ne farà altri, continua. “Hanno fatto un grave errore lasciando andare i criminali, soprattutto se hanno pagato” dice il colonnello Jabbar, riferendosi a quanto sostenuto ai media italiani e negato dal governo, su un riscatto di 8 milioni di dollari pagato. Erminio Amelio, del gruppo di magistrati di Roma che conducono l’indagine sul rapimento della signora Sgrena, afferma che non c’è stato alcun tentativo di trattenere informazioni utili alla polizia irachena. “Non so che tipo di rapporti abbiano i nostri agenti con gli iracheni, a Baghdad” dice Amelio. “Abbiamo molti rapporti con gli americani, sono gli americani a trattare di più con gli iracheni”.

”Non abbiamo ricevuto alcuna richiesta di informazioni. Può darsi che abbiano chiesto ad altri italiani in Iraq, non saprei, ma non ci è stato chiesto niente in modo ufficiale”.

Il colonnello Jabbar e un altro funzionario dell’unità di polizia criminale affermano che le indagini indicano come ai rapitori sia stato rivelato l’itinerario della Sgrena, il giorno del sequestro. Il 4 febbraio Sgrena si era recata nei pressi dell’Università di Baghdad per alcune interviste in una moschea sunnita dove si trovavano alcuni rifugiati di Falluja. Un fotografo italiano che aveva aiutato ad organizzare la visita di Sgrena alla moschea, Franco Pagetti, ha affermato in un messaggio e-mail di averla vista nel cortile dell’edificio circa alle 12.45.

Le guardie della sicurezza ai cancelli della moschea si comportavano in modo sospetto, dice Pagetti. “Ci hanno chiesto quali armi avessimo, quanti stranieri, e se avevamo una seconda macchina”.

Pagetti se ne andò, ma non prima di scattare una foto alla Sgrena con la sua macchina digitale; lo scatto ha impressa l’ora: 1.37 p.m. Verso la 1.40 il cellulare della giornalista viene acceso, e trasmette brevemente i rumori del rapimento: spari, e il suono di passi su una superficie bagnata in un giorno di pioggia.

Gli investigatori iracheni dicono che otto rapitori, armati di pistole e kalashnikov, con i visi nascosti da fazzoletti, erano arrivati su una Opel grigia e una Kia nera. Testimoni hanno sentito la Sgrena urlare mentre si svolgeva il rapimento.

Il suo autista, spaventato, non ha allertato la guardia dell’università. L’autista poi è stato fermato dalla polizia, ed è tuttora trattenuto, secondo il vicecomandante della polizia criminale.

Poi la guardia finalmente ha visto quanto stava accadendo ed ha aperto il fuoco, ma ha dovuto portarsi al coperto mentre gli uomini armati si allontanavano in macchina portando con sé la signora Sgrena, e lasciando indietro autista e interprete. Gli investigatori ritengono che la rapita sia stata tenuta in varie case sicure nella zone di Gazalea.

Gli investigatori iracheni affermano di aver ottenuto informazioni molto dettagliate da due collaboratori, su dove sia stata tenuta prigioniera la Sgrena a Gazalea. Ma al momento delle incursioni riusciva sempre a scivolare fra le dita, probabilmente perché i sequestratori la spostavano da una casa all’altra.

L’unico arresto effettuato sinora, è quello di un abitante di una delle case, maggiore della polizia irachena, che possedeva una serie di documenti di identità falsi, compreso uno dell’Ambasciata americana. Altri tre sospetti, che si ritengono originari di Falluja, sono ancora latitanti.

”Eravamo sicuri al cento per cento che si trovasse a Gazalea” dice il vicecomandante. “Quando abbiamo avuto la notizia che si trovava là, abbiamo assalito la casa. Ma se ne erano già andati. I vicini ci hanno detto ‘Li abbiamo visti’”.

Dodici giorni dopo il rapimento, la Sgrena è apparsa in un video chiedendo che le fosse risparmiata la vita e che tutte le truppe, in particolare quelle italiane, abbandonassero immediatamente l’Iraq. Ma gli investigatori iracheni ritengono che quel messaggio fosse essenzialmente un oggetto di scambio nelle trattative per il rilascio.

Le informazioni da parte degli italiani, asserisce il colonnello Jabbar, avrebbero potuto fare la differenza nella soluzione del caso e assicurare i rapitori alla giustizia. Invece, dice, le linee di comunicazione si sono chiuse appena gli italiani hanno cominciato a trattare coi rapitori.

Di seguito, alcuni (illuminanti) commenti all’articolo, dal forum del sito conservatore Free Republic (f.b.):

C’è stato un riscatto, e probabilmente una trattativa per il ritiro delle truppe. Non vogliono [gli italiani] che noi lo veniamo a sapere.

NON SPARARE FINO A QUANDO NON VEDI IL BIANCO DELLE TENDINE CHE SI METTONO SULLA TESTA!

Ho Molta poca simpatia per gli italiani. Li ringrazio per quello che hanno fatto in Iraq, ma al di là di questo il bilancio è squallido. Per prima cosa, hanno l’abitudine di pagare i terroristi, e di fatto così finanziano il terrorismo. Poi tengono segrete le cose sporche, ovvero di aver lasciato scappare i rapitori. E, dopo aver fornito ai terroristi decine di milioni di dollari, coperto i terroristi mentre scappavano, e rifiutato di collaborare alle indagini, decidono che l’Iraq è troppo pericoloso per le loro truppe.

Oggi annunciano dal palco mondiale che ritireranno le truppe: accennando sottilmente al fatto che ciò avviene a causa della morte dell’agente italiano, ucciso dai soldati USA dopo che aveva dato milioni ai terroristi.

Andarvene a settembre non è abbastanza presto. LEVATEVI DALLE PALLE ADESSO!

L’intera faccenda puzza di messa in scena. Dubito che ci sia stato alcun rapimento. È stata una cosa del tutto volontaria: lei lavora per loro, e viceversa.

Fra un anno, la Sgrena firmerà un contratto da un milione di dollari per un libro, a alla fine sarà tutto molto conveniente per lei. Non sono sicuro che si sia trattato di una messa in scena, ma qualche investigatore dovrebbe verificare inmodo approfondito questa possibilità.

L’Italia ha fatto pace coi terroristi. Togliamoli dall’Iraq, prima che finanzino nuovo terrorismo, con falsi “rapimenti” e milioni di dollari di “riscatti”.

Nota: qui il sito Free Republic (f.b.)

Giuliana è stata liberata e sta bene. Ma nel viaggio in automobile che la portava verso l'aeroporto di Baghdad e verso di noi la sua vettura è stata colpita dal fuoco degli americani. E' stata ferita, in modo non grave, insieme ad altre due persone. Nicola Calipari del Sismi è rimasto ucciso. Il Dipartimento di Stato Usa ha espresso il proprio «rammarico» per l'incidente avvenuto a Baghdad.

Nicola Calipari, il funzionario del Sismi che ha fatto da mediatore per la liberazione di Giuliana Sgrena è stato ucciso dai colpi esplosi da un blindato delle truppe statunitensi contro l’automobile dei servizi segreti italiani che trasportava Giuliana verso l’aeroporto di Baghdad. Nicola Calipari l’ha salvata due volte: l’ultima, riparandola col proprio corpo durante la sparatoria. Nato a Reggio Calabria, aveva 50 anni, era sposato e padre di due figli, una ragazza di 19 anni e un ragazzo di 13. In polizia da oltre vent'anni, Nicola Calipari aveva reso possibile anche la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta.

le immagini sono tratte dal manifesto online

ROMA - Professor Asor Rosa, Fassino ha inserito Bettino Craxi nell´album di famiglia della Quercia. Lei che ne pensa?

«È l´ulteriore prova dell´omologazione dei Ds a un certo tipo di tradizione socialista che comprende anche Craxi».

Se ci si dichiara socialisti, il riferimento è inevitabile.

«No. È inverosimile, è la negazione di un intero periodo della nostra storia ivi compresa la questione morale perseguita con tanta passione da Berlinguer».

Fassino invece ha citato insieme Berlinguer e Craxi...

«Non credo che Berlinguer e Craxi appartengano alla stessa famiglia. Rappresentano due modi completamente opposti di concepire la milizia politica, l´onestà intellettuale e soprattutto quella personale nelle cariche pubbliche. Craxi è una degenerazione della famiglia socialista. È come se uno si dichiarasse cristiano e perciò fosse obbligato a considerare come un fatto positivo la persecuzione di Galileo Galilei».

Comunque il segretario dei Ds non è solo. La platea del congresso lo ha applaudito.

«Significa che una parte consistente dei militanti diessini sono d´accordo con lui. E questo mi pare scandaloso».

Non si può distinguere tra il Craxi leader socialista e il Craxi di Mani pulite?

«Sono esattamente la stessa cosa. Ammettendo la buona fede, chi distingue fa un errore ancora più grave».

Non crede alla buona fede dei dirigenti dei Ds?

«Non do giudizi morali. Vedo che è stato fatto un passo avanti molto forte nella rivalutazione di Craxi. E siccome Berlinguer e Craxi non possono stare nella stessa famiglia, penso che ci sia sotto qualcosa di più: la definitiva liquidazione di Enrico Berlinguer da parte di questo gruppo dirigente, al di là dei richiami patetici e commoventi che pure vengono fatti nei loro discorsi. Ecco, lì c´è sicuramente un po´ di ipocrisia».

(g.d.m.)

L’Ordine dei giornalisti non l'aveva mai fatto: ha richiamato Vauro, il vignettista satirico, per aver pubblicato una vignetta fortemente critica su Giovanni Masotti, conduttore del programma giornalistico della Rai: «Punto e a capo».

Due giorni fa il presidente Bruno Tucci gli ha dato un «avvertimento orale». Parlando esplicitamente di violazione del capoverso 3 dell'articolo 2 della legge del 3 febbraio 1963.

È la legge dell'Ordinamento dell'ordine dei giornalisti. Il capoverso 3 dell'articolo 2 dice: «Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori». Deve essere un lapsus, di quelli seri. E non c'è niente da fare, quando hai a che fare con i vignettisti satirici, finisce sempre che l'ironia che corre per il mondo ci mette qualcosa di suo. Il capoverso 3 sarebbe di ammonimento proprio a Giovanni Masotti, che ha definito le vignette del suo collega Vauro a lui dedicate (sono più d'una) un'iniziativa di stampo «brigatista», senza preoccuparsi del fatto che rivolgersi all'Ordine per una vignetta satirica ha qualcosa di paradossale e francamente un po' ridicolo. Stendendo poi un velo pietoso sullo stampo «brigatista». In realtà il capoverso a cui voleva fare riferimento l'Ordine, sbagliando incredibilmente su una legge che dovrebbe conoscere a memoria, è invece il capoverso 1 dell'articolo 2, che recita: «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d'informazione e di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede». Diritto insopprimibile, appunto: diritto insopprimibile limitato dall'osservanza delle norme di legge a tutela della personalità altrui.

Masotti non si sente tutelato dal contenuto di una vignetta satirica. E allora cosa si sarebbe dovuto fare, e mi riferisco a buona parte del mondo politico italiano che sta a sinistra, con tutte le vignette di Giorgio Forattini di questi ultimi anni? Ossessive, esagerate, eppure espressione di una libertà di satira e di opinione che è sacrosanta e che va difesa a ogni costo: per Forattini, per Vauro e per chiunque.

Ma questi sono tempi davvero strani; cupi e caporaleschi, per certi aspetti, dove la censura, o la ripicca, si esercita in un modo ambiguo. Masotti poteva querelare Vauro per diffamazione, ma non lo ha fatto; probabilmente poi avrebbe dovuto pagare le spese processuali. E invece cosa è successo? Masotti ha chiesto all'Ordine professionale di esercitare un potere di veto e di avvertimento. Un potere che l'Ordine ha, ed esercita, per cose assai più serie e più gravi; per tutelare i minori, ad esempio.

E perché avviene questo? Perché in realtà si vuole intimidire senza averne il diritto. Cosa dovrà fare Vauro da ora in poi? Dovrà rifarsi al capoverso dell'articolo 2, quello che gli dà sì un diritto insopprimibile, ma lo rende pur sempre richiamabile all'Ordine, per l'appunto? Dovrà stare più attento ai disegni o alle frasi che mette nelle vignette? E una matita dai tratti più spessi e più offensiva di una matita sottile? Il fumetto con la scritta che occupa uno spazio minimo è meno invadente e dunque più tollerabile di una scritta che occupa tutto il disegno? E una vignetta a colori, è più realistica, e dunque più offensiva, di una disegnata con pochi tratti? E ancora: quanta responsabilità hanno i giornali sulla vignetta? Se è pubblicata in grande l'ammonimento è più grave e il capoverso della legge è più violato, oppure l'articolo 2 viene violato comunque, anche se viene usato un formato francobollo su un giornale formato lenzuolo?

Sono paradossi, è ovvio. Il diritto di satira, e i limiti della satira in casi estremi, ma proprio estremi, possono essere stabiliti per legge: anche se è materia davvero assai sfuggente. Ma quando non è la legge a entrare in campo, quando non è un magistrato, un sostituto procuratore della Repubblica, a stabilire cosa sia lecito e cosa non lo sia, quando non sono tre gradi di giudizio a incolpare qualcuno per aver sfruttato il suo ruolo di opinionista per diffamare il prossimo, ma è un ordine professionale, attraverso un suo organo di controllo, le cose non vanno bene. E non vanno bene perché per prima cosa si è persa l'ironia, e poi perché si è cancellata quella grande regola per cui si rispettano le opinioni altrui, soprattutto quelle che danno più fastidio.

Tutto questo è il risultato di un nuovo sistema di potere che fino a qualche anno fa era inimmaginabile. Non è strano che siano proprio certi giornalisti, televisivi in particolar modo, i più nervosi di tutti in vicende come queste. Sono quelli più esposti e dunque quelli che più hanno da perdere dalla satira e dallo scherno. Sono quelli che devono prendere atto che neppure la legge è dalla loro parte. Così vanno all'Ordine professionale, e chiedono avvertimenti e richiami. E pazienza se poi i capoversi a cui si fa riferimento sono quelli sbagliati.

Quando Vauro fece l'esame da giornalista, nel giugno del 1987, stessa sessione di Giuliano Ferrara, il presidente della commissione esaminatrice, un magistrato, gli chiese quali mai fossero i limiti della satira. E lui rispose: «I limiti della satira? La satira per definizione non può avere dei limiti». E il presidente, incalzando: «Ma lei non si pone un problema etico...». E Vauro: «Io? Io faccio vignette, io sono un vignettista satirico».

Non spiegò quel giorno che Walter Benjamin sosteneva che la satira deve essere «cannibalesca» (kannibalisch), e deve trarre linfa e vita proprio dal conformismo e dall'ipocrisia di chi è compromesso con il potere. Ma il senso delle parole di Vauro ricalcava il pensiero di Benjamin. Erano tempi migliori, le sue risposte furono giudicate idonee e convincenti, e passò l'esame da giornalista. Adesso per gli stessi motivi per cui fu promosso all'esame di giornalista, viene ammonito proprio dall'ordine dei giornalisti. Mala tempora...

Ricordano quelle della Palermo in lutto per Giovanni Falcone le lenzuola bianche appese alle ringhiere di Locri. L'ora della tragedia massima segnò nel '92, per la Sicilia, anche un inizio. La rapidità degli studenti di Locri nel riprendere quel simbolo dice che oggi in Calabria può accadere lo stesso. Anche se nessuno, come la vedova di Francesco Fortugno, avrebbe voluto che suo marito diventasse un simbolo.

In sincronia con quell'ora di Palermo - coincidenza inquietante di date che pochi seppero legare dietro l'apparente divaricazione fra la fortuna dei giudici di Mani pulite e la sfortuna dei giudici antimafia - cominciava la transizione italiana. Durante la quale, fra le tante giravolte, c'è stato l'imporsi nel discorso pubblico della «questione settentrionale» e l'eclissi del sud come questione nazionale. Poco male, se questo avesse significato la fine della retorica vittimista e assistenzialista di molto meridionalismo e la scoperta di quanto di nuovo in quegli anni stava nascendo anche nello spirito pubblico del sud. Invece ha significato un pernicioso capovolgimento simbolico, dalla difesa delle aree deboli a quella delle aree forti del paese, e la sparizione del sud, vecchio e nuovo, dall'agenda politica e dalla narrazione collettiva. La devolution corona oggi questa parabola. Quello che sta accadendo a Locri comanda di interromperla.

A pagina 4 pubblichiamo in forma di grafico un'eloquente fotografia di alcuni indicatori della qualità della vita in Calabria. Essa spiega da sola perché, quando contro la `ndrangheta si chiede più stato, non è solo alla sua faccia repressiva - l'unica che nella storia unitaria il sud abbia davvero conosciuto - che ci si dovrebbe rivolgere, ma anche e soprattutto a quella che dovrebbe garantire le condizioni della crescita civile. Tuttavia, ci sono rivoluzioni simboliche che vengono prima delle pur necessarie riforme economiche. La più urgente per la Calabria l'ha indicata con chiarezza in questi giorni il suo governatore: bisogna che la Calabria torni in Italia. Che ritrovi spazio nel discorso pubblico, che cambi posizione nell'immaginario collettivo, che da lontana finis terrae ridiventi quello che è, un pezzo della comunità nazionale e internazionale. E bisogna aggiungere: che si smetta di pensarla come un lembo destinato di arretratezza e di misurarla con il metro usurato degli standard dello sviluppo, e la si cominci a leggere come un concentrato di contraddizioni della nostra sbilenca modernità. Delle quali la `ndrangheta - il principale cartello europeo del traffico di stupefacenti, che come dice Marco Minniti veleggia per mari e in Calabria ha il suo porto - è la più eclatante e la più tragica. Ma non ha nulla di insondabile o di invincibile, non appartiene a un altro mondo e a un altro tempo: può, deve essere affrontata.

Serve più stato, dicono gli amministratori calabresi a rischio; serve più collaborazione della società civile, risponde lo stato. Ma sia lo stato sia la società civile, in Calabria come dappertutto, sono entità divise. Ci sono apparati puliti e apparati conniventi, e ci sono pezzi di società liberi e pezzi di società acquiesciente. Non serve più stato, serve uno stato schierato dalla parte giusta. Non si può fare appello alla società civile perbene nell'ora dell'emergenza, se non la si sostiene in quello che produce nella normalità di tutti i giorni, in Calabria come altrove: lavoro, cultura, innovazione, conflitto, vita. Non si può sconfiggere il vecchio sud, se non si sa riconosere quello nuovo.

L'omicidio Fortugno non è un segno dell'eterna ripetizione dell'uguale: è un segnale a chi vuole interromperla. La campana, ha detto ieri il vescovo Bregantini, non suona per Locri, suona per tutti quelli che hanno a cuore «la dimensione umana della politica». Suona, puntualmente come tredici anni fa a Palermo, in un momento di svolta della transizione italiana. I leader del centrosinistra sappiano tornare da Locri facendone tesoro.

Tra i tanti problemi che affollano il nostro presente nel mondo e nel paese in cui viviamo, ce n’è uno che in Italia è particolarmente avvertito, anzi che è esclusivamente nostro: la questione cattolica.

Dominò la società italiana per quarant’anni, dal 1870 fino alla fine del "non expedit". Sembrò del tutto risolta, ma nei modi imperativi propri d’un regime dittatoriale, con il Concordato del 1929. Fu nuovamente assopita con l’inserimento dei patti concordatari nella Costituzione repubblicana, auspici Dossetti, De Gasperi e Togliatti, nel 1947 e ancor più con la parziale revisione del Concordato dell’85. Si andò ancor più avanti (o almeno così era parso) con il dissolvimento della Democrazia cristiana nel ‘93 e la fine dell’unità politica dei cattolici.

Invece proprio dalle ceneri di quell’unità, che aveva affidato alla Dc il difficile ma non impossibile compito di mediare gli interessi della Chiesa con quelli dello Stato, la questione cattolica è uscita da una lunga latenza e si è riproposta con un’intensità nuova e ancor più pervasiva per il semplice fatto che non riguarda soltanto gli interessi della Santa Sede e del Vaticano ma anche i valori dei quali la religione è portatrice, l’etica che ne deriva e i suoi campi d’applicazione in materie prima trascurate o addirittura inesistenti, prima tra tutte la bioetica che i progressi della tecnologia hanno portato alla ribalta e che hanno fatto sorgere nuovi bisogni, nuovi desideri e nuovi diritti chiamando in causa la legislazione e quindi la politica e, insieme, la religione, la società civile, lo Stato.

Si fa un gran discutere in questa fase di laicità, di laici e di laicisti aggiungendo una manciata di biasimo a quest’ultima parola. Se ne discute facendo anche molta confusione tra credenti e non credenti e – tra i credenti – quelli che aderiscono alla pratica della liturgia e del catechismo e quelli che, pur avendo fede in un Dio trascendente e cristiano, non passano necessariamente attraverso il filtro sacramentale del magistero ecclesiastico ma cercano di raggiungerlo direttamente e plasmano il proprio sentimento religioso con l’autonomia d’una propria morale. Questa discussione, confusa ma fervida, si svolge al di fuori della politica. Prescinde dalla politica. Riguarda diverse visioni della vita e del senso che essa ha per ciascuno di noi. Dunque riguarda il nostro privato. Il modo con cui preghiamo o non preghiamo, crediamo o non crediamo, pecchiamo o non pecchiamo, ci sentiamo colpevoli o ci assolviamo.

Tutti questi sentimenti, emozioni, credenze e l’antropologia che ne deriva, non hanno alcuna attinenza con la politica, con le leggi, con le istituzioni. Le quali invece entrano in gioco solo nel momento in cui la Chiesa, o per esser più precisi la gerarchia ecclesiastica, usa lo spazio pubblico per introdurre i suoi orientamenti nelle istituzioni, per conformarle il più possibile alle sue prescrizioni, per ottenere diritti adeguati allasua visione del mondo e dei rapporti interpersonali e negare altri diritti che si distacchino da quella visione.

Qui nasce il conflitto e nel momento in cui esso diventa intenso e permanente qui nasce la questione cattolica e la sua compatibilità con la democrazia.

* * *

Esistono ancora dei laici fedeli all’ideale cavouriano di "libera Chiesa in libero Stato" che preferirebbero un regime di netta separazione tra l’istituzione religiosa e quella civile.

Personalmente mi iscrivo tra questi. Ma debbo chiarire che il regime separatista (del resto vigente in molti paesi dell’Occidente a cominciare dagli Stati Uniti) non significa affatto impedire alla Chiesa di utilizzare lo spazio pubblico per confrontare le proprie visioni e dottrine con altre comunque diverse. Al contrario: eventuali limiti posti all’uso dello spazio pubblico possono venire da pattuizioni concordatarie che prevedono sempre uno scambio tra le parti contraenti.

In un regime di separatismo la Chiesa non ha né privilegi né limitazioni, salvo quelle previste dai codici e dalle leggi. Si mantiene economicamente con le risorse ottenute dai suoi fedeli, apre e gestisce le sue scuole private senza alcun contributo dello Stato e di enti pubblici locali; in compenso è pienamente libera di predicare e prescrivere ciò che vuole e nessuno può impedirglielo.

In un siffatto regime i sacerdoti e i vescovi sono cittadini a tutti gli effetti, nei diritti e nei doveri.

Possono promuovere partiti politici o aderirvi, possono diventare membri del Parlamento e membri del governo. Chi potrebbe impedirlo per proprie e non sindacabili ragioni sarebbe tutt’al più la stessa Chiesa ma non certo uno Stato democratico che per definizione non può negare ad un cittadino diritti universalmente riconosciuti.

Ricordo che don Luigi Sturzo fondò e diresse il Partito popolare che ebbe molti seggi in Parlamento e importanti presenze nei governi, a finire con il primo governo Mussolini. Tutto ciò avvenne tra il 1919 e il 1925, cioè in un regime di assoluto separatismo tra lo Stato e la Chiesa.

Pongo ora una domanda a chi sostiene che i vescovi sono cittadini come tutti gli altri e votano infatti alle elezioni: il vescovo Ruini, il vescovo Fisichella e tanti altri come loro possono partecipare alle elezioni politiche e andare in Parlamento? Possono entrare a far parte del governo e reggere un dicastero?

Ho consultato la vigente legge sull’incompatibilità ma non c’è una sola parola che riguardi questo problema.

Dunque la riposta, in puro punto di diritto, è sì, Ruini e ciascuno dei suoi colleghi, se volessero, potrebbero concorrere alle elezioni, essere eletti, partecipare al governo.

Ma tutti sappiamo, a cominciare da loro stessi, che un fatto del genere ripugnerebbe alla coscienza nazionale e quindi non lo fanno. Non lo fanno ma potrebbero. C’è dunque un impedimento morale più forte del diritto di cittadinanza. Qual è questo impedimento?

* * *

La Chiesa è portatrice di valori assoluti e di assolute verità che le vengono dal suo corpo dottrinale dalla sua tradizione, dal suo pensiero teologico. La sua struttura è gerarchica e culmina in un vertice che ha poteri assoluti ancorati addirittura al dogma dell’infallibilità.

Ne segue che esiste una lampante incompatibilità sistemica tra un regime democratico e una religione ancorata a valori assoluti e dogmaticamente istituzionalizzati.

I vescovi, ancorché cittadini italiani, sono vincolati all’obbedienza alla loro gerarchia, nominati da un’apposita congregazione col beneplacito del papa, vincolati a dogmi emanati dalle encicliche e dai Sinodi. Perciò sono eterodiretti rispetto alle istituzioni italiane.

In più, operando in regime concordatario, fruiscono di benefici tutt’altro che marginali. In queste condizioni affermare che i vescovi e il clero in generale siano cittadini a pieno titolo è falso. Non lo sono. Possono votare ma non possono farsi eleggere e partecipare a governi se non riducendosi allo stato laicale. E tuttavia questa norma di tutta evidenza non figura nella vigente legge sulle incompatibilità.

Questo ragionamento tende a dimostrare non solo che l’esercizio passivo del diritto elettorale è precluso ai titolari delle diocesi ma, soprattutto, a chiarire che esiste altresì un limite alle loro esternazioni.

Un vescovo concordatario non può esternare come un qualsiasi altro cittadino poiché nel Concordato l’articolo 1 dichiara che lo Stato e la Chiesa sono indipendenti e sovrani nelle rispettive competenze civili e religiose. C’è anche una casistica di queste competenze per quanto riguarda la Chiesa: dottrina della fede, etica, catechesi, carità, solidarismo. Non figura la parola politica. E quindi la politica non rientra nelle competenze della Chiesa.

Ma si dice ed è vero, l’etica ha a che fare con la politica. La bioetica anche. Perciò la Chiesa può dire che il divorzio è un male, che la fecondazione assistita è un male, che l’aborto è un assassinio di massa, che i Pacs sono un male e spiegarne il perché dal proprio punto di vista. Altri, di diverso avviso, forniranno ragioni contrapposte. Questa è la democrazia. Ma qui si ferma il diritto della Chiesa ad esternare.

Se i suoi vescovi entrano nel cuore della politica (il che gli è precluso) prescrivendo l’astensione dal voto in un referendum, indicando i modi dell’articolato delle leggi, dichiarando l’incostituzionalità di altre, censurando atti di giurisdizione come le intercettazioni telefoniche disposte dalle Procure della Repubblica, facendo affiggere nelle chiese cartelloni e spot per quanto riguarda la partecipazione o l’astensione dai referendum e lasciandoli affissi anche nel giorno delle votazioni; in questi casi i titolari delle diocesi si mettono fuori dal Concordato. Tanto varrebbe allora vederli seduti sui banchi della Camera e del Senato a discutere direttamente e a votare con i loro colleghi della politica.

Dov’è in tutto questo la religione? Dov’è la carità?

Dov’è la pietà. Chi decide se un bisogno ampiamente avvertito sia soltanto un desiderio o abbia creato un diritto? Lo decide monsignor Fisichella?

* * *

Purtroppo sì, lo decide anche monsignor Fisichella poiché molti politici ritengono, a torto o a ragione, che monsignor Fisichella orienti e controlli una notevole quantità di elettori e quindi lo corteggiano a gara, da destra e da sinistra. E monsignor Fisichella detta le sue condizioni che spesso ottiene.

Monsignor Fisichella non fa nulla di illecito (salvo violare i principi del Concordato) ma si comporta come un lobbista. Si comporta come Billè che cerca di far pesare i voti dei commercianti sulle decisioni del governo; o come Montezemolo, o come Pezzotta ed Epifani. Si comporta come il capo di un forte gruppo di pressione, con la differenza che la Chiesa è cento volte più forte di Billè, di Montezemolo e di Epifani perché svolge il suo lavoro di lobby in nome del sentimento religioso invadendo a briglie sciolte la sfera politica e arruolando in questa galoppata anche le truppe cammellate degli "atei devoti" che usano la religione per rafforzare una loro visione dello Stato forte, decisionista, autoritario. "Dio è con noi" è la tentazione moderna del totalitarismo e al tempo stesso della teocrazia.

Chi dovrebbe reagire in primissima linea a questa sciagurata tentazione dovrebbe essere il laicato cattolico che invece è incomprensibilmente silente. Per questa ragione sostengo che siamo in presenza di una questione cattolica: salvo rare e oscillanti eccezioni il laicato cattolico sta assistendo alla sistematica distruzione delle sue autonomie dentro e fuori dal perimetro religioso. Le Comunità cattoliche, l’Azione cattolica, le Acli, le associazioni universitarie e studentesche sembrano colpite da un sonno ipnotico. I grandi ordini religiosi regolari tacciono, eppure avrebbero di che discutere e obiettare.

Abbiamo purtroppo realizzato parecchi primati negativi nel mondo in questi ultimi anni. Aggiungeteci anche questo: siamo il solo paese dell’Occidente cristiano nel quale è nata e cresce di giorno in giorno la questione cattolica.

Francamente non c’è da esserne orgogliosi per il paese dove nacque cinque secoli fa la libera scienza e l’autonomia della coscienza individuale. "De servo arbitrio" fu il motto di Lutero, ma ha passato le Alpi.

Oggi ha dimora Oltretevere, manipolato dai porporati della Cei. Sua Santità è d’accordo con il suo Vicario?

SU REPUBBLICA dell’altro ieri ho ricordato per sommi capi e anche sulla base di mie dirette esperienze che cosa ha rappresentato la Banca d’Italia nell’ultimo mezzo secolo e di qualche tempra morale oltre che professionale siano stati i governatori che si sono succeduti, Einaudi, Menichella, Carli, Baffi, Ciampi.

Mi sembra oggi doveroso completare il quadro prendendo in esame l’operato del sesto governatore attualmente in carica già da dodici anni e recentemente coinvolto in una vicenda molto discussa e discutibile che ha suscitato perplessità e perfino discredito sugli interventi attivi e omissivi del nostro Istituto di emissione. Si tratta delle due Opa proposte dalla banca olandese Abn-Amro sull’Antonveneta e della Banca di Bilbao (Bbva) sulla Banca Nazionale del Lavoro.

Entrambe queste operazioni sono, almeno per ora, fallite perché efficacemente contrastate da due cordate italiane le quali tuttavia sono attualmente sotto esame da parte della Consob e delle Procure della Repubblica di Milano e di Roma per una serie di irregolarità, oscurità e addirittura ipotesi di reato.

La materia non è di facile comprensione perché estremamente tecnica e soggetta a direttive europee, a leggi italiane, a regolamenti e autorizzazioni di varie Autorità (Consob, Antitrust, Banca d’Italia). L’incrocio di queste norme è avvenuto in modi controversi e ha dato luogo a interpretazioni difformi. Di qui un fitto contenzioso giuridico, regolamentare e anche politico, complicato da fughe di notizie che hanno reso ulteriormente difficile un contrasto già di per sé irto di contraddizioni.

Per quanto mi riguarda mi asterrò dall’entrarvi. Mi limiterò a richiamare alcuni punti fermi con l’intento di fare chiarezza e di arrivare a un giudizio il più possibile oggettivo perché questo è il ruolo della libera stampa e della pubblica opinione che essa rappresenta e cui dà voce in funzione di controllo democratico.

Tra questi punti fermi il primo da cui partire è il seguente: il governatore della Banca d’Italia non fa mistero della sua contrarietà a iniziative di banche straniere nel sistema bancario italiano. Nel caso di banche europee l’ostilità del governatore cozza contro le norme del mercato comune che garantiscono parità di diritti a tutti i soggetti operanti all’interno dell’Unione europea, banche comprese.

La Banca d’Italia tuttavia, pur acconciandosi a queste norme, rivendica compiti di vigilanza sulla stabilità del sistema creditizio nazionale ad essa conferiti dalle norme italiane vigenti.

Per risolvere di volta in volta il contrasto tra norme comunitarie e norme nazionali la Banca d’Italia si avvale di poteri discrezionali sotto forma di autorizzazioni limitative delle norme europee. A volte tali autorizzazioni vengono concesse e hanno infatti consentito a banche straniere di acquisire partecipazioni di minoranza nel capitale di banche italiane. Così, tanto per fare qualche esempio, la Abn-Amro fu autorizzata a entrare nel capitale di Capitalia. E la Banca di Bilbao ad entrare nel capitale della Bnl.

Diverso è il caso di un’Offerta pubblica di acquisto (Opa) sottoposta a precise regole europee e nazionali, che ha come finalità non già una partecipazione di minoranza ma l’acquisizione della maggioranza del capitale.

È questo il caso delle due Opa che abbiamo prima richiamato, nei confronti delle quali si è manifestata l’ostilità del governatore Fazio. Poiché le norme comunitarie gli impedivano tuttavia di bloccare quelle operazioni, anzi gli imponevano di garantire il corretto svolgimento riconoscendogli tuttavia poteri di vigilanza e controllo, l’ostilità di Fazio si è potuta esplicare soltanto in due modi. Il primo è stato quello di stimolare l’arrivo sulla scena del cosiddetto «cavaliere bianco» che, sventolando il tricolore, si opponesse all’invasore straniero organizzando una contro-Opa a condizioni più favorevoli per gli azionisti della banca italiana sotto tiro. Il secondo è stato un dosaggio molto sapiente delle autorizzazioni operative, che sono state concesse con immediatezza e larghezza ai "cavalieri bianchi" e lesinate invece con occhiuta parsimonia alle banche straniere, messe in condizioni obiettivamente sfavorevoli sia nella misura sia soprattutto nella tempestività per quanto riguardava acquisti di azioni sul mercato in attesa che le Opa venissero ufficialmente lanciate.

La conseguenza di queste disparità tra i competitors è stata che i vari "cavalieri bianchi" con coccarda tricolore sono riusciti a rastrellare capitale flottante sul mercato in quantità notevolmente maggiore di quanto non fosse accaduto alle banche straniere.

Ma questo sarebbe ancora il meno. La questione più oscura e controversa riguarda i mezzi finanziari usati dai "cavalieri bianchi", la liceità degli accordi esistenti tra di loro e infine la congruità del rapporto tra i mezzi propri e le dimensioni dell’investimento che, nel caso delle banche, rappresentano una condizione tassativa il cui rispetto è affidato sia alla Consob sia alla Banca d’Italia.

Su questi punti la controversia tra le parti in causa è diventata rovente.

La Banca Popolare di Lodi (ora chiamata Banca Popolare Italiana) nella persona del suo amministratore Fiorani, ha impegnato nel rastrellamento di azioni Antonveneta e contro-Opa risorse decisamente superiori ai mezzi propri. Come non bastasse ha concesso ad altri "cavalieri bianchi" sopraggiunti in soccorso cospicui finanziamenti per rastrellare a loro volta azioni Antonveneta. Infine per accrescere i mezzi propri nella misura prevista dalla legge, la Lodi ha dovuto lanciare un aumento del proprio capitale, ma per renderlo possibile ai suoi azionisti si è procurata finanziamenti da altre banche alle quali sono state date in garanzia le azioni Antonveneta nel frattempo rastrellate sul mercato.

Queste manovre, di natura assai dubitabile, hanno provocato un intervento della Consob che ha congelato la contro-Opa su Antonveneta, e un intervento della Procura della Repubblica di Milano che ha disposto il sequestro del 40 per cento delle azioni Antonveneta rastrellate dai vari "cavalieri bianchi" (Fiorani, Ricucci, Coppola, Lonati, Gnutti).

* * *

Contemporaneamente analoghe manovre, con protagonisti in parte diversi ma in parte comuni, si svolgevano attorno alla Banca Nazionale del Lavoro, sotto Opa lanciata dalla Banca di Bilbao.

Anche qui rastrellamenti sul mercato da parte degli immobiliaristi Ricucci e compagni, stretti in un contropatto guidato da Francesco Caltagirone. E anche qui saldatura tra il contropatto e Unipol in opposizione al management della Bnl e alla Bilbao, con un mercato ormai di fatto privo di flottante, quasi interamente in mano a Unipol che ha infine acquistato in blocco le azioni in possesso del contropatto.

La Procura di Roma ha messo sotto esame l’intera vicenda.

La Consob ha convocato gli immobiliaristi per chiarimenti.

Si aspettano gli sviluppi.

* * *

Mentre queste oscure vicende hanno luogo, se ne verificano altre due, altrettanto inquietanti. La Guardia di Finanza, incaricata di intercettare le conversazioni di Fiorani e degli immobiliaristi suoi amici, nonché di Unipol, registra conversazioni molto compromettenti e comunque di tono insolito tra lo stesso Fiorani, Fazio, la moglie di Fazio.

Registra anche conversazioni altrettanto insolite tra il giudice Francesco Castellano e l’amministratore di Unipol, Giovanni Consorte, nonché tra Consorte e Gnutti.

Ho detto che le vicende inquietanti sono due, ma in realtà sono quattro. E cioè: i due gruppi di intercettazioni (Fazio-Fiorani da un lato e Castellano-Consorte dall’altro) e la diffusione di tali intercettazioni coperte entrambe dal segreto d’ufficio.

Mi sembra inutile riferire il contenuto delle conversazioni intercettate, già largamente pubblicato dai giornali nei giorni scorsi. Sulla loro anomalia mi pare egualmente inutile soffermarsi. Basterà dire che non sono consone al livello degli interlocutori e in particolare a quello del governatore della Banca d’Italia. Da questo punto di vista concordo pienamente con quanto scritto ieri da Sergio Romano sul Corriere della Sera: forse non si tratta di reati, ma sicuramente di comportamenti indegni da parte di persone munite di poteri pubblici e di cariche amministrative e societarie di grande rilievo, che meritano ferma riprovazione.

Quanto alla fuga di notizie, è chiaro che esse sono altrettanto deplorevoli poiché non possono che provenire da magistrati o ufficiali della Guardia di Finanza tenuti al segreto d’ufficio che hanno violato per giovare a qualcuna delle parti in causa o per danneggiarla.

* * *

Sulla base di questi fatti - che mi sembra difficile contestare - si arriva alle seguenti conclusioni.

1. Antonio Fazio ha perso ogni credibilità e non può restare alla guida della Banca d’Italia senza danneggiarne ulteriormente il prestigio e l’autorevolezza. Dovrebbe esser lui il primo a rendersene conto e a sgombrare il campo.

2. La nomina del governatore è un atto complesso che in base alla legge vigente comporta il concorso di tre soggetti. In ordine di tempistica procedurale essi sono: il Consiglio superiore della Banca d’Italia cui spetta la designazione del nuovo governatore; il presidente del Consiglio chiamato a dare il placet del governo al nome indicato (o a rifiutarlo); il presidente della Repubblica, chiamato a redigere e firmare il decreto di nomina (o a respingere la designazione che gli è stata sottoposta).

3. Trattandosi di una carica estremamente impegnativa, il nome designato non può che essere di altissimo livello in tema di professionalità, moralità, indipendenza e privo di qualunque sospetto di incompatibilità tra cariche attuali e nuovo incarico da assumere.

4. La Consob ha agito finora con determinazione e rapidità.

È augurabile che proceda allo stesso modo in entrambe le vicende ancora in corso, a tutela degli azionisti, del mercato e del pubblico interesse.

5. È apprezzabile la dichiarazione dell’onorevole Bersani in nome dei Ds sull’insostenibilità della posizione di Fazio. Il partito di Fassino è invece stato finora assai reticente sulla posizione dell’Unipol. Nessuno nega all’Unipol il diritto di operare sul mercato per accrescere il suo status imprenditoriale. Tuttavia la gestione dell’affare Bnl, le compagnie di qualità più che dubbia con raider che operano in totale oscurità e dispongono di risorse di ignota provenienza, ha notevolmente sporcato l’immagine del braccio finanziario del movimento cooperativo. Il partito di riferimento di quel glorioso movimento dovrebbe a questo punto dissociarsi con chiarezza da una conduzione fin troppo spregiudicata. Se si sostiene l’etica anche nel business bisogna applicarla a partire dal cortile di casa propria e dirlo senza eccessive prudenze e lunghi indugi.

Titolo originale: In the face of danger – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Mentre scrivo, esseri umani altamente civilizzati volano sopra la mia testa, tentando di uccidermi”, scriveva George Orwell nel pieno degli attacchi aerei della seconda guerra mondiale. I londinesi hanno vissuto con la paura di molte ondate nemiche invisibili nel corso degli anni. A poco più di un chilometro dagli uffici di questo giornale, per esempio, c’è il luogo dell’assalto esplosivo di Clerkenwell del 1867, in cui gli Irish Fenians tentarono di aprirsi la strada sino a una prigione per recuperare due dei loro, riuscendo invece a demolire una fila di case, a uccidere 12 degli abitanti e a ferirne 126. Appena di là dalla strada, un edificio a Peabody fu ridotto in briciole dalla Luftwaffe, che uccise così alcuni dei 43.000 civili morti nel corso del Blitz. Durante gli anni ’70 e ’80 i londinesi si abituarono forzosamente alle bombe piazzate dalla Provisional IRA. E ieri, a qualche minuto a piedi dal giornale, concittadini che andavano al lavoro sulla Piccadilly a sud di King’s Cross, e altri su un autobus della linea 30 che proseguiva dopo Russell Square aprendosi la strada nell’ora di punta, sono stati crudelmente aggrediti senza alcun preavviso, nel quadro di un assalto coordinato mirato a uccidere: e che ci è riuscito, assassinando e ferendo indiscriminatamente decine di lavoratori londinesi.

Come i predecessori di fronte agli antichi orrori, anche la nuova generazione di londinesi ha risposto a questo inconsulto gesto malvagio – che in termini di perdita di vite umane sembra essere il più grave atto terroristico della nostra storia recente – con un insieme di calma e coraggio. Era un evento, come ci è stato ripetutamente detto da polizia e responsabili della sicurezza, piuttosto probabile. Quando è avvenuto, sembra essere stato accettato senza amarezza. A pochi minuti dalle prime notizie sulle esplosioni in metropolitana, erano rapidamente entrati in vigore i piani fi emergenza. Giù nel buio, nonostante il fumo, le macerie, la morte e i pericoli, i passeggeri sono stati evacuati, per la maggior parte senza scene isteriche, dai servizi d’emergenza che mettevano in pratica azioni ben preparate. In superficie, nelle strade, mentre i trasporti si fermavano, decine di migliaia di persone continuavano a piedi verso il proprio posto di lavoro senza protestare, attraverso le strade sotto la pioggia del mattino. I mercati azionari, in caduta in un primo momento, hanno recuperato freddezza più tardi: la City come metafora di tutta la città. Come già successo a New York l’11 settembre 2001 e a Madrid l’11 marzo dell’anno scorso, eventi di dimensioni molto maggiori con cui ad ogni modo occorre confrontarsi, le storie del 7 luglio 2005 a Londra non sono solo di tragedie individuali, ma anche di singoli atti di eroismo e fredda determinazione.

Meno di 24 ore prima che scoppiassero le bombe, Londra si era guadagnata il plauso del resto del mondo per aver offerto un’Olimpiade basata sulla speranza e inclusione per tutte le razze, religioni e nazioni. Come ha detto ieri Ken Livingstone, queste bombe sono un assalto diretto a quella nobile a mirabile visione. Questo non è stato un attacco contro governanti e potenti. È stato, come hanno ripetuto con parole diverse sindaco e altri rappresentanti della città, un’aggressione ai cittadini comuni, uomini e donne, giovani e vecchi, bianchi e neri, cristiani, musulmani, indù, ebrei che, tutti, aborrono questa violenza. Il Rabbino Capo ha ben colto nel segno quando ha detto, ieri, che le bombe sono la rabbia degli infuriati contro gli innocenti e gli indifesi. E tuttavia la cosa importante è che alla furia non si è risposto con la furia. Londra si è guadagnata le Olimpiadi perché è una città aperta e tollerante. Il modo in cui i londinesi hanno risposto a questo attacco maligno rivendica lo spirito olimpico.

I leaders mondiali riuniti a Gleneagles per il vertice dei G8 sono stati rapidi a cogliere il contrasto fra il messaggio di odio delle bombe di ieri e quello di speranza che continuano a sostenere uscirà dalle loro trattative in Scozia oggi. Hanno avuto ragione, a mettere in luce lo iato fra la barbarie delle azioni terroristiche e gli sforzi di questa settimana per affrontare la povertà in Africa e gli effetti del mutamento climatico. Allo stesso modo, è importante tenere in mente la rabbia provocata nel mondo islamico e arabo dalle azione di alcune nazioni rappresentate a Gleneagles. Robin Cook, su queste stesse pagine, parla a nome di molti scrivendo: “Il Presidente Bush giustifica l’invasione dell’Iraq sulla base del fatto che combattere il terrorismo all’estero protegge l’occidente dal terrorismo sul proprio territorio. Qualunque altra cosa si possa dire in difesa della guerra in Iraq oggi, non si può certo affermare che ci abbia protetto dal terrorismo sul nostro suolo”.

Il terrore del passato aveva un fine politico. Era un mezzo per raggiungere uno scopo. Potevamo sconfiggerlo, subirlo, negoziare con esso. Un terrore come quello di ieri è più elusivo e meno formalizzato. Non si tratta di un movimento o di un esercito in alcuna accezione tradizionale del termine. Il suo senso di sé è apocalittico piuttosto che politico. È difficile individuare una risposta alle sue domande, anche se negoziazioni fossero praticabili o accettabili. Lottare contro questo terrorismo dunque richiede una costante messa in campo di strategie intelligenti: protezione e sicurezza della società e delle città che ne sono le vittime potenziali, e contemporaneamente riconoscere il bisogno di prosciugare per quanto possibile il serbatoio di sofferenze da cui il terrorismo trae la propria forza.

Ieri è stata una giornata oscura, con gesti infami compiuti da gente pericolosa. Gli assassini, se sono ancora vivi, devono essere assicurati alla giustizia, e non abbiamo alternative al restare in guardia contro la probabilità che ci siano altri che complottano per nuovi attacchi. Mr. Blair ha avuto ragione a insistere sul fatto che la nostra determinazione a difendere valori e stili di vita deve essere incrollabile. Ciò significa certo essere implacabili di fronte alla minaccia diretta del nemico terrorista. Significa abili politiche e lavoro investigativo sul lungo periodo. Ma comporta anche il comprendere perché alcune persone possano essere portate a commettere atti così infami e maligni, non semplicemente aumentare i livelli di sicurezza per impedire che essi avvengano ancora. Significa legarsi risolutamente ai valori che rendono la società aperta degna di essere vissuta, compresi tolleranza e libertà civili. Alla fine, come hanno detto sia Mr. Bush che Mr. Blair, è il contrasto che conta. È un conflitto di valori. Ma non è solo il contrasto fra l’odio dei terroristi e l’operato dei leaders mondiali che cambierà il flusso delle cose. È il contrasto tra il furore dei terroristi e la rispettabilità delle persone comuni, come i londinesi hanno potentemente dimostrato ieri.

Nota: il testo originale al sito del Guardian (f.b.)

1 A che serve vincere, se poi...

Dialogo immaginario, ma non troppo, tra due elettori del centrosinistra.

di Gianni Barbacetto

Elettore A: A che serve vincere, se poi i nostri, appena riconquistata la maggioranza, si comportano come quelli del centrodestra? A che serve presentarsi con sigle e bandiere alternative, se poi, dopo la vittoria, arrivano gli stessi metodi degli sconfitti - e spesso gli stessi uomini?

Elettore B: Ma cosa dici? Tu geli gli entusiasmi proprio adesso che stiamo vincendo, proprio ora che il centrosinistra non perde un’elezione da anni, in un momento in cui si vede finalmente la possibilità di battere definitivamente Silvio Berlusconi?

Elettore A: Ma siamo sicuri che questo modo di fare politica, accogliendo tutti i transfughi e facendo propri i metodi dell’avversario, non sia il modo migliore, dopo aver vinto europee, regionali e amministrative, per perdere le elezioni politiche?

Elettore B: Sei un inguaribile guastafeste. Sono quelli come te che, sputando veleno sui ?nostri?, danno una mano all’avversario in rotta e ci fanno perdere?

Chi ha ragione? L’Elettore A o l’Elettore B? Per saperlo non resta che fare un giro d’Italia e raccogliere le storie del centrosinistra tornato al potere, tenendo ben presente che le considerazioni di opportunità politica non possono mai fermare l’analisi dei fatti.

Certo, a Catania non è andata come il centrosinistra sperava. Umberto Scapagnini, il sindaco-medico di Silvio Berlusconi, ha fermato la sequenza delle sconfitte, anche se - come spiega Enrico Deaglio a pagina 7 - a vincere non è stata Forza Italia, ma i colonnelli siciliani di Udc e An, Raffaele Lombardo e Nello Musumeci, che ora tengono in pugno i loro capi romani. Certamente non è servita a Enzo Bianco, lo sconfitto, la trasmigrazione dalla sua parte del rettore dell’Università di Catania ed ex Forza Italia Ferdinando Latteri. Comunque, al di là del valore simbolico che si è attribuito alla sfida di Catania, resta il fatto che in tutta Italia, 16 regioni su 20, governa ormai il centrosinistra. Come? Con quali uomini? Con quali metodi?

Il vecchio e il nuovo.

Si è molto scritto, nelle ultime settimane, sui malumori provocati a Bologna dal sindaco Sergio Cofferati e in Puglia dal neopresidente Nichi Vendola. Cofferati solo nel 2002 era il grande leader della sinistra nuova, capace di portare in piazza 3 milioni di persone. E ora, diventato sindaco di una media città italiana, è contestato perfino dal suo ambiente di provenienza, quello del sindacato. A Vendola invece è stato sufficiente un mesetto per perdere l’aura sacrale del vincitore contro ogni previsione, comunista e poeta, cristiano e gay: molti dei suoi sostenitori gli hanno contestato di aver affidato l’assessorato regionale alla Sanità ad Alberto Tedesco, ieri socialista e oggi portatore di un voluminoso conflitto d’interessi nel settore ospedaliero.

Ma non basta. Accanto ai due casi che hanno bucato le cronache nazionali, ce ne sono tanti altri, più piccoli ma perfino più significativi. E allora conviene partire da Verona. Qui, nel Nordest berlusconiano e leghista, è iniziata la svolta, quando nel giugno 2002 la città è stata strappata, a sorpresa, a una Casa delle libertà che sembrava ancora invincibile. Era il primo granello di una frana. E oggi? Oggi il sindaco che nel 2002 ha fatto il miracolo, Paolo Zanotto, ha rotto con il suo assessore al Bilancio, Angelo Marangoni, che non ha potuto far altro che dimettersi. Chi lo ha subito sostituito? Giancarlo Frigo, ex segretario provinciale dell’Udc e soprattutto ex assessore al Bilancio delle precedenti giunte di centrodestra: garanzia di continuità e rassicurazioni, dicono i critici, nei confronti dei moderati, ma anche dei poteri forti e delle banche che stanno finanziando le iniziative del Comune, ottenendo in cambio immobili pubblici.

Altrove invece il centrosinistra sta andando in crisi per eccesso di discontinuità: a Mantova, per esempio, isola di sinistra che ha resistito, accerchiata, anche negli anni del berlusconismo trionfante. Ora che tutto attorno il centrodestra scricchiola, a Mantova s’infrange l’unità a sinistra. Fiorenza Brioni, Ds, è diventata sindaco nell’aprile 2005, succedendo al potentissimo compagno di partito Gianfranco Burchiellaro, che per dieci anni aveva guidato la città. Candidatura difficile: la scelta di Brioni era stata fatta dopo interminabili riunioni e furibonde discussioni in cui i “continuisti burchiellariani” e i “rinnovatori” di area Arci erano quasi giunti alle mani. Motivo del contendere: i piani di lottizzazione (quasi 2 milioni di metri cubi di cemento) avviati dalla giunta Burchiellaro con la formula dell’urbanistica contrattata con i privati; e i progetti di centrali energetiche (dopo quella a turbogas da 780 megawatt di Enipower, ora arriva quella Ecogen da 150 megawatt). Dopo aver vinto le elezioni, Fiorenza Brioni ha voluto dare un segnale di rottura con il passato e ha lasciato fuori dalla sua giunta l’uomo forte delle gestioni Burchiellaro, ovvero Stefano Montanari, già assessore al Bilancio e all’Urbanistica, fortemente avversato da Rifondazione comunista, da sempre all’opposizione. Il partito di Fausto Bertinotti aveva corso da solo al primo turno, presentando come candidato sindaco Matteo Gaddi, fierissimo oppositore di Burchiellaro e delle centrali energetiche, che però al ballottaggio aveva sostenuto Brioni, ottenendo in cambio una promessa di assessorato. Risultato: alla prima riunione del Consiglio comunale, quella d’insediamento della giunta, sei consiglieri Ds (quelli che fanno riferimento a Burchiellaro) su dieci eletti non si sono presentati; assenti anche due della Margherita e tutta l’opposizione. È mancato così il numero legale e la giunta non ha potuto essere varata. Sarà per la prossima volta, con un difficile equilibrio da ritrovare.

Ritorno al passato.

Storia simile a Firenze. Qui la scontata riconferma del sindaco Leonardo Dominici (la Fed ha portato a casa il 57 per cento dei voti) si è accompagnata alla ripresa di un vecchio progetto: la costruzione del quartiere Castello sull’area della Fondiaria, che nel frattempo è passata di mano ed è stata conquistata da Salvatore Ligresti. È una vicenda che ha più di vent’anni. Nei primi anni Ottanta la Fondiaria, storica compagnia d’assicurazioni fiorentina, acquistò 168 ettari vincolati a verde. Una mossa lungimirante, perché sull’area si cominciò a progettare la costruzione di un nuovo quartiere residenziale, reso possibile da quella che fu chiamata la variante Fiat-Fondiaria.

Varata nel 1983 dal sindaco democristiano Lando Conti, provocò un dibattito lacerante dentro il Pci, che nel 1985 conquistò Firenze. Quando nel partito stavano per trionfare gli “innovatori” contro i “premoderni”, fu il segretario nazionale Achille Occhetto in persona a bloccare tutto, con una telefonata che nel giugno 1989 congelò il progetto. Ora, limati un po’ i volumi, Dominici resuscita il piano. Il 26 aprile ha firmato con Salvatore Ligresti il piano urbanistico esecutivo che prevede l’edificazione di 1 milione e 400 mila metri cubi, la più grande operazione immobiliare del dopoguerra a Firenze. “Una cementificazione pesantissima che non risponde a nessuno dei bisogni reali della città”, secondo Ornella De Zordo (della lista filo-Girotondi) e Monica Sgherri (di Rifondazione comunista).

A Milano le divisioni sono invece interne alla Margherita, anche se poco visibili all’esterno. Dopo l’inaspettato successo di Filippo Penati, eletto nel giugno 2004 presidente della Provincia, stava per diventare assessore una vecchia conoscenza dei tribunali, Gianfranco Mazzani, oggi attivissimo leader della Margherita milanese, ma negli anni Ottanta esponente democristiano processato e condannato in Cassazione a 3 anni e 3 mesi per una serie di tangenti ricevute dal costruttore Bruno De Mico. Bloccata sul filo di lana la sua nomina ad assessore, Mazzani ha però ricevuto un premio di consolazione: subito la presidenza della società Acqua potabile, con la promessa di un buon collegio alle prossime elezioni politiche.

Cantami o Massimo l’ira funesta.

A Venezia la disfida tra Massimo Cacciari e Felice Casson ha tracciato un solco tra Margherita e Ds. Cacciari, dopo aver rifiutato la candidatura unitaria del centrosinistra, è stato colto da “un attacco di ira funesta” (l’espressione è sua) quando ha saputo che il candidato prescelto era stato, alla fine, il magistrato Casson. Ha allora cominciato una guerra senza quartiere che si è conclusa con la sua vittoria elettorale. Ora che è ridiventato, controvoglia, sindaco di Venezia, Cacciari fa fatica a ricucire i rapporti con i partiti che hanno sostenuto il suo avversario.

Anche perché ha chiamato come assessore al Turismo l’avvocato Augusto Salvadori, che i veneziani (ma anche qualche non veneziano) ricordano bene: da assessore democristiano, negli anni Ottanta, vietò ai gondolieri di cantare O sole mio e fu il protagonista di epiche battaglie contro i saccoapelisti, che faceva innaffiare con gli idranti. Ora, tornato a Ca’ Giustinian dopo aver corso come candidato sindaco di una lista civica collegata con Giorgio Panto (imprenditore veneto-leghista che ha scavalcato a destra Umberto Bossi), ha subito ribattezzato l’assessorato “al Turismo, tradizioni veneziane e moto ondoso” e si è installato sulla prua di una lancia della polizia municipale da cui pattuglia (invano) il Canal Grande, con l’obiettivo di far rispettare i limiti di velocità.

Invece di ritessere i rapporti a sinistra, Cacciari ha accettato che come presidente del Consiglio comunale (di fatto la figura istituzionalmente più rappresentativa della città dopo il sindaco) fosse eletto Renato Boraso, di Forza Italia, storico oppositore delle passate giunte di sinistra veneziane. Del resto, la situazione che si è venuta a creare in Laguna è, secondo lo storico prosindaco verde Gianfranco Bettin, “un mostro politico”: Margherita e Udeur, che hanno raccolto circa il 13 per cento dei voti, hanno in Consiglio comunale, grazie al meccanismo elettorale, la stragrande maggioranza dei seggi (28, pari a circa il 60 per cento); e tutti gli altri, destra e sinistra insieme, si spartiscono soltanto i 19 seggi residui.

Il centrosinistra vince ma soffre anche a Pavia, dove è appena stata eletta sindaco, nell’aprile scorso, la diessina Piera Capitelli, sostenuta da tutta l’Unione, dall’Italia dei valori a Rifondazione comunista. Nella sua giunta spicca un uomo come Ettore Filippi, ex Forza Italia, poi Udeur e infine Margherita, legatissimo a Onofrio Amoruso Battista, un altro azzurro lombardo trasmigrato per tempo nel centrosinistra e signore di un solido pacchetto di tessere della Margherita. Filippi, ex poliziotto ed ex vicequestore, a Pavia è un partito nel partito. Ha ha una sua sede e suoi uomini fedeli, controlla tessere e incarichi. Alle ultime elezioni ha candidato il figlio Luca, stravotato, e poi ha piazzato i suoi su tutte le poltrone e poltroncine che è riuscito a conquistare, lasciando a bocca asciutta i giovani ulivisti della Margherita, arrivati al partito per passione e rimasti attoniti a guardare “come si fa politica”.

Santa Margherita ligure.

Più o meno lo stesso copione si recita a Genova, dove Rosario Monteleone, segretario regionale della Margherita, piazzato nel “listino” del presidente Claudio Burlando, è entrato senza fatica in Consiglio regionale, di cui ha assunto la vicepresidenza, in cordata con l”amico di partito Massimiliano Costa, diventato assessore alla Formazione, lavoro e servizi sociali, nonché vicepresidente della giunta regionale. Completamente emarginati, anche qui, i giovani ulivisti, da Giovanni Paladini a Lorenzo Basso, lasciati fuori da ogni responsabilità istituzionale.

Ma è al Sud che il centrosinistra dà il meglio di sé (o il peggio, dipende dai punti di vista). È l’Udeur di Clemente Mastella il protagonista principale delle manovre politiche più azzardate - o più innovative - come si racconta nell’articolo che segue. E non soltanto in Campania: in Calabria l’Udeur locale, che a Reggio sosteneva le giunte di centrodestra sia al Comune sia alla Provincia, è passato a sostenere Agazio Loiero, Margherita, poco prima che questi, alle elezioni dell’aprile scorso, fosse eletto presidente della Regione. Dalla parte di Loiero sono passati personaggi come Cenzino Aiello, ex Ccd-Udc; Mimmo Crea, ex Ccd-Udc e ora Margherita, a cui è stata promessa la direzione di un ente regionale; Giuseppe Nisticò, già sottosegretario ed eurodeputato, che ha traghettato nella Margherita il suo Movimento popolare per la Calabria; Aurelio Misiti, ex assessore del centrodestra ed ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici; Pietro Fuda, presidente della Provincia di Reggio, ex Forza Italia alla ricerca di un collegio senatoriale vincente nella Locride...

Loiero, accogliente, apre le braccia, come ha detto di fare, da Roma, anche il leader nazionale della Margherita Francesco Rutelli. Intanto l?Elettore A e l’Elettore B continuano il loro interminabile battibecco. “Hai visto a Catania”?, dice il primo, “aprire le braccia a tutti non serve a vincere. E poi, val la pena di vincere a ogni costo”?

2 Prodi, vieni ad Apice

di Luigi Settembrini

E siste un centrosinistra che rispetta le regole dello Stato di diritto e un altro che se le mette sotto i piedi. Uno che intende rompere con i viziacci della prima Repubblica e uno che li rimpiange. Uno irriducibilmente diverso dal centrodestra e un altro che gli somiglia come una goccia d’acqua. Esiste un paese del beneventano che è il simbolo del conflitto che c’è dentro il centrosinistra. Si chiama Apice e ha 6 mila abitanti. Alle ultime elezioni comunali del 12 e 13 giugno 2004, ad Apice si sono fronteggiate due liste civiche entrambe riconducibili a schieramenti di centrosinistra. Una, denominata “La Torre”, raccoglieva spezzoni della Margherita ma soprattutto faceva riferimento al leader politico della zona, Clemente Mastella; un’altra con dentro altri spezzoni della Margherita, Ds e Italia dei valori, era “Uniti per Apice”.

Ha vinto (con 1.802 voti contro 1.716) la prima, che presentava tra i candidati il padre-padrone del paese, Luigi Bocchino, un preside in pensione di 83 anni, sindaco per 50, che da sempre controlla la sua comunità come fosse una scolaresca. Sindaco è diventato il ragionier Raffaele Giardiello, pensionato anche lui e segretario provinciale dell’Udeur. Bocchino infatti, dopo ben dieci mandati, non poteva più fare il sindaco e si è accontentato di fare il vicesindaco. Ma di fatto il sindaco continua a farlo lui. Quello che conta però è come il dottor Bocchino, il cui cuore batte un po’ per la Margherita e un po’ per l’Udeur, ha utilizzato i suoi poteri quando ancora era sindaco, nei 45 giorni precedenti il voto. Innanzitutto ha eletto a sede del comitato elettorale della sua lista il municipio stesso di Apice. Quindi per cercare di vincere le elezioni ha utilizzato le casse pubbliche. Ha elargito a feste e manifestazioni varie 59.700 euro. Ha sistemato strade di accesso a proprietà private. Ha concesso contributi per l’assistenza economica e firmato i relativi mandati di pagamento. Ha consegnato un numero imprecisato di buoni (almeno 473) per forniture di generi alimentari, farmaceutici e quant’altro, del valore oscillante tra i 100 e i 150 euro, da spendere in diversi esercizi commerciali del paese, per un totale di almeno 1.800.000 euro prelevati dai fondi del terremoto. Per esempio, con i soldi della legge 219 paga il suo autista 700 euro al mese. Infine, ha concesso un numero imprecisato di buoni libro. Non solo: la nuova amministrazione ha a lungo impedito ai consiglieri dell’opposizione il legittimo accesso agli atti amministrativi in questione. Un esempio del modo di procedere del padre-padrone di Apice? Dopo aver concesso un contributo di 5 mila euro a un gioielliere per ristrutturare il suo negozio, alla richiesta di spiegazioni dell’opposizione, visto che il gioielliere è anche un rappresentante della Chiesa evangelica, ha motivato il contributo come sussidio alla ristrutturazione di una chiesa cui fa riferimento quella confessione, chiesa che però era già stata ristrutturata nel 2003.

Fatti come questi nel Sannio sono la norma e il protagonista è lui, il ras di Ceppaloni che ha avuto alle ultime elezioni regionali un successo notevole, vedendo finalmente eletta sua moglie Sandra Mastella alla Regione Campania. In virtù di accordi firmati solo da Franco Marini e Vannino Chiti, ha ottenuto assessorati anche a Venezia dove dell’Udeur si ignora persino l’esistenza e dove due pretendenti mastelliani alle poltrone di assessore sono stati definiti “analfabeti” da Massimo Cacciari.

Ma come mai i suffragi di Mastella sono lievitati a Benevento dal 22 al 28 per cento? È vero quello che si dice, ovvero, per esempio, che i medici della Asl di Benevento sarebbero stati convocati uno per uno da Mario Scarinzi, direttore generale di stretta osservanza mastelliana, e alla presenza del candidato dell’Udeur Fernando Errico sarebbe stato chiesto loro di votare e far votare Errico perché, se erano diventati dirigenti medici, lo dovevano all’Udeur? Possibile che abbia fatto una cosa del genere una persona come Errico, i cui manifesti elettorali sono stati affissi abusivamente sui viadotti della tangenziale di Benevento con una gru, dopo aver deviato opportunamente il traffico? Quell’Errico che ha conferito senza alcun bando pubblico all’ingegner Fausto Pepe, capogruppo dell?Udeur a Benevento, un progetto di rifacimento delle fogne del comune di San Nicola Manfredi di cui è sindaco? E si tratta proprio dello stesso Fernando Errico che, eletto alla Regione Campania, anziché dimettersi da sindaco, carica incompatibile, preferisce farsi dichiarare decaduto perché in questo modo restano in carica il suo vicesindaco e la sua giunta che possono continuare a controllare i centri di spesa pubblica tanto utili in vista della tornata elettorale del 2006?

Se fosse vero tutto ciò, che cosa direbbe Romano Prodi? Se la sentirebbe di affidare il ministero dell’Interno a Mastella, come sembra abbia promesso?

La morte di Nicola Calipari, agente di alto livello dei servizi segreti italiani, persona di fiducia del governo italiano, ucciso mentre compiva una missione su istruzioni precise del governo italiano, è solo in apparenza una questione internazionale, o un problema nei rapporti e nelle relazioni fra Italia e Stati Uniti.

Calipari, come è tristemente noto e come viene ripetuto ogni giorno sui nostri giornali e dalla nostra televisione, è stato ucciso da una pattuglia americana che ha fatto fuoco sulla macchina - che forse correva veloce e forse andava piano, che forse ha visto e forse non ha visto (o non ha avuto) segnali di avvertimento - mentre quella macchina stava portando all’aeroporto di Baghdad la giornalista italiana Giuliana Sgrena, appena liberata dagli agenti italiani dopo un rapimento e una trattativa durata un mese.

L’incidente è apparso subito gravissimo per due ragioni. La prima è che un alto funzionario italiano è stato ucciso mentre compiva una missione autorizzata e anzi comandata dal suo governo. Sia chiaro che non ci sono ragioni per credere che sia stato ucciso con intenzione.

Ma prima ancora che ce lo riveli la relativa indifferenza e irritazione degli alleati americani, ci viene detto, più o meno chiaramente, che Calipari è stato ucciso come può accadere di notte in zona di guerra: un’auto corre, una pattuglia spara.

Segue una grande e penosa finzione, la «commissione paritetica di inchiesta». Gli americani, che, anche quando sono brutali, sono sinceri e non amano le sceneggiate su gravi questioni politiche, non hanno mai detto che avrebbero aperto una inchiesta, ma soltanto che avrebbero ricostruito e accertato i fatti.

Non hanno mai parlato di “commissione paritetica”. Hanno dichiarato semplicemente - e onestamente - che due italiani sarebbero stati ammessi come “uditori” di quella commissione. Quella commissione non era di giudici indipendenti ma di militari incaricati di rappresentare le ragioni dei militari.

Dunque niente confronti, niente interrogatori, niente verifiche sul posto. Ma invece esibizione di materiale segreto, come le registrazioni delle telefonate e il monitoraggio dei satelliti.

Ci troviamo di fronte a due realtà diverse. Gli americani si sono dati come scopo esclusivo (ma esplicitamente dichiarato fin dall’inizio, con onesta brutalità) di accertare - nel senso di dimostrarne la correttezza e la legittimità - il comportamento dei loro soldati in area americana, in tempo di guerra e sotto l’esclusiva responsabilità di comandi di truppe americane, o di gruppi privati da essi dipendenti.

Gli italiani hanno annunciato la commissione congiunta, fatto credere a una situazione di parità, di accesso ai reperti, di autorità e di diritti condivisi. Hanno preannunciato un esito che avrebbe potuto essere più o meno favorevole agli italiani ma che avrebbe avuto comunque la forza, la logica, la legittimità di un verdetto accettabile.

La conclusione non è un verdetto, non è una decisione giuridica. È un comunicato con il quale una autorità militare verifica il comportamento dei propri uomini e - dall’unico punto di vista della sua logica di controllo del territorio in zona di guerra - conferma e approva l’operato dei propri uomini (come dimostra il rapporto militare diffuso ieri dal comando Usa). C’è da immaginare che gli anonimi membri del gruppo americano di lavoro (anonimi nel senso che, a parte il generale che ha presieduto, non è stato comunicato il nome, il rango, la funzione, il grado di esperienza dei partecipanti) non abbiano neppure richiesto la firma dei due auditori italiani. Il rifiuto di quella firma è qualcosa che riguarda gli italiani, o meglio, il governo, che cerca di marcare la distanza di ciò che è accaduto per non restarne travolto.

Al gruppo di lavoro americano quelle firme non servono, non mancano e non significano niente. Ciò che agli italiani è stato detto di attendere come il verdetto di una commissione paritetica di inchiesta è invece il comunicato interno di una autorità militare che approva se stessa.

* * *

È bene ripetere: qui non è in gioco il rapporto, militare o diplomatico, fra l’Italia e gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti non hanno mai promesso niente e dunque non hanno mancato o deluso nessuna promessa. È in gioco il rapporto fra l’Italia e l’Italia. Ovvero l’Italia e il suo governo. E - a nome dell’Italia - fra tutti coloro che si oppongono a Berlusconi e alla conduzione frivola e incosciente della politica estera e militare di Berlusconi.

Il caso Calipari, così come viene raccontato dagli americani, stride con la realtà, solo perché noi, in Italia, siamo prigionieri di una verità scrupolosamente e minuziosamente falsificata. Falsificata al punto da deviare l’intero flusso di comunicazioni, compreso quello che orienta (e che a volte ha diviso) il comportamento della opposizione sulla guerra in Iraq.

Coloro che - nel Parlamento italiano - si sono domandati a lungo se si dovesse o potesse rifiutare di inviare truppe in Iraq e hanno deciso, anche a sinistra, che “gli iracheni non possono essere lasciati soli” hanno saltato una domanda essenziale, su cui si è giocato il destino di Calipari e di decine di soldati italiani a Nassiriya: oltre al problema del sì o del no c'era il problema del “come” andare in Iraq. Su quel delicatissimo problema con abilità e fiumi di retorica il governo e le sue truppe parlamentari sono riusciti a deviare ed eliminare il dibattito. La domanda era: se si va, a quali condizioni, con quali diritti, a quale livello di partecipazione e di decisione?

In ogni trattato, per quanto potente sia la controparte, c'è un punto in cui si discute alla pari, altrimenti non è una alleanza ma uno stato di subordinazione. Ci sono mille ragioni per essere alleati con gli americani. Ma nessuna ragione di rinunciare ai diritti di un Paese sovrano, che ha un ruolo, un peso e, in questo caso, anche una funzione simbolica. Tutto ciò non ha contato nulla, per il frivolo Governo Berlusconi. S'intende che se un corpo di spedizione militare va a congiungersi con altre truppe che sono in guerra, intorno a quelle truppe si forma un'area di attività di servizi e di funzionariato che dovrà avere, presso l'alleato che si va a sostenere, autonomia, protezione e franchigia.

S'intende che se lo Stato sovrano A si unisce, in una rischiosa operazione di guerra, allo Stato sovrano B, porta fatalmente in quella vicenda bellica, anche le opinioni del suo Parlamento (opposizione inclusa) e della sua opinione pubblica.

Ora l'opinione pubblica italiana è fortemente in favore della liberazione degli ostaggi, anche quando ci sono costi e rischi.

Ciò può essere in contrasto con le decisioni dell'alleato al quale ci siamo uniti, ma dove è stato detto, scritto o deciso che l'Italia avrebbe abdicato alla sua volontà di governo, di Parlamento e di opinione pubblica per adottare tutti i punti di vista dell'alleato? Come può perdere diritti qualcuno che va volontariamente ad aiutare qualcun altro? Esempio: nel corso dell'ultima guerra mondiale, la piccola Francia del generale De Gaulle (la cui presenza accanto al gigante America aveva però un peso morale molto grande) aveva interesse ad apparire come prima autorità occupante nel Nord Africa appena liberato (Algeria, Tunisia) nonostante la sproporzionata presenza delle truppe americane e inglesi.

E dunque, appena cacciati i tedeschi, è stata la bandiera francese a sventolare sulla vittoria che certo francese non era. È avvenuto perché così richiedeva la buona politica del momento.

* * *

Berlusconi invece è corso avanti a offrire soldati in cambio di niente e ha mentito due volte. Agli italiani ha detto che si trattava di una missione di pace (e ciò ha provocato più morti - o forse tutti i morti da Nassiriya a Baghdad - perché nessuna precauzione è stata presa per proteggere il contingente della presunta missione di pace).

Agli americani - che pure hanno una cultura politica fondata sul pragmatico rendersi conto delle necessità degli altri - è stato fatto capire che non vi era alcuna condizione, alcun diritto italiano da salvaguardare. E così abbiamo avuto, per la prima volta dal 1945, truppe italiane sotto comando inglese, a sua volta subordinato al comando americano, senza alcun organo di consultazione e di mediazione nè per le emergenze nè per i fatti di tutti i giorni.

Un esempio delle complicazioni di tutti i giorni ci viene dato da un resoconto pubblicato da la Repubblica del 29 aprile. Si tratta di una violenta battaglia di Nassiriya improvvisamente scoppiata alcune notti fa nella zona presidiata dagli italiani, ma condotta senza preavviso da truppe americane contro ribelli sciiti dell'Iman Al Sadr, che però non attaccano mai gli italiani da quando le nostre truppe si sono ritirate in postazioni fortificate lontane dai centri abitati. Di quella battaglia gli italiani non sono mai stati informati né prima né dopo (ma avrebbero potuto essere obiettivo di rivalsa e di vendetta da parte degli attaccati). Ciò avviene perché non esiste alcun trattato tra i due alleati che preveda informazioni del genere e non esiste alcun organo politico o militare in grado di accogliere una protesta o che abbia il dovere di offrire una ragione.

Ecco spiegato, nella sua immensa tristezza, nell'epilogo che resterà inconsolabile per la famiglia, gravissimo per il Sismi, e macchia indelebile per il governo italiano, (finché ci sarà questo governo italiano) il caso Calipari. Non c'era nessuno a cui comunicare la decisione italiana di salvare la Sgrena nel modo, al costo e col rischio richiesto dall'intera opinione pubblica italiana. Non c'era nessuno che avesse l'autorità di dirlo e nessuno che avesse il dovere di prenderne atto e di rendere sicura (per quanto è possibile in guerra, per quanto è possibile senza la finzione di una inesistente missione di pace) la strada della salvezza verso l'Italia.

Il governo delle pacche sulle spalle, dell'ottimismo incosciente, del Festival di Sanremo e della campagna elettorale senza fine, aveva altre cose da fare che stipulare un trattato che desse diritti e rispetto a soldati e funzionari della Repubblica italiana operanti in zona di guerra per decisione e su istruzioni di quel governo.

L’ITALIA azzurra non c’è più. Quella "Fantasyland" felice e spensierata del 2001, dove un "partito personale" dominava in 81 province su 100, s’è dissolta. Quell’appendice virtuale di Milano2, riprodotta su scala nazionale dalla Casa delle Libertà, esiste ormai solo nella mente del suo "inventore". Berlusconi ha perso anche queste elezioni regionali. Si partiva da 8 a 6 per il centrodestra. Dopo questa chiamata alle urne per 41 milioni d’italiani, secondo le proiezioni provvisorie della notte, finirà 11 a 2 per il centrosinistra. Si frantuma la geografia politica immaginata dal premier. Prodi consolida la sua leadership, la lista unitaria prende corpo, i Ds diventano il primo partito in molte aree del Paese.

L’opposizione strappa agli avversari il Piemonte al Nord, il Lazio al Centro e la Puglia al Sud. È molto più che una sconfitta. È una disfatta. Nel Polo, che resta maggioranza in Parlamento ma non nel Paese, finisce la "dittatura del premier". Quello che comincia non si sa ancora. Sicuramente un "tutti contro tutti", se non addirittura un "rompete le righe".

Le elezioni regionali sono un test locale per definizione. Ma qui c’è qualcosa di più. Dopo il trionfo del 2001, il Polo ha perso le amministrative del 2002, le provinciali del 2003, le europee e le comunali del 2004, le suppletive del 2005, e ora anche le regionali. In questa sequenza non c’è solo un "segnale", estemporaneo e congiunturale. C’è forse, soprattutto, un travaso di voti nel bacino (finora a compartimenti stagni) della rappresentanza bipolare. Lo dimostra l’affluenza alle urne, molto alta considerata anche la traumatica coincidenza del voto con la scomparsa di Giovanni Paolo II. E se è vero (come insegnano i sondaggisti) che non esiste un astensionismo di sinistra, ma solo una forte quota di elettori incerti o lontani dalla politica, questo vuol dire che tanta parte di questo elettorato "di mezzo", che in passato ha votato per il Polo, stavolta ha votato per l’Unione. Il tracollo del centrodestra è grave. Riapre al suo interno una verifica che in realtà non si era mai chiusa. Ne compromette in modo strutturale la già precaria stabilità. Per almeno quattro ragioni fondamentali.

1) La caduta del Piemonte sancisce il fallimento di un progetto strategico. Il blocco sociale più dinamico, quello della borghesia produttiva, dei professionisti e dei "padroncini", aveva affidato le chiavi d’Italia al "suo imprenditore", convinto che gli avrebbe aperto le porte dell’Eldorado economico. La vittoria della Bresso segna la fine di quel sogno. L’opposizione, conquistando la regione della Fiat e della media impresa, infila un cuneo decisivo nel "fronte del Nord", che Berlusconi aveva blindato insieme a Bossi. Per il Cavaliere e il Senatur sarà difficile governare un Paese complesso come l’Italia dalla "ridotta padana" del lombardo-veneto. Questo voto indebolisce anche quell’"asse del Nord", intorno al quale Berlusconi ha costruito i suoi successi e la sua provvista di seggi sicuri. Quasi sempre a spese degli altri due alleati, An e Udc, sempre poco visibili, sempre troppo acquiescenti.

2) La beffa del Lazio è ancora più cocente. E gravida di conseguenze. Qui entra in rotta il modello sociale rappresentato dall’anima più popolare e populista di An. L’autodafè di Storace è clamorosa. Probabilmente non basta a spiegarla il verminaio sudamericano esploso con la Mussolini: se anche si fosse raggiunto un accordo elettorale con la nipote del duce, la somma dei voti delle rispettive liste non sarebbe bastata a superare Marrazzo. In ogni caso, "Epurator" ha costruito la sua immagine sull’alterità: da Berlusconi, ma anche da Fini. Ha sempre contestato al suo leader la colpa di aver trasformato An in una "corrente" sbiadita di Forza Italia. Su questa posizione, ha dietro di sé una bella fetta di partito. È verosimile che ora chieda il conto al vicepremier, riversando su di lui la responsabilità di un’onta che non riguarda una persona, ma un partito e il suo posizionamento politico dentro la coalizione. Ed è altrettanto verosimile che Fini, privo di un suo vero delfino e assorbito com’è dalla Farnesina, abbia adesso una seria difficoltà a controllare An, fiaccata da un gregariato estenuante e lacerata com’è dalle correnti interne.

3) Il probabile successo di Vendola in Puglia è una pugnalata al cuore di un sedicente "moderatismo" che, evidentemente, Forza Italia e i centristi dell’Udc (i due partiti più forti al Sud) si sono illusi di rappresentare quasi "a prescindere". Dovrebbe aver vinto un rifondatore comunista e gay discreto ma dichiarato, che va a prendersi una delle regioni più "conservatrici" della Penisola. Al di là dei problemi che questa eventuale vittoria creerà nel centrosinistra sul piano dei rapporti di forza con Bertinotti, qui c’è l’indizio della crisi profonda di un falso modello di sviluppo, che il Cavaliere ha creduto di spacciare a colpi di grandi opere scritte sulla lavagna invece che realizzate sul territorio. Fitto è stato da sempre una pupilla dei suoi occhi, aperta sul prezioso serbatoio di voti del Mezzogiorno. Ora quella pupilla si chiude, e quel serbatoio si prosciuga. A Sud, per il Polo, resta solo la Sicilia.

4) Al fondo di tutto, c’è una nuova e inedita interpretazione del cosiddetto "fattore B". Così come quella di quattro anni fa fu in larga misura una vittoria personale, questa del 2005 è per ragioni uguali e contrarie una debacle personale. Perde la maggioranza, ma perde soprattutto lui, Berlusconi, che ha fondato le sue fortune politico-imprenditoriali sul mito dell’invincibilità. Il Cavaliere viene investito da un’onda lunga e crescente di malcontento popolare. La sanzione inevitabile dopo una fase stupefacente e ininterrotta di malgoverno politico.

Berlusconi perde sulla politica. Paga tutti gli errori commessi in questa avventurosa legislatura. Non lo premia una rovinosa riforma costituzionale, approvata prima di Pasqua solo per onorare un patto con la Lega, ma vissuta dagli italiani come una mannaia che si abbatte sull’unità del Paese. Non lo premia la grancassa degli sconti fiscali, suonata ossessivamente per un anno, e poi maledetta dai contribuenti che si sono ritrovati una manciata di spiccioli nella busta paga di gennaio. Il Cavaliere ha cercato più volte di sminuire la portata generale di queste elezioni. Ma negli ultimi dieci giorni si è presentato ben due volte nel salotto tv di Vespa, "terza Camera" un po’ corriva di questa sguaiata Seconda Repubblica. Ha occupato per una mattinata intera i microfoni di Radio anch’io. E se il mondo non si fosse fermato per la morte del Papa, avrebbe concluso tra bandiere e paillettes la campagna elettorale di Storace. Non proprio la condotta di chi vuole restare "fuori dalla mischia". Semmai la percezione, drammaticamente tardiva, di un consenso che gli stava e gli sta gradualmente sfuggendo di mano.

Berlusconi perde anche sui numeri. Dopo il 2001 avevamo creduto alla metamorfosi di Forza Italia, trasformata in un vero partito di massa. Ci eravamo sbagliati. Il crollo dei consensi che si registra dai primi dati sui voti di lista dimostra che quello del premier è rimasto ciò che era: un partito di plastica. Per questo, ora, anche tra gli azzurri si profila qualche notte dei lunghi coltelli, che non potrà non avere ripercussioni sul governo. Il Cavaliere aveva affermato che alla fine avrebbe contato non il numero di regioni che cambiavano segno, ma il numero di elettori che avrebbero votato per i due schieramenti. Il premier incassa una batosta anche su questo. Nelle regionali del 2000 il Polo ottenne 14 milioni 170 mila voti, contro i 12 milioni 453 mila del centrosinistra. Cinque anni dopo la maggioranza perde oltre 2 milioni di voti, che passano quasi interamente all’opposizione. La Cdl precipita dal 50,8% a poco più del 44%. L’Unione decolla dal 44,6% a oltre il 52%.

Dopo questo sisma elettorale, si entra in una "terra incognita". Un anno di livorosa resa dei conti a destra. Fini e Follini dovranno dimostrare, se ne hanno la forza e la voglia, che "un altro centrodestra è possibile". Ma sarà difficile che ci riescano. Il Cavaliere è un animale ferito, e ora anche braccato. Azzarderà colpi di coda pericolosi e imprevedibili. Ci aspettano dodici mesi di campagna elettorale permanente. Tra due settimane i ballottaggi, poi il referendum sulla fecondazione, poi le politiche nella prossima primavera. Ma queste regionali confermano che il Grande Seduttore non incanta più. Chiedere che si dimetta, compiendo lo stesso gesto di "disarmo unilaterale" che compì D’Alema nel 2005, non sarebbe sbagliato. Sarebbe inutile. Non lo farà mai. È geneticamente inadatto ad assumere quel minimo senso di responsabilità che si addice a qualunque uomo di Stato. In quasi quattro anni ha rinunciato a tradurre in un vero progetto politico una folgorante intuizione personale. Continuerà a governare l’Italia usando la vecchia legge di Truman: se non li puoi convincere, confondili. Ma dopo queste regionali, forse, gli italiani hanno scoperto il trucco.

Il lutto e lo spot

Ogni giorno si rivela: non ha maschera. Chissà se gli italiani finiranno per capire. Da la Repubblica del 15 marzo 2005

Silvio Berlusconi ha scelto la sede a lui più consona per dire la cosa a lui più conveniente. Un politico statista sarebbe andato in Parlamento per annunciare che a settembre inizierà il ritiro del contingente italiano dall´Iraq: dunque un annuncio importante, che segna uno scarto netto dalla linea fin qui seguita dal governo e ancora recentemente ribadita dal ministro degli Esteri Fini, da fare in una sede istituzionale, tanto più opportunamente nel giorno in cui si discuteva e votava il rifinanziamento della missione italiana in Mesopotamia.

Ma un politico mediatico, per il quale l´ascolto conta più delle forme e la propaganda delle istituzioni, sceglie la televisione, dove il messaggio arriva diritto al cuore e alle menti cui è diretto, senza la mediazione dei giornali come accade ai discorsi e ai dibattiti in Parlamento: dunque, un annuncio elettorale, a due settimane e mezzo dalle Regionali, in una sede impropria, e per giunta nel giorno in cui muore a Nassiriya il 28mo italiano in Iraq, il sergente Salvatore Marracino. Una disgrazia, durante un´esercitazione, ma destinata certamente ad alimentare l´inquietudine degli italiani sulla presenza delle nostre truppe (quantificata domenica su questo giornale da Ilvo Diamanti) dopo la tragica fine di Nicola Calipari. Sulla quale, tra l´altro, il presidente del Consiglio ha tentato, ancora una volta in modo improprio per la sede e per le parole usate, una minimizzazione intollerabile in pendenza di un´inchiesta congiunta con gli americani. Ha parlato di una "raffica sbagliata": una derubricazione di una tragedia in cui ha perso la vita un valoroso servitore dello Stato autoattribuita, a titolo giustificatorio, al "cittadino Berlusconi con il suo buonsenso".

Ma il cittadino Berlusconi è anche il premier Berlusconi e dovrebbe sapere che lo sdoppiamento di personalità non è ammesso in politica, ancora meno in quella i nternazionale.

Difatti, le maggiori agenzie di stampa hanno preso in parola il presidente del Consiglio e non il cittadino quando hanno "strillato" l´inizio del ritiro per settembre: «Italy to start withdrawing troops from Iraq in September» (l´Italia inizierà il ritiro delle truppe in settembre) è stato il flash urgente della Reuters, cui ha fatto eco la France Presse con un bulletin sulla «rèduction des troupes». E così la propaganda è diventata un boomerang.

Perché la Casa Bianca, che Berlusconi pensava di compiacere giustificando la "raffica" che ha ucciso Calipari con "un clima di paura tra le truppe, decine di soldati amputati alle mani e alle braccia", ha dovuto richiamare l´alleato all´ordine. L´obiettivo, prima di pensare al ritorno a casa delle truppe "con onore", è l´addestramento delle forze di sicurezza irachene perché siano in grado di garantire la stabilità del Paese. Lo ha detto il portavoce di Bush a precisa domanda sulle dichiarazioni di Berlusconi.

Del resto quelli erano i patti, come ha più volte ripetuto Fini: dovrà essere il governo iracheno a proporci di andar via quando la sicurezza dell´Iraq sarà sufficientemente garantita in modo autonomo dalle autorità locali. Almeno sul piano delle forma, affinché venga rispettata la sovranità degli organismi istituzionali dopo le elezioni di gennaio e dopo quelle che si terranno a fine anno. Perché sul piano della sostanza il ritiro italiano dovrà comunque essere concordato con gli americani, visto che il governo non ha mai voluto ridefinire la nostra missione, tantomeno proporre di porla sotto egida Onu.

Nessuno può negare all´Italia il diritto di ritirarsi unilateralmente, come ha fatto la Spagna: è un diritto insito nel concetto stesso di coalition of willing, la coalizione di chi ci vuole stare. Ma sarebbe per Berlusconi, oltre che uno scarto pesante da una linea politica di solidarietà ad oltranza all´America, uno schiaffo per l´amico Bush. Difficile che il premier voglia - e possa, come dimostra la reazione della Casa Bianca - permetterselo. E, allora, perché lo ha detto? Perché serviva, nel giorno di un altro lutto, uno spot forte per puntellare un prodotto, quello della missione in Iraq, in netto calo di audience perfino, come ha scritto Diamanti, tra gli elettori di centrodestra. L´obiettivo è fin troppo scoperto: capitalizzare voti per le Regionali dei primi di aprile, e magari, calcolando bene i tempi di un inizio di ritiro a settembre per concluderlo nei primi mesi del 2006, per ricapitalizzare in vista delle Politiche. Un wishful thinking, un desiderio scambiato per realtà, direbbero gli americani. Ma non dimentichiamo che fu a «Porta a Porta» che Berlusconi firmò il famoso contratto con gli italiani.

Le ragioni che hanno portato Furio Colombo a lasciare il suo attuale incarico sono uno scandalo europeo. O dovrebbero diventarlo, se qualcuno in Italia volesse davvero sollevarlo, questo scandalo di economia politica monopolistica e statuale, incrociata, pervasiva. Dunque, una grandissima pressione politica che dura da quattro anni, riassunta nel dossier presentato dal capo del governo contro il quotidiano l’Unità, si tramuta nel cambio (per quanto interno alla vecchia direzione) del direttore, che fa un giornale da cui scappano gli inserzionisti di pubblicità, controllata e distribuita dalle aziende di proprietà del presidente del Consiglio. Il cerchio si chiude: dossier minaccioso e falso contro il giornale, crisi delle entrate pubblicitarie, cambio di direzione, perché la linea di Furio Colombo è «criminale» (il giornalista Facci, che pare uscito dal Grande Fratello) e «omicida» (il felicissimo Ferrara). Un ricatto riuscito. Lo sapete il perché di tanto odio verso un democratico illuminato come Colombo? Perché, direbbe forse Pasolini, ha rotto lo schema dell'omologazione della classe dirigente, di cui fanno parte anche i giornalisti borghesi. Ha deluso, ha tradito: non ha fatto un giornalismo di potere, ma di opposizione. Questo è un paese controriformista, e un fratacchione come Ferrara lo dimostra ogni sera, alle otto e mezzo, quando accende i suoi roghetti e la sua ruota della tortura si muove, al ritmo delle sillabe che colano dalla barbiccia. Forse, descriverli, come avrebbe fatto Balzac, questo li farebbe incazzare davvero. Con tutto il rispetto e la stima per Antonio Padellaro, che del resto è stato il più stretto collaboratore di Colombo, queste dimissioni non sono un buon segnale. Perché le ragioni di queste dimissioni sono proprio le stesse che da quattro anni ci impegnano a lottare su questo foglio, anche noi «esterni», collaboratori per passione politica e culturale. Noi «eretici». C’è un signore che si è preso tutto, non solo, ma si vuole prendere anche il nostro, e manda in giro vari garzoni di bottega (direbbe il Kurtz di Marlon Brando), per esigere il riscatto. Così, chi è scrittore in proprio, deve sentir offendere i grandi scrittori (nel nome dileggiato di Tabucchi, «pensatore di riferimento» di Colombo), da parte di uno qualsiasi, un giornalistucolo impomatato di gel, che pare pronto per la discoteca. E chi è questo pensatore di riferimento di Ferrara, che si permette di svillaneggiare un signor direttore come Colombo, un uomo di cultura e di letteratura, e anche un lettore così sensibile di poesia? Ma loro cosa sanno della poesia?

Non l’hanno capito che l’Unità è stato un giornale di poesia civile, in questi anni? Che ha riscaldato i nostri sentimenti e le nostre passioni, per troppo tempo sopiti dal tran tran politicistico? Che ha raccolto la sintesi dell’opposizione parlamentare e di movimento, dando ragioni e analisi a questi sentimenti. E sono tre, cari accusatori di crimini inesistenti! Il primo: la memoria antifascista. Il secondo: la difesa costituzionale della libertà di parola e della divisione dei poteri: «Proteggete le nostre verità», come scrisse Franco Fortini. Il terzo: l’unità della cultura e dell’arte, contro l’omologazione berlusconiana. Che migliaia di lettori abbiano potuto leggere le opinioni di moltissimi scrittori, artisti, testimoni della vita culturale di sinistra, non è una cosa da poco.

i tempi della prima guerra in Afghanistan, ottobre 2001, ho sentito parole poetiche, dette al telefono, con un tono amabile che mai potranno avere gli sgherri giornalistici che oggi lo accusano, un tono che è l’anima della persona, una specie di flauto che, arrivando dalla cornetta, pareva ancora più lontano e antico; pareva, volendo essere poetici fino in fondo, il tono del movimento degli anni sessanta, arrivato fino a noi: «Allora furono proprio l’arte e la canzone, Bob Dylan e Joan Baez, la poesia di Ginzberg e dei beat, ad aprire la strada all’opposizione politica contro la guerra nel Vietnam. Vogliamo articoli, ma anche poesia». Ecco l’ultima: Giuliana Sgrena, libera da catena...

Le rotative de l’Unità suonano anche con Padellaro la stessa musica, quella di un grande giornale europeo d’opposizione e di pace, contro un potere così pervasivo, tanto da voler plasmare a piacimento anche il proprio avversario politico: «È la stampa, bellezza!». È l’Unità.

Non sarà carismatico come i grandi padri del partito e neppure brillante e sarcastico come D´Alema o nazional kennedyano come Veltroni, non scatena passioni e rancori. Ma Piero Fassino ha una qualità rara nel serraglio della politica italiana, popolato di narcisi e megalomani. E´ uno che vuol essere giudicato per i fatti e non sulla base delle intenzioni. I fatti sono che ha ereditato un partito allo sbando, diviso, a rischio d´estinzione, sconfitto dalla destra e pure sbeffeggiato in piazza dalla sinistra, e in tre anni l´ha condotto all´unità e al massimo dei consensi. Era giusto che si godesse ieri il plebiscito e la sua festa, che poi è stata una festa alla Fassino, molto sobria, stile pausa aziendale con brindisi nei bicchieri di carta. Da oggi ricomincia la sfida, con la consapevolezza che se fallisce la seconda metà del progetto, l´approdo al grande partito riformista, tutto sarà stato inutile.

La sfida di Fassino è creare dai resti dell´Ulivo una grande forza riformista del 35-40 per cento, sul genere delle social democrazie europee, se la parola non offende Rutelli. Come si vede, non è un´idea nuovissima, anzi.

Ci hanno provato in molti e hanno tutti clamorosamente fallito, dai tempi di Amendola fino alla Cosa 2 di D´Alema. Non è detto che vi riesca proprio Fassino, mettendo insieme Rutelli e Boselli e le mille anime del centrosinistra. Nessuno però è arrivato così vicino al successo.

Se n´è accorto perfino Berlusconi che non a caso rispolvera i vecchi arnesi della propaganda anti comunista qui e ora, con toni da ´48 ancora più fanatici di quelli usati nella discesa in campo. Nel timore che nell´opinione pubblica italiana finisca per consolidarsi un´immagine davvero nuova del centrosinistra che farebbe di colpo invecchiare la retorica del berlusconismo. Già le immagini a confronto delle due assemblee, quella dei Ds e l´altra di Forza Italia, parlavano da sole. Da una parte, un congresso bene o male vitale, con un platea di delegati che rispecchiano il paese reale, discorsi calati nella realtà e proiettati al futuro. Dall´altra una nomenclatura di potere raccolta ad applaudire a comando il solito discorso decennale di Berlusconi, con tanto di barzellette da capoufficio e continui richiami all´attualissima minaccia di Stalin.

Ora se Fassino riesce a portare a termine il suo progetto, se arriva a consegnare per il 2006 alla guida di Prodi una forza unitaria e solidamente ancorata al riformismo europeo, il ritratto di Dorian Gray del premier è destinato a rivelarsi in tutta la sua decrepitezza, con tutti i lifting e i trapianti di questo mondo.

La domanda è: perché Fassino dovrebbe avere successo dove hanno fallito gli altri? Forse perché gli altri, quelli più brillanti e carismatici, partivano dalle idee, dalle formule, e l´ostinato funzionario Fassino ricomincia ogni volta dai fatti. Nella fluviale relazione di ieri non ha perso troppo tempo sulla Fed, la Gad eccetera. Per qualche politologo sarà magari un segno di prudenza. L´impressione è invece che Fassino lasci volentieri il formulario agli alleati e punti sul concreto. Piuttosto che una definizione teorica del riformismo, il segretario diessino ha cercato di declinare la sua idea di riformismo con una sterminata serie di esempi d´attualità, dalle elezioni in Iraq alla riforma del welfare, dal fisco alla scuola. Una specie di manuale pratico del riformismo al posto di un saggio teorico. E´ un metodo un po´ noioso, da piemontese pignolo.

Di certo un Giuliano Amato, un D´Alema e Romano Prodi oggi saranno capaci di altri voli. Ma è il metodo Fassino, logico, lineare, efficace. Soprattutto, è quello di cui oggi si sente bisogno. Per troppi anni la politica italiana ha vissuto di leader carismatici e visionari, fabbricanti di sogni, magari folli come la Padania o puerili come il nuovo boom economico di Berlusconi. Di questo gli italiani avevano voglia, per non vedere l´incombente declino, i troppi treni già passati e persi. Il risultato concreto è che il declino è arrivato davvero e alla luce del presente i sogni di un decennio somigliano sempre di più al delirio di un paese malato. Dopo anni di chiacchiere sulla rinascita della Padania, ponti sullo Stretto, riprese folgoranti, si è miseramente riscoperto che è un´avventura prendere il treno da Milano a Mestre, un´impresa mettersi in macchina sulla Salerno-Reggio Calabria, un azzardo comprare azioni in borsa e un miracolo salvare il posto di lavoro. Il congresso Ds proclama che il tempo delle illusioni è finito. Se fosse vero per la maggioranza degli italiani, questa sarebbe più di una riforma, sarebbe una vera rivoluzione.

L´inaugurazione dell´anno giudiziario con toga, tocco e corteo lento e pomposo può anche apparire una liturgia parruccona. Per gran parte lo è, non c´è dubbio. Impone soprattutto educata ipocrisia e ossequio istituzionale, mai affermazioni univoche o riflessioni esplicite fino all´asprezza. Non è inutile guardar dentro quel rito, però, perché parla della condizione del Paese. Ci dice della salute delle istituzioni; delle minacce a un ordinato vivere comune; della sicurezza della comunità. Ci racconta della fiducia o della sfiducia dei cittadini nello Stato.

Non fa la cosa giusta Berlusconi che posa a insonne "uomo del fare e del decidere" quando, seduto in prima fila accanto al presidente della Repubblica, finge di sonnecchiare, annoiato, spazientito, infastidito da quella che - vuole che tutti sappiano - egli considera una gran perdita di tempo. Non fa la cosa giusta perché per fare e decidere, bisogna conoscere e capire, e quel che il procuratore generale della Cassazione andava dicendo - sì, con i toni istituzionali e monotoni consigliati dall´occasione - lo interpella come capo del governo e come leader della maggioranza che governa il Paese. L´alto magistrato diceva al presidente del Consiglio che il processo civile e penale - gli strumenti essenziali per accertare responsabilità, risarcire le vittime, punire i colpevoli: regolare quindi i conflitti - sono ferri inservibili. Gli diceva che senza processo non ci può essere giustizia e senza giustizia non ci può essere la fiducia del cittadino nello Stato. E che cos´è lo Stato se non ha la fiducia del cittadino? Che ne è del cittadino senza uno Stato?

È questo l´appello che la Suprema Corte di Cassazione ha voluto consegnare alla Politica nell´anno 2005. Se si vuole, gli inviti a rispettare l´autonomia e l´indipendenza della magistratura o le invocazioni a innovare con «riforme condivise» o a rispettare le sentenze, pure fiorite sulle labbra del procuratore generale, sono atti dovuti, necessari in tempi in cui la Politica appare (è) determinata a deformare la "separatezza" dell´ordine giudiziario anche a costo di violare "palesemente" la Costituzione. Non è in questo nodo, comunque, il grido d´allarme dei giudici della Cassazione in toga d´ermellino. Lo si ascolterà magari più nitido, quel grido, nei distretti giudiziari sabato prossimo, quando le toghe nere parteciperanno alla cerimonia con la Costituzione bene in vista, in segno di protesta.

Il procuratore generale della Cassazione non può protestare. Può solo accennare o segnalare. Al più, cautamente esortare. Francesco Favara ha affrontato questo impegno con una chiarezza che soltanto al ministro Castelli poteva sfuggire: le nuove regole della prescrizione in discussione oggi al Senato e già approvate dalla Camera (le chiamano "Salva Previti"), saranno il certificato di morte del processo penale. «Si è voluto estendere oltre ogni ragionevole misura - ha detto Favara - le fattispecie criminose e le garanzie processuali senza tener conto del progressivo allungamento del processo». Un processo irragionevolmente dilatato nei tempi e labirintico nelle procedure è uno strumento che non potrà essere mai "giusto". È un arnese che fa presto a diventare inconcludente e crudele. Perché, ha spiegato il magistrato, «quando non è "fulminato" dalla prescrizione (e c´è il rischio che ciò accada anche più di frequente), produce o una pena che può apparire come una tardiva vendetta dello Stato nei confronti di una persona ormai mutata negli anni, oppure una assoluzione che non ripaga dei danni economici ed esistenziali sofferti in conseguenza del processo».

Non sarebbe onesto attribuire a questo governo la crisi del processo. Sono decenni che il processo italiano è in crisi di efficienza, di risultati e di credibilità, ordigno perverso e maligno che sanziona prima dell´accertamento e, quando accerta le responsabilità, non riesce a punirle. È un fatto, però, che la stagione berlusconiana passerà alla storia del diritto per una legislazione sgrammaticata e "privata" che, con l´intento di togliere dai guai un pugno di amici del Capo, ha pericolosamente trascinato in uno stato terminale il processo spingendo il pendolo lontano dall´accertamento della responsabilità fino all´estrema e opposta direzione delle garanzie dell´imputato. Il processo si è trasformato così soltanto in un´ipotesi perché «esiste un limite oltre il quale il garantismo non è più virtù, ma vizio nichilistico», insegna Franco Cordero. Un processo al quale ci si può agevolmente sottrarre è un processo non solo crudele, ma per di più diseguale perché danna i poveri cristi e avvantaggia chi ha risorse e avvocati sapienti. Come allora avere fiducia nella giustizia? Favara non si è fermato su questo limite. Ha esplorato anche le cause «esterne», quelle che non nascono dentro, o nei dintorni, della macchina giudiziaria, della sua organizzazione, dei suoi protagonisti. Ha offerto a Berlusconi una considerazione che avrebbe dovuto scuoterlo dallo stato di uggiosa catalessi. Perché se, come sostiene il procuratore generale, «l´ipercriminalizzazione è un errore di prospettiva», la responsabilità di quelle «politiche criminali che reprimono senza prevenire» è affare di chi progetta le politiche pubbliche, di chi ha forza parlamentare per realizzarle attraverso le leggi.

Da questo punto di vista, nulla di nuovo sotto il sole nonostante i rumorosi tamburi della propaganda. Il governo Berlusconi si muove nel solco di un passato dove la politica sociale è ridotta progressivamente a politica criminale e questa, come è naturale, a politica giudiziaria. Dunque ad affare per pubblici ministeri e giudici. Oggi come ieri, la povertà delle strategie sociali, economiche, politiche, culturali ha spinto chi governa a investire soltanto nella risorsa penale. Ogni conflitto o fenomeno - immigrazione, tossicodipendenze, libertà di cura, violenza giovanile, crisi della famiglia, per dirne qualcuno - è stato consegnato al lavoro della magistratura, nonostante il fallimento di questo controllo che ha unicamente la prigione nel suo orizzonte. Chiedeva il procuratore generale: diteci meglio, più opportunamente, con più misura, e nella consapevolezza dei limiti dell´intervento penale, perché punire, come punire, chi e che cosa punire. E sottointendeva che i giudici non possono diventare la coscienza morale e il guardiano della vita sociale, politica ed economica del Paese. Avrebbe dovuto essere musica per il presidente del Consiglio. Purtroppo dormiva o faceva finta di farlo. In fondo, prima di febbraio il Senato salverà Previti, no? E allora perché preoccuparsi?

Più che una deregulation ambientale, rischia di diventare uno smantellamento programmatico, una demolizione totale della normativa sulla difesa dell’ambiente e della salute, come quelle che si dovrebbero fare per i cosiddetti ecomostri e invece non si fanno. Il decreto legislativo adottato dal governo – seppure con una delibera che viene definita preliminare - per "riformare" l’intera disciplina della materia non è soltanto una "forzatura istituzionale", come l’ha definito già il Wwf. E’ il tentativo di un colpo di mano contro un patrimonio che appartiene alla collettività e ancor più alle generazioni future; contro una cultura ambientalista che non è un’esclusiva dei verdi o della sinistra, né tantomeno del fronte ecologista italiano, bensì un’acquisizione di tutta l’Europa civile, delle società più evolute e moderne, per la semplice ragione che è il fondamento della nostra sopravvivenza.

Con questo Provvedimento Unico che equivale a un editto, a un proclama, a una legge di guerra, il centrodestra pretende di scavalcare contemporaneamente il Parlamento e la pubblica opinione, la comunità scientifica e quella culturale, per imporre d’autorità una "Magna Charta" delle norme ambientali che verosimilmente è destinata a diventare carta straccia, anche per effetto delle contestazioni che provengono in particolare dal ministero dell’Economia. In attesa che il centrosinistra vinca magari le elezioni e torni al governo, il decreto avrebbe gli effetti di un condono generalizzato e mascherato. Se proprio non vogliamo parlare di legittimazione dell’inquinamento, diciamo allora che contempla una licenza o addirittura un incentivo a inquinare.

Avranno pure molte colpe gli ambientalisti, per tanti eccessi ideologici e verbali, per una certa inclinazione congenita all’allarmismo e al catastrofismo. E anche sulle pagine di questo giornale, non abbiamo mancato perciò di criticarli. Ma loro, almeno, non fanno speculazioni immobiliari a danno dei piani regolatori, non commettono abusi edilizi, non compiono scempi urbanistici, non inquinano né l’aria né l’acqua, non distruggono la natura, non riciclano rifiuti tossici. Questa volta, comunque, hanno mille ragioni per dire che il provvedimento del governo – per com’è stato formulato - non è emendabile, respingendolo sia nel metodo sia nel merito.

Sul piano del metodo, la questione appare tanto paradossale quanto invereconda. Il Parlamento, o meglio la maggioranza di centrodestra, approva alla fine del 2004 una legge delega con cui assegna al governo la responsabilità di "riordinare" la normativa ambientale, affidando materialmente il compito a un Comitato di 24 "saggi" nominati dal ministro dell’Ambiente. Lo stesso ministro è tenuto a consultare le parti interessate, e cioè gli imprenditori, i sindacati, le associazioni ambientaliste e quelle dei consumatori, attraverso il Cespa (Consiglio economico sociale politico e ambientale). Ma, come in un classico vaudeville, il coordinatore di questo organismo - presieduto dal medesimo ministro - è il suo capo di gabinetto che coordina anche il comitato dei 24 esperti, di cui peraltro fa parte.

La delega in bianco stabilisce inoltre che il governo deve fare tutte queste consultazioni prima di "predisporre" (sinonimo di preordinare, preparare, approntare) i decreti legislativi sulle singole materie. Badate bene: decreti legislativi, al plurale, uno per ogni materia. E cioè, rifiuti, bonifiche, danno ambientale, procedura di "Via" (valutazione di impatto ambientale), "Vas" (valutazione ambientale strategica) e quant’altro. Ma a parte il fatto che i 24 "saggi" sono stati interpellati sporadicamente e alla fine si sono pronunciati per via telematica, fra le parti sociali è stata consultata soltanto la Confindustria, mentre le associazioni ambientaliste e quelle dei consumatori attendono ancora una convocazione del ministero.

Si arriva così all’approvazione "in via preliminare" del decreto legislativo, un testo unico di circa 700 pagine che contiene la summa ambientale del governo Berlusconi, su cui alla fine le competenti commissioni parlamentari dovranno esprimere un parere non vincolante. E se non faranno in tempo, pazienza: vale il principio del silenzio-assenso. Poi, eventualmente, il governo avrà 45 giorni per controdedurre e motivare, prima di ratificare il provvedimento e presentarsi alle elezioni con quest’altro obiettivo raggiunto (insieme a "meno tasse per tutti", "pensioni più alte per tutti", "una casa per tutti" eccetera eccetera).

Nel merito, con un gioco di prestigio che il Wwf chiama "artificio nominalistico", l’editto ambientale prevede di fatto l’eliminazione della categoria dei rifiuti, com’è definita e regolata dalle direttive europee (e infatti, su ricorso dell’associazione presieduta da Fulco Pratesi, la Commissione di Bruxelles aveva già aperto una procedura d’infrazione a carico dell’Italia). Adesso viene introdotta la possibilità di denominare gli scarti delle produzioni come "sottoprodotti" o come "materie prime seconde", a cui naturalmente non si applicherà più la normativa specifica: in questo modo, milioni di tonnellate di (ex) rifiuti non sarebbero più tali, dando via libera a un gigantesco smaltimento incontrollato senza che nessuno possa più verificare se e quali materiali saranno riutilizzati o smaltiti secondo le garanzie previste dalla disciplina precedente.

Quanto alla bonifica dei siti industriali, se il testo del decreto non verrà modificato, entrerà in vigore una nuova regola: chi inquina, non paga. E anzi, l’inquinatore non risponderà più del danno prodotto né degli altri reati connessi: sarà sufficiente aprire una trattativa con l’amministrazione pubblica per arrivare a una specie di "patteggiamento". Come se l’automobilista che passa con il rosso, investendo un pedone sulle strisce, riuscisse a eludere la multa e la pena facendo retromarcia d’accordo con il vigile. Ma il peggio è che il livello di rischio cancerogeno considerato tollerabile, senza essere neppure subordinato all’impossibilità di evitarlo, scende al rapporto di uno ogni centomila abitanti, mentre negli Stati Uniti è di uno ogni milione.

Per i casi pregressi che appartengono ormai alla storia nazionale delle lotte ambientaliste, come quelli di Porto Marghera, Riolo, Manfredonia o dell’Acna di Cengio, non sarà più individuabile con certezza il responsabile dell’obbligo di bonifica. Basterà un passaggio di proprietà – anche fittizio - delle aziende inquinatrici, per farlo decadere. Ecco perché gli ambientalisti parlano di un "condono mascherato", invocando una radicale correzione del provvedimento.

Resta poi da vedere come si comporterà il Parlamento e in particolare le commissioni che dovranno pronunciarsi sul testo definitivo. Con un soprassalto di responsabilità e magari di orgoglio, in teoria gli onorevoli deputati e senatori potrebbero anche decidere di revocare la delega al governo. Ma, dopo l’approvazione della devolution che attribuisce alle Regioni le competenze esclusive sulla salute, bisognerà aspettare soprattutto la risposta dei Governatori che finora non hanno partecipato ad alcuna consultazione.

Postilla

Quale legge o circolare hanno mai stabilito che i Presidenti delle regioni si chiamino Governatori?

Il successo delle primarie mi ha dato clamorosamente torto ed è d'obbligo riconoscerlo. Ero persuasa che la disaffezione alla politica potesse venir corretta soltanto attraverso una grande e appassionata partecipazione programmatica. Non è così. La partecipazione è ormai intesa principalmente come elettorale, ma ha il suo peso ed è stato un errore non incoraggiarla. Queste primarie volevano dimostrare la insopportabilità di Berlusconi e questo hanno dimostrato, e la primazia di Prodi malgrado il calcio dell'asino che gli aveva dato Rutelli, l'occhio rivolto a un post 2006 cui non credo abbia rinunciato. Prodi ha avuto la sua legittimazione da quella parte della popolazione che domenica è uscita di casa, pur sapendo di non decidere in ultima istanza. E' anche una dimostrazione che la leadership del personaggio, vera radice del maggioritario, ha ormai in Italia il suo fascino. Anche nella sinistra come provato dall'affermazione di Bertinotti e dalla sparizione delle liste minori - eccezion fatta per le clientele di Mastella, che si sono rivelate soltanto di disturbo. Dovranno riflettervi, credo, coloro che presumono di rappresentare i movimenti, che hanno ragione di non manifestarsi ancora direttamente sul piano istituzionale. Detto questo mantengo - forse perché appartengo a un'altra generazione politica - una riserva. La scelta di una persona cui si dà una grande delega - nel nostro caso un esponente dell'opinione democratica di centro cui si vuole assicurare una piena «governabilità» - dimostra come si sia spento il bisogno di quella partecipazione diretta che aveva caratterizzato il 1968 e gli inizi della prima repubblica sulla cui ispirazione originaria non condivido la condanna dei più. Di conseguenza la persona prevale di gran lunga sul mandato, se pur indiretto, di quel che dovrà fare.

E' un prodotto dei vincoli di coalizione. E a essa ci si affida. Non ha infatti ragione Scalfari quando afferma nell'editoriale di domenica scorsa che un programma del centrosinistra ormai esiste: sull'orientamento della politica estera, che non è soltanto il ritiro delle truppe dall'Iraq; sulla priorità del lavoro rispetto all'impresa e alla sua competitività; del welfare rispetto all'assistenza ai poveri; del pubblico sul privato, a favore della sussidiarietà intesa come intervento dello stato soltanto laddove il privato non arriva, e per converso la illiceità dell'intervento legislativo sulla autodeterminazione della donna e in genere sul terreno della sessualità, non c'è ancora nessuna chiarezza. E forse non ci poteva essere. Ma resto convinta che sarebbe stato più serio presentare assieme alle candidature, una discussione esplicita sulle linee di quella che non potrà che essere una mediazione. Il voto popolare ha detto soltanto no a Berlusconi e basta con leggi ad personam. Prodi stesso ha ripetuto che il programma si dà dopo e che ha avuto un'intesa a quattr'occhi con Bertinotti - a quattr'occhi su quel che riguarda il destino dei singoli e del paese? Lo stesso Bertinotti ha affermato domenica che il programma lo fa chi ha vinto riservandosi, questo suppongo certo, di contestare le scelte che considererà insostenibili. Ne viene anche il sostegno a un premierato forte, che può essere incompatibile con la divisione dei poteri. Sono gli eletti che decidono e non sono eletti sulla base degli impegni che prendono. E' un mutamento del senso di partecipazione che era stato del Novecento e fortemente accentuato dagli ormai abominati anni Sessanta e Settanta. Si partecipa al voto e su quel che avverrà dopo si agirà per lobbies, pulite e collettive invece che sporche e private, delle quali anche i movimenti non saranno che una parte.

Detto questo, come non essere contenti che sia andata così? Lo sarei stata se avesse vinto il modesto Kerry contro un fascista come Bush, le conseguenze per il mondo sarebbero state diverse, limitando se non bloccando la minaccia americana di sopraffazione e di guerra, l'idea ridicola di esportazione della democrazia con le armi, e la vergogna del neoconservatorismo che affascina molte menti della nostra penisola. E' quel che bisogna sperare per le elezioni del 2006, cui queste primarie hanno dato forza. Non molto di più ma neanche di meno, constatazione cui sembra ormai doversi rassegnare.

AI TEMPI della dinastia Giulio-Claudia la Suburra era un quartiere e una strada, a poche centinaia di metri dalla Casa imperiale. Cominciava dalle pendici dell’Esquilino e finiva a poca distanza dalla spianata del Foro. Sotto scorreva la cloaca massima che sbucava nel Tevere davanti all’Isola Tiberina, all’altezza dei templi di Vesta e della Fortuna Virile.

Era un quartiere popolare e malfamato, ma non mancavano case patrizie e di liberti arricchiti, circondate da taverne, bordelli, bische, fondachi, abitati da lenoni, prostitute, commercianti, ladri, tagliagole e anche da qualche persona perbene.

Così era il cuore della Roma di allora. Sullo sfondo a est Vespasiano costruì il Colosseo, a sud si vedeva l’Arco di Tito, a ovest il Tempio di Nettuno e la Rocca Capitolina sovrastante la Rupe Tarpea.

Da allora la parola Suburra acquistò anche un significato traslato, denominò un degrado sociale e morale, coesistente con la forza e la dignità dell’imperium. La "Via sacra" sulla quale passavano le legioni vittoriose e i loro comandanti, correva in perpendicolare rispetto alla Suburra.

Questo quadro geopolitico è quanto mai d’attualità. In un certo senso lo è sempre stato, non solo a Roma e non solo in Italia, ma in tutti quei luoghi del mondo dove vi sia intensa lotta per l’accaparramento della ricchezza e per la conquista del potere. Cioè dovunque.

Talvolta è la ricchezza a creare il potere, talaltra è il potere a creare ricchezza; si tratta infatti di due elementi fortemente interattivi. Ogni paese ha la sua Suburra, il che non è affatto consolatorio. È semplicemente un dato di fatto.

Gli uomini di Stato (di tanto in tanto ne nasce qualcuno) stabiliscono regole adatte a bonificare le suburre e inducono con l’esempio a comportamenti meno degradati. La morale serve a questo: a immaginare e praticare il bene comune superando gli appetiti primordiali.

Se la storia non fosse punteggiata anche da queste fasi positive, sarebbe solo un susseguirsi di sopraffazioni, intrighi, delitti. Cesserebbe di essere storia.

La vera fine della storia è la Suburra permanente. Nei tempi e nei luoghi in cui la permanenza della Suburra si è protratta, quei paesi sono infatti usciti dalla storia. Non sempre sono riusciti a rientrarvi.

Domenica scorsa ho scritto un articolo intitolato "Alla ricerca della morale perduta" dove, con riferimento ad attualissime vicende, distinguevo tra il sentimento morale che fa tutt’uno con l’identità della persona e le morali parziali che emergono a modello degli interessi, delle passioni, degli appetiti.

Mi ha fatto piacere trovare analoghi concetti negli articoli di Ilvo Diamanti e di Berselli su Repubblica, di Giovanni Sartori e di Lucia Annunziata sul Corriere della Sera e sulla Stampa di ieri.

Questa convergenza di convinzioni costituisce un fatto positivo. Un segnale confortante. Di fronte alla Suburra dilagante i maggiori quotidiani italiani hanno opposto, senza bisogno di alcun "concerto" tra loro, una salda linea di resistenza. Forse la sola che, ispirandosi al sentimento morale, stia cercando di preservare due beni pubblici di fondamentale importanza: la libertà d’informazione e l’oggettività dei banchieri nell’erogazione del credito.

Tutte le volte che si è tentato di distruggere lo Stato di diritto, l’offensiva è sempre cominciata dalla libertà d’informazione e dall’oggettività nell’erogazione del credito.

Per impedire che questi tentativi riescano nei loro perversi intenti non c’è che opporvisi mobilitando l’opinione pubblica. I giornali che ne sono la voce mostrano d’aver compreso quale sia il loro ruolo. Così accadde anche ai tempi della P2, che coltivava analoghi progetti contro lo Stato di diritto da realizzare con la consueta tecnica della conquista del potere bancario, il bavaglio alla libertà di stampa, l’asservimento delle istituzioni di garanzia a cominciare dalla magistratura.

Il disegno della P2 fu alla fine sconfitto. Così mi auguro accada anche oggi nonostante i molti e molto trasversali errori che vediamo commettere a destra e a sinistra.

* * *

Dal formicaio dell’attuale Suburra sono emersi alcuni personaggi confinanti con l’imperium poiché forniti di poteri decisionali o a essi contigui.

Indichiamoli questi emergenti: Gianpiero Fiorani, amministratore delegato della Banca popolare italiana (ex Lodi), Emilio Gnutti finanziere e brasseur d’affaires, Stefano Ricucci e i suoi compagni "immobiliaristi", Francesco Gaetano Caltagirone costruttore edile, editore del Messaggero e del Mattino di Napoli.

Con la sola eccezione di Caltagirone, tutti gli altri sono inquisiti dalla Procura di Milano che ha da tempo disposto l’intercettazione dei loro telefoni affidandola alla Guardia di Finanza in veste di polizia giudiziaria. I reati dei quali sono accusati vanno dall’aggiotaggio al falso in bilancio al depistaggio delle autorità di controllo. Il tutto con riferimento all’Opa sulla banca padovana Antonveneta.

La Consob, nei suoi poteri di tutela del mercato e della trasparenza delle operazioni, ha sospeso l’Opa e la Banca d’Italia ha confermato (assai tardivamente) la decisione della Consob. Il gip di Milano ha disposto il sequestro del 40% delle azioni Antonveneta rastrellate da Fiorani e dai suoi alleati, delle plusvalenze realizzate e ha sospeso per due mesi Fiorani, Gnutti e Ricucci da ogni attività amministrativa.

Nel frattempo sono diventate di dominio pubblico le intercettazioni telefoniche effettuate. I giornali ne hanno dato ampia (e spesso confusa) notizia. L’impressione che se ne ricava è appunto quella d’un gruppo animato soltanto da appetiti, vanità, manie di grandezza, disprezzo d’ogni regola, volpi e faine da pollaio, servilismo verso i potenti accompagnato da abbondante disprezzo. Insomma la Suburra è la cloaca che scorre sotto la superficie con i suoi miasmi e il suo liquame.

Non sappiamo se i reati dei quali sono accusati saranno provati in giudizio, ma dal punto di vista morale essi sono già condannati. La pubblica opinione è più rapida; talvolta la rapidità va a detrimento del vero e del giusto, ma in quest’occasione a me non pare ci possano essere equivoci e fraintendimenti. I contesti di quelle conversazioni, i progetti che se ne ricavano, i metodi adottati, sono quelli del malaffare. Non emergono finalità d’altro genere che non siano quelle di soddisfare l’appropriazione di ricchezza che produca ricchezza, per se stessi e unicamente per se stessi.

Mi ha colpito, tra i tanti spunti di quelle registrazioni, la furbata (meglio sarebbe chiamarla mascalzonata) di Fiorani che finanzia una sessantina di clienti della sua banca affinché comprino azioni Antonveneta e poi le rivendano entro un certo termine alla banca stessa, guadagnandoci sopra; il tutto per andare avanti sotto mentite spoglie nel rastrellamento pre-Opa (autorizzato dal governatore Fazio contro il parere dei suoi stessi ispettori). Del resto analoghe pratiche Fiorani le aveva svolte in favore di Ricucci e dei suoi compagni.

Mi ha colpito altresì l’entità dei fondi che alcune banche italiane hanno messo a disposizione di Ricucci fin dal 2004: in totale i prestiti a buonissimi tassi ammontano a 934 milioni, pari a 1.850 miliardi di vecchie lire. Da aggiungerci 350 milioni di euro provenienti dalla Deutsche Bank.

Garanzie? In gran parte i titoli dell’Antonveneta rastrellati, dell’Rcs, della Bnl comprati con quegli stessi prestiti e messi a garanzia delle banche creditrici. In gergo tecnico si chiama leverage by out ed è praticato, anche se con le doverose cautele, ma mai per Opa, che una volta conclusa vede la caduta del titolo e quindi dei margini di garanzia. Ma soprattutto mai per scalare la casa editrice di un giornale.

Dov’è in tutto questo il peccato (mortale) di Fazio?

La vigilanza della Banca d’Italia aveva il compito di ispezionare la consistenza patrimoniale della Popolare Italiana e confrontarla con il patrimonio dell’Antonveneta, le cui dimensioni superano largamente quelle della "Lodi".

Gli ispettori dopo attento esame arrivarono alla conclusione che la "Lodi" non fosse in regola e che quindi l’operazione non potesse essere intrapresa.

Il governatore viceversa firmò. Sembra la manzoniana Monaca di Monza: «La sciagurata rispose».

Non è la pretesa difesa dell’italianità delle banche che lo condanna, ma il mancato rispetto dei parametri patrimoniali e la partigianeria con la quale impedì alla Abn-Amro di comprare azioni Antonveneta mentre lo consentì alla "Lodi" la quale se ne servì nei modi che abbiamo già visto. Questi peccati sono ampiamente sufficienti a squalificare il governatore agli occhi di tutta Europa. E con lui purtroppo la credibilità del paese.

* * *

Resta da parlare della scalata alla Banca Nazionale del Lavoro da parte dell’Unipol e di Giovanni Consorte che l’amministra; nonché delle frenetiche telefonate dello stesso con mezzo mondo politico (di sinistra e di destra) e con i protagonisti delle scalate parallele su Antonveneta e Rcs (più ipotetici progetti di scalate a Mediobanca, Fiat, Capitalia da parte dello stesso branco lodigiano-bresciano - romano).

Qui i problemi sono tre: le modalità dell’Opa su Bnl lanciata da Unipol per contrastare la Banca di Bilbao, l’ipotesi di un patto segreto che vede Consorte in combutta con Fiorani-Gnutti-Ricucci e quindi unifica strategicamente le tre scalate (tutte ormai sotto l’occhio della procura di Milano e di quella di Roma per quanto riguarda la Bnl), i rapporti che emergono dalle telefonate numerose e frequenti tra lo stesso Consorte e numerosi esponenti dei Ds, tra i quali Fassino, Bersani e il tesoriere di quel partito Ugo Sposetti.

Sul primo problema c’è da notare che anche Unipol, come la Popolare italiana (ex Lodi) non sembra disporre delle risorse necessarie per acquisire il controllo della Bnl. Di più: in questo caso emerge anche la circostanza che, essendo la dimensione patrimoniale di Bnl notevolmente superiore a quella di Unipol, la sua acquisizione cambierebbe le finalità di compagnia assicurativa di Unipol prevista come prevalente nelle sue attività nello statuto sociale e quindi darebbe agli azionisti dissenzienti il diritto di recesso, con ulteriore e notevole aggravio delle finanze di Unipol.

C’è una motivazione valida per portare avanti un’operazione così onerosa? Secondo il presidente della Lega delle cooperative sì, c’è una finalità d’interesse generale: far nascere una nuova nervatura del capitalismo italiano; accanto a quello familiare e a quello manageriale, un capitalismo cooperativo o comunitario che dir si voglia.

Non sto a discutere se sia una motivazione valida. A occhio mi pare alquanto utopistica. Comunque c’è ed è sempre meglio che niente.

Ma se questo è il fine bisogna pur dire che i mezzi adottati stravolgono quel fine in modo devastante. Se per costruire un capitalismo comunitario il manager incaricato di realizzarlo si trasforma in un elemosinante di appoggi politici a destra come a sinistra e di appoggi finanziari, tattici e strategici, con il gruppo Fiorani-Gnutti-Ricucci, al punto di scambiare con essi finanziamenti, promesse per il futuro, finti disimpegni, acquisti di azioni compensati con laute plusvalenze; se questi sono gli strumenti adoperati da Consorte, Dio ci scampi da un capitalismo cooperativo di tale fatta.

Infine i rapporti con i politici. Nessuno si stupisce che Tremonti e altri esponenti di centrodestra possono aver dato appoggio all’intraprendente Consorte. Diverso è il problema a sinistra.

Che Fassino, D’Alema, Bersani, abbiano più volte dichiarato la loro simpatia politica verso le Coop non può suscitare alcuno scandalo: i legami della sinistra con le Coop (e quindi anche con Unipol) hanno caratteristiche storiche ben note e sempre ribadite. E nessuno, neppure i più feroci avversari, mette in dubbio l’onestà privata delle persone sopra indicate.

Neppure stupisce che i dirigenti di partito abbiano colloqui orientativi con imprenditori, fa parte dei loro diritti e vorrei dire del loro dovere d’essere informati su quanto avviene nell’economia del paese.

Il tema del resto è stato lucidamente esposto dallo stesso Fassino nell’intervista a Repubblica di pochi giorni fa: l’impresa ha i suoi diritti e piena autonomia di farli valere nel rispetto della legge; alla politica spetta dettare le regole; alla magistratura (ma anche alla politica) controllare che siano rispettate.

Perfetto. Ciò significa che i politici debbono astenersi da appoggi e interventi di qualsiasi tipo quando un’impresa (specie se amica) si cimenta sul mercato in concorrenza con un’altra.

Di qui l’inevitabile sconcerto per le molte, troppe, telefonate intercorse nei giorni caldi dell’operazione Bnl tra Consorte, Fassino, Sposetti e compagni. Che cosa c’era di così urgente da comunicarsi? Di che cosa parlavano? Di vacanze, di maltempo, o di che cosa? Il magistrato, in ossequio alla legge, ha secretato quei colloqui. Né potrebbe rivelarli, neppure se l’interessato lo chiedesse rinunciando all’immunità. Ma Piero Fassino può dire di che cosa si trattò in quelle frequenti conversazioni. Secondo me può e deve dirlo. E dovrebbe anche dire se i legami emersi tra Consorte e le altre cordate scalatrici non suscitino nel suo animo franca e onesta riprovazione. Questo ci aspettiamo da un uomo onesto, che crede nelle sue idee e nell’etica che le anima.

Le mezze parole a questo punto non bastano.

* * *

Mi resta ancora un punto da affrontare e cioè il cosiddetto scandalo delle intercettazioni. Pera e Casini ne hanno fatto una questione preminente per quanto riguarda i membri del Parlamento. È in corso a questo proposito una discussione con il Tribunale di Milano della quale attendiamo con interesse il risultato.

Le intercettazioni si svolgono con una procedura prevista dalla legge. Si vuole cambiare la legge? Certamente si può.

Vedremo come. Ma allo stato dei fatti una legge c’è e si tratta di controllare se sia stata rispettata oppure no.

Ricordo a chi si scandalizza per il fatto stesso che vi siano intercettazioni che in Usa non solo la magistratura ma perfino la Sec (cioè la Consob americana) può disporre intercettazioni per accertare e perseguire reati contro il diritto societario, l’insider trading, l’aggiotaggio, il falso in bilancio. Lo sapeva onorevole Casini? Lo sapeva onorevole senatore Pera?

Comunque, vediamola questa legge di riforma e ne discuteremo. Ma le intercettazioni sono comunque un contenitore; poi c’è il contenuto, cioè le conversazioni registrate. Si vorrebbe conoscere che cosa ne pensino i presidenti Pera e Casini dei contenuti che stavano in quei contenitori. Finora sono stati avarissimi di giudizi sui contenuti quanto loquacissimi sui contenitori. C´è dunque una lacuna. Volete per favore colmarla?

Colpo di scena, signore e signori, in questa grande storia italiana, anzi europea, di soldi, banche e potere che Diario vi sta raccontando da otto settimane: lunedì 25 luglio la procura di Milano ha ordinato il sequestro d’urgenza del 40 per cento delle azioni Antonveneta in mano agli scalatori (il Gianpiero Fiorani della Popolare di Lodi e altri sette suoi amiconi, tra cui il finanziere bresciano Chicco Gnutti e gli immobiliaristi romani Stefano Ricucci e Danilo Coppola).

I due ragazzi terribili della procura, Eugenio Fusco e Giulia Perrotti, hanno messo nero su bianco che «occorre prevenire ulteriori condotte criminose» e dunque hanno ordinato il sequestro senza neppure aspettare un provvedimento del giudice delle indagini preliminari. Anche perché per mercoledì 27 era prevista, in seconda convocazione, l’assemblea degli azionisti di Antonveneta e bisognava impedire che le quote rastrellate contro ogni regola da Fiorani e compagni fossero usate contro quei poveri illusi degli olandesi di Abn Amro che avevano fatto una regolare opa su Antonveneta credendo che in questo Paese le regole valessero per tutti.

Ma c’è un colpo di scena nel colpo di scena: nel decreto di sequestro delle azioni, ci sono alcuni edificanti esempi di colloqui telefonici tra Fiorani e il governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Che a parlare con il banchiere di Lodi sia il governatore in persona è una bomba. Anche perché Fazio, secondo quanto risulta dalla sua stessa voce, non esita a chiamare nella notte l’amico Fiorani per annunciargli: «Ho appena messo la firma». Sono le 00.12 del 12 luglio e il governatore gli comunica che ha stracciato le conclusioni negative degli ispettori della Banca d’Italia e ha dato il suo via libera alla Popolare di Lodi che si lancia ufficialmente all’attacco di Antonveneta, dopo aver però già rastrellato in maniera occulta consistenti pacchetti di azioni. «Tonino, io sono commosso», risponde Fiorani a Fazio, «io ti ringrazio... ti ringrazio... ho la pelle d’oca... io, guarda Tonino, ti darei un bacio sulla fronte, ma non posso farlo... so quanto hai sofferto... prenderei l’aereo e verrei da te in questo momento se potessi!».

Che il rapporto tra i due fosse stretto era noto, ma ora è dimostrato in diretta dai loro salamelecchi telefonici. Il 5 luglio, quando Abn Amro, povera ingenua, chiede una proroga alla scadenza della sua opa, Fazio dice a Fiorani: «Allora se tu vieni da me verso le 15, le 15.30, stiamo insieme un’ora, un’ora e mezza, ché... diciamo... voglio verificare un insieme di cose... L’unica cosa: passa come al solito, dal dietro... dietro di là». E Fiorani: «Sì, va bene... sennò sono problemi...».

Giornalismo kamikaze. Intermezzo comico. Il giorno del colpo di scena, esilarante editoriale sulla prima pagina del Giornale: «E se qualcuno fosse stato in pensiero, ora può stare tranquillo. Sulla storia delle banche siamo arrivati anche alle intercettazioni, naturalmente fatte filtrare ad arte fuori dai palazzi di giustizia». E ancora: «Lunedì ‘escono le intercettazioni’, cioè qualcuno decide che in quel giorno è il momento ‘giusto’ per farle uscire». E di nuovo, ossessivamente: «Ci dovrebbero spiegare che bisogno c’era di fare uscire le intercettazioni...». Effettivamente le intercettazioni «sono uscite» martedì 26 luglio. Ma su un solo, unico quotidiano: il Giornale, per la firma di Gianluigi Nuzzi. Un caso di scoop suicida, di giornalismo kamikaze.

In più, l’editoriale del Giornale s’interroga: «Tra tutte le intercettazioni, fior da fiore, hanno beccato proprio quelle con il governatore della Banca d’Italia». Ma pensa un po’: quegli indiscreti dei magistrati hanno prestato attenzione alle telefonate di Fiorani ad Antonio Fazio, invece di quelle del banchiere al bar o alla zia.

Che poi siano finite proprio e solo sul Giornale, malgrado la procura avesse blindato le indagini per non farle trapelare (e con successo, a parte il Giornale), secondo i bene informati vuol dire che è scattata la «smagliatura Tremonti»: l’ex ministro delle Finanze, grande nemico di Fazio, ha ancora amici ai vertici della Guardia di finanza, che sta facendo le indagini per la procura di Milano, e ha amici anche al Giornale.

La novità (con buona pace del Giornale) è l’entrata del governatore sulla scena giudiziaria. Che nella vicenda delle scalate Fazio fosse fazioso e non arbitro imparziale era già noto e anche Diario l’aveva variamente, nelle settimane scorse, cercato di documentare. Questa storia, del resto, è piena di cose già scritte di cui nessuno vuole però prendere atto (scalatori mascherati, scalate a rischio crac, immobiliaristi dai soldi dubbi, regole dribblate, amnesie della sinistra, scambi di cortesie destra-sinistra...). Il fatto è che ora ci sono le prove in presa diretta dell’incredibile «concerto» tra Fiorani e Fazio.

Possibili conseguenze. Uno: il governatore vedrà presto il suo nome inserito tra gli indagati per reati finanziari, insieme a Fiorani, Ricucci e gli altri’ Due: si dimetterà? In un Paese normale la risposta alla seconda domanda sarebbe sì, invece la Banca d’Italia ha subito emesso una nota in cui sostiene che tutto va bene e che le autorizzazioni concesse a Fiorani erano atti dovuti.

Del resto, chi mai chiederà seriamente le dimissioni del governatore? Neppure il centrosinistra, preoccupato che poi il nuovo numero uno della Banca d’Italia nasca sotto l’ombrello del governo Berlusconi. I Ds, in più, di Fazio hanno bisogno, per portare a compimento nei prossimi mesi la scalata della «rossa» Unipol su Bnl.

Rischio crac. Anche nei giorni precedenti il gran colpo di scena, ne sono successe di cose.

20 luglio, intervista di Massimo Mucchetti a Romano Prodi sul Corriere («I politici pensino alle regole, non agli affari», «Fazio non agisce da arbitro ma da parte in gioco», «Il capitalismo si ammala se le leggi rendono convenienti la speculazione e non la produzione e l’innovazione»).

21 luglio, intervista di Alberto Statera a Massimo D’Alema su Repubblica (con una conferma: «Ma sa che le dico? Nei confronti dell’Unipol c’è una campagna razzista»; e un aggiustamento di tiro: sulla scalata al «Corriere è giusto chiedere maggiore chiarezza»).

22 luglio, fallimento delle offerte pubbliche degli olandesi di Abn Amro su Antonveneta e dei baschi del Banco di Bilbao su Bnl. 23 luglio, scoperta che l’intervento dell’azionista romano Stefano Ricucci all’assemblea Antonveneta - potenza della Padania - era stato scritto a mano a Lodi, negli uffici di Fiorani: che «concerto» di idee!

Del resto, Fiorani è un banchiere creativo, che oltre a far comprare azioni sottobanco agli amici e ai misteriosi fondi gestiti alle Cayman da Luigi Enrico Colnago (sempre con soldi generosamente erogati dalla sua banca), ha saputo anche inventarsi un modo geniale per finanziare la sua pericolosa scalata al potere: realizza cessioni di quote di società controllate che in realtà sono onerosissimi prestiti mascherati.

Un esempio lo ha raccontato Mario Gerevini sul Corriere. Fiorani ha «venduto» a Deutsche Bank il 10 per cento della Cassa di Bolzano, realizzando ben 183,4 milioni di euro. Bravo, no? Peccato che una quota identica, il 10 per cento della stessa banca bolzanina (anzi, un 10 per cento più prezioso, perché permetteva di arrivare al 58 per cento, cioè al controllo assoluto), fosse stata venduta esattamente un anno fa alla Bayerische Landsbank a soli 79,2 milioni.

Dunque, Fiorani è un mago capace di valorizzare del 120 per cento in un anno una sua partecipazione. Ma questo lo crede solo Fazio. Chi guarda le carte, più prosaicamente, è portato a pensare che Fiorani parcheggi pacchetti di azioni presso banche e finanziarie (Deutsche Bank, Dresdner, Earchimede di Chicco Gnutti) allettate da sostanziose commissioni. Con questo sistema porta a casa circa un miliardo di euro, da buttare nella scalata Antonveneta. Domani, dopo aver conquistato la banca di Padova, si dovrà riprendere le sue partecipazioni, che aveva venduto ma con l’elastico (un elastico che in finanza si chiama opzione call).

C’è un’incognita. Se non la conquista, l’Antonveneta, che cosa succederà di Fiorani? Dove troverà i soldi per ricomprare tutte le sue vendite con l’elastico? Queste sono operazioni a rischio crac. Oh, non ci venite a dire che siamo uccelli del malaugurio, quando ripetiamo che le società alle Cayman di Fiorani ricordano tanto le consociate andine dell’Ambrosiano di Roberto Calvi e che la nuova sigla della banca di Fiorani (Bpi, Banca popolare italiana) è la stessa di Sindona (Bpi, Banca privata italiana)...

Bicamerale della finanza. Come passerà le vacanze il governatore Fazio? Chissà. Ma non sembra che debba preoccuparsi troppo. Sembra blindato, a destra e a sinistra. E qui si apre l’altro capitolo, quello sull’altra scalata: Unipol alla conquista di Bnl, dopo il fallimento del Banco di Bilbao. Fazio ha già fatto capire che permetterà la conquista. Così ha portato dalla sua parte quella larga parte della dirigenza Ds (D’Alema e Fassino in testa) che tifa per Unipol e per dare una banca al mondo delle cooperative. Aspirazione legittima, anche se un po’ rischiosa dal punto di vista finanziario per la compagnia guidata da Giovanni Consorte e per le coop che l’hanno seguito.

Meno legittimo è che la politica tifi per uno schieramento finanziario e, in forza di ciò, abbassi il livello critico. Accettando Fiorani (e anche Ricucci, che in fondo «non c’ha la rogna») perché sia data via libera a Consorte. Sì, questa grande storia italiana, anzi europea, di banche e scalate e potere è fatta di vicende diverse (Antonveneta, Bnl, Rcs, Mediobanca...), ma ha una sua sostanziale unitarietà, una rete unica, anche se articolata, di protagonisti e comprimari, banchieri, finanzieri e politici, stretti attorno al governatore Fazio, che si crede il nuovo Cuccia.

Per questo rischia di diventare una «Bicamerale della finanza» fatta di scambi e concessioni reciproche. Un grande accordo sotterraneo per ridisegnare il volto del (debole) capitalismo italiano. Tangentopoli, al confronto, è archeologia. Sembra averlo intuito Prodi, quando si mostra preoccupato che si stia aprendo una nuova stagione di commistioni tra politica e affari.

Ancora una volta, sono dovuti intervenire i magistrati per svelare i giochi sporchi. E qualcuno ha già cominciato a lamentarsi dell’invadenza dei giudici. Peccato che, prima di loro, nessuno di chi poteva parlare lo abbia fatto: né Bankitalia, né la politica. Tutti impegnati a tifare e tramare, invece che a regolare.

(Diario, 29 luglio 2005)

Le puntate precedenti del , e qui un articolo di Scalfari sull'argomento

[traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini]

Introduzione

Una serie di esplosioni ha squarciato il centro di Londra, uccidendo almeno 33 persone e ferendone altre centinaia.

In quello che sembra essere stato un attacco terroristico coordinato, si sono verificate esplosioni su tre convogli della metropolitana e un autobus, verso il termine dell’ora di punta mattutina.

Il sistema di trasporti pubblici della capitale è stato bloccato, mentre entrava in vigore lo stato di massima emergenza. Tutti gli ospedali si sono riempiti entro metà della mattinata.

La prima esplosione si è verificata su un treno della metropolitana che aveva appena lasciato l’affollata stazione di Liverpool Street.

Altri scoppi hanno colpito un convoglio che dalla fermata di Russell Square si dirigeva verso King’s Cross, e un altro alla stazione di Edgware Road.

L’ultima esplosione è avvenuta su un autobus a due piani.

Liverpool Street

08:51

I servizi di emergenza vengono allertati la prima volta dopo un’esplosione su un treno a 100 metri di distanza dalla stazione di Liverpool Street.

La London Underground più tardi conferma che lo scoppio è avvenuto su un treno della linea Circle che viaggiava da Aldgate verso Liverpool Street.

Un passeggero, Simon Tonkyn, parla di un “enorme botto e un sacco di fumo”. Aggiunge: “Un gruppo di noi ha preso gli estintori, e siamo riusciti a sfondare la porta della carrozza”.

Un altro, Terry O’Shea, racconta che i passeggeri sono stati guidati lungo i binari oltre il punto in cui si era verificata l’esplosione. “Riuscivamo a vedere che il tetto era stato strappato via, e c’erano corpi sulla linea”.

I passeggeri sono stati evacuati dalla stazione di Liverpool Street da polizia e personale della metropolitana. L’ansia è aumentata quando i telefonini hanno smesso di funzionare, lasciando le persone senza contatti con parenti e amici.

La polizia di Londra più tardi conferma che nell’esplosione hanno perso la vita sette persone. Un medico a Aldgate valuta che almeno 90 persone siano rimaste ferite.

Russell Square – King’s Cross

08:56

Un’altra esplosione si verifica sulla linea Piccadilly, su un treno che viaggia fra Russell Square e King’s Cross.

Il giornalista BBC Jacqui Head, che era sul treno, parla di “un grosso botto” e aggiunge: “C’è stato immediatamente fumo dappertutto, faceva molto caldo e tutti sono stati presi dal panico. La gente ha cominciato a gridare e piangere”.

Un altro passeggero, Chris Fry, afferma che – dopo 30 minuti – le persone sono riuscite a sfondare i finestrini e a uscire dalla carrozza, iniziando a camminare sui lati del treno. Due ore più tardi, la polizia afferma che è ancora in corso un’operazione di recupero per evacuare alcuni passeggeri ancora imprigionati sottoterra.

Si confermano ventuno persone morte.

Anna Pacey, infermiera impegnata nei soccorsi a Russell Square, dice che le prime persone uscite erano “feriti in grado di camminare”, ma di aver visto più tardi altri con ferite più gravi: ustioni, fratture, e alcuni che avevano perso degli arti.

Edgware Road

09:17

Il terzo scoppio è stato su un treno della linea Circle, che stava uscendo dalla stazione di Edgware Road verso Paddington.

Dopo l’esplosione i passeggeri iniziano a uscire dalla stazione, molti coperti di sangue ed evidentemente sconvolti. Alcuni infermieri scendono all’interno, facendo temere che ci siano ancora persone ferite intrappolate sottoterra sulle linee Hammersmith e City.

Una passeggera racconta alla BBC che c’è stato un enorme scoppio mentre due treni passavano in galleria appena fuori dalla stazione di Edgware Road. “Tutte le luci si sono spente, e c’era un sacco di fumo”.

Più tardi emerge che l’esplosione sul treno ha sfondato la parete sino ad un altro treno su una pensilina adiacente.

la polizia conferma che ci sono cinque persone morte. Chi è in grado di camminare viene assistito in un albergo vicino. I servizi di emergenza vengono definiti “tesi al massimo”.

Tavistock Square/ Upper Woburn Place

09:47

Un’esplosione squarcia un autobus double-decker davanti alla British Medical Association. Il tetto è strappato via, e vengono danneggiate anche le auto vicine.

Un testimone oculare descrive l’autobus come fatto a pezzi: un “carnaio”, nonostante non si conoscano ancora dettagli sulle vittime.

”È stata una grossa esplosione, c’erano carte e mezzo autobus in aria” afferma un altro testimone. La polizia non esclude la possibilità che si tratti dell’opera di un attentatore suicida.

Una portavoce dell’autorità dei Trasporti di Londra afferma che l’autobus era il numero 30, in viaggio da Hackney al Marble Arch. Stava seguendo una prevista deviazione rispetto al percorso normale.

Scene di caos hanno dominato la zona per tutta la mattinata, mentre i feriti emergevano dalla stazione della metropolitana dopo un’esplosione verso King’s Cross. L’interra zona attorno a Russell Square è stata isolata dalla polizia.

Nota: il servizio originale e links al sito della BBC (f.b.)

Il New York Times non è un giornale che aspetta le notizie. O meglio, non aspetta che diventino un confezionato luogo comune che tutti i giornali stamperanno allo stesso modo. Si guarda intorno e decide. Durante la guerra nel Vietnam la sua decisione più drammatica è stata di pubblicare, rischiando l’accusa di tradimento, i «Vietnam Papers» che Daniel Ellsberg, un funzionario del Dipartimento della Difesa, aveva inviato a quel giornale perché rivelavano un progetto di allargamento della guerra e di invasione dei Paesi limitrofi. È stato il punto di rottura fra una parte del giornalismo americano e una parte della sua classe politica. Ma è stato anche l’evento che ha spinto il presidente Nixon ad accelerare la negoziazione di pace.

Negli anni Ottanta il New York Times ha preceduto sociologia e politica mettendo un grande titolo in prima pagina che, a quel tempo, sembrava inventato: «L’immigrazione cambia la nostra vita». Era il tempo in cui una vasta immigrazione clandestina, deliberatamente consentita perché abbatteva i costi del lavoro, sosteneva l’economia americana più di quanto chiunque, a destra o a sinistra, volesse ammettere. Era l’inizio di una serie di venti articoli che hanno cambiato la percezione americana sulla portata e le conseguenze del fenomeno. Soprattutto sull’uso calcolato del clandestino da espellere quando si esauriva la forza giovane del suo lavoro e quando credeva di aver meritato il premio di quel lavoro.

Forse si deve proprio a quella serie di articoli, scritti senza altre notizie, da cinque giornalisti che hanno lavorato per mesi, se molte espulsioni non sono più avvenute, se la antica tradizione americana di accettare gli immigrati ha prevalso, se oggi i capi delle polizie di quasi tutte le città dell’immenso confine americano verso il Messico sono ex clandestini fatti passare tanti anni fa da una catena bene organizzata di chiese e conventi cattolici.

A

lcune settimane fa (il 15 maggio) nel suo numero domenicale, tradizionalmente il più amato e il più letto dai cittadini di New York, il quotidiano americano è tornato all’improvviso alla sua tradizione di rivelazione anticipata di cose che stanno avvenendo ma non che sono ancora notizia, con una insolita apertura e un grande titolo che dice: «Classi in America, la linea d’ombra che continua a dividerci». Ne sono autori due giornalisti, Janny Scott e David Leonhardt, che sono ancora al lavoro, con un numero indefinito di puntate ancora in corso. La prima puntata avverte in modo sensazionale, in apertura di giornale che le classi sono tornate ad esistere e a segnare la vita americana. E che le linee di demarcazione e gli sbarramenti fra una classe e l’altra si sono induriti e diventano ogni giorno meno penetrabili.

Giornale e giornalisti si rendono conto di correre contro un senso vietato. Il primo divieto viene dall’esperienza. Gli Stati Uniti sono davvero il Paese meno immobile fra tutte le democrazie industriali del mondo. Il secondo divieto viene dalla percezione. Gli americani sono profondamente convinti della mobilità delle loro condizioni sociali. Parlano malvolentieri di classi e - almeno da giovani - vedono con persuasione un futuro migliore del passato e, per i figli, migliore di quello dei loro genitori.

Il terzo divieto è politico. C’è il rischio di accusa «socialista» (ma i neoconservatori non esiterebbero a dire «comunista») per chi vuole mettere in discussione il problema delle classi. Non si tratta più dello scontro fra pragmatismi (quello del lavoro, che misura le sue conquiste sul terreno in salita del confronto sindacale, e quello del capitale che ha potuto fino ad ora vendere con successo la sua immagine di continua espansione). Questa è la sfida di una ideologia, l’ideologia dei neoconservatori, che si distacca dalla tradizione americana perché non è interessata a tener conto dei fatti. Sostiene che l’America sta per diventare una società dei proprietari, sostiene che le pensioni sono tristi e che è meglio mettere le mani nell’immenso fondo pensioni americano (la Social Security) per distribuire un po’ di soldi a tutti, così tutti avranno un capitale da giocarsi (benché piccolissimo) e alla vecchiaia ciascuno dovrà provvedere con il suo successo personale (se lo avrà avuto) e con i suoi risparmi.

Insomma, la fine della più pragmatica delle Americhe, quella di Roosevelt, che aveva ben chiaro il dramma della vecchiaia e il fatto che la ricchezza si accumula solo in quantità molto grandi dove i rischi e le cadute inevitabili delle borse e degli affari si rimedia solo investendo altra ricchezza.

* * *

I punti di riferimento di Janny Scott e David Leonhardt partono dalla verifica di un grande sondaggio, dalla consultazione di una serie di esperti (senza tenere conto di «destra» e «sinistra», benché le possibili inclinazioni siano sempre annotate).

E da una collezione di storie personali, in modo da tenere conto del grande fenomeno della percezione, del come ciascuno vede se stesso, valuta il passato, prevede il suo futuro e lo confronta con l’immagine che aveva quando ha cominciato.

L’inchiesta non nega il «sogno americano», perché sarebbe come negare che l’Austria del Settecento ha avuto musicisti immediatamente compresi e ammirati come Mozart. E che, dunque, «qualunque Mozart avrebbe avuto la strada aperta al successo». Il paradosso della frase sta nel dire «qualunque Mozart» perché il genio è cosa rara. Questa è la spiegazione dei due giornalisti quando notano che vent’anni fa duecento dei quattrocento grandi ricchi della classifica Forbes erano ricchi per avere ereditato ricchezze. Oggi soltanto trentasette dei quattrocento sono ricchi di famiglia. Questo vuol dire che una grande caratteristica della vita americana è confermata: le classi non sono chiuse e non ci sono salotti riservati. Il problema, però, è quello dei «great achievers». Insieme alla fortuna occorre un così grande talento per accumulare in uno o due decenni la ricchezza che sposta qualcuno definitivamente da una classe all’altra, che il fenomeno diventa raro.

Diventa raro, spiegano i due autori dell’inchiesta, perché la chiusura non si verifica dall’alto verso il basso. Non ci sono rifiuti e non ci sono «salotti buoni». Ma viene dal basso verso l’alto. C’è una serie di ostacoli che spinge i giovani anche se molto dotati in un ingranaggio simile alla famosa scena di «Tempi moderni»: Chalie Chaplin arrampicato fra ruote dentate che rischiano di mangiarlo.

Il sogno americano dice che tutto dipende dal merito, ricordano i due giornalisti. Ma il merito dipende dalla scuola, la scuola dipende dalla città e dal quartiere, e la città e il quartiere dipendono dalla famiglia. Quanti libri ci sono in casa? Chi li legge? Di che cosa si parla? E se non si parla di niente? Se i coetanei sono impegnati in una vita di azzardo e di scorciatoie, orientati ad esse dalla solitudine e dalla mancanza di modelli? Conta uno studio, esaminato e citato dal giornale, della Federal Reserve Bank di Boston (la filiale di Boston della Banca Centrale americana). Meno famiglie si sono mosse di una minima percentuale del loro guadagno negli anni Ottanta che negli anni Settanta. E meno famiglie hanno cambiato livello (in meglio) sia pure minimamente, negli anni Novanta rispetto agli anni Ottanta.

Il «Bureau of Labor Statistics» (divisione del ministero del Lavoro americano) conferma e accentua: «Quasi nessun movimento verso l’alto negli ultimi anni Novanta».

E l’Università di California, Berkeley, pubblica uno studio le cui conclusioni sono queste: «Quello che i figli ottengono dai genitori - abitudini, pratiche di vita, abilità, esperienze, tratti di carattere, contatti sociali, denaro - fanno la vera differenza, persino per i più bravi». Il senso è questo: persino un «great achiever» (una persona giovane che ha tutto in sé per avere successo) può andare perduto se non ha almeno qualcuno dei «valori ereditari» che sono stati elencati. Per esempio, il ricevere dalla famiglia un po’ di agiatezza ne può generare molta, se la vita di un figlio si ambienta in una famiglia capace di generare contatti e di indicare un passaggio. Ma il fatto che la classe sociale superiore sia senza barriere non libera dalle barriere della classe sociale inferiore: se sei senza contatti e con la formazione scolastica sbagliata (o peggio nessuna vera formazione scolastica)resti bloccato dove sei. Molti di coloro che restano bloccati corrono il rischio di scivolare più in basso, ad ogni crisi non solo personale o dell’azienda in cui lavora, ma anche a seguito delle grandi crisi del mondo, che colpiscono sempre e subito i livelli più deboli.

Dice ai giornalisti del Times il Prof. Gary Solon della Università del Michigan: «Ti dicevano di non preoccuparti della nascita. Ti dicevano che nascere ricchi o nascere poveri non fa differenza se hai talento. Oggi nessun rispettabile studioso direbbe una cosa simile in America». Aggiunge il Prof. Levine: «Nascere ricco in America è una fortuna che ti offre i privilegi più alti al mondo. Nascere povero in America è molto peggio che nascere povero in Europa, in Canada, in Giappone».

Segue, nell’inchiesta di Scott e Leonhardt, una accurata verifica del peso che hanno avuto tecnologia e tassazione sulla divaricazione delle classi. La tecnologia, spiegano, ha tagliato una immensità di posti di lavoro, reso possibile una vasta area di operosità marginale in cui si riesce a sopravvivere o anche vivere decentemente (questo spiega la vasta occupazione americana). Ma non consente di progettare o prevedere alcun avanzamento e induce a immaginare per i figli strade drasticamente diverse. Queste strade restano riservate alle famiglie connesse con più alti livelli sociali.

L’esportazione del lavoro e il cosidetto «outsourcing» hanno eliminato interi settori di attività su cui si reggeva la stabilità e la percezione di sicurezza della classe media. Favoriva i consumi e i pagamenti rateali. Ma è drammatica anche la situazione comparata delle tasse fra i livelli più bassi e quelli più alti della scala sociale americana. Benché sembri paradossale, la tassazione dei meno agiati è progressivamente aumentata (ed è comunque scrupolosamente garantita da verifiche stringenti). Al contrario, a mano a mano che si va verso l’alto, la tassazione diminuisce in modo diretto (le decisioni di George Bush) ma anche e più drammaticamente attraverso svariate forme di esenzioni e di benefici, per fondi e investimenti attentamente assecondati da leggi che esimono, sospendono o tagliano i pagamenti dovuti.

***

Le straordinarie pagine del New York Times, che cambiano ancora una volta la storia del giornalismo americano, mostrano che a un grande gruppo giornalistico non spetta solo il compito di informare su ciò che è accaduto, ma anche di rivelare un momento prima ciò che sta accadendo o sta per accadere. D’altra parte la grande inchiesta del New York Times sul ritorno delle classi in America, non è un fatto isolato nella cultura americana dell’era di Bush.

Per questo si discute così aspramente sul taglio delle tasse ai più ricchi, su una ridistribuzione rovesciata delle risorse non verso le persone più povere ma verso coloro che sono già titolari di benessere: Occorre ricordare che - a differenza del vecchio capitalismo - i beneficiati del taglio delle tasse non useranno la nuova ricchezza per investimenti che creano lavoro. O almeno non il lavoro che genera avanzamento e progresso individuale, e un salto di corsia da parte dei poveri. In mezzo, adesso, c’è la barriera della tecnologia, che chiede sempre meno lavoro umano e sempre meno lavoro che non sia già altamente specializzato.

In mezzo c’è la pratica sempre più diffusa dell’«outsourcing» che crea, fuori dalle aziende, nuovi centri di lavoro subordinato, destinati a restare per sempre lavoro subordinato. In mezzo c’è la esportazione del lavoro di massa in Paesi a costo del lavoro molto basso. Non potrà durare per sempre ma genera, intorno al capitale, per usare una espressione del Prof. Levine, una foresta bruciata di non lavoro intorno ai punti alti e ricchi del capitalismo. E fa sostare fuori dal lavoro produttivo una intera generazione giovane americana.

In mezzo c’è l’interpretazione religiosa dei fondamentalisti cristiani, grandi elettori di Bush, secondo cui la ricchezza premia la grazia, dunque la virtù, e istituisce un rapporto fra la quantità di ricchezza e il valore morale di una persona. È un punto di vista che aiuta e incoraggia un governo, ma anche i singoli, le associazioni, le famiglie, a disinteressarsi dei più poveri, a lasciarli dove stanno. Perché evidentemente i poveri non hanno i meriti morali che consentono a Dio (e a Bush) di elargire ricchezza.

furiocolombo@unita.it

5-fine

le puntate precedenti

sono state pubblicate

il 15-19-23-26 maggio

© 2026 Eddyburg