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I mezzi di informazione italiani si sono adattati all’aria che tira e hanno cominciato ad autocensurarsi, sia sulla stampa sia in televisione.

(da "L’ombra del potere" di David Lane – Editori Laterza, 2005 – pag. 205)

Chi di televisione ferisce, di televisione perisce. Si potrebbe anche liquidare così, parafrasando un vecchio detto popolare, l’apparizione a sorpresa di Silvio Berlusconi a Ballarò dopo la débacle elettorale del centrodestra alle regionali. E magari mettersi l’animo in pace, per archiviare la pratica e compiacersi retrospettivamente per la profezia di Indro Montanelli secondo cui, a furia di vedere e ascoltare il Cavaliere in tv, alla fine gli italiani si sarebbero vaccinati contro il virus del berlusconismo.

Ma siamo proprio sicuri che le cose stiano in questi termini? Non sono stati già commessi in passato troppi errori di sottovalutazione o di distrazione, compreso l’ultimo sulle nomine all’Authority sulle comunicazioni, per smobilitare o abbassare la guardia? E poi, non abbiamo sempre detto che la "questione televisiva", cioè la concentrazione di potere mediatico a danno del pluralismo dell’informazione e della libera concorrenza, è in realtà una questione pre-politica; che riguarda le condizioni fondamentali della vita democratica; che non comincia con la fatidica "discesa in campo" di Berlusconi e neppure finisce con la sua ipotetica ed eventuale uscita dal campo?

È vero che questa volta il centrodestra ha perso, e in modo netto e clamoroso, pur controllando le televisioni pubbliche e private. Ma a ben vedere è proprio il risultato amministrativo che conferma il pericolo sul piano più generale: alle regionali si votava per candidati, liste e programmi locali; fuori da una contrapposizione di tipo ideologico; senza la partecipazione carismatica del "lìder maximo". Fin dai tempi delle "giunte rosse" che in qualche modo rappresentavano un surrogato di alternanza al regime democristiano, questo è sempre stato un voto più libero, meno condizionato dalle appartenenze politiche e meno vincolato dalla fedeltà di partito. E oggi, in un ambito più circoscritto, spesso l’influenza delle tv (e dei quotidiani) locali può contare anche più di quelle nazionali.

Nessuno d’altra parte è tanto rozzo e sprovveduto da aver mai sostenuto che Berlusconi vince perché controlla le televisioni. O soltanto per questo. Dalle analisi di un sociologo come Renato Mannheimer o di un politologo come Ilvo Diamanti, sappiamo però che una buona parte dell’elettorato riceve l’informazione politica esclusivamente o prevalentemente dalla tv e che questa influisce in modo particolare sulla quota degli indecisi, l’ago della bilancia che - soprattutto in un sistema maggioritario - alla fine determina il risultato, la vittoria di uno schieramento sull’altro. Il fatto è che, in mancanza di controprove, nessuno è in grado di dire con certezza quale sarebbe l’esito del voto in condizioni di effettiva parità, se il centrodestra avrebbe vinto ugualmente alle ultime politiche oppure no, se avrebbe perso alle regionali con un distacco ancora maggiore.

Non si spiegherebbe altrimenti l’attenzione che la stampa internazionale, dal New York Times fino all’Economist, continua a rivolgere all’anomalia del "caso italiano". Né la produzione saggistica che i corrispondenti dei giornali stranieri, come quello del settimanale economico di lingua inglese citato all’inizio, dedicano alla "Berlusconi’s Shadow", tradotto più benevolmente in italiano dall’editore Laterza "L’ombra del potere". Ancor prima dell’indecenza del conflitto di interessi, da vent’anni a questa parte c’è in Italia lo scandalo di una concentrazione televisiva e pubblicitaria che danneggia l’intero sistema, drena risorse a favore della tv, e ora occupa e sequestra il servizio pubblico a vantaggio dell’azienda che appartiene al premier e della sua maggioranza parlamentare, in quello che Umberto Eco chiama "il regime del populismo mediatico".

Mentre perfino gli alleati di governo lanciano (finalmente) a Berlusconi l’invito a cedere Mediaset per liberare se stesso e tutto il centrodestra da una tale ipoteca politica, il fronte dei cerchiobottisti di professione rilancia compatto la parola d’ordine del disimpegno, dell’indifferenza, di un malinteso minimalismo, con l’aria di deridere magari l’ingenuità o peggio ancora la faziosità di chi non è abbastanza "scafato" per capire come gira il mondo. E pensare che, prima dell’approvazione di una legge tanto innocua quanto inutile come quella che porta il nome dell’ex ministro Frattini, qualcuno scrisse che la legislatura non sarebbe neppure cominciata senza la soluzione del conflitto di interessi. Purtroppo, invece, è cominciata, ha prodotto molti guasti e francamente non si vede l’ora che finisca quanto prima.

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La decisione di presentarsi all’ultimo momento a Ballarò, al posto di uno dei suoi ministri, è stato - come ha già scritto il direttore di questo giornale - un gesto di disperazione e anche di debolezza da parte del presidente del Consiglio. Nell’ansia di recuperare il terreno perduto e magari di rivendicare la propria leadership sul centrodestra, Berlusconi non poteva scegliere però un’occasione meno propizia. Non solo perché il set della trasmissione, un’arena politica con il pubblico diviso in due schieramenti, è quello che offre minori riguardi e protezioni alla figura istituzionale del premier. Ma anche perché, accettando il confronto diretto con l’opposizione, il presidente del Consiglio s’è dovuto misurare con i due avversari peggiori che gli potevano capitare: Massimo D’Alema e Francesco Rutelli, entrambi più preparati ed efficaci di lui, più giovani e - diciamo così - anche più telegenici. Perfino D’Alema, che notoriamente non è un campione di simpatia, è riuscito a risultare così più affabile e accattivante.

L’errore maggiore, tuttavia, il presidente del Consiglio l’ha commesso riproponendo tal quale il "modello del berlusconismo", imperniato sulla sua persona e sul suo carisma, come ricetta miracolosa per curare i mali del centrodestra, battere l’Unione di Romano Prodi e riconquistare la maggioranza. Evidentemente, l’analisi dell’ultima sconfitta non è stata così lucida da consentirgli finora di individuarne l’origine più remota. E’ un motivo in più per contrastare ora in Parlamento, a un anno dalle politiche, qualsiasi tentativo di modificare la legge elettorale e di abolire la vituperata par condicio.

(sabatorepubblica. it)

NEL pasticcio mediatico-diplomatico creato da Berlusconi sulla questione del ritiro dall´Iraq, la sola vera notizia che resta in piedi è la "non-notizia". Il presidente del Consiglio, a poche ore di distanza dal cancan sollevato a Porta a porta il 15 marzo, l´ha addirittura teorizzata; ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al presidente della Camera: "Non verrò in Parlamento come chiede l´opposizione. Che cosa verrei a dire? Dovrei forse commentare una non-notizia?".

In un certo senso ha ragione, ma in un altro senso ha invece torto marcio. Resta infatti da chiarire perché sia andato in televisione per lanciare sulle onde dell´etere una non-notizia che ha fatto in pochi minuti il giro del mondo suscitando precisazioni e richieste di chiarimenti da parte di Bush incalzato dalla stampa americana, precisazioni e smentite da parte di Blair dinanzi ai Commons, disagio nel ministro degli Esteri Gianfranco Fini, irritazione vivissima al Quirinale.

Tutto questo bailamme per una non-notizia? Una gaffe madornale (l´ennesima) del premier italiano? Un rischio calcolato a fini elettorali? Oppure l´autentico desiderio di preparare uno sganciamento dall´amico americano senza però la forza di realizzarlo, facendo macchina indietro dinanzi all´immediato richiamo all´ordine da parte della Casa Bianca? Ezio Mauro, il giorno stesso in cui la non-notizia è rimbalzata sui tavoli delle redazioni, ne ha individuato esattamente la natura: uno spot pubblicitario per riassorbire il distacco crescente della maggioranza dell´opinione pubblica dalla presenza italiana in Iraq; un gioco delle tre carte condotto spregiudicatamente su un tema delicatissimo che vede in gioco la stessa incolumità dei militari italiani a Nassiriya; una perdita drammatica di credibilità del nostro paese sulla scena internazionale.

«Ma nel tuo paese c´è ancora tanta gente che crede a queste panzane?», mi ha chiesto un collega inglese che aveva appena ascoltato le dichiarazioni di Blair a Westminster. Spero di no, gli ho risposto, ma francamente non ne sono sicuro.

Il tema dunque è questo: il presidente del Consiglio prepara e lancia spot pubblicitari con la connivenza d´un eminente giornalista del servizio pubblico televisivo (che si guarda bene dal metterlo in difficoltà) nel tentativo di riguadagnare un consenso che sta perdendo, e usa per questa indecente operazione niente meno che il tema della pace e della guerra, incurante del fatto che abbiamo in Iraq più di tremila soldati, blindati in una sorta di fortezza dei Tartari, a rischio di azioni di terrorismo e di guerriglia di cui spot così irresponsabili potrebbero elevare l´intensità e la pericolosità.

Questo tema, secondo me, non è ancora stato ben valutato né dalle forze politiche della maggioranza ma neppure (spiace dirlo) da quelle dell´opposizione.

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Ci voleva poco a capire che l´exit strategy berlusconiana era totalmente inesistente. Bush, che parla per tutta la coalizione dei "volenterosi" l´aveva già detto subito dopo le elezioni irachene del 30 gennaio: «Nessuno più di noi desidera riportare a casa i nostri soldati. Non resteremo in Iraq un giorno di più del necessario, ma neppure un giorno di meno. Ce ne andremo quando le forze della polizia e dell´esercito iracheno saranno in grado di garantire la sicurezza del paese e quando il governo iracheno ce lo chiederà».

Il 15 marzo Berlusconi ha ripetuto questa frase quasi compitandone il contenuto. Ma con una aggiunta: «Ferme queste condizioni, cominceremo a preparare un graduale ritiro entro il prossimo autunno». «Quando esattamente?», ha chiesto il conduttore della trasmissione. «A settembre» ha risposto il premier. «Questa sì che è una notizia», ha chiosato il conduttore adorante.

Invece no, era ovviamente una non-notizia, vincolata a una serie di condizioni molto lontane dall´essere adempiute. Le forze di sicurezza irachene sono ancora scarse, impreparate, inaffidabili, a detta degli stessi generali americani incaricati della loro istruzione.

Guerriglia e terrorismo insanguinano l´Iraq sunnita (e non solo quello) ogni giorno. L´Assemblea nazionale votata il 30 gennaio si sta ancora accapigliando perché sciiti e curdi litigano sul federalismo, sulla legge coranica, sul petrolio di Kirkuk. In più, nel corso dei prossimi mesi, dovrà esser votata la Costituzione e, entro il gennaio 2006, un´altra assemblea che dovrà eleggere un governo definitivo (quello attuale è provvisorio).

In queste condizioni parlare di ritiro dai «volenterosi» cominciando dal prossimo settembre è pura chimera, a meno che non si tratti d´una decisione unilaterale come fecero gli spagnoli di Zapatero e come hanno deciso di fare i polacchi e gli ucraini.

«Presidente, perché ha parlato di settembre?» gli ha chiesto il 16 marzo un cronista dell´Unità. «Perché noi crediamo, anzi io credo, che a settembre le forze di sicurezza irachene istruite da noi saranno pronte ad entrare in azione», ha risposto il premier. Ed è vero, a settembre i militari italiani che a Nassiriya addestrano un contingente di poliziotti iracheni avranno terminato il corso di istruzione di qualche centinaio di unità. Voleva dire il nostro premier che in quel momento ce ne andremo per esaurimento del nostro compito? Neppure per sogno. Bush non ha alcun bisogno "militare" delle truppe italiane a Nassiriya, dove il potere reale è nelle mani delle tribù sciite come in tutto il Sud del paese. Ma Bush ha bisogno "politico" dei soldati italiani. Se ce ne andassimo infatti, i soli "volenterosi" resterebbero gli anglo-americani. Noi non abbiamo nessun compito da svolgere; la preparazione dei poliziotti iracheni poteva essere tranquillamente fatta fuori dal territorio di quel paese, come hanno deciso di fare la Francia e la Germania; l´assistenza alla popolazione potrebbe essere condotta dalla Protezione civile e dai volontari, con molto minore costo.

Noi siamo a Nassiriya soltanto per ragioni politiche che consentono a Bush di mantenere la facciata del multilateralismo e a Berlusconi di sostenere l´esistenza di un rapporto preferenziale tra Usa e Italia e quindi di una crescente importanza del nostro Paese sulla scena internazionale.

Dunque a settembre non esisteranno le condizioni per iniziare l´exit plan che esiste solo nella testa di Berlusconi. Ma la non-notizia lanciata a metà marzo, venti giorni prima delle elezioni regionali, sarà potuta servire a recuperare qualche consenso da parte degli elettori della Casa delle Libertà, indignati dall´uccisione del nostro agente segreto al check-point dell´aeroporto e disincantati dalle tante panzane berlusconiane. «Esiste ancora gente che gli crede?» ebbene sì, esiste ancora. E così uno statista da operetta gioca con la credibilità internazionale del Paese.

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Piero Fassino e Massimo D´Alema hanno capito fin dall´inizio la natura della patacca berlusconiana. Patacca in sé. Noumeno di patacca. Ma non ci hanno insistito quanto quel noumeno avrebbe forse meritato. Prodi ha preferito non parlare, ma forse, a volte, l´eleganza non buca il video. Le altre reazioni si possono suddividere in due categorie.

La prima, della cosiddetta sinistra radicale, ha lo stigma di Sigonella, quando l´allora premier Bettino Craxi coprì un´illegalità del suo governo denunciando l´illegalità eguale e contraria del governo americano, che pretendeva di spadroneggiare nella base militare di Sigonella. La sinistra italiana (allora il Pci) non vide la prima illegalità con la quale furono sottratti dal governo alla magistratura italiana alcuni pericolosissimi terroristi mediorientali, ma applaudì entusiasticamente il premier italiano che una volta tanto aveva messo in riga gli americani. Così nel caso di Berlusconi, lo stigma di Sigonella si è fatto sentire ancora una volta e la sinistra radicale ha puntato sul premier «che sembrava prendere le distanze dalla Casa Bianca».

Il secondo tipo di reazione, del centrosinistra riformista, è stato di prendere sul serio Berlusconi sostenendo che finalmente il premier si spostava sulla linea dell´opposizione rendendo possibile a quest´ultima di convergere con la maggioranza «guardando al futuro».

Pessime entrambe queste reazioni, che avevano capito niente o ben poco della vera natura della patacca lanciata a Porta a Porta.

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Dedico qualche riga finale al prestigio internazionale dell´Italia che deriverebbe dal preteso asse Washington-Roma del quale la nostra presenza militare in Iraq sarebbe al tempo stesso causa ed effetto. A parte il fatto che di special relationship vera e reale con Washington ce n´è una sola ed è quella britannica.

Il filo diretto tra Berlusconi e Bush, se si prescinde dalla cosiddetta politica delle pacche sulle spalle, non ha dato all´Italia nessun vantaggio concreto in termini politici, strategici, economici. Ma per ovvie ragioni ha marginalizzato l´Italia rispetto all´Unione europea e alle nazioni che ne costituiscono il nucleo principale.

Il recente viaggio in Europa di Bush e di Condoleezza Rice, che ha gettato le basi di una ricucitura tra Usa da un lato e Germania e Francia dall´altro, ha del resto diminuito il peso del governo di Roma anche agli occhi dell´amico George. Berlusconi poteva servire per dividere l´Europa, ma serve molto di meno da quando l´America si è accorta d´aver bisogno dell´Unione europea e non di un suo membro soltanto.

Queste considerazioni dovrebbero spingere il nostro governo ad una profonda revisione della sua strategia internazionale. Ma un governo pataccaro non sembra il più adatto alla bisogna.

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Post Scriptum. Miriam Mafai ha benissimo scritto ieri sull´invadenza crescente e non più oltre tollerabile della gerarchia ecclesiastica italiana, cardinal Ruini in testa, nella politica del nostro paese. I continui interventi dei vescovi sulle modalità del voto nel prossimo referendum vanno assai al di là del caso specifico pur importantissimo e violano i rapporti di correttezza tra due entità, lo Stato e la Chiesa, che il Concordato stabilisce indipendenti e sovrani nelle relative sfere di competenza.

Da interventi siffatti viene distrutto il principio stesso della laicità delle istituzioni civili e dei cittadini che esse rappresentano.

Nessuno nega alla gerarchia ecclesiastica il diritto di parlare e di diffondere liberamente i dogmi della sua dottrina e i valori della sua morale. Nessuno le impedisce, nella fattispecie, di sostenere che l´embrione è vita umana e attuale (anche se i padri della scolastica con san Tommaso in testa affermavano diversamente) e che distruggerlo equivalga ad un omicidio. Il Papa è addirittura arrivato a paragonare l´aborto alla Shoah.

Ciò che invece la gerarchia ecclesiastica non può fare senza violare clamorosamente le norme concordatarie è prescrivere il comportamento dei cattolici e in generale degli elettori per quanto riguarda le modalità del voto in una consultazione elettorale prevista dalla Costituzione italiana.

I vescovi sono arrivati al punto di definire «immaturi» quei cattolici che andranno a votare al referendum e invece «maturi» solo quelli che si asterranno dal voto. E così risulteranno immaturi i cattolicissimi Scalfaro e Andreotti. E naturalmente immaturo Romano Prodi che ha detto di essere tenuto ad obbedire alla propria coscienza di cattolico ma non ad obbedire al «non expedit» dei vescovi.

L´arcivescovo di Genova dal canto suo ha prescritto ai cattolici di non leggere il libro "Il Codice da Vinci". I parroci d´un piccolo paese di Calabria nel quale il filosofo Gianni Vattimo si presenta come candidato sindaco, parlano in chiesa dal pulpito vincolando i fedeli a votargli contro.

Tutti questi casi, dal più grande al più piccolo, sono violazioni macroscopiche del Concordato. Alcuni di essi configurano addirittura reati penali per i quali le Procure della Repubblica dovrebbero intervenire.

Spiace che un cattolico democratico come Enrico Letta, figura eminente d´un partito di centrosinistra, annunciando che si asterrà dal voto referendario (cosa che rientra nella sua libera decisione) non spieghi almeno le ragioni che lo inducono a ignorare le motivazioni dei requisiti referendari. Spiace soprattutto che, assumendo lo stesso comportamento raccomandato dal cardinale Ruini, non aggiunga di considerare in debito l´intervento della gerarchia vescovile che getta più di un´ombra sulla laicità dei cattolici quando essi decidono autonomamente di adottare il comportamento dell´astensione.

Quisquilie? Al contrario. Principi essenziali della convivenza civile. Il non expedit cadde con la firma del Concordato del ‘29. Ci si ritorna 76 anni dopo? E i cattolici della Margherita accettano senza fiatare questo rigurgito clericale? Speravamo che fossero usciti di minorità. Ci eravamo dunque illusi?

Non è un atto formale l'adesione immediata della Cgil alla manifestazione di sabato prossimo per la liberazione di Giuliana, Florence, Hussein, tutti i rapiti e il popolo iracheno. Dal momento in cui si è diffusa la voce del rapimento della nostra inviata a Baghdad, i segnali da corso d'Italia non si sono fatti attendere. Già nella manifestazione promossa al Campidoglio dal sindaco di Roma Walter Veltroni, il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani aveva portato la sua solidarietà. Cgil non vuol dire soltanto il suo segretario e il gruppo dirigente nazionale. Cgil vuol dire categorie, come ad esempio la Fiom, i cui segretari sono subito venuti in redazione per dirci: siamo con voi, come possiamo aiutarvi? Cgil vuol dire decine di Camere del lavoro che hanno svolto un ruolo determinante nell'organizzazione di cortei, presìdi, sit-in, fiaccolate. E già da ieri, chi intende partecipare alla manifestazione - speriamo la festa per l'avvenuta liberazione di Giuliana - di Roma, è alla Camera del lavoro della sua città che telefona, per sapere se sono già stati organizzati pullman o treni. Guglielmo Epifani ha contribuito, anche personalmente, a non farci sentire soli in questo momento drammatico per la redazione del manifesto. Per questo gli abbiamo chiesto di spiegare ai lettori come questo momento viene vissuto nella sua organizzazione.

La Cgil sabato sarà a Roma con noi, per la pace e per la liberazione dei prigionieri in Iraq. Con quali contenuti e motivazioni?

E' presto detto: la solidarietà, che ci fa stare vicini a Giuliana, al manifesto e a chi svolge in Iraq il lavoro prezioso quanto pericoloso di raccontare la verità, parlando con la popolazione civile. La seconda ragione è che in questi momenti bisogna fare, tenere sveglia l'attenzione e viva la coscienza di tutti. Non si può restare fermi, dobbiamo mettere in campo tutto quel che possiamo. Anche per questo è necessario che tutte le componenti della società che in questi giorni trepidano per la sorte di Giuliana e gli altri rapiti restino unite e unite manifestino sabato prossimo. E' importante e positivo che l'intero sindacalismo confederale abbia aderito; sia pure con modalità diverse, anche la Cisl e la Uil saranno con noi sabato, e questo per la Cgil è un motivo di soddisfazione. Guai a restringere il fronte, e noi vogliamo contribuire ad allargarlo.

Battersi per la liberazione di tutti i giornalisti e le altre persone rapite non vuol anche dire battersi per la pace e contro la guerra in Iraq che non accenna a diminuire di intensità?

La situazione a Baghdad e in tutto l'Iraq è ben lungi dall'essere normalizzata. Lo dice la cronaca che resta tragica, senza nascondere il valore democratico delle elezioni che in qualche modo, e a prescindere dalla percentuale dei votanti, si sono tenute qualche giorno fa. Persino gli osservatori meno sospettabili di essere di parte ammettono che quel paese non è pacificato. Con un'aggravante: prima il terrorismo in Iraq non c'era, oggi c'è. C'è il terrorismo e c'è una forte resistenza. In questa situazione difficile si muovono anche bande di irregolari, magari interessate all'utilizzo dei rapimenti per estorcere soldi, al punto di colpire a caso.

Forse perché è più facile colpire un giornalista che opera sul campo, interroga la società civile e racconta come le persone vivono tra bombe e autobombe...

Certo, i giornalisti embedded corrono meno rischi dei giornalisti liberi. Ma in tutte le guerre chi fa informazione libera è nel mirino.

Le conseguenze di questa guerra e di quel che i nostri governanti chiamano dopoguerra confermano l'opposizione della Cgil alla soluzione militare, oppure oggi prevalgono altre considerazioni?

Ogni giorno di più è ribadita la fondatezza della nostra posizione: la guerra era una scelta sbagliata e l'Iraq che essa ha svelato conferma ciò che anche due anni fa era evidente: con forme di pressione interne ed esterne si sarebbe potuto far cadere il dittatore senza provocare migliaia di morti e tutti i disastri conseguenti alla guerra e all'occupazione.

Eppure, la politica estera del governo Berlusconi non è cambiata di una virgola.

Il profilo del nostro paese è curioso. Da una parte si fa esattamente tutto quello che Bush decide e pretende venga fatto, dall'altra resta viva la tradizionale apertura dell'Italia verso i paesi arabi. Berlusconi tende a nascondere la subalternità agli Usa per rivendersi l'altra immagine, ma a nessuno sfugge che l'Italia in questa emergenza non ha certo svolto il ruolo della Germania, della Francia e, in un secondo momento, della Spagna. Eppure, questi paesi dovrebbero essere i nostri primi interlocutori.

Dunque, ha fatto bene l'opposizione ad annunciare il voto contrario al rifinanziamento della missione?

Ha fatto una scelta semplicemente coerente e ovvia. Anche se un problema esiste e chiama in causa il ruolo delle Nazioni uniti: non si può lasciare l'Iraq nel vuoto.

Siamo molto contenti dell'adesione della Cgil alla manifestazione di sabato. E per onestà, devo dirti che ci aspettiamo che non si tratti di un atto formale: siete o non siete, anche da un punto di vista organizzativo il più importante sindacato italiano?

Per sabato garantiamo una forte presenza dell'organizzazione e abbiamo dato indicazione alle strutture di impegnarsi in una forte mobilitazione, perché l'appuntamento di sabato - che anche noi speriamo si trasformi in una festa per l'avvenuta liberazione di Giuliana - è un fatto importante per la nostra democrazia.

IL DIBATTITO sul laicismo è stato concluso due settimane fa su queste pagine e già si preannunciano altri qualificati interventi che ospiteremo volentieri e che saranno infine tutti raccolti in un volume che diffonderemo con Repubblica. Ma ora i laici - religiosi e non - sono chiamati a confrontarsi con un appuntamento quanto mai impegnativo: il referendum sulla legge numero 40 che tratta della procreazione medicalmente assistita. Una legge approvata poco più di un anno fa dopo un’incubazione assai lunga da una maggioranza trasversale nella quale al centrodestra, massicciamente favorevole salvo poche eccezioni, si affiancarono quasi tutti i cattolici militanti nello schieramento di centrosinistra.

Quella legge tuttavia, anche dopo la sua entrata in vigore, suscitò una folata di critiche argomentate e aspre, non solo da parte dell’opinione pubblica laica ma in particolare da parte della classe medica, degli scienziati, delle donne. Anche in questo caso dunque un arco trasversale di segno opposto a quello formatosi in Parlamento per l’approvazione della legge.

In queste condizioni fu relativamente facile la raccolta delle firme per l’indizione del referendum abrogativo, anzi di cinque referendum unificati poi dalla Corte di Cassazione e infine trasmessi alla Corte Costituzionale per l’approvazione di merito. Tre giorni fa la sentenza, che ha respinto il referendum mirante all’abrogazione totale della legge ed ha invece approvato gli altri quattro quesiti con i quali i promotori chiedono di cancellare alcuni articoli e cioè quelli contenenti il diritto del concepito equiparato in tutto ai diritti di persone già nate ed esistenti, i limiti posti alla ricerca scientifica sugli embrioni e l’uso delle cellule staminali a scopo terapeutico, i limiti alla procreazione degli embrioni e al loro impianto, il divieto dell’accertamento medico sulla sanità dell’embrione, il divieto alla procreazione eterologa cioè ottenuta utilizzando ovuli o seme forniti da persone estranee alla coppia ma ovviamente con il consenso della coppia stessa. Si tratta in sostanza degli architravi delle legge 40 ed è proprio su di essi che si erano orientate le critiche dell’opinione laica.

Il capo dello Stato, su parere del presidente del Consiglio, dovrà ora fissare la data del referendum che deve aver luogo in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno, a meno che nel frattempo il Parlamento non ridiscuta la legge 40 emendandola in modo da soddisfare i quesiti abrogativi proposti nel referendum.

Il dibattito sul merito è dunque destinato a riaccendersi, anzi si è già riacceso e verte sulle questioni inerenti e pertinenti ai quesiti di abrogazione.

Preliminare però all’analisi di tali questioni è l’esame della sentenza della Corte, possibile fin d’ora a lume di logica anche in assenza delle motivazioni che non sono ancora note. Ma il dispositivo ha una sua eloquenza e, se si può dir così, parla da solo.

Prima di inoltrarmi nell’esame delle suddette questioni sento tuttavia il dovere, come cittadino, di ringraziare le forze politiche che si sono impegnate nella raccolta delle firme per l’indizione del referendum e segnatamente il Partito radicale. Dai radicali mi dividono molte cose, a cominciare dal loro abuso di richieste referendarie che ha avuto il negativo effetto di logorare l’istituto e quasi di renderlo inviso agli elettori. Salvo nei casi in cui una consistente parte di essi rivendichi quei diritti che una legge può in ipotesi aver loro sottratto e voglia legittimamente riappropriarsene. I promotori del referendum adempiano in tal caso utilmente al ruolo di dare sbocco completo a quella volontà popolare, quale che ne sia poi l’esito istituzionale.

* * *

Comincio con il preliminare, la sentenza della Corte.

Ha giudicato improponibile il referendum sull’abrogazione totale della legge 40, ma ha invece ritenuto validi e ammissibili i quattro quesiti miranti ad abrogare alcuni articoli della legge stessa. Perché? Quale può essere la "ratio" di questa complessa sentenza che al tempo stesso nega e concede? Secondo me la "ratio" è abbastanza chiara. Il Parlamento ha approvato una legge che detta criteri su una questione, la procreazione assistita, fino a quel momento priva d’una normativa e quindi soggetta ad abusi gravi, lesivi della salute e fonte anche di discriminazioni vistose tra abbienti e non abbienti nel ricorso alle risorse che la medicina genetica mette oggi a disposizione.

L’abrogazione totale della legge 40 avrebbe riportato a zero il faticoso iter parlamentare rinviando a chissà quando il recupero del suo impianto.

Ma continuiamo l’esame della sentenza. L’ammissibilità dei quesiti referendari accolti dalla Corte consente, almeno sulla carta, che il Parlamento intervenga subito, entro la scadenza referendaria, modificando la legge in modo tale da soddisfare i quesiti referendari. La Corte cioè ha tenuto conto, come doveva, sia dell’autonomia delle richieste di chi ha promosso il referendum abrogativo sia della sovranità legislativa del Parlamento e ha sentenziato di conseguenza.

In questo quadro la domanda se ora sia opportuno oppure no che il Parlamento modifichi la legge evitando il referendum mi sembra di secondario interesse. Se il referendum si farà e se dovessero vincere i "no" o se il quorum del 50 più 1 per cento non fosse raggiunto, la legge attuale risulterà confermata senza emendamenti. Se invece vincesse il "sì" o se la legge fosse emendata prima del referendum e allo scopo di evitarlo, avrebbero vinto in entrambi i casi i promotori del referendum stesso.

Queste sono le diverse possibilità teoriche.

Personalmente penso che il tempo disponibile per un intervento parlamentare immediato e soprattutto la voglia di farlo non vi siano. Andare al referendum mi sembra dunque la scelta più chiara e più rispettosa della sovranità popolare.

Il tema sovrastante su tutti gli altri quando si esamini il merito della questione sta comunque nella natura dell’embrione e se esso sia fin dalle prime ore di vita una "persona" titolare di diritti oppure un grumo di cellule evolutive, una persona "potenziale" ma una non-persona "attuale" e che quindi non possa usufruire di diritti soggettivi.

Le opinioni su questo punto capitale sono molto divise. Io non credo che l’embrione sia una persona e penso che la sua capacità evolutiva non sia un dato sufficiente ad attribuirgli diritti autonomi e conflittuali con altri diritti. Penso che l’embrione, prima che la sua capacità evolutiva da potenziale divenga attuale dotandolo di un minimo di organi biologici che lo configurino come soggetto, sia ancora interamente confuso con il corpo della madre e non distinguibile giuridicamente da lei e dalle sue determinazioni. Il legislatore può entro certi limiti condizionare tali determinazioni in funzione di un pubblico interesse, badando però a non annullare quel diritto soggettivo in nome d’un altro diritto conflittuale ma secondo me inesistente.

Mi rendo conto che questa opinione è, appunto, opinabile.

Legittima ma opinabile. Ci sono però altre considerazioni che vanno prese in esame. Le seguenti.

Chi decide di ricorrere alla fecondazione medicalmente assistita non avendo altre possibilità di procreare, desidera evidentemente dar vita ad un nuovo essere. Agisce dunque in favore di una nuova vita. Non si comprendono perciò le limitazioni che vengono poste a questa pulsione creativa e gli ostacoli che giocano obiettivamente contro la nascita di nuove vite e nuove persone. Nello scontro fin troppo aspro tra le varie opinioni, i cosiddetti "movimenti per la vita" di ispirazione cattolica hanno tacciato i loro avversari come "partito della morte". Non si rendono conto che una definizione del genere, oltre ad essere settaria, si presta ad essere rovesciata. Il partito della vita è quello che favorisce la realizzazione d’un desiderio che può condurre alla nascita di nuove creature o quello che pone ostacoli a quella realizzazione? E ancora: l’uso terapeutico di cellule staminali per combattere malattie mortali e quindi per salvare vite esistenti è un gesto in favore della vita oppure un gesto mortifero quando riceva quelle cellule preziose da embrioni in soprannumero?

Si tratta di questioni estremamente complesse e non risolvibili se si attribuisce al concepito, fin dal primo istante del concepimento, una personalità attuale e gli si attribuiscono diritti di intensità pari a quelli di cui sono portatrici le persone attualmente esistenti. Non solo.

L’attribuzione di tali diritti a una non-persona fa sì che il suo unico possibile delegato sia lo Stato. Ecco l’ultimo paradosso di questo modo di pensare: lo Stato, attraverso le norme da esso formulate, si attribuisce il diritto di decidere in nome del concepito contro il diritto soggettivo della madre e della coppia genitoriale. Lo Stato cioè distrugge diritti soggettivi arrogandosi la rappresentanza di un diritto soggettivo attribuito per legge ad un soggetto potenziale ma inesistente allo stato dei fatti.

A me sembra chiaro che lo Stato abbia un rilevante interesse a regolamentare i diritti soggettivi genitoriali in materia di procreazione medicalmente assistita; ma un interesse non è un diritto soggettivo e lo Stato non può esercitarlo per delega d’un gruppo di cellule vive ed evolutive quanto si voglia. Lo Stato può agire sulla base di un interesse proprio e della collettività che rappresenta, ma quell’interesse non giustifica in nessun caso la confisca e la soppressione di un diritto soggettivo senza che ciò configuri un gravissimo abuso di potere.

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Io non credo che le osservazioni sopra esposte siano superabili né credo che in questa discussione siano coinvolti e lesi principi religiosi. La religione difende il principio della vita, ma anche i non-religiosi lo difendono se non altro seguendo l’impulso alla sopravvivenza della specie. I religiosi difendono la vita dell’embrione, ma anche i non religiosi la difendono; si è mai visto o udito qualcuno che auspichi una sistematica strage di embrioni? Il problema nasce quando, in nome di persone potenziali si inventano diritti confliggenti con quelli di persone esistenti e si fanno soggiacere i secondi rispetto ai primi. Questo, appunto, è il paradosso contenuto nella legge 40 e a questo paradosso vogliono porre rimedio i quesiti referendari che la sentenza della Corte ha giudicato ammissibili. In nome della vita. In nome dei diritti intangibili della persona. In nome del dovere di curare persone ammalate di morbi mortali. In nome della libera ricerca scientifica.

Lo Stato può regolamentare l’esercizio dei diritti inalienabili degli individui, ma non può sopprimerli né confiscarli e non può attribuirsene la rappresentanza senza trasformarsi in uno Stato totalitario. Quanto alla religione, essa può raccomandare ai credenti comportamenti ritenuti coerenti con i principi della fede ma non può neppure tentare di imporli a una libera comunità senza con ciò violare quella "laicità" che dovrebbe rappresentare il terreno comune di tutti coloro che hanno a cuore la civile e ordinata convivenza.

ADESSO dunque il programma c’è. Sia quello lungo sia quello breve, i primi cento giorni collocati nello sfondo d’una intera legislatura. I provvedimenti e gli interventi da effettuare per recuperare l’unità del paese nel solco di principi e di convinzioni morali condivise da tutta l’Italia democratica e riformista. E c’è anche la squadra che dovrà guidare la campagna elettorale e – se il risultato sarà quello atteso – la nuova maggioranza parlamentare e il nuovo governo.

Chi vorrà analizzare i contenuti di quanto è emerso dalle due assemblee, della Margherita a Milano e dei Ds a Firenze, potrà consentire o dissentire nel merito ma dovrà ammettere che il quadro d’insieme è chiaro, la direzione di marcia è stata nettamente indicata e l’appuntamento con il futuro partito democratico ne rappresenta lo sbocco finale realizzabile entro un termine ragionevolmente prossimo.

Ho, purtroppo per la mia anagrafe, un’esperienza di campagne elettorali di oltre mezzo secolo, quasi sempre come osservatore, talvolta come partecipante. Posso dunque testimoniare che l’Italia riformatrice non si è mai presentata ai nastri di partenza così preparata e matura come questa volta.

Comunque vada la sorte elettorale, questo è già un primo obiettivo raggiunto; lo si deve, secondo me, a due cause: l’uscita definitiva delle forze riformiste dagli involucri che le hanno trattenute per molto tempo, le hanno soffocate all’ombra di pregiudizi e interessi, e le hanno contrapposte.

L’involucro democristiano da un lato e quello comunista dall’altro. Le ingessature ideologiche e i bendaggi mummificati sono durati lungamente sotto la forma degli ex e dei post, ma ora finalmente sono stati rotti. Ne è uscita una vitalità nuova, una convergenza di propositi e un’alacrità di proposte da mettere in opera per i cittadini e con i cittadini. Non l’arcaico politichese degli apparati e neppure il distillato pseudo-modernista dei tecnocrati, ma il senso compiuto della «polis», una comunità partecipe senza la quale è diventato impossibile governare un mondo sempre più complesso e più variegato di interessi e di idee.

L’avanguardia di questa nuova stagione l’abbiamo scoperta e vista all’opera due mesi fa: quei quattro milioni e mezzo di italiani che hanno affollato i gazebo delle primarie dando vita ad un evento mai verificatosi prima di allora. Romano Prodi, ricordando quell’eccezionale fenomeno, ha detto a Firenze che in quella giornata del 6 ottobre scorso è stato costruito un ponte che collega la classe politica alla società. E D’Alema ha aggiunto che quel giorno è stata chiusa la fase dell’antipolitica e del politichese.

La penso anch’io allo stesso modo. Il potere degli apparati crolla quando i cittadini rivendicano la loro sovranità ed esercitano attivamente il loro diritto di partecipare; nello stesso momento e per le stesse ragioni crolla il qualunquismo che è l’altra faccia del politichese e degli apparati.

Gli stimoli venuti da Firenze e da Milano sono il primo risultato di forze liberate. Dovranno costruire il futuro prendendo nelle loro mani il presente. Le premesse finalmente ci sono.

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Guardiamole più da vicino queste premesse.

All’assemblea diessina di Firenze ha preso la parola, portando il saluto della Margherita, Dario Franceschini, uno dei dirigenti di maggior rilievo del suo partito. Il suo intervento è stato centrato su una parola-chiave, ripresa subito dopo da Fassino: la laicità. Se ne è fatto fin troppo abuso di quella parola, fino ad annacquarne e addirittura a stravolgerne l’essenza, sicché Franceschini ha dovuto chiarirne l’autentico significato. La laicità costituisce l’essenza della democrazia moderna ed è il diritto di ogni individuo, gruppo, comunità, insomma soggetto singolo o collettivo, di sostenere i propri diritti e di essere ascoltato con attenzione e rispetto.

Reciproci. Senza imposizioni e sopraffazioni. Senza imporre la propria verità a chi non la condivide.

La democrazia è il contenitore di queste parziali verità e parziali interessi. La volontà della maggioranza si costruisce attorno alla sintesi delle diverse tesi. Le istituzioni della democrazia hanno il compito di attuare quella volontà garantendo che essa non potrà trasformarsi in un sistema chiuso ma ampliare lo spazio pubblico che include e non esclude.

Questa è la laicità ed è ai nostri occhi della massima importanza che un concetto così alto sia stato posto dai principali rappresentanti dei due partiti riformisti costituendo perciò stesso il fondamento del costruendo partito democratico.

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Dalla laicità discende la politica dei diritti. Lo Stato di diritto. Il rispetto delle garanzie. L’eguaglianza delle posizioni di partenza e quindi la massima attenzione verso i deboli affinché non siano esclusi.

Il punto nevralgico dell’esclusione o dell’inclusione è collocato nel mercato del lavoro, nella disoccupazione duratura, nel precariato permanente.

Anche su questo punto l’approdo cui sono arrivati i due partiti dell’alleanza riformista è comune: flessibilità mirata a costruire processi professionali stabili e sorretta da una solida rete di ammortizzatori sociali.

I critici osserveranno (hanno già osservato) che flessibilità e occupazione duratura sono affermazioni contraddittorie, un ossimoro se vogliamo usare il lessico della retorica. Per certi aspetti anche libertà ed eguaglianza raffigurano un ossimoro. La vita sociale è costellata di ossimori, la modernità ne ha accresciuto il numero, la globalizzazione l’ha moltiplicato. Il più celebre che aprì appunto l’era moderna lo pronunciò Colombo quando salpò dal molo di Siviglia per le Americhe: «Buscar el levante por el ponente», raggiungere il levante facendo rotta a ponente. Non fu questo il più felice degli ossimori? Diventò un risultato perché la terra era rotonda. Così molte contraddizioni si risolvono quando si scopre che i percorsi sociali non sono mai rettilinei ma circolari, circostanza troppo spesso ignorata dai qualunquisti e dai tecnocrati. La democrazia non può che avere un impianto circolare nel quale tutti i valori e gli interessi legittimi sono collocati sulla linea della circonferenza sentendosi ciascuno il centro della propria circonferenza.

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Noi - è stato detto da Prodi - non diremo come Berlusconi che il fisco è un nemico, proprio mentre il suo governo quinquennale si conclude con l’aumento della pressione fiscale, la decurtazione del potere d’acquisto, la stagnazione del reddito e la crescita esponenziale del deficit e del debito pubblico. Noi diciamo invece che un fisco amico deve servire a sostenere le fasce deboli della società, a premiare le imprese innovatrici, a migliorare la competitività, a penalizzare le rendite e i profitti di speculazione e a stanare l’evasione e l’elusione.

Questi aspetti della questione fiscale sono stati ampiamente descritti nella relazione programmatica di Bersani e ripresi nella conclusione di Fassino. Specifici provvedimenti in materia sono stati indicati da un lavoro di équipe cui Vincenzo Visco ha fornito il contributo d’una lunga esperienza alle Finanze e al Tesoro. Analoghe proposte erano state illustrate a Milano da Enrico Letta per la Margherita.

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Non sembri idilliaca questa sintesi dello schieramento di battaglia con il quale la «lista grande» del centrosinistra ha aperto la sua campagna elettorale. D’Alema ha detto che la vera lotta, lo sforzo più arduo, comincerà dopo la vittoria, quando le parole dovranno cedere il posto ai fatti concreti.

Esattamente, la vera lotta comincerà allora. Né sarà idilliaca la nascita del partito democratico proprio perché le resistenze degli apparati non mancheranno, le legittime ambizioni all’interno dei gruppi dirigenti neppure, le vie di fuga, le tentazioni, le antipatie stratificate si faranno sentire per un pezzo.

Di qui una fretta eccessiva da un lato, una lentezza altrettanto eccessiva dall’altro, due difetti simmetricamente opposti ai quali non bisogna cedere. Chi dice che per tenere a battesimo il nuovo partito ci vorranno cinque o addirittura dieci anni in realtà non lo vuole. E chi afferma (ce ne sono) facciamo subito prima delle elezioni, neppure lui lo vuole.

L’esempio di Sharon, che ha creato il suo nuovo partito in poche settimane ed è accreditato della vittoria, non calza affatto perché l’incubazione di quell’iniziativa è durata anni, l’evoluzione dell’opinione pubblica israeliana in favore della pace è cominciata solo nel momento in cui fu varato il progetto di sgombero degli insediamenti di Gaza e della Cisgiordania, la morte di Arafat ha sgomberato il campo e spento la seconda Intifada.

Non poche settimane, ma anni di logoramento del Likud e di esaurimento dei laburisti.

Un elemento importante per quanto riguarda il caso italiano sarà l’esito elettorale della «lista grande» e, al Senato, i risultati del voto ai partiti in lizza. Se la «lista grande» arriverà al 35 per cento o addirittura lo supererà, sarà stato compiuto un passo decisivo verso il partito democratico e la sua formazione potrà procedere in fretta. Il propulsore di questa spinta è inevitabilmente Romano Prodi. Prese più del 70 per cento dei voti alle primarie, in un campione rappresentativo di metà del corpo elettorale. Quel 70 per cento equivale appunto al 35 cui può aspirare la «lista grande» da lui capeggiata.

Gli elettori che gli hanno dato il voto sanno che Prodi sarà il propulsore d’un riformismo forte come egli stesso ha detto più volte. Forte non è un aggettivo generico.

Significa un più su tutti gli elementi dei vari ossimori: più libertà e più eguaglianza, più sviluppo e più rigore, più flessibilità e più sicurezza di lavoro, più tecnologia e più ecologia, più rispetto per la Chiesa e più autonomia delle coscienze e rispetto delle loro singole decisioni, più indipendenza della magistratura e più responsabilità dei magistrati, più scuola di formazione e più preparazione del corpo docente, più autonomia degli enti locali e più responsabilità dei loro amministratori.

Infine più cultura, più politica, meno politichese.

Si tratta come si vede di compiti che richiedono l’impegno di una squadra di talenti numerosa e, come ora si usa dire, coesa. La squadra c’è e sarà arricchita da più giovani leve che per fortuna non mancano. La coesione è ancora, almeno in parte, un dover essere.

Una cosa è certa: il partito democratico non sarà un partito di moderati.

La moderazione è un concetto positivo e valido per tutti, i moderati invece sono una parte con connotati specifici. Hanno sicuramente altri strumenti per esprimersi, specie se l’anomalia berlusconiana sarà spazzata via dal corpo elettorale.

Certo l’alternativa Casini è deboluccia. Comincia ad effondere un sentore polveroso di vecchie sacrestie. Il passato non depone molto a suo favore, cinque anni di fedeltà alla causa berlusconiana non sono un «atout».

Diciamo che Casini guida la cavalleria leggera. Un punto di partenza, sapendo però che poi ci vorrà la fanteria.

Cercherà un ticket, ma con chi? Quali sono le divisioni di fanteria disposte a battersi per l’ex presidente della Camera? Il cardinale? I cardinali lanciano messaggi di pace e chiedono appoggio in nome della fede.

L’appoggio è benvenuto da qualsiasi provenienza. Lo accettarono perfino da Mussolini e per undici anni sembrò incrollabile. Finché sarà utile blandiranno Casini, se non servirà più lo lasceranno a godersi un po’ di vacanza.

Noi laici queste cose le conosciamo. Proprio per questo ci piace la laicità: piena libertà a tutti di parlare e proporre, rispetto per tutti e ognuno faccia da solo la sua strada. Nel rispetto della legge e, nel caso della Chiesa, dei Trattati stipulati con lo Stato. Non più né meno di questo.

CAGLIARI - La scrivania di Quintino Sella? A rischio imminente di sequestro per pignoramento. Magari con tutto il palazzo umbertino nel quale ha sede il ministero dell’Economia, ammesso che si salvi Palazzo Chigi, lasciando tranquillo Berlusconi fino al prossimo aprile, quando si prevede che dovrà lascialo a Prodi. Giulio Tremonti, che dinanzi a quella storica scrivania selliana siede, non ha ancora capito bene in quale guaio si è cacciato prendendo di petto mercoledì sera a Palazzo Chigi Renato Soru, governatore della Sardegna, con il quale ha rischiato addirittura lo scontro fisico.

Aduso al codice barbaricino, che vige tra Oliena e Dorgali e che difficilmente perdona, il governatore sardo è ancora furibondo per l’arroganza con la quale è stato trattato da Tremonti - con Berlusconi impacciato paciere - e annuncia, con lampo barbaricino negli occhi, ricorsi alla Corte Costituzionale, pignoramento di beni di Stato, persino l’applicazione dell’articolo 51 dello Statuto regionale che prevede la sospensione di leggi dello Stato "lesive dell’interesse della Regione", come lui ritiene la finanziaria di Tremonti.

Presidente Soru, col governo di Roma finirà come in Catalogna nel 1640, quando ci fu una sollevazione contro il duca Olivares per il taglio delle risorse finanziarie? O come in Scozia nel 1978, quando ci fu la ribellione contro una devolution un po’ tirchia?

«In Sardegna c’è uno spirito di ribellione, di irredentismo ben noto, ma noi ci riteniamo un pezzo dello Stato italiano e lo Stato lo rispettiamo. Ma lo Stato deve rispettare noi».

Non lo fa?

«No. Il ministro Tremonti ed io siamo due servitori dello Stato. Lui deve capire che chi ha queste responsabilità non può essere così arrogante».

Cosa le ha fatto esattamente?

«E’ stato poco rispettoso. Io gli ho detto che rivendico il diritto di essere ascoltato e possibilmente non in piedi».

Solo una questione di cerimoniale o di villania?

«Neanche per idea, una questione assolutamente sostanziale».

Ce la spieghi bene.

«Semplicissimo: chiediamo la corretta applicazione delle norme del 1948. Lo Stato incassa l’Irpef e sette decimi, in base alla legge, li deve dare alla Sardegna. Negli ultimi dodici anni lo Stato ha dato solo i quattro decimi. Per l’Iva, invece, è prevista una quota variabile, da negoziare ogni anno. Nel ‘91 avevamo i quattro decimi. Da allora l’Iva dello Stato è aumentata dell’82% e la nostra è diminuita dell’11%».

Risultato?

«La Sardegna nel 1999 aveva 250 milioni di debiti, ora ne ha 3 miliardi, uno squilibrio strutturale di bilancio certificato dalla Ragioneria generale dello Stato, che ha recepito le nostre ragioni. Ma lo Stato è moroso con noi per almeno 4,5 miliardi di euro per le quote di tasse che non ci ha versate».

E Tremonti?

«Mi ha assolutamente sgomentato il comportamento strumentale di un ministro della Repubblica. Un signore che non vuol sentire ragioni e trova scuse. Uno che non vuole affrontare i problemi per portare a casa chissà quale finanziaria, per il resto "chissenefrega". Uno che non conosce le leggi. La sua tesi era che la Sicilia ha trattato i dieci decimi dell’Iva e delle altre imposte in varie sedi e nella sede della Conferenza Stato-Regioni. Gli ho spiegato, che il nostro caso è diverso e che quella Conferenza di cui lui parlava è nata ben dopo lo Statuto sardo. Quel signore crede di essere andato a scuola solo lui. Nei confronti della Sardegna, in realtà, è in atto una malversazione. Noi non chiediamo nuove condizioni, come la Sicilia, ma il rispetto di norme già chiare e precise. Chiediamo soltanto quello che ci spetta. La legge finanziaria dello Stato deve, sottolineo deve, prevedere il pagamento della quota di tributi che ci spetta per legge. Altrimenti si tratta di risorse trattenute indebitamente, per usare un eufemismo».

Figli e figliastri, presidente Soru, tra regioni di centrodestra e di centrosinistra?

«Capisco le difficoltà del paese, ma io non posso indebitarmi per 500 milioni di euro per coprire parte del disavanzo di un solo anno, mentre la Lombardia di Formigoni accende mutui per soli 18 milioni di euro».

Ma Berlusconi ha detto che siete tutti suoi figli e che i figli vanno trattati equamente.

«Altroché. Io non posso fare il bilancio 2006 senza i soldi che mi spettano per legge e li rivendico in tutti i modi possibili. Userò tutti gli strumenti consentiti dalla legge».

Pignorerà il tavolo di Quintino Sella dinanzi al quale siede Tremonti?

«Spero di no, ma se occorre lo farò, ricorrerò alla Corte Costituzionale e a tutti i possibili gradi di giudizio».

Compreso il rigetto della finanziaria di Tremonti?

«Sì, il nostro Statuto dice all’articolo 51 che possiamo chiedere la sospensione delle leggi gravemente lesive degli interessi della regione. E’ ciò che faremo per la finanziaria di Tremonti, per una legge gravemente lesiva».

Capisce che creerebbe una crisi istituzionale senza precedenti?

«Lo capisco benissimo, solo Tremonti pensa che io non capisca. Lui magari prenda atto che noi, che abbiamo a cuore il paese, abbiamo tagliato del 52% il disavanzo, cancellati 50 tra enti, consorzi e comunità montane, 600 o 700 posti di consiglieri d’amministrazione, tagliato fondi a tutti. La Sardegna fa il suo dovere. Lui può dire lo stesso?».

Il governo dice che voi fate shopping.

«Ma quale shopping. Capisco che Tremonti, come dice, non abbia i soldi per pagare le pensioni, ma cerchi almeno di avere rispetto per una regione come la Sardegna che con il 2,5% della popolazione sopporta l’80% delle bombe che ogni anno scoppiano in Italia. Una regione nelle cui miniere volevano mettere tutte le scorie nucleari. Una regione che dopo 33 anni sopporta i sommergibili nucleari americani in base ad accordi secretati. Ci dica Tremonti, ci dica Berlusconi, ci dica chiunque sia responsabile, chi mai ha autorizzato la triplicazione della base americana della Maddalena. E’ abnorme, c’è qualcosa che non va nella democrazia italiana».

Governatore, si dice che lei sia talmente infuriato che vuole mettere una tassa su villa Certosa e sulle altre innumerevoli ville sarde del nostro premier. E’ uno scherzo?

«Bisogna che i sacrifici siano fatti con equità. Ma prima di tagliare i fondi per le politiche sociali, io penso che si possano aumentare le tasse sulle plusvalenze, sulle rendite finanziarie, sul fortissimo incremento del valore degli immobili e persino sul soggiorno. Chiederemo altri sacrifici ai nostri cittadini, ma useremo la leva fiscale anche con gli altri. In questi anni che plusvalenze hanno avuto i proprietari di immobili in Costa Smeralda? Quanta gente s’è arricchita? Che cosa hanno lasciato qui da noi, se non metri cubi di cemento? Ci sono 500 mila seconde case. Se le occupano per tre mesi l’anno siamo felici, ma pagano le loro tasse? Se le pagano in altre parti d’Italia perché non qui?».

Ma allora ha ragione Tremonti quando dice che voi sardi piangete sempre?

«Io non piango mai, se piango lo faccio per ben altro, non per Tremonti. Figurarsi se chiedo l’elemosina a uno come lui. Chiedo solo il rispetto dei diritti acquisiti dallo Statuto del 1948, che noi difenderemo oltre le nostre forze. Quei diritti nacquero con la guerra del ‘15-’18 nella quale lasciarono la vita 60 mila sardi. Da lì nasce la specialità che io ho il dovere di difendere, Tremonti o non Tremonti.

Chissà se il presidente Ciampi avrà inserito la parola «piazza» nel suo Dizionario della democrazia, che da domani va in libreria? C'è da dubitarne, conoscendo l'ex governatore della Banca d'Italia. Eppure la storia democratica di questo paese - ma vale anche per buona parte dell'Europa - con la «piazza» come spazio della politica ha avuto molto a che fare. Non solo nel bene, ma anche nel male, come ci ricordano il primo fascismo, la polizia di Scelba, qualche bomba non troppo lontana. Era una «dialettica» che oggi qualcuno può considerare primitiva, ma che ha segnato il nostro Novecento. Cancellarla non è un bene. Come non è un bene trasformare la «piazza» in qualcosa d'altro, da luogo della politica a teatro di una rappresentazione malefica. E' ciò che è accaduto ieri a Roma - e qualche giorno fa a Milano - con un'esercitazione antiterrorismo utile solo come promemoria per un inevitabile domani. Perché i veri protagonisti delle manovre di ieri non sono stati i poliziotti, gli infermieri, i vigili del fuoco: loro erano solo comparse mandate in strada per convincere gli spettatori - cioè tutti noi - a prepararsi al peggio. Una simulazione che non è servita a testare l'efficienza dei soccorsi dopo un attacco terroristico ma a rendere «normale» e «plausibile» la vita quotidiana in guerra. «Ecco il futuro che vi attende», questo è il messaggio. Che ammette una duplice resa: la politica non può risolvere i conflitti in corso, intelligence e uomini in armi non possono prevenire la violenza. E che, nelle sue punte estreme, rivendica la giustezza della scelta - questa sì profondamente politica - della via militare che non vuole nemmeno prendere in esame l'idea di disertare la guerra, pena la bolla di traditori dell'Occidente. Quasi fossimo nel 1571 a Lepanto, o nel 1683 a Vienna.

Povera piazza, riempita di figuranti e manichini, attorniata da paure e belliche grida. Ridotta a luogo delle passività, a rappresentazione del peggio. In perfetta continuità con lo spirito berlusconiano che fa appello alle insicurezze più profonde per esorcizzare il pericolo (sempre un po' comunista) dei barbari pronti a sbranare la dolce vita dei lustrini televisivi su cui il presidente del consiglio ha costruito le sue fortune e la sua popolarità. Violentata - la piazza - nella sua concretezza di corpi in movimento che possono produrre un agire comune - cioè la politica - per diventare il luogo del contrasto al male o l'annuncio del male stesso quando non si riempie a comando ma come prodotto di un sentire comune.

E quanta fatica costa ridarle vitalità, quanti dubbi incontra, anche a sinistra, considerarla un luogo positivo, una risorsa. Come è difficile per la nostra opposizione pensare di scendere in strada senza la paura che qualcosa possa sfuggire al controllo degli stati maggiori. Perché tra le virtù della piazza - quella non simulata - c'è l'imprevidibilità di chi la riempie e le dà vita. Nutrendo la pratica della democrazia. Come dovrà accadere domenica prossima e, poi, alla manifestazione dei sindacati contro la finanziaria. Affinché non si tratti di altre esercitazioni.

Nella torbida confusione di questa fine d'estate s'avanza all'orizzonte uno strano guerriero. Non è detto che venga avanti e tanto meno che vinca, ma la sua ombra c'è. Anche altri - penso al Riformista e anche a Libero - ne avvertono la presenza. Si tratta del «terzo polo», che potrebbe nascere dalla dissoluzione dell'armata di Berlusconi e da una frattura dell'Unione di centro-sinistra. I segni di questo possibile esito sono già nelle cronache giornalistiche. Da una parte il diffuso convincimento che Berlusconi ha perso e la conseguente polemica senza esclusione di colpi all'interno del suo campo, soprattutto da parte dell'Udc e di quella parte dell'elettorato che non ha gli impedimenti di An o della Lega a cambiare fronte. Dall'altra parte l'attacco - soprattutto con l'uso e l'abuso della questione morale - contro i Ds.

Siamo arrivati al punto che i Ds debbono chiedere a Prodi non tanto una solidarietà, ma una conferma della sua appartenenza al loro fronte. Finora Prodi tace, in ogni modo evita affermazioni nette. La risposta di Giulio Santagata («se uno dei due chiede che gli si dica "ti amo", vorrà dire che lo diremo») suona quasi un insulto. E si potrebbe aggiungere il sospetto che il rinvio al dopo primarie del programma possa voler dire che Prodi si vuole lasciare le mani libere. Anche il riavvicinamento, dopo le recenti polemiche, tra Prodi e Rutelli dà da pensare.

Tutto questo - è quasi inutile scriverlo, ma non va dimenticato - nella attuale situazione di profonda crisi economica, con imprese fortemente indebitate (a cominciare dalla Fiat) e con banche fortemente esposte con crediti non dico in sofferenza, ma di non semplice rientro.

Insomma in una situazione di diffusa e ragionevole paura. Una situazione nella quale, riducendosi il potere del capitale cresce quello dell'opinione e della stampa scritta: le tv aiutano certamente a vincere le elezioni come Berlusconi insegna, ma valgono meno nell'orientamento dell'opinione di quelli che contano, che pesano sul governo degli affari.

Così il fattore di accelerazione o addirittura di scatenamento dei mali che covavano è stato il tentativo di scalata di Ricucci e soci al Corsera, poi, ma con effetti analoghi, c'è stata la Unipol con la Banca Nazionale del Lavoro. Avere messo in gioco il Corriere ha determinato lo stato di emergenza.

Normalmente, ma tanto più in una situazione di emergenza il Corriere della Sera è importante, lo è storicamente tanto che si dice che nella prima guerra mondiale fosse Luigi Albertini a ordinare a Cadorna le famose offensive sull'Isonzo. Oggi (forse c'è anche Cadorna) siamo in una situazione di massima precarietà e il Corsera diventa ancora più importante. Il tentativo di scalata di Ricucci e soci, magari con il consenso di Berlusconi, era evidentemente pericoloso e andava bloccato. Qualcuno aveva suggerito un modesto intervento della guardia di finanza, ma si è trasformata in una guerra generale, che ha investito duramente Bankitalia con evidente danno per il sistema paese.

Su Ricucci e soci c'è poco da aggiungere a quel che abbiamo scritto e riscritto. Ma questo non significa che il sindacato di controllo di Rcs sia un sancta sanctorum (sarebbe interessante sapere per quale ragione Cesare Romiti e Alessandro Profumo se ne sono usciti) e neppure che Luca di Montezemolo sia l'Arcangelo Gabriele, con tribunale a Cortina d'Ampezzo.

Il punto è - così può sembrare - che in questa situazione di emergenza il Corriere viene assunto come arma decisiva e che la lotta diventa senza quartiere. E si accelerano le divaricazioni degli schieramenti finora esistenti.

Berlusconi è un re sconfitto che va abbandonato, ma non ci si può nemmeno fidare dei Ds che (nonostante tutte le loro ritrattazioni) hanno sempre un'origine comunista e poi potrebbero anche usare le cooperative. Il terzo polo può nascere, per aiutare lor signori, proprio perché malmessi: sarebbe la soluzione per sopravvivere e magari ricominciare. Archiviando il bipolarismo sotto le insegne di Casini.

A questo punto Romano Prodi deve parlar chiaro e non rinviare il suo programma a dopo le primarie. Il fantasma del terzo polo si sta materializzando..

IL PROFESSOR Buttiglione non è contrario a un candidato leader prelevato fuori dalla politica: porterebbe, dice testualmente, "un soffio di moralità". L´espressione è strepitosa. Ricorda, nella raffinata svenevolezza, la "lacrima di latte" che le signore desiderano nel loro té, appena un´impressione, un´ombra, un quasi niente. Il soffio di moralità è gozzaniano, intenerisce e insieme strugge, e ci rammenta che il ruvido vigore delle idee antiche (penso alla "questione morale" di Berlinguer, sono passati solo vent´anni ma pare il Gioberti, o Quintino Sella) è ormai sfiorito: oggi si attende un soffio, un refolo, un rigo appena, e già sarebbe – diciamolo – grasso che cola. Il bello, poi, è che perfino questa nuance di rettitudine, timidamente invocata in un´intervista estiva, è più che sufficiente a turbare gli animi. Nel centrodestra saranno in molti a leggere in quel soffio un siluro contro il premier, che di doti ne possiede a bizzeffe, ma ha costruito il suo successo soprattutto sul suo allegro e disinibito immoralismo, che tanto piace agli italiani. È sul dosaggio, dunque, che si aprirà il classico rovente dibattito: se di moralità ce ne vorrebbe un chilo, un etto o basterebbe un grammo, e soprattutto se pesa più un chilo di moralità o un chilo di voti. E patti chiari, poi: se uno porta la moralità, a un altro tocca portare il vino, e a un terzo (non Buttiglione) sua sorella.

Per una volta do' ragione a una battuta di Tony Blair: bisogna estirpare le radici del terrorismo. E sono profonde. La prima viene da un atto incontrovertibile: prima della guerra del Golfo il terrorismo non c'era. C'era l'Islam, c'era il Corano, c'erano i wahabiti, c'era un forte insediamento musulmano in Europa, ma non c'era lo scontro fra civiltà, quello che oggi riempie le bocche da una parte e dall'altra. Non che nel Medio Oriente mancasse l'attentato politico, ma era mirato - come da noi - ai singoli e ai potenti o, nel caso dell'Algeria, al proprio interno dopo l'esclusione del Fis dalla vittoria elettorale. Non c'era lo spargimento di sangue e paura fra la gente semplice di un altro paese, quella che va al lavoro ogni mattina, perché senta sulla propria pelle gli effetti più o meno collaterali della guerra voluta dai soli capi contro questo o quello stato del Medio Oriente. Questa radice primaria viene regolarmente rimossa malgrado che negli anni `90 fosse annunciata da Al Qaeda. Per prenderla sul serio c'è voluto il massacro alle due Torri.

Seconda radice certa, la risposta degli Stati Uniti con un'altra guerra, in Afganistan e in Iraq, non poteva essere più stupida e arrogante: il terrorismo si è esteso ben oltre Al Qaeda, come arma specifica della guerra asimmetrica. In Palestina colpisce solo gli israeliani e necessita di kamikaze, travolgendo quei disgraziati paesi in uno scontro senza fine. Ma quello che è definito terrorismo internazionale ha morso, dopo un primo attentato a Parigi, ben più aspramente Madrid e Londra (e domani, ci ha promesso il nostro premier, probabilmente morderà noi). Gli attentati ai trasporti nelle ore di punta sono facili, al posto del kamikaze c'è qualcuno che se la può anche filare fidando nel timer e in ogni caso, se è preso, viene preso dopo e ha in conto la morte o la galera o la tortura.

Terza radice: la demenza di fare una guerra al terrorismo colpendo uno stato, come se si trattasse di un esercito regolare al di là di una frontiera. Non solo non lo colpisce, colpisce degli innocenti e ne moltiplica gli adepti. Non prenderne atto è stupido. Li cattureremo, ha assicurato Blair. Già, chi? dove? come? Ha più buon senso l' intelligence quando dichiara che prevedere uno di questi attentati è impossibile. Non si possono perquisire tutti gli autobus, i metrò, i tram. E poi magari tutti i passanti. Questo genere di rimedi stanno colpendo perversamente le libertà civili delle nostre contrade.

In conclusione s'è fatto un errore dopo l'altro. Per estirpare il fondamentalismo terrorista occorre chiudere con le guerre in Medio Oriente. Bisogna affogarlo nella pace. Nella pace, quella che tutte le genti preferiscono, non avrebbe più terra per allignare, acqua dove nuotare. Che sia intrinseco all'Islam volere la distruzione dell'Occidente è una bufala, vi è convissuto per secoli e se mai ne è stato attaccato: la distruzione degli infedeli è stata la bandiera delle crociate papaline.

Queste verità, che sono di evidente buon senso, sfuggono soprattutto al dibattito italiano. Dal repulisti di tutti i musulmani in Europa gridato dalla Lega, alla moltiplicazione di un' intelligence che li dovrebbe sorvegliare, auspicata da Fassino, alla concessione di un diritto di esistere fra noi soltanto quando avranno denunciato un arabo (tesi della delazione tanto cara a Giuliano Ferrara) è tutto una variazione sul mostrare i muscoli nello scontro di civiltà - perfino il Corriere vi ha messo, anche se sottovoce, la sua elogiando dei Ds il realismo dell'invito a scordare il passato.

Se c'è una politica insensata è questa. Se ci fosse un vero ruolo autentico per l'Europa dovrebbe essere quello di sciogliersi dai vincoli con l'amministrazione Bush, la più incapace delle presidenze americane del secolo, e far sentire con un'unica voce la crudele inefficacia delle strade seguite finora. E' già tardi, ma è meglio tardi che mai.

di Rina Gagliardi

Quel 4 giugno 1989 qualcuno, chissà, non aveva ancora capito che eravamo nel pieno dell'Ottantanove - e che da quell'anno in poi il mondo sarebbe stato diverso. A Tienanmen, già illuminata dai riflettori della globalizzazione, venne consumato uno dei massacri più feroci e crudeli del mondo contemporaneo: almeno diecimila ragazzi immolati sull'altare del nuovo ordine di Deng Hsiao Ping, i mucchi di corpi schiacciati dai carri armati, sepolti sotto un fiume di sangue, poi buttati via, chissà dove, come spazzatura umana di cui liberarsi al più presto. Ancora, oltre tre lustri dopo, quelle immagini di morte ce le portiamo dentro: non le abbiamo rimosse, non le abbiamo riposte nell'archivio polveroso dei tanti crimini della storia, o della politica. Moriva un sogno, a Tienanmen: quello di un socialismo capace di rinnovarsi davvero, di "riformarsi" senza rinunciare ai suoi orizzonti ultimi, di far diventare protagonisti i suoi giovani. Ma chi si ricorda oggi che quei fragili e resistentissimi studenti andarono incontro ai carri cantando l'Internazionale? E che, oltre loro, in altre grandi città della Cina c'era un grande movimento di operai che rivendicava, anch'esso, un socialismo diverso? Anche questa radice di classe fu arsa viva. Tutto potevano permettersi, i governanti cinesi, fuorché l'ingombro dei soggetti, in carne ed ossa, che speravano di poter dire la loro sul futuro della Cina. Tutto potevano capire, del "vento occidentale", fuorché parole come «diritti», «democrazia di massa», «partecipazione». L'ordine regna a Pechino, fu l'approdo logico e glaciale della vicenda. Le cancellerie dell'Occidente non trassero solo un sospiro di sollievo: non nascosero, più di tanto, la loro incondizionata ammirazione.

La Cina imboccò da allora la strada del definitivo «grande balzo in avanti», che l'avrebbe portata a ritmi incredibilmente veloci a diventare una grande potenza economica mondiale. A differenza di Mikhail Gorbaciov - che stava ingenuamente tentando di uscire dalla crisi del socialismo sovietico attraverso la "democratizzazione" e la "trasparenza" - Deng Hsao Ping aveva capito che tutto, in Cina, poteva mutare, tranne il sistema politico - tranne il dominio del Partito comunista e dello Stato centrale. E infatti, dopo Tienanmen, il nuovo Moloch della Cina si chiama Mercato: crescita produttiva, iniziativa privata, apertura alle multinazionali, ritmi frenetici di sfruttamento del lavoro vivo. Con il portato "naturale" dello sviluppo - come l'espansione smisurata smisurata delle diseguaglianze sociali, la disoccupazione, l'insicurezza sociale. Ma senza quell'essenziale "correttivo" che il movimento operaio, e le sue lotte, hanno saputo esercitare nei confronti del capitalismo: in Cina, a tutt'oggi, non c'è libertà di organizzazione sindacale, e ogni tentativo è anzi duramente stroncato, trattato sotto la voce "atti eversivi contro la sicurezza dello Stato", che riempie ogni anno le prigioni cinesi di migliaia di rei non sappiamo quanto confessi. Non ci sono partiti, certo. Non ci sono giornali indipendenti. Non c'è alcuna libertà di culto religioso. Non ci sono associazioni, o aggregazioni libere, che configurino la crescita di una "società civile" degna di questo nome. C'è, sì, un miracolo economico che il resto del mondo invidia - eo teme. Il miracolo che coniuga la spietatezza e l'illibertà della politica con la spietatezza e l'efficacia dell'economia - del capitalismo.

Chi ha detto, sull'onda di quella lontana ubriacatura, che la libertà (questa parola così difficile da definire, eppur così chiara, quando la vediamo negata e calpestata) è elargita ai popoli soltanto dal Mercato? Che soltanto lo sviluppo, anzi un grande sviluppo capitalistico, si accompagna storicamente con la democrazia, quantomeno la democrazia rappresentativa? Il potere cinese ha realizzato sul campo una smentita clamorosa proprio di questa "legge della storia": lo sviluppo neoliberale e il capitalismo prosperano nell'illibertà, da essa sono anzi alimentati e favoriti. Dopo Tienanmen, dopo quel fatidico 89, anche questo paradosso è diventato possibile. Come hanno capito i giovani no global di tutto il mondo, gli eredi veri di quei ragazzi massacrati il 4 giugno.

Il rapporto dei membri italiani definisce la versione americana una «apodittica auto-assoluzione» 1. Il blocco non era segnalato. 2. L’auto andava a bassa velocità. 3. Gli Usa sapevano della missione. 4. I soldati, stressati e inesperti, hanno fatto fuoco subito. 5. La scena della sparatoria è stata alterata

Pentagono sotto accusa per gli omissis decrittati: reso noto anche il nome del soldato che ha sparato



È un rapporto che accusa pesantemente i militari e le stesse autorità americane quello che ieri sera è stato consegnato dai due membri italiani nella commissione sull’uccisione di Nicola Calipari. In primo luogo - sostengono l’ambasciatore Ragaglini e il generale Campregher - l’organizzazione del posto di blocco sulla strada per l’aeroporto di Baghdad era «a dir poco carente». Nessun segnale avvertiva dello stesso posto di blocco. L’auto su cui viaggiavano Calipari e Giuliana Sgrena procedeva a «una velocità non rilevante». È verosimile che i militari abbiano sparato per stress e inesperienza. Le autorità americane erano a conoscenza della missione italiana, anche se non nei dettagli. La scena dei fatti, infine, non è stata preservata.

L’Italia accusa: quel check point era illegale

Il rapporto italiano su Calipari denuncia l’autoassoluzione Usa: l’auto non correva, hanno sparato per stress e inesperienza

Toni Fontana

Con una relazione di 52 pagine l’Italia ribatte e contesta la versione dei fatti accaduti a Baghdad il 4 marzo. Le autorità americane di Baghdad sapevano «indiscutibilmente» dell’arrivo di Nicola Calipari per un’«attività istituzionale», il posto di blocco era stato allestito «senza la più elementare misura precauzionale» e non vi era alcuna segnalazione, l’auto degli italiani procedeva a bassa velocità, i militari americani hanno agito «in uno stato di tensione» e in assenza di «regole chiare». Per tutte queste ragioni non si giustifica «l’autoassoluzione» decretata dai comandi americani. Sono questi i titoli principali della «controrelazione» diffusa ieri a Roma ad termine di una lunga giornata segnata da inspiegabili ritardi e attese.

La relazione, redatta dall’ambasciatore Cesare Ragaglini e dal generale Pierluigi Campregher, i due rappresentanti italiani in seno alla commissione mista formata con gli Usa, appare una dettagliata requisitoria che contesta punto per punto la versione americana dei fatti accaduti la sera del 4 marzo a Baghdad. Nessuna delle valutazioni espresse dai comandi statunitensi coincide con quella degli italiani che, nel dossier, descrivono l’improvvisazione dei militari, decritti come soldatini stressati, impreparati, ossessionati dalla paura e agli ordini di comandi che non si sono curati di segnalare il passaggio dell’auto. Se, da un lato viene esclusa la «volontarietà» dell’uccisione del dirigente del Sismi, dall’altro nella relazione diffusa ieri si mette l’accento sul fatto che, dopo la sparatoria al posto di blocco volante, la scena del delitto è stata rapidamente ripulita. In tal modo, pur essendo stati sparati decine di colpi, non è stato possibile effettuare un’adeguata investigazione sull’accaduto, non sono stati contati così i proiettili partiti dal fucile mitragliatore del soldato Mario Lozano e la sua arma non è stata prontamente sigillata per permettere successivi accertamenti.

La parte nella quale il giudizio implicito nei rilievi tecnici appare più duro e accusatorio nei confronti dell’operato dei militari Usa è quella relativa ai presunti accertamenti satellitari che, si fa notare,- non facevano parte del materiale esibito dalla controparte. Ciò - sostiene il dossier italiano - «potrebbe far considerare l’ipotesi, che i rappresentanti italiani rifiutano e non ritengono verosimile, che taluno abbia voluto alterare, o occultare, dei mezzi di prova». Ragaglini e Campregher spiegano di aver «accuratamente preso visione di tutto il materiale» che gli americani hanno consegnato nel corso dei lavori, ma che «null’altro esisteva se non ciò che è stato consegnato».

Sulla diffusione del rapporto con quattro ore di ritardo si è innestato un giallo che ha alimentato ogni sorta di voce. Verso le 20,30 il sottosegratario alla presidenza Gianni Letta si era spinto ad affermare ai giornalisti che lo interrogavano, che «non c’è alcun ritardo». Erano tuttavia passate ormai quasi tre ore dall’orario previsto per la consegna del documento alla stampa via Internet. Il sorprendente ritardo sarebbe stato causato da due ordini di motivi. Tra i dirigenti del Sismi, palazzo Chigi e la Farnesina vi è stata ieri una lunga mediazione per limare le frasi della relazione. In particolare si è discusso a lungo sulla risposta da dare alla frase contenuta nella relazione Usa che recita: «Gli Stati Uniti considerano l’intero Iraq zona di combattimento». Da questa considerazione consegue il fatto che anche i tremila militari italiani schierati a Nassiriya sono dentro un teatro di guerra, ma l’Italia ha sempre negato l’esistenza di questo contesto che obbliga i nostri soldati ad agire sotto comando britannico anche se, ufficialmente, sono impegni in una «missione umanitaria». Non solo. Quando gli americani affermano che tutto l’Iraq è zona di guerra e che «Baghdad è una città di 6 milioni di persone e di un gran numero di resistenti e terroristi che operano sia in città che nelle vicinanze» ricordano tra le righe all’Italia che gli 007 dovevano tener conto del contesto e comportarsi di conseguenza, adottando quelle che, secondo il comando Usa, sono le precauzioni che si debbono prendere e che i funzionari del Sismi non hanno seguito quella sera. L’altra ragione che ha ritardato la diffusione della relazione è più tecnica, ma pur sempre politica. Si trattava infatti di decidere quale sito avrebbe diffuso sul Web la versione italiana. Anche su questo Sismi, palazzo Chigi e Farnesina hanno espresso valutazione diverse. Sul portale della Farnesina l’annuncio della divulgazione del materiale era apparso fin da sabato, ma ieri pomeriggio è misteriosamente spartito. Poi si è pensato di affidare il dossier a vari siti non ufficiali del governo e, alla fine, si è optato per quello del governo che però, quattro ore dopo l’orario stabilito, non aveva ancora pubblicato nulla. Nel frattempo la relazione consegnata dall’ambasciatore Ragaglini e dal generale Campregher era stata limata fin nelle virgole e quindi consegnata alla presidenza della Repubblica, ai presidenti dei due rami del Parlamento, Pera e Casini e al presidente del Copaco, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, Bianco. A quel punto il ministro degli Esteri Fini e il sottosegretario Letta si sono consultati ed hanno deciso che il primo passo da compiere era la consegna della relazione all’ambasciatore Mel Sembler, ricevuto in serata a Palazzo Chigi. Poi il presidente del Senato Pera ha annunciato che tutti i presidenti dei gruppi parlamentari avrebbero ricevuto il dossier per poterlo consultare. A tarda sera Letta ha tentato di mettere a tacere la girandola di voci facendo sapere che il ritardo era stato determinato dalla necessità di completare il testo e recapitare quindi il dossier alle massime cariche dello stato.

Massimo Cacciari

Tra la gente che affolla l'atrio di Ca' Farsetti, viene avanti una signora di mezz'età. Lo guarda estasiata, e dice: « Caro Massimo, il mio sì che è un voto consapevole... » . Il filosofo ringrazia, stringe la mano all'ammiratrice, mentre flash e telecamere lo bersagliano.

I cronisti premono, e via con la prima domanda: se lei fosse un elettore del centrodestra, andrebbe a votare al ballottaggio? « Assolutamente sì, e voterei Cacciari » . Non è che l'inizio. Lui, il professore, è abilissimo nel dribbling, e, quando, ripetutamente, gli si fa notare che per battere l'amico avversario Felice Casson dovrà avere dalla sua la Casa delle Libertà, ribatte, un po' stizzito: «Io chiedo voti ai veneziani» . E precisa: «Qualunque cittadino del centrodestra sa benissimo chi è Cacciari, forse non lo sanno nel centrosinistra».

Apparentamenti? « Non voglio sentire neanche la parola » . Poi, sbotta: «Nella logica del meno peggio, è ovvio che tra me e Casson, quelli del Polo scelgono me» . Già.

Ma se i seguaci di Berlusconi e compagnia, al ballottaggio, resteranno a casa? La partita è dura, anzi durissima, per il filosofo. Eppure a vederlo, con il suo fisico asciutto da asceta che neppure l'ampia piega del loden riesce a rimpolpare, con il ciuffo e la barba nera a dispetto degli anni che passano, a sentirlo parlare con la sua verve e le sue certezze, Massimo Cacciari conserva l'appeal dell'inossidabile star. Al di là delle percentuali («potevo prendere qualche punto in più, ma amen») , al di là dei sussurri colti al volo tra galoppini, segretari e supporter che gremiscono il piano nobile del Municipio ( « questa volta Massimo non ce la fa») , al di là, insomma, di come andrà a finire l'anomala e perfino bizzarra scommessa elettorale veneziana.

Cacciari, dunque, afferma: «Il distacco tra me e Casson è notevole; del resto, era nelle previsioni. Intendiamoci, tra noi non c'è alcuna differenza di orientamento politico generale, ma un confronto sereno e aperto sull'amministrazione della città. I veneziani si esprimeranno su chi ritengono più in grado di gestire i problemi, di affrontare le sfide future, segnando la discontinuità con la giunta uscente». Attacco frontale a Paolo Costa (i due, un tempo sodali, ormai hanno rotto i ponti), il sindaco ulivista che ha amministrato Venezia, nel passato quinquennio. E che ora tifa apertamente per il candidato Casson. La critica di Cacciari al primo cittadino che si congeda da Ca' Farsetti si riferisce soprattutto alla gestione delle grandi opere, in primis il Mose, annoso pomo della discordia sulla salvaguardia della Laguna. Costa ha dato il via libera al progetto, «riuscendo perfino — ironizza il professore — a tacitare il riottoso (e da sempre contrario) polo rosso verde di Gianfranco Bettin» .

«Se sarò eletto — spiega Cacciari — chiederò una moratoria, per valutare progetti alternativi al Mose, che non sono stati discussi» . È solo un accenno al suo programma che — promette il candidato sindaco — svilupperà durante i prossimi quindici giorni di campagna elettorale. Ma adesso, inutile nasconderlo, sono gli umori politici, le alleanze palesi e sotterranee, che animano il dibattito in Laguna.

Senza trascurare lo scenario post elettorale delle Regionali. Granitico, dice: «Io sono il centrosinistra, così come si presenta nel quadro nazionale. Unito, e sotto la guida di una personalità come Prodi, che di sicuro non è l'espressione di un polo rossoverde». Incalza: «Chi, però, mi accusa di aver fatto un' operazione neocentrista è un mascalzone» .

E Cacciari, senza tanti giri di parole, annuncia che, se uscirà vincitore, di sicuro manderà all' opposizione l'ala più radicale della sinistra, che annovera anche i gruppi no global guidati da Luca Casarini. E da Beppe Caccia, che, nella giunta Costa, era assessore alle Politiche sociali. Sono, assieme a Bettin, gli stessi fan dell'ex pm Felice Casson.

Gianni De Michelis

L'ex (molto ex) doge di Venezia Gianni de Michelis l'aveva detto: «Se Cacciari va al ballottaggio con Casson, non ho dubbi: scelgo il filosofo». Adesso che l'ipotesi è diventata realtà, il segretario del nuovo Psi non cambia idea.

Ha votato per un candidato della Casa delle Libertà, ma poiché il centrodestra è rimasto al palo, lui conferma che tra il pm e il professore non c'è partita. «Lasciamo perdere il suo passato recente, lasciamo perdere quel Massimo che ha rappresentato il nuovismo della Seconda Repubblica — dice —. Oggi Cacciari sostiene una piattaforma riformista credibile, e dunque va votato, per dare a Venezia un'amministrazione dignitosa» . Certo, fa effetto sentire dall'ex potente De Michelis giudizi lusinghieri all'indirizzo di chi, narra la leggenda, lo liquidò, durante l'epoca di Tangentopoli, con la battuta: «No, Gianni, non mi metto con i socialisti, sono già ricco di famiglia» .

«Balle — taglia corto il segretario del Nuovo Psi — Massimo non ha mai pronunciato quelle parole... ».

Sta bene, ma Cacciari oggi è cambiato politicamente? «No, no; è sempre stato un riformista. La verità è che, quando decise per la prima volta di candidarsi a sindaco di Venezia, si unì all'area politica più estrema. Quindi, si è incatenato al giro di Gianfranco Bettin, con contorno di ragazzi dei centri sociali. Poi, ha fatto un altro percorso. Oggi, paradossalmente è stato costretto a candidarsi per smontare quell'intreccio perverso da lui stesso creato. E' la nemesi. Comunque, ribadisco: Casson è improponibile, sto con Massimo».

Ride David Lane corrispondente dall’Italia dell’Economist dall’altra parte della Manica e dalla sua casa di Londra. Dove riusciamo a bloccarlo per telefono, distogliendolo da un «report» che deve consegnare subito al giornale. E ride con sibilo british. Quando alla fine di quest’intervista tiriamo in ballo il «modello Westminster». Per chiedergli se l’opposizione a Berlusconi debba essere «bypartisan» e costruttiva: «Westminster? Ma è proprio il contrario! Vuol dire contrasto duro e giorno per giorno al governo in carica». Ma non è solo stupore «politologico» quello di Lane. La verità è che il collega dell’Economist - coautore nel 2001 con Tim Laxton della celebre inchiesta sul Berlusconi unfit a guidare l’Italia - pensa che quel famoso modello bipolare sia stato letteralmente violentato dall’anomalia del modello Berlusconi. Anomalia mediatica, finanziaria, politica e istituzionale. Inassimilabile a qualsivoglia forma di governo conosciuta. Perciò Lane - baffi da ex ufficiale di carriera in Marina e ingegnere elettrico prima che giornalista - s’è presa la briga di spiegare ai suoi concittadini lo strano caso in questione. Con un volume dettagliato di pura storiografia giornalistica che ora giunge ai lettori italiani per Laterza: L’Ombra del potere (pagine 429, euro 19, traduzione di Fabio Galimberti, titolo originale è Berlusconi’s Shadow. Crime, Justice and the Pursuit of Power). Ovvero, fasti, nefasti, antecedenti e ascesa del signor B. Inquadrati nel famoso passaggio d’epoca dalla vecchia repubblica alla nuova, che nel giudizio di Lane conferma il trasformismo italico come autobiografia della nazione. Storia inverata nel miracolismo e nell’antropologia di un leader a cui tanta parte degli italiani ha dato il suo consenso. Per stanchezza, ingenuità, cinismo e mancanza di meglio... Morale: ce n’è per tutti, governo e opposizione, nell’analisi del «conservatore» Lane. Sentiamo.

David Lane, sono passati quattro anni dalla clamorosa inchiesta dell’«Economist» su Berlusconi «inadatto a guidare l’Italia». Ora il suo ultimo libro conferma la diagnosi, e in modo ancora più drastico. Perché?

«I risultati che gli italiani e non solo hanno potuto verificare, confermano che quella diagnosi centrava il bersaglio. E lo vediamo in tanti campi, dalla giustizia, all’economia, allo stile di governo, alle relazioni internazionali. Berlusconi ha deluso innanzitutto gli italiani più che gli stranieri, che peraltro non hanno mai riposto eccessive aspettative in lui, e nemmeno patiscono eccessivamente le sue scelte politiche. Sì, mi pare che siano proprio gli italiani i più delusi, o almeno dovrebbe essere così».

Ma dal suo osservatorio internazionale qual è la percezione che si ha del governo Berlusconi?

«L’abbiamo toccata con mano proprio in questa settimana. Con le ambigue e sfumate dichiarazioni sul ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. Immediatamente seguite da una retromarcia di Berlusconi, che ha accampato il pretesto d’essere stato frainteso».

Sarebbe concepibile in Gran Bretagna, su tali argomenti, esternare in tv e tacere invece in Parlamento?

«No, e non solo in Gran Bretagna. Come minimo da noi verrebbe considerato un fatto molto anomalo, se non inconcepibile. Ma le anomalie come è noto sono ben altre...».

C’è il semestre europeo, pieno di gaffe, aggressioni e scontri, come sul caso Buttiglione...

«Infatti, e ho cercato di raccontare tutto questo nel mio libro. Guardi, per tagliar corto, voglio ripeterle a riguardo quel che ha detto Grahm Watson, capogruppo liberale britannico a Strasburgo. Ha parlato di fallimento personale di Berlusconi alla presidenza italiana del semestre. E ha detto che non aveva mai assistito, nei suoi nove anni e mezzo in Europa, a una presidenza preparata così male. Mentre negli altri casi il programma veniva allestito con anticipo di settimane, Berlusconi ha presentato il suo programma a semestre già iniziato, e per di più solo in italiano. Watson narra poi dei suoi colloqui romani di quel periodo con Berlusconi, ufficiali e a cena. Il premier diceva che tutti i giornalisti e i giudici erano dei “comunisti irriducibili”. E passò il resto di una serata a “raccontare barzellette come un piazzista di polizze assicurative”. Watson riferisce inoltre di essere uscito dal colloquio pensando che Berlusconi era completamente inadatto al compito».

Qualcuno potrebbe dire: i soliti inglesi snob e prevenuti contro l’Italia...

«Non c’entra lo snobismo. Sono solo i giudizi di Watson su certi comportamenti, riportati per filo e per segno nel mio libro».

Torniamo alle anomalie strutturali. Qual è a suo giudizio l’aspetto più preoccupante e senza precedenti del caso Berlusconi, e del modello politico che incarna?

«La cosa che più preoccupa politici e giornalisti stranieri sta proprio nel potere mediatico che Berlusconi esercita. Un filtro che gli consente di controllare l’informazione, privando gli italiani degli elementi per giudicare quel che accade. Da noi sarebbe una realtà inconcepibile, anche perché, da voi come da noi, la maggior parte della gente non legge i quotidiani politici per formarsi un’opinione, ma si abbevera alla tv».

Ritiene che ciò possa configurare un regime o qualcosa di simile?

«Non sono l’unico a pensarlo, ci sono tanti italiani a dirlo e a scriverlo. Il predominio sui media è inconcepibile e inspiegabile in una logica democratica. Per non parlare delle ricadute finanziarie e pubblicitarie del Berlusconi imprenditore, e insieme presidente del Consiglio: il famoso conflitto di interessi. Che il vostro premier non ha fatto nulla per dissipare. È un’anomalia davvero straripante, che esercita il suo peso anche nei confronti della magistratura. Aspetto tanto più rilevante se si pensa che l’ordine giudiziario indipendente è una colonna portante del vostro ordinamento costituzionale. Qui il pericolo è che si vada oltre i confini dell’ordinamento democratico».

Nel suo libro scomoda anche Mussolini. Non teme l’accusa di forzatura storica?

«No. I miei rilievi si riferiscono essenzialmente a ciò che Berlusconi stesso ha detto di Mussolini. Non è stato lui a dire che il Duce mandava la gente in vacanza? Che non è stato feroce e che non ha ammazzato mai nessuno? E poi tutte le sue imprecazioni contro i comunisti e contro il centrosinistra contengono sempre anche una vera e propria falsificazione storica, nei confronti dell’antifascismo e del suo ruolo storico. Trovo molto allarmante la svalutazione dell’antifascismo e della Resistenza, unita alla parificazione tra fascisti e comunisti in Italia. Qui non sono ammissimibili equivoci. I fascisti stavano con Hitler, erano dalla parte del torto».

E i comunisti?

«Senza alcun dubbio in Italia i comunisti hanno lottato per la libertà e per la democrazia. E i partigiani, anche quelli comunisti, hanno grandi meriti. Nessuna equiparazione è possibile con i ragazzi di Salò».

Insomma, lei denuncia un rischio molto forte di involuzione culturale e politica nella nostra democrazia. Una degenerazione già in atto. Ma lei sottolinea anche il ruolo del consenso degli italiani a tutto questo. Come lo spiega?

«Vorrei intanto precisare che non do giudizi moralistici o aprioristici. Mi limito a fotografare la situazione sulla base delle evidenze di fatto, raccontate in un volume analitico di oltre trecentocinquanta pagine. Quanto al consenso, è indubbio che la maggioranza degli italiani ha voluto questo governo. Anche perché l’influsso del potere mediatico è stato tale da convincere tanta gente per bene della bontà della politica di centrodestra. Certo, ci sono anche aspetti di mentalità ben precisa in Italia, per spiegare il credito concesso a Berlusconi. Penso al ruolo del perdono, tipico del costume cattolico. Nei paesi protestanti viene prima la punizione e poi il perdono. In Italia è il contrario. Beninteso, non è una questione antropologica o genetica. Scolpita nel carattere nazionale italiano. Il potere di Berlusconi è frutto di tante cose, dei media in primo luogo. E forse anche di una certa stanchezza sulla questione morale, dopo i traumi di Tangentopoli e le tragedie di Falcone e Borsellino. Allora l’Italia si trovava al bivio: ripulire la vita pubblica oppure rifluire, rinunciare. Purtroppo le grandi agenzie di opnione, dalla Chiesa ai media, non hanno insistito abbastanza su questa sfida davvero decisiva all’illegalismo».

Anche l’opposizione però avrà avuto i suoi demeriti, divisa come è stata e incapace di colpire al cuore l’anomalia berlusconiana per tempo...

«Il centrosinistra ha sbagliato a sottovalutare l’ingresso di Berlusconi in politica. E a non contrastare a fondo il conflitto di interessi nel periodo 1996-2001. Hanno pesato molto le divisioni e i personalismi. E poi la mancanza di un giusto equilibrio tra ragionevolezza e rigore. Credo che la coalizione di centrosinistra non abbia mai conseguito un buon punto di mediazione tra spinte estremiste e tendenze moderate, e lo abbia pagato».

Davvero ravvisa dell’estremismo, nel centrosinistra di oggi?

«Ci sono elementi che vanno ancora in questo senso, e che a mio avviso incarnano il passato e non il futuro»

Allora eccole servita la domanda delle domande, quella su cui molti litigano nel centrosinistra: con questo governo è possibile convivere in una logica bypartisan e costruttiva?

«Il bipolarismo modello Westminster? Significa posizioni polarizzate e contrapposte. Ogni giorno!».

I temi della legalità, del regime e del conflitto di interessi restano perciò irrinunciabili contro questo governo?

«Direi proprio di sì»

E sulla riforma istituzionale, sul premierato e quant’altro, sono auspicabili intese?

«Si può votare secondo coscienza su certi temi. Ma ora, se permette, le faccio io una domanda: il tentativo di intesa sulla Bicamerale ha prodotto qualche buon risultato?»

Berlusconi ha rovesciato il tavolo...

«Appunto

Unfit to lead Europe, l'articolo dell'Economist (maggio 2004)

«Questo è l´Iraq, questa è Bagdad, questa è la guerra».

Così Bernardo Valli ha concluso ieri il suo commento sulla drammatica sequenza per metà gioiosa e per metà luttuosissima che ha scandito tempi ed eventi nel giorno della liberazione di Giuliana Sgrena.

Rivediamola ancora quella sequenza, oggi che le informazioni sono un poco più ampie e tuttavia ancora incomplete e riprendiamola fin dall´inizio della vicenda, cercando di spogliarci il più possibile dalle troppe frasi fatte e dall´inevitabile retorica che le accompagna. A cominciare dalla parola «professionalità» che è stata sparsa a piene mani su tutti i protagonisti.

L´inizio è la visita della Sgrena e dei suoi due accompagnatori al recinto dei rifugiati di Falluja con al centro una moschea, dove sono da mesi attendati centinaia di iracheni scampati alla battaglia che ha semidistrutto quella città che era diventata la piazzaforte della guerriglia baatista e del terrorismo di Al Qaeda. Tra quei rifugiati ce n´è di tutte le specie: famiglie che lasciarono Falluja nell´imminenza dell´attacco americano, famiglie rimaste intrappolate nella battaglia e poi scappate alla spicciolata mentre tra le macerie ancora si combatteva, guerriglieri confusi tra i civili, tagliagole e bande di criminali comuni in cerca di prede.

Per i giornalisti coscienziosi che vogliano documentare la realtà guardandola con i propri occhi una visita a quell´accampamento di disperati è quasi un dovere professionale e la Sgrena è una di loro.

Ma è altrettanto professionale sostarvi non un minuto di più di quanto sia strettamente necessario per vedere, interrogare, prender nota e andarsene. Non più di mezz´ora al massimo dicono gli esperti. Prima che i criminali in cerca di prede possano avvertire i loro complici che stanno fuori dal recinto e siano in grado di preparare il colpo e rapire l´incauto visitatore.

Giuliana Sgrena è rimasta in quel caotico e rischiosissimo accampamento per oltre quattro ore. E´ entrata nella moschea, ha girato per l´attendamento, è passata e ripassata per quei sentieri. Molti l´hanno vista, alcuni ne hanno soppesato il valore di scambio e ne hanno informato i loro complici i quali hanno avuto tutto il tempo di organizzare l´agguato indossando financo divise militari e posteggiando giusto fuori dal cancello dell´accampamento.

Lì l´hanno presa senza nessuna difficoltà e di lì è cominciato il suo calvario che ha emozionato e mobilitato l´intera nostra nazione senza distinzioni di parte: pacifisti e interventisti, governo e opposizione, concludendosi tragicamente dopo un mese con la morte del suo liberatore e il ferimento della stessa Sgrena. Poteva perfino andar peggio, potevano restare uccisi tutti sotto i colpi del «fuoco amico», a settecento metri di distanza dall´aeroporto di Bagdad.

Forse la giornalista del «Manifesto» pensava che le sue idee di pacifista a oltranza le fornissero una sorta di salvacondotto; non sapeva quel che avrebbe dovuto invece sapere e cioè che quelle sue caratteristiche «politiche» accrescevano se mai il suo valore di scambio. La vicenda che ne è seguita ha dunque purtroppo inizio con un deficit di professionalità.

Ma purtroppo c´è un altro deficit di professionalità che chiude la tragica sequenza: quella corsa in auto al buio, sotto la pioggia, fino allo scontro fatale vicino alla base americana «Victory» a meno di un chilometro di distanza dal recinto dell´aeroporto.

Bernardo Valli ha descritto con scrupolo la pericolosità delle due strade che collegano la capitale con l´aeroporto internazionale. E´ pericoloso percorrerle di giorno, ma è assolutamente sconsigliabile avventurarvisi di notte. I rischi, gli agguati, gli errori, rendono quelle strade praticamente impercorribili nelle ore notturne. Una professionalità affinata dall´esperienza dei luoghi avrebbe consigliato di passare la notte nella «green zone» di Bagdad, meglio se ospiti dell´ambasciata italiana, e solo al mattino raggiungere l´aeroporto con le necessarie cautele. Lo avrebbero dovuto sapere i dirigenti del Sismi a Roma e gli agenti del servizio a Bagdad. E se da Roma ci fossero state sollecitazioni politiche a fare in fretta e a partire subito, gli operatori a Bagdad avrebbero dovuto rifiutarsi per tutelare la vita della persona liberata oltre che la propria e l´esito della missione loro affidata. Purtroppo così non è stato. Non sapremo mai il tenore dei colloqui tra Roma e Bagdad sulle modalità della partenza, neppure la Sgrena può esserne al corrente, ma questo è certamente un punto-chiave di tutta la sequenza.

Infine il drammatico e inspiegabile paradosso finale da parte americana. Si è saputo ieri che l´automobile che portava la Sgrena verso la salvezza non correva affatto all´impazzata ma procedeva a velocità ridotta; si è saputo anche che durante l´avvicinamento i militari americani erano stati avvertiti dell´auto italiana in transito. Come mai l´avviso non è stato fornito o è stato disatteso proprio vicino all´aeroporto? Ecco un altro punto oscuro che non sarà mai chiarito, ammesso che chiarirlo possa avere un qualunque effetto sulle vittime di questa drammatica avventura.

E´ difficile, anzi impossibile immaginarsi nei panni dei familiari di Nicola Calipari e anche nei panni di Giuliana Sgrena così terribilmente provata da tanti giorni di prigionia e soprattutto dall´aver visto morire il suo liberatore riverso su di lei per fare del proprio corpo lo scudo del suo.

Il tempo cancella di solito le più crudeli ferite, ma questa è di quelle che non si scordano da chi ne è stato partecipe e movente. Una ragione di più per tutti noi di voler bene all´ «uccellino ferito» nel corpo e nell´anima e ai familiari di Nicola che l´hanno perduto per una sequenza di errori sboccati in un dramma insensato.

* * *

«Questa è Bagdad, questa è la guerra». Non c´era bisogno dell´episodio Sgrena-Calipari per saperlo, ma esso ne è la tragica conferma. Non è questione di pro-americani e di anti-americani, etichette improprie e desuete. E non è questione se mantenere o ritirare le truppe italiane da Nassiriya. Nassiriya somiglia sempre di più alla fortezza nel deserto dei Tartari: un ridotto blindato da dove non si esce, che non serve a nulla, che ci sia o non ci sia.

Serve soltanto a mantenere la benevolenza di Bush nei confronti di Berlusconi, punto e basta. L´Italia in quanto nazione non ne ritrae né vantaggi né svantaggi se non il costo finanziario non indifferente di mantenere in quel deserto tremila soldati e sul rischio della vita cui ciascuno di loro è comunque esposto.

Una cosa è chiara: la guerra continua, l´instabilità irachena è evidente, l´autogoverno di quel paese non è affatto a portata di mano, la pacificazione ancora meno.

Quanto agli effetti positivi della guerra irachena nella regione mesopotamica e nel Medio Oriente, gli effetti sul Libano, sull´Egitto, sull´Arabia Saudita, in Siria, in Iran, penso che dovremmo essere molto cauti a cogliere nessi tra fatti disgiunti. Le speranze e i passi avanti nella situazione palestinese dipendono principalmente dalla morte di Arafat e dal coraggio politico di Sharon da un lato e di Abu Mazen dall´altro. La rivoluzione dei cedri in Libano covava da tempo, molto prima della guerra irachena, ma resta da vedere se l´unità tra cristiani, drusi, laici, sunniti, sciiti, resterà quando (speriamo presto) l´occupazione siriana cesserà.

Sulla conversione democratica di Mubarak c´è di che dubitare. Concedere elezioni presidenziali con più candidati è formalmente un passo avanti, ma pensare che il raìs egiziano possa essere sconfitto o meglio che si lasci sconfiggere da un libero voto popolare è una scommessa da dare a cento contro uno.

Certo, otto milioni di iracheni hanno votato nonostante le minacce e le intimidazioni. Hanno votato gli sciiti e i curdi. Questi ultimi per consolidare la loro indipendenza; gli sciiti seguendo la volontà della loro massima autorità religiosa e di mostrare con il voto di essere usciti dal vassallaggio esercitato ai loro danni per quarant´anni dalla minoranza sunnita. La quale, essendo predominante nelle province centrali e più popolose del paese e utilizzando la guerriglia a proprio vantaggio, aspetta di vedere le condizioni che le saranno offerte in termini di garanzie, con dominio del potere, quote petrolifere a loro beneficio.

I terroristi dal canto loro massacrano la popolazione sciita sperando che reagisca con pari violenza scatenando una guerra civile generale. Finora Al Sistani è riuscito a trattenere la sua gente da una contro-insorgenza. Se questa linea reggerà si potrà sperare in un´evoluzione pacificatrice che ha come sbocco uno Stato guidato dai coranici di Najaf e di Kerbala, con propaggini iraniane inevitabili.

Lo ripeto, l´anti-americanismo non c´entra. Ma c´è un punto fermo da considerare e lo ha esposto con grande chiarezza, proprio su queste pagine, lo storico inglese Timothy Garton Ash: di nuove guerre come quella irachena l´Europa non vorrà mai sentir parlare. Chiamatela lungimiranza o chiamatela viltà, cambia ben poco. Il dato è quello.

Le guerre producono effetti non valutabili preventivamente.

Effetti innovatori, distruttivi, ricostruttivi. Quella del 1914 sfasciò quattro imperi, quello degli Asburgo, quello germanico, quello russo, quello turco. Provocò la nascita del nazismo, del comunismo leninista e staliniano, del fascismo e del franchismo. E pose le premesse per il sorgere dell´impero americano.

Quella del ´39 distrusse il nazismo e l´impero giapponese, avviò la fine dell´impero britannico, di quello francese e delle altre nazioni europee coloniali; consentì lo sviluppo socialdemocratico dell´Europa occidentale e per conseguenza l´evoluzione democratica del capitalismo.

La guerra fredda si è conclusa con l´implosione del regime sovietico e l´espandersi incontrastato del pensiero unico e della democrazia imperiale degli Usa.

Ora siamo alla quarta tappa della storia contemporanea. Ha scritto qualcuno con paradossale ironia che il miglior agente di questa evoluzione storica è stato Bin Laden. E´ un paradosso che rientra perfettamente nell´eterogenesi dei fini. Ma nessuno sa dove ci porterà. Io non credo affatto che ci porterà in un aumento di democrazia nel mondo. Al contrario. Si vedono per ora riflussi antidemocratici e aumento di forza del potere economico rispetto alla democrazia politica proprio nei siti di più antica tradizione liberaldemocratica.

Queste comunque sono opinioni e non fatti. I fatti sono, per quanto riguarda l´Iraq, che la guerra continua ed è una guerra non solo crudele ma stupida. Da quando è cominciata fino ad oggi. E chissà ancora per quanto.

Sull'interdizione delle svastiche e della falce e martello richiesta al ministro Frattini da una trentina di parlamentari del Partito Popolare europeo, si misurano molte cose. La sfacciataggine di Vytautas Landsberghis, che minimizza come il suo paese abbia accolto l'arrivo della Wehrmacht con una delle più paurose stragi di ebrei della guerra. Si misura lo spessore storico del ministro Frattini, che sembra accogliere la richiesta poiché, scrive, comunismo e nazismo, pur diversi, erano retti da identica spinta distruttiva, l'uno voleva lo sterminio degli ebrei e l'altro lo sterminio (sic) della borghesia come classe. E aggiunge, dopo l'inevitabile uso improprio del concetto arendtiano di totalitarismo, che mentre dall'immediato dopoguerra di Hitler si sapeva tutto, di Stalin si seppe pochissimo fino al 1989. Avrà saputo pochissimo lui. Ma sarebbe inutile chiedere conto delle sue letture al ministro d'un governo il cui premier parla come neanche il defunto senatore Mc Carthy, sostenendo che tutta l'opposizione è comunista e porterebbe all'Italia «miseria terrore e morte».

Che vale discutere con chi ignora o oscura che l'idea del comunismo nasceva per rendere effettiva l'eguaglianza fra gli uomini, quella del fascismo e del nazismo per affermare il superuomo e la razza, e ogni ricerca sulle colpe e degenerazioni dell'uno e dell'altro ha un senso soltanto se parte di qui? Piuttosto è da chiedersi come mai sia così debole la reazione, giacché soltanto due articoli restituiscono la serietà del metodo storico, quello di Piero Sansonetti per Liberazione e quello di Davide Bidussa, ospitato (forse con fatica) sul Riformista. E perché l'anticomunismo non è mai stato così rozzo come oggi, quando l'Urss è implosa e di partiti comunisti non ce n'è che due, forse uno e mezzo in Italia e pochissimi in Europa, e molto meno estesi di quanto sia la destra razzista? Sembra che per il comunismo valga quello che vale per l'antisemitismo in Polonia: di ebrei non ce n'è più, l'antisemitismo prospera.

I motivi, credo, sono due. Il comunismo è stato la denuncia dell'ineguaglianza fra gli uomini costitutiva del meccanismo del capitale, ha animato più d'un secolo di conflitti sociali e ne restano da distruggerne le tracce nell'idea di società che ha dominato l'Europa keynesiana del dopoguerra. E' questo che muove le uscite della destra; per Berlusconi il Bene è la proprietà privata e il Male qualsiasi, non dico sua contestazione, ma limitazione. Per gli Stati Uniti, dove neanche Keynes fece breccia salvo per breve tempo nel modello rooseveltiano, la libertà è inseparabile dalla assoluta libertà dell'impresa e dalla fungibilità del lavoro come merce. Obiettivo ancora da raggiungere del tutto nella vecchia Europa.

Una seconda causa è il rifiuto del marxismo da parte della vecchia e delle nuove sinistre. E' un fenomeno non solo generazionale - quello per cui le vangate di merda gettate sulle vite e il senso dei più vecchi fra noi neppure toccano i più giovani. Esso indica una cesura culturale avvenuta anche con il 1968, che aveva ragione di avvertire ostili i partiti comunisti, ma per qualche tempo fece propri i paradigmi marxisti estendendoli all'insieme di quel che chiamava «sistema». Questa origine se l'è scrollata di dosso, come l'ha rigettata, con motivi più consistenti, il movimento delle donne. Perché, se non una poderosa rimozione, mette nello stesso sacco l'esperienza sovietica, per di più ridotta ai gulag, Stalin, Lenin e Marx? Quest'ultimo citato ormai di regola non senza le nefandezze che avrebbe provocato? Il conflitto sociale sparisce o trasmuta in forme diverse dallo scontro capitale-lavoro (l'altro giorno uno stimato amico definiva comica sul nostro giornale la questione della classe operaia). Fa parte dell'attuale «ideologia italiana» questa mutazione, che isola quelli di noi che criticarono l'Urss oltre trent'anni fa, mentre molti leader che allora su questo tacevano tumultuavano alla nostra sinistra. E oggi sono insediati nell'establishment in veste di storici e moralizzatori.

La legge per le coste sarde ora al vaglio della Consulta

Soru difende la sua creatura: «Ci proibiscono di far bene» La Corte costituzionale avrà tre mesi per decidere sul ricorso

Cinque minuti prima delle 13 il Consiglio dei ministri si è messo di traverso alla legge sulle coste voluta, primo fra tutti, da Renato Soru. Come anticipato ieri dall'Unione Sarda, il Governo Berlusconi, a dieci giorni dalla decorrenza dei termini per opporsi alla legge regionale 8/2004 ("Norme urgenti di provvisoria salvaguardia per la pianificazione paesaggistica"), ha sollevato la questione di legittimità.

Uno scontro vero e proprio tra poteri dello Stato. L'articolo 127 della Costituzione affida alla Corte costituzionale il compito di dirimere la controversia. L'altro giorno erano stati tredici sindaci della Sardegna (in testa i primi cittadini di Olbia e Cagliari, Settimo Nizzi ed Emilio Floris) a sollecitare una presa di posizione del Governo. Per il ministro per gli Affari regionali Enrico La Loggia, che ha proposto il provvedimento, approvando la legge sulle coste la Regione è andata oltre le sue competenze.

Il ministro. A chi ci vede uno scontro politico bello e buono il ministro di Forza Italia replica sostenendo che «il Governo non poteva fare diversamente che impugnare la legge, così come si è fatto per qualunque altra materia e per qualsiasi altra Regione di qualunque colore. Semplicemente», afferma La Loggia, «abbiamo fatto un'analisi molto scrupolosa di decisioni prese dalla Regione che presentavano evidenti aspetti di illegittimità costituzionale perché sforavano di molto le competenze dello statuto regionale della Sardegna e abbiamo agito di conseguenza».

La notizia, già prima dei lavori del Consiglio dei ministri, era data per scontata, ma nessuno ha voluto fare commenti prima dell'ufficialità. Alle 15.06 un flash dell'Ansa scatena le reazioni del centrosinistra e degli ambientalisti, per lo più a livello nazionale. Parla solo Soru. La maggioranza alla Regione si astiene dal fare commenti. Poco prima delle nove di sera la replica è in un comunicato del presidente della Giunta.

«Dalla lettura delle motivazioni non si capisce che cosa vuole dire il Governo. La Regione», scrive Renato Soru, «tutela troppo o troppo poco il suo territorio? Può disporre di una delle sue risorse fondamentali, l'ambiente, oppure non deve farlo perché il Governo pensa di poterne fare una tutela migliore? E in attesa che lo faccia, dobbiamo assistere impotenti alla distruzione definitiva di questo bene?». Il presidente della Giunta aggiunge: «Credevo che il compito del Governo fosse quello di sopperire a una mancanza di tutela, e non di proibire a una Regione di farlo bene e per proprio conto. Mettono in discussione i poteri e la nostra autonomia speciale in maniera anacronistica, quando una Regione a statuto ordinario, la Toscana, solo pochi giorni fa ha avuto riconosciute le competenze in materia di tutela del patrimonio artistico e culturale, e ha ottenuto questo risultato nonostante l'opposizione del Governo. Questo ci incoraggia nella rivendicazione del nostro diritto di programmare responsabilmente l'uso delle nostre risorse in funzione dello sviluppo».

Ancora Soru: «Credo che siamo dalla parte giusta e a leggere le motivazioni non mi viene nessun dubbio su quello che abbiamo fatto. Il ricorso è così singolare in quella prima parte, che spinge a pensare che l'intento del Governo sia quello di bloccare la norma che impedisce che la Sardegna diventi la piattaforma eolica del Mediterraneo. Dopo le servitù militari non può esserci imposta anche la servitù eolica nazionale. E dopo, cos'altro?».

La legge. Dopo un primo vincolo imposto dalla Giunta con una delibera del 10 agosto, i provvedimenti sulle coste sono diventati legge con un voto del Consiglio il 25 novembre scorso, arrivato dopo un aspro confronto in aula. Il centrodestra, prima ancora del dibattito, aveva contestato la legittimità del provvedimento. Per la Giunta il provvedimento è nato dall'esigenza di riempire il vuoto normativo determinato dall'annullamento da parte del Tar e del Consiglio di Stato di 13 dei 14 Piani paesaggistici territoriali.

Stando alla legge 8, la Giunta dovrà approvare entro un anno il Piano paesaggistico regionale. Il terzo di dieci articoli dispone il blocco degli interventi nella fascia costiera dei 2 chilometri, ad eccezione dei Comuni con il Puc approvato e del Ptp del Sinis. La legge fissa limiti anche per l'installazione di nuovi impianti eolici.I tempi.

Il Governo ha dieci giorni per depositare il ricorso nella cancelleria della Corte costituzionale. La Consulta fissa l'udienza in discussione entro novanta giorni dal deposito del ricorso stesso. Solo nel caso in cui la Corte ritenga che «l'esecuzione dell'atto impugnato possa comportare il rischio di un irreparabile pregiudizio all'interesse pubblico», accorcia i tempi. Nel caso la discussione viene fissata in 30 giorni e il dispositivo della sentenza depositato entro 15. Per la legge sarda si seguirà certamente la prassi ordinaria.

Pioggia di commenti

Gli ambientalisti: uno scandalo Pili: legge dannosa

Il mondo ambientalista è in subbuglio, a Cagliari e a Roma. «La decisione del Governo è semplicemente scandalosa», afferma Ermete Realacci, dirigente di Legambiente e membro dell'esecutivo della Margherita. «Il Governo dei condoni e della sanatoria dell'abusivismo edilizio impugna una legge che tutela il paesaggio, la bellezza e l'identità dell'Isola. Chiederemo un immediato confronto in Parlamento».

Non è più tenero Alfonso Pecoraro Scanio, presidente del Verdi. «Siamo al salva-cantiere, ovviamente quello di casa Berlusconi. Il centrodestra mostra, ancora una volta, una straordinaria miopia nei riguardi della questione ambientale». Parla di «vergogna» anche Sergio Gentili, esponente della direzione nazionale Ds e portavoce di Sinistra Ecologista. «È un atto di prepotenza che colpisce l'autonomia di una Regione a statuto speciale». Per il segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, ieri a Cagliari, «non sarebbero intervenuti se avessero deciso di devastare le coste con la speculazione. Il loro federalismo è laissez faire, la devastazione dell'economia e della società. La nostra difesa dell'autonomia è la difesa della terra».

Il ministro per gli Affari regionali Enrico La Loggia parla di «polemiche strumentali e becere». Per il leader del centrodestra sardo, Mauro Pili, «è un atto dovuto per una legge fatta dal centrosinistra contro la Sardegna e contro i sardi. I personaggi che si ergono a difensori della Sardegna sono gli stessi che hanno imposto il parco del Gennargentu fatto di vincoli capaci solo di bloccare lo sviluppo contro le popolazioni locali. Ai signori del centrosinistra nazionale che si occupano della Sardegna solo per le vacanze», aggiunge Pili, «dico che non ci saranno oasi di Stato, così come hanno sempre pensato di trasformare la Sardegna in questi anni».

Per Eugenio Murgioni, sindaco di Castiadas e consigliere regionale di Fortza Paris, «la Giunta, nonostante i proclami e le belle parole, ha operato in questo campo con troppa fretta e superficialità. Al nuovo esecutivo manca un progetto globale e anche la capacità di perseguire singoli obiettivi». Diversa la posizione di Linetta Serri, presidente dell'Anci Sardegna: «Non conosco le motivazioni, anche se mi sembrano difficili da trovare. Un'impugnativa all'Alta corte può avvenire solo per un eccesso di potere. Non mi sembra che questo sia avvenuto. Parlerei piuttosto, anche per la competenza esclusiva della Regione in materia urbanistica, di una volontà centralistica che non è condivisibile. Un rigurgito di centralismo che giudichiamo in modo del tutto negativo».

Settimo Nizzi, sindaco di Olbia, si gode il momento: «Siamo assolutamente felici, soprattutto perché si farà finalmente chiarezza. Da subito noi abbiamo sollevato il problema dell'incostituzionalità della legge. Quando un Governo impugna un provvedimento, non lo fa a cuor leggero, ma con il supporto degli uffici, che non danno una lettura di parte. Sarà la Corte costituzionale, nella quale riponiamo la massima fiducia, ora, a poter decidere liberamente».

Vincenzo Tiana e Roberto Della Seta, presidenti regionale e nazionale di Legambiente, pongono la stessa fiducia nella Consulta, «affinché venga garantita, come impone la Costituzione, la tutela del territorio e del paesaggio». Per Wwf Italia «si è scatenata la pretestuosa polemica di tutte quelle forze politiche che hanno rifiutato qualsiasi seria limitazione alla politica del cemento».

Ma per Giorgio La Spisa, capogruppo di FI in Consiglio regionale, «l'impugnazione è un atto che il Governo nazionale ha sicuramente valutato con la massima attenzione, per verificare la fondatezza dei rilievi di illegittimità da più parti segnalati. Adesso la competenza a giudicare passa dalle sedi politiche a quelle della giurisprudenza costituzionale: una sede autorevole e neutrale rispetto alla dialettica tra i partiti».

Per Gianni Biggio, presidente di Confindustria Sardegna, «il Governo si è preso un bel rischio. Se la Consulta dovesse dar ragione alla Regione, per Soru sarebbe un colpo eccezionale. Non sono comunque sorpreso dalla decisione del Governo, troppi i dubbi sollevati da più parti. Di sicuro», conclude Biggio, «questo gran parlare non ci giova. Servono dialogo e serenità. Per il bene di tutti». (e. d.)

Le motivazioni del Consiglio dei ministri: nel mirino il blocco della fascia costiera e l'eolico

«Quelle norme sono illogiche e irrazionali»

Il Governo mette all'indice, al primo punto del provvedimento di impugnazione, alcuni passaggi degli articoli 3 (Misure di salvaguardia) e 4 (Interventi ammissibili), commi 1 e 2, della legge regionale 8/2004. L'articolo 3 stabilisce il blocco di 18 mesi nella fascia di 2 chilometri dalla battigia, che scende a 500 metri nelle isole minori. Fanno eccezione i Comuni con i Puc approvati e il Ptp 7, nel Sinis. Il divieto (articolo 3) riguarda «nuove opere soggette a concessione ed autorizzazione edilizia», nonché «quello di approvare, sottoscrivere e rinnovare convenzioni di lottizzazione».

Per il Governo queste norme «risultano illogiche e manifestamente irrazionali», in contrasto con l'articolo 3 (tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge) e 97 (imparzialità dell'amministrazione) della Costituzione. «I criteri adottati», si legge nel provvedimento del Consiglio dei ministri, «che non trovano giustificazione in alcuna valutazione paesistica, non sono tali da soddisfare le finalità di tutela perseguite, sia per quanto riguarda i limiti fissati entro i quali è vietata la realizzazione di nuove opere, sia per la previsione delle deroghe ad esclusione da tali divieti».

Per gli stessi motivi «è censurabile» l'articolo 7: dice che gli interventi pubblici possono essere autorizzati dalla Giunta. Contestato, al punto 2 del provvedimento, il comma 3 dell'articolo 8: dispone che fino all'approvazione del Piano paesaggistico regionale, «è fatto divieto di realizzare impianti di produzione di energia eolica, salvo quelli precedentemente autorizzati», nel caso in cui, però, lo stato dei lavori abbia già comportato un'irreversibile modificazione dello stato dei luoghi. In caso contrario, anche se autorizzati, gli impianti devono essere sottoposti a valutazione di impatto ambientale.

«Tali disposizioni», sostiene il Governo, «eccedono dalla competenza statutaria di cui agli articoli 3 e 4 dello Statuto speciale di autonomia, ponendosi in contrasto con l'articolo 117, comma 2, lettera s, della Costituzione, che riserva allo Stato la competenza esclusiva in materia di tutela dell'ambiente e dei beni culturali». La legge regionale 8 viola il decreto legislativo 387/2003, che recepisce una direttiva europea sulla promozione dell'energia prodotta da fonti rinnovabili, «laddove prevedono che tali fonti sono considerate di pubblica utilità». (e. d.)

O sotto accusa o sotto tutela, grazie al centrodestra e al centrosinistra uniti nella rincorsa al cardinal Ruini le donne italiane vengono retrocesse dal discorso politico allo statuto di soggetti minori, deboli e potenzialmente criminali. La realtà per fortuna è cosa diversa dal discorso, ma il discorso produce effetti di realtà e dunque questa retrocessione va presa sul serio, contrastata e rispedita ai mittenti e, ahinoi, alle mittenti. Quando nelle stesse ore alla camera la mano destra dà il primo via all.indagine sull.applicazione della 194 e la mano sinistra propone un assegno di sostegno alla gravidanza; e tutte e due, la mano destra e la mano sinistra, giurano di agire «per aiutare le donne», c.è una sola risposta possibile a tutte e due ed è «no, grazie».

L’indagine sulla 194, brillante idea del neoeletto segretario dell.Udc che altra via non aveva per accedere agli onori della cronaca, non servirà a sapere nulla che già non si sappia sull.applicazione della legge (peraltro già annualmente monitorata dal ministero della sanità), ma serve a rimettere le donne sul banco degli imputati, supportando istituzionalmente la campagna di criminalizzazione dell.aborto che imperversa su media potenti e meno potenti. L’assegno di sostegno alla gravidanza non servirà a estendere un diritto alle lavoratrici precarie (perché Livia Turco e Rosi Bindi non si stendono sul tavolo programmatico di Romano Prodi per imporgli l’impegno all’abrogazione della legge 30?), serve a consentire al ministro Storace di dare a entrambe, Livia Turco e Rosi Bindi, il benvenuto nel fronte della «prevenzione» dell’aborto. Tutt’e due, indagine e assegno, servono a rafforzare il messaggio che da ogni parte risuona, che le donne non sono soggetti sovrani ma oggetto di cura statale e curiale. Siamo nelle loro mani, e in che mani.

Le stesse mani che in parlamento si rinviano da uno schieramento all’altro la palla delle quote rosa, ripetendo all ‘infinito una pantomima ipocrita e ineffettuale che non servirà a candidare più donne, serve a strumentalizzarle a fini di schermaglia politica e ad alimentare un’immagine di miseria femminile che ricade in primo luogo sulle parlamentari stesse, di destra e di sinistra parimenti. Le stesse mani che si rincorrono e si stringono per entrare nelle grazie non dei cattolici ma delle gerarchie vaticane, e prontamente rispondono agli ordini di Ruini quali che siano. Il cardinale ricorda che la vita è un dono di Dio di cui la donna è puro contenitore e veicolo, e il giorno dopo partono l’indagine sulla 194 e l’assegno per la gravidanza: mai si ricorda tanta solerzia nella politica italiana.

Il discorso della politica istituzionale sulle donne da molto tempo non dice e probabilmente non ha mai detto granch é sulla realtà delle donne. Ma dice molto sulla realtà della politica istituzionale: de vobis, non de nobis fabula narratur. A sostegno dell.assegno di gravidanza Rosi Bindi ha sostenuto ieri che è un’anticipazione della prossima politica di governo del centrosinistra. Il buongiorno si vede dal mattino: se questo è il mattino, sarà buio a mezzogiorno.

Di questa riforma elettorale monarchico-partitocratica, presentata come ritorno alla proporzionale, si è detto di tutto, perfino cose che, se fossimo in una situazione politica normale, sarebbero impensabili.

Se fossimo in una situazione politica normale, all’accusa rivolta alla maggioranza di aver imposto unilateralmente una riforma da essa sola voluta e per i suoi soli interessi, si sarebbe dovuto poter dire semplicemente: ascoltate qualcosa del dibattito parlamentare e toccherete con mano l’attenzione, l’approfondimento dei problemi e l’apertura agli argomenti dell’opposizione. E invece? Invece, la maggioranza è stata silente per tutto il tempo dei lavori (salve le dichiarazioni finali), limitandosi a imporre, votazione dopo votazione, come per mandato imperativo ricevuto, la mera forza del numero, in uno spettacolo perfino imbarazzante per l’istituzione parlamentare.

Se fossimo in una situazione politica normale, alla denuncia di una legge che in extremis, avvicinandosi le elezioni, modifica le "regole del gioco", si sarebbe dovuto poter rispondere: è vero, la stabilità e la certezza, in materia elettorale soprattutto, sono valori istituzionali da preservare, ma particolari superiori ragioni hanno richiesto, eccezionalmente, ciò che, altrimenti, sarebbe stata una forzatura. E invece? Invece, si è risposto che questi sono semplici rilievi di opportunità e che la maggioranza aveva "sue" buone ragioni di opportunità.

Se fossimo in una situazione politica normale, ai timori molto seri che la riforma possa aumentare i pericoli di destabilizzazione istituzionale e di ingovernabilità del Paese, si sarebbero contrapposte ragioni specifiche, motivate sui meccanismi propri della legge che si andava ad approvare. E invece? Invece, si è risposto che, comunque, anche la legge attuale non è esente da rischi di questo genere, come se ciò fosse una giustificazione appropriata.

Ora, al di là di tutto ciò e proprio sul punto della stabilità e della governabilità, la riforma contiene un’enormità tecnica, potenzialmente foriera di conseguenze politiche deleterie, su cui occorre insistere nel richiamare con forza l’attenzione.

E’ necessario scendere in ostici dettagli. Si tratta dell’elezione del Senato. Sono ammesse alla competizione, regione per regione, le liste singole di candidati e le coalizioni di liste. All’esito del voto, si possono presentare queste due eventualità. (a) Se una lista o una coalizione di liste ha ottenuto il 55 % dei voti validi, nulla quaestio: si procede alla ripartizione dei seggi in modo proporzionale (col sistema del quoziente elettorale e dei maggiori resti), con clausole di sbarramento (fissate al 20% per le coalizioni, salvo che contengano liste singole che conseguano l’8%; al 3% per le liste coalizzate e all’8% per le liste non coalizzate). (b) Se il 55% dei voti validi non è raggiunto da alcuno, viene assegnato un premio regionale alla lista o alla coalizione che ha ottenuto più voti delle altre, purché raggiungano il 20% del totale. Il premio consiste in un numero di seggi ulteriore, sottratto alle altre liste o coalizioni, tale da raggiungere la quota del 55% dei seggi assegnati alla regione. All’interno della coalizione, la distribuzione del premio di maggioranza avviene, di nuovo, secondo il criterio proporzionale.

Dunque, il Senato, nel suo insieme, risulta dalla somma di tante quote di eletti regione per regione, secondo il criterio proporzionale. Ma, nelle regioni ove non esistono partiti o coalizioni di partiti abbastanza forti da raggiungere il 55% dei voti, si corregge il risultato, premiando la lista o la coalizione relativamente più forte, portandola, nell’ipotesi di massima correzione, addirittura dal 20% al 55%. Anche su questo passaggio della nuova legge si è avanzato il sospetto che gli attuali partiti di maggioranza abbiano voluto fare una legge a loro uso e consumo. Si è notato, ad esempio, che, col meccanismo descritto, la coalizione di centrosinistra, in alcune regioni del centro-Italia regolarmente ben al di là del 55%, non si avvantaggerebbe del premio. Viceversa, in altre regioni, il centrodestra - che non è prevedibilmente maggioranza schiacciante in quasi nessun luogo - prevalendo anche di poco, ne approfitterebbe.

Lasciamo da parte i sospetti e limitiamoci a guardare la legge nella sua nuda realtà. Su quale logica si basa questa composizione del Senato? Innanzitutto sulla logica proporzionale. Ognuno (lista o coalizione) ottiene (percentualmente) in seggi quanto ha ottenuto in voti. In questa corrispondenza sta il suo principio di giustizia elettorale. E’ una logica, però, se così si può dire, sminuzzata regione per regione. Sul piano complessivo, possono determinarsi risultati incongrui, che contraddicono l’idea di proporzione e chi ha raggiunto la maggioranza nella regione può poi trovarsi in minoranza al Senato. Questa, comunque, è la conseguenza di un sistema elettorale che, a differenza di quello per la Camera, non è a base nazionale. Un difetto, dunque, intrinseco alla divisione per regioni contro il quale, a meno di correttivi che tengano conto dei dati generali, non c’è niente da fare.

Su questa primaria configurazione del sistema elettorale si inserisce l’alterazione del premio di maggioranza, pensato per tener conto dell’esigenza di stabilità e di governabilità, esigenza riferita naturalmente all’assemblea nel suo complesso, cioè al Senato. Il premio non ha altra ragione. E’ una ragione incontestabilmente forte, accettabile però alla duplice, ovvia, condizione che il premio non sia contraddittorio con la sua natura e che serva allo scopo. Entrambe le condizioni, invece, non sono assicurate nel nostro caso.

Innanzitutto, esso, da premio di maggioranza - cioè da incremento di seggi a favore della forza prevalente nell’elezione - può trasformarsi in premio alla minoranza. L’assegnazione del premio avviene nelle regioni, secondo i risultati regionali, pur consistendo la sua ragione d’essere nel rafforzamento non della maggioranza della componente senatoriale regionale, ma nel rafforzamento della maggioranza del Senato. Questo effetto è però del tutto casuale. Può accadere che forze politiche che si affermano con scarti minimi nelle regioni, e perciò sono largamente beneficate dal premio, prevalgano, nella rappresentanza complessiva al Senato, su altre che invece si affermano nelle regioni con le loro sole forze. E’ ipotesi tutt’altro che irrealistica che partiti e coalizioni che hanno ottenuto globalmente più voti e che, in applicazione del solo sistema proporzionale senza premi, si troverebbero in maggioranza al Senato, si trovino invece a essere minoranza. E questo, non come conseguenza "naturale" del sistema elettorale a base regionale (ciò per cui, in mancanza di correttivi, non ci sarebbe niente da fare) ma precisamente proprio in virtù di un premio che si dice essere "di maggioranza" e che, invece, nella sede che sola interessa - il Senato - diventa "premio di minoranza"! Un risultato contro natura.

In secondo luogo, i diversi premi di maggioranza distribuiti nelle regioni, confluendo nel Senato, non garantiscono affatto stabilità e governabilità: potrebbero avere tanto l’effetto di rafforzare un successo ottenuto nell’insieme dei collegi regionali, quanto quello perverso di impedire il raggiungimento della maggioranza di seggi che spetterebbe per effetto della sola distribuzione proporzionale; oppure i diversi "premi" potrebbero annullarsi reciprocamente, non servendo così a nulla. In ogni caso, questo cieco operare del premio di maggioranza potrebbe divaricare le maggioranze possibili al Senato e alla Camera dei deputati, dove il premio di maggioranza, che è previsto, opera diversamente, cioè su base nazionale. Dunque, effetti del tutto imprevedibili, in ipotesi non solo ininfluenti ma addirittura controproducenti rispetto allo scopo dichiarato di buon governo delle istituzioni.

Si dirà: la soluzione prescelta era obbligata dalla "base regionale" su cui il Senato deve essere eletto. Non è così. Altre soluzioni avrebbero potuto essere escogitate. E, comunque, in mancanza, meglio sarebbe stato addirittura lasciar cadere il premio. L’esito di tutta questa storia è un esempio preclaro di legge irrazionale. L’irrazionalità è un vizio di costituzionalità delle leggi. Si possono scegliere discrezionalmente gli obbiettivi legislativi ma si deve essere conseguenti. Per giurisprudenza di tutte le Corti costituzionali di questo mondo, il legislatore dissociato è incostituzionale perché le leggi bizzarre e contraddittorie non sono leggi. Il Cavallo di Caligola, nello Stato costituzionale di diritto, è e resta un cavallo e non diventa un senatore né, tanto meno, un legislatore; meno che mai, un riformatore delle istituzioni.

Il rimedio, ormai, può essere trovato solo nei successivi passaggi che il testo di legge affronterà prima della pubblicazione e dell’entrata in vigore. In questo caso non si può fare affidamento su altre garanzie; non si potrà dire, come in altre circostanze: non importa; ci penserà poi la Corte costituzionale. In Italia, le leggi possono essere giudicate dalla Corte solo dopo che hanno avuto applicazione: le leggi elettorali, dopo le elezioni delle nuove Camere. Ma il danno, allora, sarà irrimediabile. Annullare la legge già applicata e provocare la decadenza del Parlamento sarebbe inimmaginabile. Infatti, non è mai accaduto né da noi né altrove. La responsabilità dei soggetti chiamati a esercitare le loro funzioni prima dell’entrata in vigore di questa legge è dunque massima. Non la potrebbero dirottare su altri.

Si è detto all’inizio più volte: "se fossimo in una situazione normale". In un caso almeno, lo siamo stati in effetti, quando si è rigettata la norma a favore della rappresentanza femminile. Culture e interessi normali, abituali, si sono coalizzati per ribadire la posizione minoritaria delle donne in politica ed evitare quello che ai più deve essere sembrato un avventato salto nel buio. Ma l’art. 51, primo comma, della Costituzione, dice che la Repubblica promuove, tra uomini e donne, la pari opportunità di accesso alle cariche elettive. A meno di sostenere che tutto va bene lo stesso perché la Costituzione si è sbagliata dicendo "promuove", invece di "può promuovere, a piacimento", anche a questo proposito occorre un rimedio. Per la stessa ragione di prima, la responsabilità ricade solo su coloro che ancora possono intervenire nel procedimento legislativo in corso.

Titolo originale: How Italy became the sick man of Europe – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Montebello Vicentino - Peter Mandelson è meglio che non faccia vedere la sua faccia, qui a Montebello Vicentino. “Odio Mandelson” dice Antonio Bonazzi. Il direttore generale del Gruppo Bonazzi ha il fisico di un attaccante di rugby, e la foga con cui sputa fuori le parole fa pensare che il Commissario Europeo al Commercio potrebbe rimediare qualcosa di peggio di una rampogna, se i due dovessero incrociarsi.

Il Gruppo Bonazzi produce tessuti sintetici e naturali di vario tipo. Come migliaia di altre imprese tessili di tutto il nord Italia, ha annaspato tutto l’anno per via delle importazioni cinesi a basso prezzo, che secondo il signor Bonazzi era compito di Mandelson arginare.

Il gruppo ha una storia tipica di impresa italiana. Bonazzi padre e madre hanno cominciato nel 1956, cucendo impermeabili insieme a cinque dipendenti. Oggi, l’impresa opera su 18 impianti, compreso questo vicino a Verona che produce denim di alta qualità per firme come Ralph Lauren.

Anche prima dell’ultima emergenza, una mossa sbagliata nelle produzioni chimiche aveva lasciato la Bonazzi in condizioni di debolezza. L’anno scorso, aveva fatto profitti lordi per soli 2 milioni di Euro su complessivi 437 milioni. Quest’anno, tranne una tutte le cinque aree produttive principali avvertono l’impatto dell’ascesa cinese. “L’effetto finale è stato quello di obbligarci a tagliare gli investimenti” dice tetro Bonazzi. “Di solito, riserviamo dall’8% al 10%. Ma anche se [il Presidente della Repubblica italiano Carlo Azeglio] Ciampi dice che è tempo di investire, non ho il coraggio di farlo in questo settore”.

L’Italia ha una esposizione unica, in Europa, rispetto alle sfide della globalizzazione. Una quantità sproporzionata della produzione è concentrata in aree come l’abbigliamento, calzature e beni di consumo durevole domestici, dove paesi come la Cina hanno un enorme vantaggio competitivo. L’Italia è anche unica nel suo essere poco competitiva. Tanto poco competitiva, che sempre più ci si domanda se il paese non si trovi di fronte a una drastica scelta: sottoporsi a anni di sacrifici o uscire dall’Euro in modo da poter svalutare la propria moneta.

Per dirla con Charles Dumas, della Lombard Street Research di Londra: “Il costo del lavoro in Italia è oltre la compatibilità con l’appartenenza alla moneta europea, se non si attuano sofferte riforme. Il deficit di bilancio si allarga per compensare le perdite nelle esportazioni. Il debito pubblico si avvia verso il 150% del prodotto nazionale lordo. Il pasticcio politico a Roma significa che l’uscita dall’Euro è praticamente inevitabile”.

Si tratta di un punto di vista ancora minoritario in Italia, ma il ragionamento di base – caos politico e seri problemi economici – è preciso. L’analisi della Commissione Europea del 2003 su 88 indicatori strutturali ha classificato l’Italia ultima fra gli allora 15 membri dell’Unione. La competitività era inferiore anche a quella di Spagna, Grecia o Portogallo. Uno studio recente degli analisti della HSBC ha rilevato che il costo relativo del lavoro è sceso in del 15% in Spagna dal 1995. In Italia, è aumentato del 40%.

L’Italia avrebbe potuto contenere i costi unitari del lavoro entro limiti di competitività se le retribuzioni fossero salite meno che nei paesi con cui è in concorrenza. Iñes Calado Lopes, che controlla il mercato italiano per la Goldman Sachs, sostiene: “È accaduto esattamente il contrario. La crescita delle retribuzioni in Italia è stata del 4,9% negli ultimi dieci anni, contro il 3,5% in Eurolandia”.

Il risultato sono il crollo delle esportazioni e, in un paese che dipende fortemente dalla vendita all’estero, un minore prodotto industriale e limiti al prodotto nazionale. A metà di quest’anno, la produzione industriale era stagnante o in calo da quattro anni.

”In nessun altro paese europeo, con la sola eccezione del Regno Unito, si è verificata una contrazione della produzione industriale così pronunciata e prolungata” affermava l’associazione degli industriali Confindustria in luglio. L’Italia stava allora emergendo dalla terza recessione in quattro anni. Aveva sciaguratamente mancato di avvantaggiarsi della ripresa internazionale del 2004 e, negli ultimi dieci anni, il prodotto nazionale lordo era cresciuto in media del 1,5%, contro il 2,1% della zona Euro.

Cosa c’era di sbagliato? Come aveva potuto l’Italia, un tempo una delle più vivaci a creative economie del continente, finire per essere bollata, nelle parole dell’ Economist, come “Il Nuovo Malato d’Europa”? La risposta si trova, più che in ciò che è stato sbagliato, in ciò che non è stato fatto. Governi successivi hanno mancato di sradicare un sistema che gradualmente – quasi impercettibilmente – stava diventando anacronistico. Invece, hanno utilizzato varie svalutazioni per fare una temporanea e inaffidabile iniezione di competitività.

Questa rianimazione ha continuato ad essere utilizzata sin quando l’Italia ha firmato il patto per l’unione economica e monetaria, e così è stato solo a partire da allora che la debolezza essenziale dell’economia è apparsa evidente. Comprende una eccessiva regolamentazione, alte imposte sul lavoro, bassi investimenti in ricerca e sviluppo e una diffusa informale – anche se quasi invisibile – cartellizzazione nell’offerta di beni e servizi. Elemento centrale del sistema è il suo basarsi sull’impresa di famiglia. La maggior parte sono piccole e quindi incapaci di investire nell’acquisizione di conoscenze sempre più indispensabili per avere successo. Ma anche quelle grandi – e alcune italiane anche fra le maggiori, come Benetton, sono ancora di proprietà familiare – hanno elementi frenanti. Dato che prendono il denaro principalmente dalle banche anziché dal mercato, sono meno soggette alla disciplina imposta dagli azionisti.

Gli italiani hanno bisogno di maggior competitività, e pure sono riluttanti ad aprirsi ad essa. La retorica protezionista è diffusa e corrente nella vita pubblica, ed è diventata anche più comune da quando è entrato in carica il governo di Silvio Berlusconi nel 2001, con un programma che comprendeva forti elementi di populismo e nazionalismo.

Molti si aspettavano che, retorica a parte, Berlusconi, in quanto imprenditore, avrebbe spinto per un audace programma di liberalizzazione, una volta eletto. Ciò non si è avverato. Ha invece rabberciato il mercato del lavoro e il sistema pensionistico, introducendo poi quest’anno un modesto pacchetto di misure pensate per aumentare la competitività. “Forse sperava che il ciclo economico mondiale non fosse tanto negativo come è stato, e che la politica della Banca Centrale Europea non fosse così rigida” sostiene Giorgio La Malfa, ministro italiano per l’Europa. “Avere l’Euro superiore del 20% al Dollaro è assurdo”.

Ma, come ammette anche La Malfa, l’attuale squilibrio Euro-Dollaro ha solo esacerbato una situazione già deteriorata. Non è il motivo alla radice di tutto. Per curare quella radice saranno necessari anni di difficili riforme strutturali.

Lo studio della HSBC sull’economia italiana già citato, doveva rispondere alla domanda: “Quanto vanno male le cose?”. Le conclusioni sono spietate: “L’economia è chiaramente in cattiva forma. C’è molto da fare – e in fretta – anche per stabilizzare la situazione di base”.

In breve:

Nota: il testo originale di questo inquietante articolo, al sito del Guardian (f.b.)

Conclusa la pausa estiva ed esaurito il feuilleton delle intercettazioni telefoniche, che ha offerto uno squarcio desolante sulla realtà di questo Paese, vorrei fare alcune ipotesi su quel che accadrà nelle prossime settimane. Riprendendo una felice e ancor attuale espressione di Eugenio Scalfari prevedo che la «razza padrona» dirà: «Basta con i pettegolezzi, ora occupiamoci di cose serie».

Venerdì prossimo alla riunione del Comitato per il credito e il risparmio il Governatore sosterrà, diversamente dal ministro dell'Economia, che il suo operato è stato sempre ineccepibile, sempre formalmente corretto. Annuncerà anche che la Banca d'Italia riformerà autonomamente il proprio Statuto, introducendo un limite al mandato del Governatore, purché a nessuno venga in mente di mettere in dubbio i suoi poteri di vigilanza, quelli di antitrust, il potere assoluto del Governatore all'interno della banca e la proprietà della banca stessa che è posseduta da alcune delle stesse banche sulle quali essa dovrebbe vigilare. In parole povere, prima o poi questo Governatore lascerà, ma intanto nessuna delle regole che ci hanno portato in questa situazione verrà modificata.

Chiusa la partita Banca d'Italia si dovrà affrontare il problema della Banca popolare italiana (ex Lodi) e del suo bilancio che apparirà via via più traballante. Ripetendo un'operazione sperimentata con successo in passato (quando il Governatore chiese alla stessa Popolare di Lodi di farsi carico dei guai di Credieuronord, una banca vicina alla Lega, a Capitalia di farsi carico della bresciana Bipop, all' ex-Cariplo di salvare alcune casse di risparmio meridionali) si chiederà magari a Banca Intesa di assorbire l'istituto lodigiano e mettere una pezza al suo bilancio.

Evidentemente nessuno può essere obbligato a fare regali: Intesa verrebbe adeguatamente compensata consentendole di acquistare Antonveneta. E così le imprese del Nord-est, anziché un po' più di concorrenza bancaria e la possibilità di accedere ai servizi di una grande banca, Abn-Amro, dovranno accontentarsi di qualche sportello di Banca Intesa in più.

A Bruxelles e alle ire degli olandesi provvederà il ministro Giorgio La Malfa, novello alfiere dell'italianità delle banche: anche lui sosterrà che tutto è stato sempre ineccepibile. (Penso a suo padre, che dedicò la vita al tentativo di rendere un po' meno provinciale questo Paese). Allora si capirà perché, durante lo svolgersi del feuilleton estivo, i nostri grandi banchieri e gli imprenditori che siedono nei loro consigli di amministrazione (debitori di riferimento prima ancora che azionisti di riferimento) sono stati tutti muti come pesci. Che cosa potevano volere di più? Ancora una volta il rischio che dall' estero si affacciasse un po' di concorrenza sarà stato sventato e alla fine avranno ottenuto la conferma di un sistema che a loro è sempre andato benissimo. Altro che proteggere i risparmiatori impedendo che i nostri fondi di investimento siano tutti di proprietà di banche, come sarebbe necessario per evitare un evidente conflitto di interesse!

Il 9 settembre a Manchester si riunisce l'Ecofin, presenti i ministri delle Finanze e i governatori dell'Unione europea. Il 25 settembre a Washington ministri, governatori e grandi banchieri si ritroveranno ancora insieme per l'assemblea del Fondo monetario internazionale. Evidentemente alla nostra razza padrona dell'immagine che di noi diamo all'estero non potrebbe interessare di meno. Saranno tutti reduci dal convegno Ambrosetti a Villa d'Este, già intenti a rimboccarsi le maniche e sistemare il Paese.

giavazzi-f@yahoo.com

LA STRAGE della stazione di Bologna è del 2 agosto 1980. Venticinque anni fa e i parenti delle vittime, 85 morti e 200 feriti, sono ancora lì a chiedere la verità sugli ispiratori e sui mandanti dell'eccidio.

Il segreto di Stato di cui da tempo si chiede l'abolizione non consente che si faccia luce piena, censure, depistaggi, deviazioni fatti da apparati dello Stato, muri di gomma ieri come oggi continuano. In più si sono aggiunte le false verità, le confusioni non casuali e le voglie di protagonismo di personaggi come un ex presidente della Repubblica, le ambiguità di commissioni di inchiesta come la Mitrokin.

Nel primo processo di Bologna vennero condannati all'ergastolo come esecutori materiali Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, a decine di anni per banda armata, depistaggio, istigazione a un gruppo di neofascisti romani e a ex ufficiali dei servizi segreti. Nel mazzo dei condannati c'erano anche il venerabile Licio Gelli e il suo collaboratore in trame segrete Pazienza.

Sei anni prima sulla linea ferroviaria Firenze-Bologna era avvenuta la strage dell'Italicus, un treno rapido, una bomba, 12 morti e 44 feriti. Si rifà il processo nel '94: conferma dell'ergastolo per la Mambro e Fioravanti e dieci anni per i depistatori.

Insiste a voler cooperare con la giustizia il senatore Cossiga che indica una prima fantomatica pista arabo-palestinese, poi si dichiara convinto dell'innocenza di Fioravanti e della Mambro: "Non ho mai ritenuto i due responsabili dell'eccidio di Bologna. L'ultima assai debole sentenza è da ascriversi alle politiche".

Gli risponde il presidente dell'associazione fra i familiari delle vittime: il programma terroristico del neofascismo consiste in una aggressione continua, a pioggia, che deve intimidire i comunisti, rafforzare l'organizzazione militare, scardinare il sistema. Attentati alle sedi dei partiti della sinistra alle cooperative, stragi nelle piazze e sui treni.

Nella lotta armata i fascisti engages diventano degli enrages. Sentite il racconto di uno che milita a Roma in Ordine Nuovo "avrei voluto far saltare l'obelisco di piazza del Popolo, questi bastardi seduti ai caffè piangerebbero anni sullo stupro compiuto. Sfaccendati privi di spina dorsale. Noi siamo per lo scontro uomo contro uomo. Prima di partire i nostri vengono preparati moralmente perché imparino a spaccare le ossa anche se uno si inginocchia e piange".

Questo odio è anche espressione di debolezza, tende a caricare sugli altri il proprio fardello d'incertezza e di paure. Le letture di questi terroristi sono le opere razziste di Evola e del prenazismo di von Salomon, le cronache dei Freu korps, i volontari che alla fine della Prima guerra mondiale continuano a difendere i confini orientali del Reich. I proscritti von Salomon e la Ricolt contro il mondo moderno di Evola sono i libri che il filosofo Paolo Signoretti, uno degli indagati per la strage di Bologna, porta nel suo zaino. Per i terroristi neri le armi diventano oggetto di culto. Molti militanti hanno tagliato con la legalità nell'adolescenza.

Fioravanti dice "mi sono trovato a fare la lotta armata perché mi piaceva farla, posso dire che era l'unica cosa che io potevo fare e che la mia mente potesse concepire. Della sconfitta non mi sono mai preoccupato perché siamo una generazione di sconfitti". "Spiace vedere personaggi legati al governo prendere sul serio le panzane e le tesi fantastiche del senatore" e si riferisce a due deputati della destra che hanno chiesto la riapertura delle indagini sulla pista araba.

Ma Cossiga insiste: "A Bologna non è ancora caduto il Muro di Berlino, non è stata smontata la Cortina di ferro. Per la causa della sinistra i colpevoli dovevano essere i fascisti. Per la causa dovevano essere responsabili della strage i fascisti e quello che per la causa doveva essere è".

L'ex presidente emerito della Repubblica non spiega per quale arcana ragione negli anni '80 dei terroristi arabi dovessero partecipare alla catena di stragi che insanguinarono quel periodo ed escludere un terrorismo nero che ne rivendicava orgogliosamente la responsabilità. I Nar, i guerrieri di Franco Freda che si riuniscono all'Holiday Inn di Bardolino davanti al quale squadre innalzano i labari e le croci uncinate. Sono accorsi anche i rappresentanti di Salò e delle formazioni naziste delle SS italiane e delle brigate nere

È passato molto tempo, ma il ricordo è ancora indelebile. Dieci anni fa nei primi giorni del luglio del 1995 (due mesi prima che finisse la guerra in Bosnia) le truppe serbo-bosniache di Mladic e Karadzic assediarono ed espugnarono Srbrenica, una delle cinque città bosniche che erano state dichiarate «zona protetta» dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Protetta - si fa per dire - da poco meno di 100 caschi blu olandesi e abbandonata - per un segreto accordo di scambio di territori - dalle truppe del governo musulmano. Da tre anni la Bosnia -Erzegovina era insanguinata da stragi, pulizia etnica, violazione continua dei diritti umani ai danni della popolazione civile: quello di Srbrenica fu l'ennesimo massacro e una irredimibile vergogna per la comunità internazionale. Quello che successe fu lo sterminio di migliaia di persone - soprattutto donne, vecchi, bambini- molte ammassate in fosse comuni, mentre altre migliaia, dopo un esodo di giorni arrivarono a Tuzla e in altre città della Bosnia. La comunità internazionale - cioè l'Onu, l'Unione europea, i governi - assistette inerte all'orribile massacro della popolazione civile e ad un altro atto della pulizia etnica che già aveva devastato la Bosnia e tutta la ex-Jugoslavia. L'allora capo delle missioni di pace dell'Onu - Kofi Anan - aveva chiesto 35.000 soldati per difendere le «zone protette». Il Consiglio di sicurezza di allora ne concesse solo 7.600, prevalentemente concentrati a Sarajevo, Bihac e Tuzla. A Srbrenica, ne arrivò solo un centinaio. Eppure solo pochi mesi dopo la comunità internazionale non faticò a mandare negli stessi posti 60.000 soldati per garantire gli accordi di Dayton. E oggi 150.000 soldati americani e occidentali - e non solo - sono in Iraq per per garantire la sicurezza della fase post-bellica, o - meglio - la continuazione della guerra sotto altre forme.

Di fronte a Srbrenica molti si commossero, molti si vergognarono per l'impotenza e l'ipocrisia con cui la comunità internazionale non aveva saputo impedire quest'altro sterminio, che seguiva le tanti stragi di Sarajevo, l'assedio di Mostar est (questo, ad opera dei croato-bosniaci), la strage di Tuzla di solo due mesi (maggio `95) prima, dove una granata delle milizie serbo-bosniache aveva ucciso quasi 100 giovani e adolescenti nella piazza principale della città. Molti allora incolparono l'Onu (in realtà anche la Nato e l'Europa non mossero un dito) e i giornalisti Dizdarevic e Riva erano già al lavoro per scrivere il loro libro «L'Onu è morta a Sarajevo», che avrebbe avuto in Srbrenica il degno e drammatico epilogo. In realtà la colpa fu dei paesi del Consiglio di Sicurezza e della Comunità europea che, prima alimentarono i nazionalismi e la guerra in Jugoslavia e poi assistettero impotenti e complici al dramma. La guerra in Jugoslavia fu così utilizzata non solo per distruggere la pace e la convivenza multi-etnica, ma anche per screditare e killerare l'Onu e rendere più difficile e contraddittorio il processo di costruzione europea. La guerra in Jugoslavia e Srbrenica fecero comodo a molti campioni della realpolitik e della geo-politica dei paesi potenti.

A 10 anni di distanza, giustizia non è stata ancora fatta, e - inevitabilmente - nessuna pace duratura si è consolidata in Bosnia e in ex-Jugoslavia. Nessuno ha chiesto perdono e nessuna riconciliazione sarà possibile finché verità, giustizia e pace non troveranno il loro riconoscimento. Ma Srbrenica interroga anche noi - pacifisti, sinistra, movimenti - spingendoci ad uscire da atteggiamenti ideologici e sbrigativi, di semplice rifiuto o denuncia. Le «nuove guerre» non si affrontano in modo semplicistico, dogmatico o da «tifosi», in cui scegliere da che parte stare, se essere filo questi o filo questi altri. L'unica parte con cui stare era e sono le vittime della guerra, i pacifisti e gli anti-nazionalisti, le comunità multi-etniche che volevano difendere la loro identità. A questi interrogativi i pacifisti erano e sono chiamati a rispondere non solo con le pratiche sul campo - la solidarietà e l'aiuto - ma con la politica. Allora cercammo di farlo: proponemmo (fu un'ipotesi avanzata da molti: l'Arci, l'Associazione per la pace, l'Ics, il manifesto) di «invadere» la Bosnia con 100.000 caschi blu dell'Onu con il mandato di usare la forza per difendere non solo gli aiuti umanitari ma anche le popolazioni civili. Se fosse stato fatto, forse non ci sarebbe stata Srbrenica. E, se fosse stato fatto nel 1991, nemmeno la guerra in ex-Jugoslavia.

Almeno su un fatto dovremmo essere d'accordo fra chi, anche fra noi, avrebbe votato sì e chi avrebbe votato no alla cosiddetta Costituzione europea: è stato sciocco credere di imporre ai cittadini un edificio istituzionale che ne determinerà l'esistenza devastando lo scenario sociale su cui avevano vissuto da mezzo secolo. Perdipiù senza consultarli prima né in corso d'opera, convinti di strapparne il consenso a cose fatte. E' sorprendente che lo abbia pensato anche la Cgil, oltretutto andando contro la Sgt. Ma Francia e Olanda hanno respinto il Trattato, la Spagna lo ha votato solo per fiducia in Zapatero, lo avrebbero respinto l'Italia e la Germania se non fosse passato in sordina nei parlamenti e non oserà sottoporlo a referendum la Gran Bretagna. Chiara lezione. Ma non sembrano averla capita le lamentazioni diffuse contro i popoli che sarebbero miopi ed egoisti. Come diceva Brecht? Il popolo ha dato torto al comitato centrale, sciogliamo il popolo. Siamo lì. Possibile che il comitato centrale europeo non si chieda il perché di un così massiccio rifiuto? Romano Prodi scriveva: siamo partiti dall'economia perché se fossimo partiti dalla politica chissà quando avremmo fatto l'Europa. Ometteva di dire che per «partire dall'economia» intendeva dare consistenza istituzionale e forza di legge alla messa in mora di quel compromesso sociale che era stato il modello europeo dopo due guerre mondiali.

Con il riconoscimento dei diritti dei «senza capitale», lavoratori in produzione e cittadini non più o non ancora in produzione (pensionati e studenti) in nome di un solo sacro principio: la libera circolazione su scala mondiale di capitali e merci. Questo è il Trattato, che conserva non più che qualche diritto politico già esistente nelle precedenti costituzioni statuali europee, compresa una idea brutalmente esclusiva invece che inclusiva della cittadinanza. Risultato: i governi di centrosinistra che hanno propiziato l'operazione e l'hanno messa in atto (abbassamento di salari e spesa sociale, precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, ossessione antinflattiva - tutte le ricette preconizzate da Almunia o Fazio o l'Ocse) sono stati puniti. Sono caduti prima Jospin, D'Alema e Amato, sta cadendo Schroeder, sta perdendo Blair. E ora oscillano ridicolmente fra tentazioni protezioniste e tagli sociali ancora più crudeli. Oltre che arrogante, il comitato centrale europeo è anche, salvo il rispetto, piuttosto ignorante. Possibile che scopra adesso a quasi novant'anni da Weimar, a venti dal sorgere della Lega nord e a un mese dal torbido localismo che sta venendo su nel Mezzogiorno, che nel rifiuto confluisce anche un furioso populismo di destra? Sono le loro scelte che lo hanno seminato, reciproco d'una divaricazione sociale da tempo senza precedenti, di un ventaglio scandaloso fra rendite, profitti e salari. Mentre da D'Alema al Lerner di Milano-Italia al Santoro di Samarcanda si è creduto di cavalcare una spinta democratica dal basso. Almeno questi processi avessero portato a una crescita - aggiunti ai vecchi mali italici ci hanno scaraventato in piena recessione. «Studiate anatomia che il diavolo vi porti» viene a punto l'antica invettiva da rivolgere ormai alle sinistre storiche e a quella non meno arrogante nuova sinistra, che dal 1977 insegue le «nuove» figure sovversive odiando quelle che definisce vecchie e delle quali i trattati fanno strage.

Naturalmente restano in piedi imperturbabili Banca centrale, Commissione, i trattati separati, nonché un parlamento fra depotenziato e imbelle. Non ci sarà nessuna Europa democratica senza che si dia priorità, nel metodo e nel merito, ai cittadini e ai loro bisogni, senza ascoltarne anche povertà e solitudini, senza imporre una regola ai capitali e una sanzione alle rendite, senza tentar di andare insomma a politiche anticicliche, cioè alla politica tout court dopo anni di ripiegamento. L'Europa è un enorme spazio geografico, storico, economico, culturale e sociale che quelle che si vogliono sinistre devono tornare ad ascoltare con più umiltà, vergognandosi dei trattati e delle direttive Bolkestein. E cercando di mettere in piedi un modello che non faccia finta di aver superato il conflitto sociale e che il mercato non sarà mai in grado di costruire.

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